Capitale della cultura 2021, Scicli punta sui siti Unesco

La cittadina ragusana sta lavorando a un dossier che coinvolgerà anche altri comuni. Un’occasione per migliorare i servizi ai turisti, ma anche quelli per i cittadini

di Guido Fiorito

L’abbiamo appena rivista in televisione splendente dal cielo nella sigla e per le strade nei nuovi episodi del commissario Montalbano: per Scicli si tratta ora di andare oltre e affermarsi con i valori culturali che esprime la sua storia. Come altri tre centri siciliani – Trapani (qui l’articolo), la vicina Modica (qui l’articolo) e Palma di Montechiaro – Scicli ambisce a diventare capitale italiana della cultura del 2021. L’emergenza sanitaria ha prorogato i termini per presentare la candidatura (fissati in precedenza al 2 marzo) fino al 30 giugno. In corsa una quarantina di città in tutta Italia. Intanto Parma, la capitale di quest’anno, per lo stesso motivo, è stata costretta a sospendere ogni manifestazione e chiede il prolungamento al 2021, per cui la corsa per le città siciliane potrebbe essere posticipata al 2022.

Via Francesco Mormino Penna (foto Wikipedia)

“Il nostro dossier – dice Caterina Riccotti, vicesindaco e assessore alla cultura di Scicli – è già pronto, mancano da definire gli ultimi atti di alcune collaborazioni che sono rimasti sospesi dall’emergenza che stiamo vivendo. Se ci fosse un rinvio di un anno, inizieremo lo stesso appena possibile con gli eventi preparati. Ne abbiamo pronti anche per quest’anno se la situazione cambiasse in meglio come tutti speriamo”. Se i particolari del dossier sono tenuti top segret, qual è la filosofia della candidatura? “Fare un dono alla città di Scicli, puntare su tutti i siti Unesco dell’itinerario città tardo barocche della Val di Noto e quindi coinvolgere i comuni di tre province, Ragusa, Siracusa e Catania, e l’aeroporto di Comiso. Saranno protagoniste le università e importanti centri culturali anche fuori dalla Sicilia. Certamente mettiamo in primo piano Piero Guccione con la scuola pittorica di Scicli”.

Uno scorcio di Scicli (foto Wikipedia)

Scicli come il luogo dello sguardo che raggiunge orizzonti lontani, come scriveva il comisano Gesualdo Bufalino: “Nato nell’estrema propaggine della Sicilia (da un’altura, nei giorni chiari, chi ha vista acuta può scorgere Malta; e, se soffia un certo scirocco, piombano sulle soglie a morire le locuste del Faraone)”. Scicli come parte di un tutto, nato da un disastro, il terremoto del 1693 per trasformare, come scrisse Vincenzo Consolo, “la distruzione in costruzione, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice”. Un tutto dove le chiese (da San Matteo a San Giovanni Evangelista fino a San Bartolomeo) oppure Palazzo Beneventano, sono legati non solo nello stile a quelle di Noto, Modica, Ragusa fino a Catania. Sono accomunati da una stessa storia, di una ricostruzione che ha puntato sulla bellezza di monumenti e opere d’arte e che coinvolse gli stessi architetti, ingegneri e artigiani. Pur con variazioni come l’uso della pietra lavica scura a Catania.

Palazzo Bonelli Patanè

Ma cosa significa questa candidatura per Scicli? “Innanzitutto – continua Riccotti – fare una programmazione culturale. Siamo partiti dalla base coinvolgendo le associazioni, ovvero il nostro humus culturale. Questo percorso è in ogni caso per Scicli una vittoria. Il fenomeno Montalbano è una vetrina importante e dura ormai dal 1999 ma adesso bisogna governare questo interesse per Scicli e indirizzarlo verso i processi culturali. Sarà un’occasione per migliorare i servizi ai turisti ma anche quelli destinati ai cittadini. Grande attenzione sarà data alla sostenibilità di ogni iniziativa e alla terza età. Ma per ora non posso dire di più”.

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La Sicilia prima dei greci: una storia scritta sulle rocce

Presentati i risultati di una ricerca durata alcuni anni sui siti rupestri nella Valle dell’Alcantara, monumenti e testimonianze tutte da scoprire

di Guido Fiorito

Com’era la Sicilia prima dell’arrivo dei greci? Una risposta cerca di darla anche la archeoastronomia, ovvero la scienza che ricostruisce le conoscenze delle popolazioni antiche attraverso il loro sapere astronomico, utilizzando l’allineamento degli edifici o dei monumenti funerari da loro costruiti. Un precursore è stato Sebastiano Tusa che cercò e ottenne l’aiuto degli astrofisici per sapere di più sui sesi, tombe megalitiche di cinquemila anni fa di Pantelleria o di altre tombe a pozzetto dell’età del rame o a grotticelle come quelle di Pantalica dell’età del bronzo antico. Scoprendo che erano allineate ad est, ovvero dove sorge il sole, o a sud con il sole allo zenith.

Ricerche nel Tempio della Concordia di Agrigento

L’argomento è stato al centro di un incontro per la rassegna “Comunicare l’antico”, organizzata dal Parco archeologico di Naxos Taormina, in collaborazione con NaxosLegge e Fulvia Toscano, in occasione delle manifestazioni della prima domenica del mese, in cui l’ingresso è gratuito. Al Museo di Naxos hanno parlato l’archeologo Massimo Cultraro e l’astrofisico Andrea Orlando che si è dedicato all’archeoastronomia. Orlando ha riferito i risultati di una ricerca durata alcuni anni sui siti rupestri nella Valle dell’Alcantara.

Palmento rupestre nella Valle dell’Alcantara (foto Emilio Messina)

Monumenti e resti poco conosciuti e in certi casi nemmeno tutelati dai vincoli della Soprintendenza. Una ricerca condotta con la collaborazione di Francesco Calabrese, una guida naturalistica che conosce bene i luoghi, e il fotografo e digital artist Emilio Messina. Un risultato interessante riguarda i palmenti rupestri. Si tratta di due vasche collegate da un foro, con le quali si realizzava il vino in antichità. Nella prima l’uva veniva versata, pigiata e fatta riposare; nella seconda, più bassa, il mosto defluiva per fermentare. “Già Davide Tanasi, archeologo siciliano dell’università di Tampa – dice Orlando – aveva trovato con indagini di paleobotanica tracce di vino dell’età del rame, 3000-4000 anni avanti Cristo, in una grotta del monte Kronio, vicino Sciacca. Così i palmenti rupestri della valle dell’Alcantara mostrano che il vino era diffuso tra le popolazioni antecedenti la venuta dei greci. Infatti, con confronti dal punto di vista morfologico, possono essere collegati al bronzo medio, 1500-800 avanti Cristo, cioè antecedenti all’arrivo dei coloni calcidesi a Nazos del 734. Questi siti e palmenti, oggi sconosciuti spesso anche agli abitanti della zona, potranno far parte di itinerari in modo da renderli fruibili a tutti. Alcuni ricadono in proprietà private”.

Tomba a Thapsos

Gli studi di Orlando hanno interessato anche altri luoghi siciliani. “A Thapsos, nel comune di Priolo Gargallo, le tombe della necropoli sono al settanta per cento orientate verso est e il punto in cui sorge il sole. Le rocce megalitiche dell’Argimusco, sopra Montalbano Elicona, sono di origine naturale, ma si tratta di un luogo frequentato sin dall’antichità. I primi abitanti poterono osservare come il sole sorgesse ad est proprio sulla Rocca Salvatesta, oggi vicino di Novara di Sicilia nei giorni dell’equinozio, ovvero il 21 di marzo e di settembre. Le popolazioni preistoriche l’usavano quindi come un calendario naturale per sapere quando arrivava una certa stagione per ragioni legate all’agricoltura e alla religione”.

Nella foto grande in alto, tombe rupestri di Mojo nella Valle dell’Alcantara (foto Emilio Messina)

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Hotel come musei, l’idea prende forma anche in Sicilia

La proposta è di esporre nelle strutture alberghiere alcuni dei tesori custoditi nei depositi, così da spingere i turisti a visitare i luoghi e le collezioni da cui provengono

di Guido Fiorito

In Sicilia i magazzini dei musei sono pieni di migliaia di opere d’arte conservate nell’ombra che nessuno può vedere (ve ne abbiamo parlato qui) e i parchi archeologici sono visitati da un numero di turisti inferiore al loro grande potenziale. Allora perché non unire le forze tra beni culturali regionali e albergatori per rendere più affascinanti gli hotel, aumentare presenze e biglietti d’ingresso? La proposta è stata fatta in questi giorni alle Ciminiere di Catania da Mario Bevacqua, past president dell’Uftaa, ovvero dell’Unione della Federazione delle agenzie di viaggio Iata del mondo.

L’area archeologica di Tindari con il santuario sullo sfondo

L’idea è che gli alberghi espongano nei loro locali pezzi autentici dei musei che sono conservati nei depositi in modo da spingere il turista a visitare i luoghi e le collezioni da cui provengono. “Tutte le spese – chiarisce Bevacqua – sarebbero a carico degli albergatori, dal trasporto alla sicurezza, con telecamere a circuito chiuso e assicurazioni. Le reception aperte 24 ore su 24 possono garantire la necessaria sorveglianza. Il tutto scritto in un regolamento tra assessorato regionale si Beni culturali e Federalberghi che possa garantire imparzialità e certezze per l’imprenditore privato e vincoli le soprintendenze a prestare i pezzi”.

La piscina di Villa Igiea

Il tutto è riassunto in due parole: Archaeological Hotels. Non soltanto alberghi di lusso. “Certamente ci sono tanti alberghi storici – dice Bevacqua – da Villa Igiea al des Palmes, dal Timeo di Taormina al des Etrangers di Siracusa e altri, ideali per esporre opere d’arte ma può funzionare anche per un villaggio turistico o un bed & breakfast dove potrebbero essere mostrati monete e vasi. Ma andrebbero messe in vista opere anche nei porti siciliani dove passano due milioni di croceristi che non devono fare una toccata e fuga”. La proposta prevede che l’esposizione punti a immergere il visitatore in un allestimento che lo emozioni e non consista in una semplice vetrina con una targhetta. In modo che il turista sia invogliato a chiedere alla reception di cosa si tratta. Il personale dovrà essere all’altezza e per questo si pensa a un coinvolgimento delle università siciliane per la formazione, nei corsi e con master specifici.

Il Tempio C di Selinunte

Il punto di partenza è che il patrimonio culturale della Sicilia non è conosciuto per quel che vale e che quindi bisogna fare qualcosa. “Chi sa che il parco archeologico di Selinunte è il più grande d’Europa? – dice Bevacqua -. Se quella zona è stata scelta da quattro anni per il Google Camp ci sarà un motivo. Anche se i jet privati dei grandi personaggi ospitati hanno difficoltà ad atterrare nei nostri aeroporti e i loro yacht ad attraccare nei nostri porti. Il parco di Agrigento è stato scelto da Dolce e Gabbana, la foto dei grandi del mondo al teatro greco di Taormina con la vista dell’Etna è stata tra le più cliccate del pianeta. Bisogna che lo sappiano tutti. Oggi il turista cerca l’unicità. Sono stato all’Itb, la fiera di Berlino. Erano presenti 224 nazioni che vogliono fare turismo, alcune hanno poco da offrire ma lo sanno vendere. La concorrenza è grande. Se è vero che il parco archeologico di Agrigento fa quasi un milione di visitatori il suo potenziale è almeno doppio. Dobbiamo mostrare al mondo che la Sicilia non è bella ma unica”.

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Trovate sepolture sotto San Giovanni degli Eremiti

Presentati i risultati dei saggi di scavo realizzati nel monumento arabo-normanno di Palermo, che fa parte dell’itinerario Unesco

di Guido Fiorito

Saggi di scavo e ricerche documentarie e iconografiche, per sapere di più su San Giovanni degli Eremiti, monumento che fa parte dell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco a Palermo e che attira decine di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Un compito non facile, per la sovrapposizione di interventi, in particolare quello del restauro ottocentesco diretto da Giuseppe Patricolo che mirava alla ricostituzione di una ideale purezza medioevale anche a costo di demolizioni. Altre furono fatte negli edifici adiacenti a fine Ottocento per realizzare la strada.

Scavi a San Giovanni degli Eremiti

Cinque studiosi, hanno fatto il punto, in un incontro organizzato dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, a Palazzo Ajutamicristo. Dopo l’introduzione della soprintendente Lina Bellanca, Teresa Torregrossa, autrice di una monografia sul monumento, ha spiegato come San Giovanni sia sorto nei giardini del Palazzo reale vicino al torrente Kemonia e a ridosso delle mura normanne. Fu costruita sotto il regno di Ruggero II. Il restauro di Patricolo del 1880 mise in luce un ampio edificio vicino al transetto destro della chiesa, che si ipotizzò essere stata in origine una moschea, tanto da chiamarlo “sala araba”. Due saggi di scavo, realizzati l’anno scorso durante il rifacimento del percorso turistico, fanno, invece pensare che sia stata costruito in età normanna. “Abbiamo trovato – ha detto l’archeologa Carla Aleo Nero – delle sepolture che fanno parte di una necropoli di età islamica e recuperato dei frammenti ceramici della stessa epoca”. Nella stratigrafia non c’è altro fino al livello della pavimentazione della sala. “I normanni – ha detto l’archeologo Stefano Vassallo – costruirono la chiesa sopra l’area della sepoltura, sul ciglio della parete rocciosa che scendeva verso il Kemonia”.

Il chiostro di San Giovanni degli Eremiti

Altre ricerche riguardano la cappella dei santi Filippo e Giacomo. L’archivista Paola Scibilia ha illustrato due documenti del XV secolo con notizie inedite sulle opere murarie della chiesa. Uno del 1461 contiene l’elenco di lavori commissionati da Giliforte de’ Bonconti, abate commendatario di San Giovanni, di origine pisana. Si tratta di rendere impermeabile il tetto della chiesa, di costruire un muretto sul terrazzo sommitale, di riparazioni e rifacimento in sagrestia dove pioveva dentro, della demolizione dell’altare maggiore e la ricostruzione in posizione più arretrata, di pavimentare il piano esterno alla chiesa e di interventi nel dormitorio. Il tutto per 29 onze, una somma considerevole.

Interno della chiesa

L’anno successivo un altro documento testimonia i lavori affidati a maestri di Cava dei Tirreni, fatti appositamente venire in Sicilia, per il rifacimento integrale della copertura con volta a crociera della cappella dei santi Filippo e Giacomo, contenuta anch’essa nella cosiddetta “sala araba”. Su una parete esistono tre affreschi in parte rovinati ma di cui lo storico dell’arte Giovanni Travagliato ha potuto ricostruire l’iconografia e proporre una datazione. Al centro, acefala, c’è una Madonna Odigitria, ovvero che indica il cammino. “È una immagine ripresa in affresco – ha detto – dai mosaici bizantini, come quello della Cappella Palatina. La Madonna indica il figlio che è piccolo ma con fattezze di adulto. Si tratta di un affresco bizantineggiante della seconda metà del Duecento. I santi sono appunto gli apostoli Filippo e Giacomo D’Alfeo detto il minore, raffigurati insieme perché i loro corpi furono portati e deposti a Roma nella cripta della Basilica dei Santi XII apostoli”.

San Giovanni degli Eremiti

Di San Giovanni degli Eremiti esistono anche due modelli che furono mostrati durante l’Esposizione nazionale di Palermo del 1891-92, la cui storia è stata ricostruita dall’architetto Salvatore Greco. Furono realizzati da Giovanni Rutelli, un maestro nell’intagliare la pietra che ebbe riconoscimenti internazionali e fu protagonista del restauro della chiesa al tempo del Patricolo, quando furono inserite nuove pietre per consolidare i muri. I modelli di solito erano in legno o gesso, questi sono invece in pietra, in scala uno a due. Oggi si trovano nei locali dell’ex facoltà di architettura in via Maqueda. “Quello che ammiriamo oggi a San Giovanni degli Eremiti – ha detto Greco – è anche frutto dell’arte di questo intagliatore”.

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Orlando e la Sirena tornano a calcare il palcoscenico

Rinascono due pupi storici della collezione del Museo delle marionette di Palermo, dopo il restauro condotto dagli operatori dell’Università

di Guido Fiorito

Il paladino Orlando e la Sirena ammaliatrice sono rinati a nuova vita e sono tornati al loro destino di attori in legno e metallo sul palcoscenico del Museo internazionale delle marionette “Antonio Pasqualino” di Palermo. Anche i pupi pregiati, tra l’altro posti sotto il vincolo della Soprintendenza, vanno restaurati. È così si è festeggiata la salute ritrovata dei pupi, dopo la cura degli operatori del corso di laurea magistrale in Conservazione e restauro dei beni culturali dell’Università di Palermo, con cui, nell’occasione, il museo ha rinnovato la convenzione quinquennale di collaborazione.

Restauro della Sirena

Sono preziose le teste dei due pupi, in particolare quella della Sirena che fu scolpita da Girolamo Bagnasco nel primo Ottocento. Bagnasco, caposcuola di una famiglia di scultori, è noto per le sue opere in legno a carattere religioso che si trovano nelle chiese di tutta la Sicilia. Non è un viso stereotipato, come spesso capita nei pupi con grandi occhi neri, ma un volto dai lineamenti umani e seri, fatto per incutere paura. Rappresenta l’aspetto fantastico che è protagonista quanto quello storico nell’Opera dei pupi.

Una fase del restauro

“Questa sirena – dice Belinda Giambra, che ha condotto il restauro con Stefania Giuffrè e Antonella Tantillo, oltre le allieve del corso – è del tipo a due code, una tipologia più antica di quella romantica della sirena con una sola coda che si è affermata nei tempi moderni. Le sirene dell’epoca greca erano metà donne e uccelli nella parte inferiore, poi s’impose questa tipologia metà donna e metà pesce, con due code che troviamo anche nel soffitto dipinto dello Steri”. Simbolo oscuro è la sirena: rappresenta una seduzione mortale, così da sostituirsi ad Angelica per tendere la trappola a Orlando. Fino al duello in cui il paladino è imbattibile. Il pupo Orlando fu realizzato nell’Ottocento da Francesco Paolo Di Giovanni, di una famiglia di pupari.

“Abbiamo restaurato i due pupi – ha detto Giambra – come fossero un dipinto prezioso, con documentazione fotografica e indagini con la fluorescenza. Abbiamo trattato il legno in modo canonico, chiudendolo in una bolla anossica, cioè priva di ossigeno, per debellare qualsiasi presenza di insetti. E poi il restauro con la pulitura delle superfici, il ripristino con lo stucco di mancanze, la reintegrazione pittorica”. Restaurate anche le parti metalliche usurate dall’utilizzo in palcoscenico e ossidate per l’opera del tempo. Nella scuola palermitana le armature sono decorate con arabeschi e motivi a rilievo saldati in stagno, rendendole più pregiate. Inoltre sono state restaurate anche le parti in stoffa, alcune decorate con passameria, con pulizia attraverso micro aspiratori e risarcimento delle cuciture e delle parti distaccate.

Pupo di Orlando restaurato al Museo Pasqualino

“I pupi – dice Rosario Perricone, direttore del museo Pasqualino – erano spesso considerati non pregiati in quanti oggetti di cultura popolare. Un approccio sbagliato che ha portato a danni. Questo restauro indica una metodologia precisa corretta. Il pupo va mosso e agitato, un’operazione complessa, dietro i fili ci sono personaggi reali e vivi”. Il restauro dei pupi è stato finanziato grazie ad Opera tua, il progetto di Coop Alleanza 3.0, che destina durante l’iniziativa l’un per cento dell’incasso dei prodotti a marchio nei supermarket per riportare a nuova vita opere d’arte in tutte le regioni d’Italia e per progetti con finalità sociali o ambientali. In Sicilia, nel 2017 era toccato alla fontana del Genio di Palermo in piazza Rivoluzione (ve ne abbiamo parlato qui) e nel 2018 al Ritratto di gentiluomo attribuito a El Greco di Castello Ursino a Catania.

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I misteri della lapide quadrilingue tra mito e storia

Un libro di Giovanni Tessitore indaga sulla pietra funeraria normanna custodita alla Zisa, che racchiude scritte in greco, arabo, latino ed ebraico

di Guido Fiorito

I miti si nutrono di realtà storica e la realtà storica di nutre di miti. Cosa sappiamo davvero sulla Palermo dell’epoca normanna? Giovanni Tessitore, professore di sociologia del diritto, con la passione della storia, affronta il tema a partite da una lapide ormai famosa, quella che riporta un testo in quattro lingue e che fu commissionata da Crisanto, chierico di re Ruggero II, nel 1149. Una lapide che è stata indicata come esempio del multiculturalismo e della tolleranza della Palermo normanna con un riferimento alla città di oggi. Una star: ha lasciato il Castello della Zisa per essere esposta a Tel Aviv, a Istanbul, a Mannheim fino alla mostra del 2016 al British Museum di Londra che raccontava 4000 anni di storia della Sicilia.

La Zisa

Ne “I mille enigmi della lapide quadrilingue” (edito dalla Banca popolare Sant’Angelo in occasione dei cento anni di vita) Tessitore si mette nei panni di un investigatore che voglia capire quale sia la realtà di questa lapide e distinguerla dal mito. Il risultato sono trentasei domande con il titolo interrogativo per altrettanti capitoli, cui non si dà spesso risposta ma ipotesi di soluzione. “Una finestra su un mondo scomparso che va ancora indagato”, la definisce Pasquale Hamel nella introduzione. La lapide è un esagono irregolare di 40 centimetri di base e 32 di altezza che contiene iscrizioni in quattro lingue, in altrettanti riquadri talmente piccoli da diventare un rompicapo per gli studiosi.

Giorgio di Antiochia con la Vergine, mosaico nella chiesa della Martorana

Le lingue usate sono il greco, l’arabo del tipo della cancelleria normanna, il latino e un ebreo bizzarro. Il testo di quest’ultimo riquadro è scritto con caratteri giudaici, ma che sostituiscono parole arabe. In più, per lo spazio ristretto, vi sono parole sintetizzate, deformazioni di lettere per entrare negli stretti limiti, sintesi con il metodo della tachigrafia  (sorta di stenografia dell’epoca) ma anche contrazioni irregolari e addirittura scritte in verticale che si intersecano con quelle orizzontali. Insomma un vero enigma per gli studiosi. Perfino le date sono una Babele: quella nel testo latino parte dall’anno zero, ovvero la nascita di Cristo; per gli arabi dal 622 dopo Cristo anno dell’egira, l’esodo di Maometto; quella ebrea è ricavata dall’origine del mondo, l’equivalente del 3761 avanti Cristo, che per i greci era fissata al nostro 5508 avanti Cristo.

Casa Professa (foto Fabio P., Wikipedia)

Dal testo greco sappiamo che si parla della sepoltura della madre di Crisanto, di nome Anna, morta nel 1148, sepolta “nella grande chiesa congregazionale” e poi spostata in una cappella che viene indicata all’interno della chiesa di San Michele de Indulciis che sorgeva nella zona che oggi ospita Casa Professa. Tessitore sostiene la tesi che la grande chiesa della lapide non fosse la cattedrale (“a quel tempo non era stata costruita ed esistevano i resti di quella antica”) ma Santa Maria della Grotta, nella zona della attuale biblioteca comunale, centro devozionale dei greci melchiti, i cattolici di rito bizantino, cui apparteneva Crisanto.

Ritratto di Federico II con il falco

Emerge poi la figura di Giorgio di Antiochia, sorta di primo ministro del reame, condottiero e ammiraglio di valore, capace di conquistare Tunisia e parte della Libia, ancor più potente in quell’epoca in cui Ruggero II è devastato dalla malattia. “Antiochia potrebbe non essere la città di provenienza di Giorgio – dice Tessitore – ma un attributo, in quanto il patriarca di Antiochia è il fondatore della chiesa greca di riferimento. Per comprendere quei tempi dobbiamo guardarli con gli occhi di allora e non con le nostre categorie moderne”. Da qui l’ipotesi di guardare alla tolleranza dei normanni come una scelta di pochi invasori “di opportunità per tenere unito un tessuto etnico e sociale assai variegato. Vedere in ciò il riflesso del dialogo e della fratellanza tra le culture è ingenuo. Molti studiosi tendono a ridimensionare la vulgata della Palermo urbs felix populi trilinguis. Così come si attribuiscono a Federico II molte prerogative e valori positivi riconducibili correttamente al nonno Ruggero II”. Tesi che fanno discutere e gli storici si sono confrontati animatamente alla presentazione del libro.

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Riaffiora la Palermo islamica, reperti nel cuore della città

Sorprese durante gli scavi per i dissuasori in via Maqueda, in meno di due mesi riempite trenta cassette di materiale da pulire, catalogare e studiare

di Guido Fiorito

Camminiamo sulla storia della città. Basta scavare e neanche troppo a fondo. I lavori per i dissuasori antiterrorismo all’inizio di via Maqueda, nel centro di Palermo, hanno permesso di far riemergere, a meno di un metro e mezzo di profondità, reperti di età islamica e di epoche successive. Il team della Soprintendenza ai Beni culturali, formato dalle archeologhe Francesca Agrò e Carla Aleo Nero e dallo specializzando Andrea D’Agostino, ha completato il suo lavoro. In meno di due mesi sono state riempite trenta cassette di materiale da pulire, catalogare e studiare. I ritrovamenti sono stati fatti all’angolo con via Cavour a due passi da piazza Verdi. Un punto importante perché segnava la fine della città tardo cinquecentesca.

Lo scavo in via Maqueda

“Questo scavo aggiunge importanti notizie a quelle emerse in altri scavi del centro storico nell’ultimo decennio – dice l’archeologa Carla Aleo Nero – per esempio a piazza Bologni, piazza Vittoria e Sant’Antonino e nella zona della nuova Pretura. Questi scavi ci hanno mostrato l’espansione della città islamica che era ampia ma costituita da pieni e da vuoti che spesso ospitavano giardini. All’inizio di via Maqueda abbiamo trovato testimonianze di epoca islamica e poi più niente fino alla tracce del bastione tardo cinquecentesco. Ciò significa che questa zona era abitata in epoca araba e poi non più. In accordo con quanto sappiamo dalla storia: nell’ultima fase della dominazione araba, con l’arrivo in Sicilia dei normanni, infatti, ci sono 30-40 anni di anarchia e instabilità politica e chi può abbandona la città”.

Mappa della cinta muraria con i bastioni cinquecenteschi

Gli scavi sono serviti anche a stabilire il luogo in cui sorgeva uno dei tredici bastioni della cinta muraria alla fine del Cinquecento, che portava il nome di Bastione di San Giuliano o della donna D’Itria o Vidua (vedova). “Alla fine del 500 – spiega Carla Aleo Nero – la cinta muraria normanna viene rinforzata con i bastioni, in seguito ai mutamenti delle tecniche di guerra. Conosciamo i luoghi dove sorgevano ma senza estrema precisione. Il ritrovamento negli scavi di via Maqueda di una struttura a grossi blocchi di arenaria permette di identificare il luogo dove sorgeva il bastione e dove fu aggiunta la porta Maqueda poi demolita quando fu realizzato il Teatro Massimo. Le mura, di cui esistono per esempio tracce in corso Alberto Amedeo, segnavano dal tempo dei normanni in poi la netta divisione tra città e campagna. Se questa cinta muraria esistesse ancora sarebbe molto bella”.

Frammento di ceramica

La campagna si è chiusa con lo scavo di un pozzo quadrangolare che era stato riempito con terra che conteneva frammenti di ceramica di età islamica. Si è lavorato con difficoltà anche per la presenza di una ventina di tubi di servizio realizzati da fine Ottocento in poi. “Abbiamo rinvenuto – conclude l’archeologa – anche un canalone fognario di grandi dimensioni con volte a botte che attraversa tutta via Maqueda. Gli operai del Coime, che stanno lavorando ai dissuasori, sono stati bravi ad ascoltare le nostre indicazioni. Il tutto è il risultato di una bella collaborazione tra la Soprintendenza, diretta dall’architetto Lina Bellanca, e i vertici del Comune. Il deposito stratigrafico documenta almeno due fasi dell’abitato di età islamica e abbiamo trovato molti reperti: ceramica anche invetriata e da mensa, lucerne, pentole, tegole, anfore dipinte. Tanti frammenti e alcuni potranno essere uniti tra loro”. Un affascinante puzzle e alla fine di studi e restauri, le conclusioni saranno esposte in pannelli sul luogo dello scavo per raccontare ciò che si trovava sotto ed è riemerso alla luce.

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I lingotti nei fondali di Gela tra mito e scienza

Un incontro all’Arsenale borbonico di Palermo ha fatto luce sui preziosi blocchi di oricalco rinvenuti in fondo al mare, esposti insieme a due elmi corinzi

di Guido Fiorito

L’hanno chiamato l’oro di Atlantide ed è stato trovato in lingotti nel mare di Gela. Quasi novanta pezzi di oricalco strappati all’oblio dei fondali dai subacquei, con la Soprintendenza del Mare. Uno dei successi mondiali del metodo Sebastiano Tusa, l’archeologo che sapeva unire e guidare le forze umane disponibili per ritrovare in mare gli oggetti preziosi della Sicilia antica. E poi studiarle e valorizzarle. Il collegamento con Atlantide è dato dal fatto che Platone, nel dialogo Crizia, dice che in questa isola mitica il tempio di Poseidone aveva una cerchia di mura di oricalco. Un luogo ideale, di cui non è certa neanche l’esistenza, ma che accende la fantasia: c’è un atlantide-mania con collocamenti geografici disparati, dall’Antartide al Giappone fino alle Bahamas.

L’Arsenale della Marina Regia

“L’importanza dei lingotti – spiega Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare – è data dal fatto che si tratta di un ritrovamento unico, pochissimi gli oggetti di oricalco antico esistenti nei musei”. L’oricalco non è altro che una lega di rame e di zinco, ovvero una specie di ottone, che in antichità esisteva ma in quantità limitate, tanto da essere prezioso. Fu usato dai romani per coniare sesterzi. Da qui un incontro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, con l’Associazione italiana di Archeometria, dedicato ai lingotti, con la partecipazione degli studenti delle scuole gelesi, e l’illustrazione di tutti gli esperimenti scientifici ai quali sono stati sottoposti, con interventi di Eugenio Caponetti, Maria Luisa Saladino, Mario Berrettoni e Francesco Armetta. Incaricati da Tusa di verificare che non si trattasse di falsi.

I lingotti esposti all’Arsenale

L’ipotesi di partenza è che risalgano al VI secolo avanti Cristo, epoca dei relitti delle navi e di altri reperti ritrovati nei fondali gelesi. Test sono stati fatti nell’università di Palermo e di Bologna, nell’Istituto nazionale di geofisica e in Inghilterra. Le indagini non invasive, con uno spettrometro portatile a raggi X, hanno trovato una quantità di zinco, inferiore al 27 per cento, compatibile con lavorazioni antiche. Per realizzare i lingotti sono stati utilizzati tre minerali: sphalerite e smithsonite (zinco) e malachite (rame), sottoposti ad un processo di fusione oltre i mille gradi, in stampi diversi tra loro con un raffreddamento a tempi lenti. Sono stati fatti micro prelievi e sottoposti a indagini chimiche statistiche, capaci di riscontrare sostanze presenti in un milionesimo di parti.

Lingotti di oricalco

La conclusione è che il gruppo dei primi 39 lingotti trovati nel dicembre 2014 è simile per composizione a quello di 47 recuperato nel febbraio 2017. Sono divisibili in cinque-sei sottogruppi che potrebbero indicare manifatture in luoghi diversi. Stesso risultato al Rutheford Appleton Laboratory e poi nelle indagini con neutroni a Palermo. Sono state fatte ricerche sulle tracce di isotopi di piombo che fanno escludere la provenienza dei metalli da miniere anatoliche e sono compatibili con quelle sarde, dove erano disponibili i tre minerali usati. “Nei lingotti di piombo vi sono dei marchi, in questi non ne abbiamo trovati. Possiamo concludere – dice Caponetti – che i test sono compatibili con la datazione proposta a 2600 anni fa anche se non possiamo affermarlo con certezza”. L’affascinante mistero rimane.

Uno degli elmi corinzi

“Questo è solo l’inizio”, dice il sub protagonista della scoperta, Francesco Cassarino, che conosce i fondali di Gela e, soprattutto, come operano le correnti che scavano il fondo scoprendo tesori come i due elmi corinzi ritrovati mentre rotolavano sulla sabbia. Nello stesso fondale, sono stati identificati i relitti di due navi, uno riportato in superficie e l’altro protetto da una rete in attesa di trovare i finanziamenti per il recupero. Ma vi sono indizi dell’esistenza di almeno un terzo relitto. Parte dei resti della prima nave saranno esposti dal 15 febbraio a Forlì, ai Musei San Domenico, nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito”.

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Risplende la Sacra Cassa: restaurato l’altare ligneo

L’opera è stata sottoposta a un delicato intervento conservativo con moderne tecnologie, adesso è in mostra a Palazzo Abatellis

di Guido Fiorito

C’è tempo fino al 2 febbraio per vedere a Palazzo Abatellis, a Palermo, la Sacra Cassa, ovvero un altare ligneo del Cinquecento di eccezionale qualità. Poi tornerà nei magazzini del museo, pronta a riemergere per buone occasioni. È un’opera per certi versi misteriosa, perché non si sa chi l’abbia realizzata, da dove provenga e perché sia arrivata in Sicilia. Al contrario, grazie ad un attento restauro, conosciamo tutto di lei come oggetto d’arte: materiali utilizzati, disegni preparatori, com’è stato assemblato.

La Sacra Cassa chiusa

Sacra Cassa è una definizione data dell’abate Di Blasi, giunto a guidare l’abbazia di San Martino nell’ultima parte del Settecento, dopo essersi occupato di collezioni, archivi e biblioteche in varie parti d’Italia. Nell’abbazia costruisce un museo con la sua collezione, che comprende l’altare e che, quando saranno espropriati i beni ecclesiastici dopo l’Unità, andrà a finire nel museo nazionale dell’Olivella e poi a Palazzo Abatellis, dov’era custodita nel magazzino numero 4. Da qui è stata prelevata per portarla nei laboratori del museo, per un restauro durato otto anni e di cui di sono occupati ben sette direttori della Galleria. Tra l’altro vi sono raffigurate storie della Madonna e la nascita di Gesù. Anche se il bambinello, al centro, è stato perduto.

Particolare della Sacra Cassa

L’origine dell’altare, come ha chiarito Giuseppe Abbate, che l’ha studiato e confrontato con opere simili, è con tutta probabilità fiamminga. “Esiste un’opera simile sull’altare di Megen nel Brabante, oggi Olanda – dice -. Anversa era la capitale di questo tipo di opere che venivano costruite con un processo di serializzazione”. Una sorta di trittico d’altare, con la parte centrale scolpita in legno, chiuso nei giorni feriali, a mostrare un retro anch’esso dipinto. Un’opera concepita dal pittore e realizzata da una bottega che comprendeva scultori, falegnami e fabbri. Venivano realizzati tanti pezzi di legno scolpito poi assemblati sullo sfondo e impreziositi dalla decorazione a foglia d’oro.

Un momento del restauro

“La tradizione antica delle botteghe – dice Evelina De Castro, direttore della Galleria, che ha promosso una giornata di studi sull’opera – si è incontrata con la nostra moderna teoria del restauro e le nuove tecniche diagnostiche”. L’altare è stato completamente smontato, pezzo dopo pezzo, e poi si è proceduto al restauro, illustrato a nome di tutti gli operatori da Arabella Bombace: “Il degrado era ai vari livelli: la struttura sconnessa, i buchi con gli insetti xilofagi. Resti di detriti sotto le architetture, di semi e fogliame, come fosse stato conservato vicino un giardino. Molte abrasioni e ritiro dimensionale delle fibre di legno con degrado superficiale e perdite di colore, broccati danneggiati. Abbiamo classificato ciò che si era staccato, frammenti molto piccoli, punte di guglie, con difficoltà a reinserirli al posto corretto”.

Il restauro delle pitture

Un rompicapo per risolvere il quale sono state usate tecniche moderne, riflessografia infrarossa, tac, fluorescenza a raggi X, fluorescenza UV, spettroscopia Raman, con l’intervento di studi privati e studiosi dell’Università di Palermo. Sappiamo adesso che sono stati usati vari tipi di legno, la quercia per la cassa, il noce per le sculture, mentre del pioppo si è rivelato un’aggiunta successiva. Classificati i pigmenti usati per la pittura: verderame (o forse malachite) per il verde, azzurrite per il blu, giallo di piombo, rosso cinabro mescolati con biacca. Il restauro è stato conservativo, lasciando come si usa, visibili a un esame ravvicinato punti degli interventi. Per ripristinare la chiusura corretta dell’altare sono state introdotte viti occultate in testa da tappi che sembrano chiodi. L’opera è stata perfino riprodotta in digitale in 3D e si è stampata anche una colonnina mancante che poi è stato deciso di non ripristinare. Un lavoro lungo e impegnativo, che lascia spazio oggi all’ammirazione della bellezza ritrovata dell’opera.

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Riaffiorano i decori nascosti dell’Hotel delle Palme

Svelati alcuni dettagli del restauro in corso nello storico albergo di Palermo. Sono stati riportati alla luce alcuni decori che erano ricoperti da strati di calce

di Guido Fiorito

Restituire l’Hotel et Des Palmes alla sua antica bellezza, anche se il tempo e soprattutto gli interventi degli uomini hanno causato notevoli danni. Questo l’obiettivo del restauro e della ristrutturazione in corso nell’albergo che è chiuso da un anno e che conta di riaprire in estate. A Palazzo Ajutamicristo, si è fatto il punto sui restauri, anche se non tutto è stato detto per non perdere l’effetto finale dei lavori che restituiranno il palazzo alla sua vita di albergo, ma anche alla città. Un restauro fatto in pieno accordo con la Soprintendenza ai Beni Culturali che ha ospitato l’incontro, il primo appuntamento del calendario 2020.

Restauro delle decorazioni

“Per restituire l’albergo ai fasti del passato – dice Chiara Donà dalle Rose, coordinatrice del restauro – abbiamo fatto un intervento filologico, per ritrovare ciò che è stato ricoperto o modificato per quel che è possibile. L’hotel era stato fortemente sfigurato. Per esempio abbiamo trovato strati di calce sugli affreschi di Salvatore Gregorietti, rimosso falsi storici come il camino aggiunto negli anni Settanta del Novecento. Abbiamo fatto ricerche per vedere l’aspetto originale degli ambienti, usato per le pitture le stesse sostanze utilizzate all’epoca”.

Decorazione a bassorilievo

I lavori sono divisi in due parti: il restauro delle decorazioni e la ristrutturazione dell’albergo. Nel primo settore sono impegnati una trentina di restauratori siciliani. Le anticipazioni sono state fornite da Cristina Catanzaro, responsabile scientifica dei restauri. Nato come villa privata degli Ingham, un corpo basso a due piani con un giardino d’inverno, il palazzo era stato poi comprato da Enrico Ragusa nel 1907 e trasformato in albergo con l’intervento dell’architetto Ernesto Basile. “La sala delle Palmette – dice Catanzaro – era la parte più importante della villa Ingham, quelle che sono le finestre erano ingressi da via Stabile. L’abbiamo trovata bianca con inserti di carta da parati, ma le colonne total white in origine erano verdi. Questa sala è stata trasformata, ma abbiamo cercato di ricomporre una parete del tempo di Ingham. La Sala blu non era di questo colore e i tagli dorati delle decorazioni spiccavano su superfici verdi. Il blu è stato rimosso”.

Una delle sale più conosciute è quella degli specchi: “Gli intagli dorati in legno erano degradati per l’uso o in certi casi mancanti. Li abbiamo ripristinati con calchi di quelli esistenti in altri specchi. La sala del camino era un giardino d’inverno. Il soffitto di legno visto dai ponteggi è apparso in situazioni critiche con distacchi e mancanze che erano state mascherate con adesivi color legno. È stato reintegrato. Nella hall le decorazioni di Gregorietti in certi casi erano imbiancate, graffiate e asportate con mezzi meccanici. Le ricerche su immagini, a volte sui negativi originali, e sui disegni ci hanno permesso anche qui di far rivivere le decorazioni, mentre i bassorilievi avevano perso completamente il colore”.

Una delle sale dell’albergo

I restauratori dovrebbero terminare i lavori entro febbraio, in anticipo di due mesi sui tempi previsti. Il resto della ristrutturazione dovrebbe essere completato entro giugno, primi di luglio. La novità è la destinazione di una parte di albergo a condhotel, ovvero appartamenti di lusso i cui proprietari potranno usufruire dei servizi generali. Tutti i mobili soggetti a vincolo saranno restaurati e la stanza dove dormì Richard Wagner, che completò in questo hotel il Parsifal, formerà una suite intitolata al musicista tedesco. Sarà salvata una delle antiche porte curvilinee, in maggior parte distrutte, che permetteva ai fattorini di prendere la biancheria sporca senza entrare nella stanza.

Decorazioni delle colonne

“Dopo tanti interventi nel centro storico – dice Chiara Donà dalle Rose – stavolta torna protagonista la zona attorno al Politeama”. Conclude la soprintendente Lina Bellanca: “Importante far emergere con metodi corretti ciò che era stato celato. Adesso sta partendo anche il restauro Villa Igiea per ritrovare il fascino di questi alberghi di lusso in un momento di ripresa straordinaria del turismo in città”.

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