Tappeto verde con piante e fontane a Palazzo d’Orleans

Previsti interventi di decoro e sicurezza con la trasformazione dell’area di sosta delle auto in un camminamento pedonale lungo 200 metri

di Giulio Giallombardo

Un nuovo percorso pedonale al posto delle auto, attraversato da un tappeto verde con piante ornamentali, essenze arboree mediterranee e anche due fontane. Quasi a voler prolungare all’esterno il parco ottocentesco custodito oltre la facciata. Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione, si prepara a cambiare volto con il progetto di restyling e sicurezza approvato pochi giorni fa dalla giunta comunale di Palermo. Al posto dell’attuale fascia di sosta per le auto di servizio degli assessori regionali, nascerà un’unica area pedonalizzata che si estenderà fino a Palazzo Ferrara, comprendendo Palazzo De Simone, per un fronte complessivo di circa 200 metri.

Il prospetto di Palazzo d’Orleans

Si tratta di un progetto ampio, interamente finanziato dalla Regione Siciliana, che comprende sia lavori su aree di proprietà comunale, come lo spazio del marciapiede davanti al palazzo, sia interventi di restauro nel piazzale interno che appartiene alla Regione, sulla recinzione del parco e sulle due garitte poste ai lati dell’ingresso principale. L’attuale marciapiede, largo 8,5 metri sarà risistemato con una nuova pavimentazione e allargato di un altro metro e mezzo sulla sede stradale fino a raggiungere i dieci metri complessivi, di cui due saranno destinati al passaggio pedonale.

Planimetria del progetto

Con l’intervento – chiariscono i tecnici della Regione che hanno redatto il progetto – si prevede di diminuire la carreggiata attuale per una larghezza massima di un metro e mezzo, senza modificare l’assetto viario, che in ogni caso rimarrà a un’unica carreggiata, mantenendo tre corsie. Saranno, inoltre, effettuati degli interventi sui semafori, per spostarli in prossimità dei punti di maggiore attraversamento pedonale ed introducendo l’attivazione a chiamata.

La lunga striscia verde che nascerà davanti a Palazzo d’Orleans, invece, farà da filtro tra la strada e l’edificio. Le aiuole – si legge nel progetto – richiameranno l’impostazione del giardino interno alla francese, saranno racchiuse da un cordolo in pietra di calcarenite e innaffiate con un impianto d’irrigazione automatizzato. Il progetto botanico prevede disegni geometrici in sintonia con il prospetto dell’edificio, e sarà piantata una varietà nana di Boxus lungo il perimetro esterno, un prato verde su tutta la superficie e nella zona centrale varietà gigante della stessa specie, potata con forme geometriche, contornate da piante di lavanda. All’interno delle aiuole, poi, ai due lati dell’ingresso principale, ci sarà spazio anche per due fontane a zampillo di forma circolare e dalle linee semplici, anche in memoria dell’antica fontana della Sirena, andata distrutta e dispersa durante i moti rivoluzionari del 1848.

Il grafico del progetto di restyling

La pavimentazione dei percorsi pedonali – sottolineano ancora i tecnici della Regione – sarà differenziata: il percorso pedonale verrà realizzato in pietra locale squadrata e posta a disegno geometrico, gli accessi carrai saranno, invece, in pietra di Billiemi. Si prevede, inoltre, di riattivare un secondo ingresso pedonale, ad uso del personale, in corrispondenza dell’edificio realizzato tra il 1956 e 1972, e di mantenere l’attuale ingresso carraio e di rappresentanza.

Sezione grafica del progetto

Si rinnoverà anche l’impianto di illuminazione. Il camminamento a ridosso del palazzo sarà dotato di segnapassi luminosi a led che permetteranno di attraversare tutto il percorso in sicurezza, anche nelle ore serali. Saranno valorizzate con luci adeguate anche le nuove aiuole, ed è, inoltre, previsto l’ampliamento del sistema di illuminazione della facciata che sarà esteso anche all’ala nuova dell’edificio. “Si tratta di un piccolo ma importante intervento frutto della collaborazione fra Comune e Regione – hanno dichiarato il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore all’Ambiente e alla Mobilità, Giusto Catania – e che sarà realizzato per il decoro di una piazza frequentata quotidianamente da migliaia di cittadini e turisti. Si unisce così la sicurezza per i pedoni con l’abbellimento di un’area limitrofa ai monumenti dell’itinerario Unesco”.

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Nascerà un museo delle monete arabe e normanne

L’antica collezione numismatica della Biblioteca comunale, mai esposta al pubblico, si potrà ammirare nella chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano

di Giulio Giallombardo

Sono conservate da quasi due secoli in una cassaforte nella Biblioteca comunale di Palermo. Un’antica collezione di monete conosciuta soltanto dagli addetti ai lavori, si prepara a svelarsi alla città. Con il protocollo d’intesa tra il Comune e l’Università è stata posta una prima pietra per quello che diventerà il Museo del Nummarium, la grande raccolta di oltre mille monete del periodo islamico e normanno, donata nel 1848 da Cesare Airoldi alla Biblioteca comunale. La sede scelta è quella della chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano, alle spalle di Casa Professa, già utilizzata per mostre e incontri, pronta a diventare stabilmente un nuovo spazio culturale della città.

La chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano (foto da Facebook)

Dunque, l’intesa sottoscritta dalla dirigente del Servizio Sistema Bibliotecario cittadino, Eliana Calandra e dal direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche, Marcella Piazza, ha l’obiettivo di valorizzare il prezioso fondo numismatico della Biblioteca comunale. Per questo verrà istituito anche un comitato scientifico, guidato da Antonino Pellitteri, professore ordinario di Storia dei Paesi islamici, i cui componenti saranno individuati di comune accordo tra l’assessorato alle Culture e l’Università.

“È un primo passo concreto verso la nascita di un museo unico – spiega a Le Vie dei Tesori News, Eliana Calandra – . Vogliamo che questa importante collezione di monete, mai esposta in pubblico, possa essere ammirata da cittadini e turisti. Il progetto dell’allestimento sta andando avanti, anche se in questo momento è prematuro dire quando sarà pronto. Ma stiamo già lavorando per il comitato scientifico che sarà operativo all’inizio del prossimo anno, con cui studieremo le linee guida per gli allestimenti e avvieremo rapporti con le istituzioni accademiche e culturali di paesi arabi, anche per promuovere studi e iniziative sul tema”.

Tarì d’oro

Il Nummarium, donato alla Biblioteca dal conte Cesare Airoldi, era la collezione messa insieme dallo zio, monsignor Alfonso Airoldi: oltre mille monete arabo-sicule, più una ricca serie risalente ai re normanni e, infine, diverse monete false fornite ad Airoldi dall’abate Giuseppe Vella, il noto  autore dell'”arabica impostura”, presunto traduttore del “Codice d’Egitto” che ispirò Leonardo Sciascia, al quale proprio la Biblioteca comunale sarà intitolata ufficialmente il prossimo 8 gennaio. “A questo primo nucleo – continua Calandra – si aggiunse un altro consistente numero di monete dello stesso periodo acquistate dalla Biblioteca fra il 1866 e il 1903”. Il Nummarium passò sotto la lente di esperti come gli studiosi Salvatore Morso e il suo allievo Vincenzo Mortillaro, Antonio La Gumina, e più recentemente Maria Amalia De Luca. La collezione contiene pezzi rari, tra cui il tarì di Roberto il Guiscardo, che reca impressa la data del 464 dell’egira (ovvero 1072 dopo Cristo), anno della resa di Palermo, dirham e monete arabe risalenti a varie dinastie.

Una delle monete del Nummarium

“Ringraziamo il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università per la collaborazione offerta per la realizzazione di questo progetto – hanno dichiarato il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore alle Culture, Adham Darawsha – che non soltanto si lega alla storia di Palermo, che ha da sempre avuto un rapporto privilegiato con gli arabi e i normanni, ma che ci consente di recuperare e rivitalizzare la memoria di luoghi e beni comuni della nostra città poco conosciuti, rendendoli fruibili a tutti”.

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Rinascerà Castello Utveggio, pronto progetto di recupero

Costruito negli anni Trenta e adibito a hotel di lusso, è inutilizzato da tre anni, dopo la chiusura del Cerisdi, il centro di alta formazione della Regione Siciliana

di Giulio Giallombardo

Scruta silenzioso Palermo dall’alto. Tra le sue stanze e corridoi, in meno di un secolo, si sono alternati fasti e declini. Adesso è chiuso da tre anni in attesa di rinascere. Un tempo hotel di lusso, poi centro di alta formazione della Regione Siciliana, Castello Utveggio, è oggi uno spettrale palazzo abbarbicato su Monte Pellegrino, nonostante le luci a led che quasi due anni fa si sono riaccese per illuminarlo. Fu un segnale di speranza dopo la fine del Cerisdi, la scuola di alta formazione della Regione Siciliana che l’ex presidente Rosario Crocetta decise di chiudere nel 2016 e che aveva sede proprio nel rosa “maniero” neogotico.

Castello Utveggio illuminato

Adesso, l’amministrazione regionale sembra voler fare un altro passo verso la riapertura del palazzo, che ospiterà una scuola di alta formazione per la classe dirigente regionale del futuro. È pronto, infatti, il primo progetto di recupero con una serie di interventi di ripristino della struttura, che riguarderanno anche i locali della foresteria e il fabbricato rurale attiguo, oltre a interessare anche i giardini esterni. L’elaborato – fanno sapere dalla Regione – porta la firma dell’Ufficio speciale per la progettazione di Palazzo Orleans che lo ha già trasmesso al Dipartimento regionale tecnico.

Uno scorcio di Palermo dalla terrazza del castello

Il costo dei lavori, che hanno ottenuto il via libera da parte della Soprintendenza dei Beni culturali e dell’ente gestore della Riserva naturale di Monte Pellegrino, è stato stimato in circa 300mila euro. Un cantiere che durerà sei mesi, a cui si aggiungerà anche un secondo progetto da sei milioni di euro per rendere più efficienti gli impianti energetici. Intervento questo che rientra nel più vasto progetto della Regione per ridurre i consumi negli edifici pubblici, già finanziato con quasi trenta milioni di euro di risorse provenienti dal Po Fesr 2014/2020.

Castello Utveggio

Costruito negli anni ’30 del secolo scorso, Castello Utveggio fu per pochi anni un albergo d’élite da cui abbracciare con la vista l’intera città. Poi divenne, prima alloggio delle truppe tedesche durante la Seconda guerra mondiale e subito dopo di quelle alleate. Acquistato dalla Regione nel 1984, fu sottoposto a restauro per poi ospitare il Cerisdi fino alla chiusura.

“È uno dei gioielli della città e come tale va trattato – dice a Le Vie dei Tesori News, Gaetano Armao, vicepresidente della Regione e assessore all’Economia – . Dopo anni di abbandono, partiamo adesso con un primo intervento che si concluderà entro la prossima estate. Poi ripartiremo con le attività formative. Il tema del rafforzamento e delle capacità amministrative è quanto mai strategico. Credo che oggi più che chiedere risorse a Roma, fermo restando che vanno richieste, o interventi strutturali, la cosa che manca è una squadra di giovani capaci, che possa dare forza alla progettazione, alla capacità di costruzione di un sistema amministrativo moderno ed efficiente”.

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Si restaura la Cuba soprana, “sollazzo” dimenticato

I lavori riguarderanno l’antica torre normanna inglobata all’interno della Villa Di Napoli e la riqualificazione del giardino con il piccolo chiosco

di Giulio Giallombardo

Un pezzo della Palermo normanna si prepara a rinascere. Iniziati i lavori di restauro alla Cuba soprana, inglobata nella seicentesca Villa Di Napoli, e alla Piccola Cuba, l’unico superstite della serie di chioschetti che costellavano il parco reale del Genoardo, il “paradiso della terra” in cui sorgevano i sollazzi regi. Sono due dei tredici gioielli dell’itinerario arabo-normanno “allargato”, che bussano alla porta per aggiungersi ai nove già compresi nella World Heritage List dell’Unesco. Il restauro, condotto dalla Soprintendenza dei Beni culturali e affidato alla Impresalv di Favara, avrà un costo di circa un milione di euro, spese che rientrano nei fondi comunitari del Po Fesr 2014-2020.

Particolare dei resti della costruzione normanna (foto da un video del Cricd)

I lavori – fanno sapere dalla Soprintendenza – riguarderanno principalmente la zona della cappella, l’area della Cuba soprana che si affaccia sul giardino, la Piccola Cuba e la manutenzione del giardino, ultimo lembo di verde storico circondato dai palazzi di corso Calatafimi. “Abbiamo previsto il restauro della cappella che è priva di pavimento e ha bisogno di lavori anche sui decori interni, – spiega la soprintendente Lina Bellanca a Le Vie dei Tesori News – ci occuperemo anche delle coperture dei locali annessi e degli intonaci. La sistemazione di questo spazio ci permetterà, inoltre, di rendere anche fruibile la zona retrostante che è quella del giardino romantico dove c’è la grande vasca sotto il ficus, che poi è quella su cui si affaccia il prospetto normanno della Cuba soprana”.

Villa Di Napoli

Inoltre, sono previsti anche interventi al piano terra della Villa Di Napoli, bene di proprietà della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana, concesso in comodato d’uso alla Soprintendenza. L’idea è quella di renderla nuovamente fruibile, almeno in parte, creando un percorso che dalla villa, con annessa Cuba soprana, attraversi il giardino fino ad arrivare alla Piccola Cuba. Per quanto riguarda l’area verde, l’intenzione è di affidarne la gestione a una cooperativa, come già fatto con il giardino del Castello di Maredolce. “Stiamo verificando la fattibilità – chiarisce la soprintendente – perché la presenza del cantiere ha in parte rallentato la possibilità di affidamento immediato alla cooperativa che si era interessata alla gestione del giardino. Sicuramente il quartiere ha bisogno di una fruizione permanente di questo spazio, ma bisogna chiarire che aree del genere non possono essere usate come se fossero ville e giardini pubblici. Custodendo monumenti così importanti, la fruizione deve essere comunque regolamentata e non può essere completamente libera”.

La Piccola Cuba

Così, nell’arco di un anno, il complesso normanno dovrebbe essere già riqualificato. A partire dalla Cuba soprana, costruita durante il regno di Guglielmo II e così chiamata per distinguerla dall’altro edificio omonimo che si trova un po’ più a valle, lungo l’asse di corso Calatafimi. Un monumento di fatto ormai quasi invisibile, trasformato in torre agricola fortificata nel periodo tardo medievale, quando prese il nome di Torre Alfaina, e inglobato nel ‘700 nella villa realizzata dalla famiglia Di Napoli. Sul lato orientale dell’edificio sono ancora visibili gli elementi architettonici del monumento normanno, con un grande arco ogivale, fiancheggiato da altri più piccoli. “Sicuramente – conclude Bellanca – il nostro progetto dovrebbe rendere tutto il complesso più fruibile e spero possa successivamente attirare finanziamenti aggiuntivi per ulteriori interventi”.

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Alla ricerca del ponte medievale sommerso

Avviata una campagna per documentare lo stato di salute del monumento trecentesco che si trova in fondo al lago Rosamarina di Caccamo

di Giulio Giallombardo

È sommerso da trent’anni in fondo a un lago. Il trecentesco ponte Brancato è ormai come un relitto o un naufrago lasciato annegare. È coperto dall’acqua della diga Rosamarina di Caccamo, invaso artificiale che dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso è una delle fonti d’approvvigionamento idrico del territorio palermitano. Il ponte, fatto costruire nel 1307, da Manfredi I di Chiaramonte, signore del castello di Caccamo, fu inondato dall’acqua durante i lavori di realizzazione della diga.

La diga Rosamarina

Ma adesso il sindaco Nicasio Di Cola ha disposto una spedizione per documentare lo stato di salute del monumento. Una campagna di monitoraggio iniziata pochi giorni fa, nata su impulso della giornalista Mimma Lo Martire, che da anni si occupa del ponte Brancato e condotta dal Blue Aura diving club di Santa Flavia, guidato da Monica Restivo, che da tempo lavora sui beni culturali sommersi. L’obiettivo della missione è quello di localizzare il ponte chiaramontano, mappando l’area con sonar a scansione laterale, verificarne le attuali condizioni e capire se ci sono speranze concrete di recuperare il monumento, smontandolo e rimontandolo fuori dall’acqua. Ipotesi già presa in considerazione trent’anni fa, prima che il ponte fosse inondato, ma poi – scrive Lo Martire sul blog Mediaeviaggi – “scartata dal Consiglio regionale dei Beni culturali per non alterare l’immagine storica dei luoghi”.

Il team del Blue Aura Diving Club durante il sopralluogo

Il primo intervento si è limitato a esplorare l’area con un ecoscandaglio, cercando di verificare variazioni di profondità nei fondali. “Non è stato facile perché la torbidità dell’acqua era talmente forte da rendere impossibile un’immersione”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Monica Restivo, che ha fatto il sopralluogo insieme a Riccardo Cingillo, Giuseppe Cipolla e Roberto Riolo, gestore del club nautico sul lago. “Il nostro è un lavoro a titolo completamente gratuito – sottolinea la responsabile del Blue Aura Diving Club – ed è stato difficile anche riuscire a procurarci un ecoscandaglio. Speriamo quanto prima di riuscire a recuperare un side-scan sonar con cui poter avere una visione morfologica del lago. Immergersi alla cieca in acque così torbide, può essere pericoloso. In alternativa, saremo costretti a rinviare tutto alla prossima estate, quando le condizioni di visibilità saranno migliori”.

Il Lago Rosamarina

Attualmente, l’unico elemento riscontrato dai sommozzatori è una variazione di profondità, in alcuni punti, da 27 a 13 metri. Ma è troppo poco per poter affermare che sia da ricondurre alla presenza del ponte sommerso. “Per quanto ne sappiamo – aggiunge Restivo – il ponte potrebbe anche non esserci più o resistere solo in parte, anche se l’acqua spesso può preservare anziché corrompere. In questa fase, noi abbiamo solo il compito di localizzare il monumento e realizzare delle riprese subacque di ciò che eventualmente individuiamo. Ma per farlo è necessario avere strumentazioni adatte”. Per questo l’appello lanciato è quello di reperire le attrezzature adeguate per proseguire le ricerche. Nel frattempo, il ponte resterà nel suo lungo oblio sommerso, attraversato soltanto dai pesci del lago.

(In alto un’immagine d’epoca del ponte durante i lavori della costruzione della diga. Foto di Giulio Marguglio)

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I tesori della Soprintendenza del Mare in Danimarca

Dieci reperti provenienti dai fondali siciliani fanno parte di una mostra sull’eruzione di Pompei che sta facendo il giro del mondo

di Giulio Giallombardo

C’è uno dei rostri della battaglia delle Egadi, e poi lingotti, anfore, elmi e altri tesori provenienti dai fondali siciliani. Sono dieci i reperti della Soprintendenza del Mare inseriti nella mostra “Escape from Pompei. The Untold roman rescue”, che si è inaugurata al Moesgaard Museum di Aarhus in Danimarca. Seconda tappa europea dopo quella francese di Nîmes (ma in cui i gioielli siciliani non erano presenti) e dopo le precedenti esposizioni fuori dal Vecchio Continente a Hong Kong e a Sydney e Freemantle, in Australia.

Alcuni dei reperti in mostra

Pezzi di Sicilia per una mostra che, attraverso i reperti esposti provenienti da diversi parchi archeologici italiani, racconta del mondo romano in età imperiale e della catastrofica eruzione di quel fatidico 24 agosto del 79 dopo Cristo. Una tragedia vissuta in prima persona da Plinio il Vecchio, uomo di lettere e comandante della flotta di stanza a Miseno, nella penisola flegrea, che – come racconta il nipote Plinio il Giovane – dopo l’eruzione, inviò 12 navi per salvare gli abitanti di Pompei, partecipando in prima persona alla missione e morendo, con molta probabilità, a causa delle inalazioni. Un sacrificio da molti considerato come il primo caso nella storia dell’uomo di salvataggio di civili da parte di una forza militare.

I reperti siciliani – fanno sapere dalla Soprintendenza del Mare – pur non essendo tutti coevi all’epoca dell’eruzione, sono comunque rappresentativi della forza militare romana. “Quelli che abbiamo voluto esporre – spiega a Le Vie dei Tesori News, Fabrizio Sgroi, archeologo della Soprintendenza del Mare – sono oggetti attinenti al commercio di Roma e alla talassocraziona dell’impero nel Mediterraneo, oggetti connessi alla forza militare, dal momento che nella mostra si parla di quello che è considerato il primo intervento di protezione civile nei confronti della popolazione”.

L’ancora in piombo rinvenuta nelle Eolie

Così, tra i pezzi in mostra che resteranno in Danimarca fino al 10 maggio prossimo, c’è uno dei rostri della Battaglia delle Egadi e un elmo di tipo montefortino proveniente dallo stesso sito. Poi, due lingotti di piombo, con timbri impressi del produttore e del commerciante dell’epoca, rinvenuti a Porto Palo di Capo Passero. E ancora un’anfora romana con corallo, trovata nel relitto di Levanzo, un piatto in ceramica sigillata africana, recuperato a Punta Secca e altre due anfore ripescate dal mare di Mazara del Vallo risalenti al primo secolo dopo Cristo. Infine, c’è anche una particolare ancora in piombo rinvenuta nelle Eolie su cui compare in rilievo l’iscrizione ribaltata “salutem”, scritta al contrario a causa di un errore sullo stampo in fase di fabbricazione. Reperto questo già esposto a Palermo, in occasione della mostra “Mirabilia maris” nel 2016.

“Grazie a Plinio – spiegano ancora dalla Soprintendenza del Mare – il racconto si amplia e il visitatore ha la possibilità di approfondire la conoscenza dell’Impero Romano non solo come incontrastata potenza di terra, dominatrice delle importanti province romane, ma come grande potenza di mare. La baia di Napoli fa sempre da sfondo a questo racconto, con Miseno, sede della potente flotta militare, con i porti commerciali di Pozzuoli e Napoli, favorirono lo sviluppo dell’intero territorio”.

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Riappaiono i cavalieri teutonici della Magione

Le lastre tombali dei monaci-guerrieri, che prima si trovavano all’interno della chiesa, da oggi sono esposte in un nuovo percorso museale

di Giulio Giallombardo

Fu per tre secoli la “casa” dei cavalieri teutonici, adesso ospita le loro sepolture che riappaiono parzialmente in un nuovo percorso di visita. Le lastre tombali dei monaci-guerrieri, che prima si trovavano all’interno della chiesa della Magione, da oggi sono esposte in una parte del chiostro della basilica palermitana nel cuore della Kalsa. Un inedito allestimento museale, curato dalla Soprintendenza dei Beni culturali, che si inaugura oggi insieme alle installazioni artistiche di Bam, la Biennale Arcipelago Mediterraneo (ve ne abbiamo parlato anche qui).

Parte del nuovo allestimento museale

Un percorso che comprende una quindicina di lastre tombali, alcune delle quali appartenute alle sepolture dei cavalieri, altre di epoche più recenti. “Si tratta di coperture che furono restaurate tempo fa e ricollocate sul pavimento della chiesa, adesso sono state risistemate così da potere essere meglio fruite – spiega a Le Vie dei Tesori News, Maria Reginella, storica dell’arte della Soprintendenza, che ha curato l’allestimento museale – . Ce ne sono alcune cinquecentesche che erano quelle dei cavalieri teutonici, e poi altre risalenti al ‘700 che si sono aggiunte nel tempo alla pavimentazione, di alcune si sono conservati soltanto frammenti, altre invece sono ancora in buone condizioni”.

Sarcofago del quarto secolo avanti Cristo

Ma esposto insieme alle lastre, c’è anche un antico sarcofago del quarto secolo dopo Cristo, che è stato donato da un collezionista alla Soprintendenza. “È un pezzo molto pregiato che faceva parte della collezione Daneo, famiglia di antiquari palermitani – aggiunge Reginella – un sarcofago in tufo proveniente dalla Sardegna, che adesso potrà essere ammirato in questo nuovo percorso di visita”. Intanto, proseguono nel complesso della Magione, i lavori di restauro e consolidamento. “Stiamo lavorando per cercare di valorizzare al meglio il sito – ha sottolineato la soprintendente Lina Bellanca – si tratta, all’interno, di opere di manutenzione sui tetti e all’esterno al prospetto che si affaccia sul chiostro”.

Una delle lastre tombali esposte alla Magione

Così, da oggi, alla Magione l’arte antica e quella contemporanea si mescolano insieme. Il convento e il chiostro, fino all’8 dicembre, fa parte del circuito dei luoghi di Bam, festival internazionale di teatro, musica e arti visive dedicato ai popoli e alle culture dei paesi che si affacciano sul mare. Insieme alle antiche lastre tombali dei cavalieri, sono esposte opere dell’artista palestinese Emily Jacir, della libanese Zena el Khalil, di Francesco Arena, dell’israeliana Gili Lavy e del collettivo francese Claire Fontaine. Un ponte tra passato e presente in una delle più antiche chiese della città.

(Foto di Dario Di Vincenzo)

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La villa romana sepolta tra le Madonie

Dopo quattro anni si è tornato a scavare nell’area archeologica di contrada Santa Marina, a Petralia Soprana, dove si trova un grande complesso di età imperiale

di Giulio Giallombardo

Un enorme edificio che duemila anni fa era cuore nevralgico delle Madonie. Dopo quattro anni si è tornato a scavare nell’area archeologica di contrada Santa Marina, a Petralia Soprana, dove tempo fa è stata scoperta una grande villa rustica di età imperiale. Un insediamento che un tempo doveva essere strategico per i traffici commerciali del territorio. Un complesso che comprende, oltre alla dimora del padrone di casa, le stalle, i magazzini, e un colonnato parzialmente conservato, segno dell’agiatezza di chi abitava nella villa. Per tutto il mese di settembre, dieci volontari provenienti da tutta la Sicilia e reclutati dall’associazione “Gaetano Messineo” hanno scavato nella zona, con la supervisione della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e coordinati da Santino Ferraro. Adesso l’area degli scavi sarà ricoperta per proteggerli dal maltempo, in attesa di nuove ricerche.

I volontari al lavoro

I risultati della campagna di scavi, interamente finanziata da un privato, saranno presentati a Petralia Soprana il 23 novembre, ma già trapelano nuove scoperte che confermano l’importanza storica del sito. “Abbiamo rinvenuto sul lato sinistro dell’edificio alcune stanze, con le soglie e i relativi cardini, un tempo probabilmente destinate a magazzino – racconta a Le Vie dei Tesori News Carmela Burgio, presidente dell’associazione Gaetano Messineo – poi abbiamo fatto altri saggi e ritrovato anche diversi frammenti, tra cui reperti di vetro, materiale molto prezioso in quell’epoca, posseduto soltanto dalla classi più agiate. Data la grandezza dell’insediamento, non siamo ancora riusciti ad arrivare al limite del prospetto, ma vorremmo riprendere gli scavi già il prossimo maggio, con la speranza di trovare qualcuno disposto a finanziarli”.

L’area della villa romana

Tra gli altri ritrovamenti, poi, una pinzetta in bronzo per la cura del corpo, due tombe di epoca medioevale, dischi fittili e vari frammenti di ceramica. Ma sono tante ancora le domande senza risposta che ruotano attorno all’antica villa, di certo importante per l’economia della zona. Non è chiaro, infatti, il motivo per cui tra i reperti non siano stati rinvenuti finora oggetti integri, ma soltanto frammenti. Neanche perché nell’edificio siano presenti in più punti elementi che farebbero pensare a dei crolli. “Non sappiamo se per un terremoto oppure a causa di saccheggi – spiega ancora Carmela Burgio – la villa sembrerebbe sia stata abbandonata e poi riutilizzata in epoca bizantina, come si evince da alcuni ritrovamenti più superificiali fatti negli ultimi anni”.

L’area archeologica di Santa Marina

Ma la zona era abitata già nel sesto secolo avanti Cristo, come testimoniano i primi ritrovamenti effettuati da Gaetano Messineo, archeologo petralese e funzionario della Soprintendenza di Roma, scomparso nel 2010 e primo ad avere avviato la campagna di scavi alla ricerca dell’antica Petra. Adesso, l’associazione che porta il suo nome ha intenzione di proseguire il suo progetto, ma le risorse scarseggiano e senza fondi non sarà facile. “Abbiamo dovuto interrompere le ricerche sul più bello, proprio quando stavano venendo fuori elementi interessanti – conclude Burgio – . Ci auguriamo di poter continuare a scavare stavolta per un periodo un po’ più lungo”.

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Turista stregato da Palermo, c’è il festival e non va più via

Davide Tencati, 52enne bergamasco, è arrivato in città, con l’intenzione di fermarsi solo per qualche giorno, ma poi ha deciso di restare scoprendo Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un colpo di fulmine tra gli stucchi del Serpotta e i tetti del centro storico. Doveva essere una vacanza di pochi giorni a Palermo, ma si è trasformata in un viaggio lungo un mese e mezzo. Non è certo un turista “mordi e fuggi” Davide Tencati, 52enne bergamasco che è arrivato il 18 settembre scorso, con l’intenzione di passare qualche giorno nel capoluogo siciliano, e che poi ha deciso di fermarsi fino a ottobre, per scandagliare, una ad una, le bellezze della città durante il festival Le Vie dei Tesori.

Davide Tencati

“Pensavo di fermarmi qualche giorno, poi è iniziato il festival e ho deciso di restare più a lungo, adesso in pratica ho superato il mese di permanenza a Palermo”, racconta Tencati, funzionario amministrativo della Città metropolitana di Napoli, laureato in economia e prossimo ad una seconda laurea in psicologia. “Sono molto contento di tutto quello che sto vedendo – prosegue – e la cosa divertente è che quando mando le foto dei quattro o cinque monumenti o siti che riesco a visitare in un giorno, tutti i miei amici al Nord o a Napoli restano stupiti per tutta la bellezza che c’è in questa città, nonostante io non sia neanche a un terzo dei luoghi che si possono visitare”.

Tencati nella cripta Lanza

Sono in tutto una cinquantina i siti visti finora dal turista, che, grazie un lungo periodo di ferie, ha pianificato giorno per giorno un itinerario diverso, ma tornando anche negli stessi luoghi per poterne apprezzare tutti i dettagli. “Ricordo la passione dei ragazzi che hanno raccontato alcuni luoghi, trasmettendo un’empatia come se fossero stati loro gli autori delle opere d’arte che descrivevano. È stato un ascolto bellissimo, penso alla chiesa di Sant’Orsola, alla chiesa degli Agonizzanti, a quella di San Matteo o alla cripta Lanza. Tra gli altri luoghi del festival che ho visitato ricordo anche con emozione il rifugio antiaereo sotto piazza Pretoria e la chiesa di San Giovanni Decollato, all’Albergheria, dove si svolgono attività sociali per i ragazzi disagiati, cosa che mi ha molto colpito”.

Panorama dalla cupola del Santissimo Salvatore

C’è poi la cupola del Santissimo Salvatore, dove Tencati è salito addirittura quattro volte: “Un luogo forse meno panoramico di altri campanili o torri, ma che mi dà una certa pace”, confessa. E ancora l’oratorio di San Domenico, quello di Santa Cita o oppure quello di San Lorenzo, “dove ti perdi tra gli angeli e statue del Serpotta e ogni volta, camminando piano e guardandoli con calma, puoi scoprire un particolare nuovo”.

Il viaggio di Davide a Palermo dovrebbe concludersi il prossimo weekend, con la visita, tra gli altri luoghi, alla Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella. Nonostante in passato sia stato a Palermo per qualche weekend, l’occasione di aver potuto godere di centinaia di monumenti aperti nello stesso periodo dell’anno ha fatto la differenza. “Tutto questo mi ha molto emozionato, – conclude – ho scoperto una Palermo che non conoscevo. Vivo a Napoli da 16 anni e trovo che il sud restituisca un’emozione particolare, a cui si aggiunge però il calore unico del popolo siciliano, che ho trovato molto amabile in qualunque situazione. Un’esperienza davvero indimenticabile”.

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Ragusa tra campanili di notte e tesori del gusto

Torna nel capoluogo ibleo la manifestazione Scale del Gusto, dedicata alle eccellenze enogastronomiche del territorio. In sinergia con Le Vie dei Tesori si potranno visitare tre torri campanarie in notturna

di Giulio Giallombardo

Una sinergia che mette insieme bellezza, cultura ed eccellenze enogastronomiche di un territorio tra i più ricchi in Sicilia. Torna a Ragusa, per il quinto anno consecutivo, Scale del Gusto, la kermesse che riscopre il mondo rurale e le sue tradizioni, attraverso un percorso sensoriale lungo le antiche scalinate che dalla città superiore scendono fino a Ibla, la culla del Barocco. Ma questa nuova edizione è ancora più speciale, perché si svolge in contemporanea con l’ultimo weekend del festival Le Vie dei Tesori a Ragusa, Modica e Scicli, dal 18 al 20 ottobre.

Scale del Gusto a Ragusa

Dall’unione delle due manifestazioni nasce l’esperienza unica delle Scale dei Tesori, una visita speciale in notturna, dalle 18 a mezzanotte, di tre campanili storici con vista mozzafiato su Ragusa. Si potrà salire sulle torri campanarie della chiesa dell’Itria, del Purgatorio e, per la prima volta in assoluto, sul campanile di Santa Maria delle Scale, posta tra la città superiore e Ibla, al limite dei due centri (qui per saperne di più).

Un momento di una passata edizione

“Spesso nelle città della nostra area iblea non si riesce a fare una regia unica degli eventi – commenta Giovanni Gurrieri, presidente di Sud Tourism, l’associazione che organizza Scale del Gusto – . Quest’anno abbiamo anzitempo ovviato a questo problema e dai due format de Le Vie dei Tesori e di Scale del Gusto, è nata questa serata eccezionale durante la quale i tre campanili saranno fruibili e visitabili contemporaneamente, cosa che non era mai avvenuta prima d’ora”. Un motivo in più, dunque, per visitare Ragusa e fare un salto anche nelle vicine Modica e Scicli, che nei primi due weekend del festival hanno messo insieme quasi 16mila visite.

Una delle “cene con vista”

Dunque, due progetti che si incontrano con l’obiettivo comune e complementare di esaltare da un lato il patrimonio culturale e dall’altro i tesori della tavola. Le Scale del Gusto si srotolerà in tre giornate e tante sezioni. Da “Prodotti e produttori”, con gli assaggi delle eccellenze agroalimentari del territorio, alle “cene con vista” che trasformano i luoghi tra il capoluogo ragusano e il suo quartiere barocco in speciali teatri del gusto dove verranno serviti piatti cucinati da noti chef. Cene in programma in largo Santa Maria, nel belvedere della Chiesa Santa Lucia, e alla corte del palazzo Sortino Trono.

Visite e degustazioni con le Scale del Gusto

Cucina e libri al centro degli incontri dedicati al “gusto della letteratura”, e ancora spazio alle “esperienze del gusto”, ovvero masterclass, incontri, laboratori e approfondimenti e alle “strade del vino” per un percorso tra le cantine del territorio insieme ai sommelier. Infine, tra le novità di quest’anno c’è il “villaggio del gusto”, con un occhio di riguardo agli ingredienti e delle materie prime della cultura enogastronomica locale, guardando allo street food più tipico. “Scale del Gusto è un modello di rigenerazione del patrimonio urbano – sottolinea Gurrieri – . È il sogno che diventa realtà, almeno in questi giorni, ovvero la possibilità di vivere questi luoghi quotidianamente con chiese aperte, palazzi accessibili, vicoli adeguatamente sistemati e proni a raccontarsi al visitatore. Insomma una manifestazione che dice anche oltre i giorni in cui si svolge, per essere da ulteriore stimolo che sottoponiamo all’attenzione dell’intera collettività”.

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