C’era una volta l’Hotel Savoy, ora è abbandonato

Un tempo era un grande albergo del centro di Palermo, adesso è in disuso da 25 anni. I proprietari hanno intenzione di restaurarlo e riportarlo a nuova vita

di Giulio Giallombardo

Sembra soltanto uno dei tanti palazzi eleganti e austeri del centro di Palermo. Eppure, all’inizio del secolo scorso ospitava l’Albergo Savoia che faceva concorrenza al vicino Hotel delle Palme. Oggi quel corpo di Palazzo Saponara che si affaccia su via Villaermosa, all’angolo con via Cavour, davanti alla Banca d’Italia, è abbandonato da 25 anni, in attesa di ristrutturazione. L’edificio è in pessimo stato, sia all’interno che sul prospetto esterno, per questo i proprietari riconducibili alla società Sat, Siciliana Alberghi Turismo Spa in liquidazione, hanno avviato dei lavori di restauro e rifunzionalizzazione, che dovrebbero concludersi nell’arco di due anni. Non è ancora stato deciso dalla proprietà se il palazzo sarà destinato ad abitazioni private o se diventerà una residenza turistica.

L’antico Albergo Savoia

Un futuro che si prospetta incerto dopo un passato che ha conosciuto luci e ombre. Costruito nel 1863 da Vincenzo Di Giovanni Alliata, duca di Saponara, e progettato dall’architetto Domenico Marvuglia, il palazzo, noto anche come Tagliavia Lo Bue Lemos, ha avuto una storia articolata, fatta di vendite all’asta, successioni e diverse destinazioni d’uso. Alla morte del duca, fu diviso in lotti, alcuni dei quali passarono all’armatore e negoziante Andrea Lo Vico, che completò l’edificio insieme a Giovanni Di Giovanni Alliata, figlio di Vincenzo. Alla fine dell’800 la figlia di Lo Vico sposò il cavalier Salvatore Lo Bue e Papè dei conti di Lemos, i cui figli ereditarono l’immobile. Nel palazzo, avevano alcune proprietà anche Antonino Trigona, principe di Calvaruso e barone di Mandrascati, e Angelo Tagliavia, figlio di Paolo, commerciante e armatore palermitano, i cui beni furono ereditati dai cinque figli, che nel 1941 si divisero il patrimonio.

Una delle sale dell’Hotel Savoy in una foto storica

L’Hotel Savoy, ribattezzato Albergo Savoia durante il ventennio fascista, occupava soltanto la parte occidentale del fabbricato su via Villaermosa. Un prospetto con due piani lungo 36 metri in cui si affacciano sette aperture per piano. Rispetto all’edificio ottocentesco sono state modificate soltanto le aperture del pianoterra, che originariamente erano finestre con lunetta ad arco e che oggi ospitano un negozio e un bar. Sono pochissime le informazioni sull’albergo in possesso degli attuali proprietari. Pare che fosse, per importanza, il terzo albergo di Palermo, dopo Villa Igiea e l’Hotel delle Palme. A gestirlo era Alfredo Fricker, albergatore di origine ebraica, costretto a lasciare Palermo durante la guerra per rifugiarsi in Svizzera, dove a Lugano divenne gestore dello storico Hotel Washington.

L’Hotel Savoy in una locandina d’epoca

Successivamente è stato anche sede del consolato inglese e in seguito, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, ha ospitato un liceo, fino all’abbandono in anni più recenti. “Non sappiamo ancora quale sarà il suo futuro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Fabrizio Tagliavia, liquidatore della Sat, e pronipote del conte Salvatore Tagliavia – . Abbiamo una concessione edilizia per 32 appartamenti, stiamo valutando se farne una residenza turistico-alberghiera o destinarlo ad appartamenti privati. Il budget necessario al recupero completo dell’edificio è molto corposo e stiamo cercando di capire come far quadrare i conti. Per troppi anni questo palazzo è stato chiuso, la nostra intenzione adesso è salvarlo dall’abbandono”.

Un tempo era un grande albergo del centro di Palermo, adesso è in disuso da 25 anni. I proprietari hanno intenzione di restaurarlo e riportarlo a nuova vita

di Giulio Giallombardo

Sembra soltanto uno dei tanti palazzi eleganti e austeri del centro di Palermo. Eppure, all’inizio del secolo scorso ospitava l’Albergo Savoia che faceva concorrenza al vicino Hotel delle Palme. Oggi quel corpo di Palazzo Saponara che si affaccia su via Villaermosa, all’angolo con via Cavour, davanti alla Banca d’Italia, è abbandonato da 25 anni, in attesa di ristrutturazione. L’edificio è in pessimo stato, sia all’interno che sul prospetto esterno, per questo i proprietari riconducibili alla società Sat, Siciliana Alberghi Turismo Spa in liquidazione, hanno avviato dei lavori di restauro e rifunzionalizzazione, che dovrebbero concludersi nell’arco di due anni. Non è ancora stato deciso dalla proprietà se il palazzo sarà destinato ad abitazioni private o se diventerà una residenza turistica.

L’antico Albergo Savoia

Un futuro che si prospetta incerto dopo un passato che ha conosciuto luci e ombre. Costruito nel 1863 da Vincenzo Di Giovanni Alliata, duca di Saponara, e progettato dall’architetto Domenico Marvuglia, il palazzo, noto anche come Tagliavia Lo Bue Lemos, ha avuto una storia articolata, fatta di vendite all’asta, successioni e diverse destinazioni d’uso. Alla morte del duca, fu diviso in lotti, alcuni dei quali passarono all’armatore e negoziante Andrea Lo Vico, che completò l’edificio insieme a Giovanni Di Giovanni Alliata, figlio di Vincenzo. Alla fine dell’800 la figlia di Lo Vico sposò il cavalier Salvatore Lo Bue e Papè dei conti di Lemos, i cui figli ereditarono l’immobile. Nel palazzo, avevano alcune proprietà anche Antonino Trigona, principe di Calvaruso e barone di Mandrascati, e Angelo Tagliavia, figlio di Paolo, commerciante e armatore palermitano, i cui beni furono ereditati dai cinque figli, che nel 1941 si divisero il patrimonio.

Una delle sale dell’Hotel Savoy in una foto storica

L’Hotel Savoy, ribattezzato Albergo Savoia durante il ventennio fascista, occupava soltanto la parte occidentale del fabbricato su via Villaermosa. Un prospetto con due piani lungo 36 metri in cui si affacciano sette aperture per piano. Rispetto all’edificio ottocentesco sono state modificate soltanto le aperture del pianoterra, che originariamente erano finestre con lunetta ad arco e che oggi ospitano un negozio e un bar. Sono pochissime le informazioni sull’albergo in possesso degli attuali proprietari. Pare che fosse, per importanza, il terzo albergo di Palermo, dopo Villa Igiea e l’Hotel delle Palme. A gestirlo era Alfredo Fricker, albergatore di origine ebraica, costretto a lasciare Palermo durante la guerra per rifugiarsi in Svizzera, dove a Lugano divenne gestore dello storico Hotel Washington.

L’Hotel Savoy in una locandina d’epoca

Successivamente è stato anche sede del consolato inglese e in seguito, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, ha ospitato un liceo, fino all’abbandono in anni più recenti. “Non sappiamo ancora quale sarà il suo futuro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Fabrizio Tagliavia, liquidatore della Sat, e pronipote del conte Salvatore Tagliavia – . Abbiamo una concessione edilizia per 32 appartamenti, stiamo valutando se farne una residenza turistico-alberghiera o destinarlo ad appartamenti privati. Il budget necessario al recupero completo dell’edificio è molto corposo e stiamo cercando di capire come far quadrare i conti. Per troppi anni questo palazzo è stato chiuso, la nostra intenzione adesso è salvarlo dall’abbandono”.

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Rinasce e cambia pelle l’ex albergo Sole

Dopo dieci anni di abbandono, l’edificio del centro storico di Palermo, è stato acquistato dalla catena internazionale B&B Hotels che inaugurerà la struttura a luglio

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico che tornano a rianimarsi, ma soprattutto grandi investitori esteri che scelgono Palermo, sulla scia dell’esperienza di Manifesta e di Capitale italiana della cultura. Dopo dieci anni di abbandono, l’ex albergo Sole di via Vittorio Emanuele, a due passi dai Quattro Canti, si rinnova e cambia pelle. L’edificio è stato acquistato dalla catena internazionale di alberghi “econo-chic” B&B Hotels che, a luglio, entro il prossimo Festino di Santa Rosalia, aprirà la prima struttura in Sicilia.

Una delle camere del B&B Hotel di Palermo

Un investimento iniziale di 12 milioni di euro, che porterà alla creazione di almeno 25 posti di lavoro, destinati a crescere negli anni. Quello di Palermo sarà il 37esimo albergo della catena in Italia, che si andrà ad aggiungere alle oltre 490 strutture esistenti in 11 paesi del mondo. Saranno disponibili 137 camere, prenotabili da maggio, tutte arredate nello stile essenziale ed elegante tipico del gruppo alberghiero, con bagno privato, climatizzatore, connessione wi-fi e smart tv. Nella hall al piano terra ci sarà un’area con servizio di ristorazione e un’altra destinata allo shopping e altre zone coworking. Punta di diamante della struttura, come era per l’ex albergo Sole, la terrazza panoramica sul tetto dell’edificio, con soffitto a volte in legno e grandi vetrate collegate a terrazze panoramiche che si affacciano su piazza Pretoria. Saranno, inoltre, disponibili per l’organizzazione di meeting e congressi quattro sale dedicate e una sala conferenze che potrà ospitare oltre 100 posti.

Jean Claude Ghiotti

L’investimento della B&B Hotels a Palermo è stato coadiuvato da una nuova task force messa in campo dall’amministrazione comunale, che fa da gruppo di interlocuzione per i grandi investitori italiani e stranieri. “Sotto questo punto di vista posso assicurare che Palermo è meglio di Francoforte”, ha dichiarato Jean Claude Ghiotti, presidente di B&B Hotels Italia, nel corso della presentazione del nuovo albergo, questa mattina a Palazzo delle Aquile. “Non è così in altre città d’Italia, anche in quelle del profondo Nord – ha aggiunto – . Il fatto di avere interlocutori chiari è un valore aggiunto importantissimo per gli investitori e ci sono città dove è impossibile lavorare. Palermo invece è perfetta”.

Leoluca Orlando

Il sindaco Leoluca Orlando, che ha esposto in bella mostra le tre stelle Michelin, ricevute da Palermo lo scorso gennaio, come meta che “vale il viaggio”, ha parlato dello “straordinario momento di attrattività turistica della città e delle sue prospettive di sviluppo. È cambiata la percezione della città – ha ribadito il primo cittadino – se qualche fino a qualche anno fa era repulsiva, adesso è attrattiva, una città accogliente a 360 gradi, sia per i turisti che per i migranti. C’è un tempo per ogni cosa. Un anno fa, con Manifesta e Palermo capitale della cultura, abbiamo pensato che fosse giunto il tempo di attrezzarci per l’accoglienza del turista, adesso dobbiamo pensare a chi vuole fare investimenti in città. Se il turista chiede una città vivibile, l’investitore cerca tempi certi, per questo ho istituito questo nuovo gruppo di lavoro”.

Presente alla conferenza stampa anche Marco Giammona, ingegnere e imprenditore, che, tra l’altro, ha progettato il restauro di Palazzo Butera, acquistato da Massimo Valsecchi. “Grazie a questi nuovi riflettori positivi sulla città – ha detto Giammona, che ha agito a supporto dell’operazione di acquisizione dell’ex albergo Sole – l’amministrazione ha pensato bene di snellire e velocizzare i passaggi burocratici per tutti gli investitori, spesso costretti a guardare altrove per i loro progetti. Questo nuovo investimento è molto importante, sia per la ricaduta occupazionale, ma anche per l’alto valore imprenditoriale, che avviene nell’ormai vitalissimo centro storico della città”.

Dopo dieci anni di abbandono, l’edificio del centro storico di Palermo, è stato acquistato dalla catena internazionale B&B Hotels che inaugurerà la struttura a luglio

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico che tornano a rianimarsi, ma soprattutto grandi investitori esteri che scelgono Palermo, sulla scia dell’esperienza di Manifesta e di Capitale italiana della cultura. Dopo dieci anni di abbandono, l’ex albergo Sole di via Vittorio Emanuele, a due passi dai Quattro Canti, si rinnova e cambia pelle. L’edificio è stato acquistato dalla catena internazionale di alberghi “econo-chic” B&B Hotels che, a luglio, entro il prossimo Festino di Santa Rosalia, aprirà la prima struttura in Sicilia.

Una delle camere del B&B Hotel di Palermo

Un investimento iniziale di 12 milioni di euro, che porterà alla creazione di almeno 25 posti di lavoro, destinati a crescere negli anni. Quello di Palermo sarà il 37esimo albergo della catena in Italia, che si andrà ad aggiungere alle oltre 490 strutture esistenti in 11 paesi del mondo. Saranno disponibili 137 camere, prenotabili da maggio, tutte arredate nello stile essenziale ed elegante tipico del gruppo alberghiero, con bagno privato, climatizzatore, connessione wi-fi e smart tv. Nella hall al piano terra ci sarà un’area con servizio di ristorazione e un’altra destinata allo shopping e altre zone coworking. Punta di diamante della struttura, come era per l’ex albergo Sole, la terrazza panoramica sul tetto dell’edificio, con soffitto a volte in legno e grandi vetrate collegate a terrazze panoramiche che si affacciano su piazza Pretoria. Saranno, inoltre, disponibili per l’organizzazione di meeting e congressi quattro sale dedicate e una sala conferenze che potrà ospitare oltre 100 posti.

Jean Claude Ghiotti

L’investimento della B&B Hotels a Palermo è stato coadiuvato da una nuova task force messa in campo dall’amministrazione comunale, che fa da gruppo di interlocuzione per i grandi investitori italiani e stranieri. “Sotto questo punto di vista posso assicurare che Palermo è meglio di Francoforte”, ha dichiarato Jean Claude Ghiotti, presidente di B&B Hotels Italia, nel corso della presentazione del nuovo albergo, questa mattina a Palazzo delle Aquile. “Non è così in altre città d’Italia, anche in quelle del profondo Nord – ha aggiunto – . Il fatto di avere interlocutori chiari è un valore aggiunto importantissimo per gli investitori e ci sono città dove è impossibile lavorare. Palermo invece è perfetta”.

Leoluca Orlando

Il sindaco Leoluca Orlando, che ha esposto in bella mostra le tre stelle Michelin, ricevute da Palermo lo scorso gennaio, come meta che “vale il viaggio”, ha parlato dello “straordinario momento di attrattività turistica della città e delle sue prospettive di sviluppo. È cambiata la percezione della città – ha ribadito il primo cittadino – se qualche fino a qualche anno fa era repulsiva, adesso è attrattiva, una città accogliente a 360 gradi, sia per i turisti che per i migranti. C’è un tempo per ogni cosa. Un anno fa, con Manifesta e Palermo capitale della cultura, abbiamo pensato che fosse giunto il tempo di attrezzarci per l’accoglienza del turista, adesso dobbiamo pensare a chi vuole fare investimenti in città. Se il turista chiede una città vivibile, l’investitore cerca tempi certi, per questo ho istituito questo nuovo gruppo di lavoro”.

Presente alla conferenza stampa anche Marco Giammona, ingegnere e imprenditore, che, tra l’altro, ha progettato il restauro di Palazzo Butera, acquistato da Massimo Valsecchi. “Grazie a questi nuovi riflettori positivi sulla città – ha detto Giammona, che ha agito a supporto dell’operazione di acquisizione dell’ex albergo Sole – l’amministrazione ha pensato bene di snellire e velocizzare i passaggi burocratici per tutti gli investitori, spesso costretti a guardare altrove per i loro progetti. Questo nuovo investimento è molto importante, sia per la ricaduta occupazionale, ma anche per l’alto valore imprenditoriale, che avviene nell’ormai vitalissimo centro storico della città”.

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La nuova “ouverture” della Sinfonica Siciliana

Si è insediato il Consiglio d’amministrazione della Fondazione presieduto da Stefano Santoro. Adesso si aspetta il nome del sovrintendente

di Giulio Giallombardo

Parola d’ordine: serenità. L’Orchestra Sinfonica Siciliana vuole lasciarsi alle spalle il clima turbolento dopo la rimozione dell’ex sovrintendente Giorgio Pace, lo scorso Natale, e ricomincia dal nuovo Consiglio d’amministrazione, che si è insediato ieri pomeriggio. Presidente è l’avvocato Stefano Santoro, ex consigliere comunale di Alleanza Nazionale e poi assessore al Turismo, in quota Forza Italia, ai tempi della giunta Cammarata. Vicepresidente è, invece, il monrealese Marco Intravaia, nominato dalla Regione. Accanto a loro Giulio Pirrotta, indicato dal Comune di Palermo e Sonia Giacalone, in rappresentanza degli orchestrali.

Da sinistra, Sonia Giacalone, Stefano Santoro, Marco Intravaia e Giulio Pirrotta

Si chiudono così i tre mesi di commissariamento di Giovanni Riggio, che ha amministrato la Fondazione dopo l’allontanamento di Pace, deciso dall’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo con tre mesi di anticipo. Il mandato dell’ex sovrintendente sarebbe scaduto proprio in questi giorni, ma dopo le dimissioni di tre consiglieri su cinque, lo scorso novembre, il governo regionale ha dichiarato decaduto l’intero Cda, a cui è seguito subito dopo il decreto che stabilisce la cessazione del sovrintendente per effetto proprio dell’azzeramento del Cda, secondo l’articolo 17 dello Statuto. Scelta, però, non andata giù a Pace, che ha definito “illegittimo” il provvedimento.

Adesso, anche se gli strascichi polemici sono tutt’altro che passati, la Fondazione guarda al futuro. Prende tempo per la nomina del nuovo sovrintendente e pensa a un concorso pubblico per rinfoltire la compagine orchestrale, che attualmente conta 72 effettivi, contro i 102 che servirebbero per l’organico al completo. Per rintracciare l’ultimo concorso alla Sinfonica, bisogna andare indietro nel tempo fino al 2007. Inoltre, l’intenzione è quella di bandire un altro concorso per gli incarichi di dirigente amministrativo e contabile, così da garantire al meglio la gestione delle risorse economiche.

La sala del Politeama Garibaldi

“Crediamo che sia necessario che questa Fondazione trovi un momento di rasserenamento, un clima assolutamente diverso da quello che è stato registrato nei mesi precedenti”. Ha esordito così il neopresidente Santoro, che ieri pomeriggio ha parlato con i giornalisti nella Sala Rossa del Politeama Garibaldi, prima dell’incontro con i sindacati. “La prima cosa importante che siamo chiamati a fare è quella di una attenta valutazione per la scelta del nuovo sovrintendente – ha aggiunto Santoro – . Dico subito che rispetto a questa scelta il Cda si prenderà tutto il tempo necessario per arrivare a una soluzione il più condivisa possibile. Pur non essendoci un termine previsto dalla legge, noi riteniamo che questo periodo di valutazione e di esplorazione, non dovrà essere comunque molto lungo”.

Il pensiero va alla programmazione artistica che termina a fine maggio e che vedrà anche l’importante trasferta dell’orchestra a Firenze, per la prima volta nella sua storia al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, con un atteso concerto diretto da Salvatore Sciarrino. “Una bozza della nuova stagione esiste già – precisa Santoro – l’ha definita il nostro direttore artistico Marcello Panni. Nella peggiore delle ipotesi, potremmo nell’interesse della città e della Regione che aspetta un cartellone estivo, avocare al Cda i poteri di affidare un incarico a tempo al consulente della programmazione artistica per attuare il cartellone di fine stagione”.

Il Politeama Garibaldi

Sull’ipotesi del bando per individuare il nuovo sovrintendente, Santoro resta cauto: “È un argomento che potremmo prendere in considerazione, verificheremo se l’avviso di manifestazione di interesse, non sia in conflitto, in termini di tempo, con le esigenze della Fondazione, perché un avviso che non abbia una durata di due o tre mesi sarebbe farlocco”. La corsa alla successione di Giorgio Pace resta dunque apertissima, anche se i nomi che sembrano profilarsi all’orizzonte sono sempre quelli di Ester Bonafede e Andrea Peria. Intanto la musica incalza, con la nuova stagione alle porte e un’orchestra che deve ritrovare l’armonia perduta.

Si è insediato il Consiglio d’amministrazione della Fondazione presieduto da Stefano Santoro. Adesso si aspetta il nome del sovrintendente

di Giulio Giallombardo

Parola d’ordine: serenità. L’Orchestra Sinfonica Siciliana vuole lasciarsi alle spalle il clima turbolento dopo la rimozione dell’ex sovrintendente Giorgio Pace, lo scorso Natale, e ricomincia dal nuovo Consiglio d’amministrazione, che si è insediato ieri pomeriggio. Presidente è l’avvocato Stefano Santoro, ex consigliere comunale di Alleanza Nazionale e poi assessore al Turismo, in quota Forza Italia, ai tempi della giunta Cammarata. Vicepresidente è, invece, il monrealese Marco Intravaia, nominato dalla Regione. Accanto a loro Giulio Pirrotta, indicato dal Comune di Palermo e Sonia Giacalone, in rappresentanza degli orchestrali.

Da sinistra, Sonia Giacalone, Stefano Santoro, Marco Intravaia e Giulio Pirrotta

Si chiudono così i tre mesi di commissariamento di Giovanni Riggio, che ha amministrato la Fondazione dopo l’allontanamento di Pace, deciso dall’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo con tre mesi di anticipo. Il mandato dell’ex sovrintendente sarebbe scaduto proprio in questi giorni, ma dopo le dimissioni di tre consiglieri su cinque, lo scorso novembre, il governo regionale ha dichiarato decaduto l’intero Cda, a cui è seguito subito dopo il decreto che stabilisce la cessazione del sovrintendente per effetto proprio dell’azzeramento del Cda, secondo l’articolo 17 dello Statuto. Scelta, però, non andata giù a Pace, che ha definito “illegittimo” il provvedimento.

Adesso, anche se gli strascichi polemici sono tutt’altro che passati, la Fondazione guarda al futuro. Prende tempo per la nomina del nuovo sovrintendente e pensa a un concorso pubblico per rinfoltire la compagine orchestrale, che attualmente conta 72 effettivi, contro i 102 che servirebbero per l’organico al completo. Per rintracciare l’ultimo concorso alla Sinfonica, bisogna andare indietro nel tempo fino al 2007. Inoltre, l’intenzione è quella di bandire un altro concorso per gli incarichi di dirigente amministrativo e contabile, così da garantire al meglio la gestione delle risorse economiche.

La sala del Politeama Garibaldi

“Crediamo che sia necessario che questa Fondazione trovi un momento di rasserenamento, un clima assolutamente diverso da quello che è stato registrato nei mesi precedenti”. Ha esordito così il neopresidente Santoro, che ieri pomeriggio ha parlato con i giornalisti nella Sala Rossa del Politeama Garibaldi, prima dell’incontro con i sindacati. “La prima cosa importante che siamo chiamati a fare è quella di una attenta valutazione per la scelta del nuovo sovrintendente – ha aggiunto Santoro – . Dico subito che rispetto a questa scelta il Cda si prenderà tutto il tempo necessario per arrivare a una soluzione il più condivisa possibile. Pur non essendoci un termine previsto dalla legge, noi riteniamo che questo periodo di valutazione e di esplorazione, non dovrà essere comunque molto lungo”.

Il pensiero va alla programmazione artistica che termina a fine maggio e che vedrà anche l’importante trasferta dell’orchestra a Firenze, per la prima volta nella sua storia al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, con un atteso concerto diretto da Salvatore Sciarrino. “Una bozza della nuova stagione esiste già – precisa Santoro – l’ha definita il nostro direttore artistico Marcello Panni. Nella peggiore delle ipotesi, potremmo nell’interesse della città e della Regione che aspetta un cartellone estivo, avocare al Cda i poteri di affidare un incarico a tempo al consulente della programmazione artistica per attuare il cartellone di fine stagione”.

Il Politeama Garibaldi

Sull’ipotesi del bando per individuare il nuovo sovrintendente, Santoro resta cauto: “È un argomento che potremmo prendere in considerazione, verificheremo se l’avviso di manifestazione di interesse, non sia in conflitto, in termini di tempo, con le esigenze della Fondazione, perché un avviso che non abbia una durata di due o tre mesi sarebbe farlocco”. La corsa alla successione di Giorgio Pace resta dunque apertissima, anche se i nomi che sembrano profilarsi all’orizzonte sono sempre quelli di Ester Bonafede e Andrea Peria. Intanto la musica incalza, con la nuova stagione alle porte e un’orchestra che deve ritrovare l’armonia perduta.

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Piccoli “dottori” dei beni culturali crescono

Un master organizzato dall’Università di Palermo forma giovani professionisti per la gestione di musei, parchi archeologici, biblioteche e monumenti

di Giulio Giallombardo

Il futuro dei beni culturali passa anche da loro. Una scuderia di giovani professionisti formati per la gestione di musei, parchi archeologici o letterari, biblioteche e monumenti, senza perdere di vista gli aspetti legati al marketing e alla comunicazione. Sono i partecipanti al Master in Economia e Management di Beni culturali e del Patrimonio Unesco (Emabec), che da tre anni organizza l’Università di Palermo. Un articolato percorso formativo che ha fatto dell’incontro sinergico tra istituzioni culturali pubbliche e private il suo valore aggiunto.

La terza edizione del master si è chiusa ieri alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana, con una cerimonia a cui hanno partecipato i vertici istituzionali del beni culturali siciliani, tra cui la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, il neo assessore comunale alla Cultura, Adham Darawsha, e il direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini. Nel corso dell’incontro sono state conferite quattro borse di studio e presentati alcuni progetti multimediali sulla piattaforma internazionale di audioguide IziTravel, spazio poi alla dissertazione delle tesi e alla proclamazione dei nuovi “dottori” dei beni culturali.

Studenti e docenti del terzo master Emabec (foto: Giulia Sciavarello)

Il master, nell’arco di 12 mesi, ha l’obiettivo di formare al massimo 30 già laureati all’anno, trasformandoli in professionisti a tutto tondo della gestione dei beni culturali siciliani. La prospettiva è quella di connettere tra loro gli elementi attrattori del territorio e le istituzioni, anche con la creazione di startup innovative o la progettazione e realizzazione di attività dell’industria culturale. In questo senso, trasversali possono essere gli sbocchi lavorativi, sia come manager chiamati a operare nel mondo delle istituzioni culturali pubbliche e private; sia come imprenditori in grado di avviare attività economiche capaci di offrire servizi orientati alla valorizzazione dei beni culturali; sia, ancora, come manager o consulenti in ambito gestionale e commerciale o nella comunicazione.

I diciassette partecipanti, in occasione del terzo master di secondo livello appena concluso, hanno avuto la possibilità di confrontarsi con tanti professionisti del mondo della cultura, incontrando alcuni dei responsabili delle più importanti istituzioni culturali siciliane. Ha fatto parte della faculty Ludovico Solima, docente di Management delle imprese culturali nel Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli, che ha scritto il piano strategico del Museo archeologico del capoluogo campano. E ancora, incontri con il veneziano Massimiliano Zane, noto progettista culturale e consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del territorio e con Daniele Jalla, già presidente dell’Icom, la più importante organizzazione che mette insieme i rappresentati dei musei a livello europeo. Gli studenti hanno avuto modo di conoscere anche Giuliano Volpe, componente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibac e, tra i docenti, anche Fabio Viola, che ha realizzato “Father and son”, il videogioco innovativo sul museo archeologico di Napoli, e Stefano Consiglio, dell’Università Federico II di Napoli, uno dei più importanti studiosi di “social innovation” applicata ai beni culturali.

Un momento della cerimonia

Uno dei progetti sviluppati durante il master, inoltre, è stato tra i vincitori del concorso “Sicilia, un’idea per il territorio”, nell’ambito della manifestazione Panorama d’Italia, che si è svolta lo scorso ottobre a Palermo. Si tratta di “cArt”, una startup innovativa che, tramite un’app, permetterà il noleggio di autovetture in ottica sharing, per la visita esperienziale di siti culturali della provincia di Palermo. Sempre all’interno del master, i ragazzi hanno sviluppato dei progetti, coordinati da Elisa Bonacini della piattaforma IziTravel, per lo storytelling attraverso audioguide dei percorsi dell’itinerario Unesco arabo-normanno, collaborando con la Fondazione Unesco Sicilia. Due studentesse, infine, riceveranno dei riconoscimenti parte del Comune di Geraci Siculo, per un progetto di lancio dell’albergo diffuso nel territorio.

Cerimonia conclusiva alla Biblioteca regionale

Ma archiviata la terza edizione, l’ateneo palermitano è già al lavoro per il quarto master. È già pronto il bando, consultabile sul sito dell’università, che scadrà il 23 aprile. “Tra i nostri obiettivi quello più importante è sicuramente far ritrovare tutti gli attori dei beni culturali intorno a un tavolo, cosa che raramente accade – spiega a Le Vie dei Tesori News, Marcantonio Ruisi, coordinatore vicario del master – . Formare le nuove generazioni o riqualificare quelle attualmente in servizio è un obiettivo che inevitabilmente porta al dialogo soggetti che non sempre si trovano a ragionare insieme sul futuro dei beni culturali. Per questo, il prossimo anno vorremmo percorrere la strada già tracciata, ma aprendoci a nuove collaborazioni, come con la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e con la Fondazione Federico II. Inoltre, abbiamo in cantiere accordi con l’Accademia di Belle Arti e il Conservatorio Scarlatti, avviando anche un dialogo con le istituzioni della Sicilia orientale”.

Un master organizzato dall’Università di Palermo forma giovani professionisti per la gestione di musei, parchi archeologici, biblioteche e monumenti

di Giulio Giallombardo

Il futuro dei beni culturali passa anche da loro. Una scuderia di giovani professionisti formati per la gestione di musei, parchi archeologici o letterari, biblioteche e monumenti, senza perdere di vista gli aspetti legati al marketing e alla comunicazione. Sono i partecipanti al Master in Economia e Management di Beni culturali e del Patrimonio Unesco (Emabec), che da tre anni organizza l’Università di Palermo. Un articolato percorso formativo che ha fatto dell’incontro sinergico tra istituzioni culturali pubbliche e private il suo valore aggiunto.

La terza edizione del master si è chiusa ieri alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana, con una cerimonia a cui hanno partecipato i vertici istituzionali del beni culturali siciliani, tra cui la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, il neo assessore comunale alla Cultura, Adham Darawsha, e il direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini. Nel corso dell’incontro sono state conferite quattro borse di studio e presentati alcuni progetti multimediali sulla piattaforma internazionale di audioguide IziTravel, spazio poi alla dissertazione delle tesi e alla proclamazione dei nuovi “dottori” dei beni culturali.

Studenti e docenti del terzo master Emabec (foto: Giulia Sciavarello)

Il master, nell’arco di 12 mesi, ha l’obiettivo di formare al massimo 30 già laureati all’anno, trasformandoli in professionisti a tutto tondo della gestione dei beni culturali siciliani. La prospettiva è quella di connettere tra loro gli elementi attrattori del territorio e le istituzioni, anche con la creazione di startup innovative o la progettazione e realizzazione di attività dell’industria culturale. In questo senso, trasversali possono essere gli sbocchi lavorativi, sia come manager chiamati a operare nel mondo delle istituzioni culturali pubbliche e private; sia come imprenditori in grado di avviare attività economiche capaci di offrire servizi orientati alla valorizzazione dei beni culturali; sia, ancora, come manager o consulenti in ambito gestionale e commerciale o nella comunicazione.

Un momento della cerimonia

I diciassette partecipanti, in occasione del terzo master di secondo livello appena concluso, hanno avuto la possibilità di confrontarsi con tanti professionisti del mondo della cultura, incontrando alcuni dei responsabili delle più importanti istituzioni culturali siciliane. Ha fatto parte della faculty Ludovico Solima, docente di Management delle imprese culturali nel Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli, che ha scritto il piano strategico del Museo archeologico del capoluogo campano. E ancora, incontri con il veneziano Massimiliano Zane, noto progettista culturale e consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del territorio e con Daniele Jalla, già presidente dell’Icom, la più importante organizzazione che mette insieme i rappresentati dei musei a livello europeo. Gli studenti hanno avuto modo di conoscere anche Giuliano Volpe, componente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibac e, tra i docenti, anche Fabio Viola, che ha realizzato “Father and son”, il videogioco innovativo sul museo archeologico di Napoli, e Stefano Consiglio, dell’Università Federico II di Napoli, uno dei più importanti studiosi di “social innovation” applicata ai beni culturali.

Uno dei progetti sviluppati durante il master, inoltre, è stato tra i vincitori del concorso “Sicilia, un’idea per il territorio”, nell’ambito della manifestazione Panorama d’Italia, che si è svolta lo scorso ottobre a Palermo. Si tratta di “cArt”, una startup innovativa che, tramite un’app, permetterà il noleggio di autovetture in ottica sharing, per la visita esperienziale di siti culturali della provincia di Palermo. Sempre all’interno del master, i ragazzi hanno sviluppato dei progetti, coordinati da Elisa Bonacini della piattaforma IziTravel, per lo storytelling attraverso audioguide dei percorsi dell’itinerario Unesco arabo-normanno, collaborando con la Fondazione Unesco Sicilia. Due studentesse, infine, riceveranno dei riconoscimenti parte del Comune di Geraci Siculo, per un progetto di lancio dell’albergo diffuso nel territorio.

La cerimonia conclusiva alla Biblioteca regionale

Ma archiviata la terza edizione, l’ateneo palermitano è già al lavoro per il quarto master. È già pronto il bando, consultabile sul sito dell’università, che scadrà il 23 aprile. “Tra i nostri obiettivi quello più importante è sicuramente far ritrovare tutti gli attori dei beni culturali intorno a un tavolo, cosa che raramente accade – spiega a Le Vie dei Tesori News, Marcantonio Ruisi, coordinatore vicario del master – . Formare le nuove generazioni o riqualificare quelle attualmente in servizio è un obiettivo che inevitabilmente porta al dialogo soggetti che non sempre si trovano a ragionare insieme sul futuro dei beni culturali. Per questo, il prossimo anno vorremmo percorrere la strada già tracciata, ma aprendoci a nuove collaborazioni, come con la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e con la Fondazione Federico II. Inoltre, abbiamo in cantiere accordi con l’Accademia di Belle Arti e il Conservatorio Scarlatti, avviando anche un dialogo con le istituzioni della Sicilia orientale”.

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Stelle delle Madonie, brilla l’osservatorio di Isnello

Il centro internazionale per le scienze astronomiche Gal Hassin è da poco entrato a far parte della rete mondiale riconosciuta dalla International Astronomical Union

di Giulio Giallombardo

Il cielo delle Madonie di notte è un continuo brulicare di stelle. Un nero mantello scintillante che avvolge le montagne, messo lì apposta per lasciarsi guardare. Lo sanno bene gli astrofisici del Gal Hassin, il Centro internazionale per le scienze astronomiche che si trova a Isnello, piccolo borgo del complesso montuoso del Palermitano. Inaugurato quasi tre anni fa, l’osservatorio sta diventando “grande”: è da poco entrato a far parte della rete mondiale di osservatori astronomici professionali e amatoriali, riconosciuti dalla International Astronomical Union, ente che unisce le società astronomiche del mondo e che assegna i nomi a stelle, pianeti, asteroidi e altri corpi celesti.

Il centro Gal Hassin (foto: Alessandro Nastasi)

Il Minor Planet Center ha attribuito al Gal Hassin il codice L34 Mpc, che viene assegnato ai centri ritenuti affidabili per l’esecuzione di osservazioni e misure relativi ai corpi minori del Sistema Solare. Un riconoscimento importante che proietta l’osservatorio di Isnello, con il suo Galhassin Robotic Telescope, tra i centri di riferimento internazionali. Il Grt è un telescopio di 40 centimetri a grande campo, realizzato dalla Officina Stellare di Thiene, nel Vicentino: si tratta del più grande tra i 10 telescopi in dotazione al Gal Hassin, che viene utilizzato anche per didattica e divulgazione in occasione di visite e incontri con le scuole.

Si tratta di uno strumento ottimizzato per imprigionare immagini astronomiche e non per le osservazioni dirette. Essendo un telescopio a grande campo è in grado di studiare il cielo profondo, dunque oggetti molto lontani, come galassie, nebulose, detriti spaziali e asteroidi. “In questi anni abbiamo potenziato il telescopio migliorando l’ottica e sostituendo la camera ccd, così da poterlo sfruttare appieno anche e soprattutto per il lavoro di ricerca scientifica – spiega a Le Vie dei Tesori News, il direttore della Fondazione Gal Hassin, Sabrina Masiero – . Questo riconoscimento ci permette di inserire il nostro centro in una rete mondiale importante, ufficializzando la possibilità di monitorare e segnalare anche oggetti che possono essere pericolosi per la Terra, come asteroidi o detriti”.

Forcella del telescopio WMT in costruzione

Ma il pezzo forte che trasformerà le Madonie in un osservatorio unico al mondo è il telescopio che sarà installato in cima a Monte Mufara, a 1860 metri d’altezza. Si chiama Wild field Mufara Telescope (Wmt) e sorgerà accanto al FlyEye, “occhio di mosca”, dell’Agenzia spaziale europea. Lo strumento sarà alto circa due metri e mezzo e con uno specchio largo un metro e permetterà di osservare una porzione di cielo grande circa 28 volte la luna piena, una dimensione molto ampia di osservazione, che consentirà di monitorare oggetti che cambiano la luminosità e la loro posizione, come asteroidi, detriti e anche pianeti fuori dal Sistema solare. Il nuovo telescopio sarà controllato a distanza dalla stazione astronomica di contrada Mongerrati, poco distante da Insello.

“Si tratta di un prototipo mondiale, il primo del suo genere – aggiunge Masiero – . Siamo in contatto con Officina Stellare che sta realizzando la struttura. Sappiamo che è stata già costruita la forcella e quasi tutta la parte ottica. Adesso stanno lavorando all’assemblaggio. Ci hanno riferito che il telescopio sarà pronto entro la prossima estate e, se ci riusciamo, contiamo di installarlo sulla cima di Monte Mufara entro l’anno, anche se per la piena operatività dovremo aspettare i primi mesi del 2020. È uno strumento molto delicato e pensiamo di farlo arrivare in elicottero, per poi scaricare tutti i pezzi a terra e montarlo”.

Il mappamondo del Gal Hassin (foto: Vincenzo Sapienza)

Il Wild field Mufara Telescope rappresenta, dunque, una tappa cruciale per l’osservatorio astronomico di Isnello, che in poco meno di tre anni, ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel panorama scientifico siciliano e non solo. Per non parlare delle tante attività divulgative rivolte alle scuole, con studenti che ormai arrivano da ogni parte d’Italia e anche d’Europa. “I primi anni sono stati di rodaggio e conoscenza del territorio – conclude il direttore del Gal Hassin – adesso finalmente stiamo iniziando a raccogliere i primi frutti anche sotto il profilo scientifico. Il nostro obiettivo è crescere ancora di più, diventando un centro di riferimento a livello internazionale”. Un desiderio a portata di mano con il favore delle stelle.

Il centro internazionale per le scienze astronomiche Gal Hassin è da poco entrato a far parte della rete mondiale riconosciuta dalla International Astronomical Union

di Giulio Giallombardo

Il cielo delle Madonie di notte è un continuo brulicare di stelle. Un nero mantello scintillante che avvolge le montagne, messo lì apposta per lasciarsi guardare. Lo sanno bene gli astrofisici del Gal Hassin, il Centro internazionale per le scienze astronomiche che si trova a Isnello, piccolo borgo del complesso montuoso del Palermitano. Inaugurato quasi tre anni fa, l’osservatorio sta diventando “grande”: è da poco entrato a far parte della rete mondiale di osservatori astronomici professionali e amatoriali, riconosciuti dalla International Astronomical Union, ente che unisce le società astronomiche del mondo e che assegna i nomi a stelle, pianeti, asteroidi e altri corpi celesti.

Il centro Gal Hassin (foto: Alessandro Nastasi)

Il Minor Planet Center ha attribuito al Gal Hassin il codice L34 Mpc, che viene assegnato ai centri ritenuti affidabili per l’esecuzione di osservazioni e misure relativi ai corpi minori del Sistema Solare. Un riconoscimento importante che proietta l’osservatorio di Isnello, con il suo Galhassin Robotic Telescope, tra i centri di riferimento internazionali. Il Grt è un telescopio di 40 centimetri a grande campo, realizzato dalla Officina Stellare di Thiene, nel Vicentino: si tratta del più grande tra i 10 telescopi in dotazione al Gal Hassin, che viene utilizzato anche per didattica e divulgazione in occasione di visite e incontri con le scuole.

Si tratta di uno strumento ottimizzato per imprigionare immagini astronomiche e non per le osservazioni dirette. Essendo un telescopio a grande campo è in grado di studiare il cielo profondo, dunque oggetti molto lontani, come galassie, nebulose, detriti spaziali e asteroidi. “In questi anni abbiamo potenziato il telescopio migliorando l’ottica e sostituendo la camera ccd, così da poterlo sfruttare appieno anche e soprattutto per il lavoro di ricerca scientifica – spiega a Le Vie dei Tesori News, il direttore della Fondazione Gal Hassin, Sabrina Masiero – . Questo riconoscimento ci permette di inserire il nostro centro in una rete mondiale importante, ufficializzando la possibilità di monitorare e segnalare anche oggetti che possono essere pericolosi per la Terra, come asteroidi o detriti”.

Forcella del telescopio FlyEye in costruzione

Ma il pezzo forte che trasformerà le Madonie in un osservatorio unico al mondo è il telescopio che sarà installato in cima a Monte Mufara, a 1860 metri d’altezza. Si chiama Wild field Mufara Telescope (Wmt) e sorgerà accanto al FlyEye, “occhio di mosca”, dell’Agenzia spaziale europea. Lo strumento sarà alto circa due metri e mezzo e con uno specchio largo un metro e permetterà di osservare una porzione di cielo grande circa 28 volte la luna piena, una dimensione molto ampia di osservazione, che consentirà di monitorare oggetti che cambiano la luminosità e la loro posizione, come asteroidi, detriti e anche pianeti fuori dal Sistema solare. Il nuovo telescopio sarà controllato a distanza dalla stazione astronomica di contrada Mongerrati, poco distante da Insello.

“Si tratta di un prototipo mondiale, il primo del suo genere – aggiunge Masiero – . Siamo in contatto con Officina Stellare che sta realizzando la struttura. Sappiamo che è stata già costruita la forcella e quasi tutta la parte ottica. Adesso stanno lavorando all’assemblaggio. Ci hanno riferito che il telescopio sarà pronto entro la prossima estate e, se ci riusciamo, contiamo di installarlo sulla cima di Monte Mufara entro l’anno, anche se per la piena operatività dovremo aspettare i primi mesi del 2020. È uno strumento molto delicato e pensiamo di farlo arrivare in elicottero, per poi scaricare tutti i pezzi a terra e montarlo”.

Il mappamondo del Gal Hassin (foto: Vincenzo Sapienza)

Il Wild field Mufara Telescope rappresenta, dunque, una tappa cruciale per l’osservatorio astronomico di Isnello, che in poco meno di tre anni, ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel panorama scientifico siciliano e non solo. Per non parlare delle tante attività divulgative rivolte alle scuole, con studenti che ormai arrivano da ogni parte d’Italia e anche d’Europa. “I primi anni sono stati di rodaggio e conoscenza del territorio – conclude il direttore del Gal Hassin – adesso finalmente stiamo iniziando a raccogliere i primi frutti anche sotto il profilo scientifico. Il nostro obiettivo è crescere ancora di più, diventando un centro di riferimento a livello internazionale”. Un desiderio a portata di mano con il favore delle stelle.

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Nuovo restauro in vista al Chiostro di Monreale

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Duomo e chiostro di Monreale

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

Duomo e chiostro di Monreale

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

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L’eterno ritorno degli argenti di Morgantina

Il tesoro è pronto a rientrare in Italia. Sarà in mostra prima al Quirinale per poi approdare nuovamente nel museo di Aidone, dove resterà per altri quattro anni

di Giulio Giallombardo

New York, Roma, Aidone. Queste le tappe del prossimo viaggio degli argenti di Morgantina, che stanno per rientrare di nuovo a casa. I sedici pezzi pregiati del tesoro di Eupolemo, che insieme alla statua della Dea sono il fiore all’occhiello dell’offerta archeologica del museo di Aidone, dopo quattro anni di permanenza, sono in procinto di lasciare nuovamente il Metropolitan museum of art di New York, per far ritorno in Patria. Prima tappa a maggio sarà il Quirinale, all’interno di una mostra del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, che ha contribuito all’identificazione del prezioso “servizio di argenteria” ellenistico, trafugato dai tombaroli a Morgantina e poi rivenduto, attraverso rocambolesche vicissitudini, al Met di New York.

Una coppa d’argento

Dopo la tappa romana, il tesoro tornerà finalmente in Sicilia, nel museo di Aidone, intorno alla metà di luglio per restarci almeno per altri quattro anni, come previsto dagli accordi firmati nel 2007 dal ministero dei Beni culturali, guidato allora da Rocco Buttiglione, e dal Met. Una convenzione in un primo momento disattesa dalla Regione, che nel 2013 aveva inserito gli argenti tra i beni culturali “inamovibili”, con un decreto firmato dall’ex assessore Mariarita Sgarlata, ma poi rispettata tra non pochi mugugni, dopo l’insistenza dell’allora direttore del Metropolitan, Thomas Campbell, e dello stesso ministero. Così adesso gli argenti sono costretti a viaggiare tra America e Europa ogni quattro anni per quarant’anni, e nel periodo in cui i reperti sono in Sicilia, l’assessorato regionale ai Beni culturali è obbligato a organizzare una mostra negli Stati Uniti.

Il museo di Aidone

Così adesso tocca ancora all’Italia, con la speranza che nel 2023 il tesoro di vasi e coppe destinati ai riti sacri, non venga nuovamente impacchettato e rispedito negli Usa. “Noi faremo il possibile affinché gli argenti rimangano per sempre nel museo di Aidone – ha detto a Le Vie dei Tesori News il sindaco della cittadina ennese, Enzo Lacchiana – ma abbiamo bisogno che il governo nazionale stia dalla nostra parte, per far sì che questa convenzione che attualmente ci penalizza possa essere cambiata. Pochi giorni prima del tragico incidente aereo – ha aggiunto il sindaco – l’assessore Sebastiano Tusa mi aveva chiesto se avessi voluto gli argenti ad Aidone prima della mostra al Quirinale. Una proposta che denota sensibilità, ma credo sia meglio evitare troppi spostamenti e saremo pronti a riabbracciare il nostro tesoro a luglio, con tutti gli onori che questi reperti meritano”.

Quella degli argenti di Morgantina è una storia lunga. Trafugati agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, i sedici pezzi del corredo di Eupolemo, probabilmente l’ultimo proprietario, che le fonti citano essere un abitante del luogo, furono venduti nel 1984 per 2 milioni e 700mila dollari al Met di New York dal trafficante d’arte Robert Hecht, che a sua volta li aveva comprati tramite un intermediario svizzero, dai tombaroli siciliani per oltre 100 milioni di lire. Dopo le segnalazioni da parte di due archeologi, Pier Giovanni Guzzo e Malcolm Bell III, che sospettavano una possibile provenienza dei reperti del Met da Morgantina, il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri iniziò le indagini e la Soprintendenza di Enna avviò una campagna di scavi nella zona di Morgantina maggiormente saccheggiata dagli scavi clandestini.

Coppa con mestolo

Così, l’archeologo Malcom Bell III, direttore della missione archeologica americana di Morgantina, riuscì ad identificare in una lussuosa casa ellenistica il luogo in cui erano stati nascosti gli argenti prima della conquista romana della città nel 211 avanti Cristo. Nella fossa dove era stato occultato il tesoro fu trovata una moneta in bronzo datata tra il 216 ed il 212, contemporanea quindi agli argenti, ma si trovò anche una moneta di 100 lire del 1978, che indica invece l’anno dopo il quale i tombaroli avevano scavato. Dunque, la svolta nelle indagini e, nel dicembre del 2010, l’atteso rientro in Sicilia, nel museo di Aidone, per poi ripartire nuovamente, nel 2015, alla volta di New York, tra mille polemiche. Adesso si prepara un nuovo ritorno, ma purtroppo potrebbe non essere l’ultimo.

Il tesoro è pronto a rientrare in Italia. Sarà in mostra prima al Quirinale per poi approdare nuovamente nel museo di Aidone, dove resterà per altri quattro anni

di Giulio Giallombardo

New York, Roma, Aidone. Queste le tappe del prossimo viaggio degli argenti di Morgantina, che stanno per rientrare di nuovo a casa. I sedici pezzi pregiati del tesoro di Eupolemo, che insieme alla statua della Dea sono il fiore all’occhiello dell’offerta archeologica del museo di Aidone, dopo quattro anni di permanenza, sono in procinto di lasciare nuovamente il Metropolitan museum of art di New York, per far ritorno in Patria. Prima tappa a maggio sarà il Quirinale, all’interno di una mostra del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, che ha contribuito all’identificazione del prezioso “servizio di argenteria” ellenistico, trafugato dai tombaroli a Morgantina e poi rivenduto, attraverso rocambolesche vicissitudini, al Met di New York.

Una coppa d’argento

Dopo la tappa romana, il tesoro tornerà finalmente in Sicilia, nel museo di Aidone, intorno alla metà di luglio per restarci almeno per altri quattro anni, come previsto dagli accordi firmati nel 2007 dal ministero dei Beni culturali, guidato allora da Rocco Buttiglione, e dal Met. Una convenzione in un primo momento disattesa dalla Regione, che nel 2013 aveva inserito gli argenti tra i beni culturali “inamovibili”, con un decreto firmato dall’ex assessore Mariarita Sgarlata, ma poi rispettata tra non pochi mugugni, dopo l’insistenza dell’allora direttore del Metropolitan, Thomas Campbell, e dello stesso ministero. Così adesso gli argenti sono costretti a viaggiare tra America e Europa ogni quattro anni per quarant’anni, e nel periodo in cui i reperti sono in Sicilia, l’assessorato regionale ai Beni culturali è obbligato a organizzare una mostra negli Stati Uniti.

Il museo di Aidone

Così adesso tocca ancora all’Italia, con la speranza che nel 2023 il tesoro di vasi e coppe destinati ai riti sacri, non venga nuovamente impacchettato e rispedito negli Usa. “Noi faremo il possibile affinché gli argenti rimangano per sempre nel museo di Aidone – ha detto a Le Vie dei Tesori News il sindaco della cittadina ennese, Enzo Lacchiana – ma abbiamo bisogno che il governo nazionale stia dalla nostra parte, per far sì che questa convenzione che attualmente ci penalizza possa essere cambiata. Pochi giorni prima del tragico incidente aereo – ha aggiunto il sindaco – l’assessore Sebastiano Tusa mi aveva chiesto se avessi voluto gli argenti ad Aidone prima della mostra al Quirinale. Una proposta che denota sensibilità, ma credo sia meglio evitare troppi spostamenti e saremo pronti a riabbracciare il nostro tesoro a luglio, con tutti gli onori che questi reperti meritano”.

Coppa con mestolo

Quella degli argenti di Morgantina è una storia lunga. Trafugati agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, i sedici pezzi del corredo di Eupolemo, probabilmente l’ultimo proprietario, che le fonti citano essere un abitante del luogo, furono venduti nel 1984 per 2 milioni e 700mila dollari al Met di New York dal trafficante d’arte Robert Hecht, che a sua volta li aveva comprati tramite un intermediario svizzero, dai tombaroli siciliani per oltre 100 milioni di lire. Dopo le segnalazioni da parte di due archeologi, Pier Giovanni Guzzo e Malcolm Bell III, che sospettavano una possibile provenienza dei reperti del Met da Morgantina, il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri iniziò le indagini e la Soprintendenza di Enna avviò una campagna di scavi nella zona di Morgantina maggiormente saccheggiata dagli scavi clandestini.

Così, l’archeologo Malcom Bell III, direttore della missione archeologica americana di Morgantina, riuscì ad identificare in una lussuosa casa ellenistica il luogo in cui erano stati nascosti gli argenti prima della conquista romana della città nel 211 avanti Cristo. Nella fossa dove era stato occultato il tesoro fu trovata una moneta in bronzo datata tra il 216 ed il 212, contemporanea quindi agli argenti, ma si trovò anche una moneta di 100 lire del 1978, che indica invece l’anno dopo il quale i tombaroli avevano scavato. Dunque, la svolta nelle indagini e, nel dicembre del 2010, l’atteso rientro in Sicilia, nel museo di Aidone, per poi ripartire nuovamente, nel 2015, alla volta di New York, tra mille polemiche. Adesso si prepara un nuovo ritorno, ma purtroppo potrebbe non essere l’ultimo.

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Tusa addio, il lunedì irreale nei suoi uffici

Dolore e smarrimento tra amici, colleghi e rappresentanti delle istituzioni siciliane, dopo la scomparsa dell’assessore e archeologo palermitano

di Giulio Giallombardo

C’è un silenzio irreale negli uffici dell’assessorato regionale dei Beni culturali. Incredulità, commozione e, soprattutto, disorientamento dopo la morte di Sebastiano Tusa, tra i passeggeri del volo dell’Ethiopian Airlines, che si è schiantato ieri poco dopo il decollo da Addis Abeba. Un lunedì nero che colleghi e amici dell’archeologo dimenticheranno difficilmente. Assessore da quasi un anno, il suo lavoro s’interrompe bruscamente, lasciando smarriti tutti i suoi collaboratori che lo conoscevano tempo e che adesso avranno il compito di proseguire il suo lavoro, a partire dal completamento dell’istituzione dei parchi archeologici regionali. Non a caso, l’ultimo decreto firmato da Tusa porta la data del 7 marzo ed è quello che formalizza la nascita del parco di Leontinoi.

Salvo Emma

“Apriamo un ufficio dopo una domenica terribile – commenta commosso Salvo Emma, del Gabinetto dell’assessore Tusa, amico di una vita e suo braccio destro sin dai tempi della Soprintendenza del mare – oggi ci troviamo disorientati sia dal punto di vista umano, sia amministrativo. Cercheremo di capire come organizzarci per continuare il lavoro importante che l’assessore stava portando avanti. Lavoravamo insieme da 25 anni, era un collega di tutti, sempre disponibile e aperto al dialogo. Era riuscito a portare un clima molto sereno sia negli uffici dell’assessorato di via Delle Croci, che in quelli periferici. Adesso sarà dura senza di lui”.

Ma dolore e smarrimento sono piombati anche su tutte le istituzioni culturali siciliane, dai musei alle soprintendenze. Bandiere a mezz’asta in tutti gli uffici regionali e nei musei, primo fra tutti a Palazzo Riso, guidato da Valeria Patrizia Li Vigni, moglie dell’assessore. “Tutti i componenti del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea della Sicilia, si stringono attorno alla propria direttrice, in questo momento di grande dolore”, si legge in un post su Facebook.

Francesca Spatafora

“È una perdita enorme per tutti – commenta Francesca Spatafora, direttrice del Polo regionale di Palermo per i Parchi e i Musei archeologici che fa capo al Museo Salinas – . Il suo alto profilo umano e professionale, aveva suscitato e ridato speranza a tanti giovani, anche alla luce delle politiche che stava mettendo in campo, puntando sul dialogo tra pubblico e privati, e affidando a giovani cooperative la gestione di alcuni dei nostri siti culturali. Aveva ridato speranza per un cambiamento reale sulle politiche del patrimonio culturale. Da oggi siamo tutti più poveri”. Dal Museo Salinas alla Galleria regionale di Palazzo Abatellis, che ha ospitato da poco la grande mostra su Antonello da Messina, fortemente voluta da Sebastiano Tusa. “Per noi ex studenti dell’università di Palermo è stato il massimo ritrovarlo come assessore alla guida dei beni culturali siciliani – dice Evelina De Castro, direttrice dell’Abatellis – è stata una personalità che ha dato lustro alla Sicilia, capace di applicare la formazione culturale all’amministrazione pubblica, cosa molto rara. Per me è stato un punto di riferimento insostituibile”.

Sebastiano Tusa e Lina Bellanca

Incredulità anche tra le soprintendenze ai Beni culturali siciliane, da Palermo, a Catania e Siracusa. “Per la prima volta c’era qualcuno che conosceva benissimo i nostri problemi – afferma il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca – un interlocutore diverso dai precedenti, che si è impegnato a tutto campo senza fermarsi mai”. Rosalba Panvini, soprintendente di Catania, ricorda Tusa come un “collega e amico con cui sono state condivise esperienze di vita, amministrative, e legate a importanti scoperte scientifiche”, mentre Donatella Aprile, soprintendente di Siracusa, nominata recentemente da Tusa, si è detta “affranta per aver perso, oltre che un grande esponente delle istituzioni, anche un caro amico”.

Sebastiano Tusa e Caterina Greco

È sbigottita anche Caterina Greco, direttrice del Cricd, il Centro regionale del Catalogo. “Lo conoscevo da più di 40 anni, essendo anche io archeologa e allieva di suo padre Vincenzo – ha detto – . Era un intellettuale a tutto tondo, che stava dando alla Sicilia un’impronta personale, riversando nel suo lavoro tutta la passione di archeologo e studioso. Era un uomo capace di costruire occasioni di cultura, al di là del ruolo di studioso. Uno dei pochi che riuscivano a conciliare teoria e pratica nel lavoro sui beni culturali”. Il dirigente generale del Dipartimento regionale Turismo, Sport e Spettacolo, Marco Salerno, ricorda ancora la nascita della Soprintendenza del mare nel 2004, grazie a un’intuizione di Tusa. “Ero allora capo di gabinetto dell’assessore Fabio Granata, quando mi trovai fisicamente a scrivere il disegno di legge necessario all’istituzione della Soprintendenza del Mare – ricorda Salerno – momenti memorabili che conservo sempre con me. Tusa era dotato di un garbo non solo istituzionale, ma anche personale, autorevole, ma mai autoritario, è stato un esempio per tutti”.

Dolore e smarrimento tra amici, colleghi e rappresentanti delle istituzioni siciliane, dopo la scomparsa dell’assessore e archeologo palermitano

di Giulio Giallombardo

C’è un silenzio irreale negli uffici dell’assessorato regionale dei Beni culturali. Incredulità, commozione e, soprattutto, disorientamento dopo la morte di Sebastiano Tusa, tra i passeggeri del volo dell’Ethiopian Airlines, che si è schiantato ieri poco dopo il decollo da Addis Abeba. Un lunedì nero che colleghi e amici dell’archeologo dimenticheranno difficilmente. Assessore da quasi un anno, il suo lavoro s’interrompe bruscamente, lasciando smarriti tutti i suoi collaboratori che lo conoscevano tempo e che adesso avranno il compito di proseguire il suo lavoro, a partire dal completamento dell’istituzione dei parchi archeologici regionali. Non a caso, l’ultimo decreto firmato da Tusa porta la data del 7 marzo ed è quello che formalizza la nascita del parco di Leontinoi.

Salvo Emma

“Apriamo un ufficio dopo una domenica terribile – commenta commosso Salvo Emma, del Gabinetto dell’assessore Tusa, amico di una vita e suo braccio destro sin dai tempi della Soprintendenza del mare – oggi ci troviamo disorientati sia dal punto di vista umano, sia amministrativo. Cercheremo di capire come organizzarci per continuare il lavoro importante che l’assessore stava portando avanti. Lavoravamo insieme da 25 anni, era un collega di tutti, sempre disponibile e aperto al dialogo. Era riuscito a portare un clima molto sereno sia negli uffici dell’assessorato di via Delle Croci, che in quelli periferici. Adesso sarà dura senza di lui”.

Ma dolore e smarrimento sono piombati anche su tutte le istituzioni culturali siciliane, dai musei alle soprintendenze. Bandiere a mezz’asta in tutti gli uffici regionali e nei musei, primo fra tutti a Palazzo Riso, guidato da Valeria Patrizia Li Vigni, moglie dell’assessore. “Tutti i componenti del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea della Sicilia, si stringono attorno alla propria direttrice, in questo momento di grande dolore”, si legge in un post su Facebook.

Francesca Spatafora

“È una perdita enorme per tutti – commenta Francesca Spatafora, direttrice del Polo regionale di Palermo per i Parchi e i Musei archeologici che fa capo al Museo Salinas – . Il suo alto profilo umano e professionale, aveva suscitato e ridato speranza a tanti giovani, anche alla luce delle politiche che stava mettendo in campo, puntando sul dialogo tra pubblico e privati, e affidando a giovani cooperative la gestione di alcuni dei nostri siti culturali. Aveva ridato speranza per un cambiamento reale sulle politiche del patrimonio culturale. Da oggi siamo tutti più poveri”. Dal Museo Salinas alla Galleria regionale di Palazzo Abatellis, che ha ospitato da poco la grande mostra su Antonello da Messina, fortemente voluta da Sebastiano Tusa. “Per noi ex studenti dell’università di Palermo è stato il massimo ritrovarlo come assessore alla guida dei beni culturali siciliani – dice Evelina De Castro, direttrice dell’Abatellis – è stata una personalità che ha dato lustro alla Sicilia, capace di applicare la formazione culturale all’amministrazione pubblica, cosa molto rara. Per me è stato un punto di riferimento insostituibile”.

Sebastiano Tusa e Lina Bellanca

Incredulità anche tra le soprintendenze ai Beni culturali siciliane, da Palermo, a Catania e Siracusa. “Per la prima volta c’era qualcuno che conosceva benissimo i nostri problemi – afferma il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca – un interlocutore diverso dai precedenti, che si è impegnato a tutto campo senza fermarsi mai”. Rosalba Panvini, soprintendente di Catania, ricorda Tusa come un “collega e amico con cui sono state condivise esperienze di vita, amministrative, e legate a importanti scoperte scientifiche”, mentre Donatella Aprile, soprintendente di Siracusa, nominata recentemente da Tusa, si è detta “affranta per aver perso, oltre che un grande esponente delle istituzioni, anche un caro amico”.

Sebastiano Tusa e Caterina Greco

È sbigottita anche Caterina Greco, direttrice del Cricd, il Centro regionale del Catalogo. “Lo conoscevo da più di 40 anni, essendo anche io archeologa e allieva di suo padre Vincenzo – ha detto – . Era un intellettuale a tutto tondo, che stava dando alla Sicilia un’impronta personale, riversando nel suo lavoro tutta la passione di archeologo e studioso. Era un uomo capace di costruire occasioni di cultura, al di là del ruolo di studioso. Uno dei pochi che riuscivano a conciliare teoria e pratica nel lavoro sui beni culturali”. Il dirigente generale del Dipartimento regionale Turismo, Sport e Spettacolo, Marco Salerno, ricorda ancora la nascita della Soprintendenza del mare nel 2004, grazie a un’intuizione di Tusa. “Ero allora capo di gabinetto dell’assessore Fabio Granata, quando mi trovai fisicamente a scrivere il disegno di legge necessario all’istituzione della Soprintendenza del Mare – ricorda Salerno – momenti memorabili che conservo sempre con me. Tusa era dotato di un garbo non solo istituzionale, ma anche personale, autorevole, ma mai autoritario, è stato un esempio per tutti”.

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Pierobon: con Tusa potevo esserci anche io

L’assessore regionale Sebastiano Tusa, morto nel disastro aereo in Etiopia, aveva chiesto al suo collega di giunta di accompagnarlo in quello che è stato il suo ultimo viaggio

di Giulio Giallombardo

Un volo maledetto, destini incrociati e scelte che condizionano una vita per sempre. Il gioco della sorte ha voluto che, per puro caso, anche l’assessore regionale all’Energia, Alberto Pierobon, non sia salito sull’aereo dell’Ethiopian Airlines, che si è schiantato subito dopo il decollo da Addis Abeba, e su cui viaggiava il suo collega di giunta, Sebastiano Tusa. L’archeologo e assessore regionale alla Cultura era diretto in Kenya, dove era già stato a novembre, per un progetto dell’Unesco. In questa occasione, Tusa aveva chiesto all’assessore veneto di partire insieme a lui, dal momento che Pierobon va spesso in Kenya, dove ha una casa. Ma lui, per impegni di lavoro, ha deciso di restare a Palermo.

“Ancora non ci credo – racconta l’assessore Pierobon – . Lui mi aveva chiesto di accompagnarlo in Kenya e io gli avevo suggerito di cambiare itinerario prendendo altri voli. Se ci penso ho ancora i brividi”. Tusa era partito da Roma, facendo scalo ad Addis Abeba, per poi ripartire alla volta di Nairobi, da cui avrebbe raggiunto oggi Malindi, dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza dell’Unesco. “Io vado spesso in Kenya – prosegue Pierobon – e avevo detto a Sebastiano di cambiare volo, partendo con un diretto da Catania a Istanbul e da lì, con un volo della Turkish Airlines, atterrare direttamente a Mumbai, per poi raggiungere da lì Malindi. Io faccio sempre questa rotta, che trovo più comoda. Invece i biglietti erano stati già fatti e, purtroppo, non c’è stato niente da fare”.

I due assessori si erano ritrovati uniti dalla comune passione per la cultura. Quando potevano, parlavano spesso di libri, arte e siti archeologici. “Tra di noi non parlavamo mai di politica – prosegue Pierobon – . Tutte le volte che, viaggiando per la Sicilia, notavo qualcosa che non andava in un museo o in un sito archeologico, gli mandavo sempre una foto, segnalandogli le criticità, come recentemente è accaduto a Selinunte o alle Cave di Cusa. Avevamo un ottimo rapporto e sui banchi dell’Ars sedevamo sempre accanto. Di lui ricorderò sempre la sua bonomia e il suo sorriso. Mi mancherà”.

L’assessore regionale Sebastiano Tusa, morto nel disastro aereo in Etiopia, aveva chiesto al suo collega di giunta di accompagnarlo in quello che è stato il suo ultimo viaggio

di Giulio Giallombardo

Un volo maledetto, destini incrociati e scelte che condizionano una vita per sempre. Il gioco della sorte ha voluto che, per puro caso, anche l’assessore regionale all’Energia, Alberto Pierobon, non sia salito sull’aereo dell’Ethiopian Airlines, che si è schiantato subito dopo il decollo da Addis Abeba, e su cui viaggiava il suo collega di giunta, Sebastiano Tusa. L’archeologo e assessore regionale alla Cultura era diretto in Kenya, dove era già stato a novembre, per un progetto dell’Unesco. In questa occasione, Tusa aveva chiesto all’assessore veneto di partire insieme a lui, dal momento che Pierobon va spesso in Kenya, dove ha una casa. Ma lui, per impegni di lavoro, ha deciso di restare a Palermo.

“Ancora non ci credo – racconta l’assessore Pierobon – . Lui mi aveva chiesto di accompagnarlo in Kenya e io gli avevo suggerito di cambiare itinerario prendendo altri voli. Se ci penso ho ancora i brividi”. Tusa era partito da Roma, facendo scalo ad Addis Abeba, per poi ripartire alla volta di Nairobi, da cui avrebbe raggiunto oggi Malindi, dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza dell’Unesco. “Io vado spesso in Kenya – prosegue Pierobon – e avevo detto a Sebastiano di cambiare volo, partendo con un diretto da Catania a Istanbul e da lì, con un volo della Turkish Airlines, atterrare direttamente a Mumbai, per poi raggiungere da lì Malindi. Io faccio sempre questa rotta, che trovo più comoda. Invece i biglietti erano stati già fatti e, purtroppo, non c’è stato niente da fare”.

I due assessori si erano ritrovati uniti dalla comune passione per la cultura. Quando potevano, parlavano spesso di libri, arte e siti archeologici. “Tra di noi non parlavamo mai di politica – prosegue Pierobon – . Tutte le volte che, viaggiando per la Sicilia, notavo qualcosa che non andava in un museo o in un sito archeologico, gli mandavo sempre una foto, segnalandogli le criticità, come recentemente è accaduto a Selinunte o alle Cave di Cusa. Avevamo un ottimo rapporto e sui banchi dell’Ars sedevamo sempre accanto. Di lui ricorderò sempre la sua bonomia e il suo sorriso. Mi mancherà”.

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Il ballo in maschera “new pop” di Giuseppe Veneziano

Si inaugura “Fantasy”, la mostra curata da Aurelio Pes che riunisce quaranta opere del pittore siciliano in un colorato allestimento al Museo Riso

di Giulio Giallombardo

Un colorato carnevale “iconoclasta”, dove le maschere si divertono a capovolgere i ruoli, tirando brutti scherzi a chi partecipa alla festa. Figure che da lontano appaiono familiari e rassicuranti, ma viste più da vicino, sparigliano le carte, mostrandosi stridenti, sardoniche e vagamente minacciose. Sono i protagonisti di “Fantasy”, la personale di Giuseppe Veneziano, curata da Aurelio Pes, che si inaugura oggi a Palermo, nelle sale al primo piano di Palazzo Riso e che sarà visitabile fino al 5 maggio.

Giuseppe Veneziano, La terza settimana

Quaranta opere provenienti da collezioni private, per la prima volta raccolte insieme ed esposte nelle sale di un museo pubblico, inserite da Pes in un allestimento cromatico, dove il tempo è scandito dal lento variare dei sette colori dell’arcobaleno e dalle musiche che Leopold Stokowski scrisse per il film di Walt Disney che dà il nome alla mostra. È proprio l’ombra di quello che è stato definito “il principe nero di Hollywood” che incombe sulle opere di Veneziano, considerato tra i maggiori esponenti della “new pop” italiana, abile nel mescolare citazioni stratificate che strizzano l’occhio a capolavori di artisti come Michelangelo, Raffaello, Velasquez e Leonardo, fuse con la lezione moderna di Millet, Van Gogh, Magritte e Dalì, con quella pop di Warhol e Basquiat.

Così, l’Annunciata di Antonello da Messina, può permettersi di mangiare un cannolo con le bacchette, come la sorridente modella cinese nel discusso spot di Dolce&Gabbana; Biancaneve si trasforma in una glaciale assassina, sterminando i sette nani; la “Ragazza col turbante” di Vermeer si fa un selfie nuda allo specchio con un cellulare, come gli apostoli nell’Ultima cena leonardesca, pronti a immortalare l’irripetibile convivio. Poi, c’è anche il Cristo “gay” in croce che indossa slip griffati, opera che ha sollevato un polverone a Massa, dove è stata esposta a Palazzo Ducale. Mentre lo stesso Gesù, in un’altra tela, è ritratto mentre ascende in cielo trainato da palloncini colorati. E ancora, nel popolato universo di Veneziano, trovano spazio anche Spiderman e Batman sorpresi a baciarsi, un divertito Papa sullo skate, fino all’autoritratto dell’artista che si immagina come un’improbabile Gioconda.

Da sinistra, Miliza Rodic, Aurelio Pes, Valeria Patrizia Li Vigni e Giuseppe Veneziano

Presenti questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della mostra, oltre all’artista e al curatore, il direttore del Museo Riso, Valeria Patrizia Li Vigni; Miliza Rodic, che ha curato la produzione, e in rappresentanza del sindaco di Palermo, il consigliere comunale Sandro Terrani. “Sono convinto che l’arte non debba creare barriere – spiega Veneziano a Le Vie dei Tesori News – per questo prediligo un linguaggio con più livelli di lettura, da cui però non deve mai mancare il primo, quello più diretto, così anche chi non ha competenze artistiche può leggere qualcosa in ciò che vede”.

“Il mondo di Veneziano – secondo Aurelio Pes, che torna a curare una mostra dell’artista dopo 25 anni da ‘Segnali di fumo’ – è quello di chi ha saputo andare, come Alice, oltre lo specchio per affermare, ebbro di libertà: ‘Che importa mai dove potrà trovarsi il mio corpo? La mia mente seguita a lavorare lo stesso. Anzi più mi trovo a testa in giù più invento cose inusitate’. Arruffando il tempo trascorso, riesce a Veneziano l’impresa memorabile di trasformare ogni singolo evento in un bal masqué, dove figure appaiono e si dissolvono, come in certi quadri del Giorgione, dove liuto canto flauto formano una vera trinità, nella quale la voce, divenuta poesia, è il legame più saldo e veritiero fra il mondo umano e il cosmo, uniti in un accordo di bellezza che è anche l’espressione figurata del loro costituirsi”.

Opere in mostra

“Il Museo Riso – dichiara Valeria Patrizia Li Vigni – sempre attento ai linguaggi del contemporaneo, presenta un artista siciliano di grande tempra, che ci regala una mostra innovativa dove arte, musica e spettacolo si fondono, per fornire un messaggio inequivocabile che rientra pienamente negli obiettivi del Polo, ovvero di ospitare e promuovere nuovi artisti”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso tranne i festivi. La biglietteria chiude trenta minuti prima.

Si inaugura “Fantasy”, la mostra curata da Aurelio Pes che riunisce quaranta opere del pittore siciliano in un colorato allestimento al Museo Riso

di Giulio Giallombardo

Un colorato carnevale “iconoclasta”, dove le maschere si divertono a capovolgere i ruoli, tirando brutti scherzi a chi partecipa alla festa. Figure che da lontano appaiono familiari e rassicuranti, ma viste più da vicino, sparigliano le carte, mostrandosi stridenti, sardoniche e vagamente minacciose. Sono i protagonisti di “Fantasy”, la personale di Giuseppe Veneziano, curata da Aurelio Pes, che si inaugura oggi a Palermo, nelle sale al primo piano di Palazzo Riso e che sarà visitabile fino al 5 maggio.

La terza settimana

Quaranta opere provenienti da collezioni private, per la prima volta raccolte insieme ed esposte nelle sale di un museo pubblico, inserite da Pes in un allestimento cromatico, dove il tempo è scandito dal lento variare dei sette colori dell’arcobaleno e dalle musiche che Leopold Stokowski scrisse per il film di Walt Disney che dà il nome alla mostra. È proprio l’ombra di quello che è stato definito “il principe nero di Hollywood” che incombe sulle opere di Veneziano, considerato tra i maggiori esponenti della “new pop” italiana, abile nel mescolare citazioni stratificate che strizzano l’occhio a capolavori di artisti come Michelangelo, Raffaello, Velasquez e Leonardo, fuse con la lezione moderna di Millet, Van Gogh, Magritte e Dalì, con quella pop di Warhol e Basquiat.

Opere in mostra

Così, l’Annunciata di Antonello da Messina, può permettersi di mangiare un cannolo con le bacchette, come la sorridente modella cinese nel discusso spot di Dolce&Gabbana; Biancaneve si trasforma in una glaciale assassina, sterminando i sette nani; la “Ragazza col turbante” di Vermeer si fa un selfie nuda allo specchio con un cellulare, come gli apostoli nell’Ultima cena leonardesca, pronti a immortalare l’irripetibile convivio. Poi, c’è anche il Cristo “gay” in croce che indossa slip griffati, opera che ha sollevato un polverone a Massa, dove è stata esposta a Palazzo Ducale. Mentre lo stesso Gesù, in un’altra tela, è ritratto mentre ascende in cielo trainato da palloncini colorati. E ancora, nel popolato universo di Veneziano, trovano spazio anche Spiderman e Batman sorpresi a baciarsi, un divertito Papa sullo skate, fino all’autoritratto dell’artista che si immagina come un’improbabile Gioconda.

Da sinistra, Miliza Rodic, Aurelio Pes, Valeria Patrizia Li Vigni e Giuseppe Veneziano

Presenti questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della mostra, oltre all’artista e al curatore, il direttore del Museo Riso, Valeria Patrizia Li Vigni; Miliza Rodic, che ha curato la produzione, e in rappresentanza del sindaco di Palermo, il consigliere comunale Sandro Terrani. “Sono convinto che l’arte non debba creare barriere – spiega Veneziano a Le Vie dei Tesori News – per questo prediligo un linguaggio con più livelli di lettura, da cui però non deve mai mancare il primo, quello più diretto, così anche chi non ha competenze artistiche può leggere qualcosa in ciò che vede”.

“Il mondo di Veneziano – secondo Aurelio Pes, che torna a curare una mostra dell’artista dopo 25 anni da ‘Segnali di fumo’ – è quello di chi ha saputo andare, come Alice, oltre lo specchio per affermare, ebbro di libertà: ‘Che importa mai dove potrà trovarsi il mio corpo? La mia mente seguita a lavorare lo stesso. Anzi più mi trovo a testa in giù più invento cose inusitate’. Arruffando il tempo trascorso, riesce a Veneziano l’impresa memorabile di trasformare ogni singolo evento in un bal masqué, dove figure appaiono e si dissolvono, come in certi quadri del Giorgione, dove liuto canto flauto formano una vera trinità, nella quale la voce, divenuta poesia, è il legame più saldo e veritiero fra il mondo umano e il cosmo, uniti in un accordo di bellezza che è anche l’espressione figurata del loro costituirsi”.

“Il Museo Riso – dichiara Valeria Patrizia Li Vigni – sempre attento ai linguaggi del contemporaneo, presenta un artista siciliano di grande tempra, che ci regala una mostra innovativa dove arte, musica e spettacolo si fondono, per fornire un messaggio inequivocabile che rientra pienamente negli obiettivi del Polo, ovvero di ospitare e promuovere nuovi artisti”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso tranne i festivi. La biglietteria chiude trenta minuti prima.

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