In trincea fra cimeli, armi e divise: viaggio nel nuovo Museo della guerra

In occasione del festival Le Vie dei Tesori, ha aperto per la prima volta al pubblico uno spazio espositivo all’interno della caserma Ruggero Settimo

di Guido Fiorito

La vita di trincea, il letto da campo, le stoviglie, le armi. Una immersione nella vita quotidiana dei soldati durante la guerra. Alla caserma Ruggero Settimo di piazza San Francesco di Paola, a Palermo, il festival Le Vie dei Tesori ha aperto al pubblico per la prima volta gli spazi dove sono stati raccolti cimeli militari dal Risorgimento ai nostri giorni. La visita è inserita nella sezione esperienze del Festival (tutti i sabato e domenica fino al 31 ottobre, qui per prenotare) e si tratta davvero di rivivere emozioni che sono nelle storie di gran parte delle famiglie siciliane.

Medaglie della prima guerra mondiale

Lo stesso Giuseppe Nasta, un collezionista palermitano che ha ricostruito una trincea all’interno di una sala e ha contribuito alla mostra con propri cimeli, mostra con commozione il tascapane che il nonno portò sulle spalle durante i tre anni in cui fu impegnato nella prima guerra mondiale. “La mia passione per il mondo militare e i suoi oggetti – spiega –  è nata lì. Il tascapane, come le stesse divise, erano costruite con tela olona. Un tessuto ruvido come carta vetrata ma molto resistente. Nella prima guerra mondiale morirono circa 50.000 siciliani, un quinto di loro dispersi. Spesso le piastrine di ferro che contenevano i nomi dei soldati venivamo distrutte dalla scoppio delle granate. E non si poteva più sapere il loro nome. Molti erano contadini o pescatori e in gran parte  non comprendevano la lingua italiana parlata dagli ufficiali, in gran parte del Nord”.

La trincea occupa l’intero lato di una sala. È in scala 1 a 1 ed è stata costruita con legno di risulta, il fondo con cartapesta ottenuta da vecchi giornali, sacchi di sabbia militari, filo spinato. A destra il buio del camminamento. Attorno divise, fotografie e giornali d’epoca, elmetti, baionette, il sacco con gruccia dove gli ufficiali tenevano i loro vestiti, armi, il montone rovesciato comprato in qualche paese prealpino per difendersi dal freddo sulle cime innevate. C’è una maschera antigas efficace di produzione inglese che fu data ai soldati italiani soltanto nel 1918.

 

Un’altra sala riguarda la seconda guerra mondiale. Qui sono più numerose le armi con qualche curiosità, come un lanciafiamme Steyer, fucili mitragliatori della Repubblica sociale, un fucile Thompson con caricatore a cilindro. Poi un’intera vetrina di baionette, le divise coloniali usate in Africa, le pentole e le gavette delle cucine da campo. Una raccolta frutto della collaborazione tra Esercito, veterani e collezionisti. Molti oggetti, anche scrivanie e armadi antichi, provengono dalle stesse caserme cittadine. Tante le testimonianze  dei bersaglieri e le trombe argentate.

Cappello coloniale dei bersaglieri della seconda guerra mondiale

“L’attacco nelle trincee della prima guerra mondiale veniva comandato dagli ufficiali con tre o quattro colpi di fischietto – racconta Nasta -. Il primo serviva a convocare i soldati, il secondo ad innestare le baionette, poi si lanciava l’attacco. Chi non saltava fuori spesso era fucilato sul posto per codardia”. Oltre il muro il nemico è l’ignoto. Sul muro del camminamento della trincea c’è una frase segnata in gesso che riproduce quella scritta con bella calligrafia, in una cartolina alla famiglia, da un ufficiale di nome Romolo: “La guerra affogò la mia anima nel sangue e nel fuoco”.

Antiche strade di Sicilia, un archivio online le ripercorre tutte

Un progetto mette in rete una ventina di carte geografiche dell’Isola di epoche diverse, con l’obiettivo di creare una mappa multimediale dei tracciati storici

di Guido Fiorito

Una carta geografica con le antiche vie che percorrevano la Sicilia. Se tutto ciò è perduto, se non esiste, perché non ricostruirla con l’aiuto dell’informatica e della mappatura digitale? Questo traguardo si è posto Ignazio Caloggero, ragusano, appassionato di cultura siciliana e di informatica. Il progetto, intitolato Antichi cammini e itinerari storici di Sicilia – è inserito in un più vasto programma (si trova nel sito lasiciliainrete.it) che riguarda la catalogazione online dei beni culturali e naturali dell’Isola.

Mappa Totius Insulae et Regni Siciliae di Matthaus Seutter (1730-1760)

“È un’opera che ho iniziato venticinque anni fa – racconta Caloggero, presidente dell’Associazione italiana professionisti del turismo e operatori culturali -. Il fine è la creazione di itinerari turistici e culturali associati ai reali antichi percorsi. Il progetto si compone di varie fasi: l’analisi delle fonti e quindi delle carte geografiche antiche; la creazione di una carta archeologica multimediale della Sicilia, la creazione di una carta multimediale degli antichi percorsi storici; la creazione di una carta degli itinerari storici di Sicilia”.

Mappa della Sicilia in una Guida del Centro e Sud Italia del 1858

Sul sito sono pubblicate una ventina di carte geografiche che si possono ingrandire: ricostruzioni fatte da studiosi della mappa di antiche città come Siracusa al tempo di Gelone, carte dal Settecento in poi fino a quella della rete di regie trazzere del 1929. In rete sono già 7400 beni, la carta archeologica ed entro l’anno sarà messa online una prima carta degli antichi itinerari. Si tratta di work in progress: la carta archeologica segnala 1400 siti ma punta ad arrivare a 3000.

La carta del barone Samuel Schmettau (1721)

“Per ritrovare le antiche strade – continua Caloggero – mi servo delle carte antiche ma anche di strumenti moderni come Google Earth. Le carte fino alla metà dell’Ottocento sono più interessanti perché precedenti a quello sviluppo della viabilità che ha mutato il quadro delle antiche vie che in partenza seguivano la transumanza, gli spostamenti dei pastori con i loro greggi. Oltre alle strade più note esistevano, infatti, tantissime vie trasversali usate dalle culture contadine. Se si guarda la Sicilia dall’alto, incrociando i dati con quelli archeologici e storici, si possono ricostruire questi itinerari. I risultati degli studi saranno resi pubblici a disposizione della comunità scientifica, con fonti e metodologie utilizzate”.

Regni & Insulae Siciliae di Johann Baptist Homann (1747)

Un viaggio che parte dagli antichi testi, come la Tabula Peutingeriana, copia medievale di una antica carta romana, o l’Itinerarium Antonini (stazioni e distanze di epoca romana). Per ricostruire le antiche vie greche e romane. La prima ad essere pubblicata sarà la via Selinuntina, che portava da Siracusa, tagliando l’interno per Akrai, fino Gela, Akragas e Selinunte. Nomi evocativi, come le strade costiere definite “per maritima loca”. Per camminare prima con la mente e in futuro anche sui piedi.

Dopo quattro anni riaprono a Palermo i Giardini d’Orleans

Nuovamente fruibile l’area verde alle spalle di Palazzo d’Orleans. Presenti circa 450 animali di 70 specie diverse e anche rarità botaniche

di Guido Fiorito

I giardini del Palazzo d’Orleans sono stati riaperti al pubblico. Un parco recuperato è una buona notizia, soprattutto dopo anni di chiusura e di contenzioso. Piante e animali sono di nuovo a disposizione del pubblico. La Villa d’Orleans è nella memoria di tutti i palermitani che da piccoli sono stati accompagnati in questi viali dai loro genitori. Nasce, infatti, nel 1955, dopo che la Regione aveva acquisito Palazzo d’Orleans. La dimora, in stile neoclassico, era appartenuta dalla fine del Settecento a Luigi Filippo d’Orleans e alla moglie Maria Amalia. La sistemazione del giardino risale al principio dell’Ottocento, con l’opera dell’agronomo Vincenzo Tineo, futuro direttore dell’Orto botanico. Alcuni alberi oggi esistenti furono piantati a quel tempo.

Uno dei viali dei giardini

La Regione, dopo una sentenza del tribunale che aveva riconosciuto alla società privata Salvatore Lauricella la proprietà di parte degli animali, ha chiuso una transazione che ha messo fine alla lunga disputa. “In effetti – ha spiegato il presidente della Regione, Nello Musumeci alla cerimonia di inaugurazione – questo parco non era in regola con le leggi per la detenzione di specie in via d’estinzione come l’avvoltoio capovaccaio e parte degli animali non erano di nostra proprietà. Adesso è tutto risolto e questo angolo straordinario è disponibile a tutti, con l’autorizzazione del ministero dell’Ambiente”.

 

La riapertura trova il parco tirato a lucido. C’è un nuovo ingresso dove è stata costruita una casetta in stile liberty, simile ad altre presenti nella zona del Palazzo dei Normanni. La gestione è affidata all’Istituto sperimentale zootecnico per la Sicilia, che già da anni ha il compito di provvedere all’alimentazione, alla cura e all’allevamento della fauna ospitata. Il direttore dell’Istituto, Antonio Console, è responsabile della Villa. Sono stati assegnati dieci dipendenti tra guardiani e giardinieri. L’ingresso (ore 10-13 e 17-19, domenica 10-13, lunedì chiuso) è libero; a fine estate sarà deciso un biglietto a costo definito “simbolico”. È vietato dare da mangiare e bere agli animali, è proibito l’ingresso di moto e biciclette e quello dei minori di 14 anni non accompagnati.

La mappa della villa

Gli animali sono circa 450, di 70 specie diverse, ai quali bisogna aggiungere i pesci e le tartarughe il cui censimento non è stato completato. A parte il nucleo della collezione Lauricella, trovano ospitalità animali feriti e curati, oppure sequestrati dalla forza pubblica perché detenuti illegalmente, che non possono più essere restituiti ai loro habitat naturali perché non riuscirebbero a sopravvivere.

Cacatus sulphurea, un tipo di pappagallo dalla cresta gialla

Passeggiando per i viali si possono rivedere i fenicotteri rosa, i vari tipi di variopinti pappagalli, i tucani dal lungo becco, antilopi e daini, uccelli rapaci. Alcuni, per esempio i pavoni, si sono riprodotti in cattività. Il parco ospita anche rarità botaniche, tra cui giganteschi ficus: ogni pianta e animale è presentato da una targhetta. Villa Orleans contiene anche opere d’arte, come “Controluce euforico” di Pietro Consagra, al centro della parte di giardino sottostante Palazzo d’Orleans oppure, vicino allo stagno, “Il pescatore” di Antonio Ugo.

Affreschi, mostre e un teatro decò: inaugurato il polo culturale dell’Esercito

Presentati i lavori di restauro nell’ex convento di San Francesco di Paola, sede della caserma Ruggero Settimo di Palermo

di Guido Fiorito

Il convento dei frati minimi di San Francesco di Paola di Palermo ritrova e mostra alcuni dei suoi tesori. Nell’atrio, usato fino a poco tempo fa come parcheggio, sono state liberate dai muri con porte-persiane, quattro campate del chiostro. Sotto l’intonaco sono comparsi preziosi affreschi. Il refettorio era stato trasformato cento anni fa in una sala teatro che è stata liberata e restaurata, mostrando il suo aspetto originario in stile decó.

Gli affreschi nella sala teatro

Dopo il 1866, con la confisca dei beni ecclesiastici, il complesso era stato abbandonato dai frati. Durante la prima guerra mondiale usato come deposito di grano, poi trasformato in una caserma di fanteria e in parte stravolto. Gli affreschi distrutti o coperti. Negli ultimi anni, l’esercito ha iniziato una serie di opere di recupero nelle caserme in Sicilia e ha firmato a tal proposito convenzioni con la Regione proprietaria dei locali.

Cerimonia inaugurale

In questo quadro, nel 2016, durante i lavori di recupero del convento, all’interno dunque della caserma Ruggero Settimo, nel piano di Sant’Oliva, s’intravedono delle macchie sotto l’intonaco: vengono chiamati i tecnici della Soprintendenza ai Beni culturali che con bisturi e pennelli iniziano a liberare una serie di affreschi. Risalgono poco dopo la costruzione del complesso, all’inizio del Seicento. Si tratta di storie della vita del santo: San Francesco guarisce un mercante di Tours, San Francesco in estasi non riceve il re di Francia, San Francesco in udienza dal Papa. “Dopo aver effettuato il restauro – dice oggi la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo, Selima Giuliano – possiamo attribuire gli affreschi allo Zoppo di Gangi e a Giuseppe Alvino”. Alvino detto il Sozzo era uno dei pittori più rinomati dell’epoca.

 

I lavori sono stati effettuati con un finanziamento di 25.000 euro attraverso l’Art Bonus. Non sarebbero bastati per cui è stata utilizzata manodopera dell’esercito guidata da tecnici, restauratori e studiosi della Soprintendenza: Carolina Griffo, Johnny Errera, Serena Tusa, Anna Tschinke, Cetta Lotá, Sergio Ingoglia, Valeria Bivona. Una cerimonia ha salutato la presentazione pubblica del risultato finale. Un velo è caduto mostrando ai presenti l’angolo del chiostro recuperato con gli affreschi in occasione dell’inaugurazione di quello che è il nuovo Polo informativo, espositivo e culturale dell’Esercito.

San Francesco in estasi non riceve il re di Francia

“Perché – ha spiegato il generale Angelo Scardino, comandante militare dell’Esercito in Sicilia – quello che abbiamo voluto è non solo il recupero di questo patrimonio architettonico, storico e culturale ma che possa essere fruibile da parte dei cittadini”. Il Polo comprende anche tre sale dedicate a cimeli del Risorgimento e delle due guerre mondiali, sale per esposizioni e l’ex refettorio. Quest’ultimo ampio salone era stato trasformato in teatro un secolo fa, poi in cinema della casa del soldato nel 1956, infine magazzino. Adesso potrà essere usato per eventi e convegni. Tutto ciò sarà aperto alla città. Anche qui nella parete di fondo sono stati rinvenuti sotto diversi strati di vernice, l’ultima di colore giallo, delle pitture con tecnica mista su episodi della vita di Gesù, risalenti alla seconda metà del Seicento e che devono essere ancora restaurati.

Pozzo medievale

L’ultima sorpresa di queste mura risale ad appena due settimane fa. Nelle salette adiacenti all’ex refettorio, sono stati rinvenuti sotto la vernice altri tre affreschi e, per simmetria, si immagina che un quarto sia ancora coperto dall’intonaco. Sembra che anche questi affreschi siano di ottima fattura ma si potrà sapere di più quando sarà ultimato il lavoro di recupero. Infine, è stato ripulito e studiato un pozzo medievale esistente nell’atrio. È collegato con una cisterna, ancora integra, e pesca direttamente sulla falda acquifera, una decina di metri più sotto.

Edipo dalla peste alla pandemia: si torna in scena a Segesta

Al via la seconda edizione della rassegna ideata da Lina Prosa, che unisce drammaturgia classica e sensibilità contemporanea. Eventi al tempio e teatro antico, all’ex convento di San Francesco di Calatafimi-Segesta e anche un cammino tra la natura alla ricerca del mito

di Guido Fiorito

Il teatro di Sofocle, la peste nell’antica Atene e la pandemia contemporanea, questo il tema centrale della seconda edizione dello Scena Segesta Festival 2021. Apertura sabato prossimo al tempio di Segesta, con Edipo a Colono/lontano nel bosco di Lina Prosa, ideatrice della manifestazione. “La tragedia di Edipo – dice Prosa – riporta immediatamente a noi. Nella peste come nella pandemia di Covid, c’è la ricerca della colpa individuale di una catastrofe collettiva, l’esperienza umana della separazione, le variazioni culturali del caso e del destino”.

Al via Scena Segesta Festival

Al centro del festival è l’Edipo di Sofocle, indagando su ciò che sta dietro il testo, unendo la drammaturgia classica e lo sguardo contemporaneo. All’interno lavori scenici nati dal progetto Generazione Edipo, sviluppato da Arlenika-Centro Amazzone di Palermo e l’AsKéné-LeLabò di Losanna. La regista svizzera Simone Audemars terrà una lezione laboratorio su Sofocle, il testo e l’attore, e poi curerà due Inventari su Edipo re nell’ex Convento di San Francesco a Calatafimi-Segesta. Lina Prosa si è dedicata, invece, alla figura di Giocasta, la madre di Edipo. “Giocasta Flash” è un “sopralluogo drammaturgico” al teatro antico di Segesta. Gli attori leggeranno testi in teatro durante la giornata interagendo con i turisti. Giocasta/inventario di una vita chiuderà il festival il 18 luglio. “Giocasta – dice Prosa – è un personaggio meno approfondito di Edipo. Qui chiede il suo posto in scena e  di raccontare la sua storia”.

Le prove di uno spettacolo

Ci sarà un balletto di Silvia Giuffrè, creazioni musicali per voce e suono di Fabrizio Malerba e Alba Sofia Vella e un incontro con Rino Marino, drammaturgo e psichiatra. Coinvolti diversi luoghi di Calatafimi, tra cui la biblioteca comunale e l’esterno della chiesa del Carmine dove Marina Turco e Marta Occhipinti parleranno di libri. Infine, un cammino nella natura segestana alla ricerca del mito, intitolato La strada di Edipo. “È il momento di sublimare attraverso il teatro le sofferenze che abbiamo provato- dice Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali -. La pandemia può servire a fare una rilettura della nostra esistenza. Segesta rappresenta bene con  il suo territorio la dimensione plurale dell’identità siciliana”.

Il tempio di Segesta

Nel mese di agosto, il teatro di Segesta sarà protagonista delle rappresentazioni inserite nel cartellone delle Dionisiache, il cui programma sarà presentato il prossimo 20 luglio. “Speriamo – ha detto Rossella Giglio, direttrice del Parco archeologico segestano – di poter ampliare la capienza del teatro, fissata lo scorso anno in 400 spettatori”.

SCENA SEGESTA FESTIVAL 2021, QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Il carretto siciliano sogna l’Unesco: festa per un’icona dell’Isola

Tre giorni tra dibattiti, mostre, laboratori, esibizioni e degustazioni per una manifestazione che celebra il colorato mezzo di trasporto diventato simbolo della Sicilia

di Guido Fiorito

Lunga vita al carretto siciliano. La sua storia non è per niente banale. Nasce come mezzo di trasporto povero, due secoli fa, e diventa oggetto d’arte popolare. Come se in Sicilia tutti si fossero messi a dipingere le automobili e in modo originale: con uno stile particolare, colori accesi e storie tradizionali, in particolare delle avventure dei paladini. Carretti dipinti e carretti scolpiti a bassorilievo.

Carretto palermitano

Rilanciato come fonte di ispirazione nelle collezioni di alta moda, il carretto, con il suo passo lento ma sicuro, cerca adesso di raggiungere nuovi traguardi. È stato inserito nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia, dove priva di materia, naturalmente, è la cultura che è cresciuta attorno a questo oggetto. Adesso sogna di essere riconosciuto come Patrimonio immateriale dell’Unesco. Il primo documento in cui viene descritto un carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio nell’Isola del letterato francese Gonzalve De Nervo.

Palazzo d’Aumale

Per tutto ciò la manifestazione che si svolge per tre giorni nel weekend a Terrasini, dal 2 al 4 luglio, e che toccherà anche Palermo e Paternò, vuole dare forma a un nuovo punto di vista sul carretto e indagare la sua cultura e i collegamenti con il mondo dei cantastorie e con quello dei pupi siciliani. “Carretto, icona della identità siciliana” è il titolo dell’iniziativa che durerà fino a settembre, con epicentro il museo di Palazzo d’Aumale a Terrasini. Una occasione per rivedere la bella struttura e le sue collezioni (oltre i carretti, legate all’archeologia e alla natura). L’edificio, che guarda il mare, era utilizzato dal duca Enrico d’Orléans, figlio di Luigi Filippo re di Francia, per conservare il vino che produceva nella sua tenuta di Zucco.

Particolare di un carretto

“Durante la pandemia – spiega Domenico Targia, ex direttore del museo e oggi alla guida del Parco archeologico di Tindari – ho coinvolto in un gruppo di lavoro le dipendenti del museo, per approfondire gli studi sulla collezione di circa settanta carretti provenienti da tutte le parti della Sicilia. Bisognava fare uscire dall’oblio quelle arti che ruotano attorno al carretto”.

Selle di carretti

A Terrasini si parlerà della storia del carretto siciliano ma anche delle sue apparizioni nei film, per esempio in “Cavalleria rusticana” del 1939, e nelle pagine dei romanzi. Ma anche del suo legame con il cibo (degustazioni del companatico del carrettiere) e delle rivisitazioni contemporanee (mostra di Nina Giambona). Ci saranno gli ultimi artigiani che tengono viva l’arte del carretto, una sfilata e un incontro tra i rappresentanti dei musei interessati (un altro è ad Aci Sant’Antonio) e delle associazioni di settore per sottoscrivere il protocollo d’intesa per l’avvio del procedimento all’Unesco.

Particolare di travetto

“Proseguiamo su un percorso che è iniziato vent’anni fa con l’apertura del museo di Terrasini”, dice Luigi Biondo, direttore del Polo regionale del museo Riso da cui dipende Palazzo d’Aumale. “Strumento ante litteram di promozione, il carretto dipinto, oltre a dimostrare la ricchezza del proprietario – dice Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali – racconta la nostra anima e le diverse manifestazioni della nostra Terra, ma anche quella capacità di relazionarci con il mondo ereditata dai fenici, ai quali dobbiamo l’arte di accompagnare le parole con i gesti”.

Il 10 luglio si proseguirà a Paternò, con al centro la tradizione dei cantastorie; poi il 12 settembre a Palazzo Riso e il 20 settembre a Palazzo D’Aumale per le conclusioni e per parlare del futuro. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito.

Palermo laboratorio d’arte europeo: nasce il primo Kultur Ensemble del mondo

Battesimo ai Cantieri Culturali alla Zisa, per l’istituto di cultura franco-tedesco previsto dal trattato di Aquisgrana. Inaugurato l’Atelier Panormos che ospiterà residenze di artisti

di Guido Fiorito

La nuova Europa passa da Palermo. Nasce ai Cantieri Culturali della Zisa il primo Kultur Ensemble del mondo, il nome degli istituti di cultura franco-tedesca previsti dal trattato di Aquisgrana di due anni fa. Protagonista anche l’Italia, tanto che il nastro da tagliare per inaugurare l’Atelier Panormos, spazio che ospiterà artisti dei due paesi, era rigorosamente triplo con i colori delle tre nazioni, presenti autorità dei tre paesi. Spazio che si trova nella Bottega 1, a fianco del cinema De Seta.

La Bottega 1 dei Cantieri Culturali alla Zisa

L’iniziativa coinvolge anche il Goethe Institut e l’Institut francais Palermo (che hanno sede ai Cantieri della Zisa), oltre l’Ufficio franco-tedesco per la gioventù. Palermo ospiterà delle residenze di artisti francesi e tedeschi, che lavoreranno ai Cantieri della Zisa e in città, soggiornando a Palazzo Butera, sede della collezione Valsecchi. Sono stati scelti da due italiani con importanti ruoli nella scena artistica di Francia e Germania: Andrea Lissoni, direttore dell’Haus der Kunst di Monaco di Baviera, e Chiara Parisi, direttrice del centro Pompidou di Metz.

Juliette Minchin (foto da Facebook)

I primi due artisti sono Juliette Minchin e Caner Teker, due giovani, entrambi under 30. Le residenze dureranno tre mesi e inizieranno dopo l’estate. “Mi piace lavorare la cera calda – ha detto all’inaugurazione la francese Minchin – e nel mio studio continuamente si distrugge e rinasce. Come la storia della Sicilia, trasformata al contatto di tanti popoli”. Le sue sculture di cera o di terra sono come vive, dove la superficie sembra pelle. Ma nelle sue istallazioni utilizza anche i suoni e la luce. Caner Teker, nato a Duisburg e di origini turche, è un artista visuale con performance di new dance in cui il suo corpo è protagonista.

Un momento dell’inaugurazione

“Tutte le strade portano a Palermo – ha detto il francese Jean-Baptiste Lemoyne, segretario di Stato per il turismo – ed è come se Dumas e Goethe, che hanno visitato la Sicilia, fossero in dialogo tra loro. Un dialogo tra identità e alterità”. Per la collega tedesca Michelle Muntefering, ministro aggiunto alla Politica culturale internazionale, l’Isola “è una pietra miliare della vita culturale europea”. Mentre il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova ha citato Philippe Daverio, che a Palermo ha insegnato: “Il senso dell’Europa sta anche nei sensi, annusare, mangiare, sentire in cui troviamo le nostre radici comuni”. Per il sindaco Leoluca Orlando, “Palermo diventa punto di incontro degli intellettuali di Francia, Germania e Italia per riconciliare libertà ed eguaglianza nel nome della fraternità”.

Palermo sarà coinvolta. Infatti, si vuole creare una contaminazione tra gli artisti e la cultura locale. Gli artisti entreranno in contatto con scuole d’arte e accademie, diventando protagonisti di eventi e festival.

La musica invade il centro storico di Palermo: al via i concerti del Conservatorio

Dalla classica alla contemporanea, fino al jazz: 19 appuntamenti più altri 26 con gli studenti in diversi luoghi della città: da Palazzo Sant’Elia allo Spasimo, dalla Cattedrale a Santa Maria in Valverde

di Guido Fiorito

Un palcoscenico che abbraccia tutto il centro storico di Palermo. Il Conservatorio “Alessandro Scarlatti” riprende l’attività concertistica dopo un lungo stop. Una estate di eventi che puntano sugli spazi all’aria aperta, per coinvolgere più spettatori anche se i numeri potranno essere contingentati per la pandemia. Diciannove concerti più altri ventisei con protagonisti gli studenti.

Daniele Ficola

Inizio il 15 giugno alle 20 con “Scene dalla Boheme” a Palazzo Sant’Elia e chiusura a fine novembre. “In effetti – dice il direttore Daniele Ficola – il Conservatorio, dopo la chiusura di due mesi nel 2020 all’inizio della pandemia, ha continuato la sua attività a pieno ritmo. Non ci siamo fermati, è una vera gioia tornare a suonare con il pubblico. Lo facciamo con nuove collaborazioni istituzionali e con tutti i generi musicali che vengono studiati nelle nostre classi”.

La compagnia di “Scene dalla Bohème”

La Fondazione Sant’Elia, l’Accademia di Belle Arti e il Teatro Massimo, sono coinvolti nell’apertura della stagione. L’atrio del palazzo di via Maqueda ospiterà: “Scene dalla Boheme. Come Palermo ammaliò Giacomo Puccini”, da una idea di Giovanni Mazzara, con il coordinamento artistico di Tiziana Arena. “Nel 1986, dopo la caduta nella prima di Torino, la Boheme – dice Mazzara – ebbe il primo trionfale successo al Politeama Garibaldi di Palermo. Gli applausi alla fine furono tanti che fu ripetuta l’ultima scena all’una di notte anche se alcuni cantanti si erano in parte liberati di parrucche e costumi. La Boheme si incrocia con la Belle  Èpoque palermitana. Mimi e Musetta sono anche Franca e Giulia Florio”. Ignazio Florio e la moglie Franca accolsero e festeggiarono Puccini a Palermo e la cronaca di quei giorni si sposa all’invenzione.

Alberto Cavallotti e Federica Maggì durante le prove di “Scene dalla Bohème”

“Siamo entusiasti di questa stagione dal vivo ricca di proposte – dice Mario Barbagallo, presidente del Conservatorio -. Continuiamo a collaborare con le altre istituzioni della città e stiamo studiando un protocollo d’intesa per coinvolgere Palazzo Butera e Valsecchi nella ristrutturazione dell’ex convento di San Francesco, spazio che ci è stato assegnato e che andrà ristrutturato”. I concerti spaziano su tutti i generi musicali, dalla musica classica e contemporanea fino al jazz. Tra questi anche l’esecuzione dell’Histoire du Soldat di Stravinsky e un concerto dell’Orchestra Sinfonica diretta dagli studenti. Protagonisti alcuni giovani musicisti hanno già ricevuto importanti riconoscimenti: il soprano Federica Guida, le pianiste Carmen Sottile, Rosamaria Macaluso e Ludovica Franco, il flautista Federico La Rosa vincitore dell’ultima edizione del Premio Abbado.

Palazzo Sant’Elia

Oltre a Palazzo Sant’Elia, protagonisti, con la collaborazione tra gli altri di Curia arcivescovile, Guardia di Finanza e Brass Group, anche l’atrio della caserma Cangialosi ovvero dell’ex convento domenicano di Santa Cita, lo Spasimo, la Cattedrale, Santa Maria in Valverde. Il Conservatorio, che ospiterà concerti nell’atrio e nella sala Ferrara, ha una storia prestigiosa e lunga più di 400 anni. È rinato dalle macerie delle bombe del 1943 che distrussero gran parte dell’edificio originario, di cui resta la facciata e il portale trecentesco.

Da Prizzi alle rotte dei cieli: quel pilota pioniere dell’aviazione in Sicilia

Giuseppe De Marco ha dato un contributo importante alla storia dell’aeronautica dell’Isola. Adesso un libro ricorda le sue imprese

di Guido Fiorito

Tra i temerari sulle macchine volanti di un secolo fa c’era anche un giovane di Prizzi che ha ricoperto un ruolo importante nella nascita dell’aeronautica siciliana. Giuseppe De Marco, questo il suo nome, si innamora dell’aviazione vedendo volare l’aviatore francese Roland Garros sui cieli siciliani. Contro la volontà del padre, decide ventenne di andare a Torino alla scuola di pilotaggio aereo di Antonino Chiribiri dove prende il brevetto di pilota nel 1915. Segue l’abilitazione militare a San Giusto (Pisa) e diventa istruttore. Una vicenda che oggi rivive in un libro scritto da Salvo Di Marco, studioso di storia dell’aviazione. Farmacista da tre generazioni, partendo dal modellismo si è appassionato ai veicoli reali, diventando giornalista di riviste aeronautiche.

Giuseppe De Marco

È stato il nipote dell’aviatore, stesso nome Giuseppe De Marco, a portare alla luce l’esistenza di questo pioniere dell’aviazione, quando per volare sugli apparecchi di tubi e di tela serviva, oltre la capacità tecnica, grande coraggio. Il nonno aveva raccolto una serie di foto che raccontano tutta la sua carriera di pilota e che ora sono uno dei punti di forza del libro. Durante la prima guerra mondiale, De Marco è impiegato per breve tempo in prima linea. “Fa in tempo – dice Salvo Di Marco – a conoscere Francesco Baracca. Poi si dedica al compito d’istruttore e tra i suoi allievi alcuni, come Silvio Scarioni, si rivelano tra i grandi assi della guerra aerea. Viene tra l’altro, impiegato come pilota per gli esperimenti di telegrafia aerea di Guglielmo Marconi”. Marconi, già premio Nobel, si rivela un compagno di volo affabile: racconta barzellette e De Marco gli fa indossare il suo giubbotto.

De Marco con uno dei suoi aerei

Il pilota siciliano viene poi destinato al pattugliamento con idrovolanti delle coste siciliane, una parte poco nota della prima guerra mondiale. “I sommergibili tedeschi – spiega lo storico Alessandro Bellomo, che ha collaborato con Di Marco – facevano incursioni sulle coste siciliane per cercare di mettere in difficoltà l’Italia, soprattutto dopo Caporetto. Una pace separata avrebbe permesso alla loro flotta di discendere l’Adriatico e mettere in difficoltà il traffico degli approvvigionamenti inglesi nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez. I sottomarini a volte emergevano, tirando cannonate alla costa. Due attacchi furono fatti sulla Chimica Arenella a Palermo e tra Messina e Taormina”.

L’aviatore in una foto d’epoca

“È una storia che ci sta particolarmente a cuore – dice Fabio Giannilivigni, presidente dell’Aereo Club Palermo, che ha ospitato la presentazione del libro – perché De Marco è stato dopo la guerra uno dei fondatori dell’Aereo Club Sicilia e dell’aeroporto di Boccadifalco, che festeggia i 90 anni di vita. Poco prima si volava qui vicino, nel fondo Marasà”.

Targa in piazzale De Marco

De Marco, dopo aver sposato una ragazza torinese, si stabilisce in Sicilia lasciando l’esercito in seguito a un incidente aereo.  Nel 1920, durante un volo di collaudo, l’elica si blocca per un bullone difettoso: l’ammaraggio in mare non è facile e nell’impatto si fracassa il naso sui comandi. Dopo la convalescenza, l’esercito gli propone di restare ma a condizione di abbandonare il volo attivo. De Marco preferisce lasciare la divisa pur di continuare a volare, in particolare con un biplano Caudron di sua proprietà. Poi sarà assunto al Comune di Prizzi. Muore nel 1980. A Palermo sono intitolati a De Marco il piazzale principale dell’aeroporto di Boccadifalco e una strada che conduce al campo tenente Onorato, attorno al quale, come ha ribadito il sindaco Leoluca Orlando, nascerà una cittadella dello sport.

La street art invade le Madonie, murales coloreranno 18 borghi

Da settembre, 48 artisti provenienti da tutto il mondo dipingeranno le loro opere su centinaia di case e palazzi. Previsti anche interventi digitali in realtà aumentata

di Guido Fiorito

Dai riti propiziatori e di ringraziamento della natura precristiani al mito della velocità della Targa Florio; dai riti religiosi cristiani all’epoca medievale con l’epopea dei Ventimiglia; dai prodotti della terra agli antichi mestieri in via di estinzione. Sono alcuni temi proposti alla street art che sta per invadere le Madonie. Dal prossimo 13 settembre, 48 artisti di tutto il mondo raggiungeranno diciotto comuni della provincia di Palermo per dipingere dei murales. Una imponente operazione di riqualificazione urbana che riguarda 186 case e palazzi pubblici e privati. Una lista, ottenuta da 259 proposte, che adesso sarà inviata alla Soprintendenza ai Beni culturali per una definitiva approvazione.

Castelbuono

I comuni interessati sono: Alimena, Aliminusa, Bompietro, Caltavuturo, Castelbuono, Cerda, Geraci Siculo, Gratteri, Lascari, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Pollina, San Mauro Castelverde, Sciara, Scillato, Sclafani Bagni, Valledolmo. Il progetto si chiama “I art Madonie”, con capofila la società So.Svi.Ma, ideato e diretto da I World e finanziato dalla presidenza del Consiglio nell’ambito del bando periferie.

Polizzi Generosa

“Gli artisti che saranno selezionati – spiega Lucio Tambuzzo, ideatore e direttore generale I Art Madonie – dovranno presentare pubblicamente il loro progetto e interagire con la comunità per rappresentare nella loro opera lo spirito del luogo. Per esempio, potranno essere rappresentati personaggi importanti per le comunità locali, come Dolce, Scorsese o Borgese a Polizzi, oppure le tecniche degli intagliatori di manna, le ricamatrici di Aliminusa e Bompietro. Quindi una contaminazione tra le tradizioni e i nuovi linguaggi artistici di paesi di tutto il mondo”.

Uno scorcio di Caltavuturo

“Senza il coinvolgimento delle comunità – aggiunge Alessandro Ficile, amministratore unico So.Svi.Ma. – non c’è sviluppo, perché questo va collegato con l’elemento identitario. Naturalmente senza l’esaltazione esasperata tra campanili. Il nostro non è un progetto ma fa parte di un processo di sviluppo che nelle Madonie è iniziato 25 anni fa”.

Murale di Daviù

In questi giorni partirà la selezione degli artisti, che sarà realizzata da un comitato di valutazione che comprende il curatore David Diavù Vecchiato, Chiara Canali, Marco Miccoli e Laura Barreca direttrice del museo civico di Castelbuono. I primi tre artisti riceveranno un premio di 3000 euro, dal quarto al diciottesimo 800 euro con ospitalità completa. Per tutti saranno pagate le spese per i materiali, come spray e vernici, e i servizi, per esempio impalcature, per realizzare le opere. I primi 18 artisti rimarranno in Sicilia venti giorni, i restanti 30 la metà.  “La street art – dice David Diavù Vecchiato – riporta gli artisti a tremila anni fa, quando gli uomini espressero le prime manifestazioni artistiche incidendo con una pietra le pareti della roccia. Gli artisti dovranno ritrovare quello spirito, dando un nuovo immaginario a storie antiche”. Rimediando a quella che Leoluca Orlando, sindaco della città metropolitana di Palermo, durante la presentazione del progetto in videoconferenza, ha definito la “poca attenzione alla contemporaneità del nostro territorio, con qualche eccezione come Manifesta”.

Un’opera di street art

Un secondo bando riguarderà altri cinquanta artisti che produrranno delle opere digitali in realtà aumentata che si potranno vedere nei luoghi delle Madonie collegandosi con cellulari e computer. “Alcune opere – dice Tambuzzo – potranno invadere in modo virtuale palazzi, piazze e chiese che naturalmente non possono essere oggetto di murales reali”. “Tutto ciò – ha detto Roy Paci, musicista coinvolto nel progetto – potrà portare nuovi turisti sulle Madonie, soprattutto i più giovani”. Alla fine, infatti, si realizzerà una vera e propria mappa con gli itinerari di street art sulle Madonie.

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