Arte antivirus, opere donate a chi aiuta gli ospedali

Pittori, scultori e fotografi donano i loro lavori in cambio di un’offerta alle strutture sanitarie in prima linea per l’emergenza

di Giulio Giallombardo

La solidarietà è contagiosa più del virus che sta cambiando il mondo. Anche gli artisti danno una mano a medici e infermieri in trincea da un capo all’altro d’Italia, in un ideale abbraccio che si fa trasversale. Sono una trentina, tra pittori, scultori e fotografi, ad aver aderito alla campagna solidale lanciata da RizzutoGallery, galleria d’arte di Palermo, a favore di cinque ospedali del Paese, impegnati in prima linea contro il Covid 19. Per aiutare le strutture sanitarie, gli artisti coinvolti hanno deciso di regalare alcune opere d’arte a chi farà una donazione direttamente a uno degli ospedali scelti, a partire dal 50 per cento del valore dell’opera messa a disposizione dall’artista.

Un’opera di Francesco De Grandi

In meno di dieci giorni sono stati già donati più di 15mila euro, distribuiti tra gli ospedali di Bergamo e del distretto lodigiano, epicentro del virus, fino a Roma, Catanzaro e Palermo. Sono più di sessanta le opere inserite in questo speciale catalogo e già una ventina quelle effettivamente donate. Tanti gli artisti che hanno aderito a “RizzutoGallery Sos Covid 19”, tra cui Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alfonso Leto, Francesca Polizzi, Shobha, Mustafa Sabbagh, Davide Bramante, Giuseppe Adamo, Linda Carrara, Daniele Franzella e Sergio Zavattieri. Ma l’elenco è lungo, con molti altri nomi presenti e altri ancora che si stanno aggiungendo in questi giorni (qui l’elenco completo).

Davide Bramante, “La Vegas (Paris + Argent)”

“Abbiamo sentito il dovere di fare qualcosa per chi ogni giorno è in prima linea e vede la morte con gli occhi – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Rizzuto, che ha fondato la galleria d’arte insieme alla moglie Eva Oliveri – . Per motivi familiari ho recentemente toccato con mano la realtà ospedaliera e in questo momento difficile credo sia giusto fare il possibile per aiutare medici, infermieri e personale sanitario. In pochi giorni, sono stati tanti gli artisti che hanno risposto al nostro appello, poi è stato bello aver visto donare trasversalmente, da Milano per Palermo e da Palermo per Bergamo”.

Fulvio Di Piazza, “Lazarus”

Ma accanto alla campagna solidale, che si aggiunge anche ad altre iniziative nate in questi giorni di quarantena, il lavoro della galleria d’arte cerca di andare avanti. “Indubbiamente dovremo fare un cambio di strategia – ammette Rizzuto – l’emergenza purtroppo non finirà tra un mese e anche noi siamo costretti a ripensare la nostra attività. Tra smart working e continui contatti con gli artisti, stiamo per lanciare una piattaforma che consentirà di vedere tutte le opere della nostra galleria, con maggiori dettagli e descrizioni più approfondite. Insomma – conclude il gallerista – dobbiamo andare avanti. Ho la sensazione che da questa situazione terribile, possa nascere qualcosa di interessante per il futuro. In questo tempo dilatato, iniziamo a osservare il mondo in modo diverso e penso che questo possa fare bene”.

Satira e virus, un sorriso per sfidare la pandemia

Il disegnatore Franco Donarelli ha realizzato alcune vignette che raccontano questi giorni difficili con leggerezza e umorismo

di Giulio Giallombardo

Il nemico invisibile esce allo scoperto. Si manifesta come una bizzarra creatura che si fa beffe del mondo, nel frattempo sconquassato dal suo contagio cieco. Non è più un organismo percepibile soltanto al microscopio, ma la sua forma sferica – diventata ormai familiare – costellata di punte come una corona, si fa gigante e visibile a tutti. Con la consueta ironia, Franco Donarelli, disegnatore e illustratore che in trent’anni ha sviscerato con sarcasmo le vicende siciliane tra politica e mafia, dice la sua sulla pandemia che sta cambiando le nostre vite. Lo fa con l’estro di sempre, inanellando una vignetta dopo l’altra che strappano un sorriso amaro, con uno sguardo pungente che dalla Sicilia si allarga fino al resto d’Italia e ne varca i confini.

Così, se da un lato, la Penisola si è trasformata in un assembramento di tanti piccoli Covid, dall’altro, un uomo con mascherina sventola la bandiera dell’Unione europea con le dodici stelle che, nel frattempo, sono mutate in virus. Ci sono, poi, due uomini delle forze dell’ordine che hanno ammanettato un altro beffardo Covid “beccato senza autocertificazione”, mentre una nonnina che fa la calza ne schiaccia altri con una paletta come fossero zanzare. Donarelli non risparmia il premier britannico Boris Johnson, che – ritratto come una pecora – si domanda “dov’è il resto del gregge”, oppure visto come un virus dal ciuffo biondo gira la manovella di un gigantesco tritacarne dove precipitano gli anziani. Sono proprio loro, i più fragili, che ritornano spesso nelle vignette del disegnatore: “È una condizione in cui mi trovo anch’io e in cui mi immedesimo molto”, ammette.

 

Ingegnere, ex dirigente delle Ferrovie dello Stato, nato a Sora, in provincia di Frosinone, ma palermitano d’adozione, Donarelli è un disegnatore di lungo corso. La sua carriera artistica comincia negli anni Ottanta, con l’inserto satirico all’interno del mensile “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Da allora sono seguite collaborazioni su riviste e importanti quotidiani, come L’Ora e la Repubblica, fino alle sue vignette per l’agenda Smemoranda. Spesso va in giro per l’Italia come giurato nei concorsi nazionali di umorismo e pochi anni fa è stato premiato anche alla seconda edizione dei World Humor Awards di Salsomaggiore, considerato uno dei nuovi concorsi di grafica umoristica più importanti. Adesso, in cantiere, c’è una mostra di suoi lavori a Palazzo Gulì, per il “No mafia memorial” del Centro Impastato.

“Il disegno mi ha sempre accompagnato anche quando credevo di averlo dimenticato – racconta Donarelli – . Mi piacevano le nostre lingue morte ma anche altre, le lingue semitiche, con quelle volute così armoniose. Non associavo queste sinfonie calligrafiche al disegno. Compresi che linguaggio, gesto, segno e disegno hanno un legame stretto, per via dei simboli dappertutto disseminati e presenti, benché a volte nascosti, e intuii che andavo inoltrandomi sempre più nei labirinti della comunicazione”.

Così, alla passione per il disegno, si associa un’irrefrenabile carica umoristica con cui il disegnatore esorcizza anche i momenti difficili, come quello che il mondo sta attraversando. “Quando ci troviamo davanti a un evento così tragico come quello che stiamo vivendo – osserva Donarelli – cambia il nostro rapporto con la società. Non ne usciremo presto, ma non sono pessimista, ne verremo fuori trasformati, con un modo diverso di relazionarci. In questo contesto, però gli spunti per le mie vignette sono tantissimi, spesso legati ai paradossi in cui ci ritroviamo a vivere. Alla fine è un modo per ridere di noi stessi e delle nostre fragilità”.

La peste a Palermo, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

Viaggio nel tempo tra oggetti d’epoca e maioliche

Centinaia di pezzi d’antiquariato provenienti dalla collezione Tschinke-Daneu saranno esposti in una mostra a Palermo, nell’ex convento della Magione

di Giulio Giallombardo

Una miniera infinita di oggetti che raccontano un’altra epoca. Piccoli pezzi di storia che segnano il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale. Sono alcuni dei tesori della sterminata collezione Tschinke-Daneu, una delle famiglie più importanti di antiquari di Palermo, che – quando l’emergenza sanitaria finirà – saranno esposti in una mostra allestita dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, nell’ex convento della Magione. La mostra in gran parte inedita, curata dalla storica dell’arte Maria Reginella e dalla restauratrice Anna Tschinke, erede degli antiquari, era già in fase avanzata d’allestimento, ma per l’inaugurazione, purtroppo, si dovrà aspettare.

Maioliche della collezione Tschinke-Daneu

Da un lato, sarà esposto un nucleo consistente di maioliche storiche tradizionali, alcune risalenti al Cinquecento, fino all’Ottocento e provenienti dai più grossi centri di produzione siciliani, come Caltagirone, Sciacca e Burgio, ma anche da altre parti del Sud Italia. Dall’altro, alla produzione artigianale si affiancherà quella industriale, con centinaia di pezzi in terraglia, ceramica o porcellana come vasi, scatolette e contenitori vari. Molti sono oggetti d’epoca vittoriana, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti: ci sono scatole di dentifricio e vasetti di pasta d’acciughe o per il midollo di manzo, antichi barattoli di generi alimentari come spezie e pasta, ed anche particolari filtri per l’acqua. Su tutti campeggiano i marchi di fabbrica, alcuni dei quali di note aziende italiane ancora in attività.

Uno dei pezzi della collezione Tschinke-Daneu

“Abbiamo allestito già alcune vetrine – spiega Maria Reginella a Le Vie dei Tesori News – ma purtroppo ci siamo dovuti fermare per l’avanzare dell’epidemia. In questi giorni, da casa, continuiamo però a lavorare sul catalogo, sui pannelli e sulle didascalie, per descrivere meglio questi oggetti così particolari. L’idea è quella di mettere a confronto le ceramiche tradizionali, pezzi unici anche se realizzati in serie, e la collezione davvero originale di Tschinke, che comprende oggetti di matrice più industriale. Sarà una mostra interessante, che speriamo presto di inaugurare”.

 

Saranno circa trecento i pezzi esposti nell’ex convento della Magione. Il meglio della collezione Tschinke-Daneu, che ha preso forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il triestino Vincenzo Daneu inizia la sua attività di piccolo e alto antiquariato a Palermo, prima con un negozio in via Mariano Stabile e poi a Palazzo Santa Ninfa, in via Vittorio Emanuele. La bottega di Daneu diventa in poco tempo, punto di riferimento per ricchi clienti e per i nobili palermitani, ma anche miniera per il nascente Museo Nazionale guidato allora da Antonio Salinas. In seguito, Mario Felice Tschinke, erede dei Daneu, incrementa la raccolta conservando, fin da piccolo, oggetti della vita quotidiana che allora potevano sembrare banali, ma oggi raccontano un pezzo di storia vissuta tra le due guerre e mostrano l’introduzione di prodotti dei paesi d’occupazione, tedeschi, inglesi, francesi e americani.

Filtro per l’acqua (collezione Tschinke-Daneu)

“Purtroppo oggi tutti i nostri cantieri di restauro sono fermi – sottolinea la soprintendente Lina Bellanca – non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza e dunque siamo stati costretti a bloccare tutto. Questa mostra a cui stavamo e stiamo lavorando potrà essere l’occasione per riaprire le stanze dell’ex convento della Magione, una bella sede su cui vogliamo puntare e dove già avevamo allestito altre mostre. Prima che si fermasse tutto, erano appena arrivati i materiali per installare il nuovo ascensore, ma abbiamo dovuto rinviare i lavori. Siamo preoccupati, come tutti, perché non vediamo la fine di questa emergenza e così, purtroppo, non possiamo programmare più nulla”.

Capitale della cultura 2021, la scommessa di Modica

La città iblea, nonostante l’emergenza sanitaria, sta proseguendo il lavoro sul dossier per la candidatura, puntando sulla storia e sulle eccellenze del territorio

di Giulio Giallombardo

Una storia millenaria in una delle “contee” più illuminate della Sicilia. Parte da qui la corsa di Modica a Capitale italiana della cultura 2021. Una sfida che, però, potrebbe essere più lunga del previsto, non solo per la città barocca, ma anche per tutte le altre candidate. L’emergenza sanitaria che sta paralizzando l’Italia ha portato alla sospensione degli eventi di Parma, “capitale” di quest’anno, che ha chiesto al Mibact di poter proseguire il calendario di appuntamenti anche nel 2021. Se così sarà, Modica, come le altre città, correrà per il 2022.

Vista sul duomo di Modica da Palazzo Castro Grimaldi

Nel frattempo nella città iblea si mettono a punto gli ultimi dettagli del dossier di candidatura, in vista della presentazione rinviata adesso al 30 giugno, alla luce della pandemia in corso. Un lavoro sinergico sul territorio come quello fatto a Trapani, una delle quattro città siciliane siciliane candidate (di cui vi abbiamo parlato qui), insieme a Scicli e Palma di Montechiaro (di cui vi parleremo nei prossimi giorni). “Nonostante le difficoltà di queste settimane, in cui lavoriamo tutti da casa – dice a Le Vie dei Tesori News l’assessore comunale alla Cultura, Maria Monisteri – abbiamo elaborato un dossier che punta sulla nostra lunga storia e sulla solida tradizione culturale che la contraddistigue. Modica è stata in settecento anni una delle contee più potenti della Sicilia e penso che questo sia il momento per metterlo in evidenza”.

Maria Monisteri

In questi giorni, l’amministrazione comunale – solidale con Parma – ha dovuto annullare tanti appuntamenti in calendario previsti per marzo e aprile, in attesa di nuove indicazioni da parte delle istituzioni. “Modica è deserta, abbiamo chiuso tutto, perfino il lungomare – prosegue l’assessore – ma anche da casa stiamo costruendo un dossier con cui possiamo competere con le altre candidate. Abbiamo tutte le carte in regola per potercela fare, anche se siamo una piccola città alla periferia d’Europa, piccola ma orgogliosa delle proprie origini”.

Il Castello dei Conti

Così, la storia e le eccellenze del territorio possono fare la differenza. “Modica sino al 1920 fu la quinta città siciliana per popolazione e commerci – sottolinea Monisteri – . Abbiamo dato i natali a un Nobel per la letteratura, Salvatore Quasimodo, produciamo il primo e unico cioccolato Igp d’Europa. Poi il nostro tessuto imprenditoriale, dalle campagne al mare, è molto vivace. Per non parlare delle bellezze di chiese, monumenti e palazzi. Tutti fattori che hanno contribuito alla crescita di un turismo culturale, grazie anche alle eccellenze enogastronomiche a cui si aggiunge il nostro innato senso di accoglienza. Sono questi alcuni degli elementi su cui abbiamo lavorato, cercando di riscoprire la nostra storia, rendendola attuale”.

Palermo prega la Santuzza: “Liberaci dal virus”

Non si fermano i pellegrinaggi al santuario di Monte Pellegrino, molti i fedeli che invocano un nuovo miracolo come quattro secoli fa, durante la storica epidemia di peste

di Giulio Giallombardo

Un cammino composto e silenzioso, rigorosamente a distanza di sicurezza. Quattrocento anni dopo, si torna a pregare la Santuzza perché faccia un nuovo miracolo, fermando un’altra epidemia. Un tempo era la peste, oggi un virus di cui si sa poco e che sta facendo paura al mondo. Mentre l’Italia si ferma, a Palermo c’è chi preferisce salire – anche a piedi – in cima a Monte Pellegrino, facendo una preghiera a Santa Rosalia. Non sono in tanti, ovviamente, ma i fedeli in visita al santuario non mancano anche in questi giorni in cui uscire fuori da casa è una diventata una minaccia.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

“Santa Rosalia liberaci da questo virus come hai già fatto tanto tempo fa” e ancora “Signore, intercedi con la nostra venerata Santa Rosalia affinché venga sconfitto questo male, che sta colpendo gravemente la popolazione mondiale. Aiutaci a risollevarci. Rimani vicino a tutte le famiglie”. Queste sono solo alcune delle invocazioni scritte sul libro all’ingresso del santuario, frequentato in questi giorni non solo dai palermitani, ma anche da alcuni stranieri: non mancano, infatti, messaggi in inglese e anche in lingua tamil.

L’avviso al santuario

“Ho chiesto di rispettare le distanze di sicurezza anche durante il percorso che alcuni fedeli fanno a piedi per raggiungere il santuario – dice a Le Vie dei Tesori News, Gaetano Ceravolo, reggente del santuario di Santa Rosalia – . Muovendomi in auto, in effetti, ho visto alcune persone salire, camminando a una certa distanza l’uno dall’altro”. Cambiano le abitudini, dunque, anche per la tradizionale “acchianata”, mentre le messe pubbliche – come previsto dalla diocesi – sono sospese. Il santuario e la grotta, però, restano aperti per consentire ai fedeli di fare una pregheria o lasciare un messaggio per la Santuzza, mentre ogni giorno viene celebrata una messa nella piccola cappella privata.

La teca con la statua di Santa Rosalia

“Ho avuto modo di parlare in questi giorni con alcuni fedeli – racconda don Ceravolo, che ha deciso di spostare due reliquie della Santa nella teca della grotta – . Molti sono sfiduciati e disorientati, un po’ come tutti noi, altri più fiduciosi e ottimisti. In tanti sono preoccupati per i familiari che vivono al Nord, nelle zone più colpite dall’epidemia, altri raccontano di parenti che sono tornati in Sicilia, con il recente controesodo, adesso pentiti per averlo fatto. Tutti vengono da me chiedendo una benedizione”.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

La stessa che i palermitani, flagellati dalla peste, chiesero alla Santuzza per liberare la città dalla “morte nera”, arrivata su un vascello proveniente da Tunisi nel maggio del 1624. Il 15 luglio dello stesso anno su Monte Pellegrino furono ritrovate le ossa poi attribuite alla Santuzza, mentre il 9 giugno dell’anno dopo, durante la processione delle reliquie – secondo la tradizione – gli ammalati iniziarono a guarire e il male fu debellato. Un “miracolo” adesso atteso non solo dai palermitani, ma dal mondo intero.

La valle dei menhir nascosta tra i monti della Sicilia

Studiosi e ricercatori si preparano a un primo rilevamento scientifico sul complesso megalitico scoperto pochi mesi fa vicino a Cerami

di Giulio Giallombardo

Un calendario di pietra nascosto nelle campagne siciliane. Presto si saprà di più sulla “valle dei menhir” a due passi da Cerami, piccolo borgo del Parco dei Nebrodi. La scoperta è stata fatta lo scorso autunno e sembra destinata a lasciare il segno sugli studi della preistoria nell’Isola. In un terreno privato, poco fuori dal centro abitato, sono stati scoperti alcuni monoliti “piantati” nella terra. Sono una ventina di pietre allungate, alte circa un metro, compatibili per costruzione e tipologia con blocchi preistorici molto simili a menhir, antichissimi megaliti risalenti solitamente al Neolitico, che avevano funzione religiosa e cultuale.

I menhir studiati dai ricercatori

In occasione dell’equinozio di primavera, archeologi e ricercatori si preparano adesso a studiare più da vicino la “piccola Stonehenge” di Cerami, considerato il primo complesso di menhir in Sicilia, la cui scoperta è stata già presentata ad un convegno di archeoastronomia a Sassari e in occasione del congresso dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bari. Dal 20 al 22 marzo, gli studiosi dei Gruppi Archeologici d’Italia, dell’Università di Perugia, dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania e della Soprintendenza dei Beni culturali di Enna, eseguiranno il primo lavoro di ricognizione e di rilievo georeferenziato dell’area dove ricadono i menhir.

Uno dei menhir

“Si procederà ad un’analisi con termoluminescenza e precisamente con metodo di datazione ottica, che ci permetterà di sapere quando questi menhir sono stati sbozzati e piantati nel terreno, con un margine di errore minimo di due o tre secoli”, spiega Alberto Scuderi, vicedirettore nazionale dei Gruppi archeologici d’Italia, che sta studiando il sito insieme agli archeologi Ferdinando Maurici, della Soprintendenza del Mare e Andrea Polcaro, dell’università di Perugia, e con Alfio Maurizio Bonanno dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania. Sono loro gli esperti che avranno il compito di fare luce sul sito scoperto casualmente da alcuni soci dell’associazione culturale Acers di Cerami, che sono anche proprietari del terreno dove si trovano i monoliti e che adesso si stanno impegnando attivamente per promuovere la prosecuzione delle ricerche.

Uno scorcio di Cerami (foto Wikipedia)

Sono tanti, infatti, gli elementi che meritano un approfondimento. A partire dal numero esatto dei monoliti, ancora in fase di definizione. Dalle due pietre trovate per caso e segnalate agli studiosi, si è arrivati già a 28 menhir, allineati in doppi fila e orientati all’equinozio e al solstizio. Alcuni presentano anche dei fori passanti ad anello, utilizzati probabilmente per legare gli animali destinati al sacrificio. “La disposizione suggerisce una chiara volontà di allineamento – scrive l’astrofisico Alfio Maurizio Bonanno nella relazione preliminare – . In particolare i menhir sono disposti su due file, anche se purtroppo la seconda fila appare parzialmente crollata. Le posizioni dei menhir della seconda fila appaiono chiaramente al suolo, e sono speculari ai corrispondenti menhir della prima fila. Il dato interessante è la precisa disposizione di due coppie dei menhir della seconda fila in corrispondenza del meridiano. La fila principale di menhir sembra invece suggerire due orientamenti privilegiati, molto probabilmente indicanti alba solstizio invernale ed equinozio”.

La rocca con i ruderi del castello

Ma ci sono altri elementi che contribuiscono a fare di Cerami, luogo nevralgico per l’archeoastronomia siciliana. Nell’area rocciosa che sovrasta il borgo, dove si trovano i ruderi del castello medievale, si trovano alcune cavità artificiali con due grandi fori che – affermano gli studiosi – indicano le albe e i tramonti solstiziali ed equinoziali. La prima è una specie di porta alta due metri con asse orientato a 90-270 gradi, l’azimut del sole rispettivamente all’alba e al tramonto. “L’apertura è stata osservata all’alba dell’equinozio d’autunno 2019 e il sole nascente vi è penetrato con effetto spettacolare – scrivono in una relazione Ferdinando Maurici e Alberto Scuderi – . Nella zona più alta della rupe, invece, si trova una sorta di finestra ovoidale orientata a 120-300 gradi, rispettivamente l’azimut del solstizio d’inverno e del tramonto del solstizio d’estate”.

Due dei menhir di Cerami

Infine, su Monte Mersi, proprio sopra il complesso di menhir, si trovava un antico insediamento dove sono stati ritrovati frammenti di ceramica databili a partire almeno dall’età eneolitica, tombe a pozzo e grotticella dello stesso periodo e altre più tarde, risalenti presumibilmente all’età del Bronzo. “Solo future ricerche archeologiche – concludono gli studiosi – potranno portare maggiori elementi circa la datazione e i rapporti dei due siti. Resta acquisito fin d’ora il fatto che a Cerami esiste un articolato complesso di menhir con evidenti orientamenti astronomici, il primo e finora l’unico in Sicilia”.

Quel crocifisso bizantino che parlava ai frati

Il santuario di Gibilmanna, a due passi da Cefalù, è uno scrigno di opere d’arte che racconta storie di miracoli e devozione

di Giulio Giallombardo

Attesi, invocati o raccontati, i miracoli forgiano l’anima di un luogo. Al di là di ogni credenza o scetticismo, sono incisi nella storia. Come a Gibilmanna, dove il santuario dedicato alla Santissima Vergine, che abbraccia idealmente il vicino Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù, è stato nei secoli testimone di un culto che ha lasciato il segno. Un luogo dove le storie di eventi prodigiosi si tramandano nel tempo, come quella di un crocifisso “parlante” che le cronache riportano accaduta nella seconda metà del Cinquecento. Esposto in una nicchia nella cappella dedicata alla Madonna, protetto da un vetro, c’è un crocifisso bizantino in legno, di manifattura siciliana, risalente al XIV secolo.

Il crocifisso bizantino del santuario di Gibilmanna

Secondo la tradizione, alla fine del Cinquecento, quando ormai nel santuario si erano già stabiliti i frati cappuccini, durante una preghiera gli eremiti si rivolsero al crocifisso perché potesse essere soddisfatto il loro bisogno di cibo. Dopo la messa – riportano le cronache del tempo – dal crocifisso risuonò una voce che, rivolta a uno dei frati, disse: “Qui governa mia madre, a lei rivolgi le tue preghiere per i bisogni della famiglia”. Frase che è anche riportata nella didascalia sotto il crocifisso.

La navata del santuario

Ma nella metà del Settecento, il santuario fu teatro di un altro ben più importante e documentato miracolo. La forte devozione verso la Madonna di Gibilmanna indusse il vescovo di Cefalù, don Gioacchino Castelli a incoronare solennemente la Vergine e il Bambino Gesù con le corone pervenute dal Vaticano il 15 agosto del 1760. Nel corso della partecipata celebrazione – narrano i documenti dell’epoca – due ciechi e un muto riacquistarono rispettivamente la vista e la parola. Subito dopo, il vescovo si tolse l’anello e lo mise alle dita della statua della Madonna, fece lo stesso con la croce pettorale che destinò al Bambino.

La Madonna nell’altare barocco del santuario di Gibilmanna

Dopo questo episodio, i frati vollero ringraziare la Vergine erigendo il grande altare barocco realizzato da Baldassarre Pampilonia, su progetto di Paolo Amato, che ancora adesso si staglia sfarzoso nella cappella della Madonna. Destinato ad una cappella della cattedrale di Palermo e poi trasportato a Gibilmanna, l’altare in marmi mischi comprende le statue in marmo di San Giovanni Battista, opera di Scipione Casella, e di Sant’Elena, opera di Fazio Gagini provenienti dalla cattedrale palermitana, in seguito al rinnovo della Cappella Madonna Libera Inferni del 1785. Al centro troneggia la statua della Madonna col Bambino del 1534, attribuita da diversi studiosi ad Antonello Gagini.

Ai lati dell’altare, da un lato, sulla parete di destra il crocifisso ligneo protagonista del miracolo, dall’altro, a sinistra, un altro tassello prezioso che arricchisce il santuario. È un affresco bizantino degli inizi del 1200 che raffigura una Madonna col Bambino scoperto nel 2016, mentre era in corso il restauro di un’altra pittura muraria, anch’essa una Madonna, ma di epoca successiva, che ricopriva il primo affresco. Adesso l’opera più recente è stata collocata su un pannello nell’area presbiteriale, mentre la più antica, dopo un restauro, è stata lasciata lì dove si trovava. Opera dai colori vivaci, accanto alla Madonna, dai tratti ancora ben definiti, risalta uno vuoto bianco al posto del volto del Bambino, probabilmente perché – secondo gli studiosi – l’affresco fu profanato in epoca musulmana.

Il santuario di Gibilmanna

Oggi il santuario – in origine uno dei monasteri benedettini che San Gregorio Magno fece erigere a proprie spese, prima di essere eletto pontefice – è meta di pellegrinaggi da tutta la Sicilia. Inerpicato a 800 metri alle pendici di Pizzo Sant’Angelo, sulle Madonie, circondato dai boschi, vanta un ricco patrimonio librario custodito in una biblioteca, con incubaboli, seicentine e altri antichi volumi. Accanto al santuario si trova il museo “Fra’ Giammaria da Tusa”, che raccoglie in dieci sale per 1250 metri quadrati, argenti, suppelletti liturgiche, paramenti sacri, sculture, dipinti e un’intera area dedicata a una sezione etnoantropologica. Fino agli anni ’50 del secolo scorso, il complesso ospitava 74 frati, che adesso sono rimasti soltanto in sei.

Uno dei campanili del santuario

“Ci dividiamo tra preghiera e accoglienza – dice fra’ Salvatore Vacca, guardiano del santuario, a Le Vie dei Tesori News – diamo un tetto ai più bisognosi a Cefalù, dove abbiamo una comunità che ospita 35 persone, e facciamo il possibile per tenere in piedi il nostro santuario, che ha bisogno di urgenti restauri. Trent’anni fa un fulmine ha colpito una delle campane e da allora il prospetto è andato sempre più deteriorandosi. Il progetto è già pronto ed è al vaglio della Soprintendenza, ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti perché da soli non ce la facciamo”.

“Ingabbiata” San Cataldo per il restauro delle cupole

I lavori di manutenzione contro le infiltrazioni sono stati finanziati dall’Arcidiocesi di Palermo con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti

di Giulio Giallombardo

Lavori in corso per restaurare le rosse cupole di San Cataldo. In questi giorni il piccolo gioiello dell’itinerario Unesco arabo-normanno, nel centro storico di Palermo, è nascosto da un ponteggio che lo ingabbia in ogni sua parte. La vista della chiesa resta preclusa a cittadini e turisti per consentire gli interventi di manutenzione sulle cupole e sulle merlature che lo sormontano, minacciate da inflitrazioni che a lungo andare avrebbero potuto danneggiare seriamente l’edificio.

La chiesa di San Cataldo (foto Matthias Süßen, Wikipedia)

Il restauro è stato finanziato dall’Arcidiocesi di Palermo, con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti, e affidati all’impresa Scancarello, specializzata negli interventi lapidei e sulle superfici affrescate. Il progetto è stato predisposto dalla sezione di Palermo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, a cui la chiesa è affidata e gli interventi sono monitorati dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, con la supervisione di Giuseppe Inguì per le parti lapidee.

Le cupole di San Cataldo in fase di restauro

“I lavori sono in fase avanzata – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – si sta procedendo a interventi di consolidamento e di pulitura sia sulle merlature che sulle cupole. Proprio queste presentavano problemi di abrasione dell’intonaco con distacchi parziali a causa di muffe e inflitrazioni. I restauratori hanno fatto un controllo generale delle parti con gli intonaci rigonfiati, rimuovendo il materiale danneggiato, per poi uniformare cromaticamente le parti salvate e quelle integrate. Si è trattato di un intervento opportuno perché a lungo andare le infiltrazioni avrebbero potuto causare danni più seri all’edificio, per cui è stato importante pensarci adesso prima che la situazione diventasse più complicata”.

Restauro in corso a San Cataldo

Il restauro di uno dei monumenti simbolo di Palermo rientra nel progetto virtuoso della Curia di investire nella tutela dei beni culturali. “Il nostro obiettivo è quello di valorizzare il patrimonio della nostra città – sottolinea Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi – in questo caso abbiamo coperto i costi del restauro con i proventi delle vendite dei biglietti. Un modo per mantenere in vita le opere d’arte e i monumenti della nostra città”.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend