I lingotti sommersi nei fondali di Gela tra mito e scienza

Un incontro all’Arsenale borbonico di Palermo ha fatto luce sui preziosi blocchi di oricalco rinvenuti in fondo al mare, esposti insieme a due elmi corinzi

di Guido Fiorito

L’hanno chiamato l’oro di Atlantide ed è stato trovato in lingotti nel mare di Gela. Quasi novanta pezzi di oricalco strappati all’oblio dei fondali dai subacquei, con la Soprintendenza del Mare. Uno dei successi mondiali del metodo Sebastiano Tusa, l’archeologo che sapeva unire e guidare le forze umane disponibili per ritrovare in mare gli oggetti preziosi della Sicilia antica. E poi studiarle e valorizzarle. Il collegamento con Atlantide è dato dal fatto che Platone, nel dialogo Crizia, dice che in questa isola mitica il tempio di Poseidone aveva una cerchia di mura di oricalco. Un luogo ideale, di cui non è certa neanche l’esistenza, ma che accende la fantasia: c’è un atlantide-mania con collocamenti geografici disparati, dall’Antartide al Giappone fino alle Bahamas.

L’Arsenale della Marina Regia

“L’importanza dei lingotti – spiega Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare – è data dal fatto che si tratta di un ritrovamento unico, pochissimi gli oggetti di oricalco antico esistenti nei musei”. L’oricalco non è altro che una lega di rame e di zinco, ovvero una specie di ottone, che in antichità esisteva ma in quantità limitate, tanto da essere prezioso. Fu usato dai romani per coniare sesterzi. Da qui un incontro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, con l’Associazione italiana di Archeometria, dedicato ai lingotti, con la partecipazione degli studenti delle scuole gelesi, e l’illustrazione di tutti gli esperimenti scientifici ai quali sono stati sottoposti, con interventi di Eugenio Caponetti, Maria Luisa Saladino, Mario Berrettoni e Francesco Armetta. Incaricati da Tusa di verificare che non si trattasse di falsi.

I lingotti esposti all’Arsenale

L’ipotesi di partenza è che risalgano al VI secolo avanti Cristo, epoca dei relitti delle navi e di altri reperti ritrovati nei fondali gelesi. Test sono stati fatti nell’università di Palermo e di Bologna, nell’Istituto nazionale di geofisica e in Inghilterra. Le indagini non invasive, con uno spettrometro portatile a raggi X, hanno trovato una quantità di zinco, inferiore al 27 per cento, compatibile con lavorazioni antiche. Per realizzare i lingotti sono stati utilizzati tre minerali: sphalerite e smithsonite (zinco) e malachite (rame), sottoposti ad un processo di fusione oltre i mille gradi, in stampi diversi tra loro con un raffreddamento a tempi lenti. Sono stati fatti micro prelievi e sottoposti a indagini chimiche statistiche, capaci di riscontrare sostanze presenti in un milionesimo di parti.

Lingotti di oricalco

La conclusione è che il gruppo dei primi 39 lingotti trovati nel dicembre 2014 è simile per composizione a quello di 47 recuperato nel febbraio 2017. Sono divisibili in cinque-sei sottogruppi che potrebbero indicare manifatture in luoghi diversi. Stesso risultato al Rutheford Appleton Laboratory e poi nelle indagini con neutroni a Palermo. Sono state fatte ricerche sulle tracce di isotopi di piombo che fanno escludere la provenienza dei metalli da miniere anatoliche e sono compatibili con quelle sarde, dove erano disponibili i tre minerali usati. “Nei lingotti di piombo vi sono dei marchi, in questi non ne abbiamo trovati. Possiamo concludere – dice Caponetti – che i test sono compatibili con la datazione proposta a 2600 anni fa anche se non possiamo affermarlo con certezza”. L’affascinante mistero rimane.

Uno degli elmi corinzi

“Questo è solo l’inizio”, dice il sub protagonista della scoperta, Francesco Cassarino, che conosce i fondali di Gela e, soprattutto, come operano le correnti che scavano il fondo scoprendo tesori come i due elmi corinzi ritrovati mentre rotolavano sulla sabbia. Nello stesso fondale, sono stati identificati i relitti di due navi, uno riportato in superficie e l’altro protetto da una rete in attesa di trovare i finanziamenti per il recupero. Ma vi sono indizi dell’esistenza di almeno un terzo relitto. Parte dei resti della prima nave saranno esposti dal 15 febbraio a Forlì, ai Musei San Domenico, nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito”.

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Risplende la Sacra Cassa: restaurato l’altare ligneo

L’opera è stata sottoposta a un delicato intervento conservativo con moderne tecnologie, adesso è in mostra a Palazzo Abatellis

di Guido Fiorito

C’è tempo fino al 2 febbraio per vedere a Palazzo Abatellis, a Palermo, la Sacra Cassa, ovvero un altare ligneo del Cinquecento di eccezionale qualità. Poi tornerà nei magazzini del museo, pronta a riemergere per buone occasioni. È un’opera per certi versi misteriosa, perché non si sa chi l’abbia realizzata, da dove provenga e perché sia arrivata in Sicilia. Al contrario, grazie ad un attento restauro, conosciamo tutto di lei come oggetto d’arte: materiali utilizzati, disegni preparatori, com’è stato assemblato.

La Sacra Cassa chiusa

Sacra Cassa è una definizione data dell’abate Di Blasi, giunto a guidare l’abbazia di San Martino nell’ultima parte del Settecento, dopo essersi occupato di collezioni, archivi e biblioteche in varie parti d’Italia. Nell’abbazia costruisce un museo con la sua collezione, che comprende l’altare e che, quando saranno espropriati i beni ecclesiastici dopo l’Unità, andrà a finire nel museo nazionale dell’Olivella e poi a Palazzo Abatellis, dov’era custodita nel magazzino numero 4. Da qui è stata prelevata per portarla nei laboratori del museo, per un restauro durato otto anni e di cui di sono occupati ben sette direttori della Galleria. Tra l’altro vi sono raffigurate storie della Madonna e la nascita di Gesù. Anche se il bambinello, al centro, è stato perduto.

Particolare della Sacra Cassa

L’origine dell’altare, come ha chiarito Giuseppe Abbate, che l’ha studiato e confrontato con opere simili, è con tutta probabilità fiamminga. “Esiste un’opera simile sull’altare di Megen nel Brabante, oggi Olanda – dice -. Anversa era la capitale di questo tipo di opere che venivano costruite con un processo di serializzazione”. Una sorta di trittico d’altare, con la parte centrale scolpita in legno, chiuso nei giorni feriali, a mostrare un retro anch’esso dipinto. Un’opera concepita dal pittore e realizzata da una bottega che comprendeva scultori, falegnami e fabbri. Venivano realizzati tanti pezzi di legno scolpito poi assemblati sullo sfondo e impreziositi dalla decorazione a foglia d’oro.

Un momento del restauro

“La tradizione antica delle botteghe – dice Evelina De Castro, direttore della Galleria, che ha promosso una giornata di studi sull’opera – si è incontrata con la nostra moderna teoria del restauro e le nuove tecniche diagnostiche”. L’altare è stato completamente smontato, pezzo dopo pezzo, e poi si è proceduto al restauro, illustrato a nome di tutti gli operatori da Arabella Bombace: “Il degrado era ai vari livelli: la struttura sconnessa, i buchi con gli insetti xilofagi. Resti di detriti sotto le architetture, di semi e fogliame, come fosse stato conservato vicino un giardino. Molte abrasioni e ritiro dimensionale delle fibre di legno con degrado superficiale e perdite di colore, broccati danneggiati. Abbiamo classificato ciò che si era staccato, frammenti molto piccoli, punte di guglie, con difficoltà a reinserirli al posto corretto”.

Il restauro delle pitture

Un rompicapo per risolvere il quale sono state usate tecniche moderne, riflessografia infrarossa, tac, fluorescenza a raggi X, fluorescenza UV, spettroscopia Raman, con l’intervento di studi privati e studiosi dell’Università di Palermo. Sappiamo adesso che sono stati usati vari tipi di legno, la quercia per la cassa, il noce per le sculture, mentre del pioppo si è rivelato un’aggiunta successiva. Classificati i pigmenti usati per la pittura: verderame (o forse malachite) per il verde, azzurrite per il blu, giallo di piombo, rosso cinabro mescolati con biacca. Il restauro è stato conservativo, lasciando come si usa, visibili a un esame ravvicinato punti degli interventi. Per ripristinare la chiusura corretta dell’altare sono state introdotte viti occultate in testa da tappi che sembrano chiodi. L’opera è stata perfino riprodotta in digitale in 3D e si è stampata anche una colonnina mancante che poi è stato deciso di non ripristinare. Un lavoro lungo e impegnativo, che lascia spazio oggi all’ammirazione della bellezza ritrovata dell’opera.

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Riaffiorano i decori nascosti dell’Hotel delle Palme

Svelati alcuni dettagli del restauro in corso nello storico albergo di Palermo. Sono stati riportati alla luce alcuni decori che erano ricoperti da strati di calce

di Guido Fiorito

Restituire l’Hotel et Des Palmes alla sua antica bellezza, anche se il tempo e soprattutto gli interventi degli uomini hanno causato notevoli danni. Questo l’obiettivo del restauro e della ristrutturazione in corso nell’albergo che è chiuso da un anno e che conta di riaprire in estate. A Palazzo Ajutamicristo, si è fatto il punto sui restauri, anche se non tutto è stato detto per non perdere l’effetto finale dei lavori che restituiranno il palazzo alla sua vita di albergo, ma anche alla città. Un restauro fatto in pieno accordo con la Soprintendenza ai Beni Culturali che ha ospitato l’incontro, il primo appuntamento del calendario 2020.

Restauro delle decorazioni

“Per restituire l’albergo ai fasti del passato – dice Chiara Donà dalle Rose, coordinatrice del restauro – abbiamo fatto un intervento filologico, per ritrovare ciò che è stato ricoperto o modificato per quel che è possibile. L’hotel era stato fortemente sfigurato. Per esempio abbiamo trovato strati di calce sugli affreschi di Salvatore Gregorietti, rimosso falsi storici come il camino aggiunto negli anni Settanta del Novecento. Abbiamo fatto ricerche per vedere l’aspetto originale degli ambienti, usato per le pitture le stesse sostanze utilizzate all’epoca”.

Decorazione a bassorilievo

I lavori sono divisi in due parti: il restauro delle decorazioni e la ristrutturazione dell’albergo. Nel primo settore sono impegnati una trentina di restauratori siciliani. Le anticipazioni sono state fornite da Cristina Catanzaro, responsabile scientifica dei restauri. Nato come villa privata degli Ingham, un corpo basso a due piani con un giardino d’inverno, il palazzo era stato poi comprato da Enrico Ragusa nel 1907 e trasformato in albergo con l’intervento dell’architetto Ernesto Basile. “La sala delle Palmette – dice Catanzaro – era la parte più importante della villa Ingham, quelle che sono le finestre erano ingressi da via Stabile. L’abbiamo trovata bianca con inserti di carta da parati, ma le colonne total white in origine erano verdi. Questa sala è stata trasformata, ma abbiamo cercato di ricomporre una parete del tempo di Ingham. La Sala blu non era di questo colore e i tagli dorati delle decorazioni spiccavano su superfici verdi. Il blu è stato rimosso”.

Una delle sale più conosciute è quella degli specchi: “Gli intagli dorati in legno erano degradati per l’uso o in certi casi mancanti. Li abbiamo ripristinati con calchi di quelli esistenti in altri specchi. La sala del camino era un giardino d’inverno. Il soffitto di legno visto dai ponteggi è apparso in situazioni critiche con distacchi e mancanze che erano state mascherate con adesivi color legno. È stato reintegrato. Nella hall le decorazioni di Gregorietti in certi casi erano imbiancate, graffiate e asportate con mezzi meccanici. Le ricerche su immagini, a volte sui negativi originali, e sui disegni ci hanno permesso anche qui di far rivivere le decorazioni, mentre i bassorilievi avevano perso completamente il colore”.

Una delle sale dell’albergo

I restauratori dovrebbero terminare i lavori entro febbraio, in anticipo di due mesi sui tempi previsti. Il resto della ristrutturazione dovrebbe essere completato entro giugno, primi di luglio. La novità è la destinazione di una parte di albergo a condhotel, ovvero appartamenti di lusso i cui proprietari potranno usufruire dei servizi generali. Tutti i mobili soggetti a vincolo saranno restaurati e la stanza dove dormì Richard Wagner, che completò in questo hotel il Parsifal, formerà una suite intitolata al musicista tedesco. Sarà salvata una delle antiche porte curvilinee, in maggior parte distrutte, che permetteva ai fattorini di prendere la biancheria sporca senza entrare nella stanza.

Decorazioni delle colonne

“Dopo tanti interventi nel centro storico – dice Chiara Donà dalle Rose – stavolta torna protagonista la zona attorno al Politeama”. Conclude la soprintendente Lina Bellanca: “Importante far emergere con metodi corretti ciò che era stato celato. Adesso sta partendo anche il restauro Villa Igiea per ritrovare il fascino di questi alberghi di lusso in un momento di ripresa straordinaria del turismo in città”.

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La Biblioteca comunale intitolata a Sciascia

Nell’anniversario della nascita, Palermo ha reso omaggio allo scrittore di Racalmuto, che ha inciso nella vita culturale della città

di Guido Fiorito

Trecentosettantamila libri, incunaboli e manoscritti, una storia lunga oltre 250 anni, sono adesso rappresentati dal nome di Leonardo Sciascia. La Biblioteca comunale di Palermo, è stata intitolata allo scrittore di Racalmuto nell’anniversario numero 99 della sua nascita, avvenuta l’8 gennaio 1921. Una scelta azzeccata per tanti motivi: lo scrittore, che visse oltre venti anni a Palermo, ha lasciato importanti segni in città, come scrittore, come consulente editoriale e intellettuale impegnato anche in politica, con le sue amicizie. Un uomo appassionato di libri, che salì tante volte le scale della biblioteca per le sue ricerche che si traducevano in articoli, saggi, romanzi.

Ritratto di Sciascia di Maria Grazia Di Giorgio

Nella biblioteca sono conservate, tra l’altro, le monete false dell’abate Giuseppe Vella, l’autore dell’arabica impostura che ispirò Sciascia a scrivere “Il Consiglio d’Egitto”. Fanno parte delle mille monete arabe del Nummarium, la collezione lasciata da monsignor Airoldi alla biblioteca, che, come ha confermato Eliana Calandra, dirigente del Servizio sistema bibliotecario cittadino, saranno esposte nella vicina chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano con tutto il fondo numismatico della biblioteca (ve ne abbiamo parlato qui).

I ritratti del Famedio dei siciliani illustri

Si stanno preparando una serie di eventi per celebrare i cento anni della nascita di Sciascia, che cadrà all’inizio del 2021, tra Racalmuto, rappresentata nella cerimonia dal sindaco Vincenzo Maniglia, Palermo e Caltanissetta. Uno di questi progetti è stato anticipato da Eliana Calandra: “La biblioteca contiene i 156 ritratti, in gran parte realizzati da Giuseppe Patania, che formano il cosiddetto Famedio dei siciliani illustri provenienti dal lascito di Agostino Gallo, con il legato di arricchire la collezione con un nuovo ritratto ogni due anni. Adesso sono oltre 370. Sarà promosso un concorso assieme alla Accademia di Belle arti, per un ritratto di Sciascia che si aggiungerà alla galleria”. In biblioteca, accanto a bacheche con alcune edizioni di libri dello scrittore siciliano, è momentaneamente esposto un ritratto di Sciascia dipinto da Maria Grazia Di Giorgio, che è di norma ospitato al museo Pitrè.

Salvatore Fodale

Alla cerimonia, la famiglia di Sciascia, è stata rappresentata dal professore Salvatore Fodale, marito di Laura, una delle due figlie dello scrittore. “Intitolare la biblioteca a Sciascia – ci dice – è significativo perché ha vissuto tra i libri, amandoli, dando appassionati consigli di lettura. C’è bisogno di frequentare le biblioteche, ancor più in in quest’epoca di cambiamento della comunicazione. Sciascia credeva nei libri”. Tanti ricordi personali: “Si dice che fosse silenzioso ma io lo ricordo come grande conversatore con gli amici e i parenti. Raccontava spesso storie che poi si ritrovavano nei suoi libri. Qualche volta mi è capitato di entrare nel suo studio quando aveva appena finito di scrivere. Usava la macchina da scrivere, con tale sicurezza che correggeva pochissimo. Era molto attento ai lati umani di chi incontrava”.

Versione francese de “Gli zii di Sicilia”

Particolare il ricordo del sindaco Leoluca Orlando, che, alludendo ad un famoso libro di Sciascia, ha ricordato come la biblioteca è ospitata a Casa Professa, la casa dei gesuiti, e che “Todo modo para buscar la voluntad divina”, ovvero fare di tutto per individuare la volontà di Dio, diceva Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. “Sciascia – ha detto il sindaco – era un eretico, di un’eresia che era conferma di libertà, in una terra in cui l’ortodossia purtroppo era la mafia. Intitolazione che è anche un invito a leggere a Palermo dove si diceva che Sciascia leggeva ma non scriveva, avendo l’abitudine di leggere a Palermo e di scrivere a Racalmuto”. A Casa Professa dove nell’atrio il giudice Paolo Borsellino tenne l’ultimo discorso pubblico, la biblioteca intitolata a Sciascia, ha detto Orlando, quasi volendo comporre antiche polemiche, “porta armonia in un mondo carico di contraddizioni”.

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Risplende la Madonna che fece piangere i fedeli

La grande icona sacra raffigurante l’Odigitria, custodita nella cattedrale di Monreale, è esposta a Palazzo Branciforte dopo un delicato restauro

di Guido Fiorito

Buio fitto, canti gregoriani, immagini di icone che appaiono su un muro, un percorso suggestivo tra pannelli illuminati e le armature di legno che ospitavano gli oggetti del monte dei pegni dei poveri che fanno pensare ai labirinti spaziali di Escher. E in fondo, nell’ultima stanza, illuminata da un fascio di luce, ecco la protagonista. La Madonna Odigitria, ovvero, dal greco, colei che indica il cammino. Lo sguardo colmo di pietà, il bambino con il volto di adulto tra le braccia.

Un momento dell’inaugurazione (foto Arcidiocesi di Monreale, da Facebook)

Siamo a Palazzo Branciforte, in via Bara all’Olivella, a Palermo, dove la Madonna Odigitria del duomo di Monreale, sarà in mostra fino al 19 gennaio. Non è una semplice esposizione ma il risultato di un restauro e di una ricerca che, per la prima volta, ha cercato e scoperto i segreti di quest’opera che, a fine mostra, troverà collocazione definitiva nella cattedrale di Monreale. Opera d’arte e immagine sacra, oggetto di devozione tra i credenti. “Verbo che si fa immagine” ha detto l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi, che ha ricordato di aver deciso di riportare dopo due secoli l’opera nel duomo quando, nel 2014, un gruppo di ortodossi russi nel vederla si inginocchiarono e piansero.

La presentazione del restauro della Madonna Odigitria (foto Arcidiocesi di Monreale, da Facebook)

Da qui il restauro promosso dalla Fondazione Sicilia, realizzato da Mauro Sebastianelli, e accompagnato dalla ricerca storico-artistica del professore Giovanni Travagliato che hanno fatto uscire la vicenda di questo quadro dal mito. Unendo conoscenze storiche alla ricerca scientifica. L’opera è stata sottoposta ad indagini radiografiche, scoprendo un sottostante disegno preparatorio, e a micro prelievi per indagini chimiche effettuate alle università di Palermo e di Urbino. Confrontata con tutte le opere simili.

Palazzo Branciforte

La tradizione voleva l’opera legata a Guglielmo II, il sovrano normanno che fece costruire il Duomo di Monreale nel 1174 e che l’avrebbe usata come capezzale. La conclusione di Giovanni Comparato è che la datazione dell’opera va spostata in avanti, “intorno alla metà del XIII secolo, in età federiciana o comunque ancora sveva o protoangioina”. Ovvero una “tabula di altare romanica”, di autore meridionale e occidentale pur legato alla maniera greca. Gli indizi per questa datazione sono nel fondo argentato, riportato alla luce dal restauro, nelle parti in gesso e colla animale plasmati e dal disegno preparatorio. L’icona è stata realizzata con la tecnica a tempera, utilizzando pigmenti stemperati in un legante proteico, probabilmente tuorlo d’uovo.

La Madonna Odigitria restaurata

Un libro, il primo di una collana della Fondazione Sicilia “tra ricerche e restauri”, adesso racconta il restauro e la vicenda storica e artistica dell’opera. Il primo intervento, nell’Ottocento, in accordo con le pratiche del tempo, era stato pesante e addirittura era stata applicata una superficie dorata su quella originale argentea oggi ripristinata. Sono state colmate le lacune che il tempo aveva accumulato.

Sul punto in cui era collocata in cattedrale l’icona detta Madonna Bruna o Madonna della Negra, non ci sono certezze. La fonte più antica della sua presenza è il gesuita Ottavio Gaetani (1615). Due le ipotesi: sull’altare all’interno del presbiterio o sul tramezzo marmoreo che separava l’area riservata ai monaci da quella dei laici. Il grande formato dell’icona indica che era stata destinata a uno spazio ampio dove poteva essere visto a distanza. “La sua storia è un’avventura”, sintetizza Maria Concetta Di Natale, direttore scientifico del Museo diocesano di Monreale. Sopravvissuta all’incendio del 1811, l’icona fu trasferita al Museo Diocesano di Monreale e poi è tornata in cattedrale. “Ha subito rifacimenti  – dice Mauro Sebastianelli – e successivi restauri. Tuttavia la preziosa Odigitria non ha mai perso l’efficacia espressiva”. Ancor più oggi che è tornata a nuova vita.

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La Gancia si sta sbriciolando, quaranta piloni per salvarla

Intervento d’urgenza della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo per mettere in sicurezza la storica chiesa della Kalsa

di Guido Fiorito

Oltre quaranta piloni di metallo per salvare la Gancia. Nella navata sinistra sono, infatti, avvenuti dei pericolosi fenomeni di schiacciamento con il rischio di lesioni e di danni alle decorazioni e ai marmi mischi delle cappelle. L’ultimo incontro dell’anno a Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, ha documentato il vero e proprio salvataggio realizzato questa estate. “Abbiamo dovuto puntellare tutte le cappelle per evitare guai peggiori. Alcuni conci della muratura erano già lesionati. Non potevamo aspettare i tempi per un intervento strutturale che in ogni caso andrà fatto”, ha detto la soprintendente Lina Bellanca.

I piloni che reggono le cappelle della Gancia

Una vera e propria emergenza in una chiesa dalla storia tribolata, tra le più amate dai palermitani. Santa Maria degli Angeli, più nota come la Gancia, nel 1672 fu danneggiata dal crollo della zona del transetto e del presbiterio, ma la sua fama è legata alla rivolta del 1860 quando la campana fu suonata per chiamare i palermitani all’insurrezione. Fini male. Quella campana non è più nel campanile ma esiste ancora. Come le tante opere d’arte della chiesa e il magnifico organo seicentesco.

La chiesa della Gancia (foto CarlesVA, da Wikipedia)

Ma cosa ha causato il pericolo nella navata sinistra? Le colonne sostengono tre piani sopra di esse. Due originali e un terzo aggiunto nel 1956 per ampliare le camerate del convento che ospitavano degli orfani. Il tetto del terrazzo fu fatto con materiali poveri e in piano, tanto che contiene numerosi serbatoi per l’acqua. “Questi materiali sono deperiti velocemente – ha detto l’architetto Bellanca – ma ciò non spiega i problemi di schiacciamento che avrebbero dovuto verificarsi prima dei sessant’anni trascorsi. Alla base di una parete c’è anche umidità ascendente, che farebbe pensare a qualche problema nel sottosuolo o legato allo smaltimento dell’acqua dalle grondaie o nel cortile”.

Pilastro lesionato

È stato deciso d’intervenire d’urgenza e anche di evitare la chiusura della chiesa. Giacomo Scancarello, tecnico della omonima ditta che ha effettuato i lavori, ha spiegato la difficoltà dell’intervento. Le cappelle sono, infatti, tutte diverse. Quindi per ciascuna è stata costruito un sostegno su misura. Come un abito. La parete è stata ispezionata senza bisogno di ponteggi grazie alla fotogrammetria che arriva fino a 13 metri di altezza e l’uso di un drone. I puntelli lunghi sei metri, sei per ogni cappella, sono stati provati, poi tagliati esternamente, riportati e montati con difficoltà anche per la presenza degli immensi lampadari di vetro.

Interventi di messa in sicurezza

Adesso il peso dell’edificio è sostenuto dai puntelli montati a forma di triangolo, con piastre da 35 chili ricoperte di neoprene per evitare deformazioni e lesioni all’intonaco. Sono stati usati bulloni di fissaggio del peso di due chili e una fune d’acciaio di 18 metri tesa in modo da mantenere la posizione corretta dei puntelli. Si scopre che i danni della guerra furono spesso riparati con interventi in cemento armato più che con restauri, d’altra parte il denaro scarseggiava. E che il cemento abbia mostrato di durare meno delle tecniche antiche.

Un altro intervento urgente quest’anno è avvenuto nella chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella. Oltre la messa in sicurezza della facciata, una pietra, forse per un fulmine, si è staccata dal lanternino della cupola e, cadendo, ha sfondato il tetto dell’abside. “Abbiamo visto – ha detto la Soprintendente – che nel sottotetto era stato messo cemento armato e che era collassato in varie parti, i ferri della struttura in calcestruzzo erano corrosi”. Le due chiese appartengono al Fec (Fondo edifici di culto) che dipende dal ministero dell’Interno. Cronache della difesa dell’immenso patrimonio monumentale della città.

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L’ingegnere custode del bello e l’Arena Trianon

Un incontro e un libro per riscoprire l’opera di Giovanni Pernice, progettista di diversi edifici che hanno plasmato l’aspetto urbano di Palermo

di Guido Fiorito

Giovanni Pernice è un nostro amico, un amico di tutti i palermitani, anche se pochi ne sono consapevoli. Ogni giorno è con noi, passiamo molto spesso sotto i suoi balconi e davanti ai suoi portoni. Un incontro e un libro per scoprire o meglio riscoprire l’opera di questo ingegnere che ha costruito edifici che caratterizzano l’aspetto urbano di Palermo.

Palazzo Mineo in via della Libertà 129

Un libro scritto dal nipote Fabio Alfano, architetto e custode dell’archivio del nonno, quando i progetti erano realizzati ancora con raffinati segni a matita o con l’inchiostro di china. Se l’opera più popolare di Pernice, attivo tra la fine degli anni Trenta e il 1960 (anno della morte) è l’Arena Trianon, tanti altri sono nostri affezionati compagni di sguardi giornalieri. Chi non ha passeggiato sotto i lunghi portici dell’edificio di fronte al porto, sorto sulle macerie della guerra, o passato davanti al palazzo Mineo in via Libertà 139 con il suo gioco di vuoti e pieni?

Chi non ha ammirato, nella parte alta di via Brigata Verona, all’angolo di viale Campania, il grande e compatto edificio alleggerito da una elegante pensilina traforata all’ultimo livello? Oppure è rimasto colpito a Mondello dal villino Balsamo-Genova, in via Saline 18-20, con un gioco di incastri tra volumi circolari e ad angolo retto? “Giovanni Pernice, l’Arena Trianon e altre opere” (edizioni Kalos) racconta della vicenda professionale del progettista palermitano. Per scoprire che nel Dopoguerra, alla vigilia delle speculazioni edilizie del sacco di Palermo, dei palazzoni di cemento armato come brutti contenitori, ci fu chi, come Pernice, mantenne il gusto del “buon costruire”, con la capacità di esprimere bellezza e di impreziosire le sue opere, curando gli aspetti decorativi con la collaborazione di bravi artigiani.

Disegno del prospetto dell’Arena Trianon

L’incontro di presentazione del libro a Palazzo Ajutamicristo, come ha affermato la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo e padrona di casa Lina Bellanca, non è un caso; ricorda come l’Arena Trianon sia stata posta sotto vincolo architettonico per la sua qualità nel 2016. Insieme ad altre opere del periodo, tra cui il cinema Astoria di Caronia Roberti (1953), come ha spiegato l’architetto Silvana Lo Giudice. L’Arena Trianon è stata realizzata da Pernice nel 1944-45, con la collaborazione dell’architetto Caruso per gli aspetti decorativi e di Alessandro Manzo per le sculture. Nel momento, come ha ricordato il professore Gianfranco Tuzzolino, in cui nasceva la facoltà di architettura di Palermo con Caronia Roberti preside e Cardella primo di docente di composizione. Ovvero si ricominciava daccapo. Ultima opera in stile decò. La ricostruzione in architettura tenderà, infatti, verso caratteri più vicini al razionalismo.

Artisti in scena per un’operetta

Dopo il vincolo, i proprietari dell’Arena Trianon hanno fatto risanare il tetto, dove esiste ancora il graticcio di travi e i rocchetti di legno, cui erano attaccate e mosse con funi le scene. Prima di essere un arena cinematografica, il Trianon ospitò il teatro di rivista, con personaggi come Wanda Osiris, Carlo Dapporto e Alberto Sordi. Un pezzo di storia della città. “Sono preoccupato – ha detto Fabio Alfano – delle condizioni della facciata di via Scarlatti”. L’originale pittura composta da zone gialle e zone rosse, è scomparsa sotto mani d’intonaco, sono sparite le lettere del nome dell’Arena, mentre la statua al centro, che rappresenta la musica, è in cattive condizioni.

L’Arena è da tempo usata come parcheggio, così come l’area dove sorgeva villa Deliella, distrutta sessanta anni fa tondi: quasi a mostrare un singolare primato a Palermo delle esigenze dell’automobile sulla bellezza architettonica. Lo studio di opere come quelle di Pernice cerca di ribaltare questa prospettiva che penalizza la città. A volte basta solo guardare un po’ più in alto, con occhi innocenti.

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Il Museo del Liberty in cerca d’autore ricordando Villa Deliella

Fioriscono idee per realizzare un edificio nell’area dove sorgeva la dimora progettata da Ernesto Basile e demolita nel 1959

di Guido Fiorito

Idee e progetti per il Museo del Liberty a Palermo. Nel sessantesimo anniversario della distruzione di Villa Deliella, uno dei capolavori di Ernesto Basile, fioriscono idee per realizzare il museo nell’area rimasta vuota dalla demolizione iniziata il 28 novembre 1959 in piazza Croci. Un progetto che Sebastiano Tusa aveva sostenuto prima della sua tragica scomparsa e che ora trova le prime proposte, grazie ad un workshop. Protagonisti ventitré giovani progettisti, architetti e ingegneri, che si sono chiusi per quattro giorni con i loro tutor nel convento della Magione, per studiare il tema, le soluzioni e, soprattutto, la filosofia dell’intervento.

Il progetto “Sottrazione come riscatto”

Ed ecco i risultati presentati allo Steri. Comune ai quattro progetti è collegare l’area di Villa Deliella con i parchi vicini: da Villa Trabia fino al Giardino Inglese realizzando un’ampia area pedonale che unisce piazza Crispi e piazza Mordini in un unico spazio. Il traffico di via Libertà sarebbe dirottato in sotterranea. Differenti le soluzioni per il museo, anche se unite dal proposito di salvare ciò che è rimasto di Villa Deliella, invero poco, come la casa del custode e parti della recinzione. Più interessante è il proposito di recuperare il piano scantinato della villa che dovrebbe esistere, riempito di macerie, sotto la superficie che è stata adibita fino a poco tempo fa a parcheggio. La soprintendente ai Beni culturali, Lina Bellanca ha tirato fuori le carte di quel tempo: la villa era stata sottoposta a vincolo poi annullato dopo il ricorso dei proprietari. Villa Deliella fu distrutta con il proposito, poi bloccato, di costruire un palazzo di cemento. Una ferita alla città, simbolo del sacco di Palermo che distrusse, a fini speculativi, altri villini pregiati e gli agrumeti della Conca d’oro.

Rendering del progetto “Mu.Li.De.”

Villa Deliella, come ha spiegato Ettore Sessa, rappresenta un momento importante dell’opera di Basile, ovvero “l’anello mancante” del suo passaggio come innovatore nel modernismo, termine che andrebbe preferito al più conosciuto liberty. Il primo progetto di Basile per la villa è ancora tardo rinascimentale, poi la svolta: Villa Deliella diverrà il modello per molti villini liberty soprattutto a Mondello. “Dalla Manifattura tabacchi, alla Chimica Arenella fino all’area di Villa Deliella il 9,4 per cento di Palermo è costituito da aree di riciclo e di rigenerazione urbana”, ha detto Maurizio Carta e quindi occasione per “nuovi sguardi”.

Il progetto “Fundamentals”

Ed ecco i nuovi sguardi dei giovani progettisti, coordinati da Giuseppe Di Benedetto, Maria Pia Farinella e Giuseppe Trombino. Il progetto “Sottrazione come riscatto” prevede un museo ipogeo, ovvero sotto il livello del suolo, in modo da lasciare il vuoto dell’area, simbolo di ciò che è successo. “Fundamentals” propone un’area pedonale che comprende anche l’Istituto delle Croci e un edificio in parte sotterraneo. In “Onda liberty” l’area viene riempita con piante legate all’art nouveau come glicini, iris e papaveri; zona pedonale fino a via Notarbartolo. Una torre faro, da cui osservare il panorama fino al mare, caratterizza l’edificio del museo. “Mu.Li.De.”, acronimo di Museo Liberty Deliella, prevede un edificio ponte sopra i resti dei sotterranei della villa e l’eventuale sovrapposizione di altri edifici.

Il progetto “Mu.Li.De.”

Il workshop è stato finanziato dalla Regione e realizzato dall’Ordine degli Ingegneri, in collaborazione agli Ordini degli architetti e dei giornalisti, alla Soprintendenza dei Beni Culturali e all’Università degli studi di Palermo. “Il nostro liberty rimane sconosciuto ai turisti che vengono in città – dice Vincenzo Di Dio, presidente dell’Ordine degli ingegneri – . Bisogna intervenire. Questi lavori serviranno a realizzare le linee guida per il bando per il progetto del museo“. Qualcosa si muove. La commissione cultura della Regione discuterà nei prossimi giorni la realizzazione del museo Basile a Palermo ed è pronto un disegno di legge. In ogni caso bisognerà passare dall’acquisizione dell’area in possesso dell’attuale erede del principe di Deliella, ovvero Giuseppe Lanza di Scalea. In questo momento la stessa area è oggetto di lavori chiesti dal Comune al proprietario, che prevedono lo smantellamento dell’auto lavaggio e della superficie d’asfalto.

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L’arte di Antonio Cutino, inno alla Palermo che non c’è più

Inaugurata a Villa Whitaker una mostra antologica con un’ottantina di opere del pittore, tra tele, disegni e manifesti pubblicitari

di Guido Fiorito

Un vialetto coperto, una passerella di legno, le immagini dei quadri collegate con i versi dei grandi poeti del Novecento. Si giunge in quello che era il padiglione dedicato alla grande passione, assieme all’archeologia, di Joseph Whitaker, lo scopritore di Mozia. Ovvero l’ornitologia. Gli uccelli da lui studiati e impagliati sono dispersi nelle collezioni del Nord Europa, perché Palermo non fu capace di trattenerli. Varcata la soglia si è colpiti dalla luce delle tele. Villa Whitaker ospita fino al 19 gennaio, una mostra antologica di Antonio Cutino. La seconda dopo la morte, avvenuta nel 1984, la precedente essendo stata ospitata da palazzo Branciforte nel 2005, nel centenario della nascita.

Autoritratto, 1946

Un’occasione per valutare meglio questo pittore di grande talento, ma messo da parte dai riflettori novecenteschi occupati dalle avanguardie, dalle rivoluzioni delle forme, fino al disciogliersi delle figure nell’astratto. Cutino è, invece, ancorato alla realtà, come riassume il titolo della mostra: “Nel segno della tradizione”. Nato a New York nel 1905 da genitori siciliani, aveva fatto il percorso inverso sull’Atlantico, stabilendosi a Palermo e studiando all’Accademia, compagno di corso di Alfonso Amorelli, Antonio Guarino e Francesco Camarda, di cui restò amico tutta la vita. Tranne una parentesi per studiare le tecniche del nudo all’Accademia di Roma, visse sempre in città dove lavorò per numerosi committenti.

Chiesetta a Villa Tasca, 1964

“Cutino – dice Giacomo Fanale, il curatore della mostra – dipinge la Palermo del Novecento con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Nelle sue tele sono paesaggi scomparsi, pezzi di città che non esistono più. La sua opera è ispirata dalla tradizione tardo ottocentesca e riflette il suo carattere di persona schiva, con qualche vena malinconica. Accanto a paesaggi assolati ci sono altri che cercano di catturare le suggestioni del tramonto. Era molto attento a rappresentare la luce. Nelle nature morte e in alcuni ritratti, come quello della moglie del 1932, si colgono influenze più moderne delle esperienze di valori plastici”. Nella vasta produzione di Cutino, sono state scelte una ottantina di opere, tele, disegni, opere pubblicitarie, con l’indispensabile aiuto della figlia Liliana, custode attenta della memoria dell’artista.


Natura morta con uva, 1961

“Palermo – dice Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, che ha organizzato la mostra con Fondazione cultura e arte e Fondazione Whitaker – è un luogo magico e Cutino l’ha rappresentato con grande lirismo, raggiungendo l’eccellenza nei paesaggi e nella rappresentazione di momenti di vita quotidiana caratteristici della Sicilia”.

Manifesto pubblicitario

Sensibile alla rappresentazione idilliaca della bellezza femminile, dai ritratti ai nudi, autore di nature morte vicine alla nitidezza di Casorati, Cutino fu grafico di eccellente bravura. La sezione dedicata a queste opere è sorprendente. Si scopre un Cutino più attento al segno moderno. Per esempio la pubblicità essenziale e potente per l’Istituto Ottico Randazzo. Le sue donne ci sorridono ancora, con viva e eterna bellezza, dai manifesti del vino di Sicilia oppure legati al turismo, ricordandoci gli anni Cinquanta. Poi la città cannibale si mangerà la Conca d’oro che ancora splende nei quadri di Cutino, ultimo testimone, tra giardini, fiori e muretti di tufo assolati.

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Ecco Ippana, antica città nel cuore della Sicilia

Vicino a Prizzi, sulla montagna dei Cavalli, sorgeva un grande insediamento identificato attraverso centinaia di monete trovate durante gli scavi

di Guido Fiorito

Ippana. Una città perduta e ritrovata. E ancora poco conosciuta. Nel centro della Sicilia eppure ricca e raffinata come ci racconta la sua produzione artistica. Prosperosa e popolosa in modo insospettabile per un centro lontano dal mare. Polibio nel primo libro delle Storie racconta che durante la prima guerra punica l’esercito romano va ad assediare quella che conquistata sarà rinominata Panormus. “Appena si avvicinarono alla città, i consoli schierarono tutto il loro esercito in ordine di battaglia. Non uscendo i nemici loro incontro, partirono e raggiunsero Hippana, e la presero con la forza”. Siamo nel 258 avanti Cristo. Quella città è stata alfine localizzata sulla montagna dei Cavalli, vicino a Prizzi. Il risultato di venti anni di scavi e ricerche è stato illustrato dagli archeologi Stefano Vassallo, Lucina Gandolfo e Monica Chiovaro a Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo.

La montagna dei Cavalli e in alto l’area dove sorgeva Ippana

Ippana (o Hippana o Ipana) era un centro indigeno sicano e poi ellenistico che sorgeva nell’alta valle del Sosio, punto di passaggio in antichità della strada che collegava la costa settentrionale ad Agrigento e che sfruttava come viabilità anche i fiumi. Una zona stupenda dal punto di vista paesaggistico, con boschi e lembi delle antiche macchie verdi di roverella. L’acropoli sorgeva in cima alla montagna alta 1007 metri, l’abitato un po’ più sotto, una zona impervia per ragioni di sicurezza. All’esterno la necropoli.

Una delle monete raffiguranti cavallino e palmetta

“La città – dice Vassallo, che ha condotto gli scavi nel sito – fu ricostruita nel IV secolo avanti Cristo, con due cinte murarie a protezione dell’acropoli e dei caseggiati più in basso”. L’identificazione, come ha spiegato Lucina Gandolfo, studiosa di numismatica antica, è avvenuta attraverso le monete. Durante gli scavi sono state ritrovate 274 monete, alcune uguali ad altre pubblicate da collezionisti che contenevano in basso l’aggiunta della scritta Ipa. Da qui l’identificazione con Ippana.

“Purtroppo – ha detto la soprintendente Lina Bellanca – tutto è stato complicato dai tombaroli clandestini che portando via oggetti, li tolgono alla fruizione dei cittadini e, anche se ritrovati, impediscono agli archeologi di dar loro una esatta origine e datazione non potendo conoscere la stratigrafia del terreno dove erano depositati”.

I resti del teatro di Ippana

“Importante – ha detto Vassallo – è stato lo scavo del teatro, la cui parte superiore è franata verso valle inondando di pietre la parte inferiore. Abbiamo potuto così vedere come era un teatro dell’epoca greca senza i rifacimenti anche profondi effettuati dai romani negli altri teatri in Sicilia, da Taormina e Siracusa”. Quindi gradini-sedili più piccoli di pietra calcare, il pavimento dell’orchestra in terra battuta. Una spettacolare vista sulle valli dei fiumi San Leonardo e Torto. Sono state messe in luce le prime cinque-sei file; la grandezza era media, con una cavea larga 52 metri e fino a 30 file. Una capienza di circa tremila spettatori da cui si deduce che Ippana era una città con molti abitanti.

Fondazioni di un edificio di forma circolare

La sua ricchezza è testimoniata dagli oggetti recuperati nello scavo ed esposti nel museo di Prizzi in corso Umberto I: diademi in argento dorato, vasi di ceramica con raffinate decorazioni a zig zag, azzurre, gialle e bianche; iconografie rare come quella di Afrodite velata con Eros alato sulle spalle. I resti del teatro, invece, sono stati coperti per evitare che il cattivo tempo lo distruggesse, in attesa di decidere cosa fare di questo sito.

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