Si vende Palazzo Galati, la casa-studio di Guttuso nel cuore di Palermo

Il pittore bagherese aveva acquistato il piano nobile dell’edificio costruito da Venanzio Marvuglia. Oggi il prezzo richiesto è di 1,6 milioni di euro

di Guido Fiorito

Palazzo Galati, a due passi dal Teatro Massimo, via Ruggero Settimo all’angolo con via Cavour, nel cuore pulsante della vecchia Palermo. Fuori il traffico e la confusione, dentro, attraversando una lunga galleria, si rivive l’atmosfera che era abituale ai De Spuches, principi di Galati e duchi di Caccamo, tra cui, nell’Ottocento, si distinse Giuseppe, letterato e marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, che morì meno di un anno dopo le nozze. Fu anche archeologo e deputato. I De Spuches o Spucches sono un’antica famiglia, in Sicilia dalla fine del Duecento, con numerosi incarichi di rilievo nella pubblica amministrazione.

Il prospetto di Palazzo Galati in via Ruggero Settimo

Fu costruito nel 1791 da Venanzio Marvuglia, architetto palermitano eclettico che, tra l’altro, ha realizzato la casina cinese alla Favorita. Il committente era il principe di Villadorata. L’edificio appartiene alla seconda metà della produzione di Marvuglia, che dal tardo barocco approda al neoclassicismo, con due colonne imponenti di grigiastra pietra di Billiemi a difendere il portone d’ingresso. Da qui un’ampia galleria, di linee semplici, con un pavimento di grandi basole, portava le carrozze fino al cortile interno. All’inizio dell’Ottocento, il palazzo passa ai De Spuches che lo scelgono come residenza e lo ampliano con una grande terrazza (350 metri quadrati) circondata da statue con busti grotteschi innalzate su colonne. Bellissimo il salone con una volta reale che raggiunge una altezza di sei metri. I soffitti delle stanze hanno preziosi soffitti a grandi cassettoni decorati con stucchi dorati.

La terrazza

Nel terrazzo, dal 1975 fino alla morte dodici anni dopo, vivrà dolci giorni un grande artista. La storia di Palazzo Galati, infatti, torna d’attualità perché è in vendita l’appartamento al piano nobile appartenuto a Renato Guttuso. Il prezzo richiesto è di 1,6 milioni di euro. Guttuso, residente a Roma, viene a Palermo circa tre mesi ogni anno, in particolare a Natale e a Pasqua. Qui riceve i suoi amici, i Carapezza, Buttitta, Carpinello e Pasqualino. Gioca lunghe partite di scopone. Nella terrazza inondata di luce, dipinge la serie dedicata alle Ginestre e alla Piscina mediterranea.

Una delle sale del palazzo

Sulla casa veglia il custode factotum Isidoro, uno capace di pescare un polpo se il maestro lo chiede per dipingerlo. Per incontrare Marta Marzotto, Guttuso ricorre alla casa messa a disposizione da una amica. I De Spuches possedevano una collezione di armature antiche, oggi non più esistenti, e nell’immenso salone di cento metri quadri, l’archeologo Giuseppe aveva portato un bellissimo mosaico del III secolo dopo Cristo, da lui ritrovato e salvato dai picconi a Carini, in contrada San Nicolò. Lo descrive come “un gran pavimento vermiculato in stile romano, composto di piccoli pezzi cubici di marmo, terracotta e smalto”.

I balconi su via Ruggero Settimo

La leggenda vuole che la moglie di Guttuso, Mimise, avesse rifiutato il mosaico perché i pavoni raffigurati portavano sfortuna. Diversa la versione di Marco Carapezza, erede di Guttuso, che, afferma che fu il prezzo aggiuntivo a scoraggiare l’artista. Il pavimento, testimonianza dell’antica Hikkara, smontato, portato via e conservato in settanta casse, dopo molte vicissitudini, è stato acquistato dalla Regione e restaurato.

La balconata della terrazza

Quante storie può raccontare questo appartamento. Nel terrazzo, Letizia Battaglia ritrasse Guttuso e Leonardo Sciascia, sorridenti, con la sigaretta in bocca. “Erano entrambi molto felici in quel momento”, ha ricordato la fotografa. Dopo qualche tempo, l’amicizia viene definitivamente rotta da una furiosa lite per ragioni politiche. Sciascia, dopo la fuoriuscita dal partito comunista, afferma che Berlinguer gli aveva parlato di rapporti tra il terrorismo italiano e la Cecoslovacchia. Il segretario del Pci querela Sciascia per diffamazione e chiama a testimoniare Guttuso che si schiera dalla sua parte.

Una delle sale

A Palazzo Galati bussa anche un giovane Giuseppe Tornatore, filmaker alle prime armi, anche lui, come Guttuso, bagherese. Presentato da amici comuni, ottiene di poter mostrare un suo documentario all’artista. Tornatore carica sulla Cinquecento il proiettore super 8 e va con il padre a casa Guttuso. Il pittore si entusiasma del lavoro di Tornatore che ricorda: “Rispose secco che me ne dovevo andare, che restando lì non avrei mai potuto incontrare il cinema che volevo fare io. Lo confesso: alcune delle frasi che Alfredo dice a Totò in Nuovo Cinema Paradiso, nelle sequenze in cui il ragazzo sta lasciando la Sicilia, sono ispirate a quelle esortazioni di Guttuso”. Tornatore chiede solo a Guttuso di scrivergli le sue impressioni positive. In seguito, torna ogni tanto a trovarlo e nel 1982 lo intervista a lungo per un film per la Rai regionale. “Dipingeva mentre parlavamo, oppure semplicemente si stava in silenzio e io lo studiavo mentre, avvolto da una eterna nuvola di nicotina, stringeva gli occhi quasi a penetrare gli oggetti”. Oggi tutto questo non è più e l’appartamento, custode di tante memorie, aspetta di ritornare alla vita.

Non solo case a un euro, così gli stranieri riscoprono la Sicilia

Dieci piccoli centri dell’Isola hanno aderito al progetto di Its for Sicily, società londinese che punta alla vendita di residenze a basso costo per il rilancio del territorio

di Guido Fiorito

Case da comprare a basso prezzo per rilanciare i borghi siciliani. L’iniziativa di Its for Sicily ha già raggiunto l’obiettivo di coinvolgere dieci cittadine siciliane. Si tratta di una operazione che è rivolta in particolare al mercato britannico, e comunque straniero. Si rivolge anche agli italiani che vivono all’estero e vogliono tornare in patria, usufruendo di benefici fiscali. È uno sviluppo della politica, portata avanti negli ultimi anni da alcuni centri, della vendita di case ad un euro.

Gangi

I primi sono stati Salemi e Gangi che, in seguito, nel 2014, ha vinto il titolo di Borgo  più bello d’Italia nel concorso legato alla trasmissione “Alle Falde del Kilimangiaro”. Le case venivano vendute al prezzo simbolico di un euro, in cambio il nuovo proprietario si impegnava a ristrutturarle. Altri comuni hanno seguito questa strada, con risultati alterni. Un buon successo hanno riportato le iniziative di Mussomeli e Sambuca di Sicilia. L’operazione di Sambuca riguarda il quartiere dei vicoli arabi e sta per essere varato un secondo bando per case a due euro.

Il castello di Mussomeli

“Noi vogliamo andare oltre”, dice Uccio Missineo, imprenditore siciliano ed ex assessore regionale ai Beni culturali. L’operazione, portata avanti dalla società londinese Its for Sicily, una costola di Its for Italy, fondata da Matteo Cerri e Missineo, punta, infatti, su case di particolare interesse o pregio. “Gli immobili che offriremo non saranno dirupati – dice Missineo – ma tali da poter diventare molto belli dopo una accurata ristrutturazione. Immaginiamo case in vendita nei centri storici da 10.000 a 25.000 euro, dando lavoro ai professionisti e alle imprese locali per i necessari lavori, con accordi che presenteremo al compratore, in modo che sia certo del risultato”.

Un vicolo di Sambuca

I dieci comuni coinvolti sono localizzati in tre aeree. Un polo madonita con Polizzi Generosa, Petralia Sottana e Geraci. Un polo nella Sicilia centrale con Mussomeli, Aragona e Sambuca. Un polo Nord-orientale, tra i Nebrodi e l’Etna, con Novara di Sicilia, Montalbano Elicona, Castiglione di Sicilia e Linguaglossa. Sei di questi comuni fanno parte dell’associazione I borghi più belli d’Italia. “In ciascuno centro, l’amministrazione ha fatto una apposita delibera di giunta e firmato un protocollo d’intesa con noi – spiega Missineo – perché è necessario il loro impegno per sveltire le pratiche burocratiche. I borghi devono essere attraenti per i nuovi residenti. In cambio, l’operazione favorisce la crescita di iniziative imprenditoriali locali attorno a loro”. Non solo. I comuni si impegnano nell’offrire servizi adeguati e a portare avanti la sostenibilità ambientale.

Il castello di Montalbano Elicona

Il progetto prevede di offrire una serie di servizi, per rendere migliore il soggiorno dei nuovi residenti. “Pensiamo a un cittadino straniero  – spiega Missineo – che possa stare fino a tre mesi in Sicilia e allora gli offriamo, con un gestore locale, di poter affittare la casa quando non la abita, in modo che il suo possa essere anche un investimento. E poi altri servizi come accedere a spettacoli, a eventi di enogastronomia. Il nostro progetto prevede di vendere trenta case per ogni comune in tre-quattro anni. Se coinvolgeremo trenta comuni si può raggiungere le mille case che ristrutturate a 40.000 euro ciascuna possono creare un indotto locale di 40 milioni di euro”.

Uno scorcio di Geraci

L’aspetto economico si sposa a quello di rivitalizzare borghi e paesi dove la popolazione diminuisce, offrendo ai giovani una occasione per restare. L’iniziativa è stata estesa in Italia, con altro comuni di Sardegna, Puglia e Calabria. “Abbiamo ricevuto già tremila contatti di gente interessata – dice Missineo – e due terzi riguardano la Sicilia che è il traino del progetto. Abbiamo alcuni borghi riconosciuti tra i più belli d’Italia e altri come Petralia Sottana bandiera arancione del Touring Club”.

Polizzi Generosa

Geraci si è candidata al concorso di Borgo dei Borgi 2020, di cui si attende la proclamazione del vincitore. A parte le etichette bisogna vivere l’atmosfera di questi centri, in una atmosfera rilassata, tra strade che raccontano storie antiche e intorno l’esplosione della natura siciliana. Borghi medievali come Polizzi, dal titolo di Generosa ricevuto da Federico II, dove soggiornavano regine come Elisabetta d’Aragona e Bianca di Navarra. Dalle ventuno chiese e i palazzi nobiliari. Una natura altrettanto generosa, funghi, asparagi selvatici, nocciole, formaggi. O Montalbano Elicona, Borgo dei borghi nel concorso 2015, con le statue del Gagini nel Duomo, il castello di Federico III, dalle imponenti mura merlate, e vicino uno dei paesaggi più affascinanti della Sicilia: l’altopiano dell’Argimusco, con rocce scolpite dal vento e immensi massi che ricordano figure umane e animali, la vista che spazia dall’Eolie all’Etna e il vicino antico bosco di Malabotta.

L’avventurosa vita del trapanese Errante, maestro d’arte e di spada

Duecento anni fa moriva a Roma il pittore neoclassico, massone, patriota e giacobino, amante delle donne e brillante schermidore

di Guido Fiorito

Il 16 febbraio 1821, duecento anni fa, moriva a Roma il pittore trapanese Giuseppe Errante, un protagonista dello stile neoclassico. Fu un personaggio vivace: massone, patriota e giacobino, amante delle donne e brillante maestro di scherma. Di conseguenza ebbe vita avventurosa, che lo portò a errare (nomen omen) a Milano, Roma e Napoli. La sua produzione, di valore discontinuo ma con vette notevoli, è stata in parte dispersa e questo non ha aiutato il persistere di una fortuna critica che era massima al momento della morte.

“Supremazia di Napoleone”, olio su tela al Museo Pepoli

Il funerale fu fatto in pompa magna nella chiesa di San Salvatore in Onda a Roma, dove fu seppellito. Tre anni dopo l’erudito e amico Francesco Cancellieri dava alle stampe le sue memorie raccolte in vita. Errante teneva molto alle sue radici, tanto da dire al biografo: “Vi prego di mettere il solo titolo di Giuseppe Errante trapanese, che è al di sopra di tutti gli altri titoli che mi sono stati conferiti”.

Figlio di un calzolaio, Giuseppe pure lui, e di Paola D’Alessandro, aveva mostrato da bambino talento per la pittura tanto da essere mandato a Palermo prima a scuola alla bottega di padre Fedele da San Biagio e poi a quella di Gioacchino Martorana, spadaccino e libertino, assorbendo, da quest’ultimo, oltre all’arte dei pennelli, anche i comportamenti. Dopo una parentesi di ritorno a Trapani, sarà a Roma e a Civitavecchia dove affresca la cupola ellittica della chiesa dell’Orazione e Morte, con gusto rococò, oggi in parte rovinata. L’affresco di palazzo Altieri a Roma sul tema Nozze di Amore e Psiche segna il passaggio dallo stile barocco a canoni neoclassici. Obbligato dai parenti, è costretto a sposare, forse per procura, Giuseppina Vultaggio, una ragazza che ha compromesso a Trapani.

Autoritratto

Chiamato a Napoli dal re Ferdinando IV, al quale dona un quadretto con Leda con Giove trasformato in cigno, e poi da Gioacchino Murat per dipingere alla reggia di Caserta, ottiene l’istituzione di una scuola di pittura a Trapani, ma poi è costretto a fuggire per le repressioni anti-giacobine. Si imbarca ma viene derubato e gettato in mare dove si salva raggiungendo a nuoto la costa. Fuggirà ancora sotto il falso nome di Giuseppe Pellegrino “maestro di spada e dilettante di antiquaria pittorica”.

Nel 1795 è a Milano, dove, dieci anni dopo, con l’arrivo di Napoleone, può partecipare con una ventina di tele a una mostra alla esposizione a Brera. Una, raffigurante il conte Ugolino con i suoi figli nella torre, piace all’imperatrice Giuseppina, che chiede di conoscerlo. Il quadro, di cui rimane un’incisione, si è perduto. A Milano, Errante dipinge più di cento opere, la maggior parte disperse, su temi di contenuto mitologico e allegorico. È, inoltre, un ritrattista molto bravo e ricercato. Un esempio il bel quadro della nobile Francesca Ghirardi Lechi, raffigurata con la figlia Carolina. Si tratta della bellissima Fanny di cui Stendhal scrisse che aveva “i più begli occhi di Brescia”. Celebre un altro suo ritratto di Andrea Appiani, tra i pittori preferiti di Napoleone.

Testa virile

“Dipinse molti ritratti di generali francesi e alcune opere sono finite oltre le Alpi”, dice il professore Salvatore Valenti, che ha ricostruito, in un libro del 2011, la vita e le opere di Errante; quattro anni di studi, con il ritrovamento in archivi di molti documenti. A Milano il pittore fa anche il maestro di scherma e la sala è frequentata dal generale Massena, di cui fa il ritratto (perduto). Due suoi allievi, Grisetti e Rosaroll-Scorza, scrivono nel 1803 un fondamentale trattato, che dedicano ad Errante, dove per la prima volta si fondono gli insegnamenti schermistici delle varie scuole italiane. Dopo la restaurazione, fugge a Roma dove nel 1817 pubblica un saggio sui colori “per il vantaggio della gioventù siciliana”. Muore a 61 anni. Tanti perché era di salute cagionevole e i medici che lo curavano da bambino avevano affermato che non sarebbe arrivato a quindici.

“Mi dispiace – dice Valenti, presidente dell’Associazione per la tutela delle tradizioni popolari trapanesi – che non sia stato organizzato niente per l’anniversario, complice anche la pandemia. Sogno che un giorno possa essere allestita una mostra a lui dedicata al museo Pepoli con le opere sparse per il mondo”. Nel 2010, nell’occasione dei duecentocinquanta anni della nascita, venne fatto un annullo postale e a fine 2011 organizzata una mostra dei suoi quadri delle collezioni del Pepoli.  La chiesa di San Giuseppe, in via Garibaldi, ospita una tela di Errante che raffigura la morte del santo.

Un’opera di Errante alla mostra del museo Pepoli

“A Trapani – continua Valenti – ci sono molte opere nascoste in collezioni private che non è facile far emergere. A quelle giovanili si sono unite quelle portate dalla seconda moglie Matilde Gattarelli che si trasferisce a Trapani dopo la morte del marito, cedendole al municipio in cambio di un vitalizio. Di alcune opere si sono perse le tracce, compreso il ritratto di Errante dipinto dal Mazzarese”.  Matilde fece erigere un monumento sepolcrale in memoria del marito, realizzato dallo scultore palermitano Leonardo Pennino, nella navata destra della Chiesa di San Lorenzo di Trapani. Il pittore non aveva dimenticato le sue origini, era stato lui, a chiedere alla moglie, nelle ultime volontà, di riportare nella città natale le sue opere.

“Terra ai giovani”, agricoltori siciliani crescono: ecco i primi progetti

Assegnati dalla Regione i primi 430 ettari. C’è chi alleverà l’ape nera sicula, chi pianterà mandorleti biologici oppure orzo per produrre birra artigianale

di Guido Fiorito

Sono stati assegnati a dodici progetti, selezionati tra i trentadue presentati, i primi appezzamenti di terra inutilizzati di proprietà della Regione Siciliana. Si tratta di agricoltori sotto i 41 anni, che ricevono i terreni in concessione per venti anni e usufruiscono di un prestito di avvio e di esercizio a basso tasso d’interesse emanato dall’Irfis. Le intenzioni sono quelle di incrementare la produzione agricola di prodotti siciliani e di dare lavoro. Le classi di produzione riguardano in particolare coltivazioni tradizionali come ulivo e mandorlo, e autoctone della Sicilia come i grani e i legumi siciliani antichi; l’allevamento ristretto alle sole razze isolane.

Gli agricoltori assegnatari dei terreni

I terreni, in totale 430 ettari, sono in gran parte nella Sicilia interna e più povera. La presentazione dei progetti approvati, nella sala Alessi di Palazzo d’Orleans, ha visto presenti gli agricoltori. Gabriele Ferreri, con il socio Giovanni Luca Carmisciano impianterà mandorleti biologici in due lotti di terreno a Mazzarino: “Metteremo a frutto le nostre conoscenze per valorizzare le proprietà organolettiche del prodotto”. Ci sono anche volti femminili. “Mi occuperò di un lotto di Carlentini – dice Zaira Conti Mica – per produrre carne per i mercati di nicchia. Questo intervento serve a dare lavoro e a valorizzare il territorio”. Si tratta di bovini di razza Modicana e Cinisara, ovini di razza Pinzirita e Barbaresca, capre quali l’Argentata dell’Etna. Ivana Crimi Stigliolo e Lucio Di Marco si occuperanno di valorizzare l’ape nera siciliana, di grano e di produzione di biomassa a Piazza Armerina. “Una possibilità – dice Di Marco – per evitare che i giovani siciliani lascino la loro terra”.

Arnia con api

A un altro lotto piazzese di 37 ettari di dedicherà Antonio Giuseppe Buttaccio Tardio, originario di Capizzi ma con una azienda ad Aidone: “Alleverò mucche di razza modicana, pulirò il boschetto di eucalipti, seminerò grano siciliano a partire dal tumminia”. Questo intervento spicca per il punteggio più alto con quello dell’azienda di Simone Tumminelli che in 12 ettari a Barrafranca alleverà il cirneco dell’Etna, antica razza canina.

Spighe di grano

L’azienda Irias di Torrenova, sul mercato dal 2013, quindi tra i primi birrifici artigianali isolani, coltiverà orzo su un terreno di Barrafranca per trasformarlo in malto e realizzare così un prodotto interamente siciliano. Mauro Calcagna, della società agricola Giovani tradizioni siciliane, spiega che il mulino a pietra bisogna di altri spazi, che trova adesso a Villarosa per la coltivazione di cereali e leguminose per produrre farine, pasta e derivati. Ancora a Mazzarino progetti di Luigi Ficarra e di Andrea Dario Milazzo con un allevamento ovicolo e il ripristino di un mandorleto e di un oliveto. Angelo Liuzzo, invece, coltiverà piante officinali a Centuripe, ripristinando fabbricati e palmento. Giuseppe Campione si occuperà di un terreno a Calamonaci, Lucia Maria Candura a Niscemi.

Toni Scilla, Nello Musumeci e Dario Cartabellotta

“Con questa iniziativa – dice Nello Musumeci, presidente della Regione – diamo la possibilità ai giovani di realizzare il loro sogno e insieme ridurre il tasso di terreni incolti complici del dissesto e della desertificazione del territorio”. La Sicilia è la prima regione italiana per imprese guidate da under 35 in Italia: “L’iniziativa mette al centro i giovani e la valorizzazione delle eccellenze e dei territori”, afferma Toni Scilla, assessore regionale dell’Agricoltura.  “I progetti – dice Dario Cartabellotta, direttore generale del dipartimento dell’Agricoltura – sono stati valutati da una commissione tecnica e puntano ad un’agricoltura moderna con interessi di mercato”. L’operazione “Banca della terra”, chiamata anche “Terra ai giovani” continua. Nei prossimi mesi sarà emanato un secondo bando per assegnare altri 750 ettari di terreni liberi del demanio e di proprietà delle Asp, ancora nelle stesse quattro province: Agrigento, Siracusa, Enna e Caltanissetta.

Alla scoperta di Misiliscemi, il nuovo Comune che si stacca da Trapani

Dall’Unità d’Italia ad oggi, sono nati più di trenta municipi in Sicilia, con grande vivacità proprio nel territorio trapanese

di Guido Fiorito

Il territorio di Misiliscemi, il nuovo Comune approvato dall’Assemblea regionale siciliana, è ricco di storia, di natura e di infrastrutture importanti della provincia trapanese, come parte dell’aeroporto di Birgi. La decisione è conseguenza del referendum consultivo del 2018, un voto tra i trapanesi, caratterizzato da una bassa affluenza alle urne, dove vinse il sì al nuovo Comune con 3.752 voti su 7.530. Misiliscemi avrà 8.669 abitanti. Il suo territorio, un terzo di quello del Comune di Trapani, comprende le frazioni di Fontanasalsa, Guarrato, Rilievo, Locogrande, Marausa, Palma, Salinagrande, Pietretagliate.

Il territorio di Misiliscemi con le otto frazioni

L’origine del nome è araba: da Manzil-al-Escemmu, torrente o luogo elevato dove scorrono acque. Si tratta di un torrente che costeggia l’altura di Misiliscemi e sfocia in mare nei pressi della salina San Francesco. I manzil, invece, erano luoghi di sosta per chi viaggiava a cavallo. L’altura di Misiliscemi controllava le vie di accesso a Trapani. Qui passava la via Consolare romana che univa Drepanum a Lilybeum, che divenne poi la via degli arabi e la regia trazzera del Mazaro, oggi quasi del tutto scomparsa. Fu luogo di espansione di Trapani, sin dal basso Medioevo.

Uno scorcio di spiaggia a Marausa

Un territorio oggi a vocazione turistica, con i tre chilometri della spiaggia di Maurausa, alberghi e villette: l’estate la popolazione cresce fino a 25.000 abitanti. Marausa è caratterizzata dalla la torre di avvistamento dei pirati barbareschi che risale al XVI secolo, dai tanti nomi: Torre di San Francesco (perché donata al convento omonimo), o di Mezzo (tra quelle di Nubia e San Teodoro), o di Santo Stefano di Alca Grossa (perché sovrasta i fondali marini). Marausa deriva da Mara u’zach, in arabo pascolo povero. In queste contrade, tra Fontanasalsa, Marausa e Locogrande, si è combattuta la battaglia di Falconara durante la seconda guerra del Vespro. L’1 dicembre 1299, l’esercito di Federico III di Sicilia sconfisse quello angioino, che aveva occupato Trapani dal mare, e prese prigioniero Filippo d’Angiò che lo comandava.

Erice

Dall’Unità d’Italia ad oggi, sono nati più di trenta nuovi comuni in Sicilia, con grande vivacità proprio a Trapani, dove da quello che era l’immenso territorio amministrato da Erice (fino agli anni Trenta, Monte San Giuliano) sono sorti Custonaci (1948), Buseto Palizzolo (1950), San Vito lo Capo (1952) e Valderice (1955,  inizialmente con il nome di Paparella San Marco). Il capoluogo ha inglobato Xitta (1868) e Paceco (1938) che poi è tornato indipendente nel 1946.

Capo D’Orlando

Per numero di abitanti la secessione di Misiliscemi è la più imponente di sempre. Capo d’Orlando quando si separò da Naso nel 1925 aveva, infatti, circa 5.500 abitanti. I motivi di queste separazioni sono vari. Nel caso di Capo d’Orlando, uno dei motori fu la tonnara che, con il porto di San Gregorio e la fermata del treno, garantiva indipendenza economica ad una nascente borghesia quando non si parlava ancora di turismo. La secessione di Misiliscemi, invece, è iniziata con l’accusa a Trapani di occuparsi poco di queste frazioni.

Uno scorcio di Salina

Alcuni comuni hanno storie travagliate, come Alì Marina, in provincia di Messina, che nel 1928 si separa da Alì, viene abolito nel 1928, si ricostituisce nel 1946 e cambia nome nel 1954 diventando Alì Terme. Lo stesso vale per Rodì Milici. Un altro caso interessante è quello di Salina che si separa da Lipari nel 1867 e nel 1909 si divide in quattro comuni diversi, fatto unico nelle isole minori siciliane. C’è un solo caso di Comune costituito con pezzi di territorio di tre diversi centri, si tratta di Spadafora da Spadafora San Martino, Valdina e Venetico.

Il centro storico di Palermo come un grande museo diffuso

Firmato il Contratto istituzionale di sviluppo che porterà 90 milioni per proseguire il rilancio del cuore antico del capoluogo siciliano. Finanziati 17 progetti

di Guido Fiorito

Novanta milioni di euro per continuare il recupero del centro storico di Palermo. La firma con il ministero dei Beni culturali del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) riporta l’attenzione sul cuore antico della città, talmente grande da offrire ancora palazzi da recuperare, zone da valorizzare, angoli da riscoprire. Un recupero iniziato trent’anni fa, premiato dal riconoscimento Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità, che trova adesso finanziamenti importanti per 17 progetti:  11 presentati dal Comune, 5 dalla Regione e uno della Soprintendenza archivistica per il restauro e la riqualificazione della sede Gancia dell’Archivio di stato.

Palazzo Riso

La filosofia è quella di godere delle bellezze di Palermo camminando e il maggiore stanziamento, oltre 25 milioni, riguarda la riqualificazione delle pavimentazioni storiche e degli spazi aperti. Con altri due milioni per un progetto di illuminazione artistica degli itinerari Unesco e di percorsi pedonali nel centro storico. Ovvero più basole e meno asfalto. Un esempio è l’intervento presentato dalla Regione sul Museo regionale d’Arte moderna e contemporanea di palazzo Riso (6,5 milioni). “Si vuole creare un’area unica dalla piazza del Cancelliere fino a piazza Bologni, integrando con i nostri cortili, in modo che si possa raggiungere il Cassaro attraverso il museo – spiega il direttore Luigi Biondo -. L’idea generale è che il vero museo è il centro storico di Palermo”. Parte dello stanziamento sarà utilizzato per adeguare il museo agli standard europei.

Luigi Biondo

Per il progetto esecutivo dovrebbe essere coinvolto l’ordine degli architetti. “Le stanze dei cortili – dice Biondo – diventeranno botteghe artigianali e atelier di artisti. Saranno recuperate zone abbandonate come piazza del Cancelliere. Per l’esperienza che ho vissuto a Trapani, al tempo della Coppa America di vela, quando il pubblico fa interventi strutturali importanti poi il privato segue e investe. Anche a Trapani uno dei punti è stato il recupero delle antiche pavimentazioni e a Palermo per questo c’è un’ottima manodopera”.

Lo Spasimo

Si punta molto sul museo Riso. “Occorre potenziare l’offerta culturale della Sicilia – dice l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – recuperando spazi e relazioni nell’ambito dell’arte contemporanea”. Il polo beneficerà anche degli interventi di ristrutturazione e restauro dell’Albergo delle povere, in precedenza finanziati con altri 11 milioni. Lo stanziamento più importante (12,5 milioni) è per l’ex Collegio di San Rocco, in via Maqueda, oggi utilizzato dall’Università che sarà restaurato e destinato ad una nuova funzione espositiva. Altri progetti comunali riguardano il restauro del Monastero delle artigianelle di piazza Kalsa (7 milioni) e quello del Collegio della Sapienza alla Magione (5). Sono inseriti i completamenti di interventi allo Spasimo e nei locali comunali della zona di via Sant’Agostino. Tre dimore storiche torneranno a rivivere: Palazzo Gulì in corso Vittorio Emanuele, acquistato nel 1993 (2,2 milioni, completamento del restauro), all’Albergheria Palazzo Marchesi con la magnifica torre merlata (4,5 milioni) e palazzo Fiumetorto Giallongo, in passato vittima di alcuni crolli (6 milioni).

Via Vittorio Emanuele

Infine, il restauro dell‘ex convento di San Basilio di via Bandiera, che sarà destinato a casa delle culture (6 milioni). Alcuni interventi sono attesi da svariati anni. “Il centro storico – commenta il sindaco Leoluca Orlando – è stato un simbolo di degrado, conseguenza della speculazione e di scellerate scelte urbanistiche che avevano provocato lo spopolamento. Oggi è possibilità di sviluppo e rinascita civile, sociale ed economica”.

Il Museo Salinas

Gli altri progetti della Regione (in totale  4,5 milioni) riguardano il sistema museale integrato del centro storico (MuseoCity che coinvolge il centro regionale per il catalogo, palazzo Abatellis e il Salinas), GiocaMuseo (percorsi didattici via web con l’utilizzo di realtà aumentata), una mostra itinerante Sicilia, Grecia e Magna Grecia e sostegni ai servizi culturali e all’industria creativa con attenzione all’imprenditoria giovanile.

L’antica Leontinoi compie 2750 anni e aspetta il ritorno del kouros

Il 2021 è un anno importante per Lentini e Carlentini che condividono una storia millenaria, celebrata con un ricco calendario di eventi

di Guido Fiorito

È la città del filosofo sofista Gorgia e di Giacomo il notaro, considerato l’ideatore del sonetto. Lentini, l’antica Leontinoi, festeggia 2750 anni dalla sua nascita. La data di fondazione, infatti, viene fatta risalire al 729 avanti Cristo, secondo il racconto di Tucidide. Lo storico ateniese scrive che coloni greci, provenienti da Calcide, si stabilirono in questi luoghi cinque anni dopo la fondazione di Siracusa (733-734 avanti Cristo).  Un raro caso di colonia greca non marittima che si estendeva sulla collina di San Mauro e poi su quella opposta di Metapiccola.

Vista aerea di Lentini

È un momento importante per Lentini e per Carlentini (nome questo in onore di Carlo V che la volle edificare nel 1551) che condividono l’eredità dell’antica città, per rivalutare le radici e la cultura preziosa del territorio. Con un’arma in più, il parco archeologico, la cui istituzione, il 7 marzo 2019, è stato ultimo atto dell’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa prima della tragica scomparsa.

Giorgio Franco, Agostino Riitano e Luca Fazzino

“Tutto è nato – dice Giorgio Franco, presidente di Badia Lost & Found, il primo ideatore di Leontinoi 2021 – poco più di un anno fa. Agostino Riitano, project manager di Matera 2019 e adesso promotore di Procida 2022, è venuto a Lentini per presentare un suo libro e ci ha ispirato questo progetto. Abbiamo firmato un protocollo tra la nostra associazione, i due comuni e la Pro Loco di Lentini presieduta da Luca Fazzino. Un’occasione per rilanciare un patrimonio culturale trascurato e di enorme valore. L’eredità greca, il granaio dei romani, la culla della poesia con Giacomo, che i toscani chiamavano Jacopo, l’architettura di Riccardo da Lentini con i suoi castelli federeciani… L’ateniese Teocle che guidava i calcidesi, scelse l’entroterra, per il controllo delle colline degli Iblei e della piana. Perciò uno degli slogan di questo anno di promozione è Porta degli Iblei. Porta con un significato di accoglienza”.

Logo celebrativo dei 2750 anni

Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, è stato varato un calendario che durerà tutto l’anno, con più di cento appuntamenti, che inizialmente saranno effettuati in streaming in diretta su Facebook, in attesa che la situazione consenta di riprendere gli incontri di presenza. Tra i tanti argomenti previsti: gli scavi alla ricerca della Porta Nord (12 febbraio), la monetazione di Leintinoi (23 febbraio), la città romana (12 marzo), un omaggio al filosofo-scrittore Manlio Sgalambro nato a Lentini (20 marzo), le relazioni internazionali di Leontinoi (9 aprile), Caravaggio in Sicilia (18 maggio), l’alleanza con Rhegian (25 maggio), la ricostruzione dopo il terremoto del 1693 (8 giugno), il lago biviere di Lentini (22 ottobre), un incontro con il filosofo Umberto Galimberti (9 novembre).

Tetradramma di Leontinoi

Ma anche, soprattutto dall’estate in poi, performance di danza e di musica, recital di versi di Giacomo, serate a Palazzo Beneventano, gestito dalla fondazione Badia Lost & Found, vari appuntamenti con il Mercato della terra con le eccellenze produttive siciliane, visite guidate al parco archeologico, residenze di artista per l’arte contemporanea, l’ottava edizione del Lentini Art Festival a Villa Gorgia (26-27 luglio). Lentini inoltre attende per l’occasione l’esposizione in mostra del torso di Kouros, ritrovato nel suo territorio ma poi conservato a Siracusa, nel Museo archeologico Paolo Orsi, ricongiunto con una operazione di restauro, con la cosiddetta Testa Biscari, del Castello Ursino di Catania (ve ne abbiamo parlato qui).

Il logo per il francobollo

Per festeggiare la ricorrenza, sarà emesso un francobollo da Poste italiane, già approvato, probabilmente tra aprile e maggio, che raffigura il tetradramma greco di Leontinoi, ovvero una moneta della Grecia arcaica del valore di quattro dracme, con raffigurati il Leone di Eracle e il mito di Demetra, con grafica di Cristian Vecchio. Il logo di Leontinoi 2021, invece, è di Lorenzo Di Mauro.

Parco archeologico di Leontinoi

L’anniversario offre un’altra importante opportunità per i due centri confinanti. “Finalmente – dice Saverio Bosco, sindaco di Lentini – le due città stanno abbattendo le barriere che ci hanno tenuti lontani. Ciò accade nel periodo più difficile, che va affrontato ripartendo dalla cultura, il racconto della storia della nostra comunità. Una semina per raccogliere i frutti quando quest’incubo sarà finito”. Aggiunge il sindaco di Carlentini, Giuseppe Stefio: “Ogni comunità non ha futuro se non riparte dalla propria storia e i tempi sono maturi perché le nostre due comunità possano superare differenze e difficoltà”.

La luce risplende nell’arte al Museo Riso

A Palermo giornate di studi, spettacoli, incontri e mostre con protagonisti Christian Boltanski, Shay Frisch e Laura Panno

di Guido Fiorito

L’arte contemporanea dialoga con la tradizione delle icone nel nome della luce. Il museo Riso riapre la sua ala settentrionale e riempie il piano nobile del palazzo con una serie di iniziative che nelle diaspore e nei confronti-scontri tra le religioni e tra queste e il mondo laico cercano punti in comune, linguaggi ponte. “Luce da luce” è il titolo che raggruppa mostre (aperte fino al 29 novembre, ingressi contingentati per norme anti Covid) e tre giornate di studi interdisciplinari (si parla di sufismo, codici, pittura, teologia…) con spettacoli teatrali nei primi giorni di esposizione. “Un’occasione importante per il museo – dice il direttore Luigi Biondo – con gli artisti a confrontarsi nel nome della luce tra arte e realtà”.

Shay Frisch, Campo

Luce come energia e quindi materia immateriale, luce come illuminazione del divino. Il percorso può iniziare dai pannelli di Shay Frisch, artista israeliano già protagonista a Palermo Capitale della cultura 2018 con una istallazione ispirata alle geometrie della Zisa. Adesso le sue opere sono giganteschi pannelli neri o bianchi con illuminazioni minimali e geometriche. Quando ti avvicini ti accorgi che i pannelli sono formati da migliaia di adattatori elettrici, volgarmente spine con più ingressi, uno attaccato all’altro. “Il mio interesse – dice l’artista – è diffondere l’energia che crea campi elettromagnetici”. Qui siamo nel mondo della luce fredda e un po’ ironica. Le linee di accensione fanno riflettere sul confine tra visibile e invisibile.

Christian Boltanski, Cappotti neri

Ritorna poi il mondo di Christian Boltanski, artista francese tra i più noti, con radici profonde nella storia europea, ebree e ucraine. Si tratta di opere di proprietà del museo Riso, che adesso vengono di nuovo esposte. In Boltanski foto e oggetti di persone comuni vengono trasfigurati in parti della memoria collettiva. Così una grande foto ne contiene nascoste e poco visibili tante più piccole. Le luci di lampadine fredde blu incorniciano e segnano il passaggio degli oggetti a un valore iconico. Ma su tutto domina il tempo che annerisce ogni cosa. E l’ombra di una maschera d’oro diventa un teschio proiettato dalla luce sul muro di una camera segreta che è uno dei punti di maggiore emozione della esposizione.

Laura Panno, Luce da luce

Alla Cappella dell’Incoronata, la terza mostra di Laura Panno, artista veneta. Al piano della chiesa, la luce è negli sguardi di una serie di ritratti pittorici, ma in fondo, guardando in basso si vede un gigantesco occhio dalla pupilla blu scuro. Scendendo la scala a chiocciola che porta nella sala sottostante (probabilmente parte dell’antica moschea, Palermo è città di strati culturali) gli occhi si moltiplicano. L’artista spiega come si tratti di vetro soffiato nella fornace Signoretto a Murano e che il blu, come nel periodo blu di Picasso, sia un simbolo di melanconia e di morte. La Cappella dell’Incoronata, inoltre, fa parte dei luoghi del Festival Le Vie dei Tesori che dal 3 ottobre ritorna a Palermo e la mostra si può visitare con i coupon della manifestazione.

Un’opera di Rachid Koraïchi

Ritornando nell’ala settentrionale del museo, ecco “La teofania della bellezza”, ovvero opere calligrafiche e iconiche di Rachid Koraichi e Vasileios Koutsouras, ma anche di Stefania Stanojkovic, Efrem Augello, ovvero il dialogo tra la cultura islamica e quella bizantina. Una istallazione confronta un rito del sufismo con la preghiera dei monaci del monte Athos. “L’idea – dice Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali – è di utilizzare la luce in molteplici linguaggi, dall’arte contemporanea alla tradizione bizantina, provenienti da aree geografiche diverse. Per scoprire un sacro non dogmatico che non è esclusivo di un credo religioso, che può essere anche nella visione di un laico. Diverse spiritualità unite da una sensibilità comune”.

Infine, una istallazione fotografica sulla Cattolica di Stilo, chiesa bizantina in Calabria. “Per scoprire – dice Luigi Biondo – che vi sono protagonisti siciliani, come Sant’Elia di Enna, fondatore in Calabria di una comunità monastica, o San Filarete che era nato a Palermo”.

La rinascita di Maredolce, tra orti biologici e concerti

Prosegue il recupero del palazzo normanno a partire dal parco e dai giardini coltivati, con una serie di iniziative per la valorizzazione

di Guido Fiorito

Dalle mura e dalle finestre in alto lo sguardo si perdeva sul grande lago, il Maredolce, e, poi, in continuità, grazie alla prospettiva, raggiungeva all’orizzonte il mare salato. I tempi di Ruggero II, che lo abitò, e del suo sollazzo, ovvero luogo di piacere, sono lontani. Il tempo ha cambiato il panorama, compresi sullo sfondo palazzi in cemento armato. Ma il castello di Maredolce, noto anche come palazzo della Favara, resta un posto straordinario e il suo recupero prosegue il cammino, forse lento ma sicuro. L’ultima novità è il successo di un orto biologico che in questi giorni sta dando i suoi frutti, tanto che si sta valutando l’ipotesi di venderli in un mercatino due volte la settimana. Dopo la pausa dovuta al Covid, le porte del monumento, che sorge a Brancaccio, poco prima del ponte sulla Circonvallazione, si stanno per riaprire al pubblico.

Orto nel parco di Maredolce

Uno dei temi del recupero del palazzo è se ripristinare il lago, che non esiste più da tempo immemore e che conteneva un isolotto che, secondo lo spagnolo Josè Tito Rojo, botanico e studioso dei giardini, aveva la forma della Sicilia per come era stata disegnata a quel tempo dal geografo al-Idrisi, che visse alla corte di re Ruggero. Al convegno sul Parco antico di Maredolce, si è parlato anche di questo. Riprendendo un dibattito già acceso al tempo del workshop della Fondazione Benetton di due anni fa. Alla tesi dei laghisti a tutti i costi, Giuseppe Barbera, esperto di colture arboree e storico della botanica, supervisore del piano di utilizzo delle aree, oppone una visione realista con un padre d’eccezione, Cesare Brandi. Lo storico dell’arte conobbe questi luoghi durante una visita a Palermo nel 1962 rimanendo colpito dal “mare di verde di mandarini e limoni”. Per Barbera il mare dolce è oggi un mare di verde da salvaguardare e qualificare: “L’acqua deve certamente tornare in qualche spazio ma in modo diverso, l’agricoltura resta”.

Prospetto posteriore del palazzo di Maredolce

I sei ettari del parco, uno dei pochi lembi rimasti della Conca d’oro, come ha ricordato Manfredi Leone, architetto del paesaggio che ha realizzato il piano di utilizzo delle aree, è legato alla sua storia e al suo rapporto con gli abitanti. “Sarebbe bello – ha detto – disporre di 15 milioni per il restauro integrale del castello ma non ci sono e adesso è importante che i palermitani e, in particolare, i bambini, scoprano questi luoghi”. A questo proposito sono in programma una serie di iniziative e Mario Barbagallo, in qualità di presidente del Conservatorio di Palermo, ha promesso di contribuire con alcuni concerti.

Il Castello di Maredolce

Un programma di rilancio che ha visto in prima fila il festival Le Vie dei Tesori, che ha inserito dall’anno scorso il castello di Maredolce nei suoi itinerari. Facendo parte di quella “narrazione collettiva”, che, come ha detto Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori e ideatrice della manifestazione, “unisce al bello, la memoria e il senso della comunità”. Per valorizzare il luogo la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo ha affidato l’area per sei anni a un consorzio di tre associazioni e Luciano D’Angelo, presidente di So.Svi.Le. (Solidarietà, Sviluppo e Legalità) ha lanciato il dibattito. Il sogno è ripetere quel che è successo ad Agrigento per il giardino della Kolymbetra.

Una parte dell’orto di Maredolce

Proprio il direttore di quel posto magico, gestito dal Fai, Giuseppe Lo Pilato ha messo in relazione i due luoghi “dove è impossibile distinguere il valore archeologico da quello paesaggistico. Entrambi sono legati dal ruolo svolto dalla presenza dell’acqua. Quando interrogo i visitatori ad Agrigento mi rispondono di aver visto un paradiso, un luogo che illumina l’anima. Lo stesso vale per Maredolce”. Con un obiettivo a medio termine: meritare con il recupero di inserire Maredolce nell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco. “Quando i funzionari dell’Unesco vennero a visitare Palermo nel 2015 – ha ricordato la soprintendente Lina Bellanca – il castello era ancora abitato ed è stato giudicato prematuro inserirlo nell’itinerario. Abbiamo altri quattro progetti finanziati per studiare e sviluppare il sito, speriamo che la burocrazia non rallenti ancora il faticoso e prezioso recupero di questo bene”.

Le Vie dei Tesori News

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