Affreschi, mostre e un teatro decò: inaugurato il polo culturale dell’Esercito

Presentati i lavori di restauro nell’ex convento di San Francesco di Paola, sede della caserma Ruggero Settimo di Palermo

di Guido Fiorito

Il convento dei frati minimi di San Francesco di Paola di Palermo ritrova e mostra alcuni dei suoi tesori. Nell’atrio, usato fino a poco tempo fa come parcheggio, sono state liberate dai muri con porte-persiane, quattro campate del chiostro. Sotto l’intonaco sono comparsi preziosi affreschi. Il refettorio era stato trasformato cento anni fa in una sala teatro che è stata liberata e restaurata, mostrando il suo aspetto originario in stile decó.

Gli affreschi nella sala teatro

Dopo il 1866, con la confisca dei beni ecclesiastici, il complesso era stato abbandonato dai frati. Durante la prima guerra mondiale usato come deposito di grano, poi trasformato in una caserma di fanteria e in parte stravolto. Gli affreschi distrutti o coperti. Negli ultimi anni, l’esercito ha iniziato una serie di opere di recupero nelle caserme in Sicilia e ha firmato a tal proposito convenzioni con la Regione proprietaria dei locali.

Cerimonia inaugurale

In questo quadro, nel 2016, durante i lavori di recupero del convento, all’interno dunque della caserma Ruggero Settimo, nel piano di Sant’Oliva, s’intravedono delle macchie sotto l’intonaco: vengono chiamati i tecnici della Soprintendenza ai Beni culturali che con bisturi e pennelli iniziano a liberare una serie di affreschi. Risalgono poco dopo la costruzione del complesso, all’inizio del Seicento. Si tratta di storie della vita del santo: San Francesco guarisce un mercante di Tours, San Francesco in estasi non riceve il re di Francia, San Francesco in udienza dal Papa. “Dopo aver effettuato il restauro – dice oggi la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo, Selima Giuliano – possiamo attribuire gli affreschi allo Zoppo di Gangi e a Giuseppe Alvino”. Alvino detto il Sozzo era uno dei pittori più rinomati dell’epoca.

 

I lavori sono stati effettuati con un finanziamento di 25.000 euro attraverso l’Art Bonus. Non sarebbero bastati per cui è stata utilizzata manodopera dell’esercito guidata da tecnici, restauratori e studiosi della Soprintendenza: Carolina Griffo, Johnny Errera, Serena Tusa, Anna Tschinke, Cetta Lotá, Sergio Ingoglia, Valeria Bivona. Una cerimonia ha salutato la presentazione pubblica del risultato finale. Un velo è caduto mostrando ai presenti l’angolo del chiostro recuperato con gli affreschi in occasione dell’inaugurazione di quello che è il nuovo Polo informativo, espositivo e culturale dell’Esercito.

San Francesco in estasi non riceve il re di Francia

“Perché – ha spiegato il generale Angelo Scardino, comandante militare dell’Esercito in Sicilia – quello che abbiamo voluto è non solo il recupero di questo patrimonio architettonico, storico e culturale ma che possa essere fruibile da parte dei cittadini”. Il Polo comprende anche tre sale dedicate a cimeli del Risorgimento e delle due guerre mondiali, sale per esposizioni e l’ex refettorio. Quest’ultimo ampio salone era stato trasformato in teatro un secolo fa, poi in cinema della casa del soldato nel 1956, infine magazzino. Adesso potrà essere usato per eventi e convegni. Tutto ciò sarà aperto alla città. Anche qui nella parete di fondo sono stati rinvenuti sotto diversi strati di vernice, l’ultima di colore giallo, delle pitture con tecnica mista su episodi della vita di Gesù, risalenti alla seconda metà del Seicento e che devono essere ancora restaurati.

Pozzo medievale

L’ultima sorpresa di queste mura risale ad appena due settimane fa. Nelle salette adiacenti all’ex refettorio, sono stati rinvenuti sotto la vernice altri tre affreschi e, per simmetria, si immagina che un quarto sia ancora coperto dall’intonaco. Sembra che anche questi affreschi siano di ottima fattura ma si potrà sapere di più quando sarà ultimato il lavoro di recupero. Infine, è stato ripulito e studiato un pozzo medievale esistente nell’atrio. È collegato con una cisterna, ancora integra, e pesca direttamente sulla falda acquifera, una decina di metri più sotto.

Edipo dalla peste alla pandemia: si torna in scena a Segesta

Al via la seconda edizione della rassegna ideata da Lina Prosa, che unisce drammaturgia classica e sensibilità contemporanea. Eventi al tempio e teatro antico, all’ex convento di San Francesco di Calatafimi-Segesta e anche un cammino tra la natura alla ricerca del mito

di Guido Fiorito

Il teatro di Sofocle, la peste nell’antica Atene e la pandemia contemporanea, questo il tema centrale della seconda edizione dello Scena Segesta Festival 2021. Apertura sabato prossimo al tempio di Segesta, con Edipo a Colono/lontano nel bosco di Lina Prosa, ideatrice della manifestazione. “La tragedia di Edipo – dice Prosa – riporta immediatamente a noi. Nella peste come nella pandemia di Covid, c’è la ricerca della colpa individuale di una catastrofe collettiva, l’esperienza umana della separazione, le variazioni culturali del caso e del destino”.

Al via Scena Segesta Festival

Al centro del festival è l’Edipo di Sofocle, indagando su ciò che sta dietro il testo, unendo la drammaturgia classica e lo sguardo contemporaneo. All’interno lavori scenici nati dal progetto Generazione Edipo, sviluppato da Arlenika-Centro Amazzone di Palermo e l’AsKéné-LeLabò di Losanna. La regista svizzera Simone Audemars terrà una lezione laboratorio su Sofocle, il testo e l’attore, e poi curerà due Inventari su Edipo re nell’ex Convento di San Francesco a Calatafimi-Segesta. Lina Prosa si è dedicata, invece, alla figura di Giocasta, la madre di Edipo. “Giocasta Flash” è un “sopralluogo drammaturgico” al teatro antico di Segesta. Gli attori leggeranno testi in teatro durante la giornata interagendo con i turisti. Giocasta/inventario di una vita chiuderà il festival il 18 luglio. “Giocasta – dice Prosa – è un personaggio meno approfondito di Edipo. Qui chiede il suo posto in scena e  di raccontare la sua storia”.

Le prove di uno spettacolo

Ci sarà un balletto di Silvia Giuffrè, creazioni musicali per voce e suono di Fabrizio Malerba e Alba Sofia Vella e un incontro con Rino Marino, drammaturgo e psichiatra. Coinvolti diversi luoghi di Calatafimi, tra cui la biblioteca comunale e l’esterno della chiesa del Carmine dove Marina Turco e Marta Occhipinti parleranno di libri. Infine, un cammino nella natura segestana alla ricerca del mito, intitolato La strada di Edipo. “È il momento di sublimare attraverso il teatro le sofferenze che abbiamo provato- dice Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali -. La pandemia può servire a fare una rilettura della nostra esistenza. Segesta rappresenta bene con  il suo territorio la dimensione plurale dell’identità siciliana”.

Il tempio di Segesta

Nel mese di agosto, il teatro di Segesta sarà protagonista delle rappresentazioni inserite nel cartellone delle Dionisiache, il cui programma sarà presentato il prossimo 20 luglio. “Speriamo – ha detto Rossella Giglio, direttrice del Parco archeologico segestano – di poter ampliare la capienza del teatro, fissata lo scorso anno in 400 spettatori”.

SCENA SEGESTA FESTIVAL 2021, QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

Il carretto siciliano sogna l’Unesco: festa per un’icona dell’Isola

Tre giorni tra dibattiti, mostre, laboratori, esibizioni e degustazioni per una manifestazione che celebra il colorato mezzo di trasporto diventato simbolo della Sicilia

di Guido Fiorito

Lunga vita al carretto siciliano. La sua storia non è per niente banale. Nasce come mezzo di trasporto povero, due secoli fa, e diventa oggetto d’arte popolare. Come se in Sicilia tutti si fossero messi a dipingere le automobili e in modo originale: con uno stile particolare, colori accesi e storie tradizionali, in particolare delle avventure dei paladini. Carretti dipinti e carretti scolpiti a bassorilievo.

Carretto palermitano

Rilanciato come fonte di ispirazione nelle collezioni di alta moda, il carretto, con il suo passo lento ma sicuro, cerca adesso di raggiungere nuovi traguardi. È stato inserito nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia, dove priva di materia, naturalmente, è la cultura che è cresciuta attorno a questo oggetto. Adesso sogna di essere riconosciuto come Patrimonio immateriale dell’Unesco. Il primo documento in cui viene descritto un carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio nell’Isola del letterato francese Gonzalve De Nervo.

Palazzo d’Aumale

Per tutto ciò la manifestazione che si svolge per tre giorni nel weekend a Terrasini, dal 2 al 4 luglio, e che toccherà anche Palermo e Paternò, vuole dare forma a un nuovo punto di vista sul carretto e indagare la sua cultura e i collegamenti con il mondo dei cantastorie e con quello dei pupi siciliani. “Carretto, icona della identità siciliana” è il titolo dell’iniziativa che durerà fino a settembre, con epicentro il museo di Palazzo d’Aumale a Terrasini. Una occasione per rivedere la bella struttura e le sue collezioni (oltre i carretti, legate all’archeologia e alla natura). L’edificio, che guarda il mare, era utilizzato dal duca Enrico d’Orléans, figlio di Luigi Filippo re di Francia, per conservare il vino che produceva nella sua tenuta di Zucco.

Particolare di un carretto

“Durante la pandemia – spiega Domenico Targia, ex direttore del museo e oggi alla guida del Parco archeologico di Tindari – ho coinvolto in un gruppo di lavoro le dipendenti del museo, per approfondire gli studi sulla collezione di circa settanta carretti provenienti da tutte le parti della Sicilia. Bisognava fare uscire dall’oblio quelle arti che ruotano attorno al carretto”.

Selle di carretti

A Terrasini si parlerà della storia del carretto siciliano ma anche delle sue apparizioni nei film, per esempio in “Cavalleria rusticana” del 1939, e nelle pagine dei romanzi. Ma anche del suo legame con il cibo (degustazioni del companatico del carrettiere) e delle rivisitazioni contemporanee (mostra di Nina Giambona). Ci saranno gli ultimi artigiani che tengono viva l’arte del carretto, una sfilata e un incontro tra i rappresentanti dei musei interessati (un altro è ad Aci Sant’Antonio) e delle associazioni di settore per sottoscrivere il protocollo d’intesa per l’avvio del procedimento all’Unesco.

Particolare di travetto

“Proseguiamo su un percorso che è iniziato vent’anni fa con l’apertura del museo di Terrasini”, dice Luigi Biondo, direttore del Polo regionale del museo Riso da cui dipende Palazzo d’Aumale. “Strumento ante litteram di promozione, il carretto dipinto, oltre a dimostrare la ricchezza del proprietario – dice Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali – racconta la nostra anima e le diverse manifestazioni della nostra Terra, ma anche quella capacità di relazionarci con il mondo ereditata dai fenici, ai quali dobbiamo l’arte di accompagnare le parole con i gesti”.

Il 10 luglio si proseguirà a Paternò, con al centro la tradizione dei cantastorie; poi il 12 settembre a Palazzo Riso e il 20 settembre a Palazzo D’Aumale per le conclusioni e per parlare del futuro. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito.

Palermo laboratorio d’arte europeo: nasce il primo Kultur Ensemble del mondo

Battesimo ai Cantieri Culturali alla Zisa, per l’istituto di cultura franco-tedesco previsto dal trattato di Aquisgrana. Inaugurato l’Atelier Panormos che ospiterà residenze di artisti

di Guido Fiorito

La nuova Europa passa da Palermo. Nasce ai Cantieri Culturali della Zisa il primo Kultur Ensemble del mondo, il nome degli istituti di cultura franco-tedesca previsti dal trattato di Aquisgrana di due anni fa. Protagonista anche l’Italia, tanto che il nastro da tagliare per inaugurare l’Atelier Panormos, spazio che ospiterà artisti dei due paesi, era rigorosamente triplo con i colori delle tre nazioni, presenti autorità dei tre paesi. Spazio che si trova nella Bottega 1, a fianco del cinema De Seta.

La Bottega 1 dei Cantieri Culturali alla Zisa

L’iniziativa coinvolge anche il Goethe Institut e l’Institut francais Palermo (che hanno sede ai Cantieri della Zisa), oltre l’Ufficio franco-tedesco per la gioventù. Palermo ospiterà delle residenze di artisti francesi e tedeschi, che lavoreranno ai Cantieri della Zisa e in città, soggiornando a Palazzo Butera, sede della collezione Valsecchi. Sono stati scelti da due italiani con importanti ruoli nella scena artistica di Francia e Germania: Andrea Lissoni, direttore dell’Haus der Kunst di Monaco di Baviera, e Chiara Parisi, direttrice del centro Pompidou di Metz.

Juliette Minchin (foto da Facebook)

I primi due artisti sono Juliette Minchin e Caner Teker, due giovani, entrambi under 30. Le residenze dureranno tre mesi e inizieranno dopo l’estate. “Mi piace lavorare la cera calda – ha detto all’inaugurazione la francese Minchin – e nel mio studio continuamente si distrugge e rinasce. Come la storia della Sicilia, trasformata al contatto di tanti popoli”. Le sue sculture di cera o di terra sono come vive, dove la superficie sembra pelle. Ma nelle sue istallazioni utilizza anche i suoni e la luce. Caner Teker, nato a Duisburg e di origini turche, è un artista visuale con performance di new dance in cui il suo corpo è protagonista.

Un momento dell’inaugurazione

“Tutte le strade portano a Palermo – ha detto il francese Jean-Baptiste Lemoyne, segretario di Stato per il turismo – ed è come se Dumas e Goethe, che hanno visitato la Sicilia, fossero in dialogo tra loro. Un dialogo tra identità e alterità”. Per la collega tedesca Michelle Muntefering, ministro aggiunto alla Politica culturale internazionale, l’Isola “è una pietra miliare della vita culturale europea”. Mentre il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova ha citato Philippe Daverio, che a Palermo ha insegnato: “Il senso dell’Europa sta anche nei sensi, annusare, mangiare, sentire in cui troviamo le nostre radici comuni”. Per il sindaco Leoluca Orlando, “Palermo diventa punto di incontro degli intellettuali di Francia, Germania e Italia per riconciliare libertà ed eguaglianza nel nome della fraternità”.

Palermo sarà coinvolta. Infatti, si vuole creare una contaminazione tra gli artisti e la cultura locale. Gli artisti entreranno in contatto con scuole d’arte e accademie, diventando protagonisti di eventi e festival.

La musica invade il centro storico di Palermo: al via i concerti del Conservatorio

Dalla classica alla contemporanea, fino al jazz: 19 appuntamenti più altri 26 con gli studenti in diversi luoghi della città: da Palazzo Sant’Elia allo Spasimo, dalla Cattedrale a Santa Maria in Valverde

di Guido Fiorito

Un palcoscenico che abbraccia tutto il centro storico di Palermo. Il Conservatorio “Alessandro Scarlatti” riprende l’attività concertistica dopo un lungo stop. Una estate di eventi che puntano sugli spazi all’aria aperta, per coinvolgere più spettatori anche se i numeri potranno essere contingentati per la pandemia. Diciannove concerti più altri ventisei con protagonisti gli studenti.

Daniele Ficola

Inizio il 15 giugno alle 20 con “Scene dalla Boheme” a Palazzo Sant’Elia e chiusura a fine novembre. “In effetti – dice il direttore Daniele Ficola – il Conservatorio, dopo la chiusura di due mesi nel 2020 all’inizio della pandemia, ha continuato la sua attività a pieno ritmo. Non ci siamo fermati, è una vera gioia tornare a suonare con il pubblico. Lo facciamo con nuove collaborazioni istituzionali e con tutti i generi musicali che vengono studiati nelle nostre classi”.

La compagnia di “Scene dalla Bohème”

La Fondazione Sant’Elia, l’Accademia di Belle Arti e il Teatro Massimo, sono coinvolti nell’apertura della stagione. L’atrio del palazzo di via Maqueda ospiterà: “Scene dalla Boheme. Come Palermo ammaliò Giacomo Puccini”, da una idea di Giovanni Mazzara, con il coordinamento artistico di Tiziana Arena. “Nel 1986, dopo la caduta nella prima di Torino, la Boheme – dice Mazzara – ebbe il primo trionfale successo al Politeama Garibaldi di Palermo. Gli applausi alla fine furono tanti che fu ripetuta l’ultima scena all’una di notte anche se alcuni cantanti si erano in parte liberati di parrucche e costumi. La Boheme si incrocia con la Belle  Èpoque palermitana. Mimi e Musetta sono anche Franca e Giulia Florio”. Ignazio Florio e la moglie Franca accolsero e festeggiarono Puccini a Palermo e la cronaca di quei giorni si sposa all’invenzione.

Alberto Cavallotti e Federica Maggì durante le prove di “Scene dalla Bohème”

“Siamo entusiasti di questa stagione dal vivo ricca di proposte – dice Mario Barbagallo, presidente del Conservatorio -. Continuiamo a collaborare con le altre istituzioni della città e stiamo studiando un protocollo d’intesa per coinvolgere Palazzo Butera e Valsecchi nella ristrutturazione dell’ex convento di San Francesco, spazio che ci è stato assegnato e che andrà ristrutturato”. I concerti spaziano su tutti i generi musicali, dalla musica classica e contemporanea fino al jazz. Tra questi anche l’esecuzione dell’Histoire du Soldat di Stravinsky e un concerto dell’Orchestra Sinfonica diretta dagli studenti. Protagonisti alcuni giovani musicisti hanno già ricevuto importanti riconoscimenti: il soprano Federica Guida, le pianiste Carmen Sottile, Rosamaria Macaluso e Ludovica Franco, il flautista Federico La Rosa vincitore dell’ultima edizione del Premio Abbado.

Palazzo Sant’Elia

Oltre a Palazzo Sant’Elia, protagonisti, con la collaborazione tra gli altri di Curia arcivescovile, Guardia di Finanza e Brass Group, anche l’atrio della caserma Cangialosi ovvero dell’ex convento domenicano di Santa Cita, lo Spasimo, la Cattedrale, Santa Maria in Valverde. Il Conservatorio, che ospiterà concerti nell’atrio e nella sala Ferrara, ha una storia prestigiosa e lunga più di 400 anni. È rinato dalle macerie delle bombe del 1943 che distrussero gran parte dell’edificio originario, di cui resta la facciata e il portale trecentesco.

Da Prizzi alle rotte dei cieli: quel pilota pioniere dell’aviazione in Sicilia

Giuseppe De Marco ha dato un contributo importante alla storia dell’aeronautica dell’Isola. Adesso un libro ricorda le sue imprese

di Guido Fiorito

Tra i temerari sulle macchine volanti di un secolo fa c’era anche un giovane di Prizzi che ha ricoperto un ruolo importante nella nascita dell’aeronautica siciliana. Giuseppe De Marco, questo il suo nome, si innamora dell’aviazione vedendo volare l’aviatore francese Roland Garros sui cieli siciliani. Contro la volontà del padre, decide ventenne di andare a Torino alla scuola di pilotaggio aereo di Antonino Chiribiri dove prende il brevetto di pilota nel 1915. Segue l’abilitazione militare a San Giusto (Pisa) e diventa istruttore. Una vicenda che oggi rivive in un libro scritto da Salvo Di Marco, studioso di storia dell’aviazione. Farmacista da tre generazioni, partendo dal modellismo si è appassionato ai veicoli reali, diventando giornalista di riviste aeronautiche.

Giuseppe De Marco

È stato il nipote dell’aviatore, stesso nome Giuseppe De Marco, a portare alla luce l’esistenza di questo pioniere dell’aviazione, quando per volare sugli apparecchi di tubi e di tela serviva, oltre la capacità tecnica, grande coraggio. Il nonno aveva raccolto una serie di foto che raccontano tutta la sua carriera di pilota e che ora sono uno dei punti di forza del libro. Durante la prima guerra mondiale, De Marco è impiegato per breve tempo in prima linea. “Fa in tempo – dice Salvo Di Marco – a conoscere Francesco Baracca. Poi si dedica al compito d’istruttore e tra i suoi allievi alcuni, come Silvio Scarioni, si rivelano tra i grandi assi della guerra aerea. Viene tra l’altro, impiegato come pilota per gli esperimenti di telegrafia aerea di Guglielmo Marconi”. Marconi, già premio Nobel, si rivela un compagno di volo affabile: racconta barzellette e De Marco gli fa indossare il suo giubbotto.

De Marco con uno dei suoi aerei

Il pilota siciliano viene poi destinato al pattugliamento con idrovolanti delle coste siciliane, una parte poco nota della prima guerra mondiale. “I sommergibili tedeschi – spiega lo storico Alessandro Bellomo, che ha collaborato con Di Marco – facevano incursioni sulle coste siciliane per cercare di mettere in difficoltà l’Italia, soprattutto dopo Caporetto. Una pace separata avrebbe permesso alla loro flotta di discendere l’Adriatico e mettere in difficoltà il traffico degli approvvigionamenti inglesi nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez. I sottomarini a volte emergevano, tirando cannonate alla costa. Due attacchi furono fatti sulla Chimica Arenella a Palermo e tra Messina e Taormina”.

L’aviatore in una foto d’epoca

“È una storia che ci sta particolarmente a cuore – dice Fabio Giannilivigni, presidente dell’Aereo Club Palermo, che ha ospitato la presentazione del libro – perché De Marco è stato dopo la guerra uno dei fondatori dell’Aereo Club Sicilia e dell’aeroporto di Boccadifalco, che festeggia i 90 anni di vita. Poco prima si volava qui vicino, nel fondo Marasà”.

Targa in piazzale De Marco

De Marco, dopo aver sposato una ragazza torinese, si stabilisce in Sicilia lasciando l’esercito in seguito a un incidente aereo.  Nel 1920, durante un volo di collaudo, l’elica si blocca per un bullone difettoso: l’ammaraggio in mare non è facile e nell’impatto si fracassa il naso sui comandi. Dopo la convalescenza, l’esercito gli propone di restare ma a condizione di abbandonare il volo attivo. De Marco preferisce lasciare la divisa pur di continuare a volare, in particolare con un biplano Caudron di sua proprietà. Poi sarà assunto al Comune di Prizzi. Muore nel 1980. A Palermo sono intitolati a De Marco il piazzale principale dell’aeroporto di Boccadifalco e una strada che conduce al campo tenente Onorato, attorno al quale, come ha ribadito il sindaco Leoluca Orlando, nascerà una cittadella dello sport.

La street art invade le Madonie, murales coloreranno 18 borghi

Da settembre, 48 artisti provenienti da tutto il mondo dipingeranno le loro opere su centinaia di case e palazzi. Previsti anche interventi digitali in realtà aumentata

di Guido Fiorito

Dai riti propiziatori e di ringraziamento della natura precristiani al mito della velocità della Targa Florio; dai riti religiosi cristiani all’epoca medievale con l’epopea dei Ventimiglia; dai prodotti della terra agli antichi mestieri in via di estinzione. Sono alcuni temi proposti alla street art che sta per invadere le Madonie. Dal prossimo 13 settembre, 48 artisti di tutto il mondo raggiungeranno diciotto comuni della provincia di Palermo per dipingere dei murales. Una imponente operazione di riqualificazione urbana che riguarda 186 case e palazzi pubblici e privati. Una lista, ottenuta da 259 proposte, che adesso sarà inviata alla Soprintendenza ai Beni culturali per una definitiva approvazione.

Castelbuono

I comuni interessati sono: Alimena, Aliminusa, Bompietro, Caltavuturo, Castelbuono, Cerda, Geraci Siculo, Gratteri, Lascari, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Pollina, San Mauro Castelverde, Sciara, Scillato, Sclafani Bagni, Valledolmo. Il progetto si chiama “I art Madonie”, con capofila la società So.Svi.Ma, ideato e diretto da I World e finanziato dalla presidenza del Consiglio nell’ambito del bando periferie.

Polizzi Generosa

“Gli artisti che saranno selezionati – spiega Lucio Tambuzzo, ideatore e direttore generale I Art Madonie – dovranno presentare pubblicamente il loro progetto e interagire con la comunità per rappresentare nella loro opera lo spirito del luogo. Per esempio, potranno essere rappresentati personaggi importanti per le comunità locali, come Dolce, Scorsese o Borgese a Polizzi, oppure le tecniche degli intagliatori di manna, le ricamatrici di Aliminusa e Bompietro. Quindi una contaminazione tra le tradizioni e i nuovi linguaggi artistici di paesi di tutto il mondo”.

Uno scorcio di Caltavuturo

“Senza il coinvolgimento delle comunità – aggiunge Alessandro Ficile, amministratore unico So.Svi.Ma. – non c’è sviluppo, perché questo va collegato con l’elemento identitario. Naturalmente senza l’esaltazione esasperata tra campanili. Il nostro non è un progetto ma fa parte di un processo di sviluppo che nelle Madonie è iniziato 25 anni fa”.

Murale di Daviù

In questi giorni partirà la selezione degli artisti, che sarà realizzata da un comitato di valutazione che comprende il curatore David Diavù Vecchiato, Chiara Canali, Marco Miccoli e Laura Barreca direttrice del museo civico di Castelbuono. I primi tre artisti riceveranno un premio di 3000 euro, dal quarto al diciottesimo 800 euro con ospitalità completa. Per tutti saranno pagate le spese per i materiali, come spray e vernici, e i servizi, per esempio impalcature, per realizzare le opere. I primi 18 artisti rimarranno in Sicilia venti giorni, i restanti 30 la metà.  “La street art – dice David Diavù Vecchiato – riporta gli artisti a tremila anni fa, quando gli uomini espressero le prime manifestazioni artistiche incidendo con una pietra le pareti della roccia. Gli artisti dovranno ritrovare quello spirito, dando un nuovo immaginario a storie antiche”. Rimediando a quella che Leoluca Orlando, sindaco della città metropolitana di Palermo, durante la presentazione del progetto in videoconferenza, ha definito la “poca attenzione alla contemporaneità del nostro territorio, con qualche eccezione come Manifesta”.

Un’opera di street art

Un secondo bando riguarderà altri cinquanta artisti che produrranno delle opere digitali in realtà aumentata che si potranno vedere nei luoghi delle Madonie collegandosi con cellulari e computer. “Alcune opere – dice Tambuzzo – potranno invadere in modo virtuale palazzi, piazze e chiese che naturalmente non possono essere oggetto di murales reali”. “Tutto ciò – ha detto Roy Paci, musicista coinvolto nel progetto – potrà portare nuovi turisti sulle Madonie, soprattutto i più giovani”. Alla fine, infatti, si realizzerà una vera e propria mappa con gli itinerari di street art sulle Madonie.

Arabi in Val di Noto, alla ricerca di una civiltà nascosta

Una conferenza al Museo Civico di Noto ha fatto il punto sulle tracce della presenza islamica scoperte nel territorio: sepolture, centri abitati e tanti reperti presto in mostra

di Guido Fiorito

Lo splendore della Palermo arabo-normanna rischia di lasciare nel buio le testimonianze di una presenza islamica che riguarda tutta la Sicilia. Meno conosciuta è, per esempio, la presenza degli arabi nel Val di Noto. Tra le cause certamente la resistenza opposta dai bizantini, per cui Enna cadde solo nell’859 e Siracusa addirittura nell’878, oltre cinquant’anni dopo il primo sbarco arabo a Mazara. La conquista del Val di Noto, fu lenta, costellata di assedi e saccheggi nelle campagne. Eppure tutto ciò produsse una cultura con punte straordinarie, come il grande poeta Ibn Hamdis di Noto, dov’era nato nel 1056, ovvero nell’ultima fase della dominazione araba nell’isola, tanto da morire in esilio a Barcellona.

Museo Civico di Noto

Dalla Spagna cantava della sua patria, che era la Sicilia: “Custodisci Iddio una casa a Noto e fluiscano su di lei le rigonfie nuvole! Con nostalgia anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle sue belle donne”. “La presenza islamica in Val Di Noto – dice l’archeologo ragusano Lorenzo Guzzardi, direttore del parco archeologico di Leontinoi – non è molto conosciuta, anche perché una ricerca archeologica in questa direzione si è sviluppata solo negli ultimi decenni e in precedenza le indagini stratigrafiche erano meno accurate”. Guzzardi ha fatto il punto di queste ricerche, che hanno coinvolto decine di archeologi, in una conferenza via web, indetta proprio a Noto, tra gli ultimi centri a cedere ai normanni, dal Museo Civico, gestito da Luca Licitra, e dall’associazione Herakles. Moderatrice Sabrina Tavolacci.

Veduta aerea di Noto Antica

Si attende, tra l’altro, l’apertura del rinnovato museo civico archeologico di Noto, chiuso dopo il terremoto del 1990, ospitato nell’ex monastero delle Benedettine. Il nuovo allestimento, curato dall’archeologa Laura Falesi, è già pronto, ma dev’essere ancora definito a chi spetterà la gestione. Conterrà una serie di reperti che sono stati scoperti negli scavi degli ultimi anni nei numerosi siti della zona, da Nota Antica alla Villa del Tellaro.

Piazza Duomo a Siracusa (foto Giulio Giallombardo)
Piazza Duomo a Siracusa

Le tracce della presenza islamica sono diffuse ma spesso nascoste. Le troviamo da Enna a Piazza Armerina, da Butera a Siracusa. Sepolture di epoca islamica sono state riportate alla luce in più parti ma l’assenza di corredi non aiuta le ricerche. Nel castello di Enna, per esempio, gli scavi hanno rivelato i resti di due capanne, con buchi per i pali, probabilmente occupate da militari dell’esercito islamico. A volte gli indizi sono dati dalle strutture viarie, come a Butera dove una zona dell’abitato è caratterizzata da strade strette e caotiche tipiche delle citta arabe, come pure nel quartiere La Graziella ad Ortigia. E gli scavi confermano con il ritrovamento di ceramiche, monete e sepolture islamiche. Per esempio con gli scavi in piazza Duomo e al palazzo dell’Arcivescovado di Siracusa.

Il Castello di Noto Antica

“A Noto – ha detto Guzzardi – tracce della presenza araba sono state trovate scavando nella zona del Castello, mettendo in luce una chiesa normanna con sotto strati che vanno dall’epoca ellenistica a quella islamica. A Piazza Armerina, vicino alla Villa del Casale, gli archeologi hanno messo in luce quattro abitazioni con muri in pietrame bene organizzati e ceramiche che datano le case al X-XII secolo. Contengono due forni. Uno contiene tracce di cannamele, che fanno ipotizzare la lavorazione della canna da zucchero, introdotta in Sicilia in questo periodo dai musulmani”.

Il Fortilitium di Ispica

Certamente gli arabi, com’è usuale nel Maghreb, occuparono anche le numerose abitazioni rupestri esistenti in Val di Noto, da quelle più accessibili di Cava d’Ispica a quelle impervie di Cavagrande del Cassibile che gli archeologi hanno potuto studiare soltanto con l’aiuto degli speleologi. Anche in queste zone, pur se in misura minore che in Sicilia occidentale, sono presenti toponimi di origine araba. Per esempio, è stata proposta per Comiso, la derivazione dall’arabo da hums, quinta parte, collegata alla parte di terre conquistate diventate proprietà dello stato musulmano. Per le abitazioni rupestri nei canyon è diffuso nella zona il nome ddieri, come il Ddieri di Baulì, dall’arabo al diar che significa casa. Indagini per strappare testimonianze alla polvere dell’oblio. La stessa polvere, scriveva Ibn Hamdis, “in cui si son consumate le membra e le ossa dei miei avi”.

Naso borgo da scoprire: una terrazza tra boschi e mare

Il piccolo centro dei Nebrodi punta al restauro della chiesa del Santissimo Salvatore, chiusa da sei anni, e vuole rilanciarsi nel turismo culturale e naturalistico

di Guido Fiorito

Riparte dal restauro della chiesa del Santissimo Salvatore il rilancio di Naso, centro collinare sopra Capo d’Orlando che fino al 1925 era soltanto sua frazione. La chiesa è chiusa dal gennaio 2015 quando era crollato il bel sagrato di pietre in cotto nasitano davanti all’ingresso. Adesso, grazie a un finanziamento dell’assessorato regionale alle Infrastrutture di un milione e 250mila euro, sarà possibile la messa in sicurezza della chiesa, in particolare del tetto, dove sono avvenute infiltrazioni d’acqua, e dell’esterno con il ripristino del sagrato. La gara di appalto è stata vinta dalla ditta Bono costruzioni di Montelepre. Il primo atto sarà di mettere al riparo dai danni le numerose opere d’arte ospitate dalla chiesa.

Chiesa del Santissimo Salvatore

“I lavori sono complessi ma speriamo di poter riaprire tra due anni”, dice l’arciprete Francesco De Luca. La chiesa risale al Quattrocento ma fu rifatta in stile barocco dopo il terremoto del 1739 che squarciò la parte anteriore, con il conseguente crollo il tetto. È caratterizzata da una bella facciata con due torri campanarie mozze, forse perché non completate o per le conseguenze di uno dei numerosi sismi che hanno colpito questa zona. L’interno è diviso in tre navate divise da dodici colonne monolitiche in marmo di Billiemi.

Naso

Fu ancora danneggiata dal terremoto del 1783, con sciami di scosse che durarono tre anni, e da quello del 1978. La preziosa tavola fiamminga raffigurante una Madonna e il bambino della scuola di Joos Van Cleve, dopo questo ultimo avvenimento, fu spostata al Museo d’arte sacra nelle suggestive catacombe della chiesa di San Cono. All’interno del Santissimo Salvatore notevoli un trittico marmoreo di Antonello Gagini con la Vergine tra i santi Andrea e Gregorio, la cappella di marmi mischi della Madonna di Portosalvo, il pulpito ligneo sospeso.

Il centro storico con la Chiesa Madre

Un altro stanziamento di 210mila euro riguarda la messa in sicurezza della chiesa di San Pietro. “Il recupero delle nostre chiese – dice il sindaco Gaetano Nanì – fa parte di serie d’interventi per il rilancio turistico di Naso, anche se alcune iniziative sono state rallentate dalla pandemia”. Tra queste c’è la riapertura del teatro Alfieri, di architettura neoclassica, costruito alla fine dell’Ottocento, dopo una chiusura durata sessant’anni. Sorge sul luogo dell’antico castello di Naso. Purtroppo persi in una antica ristrutturazione le decorazioni di legno intagliato dei palchi. Nei prossimi mesi i lavori saranno completati con i nuovi impianti.

Porta Convento

Frati di vari ordini si stabilirono in queste contrade dalla conquista normanna in poi, per la tranquillità e l’isolamento. Ciò contribuì allo sviluppo economico e demografico di Naso, tanto che nel 1642 le fu dato il titolo di città. Dal bel chiostro del convento dei frati minori agonizzanti il panorama è vasto e affascinante, raggiunge tutte le sette isole Eolie. Il centro storico, tra i vicoli di sapore medievale, è pieno di sorprese. Tra le chiese più importanti quella dedicata al patrono San Cono, con il campanile quattrocentesco e la bella cripta completamente decorata, e la Chiesa Madre.

Corso Umberto

San Cono nacque a Naso durante il regno di Ruggero II, fu monaco basiliano ed eremita in una grotta. Viene considerato il protettore dei malati di orecchie e di naso, tanto che tali organi sono stati aggiunti, sotto un leone rampante, allo stemma del paese. Così Naso viene scelta per meta dei congressi dei medici otorinolaringoiatri. Nonostante il suo nome derivi da altro: probabilmente da Nesos (isola) ai tempi della Magna Grecia. Naso è costruita, infatti, su una sorta di isola in cima a una collina. Nella chiesa Madre notevole la Cappella del Rosario, con i suoi marmi mischi sparsi di simboli teologici ed esoterici, anche legati ai templari.

Spiaggia di Ponte Naso

Naso, non solo monumenti ma anche natura. Una terrazza tra le colline ricoperte di boschi e il mare. Tremila e cinquecento abitanti (ma erano quasi 8.000 nel 1925), 500 metri di altezza, è circondata dal verde, con un quinto del territorio coperto da boschi, prevalentemente sugherete. “Abbiamo organizzato – dice il sindaco Nanì – un percorso di trekking lungo quasi sette chilometri dentro ai boschi. Del nostro territorio fa parte anche la spiaggia di ponte Naso, lunga quasi due chilometri, uno splendido pezzo di costa tra i territori di Capo d’Orlando e Brolo, incontaminata, senza case e inquinamento, circondata da agrumeti. Il futuro turistico della nostra zona passa dal formare con altri sindaci una rete di località dei Nebrodi in grado di attirare visitatori”.

Prove di ripartenza: nuovi voli dall’aeroporto di Palermo

La compagnia Wizz Air farà base nello scalo siciliano con due aerei e sette rotte, un segnale di speranza per il turismo

di Guido Fiorito

Il turismo scommette ancora sull’estate. L’annuncio di Wizz Air di aprire una base al Falcone-Borsellino con due aerei stanziali e sette nuove rotte dall’inizio di giugno, rimette in modo le speranze di un comparto che vale il quindici per cento circa del prodotto interno lordo siciliano. La pandemia ha bloccato la crescita del turismo in Sicilia. Nel 2019 il movimento passeggeri a Palermo aveva raggiunto i sette milioni, con un incremento del sei per cento sull’anno precedente. Nel 2020, i voli sono stati dimezzati dalle conseguenze del Covid 19, e così i passeggeri dei voli nazionali; mentre sono stati persi più di due terzi dei turisti stranieri. In totale il movimento è stato di  2,6 milioni di passeggeri.

Uno degli aerei Wizz Air

L’annuncio di Wizz Air, una delle compagnie low cost europee più agguerrite, porta una ventata di ottimismo in tempi di grande incertezza, perché solo una vaccinazione diffusa potrà salvare il turismo e non sappiamo in che misura avverrà entro l’estate. “Viviamo un momento complesso – ha detto il sindaco Leoluca Orlando, nella conferenza stampa di presentazione dei nuovi voli  – e questo è il modo migliore per non farsi rubare il diritto al futuro. Pensiamo nello stesso modo della compagnia, il nostro turismo deve essere attrattivo, sicuro e poco caro”.

L’aeroporto di Palermo

Attualmente si vola soprattutto in Italia, per motivi di lavoro o salute. Ad accogliere in aeroporto i passeggeri, non dotati di un test molecolare effettuato nelle precedenti 48 ore, sono i tamponi rapidi gratuiti dell’Asp o di un altro laboratorio a proprie spese, che, con la negatività, danno il via libera alla visita, secondo l’ordinanza regionale in vigore. A chi rimane senza test, tocca una quarantena fiduciaria di dieci giorni.

Viaggiatori in aeroporto (foto Rudy and Peter Skitterians, da Pixabay)

Si spera vada meglio nei prossimi mesi. Tutte le compagnie vendono i biglietti estivi con flessibilità fino al limite del 30 settembre o 31 ottobre. Alcune danno una possibilità di cambio illimitata, altre permettono uno o due cambi di data. Questo per favorire le prenotazioni estive, ma, appunto, in un periodo ancora di incertezza. In questo quadro si inserisce Wizz Air con le sue nuove rotte da Palermo su Bologna e Pisa (giornalieri), Treviso (5 voli settimanali), Torino (4) e Verona (3) in Italia, Basilea (2) e Londra Luton (3) all’estero.

L’ingresso dell’aeroporto

“Questo è un giorno importante per la nostra crescita in Sicilia – dice George Michalopoulos, direttore commerciale di Wizz Air -. L’apertura di una base a Palermo permetterà anche orari più favorevoli, come partenze la mattina presto e arrivi di sera. Grazie alla nostra politica di acquisto di nuovi airbus, possiamo far volare questi aerei di età media bassa in continuità per una intera giornata, potendo così offrire tariffe in media più basse di tutti. Abbiamo potuto continuare ad espanderci anche con la pandemia, grazie ai successi degli anni precedenti”. Ha commentato il direttore generale di Gesap, Natale Chieppa: “Da ogni crisi, dicono i manuali di management, nasce una opportunità”.

Intanto l’aeroporto Falcone e Borsellino non si ferma: “Anche noi siamo impegnati a migliorare la sostenibilità ambientale – dice l’amministratore delegato Giovanni Scalia – con parcheggi verdi, il parco a mare, il riutilizzo dell’acqua. I lavori sulle infrastrutture non si sono mai fermati, il terminal sarà sempre più accogliente, con più servizi e sicurezza. Ogni passeggero che arriva porta in media 500 euro di pil alla Sicilia. Far ripartire il traffico è una opportunità importante di sviluppo e di posti di lavoro per il nostro territorio”.

Le Vie dei Tesori News

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