L’alba del mondo in una roccia nel cuore della Sicilia

A due passi da Leonforte si trova un geosito tra i più importanti della Terra. Studiato da anni, adesso sarà avviato l’iter per la valorizzazione

di Giulio Giallombardo

Emerge in un lembo di terra nel cuore della Sicilia. Quello che potrebbe sembrare a prima vista un semplice agglomerato roccioso, è in realtà uno degli affioramenti più importanti del mondo sotto il profilo geologico. È il geosito di contrada Vignale, alle pendici di Monte Altesina, a due passi da Leonforte. Si tratta di una roccia di origine magmatica risalente a 220 milioni di anni fa, possibile precursore di quello che gli esperti chiamano Camp, ovvero Central atlantic magmatic province, un’enorme bolla magmatica da cui poi si è frammentata la Pangea, generando i continenti così come li conosciamo.

Il geosito di contrada Vignale

Il sito, tecnicamente un sill basaltico triassico, studiato tra il 2012 e il 2016, fa attualmente parte del Geoparco Rocca di Cerere, sotto l’egida dell’Unesco, e adesso si prepara a essere valorizzato come merita, grazie a un progetto di fruizione realizzato dal Comune di Leonforte. Un primo passo si realizza con l’installazione di un cartello turistico in italiano e inglese che sarà scoperto il 13 luglio nel corso di una giornata di geo-trekking con seminario organizzata dall’Ecomuseo “La Terra delle Dee”, in collaborazione con l’Università di Catania e il Comune di Leonforte. Nella prima parte della mattina prevista un’escursione al geosito, guidata da esperti, con la scopertura del cartellone da parte del sindaco Salvatore Barbera. Segue il seminario a Palazzo Branciforte, sempre nella cittadina ennese, con diversi interventi di studiosi che metteranno in evidenza l’importanza del sito e i progetti di rilancio.

Uno scorcio di Leonforte

Il sito è stato individuato nel 1998 da Mario Grasso, docente del dipartimento di Geologia dell’Università di Catania, che iniziò a studiarne l’origine. Ma gran parte delle informazioni sull’affioramento, riconosciuto dalla Regione Siciliana tra i geositi d’interesse mondiale, si deve a Rosolino Cirrincione, professore di petrologia nell’ateneo catanese, che accompagnerà l’escursione e sarà presente al seminario. “Le caratteristiche chimiche e isotopiche di questa roccia indicano che ci sono delle possibilità veramente molto serie che da questa massa magmatica sia venuto fuori il Camp – spiega Cirrincione a Le Vie dei Tesori News – . Aver trovato un elemento che sia il precursore di questa enorme provincia grande migliaia e migliaia di chilometri quadrati, per noi è di fondamentale importanza. Oggi abbiamo avuto modo di studiare questa roccia con tecniche geochimiche nuove e più raffinate rispetto a quando fu scoperta, ma la ricerca è in continua evoluzione – conclude il geologo – e può darsi che tra qualche anno, da qualche altra parte del mondo, si trovi una roccia di questo tipo ancora più antica”.

Intanto, si lavora alla valorizzazione di un sito poco conosciuto, se non dagli addetti al lavori. La roccia si trova all’interno di una proprietà privata, ma questo non sarà un impedimento per la fruizione del bene. “Siamo in contatto con i proprietari che si sono detti disponibili a vendere o cedere la particella di terreno interessata, anche con un rapporto di comodato – afferma Giuseppe Messina, presidente dell’Ecomuseo ‘La Terra delle Dee’ – . Siamo nella fase iniziale di acquisizione di un patrimonio che interessa l’intera Sicilia e ci sono tutti i presupposti affinché il sito venga valorizzato nel miglior modo possibile”.

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Quella miniera dove il sale diventa arte

Torna la biennale del Macss. La galleria nascosta nel sito di contrada Raffo, a Petralia Soprana, si arricchisce di nuove opere di scultori provenienti da tutto il mondo

di Giulio Giallombardo

Una galleria d’arte e salgemma nel ventre delle Madonie. Otto anni sono passati da quando un tunnel dismesso della miniera di contrada Raffo, a Petralia Soprana, si è trasformato in un piccolo museo di sculture di sale. Sono stati tanti gli artisti provenienti da tutto il mondo che, nel corso di quattro biennali, hanno sfidato enormi blocchi di sale, materia complessa da scolpire, trasformandoli in opere d’arte permanenti che, via via, hanno arricchito la galleria. Un percorso ciclico lungo il quale macigni pesanti migliaia di chili, estratti dalla miniera, dopo pochi giorni sono tornati con una forma nuova, lì dove giacevano da sei milioni di anni.

Opere in mostra

Uno spazio dinamico lungo 500 metri che negli anni cambia volto e dove attualmente sono esposte una trentina di sculture di artisti come Domenico Pellegrino, Giuseppe Agnello, Oki Izumi, Daniele Nitti Sotres, Philippe Berson, Giacomo Rizzo, Momò Calascibetta e Laboratorio Saccardi, solo per citarne alcuni. Adesso, la galleria del Macss, Museo di arte contemporanea delle sculture di salgemma, sta per arricchirsi di nuove opere, in vista della quinta biennale che si svolgerà dal 26 luglio al 5 agosto, promossa dall’associazione Sottosale ed Arte e memoria del territorio, con la direzione artistica di Alba Romano Pace.

La galleria del Macss

Il tema di questa edizione si ispira ad una frase di André Breton, tratta dalla raccolta di poemi Chiaro di terra del 1923: “Libertà colore dell’uomo”. La nuova biennale – fanno sapere dall’associazione – è dedicata “alla celebrazione della libertà come essenza dell’essere umano, alla libertà intesa come i diritti di ogni individuo di vivere ed esprimersi apertamente, al riconoscimento delle minoranze, alla protezione dei più fragili, ai diritti tra cui quelli dell’infanzia, delle donne e dei lavoratori, infine all’inconscio luogo della libertà assoluta”. Un tema quanto mai trasversale e ampio che permetterà agli artisti, anche quest’anno provenienti da diversi angoli del mondo, di spaziare nella loro ricerca, lavorando fianco a fianco a Villa Sgadari, sede della biennale insieme alla miniera gestita dall’Italkali. La direzione artistica sta completando il programma di quest’anno che sarà presentato il 26 luglio nella miniera e che prevede il consueto format di mostre, performance, convegni e allestimenti originali.

Una delle opere esposte al Macss

“Ogni due anni chiediamo ad artisti di tutto il mondo di cimentarsi con un materiale per loro nuovo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Carlo Li Puma, presidente dell’associazione Sottosale – nello stesso blocco di sale possono trovare parti più dure e delle parti più friabili, così l’artista non ha mai la certezza di vedere completata la sua opera, se non prima di aver dato un ultimo colpo di scalpello. La sfida che gli artisti accettano è proprio questa, lavorare una materia sconosciuta, mettendosi continuamente in discussione. In passato c’è stato anche chi, giunto quasi alla fine dell’opera, l’ha vista disgregarsi davanti ai propri occhi”.

Le cave della miniera

Così, la sfida tra uomo e natura si rinnova, in un gioco di scatole cinesi. Un gioiello geologico ramificato lungo ottanta gallerie scavate nella montagna, su dodici livelli che sprofondano per 400 metri, custodisce al suo interno un piccolo scrigno di sculture uniche al mondo. Un’opera d’arte che ne contiene altre, cullandole nel suo grembo.

È possibile visitare il museo, aperto solo il sabato, contattando l’associazione Sottosale al numero 3663878751.

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Sant’Erasmo cambia volto, lavori in dirittura d’arrivo

Procede spedito il cantiere per la riqualificazione del porticciolo sulla costa palermitana. Un nuovo tassello che ricuce in parte il legame tra il mare e la città

di Giulio Giallombardo

Un altro angolo di Palermo è quasi pronto a riaffacciarsi sul mare. Sono in dirittura d’arrivo i lavori per la riqualificazione del porticciolo di Sant’Erasmo. L’inaugurazione prevista inizialmente a giugno è slittata per qualche inciampo burocratico, ma – salvo imprevisti – già alla fine di luglio l’area sarà pronta per il taglio del nastro. Un progetto realizzato in tempo record dall’Autorità di sistema portuale del Mare di Sicilia Occidentale, sotto la guida di Pasqualino Monti, che ha anche condiviso e portato avanti le istanze di associazioni e cittadini, riuniti nel Comitato per la rinascita della costa e del mare, coordinato da Carlo Pezzino Rao.

Lavori a Sant’Erasmo (foto Massimo Giaconia su Facebook)

È un nuovo tassello che contribuisce a ricucire in parte il legame tra il mare e la città, rapporto poco idilliaco e quasi completamente da rifondare, come nel caso della costa che parte proprio da Sant’Erasmo, attraversa Romagnolo, Bandita, fino a Acqua dei Corsari. Così, tra poche settimane, cittadini e turisti potranno godere di una nuova “rambla” vicino al mare. Il progetto realizzato dallo studio Provenzano Architetti Associati prevede il rifacimento della pavimentazione, riutilizzando le basole storiche già esistenti, e che saranno integrate con altre in pietra di Billiemi, come nel tratto del porticciolo e nel piazzale davanti all’istituto di Padre Messina, dove sarà realizzato un chiosco che ospiterà un bar. Il grande ficus sarà salvato e spostato di pochi metri, al suo posto verranno messe a dimora diverse eritrine, come suggerito dall’agronomo Giuseppe Barbera, consulente botanico per gli spazi verdi della nuova area. Arriveranno anche dieci palme, che in parte sono state già piantate.

Rendering del progetto di riqualificazione a Sant’Erasmo

L’edificio rettangolare accanto all’istituto, che ricadeva in un’area di proprietà demaniale, è stato abbattuto e al suo posto si sta realizzando una struttura più piccola, con un cortile al centro, pensato come un contenitore di varie attività. Al piano rialzato, probabilmente ci sarà un bar-ristorante, mentre al piano terra, tra le proposte, c’è quella di realizzare una scuola di canottaggio aperta alla città, o comunque uno spazio dove ospitare attività sportive legate al mare. Tutte proposte al vaglio dell’Autorità portuale, che dovrà dare in gestione le attività tramite regolare gara d’appalto. È prevista anche la demolizione del distributore di benzina, che consentirà di dare continuità al marciapiede lungo la strada. Panchine, spazi verdi e nuovi arredi urbani, completeranno la riqualificazione, frutto di lavori iniziati lo scorso dicembre, che ammontano a 4 milioni di euro, interamente a carico dell’Autorità portuale.

Lavori in corso a Sant’Erasmo (foto Massimo Giaconia su Facebook)

“Questo dovrebbe essere l’inizio di una riqualificazione di tutto il Foro Italico, oggi molto trascurato e in un sostanziale abbandono – ha dichiarato Carlo Pezzino Rao – che dovrà iniziare con lo spostamento in luoghi idonei di alcuni ambulanti abusivi che ormai permanentemente vi stazionano, benché la legge lo vieti. Quindi presenteremo una richiesta ufficiale al Comune con cui già abbiamo iniziato una interlocuzione informale. La riqualificazione comprenderà anche la piazza Tonnarazza, antistante il porticciolo di Sant’Erasmo, dove insistono diverse piccole costruzioni abusive che dovranno essere dismesse, unitamente a distributori di carburanti, per far posto, così come previsto nell’attuale Piano regolatore, ad un giardino”.

Intanto, in attesa dell’inaugurazione, l’8 luglio il porticciolo di Sant’Erasmo ospiterà “Immagini da Sant’Erasmo, verso un nuovo borgo marinaro”,  un’intera giornata dedicata al tema della riqualificazione dell’area tra mostre diffuse, dibattiti e l’inaugurazione del murale di Igor Scalisi Palminteri realizzato sulla facciata dell’ex pastificio Virga in via Ponte di Mare. La giornata, sostenuta dal Flag dei Golfi di Castellammare e Carini, organizzata da Onibi, Casa Cooperazione ed UpPalermo, sarà l’occasione per approfondire i processi di rinascita di uno dei litorali più belli della città.

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Verso il restauro di Villa Raffo, gioiello in agonia

Pronti i progetti per la riqualificazione della dimora settecentesca nella Piana dei Colli di Palermo, negli anni depredata e vandalizzata

di Giulio Giallombardo

Passi avanti per il restauro di Villa Raffo, uno dei gioielli della Piana dei Colli di Palermo, dimora settecentesca negli anni depredata quasi di tutto. Chiamata anche “villa dei quattro pilastri”, per la doppia corte d’ingresso, è stata segnata da una lenta agonia, interrotta solo da alcuni interventi della Soprintendenza dei Beni culturali, avviati negli anni ’90 del secolo scorso, poco tempo dopo che parte del bene fu acquisito dalla Regione, che voleva farne un museo etnoantropologico.

Villa Raffo

Ma finora, troppo poco è stato fatto. Mentre da un lato venivano trafugate maioliche del settecento, infissi, fili della luce, e gli affreschi imbrattati da vandali e piccioni, dall’altro si lavorava al cantiere per costruire il centro commerciale che adesso sorge proprio accanto alla villa. Una stridente convivenza che sa di beffardo, tra passato dimenticato e presente, in un certo modo, fagocitante.

Un nuovo intervento di restauro della villa e degli affreschi è tra quelli previsti dagli interventi del Patto per il Sud. E adesso, finalmente, qualcosa sembra muoversi nella direzione giusta. Un decreto di pochi giorni fa firmato dal dirigente generale del dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro, assegna, di fatto, al Servizio Patrimonio dell’assessorato gli interventi di finanziamento per la ristrutturazione del bene, che ammontano a un milione di euro per il restauro e la valorizzazione del piano nobile della villa, e 500mila per il recupero degli affreschi. Un provvedimento che fa ben sperare per attuare i progetti già esecutivi stilati dalla Soprintendenza.

Una delle terrazze di Villa Raffo

“Aspettiamo soltanto il via libera della Regione per poter preparare le gare d’appalto per i lavori – conferma a Le Vie dei Tesori News, il soprintendente Lina Bellanca – . Si tratta, più precisamente, di un intervento di restauro artistico delle pitture interne nei saloni del primo piano, e di un altro di carattere generale che completa i lavori della parte di proprietà della Regione, predisponendo una verifica sui tetti, la sistemazione degli intonaci esterni, infissi, pavimenti e impianti. I nostri progetti sono pronti, speriamo presto di completare il recupero che avevamo avviato e che purtroppo si è fermato”.

Ingresso occidentale di Villa Raffo

Costruita nella seconda metà del Settecento da Giuseppe Maria Cugino, barone di Giattino e del Guasto, su un fondo appartenuto in precedenza ai padri Gesuiti, la villa fu acquistata nell’Ottocento dalla famiglia Raffo da cui prende il nome. Elegante esempio di dimora aristocratica di campagna in stile Luigi VXI, ha il suo fulcro nel piano nobile, che comprende camere ed eleganti saloni, tra cui una sala da pranzo, affacciata su una delle terrazze, e decorata con scene agresti e di caccia, e il grande salone da ballo con pavimento maiolicato. Inoltre, durante i precedenti lavori di restauro è stato scoperto un particolare sistema idrico fatto di pozzi e gallerie sotterranee, usato per l’irrigazione e per il rifornimento d’acqua. Un tassello in più che si aggiunge a un mosaico prezioso in attesa di splendere ancora.

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Sono stati identificati i resti di Sebastiano Tusa

La famiglia dell’archeologo scomparso lo ha appreso da una telefonata della Farnesina. Al termine delle indagini, le spoglie potranno rientrare a Palermo

di Giulio Giallombardo

È stata una notte di emozione per la famiglia di Sebastiano Tusa. Una telefonata dall’Unità di crisi della Farnesina ha comunicato che sono stati identificati alcuni frammenti del corpo dell’archeologo e assessore, rimasto vittima del disastro aereo in Etiopia, lo scorso 10 marzo. Una notizia che la famiglia aspettava da tempo, almeno per poter sperare in una bara su cui piangere.

Sebastiano Tusa

Non è stato comunicato dalla Farnesina cosa di preciso sia stato trovato, potrebbe trattarsi anche soltanto di un piccolo frammento di pelle. La cosa certa è che – come riporta una nota diffusa questa notte – si tratta dei primi dati ufficiali ottenuti dalle comparazioni del Dna sui tremila resti analizzabili raccolti sul luogo dell’impatto. Si attendono adesso altri riscontri, così da sperare di raccogliere quanti più frammenti possibili del corpo dell’assessore. La società inglese incaricata delle analisi ha stimato che entro il prossimo ottobre si concluderanno tutte le comparazioni con il Dna fornito dalle famiglie delle vittime, così finalmente da poter restituire quello che resta dei corpi dei loro cari. La vedova dell’archeologo, Valeria Patrizia Li Vigni, ha preferito non commentare la notizia, ma da quel tragico giorno di marzo, l’unica speranza della famiglia è stata di poter dare almeno l’ultimo saluto al loro congiunto. Speranza che oggi è più concreta.

Un momento della cerimonia in Cattedrale

Ma in questi mesi, non sono mancate le celebrazioni in memoria di Sebastiano Tusa. Appena un paio di settimane fa, in occasione dei tre mesi dalla scomparsa, con una messa in Cattedrale, celebrata dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, parenti, amici, colleghi e rappresentanti delle istituzioni, lo avevano ricordato, proseguendo la cerimonia anche a Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione (ve ne abbiamo parlato qui). Tantissime sono state le testimonianze, i racconti, i pensieri espressi per l’archeologo e assessore, esponente di spicco nel mondo della ricerca e apprezzato da tutti. Adesso, le spoglie potranno lasciare l’Africa e tornare a Palermo per avere il giusto addio che meritano.

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Il Salinas senza Spatafora e l’appello che fa riflettere

Centinaia di accademici italiani e stranieri hanno scritto a Musumeci chiedendo di lasciare l’archeologa alla guida del museo regionale

di Giulio Giallombardo

Un percorso che si è interrotto sul più bello. Tre anni sono passati dalla riapertura del Museo Salinas di Palermo, sotto la guida di Francesca Spatafora. Da allora è stato un fermentare di idee e iniziative che hanno cambiato il volto del museo archeologico regionale, trasformandolo in contenitore trasversale di cultura dal respiro europeo. Adesso, come disposto dal governatore Nello Musumeci, sarà l’archeologa Caterina Greco a traghettare il Salinas verso nuovi lidi, a partire dall’apertura del primo e del secondo piano.

Francesca Spatafora

La decisione di Musumeci ha fatto e sta facendo discutere. Come un fulmine a ciel sereno, venti giorni fa l’annuncio delle nomine dei direttori dei parchi archeologici siciliani, di fatto una maxi rotazione che ha sparigliato le carte (ve ne abbiamo parlato qui). Tra i nuovi direttori è stata nominata proprio Francesca Spatafora, che andrà a dirigere il Parco di Solunto, Himera e Monte Jato, tutti territori che l’archeologa palermitana conosce molto bene. Decisione questa che, se da un lato equivale formalmente a una “promozione”, la costringe di fatto a lasciare la guida del polo museale regionale di Palermo, non senza malumori.

Il Museo Salinas in piazza Olivella

Così, arriva l’appello di 125 accademici italiani e stranieri, che chiedono a gran voce al presidente della Regione di tornare sui suoi passi, lasciando l’archeologa alla guida del Salinas. “Li ringrazierò uno per uno – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Francesca Spatafora – . È un gesto che ho trovato gratificante, evidentemente la visibilità che ha raggiunto il Salinas e il lavoro che abbiamo fatto è stato apprezzato e questo mi riempie di gioia”. Eppure, c’è la sensazione più che concreta che la decisione del governatore abbia lasciato l’amaro in bocca, anche se Spatafora ha preferito il silenzio, non commentando la scelta che la vede protagonista.

La sala delle metope

Le uniche parole sono racchiuse in un post scritto sulla sua pagina Facebook, il giorno dopo l’annuncio di Musumeci: “Ho appreso attraverso la stampa che non dirigerò più il museo Salinas – ha scritto l’archeologa – . Poco più di un anno fa Sebastiano Tusa, in mia presenza, aveva chiesto ai suoi collaboratori di accelerare l’iter amministrativo per il finanziamento del completamento dell’esposizione del Salinas perché potessimo esserci lui e io a godere della riapertura di quella che, a vario titolo e per motivi diversi, era stata per noi una casa. Un tragico destino da un lato e una volontà politica dall’altro, hanno reso irrealizzabile questo sincero e disinteressato desiderio”.

Visite al Museo Salinas

Frasi a cui sono seguiti centinaia di commenti e attestati di stima sulla pagina Facebook dell’archeologa da parte di tantissimi esponenti del mondo della cultura. Fino all’appello dei docenti universitari, che vede come primo firmatario Carmine Ampolo, professore emerito di storia greca alla Scuola Normale di Pisa. “A causa dei lunghi lavori di restauro dello storico edificio che lo ospitava – si legge nell’appello – il Museo Salinas era diventato un’istituzione a rischio. Grazie a Francesca Spatafora quel Museo ha trovato la direzione di cui aveva bisogno, ha definito un proprio progetto d’identità, ha disegnato una linea di sviluppo”. Dopo un articolato racconto delle tappe che ripercorrono i successi del Salina negli ultimi anni, i docenti concludono chiedendo a Musumeci di “riconsiderare la scelta fatta” e auspicando “che si voglia riconoscere il rispetto dovuto al merito e la giusta considerazione al lavoro svolto a beneficio delle istituzioni pubbliche”.

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San Giovanni degli Eremiti, scavi in cerca della moschea

L’attività rientra tra le campagne di ricerca recentemente annunciate dalla Regione, che ha finanziato diversi cantieri in giro per la Sicilia

di Giulio Giallombardo

Con le sue cupole rosse sospese nel tempo, è uno dei luoghi simbolo di Palermo. Adesso, una campagna di scavi archeologici cercherà di fare nuova luce sulla storia di San Giovanni degli Eremiti. In realtà si tratta del primo vero e proprio scavo stratigrafico condotto con tecniche moderne all’interno del complesso monumentale, che dal 2015 è diventato uno dei patrimoni dell’umanità, sotto l’egida dell’Unesco.

San Giovanni degli Eremiti

Gli scavi – come riferiscono dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo – partiranno a breve. I lavori saranno consegnati tra una decina di giorni per essere completati entro il prossimo Ferragosto. L’attività di ricerca rientra tra le campagne di scavi recentemente annunciate dalla Regione (ve ne abbiamo parlato qui), che ha finanziato diversi cantieri in giro per la Sicilia, su impulso dell’assessore Sebastiano Tusa, scomparso pochi mesi fa.

Interno della chiesa

A guidare i lavori sarà Stefano Vassallo, direttore della sezione archeologica della Soprintendenza, mentre il cantiere sarà curato dalla Eikon di Marsala, un’impresa specializzata in lavori di tipo archeologico. L’obiettivo è quello di indagare le diverse fasi costruttive, cercando di riprendere le fila della ricerca nell’area, dove nel VI secolo sorgeva un monastero benedettino, poi verosimilmente una moschea durante il dominio musulmano e, successivamente, la chiesa di epoca normanna fatta costruire da Ruggero II nel 1132. “Ci sono ancora tanti elementi da scoprire su questa chiesa – spiega a Le Vie dei Tesori News, Stefano Vassallo – . Cercheremo di capire se effettivamente, come sembra, sia esistita una fase islamica precedente a quella normanna, se c’era dunque una moschea e quando è stata costruita. Sono aspetti di cui si parla da tempo, ma solo scavando possiamo renderci conto della prima fase d’occupazione dell’area”.

Sarà, inoltre, un cantiere aperto, perché il monumento resterà fruibile ai turisti durante il periodo degli scavi. Nel corso dei lavori, poi, si provvederà anche alla sistemazione della passerella all’interno dell’edificio. “Finalmente torniamo dopo parecchi anni in un luogo importante, riprendendo un discorso lasciato in sospeso – conclude la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca – cercheremo di capire qualcosa di più sulla storia del luogo, provvedendo anche alla pulizia e migliorando l’esperienza di visita”.

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Patrimoni a pezzi, in vendita il palazzo del barone Guccia

È uno degli edifici neoclassici più affascinanti di Palermo, con il suo giardino pensile sopra il bastione delle Balate, in corso Alberto Amedeo

di Giulio Giallombardo

Si staglia sul bastione col suo fascino austero e decadente. Guarda dall’alto corso Alberto Amedeo e via Papireto, nel centro di Palermo. È Palazzo Guccia, un tempo residenza del barone Giovan Battista Guccia Bonomolo, adesso messo in vendita in cerca di un nuovo proprietario che possa salvarlo dall’abbandono. Con il suo giardino pensile, ridotto a una selva incolta, e i camminamenti sotterranei del bastione delle Balate, sopra cui è stato costruito agli inizi dell’Ottocento, è uno dei palazzi neoclassici più affascinanti della città.

Uno dei saloni

L’attuale proprietà sta tentando da tempo di vendere il bene, senza ancora aver trovato un acquirente. Il prezzo attuale – si legge su annuncio pubblicato dall’agenzia immobiliare M&C Studio di Ella Ribolla – è fissato a 900mila euro, a cui però bisogna aggiungere le spese di ristrutturazione dell’edificio, che – dato lo stato in cui si trova – non saranno poche. Il palazzo ha una superficie di 1.400 metri quadrati, distribuiti in 10 camere e tre bagni. La vendita comprende lo storico giardino pensile di circa 1.500 metri quadrati, e altri ambienti come stalla, legnaia, rimessa carrozze, torretta di avvistamento panoramica, piano nobile di 650 metri quadrati con saloni affrescati, cappella privata e terrazze.

Palazzo Guccia su corso Alberto Amedeo

Il palazzo fu costruito dal barone Guccia, dopo che, alla fine del Settecento, il Demanio passò ai privati buona parte dei bastioni, che avevano perso il loro originario scopo difensivo. Al nobiluomo, che nel frattempo ottenne il titolo di marchese del feudo di Balata e di Ganzaria, fu concesso il terrapieno del bastione della Balata, sopra cui fu edificato il palazzo. I due terzi dell’area furono destinati a ospitare il giardino pensile che sopravvive ancora oggi. Il portone d’ingresso del palazzo, che si trova in via Guccia, piccola traversa di via Papireto, è sormontato dallo stemma nobiliare dei Guccia: uno scudo che raffigura al suo interno un mare mosso, con sopra una conchiglia aperta, su cui cadono otto gocce, affiancate da due stelle a sette punte.

Varcato il portone d’ingresso, ci si affaccia in un cortile in cui risalta un portale classico da cui si diparte uno scalone a doppia rampa in marmo rosa di Verona. Il piano nobile è arricchito da eleganti saloni decorati e affrescati, e vi si trovano anche gli appartamenti principali. Altri sono ricavati nelle zone di servizio e si affacciano sul fossato scavato nel bastione, che conserva ancora un sistema di camminamenti interni, utilizzati come rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra mondiale, poi trasformati in magazzini. Ben visibile da corso Alberto Amedeo, svetta, infine, la torretta di avvistamento da cui si gode una vista panoramica sulla città. Il complesso oggi versa in totale degrado, nella speranza che qualcuno possa investire per salvarlo dall’abbandono.

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Un museo nei fondali: la mappa dei relitti siciliani

Sono centinaia i beni culturali subacquei. Da anni la Soprintendenza del Mare porta avanti un censimento dei siti di interesse storico da tutelare

di Giulio Giallombardo

Pezzi di storia in fondo al mare. Ingoiati sui fondali, diventati ormai un tutt’uno con pesci e piante acquatiche. Sono centinaia i relitti sommersi nei mari siciliani. Dalle navi greche e romane, a quelle da carico e da guerra di epoca moderna, fino alle imbarcazioni e ai velivoli degli ultimi conflitti mondiali, che sono la maggior parte. Un vero e proprio museo sommerso diffuso che si arricchisce anno dopo anno di nuove scoperte, ognuna con una storia da raccontare.

Mappa dei relitti

Da anni, ormai, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, porta avanti un lavoro di catalogazione dei relitti di interesse storico sommersi. Un censimento che ne conta oltre ottocento soltanto di età postmedievale, che giacciono sui fondali dei mari dell’Isola e del Mediterraneo meridionale. Un patrimonio di siti subacquei tutelato da specifiche ordinanze di regolamentazione emesse dalle Capitanerie di porto di competenza, su richiesta della Soprintendenza del Mare. L’obiettivo dei provvedimenti, oltre a salvaguardare i beni culturali sommersi, è la loro valorizzazione, fruizione e il monitoraggio nel tempo. La tendenza, infatti, è quella di lasciare i reperti in fondo al mare, preferita spesso alla musealizzazione tradizionale, così da superare problemi di restauro e conservazione.

La nave Loreto in una foto d’epoca

Sono, dunque, tantissimi i relitti rimasti lì dove sono affondati. Quelli ritrovati e sottoposti a zone regolamentate sono stati inseriti in una mappa, in continuo aggiornamento, elaborata dalla Soprintendenza del Mare e che riguarda i beni di età moderna e contemporanea. Circondano tutte le coste della Sicilia, dalle Egadi a Capo Passero, fino alle isole di minori (clicca qui per l’elenco). Nel Palermitano, c’è la “Loreto”, nota anche come Nave degli Schiavi, piroscafo francese requisito dalla Regia Marina, con a bordo 350 prigionieri indiani e 50 uomini dell’equipaggio, affondato nel 1942 da un sommergibile inglese al largo di Isola delle Femmine. Nella stessa località, c’è l’aereo tedesco Junkers 52, abbattuto nell’aprile del 1943, mentre, a 100 metri di profondità, al largo di Capo Gallo e del golfo di Mondello, si trova la torpediniera italiana “Chinotto”, affondata da una mina nel 1941, adesso frequente meta dei sub.

Il relitto della nave Loreto

I mari del Trapanese abbondano di relitti, alcuni anche molto antichi. Ci sono i nove cannoni di Cala Spalmatore, a Marettimo, risalenti al XVII secolo; poi a Favignana c’è il “Carmelo Lo Porto”, nave da carico olandese che s’inabissò la notte del 23 giugno del 1971, urtando contro lo scoglio Palumbo; mentre a Levanzo è stato scoperto recentemente un velivolo risalente alla Seconda guerra mondiale, che si unisce a quelli di un caccia monomotore statunitense, di un bombardiere bimotore inglese e di un monomotore con elica tripala del secondo dopoguerra.

Uno dei cannoni di Cala Spalmatore a Marettimo

A Trapani, vicino allo scoglio Porcelli, giace la nave “Filicudi”, ex rimorchiatore del 1898, trasformato in dragamine e affondato per un urto contro una mina nel 1917. Vicino all’isolotto di Formica si trova il cacciambardiere inglese “Wellington”, mentre, sempre al largo di Trapani, c’è la petroliera Pavlos V, diventato “relitto di Tramontana” dopo il naufragio del 1978 e l’esplosione che costò la vita a due membri dell’equipaggio. Nel golfo della tonnara di San Vito Lo Capo, si trova, poi, il cargo cipriota “Kent”, chiamato “nave dei Corani” per il carico di libri che trasportava, affondato a causa di un incendio nel 1978. E ancora relitti, tra navi e aerei, si trovano a Scopello, Castellammare del Golfo, Custonaci e Campobello di Mazara.

Al largo di San Leone, ad Agrigento, in un tratto di mare da sempre interessato da naufragi, a causa di un rilievo roccioso presente a tre metri di profondità, c’è il cosiddetto relitto di scoglio Bottazza, una nave armata risalente presumibilmente al XVII secolo. Mentre un’altra imbarcazione da guerra del XVI secolo giace nella zona di Coda di Volpe, a Sciacca. Al largo di Punta Bianca, si trova il relitto dell’Almerian, piroscafo a vapore inglese affondato da un sommergibile tedesco nel 1918, che, per ironia della sorte, fu l’ultima nave ad avvistare il Titanic prima che andasse a picco. A Lampedusa ci sono, poi, i cannoni di Cala Pisana del XVII secolo e la nave da carico italiana “Marin Sanudo”, anch’essa colpita da un sommergibile nel 1942.

Capo Graziano a Filicudi

Spostandoci nel Messinese, ricchissime di relitti sono le isole Eolie. Solo a Filicudi sono stati individuati una decina di beni, i più antichi risalenti al V secolo avanti Cristo, fino agli anni ’40 del Novecento, tra i quali, c’è il cosiddetto “relitto dei cannoni”, nave armata della seconda metà del ‘500, e la “Città di Milano”, nave posacavi del 1886 affondata nella secca di Capo Graziano. A Panarea, si trova la “Llanishen”, nave da carico britannica del 1875, affondata nel 1885 dopo aver urtato l’isolotto di Lisca Bianca. Poi è di pochi mesi fa il ritrovamento dell’incrociatore italiano “Giovanni dalle Bande Nere”, silurato da un sommergibile britannico nel 1942. Tre sono, invece, i relitti di navi da carico a Messina, in zona Mortelle, Torre Faro e Capo Peloro. Da segnalare, infine, a Capo Passero, nell’estremo lembo meridionale della Sicilia, il Regio sommergibile “Sebastiano Veniero”, affondato nel 1925, e il “Chillingham”, piroscafo inglese del 1878, colato a picco per una collisione con la nave “Malta” il 31 dicembre del 1885. Impossibile elencarli tutti. Da un capo all’altro della Sicilia, la lista dei beni culturali sommersi è interminabile, per non parlare dei relitti di epoca greca e romana. Una lunga carrellata di tesori che si perde negli abissi della storia.

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Nuove luci illumineranno il mare di Palermo

Saranno riqualificati gli impianti di illuminazione dalla Cala a Villa Giulia, con sistemi di videosorveglianza, wi-fi e monitoraggio ambientale

di Giulio Giallombardo

Una lunga scia di luci “intelligenti” attraverserà l’antico porto di Palermo e il Foro Italico. A illuminare la Cala e la passeggiata a mare fino a Villa Giulia saranno centinaia di nuovi lampioni su sostegni alti otto metri, con impianti di videosorveglianza, wi-fi e sistemi di monitoraggio ambientale. È entrato nel vivo il progetto “Luci sul mare” per la valorizzazione del tratto “Porto Fenicio”, che prevede la riqualificazione degli impianti di illuminazione pubblica, con un finanziamento di 2,2 milioni di euro nell’ambito del Pon Metro. È scaduto oggi il bando per appaltare i lavori, che – secondo il cronoprogramma – dureranno poco più di un anno, esattamente 430 giorni. Dunque, adesso si procederà all’apertura delle buste con le offerte pervenute e all’aggiudicazione dell’appalto.

L’area interessata dal progetto Luci sul mare

L’obiettivo del progetto, redatto dall’Area tecnica della riqualificazione urbana e delle infrastrutture del Comune, è quello di realizzare un impianto di nuova generazione a basso consumo, che prenderà il posto della vecchia illuminazione ormai obsoleta, sostituendo anche i semafori esistenti con altri dotati di un sistema di controllo intelligente per la rilevazione dei dati di traffico. È previsto, inoltre, il completo rifacimento dell’impianto di illuminazione del tratto di marciapiede dalle Mura delle Cattive, Porta dei Greci, fino all’incrocio con via Lincoln.

Alcuni dei lampioni che saranno installati

Il nuovo impianto di illuminazione prevede l’installazione di 143 sostegni, alti circa 8 metri fuori terra a singolo braccio e 21 a doppio braccio, disposti sullo spartitraffico centrale. Saranno utilizzati sostegni in ghisa tipo “Palermo”, simili a quelli usati in altre zone del centro storico. Il linea con le “smart cities” sarà attivato un sistema intelligente che consentirà la regolazione dei semafori ed il controllo remoto dei quadri attraverso una piattaforma di monitoraggio. L’area, oltre che adeguatamente illuminata, sarà dotata di copertura wi-fi, di sistemi per la rilevazione del traffico e impianti di videosorveglianza.

Le Mura delle Cattive

Un capitolo a parte spetta all’illuminazione dell’area pedonale davanti alle Mura delle Cattive. Il progetto del Comune, dato l’interesse storico della zona tutelata da vincoli monumentali, mira a mantenere l’impianto esistente, potenziandolo dove serve. Saranno installati all’interno delle aiuole 39 sostegni in ghisa alti circa 3,50 metri, con lanterne a forma tronco-piramidale, dotate di sistema di illuminazione a led, senza interferire con l’illuminazione artistica delle mura che sarà realizzata ripristinando e potenziando l’impianto preesistente, costituito da 56 luci incassate a terra. L’obiettivo da raggiungere – secondo l’amministrazione comunale – è un risparmio energetico di almeno il 50 per cento, la riduzione dell’inquinamento luminoso e delle emissioni di Co2, rendendo il Foro Italico più sicuro per cittadini e turisti.

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