Tornano insieme gli arredi barocchi ritrovati

Esposti all’Oratorio dei Bianchi, a Palermo, i pezzi lignei che ornavano la chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo sul Cassaro

di Giulio Giallombardo

Un tempo decoravano l’antico complesso gesuitico del Cassaro, oggi sede della Biblioteca regionale e in parte del convitto nazionale. Adesso per la prima volta gli arredi lignei barocchi della chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo, espressione del dominio della cultura che l’ordine detenne dalla metà del Cinquecento al 1767, sono riuniti tutti insieme nella settecentesca chiesa superiore del complesso dell’Oratorio dei Bianchi in via dello Spasimo, a Palermo.

Cariatidi lignee

Saranno esposti a partire da oggi una ventina di pezzi, tra cui sei inginocchiatoi decorati con storie della Passione di Cristo, nove ante monumentali che appartenevano agli armadi della sacrestia, un bancone da farmacia e alcune cariatidi che separavano le ante dell’armadiatura. La storia di questi arredi è stata molto travagliata. Parte dei pezzi era custodita nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, dove erano arrivati dal museo nazionale. Altri pezzi, come le grandi ante decorate con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, sono stati trafugati alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, durante il passaggio dal museo nazionale alla nuova sede dell’Abatellis. Le ante erano stato in seguito ritrovate dal Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, poi consegnate alla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha curato il recupero e le ha custodite fino a oggi.

Gli arredi del Collegio Massimo si andranno, così, ad aggiungere ai settecenteschi stucchi di Giacomo Serpotta, conservati nella parte inferiore dell’oratorio e provenienti dalla chiesa del convento delle Stimmate, successivamente demolita alla fine dell’800 per la costruzione del Teatro Massimo. Si tratta di arredi lignei di grande pregio, realizzati a partire dal 1673 fino al primo decennio del XVIII secolo, da una collaudata équipe di intagliatori tra i quali Pietro Marabitti, su un progetto architettonico ampio e unitario che ebbe Paolo Amato come riferimento propulsore.

L’Oratorio dei Bianchi

Questa mattina all’Oratorio dei Bianchi presentano gli arredi lignei il direttore della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Evelina De Castro; il soprintendente per i Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; la storica dell’arte di Palazzo Abatellis, Valeria Sola, e l’antropologo Claudio Paterna, del Centro regionale di progettazione e restauro. “Abbiamo voluto riunire insieme questi preziosissimi arredi che una volta si trovavano tutti nello stesso luogo, pezzi bellissimi che hanno avuto storie e vicende diverse – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelina De Castro – . Con questa acquisizione, mettiamo insieme due grandi cantieri e committenti artistici della città. Sono manufatti che collegano la cultura alta alla devozione popolare e alla tradizione dei misteri, che in Sicilia è sempre stata molto radicata molto radicata. Opere oltre che pregiate da un punto di vista artistico, anche dall’alto valore storico e antropologico”.

Esposti all’Oratorio dei Bianchi, a Palermo, i pezzi lignei che ornavano la chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo sul Cassaro

di Giulio Giallombardo

Un tempo decoravano l’antico complesso gesuitico del Cassaro, oggi sede della Biblioteca regionale e in parte del convitto nazionale. Adesso per la prima volta gli arredi lignei barocchi della chiesa di Santa Maria della Grotta e del Collegio Massimo, espressione del dominio della cultura che l’ordine detenne dalla metà del Cinquecento al 1767, sono riuniti tutti insieme nella settecentesca chiesa superiore del complesso dell’Oratorio dei Bianchi in via dello Spasimo, a Palermo.

Cariatidi lignee

Saranno esposti a partire da oggi una ventina di pezzi, tra cui sei inginocchiatoi decorati con storie della Passione di Cristo, nove ante monumentali che appartenevano agli armadi della sacrestia, un bancone da farmacia e alcune cariatidi che separavano le ante dell’armadiatura. La storia di questi arredi è stata molto travagliata. Parte dei pezzi era custodita nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, dove erano arrivati dal museo nazionale. Altri pezzi, come le grandi ante decorate con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, sono stati trafugati alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, durante il passaggio dal museo nazionale alla nuova sede dell’Abatellis. Le ante erano stato in seguito ritrovate dal Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, poi consegnate alla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha curato il recupero e le ha custodite fino a oggi.

L’Oratorio dei Bianchi

Gli arredi del Collegio Massimo si andranno, così, ad aggiungere ai settecenteschi stucchi di Giacomo Serpotta, conservati nella parte inferiore dell’oratorio e provenienti dalla chiesa del convento delle Stimmate, successivamente demolita alla fine dell’800 per la costruzione del Teatro Massimo. Si tratta di arredi lignei di grande pregio, realizzati a partire dal 1673 fino al primo decennio del XVIII secolo, da una collaudata équipe di intagliatori tra i quali Pietro Marabitti, su un progetto architettonico ampio e unitario che ebbe Paolo Amato come riferimento propulsore.

Questa mattina all’Oratorio dei Bianchi presentano gli arredi lignei il direttore della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Evelina De Castro; il soprintendente per i Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; la storica dell’arte di Palazzo Abatellis, Valeria Sola, e l’antropologo Claudio Paterna, del Centro regionale di progettazione e restauro. “Abbiamo voluto riunire insieme questi preziosissimi arredi che una volta si trovavano tutti nello stesso luogo, pezzi bellissimi che hanno avuto storie e vicende diverse – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelina De Castro – . Con questa acquisizione, mettiamo insieme due grandi cantieri e committenti artistici della città. Sono manufatti che collegano la cultura alta alla devozione popolare e alla tradizione dei misteri, che in Sicilia è sempre stata molto radicata molto radicata. Opere oltre che pregiate da un punto di vista artistico, anche dall’alto valore storico e antropologico”.

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Il decoro a Palermo, le sfide di Fabio Giambrone

Intervista all’assessore e vicesindaco che ha annunciato il pugno duro contro chi sporca la città e diversi interventi di riqualificazione e pulizia

di Giulio Giallombardo

C’è la Palermo che cambia volto. Quella di strade e piazze che rinascono, anche grazie alle pedonalizzazioni, del centro storico rivitalizzato, di aree verdi che rifioriscono con l’aiuto dei cittadini. Poi c’è il suo lato oscuro che appare a tratti irredimibile, foraggiato dai cumuli di rifiuti che invadono le strade, costellato di quartieri-ghetto, marciapiedi impraticabili e abusi di ogni tipo. È una Palermo dalle mille facce, in cui gli opposti convivono da sempre con una naturalezza irripetibile. In questo coacervo di contraddizioni, il tema del decoro diventa cruciale, perché non rimanda soltanto al concetto di strade pulite o quartieri riqualificati, ma contiene in sé anche i significati più profondi di dignità, prestigio e valore, che si conquistano soprattutto cambiando la mentalità di chi in quelle strade vive.

Per questo la scommessa dell’assessore comunale e vicesindaco di Palermo, Fabio Giambrone, punta in alto. Le sue sono deleghe pesanti: Decoro urbano, Verde, Polizia municipale e Personale. L’assessore, già segretario regionale di Idv, ex senatore, poi alla guida della Gesap e ora braccio destro del sindaco Leoluca Orlando, ha mostrato il pugno duro contro chi sporca la città, annunciando la creazione di una squadra speciale di vigili urbani che avrà il compito di stanare e sanzionare gli incivili. In arrivo anche nuove riqualificazioni, con interventi di abbellimento in strade e piazze, a partire dai dissuasori a scomparsa che presto andranno a sostituire i blocchi di cemento piazzati agli ingressi dei varchi della Ztl nel centro storico.

Fabio Giambrone

Assessore Giambrone, il suo incarico è estremamente delicato, visto il momento cruciale che sta vivendo la città. Quali sono i suoi obiettivi da qui al 2022?

“In questa seconda fase della legislatura cercheremo di riqualificare quelle zone della città che ne hanno bisogno, anche se quando parliamo di decoro, a proposito della mia delega, dobbiamo circoscrivere la cosa, se no rischiamo di mettere dentro tutto. Il tema del decoro passa certamente dalla riqualificazione e fruibilità di alcune aree che sono in una condizione che va migliorata. Faccio riferimento ad esempio ad alcuni interventi che già sono stati fatti, come in piazzetta Bagnasco, o ad altri che saranno pronti a breve, come in piazza Noce, piazza Marina, dove sarà collocata una passerella davanti al ficus secolare, oppure a Borgo Vecchio, dove dopo Pasqua inizieranno i lavori per recuperare il campetto di calcio abbandonato da anni. Altri interventi, inoltre, sono in corso a Vergine Maria, Mondello e Sferracavallo”.

Dissuasori di cemento ai Quattro Canti

Vedremo sparire anche i blocchi di cemento all’ingresso dei varchi principali della Ztl?

“Sì, è nostra intenzione, sostituire i blocchi con dissuasori a scomparsa. Aspettiamo l’approvazione del bilancio. È un modo valido per dotarci di strumenti innovativi, promuovendo allo stesso tempo il decoro della città. I blocchi di cemento non sono belli esteticamente, ma rispondono a precise esigenze di sicurezza, i nuovi dissuasori saranno altrettanto sicuri ma anche più gradevoli da vedere. Abbiamo intenzione di installarli ai Quattro Canti, davanti alla Cattedrale, in piazza Marina e alla stazione centrale”.

Rendering della passerella in piazza Marina

C’è poi l’eterno problema dei rifiuti. Basterà il potenziamento della squadra di vigili urbani a scoraggiare gli incivili?

“È certamente un inizio. Noi amministratori, come tantissimi cittadini, siamo stanchi di chi non ha rispetto per la città e poi magari vive in case pulitissime. In questo momento sono fermamente convinto che la repressione di comportamenti scorretti possa servire. C’è già un nucleo dei vigili urbani che fa questo lavoro, noi potenzieremo il servizio con agenti in borghese, dal momento che la città è grande e occorre controllare ovunque. Bisogna sanzionare con forza i comportamenti insopportabili di tutti quelli che, anche da fuori Palermo, abbandonano a qualsiasi ora rifiuti per strada”.

Il problema è solo dei cittadini incivili? Secondo lei gli operatori della Rap fanno fino in fondo il loro lavoro?

“Noi pensiamo che la Rap stia facendo uno sforzo enorme, ma deve farne uno ancora maggiore. L’azienda deve essere nelle condizioni di garantire un servizio più adeguato, come noi abbiamo già richiesto, e la Rap sta lavorando in questo senso”.

Avete pensato anche a installare più telecamere di sorveglianza nelle zone sensibili?

“Sì, certo, anche in questo caso aspettiamo l’approvazione del bilancio”.

L’asilo demolito allo Sperone

Ci sono associazioni culturali e privati cittadini che si fanno in quattro per restituire un’immagine più dignitosa della città, ma poi inevitabilmente si scontrano problemi che vanno al di là delle loro possibilità. In questo senso, quanto è importante per lei la collaborazione tra pubblico e privato per la valorizzazione della città?

“È fondamentale. Noi dobbiamo creare queste sinergie che sono importantissime per far crescere una cultura diversa che è quella della partecipazione. Dobbiamo assolutamente aprirci alla città. All’interno dell’amministrazione abbiamo figure professionali brillanti e di alta competenza, ma questo non basta, dobbiamo essere capaci di intercettare abilità anche all’esterno, come stiamo facendo allo Sperone, dove quello che doveva essere un asilo, poi diventato simbolo di abbandono, è stato demolito e adesso stiamo immaginando un percorso di riqualificazione dell’area, con la partecipazione della scuola, dell’Ordine degli architetti e delle nostre professionalità”.

Lei ricopre anche l’incarico di vicesindaco, come vive questa responsabilità?

“È un ruolo che ho assunto con il massimo dell’impegno, come ho sempre cercato di fare in passato, nelle mie precedenti esperienze professionali. Cercherò di seguire il percorso già tracciato da chi mi ha preceduto, facendo di più e sempre meglio”.

Intervista all’assessore e vicesindaco che ha annunciato il pugno duro contro chi sporca la città e diversi interventi di riqualificazione e pulizia

di Giulio Giallombardo

C’è la Palermo che cambia volto. Quella di strade e piazze che rinascono, anche grazie alle pedonalizzazioni, del centro storico rivitalizzato, di aree verdi che rifioriscono con l’aiuto dei cittadini. Poi c’è il suo lato oscuro che appare a tratti irredimibile, foraggiato dai cumuli di rifiuti che invadono le strade, costellato di quartieri-ghetto, marciapiedi impraticabili e abusi di ogni tipo. È una Palermo dalle mille facce, in cui gli opposti convivono da sempre con una naturalezza irripetibile. In questo coacervo di contraddizioni, il tema del decoro diventa cruciale, perché non rimanda soltanto al concetto di strade pulite o quartieri riqualificati, ma contiene in sé anche i significati più profondi di dignità, prestigio e valore, che si conquistano soprattutto cambiando la mentalità di chi in quelle strade vive.

Per questo la scommessa dell’assessore comunale e vicesindaco di Palermo, Fabio Giambrone, punta in alto. Le sue sono deleghe pesanti: Decoro urbano, Verde, Polizia municipale e Personale. L’assessore, già segretario regionale di Idv, ex senatore, poi alla guida della Gesap e ora braccio destro del sindaco Leoluca Orlando, ha mostrato il pugno duro contro chi sporca la città, annunciando la creazione di una squadra speciale di vigili urbani che avrà il compito di stanare e sanzionare gli incivili. In arrivo anche nuove riqualificazioni, con interventi di abbellimento in strade e piazze, a partire dai dissuasori a scomparsa che presto andranno a sostituire i blocchi di cemento piazzati agli ingressi dei varchi della Ztl nel centro storico.

Fabio Giambrone

Assessore Giambrone, il suo incarico è estremamente delicato, visto il momento cruciale che sta vivendo la città. Quali sono i suoi obiettivi da qui al 2022?

“In questa seconda fase della legislatura cercheremo di riqualificare quelle zone della città che ne hanno bisogno, anche se quando parliamo di decoro, a proposito della mia delega, dobbiamo circoscrivere la cosa, se no rischiamo di mettere dentro tutto. Il tema del decoro passa certamente dalla riqualificazione e fruibilità di alcune aree che sono in una condizione che va migliorata. Faccio riferimento ad esempio ad alcuni interventi che già sono stati fatti, come in piazzetta Bagnasco, o ad altri che saranno pronti a breve, come in piazza Noce, piazza Marina, dove sarà collocata una passerella davanti al ficus secolare, oppure a Borgo Vecchio, dove dopo Pasqua inizieranno i lavori per recuperare il campetto di calcio abbandonato da anni. Altri interventi, inoltre, sono in corso a Vergine Maria, Mondello e Sferracavallo”.

Vedremo sparire anche i blocchi di cemento all’ingresso dei varchi principali della Ztl?

“Sì, è nostra intenzione, sostituire i blocchi con dissuasori a scomparsa. Aspettiamo l’approvazione del bilancio. È un modo valido per dotarci di strumenti innovativi, promuovendo allo stesso tempo il decoro della città. I blocchi di cemento non sono belli esteticamente, ma rispondono a precise esigenze di sicurezza, i nuovi dissuasori saranno altrettanto sicuri ma anche più gradevoli da vedere. Abbiamo intenzione di installarli ai Quattro Canti, davanti alla Cattedrale, in piazza Marina e alla stazione centrale”.

Dissuasori di cemento ai Quattro Canti

C’è poi l’eterno problema dei rifiuti. Basterà il potenziamento della squadra di vigili urbani a scoraggiare gli incivili?

“È certamente un inizio. Noi amministratori, come tantissimi cittadini, siamo stanchi di chi non ha rispetto per la città e poi magari vive in case pulitissime. In questo momento sono fermamente convinto che la repressione di comportamenti scorretti possa servire. C’è già un nucleo dei vigili urbani che fa questo lavoro, noi potenzieremo il servizio con agenti in borghese, dal momento che la città è grande e occorre controllare ovunque. Bisogna sanzionare con forza i comportamenti insopportabili di tutti quelli che, anche da fuori Palermo, abbandonano a qualsiasi ora rifiuti per strada”.

Rendering della passerella in piazza Marina

Il problema è solo dei cittadini incivili? Secondo lei gli operatori della Rap fanno fino in fondo il loro lavoro?

“Noi pensiamo che la Rap stia facendo uno sforzo enorme, ma deve farne uno ancora maggiore. L’azienda deve essere nelle condizioni di garantire un servizio più adeguato, come noi abbiamo già richiesto, e la Rap sta lavorando in questo senso”.

Avete pensato anche a installare più telecamere di sorveglianza nelle zone sensibili?

“Sì, certo, anche in questo caso aspettiamo l’approvazione del bilancio”.

L’asilo demolito allo Sperone

Ci sono associazioni culturali e privati cittadini che si fanno in quattro per restituire un’immagine più dignitosa della città, ma poi inevitabilmente si scontrano problemi che vanno al di là delle loro possibilità. In questo senso, quanto è importante per lei la collaborazione tra pubblico e privato per la valorizzazione della città?

“È fondamentale. Noi dobbiamo creare queste sinergie che sono importantissime per far crescere una cultura diversa che è quella della partecipazione. Dobbiamo assolutamente aprirci alla città. All’interno dell’amministrazione abbiamo figure professionali brillanti e di alta competenza, ma questo non basta, dobbiamo essere capaci di intercettare abilità anche all’esterno, come stiamo facendo allo Sperone, dove quello che doveva essere un asilo, poi diventato simbolo di abbandono, è stato demolito e adesso stiamo immaginando un percorso di riqualificazione dell’area, con la partecipazione della scuola, dell’Ordine degli architetti e delle nostre professionalità”.

Lei ricopre anche l’incarico di vicesindaco, come vive questa responsabilità?

“È un ruolo che ho assunto con il massimo dell’impegno, come ho sempre cercato di fare in passato, nelle mie precedenti esperienze professionali. Cercherò di seguire il percorso già tracciato da chi mi ha preceduto, facendo di più e sempre meglio”.

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Tutte le sfide per il rilancio turistico della Sicilia

Da Palermo a Erice, amministratori, operatori del settore ed esperti a confronto per discutere di strategie e proposte su come aumentare gli arrivi nell’Isola

di Giulio Giallombardo

Si ripete spesso che la Sicilia potrebbe vivere solo di turismo. Un vecchio adagio che salta fuori davanti alle tante potenzialità inespresse, ma anche in relazione agli esempi virtuosi che contribuiscono a far più bella l’Isola. Luci e ombre di un settore strategico che viene scandagliato nell’arco di due giorni, in due eventi quasi gemelli, che si svolgono in contemporanea, oggi e domani. Il primo a Palermo, nella Sala Mattarella del Palazzo Reale, organizzato dal Distretto 2110 del Rotary International, dal titolo “Turismo in Sicilia, Tre volte meglio si può”; il secondo, invece, si svolge a Erice, dove sono in corso fino a domani pomeriggio gli Stati generali del turismo, sotto l’egida della Regione Siciliana. Il tutto quando, appena una settimana fa, a Terrasini, si è conclusa la 21esima edizione di Travelexpo, la Borsa globale dei Turismi promossa da Logos, con oltre 90 tra tour operator e imprenditori del settore.

La Notte Bianca Unesco a Palazzo Reale

Tre eventi accomunati dai temi strategici che vanno dalla promozione dello sviluppo economico e sociale delle comunità in aree turistiche, all’individuazione di una pianificazione per aumentare i flussi turistici in Sicilia, fino alla valorizzazione di modelli vincenti, da esportare in più località, a seconda delle specifiche peculiarità territoriali, come quello del Festival Le Vie dei Tesori, presentato come buona pratica al convegno del Rotary. Nell’ambito dei due eventi, sia a Palermo che a Erice, si svolgono dibattiti e momenti di confronto tra amministratori locali, operatori del settore, esperti e rappresentanti istituzionali, con la presenza a entrambe le manifestazioni dell’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo e, a Erice, del presidente della Regione, Nello Musumeci.

Tra le idee e proposte discusse oggi a Palermo, il decalogo di dieci sfide lanciate da Giovanni Ruggieri, presidente dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee e professore di Economia dell’Industria turistica all’Università di Palermo. Una sorta di manifesto programmatico per far sì che il turismo in Sicilia, nei prossimi anni, diventi anche volano economico per creare risorse da redistribuire. Perché, nonostante il momento d’oro in Sicilia, resta irrisolto il problema della destagionalizzazione. E il rapporto tra cittadini e di turisti resta di uno a uno (un turista per ogni cittadino) mentre nelle Baleari ci si chiede come fronteggiare l’invasione riducendo i flussi di visitatori almeno del 3-4 per cento.

Giovanni Ruggieri

“Si tratta di sfide che vanno condivise – ha detto Ruggieri a Le Vie dei Tesori News – ognuno deve giocare la sua parte senza fare il mestiere dell’altro. L’obiettivo comune è quello numerico, ovvero aumentare i flussi turistici e trasformare il turismo in risorsa economica per tutti i settori protagonisti”. Per questo occorre – secondo Ruggieri – prima di tutto puntare all’aumento dei pernottamenti in Sicilia: dagli attuali 15 milioni di notti all’anno, raddoppiare entro il 2020 arrivando a 30 milioni. Per farlo è necessario formare almeno 10mila nuovi addetti del settore aperti anche ai nuovi mercati, come quello cinese o dell’Europa dell’est. Altra voce del decalogo, è fare emergere quel 50 per cento di flussi che sono sommersi o non dichiarati, regolarizzando anche la tassa di soggiorno. Poi gli aeroporti – secondo i dati diffusi dall’Otie – dovrebbero attrezzarsi per aumentare i voli in arrivo, dal momento che i posti sugli aerei che atterrano in Sicilia sono occupati in media per il 90-95 cento. Dunque, se non aumentano i posti sui voli, di conseguenza non possono crescere i pernottamenti. Per questo l’Otie auspica un programma triennale di marketing per tutti gli aeroporti dell’Isola, con la creazione di una authority regionale di coordinamento del turismo per la gestione del piano strategico.

Concludono il decalogo, la creazione di un programma che comprenda eventi e manifestazioni turistiche invernali, da svolgersi dall’1 novembre al 30 marzo; un programma di investimenti esterni per i poli turistici e di espansione delle attività di tour operator incoming; un modello strategico che si basi sull’insularità e sui siti Unesco e infine un progetto di fidelizzazione dei turisti, per fare in modo che tornino in Sicilia, in occasione di particolari eventi o manifestazioni non rintracciabili altrove.

Toti Piscopo

Del resto, se le isole spagnole come le Baleari o le Canarie ospitano da sole oltre il 50 per cento delle presenze turistiche in Europa, un motivo ci sarà. “Il nostro problema è che la Sicilia ha tanto da offrire, solo che manca la progettualità e l’organizzazione – aggiunge Toti Piscopo, direttore editoriale di Travelexpo, presente oggi a Palermo – . Noi non abbiamo una politica commerciale complessiva che riguarda l’intero sistema del turismo, dobbiamo, invece, avere la capacità di creare un modello che metta a sistema tutte le nostre risorse e incominciare a fare un serio lavoro di programmazione”. Sulla stessa scia anche Emanuele Carnevale, presidente della Commissione turismo del Distretto 2110 del Rotary: “I nostri obiettivi – ha detto – sono quelli di creare dei modelli che in futuro possono essere replicabili in altri posti della Sicilia e di intercettare le nuove tendenze come quelle del trekking e del turismo naturalistico, che stanno prendendo sempre più piede”.

Da Palermo a Erice, amministratori, operatori del settore ed esperti a confronto per discutere di strategie e proposte su come aumentare gli arrivi nell’Isola

di Giulio Giallombardo

Si ripete spesso che la Sicilia potrebbe vivere solo di turismo. Un vecchio adagio che salta fuori davanti alle tante potenzialità inespresse, ma anche in relazione agli esempi virtuosi che contribuiscono a far più bella l’Isola. Luci e ombre di un settore strategico che viene scandagliato nell’arco di due giorni, in due eventi quasi gemelli, che si svolgono in contemporanea, oggi e domani. Il primo a Palermo, nella Sala Mattarella del Palazzo Reale, organizzato dal Distretto 2110 del Rotary International, dal titolo “Turismo in Sicilia, Tre volte meglio si può”; il secondo, invece, si svolge a Erice, dove sono in corso fino a domani pomeriggio gli Stati generali del turismo, sotto l’egida della Regione Siciliana. Il tutto quando, appena una settimana fa, a Terrasini, si è conclusa la 21esima edizione di Travelexpo, la Borsa globale dei Turismi promossa da Logos, con oltre 90 tra tour operator e imprenditori del settore.

Notte Bianca Unesco a Palazzo Reale

Tre eventi accomunati dai temi strategici che vanno dalla promozione dello sviluppo economico e sociale delle comunità in aree turistiche, all’individuazione di una pianificazione per aumentare i flussi turistici in Sicilia, fino alla valorizzazione di modelli vincenti, da esportare in più località, a seconda delle specifiche peculiarità territoriali, come quello del Festival Le Vie dei Tesori, presentato come buona pratica al convegno del Rotary. Nell’ambito dei due eventi, sia a Palermo che a Erice, si svolgono dibattiti e momenti di confronto tra amministratori locali, operatori del settore, esperti e rappresentanti istituzionali, con la presenza a entrambe le manifestazioni dell’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo e, a Erice, del presidente della Regione, Nello Musumeci.

Tra le idee e proposte discusse oggi a Palermo, il decalogo di dieci sfide lanciate da Giovanni Ruggieri, presidente dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee e professore di Economia dell’Industria turistica all’Università di Palermo. Una sorta di manifesto programmatico per far sì che il turismo in Sicilia, nei prossimi anni, diventi anche volano economico per creare risorse da redistribuire. Perché, nonostante il momento d’oro in Sicilia, resta irrisolto il problema della destagionalizzazione. E il rapporto tra cittadini e di turisti resta di uno a uno (un turista per ogni cittadino) mentre nelle Baleari ci si chiede come fronteggiare l’invasione riducendo i flussi di visitatori almeno del 3-4 per cento.

Giovanni Ruggieri

“Si tratta di sfide che vanno condivise – ha detto Ruggieri a Le Vie dei Tesori News – ognuno deve giocare la sua parte senza fare il mestiere dell’altro. L’obiettivo comune è quello numerico, ovvero aumentare i flussi turistici e trasformare il turismo in risorsa economica per tutti i settori protagonisti”. Per questo occorre – secondo Ruggieri – prima di tutto puntare all’aumento dei pernottamenti in Sicilia: dagli attuali 15 milioni di notti all’anno, raddoppiare entro il 2020 arrivando a 30 milioni. Per farlo è necessario formare almeno 10mila nuovi addetti del settore aperti anche ai nuovi mercati, come quello cinese o dell’Europa dell’est. Altra voce del decalogo, è fare emergere quel 50 per cento di flussi che sono sommersi o non dichiarati, regolarizzando anche la tassa di soggiorno. Poi gli aeroporti – secondo i dati diffusi dall’Otie – dovrebbero attrezzarsi per aumentare i voli in arrivo, dal momento che i posti sugli aerei che atterrano in Sicilia sono occupati in media per il 90-95 cento. Dunque, se non aumentano i posti sui voli, di conseguenza non possono crescere i pernottamenti. Per questo l’Otie auspica un programma triennale di marketing per tutti gli aeroporti dell’Isola, con la creazione di una authority regionale di coordinamento del turismo per la gestione del piano strategico.

Concludono il decalogo, la creazione di un programma che comprenda eventi e manifestazioni turistiche invernali, da svolgersi dall’1 novembre al 30 marzo; un programma di investimenti esterni per i poli turistici e di espansione delle attività di tour operator incoming; un modello strategico che si basi sull’insularità e sui siti Unesco e infine un progetto di fidelizzazione dei turisti, per fare in modo che tornino in Sicilia, in occasione di particolari eventi o manifestazioni non rintracciabili altrove.

Toti Piscopo

Del resto, se le isole spagnole come le Baleari o le Canarie ospitano da sole oltre il 50 per cento delle presenze turistiche in Europa, un motivo ci sarà. “Il nostro problema è che la Sicilia ha tanto da offrire, solo che manca la progettualità e l’organizzazione – aggiunge Toti Piscopo, direttore editoriale di Travelexpo, presente oggi a Palermo – . Noi non abbiamo una politica commerciale complessiva che riguarda l’intero sistema del turismo, dobbiamo, invece, avere la capacità di creare un modello che metta a sistema tutte le nostre risorse e incominciare a fare un serio lavoro di programmazione”. Sulla stessa scia anche Emanuele Carnevale, presidente della Commissione turismo del Distretto 2110 del Rotary: “I nostri obiettivi – ha detto – sono quelli di creare dei modelli che in futuro possono essere replicabili in altri posti della Sicilia e di intercettare le nuove tendenze come quelle del trekking e del turismo naturalistico, che stanno prendendo sempre più piede”.

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Aprono per la prima volta le torri del Duomo di Cefalù

È la tappa d’esordio di un progetto che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, quasi mai aperta al pubblico

di Giulio Giallombardo

Svettano imponenti sui tetti rossi e sul blu del mare. Le loro cuspidi a forma di piramide si vedono da lontano, piccoli dettagli di quel pittoresco quadro fuori dal tempo che è Cefalù. Da sempre ammirate con il naso all’insù o dall’alto della Rocca, adesso le torri normanne del Duomo si mostrano come mai prima d’ora. Sarà possibile, infatti, salire i loro gradini e affacciarsi dalle bifore per godere di un panorama mai visto. Per la prima volta nella storia secolare del monumento, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, si potranno visitare le torri della Basilica cattedrale di Cefalù.

Il portale del Palazzo vescovile di Cefalù

È la prima tappa del progetto Itinerarium Pulchritudinis, che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, aperta al pubblico soltanto raramente e al tesoro del Duomo. Il progetto, che sarà presentato domani sera nella Sala Sansoni del Palazzo vescovile, prevede la creazione di un Parco culturale ecclesiale, promosso dalla Conferenza episcopale italiana, che raccoglierà tutti i beni della Diocesi. “Siamo al lavoro per scrivere lo statuto di questo nuovo Parco culturale – ha detto a Le Vie dei Tesori News, monsignor Rosario Dispenza, responsabile del Servizio pastorale Turismo della Diocesi di Cefalù – l’obiettivo è fare rete, valorizzando i nostri tesori sia materiali, come chiese e monumenti, sia immateriali, come feste o eventi religiosi. Questo servirà ad accrescere le capacità progettuali della nostra Diocesi nel settore della cultura e del turismo sostenibile”.

Uno scorcio di Cefalù

Dunque, dopo alcuni lavori di adeguamento per mettere in sicurezza il percorso e renderlo fruibile, presto le torri del Duomo, saranno aperte alle visite di cittadini e turisti. Si potranno ammirare da vicino bifore, monofore, cuspidi e merli delle possenti architetture, che incorniciano la facciata della chiesa, esempio fulgido di arte normanna, arricchita da influenze arabe. Una delle particolarità delle torri, che conferiscono al Duomo l’immagine di una fortezza, è custodita nelle cuspidi aggiunte successivamente nel Quattrocento e diverse una dall’altra: la prima a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa; l’altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini.

Ma la rinascita del monumento normanno passa anche dal restauro e dalla sistemazione dell’accesso monumentale della Cattedrale, con un finanziamento di 600mila euro assegnato dalla Regione al Comune. Il governo guidato da Nello Musumeci ha formalizzato nei giorni scorsi il decreto di finanziamento per un importo compressivo di 619.756 euro che si inquadra in un più ampio progetto di riqualificazione urbana per uno dei territorio turistici e paesaggistici più importanti della Sicilia. “Anche l’apertura delle torri – ha spiegato Valerio Di Vico, responsabile del Servizio informatico della Diocesi – si inserisce in questo percorso di valorizzazione avviato dalla nostra diocesi, per dare un segnale di speranza e di rinascita all’intero territorio madonita”.

È la tappa d’esordio di un progetto che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, quasi mai aperta al pubblico

di Giulio Giallombardo

Svettano imponenti sui tetti rossi e sul blu del mare. Le loro cuspidi a forma di piramide si vedono da lontano, piccoli dettagli di quel pittoresco quadro fuori dal tempo che è Cefalù. Da sempre ammirate con il naso all’insù o dall’alto della Rocca, adesso le torri normanne del Duomo si mostrano come mai prima d’ora. Sarà possibile, infatti, salire i loro gradini e affacciarsi dalle bifore per godere di un panorama mai visto. Per la prima volta nella storia secolare del monumento, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, si potranno visitare le torri della Basilica cattedrale di Cefalù.

Il portale del Palazzo vescovile di Cefalù

È la prima tappa del progetto Itinerarium Pulchritudinis, che comprende anche la visita al chiostro e alla cappella del Palazzo vescovile, aperta al pubblico soltanto raramente e al tesoro del Duomo. Il progetto, che sarà presentato domani sera nella Sala Sansoni del Palazzo vescovile, prevede la creazione di un Parco culturale ecclesiale, promosso dalla Conferenza episcopale italiana, che raccoglierà tutti i beni della Diocesi. “Siamo al lavoro per scrivere lo statuto di questo nuovo Parco culturale – ha detto a Le Vie dei Tesori News, monsignor Rosario Dispenza, responsabile del Servizio pastorale Turismo della Diocesi di Cefalù – l’obiettivo è fare rete, valorizzando i nostri tesori sia materiali, come chiese e monumenti, sia immateriali, come feste o eventi religiosi. Questo servirà ad accrescere le capacità progettuali della nostra Diocesi nel settore della cultura e del turismo sostenibile”.

Uno scorcio di Cefalù

Dunque, dopo alcuni lavori di adeguamento per mettere in sicurezza il percorso e renderlo fruibile, presto le torri del Duomo, saranno aperte alle visite di cittadini e turisti. Si potranno ammirare da vicino bifore, monofore, cuspidi e merli delle possenti architetture, che incorniciano la facciata della chiesa, esempio fulgido di arte normanna, arricchita da influenze arabe. Una delle particolarità delle torri, che conferiscono al Duomo l’immagine di una fortezza, è custodita nelle cuspidi aggiunte successivamente nel Quattrocento e diverse una dall’altra: la prima a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa; l’altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini.

Ma la rinascita del monumento normanno passa anche dal restauro e dalla sistemazione dell’accesso monumentale della Cattedrale, con un finanziamento di 600mila euro assegnato dalla Regione al Comune. Il governo guidato da Nello Musumeci ha formalizzato nei giorni scorsi il decreto di finanziamento per un importo compressivo di 619.756 euro che si inquadra in un più ampio progetto di riqualificazione urbana per uno dei territorio turistici e paesaggistici più importanti della Sicilia. “Anche l’apertura delle torri – ha spiegato Valerio Di Vico, responsabile del Servizio informatico della Diocesi – si inserisce in questo percorso di valorizzazione avviato dalla nostra diocesi, per dare un segnale di speranza e di rinascita all’intero territorio madonita”.

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Una sartoria del centro storico diventa casa di moda

Presentata la nuova collezione di Casa Preti, fondata dallo stilista palermitano Mattia Piazza e dall’architetto svizzero Steve D. Gallay

di Giulio Giallombardo

Se il centro storico di Palermo ha cambiato volto, il merito è anche di chi ha deciso di restarci. Un piccolo esercito di artigiani che si tramandano antichi mestieri e nuovi creativi che hanno reinventato tradizioni quasi scomparse. Uno di questi è il sarto e stilista Mattia Piazza, 25enne palermitano che dopo il diploma al liceo musicale e quello in progettazione della moda all’Accademia di Belle arti, ha fatto il giro d’Europa, per poi tornare nella sua città, dove nel 2017 ha fondato Casa Preti, insieme all’architetto svizzero Steve D. Gallay. Il piccolo atelier di moda, in via Lattarini, ha contribuito insieme agli altri a rivitalizzare il cuore antico di Palermo. Un lungo elenco che è stato censito in una guida creata da Le Vie dei Tesori (ve ne abbiamo parlato qui) e presentata lo scorso ottobre, che mette insieme cento botteghe artigiane, un vero e proprio tesoro immateriale, testimonianza di mestieri che oggi rischiano di scomparire per sempre.

Casa Preti

Così, una piccola sartoria è oggi diventata Casa Preti, maison di moda che nel Culture Concept Store del Museo Salinas ha presentato questa mattina la nuova collezione estiva prêt-à-porter e un’app “vetrina” virtuale dell’atelier, che oggi ha una sede anche a Gruyère, in Svizzera. Una piccola ma ambiziosa realtà sartoriale, giovane e dinamica, che in poco tempo si è ritagliata uno spazio rilevante nel settore della moda, all’insegna del rigore formale e della vestibilità quotidiana. Quelli di Casa Preti, nome che richiama quello del pittore caravaggesco Mattia Preti, sono abiti “colti”, che intrecciano l’eleganza classica dello stile italiano, con un taglio ieratico, a tratti quasi sacerdotale, che rimanda all’antichità greca. Sono abiti androgini, ispirati ad un’idea di bellezza al di sopra dei sessi, impreziositi da tessuti naturali come seta o cotone e ispirati, in alcuni casi, allo stile rinascimentale di Dürer, come nelle maniche a prosciutto delle camice maschili, larghe sopra e più strette sotto.

Steve D. Gallay e Matteo Piazza nel corso della presentazione

“Il lusso più grande per me è di aver portato avanti questo progetto nella mia città, è stata una scommessa vinta – ha detto Mattia Piazza – . Quello che riproponiamo in questa nuova collezione è il gusto razionale che ci contraddistingue. Uno stile minimale dove nulla è lasciato al caso, dove ogni elemento decorativo, se è presente, non è ornamento, ma è funzionale all’abito. Noi partiamo dall’idea che tutto debba avere una sua funzione e utilità. Un po’ come l’architetto progetta una casa che diventa poi viva nel momento in cui si abita, allo stesso modo, noi creiamo degli abiti che, appesi a una gruccia restano vestiti, ma indossati devono avere la stessa comodità di una casa in cui si vive”.

“La collezione è stata ben accolta anche in Svizzera – aggiunge Steve D. Gallay, 34enne di Losanna con una laurea in architettura al Politecnico di Zurigo – . Abbiamo sempre cercato un legame diretto con il cliente, senza troppa pubblicità, e alcuni sono già al secondo acquisto, cosa che ci riempie di soddisfazioni. Poi, a differenza della Svizzera, dove certe tradizioni si stanno perdendo, qui a Palermo ho scoperto un mestiere, ci sono artigiani che sanno lavorare la materia, cosa fondamentale e che fa la differenza”.

Presentata la nuova collezione di Casa Preti, fondata dallo stilista palermitano Mattia Piazza e dall’architetto svizzero Steve D. Gallay

di Giulio Giallombardo

Se il centro storico di Palermo ha cambiato volto, il merito è anche di chi ha deciso di restarci. Un piccolo esercito di artigiani che si tramandano antichi mestieri e nuovi creativi che hanno reinventato tradizioni quasi scomparse. Uno di questi è il sarto e stilista Mattia Piazza, 25enne palermitano che dopo il diploma al liceo musicale e quello in progettazione della moda all’Accademia di Belle arti, ha fatto il giro d’Europa, per poi tornare nella sua città, dove nel 2017 ha fondato Casa Preti, insieme all’architetto svizzero Steve D. Gallay. Il piccolo atelier di moda, in via Lattarini, ha contribuito insieme agli altri a rivitalizzare il cuore antico di Palermo. Un lungo elenco che è stato censito in una guida creata da Le Vie dei Tesori (ve ne abbiamo parlato qui) e presentata lo scorso ottobre, che mette insieme cento botteghe artigiane, un vero e proprio tesoro immateriale, testimonianza di mestieri che oggi rischiano di scomparire per sempre.

Casa Preti

Così, una piccola sartoria è oggi diventata Casa Preti, maison di moda che nel Culture Concept Store del Museo Salinas ha presentato questa mattina la nuova collezione estiva prêt-à-porter e un’app “vetrina” virtuale dell’atelier, che oggi ha una sede anche a Gruyère, in Svizzera. Una piccola ma ambiziosa realtà sartoriale, giovane e dinamica, che in poco tempo si è ritagliata uno spazio rilevante nel settore della moda, all’insegna del rigore formale e della vestibilità quotidiana. Quelli di Casa Preti, nome che richiama quello del pittore caravaggesco Mattia Preti, sono abiti “colti”, che intrecciano l’eleganza classica dello stile italiano, con un taglio ieratico, a tratti quasi sacerdotale, che rimanda all’antichità greca. Sono abiti androgini, ispirati ad un’idea di bellezza al di sopra dei sessi, impreziositi da tessuti naturali come seta o cotone e ispirati, in alcuni casi, allo stile rinascimentale di Dürer, come nelle maniche a prosciutto delle camice maschili, larghe sopra e più strette sotto.

Steve D. Gallay e Matteo Piazza nel corso della presentazione

“Il lusso più grande per me è di aver portato avanti questo progetto nella mia città, è stata una scommessa vinta – ha detto Mattia Piazza – . Quello che riproponiamo in questa nuova collezione è il gusto razionale che ci contraddistingue. Uno stile minimale dove nulla è lasciato al caso, dove ogni elemento decorativo, se è presente, non è ornamento, ma è funzionale all’abito. Noi partiamo dall’idea che tutto debba avere una sua funzione e utilità. Un po’ come l’architetto progetta una casa che diventa poi viva nel momento in cui si abita, allo stesso modo, noi creiamo degli abiti che, appesi a una gruccia restano vestiti, ma indossati devono avere la stessa comodità di una casa in cui si vive”.

“La collezione è stata ben accolta anche in Svizzera – aggiunge Steve D. Gallay, 34enne di Losanna con una laurea in architettura al Politecnico di Zurigo – . Abbiamo sempre cercato un legame diretto con il cliente, senza troppa pubblicità, e alcuni sono già al secondo acquisto, cosa che ci riempie di soddisfazioni. Poi, a differenza della Svizzera, dove certe tradizioni si stanno perdendo, qui a Palermo ho scoperto un mestiere, ci sono artigiani che sanno lavorare la materia, cosa fondamentale e che fa la differenza”.

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Il campanone che scandiva la vita dei palermitani

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

Aperta per la prima volta la torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria

di Giulio Giallombardo

Il suo ultimo rintocco risuonò il 25 marzo del 1848, quando fu convocato il parlamento rivoluzionario. Poi un lungo silenzio che dura fino a oggi. Il “campanone di Palermo”, all’interno della torre civica della chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Roma, scandiva la vita politica e sociale della città. Adesso quella campana, fusa nelle officine dell’artiglieria del Regno di Sicilia, l’1 gennaio del 1575, e dedicata all’imperatore Carlo V, si può ammirare molto da vicino, salendo sulla torre civica per la prima volta aperta a cittadini e turisti. Dopo la definitiva riapertura della chiesa, che i palermitani chiamano anche dell’Ecce Homo, per le due statue del Cristo custodite all’esterno e all’interno dell’edificio, da domenica scorsa è possibile visitare tutti i giorni anche le terrazze e la torre civica, con una prospettiva inedita sui tetti della Vucciria da un lato e su via Roma dall’altro.

La chiesa di Sant’Antonio Abate

Vi si accede dall’interno della chiesa, che fa parte dei siti gestiti dall’associazione Amici dei musei siciliani. Salendo una breve rampa di scale in pochi minuti ci si affaccia sulla città, con lo sguardo che spazia fino a mare: si possono riconoscere le cupole delle vicine chiese di Santa Caterina e di San Giuseppe dei Teatini, fino alle più distanti San Giorgio dei Genovesi e San Giovanni dei Napoletani, compreso il tetto del Palazzo delle Finanze. Ma il punto di vista più interessante è quello su San Domenico, che si può apprezzare in tutta la sua imponenza.

La cupola e la torre civica di Sant’Antonio Abate

Le origini della torre sono antichissime. Fu edificata all’inizio del 1300 da Giovanni e Manfredi Chiaramonte, inglobando la base di una torre preesistente, chiamata col nome arabo Pharat e costruita a presidio del porto sulle antiche mura della città medievale. I simboli dei Chiaramonte sono ancora visibili in un piccolo stemma nel prospetto della torre, accanto a quello con l’aquila del Senato palermitano e dei re d’Aragona. Intorno al 1580 la torre fu rialzata di almeno il doppio rispetto a come la vediamo oggi, diventando la più alta della città. Ma dopo pochi anni, per problemi di sicurezza e in seguito alle proteste degli abitanti della zona che temevano potesse crollare, la torre fu riabbassata nel 1595, fermandosi all’altezza attuale.

Il campanone aveva il compito di convocare il Senato palermitano e il Parlamento siciliano. Sotto l’iscrizione si trova una fascia con tre aquile ed una Madonna racchiusa in un rettangolo. Si può scorgere anche un rilievo che raffigura Sant’Antonio Abate con il bastone e il porcellino ai suoi piedi. Al tramonto iI campanone batteva cinquantadue colpi, detti della “Castiddana”, dati anche dalla campana di San Nicolò all’Albergheria, per avvisare gli artigiani che era il momento di chiudere le botteghe. Nello stesso tempo, chiuse le porte della città, ammoniva i cittadini non muniti di licenza, a non circolare per le strade, come prevedeva la legge.

L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate

Dunque, la torre e la chiesa furono strettamente legate alla vita cittadina. Quella di Sant’Antonio Abate era parrocchia del Senato, e per questo fu arricchita al suo interno di preziosi dipinti e oggetti d’arte, come la monumentale tribuna marmorea per l’abside, commissionata ad Antonello Gagini, oggi dispersa, di cui rimane nella cappella a sinistra dell’abside una nicchia raffigurante il Trionfo dell’Eucarestia con scene della Passione nelle formelle laterali. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate ed il Giovedì Santo, un picchetto d’onore di guardie municipali in alta uniforme presenziava alle sacre celebrazioni e il parroco si recava ogni domenica a celebrare la messa nella cappella del Palazzo delle Aquile. Adesso, torre e chiesa sono di nuovo aperte alla città.

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Fatti in carcere, venduti nei musei: l’arte si fa solidale

Piccoli oggetti d’artigianato realizzati dai detenuti si potranno acquistare nei più importanti siti culturali di Siracusa. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”

di Giulio Giallombardo

Frammenti di storia che diventano simboli di riscatto. Teste di gorgoni, antiche monete, bassorilievi, maschere greche e reperti si fanno in cento per raccontare storie di speranza e di inclusione. Sono i piccoli oggetti d’arte forgiati dai detenuti della Casa di reclusione di Augusta, che saranno venduti a Siracusa, in alcuni siti culturali, tra cui il museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, il parco archeologico della Neapolis e la Galleria regionale di Palazzo Bellomo, tutti spazi gestiti da Civita Sicilia. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”, promosso dalla cooperativa sociale L’Arcolaio e finanziato dai club Rotary di Augusta, Lentini e Siracusa.

Terracotta raffigurante la Gorgone

Il progetto durato due mesi e terminato a dicembre, ha avuto l’obiettivo di formare un gruppo composto da una decina di detenuti, nella realizzazione di circa 700 pezzi di terracotta, che riproducono alcuni dei tesori custoditi nel museo archeologico siracusano. Il sogno è quello di creare nuovi artigiani, capaci di produrre manufatti artistici e di avviare un’attività lavorativa che possa proseguire nel tempo, grazie alla vendita sul mercato degli oggetti realizzati. Così, l’equipe di maestri d’arte, capeggiata da Gerlando Pantano, restauratore del museo “Orsi”, insieme a Federica Marchesan, Salvatore Melita e Samantha Intelisano, ha guidato i detenuti che hanno imparato a impastare l’argilla, stenderla sugli stampi, infornarla e rifinirla, dando vita a centinaia di pezzi unici.

Gli stampi delle terracotte

La collezione, che sarà messa in vendita anche alla Galleria civica Montevergini, dove è in corso la mostra “Archimede a Siracusa”, viene presentata domenica 7 aprile alle 11 al Museo “Orsi”, alla presenza del sindaco Francesco Italia, della direttrice del museo Maria Musumeci, del coordinatore del progetto Giovanni Romano e dell’amministratore delegato di Civita Sicilia, Renata Sansone. Gli oggetti raffigurano teste di gorgone, il Portello di Castelluccio di Noto, maschere teatrali, una moneta con l’effige di Aretusa da un lato e dall’altro una quadriga, e un’altra moneta con Archimede. Il pezzi più piccoli, a cui è stato applicato un magnete, hanno un costo che si aggira sui 5 euro, mentre i più grandi vanno dai 12 ai 15 euro e sono corredati da un piccolo cavalletto in legno. Il ricavato delle vendite sarà reinvestito nel progetto.

Terracotta con moneta raffigurante Archimede

“Siamo in una fase delicata del nostro lavoro, una specie di prova del fuoco – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Romano della cooperativa L’Arcolaio – tutto dipenderà da come andranno le vendite e dalla risposta da parte dei visitatori dei nostri siti culturali. È stata un’esperienza importante, dal grande valore educativo. I detenuti che hanno partecipato al progetto sono stati fortemente gratificati dal lavoro svolto, e si è creato un bellissimo clima con il gruppo dei formatori. Noi siamo convinti che solo in questo modo, portando delle attività che abbiano una forte valenza educativa, il carcere riesca a svolgere la sua funzione più importante”.

Dal 2003, la cooperativa L’Arcolaio lavora per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e di altre categorie svantaggiate. Produce dolci della tradizione siciliana, realizzati all’interno della Casa circondariale di Siracusa, e si occupa anche di agricoltura sociale, dopo aver recuperato 13 ettari di terreni abbandonati nelle campagne di Noto. Un esempio di sviluppo solidale e sostenibile del territorio.

Piccoli oggetti d’artigianato realizzati dai detenuti si potranno acquistare nei più importanti siti culturali di Siracusa. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”

di Giulio Giallombardo

Frammenti di storia che diventano simboli di riscatto. Teste di gorgoni, antiche monete, bassorilievi, maschere greche e reperti si fanno in cento per raccontare storie di speranza e di inclusione. Sono i piccoli oggetti d’arte forgiati dai detenuti della Casa di reclusione di Augusta, che saranno venduti a Siracusa, in alcuni siti culturali, tra cui il museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, il parco archeologico della Neapolis e la Galleria regionale di Palazzo Bellomo, tutti spazi gestiti da Civita Sicilia. È la tappa conclusiva del progetto “Mercanti del tempo”, promosso dalla cooperativa sociale L’Arcolaio e finanziato dai club Rotary di Augusta, Lentini e Siracusa.

Terracotta raffigurante la Gorgone

Il progetto durato due mesi e terminato a dicembre, ha avuto l’obiettivo di formare un gruppo composto da una decina di detenuti, nella realizzazione di circa 700 pezzi di terracotta, che riproducono alcuni dei tesori custoditi nel museo archeologico siracusano. Il sogno è quello di creare nuovi artigiani, capaci di produrre manufatti artistici e di avviare un’attività lavorativa che possa proseguire nel tempo, grazie alla vendita sul mercato degli oggetti realizzati. Così, l’equipe di maestri d’arte, capeggiata da Gerlando Pantano, restauratore del museo “Orsi”, insieme a Federica Marchesan, Salvatore Melita e Samantha Intelisano, ha guidato i detenuti che hanno imparato a impastare l’argilla, stenderla sugli stampi, infornarla e rifinirla, dando vita a centinaia di pezzi unici.

Gli stampi delle terracotte

La collezione, che sarà messa in vendita anche alla Galleria civica Montevergini, dove è in corso la mostra “Archimede a Siracusa”, viene presentata domenica 7 aprile alle 11 al Museo “Orsi”, alla presenza del sindaco Francesco Italia, della direttrice del museo Maria Musumeci, del coordinatore del progetto Giovanni Romano e dell’amministratore delegato di Civita Sicilia, Renata Sansone. Gli oggetti raffigurano teste di gorgone, il Portello di Castelluccio di Noto, maschere teatrali, una moneta con l’effige di Aretusa da un lato e dall’altro una quadriga, e un’altra moneta con Archimede. Il pezzi più piccoli, a cui è stato applicato un magnete, hanno un costo che si aggira sui 5 euro, mentre i più grandi vanno dai 12 ai 15 euro e sono corredati da un piccolo cavalletto in legno. Il ricavato delle vendite sarà reinvestito nel progetto.

Terracotta con moneta raffigurante Archimede

“Siamo in una fase delicata del nostro lavoro, una specie di prova del fuoco – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Romano della cooperativa L’Arcolaio – tutto dipenderà da come andranno le vendite e dalla risposta da parte dei visitatori dei nostri siti culturali. È stata un’esperienza importante, dal grande valore educativo. I detenuti che hanno partecipato al progetto sono stati fortemente gratificati dal lavoro svolto, e si è creato un bellissimo clima con il gruppo dei formatori. Noi siamo convinti che solo in questo modo, portando delle attività che abbiano una forte valenza educativa, il carcere riesca a svolgere la sua funzione più importante”.

Dal 2003, la cooperativa L’Arcolaio lavora per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e di altre categorie svantaggiate. Produce dolci della tradizione siciliana, realizzati all’interno della Casa circondariale di Siracusa, e si occupa anche di agricoltura sociale, dopo aver recuperato 13 ettari di terreni abbandonati nelle campagne di Noto. Un esempio di sviluppo solidale e sostenibile del territorio.

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C’era una volta l’Hotel Savoy, ora è abbandonato

Un tempo era un grande albergo del centro di Palermo, adesso è in disuso da 25 anni. I proprietari hanno intenzione di restaurarlo e riportarlo a nuova vita

di Giulio Giallombardo

Sembra soltanto uno dei tanti palazzi eleganti e austeri del centro di Palermo. Eppure, all’inizio del secolo scorso ospitava l’Albergo Savoia che faceva concorrenza al vicino Hotel delle Palme. Oggi quel corpo di Palazzo Saponara che si affaccia su via Villaermosa, all’angolo con via Cavour, davanti alla Banca d’Italia, è abbandonato da 25 anni, in attesa di ristrutturazione. L’edificio è in pessimo stato, sia all’interno che sul prospetto esterno, per questo i proprietari riconducibili alla società Sat, Siciliana Alberghi Turismo Spa in liquidazione, hanno avviato dei lavori di restauro e rifunzionalizzazione, che dovrebbero concludersi nell’arco di due anni. Non è ancora stato deciso dalla proprietà se il palazzo sarà destinato ad abitazioni private o se diventerà una residenza turistica.

L’antico Albergo Savoia

Un futuro che si prospetta incerto dopo un passato che ha conosciuto luci e ombre. Costruito nel 1863 da Vincenzo Di Giovanni Alliata, duca di Saponara, e progettato dall’architetto Domenico Marvuglia, il palazzo, noto anche come Tagliavia Lo Bue Lemos, ha avuto una storia articolata, fatta di vendite all’asta, successioni e diverse destinazioni d’uso. Alla morte del duca, fu diviso in lotti, alcuni dei quali passarono all’armatore e negoziante Andrea Lo Vico, che completò l’edificio insieme a Giovanni Di Giovanni Alliata, figlio di Vincenzo. Alla fine dell’800 la figlia di Lo Vico sposò il cavalier Salvatore Lo Bue e Papè dei conti di Lemos, i cui figli ereditarono l’immobile. Nel palazzo, avevano alcune proprietà anche Antonino Trigona, principe di Calvaruso e barone di Mandrascati, e Angelo Tagliavia, figlio di Paolo, commerciante e armatore palermitano, i cui beni furono ereditati dai cinque figli, che nel 1941 si divisero il patrimonio.

Una delle sale dell’Hotel Savoy in una foto storica

L’Hotel Savoy, ribattezzato Albergo Savoia durante il ventennio fascista, occupava soltanto la parte occidentale del fabbricato su via Villaermosa. Un prospetto con due piani lungo 36 metri in cui si affacciano sette aperture per piano. Rispetto all’edificio ottocentesco sono state modificate soltanto le aperture del pianoterra, che originariamente erano finestre con lunetta ad arco e che oggi ospitano un negozio e un bar. Sono pochissime le informazioni sull’albergo in possesso degli attuali proprietari. Pare che fosse, per importanza, il terzo albergo di Palermo, dopo Villa Igiea e l’Hotel delle Palme. A gestirlo era Alfredo Fricker, albergatore di origine ebraica, costretto a lasciare Palermo durante la guerra per rifugiarsi in Svizzera, dove a Lugano divenne gestore dello storico Hotel Washington.

L’Hotel Savoy in una locandina d’epoca

Successivamente è stato anche sede del consolato inglese e in seguito, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, ha ospitato un liceo, fino all’abbandono in anni più recenti. “Non sappiamo ancora quale sarà il suo futuro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Fabrizio Tagliavia, liquidatore della Sat, e pronipote del conte Salvatore Tagliavia – . Abbiamo una concessione edilizia per 32 appartamenti, stiamo valutando se farne una residenza turistico-alberghiera o destinarlo ad appartamenti privati. Il budget necessario al recupero completo dell’edificio è molto corposo e stiamo cercando di capire come far quadrare i conti. Per troppi anni questo palazzo è stato chiuso, la nostra intenzione adesso è salvarlo dall’abbandono”.

Un tempo era un grande albergo del centro di Palermo, adesso è in disuso da 25 anni. I proprietari hanno intenzione di restaurarlo e riportarlo a nuova vita

di Giulio Giallombardo

Sembra soltanto uno dei tanti palazzi eleganti e austeri del centro di Palermo. Eppure, all’inizio del secolo scorso ospitava l’Albergo Savoia che faceva concorrenza al vicino Hotel delle Palme. Oggi quel corpo di Palazzo Saponara che si affaccia su via Villaermosa, all’angolo con via Cavour, davanti alla Banca d’Italia, è abbandonato da 25 anni, in attesa di ristrutturazione. L’edificio è in pessimo stato, sia all’interno che sul prospetto esterno, per questo i proprietari riconducibili alla società Sat, Siciliana Alberghi Turismo Spa in liquidazione, hanno avviato dei lavori di restauro e rifunzionalizzazione, che dovrebbero concludersi nell’arco di due anni. Non è ancora stato deciso dalla proprietà se il palazzo sarà destinato ad abitazioni private o se diventerà una residenza turistica.

L’antico Albergo Savoia

Un futuro che si prospetta incerto dopo un passato che ha conosciuto luci e ombre. Costruito nel 1863 da Vincenzo Di Giovanni Alliata, duca di Saponara, e progettato dall’architetto Domenico Marvuglia, il palazzo, noto anche come Tagliavia Lo Bue Lemos, ha avuto una storia articolata, fatta di vendite all’asta, successioni e diverse destinazioni d’uso. Alla morte del duca, fu diviso in lotti, alcuni dei quali passarono all’armatore e negoziante Andrea Lo Vico, che completò l’edificio insieme a Giovanni Di Giovanni Alliata, figlio di Vincenzo. Alla fine dell’800 la figlia di Lo Vico sposò il cavalier Salvatore Lo Bue e Papè dei conti di Lemos, i cui figli ereditarono l’immobile. Nel palazzo, avevano alcune proprietà anche Antonino Trigona, principe di Calvaruso e barone di Mandrascati, e Angelo Tagliavia, figlio di Paolo, commerciante e armatore palermitano, i cui beni furono ereditati dai cinque figli, che nel 1941 si divisero il patrimonio.

Una delle sale dell’Hotel Savoy in una foto storica

L’Hotel Savoy, ribattezzato Albergo Savoia durante il ventennio fascista, occupava soltanto la parte occidentale del fabbricato su via Villaermosa. Un prospetto con due piani lungo 36 metri in cui si affacciano sette aperture per piano. Rispetto all’edificio ottocentesco sono state modificate soltanto le aperture del pianoterra, che originariamente erano finestre con lunetta ad arco e che oggi ospitano un negozio e un bar. Sono pochissime le informazioni sull’albergo in possesso degli attuali proprietari. Pare che fosse, per importanza, il terzo albergo di Palermo, dopo Villa Igiea e l’Hotel delle Palme. A gestirlo era Alfredo Fricker, albergatore di origine ebraica, costretto a lasciare Palermo durante la guerra per rifugiarsi in Svizzera, dove a Lugano divenne gestore dello storico Hotel Washington.

L’Hotel Savoy in una locandina d’epoca

Successivamente è stato anche sede del consolato inglese e in seguito, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, ha ospitato un liceo, fino all’abbandono in anni più recenti. “Non sappiamo ancora quale sarà il suo futuro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Fabrizio Tagliavia, liquidatore della Sat, e pronipote del conte Salvatore Tagliavia – . Abbiamo una concessione edilizia per 32 appartamenti, stiamo valutando se farne una residenza turistico-alberghiera o destinarlo ad appartamenti privati. Il budget necessario al recupero completo dell’edificio è molto corposo e stiamo cercando di capire come far quadrare i conti. Per troppi anni questo palazzo è stato chiuso, la nostra intenzione adesso è salvarlo dall’abbandono”.

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Rinasce e cambia pelle l’ex albergo Sole

Dopo dieci anni di abbandono, l’edificio del centro storico di Palermo, è stato acquistato dalla catena internazionale B&B Hotels che inaugurerà la struttura a luglio

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico che tornano a rianimarsi, ma soprattutto grandi investitori esteri che scelgono Palermo, sulla scia dell’esperienza di Manifesta e di Capitale italiana della cultura. Dopo dieci anni di abbandono, l’ex albergo Sole di via Vittorio Emanuele, a due passi dai Quattro Canti, si rinnova e cambia pelle. L’edificio è stato acquistato dalla catena internazionale di alberghi “econo-chic” B&B Hotels che, a luglio, entro il prossimo Festino di Santa Rosalia, aprirà la prima struttura in Sicilia.

Una delle camere del B&B Hotel di Palermo

Un investimento iniziale di 12 milioni di euro, che porterà alla creazione di almeno 25 posti di lavoro, destinati a crescere negli anni. Quello di Palermo sarà il 37esimo albergo della catena in Italia, che si andrà ad aggiungere alle oltre 490 strutture esistenti in 11 paesi del mondo. Saranno disponibili 137 camere, prenotabili da maggio, tutte arredate nello stile essenziale ed elegante tipico del gruppo alberghiero, con bagno privato, climatizzatore, connessione wi-fi e smart tv. Nella hall al piano terra ci sarà un’area con servizio di ristorazione e un’altra destinata allo shopping e altre zone coworking. Punta di diamante della struttura, come era per l’ex albergo Sole, la terrazza panoramica sul tetto dell’edificio, con soffitto a volte in legno e grandi vetrate collegate a terrazze panoramiche che si affacciano su piazza Pretoria. Saranno, inoltre, disponibili per l’organizzazione di meeting e congressi quattro sale dedicate e una sala conferenze che potrà ospitare oltre 100 posti.

Jean Claude Ghiotti

L’investimento della B&B Hotels a Palermo è stato coadiuvato da una nuova task force messa in campo dall’amministrazione comunale, che fa da gruppo di interlocuzione per i grandi investitori italiani e stranieri. “Sotto questo punto di vista posso assicurare che Palermo è meglio di Francoforte”, ha dichiarato Jean Claude Ghiotti, presidente di B&B Hotels Italia, nel corso della presentazione del nuovo albergo, questa mattina a Palazzo delle Aquile. “Non è così in altre città d’Italia, anche in quelle del profondo Nord – ha aggiunto – . Il fatto di avere interlocutori chiari è un valore aggiunto importantissimo per gli investitori e ci sono città dove è impossibile lavorare. Palermo invece è perfetta”.

Leoluca Orlando

Il sindaco Leoluca Orlando, che ha esposto in bella mostra le tre stelle Michelin, ricevute da Palermo lo scorso gennaio, come meta che “vale il viaggio”, ha parlato dello “straordinario momento di attrattività turistica della città e delle sue prospettive di sviluppo. È cambiata la percezione della città – ha ribadito il primo cittadino – se qualche fino a qualche anno fa era repulsiva, adesso è attrattiva, una città accogliente a 360 gradi, sia per i turisti che per i migranti. C’è un tempo per ogni cosa. Un anno fa, con Manifesta e Palermo capitale della cultura, abbiamo pensato che fosse giunto il tempo di attrezzarci per l’accoglienza del turista, adesso dobbiamo pensare a chi vuole fare investimenti in città. Se il turista chiede una città vivibile, l’investitore cerca tempi certi, per questo ho istituito questo nuovo gruppo di lavoro”.

Presente alla conferenza stampa anche Marco Giammona, ingegnere e imprenditore, che, tra l’altro, ha progettato il restauro di Palazzo Butera, acquistato da Massimo Valsecchi. “Grazie a questi nuovi riflettori positivi sulla città – ha detto Giammona, che ha agito a supporto dell’operazione di acquisizione dell’ex albergo Sole – l’amministrazione ha pensato bene di snellire e velocizzare i passaggi burocratici per tutti gli investitori, spesso costretti a guardare altrove per i loro progetti. Questo nuovo investimento è molto importante, sia per la ricaduta occupazionale, ma anche per l’alto valore imprenditoriale, che avviene nell’ormai vitalissimo centro storico della città”.

Dopo dieci anni di abbandono, l’edificio del centro storico di Palermo, è stato acquistato dalla catena internazionale B&B Hotels che inaugurerà la struttura a luglio

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico che tornano a rianimarsi, ma soprattutto grandi investitori esteri che scelgono Palermo, sulla scia dell’esperienza di Manifesta e di Capitale italiana della cultura. Dopo dieci anni di abbandono, l’ex albergo Sole di via Vittorio Emanuele, a due passi dai Quattro Canti, si rinnova e cambia pelle. L’edificio è stato acquistato dalla catena internazionale di alberghi “econo-chic” B&B Hotels che, a luglio, entro il prossimo Festino di Santa Rosalia, aprirà la prima struttura in Sicilia.

Una delle camere del B&B Hotel di Palermo

Un investimento iniziale di 12 milioni di euro, che porterà alla creazione di almeno 25 posti di lavoro, destinati a crescere negli anni. Quello di Palermo sarà il 37esimo albergo della catena in Italia, che si andrà ad aggiungere alle oltre 490 strutture esistenti in 11 paesi del mondo. Saranno disponibili 137 camere, prenotabili da maggio, tutte arredate nello stile essenziale ed elegante tipico del gruppo alberghiero, con bagno privato, climatizzatore, connessione wi-fi e smart tv. Nella hall al piano terra ci sarà un’area con servizio di ristorazione e un’altra destinata allo shopping e altre zone coworking. Punta di diamante della struttura, come era per l’ex albergo Sole, la terrazza panoramica sul tetto dell’edificio, con soffitto a volte in legno e grandi vetrate collegate a terrazze panoramiche che si affacciano su piazza Pretoria. Saranno, inoltre, disponibili per l’organizzazione di meeting e congressi quattro sale dedicate e una sala conferenze che potrà ospitare oltre 100 posti.

Jean Claude Ghiotti

L’investimento della B&B Hotels a Palermo è stato coadiuvato da una nuova task force messa in campo dall’amministrazione comunale, che fa da gruppo di interlocuzione per i grandi investitori italiani e stranieri. “Sotto questo punto di vista posso assicurare che Palermo è meglio di Francoforte”, ha dichiarato Jean Claude Ghiotti, presidente di B&B Hotels Italia, nel corso della presentazione del nuovo albergo, questa mattina a Palazzo delle Aquile. “Non è così in altre città d’Italia, anche in quelle del profondo Nord – ha aggiunto – . Il fatto di avere interlocutori chiari è un valore aggiunto importantissimo per gli investitori e ci sono città dove è impossibile lavorare. Palermo invece è perfetta”.

Leoluca Orlando

Il sindaco Leoluca Orlando, che ha esposto in bella mostra le tre stelle Michelin, ricevute da Palermo lo scorso gennaio, come meta che “vale il viaggio”, ha parlato dello “straordinario momento di attrattività turistica della città e delle sue prospettive di sviluppo. È cambiata la percezione della città – ha ribadito il primo cittadino – se qualche fino a qualche anno fa era repulsiva, adesso è attrattiva, una città accogliente a 360 gradi, sia per i turisti che per i migranti. C’è un tempo per ogni cosa. Un anno fa, con Manifesta e Palermo capitale della cultura, abbiamo pensato che fosse giunto il tempo di attrezzarci per l’accoglienza del turista, adesso dobbiamo pensare a chi vuole fare investimenti in città. Se il turista chiede una città vivibile, l’investitore cerca tempi certi, per questo ho istituito questo nuovo gruppo di lavoro”.

Presente alla conferenza stampa anche Marco Giammona, ingegnere e imprenditore, che, tra l’altro, ha progettato il restauro di Palazzo Butera, acquistato da Massimo Valsecchi. “Grazie a questi nuovi riflettori positivi sulla città – ha detto Giammona, che ha agito a supporto dell’operazione di acquisizione dell’ex albergo Sole – l’amministrazione ha pensato bene di snellire e velocizzare i passaggi burocratici per tutti gli investitori, spesso costretti a guardare altrove per i loro progetti. Questo nuovo investimento è molto importante, sia per la ricaduta occupazionale, ma anche per l’alto valore imprenditoriale, che avviene nell’ormai vitalissimo centro storico della città”.

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La nuova “ouverture” della Sinfonica Siciliana

Si è insediato il Consiglio d’amministrazione della Fondazione presieduto da Stefano Santoro. Adesso si aspetta il nome del sovrintendente

di Giulio Giallombardo

Parola d’ordine: serenità. L’Orchestra Sinfonica Siciliana vuole lasciarsi alle spalle il clima turbolento dopo la rimozione dell’ex sovrintendente Giorgio Pace, lo scorso Natale, e ricomincia dal nuovo Consiglio d’amministrazione, che si è insediato ieri pomeriggio. Presidente è l’avvocato Stefano Santoro, ex consigliere comunale di Alleanza Nazionale e poi assessore al Turismo, in quota Forza Italia, ai tempi della giunta Cammarata. Vicepresidente è, invece, il monrealese Marco Intravaia, nominato dalla Regione. Accanto a loro Giulio Pirrotta, indicato dal Comune di Palermo e Sonia Giacalone, in rappresentanza degli orchestrali.

Da sinistra, Sonia Giacalone, Stefano Santoro, Marco Intravaia e Giulio Pirrotta

Si chiudono così i tre mesi di commissariamento di Giovanni Riggio, che ha amministrato la Fondazione dopo l’allontanamento di Pace, deciso dall’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo con tre mesi di anticipo. Il mandato dell’ex sovrintendente sarebbe scaduto proprio in questi giorni, ma dopo le dimissioni di tre consiglieri su cinque, lo scorso novembre, il governo regionale ha dichiarato decaduto l’intero Cda, a cui è seguito subito dopo il decreto che stabilisce la cessazione del sovrintendente per effetto proprio dell’azzeramento del Cda, secondo l’articolo 17 dello Statuto. Scelta, però, non andata giù a Pace, che ha definito “illegittimo” il provvedimento.

Adesso, anche se gli strascichi polemici sono tutt’altro che passati, la Fondazione guarda al futuro. Prende tempo per la nomina del nuovo sovrintendente e pensa a un concorso pubblico per rinfoltire la compagine orchestrale, che attualmente conta 72 effettivi, contro i 102 che servirebbero per l’organico al completo. Per rintracciare l’ultimo concorso alla Sinfonica, bisogna andare indietro nel tempo fino al 2007. Inoltre, l’intenzione è quella di bandire un altro concorso per gli incarichi di dirigente amministrativo e contabile, così da garantire al meglio la gestione delle risorse economiche.

La sala del Politeama Garibaldi

“Crediamo che sia necessario che questa Fondazione trovi un momento di rasserenamento, un clima assolutamente diverso da quello che è stato registrato nei mesi precedenti”. Ha esordito così il neopresidente Santoro, che ieri pomeriggio ha parlato con i giornalisti nella Sala Rossa del Politeama Garibaldi, prima dell’incontro con i sindacati. “La prima cosa importante che siamo chiamati a fare è quella di una attenta valutazione per la scelta del nuovo sovrintendente – ha aggiunto Santoro – . Dico subito che rispetto a questa scelta il Cda si prenderà tutto il tempo necessario per arrivare a una soluzione il più condivisa possibile. Pur non essendoci un termine previsto dalla legge, noi riteniamo che questo periodo di valutazione e di esplorazione, non dovrà essere comunque molto lungo”.

Il pensiero va alla programmazione artistica che termina a fine maggio e che vedrà anche l’importante trasferta dell’orchestra a Firenze, per la prima volta nella sua storia al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, con un atteso concerto diretto da Salvatore Sciarrino. “Una bozza della nuova stagione esiste già – precisa Santoro – l’ha definita il nostro direttore artistico Marcello Panni. Nella peggiore delle ipotesi, potremmo nell’interesse della città e della Regione che aspetta un cartellone estivo, avocare al Cda i poteri di affidare un incarico a tempo al consulente della programmazione artistica per attuare il cartellone di fine stagione”.

Il Politeama Garibaldi

Sull’ipotesi del bando per individuare il nuovo sovrintendente, Santoro resta cauto: “È un argomento che potremmo prendere in considerazione, verificheremo se l’avviso di manifestazione di interesse, non sia in conflitto, in termini di tempo, con le esigenze della Fondazione, perché un avviso che non abbia una durata di due o tre mesi sarebbe farlocco”. La corsa alla successione di Giorgio Pace resta dunque apertissima, anche se i nomi che sembrano profilarsi all’orizzonte sono sempre quelli di Ester Bonafede e Andrea Peria. Intanto la musica incalza, con la nuova stagione alle porte e un’orchestra che deve ritrovare l’armonia perduta.

Si è insediato il Consiglio d’amministrazione della Fondazione presieduto da Stefano Santoro. Adesso si aspetta il nome del sovrintendente

di Giulio Giallombardo

Parola d’ordine: serenità. L’Orchestra Sinfonica Siciliana vuole lasciarsi alle spalle il clima turbolento dopo la rimozione dell’ex sovrintendente Giorgio Pace, lo scorso Natale, e ricomincia dal nuovo Consiglio d’amministrazione, che si è insediato ieri pomeriggio. Presidente è l’avvocato Stefano Santoro, ex consigliere comunale di Alleanza Nazionale e poi assessore al Turismo, in quota Forza Italia, ai tempi della giunta Cammarata. Vicepresidente è, invece, il monrealese Marco Intravaia, nominato dalla Regione. Accanto a loro Giulio Pirrotta, indicato dal Comune di Palermo e Sonia Giacalone, in rappresentanza degli orchestrali.

Da sinistra, Sonia Giacalone, Stefano Santoro, Marco Intravaia e Giulio Pirrotta

Si chiudono così i tre mesi di commissariamento di Giovanni Riggio, che ha amministrato la Fondazione dopo l’allontanamento di Pace, deciso dall’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo con tre mesi di anticipo. Il mandato dell’ex sovrintendente sarebbe scaduto proprio in questi giorni, ma dopo le dimissioni di tre consiglieri su cinque, lo scorso novembre, il governo regionale ha dichiarato decaduto l’intero Cda, a cui è seguito subito dopo il decreto che stabilisce la cessazione del sovrintendente per effetto proprio dell’azzeramento del Cda, secondo l’articolo 17 dello Statuto. Scelta, però, non andata giù a Pace, che ha definito “illegittimo” il provvedimento.

Adesso, anche se gli strascichi polemici sono tutt’altro che passati, la Fondazione guarda al futuro. Prende tempo per la nomina del nuovo sovrintendente e pensa a un concorso pubblico per rinfoltire la compagine orchestrale, che attualmente conta 72 effettivi, contro i 102 che servirebbero per l’organico al completo. Per rintracciare l’ultimo concorso alla Sinfonica, bisogna andare indietro nel tempo fino al 2007. Inoltre, l’intenzione è quella di bandire un altro concorso per gli incarichi di dirigente amministrativo e contabile, così da garantire al meglio la gestione delle risorse economiche.

La sala del Politeama Garibaldi

“Crediamo che sia necessario che questa Fondazione trovi un momento di rasserenamento, un clima assolutamente diverso da quello che è stato registrato nei mesi precedenti”. Ha esordito così il neopresidente Santoro, che ieri pomeriggio ha parlato con i giornalisti nella Sala Rossa del Politeama Garibaldi, prima dell’incontro con i sindacati. “La prima cosa importante che siamo chiamati a fare è quella di una attenta valutazione per la scelta del nuovo sovrintendente – ha aggiunto Santoro – . Dico subito che rispetto a questa scelta il Cda si prenderà tutto il tempo necessario per arrivare a una soluzione il più condivisa possibile. Pur non essendoci un termine previsto dalla legge, noi riteniamo che questo periodo di valutazione e di esplorazione, non dovrà essere comunque molto lungo”.

Il pensiero va alla programmazione artistica che termina a fine maggio e che vedrà anche l’importante trasferta dell’orchestra a Firenze, per la prima volta nella sua storia al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, con un atteso concerto diretto da Salvatore Sciarrino. “Una bozza della nuova stagione esiste già – precisa Santoro – l’ha definita il nostro direttore artistico Marcello Panni. Nella peggiore delle ipotesi, potremmo nell’interesse della città e della Regione che aspetta un cartellone estivo, avocare al Cda i poteri di affidare un incarico a tempo al consulente della programmazione artistica per attuare il cartellone di fine stagione”.

Il Politeama Garibaldi

Sull’ipotesi del bando per individuare il nuovo sovrintendente, Santoro resta cauto: “È un argomento che potremmo prendere in considerazione, verificheremo se l’avviso di manifestazione di interesse, non sia in conflitto, in termini di tempo, con le esigenze della Fondazione, perché un avviso che non abbia una durata di due o tre mesi sarebbe farlocco”. La corsa alla successione di Giorgio Pace resta dunque apertissima, anche se i nomi che sembrano profilarsi all’orizzonte sono sempre quelli di Ester Bonafede e Andrea Peria. Intanto la musica incalza, con la nuova stagione alle porte e un’orchestra che deve ritrovare l’armonia perduta.

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