Le sfide di Luigi Biondo per il futuro del Museo Riso

Si presenta il nuovo direttore del Polo museale regionale d’arte moderna e contemporanea che ha preso il posto di Valeria Li Vigni, passata alla Soprintendenza del Mare

di Guido Fiorito

“Vorrei che il Museo Riso diventi la casa dell’arte, aperta a tutti. Un luogo dove tornare con grande piacere ogni giorno, dove ricevere una dose di bellezza. La migliore clinica per la città e il suo territorio”. Si presenta così Luigi Biondo, il nuovo direttore del Museo regionale d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso. Architetto. protagonista di una lunga stagione di restauri di monumenti per la Soprintendenza di Trapani, città dove è nato 59 anni fa, è stato direttore del parco di Pantelleria e, a interim, sovrintendente ad Agrigento e direttore del Parco di Segesta.

Luigi Biondo

L’ultimo incarico alla guida del museo Pepoli, dove ha fatto bene tanto da provocare proteste per il suo spostamento a Palermo. Progettista e direttore dei lavori di adattamento dell’ex Chiesa del Collegio di via Frisella a Marsala per ospitare il museo degli arazzi fiamminghi. Un dirigente dinamico che al Pepoli ospitò meravigliosi bolidi rossi di Ferrari, Alfa Romeo e Fiat per accostarli al colore del corallo.

Luigi Biondo si dice pronto ad affrontare sfide difficili, come il rilancio del museo Riso nonostante le casse siano vuote. “Cose facili – dice – non ne ho mai fatte, sento questo incarico come un’occasione importante e di crescita personale”. Oltre il museo Riso, dovrà occuparsi dell’Albergo delle Povere, la cappella dell’Incoronata, il palazzo D’Aumale a Terrasini e in più la novità del castello di Caccamo. Succede a Valeria Li Vigni andata a dirigere la Soprintendenza del Mare (ve ne abbiamo parlato qui), creata dal marito Sebastiano Tusa, l’archeologo tragicamente scomparso sei mesi fa in un incidente aereo in Etiopia.

Al Museo Riso sono in corso lavori per ampliare gli spazi espositivi con una nuova ala sulla destra del palazzo. “Credo che i lavori possano chiudersi entro l’anno – dice – e i locali potranno essere destinati per esporre tante opere che sono in magazzino. Ogni artista protagonista di una mostra ha lasciato gratuitamente un’opera al museo. Ho visto che c’è un interessante rapporto con la luce. Vorrei poi che il museo, essendo l’unico regionale per l’arte contemporanea, fosse un faro per tutti gli artisti siciliani. Per i soldi credo che sia importante prima fare dei buoni progetti e poi si possono trovare i finanziamenti anche coinvolgendo degli sponsor privati”.

Luigi Biondo nuovo direttore del Museo Riso

“Credo che oggi non si possa stare chiusi e bisogna far dialogare il passato con il presente”, risponde a chi gli obietta di non essere un esperto di arte contemporanea. Cosa non del tutto vera, per esempio, per averla proposta a Favignana. “Una scommessa difficile – ricorda – ma ha portato cinquemila visitatori in più. L’obiettivo è far apprezzare l’arte contemporanea, così come un appassionato di musica non può fermarsi al melodramma, ma conoscere il jazz o Cage. Palermo è una città di respiro europeo e sono contento di essere arrivato qui in un momento in cui c’è una nuova primavera”. E alla richiesta di citare un artista preferito risponde senza esitare: Carla Accardi. La grande artista trapanese maestra dell’astrattismo. Ma quanti la conoscono? C’è tanto lavoro da fare. Il dato di partenza: i visitatori del museo sono stati da gennaio al 31 agosto 45.009 (più 50 per cento rispetto al 2018) per circa 60.000 euro d’incasso.

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Quel puzzle di opere con tanti pezzi da ricomporre

Tornate quattro tele nella chiesa del Santissimo Salvatore, ma ancora mancano all’appello altri tesori che si stanno individuando, tra statue e pale d’altare

di Guido Fiorito

Può una chiesa dalla storia travagliata tornare al suo antico splendore? Nella storia del Santissimo Salvatore c’è qualcosa di epico, l’impegno degli uomini che si oppone agli schiaffi e al caos della storia. Il 6 agosto per San Salvatore, la festività della Trasfigurazione di Gesù, quattro tele sono tornate ai loro posto all’interno del monumento. Negli anni Venti del Novecento, la chiesa del Cassaro, nel cuore di Palermo, fu sul punto di essere distrutta. La cupola era a rischio di crollo, molte opere furono portate via. La demolizione fu evitata, ma i bombardamenti del 1943 inflissero gravissime ferite. Dal 2013, l’associazione Amici dei Musei Siciliani ha fatto di questo monumento un simbolo del riscatto del centro storico di Palermo, riaprendola ai visitatori. La cupola è stata messa in sicurezza, aperta la terrazza, ripulite le preziose decorazioni marmoree, rifatto l’impianto di illuminazione a led, installato un sistema di videosorveglianza. Poi è iniziato l’impegno a riportare nel sito le opere d’arte disperse.

Gugliemo Borremans, “Maddalena penitente”

In questo processo, dopo il restauro degli affreschi di Vito D’Anna, si è festeggiato il ritorno di due tele del Borremans nella cappella di Santa Rosalia e due di Filippo Tancredi nel Presbiterio. “Una restituzione – ha detto Bernardo Tortorici, presidente dell’associazione – verso un luogo che ha una storia complessa”. Un prezioso puzzle in cui si stanno cercando di trovare le altre tessere mancanti. Alcune identificate, come una statua dell’Assunta attualmente nella chiesa dei Teatini, altre in via d’identificazione: la pala della cappella di Santa Rosalia sarebbe finita a Misilmeri. “Mancano all’appello – dice Gabriele Guadagna, storico dell’arte impegnato nella ricerca – le pale d’altare delle cappelle di San Biagio e San Basilio, ma non disperiamo”. Aggiunge Tortorici: “Siamo nemmeno a metà dell’opera mancano sette opere. Alcune individuate, alcune le stiamo ancora cercando”. Dove oggi sono delle tende gialle rispunteranno altre tele. Il puzzle si andrà completando.

Filippo Tancredi, “Abigail che offre doni al Re Davide”

I due immense quadri di Filippo Tancredi, pittore messinese, raffigurano “Abigail che offre doni al Re Davide” e “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto” sono tornati al loro posto sui lati di quello che una volta era il presbiterio e ospitava l’altare. Provengono dai magazzini di Palazzo Abatellis. Le tele del fiammingo Borremans, San Pantaleone e Maria Maddalena, hanno lasciato il Museo diocesano e sono state ricollocare nella cappella di Santa Rosalia. “Si realizza – dice Tortorici – l’idea del Grande Abatellis, ovvero di un museo diffuso per l’intera città”. Un risultato in cui laici e religiosi, ovvero la Curia, il Museo diocesano e quello di palazzo Abatellis, l’associazione Amici dei musei e la Soprintendenza, si sono uniti nella stessa direzione.

Filippo Tancredi, “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto”

Le tele del Borremans sono state restaurate da Mario Sebastianelli e Rachele Lucido nel laboratorio diocesano con fondi degli Amici dei musei, derivato dal 2 per mille. “Le due opere – spiega Lucido – non erano state mai restaurate, c’erano ancora i chiodi originali in canna. Hanno rivelato tanto sulla tecnica usata dall’artista fiammingo che metteva grani inerti miscelati nella composizione della preparazione lasciati a vista, come se volesse riprodurre al cavalletto la tecnica sui muri dei suoi affreschi”.

Guglielmo Borremans, “San Pantaleone”

Un altro protagonista del recupero delle opere è il rettore della chiesa, monsignor Gaetano Tulipano: “Ricollocati al loro posto – spiega – le tele ritrovano il loro significato religioso. I quadri di Tancredi erano legati all’eucarestia, quelli del Borremans si collegano ad aspetti di santa Rosalia; la componente di compassione e taumaturgica di San Pantaleone, un medico che curava gratis gli infermi e fu martirizzato, e la scelta di Maria Maddalena, che va identificata con Maria di Magdala, di una vita di penitenza da eremita in una grotta come appunto scelse santa Rosalia”.

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Restaurato il misterioso ritratto di Charlotte

La presentazione del quadro che ritrae la figlia di Luigi XVI scampata alla rivoluzione francese ha chiuso la Settimana delle Culture. È giallo sulle origini del dipinto

di Guido Fiorito

Che ci fa l’unica superstite della famiglia reale di Luigi XVI in un quadro in una stanza di Palazzo delle Aquile a Palermo? Maria Teresa Carlotta di Borbone, ovvero Charlotte, ma anche Madame Royale o Fille de France, l’orfana del Tempio, sfuggita alla ghigliottina, ci guarda con occhi malinconici, la pelle bianca e le gote rosa. Il restauro, promosso dalla Settimana delle Culture, rivela la qualità del dipinto. Di Charlotte si sa tutto: primogenita di Luigi XVI e Maria Antonietta, imprigionata dalla Rivoluzione con il fratellino, che morirà di stenti; liberata dopo la morte di Robespierre, nel 1795, quando aveva 17 anni. Del quadro, invece, si sa poco, l’autore non è stato identificato.

Il quadro restaurato

Ogni opera d’arte è bellezza e mistero. Quindi avanti con il giallo: chi ha dipinto il quadro, com’è finito a Palermo? Maria Antonietta Spadaro, storica dell’arte, è stata la prima ad interessarsi al dipinto nel 2004. “Era un’opera sconosciuta – dice, in occasione della presentazione della tela restaurata nella sala consiliare di Palazzo delle Aquile – quando la vidi per realizzare un libro sulle opere d’arte contenute nel municipio. Adesso sappiamo che esiste una copia negli uffici della questura di Caserta, firmata J.F. Pascucci 1796”. Aggiunge la restauratrice Ambra Lauriano: “È una copia perché è dipinta in modo accademico e ragionato, mentre la pennellata del quadro di Palermo è fluida”.

Spadaro fa l’ipotesi che la tela sia stata dipinta poco prima a Vienna, primo rifugio di Charlotte dopo la prigionia, e portata a Palermo da Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, andata in sposa a Ferdinando re delle due Sicilie. L’occasione? La fuga da Napoli in preda ai moti rivoluzionari e all’esercito francese, per trovare rifugio, sotto la protezione degli inglesi, in Sicilia. “Charlotte – aggiunge Spadaro – fu raffigurata anche da Heinrich Friedrich Füger successivamente, in alcune miniature e in un dipinto che è conservato all’Hermitage di San Pietroburgo. Sarebbe interessante confrontare le tecniche delle due opere”. Ovvero verificare se l’autore possa essere lo stesso.

Maria Antonietta Spadaro e Ambra Lauriano

La bellezza, il mistero. Ma c’è un terzo livello di lettura: siamo di fronte ad un simbolo della restaurazione. Charlotte viene dipinta diciottenne, vestita a lutto e senza gioielli, con i ritratti dei genitori alle spalle, il testamento di Luigi XVI, un fazzoletto, simbolo del dolore, che pende dalla mano sinistra e pare una statua vista da dietro. Un quadro “politico”, la propaganda allora si faceva anche così, un “santino” del realismo e della restaurazione di cui Charlotte sarà paladina negli anni a seguire. Ciò spiega anche il moltiplicarsi delle sue immagini. La serialità ai tempi delle crinoline, Charlotte come la Marilyn di Warhol.

La presentazione del quadro prima del restauro

Quarto livello la consistenza materica del dipinto. “Ho rimosso – spiega Ambra Lauriano – le resine, che erano state spalmate in modo disomogeneo in un restauro all’inizio del Novecento, ridipinture di colore nero, incrostazioni e polvere. Sono riemersi i gigli di Francia presenti anche nel dipinto di Caserta e i colori hanno riacquistato la luce originaria”.

La presentazione del restauro è stato l’ultimo atto della Settimana delle culture. “Abbiamo realizzato oltre duecentocinquanta eventi – dice il presidente della rassegna Bernardo Tortorici di Raffadali -, dedicando la manifestazione alla memoria di Sebastiano Tusa. Il ricavato è andato in beneficienza per le suore di padre Messina. Non si tratta soltanto di spettacoli che riguardano l’effimero, perché qualcosa è rimasto alla città: la riapertura del Loggiato di San Bartolomeo e il restauro di questo dipinto”. Riguardo a Charlotte le prossime sfide sono approfondire l’origine del quadro e trovare una sede dove possa essere vista da tutti.

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La luna brilla a Palazzo Reale, una serata tra storia e scienza

Si celebrano i 50 anni dalla storica discesa dell’astronauta Neil Armstrong sul satellite della Terra, tra filmati d’epoca, prime pagine dei giornali e osservazioni guidate da astronomi

di Guido Fiorito

C’è una particolarità nell’evento “Destinazione Luna” che martedì sera, 16 luglio, sarà celebrato a Palazzo Reale: la data scelta non coincide con i 50 anni dalla storica discesa dell’astronauta americano Neil Armstrong (21 luglio 1969) ma quella, cinque giorni prima, della partenza dell’Apollo 11. Non si tratta di un caso. Spiega Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che organizza, con l’Assemblea regionale, la serata: “Senza partenza non c’è alcuna impresa o arrivo. Una metafora dedicata a chi pensa che tutto sia scontato e a chi ha perso l’ottimismo. L’ingegno umano non ha limiti e confini. Siamo capaci di grandi imprese se abbiamo il coraggio di partire o meglio di ripartire”.

La locandina dell’evento

L’ingresso all’evento avverrà dalle 20 alle 21,30 da piazza Parlamento. L’interno del Palazzo medioevale, il cortile Maqueda, sarà dedicato a rievocare i giorni della spedizione che portò l’uomo sulla luna, con filmati d’epoca e l’ausilio di quindici visori di ultima generazione per rivivere la missione e lo sbarco attraverso una sorta di realtà virtuale. Nello stesso cortile sarà allestita una mostra di prime pagine di quotidiani e periodici che raccontano l’impresa. Dal Times al Giornale di Sicilia a L’Ora. La mostra “Castrum Superius, il Palazzo dei re normanni”, allestita nelle sale Duca di Montalto, resterà aperta per l’occasione.

Lo sbarco sulla luna

La serata si comporrà anche di una parte scientifica, in collaborazione con l’Istituto nazionale d’astrofisica e quindi dell’Osservatorio Astronomico di Palermo, con il supporto tecnologico di Lenovo. Nei Giardini reali sarà possibile osservare la luna con l’aiuto degli astronomi. Tra l’altro si verificherà quella sera un’eclissi parziale di luna con inizio alle 22,12 e il picco alle 23,30. Una tuta da astronauta permetterà foto ricordo.

Numero di Epoca dedicato allo sbarco sulla luna

“Si potranno rivivere le emozioni di quei giorni – prosegue Monterosso – attraverso i racconti dei giornalisti e dei grandi intellettuali dell’epoca testimoni dell’impresa. La luna rispecchia la cultura di ogni popolo. A Palazzo Reale, luogo dove l’incontro tra la cultura, l’arte e la storia regna da secoli, abbiamo scelto di dedicare un evento alla ricorrenza dello sbarco sulla luna. Per ricordare la straordinaria conquista legata alla tecnologia come un fatto culturale. La luna divenne qualcosa di religioso. Un simbolo di tutti noi alla continua ricerca di mondi nuovi senza saperne il perché”.

Cinquant’anni dal primo uomo sulla luna (1969, proposito riuscito) e cento dal manifesto futurista di Marinetti “Uccidiamo il chiaro di luna!” (1919, proposito fallito), due secoli dai versi de “Alla Luna” di Leopardi (1819, adesso possiamo rimirarla senza angoscia) il nostro satellite è ancora lì ad ispirare poeti e scienziati, indifferente e misterioso. E a stimolare il coraggio di sognare nuove grandi imprese. Anche nella tormentata superficie terrestre, dove essere superficiali non può bastare.

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Il sito Unesco cresce e Palermo diventa “educativa”

La città è stata inserita nel Global Network of Learning Cities, mentre si punta all’allargamento del sito arabo-normanno ad altri monumenti

di Guido Fiorito

Palermo e il patrimonio dell’Unesco, quattro anni dopo. La città è stata inserita il 28 giugno nella rete globale dell’Unesco delle città educative ovvero Gnlc, Global Network of Learning Cities. È la terza città d’Italia dopo Torino (2016) e Fermo (2018). La notizia è stata data dal sindaco Leoluca Orlando, durante un incontro a Villa Niscemi per fare il punto sull’itinerario arabo-normanno, che fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco dal 3 luglio 2015. È stato il direttore dell’Unesco Institute for Lifelong Learning, ovvero per l’educazione permanente, David Atchoarena, a informare il sindaco con una lettera. Lo scopo dell’educazione permanente per l’Unesco è di promuovere il dialogo e la parità tra i cittadini. “Un riconoscimento – ha detto il sindaco, che guida il comitato di pilotaggio dell’itinerario arabo-normanno – alla nostra politica dell’accoglienza e per l’integrazione. Festeggeremo in ottobre quando saranno riaperte le scuole”.

Il concerto della Cantoria del Teatro Massimo che ha chiuso l’incontro

La conferenza ha annunciato la prossima politica di Palermo per i beni Unesco che consiste nel proporre l’allargamento del riconoscimento ad altri monumenti di valore. Attualmente l’itinerario Unesco contiene Palazzo dei Normanni con la Cappella Palatina, San Giovanni degli Eremiti, la Martorana, San Cataldo, la Zisa, il ponte dell’Ammiraglio, le cattedrali di Palermo, Monreale e Cefalù. Altri beni inseriti nel dossier presentato all’Unesco non furono giudicati idonei per questioni relative alla conservazione, all’ambiente circostante e alla difficoltà di essere visitati.

Chiesa di Santa Cristina la Vetere

Adesso si punta a valorizzare altri tredici siti che sono stati uniti agli altri nove in una guida tascabile a cura di Aurelio Angelini, direttore della Fondazione Unesco Sicilia. La chiesa della Magione e i bagni di Cefalà sono considerati pronti per una nuova proposta di inserimento nei beni Unesco, altri lo saranno presto come la chiesa di Santa Maria Maddalena di corso Vittorio Emanuele, chiusa nella caserma dei carabinieri che si impegnano ad aprirla ai visitatori. Per altri ancora servono interventi come il recupero del giardino circostante alla Cuba Soprana. L’elenco è completato dal Castello a mare, la Cuba, il palazzo e il parco di Maredolce, la Cappella di Santa Maria dell’Incoronata, San Giovanni dei Lebbrosi, le chiese di Santo Spirito e di Santa Cristina la Vetere, i Qanat. “La guida – ha detto Angelini – serve come strumento per i visitatori ma anche per sollecitare le autorità a fare di più per gli interventi necessari”.

Le terme di Cefalà Diana

Anche perché come ha ricordato Patrizia Monterosso direttore della Fondazione Federico II, le nomine dell’Unesco “possono in caso di inadempienze essere anche revocate”. La soprintendente ai Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca chiede interventi concreti: “Un obiettivo importante è la valorizzazione unitaria della Zisa, serve una manutenzione costante, resta per esempio da risolvere l’abbattimento delle barriere architettoniche per accedere alla Martorana e a San Cataldo”.

I tredici monumenti, intanto, saranno protagonisti di una serie di eventi dal 13 al 27 settembre, cui seguirà la notte bianca dei monumenti dell’Unesco nell’ultimo week-end di settembre. Se l’itinerario arabo-normanno dell’Unesco è stato fondamentale per rilanciare il turismo in città, se lo stratificarsi delle culture è un valore riconosciuto, Palermo deve continuare ad essere parte attiva di questo processo recuperando interamente il suo patrimonio di arte e di bellezza.

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La battaglia di Himera e quei reperti senza un museo

A Palazzo Ajutamicristo si è fatto il punto sulle recenti scoperte legate allo storico scontro tra greci di Sicilia e cartaginesi che avvenne nella piana di Buonfornello

di Guido Fiorito

Gli scheletri dei soldati e dei cavalli, le punte delle lance e delle frecce, pezzi delle armature protettive, le sepolture comuni dei morti sul campo. La battaglia di Himera del 480 avanti Cristo è viva davanti a noi. Nelle foto dei ritrovamenti, l’epica e la violenza, l’esaltazione dei vincitori, la tragedia degli sconfitti. Migliaia e migliaia di reperti conservati tra Himera e l’Albergo delle Povere. “C’è materiale da studiare per secoli”, sintetizza Stefano Vassallo, l’archeologo che ha ritrovato e scavato fino al 2011 le necropoli della città, facendo emergere alla luce del sole i resti della battaglia, sepolti sotto tre-quattro metri di terra. Adesso è il tempo delle ricerche. Per fare un esempio, vengono studiati con la tecnica degli isotopi, con invii in laboratori sparsi per il mondo, le ossa ritrovate, per cui si è scoperto come l’alimentazione del 480 avanti Cristo fosse diversa da quella del 409 quando Himera fu distrutta, definitivamente dall’esercito cartaginese.

Fosse comuni a Himera

La prima battaglia, invece, fu vinta da Gelone di Siracusa che si era unito a Terone di Akragas contro i cartaginesi di Amilcare I, che con una grande flotta e un esercito erano venuti a conquistare la Sicilia. La battaglia avvenne nell’ultimo avamposto greco prima dei territori occidentali in mano ai punici.

L’incontro su “La battaglia di Himera sulla base degli scavi archeologici”, che ha chiuso la stagione degli appuntamenti della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo a Palazzo Ajutamicristo, è stata occasione per fare il punto sulle straordinarie scoperte. Che dobbiamo alla passione degli archeologi e alla circostanza del raddoppio dei binari della ferrovia Palermo-Messina. Gli scavi delle necropoli, infatti, furono finanziati dalle Ferrovie dello Stato e poi, chiusa l’esplorazione e salvati i resti trovati nelle necropoli, sono stati costruiti i binari in un punto esterno alle mura di Himera.

Ricostruzione del Tempio della Vittoria

Della battaglia ormai sappiamo tanto, come, dopo l’introduzione della sovrintendente Lina Bellanca, hanno raccontato Stefano Vassallo e Francesca Spatafora, di recente nominata direttore del parco Himera, Solunto e Monte Jato, ma che molti studiosi vorrebbero ancora alla guida del museo Salinas. L’accampamento cartaginese, dopo lo sbarco a Panormus, si era istallato alla destra del fiume Torto. Lo scontro avvenne nella piana di Buonfornello in direzione di Himera che sorgeva alla sinistra del fiume Imera settentrionale, divisa in città bassa in pianura e alta sull’altopiano.

“Sul campo di battaglia abbiamo trovato – ha detto Vassallo – tracce di frecce e armi sul piano di campagna antico. I caduti furono sepolti in fosse comuni, a quattro-cinque metri di distanza una dall’altra, dove abbiamo trovato scheletri appartenenti tutti a maschi da 18 a 32 anni. Li abbiamo identificati come i soldati caduti in battaglia: a parte la datazione stratigrafica, vi erano su crani e ossa le tracce di terribili ferite da armi da taglio, punte di frecce e di lancia. Abbiamo ricostruito in che punto erano stati colpiti a morte. Di quell’epoca esistono pochissimi altri esempi di fosse comuni, una è a Olinto in Grecia. Un’altra scoperta sensazionale è quella di trenta tombe di cavalli, poco comuni. Studiando dei resti di morsi abbiamo concluso che erano di tipo iberico, probabilmente appartenuti a mercenari”.

I resti del Tempio della Vittoria

“La zona industriale oggi in crisi, la costruzione di villaggi turistici e la cementificazione delle sponde del fiume Imera hanno contribuito a svalutare questa zona – ha detto Francesca Spatafora – . Eppure il parco contiene due musei di alto valore. Abbiamo chiesto di assegnarci uno dei padiglioni dismessi della zona industriale ma non è stato finora possibile”. Eppure un museo della battaglia di Himera unirebbe il fascino dell’archeologia a quello di una battaglia con le storie e i resti degli uomini che furono protagonisti. Vassallo ha chiuso citando Bob Dylan: “Quante morti ci vorranno perché egli sappia che troppe persone sono morte?/ La risposta, amico mio, soffia nel vento/La risposta soffia nel vento”. Se qualcuno pigliasse iniziative, nel 2020 saranno 2500 anni tondi…

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Il ricordo di Sebastiano Tusa a tre mesi dalla scomparsa

Commemorazione in Cattedrale e a Palazzo d’Orleans, con rappresentanti delle istituzioni, familiari e amici dell’archeologo e assessore

di Guido Fiorito

Il dono di Sebastiano Tusa, a parte l’eccezionale competenza archeologica, era di saper coinvolgere tutti coloro che incontrava con il suo entusiasmo nei tanti progetti che portava avanti. La cattedrale di Palermo si è riempita di coloro che erano stati toccati dal suo voler fare, voler scoprire, voler sapere, voler realizzare. Quasi a restituire simbolicamente quella generosità che li aveva toccati.

Sebastiano Tusa

A tre mesi dalla scomparsa nel disastro aereo in Etiopia, migliaia di palermitani si sono stretti al duomo attorno alla moglie Valeria Patrizia Li Vigni, direttore del museo Riso, e ai familiari. Rappresentanti delle istituzioni, collaboratori, gente comune. Quelli che hanno intravisto nello studioso dagli occhiali tondi una Sicilia possibile e diversa. Che nell’amore per il suo antico passato ricava entusiasmo per il futuro.

Corrado Lorefice durante la cerimonia

“Portiamo nel cuore – ha detto alla fine, l’arcivescovo Corrado Lorefice, che ha celebrato la messa – la bellezza della testimonianza umana e professionale, un pungolo che il professore Tusa continua a tracciare per tutti noi”. Poi si passa a Palazzo d’Orleans. Scorrono le immagini di Tusa su un maxischermo. “La tutela non si fa proibendo ma conoscendo”, dice in un’intervista. Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci apre la commemorazione: “Domina un senso di sconforto e di rabbia, non abbiamo nemmeno una bara su cui posare un fiore. Per questa illusione abbiamo aspettato tre mesi”. Presente l’intera giunta, ricorda la figura del professore. La sua intelligente ironia, le origini, le pubblicazioni scientifiche, l’invenzione della Soprintendenza del Mare, fino alla chiamata ad assessore dei Beni culturali. Carico di entusiasmo e pieno di progetti. “Aveva previsto altri 17 parchi. Interventi per valorizzare i musei, percorsi per non vedenti, il museo di Gela, nuovi scavi archeologici”.

Da sinistra, Nello Musumeci, Valeria Patrizia Li Vigni, Gianfranco Miccichè e Leoluca Orlando

“Era un visionario, persona della leggerezza di Calvino – dice il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – in una terra in cui chi è malato ha valori pesanti. Ha dedicato la sua vita alla bellezza, quindi all’armonia tra etica ed estetica. Un esempio di buona politica per la sua grande capacità umana”. Il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè annuncia una seduta di aula a lui dedicata.

Fabrizio Micari, rettore università di Palermo lo ricorda come “un moltiplicatore del tempo, perché parlava sei lingue, ha realizzato 700 pubblicazioni, insegnato, occupato responsabilità scientifiche, molto di più di quello che si possa pensare in una sola vita”. In un video parla Vittorio Sgarbi: “Ho deciso con lui di ricostruire il Kouros di Lentini, di rimettere la testa Biscari. Faremo una giornata di studi per ricordarlo”. Valerio Massimo Manfredi racconta del progetto di rimettere in piedi il tempio G di Selinunte, demolito dai terremoti con colonne da oltre 3 metri di diametro, con cui si era confrontato con Tusa.

La Cattedrale gremita

Donatella Bianchi, conduttrice di Linea Blu: “Mi ha insegnato a leggere il Mediterraneo che lui diceva affascina e corrompe. Non sapeva dire di no a nessuno, voleva accontentare tutti e raccontava storie meravigliose”. Il ricordo del figlio Andrea ha parole dure, nella fine del padre vede la “mancanza di rispetto della vita umana di chi pensa solo al profitto”. La luce sfuma, le foglie degli immensi alberi non si distinguono più. Immaginiamo Sebastiano Tusa tuffarsi in un mare infinito, sprofondare libero nel blu per ritrovare quei tesori archeologici che ancora cercava, con passione adulta e sguardo fresco di ragazzo.

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Foto: Maria Anna Giordano

Torna Una Marina di libri all’Orto botanico

Il festival palermitano compie dieci anni e festeggia con 98 case editrici e 300 eventi. Tra i tanti ospiti il regista Marco Bellocchio che racconta il suo film su Tommaso Buscetta

di Guido Fiorito

Foto: Maria Anna Giordano

Dieci anni. Per chi ama i libri. Il contenuto e non solo. L’odore della carta fresca di stampa, il fascino delle copertine. Per chi non si accontenta del bestsellers, ma cerca la pagina che illuminerà la giornata o forse cambierà la sua vita. Oppure di approfondire quel che è successo, togliere maschere. Una Marina di libri, il festival palermitano compie dieci anni e si intitola al tema Isola/Isole. Apertura giovedì 6 giugno, chiusura domenica 9, un fitto programma lungo 40 pagine invita a perdersi tra i vialetti dell’Orto botanico che ospita la manifestazione, dimenticando il tempo che passa. Incrociando amici e facendo nuove conoscenze in una gigantesca libreria tra i bambù e le ninfee.

La locandina dell’edizione 2019

Quest’anno le case editrici presenti sono 98 e gli eventi 300. Un tema centrale del Festival, presentato al museo Salinas, è quello della mafia a partire dall’ospite più prestigioso, ovvero il regista Marco Bellocchio che sarà sul palco giovedì alle 18 per raccontare “Il traditore” ovvero il suo film su Tommaso Buscetta. Salvo Piparo farà un “cunto” in memoria di Mario Francese. Ma anche la biografia di Pio La Torre, “Il padrino dell’antimafia” di Bolzoni e perfino Mario Puzo.

Attenzione sarà posta alle trasformazioni della città come luogo d’integrazione al tempo delle migrazioni, su cosa resta di Palermo capitale della cultura e l’economia delle mafie, con la partecipazione di Marco Romano, vicedirettore responsabile del Giornale di Sicilia, il quotidiano che cura questi appuntamenti. Il festival coinvolge tanti operatori culturali e altri giornali come L’Espresso, Il sole 24 ore e la Repubblica che organizza un dibattito tra il sindaco Leoluca Orlando e il regista Franco Maresco su Palermo Felicissima.

Uno degli incontri della scorsa edizione

Ecco il racconto di personaggi siciliani poco conosciuti come Maria Fuxa, poetessa che visse 50 anni in manicomio e dette voce ai disabili psichici raccontata in un libro di Maria Teresa Lentini o Damiano Cosenza, il palermitano che camminò solitario per 24mila chilometri, raccontato da Antonio Fiasconaro. Ma anche scrittori siciliani da Antonio Russello a Stefano D’Arrigo. Chicche come gli scritti sulla televisione di Umberto Eco oppure l’olivo mediterraneo secondo Aldous Huxley. Tra gli ospiti anche Helena Janeczek, Niccolò Ammaniti, Valerio Massimo Manfredi, Clara Uson, Roberto Andò. I detenuti racconteranno la costruzione del carro di Santa Rosalia. Salirà sul palco anche Rosa Maria Dell’Aria, la professoressa di storia sospesa per un video dei suoi alunni sul decreto sicurezza.

Non solo libri ma anche cinema. La sezione All’ombra dei ficus prevede alle 21: “L’isola” di Quatriglio (giovedì 6), “Nuovo mondo” di Crialese (venerdì 7), “Le avventure di Robinson Crusoe” di Bunuel (sabato 8), il bellissimo “Tabù” (domenica 9), capolavoro di Murnau del 1931 ambientato in Polinesia, da non perdere per chi ama nel cinema la purezza e la poesia dell’immagine. Mentre il Brass Group propone domenica notte il film “L’uomo con la macchina da presa” di Vertov (1929) con musica dal vivo. E poi reading, fumetti, poesia, libri sull’arte e l’infanzia, teatro. La manifestazione è promossa da Piazza Marina e dintorni, con le case editrici Sellerio, che festeggia i 50 anni di vita, e Navarra, l’Università di Palermo e la libreria Dudi. Nel 2018 le presenze dei visitatori furono 27mila e oltre 15mila i libri venduti.

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L’ariete bronzeo del Salinas e i suoi segreti

La statua ha una storia travagliata. Da Siracusa arriva a Palermo in coppia col suo “gemello” che viene distrutto nel 1848. Il restauro ha chiarito molto sulle sue origini

di Guido Fiorito

La bellezza e il mistero. L’ariete del Museo Salinas e la sua storia unica. Di questa statua di bronzo di raffinata fattura si sa tanto eppure poco. I luoghi dove è stata esposta, la fine della gemella, la meraviglia di famosi visitatori, da Goethe a Maupassant che lo definì “un dio bestiale, impuro, superbo”. Manca l’origine e l’autore. Il restauro però ha chiarito molte cose. Ha dato elementi agli studiosi per cercare di risolvere il giallo. Dell’ariete, del suo fascino e dei suoi segreti, si è parlato in un incontro a Palazzo Ajutamicristo, presentato da Lina Bellanca, soprintendente ai Beni culturali di Palermo.

L’ariete del Salinas

Breve storia illustrata da Francesca Spatafora, direttrice del Salinas. I due arieti emergono dalle nebbie dell’antichità quando sono messi a guardia del castello svevo di Maniace a Ortigia, quindi a Siracusa, da Federico II. Niente sappiamo di certo sulla loro provenienza. Poi finiscono per breve tempo a Castelbuono, infine a Palermo, prima allo Steri, poi al Castello a mare e a Palazzo dei Normanni. Succede un 48, quello autentico, il 1848. Una cannonata manda in pezzi uno dei due arieti o forse vengono defenestrati. I resti sono fusi per far palle d’artiglieria. Sopravvive un solo ariete, orfano e ferito in modo non grave, che troverà ospitalità al museo dell’Università e poi al Salinas.

Copia dell’ariete al Castello Maniace di Siracusa

L’ariete era stato sempre considerato opera greca, (primi decenni III secolo avanti Cristo), da alcuni accostato alla scuola di Lisippo. Come accaduto alla Lupa Capitolina, il restauro condotto da Anna Maria Carruba, sotto la guida di Agata Villa, a quel tempo direttrice del Salinas, propone di posticipare la datazione dell’opera. In questo caso ad epoca romana (II-III secolo dopo Cristo). La studiosa, ha portato alla tesi le seguenti quattro prove: l’uso di una lavorazione a rotella non esistente prima dell’età Flavia; tasselli di riparazione poligonali di uso romano; la pupilla a falce di luna non usata prima dei romani; una cifra latina sullo zoccolo. Un quinto elemento, invece, non è coerente: la composizione della lega: i romani usavano molto piombo. Qui siamo al 90 per cento di rame, al 9 di stagno solo all’1 di piombo. L’archeologa Caterina Greco, presente all’incontro, continua a sostenere l’origine greca.

Modello 3D dell’ariete bronzeo

Esposto nel 2016, dopo il restauro, con un titolo preso a prestito dal cinema anni Sessanta, “Il magnifico cornuto”, il nostro ariete, già star a Piccadilly nella mostra “Bronze”, adesso è al primo piano del Salinas, di nuovo invisibile ai visitatori, in attesa della gara di appalto che porti a completare il nuovo allestimento del museo, dopo quello fruibile del piano terra. Intanto l’ariete orfano si è moltiplicato: esiste un modello in 3D fatto dall’Università di Palermo e due copie a specchio in bronzo realizzate da una matrice di stampo dalla storica fonderia Chiurazzi di Napoli e portate a Siracusa. Dovevano rimetterle all’ingresso del castello di Maniace. Ma finora non è successo. L’ariete, quello autentico, continua ad incantare, con il suo vello minuziosamente scolpito pelo su pelo, l’elegante spirale delle corna, lo sguardo fuori dal tempo.

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