Palermo prega la Santuzza: “Liberaci dal virus”

Non si fermano i pellegrinaggi al santuario di Monte Pellegrino, molti i fedeli che invocano un nuovo miracolo come quattro secoli fa, durante la storica epidemia di peste

di Giulio Giallombardo

Un cammino composto e silenzioso, rigorosamente a distanza di sicurezza. Quattrocento anni dopo, si torna a pregare la Santuzza perché faccia un nuovo miracolo, fermando un’altra epidemia. Un tempo era la peste, oggi un virus di cui si sa poco e che sta facendo paura al mondo. Mentre l’Italia si ferma, a Palermo c’è chi preferisce salire – anche a piedi – in cima a Monte Pellegrino, facendo una preghiera a Santa Rosalia. Non sono in tanti, ovviamente, ma i fedeli in visita al santuario non mancano anche in questi giorni in cui uscire fuori da casa è una diventata una minaccia.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

“Santa Rosalia liberaci da questo virus come hai già fatto tanto tempo fa” e ancora “Signore, intercedi con la nostra venerata Santa Rosalia affinché venga sconfitto questo male, che sta colpendo gravemente la popolazione mondiale. Aiutaci a risollevarci. Rimani vicino a tutte le famiglie”. Queste sono solo alcune delle invocazioni scritte sul libro all’ingresso del santuario, frequentato in questi giorni non solo dai palermitani, ma anche da alcuni stranieri: non mancano, infatti, messaggi in inglese e anche in lingua tamil.

L’avviso al santuario

“Ho chiesto di rispettare le distanze di sicurezza anche durante il percorso che alcuni fedeli fanno a piedi per raggiungere il santuario – dice a Le Vie dei Tesori News, Gaetano Ceravolo, reggente del santuario di Santa Rosalia – . Muovendomi in auto, in effetti, ho visto alcune persone salire, camminando a una certa distanza l’uno dall’altro”. Cambiano le abitudini, dunque, anche per la tradizionale “acchianata”, mentre le messe pubbliche – come previsto dalla diocesi – sono sospese. Il santuario e la grotta, però, restano aperti per consentire ai fedeli di fare una pregheria o lasciare un messaggio per la Santuzza, mentre ogni giorno viene celebrata una messa nella piccola cappella privata.

La teca con la statua di Santa Rosalia

“Ho avuto modo di parlare in questi giorni con alcuni fedeli – racconda don Ceravolo, che ha deciso di spostare due reliquie della Santa nella teca della grotta – . Molti sono sfiduciati e disorientati, un po’ come tutti noi, altri più fiduciosi e ottimisti. In tanti sono preoccupati per i familiari che vivono al Nord, nelle zone più colpite dall’epidemia, altri raccontano di parenti che sono tornati in Sicilia, con il recente controesodo, adesso pentiti per averlo fatto. Tutti vengono da me chiedendo una benedizione”.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

La stessa che i palermitani, flagellati dalla peste, chiesero alla Santuzza per liberare la città dalla “morte nera”, arrivata su un vascello proveniente da Tunisi nel maggio del 1624. Il 15 luglio dello stesso anno su Monte Pellegrino furono ritrovate le ossa poi attribuite alla Santuzza, mentre il 9 giugno dell’anno dopo, durante la processione delle reliquie – secondo la tradizione – gli ammalati iniziarono a guarire e il male fu debellato. Un “miracolo” adesso atteso non solo dai palermitani, ma dal mondo intero.

La valle dei menhir nascosta tra i monti della Sicilia

Studiosi e ricercatori si preparano a un primo rilevamento scientifico sul complesso megalitico scoperto pochi mesi fa vicino a Cerami

di Giulio Giallombardo

Un calendario di pietra nascosto nelle campagne siciliane. Presto si saprà di più sulla “valle dei menhir” a due passi da Cerami, piccolo borgo del Parco dei Nebrodi. La scoperta è stata fatta lo scorso autunno e sembra destinata a lasciare il segno sugli studi della preistoria nell’Isola. In un terreno privato, poco fuori dal centro abitato, sono stati scoperti alcuni monoliti “piantati” nella terra. Sono una ventina di pietre allungate, alte circa un metro, compatibili per costruzione e tipologia con blocchi preistorici molto simili a menhir, antichissimi megaliti risalenti solitamente al Neolitico, che avevano funzione religiosa e cultuale.

I menhir studiati dai ricercatori

In occasione dell’equinozio di primavera, archeologi e ricercatori si preparano adesso a studiare più da vicino la “piccola Stonehenge” di Cerami, considerato il primo complesso di menhir in Sicilia, la cui scoperta è stata già presentata ad un convegno di archeoastronomia a Sassari e in occasione del congresso dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bari. Dal 20 al 22 marzo, gli studiosi dei Gruppi Archeologici d’Italia, dell’Università di Perugia, dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania e della Soprintendenza dei Beni culturali di Enna, eseguiranno il primo lavoro di ricognizione e di rilievo georeferenziato dell’area dove ricadono i menhir.

Uno dei menhir

“Si procederà ad un’analisi con termoluminescenza e precisamente con metodo di datazione ottica, che ci permetterà di sapere quando questi menhir sono stati sbozzati e piantati nel terreno, con un margine di errore minimo di due o tre secoli”, spiega Alberto Scuderi, vicedirettore nazionale dei Gruppi archeologici d’Italia, che sta studiando il sito insieme agli archeologi Ferdinando Maurici, della Soprintendenza del Mare e Andrea Polcaro, dell’università di Perugia, e con Alfio Maurizio Bonanno dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania. Sono loro gli esperti che avranno il compito di fare luce sul sito scoperto casualmente da alcuni soci dell’associazione culturale Acers di Cerami, che sono anche proprietari del terreno dove si trovano i monoliti e che adesso si stanno impegnando attivamente per promuovere la prosecuzione delle ricerche.

Uno scorcio di Cerami (foto Wikipedia)

Sono tanti, infatti, gli elementi che meritano un approfondimento. A partire dal numero esatto dei monoliti, ancora in fase di definizione. Dalle due pietre trovate per caso e segnalate agli studiosi, si è arrivati già a 28 menhir, allineati in doppi fila e orientati all’equinozio e al solstizio. Alcuni presentano anche dei fori passanti ad anello, utilizzati probabilmente per legare gli animali destinati al sacrificio. “La disposizione suggerisce una chiara volontà di allineamento – scrive l’astrofisico Alfio Maurizio Bonanno nella relazione preliminare – . In particolare i menhir sono disposti su due file, anche se purtroppo la seconda fila appare parzialmente crollata. Le posizioni dei menhir della seconda fila appaiono chiaramente al suolo, e sono speculari ai corrispondenti menhir della prima fila. Il dato interessante è la precisa disposizione di due coppie dei menhir della seconda fila in corrispondenza del meridiano. La fila principale di menhir sembra invece suggerire due orientamenti privilegiati, molto probabilmente indicanti alba solstizio invernale ed equinozio”.

La rocca con i ruderi del castello

Ma ci sono altri elementi che contribuiscono a fare di Cerami, luogo nevralgico per l’archeoastronomia siciliana. Nell’area rocciosa che sovrasta il borgo, dove si trovano i ruderi del castello medievale, si trovano alcune cavità artificiali con due grandi fori che – affermano gli studiosi – indicano le albe e i tramonti solstiziali ed equinoziali. La prima è una specie di porta alta due metri con asse orientato a 90-270 gradi, l’azimut del sole rispettivamente all’alba e al tramonto. “L’apertura è stata osservata all’alba dell’equinozio d’autunno 2019 e il sole nascente vi è penetrato con effetto spettacolare – scrivono in una relazione Ferdinando Maurici e Alberto Scuderi – . Nella zona più alta della rupe, invece, si trova una sorta di finestra ovoidale orientata a 120-300 gradi, rispettivamente l’azimut del solstizio d’inverno e del tramonto del solstizio d’estate”.

Due dei menhir di Cerami

Infine, su Monte Mersi, proprio sopra il complesso di menhir, si trovava un antico insediamento dove sono stati ritrovati frammenti di ceramica databili a partire almeno dall’età eneolitica, tombe a pozzo e grotticella dello stesso periodo e altre più tarde, risalenti presumibilmente all’età del Bronzo. “Solo future ricerche archeologiche – concludono gli studiosi – potranno portare maggiori elementi circa la datazione e i rapporti dei due siti. Resta acquisito fin d’ora il fatto che a Cerami esiste un articolato complesso di menhir con evidenti orientamenti astronomici, il primo e finora l’unico in Sicilia”.

Quel crocifisso bizantino che parlava ai frati

Il santuario di Gibilmanna, a due passi da Cefalù, è uno scrigno di opere d’arte che racconta storie di miracoli e devozione

di Giulio Giallombardo

Attesi, invocati o raccontati, i miracoli forgiano l’anima di un luogo. Al di là di ogni credenza o scetticismo, sono incisi nella storia. Come a Gibilmanna, dove il santuario dedicato alla Santissima Vergine, che abbraccia idealmente il vicino Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù, è stato nei secoli testimone di un culto che ha lasciato il segno. Un luogo dove le storie di eventi prodigiosi si tramandano nel tempo, come quella di un crocifisso “parlante” che le cronache riportano accaduta nella seconda metà del Cinquecento. Esposto in una nicchia nella cappella dedicata alla Madonna, protetto da un vetro, c’è un crocifisso bizantino in legno, di manifattura siciliana, risalente al XIV secolo.

Il crocifisso bizantino del santuario di Gibilmanna

Secondo la tradizione, alla fine del Cinquecento, quando ormai nel santuario si erano già stabiliti i frati cappuccini, durante una preghiera gli eremiti si rivolsero al crocifisso perché potesse essere soddisfatto il loro bisogno di cibo. Dopo la messa – riportano le cronache del tempo – dal crocifisso risuonò una voce che, rivolta a uno dei frati, disse: “Qui governa mia madre, a lei rivolgi le tue preghiere per i bisogni della famiglia”. Frase che è anche riportata nella didascalia sotto il crocifisso.

La navata del santuario

Ma nella metà del Settecento, il santuario fu teatro di un altro ben più importante e documentato miracolo. La forte devozione verso la Madonna di Gibilmanna indusse il vescovo di Cefalù, don Gioacchino Castelli a incoronare solennemente la Vergine e il Bambino Gesù con le corone pervenute dal Vaticano il 15 agosto del 1760. Nel corso della partecipata celebrazione – narrano i documenti dell’epoca – due ciechi e un muto riacquistarono rispettivamente la vista e la parola. Subito dopo, il vescovo si tolse l’anello e lo mise alle dita della statua della Madonna, fece lo stesso con la croce pettorale che destinò al Bambino.

La Madonna nell’altare barocco del santuario di Gibilmanna

Dopo questo episodio, i frati vollero ringraziare la Vergine erigendo il grande altare barocco realizzato da Baldassarre Pampilonia, su progetto di Paolo Amato, che ancora adesso si staglia sfarzoso nella cappella della Madonna. Destinato ad una cappella della cattedrale di Palermo e poi trasportato a Gibilmanna, l’altare in marmi mischi comprende le statue in marmo di San Giovanni Battista, opera di Scipione Casella, e di Sant’Elena, opera di Fazio Gagini provenienti dalla cattedrale palermitana, in seguito al rinnovo della Cappella Madonna Libera Inferni del 1785. Al centro troneggia la statua della Madonna col Bambino del 1534, attribuita da diversi studiosi ad Antonello Gagini.

Ai lati dell’altare, da un lato, sulla parete di destra il crocifisso ligneo protagonista del miracolo, dall’altro, a sinistra, un altro tassello prezioso che arricchisce il santuario. È un affresco bizantino degli inizi del 1200 che raffigura una Madonna col Bambino scoperto nel 2016, mentre era in corso il restauro di un’altra pittura muraria, anch’essa una Madonna, ma di epoca successiva, che ricopriva il primo affresco. Adesso l’opera più recente è stata collocata su un pannello nell’area presbiteriale, mentre la più antica, dopo un restauro, è stata lasciata lì dove si trovava. Opera dai colori vivaci, accanto alla Madonna, dai tratti ancora ben definiti, risalta uno vuoto bianco al posto del volto del Bambino, probabilmente perché – secondo gli studiosi – l’affresco fu profanato in epoca musulmana.

Il santuario di Gibilmanna

Oggi il santuario – in origine uno dei monasteri benedettini che San Gregorio Magno fece erigere a proprie spese, prima di essere eletto pontefice – è meta di pellegrinaggi da tutta la Sicilia. Inerpicato a 800 metri alle pendici di Pizzo Sant’Angelo, sulle Madonie, circondato dai boschi, vanta un ricco patrimonio librario custodito in una biblioteca, con incubaboli, seicentine e altri antichi volumi. Accanto al santuario si trova il museo “Fra’ Giammaria da Tusa”, che raccoglie in dieci sale per 1250 metri quadrati, argenti, suppelletti liturgiche, paramenti sacri, sculture, dipinti e un’intera area dedicata a una sezione etnoantropologica. Fino agli anni ’50 del secolo scorso, il complesso ospitava 74 frati, che adesso sono rimasti soltanto in sei.

Uno dei campanili del santuario

“Ci dividiamo tra preghiera e accoglienza – dice fra’ Salvatore Vacca, guardiano del santuario, a Le Vie dei Tesori News – diamo un tetto ai più bisognosi a Cefalù, dove abbiamo una comunità che ospita 35 persone, e facciamo il possibile per tenere in piedi il nostro santuario, che ha bisogno di urgenti restauri. Trent’anni fa un fulmine ha colpito una delle campane e da allora il prospetto è andato sempre più deteriorandosi. Il progetto è già pronto ed è al vaglio della Soprintendenza, ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti perché da soli non ce la facciamo”.

“Ingabbiata” San Cataldo per il restauro delle cupole

I lavori di manutenzione contro le infiltrazioni sono stati finanziati dall’Arcidiocesi di Palermo con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti

di Giulio Giallombardo

Lavori in corso per restaurare le rosse cupole di San Cataldo. In questi giorni il piccolo gioiello dell’itinerario Unesco arabo-normanno, nel centro storico di Palermo, è nascosto da un ponteggio che lo ingabbia in ogni sua parte. La vista della chiesa resta preclusa a cittadini e turisti per consentire gli interventi di manutenzione sulle cupole e sulle merlature che lo sormontano, minacciate da inflitrazioni che a lungo andare avrebbero potuto danneggiare seriamente l’edificio.

La chiesa di San Cataldo (foto Matthias Süßen, Wikipedia)

Il restauro è stato finanziato dall’Arcidiocesi di Palermo, con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti, e affidati all’impresa Scancarello, specializzata negli interventi lapidei e sulle superfici affrescate. Il progetto è stato predisposto dalla sezione di Palermo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, a cui la chiesa è affidata e gli interventi sono monitorati dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, con la supervisione di Giuseppe Inguì per le parti lapidee.

Le cupole di San Cataldo in fase di restauro

“I lavori sono in fase avanzata – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – si sta procedendo a interventi di consolidamento e di pulitura sia sulle merlature che sulle cupole. Proprio queste presentavano problemi di abrasione dell’intonaco con distacchi parziali a causa di muffe e inflitrazioni. I restauratori hanno fatto un controllo generale delle parti con gli intonaci rigonfiati, rimuovendo il materiale danneggiato, per poi uniformare cromaticamente le parti salvate e quelle integrate. Si è trattato di un intervento opportuno perché a lungo andare le infiltrazioni avrebbero potuto causare danni più seri all’edificio, per cui è stato importante pensarci adesso prima che la situazione diventasse più complicata”.

Restauro in corso a San Cataldo

Il restauro di uno dei monumenti simbolo di Palermo rientra nel progetto virtuoso della Curia di investire nella tutela dei beni culturali. “Il nostro obiettivo è quello di valorizzare il patrimonio della nostra città – sottolinea Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi – in questo caso abbiamo coperto i costi del restauro con i proventi delle vendite dei biglietti. Un modo per mantenere in vita le opere d’arte e i monumenti della nostra città”.

Nuovi percorsi e tribuna per il teatro: rinasce l’antica Iato

Pronto un progetto di valorizzazione che punta al miglioramento della fruizione dell’area archeologica. Previsto anche un programma di eventi e visite guidate

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di visita, recinzioni, passerelle e una tribuna da 250 posti per il teatro greco. Ma anche passeggiate a cavallo e un programma di eventi per la bella stagione in arrivo. L’area archeologica di Monte Iato guarda al futuro e si rilancia con un articolato progetto di valorizzazione che punta soprattutto al miglioramento della fruizione del sito. Il Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, con il Parco archeologico di Hymera, Solunto e Monte Iato, ha pubblicato un bando di gara per riqualificare il sito dove un tempo sorgeva la città greca di Iaitas, sulla montagna che sovrasta San Giuseppe Jato e San Cipirello, a pochi chilometri da Palermo.

Il teatro greco

L’importo complessivo dei lavori ammonta a 983mila euro di fondi europei provenienti dal Po Fesr 2014-2020 e il tempo di esecuzione è fissato in sedici mesi. Questo il periodo che servirà per mettere a punto il restyling del sito archeologico partendo dal ripristino dell’intera recinzione dell’area, oggi in più punti fatiscente, usando pali di metallo alti due metri per un’estensione di circa sette chilometri. Saranno, inoltre, ripristinati i muretti a secco con tavole di legno che si trovano vicino alle Case D’Alìa, dove è allestito l’antiquarium, in questo caso l’estensione dell’intervento è di circa un chilometro.

Un’area dove collocare la recinzione con paletti di castagno

Per garantire la sicurezza dei visitatori e, allo stesso tempo, salvaguardare le rovine,  saranno segnati dei percorsi di visita obbligati utilizzando recinzioni realizzate con paletti castagno. Lo stesso materiale verrà utilizzato per ripristinare il recinto per i cavalli vicino al corpo di guardia, ciò consentirà – come si legge sulla relazione del progetto – di offrire ai visitatori la possibilità di fare passeggiate a cavallo all’interno del Parco. Sarà, poi, più facile raggiungere la cima del monte dove si trovano i resti dell’antica città, dall’antiquarium di Case D’Alia. Il fondo della ripida strada di collegamento, attualmente in più punti dissestato, sarà rifatto con macadam, un tipo di pavimentazione costituita da pietrisco e materiale collante compresso. Nella parte più ripida della salita verrà installata un guard rail per consentire il passaggio in sicurezza di mezzi e pedoni.

Le passerelle come sono attualmente

Si interverrà anche sulle passerelle metalliche nell’area archeologica e saranno indicati nuovi percorsi di visita, supportati da cartelli didattici e didascalici, che conterranno, insieme alle informazioni archeologiche, anche cenni naturalistici sulla flora e fauna del posto. Infine, uno degli interventi più importanti, riguarda il teatro greco, con l’installazione di una tribuna smontabile in acciaio e con poltrone in pvc che potrà ospitare circa 250 spettatori. L’intenzione è quella di incrementare le possibilità di fruizione culturale dell’area con l’allestimento di spettacoli durante la stagione estiva.

Planimetria della tribuna del teatro

“La nostra intenzione è di rilanciare l’area archeologica di Monte Iato nel panorama turistico e culturale della Sicilia – spiega a Le Vie dei Tesori News il direttore del Parco di Hymera, Solunto e Monte Iato, Francesca Spatafora – . Per farlo abbiamo pensato a questo progetto di miglioramento complessivo del sito. Monte Iato è uno dei pochi siti dove la ricerca continua e si scava ogni anno, ed è poi uno dei pochi parchi che ha già i servizi aggiuntivi, con Coopculture che sta organizzando un programma per i mesi primaverili ed estivi, con iniziative soprattutto nei weekend. Ci saranno percorsi specifici per i più piccoli, visite guidate tematiche e percorsi integrati anche con le cantine del territorio”.

Le ossa del “santo gigante” nascoste in una chiesa

Nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana si trovano due costole di balena, uniche in Sicilia, ritenute per secoli resti di un ciclope

di Giulio Giallombardo

Il respiro del mito soffia sempre forte sulla Sicilia. È lì, nella Trinacria più ancestrale, che si trovano luoghi dove storia, leggenda e scienza s’intrecciano in simbiosi perfetta. Allora può accadere che enormi ossa vengano venerate come reliquie di un santo gigantesco, magari proprio uno dei ciclopi che la gente credeva popolassero l’Isola, nella notte dei tempi. Due di queste ossa, a loro modo uniche in Sicilia, si trovano nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana, sulle Madonie. Ovviamente non si tratta di ossa di qualche creatura leggendaria, ma ciò non significa che siano resti di poca importanza. Quelle credute – come altre – “ossa di giganti”, in realtà sono resti di animali estinti che popolavano la Sicilia nell’ultimo milione di anni. L’elenco di questi ritrovamenti è lungo e interessa non solo Petralia, ma anche altre zone dell’Isola.

Le costole di balena a Petralia

Ma le ossa di Petralia hanno ancora più di un mistero da svelare. Perché, a differenza delle altre, non appartenevano a resti di elefanti fossili, ma si tratta di due costole di un enorme cetaceo con tracce di taglio e fori circolari, sicuramente opera dell’uomo. Una scoperta fatta quindici anni fa da Carolina Di Patti, paleontologa del Museo “Gemmellaro” di Palermo, che ancora oggi continua a studiare le ossa del “santo gigante” di Petralia, in attesa di finanziamenti per tentare una datazione e un’analisi più sistematica. “Per la prima volta, le ossa di un ‘gigante’ non sono da riferire all’elefante pleistocenico, bensì ad un grosso cetaceo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Di Patti – . Dalle dimensioni e dalla curvatura delle costole possiamo ipotizzare che si tratti dei resti di un capodoglio: Physeter macrocephalus”.

I fori in una delle costole

Secondo quanto riferito dalla gente del posto, le due costole provengono dalle Madonie e sono state portate nei locali della chiesa in tempi e con modalità diverse. Ma rimane un mistero su come quelle costole di balena, per altro non fossili, siano finite tra i rilievi del massiccio montusoso palermitano. “Uno dei miei obiettivi è dare una risposta a questa domanda – confessa la paleontologa – . Ci lavoro da anni, e mi sono confrontata anche con diversi colleghi che studiano i cetacei, nessuno di quelli con cui ho parlato è a conoscenza di altri casi analoghi in Sicilia. Quello che possiamo dire è che le ossa non hanno subito un processo di mineralizzazione, entrambe presentano tracce dell’attività umana, in particolare chiare e nette tracce di taglio fanno pensare a segni di scarnificazione. Poi, una delle due costole presenta quattro fori circolari che ne fanno presupporre un utilizzo come attrezzo da parte dell’uomo. Altro ancora non sappiamo”.

Particolare di una delle costole

Eppure, che Petralia fosse abitata da giganti era opinione diffusa fino alla metà del Settecento. Già nel 1557, il frate domenicano Tommaso Fazello, erudito con la passione per l’archeologia – a cui si deve la scoperta dei siti di Akrai, Selinunte, Eraclea Minoa e del tempio di Zeus ad Agrigento – nel suo “De rebus Siculis decades duae”, fa un elenco delle tante località siciliane in cui erano state rinvenute “ossa di giganti”. Tra i siti elencati vi è anche Petralia Sottana, in cui si trovarono “resti di giganti alti 8 cubiti”.

Il portico del Duomo di Petralia Soprana

Poi, nel Settecento, lo storico Antonio Mongitore racconta della presenza in Sicilia di una razza di uomini dalle proporzioni mostruose, identificati come i primi abitanti dell’Isola. Fino a quando, nell’Ottocento, il mito dei ciclopi fu sfatato con il primo scavo sistematico condotto dall’abate Domenico Scinà nella grotta di San Ciro, alle falde di Monte Grifone, a Palermo, dove furono trovate grandi quantità di ossa e scheletri identificati come appartenenti ad animali estinti. Allora s’intuì che l’origine del mito del ciclope Polifemo, poteva essere riferita all’elefante che, con le sue caratteristiche craniche – una grande fossa nasale posta sulla fronte – ha dato vita alla leggenda del gigante con un occhio solo. Resta adesso da capire come e quando due costole di balena siano finite sulle Madonie, ma questa è un’altra storia.

Casa-gioiello dell’art déco in vendita nel cuore di Palermo

In un palazzo di via Roma si trova un appartamento decorato da Gino Morici, che conserva ancora affreschi e arredi d’epoca in stile Novecento

di Giulio Giallombardo

Vivere in un museo. Può accadere quando l’arte invade lo spazio domestico, plasmando ogni angolo. È allora che diventa difficile distinguere il senso quotidiano dell’abitare da quello straordinario dell’esperienza estetica, perché l’uno è diventato il riflesso dell’altro. Varcando la soglia di Casa Savona ci si ritrova in questo magma indistinto, che prende la forma di un bulimico tuffo nell’arte degli anni Trenta del Novecento. È un appartamento che si affaccia su via Roma, la strada “nuova” di Palermo, all’interno di uno dei palazzi che furono costruiti all’inizio del secolo scorso inseguendo la moda e il gusto europeo dell’epoca.

Lo studio

Ma non è una casa come le altre. Racchiuso in sette stanze c’è un compendio dell’arte di Gino Morici, pittore, decoratore e scenografo palermitano, un “geniaccio” visionario che si divertiva a giocare con regole e convenzioni dello stile Novecento. L’appartamento, interamente decorato da Morici tra il 1936 e il 1937, arredi compresi, è rimasto intatto per quasi un secolo. Oggi è stato messo in vendita dal proprietario, erede di una famiglia di commercianti che si affidò all’estro di Morici, commissionando le decorazioni. Così, chi vorrà acquistare Casa Savona, dovrà spendere 520mila euro (si partiva da 720mila), cifra che comprende anche tutti gli arredi d’epoca e i pezzi d’antiquariato che impreziosiscono i 260 metri quadrati dell’appartamento.

La libreria

Gli ambienti risentono molto dello stile art déco reinventato dalla vena creativa di Morici. Tutte le stanze sono affrescate e decorate con colori che si sono conservati perfettamente negli anni. Alcuni dei mobili, tutti realizzati da maestranze locali, nascondono ingegnosi meccanismi di chiusura multipla di cassetti e sportelli, come originali sono le maniglie delle porte e gli appendiabiti. E ancora nello studio, spicca la plastica morbidezza di una parete-libreria che chiude intelligentemente una parete sghemba, creando dinamismo all’ambiente. Nulla sembra essere lì per caso, come l’uso di diversi tipi di legno intarsiato negli arredi, selezionati tra ebano violetto, palissandro, faggio, tiglio, pero, gialletto di Spagna. C’è poi una particolare camera da letto per bambini, con un armadio sempre decorato da Morici; un elegante salone con camino; un bagno in tasselli di mosaico pregiato e un’ampia cucina con un terrazzino interno.

“Nella zona giorno, Gino Morici punta sulla ‘enfilade’ tipica delle antiche dimore siciliane, la quale mette in relazione biblioteca, salotto e sala da pranzo, ambienti con funzioni diverse che vengono resi omogenei e compatibili con un uso accorto di forme, linee, accostamenti di materiali e tonalità di colori che distende a unificare lo spazio, secondo un disegno unitario che ingloba pavimenti, pareti affrescate, arredi fissi e mobili, tessuti e dettagli”, così Rosanna Pirajno descriveva Casa Savona, in un volume dedicato a Morici, pubblicato qualche anno fa. “L’articolazione degli ambienti – si legge ancora – assegna all’ampia zona di rappresentanza il compito di evidenziare le condizioni economiche e sociali dei padroni di casa che sottolineano, con le scelte personali in materia d’arte e di arredamento, i propri gusti e preferenze e la convinta apertura intellettuale nei confronti dei nuovi linguaggi espressivi”.

Il camino

Ma se il passato di Casa Savona sta ancora lì, racchiuso tra i colori delle stanze decorate e i profumi degli arredi d’epoca, il suo futuro è tutto da scrivere. “Vorrei trovare qualcuno disposto a prendersene cura e valorizzarla ancora di più, io purtroppo vivo tra Milano e Palermo e non posso più gestirla come meriterebbe”, spiega il proprietario Ernesto Savona, docente e criminologo, direttore di Transcrime, il Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica di Milano. “Abbiamo avuto delle richieste da parte di alcuni stranieri interessati a comprare – aggiunge il proprietario – ma poi non se ne è fatto più nulla. La casa, che tra l’altro è sottoposta a vincolo della Soprintendenza, non può che restare così com’è, non si presta a usi diversi se non come abitazione. Potrebbe, però, anche diventare un piccolo museo e aprirsi a palermitani e turisti”. Un luogo della memoria, nel segno di un artista poliedrico radicato nella società palermitana del suo tempo, ma con lo sguardo sempre altrove.

L’albero dello Spasimo sta morendo, salvarlo è un miraggio

La grande pianta all’interno di uno dei monumenti simbolo di Palermo potrebbe essere presto abbattuta perché rischia di crollare

di Giulio Giallombardo

È un monumento nel monumento. Da quasi 80 anni vive dentro la navata dello Spasimo, uno dei simboli della rinascita del centro storico di Palermo. Ma oggi il suo destino sembra segnato. L’albero che ormai è un tutt’uno con l’ex chiesa, un ailanto di 20 metri diventato quasi un pezzo d’architettura, è malato e rischia di venir giù. La scelta forse più saggia – secondo gli esperti – sarebbe quella di abbatterlo per evitare danni più gravi, ma il suo valore storico e identitario ha messo un freno a decisioni troppo avventate.

L’albero dello Spasimo come si presenta attualmente

Indagini recenti hanno documentato che le condizioni dell’albero – già malato da tempo – stanno peggiorando progressivamente. Al suo interno si è aperta una cavità di 30 centimetri alla base del fusto e il legno sano periferico si è ristretto a circa 5 centimetri. La verde chioma è ormai solo un ricordo, mentre il tronco tende sempre più pericolosamente a inclinarsi. Insomma, le probabilità che venga giù presto non sono poche. Ma si tratta di un albero monumentale, anche se formalmente non è stato censito in alcun elenco, né regionale, né nazionale. Dunque, prima di prendere decisioni estreme, tecnici, agronomi e forestali stanno valutando le prossime mosse. “Sono in corso alcune analisi che stiamo conducendo, insieme ai tecnici dell’università, per esaminare i campioni di pianta che abbiamo prelevato, nell’arco di una settimana cercheremo di fugare ogni dubbio”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Claudio Benanti, agronomo e responsabile della 5PV, azienda che si occupa del servizio di valutazione di stabilità delle piante ad alto fusto. Insieme a lui, si stanno interessando delle sorti dell’albero, agronomi del calibro di Giuseppe Barbera e Giuseppe La Mantia e gli esperti forestali Carlo Di Leo e Emanuele Rinaldi, che recentemente hanno fatto “visita” all’albero durante un sopralluogo.

L’albero come era qualche anno fa

“Avevo condotto verifiche su quest’albero già sei anni fa e adesso, purtroppo, non ci sono più le condizioni di stabilità – prosegue Benanti – dall’ultimo controllo, la pianta ha subito un elevatissimo degradamento dei tessuti legnosi che ormai sono diventati cavi. Su una sezione del tronco che ha circa 80 centimetri di diametro, oggi quasi la metà sono cavi. Inoltre sono stati rinvenuti dei carpofori, ovvero i corpi fruttiferi di un fungo, che sono attualmente sotto esame al dipartimento di patologia. La pianta ha gravi problemi anche perché la velocità con cui è avanzata questa degradazione, lascia presupporre che sia ormai alla fine del suo ciclo vitale. Essendo quella dello Spasimo un’area che fa circa 120mila visitatori all’anno, facendo una valutazione del rischio, l’abbattimento purtroppo è quasi obbligatorio”.

Lo Spasimo

Così, in attesa di capire quale sarà il destino dell’ailanto dello Spasimo, l’amministrazione ha transennato l’area, mentre è in corso un vivace dibattito tra chi è contrario all’abbattimento e chi, pur con amarezza, non vede altra strada. “A chi si preoccupa ben a ragione della sicurezza dei visitatori e che quindi, al momento, inibisce la frequentazione della navata – scrive Giuseppe Barbera, in un post su Facebook – ai cittadini amanti degli alberi, è nostra intenzioni fornire le indicazioni che tengano sì conto di benvenuti sentimenti di dendrofilia, ma a partire dalle sicurezze (seppure come sempre parziali) che offre una scienza: quella degli alberi”.

Un ostello alla Vucciria in un palazzo del ‘700 

Un edificio abbandonato da anni nel cuore dello storico mercato di Palermo diventerà una struttura ricettiva aperta al quartiere

di Giulio Giallombardo

Una scommessa sulla Vucciria che punta a rivitalizzare lo storico mercato di Palermo. Un palazzo del Settecento, abbandonato da anni, diventerà ostello della gioventù aperto al quartiere, una struttura che potrebbe avere delle ricadute positive sulle attività commerciali della zona, trasformandosi, allo stesso tempo, anche in un contenitore di eventi culturali e artistici. È l’idea di un gruppo di imprenditori e ristoratori che hanno messo radici alla Vucciria e adesso vogliono allargare le loro attività, investendo sui giovani – soprattutto stranieri – e sul turismo extralberghiero.

Rendering di una delle stanze

L’ostello nascerà all’interno di un edificio in via Maccheronai, proprio sopra la storica Taverna Azzurra, fulcro del quartiere sin dal 1896. Un palazzo di tre piani che ospiterà 34 posti letto, in camere arredate in stile moderno, mentre all’esterno il prospetto, attualmente fatiscente, manterrà gli elementi neoclassici dell’epoca. “I lavori dureranno circa un anno, contiamo di aprire a marzo dell’anno prossimo, ma già a settembre le camere saranno prenotabili”, dice a Le Vie dei Tesori News, Angelo Fascella, titolare di un’osteria della zona e proprietario dell’edificio insieme a Piero e Michele Sutera della Taverna Azzurra, figli di Totò che più di quarant’anni fa ha rilevato l’attività. A loro si aggiungono altri due ristoratori del quartiere che hanno sposato il progetto, Pippo Pitarresi e Giovanni D’Alia.

Al primo piano, oltra alla reception, ci sarà una cucina e una sala relax, con videoproiettori, strumenti musicali a disposizione degli ospiti e tavoli sociali. Le camere con letti a castello realizzati da artigiani locali saranno al secondo e terzo piano, a cui si aggiunge un’altra “suite” più grande con quattro posti letto e vasca idromassaggio. Sarà fruibile anche una terrazza che ospiterà un cartellone di spettacoli e incontri, in collaborazione con associazioni culturali, mentre al piano terra sarà disponibile un punto informativo con noleggio di biciclette. “Forniremo ai nostri ospiti i contatti dei commercianti della zona – spiega ancora Fascella – loro potranno ordinare la spesa che sarà consegnata dentro panieri calati dai balconi, come si faceva una volta, un modo per recuperare antiche tradizioni ormai quasi dimenticate”.

Le ringhiere del palazzo

Il restauro punta a restituire gli elementi decorativi del prospetto, adattando gli spazi interni alle esigenze della nuova destinazione d’uso. “Sulla facciata erano presenti dei decori che ancora si intravedono e che noi riproporremo – spiega Giovanni Coglitore, architetto che si è occupato del progetto di restauro – . All’interno, invece, manterremo un bellissimo solaio, apparentemente molto fragile, formato da una serie di rametti di castagno, tagliati a metà, messi uno accanto all’altro, si è conservato bene perché è stato coperto da un controsoffitto”. Dunque, come nella vicinissima piazza Garraffello, un altro pezzo di Vucciria si prepara a rinascere, anche grazie a chi in questo quartiere vive e lavora. “A differenza di quanto sta avvenendo in altre zone del centro storico, dove i vecchi residenti sono andati via per lasciare il posto a chi in quelle zone non ha mai vissuto – conclude Coglitore – nei mercati storici, come la Vucciria, resistono ancora gli stessi residenti che stanno investendo su se stessi e questa è una bella sfida”.

Chiude il monastero della suora in odor di miracoli

Dopo cinque secoli s’interrompe l’attività del convento di Santa Chiara a Termini Imerese. Trasferite anche le ultime due monache

di Giulio Giallombardo

Sono andate via lasciandosi dietro una storia secolare. Anche le ultime due suore del monastero di Santa Chiara, uno dei più importanti di Termini Imerese, hanno detto addio a quel luogo di preghiera e devozione sin dal 1498. Pochi giorni fa la messa per salutare la madre superiora suor Maria Chiara Costanzo e suor Chiara Luciana Ricciardi trasferite a Messina, nel monastero di Montevergine Santa Eustochia Smeralda. Per loro si tratta, in realtà, di un ritorno, perché è lì che provvisoriamente erano già state nel 2017, quando l’attività di culto nel monastero di Termini si fermò per alcune settimane. Poi, la chiusura fu scongiurata e le due suore tornarono nella loro “casa”.

Il monastero di Santa Chiara

Ma questa volta le porte del convento sono state sbarrate a tempo indeterminato e probabilmente per sempre. La partecipata e commossa cerimonia di commiato nell’annessa chiesa di San Marco ha, di fatto, segnato la fine dell’esperienza spirituale all’interno del convento, anche se – tiene a precisare a Le Vie dei Tesori News, padre Giuseppe Todaro, arciprete di Termini Imerese – “la chiusura è temporanea, la soppressione è di competenza del Vaticano e la pratica è ancora agli inizi”. Ma oggi la speranza nel ritorno delle clarisse è molto flebile e la loro presenza è andata negli anni scomparendo insieme alle “vocazioni” di nuove suore. Dal 1941 a oggi sono state 22 le monache entrate nel convento, già nel 1998 se ne contavano 10, ridotte poi alle sole due andate via pochi giorni fa. A nulla sono servite le “preghiere” della comunità terminata che, anche con una raccolta firme avviata qualche anno fa, aveva richiesto alle autorità religiose il trasferimento di altre suore nel convento di Santa Chiara.

Insegna all’ingresso del monastero

Del resto, il legame tra il monastero e la città è sempre stato molto stretto, come sottolinea Salvatore Arrigo, ex assessore comunale di Termini, appassionato di storia e autore, tra l’altro, di un libro dedicato proprio al monastero di Santa Chiara. “Intorno al 1820, per rimpinguare le finanze – racconta lo storico – la deputazione chiese in prestito alcune somme lasciate in testamento da una certa Maria de Clava, stabilendo di restituire in tempi migliori. Nel 1860, poi, come si evince da documenti dell’Archivio storico comunale, il presidente del Comitato termitano di liberazione chiedeva ‘filacce e pezzuole’ a seguito delle “barbarie delle regie truppe”. L’invito, in breve tempo, fu portato a compimento dalle suore”.

Ma anche in passato poche sono state le “vocazioni”, tanto che già nel Seicento l’allora arcivescovo di Palermo, Giannettino Doria, volle rilanciare il monastero, arricchendolo con nuovi locali e disponendo il trasferimento di alcune suore, a cui si aggiunsero altre clarisse termitane. Tra queste, circondata da un’aura di santità, vi fu Lucia Ciaccio, a cui sin da giovane si attribuirono fatti straordinari, tanto da attirare le attenzioni dello stesso arcivescovo Doria, che la volle destinare al monastero di Santa Chiara. A suor Lucia, lo storico don Vincenzo Solìto riferisce episodi prodigiosi. Il primo quando, delusa di non poter ascoltare la messa per mancanza del sacerdote nel giorno della “Presentazione di Nostra Signora Maria Vergine”, si ritirò nella sua cella. Chiamata da una voce, andò in chiesa e vide apparire due angeli che stesero sull’altare una “tovaglia bianchissima”. Quindi le apparve Gesù, vestito con abiti sacerdotali, che celebrò la messa circondato da “spiriti celestiali”. Oppure, in un altro episodio, Lucia rimase miracolosamente illesa mentre suonava la campana che si staccò dal muro.

La chiesa di San Marco

Una storia di devozione fu anche quella di Giovanna Barca, una nobile del Seicento la cui vicenda ricorda un po’ quella di Gertrude, la monaca di Monza dei Promessi Sposi manzoniani. Secondo quanto riportato dagli storici, la donna arrivò su una barca al porto di Termini per essere poi accompagnata al monastero delle clarisse. Ma giunta a destinazione, si accorse di essere stata ingannata e fu costretta a prendere i voti contro la sua volontà. “Tuttavia non si ribellò – racconta ancora Salvatore Arrigo – prese con piena consapevolezza il velo e accettò di seguire la regola di Santa Chiara. La sua vita fu esemplare e all’età di 40 anni, colpita da apoplessia, morì”. Antiche storie di devozione che ormai proseguiranno altrove.

Le Vie dei Tesori News

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