La Gancia si sta sbriciolando, quaranta piloni per salvarla

Intervento d’urgenza della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo per mettere in sicurezza la storica chiesa della Kalsa

di Guido Fiorito

Oltre quaranta piloni di metallo per salvare la Gancia. Nella navata sinistra sono, infatti, avvenuti dei pericolosi fenomeni di schiacciamento con il rischio di lesioni e di danni alle decorazioni e ai marmi mischi delle cappelle. L’ultimo incontro dell’anno a Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, ha documentato il vero e proprio salvataggio realizzato questa estate. “Abbiamo dovuto puntellare tutte le cappelle per evitare guai peggiori. Alcuni conci della muratura erano già lesionati. Non potevamo aspettare i tempi per un intervento strutturale che in ogni caso andrà fatto”, ha detto la soprintendente Lina Bellanca.

I piloni che reggono le cappelle della Gancia

Una vera e propria emergenza in una chiesa dalla storia tribolata, tra le più amate dai palermitani. Santa Maria degli Angeli, più nota come la Gancia, nel 1672 fu danneggiata dal crollo della zona del transetto e del presbiterio, ma la sua fama è legata alla rivolta del 1860 quando la campana fu suonata per chiamare i palermitani all’insurrezione. Fini male. Quella campana non è più nel campanile ma esiste ancora. Come le tante opere d’arte della chiesa e il magnifico organo seicentesco.

La chiesa della Gancia (foto CarlesVA, da Wikipedia)

Ma cosa ha causato il pericolo nella navata sinistra? Le colonne sostengono tre piani sopra di esse. Due originali e un terzo aggiunto nel 1956 per ampliare le camerate del convento che ospitavano degli orfani. Il tetto del terrazzo fu fatto con materiali poveri e in piano, tanto che contiene numerosi serbatoi per l’acqua. “Questi materiali sono deperiti velocemente – ha detto l’architetto Bellanca – ma ciò non spiega i problemi di schiacciamento che avrebbero dovuto verificarsi prima dei sessant’anni trascorsi. Alla base di una parete c’è anche umidità ascendente, che farebbe pensare a qualche problema nel sottosuolo o legato allo smaltimento dell’acqua dalle grondaie o nel cortile”.

Pilastro lesionato

È stato deciso d’intervenire d’urgenza e anche di evitare la chiusura della chiesa. Giacomo Scancarello, tecnico della omonima ditta che ha effettuato i lavori, ha spiegato la difficoltà dell’intervento. Le cappelle sono, infatti, tutte diverse. Quindi per ciascuna è stata costruito un sostegno su misura. Come un abito. La parete è stata ispezionata senza bisogno di ponteggi grazie alla fotogrammetria che arriva fino a 13 metri di altezza e l’uso di un drone. I puntelli lunghi sei metri, sei per ogni cappella, sono stati provati, poi tagliati esternamente, riportati e montati con difficoltà anche per la presenza degli immensi lampadari di vetro.

Interventi di messa in sicurezza

Adesso il peso dell’edificio è sostenuto dai puntelli montati a forma di triangolo, con piastre da 35 chili ricoperte di neoprene per evitare deformazioni e lesioni all’intonaco. Sono stati usati bulloni di fissaggio del peso di due chili e una fune d’acciaio di 18 metri tesa in modo da mantenere la posizione corretta dei puntelli. Si scopre che i danni della guerra furono spesso riparati con interventi in cemento armato più che con restauri, d’altra parte il denaro scarseggiava. E che il cemento abbia mostrato di durare meno delle tecniche antiche.

Un altro intervento urgente quest’anno è avvenuto nella chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella. Oltre la messa in sicurezza della facciata, una pietra, forse per un fulmine, si è staccata dal lanternino della cupola e, cadendo, ha sfondato il tetto dell’abside. “Abbiamo visto – ha detto la Soprintendente – che nel sottotetto era stato messo cemento armato e che era collassato in varie parti, i ferri della struttura in calcestruzzo erano corrosi”. Le due chiese appartengono al Fec (Fondo edifici di culto) che dipende dal ministero dell’Interno. Cronache della difesa dell’immenso patrimonio monumentale della città.

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L’ingegnere custode del bello e l’Arena Trianon

Un incontro e un libro per riscoprire l’opera di Giovanni Pernice, progettista di diversi edifici che hanno plasmato l’aspetto urbano di Palermo

di Guido Fiorito

Giovanni Pernice è un nostro amico, un amico di tutti i palermitani, anche se pochi ne sono consapevoli. Ogni giorno è con noi, passiamo molto spesso sotto i suoi balconi e davanti ai suoi portoni. Un incontro e un libro per scoprire o meglio riscoprire l’opera di questo ingegnere che ha costruito edifici che caratterizzano l’aspetto urbano di Palermo.

Palazzo Mineo in via della Libertà 129

Un libro scritto dal nipote Fabio Alfano, architetto e custode dell’archivio del nonno, quando i progetti erano realizzati ancora con raffinati segni a matita o con l’inchiostro di china. Se l’opera più popolare di Pernice, attivo tra la fine degli anni Trenta e il 1960 (anno della morte) è l’Arena Trianon, tanti altri sono nostri affezionati compagni di sguardi giornalieri. Chi non ha passeggiato sotto i lunghi portici dell’edificio di fronte al porto, sorto sulle macerie della guerra, o passato davanti al palazzo Mineo in via Libertà 139 con il suo gioco di vuoti e pieni?

Chi non ha ammirato, nella parte alta di via Brigata Verona, all’angolo di viale Campania, il grande e compatto edificio alleggerito da una elegante pensilina traforata all’ultimo livello? Oppure è rimasto colpito a Mondello dal villino Balsamo-Genova, in via Saline 18-20, con un gioco di incastri tra volumi circolari e ad angolo retto? “Giovanni Pernice, l’Arena Trianon e altre opere” (edizioni Kalos) racconta della vicenda professionale del progettista palermitano. Per scoprire che nel Dopoguerra, alla vigilia delle speculazioni edilizie del sacco di Palermo, dei palazzoni di cemento armato come brutti contenitori, ci fu chi, come Pernice, mantenne il gusto del “buon costruire”, con la capacità di esprimere bellezza e di impreziosire le sue opere, curando gli aspetti decorativi con la collaborazione di bravi artigiani.

Disegno del prospetto dell’Arena Trianon

L’incontro di presentazione del libro a Palazzo Ajutamicristo, come ha affermato la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo e padrona di casa Lina Bellanca, non è un caso; ricorda come l’Arena Trianon sia stata posta sotto vincolo architettonico per la sua qualità nel 2016. Insieme ad altre opere del periodo, tra cui il cinema Astoria di Caronia Roberti (1953), come ha spiegato l’architetto Silvana Lo Giudice. L’Arena Trianon è stata realizzata da Pernice nel 1944-45, con la collaborazione dell’architetto Caruso per gli aspetti decorativi e di Alessandro Manzo per le sculture. Nel momento, come ha ricordato il professore Gianfranco Tuzzolino, in cui nasceva la facoltà di architettura di Palermo con Caronia Roberti preside e Cardella primo di docente di composizione. Ovvero si ricominciava daccapo. Ultima opera in stile decò. La ricostruzione in architettura tenderà, infatti, verso caratteri più vicini al razionalismo.

Artisti in scena per un’operetta

Dopo il vincolo, i proprietari dell’Arena Trianon hanno fatto risanare il tetto, dove esiste ancora il graticcio di travi e i rocchetti di legno, cui erano attaccate e mosse con funi le scene. Prima di essere un arena cinematografica, il Trianon ospitò il teatro di rivista, con personaggi come Wanda Osiris, Carlo Dapporto e Alberto Sordi. Un pezzo di storia della città. “Sono preoccupato – ha detto Fabio Alfano – delle condizioni della facciata di via Scarlatti”. L’originale pittura composta da zone gialle e zone rosse, è scomparsa sotto mani d’intonaco, sono sparite le lettere del nome dell’Arena, mentre la statua al centro, che rappresenta la musica, è in cattive condizioni.

L’Arena è da tempo usata come parcheggio, così come l’area dove sorgeva villa Deliella, distrutta sessanta anni fa tondi: quasi a mostrare un singolare primato a Palermo delle esigenze dell’automobile sulla bellezza architettonica. Lo studio di opere come quelle di Pernice cerca di ribaltare questa prospettiva che penalizza la città. A volte basta solo guardare un po’ più in alto, con occhi innocenti.

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Il Museo del Liberty in cerca d’autore ricordando Villa Deliella

Fioriscono idee per realizzare un edificio nell’area dove sorgeva la dimora progettata da Ernesto Basile e demolita nel 1959

di Guido Fiorito

Idee e progetti per il Museo del Liberty a Palermo. Nel sessantesimo anniversario della distruzione di Villa Deliella, uno dei capolavori di Ernesto Basile, fioriscono idee per realizzare il museo nell’area rimasta vuota dalla demolizione iniziata il 28 novembre 1959 in piazza Croci. Un progetto che Sebastiano Tusa aveva sostenuto prima della sua tragica scomparsa e che ora trova le prime proposte, grazie ad un workshop. Protagonisti ventitré giovani progettisti, architetti e ingegneri, che si sono chiusi per quattro giorni con i loro tutor nel convento della Magione, per studiare il tema, le soluzioni e, soprattutto, la filosofia dell’intervento.

Il progetto “Sottrazione come riscatto”

Ed ecco i risultati presentati allo Steri. Comune ai quattro progetti è collegare l’area di Villa Deliella con i parchi vicini: da Villa Trabia fino al Giardino Inglese realizzando un’ampia area pedonale che unisce piazza Crispi e piazza Mordini in un unico spazio. Il traffico di via Libertà sarebbe dirottato in sotterranea. Differenti le soluzioni per il museo, anche se unite dal proposito di salvare ciò che è rimasto di Villa Deliella, invero poco, come la casa del custode e parti della recinzione. Più interessante è il proposito di recuperare il piano scantinato della villa che dovrebbe esistere, riempito di macerie, sotto la superficie che è stata adibita fino a poco tempo fa a parcheggio. La soprintendente ai Beni culturali, Lina Bellanca ha tirato fuori le carte di quel tempo: la villa era stata sottoposta a vincolo poi annullato dopo il ricorso dei proprietari. Villa Deliella fu distrutta con il proposito, poi bloccato, di costruire un palazzo di cemento. Una ferita alla città, simbolo del sacco di Palermo che distrusse, a fini speculativi, altri villini pregiati e gli agrumeti della Conca d’oro.

Rendering del progetto “Mu.Li.De.”

Villa Deliella, come ha spiegato Ettore Sessa, rappresenta un momento importante dell’opera di Basile, ovvero “l’anello mancante” del suo passaggio come innovatore nel modernismo, termine che andrebbe preferito al più conosciuto liberty. Il primo progetto di Basile per la villa è ancora tardo rinascimentale, poi la svolta: Villa Deliella diverrà il modello per molti villini liberty soprattutto a Mondello. “Dalla Manifattura tabacchi, alla Chimica Arenella fino all’area di Villa Deliella il 9,4 per cento di Palermo è costituito da aree di riciclo e di rigenerazione urbana”, ha detto Maurizio Carta e quindi occasione per “nuovi sguardi”.

Il progetto “Fundamentals”

Ed ecco i nuovi sguardi dei giovani progettisti, coordinati da Giuseppe Di Benedetto, Maria Pia Farinella e Giuseppe Trombino. Il progetto “Sottrazione come riscatto” prevede un museo ipogeo, ovvero sotto il livello del suolo, in modo da lasciare il vuoto dell’area, simbolo di ciò che è successo. “Fundamentals” propone un’area pedonale che comprende anche l’Istituto delle Croci e un edificio in parte sotterraneo. In “Onda liberty” l’area viene riempita con piante legate all’art nouveau come glicini, iris e papaveri; zona pedonale fino a via Notarbartolo. Una torre faro, da cui osservare il panorama fino al mare, caratterizza l’edificio del museo. “Mu.Li.De.”, acronimo di Museo Liberty Deliella, prevede un edificio ponte sopra i resti dei sotterranei della villa e l’eventuale sovrapposizione di altri edifici.

Il progetto “Mu.Li.De.”

Il workshop è stato finanziato dalla Regione e realizzato dall’Ordine degli Ingegneri, in collaborazione agli Ordini degli architetti e dei giornalisti, alla Soprintendenza dei Beni Culturali e all’Università degli studi di Palermo. “Il nostro liberty rimane sconosciuto ai turisti che vengono in città – dice Vincenzo Di Dio, presidente dell’Ordine degli ingegneri – . Bisogna intervenire. Questi lavori serviranno a realizzare le linee guida per il bando per il progetto del museo“. Qualcosa si muove. La commissione cultura della Regione discuterà nei prossimi giorni la realizzazione del museo Basile a Palermo ed è pronto un disegno di legge. In ogni caso bisognerà passare dall’acquisizione dell’area in possesso dell’attuale erede del principe di Deliella, ovvero Giuseppe Lanza di Scalea. In questo momento la stessa area è oggetto di lavori chiesti dal Comune al proprietario, che prevedono lo smantellamento dell’auto lavaggio e della superficie d’asfalto.

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L’arte di Antonio Cutino, inno alla Palermo che non c’è più

Inaugurata a Villa Whitaker una mostra antologica con un’ottantina di opere del pittore, tra tele, disegni e manifesti pubblicitari

di Guido Fiorito

Un vialetto coperto, una passerella di legno, le immagini dei quadri collegate con i versi dei grandi poeti del Novecento. Si giunge in quello che era il padiglione dedicato alla grande passione, assieme all’archeologia, di Joseph Whitaker, lo scopritore di Mozia. Ovvero l’ornitologia. Gli uccelli da lui studiati e impagliati sono dispersi nelle collezioni del Nord Europa, perché Palermo non fu capace di trattenerli. Varcata la soglia si è colpiti dalla luce delle tele. Villa Whitaker ospita fino al 19 gennaio, una mostra antologica di Antonio Cutino. La seconda dopo la morte, avvenuta nel 1984, la precedente essendo stata ospitata da palazzo Branciforte nel 2005, nel centenario della nascita.

Autoritratto, 1946

Un’occasione per valutare meglio questo pittore di grande talento, ma messo da parte dai riflettori novecenteschi occupati dalle avanguardie, dalle rivoluzioni delle forme, fino al disciogliersi delle figure nell’astratto. Cutino è, invece, ancorato alla realtà, come riassume il titolo della mostra: “Nel segno della tradizione”. Nato a New York nel 1905 da genitori siciliani, aveva fatto il percorso inverso sull’Atlantico, stabilendosi a Palermo e studiando all’Accademia, compagno di corso di Alfonso Amorelli, Antonio Guarino e Francesco Camarda, di cui restò amico tutta la vita. Tranne una parentesi per studiare le tecniche del nudo all’Accademia di Roma, visse sempre in città dove lavorò per numerosi committenti.

Chiesetta a Villa Tasca, 1964

“Cutino – dice Giacomo Fanale, il curatore della mostra – dipinge la Palermo del Novecento con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Nelle sue tele sono paesaggi scomparsi, pezzi di città che non esistono più. La sua opera è ispirata dalla tradizione tardo ottocentesca e riflette il suo carattere di persona schiva, con qualche vena malinconica. Accanto a paesaggi assolati ci sono altri che cercano di catturare le suggestioni del tramonto. Era molto attento a rappresentare la luce. Nelle nature morte e in alcuni ritratti, come quello della moglie del 1932, si colgono influenze più moderne delle esperienze di valori plastici”. Nella vasta produzione di Cutino, sono state scelte una ottantina di opere, tele, disegni, opere pubblicitarie, con l’indispensabile aiuto della figlia Liliana, custode attenta della memoria dell’artista.


Natura morta con uva, 1961

“Palermo – dice Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, che ha organizzato la mostra con Fondazione cultura e arte e Fondazione Whitaker – è un luogo magico e Cutino l’ha rappresentato con grande lirismo, raggiungendo l’eccellenza nei paesaggi e nella rappresentazione di momenti di vita quotidiana caratteristici della Sicilia”.

Manifesto pubblicitario

Sensibile alla rappresentazione idilliaca della bellezza femminile, dai ritratti ai nudi, autore di nature morte vicine alla nitidezza di Casorati, Cutino fu grafico di eccellente bravura. La sezione dedicata a queste opere è sorprendente. Si scopre un Cutino più attento al segno moderno. Per esempio la pubblicità essenziale e potente per l’Istituto Ottico Randazzo. Le sue donne ci sorridono ancora, con viva e eterna bellezza, dai manifesti del vino di Sicilia oppure legati al turismo, ricordandoci gli anni Cinquanta. Poi la città cannibale si mangerà la Conca d’oro che ancora splende nei quadri di Cutino, ultimo testimone, tra giardini, fiori e muretti di tufo assolati.

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Ecco Ippana, antica città nel cuore della Sicilia

Vicino a Prizzi, sulla montagna dei Cavalli, sorgeva un grande insediamento identificato attraverso centinaia di monete trovate durante gli scavi

di Guido Fiorito

Ippana. Una città perduta e ritrovata. E ancora poco conosciuta. Nel centro della Sicilia eppure ricca e raffinata come ci racconta la sua produzione artistica. Prosperosa e popolosa in modo insospettabile per un centro lontano dal mare. Polibio nel primo libro delle Storie racconta che durante la prima guerra punica l’esercito romano va ad assediare quella che conquistata sarà rinominata Panormus. “Appena si avvicinarono alla città, i consoli schierarono tutto il loro esercito in ordine di battaglia. Non uscendo i nemici loro incontro, partirono e raggiunsero Hippana, e la presero con la forza”. Siamo nel 258 avanti Cristo. Quella città è stata alfine localizzata sulla montagna dei Cavalli, vicino a Prizzi. Il risultato di venti anni di scavi e ricerche è stato illustrato dagli archeologi Stefano Vassallo, Lucina Gandolfo e Monica Chiovaro a Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo.

La montagna dei Cavalli e in alto l’area dove sorgeva Ippana

Ippana (o Hippana o Ipana) era un centro indigeno sicano e poi ellenistico che sorgeva nell’alta valle del Sosio, punto di passaggio in antichità della strada che collegava la costa settentrionale ad Agrigento e che sfruttava come viabilità anche i fiumi. Una zona stupenda dal punto di vista paesaggistico, con boschi e lembi delle antiche macchie verdi di roverella. L’acropoli sorgeva in cima alla montagna alta 1007 metri, l’abitato un po’ più sotto, una zona impervia per ragioni di sicurezza. All’esterno la necropoli.

Una delle monete raffiguranti cavallino e palmetta

“La città – dice Vassallo, che ha condotto gli scavi nel sito – fu ricostruita nel IV secolo avanti Cristo, con due cinte murarie a protezione dell’acropoli e dei caseggiati più in basso”. L’identificazione, come ha spiegato Lucina Gandolfo, studiosa di numismatica antica, è avvenuta attraverso le monete. Durante gli scavi sono state ritrovate 274 monete, alcune uguali ad altre pubblicate da collezionisti che contenevano in basso l’aggiunta della scritta Ipa. Da qui l’identificazione con Ippana.

“Purtroppo – ha detto la soprintendente Lina Bellanca – tutto è stato complicato dai tombaroli clandestini che portando via oggetti, li tolgono alla fruizione dei cittadini e, anche se ritrovati, impediscono agli archeologi di dar loro una esatta origine e datazione non potendo conoscere la stratigrafia del terreno dove erano depositati”.

I resti del teatro di Ippana

“Importante – ha detto Vassallo – è stato lo scavo del teatro, la cui parte superiore è franata verso valle inondando di pietre la parte inferiore. Abbiamo potuto così vedere come era un teatro dell’epoca greca senza i rifacimenti anche profondi effettuati dai romani negli altri teatri in Sicilia, da Taormina e Siracusa”. Quindi gradini-sedili più piccoli di pietra calcare, il pavimento dell’orchestra in terra battuta. Una spettacolare vista sulle valli dei fiumi San Leonardo e Torto. Sono state messe in luce le prime cinque-sei file; la grandezza era media, con una cavea larga 52 metri e fino a 30 file. Una capienza di circa tremila spettatori da cui si deduce che Ippana era una città con molti abitanti.

Fondazioni di un edificio di forma circolare

La sua ricchezza è testimoniata dagli oggetti recuperati nello scavo ed esposti nel museo di Prizzi in corso Umberto I: diademi in argento dorato, vasi di ceramica con raffinate decorazioni a zig zag, azzurre, gialle e bianche; iconografie rare come quella di Afrodite velata con Eros alato sulle spalle. I resti del teatro, invece, sono stati coperti per evitare che il cattivo tempo lo distruggesse, in attesa di decidere cosa fare di questo sito.

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Quel grande vuoto figlio di antichi sacchi edilizi

Una mostra racconta la storia urbanistica di quella che oggi è piazza Magione, nel centro storico di Palermo, con foto d’epoca e progetti di palazzi e monumenti distrutti

di Guido Fiorito

Piazza Magione? No, Terra vacua. Una allegoria della storia urbanistica di un’intera città racchiusa in quella spianata, perché di una spianata si tratta. Una storia raccontata in una mostra, aperta fino al 26 novembre, alla chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano, a due passi da Casa Professa, a Palermo. Sottotitolo: memorie di un grande vuoto nel cuore della Kalsa. Terra vacua era chiamata nel Cinquecento un’area di tre ettari alle spalle della Magione, che ospitava alberi da frutto e la vigna del convento. Nel 1514 tale area fu ceduta a due privati, Giovanni Battista Li Muli e Andrea L’Abbate che la dividono in lotti per costruire case e palazzi. Oggi la chiameremo speculazione edilizia.

Un momento dell’inaugurazione (foto da Facebook)

In effetti, come ha spiegato durante l’inaugurazione, Maurizio Vesco, dell’Archivio di Stato di Palermo, uno specialista della storia urbanistica cittadina, nel Cinquecento ben tredici aree interne alle mura cittadine furono lottizzate. “Sotto la spinta di una crescita demografica velocissima – ha detto – per pura avidità speculativa, una corsa all’oro, furono cancellati orti e aziende agricole, senza pensare di costruire piazze o strade adeguate”. Una sorta di sacco edilizio ante litteram.

La chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano (foto da Facebook)

L’area della Kalsa si riempie quindi di palazzi, chiese e oratori anche di pregio. Viene identificata con il nome di contrada della Vitreria, per una storica fabbrica di vetri impiantata dal ligure Alessandro Pisano nel 1542 e che durerà ben quattro secoli. Sarà distrutta da un incendio nel 1862. Le prime demolizioni iniziano nel Novecento, in particolare negli anni Trenta. I bombardamenti del 1943 fanno danni in parte riparati dai proprietari. Nel 1959 il piano regolatore prevede la via del porto, una grande strada che oltrepassi la Cala per raggiungere via Lincoln. Ovvero intende sventrare il quartiere della Kalsa.

In nome di quest’opera, ancor prima che venga approvata, l’area attorno alla Magione viene sottoposta ad espropri e demolizioni di palazzi, case e chiese. Tanto che il regista Roberto Rossellini potrà girare la finzione della battaglia di Palermo del 1860 con grande efficacia tra macerie vere. Le immagini del film “Viva l’Italia” del 1961 testimoniano ancor oggi quel che stava succedendo. I proprietari più ricchi andarono a stare in palazzi nuovi, magari sorti al posto di villini liberty. “Poi, anche per l’intervento di associazioni come Italia Nostra, la strada non fu fatta”, dice Carmelo Lo Curto, il presidente dell’Associazione Genius Loci, che ha ideato e costruito la mostra, con la scuola “Damiani Almeyda-Crispi”, in collaborazione con il Comune e il sistema bibliotecario cittadino. E aggiunge: “Non fu la guerra a distruggere l’area, come pure fu erroneamente scritto vent’anni dopo, ma un piano urbanistico comunale”.

La locandina della mostra

Una storia documentata da fotografie d’epoca e dai progetti di palazzi e monumenti oggi distrutti tratti dall’Archivio di Stato: il collegio di Maria dello Spasimo, il palazzo Starrabba di Giardinelli, casa Albanese già del principe Lanza… per ricostruire la memoria di un luogo oggi protagonista della movida estiva. In questa mostra si scopre che quel che chiamiamo piazza è solo un quartiere assente. Una terra vacua appunto.

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Le sfide di Luigi Biondo per il futuro del Museo Riso

Si presenta il nuovo direttore del Polo museale regionale d’arte moderna e contemporanea che ha preso il posto di Valeria Li Vigni, passata alla Soprintendenza del Mare

di Guido Fiorito

“Vorrei che il Museo Riso diventi la casa dell’arte, aperta a tutti. Un luogo dove tornare con grande piacere ogni giorno, dove ricevere una dose di bellezza. La migliore clinica per la città e il suo territorio”. Si presenta così Luigi Biondo, il nuovo direttore del Museo regionale d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso. Architetto. protagonista di una lunga stagione di restauri di monumenti per la Soprintendenza di Trapani, città dove è nato 59 anni fa, è stato direttore del parco di Pantelleria e, a interim, sovrintendente ad Agrigento e direttore del Parco di Segesta.

Luigi Biondo

L’ultimo incarico alla guida del museo Pepoli, dove ha fatto bene tanto da provocare proteste per il suo spostamento a Palermo. Progettista e direttore dei lavori di adattamento dell’ex Chiesa del Collegio di via Frisella a Marsala per ospitare il museo degli arazzi fiamminghi. Un dirigente dinamico che al Pepoli ospitò meravigliosi bolidi rossi di Ferrari, Alfa Romeo e Fiat per accostarli al colore del corallo.

Luigi Biondo si dice pronto ad affrontare sfide difficili, come il rilancio del museo Riso nonostante le casse siano vuote. “Cose facili – dice – non ne ho mai fatte, sento questo incarico come un’occasione importante e di crescita personale”. Oltre il museo Riso, dovrà occuparsi dell’Albergo delle Povere, la cappella dell’Incoronata, il palazzo D’Aumale a Terrasini e in più la novità del castello di Caccamo. Succede a Valeria Li Vigni andata a dirigere la Soprintendenza del Mare (ve ne abbiamo parlato qui), creata dal marito Sebastiano Tusa, l’archeologo tragicamente scomparso sei mesi fa in un incidente aereo in Etiopia.

Al Museo Riso sono in corso lavori per ampliare gli spazi espositivi con una nuova ala sulla destra del palazzo. “Credo che i lavori possano chiudersi entro l’anno – dice – e i locali potranno essere destinati per esporre tante opere che sono in magazzino. Ogni artista protagonista di una mostra ha lasciato gratuitamente un’opera al museo. Ho visto che c’è un interessante rapporto con la luce. Vorrei poi che il museo, essendo l’unico regionale per l’arte contemporanea, fosse un faro per tutti gli artisti siciliani. Per i soldi credo che sia importante prima fare dei buoni progetti e poi si possono trovare i finanziamenti anche coinvolgendo degli sponsor privati”.

Luigi Biondo nuovo direttore del Museo Riso

“Credo che oggi non si possa stare chiusi e bisogna far dialogare il passato con il presente”, risponde a chi gli obietta di non essere un esperto di arte contemporanea. Cosa non del tutto vera, per esempio, per averla proposta a Favignana. “Una scommessa difficile – ricorda – ma ha portato cinquemila visitatori in più. L’obiettivo è far apprezzare l’arte contemporanea, così come un appassionato di musica non può fermarsi al melodramma, ma conoscere il jazz o Cage. Palermo è una città di respiro europeo e sono contento di essere arrivato qui in un momento in cui c’è una nuova primavera”. E alla richiesta di citare un artista preferito risponde senza esitare: Carla Accardi. La grande artista trapanese maestra dell’astrattismo. Ma quanti la conoscono? C’è tanto lavoro da fare. Il dato di partenza: i visitatori del museo sono stati da gennaio al 31 agosto 45.009 (più 50 per cento rispetto al 2018) per circa 60.000 euro d’incasso.

(Foto: Ludovico Gippetto)

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Quel puzzle di opere con tanti pezzi da ricomporre

Tornate quattro tele nella chiesa del Santissimo Salvatore, ma ancora mancano all’appello altri tesori che si stanno individuando, tra statue e pale d’altare

di Guido Fiorito

Può una chiesa dalla storia travagliata tornare al suo antico splendore? Nella storia del Santissimo Salvatore c’è qualcosa di epico, l’impegno degli uomini che si oppone agli schiaffi e al caos della storia. Il 6 agosto per San Salvatore, la festività della Trasfigurazione di Gesù, quattro tele sono tornate ai loro posto all’interno del monumento. Negli anni Venti del Novecento, la chiesa del Cassaro, nel cuore di Palermo, fu sul punto di essere distrutta. La cupola era a rischio di crollo, molte opere furono portate via. La demolizione fu evitata, ma i bombardamenti del 1943 inflissero gravissime ferite. Dal 2013, l’associazione Amici dei Musei Siciliani ha fatto di questo monumento un simbolo del riscatto del centro storico di Palermo, riaprendola ai visitatori. La cupola è stata messa in sicurezza, aperta la terrazza, ripulite le preziose decorazioni marmoree, rifatto l’impianto di illuminazione a led, installato un sistema di videosorveglianza. Poi è iniziato l’impegno a riportare nel sito le opere d’arte disperse.

Gugliemo Borremans, “Maddalena penitente”

In questo processo, dopo il restauro degli affreschi di Vito D’Anna, si è festeggiato il ritorno di due tele del Borremans nella cappella di Santa Rosalia e due di Filippo Tancredi nel Presbiterio. “Una restituzione – ha detto Bernardo Tortorici, presidente dell’associazione – verso un luogo che ha una storia complessa”. Un prezioso puzzle in cui si stanno cercando di trovare le altre tessere mancanti. Alcune identificate, come una statua dell’Assunta attualmente nella chiesa dei Teatini, altre in via d’identificazione: la pala della cappella di Santa Rosalia sarebbe finita a Misilmeri. “Mancano all’appello – dice Gabriele Guadagna, storico dell’arte impegnato nella ricerca – le pale d’altare delle cappelle di San Biagio e San Basilio, ma non disperiamo”. Aggiunge Tortorici: “Siamo nemmeno a metà dell’opera mancano sette opere. Alcune individuate, alcune le stiamo ancora cercando”. Dove oggi sono delle tende gialle rispunteranno altre tele. Il puzzle si andrà completando.

Filippo Tancredi, “Abigail che offre doni al Re Davide”

I due immense quadri di Filippo Tancredi, pittore messinese, raffigurano “Abigail che offre doni al Re Davide” e “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto” sono tornati al loro posto sui lati di quello che una volta era il presbiterio e ospitava l’altare. Provengono dai magazzini di Palazzo Abatellis. Le tele del fiammingo Borremans, San Pantaleone e Maria Maddalena, hanno lasciato il Museo diocesano e sono state ricollocare nella cappella di Santa Rosalia. “Si realizza – dice Tortorici – l’idea del Grande Abatellis, ovvero di un museo diffuso per l’intera città”. Un risultato in cui laici e religiosi, ovvero la Curia, il Museo diocesano e quello di palazzo Abatellis, l’associazione Amici dei musei e la Soprintendenza, si sono uniti nella stessa direzione.

Filippo Tancredi, “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto”

Le tele del Borremans sono state restaurate da Mario Sebastianelli e Rachele Lucido nel laboratorio diocesano con fondi degli Amici dei musei, derivato dal 2 per mille. “Le due opere – spiega Lucido – non erano state mai restaurate, c’erano ancora i chiodi originali in canna. Hanno rivelato tanto sulla tecnica usata dall’artista fiammingo che metteva grani inerti miscelati nella composizione della preparazione lasciati a vista, come se volesse riprodurre al cavalletto la tecnica sui muri dei suoi affreschi”.

Guglielmo Borremans, “San Pantaleone”

Un altro protagonista del recupero delle opere è il rettore della chiesa, monsignor Gaetano Tulipano: “Ricollocati al loro posto – spiega – le tele ritrovano il loro significato religioso. I quadri di Tancredi erano legati all’eucarestia, quelli del Borremans si collegano ad aspetti di santa Rosalia; la componente di compassione e taumaturgica di San Pantaleone, un medico che curava gratis gli infermi e fu martirizzato, e la scelta di Maria Maddalena, che va identificata con Maria di Magdala, di una vita di penitenza da eremita in una grotta come appunto scelse santa Rosalia”.

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Restaurato il misterioso ritratto di Charlotte

La presentazione del quadro che ritrae la figlia di Luigi XVI scampata alla rivoluzione francese ha chiuso la Settimana delle Culture. È giallo sulle origini del dipinto

di Guido Fiorito

Che ci fa l’unica superstite della famiglia reale di Luigi XVI in un quadro in una stanza di Palazzo delle Aquile a Palermo? Maria Teresa Carlotta di Borbone, ovvero Charlotte, ma anche Madame Royale o Fille de France, l’orfana del Tempio, sfuggita alla ghigliottina, ci guarda con occhi malinconici, la pelle bianca e le gote rosa. Il restauro, promosso dalla Settimana delle Culture, rivela la qualità del dipinto. Di Charlotte si sa tutto: primogenita di Luigi XVI e Maria Antonietta, imprigionata dalla Rivoluzione con il fratellino, che morirà di stenti; liberata dopo la morte di Robespierre, nel 1795, quando aveva 17 anni. Del quadro, invece, si sa poco, l’autore non è stato identificato.

Il quadro restaurato

Ogni opera d’arte è bellezza e mistero. Quindi avanti con il giallo: chi ha dipinto il quadro, com’è finito a Palermo? Maria Antonietta Spadaro, storica dell’arte, è stata la prima ad interessarsi al dipinto nel 2004. “Era un’opera sconosciuta – dice, in occasione della presentazione della tela restaurata nella sala consiliare di Palazzo delle Aquile – quando la vidi per realizzare un libro sulle opere d’arte contenute nel municipio. Adesso sappiamo che esiste una copia negli uffici della questura di Caserta, firmata J.F. Pascucci 1796”. Aggiunge la restauratrice Ambra Lauriano: “È una copia perché è dipinta in modo accademico e ragionato, mentre la pennellata del quadro di Palermo è fluida”.

Spadaro fa l’ipotesi che la tela sia stata dipinta poco prima a Vienna, primo rifugio di Charlotte dopo la prigionia, e portata a Palermo da Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, andata in sposa a Ferdinando re delle due Sicilie. L’occasione? La fuga da Napoli in preda ai moti rivoluzionari e all’esercito francese, per trovare rifugio, sotto la protezione degli inglesi, in Sicilia. “Charlotte – aggiunge Spadaro – fu raffigurata anche da Heinrich Friedrich Füger successivamente, in alcune miniature e in un dipinto che è conservato all’Hermitage di San Pietroburgo. Sarebbe interessante confrontare le tecniche delle due opere”. Ovvero verificare se l’autore possa essere lo stesso.

Maria Antonietta Spadaro e Ambra Lauriano

La bellezza, il mistero. Ma c’è un terzo livello di lettura: siamo di fronte ad un simbolo della restaurazione. Charlotte viene dipinta diciottenne, vestita a lutto e senza gioielli, con i ritratti dei genitori alle spalle, il testamento di Luigi XVI, un fazzoletto, simbolo del dolore, che pende dalla mano sinistra e pare una statua vista da dietro. Un quadro “politico”, la propaganda allora si faceva anche così, un “santino” del realismo e della restaurazione di cui Charlotte sarà paladina negli anni a seguire. Ciò spiega anche il moltiplicarsi delle sue immagini. La serialità ai tempi delle crinoline, Charlotte come la Marilyn di Warhol.

La presentazione del quadro prima del restauro

Quarto livello la consistenza materica del dipinto. “Ho rimosso – spiega Ambra Lauriano – le resine, che erano state spalmate in modo disomogeneo in un restauro all’inizio del Novecento, ridipinture di colore nero, incrostazioni e polvere. Sono riemersi i gigli di Francia presenti anche nel dipinto di Caserta e i colori hanno riacquistato la luce originaria”.

La presentazione del restauro è stato l’ultimo atto della Settimana delle culture. “Abbiamo realizzato oltre duecentocinquanta eventi – dice il presidente della rassegna Bernardo Tortorici di Raffadali -, dedicando la manifestazione alla memoria di Sebastiano Tusa. Il ricavato è andato in beneficienza per le suore di padre Messina. Non si tratta soltanto di spettacoli che riguardano l’effimero, perché qualcosa è rimasto alla città: la riapertura del Loggiato di San Bartolomeo e il restauro di questo dipinto”. Riguardo a Charlotte le prossime sfide sono approfondire l’origine del quadro e trovare una sede dove possa essere vista da tutti.

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La luna brilla a Palazzo Reale, una serata tra storia e scienza

Si celebrano i 50 anni dalla storica discesa dell’astronauta Neil Armstrong sul satellite della Terra, tra filmati d’epoca, prime pagine dei giornali e osservazioni guidate da astronomi

di Guido Fiorito

C’è una particolarità nell’evento “Destinazione Luna” che martedì sera, 16 luglio, sarà celebrato a Palazzo Reale: la data scelta non coincide con i 50 anni dalla storica discesa dell’astronauta americano Neil Armstrong (21 luglio 1969) ma quella, cinque giorni prima, della partenza dell’Apollo 11. Non si tratta di un caso. Spiega Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che organizza, con l’Assemblea regionale, la serata: “Senza partenza non c’è alcuna impresa o arrivo. Una metafora dedicata a chi pensa che tutto sia scontato e a chi ha perso l’ottimismo. L’ingegno umano non ha limiti e confini. Siamo capaci di grandi imprese se abbiamo il coraggio di partire o meglio di ripartire”.

La locandina dell’evento

L’ingresso all’evento avverrà dalle 20 alle 21,30 da piazza Parlamento. L’interno del Palazzo medioevale, il cortile Maqueda, sarà dedicato a rievocare i giorni della spedizione che portò l’uomo sulla luna, con filmati d’epoca e l’ausilio di quindici visori di ultima generazione per rivivere la missione e lo sbarco attraverso una sorta di realtà virtuale. Nello stesso cortile sarà allestita una mostra di prime pagine di quotidiani e periodici che raccontano l’impresa. Dal Times al Giornale di Sicilia a L’Ora. La mostra “Castrum Superius, il Palazzo dei re normanni”, allestita nelle sale Duca di Montalto, resterà aperta per l’occasione.

Lo sbarco sulla luna

La serata si comporrà anche di una parte scientifica, in collaborazione con l’Istituto nazionale d’astrofisica e quindi dell’Osservatorio Astronomico di Palermo, con il supporto tecnologico di Lenovo. Nei Giardini reali sarà possibile osservare la luna con l’aiuto degli astronomi. Tra l’altro si verificherà quella sera un’eclissi parziale di luna con inizio alle 22,12 e il picco alle 23,30. Una tuta da astronauta permetterà foto ricordo.

Numero di Epoca dedicato allo sbarco sulla luna

“Si potranno rivivere le emozioni di quei giorni – prosegue Monterosso – attraverso i racconti dei giornalisti e dei grandi intellettuali dell’epoca testimoni dell’impresa. La luna rispecchia la cultura di ogni popolo. A Palazzo Reale, luogo dove l’incontro tra la cultura, l’arte e la storia regna da secoli, abbiamo scelto di dedicare un evento alla ricorrenza dello sbarco sulla luna. Per ricordare la straordinaria conquista legata alla tecnologia come un fatto culturale. La luna divenne qualcosa di religioso. Un simbolo di tutti noi alla continua ricerca di mondi nuovi senza saperne il perché”.

Cinquant’anni dal primo uomo sulla luna (1969, proposito riuscito) e cento dal manifesto futurista di Marinetti “Uccidiamo il chiaro di luna!” (1919, proposito fallito), due secoli dai versi de “Alla Luna” di Leopardi (1819, adesso possiamo rimirarla senza angoscia) il nostro satellite è ancora lì ad ispirare poeti e scienziati, indifferente e misterioso. E a stimolare il coraggio di sognare nuove grandi imprese. Anche nella tormentata superficie terrestre, dove essere superficiali non può bastare.

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