Nasce a Palermo la biblioteca semiotica più grande d’Europa nel nome di Paolo Fabbri

Custoditi a Palazzo Tarallo, nel cuore di Ballarò, oltre 12mila volumi che lo studioso riminese scomparso due anni fa, ha donato al Circolo Semiologico Siciliano

di Guido Fiorito

Il desiderio di Paolo Fabbri è stato realizzato: la sua biblioteca, le sue carte, i suoi premi trovano nuova vita a Palermo, a Palazzo Tarallo. Fabbri, scomparso due anni fa, è un maestro della semiotica, la scienza che studia la relazione tra i segni e il loro significato, o meglio il loro senso. E quindi si interessa a come sia costruito questo senso, ai simboli e alla comunicazione. Aveva insegnato alla facoltà di Magistero nell’Università di Palermo tra il 1987 e il 1990 e non aveva mai dimenticato la città. Per il terreno fertile che aveva trovato per una scienza appena nata, per i rapporti amichevoli con Antonino Buttitta e Antonio Pasqualino e non solo. Ricordava Palermo come una capitale della nuova cultura, che aveva ospitato la fondazione del Gruppo 63.

Un momento dell’inaugurazione (foto Dario Mangano)

Quando, nella sua ultima visita, nel 1996, aveva conosciuto Palazzo Tarallo, aveva detto che sarebbe stato un luogo ideale per ospitare la sua biblioteca. Volontà inserita nel testamento e realizzata non senza difficoltà. I suoi volumi e documenti sono stati quindi donati al Circolo Semiologico Siciliano, presieduto da Gianfranco Marrone, suo brillante allievo e sodale di studi con la direzione comune di collane editoriali. La biblioteca è stata realizzata con il sostegno del Museo internazionale delle Marionette e di Simonetta Franci Fabbri, moglie dello studioso.

La biblioteca Fabbri a Palazzo Tarallo

Adesso i suoi libri sono ordinati e catalogati sotto l’affresco del Trionfo di Betsabea di Pietro Martorana, al primo piano di palazzo Tarallo, in via delle Pergole 74, che già ospita le biblioteche del museo Pitrè e di Buttitta, oltre il museo della cartolina d’epoca. “I rumori del mercato di Ballarò che entrano dalle finestre sarebbero piaciuti a Paolo Fabbri. Si tratta della più grande biblioteca semiotica d’Europa”, ha detto Gianfranco Marrone, subito dopo il taglio del nastro.

Il taglio del nastro (foto Maria Giulia Franco)

La biblioteca comprende più di 12.000 volumi e decine e decine di faldoni dell’archivio personale di Fabbri trasferiti dalla casa di Rimini. Tutta una vita di letture e di studi. A parte i libri di semiotica, numerosi in francese, i titoli testimoniano la curiosità onnivora di Fabbri: dalla filosofia alle scienze umane, in particolare antropologia e sociologia, fino alla comunicazione. A volte con preziose dediche. Ma anche libri su Depero e il futurismo oppure sul concittadino Federico Fellini, al quale aveva dedicato un saggio. In alto nella seconda sala s’intravede una collezione di volumetti di Salgari e di Verne. C’è uno scaffale dedicato ad Umberto Eco, amico e per certi versi avversario, che raffigurò Fabbri “Nel nome della rosa” come Paolo da Rimini, Abbas Agraphicus.

L’inaugurazione della biblioteca Fabbri a Palazzo Tarallo (foto Dario Mangano)

Fabbri era un testimone geniale del suo tempo, cui piaceva andare al Teatro Biondo in loggione per dialogare con i più giovani. L’urbanista Maurizio Carta ha ricordato che il punto di partenza del suo insegnamento si può sintetizzare come “sminuire l’ovvio per acuire l’occhio”. Libertà nell’attraversare la contemporaneità, con piedi saldi nella teoria e volontà di fare. Ogni progetto, infatti, andava subito realizzato. I tanti aspetti della sua figura sono stati ricordati dagli altri intervenuti: Michele Cometa, Jacques Fontanille, Patrizia Monterosso, Rosario Perricone, Isabella Pezzini. Ovvero riflettere sulla nostra società, sulle sue mode, senza pregiudizi.

Alcuni dei volumi donati da Paolo Fabbri

Ricorda ancora Gianfranco Marrone che sosteneva come “la memoria serva solo per guardare al futuro con responsabilità”. Da qui la necessità che il lascito di Fabbri diventi occasione di avvenimenti culturali e di nuovi studi. “La morte – ha detto Simonetta Franci Fabbri – per lui era un rito di passaggio. Chi è scomparso, sosteneva, resta reale se continuiamo a dargli la parola. Diceva: Io sono dove sono i miei libri. Quindi Paolo adesso è qui”.

(La prima foto in alto è di Dario Mangano)

I fantasmi della Palermo operosa: viaggio tra le fabbriche di una volta

Dalla Chimica Arenella alla Manifattura Tabacchi, fino al mattonificio Puleo, sono tanti gli esempi di archeologia industriale. Oggi molti sono ruderi che potrebbero essere recuperati

di Guido Fiorito

Quando si parla di archeologia industriale a Palermo, la nostalgia è doppia: quella consueta per ciò che non è più, quella che si aggiunge per una città con aziende produttive di valore internazionale che si sono perdute. Un caso per tutti, quello della Chimica Arenella, con la più grande produzione mondiale di acido citrico e acido solforico. Dopo la chiusura (1965) è stata acquistata dal Comune di Palermo (1998). “Sono passati tanti anni e molti progetti per recuperarla – dice Maria Antonietta Spadaro – ma nessuno è stato realizzato. Così oggi è un rudere totale, non facile da recuperare”. Nonostante la posizione spettacolare sul mare. Spadaro, storica dell’arte, ha fatto il punto sul tema, alla chiesa di San Francesco Saverio in una iniziativa di BCSicilia in occasione delle Giornate europee di archeologia.

Le ciminiere dell’ex Manifattura tabacchi

Ogni tanto s’intravede nel paesaggio cittadino un’alta ciminiera di mattoni rossi che punta verso il cielo, testimone di un epoca, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, in cui il territorio cittadino era costellato di fabbriche. Queste costruzioni sono spesso affascinanti dal punto di vista architettonico ma anche fonte di storia della città. Per esempio, testimoniano l’esistenza di un ceto operaio femminile. Le Carmen palermitane, ovvero le settecento sigaraie della Manifattura Tabacchi di via Gulì, pagate con compensi miserevoli. Oppure le operaie del reparto tappezzeria della Ducrot o dell’Istituto agrario Corleone che conteneva una sala dove le madri potevano allattare i figli neonati.

Gli edifici dell’ex Chimica Arenella (foto Ascosi Lasciti-Liotrum)

Tutte queste strutture possono essere inserite in due elenchi: il primo, purtroppo vastissimo, contiene gli impianti in rovina, il secondo quelle che hanno ottenuto una seconda vita. Il fine dell’archeologia industriale, infatti, non è solo quello di studiare le fabbriche del passato ma anche “non rinunciare a valorizzare siti che andrebbero recuperati e riutilizzati per le loro intrinseche qualità e i valori storico-culturali di cui sono portatori”, come ha spiegato Spadaro.

L’ex mattonificio Puleo (foto Ascosi Lasciti)

Nel primo elenco, davanti a tutti sono la Chimica Arenella e la Manifattura Tabacchi, due impianti accomunati da un’area vasta e dalla loro magnifica posizione. Poi la fabbrica di tessuti Gulì, dietro Villa Belvedere alla Noce. Ancora il Cotonificio siciliano di Partanna Mondello (che la Regione adesso vuole recuperare, qui un articolo), la fabbrica di mattoni Puleo ad Acqua dei Corsari, la fabbrica Catalano di letti in ferro (zona via Dante), le numerose industrie conserviere, da Pensabene a Raspante.

L’ex stazione Lolli

“C’è il caso della fabbrica di laterizi D’Attardi, nella zona di via Messina Marine, che chiude negli anni Sessanta per trasferire tutto al Nord. A Palermo è impossibile lavorare mi ha detto il proprietario”, ha raccontato Spadaro che negli anni ha visto tanti impianti svuotati dei macchinari e lasciati a un destino di rovina. Altre strutture non più utilizzate sono sotto gli occhi di tutti, dai gasometri di via Tiro a Segno e di via Sandron fino alla stazione Lolli.

Uno scorcio dei Cantieri Culturali alla Zisa

Nell’elenco dei beni riutilizzati spiccano i Cantieri culturali della Zisa ricavati in alcuni capannoni delle officine Ducrot, gioiello dell’industria cittadina, azienda di mobili quotata in borsa e di valore internazionale. Un paio di impianti sono stati salvati da istituti bancari che ne hanno fatto loro prestigiose sedi: l’opificio di mobili Dagnino in via Albanese e la centrale elettrica di via Cusmano. Un caso unico è quello della sottostazione elettrica della società Tramways di Palermo a Valdesi trasformata nel 1934 in chiesa, oggi dedicata a Maria Santissima Assunta, con ricavata una facciata a tre navate per un interno a una che una volta ospitava un deposito della società.

Le Fornaci Maiorana

Poche le strutture ancora in funzione come la centrale idroelettrica alle falde del monte Grifone: Spadaro definisce “un’idea geniale” quella di averla costruita ispirandosi all’architettura normanna della Zisa. Altre strutture, come le antiche fornaci Maiorana alle falde del Pellegrino, con il suo spazio ipogeo, si sono salvate per volontà dei proprietari che le hanno trasformate in musei visitabili. I progetti non mancano, ma la maggior parte si perdono per strada. Adesso tocca alle dodici cisterne sotterranee disegnate dal grande Pier Luigi Nervi e nascoste ai piedi del Monte Pellegrino, con serie di pilastri come un bosco di alberi. La funzione era di depositi di combustibile a fini militari. Giulia Argiroffi, che le ha riscoperte, ha proposto di trasformarle in un museo siciliano con le storie della seconda guerra mondiale.

La Palermo che non c’è più rivive nel museo delle cartoline

Inaugurato a Palazzo Tarallo, ospita la collezione di Giulio Perricone, presidente dell’Unione filatelica siciliana. Donate al Comune 6.500 immagini dal 1890 al 1940

di Guido Fiorito

Cartoline, gentile testimonianza di un mondo che non è più. Un rettangolo di cartoncino illustrato che racconta vecchie storie. Potete apprezzarle come testimonianza di epoche lontane, dal punto di vista estetico oppure per i contenuti. Se il tema è una città, il suo passato potrà rivivere miracolosamente. Queste sensazioni si possono provare al Museo della cartolina d’epoca di Palermo, appena inaugurato a Palazzo Tarallo di Ferla – Cottone d’Altamira, in via delle Pergole 74, vicino a Porta Sant’Agata, nel cuore dell’Albergheria. L’edificio, comprato dal Comune circa quarant’anni fa, è anche la seconda sede del museo Pitrè e ne ospita la biblioteca etnografica.

Giulio Perricone

I collezionisti si dividono in due categorie: gli accumulatori feticisti e gli studiosi ricostruttori del passato. A questa seconda preziosa categoria appartiene Giulio Perricone che, donando al Comune 6.500 cartoline dal 1890 al 1940 della sua straordinaria collezione, ha dato vita al museo. Cartoline che furono studiate insieme a Rosario La Duca che comprese il loro valore documentario per la storia della città. “Le cartoline – dice Perricone, tra l’altro presidente dell’Unione filatelica siciliana – sono andate in pensione da qualche decennio. Oggi si manda una foto in tempo reale dal telefonino. Ma quante cose possono raccontarci!”.

Cartolina del 1890, la pià antica della collezione

La cartolina che riguarda Palermo con la data più antica porta un bollo del 22 aprile 1890 e viaggiò da Amalfi a Londra con l’effige della Zisa. Nella prima stanza si trovano delle bacheche con cartoline scelte da Pitrè e stampate dall’editore Sandron. Poi si passa la porta del museo vero e proprio dove tre grandi bacheche magiche contengono centinaia di cartoline, tra espositori e cassetti. La visita merita tempo e attenzione, perché ogni cartolina può contenere sorprese e particolari affascinanti. Per esempio, un allevamento di struzzi alla Favorita che serviva ad inizio Novecento a rifornire il boa o il cappello delle signore alla moda. Altre raffigurano mestieri scomparsi, dal venditore di latte fresco con mucca al seguito, all’acquaiolo fino ai mercanti di fichi d’India.

 

Affascina la sezione dedicata agli alberghi storici cittadini, da Ville Igiea all’Hotel et des Palmes raffigurato anche quando non esisteva via Roma. I ristoranti, da quello della Favorita che sorgeva in via Leoni fino a quelli più recenti come Renato e Spanò. Cartoline di giornali e riviste oppure dedicate a manifestazioni come l’Esposizione nazionale del 1891-92.

Primo congresso radicale siciliano 1904

Cartoline-caricature di disegnatori come Giuseppe Rosselli in arte Cimabuco e Umberto La Torre che si firma Scopa. Raffigurano i personaggi più noti della città del tempo, in testa Franca e Vincenzo Florio. La storia dei produttori locali, come i Bargi, Verderosa, Randazzo, e aziende come le edizioni Ritcher che inserivano Palermo nel loro catalogo che comprendeva tutta Italia. E ancora, grandi illustratori come Boccasile.

Interno del museo

Una sezione è dedicata alle cartoline militari, ogni reparto o battaglione aveva la sua. Vi sono curiosità come cartoline lunghe 40 centimetri e alte 9, in modo da contenere interi paesaggi palermitani, o quelle definite “gigantesche”, 35 centimetri per 25. Si spedivano e arrivavano a destinazione come quelle più piccole.

Gran Café Restaurant della Favorita

Dopo la presentazione, il museo è adesso chiuso. “Attendiamo – dice Perricone – la nuova amministrazione comunale per stabilire orari e giorni di apertura. Sono esposte 750 cartoline ma c’è ancora posto per almeno quasi il doppio. All’ingresso un pannello con sedici quadri illustra la storia della cartolina in modo che possa essere compresa anche dagli studenti delle scuole”.

Palermo utopia gioiosa secondo Kazumi Yoshida

L’artista giapponese ritrae la città avvolta in paesaggi fantastici, dalla Casina Cinese a Palazzo delle Aquile. Opere in mostra al Loggiato San Bartolomeo, con un’appendice a Villa Igiea

di Guido Fiorito

Esiste ancora la gioia di vivere? Quella dipinta ed espressa da Matisse più di un secolo fa, quando l’Europa non conosceva le carneficine delle guerre mondiali? Esiste ancora negli occhi di Kazumi Yoshida, che l’ha trovata anche a Palermo. Il nome della mostra del designer giapponese, in corso al Loggiato di San Bartolomeo di Palermo, sembra contraddire il suo contenuto: Utopia. Una utopia contagiosa, che invita alla trasformazione della realtà più che alla fuga nell’immaginario. Con tanta passione per il mondo africano “dove – dice Kazumi – la storia dell’uomo è incominciata” e quindi per il primitivo che è la purezza e il mattino del mondo.

La Casina Cinese nella serie Utopia di Yoshida

Tutto nasce quando Kazumi visita Palermo nel 2018 per Manifesta e rimane colpito dalla città e, in particolare dalla Palazzina Cinese, che cinese non è, ma è più cinese di una palazzina cinese autentica in Cina. Ed eccola, quattro anni dopo, la Palazzina di Marvuglia sulla tela appesa in fondo alla galleria del Loggiato in un paesaggio fantastico, tra scimmie blu e tigri colore dei lillà, galli gialli con code da cometa. Mentre nella parete opposta le fiere si sono impadronite di Palazzo delle Aquile e cantano alle finestre la loro felicità. Un volto di uomo domina il paesaggio, oltre la Fontana delle Vergogne, con animali fantastici tra i capelli, i pensieri liberati dalle angosce della vita.

Kazumi Yoshida

“Palermo – dice Kazumi – è la gioia di vivere, come il sogno del futuro. Il suo colore è l’oro e la luce vince l’ombra. In ogni momento il contatto con le persone esprime freschezza e gioia”. E se gli fate notare che il mondo è anche guerre, carestie, fame, lui risponde che la sua arte “vuole ristabilire equilibrio e dare gioia e speranza in un periodo difficile”.

Albero della vita

La mostra riempie i tre piani del Loggiato, struttura della Fondazione Sant’Elia, offrendo vari aspetti della produzione di Kazumi. Ci sono le muse, The Blooming Jungle (La giungla in fiore), le geometrie di Orkestra, la serie dello zodiaco e quella degli uccellini (birdies). Il tutto animato da un unico spirito, secondo una poetica che Kazumi descrive come “partire dal semplice e liberare l’immaginario”. Il semplice, sono gli occhi puri. “Occorre guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino”, sosteneva Matisse. In basso, ad altezza di fanciullo, c’è una serie di illustrazioni ad acquarello che Kazumi ha realizzato pensando ad un libro per l’infanzia. Nella serie Baby’s blu planet tutto è stupore per la Terra, the one-and-only, l’unico e solo posto dove siamo nati. A questo si unisce il gusto per la decorazione e il gusto calligrafico della pennellata tipici dello stile giapponese.

Carta da parati ispirata alla Palazzina cinese per Clarence House

È la prima mostra in Europa, con una appendice a Villa Igiea, per Kazumi che ha dedicato nella sua carriera molta attenzione alla decorazione di tessuti e carte, in proprio, per i tessuti di Ratti e per maison come Etro e Hermes (le vetrine del negozio cittadino del marchio francese ospitano suoi teatri derivati dalla mostra). Ne è testimonianza al Loggiato una carta ispirata alle decorazioni della Casina Cinese, creata per la Clarence House di New York, di cui è direttore creativo, e tre splendidi arazzi: due raffigurano l’albero della vita; sono tessuti con tecniche antiche da artigiani vietnamiti.

Le allieve dell’Accademia di Belle Arti al lavoro attorno a Utopia

La mostra lascia un segno anche tra alcune allieve dell’Accademia di Belle Arti, coinvolte dall’artista a dipingere una decorazione attorno al quadro Utopia, nel segno del suo stile e della sua immaginazione. “Dono loro la mia energia – ha detto Kazumi – perché possano volare nel mondo”. La mostra, a cura di Paola Nicita, organizzata da MLC (Maria Letizia Cassata) Comunicazione, resterà aperta fino al 30 luglio.

I leggendari Sicani di Kokalos rivivono a Sant’Angelo Muxaro

Nuovo allestimento al museo archeologico del borgo agrigentino. In mostra copie di due anelli e altrettanti sigilli d’oro identici agli originali trovati nella zona e quattro sculture contemporanee che rievocano il mito di Dedalo

di Guido Fiorito

I misteri dei sicani, della città di Kamikos (Camico) e del suo re Kokalos (Cocalo) affascinano ancora. Le leggende legate al mito di Minosse e di Dedalo si legano alla realtà di oggetti preziosi trovati dagli archeologi nei terreni attorno al fiume Platani. Al Musam, il museo archeologico di Sant’Angelo Muxaro, nuovi allestimenti e una mostra di sculture invitano alla visita. In sei sale, il mito si specchia negli oggetti ritrovati. Una contiene una copia, realizzata dal British Museum a metà degli anni Ottanta, della bellissima patera conservata dall’istituzione londinese. Una coppa d’oro decorata a rilievo con una fila di sei buoi e una mezza luna. L’originale fu comprato dall’ambasciatore britannico  sir William Hamilton (che poi la regalò al museo), dal vescovo di Agrigento, Andrea  Lucchesi Palli. Altri tre patere d’oro, appartenenti a quell’epoca  alla collezione del prelato, una decorata e due lisce,  si sono perse nel nulla.

Opera di Muratore al Musam

Con il nuovo allestimento la stessa sala offre altre due copie: si tratta dei sigilli d’oro ritrovati dall’archeologo Paolo Orsi e conservati al museo archeologico di Siracusa. Sono state realizzate dall’orafo Giovanni Ferrito: non si tratta di calchi ma di oggetti eguali agli originali, realizzati sulla base delle misure. Raffigurano un lupo dalle lunghe unghia e una mucca con vitellino. Altre due copie riguardano anelli della necropoli di Ribera identici a quelli che Orsi aveva  trovato in queste zone, anch’essi dispersi.

Altre sculture contemporanee al Musam

Il Musam è ospitato al settecentesco Palazzo Arnone, acquisito dal comune negli anni Novanta, poi ristrutturato per aprire i battenti nel dicembre del 2015 in concomitanza con il prestito temporaneo alla Sicilia della patera del British. Ospita materiali dal XII al VI secolo avanti Cristo. Il mito di Dedalo rivive in quattro sculture realizzate dall’artista Vincenzo Muratore. “Alla chiusura della mostra, il 5 giugno – dice il sindaco Angelo Tirrito – faranno parte del nostro progetto di museo a cielo aperto e quindi esposte in luoghi particolari del nostro borgo”.

Al centro il sindaco Angelo Tirrito durante l’inaugurazione

Molto interessante è la sala degli ori di Monte Castello. Particolare un anello d’oro con pietre preziose lavorato con la tecnica della granitura a grappoli d’uva. E poi una fascia decorativa ancora d’oro, con le estremità a forma di serpente, così come una borchietta. Infine una gemma molto piccola sul cassone di un anello con raffigurato un satiro in miniatura ma di fattura così raffinata che si possono distinguere i peli delle gambe animali. “I sicani di Kamikos sono un popolo leggendario  – continua il sindaco, che è anche uno studioso della storia di Sant’Angelo – sembra non avessero una loro scrittura, ma erano evoluti per molti altri aspetti. Per esempio la conoscenza dei metalli. L’oro veniva importato e poi lavorato. Oro a 24 carati che dopo tanti secoli conserva una lucentezza impressionante”.

Una delle sculture di Vincenzo Muratore

Una occasione per visitare Sant’Angelo Muxaro, 1200 abitanti, che fa parte del circuito dei Borghi dei Tesori. Guardando la cittadina, arroccata su una collina alta oltre trecento metri,  che domina la valle del Platani, si rivive la leggenda della fuga in Sicilia di Dedalo, l’inventore del labirinto, alla corte del re Kokalos a Kamikos su una rocca inespugnabile. Poi l’arrivo dei cretesi a caccia di Dedalo e l’uccisione con l’inganno del re Minosse. Dietro questo mito s’intravedono reali rapporti nell’età del bronzo tra i sicani e il mondo egeo. E gli oggetti d’oro rinvenuti nel suo territorio evocano questo mondo fantastico al principio della storia.

Giovani talenti siciliani a scuola da Mogol

Pronte trenta borse di studio per corsi di perfezionamento al Centro europeo di Toscolano creato dal celebre autore musicale. Un’iniziativa promossa dall’assessorato regionale ai Beni culturali, in collaborazione col museo Riso e il Conservatorio di Palermo

di Guido Fiorito

Giovani siciliani a scuola da Mogol per approdare al mondo della canzone. Al museo Riso, per un giorno si parla di musica pop, dietro il presupposto che anche le canzonette siano da considerare arte contemporanea. Trenta borse di studio sono pronte per altrettanti siciliani di età tra i 18 e i 25 anni per partecipare questa estate a corsi di perfezionamento alla fabbrica di talenti di Mogol, il Centro europeo di Toscolano (Cet) in provincia di Terni.

La presentazione delle borse di studio al museo Riso

“Ho fondato questo centro nel 1992 – dice Mogol, 85 anni portati magnificamente, a Palazzo Riso per presentare l’iniziativa – e si tratta di una associazione no profit. La nostra formazione si dirige in quattro direzioni: autori, compositori, interpreti, produzione discografica. Quest’ultima è diventata sempre più importante, comprende gli arrangiamenti che oggi si fanno anche attraverso software e sono determinanti per il risultato”.

L’iniziativa è promossa dall’assessorato regionale dei Beni culturali, in collaborazione con il museo Riso e il conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo. Le procedure sono contenute in un avviso in pubblicazione. Il primo passo prevede un punteggio per titoli, che premia di più chi è in possesso di un diploma di conservatorio e chi può documentare esperienze di carattere musicale. I primi cinquanta saranno sottoposti a una giuria del Cet presieduta da Mogol. I trenta prescelti andranno in Umbria per partecipare a tre moduli di corsi full immersion, della durata totale di quindici giorni. Infine, a settembre, si farà in Sicilia un evento musicale, un sorta di festa finale, al quale parteciperanno gli stessi borsisti.

Mogol con Alberto Samonà

“Una grande opportunità – continua Mogol – se si pensa che alcuni dei nostri docenti sono siciliani come Giuseppe Anastasi, autore di canzoni di Arisa, e il produttore e grandissimo pianista Giuseppe Barbera”. Lo stesso Mogol ha collaborato con il catanese Gianni Bella. E la Sicilia è anche la terra di Franco Battiato, soprattutto; di Carmen Consoli e Giuni Russo. “Diamo un segnale che le istituzioni sono vicine ai giovani talenti e vogliono che restino in Sicilia, un modo per favorire la loro crescita professionale sotto la guida di un maestro assoluto come Mogol”, dice Alberto Samonà, assessore ai Beni culturali. “Ispirazione – afferma Luigi Biondo, direttore del museo Riso – è vicina a traspirazione, perché serve sudore, sacrifici, impegno per arrivare a grandi risultati nell’arte e quindi nella musica. Diamo una piccola spinta iniziale per iniziare la salita”.

Nell’occasione è stato firmato un protocollo d’intesa tra il museo Riso e il conservatorio Scarlatti, rappresentato dal presidente Mario Barbagallo e dal direttore Daniele Ficola, che prevede tre borse di studio per gli allievi dell’ente. “Fino agli anni Novanta – afferma Ficola  – i conservatori davano un offerta didattica esclusivamente di musica classica. Adesso vi sono dipartimenti di musica elettronica, jazz e in qualche caso, non ancora a Palermo, pop. Anche nel seicento i musicisti arrangiavano le opere dei compositori, qualcosa che li avvicina alla pop music”.

Un momento della conferenza stampa

Per Mogol, “gli studenti dei conservatori sono bravi a studiare e a imparare il pop e il jazz va considerato una divergenza strumentale del pop. Se le parole di una canzone hanno un valore morale e rappresentano il loro tempo significa che il pop, con i suoi testi che milioni di persone imparano a memoria, ha un rilievo morale ed evolutivo”. Non solo tu chiamale se vuoi emozioni.

(Nella prima foto in alto Mogol nel 2007 – Foto Menachem Lazar, Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0)

I colori nascosti della natura: a tu per tu con il fotografo del buio

Gli scatti notturni dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman ricercano la visione pura, contro l’inquinamento luminoso che altera la percezione della realtà. Fino al 24 giugno sono in mostra a Palermo

di Guido Fiorito

Ci sono due modi di guardare la mostra dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman nelle sale di Palazzo Sant’Elia, a Palermo: ragionare sulla nostra percezione della realtà, perdendo qualche certezza, oppure lasciarsi dietro ogni pensiero logico e cogliere la poesia delle immagini. Una mostra che si chiama Esse, dove la lettera S è coricata, un segno incompleto d’infinito. È allestita dallo stesso artista, con un percorso a zig zag per un’esperienza di immersione nelle singole immagini. È accompagnata da una serie di appuntamenti, che comprendono colloqui e dibattiti, on line e non, ma anche concerti fino alla chiusura del 24 giugno.

Rafael Y. Herman

Herman è un artista israeliano cresciuto a Be’er Sheva, nel deserto del Neghev, a sud del Paese. Le rappresentazioni esposte nelle dodici sale del palazzo di via Maqueda sono notturne luminose. “Quindici anni fa – racconta l’artista – mi sono incuriosito al tema dei colori al buio, quando la luce non c’è. Mi sono chiesto, qual è l’aspetto della materia senza luce. Così ho iniziato a lavorare di notte alla ricerca dei colori ‘nascosti’ dalla luce”. Quando gli altri sono a letto, Herman va nella natura, cerca il buio assoluto nelle notti di luna nuova. Usa tecniche di sua invenzione che prevedono lunghi tempi fotografici di esposizione. Torna a casa all’alba. Così ha fatto anche durante i suoi soggiorni in Sicilia negli ultimi otto mesi.

Rafael Y. Herman, “Coniuctis”

“La realtà che vediamo – continua – è falsa, la luce la nasconde. Il mio lavoro mira a ritrovare una realtà oggettiva e a fissare la sua luce interna, prodotta dall’energia contenuta, come dice la fisica, in ogni porzione di materia. In inglese si dice ‘glow’, incandescenza”.

Rafael Y. Herman, “Nocte decus”

La ricerca dell’assenza di luce per trovare la vera luce della realtà, si lega a una denuncia dell’inquinamento luminoso. “La luce artificiale condiziona la realtà in cui viviamo, mi interessa una realtà non condizionata. In passato non era così”. Herman fa l’esempio del quadro “Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles” di Vincent Van Gogh. Siamo nel 1888 e nel cielo notturno sono dipinte brillanti stelle. “Oggi non è più possibile. Per le mie opere scelgo luoghi dove la luce artificiale non arriva. L’inquinamento luminoso fa male all’uomo e anche agli animali, riducendo la biodiversità. In effetti noi abbiamo bisogno della natura, la natura non ha bisogno di noi. La gente non si rende conto di quanto sia diffuso l’inquinamento luminoso che non risparmia nemmeno la zona dell’Etna”.

Rafael Y. Herman, “Renaissance”

L’operazione si accompagna a domande filosofiche. Intanto sul nostro modo di vedere. “La psicologia della visione – continua l’artista – dice che ciascuno di noi vede con il cervello e, quindi, attraverso il suo background culturale, l’occhio è solo uno strumento. Lavorando in assenza di luce, tolgo anche il mio punto di vista, sottraggo la mia influenza su quello che realizzo. Cerco una visione oggettiva. Nell’oscurità totale vengono in mente le domande fondamentali, cos’è l’esistenza, se Dio esiste”.

Rafael Y. Herman, “Lapis nubes”

Girando per le sale della mostra, possiamo dimenticare tutto questo e raggiungere quella che Herman chiama “una esperienza primitiva, vicina a quella dei bambini, che hanno uno sguardo puro meno condizionato dalla cultura”. E allora ci immergiamo in questi paesaggi materici e dell’anima. Immagini che fanno talvolta pensare alle pennellate impressioniste, a volte sono astratti e non si riconoscono oggetti. Si colgono strane prospettive e come Alice si vorrebbe entrare dentro il paesaggio. Se dimenticassimo tutti i nostri ragionamenti? I muri del palazzo scompaiono, rimane solo bellezza.

A Palermo irrompono i maxi animali colorati di Cracking Art

Le grandi installazioni in plastica riciclata realizzate dal collettivo d’arte sono esposte fino al 10 luglio nei giardini di Villa Malfitano e Villa Trabia nella mostra “Stories”

di Guido Fiorito

La cracking art invade due spazi verdi, Villa Malfitano e Villa Trabia. Palermo come Nashville, Shanghai, Vina del Mar, Barcellona, il duomo di Milano, la reggia di Caserta. Nel segno della pop art, animali coloratissimi, iperrealisti, si stagliano sull’erba dei prati, tra gli alberi esotici, le fontane e le antiche mura. Un gioco che spiazza e sollecita la fantasia. Giganti di plastica con un immaginario cartello: consigliato toccare. Ciascuno è accompagnato da un pannello che indica al visitatore il cammino verso una possibile spiegazione. Da leggere dopo, per non rovinare l’effetto sorpresa, il cortocircuito delle idee.

Gatti a Villa Malfitano

A Villa Malfitano un elefante rosso sostiene il caseggiato dell’ingresso, ricorda un gigantesco reggilibri da mensola, e immagini tenga tutti i libri e la cultura che contiene la dimora dei Whitaker. Simboleggia l’importanza della conservazione della memoria di questo luogo incantato, che fu dimora di Pip Whitaker, l’erede di Ingham e dell’impero del vino Marsala, che si dedicò all’archeologia a Mozia e allo studio degli uccelli. Quest’ultimo fatto evocato da un gruppo di rondini gigantesche.

Installazioni a Villa Trabia

Cracking Art è nato nel 1993. Un collettivo di cinque artisti che si è ispirato alla land art, l’arte dentro il paesaggio, con un impegno ambientale, una provocazione ecologista, che è stata presente, tra l’altro, in tre edizioni della Biennale di Venezia, nel 2001 invasa da mille e cinquecento tartarughe dorate.

Gli animali della mostra “Stories”

“Usiamo la plastica – racconta l’artista francese Alex Angi all’inaugurazione – perché è un derivato del petrolio, sostanza che contiene la memoria e il vissuto dell’uomo. Oggetti che comunicano gioia e amore, immagini di un mondo nuovo, con le quali soprattutto i bambini possono interagire e giocare”. Ma anche i grandi: irresistibile è il selfie o la foto con lo smartphone davanti a questi animali così colorati e così amichevoli. E solo riflettere su questo può portare lontano.

Cracking art a Villa Malfitano

L’intento è di creare un “crack”, ovvero spezzare, incrinare la percezione usuale, per riflettere sul rapporto tra naturale e artificiale. Perché questi animali sono solo apparentemente banali, chiedono riflessione e sguardo puro. Plastica rigenerata per sottrarla alla devastazione dell’ambiente e donarle nuova vita. La mostra, autenticamente pop perché destinata e comprensibile a tutti, si chiama Stories e durerà nei due spazi fino al 10 luglio, con ingresso libero.  Come Alice siamo proiettati in un paese di meraviglie, tra pinguini verdi, tartarughe rosse e gialle così tenaci da arrampicarsi fino ai balconi di Villa Trabia, gatti e conigli dai tanti colori.

Le tartarughe di Cracking Art

La mostra è promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale. “Un messaggio di ottimismo e speranza – dice il presidente Emmanuele Emanuele – in un momento storico funestato da pandemie e guerre, con un riferimento specifico alle storie tipiche dei profili social, arte pop per stimolare le coscienze degli individui attraverso una rappresentazione ironica e di rottura”. Il tutto, chiude il manifesto in dieci punti degli artisti di Cracking Art per “lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato”.

Tornano in strada le processioni pasquali, ma si riparte con prudenza

Dopo due anni di pandemia, le confraternite si organizzano per celebrare i riti della Settimana Santa, ma vescovi e parrocchie invitano a mantenere i protocolli di sicurezza

di Guido Fiorito

Tornano dopo due anni di sospensione per la pandemia le processioni della Settimana Santa pasquale. Si tratta di riti che si svolgono a Palermo da oltre cinquecento anni, con tradizioni che hanno attraversato la storia, dall’epoca dei viceré spagnoli fino ad oggi. Riti e manifestazioni riprendono in tutta la Sicilia, dalla processione dei Misteri a Trapani a quella degli Incappucciati di Enna, dalla Real maestranza di Caltanissetta al ballo dei diavoli di Prizzi, a tante altre. Si farà, dopo alcuni tentennamenti, anche la cerimonia della Madonna Vasa Vasa di Modica.

Processione del Venerdì Santo tra le strade di Palermo

Si riprende ma, nell’intenzione e nelle direttive ecclesiastiche, con un atteggiamento prudente e concentrato sugli aspetti spirituali. La Commissione episcopale italiana ha prescritto, per esempio, di evitare il bacio nell’atto di adorazione della Croce, ma anche di evitare le dirette streaming sui social. L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, con una lettera alle confraternite ha dato una serie di prescrizioni per ridurre i rischi di contagio e per riti che colgano il momento che stiamo vivendo, con la guerra in Ucraina e la crescita della povertà.

Il fercolo col Cristo morto

“Se i protocolli governativi non prevedono più le severe restrizioni dei mesi passati – scrive l’arcivescovo – questo non significa che possiamo imprudentemente ritornare alle abitudini di un tempo”. Da qui la richiesta di accorciare i percorsi e i tempi delle processioni, mantenendo l’itinerario all’interno di ciascuna parrocchia, in strade agevoli in modo da evitare eccessivi affollamenti. Il Venerdì Santo è stabilito di chiudere i riti entro le 23,30. Niente “inutili e insensati rallentamenti” che prolungano i tempi della processione.

Statua della Madonna Addolorata

La lettera dell’arcivescovo è improntata dall’esigenza della sobrietà, perché le manifestazioni pasquali siano spirituali lasciando da parte gli elementi eccessivi di spettacolo. Ed entra nel merito. È prescritta una sola banda musicale perché di più sarebbe “spreco”, in modo da alternare “canti e preghiere che aiutino i fedeli a mantenere un clima spirituale e orante”. Aggiunge di evitare “di affiggere carta-moneta e preziosi” sui fercoli e le sacre immagini. No anche alle “varicedde”, ovvero piccoli simulacri, definiti “inutili doppioni che distraggono”.

Venerdì Santo ai Fornai (foto Centro diocesano confraternite)

“Rimane  – dice Biagio Maurizio Puleo, presidente del Centro diocesano per le Confraternite – qualche rischio legato alla pandemia. I fercoli sono portati a spalla e per questo bisogna stare vicini. Tre confraternite hanno preferito rinunciare alla processione, altre nove la faranno. E poi ci sono le tante processioni organizzare dalle parrocchie”. Tra quelle che rinunciano una delle più antiche, la Confraternita di Santa Maria dell’Itria legata ai cocchieri “maiuri”, ovvero quelli alle dipendenze dei nobili, che risale al 1596. La “vara processionale”, con la venerata statua lignea della Vergine Addolorata, sarà esposta nella chiesa della Kalsa. Hanno preferito il no anche la confraternita del Santissimo Ecce homo dell’Uditore, fondata nel 1733, e la confraternita Passione del signore di Borgo Nuovo (1987).

Confraternita Maria Santissima Addolorata della Soledad (foto Centro diocesano confraternite)

“L’indicazione di chiudere entro le 23,30 – aggiunge Puleo – permette di rispettare il silenzio prescritto per il Sabato Santo. Le ‘varicedde’ sono in gran parte ripetizioni, i simboli principali della processione sono il Cristo morto e l’Addolorata”. Molte processioni partiranno tra le ore 15 e le 17. Tra queste quella della Confraternita di Maria Santissima Addolorata de la Soledad che si muove dalla chiesa di San Nicolò di Tolentino che è nata nel 1590. La zona a traffico limitato nel centro storico sarà sospesa da giovedì a sabato in occasioni dei riti pasquali.

“Quale gesto concreto di compassione col popolo ucraino – scrive, infine, l’arcivescovo Lorefice -, i vescovi invitano tutti ad evitare i fuochi o le cosiddette bombe pirotecniche per le prossime feste pasquali. In segno concreto di solidarietà, si invita a convertire il corrispettivo dei fuochi pirotecnici in aiuti umanitari ai profughi che saranno accolti nelle nostre diocesi e nelle nostre città”.

La cattedrale di Palermo

“Prima la pandemia, adesso la guerra che non ha spiegazione. Un atteggiamento estremamente spirituale – dice padre Giuseppe Bucaro, direttore dell’ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo – davanti al tempo particolare che stiamo vivendo. Dai primi indizi sembra sia stato compreso lo spirito con cui riprendere queste manifestazioni in un contesto dove si è capaci di fare guerre che sembravano impossibili ma purtroppo sono reali. Da cristiani rispondiamo come comunità che riflette e prega per la pace”.

Dalle teste di moro ai fischietti: a Palermo in mostra antiche maioliche

Nell’ex cavallerizza di Palazzo Drago esposti duecento pezzi di epoca borbonica provenienti dalla collezione dei fratelli Tortorici

di Guido Fiorito

Dal neolitico, l’uso della ceramica e della maiolica ha accompagnato ogni giorno la vita dell’uomo acquisendo pian piano gusto per la bellezza. Oggetti di uso comune spesso di estetica non comune. La mostra “Maiolica. Regno delle due Sicilie” celebra questa storia, con splendidi oggetti provenienti da un territorio che in gran parte coincide con l’Italia meridionale. In Sicilia la tradizione è forte, con centri rinomati come Burgio, Caltagirone, Collesano, Sciacca. E poi Vietri e Cerreto Sannita (Campania), Laterza (Puglia), Gerace (Calabria). Duecento pezzi in tutto che fanno parte della collezione dei curatori della mostra, i fratelli Stefano, Michele ed Emanuela Tortorici, antiquari di Athena antichità. Pezzi collocati in un ambiente straordinario: l’ex cavallerizza del ritrovato Palazzo Drago Airoldi di Santacolomba di via Vittorio Emanuele a Palermo. La mostra, ad ingresso gratuito, chiuderà il 29 maggio.

La mostra nell’ex cavallerizza di Palazzo Drago

Ogni oggetto, una storia. Particolare quella delle teste di moro, che sono oggi di gran moda. Sono legate ad una leggenda che ha diverse varianti ma un filo conduttore. Un moro, un arabo berbero o a volte un pirata turco, si innamora ricambiato di una bella donna palermitana. Ma quando lui vuole ripartire (oppure si scopre che ha già moglie e figli) lei lo decapita e mette nel balcone la sua testa in guisa di vaso, piantando all’interno del basilico che cresce rigoglioso. Nella mostra si vedono due delle prime teste di moro, realizzate a fine Settecento a Caltagirone: la pelle molto scura, le labbra carnose, gli occhi curiosamente celesti.  “In epoche successive – spiega Michele Tortorici – appaiono teste bianche e nasce la decorazione in verde. Venivano infornate due volte: la prima per dare la forma e la seconda dopo aver inserito disegni e colori. Più il committente era ricco più l’oggetto realizzato era prezioso”.

Maioliche in mostra

Oggetti di uso pratico come oliere, contenitori per raffreddare che venivano riempiti di neve, vere e proprie glacette d’epoca, fischietti in forma di animali come un cane, quartare per trasportare l’acqua o il vino, porta olive in salamoia, lucerne antropomorfe a forma di monaco. E poi crescintiere (contenitori in cui lievitava la pasta), acquasantiere da capezzale. Altri oggetti, dalla forma di zucche o zucchine,  venivano usati riempiti di acqua calda per scaldare le mani.

Uno degli oggetti in mostra

Tra le curiosità alcune piccole brocche. “Queste vengono da Ariano Irpino in Campania – dice Emanuela Tortorici, presidente dell’associazione Balat  – . Erano usate nelle feste con intento scherzoso, goliardico. Vi sono alcuni fori molto piccoli, quasi invisibili. Si riempiono e se il bevitore non conosce il trucco si bagnerà del vino che inclinandole vien fuori dai piccoli buchi. Chi conosce il trucco, invece, li tura con le dita e può bere tranquillamente”. Rare le ceramiche firmate, come una bellissima idria, un contenitore di acqua medicamentosa da farmacia, con rubinetto di bronzo, realizzata da Giuseppe Di Bartolo. Alcune portano gli stemmi della famiglia che li ha commissionati, per esempio un porta piante datato 1700 della famiglia Bonanno. “Le ceramiche – spiega Emanuela Tortorici – in generale non sono punzonate e per risalire al luogo di origine bisogna conoscere bene i disegni e gli stili”. Un’esame complicato dal fatto che gli artigiani di zone diverse, detti maiolicari, erano in contatto tra loro, con scambi di stile e raffigurazioni.

Brocca

Numerosi i piatti esposti. Si tratta in generale di fangotti o fangotte (il nome  ricorda il legame del prodotto con la terra) di grandi dimensioni, almeno quaranta centimetri, talvolta usati per condividere il cibo sulla tavola di famiglia e più spesso per esporre la salsa al sole per l’estratto di pomodoro o per realizzare i pomodori secchi. Al centro, i disegni spesso alludono a fatti reali, come una vela in un mare in tempesta. Particolare un piatto che porta al centro un cuore trafitto da una freccia e anche da una scala, probabilmente il regalo di un innamorato che vuole scalare (o ha raggiunto) il cuore della donna amata.

Un pezzo della collezione

“Il nostro scopo  – conclude  Emanuela Tortorici  – è di fare cultura e far scoprire oggetti meravigliosi che altrimenti rimarrebbero a tutti ignoti. Si fa sentire l’assenza di un museo della manifattura siciliana che possa mostrare il valore e la bellezza del nostro patrimonio. Per questo la mostra è particolarmente indicata per le scuole, in particolare quelle che si occupano di arte e storia dell’arte”.

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