Gela delle meraviglie, una strada diventerà museo

Sarà visibile a cittadini e turisti la necropoli con le tombe di bambini, scoperta durante i lavori per la realizzazione della rete in fibra ottica

di Giulio Giallombardo

Passeggiare sopra un museo archeologico. Tra le squadrate vie di Gela si nascondono tesori sepolti, come alcuni lembi di necropoli che continuano a regalare sorprese. È il caso dello scavo di via Di Bartolo, nel quartiere Borgo, dove lo scorso inverno, durante i lavori per la realizzazione della rete in fibra ottica, sono affiorate una decina di tombe di bambini (ve ne abbiamo parlato qui). Adesso quel tratto di strada sarà musealizzato grazie a un finanziamento di Open Fiber, azienda che si sta occupando della banda ultra larga in città. Dunque, ciò che è stato scoperto non ritornerà sottoterra, come spesso accade in questi casi, ma resterà visibile a tutti, a testimoniare la ricchezza di un territorio unico in Sicilia.

Vaso per la sepoltura di un neonato

Il progetto è quasi pronto, mancano solo gli ultimi dettagli. L’azienda in questi giorni sta definendo qualche passaggio con l’amministrazione comunale, mentre la Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta si occuperà di monitorare i lavori che saranno realizzati da Open Fiber e che costeranno circa 140mila euro. Attraverso un vetro posto sul piano stradale, con un’adeguata illuminazione e pannelli informativi, si potranno ammirare, così, le sepolture risalenti al periodo immediatamente successivo alla nascita della colonia rodio-cretese di Gela, cioè dopo il 688 avanti Cristo. “È un risultato importantissimo per un progetto a cui lavoriamo da mesi – ha detto a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Daniela Vullo – . Avremo modo così di valorizzare quella che riteniamo una scoperta eccezionale, pressoché unica in Sicilia. Vogliamo adeguatamente proteggere lo scavo con lastre di vetro, corredarlo di apparati didattici e installare impianti di illuminazione e areazione”.

Coppa fittile con decorazione lineare

La via Di Bartolo, così, cambierà volto, trasformandosi in un piccolo museo a cielo aperto, dove poter ammirare, dopo 2500 anni, una porzione del cimitero utilizzato dalla generazione dei fondatori della città. Gli scavi – condotti da un team di archeologi composto da Gianluca Calà, Marina Congiu, Angelo Mondo, Leda Pace e Sebastiano Muratore – hanno riportato alla luce dieci sepolture che documentano differenti usi e rituali funerari. Le tombe dei bimbi sono definite ad enchytrismòs, cioè un tipo di tomba che consisteva nel deporre il corpo del bambino all’interno di un vaso in terracotta in posizione rannicchiata, talvolta insieme a qualche vasetto o oggetto di uso comune.

Cantiere di scavo

“Le tombe, specie quelle della fase d’uso più antica, si affastellavano e si addossavano l’una all’altra in un ristretto spazio del quale ogni centimetro sembra essere stato impegnato – fa sapere Carla Guzzone, dirigente della Soprintendenza – . Tuttavia, a ridosso di ogni tomba identificata, è stato possibile individuare i resti, spesso frammentari, ma ben riconoscibili, del corredo funerario e delle deposizioni rituali, insieme ai segni tangibili dei riti che era usanza celebrare attraverso libagioni, o in qualche caso tramite il consumo rituale di carni, al momento del seppellimento. In tal senso è possibile spiegare la presenza dei resti ossei di un erbivoro di grandi dimensioni correlati con l’enchytrismòs apparentemente più antico del complesso, che una bella coppetta integra inquadrabile nel protocorinzio pone intorno al 675-650 avanti Cristo”.

Un tratto di via Di Bartolo

Dunque, dopo l’interruzione dei lavori a causa della pandemia, il progetto adesso può ripartire. “Ci auguriamo – conclude la soprintendente Vullo – che questo possa essere utile anche per un rilancio turistico e culturale di Gela. Magari un primo intervento di musealizzazione a cui potrebbero seguirne altri. Ma è importante che, oltre i turisti, possano goderne soprattutto i gelesi, così da tornare a innamorarsi del loro patrimonio”.

Tra i merli spunta “Costanza”, il gheppio della Cattedrale

Il rapace ha fatto nido sui tetti della chiesa normanna nel centro storico di Palermo, è il segno di una città cambiata dopo due mesi di lockdown

di Giulio Giallombardo

“Costanza” si aggira sui tetti della Cattedrale di Palermo. Saltella tra i merli, si nasconde nella cupola, scruta dall’alto la città che si risveglia non troppo lentamente da due mesi di letargo pandemico. Non parliamo ovviamente dell’imperatrice madre di Federico II, e neanche della sua consorte aragonese, che riposano entrambe nella chiesa normanna. A fare della Cattedrale sua nuova dimora è una bella “mamma” di gheppio. La quiete della bolla sospesa dentro cui la città è stata racchiusa negli ultimi tempi, ha probabilmente spinto il rapace a fare nido tra le mura del monumento. Così, adesso, per trasferirsi altrove, aspetta solo che i suoi piccoli spicchino il volo.

Gheppio tra i merli

La scoperta è stata fatta casualmente ieri da uno dei soci del Wwf Sicilia Nord Occidentale, che, trovandosi in zona con una videocamera, ha anche filmato la passeggiata del gheppio sui tetti della Cattedrale. “Mi ha attirato prima di tutto il verso, uno stridìo atipico da sentire nel centro storico, oltre ai soliti a cui siamo abituati di questi tempi come quelli di gabbiani e rondini – racconta a Le Vie dei Tesori News, Giorgio De Simone, consigliere dell’associazione – . Così, dopo aver guardato meglio, tra i merli ho visto spuntare il gheppio. Con molta probabilità ha fatto il nido vicino alla cupola perché si è spostata lì nel momento in cui è arrivato un gabbiano”.

Il rapace in volo

Negli ultimi tempi la presenza di gheppi in città si è fatta più frequente, anche se è più facile trovarli nelle zone periferiche e in prossimità delle aree verdi, ma più rara è nel centro storico e ancor meno sulla Cattedrale. “Questo è un periodo molto importante per l’avifauna e sono molti gli uccelli che stanno nidificando – spiega De Simone – . Il gheppio è un rapace che ha bisogno di spazi, si nutre di piccole prede vive, come lucertole, topi e insetti, dunque è più facile avvistarli in periferia dove c’è più verde. Sicuramente la quarantena da cui stiamo cercando di uscire, ha reso, da un lato, le città più attraenti per questi animali e dall’altro, noi stessi ci accorgiamo con più facilità di quello che ci sta intorno, dunque notiamo ciò a cui prima magari non facevamo caso”.

Il gheppio vicino alla cupola

“È uno dei segnali positivi del tentativo della natura di riprendere i suoi spazi in città, per questo dobbiamo cercare di conservare il più possibile la biodiversità che negli ultimi tempi si è creata”, sottolinea il presidente del Wwf Sicilia Nord Occidentale, Pietro Ciulla. Proprio per questo, e in concomitanza con l’avvio della cosiddetta “fase 2”, l’associazione ha chiesto all’amministrazione comunale la creazione di un tavolo permanente sulla gestione del verde in città che ripensi anche il regolamento per la gestione di tagli e potature da inserire in un programma organico unico, tenendo conto del bilancio complessivo del verde cittadino.

Gheppio in cima a un merlo

“Una città come Palermo ha tutte le potenzialità per riprendere i legami con la natura – ha dichiarato Ciulla – pensiamo al fiume Oreto con la sua valle e la sua foce, al Monte Pellegrino, alla Favorita, alle aree a verde come Villa Turrisi, Parco Fondo Luparello e l’ex Parco Borbone di Boccadifalco, alla costa palermitana e agli ultimi scampoli della Conca d’Oro, alle grandi ville comunali e private e al Parco Cassarà. Ed è proprio su questi temi e su queste realtà che – suggerisce il presidente del Wwf Sicilia Nord Occidentale – vorremmo che l’amministrazione dia segnali ancora più forti di quanto finora ha fatto, ed è su questi temi che ci aspettiamo che nel nuovo Piano regolatore generale, in itinere, si metta una volta per tutte fine al consumo di suolo nell’intero territorio comunale in modo chiaro ed inequivocabile”.

(Foto e video Wwf Sicilia Nord Occidentale)

Prove di rinascita per musei e parchi archeologici

I luoghi della cultura si preparano a riaprire dopo due mesi di paralisi a causa della pandemia, ma sono ancora tante le incognite per un ritorno alla normalità

di Giulio Giallombardo

Piccoli passi verso la rinascita, anche se un ritorno alla normalità appare ancora lontano. Maggio sarà il mese in cui i luoghi della cultura potranno lentamente iniziare a respirare un’aria sempre meno infettata dal virus. Lo faranno dopo oltre due mesi di paralisi, trascorsi tra visite virtuali, smartworking e pillole di cultura raccontate perlopiù sui social. Anche se la data del 18 maggio annunciata dal governo nazionale rischia di restare soltanto indicativa, sarà lo spartiacque tra il prima e dopo virus, che consentirà a molti musei e parchi archeologici italiani di ripartire con gradualità. Le incognite sulla sicurezza sono ancora tante. Non è ancora stato chiarito se saranno obbligatori i termoscanner all’ingresso o se i dipendenti che tornano al lavoro dopo due mesi dovranno sottoporsi al tampone. Dubbi anche sui pannelli di plexiglass nelle biglietterie e sui condizionatori, da alcuni considerati potenziali vettori del virus. Domande a cui dovranno rispondere presto gli esperti del Comitato tecnico scientifico.

Il tempio della Concordia nella Valle dei Templi

Nonostante finora abbia resistito bene alla pandemia, con contagi ridotti al minimo, anche in Sicilia la parola d’ordine è prudenza. Le aree archeologiche essendo all’aperto, partono naturalmente avvantaggiate, ma anche i musei – almeno quelli più grandi – si stanno attrezzando per ripartire subito, tra mille difficoltà. “Siamo in attesa della normativa specifica che ci indicherà la strada da seguire, ma stiamo già facendo uno screening sulle misure da adottare in funzione di una riapertura”, spiega Giuseppe Parello, a capo dell’ufficio dell’assessorato regionale ai Beni Culturali che coordina tutti i parchi archeologici siciliani. “Stiamo lavorando per ridurre al minimo i contatti fisici, sia tra i visitatori che tra il personale – prosegue Parello – . Punteremo molto sui biglietti online e per gli accessi privilegeremo i lettori ottici o altri sistemi più aggiornati. Cercheremo, poi, di controllare il distanziamento tra i visitatori, realizzando anche percorsi unidirezionali, per evitare possibili incroci. Anche per tutte le procedure di sanificazione, siamo in una fase di ragionamento e messa a punto”.

Il tempio di Segesta

Così, tutti i parchi archeologici regionali da Segesta a Selinunte, dalla Valle dei Templi a Taormina, aspettano in questi giorni di conoscere le linee guida per prepararsi alla riapertura. “Noi siamo pronti e felici di poter tornare a ospitare turisti e famiglie – afferma Rossella Giglio, direttore del Parco archeologico di Segesta – abbiamo 150 ettari di spazio e possiamo in tutta sicurezza aprire le porte ai visitatori che vorranno respirare un po’ di storia in mezzo alla natura. Anche noi ci dovremo attrezzare per garantire l’accoglienza in tutta sicurezza, ma sono convinta che non ci saranno particolari criticità”.

Il Teatro Antico di Taormina

Conto alla rovescia verso la riapertura anche al Parco di Naxos Taormina, dove in attesa delle linee guida si sta predisponendo al Teatro Antico l’installazione dei tornelli che consentiranno l’ingresso distanziato, e la riprogrammazione delle visite serali, previste inizialmente tra aprile e giugno. “A Naxos monteremo la tribunetta da 200 posti, trasferita da Villa Caronia e destinata a piccoli eventi serali nell’area archeologica – fa sapere Gabriella Tigano, direttore del Parco – . L’idea, considerando le limitazioni ai viaggi su scala nazionale e internazionale, è quella di coinvolgere sia a Taormina che Naxos musicisti e allievi dei teatri lirici e dei conservatori di Messina e Catania per concerti compatibili con le nuove disposizioni sul distanziamento sociale. In arrivo poi anche abbonamenti annuali, sia individuali che familiari, a prezzi popolari per entrare in uno o in tutti e tre i siti quando si vuole”.

La sala delle metope nel Museo Salinas

Se i parchi archeologici, che godono di autonomia finanziaria, possono con cauto ottimismo prepararsi alla ripartenza, lo stesso non può dirsi per i musei siciliani, in cui sembrerebbe più complicato riaprire nell’immediato. Il timore è che le indicazioni del governo regionale non arrivino in tempo per permettere una riapertura in sicurezza a partire dal 18 maggio. Occorrerebbe predisporre sin da subito gli interventi di sanificazione e pulizia degli ambienti, nonché rifornire tutto il personale di dispositivi individuali di protezione e il tempo stringe.

Palazzo Riso

“Sono moderatamente ottimista, anche se aspettiamo indicazioni chiare da parte del governo regionale su come e quando ripartire”, ammette Luigi Biondo, direttore del Polo regionale di arte contemporanea che comprende, tra gli altri, siti come Palazzo Riso e l’Albergo delle Povere a Palermo e Palazzo D’Aumale a Terrasini. “Speriamo che la gente, quando avrà la possibilità di uscire da casa, colga l’occasione per scoprire i nostri musei – prosegue Biondo – . Intanto, abbiamo già predisposto richieste di finanziamento per attrezzarci dei dispositivi di sicurezza che certamente saranno indispensabili per la riapertura. Dovremo organizzarci con ingressi contingentati e percorsi obbligati di visita, anche se fortunatamente le nostre strutture sono ampie e credo che non avremo difficoltà a gestire un flusso di visitatori contenuto, come probabilmente sarà”.

Duomo e chiostro di Monreale

Accanto a musei e parchi, sono al lavoro anche gli operatori culturali e i grandi concessionari che gestiscono i servizi. Come, ad esempio, CoopCulture, una delle maggiore realtà italiane che si occupa dei servizi di musei e siti culturali, tra cui, in Sicilia, la Valle dei Templi e il Duomo di Monreale. “Siamo già operativi sulla sicurezza degli ambienti e stiamo lavorando alle iniziative di distanziamento sociale – dice Letizia Casuccio, direttore generale di CoopCulture – . Il nostro target, almeno nell’immediato, non sarà il mercato internazionale, ma sarà basato molto su un turismo di prossimità, dunque di famiglia e molto sui residenti. Stiamo pensando di ripartire dalla promozione di escursioni che vedano insieme ambiente, cultura e gastronomia. Per questo motivo oggi c’è necessità di avere un’agenzia, una cabina di regia unica che metta insieme anche tutto il mondo dell’associazionismo”.

L’oratorio di San Lorenzo

Ancora molto incerto, invece, il futuro delle piccole associazioni che lavorano nei territori e che dovranno far fronte a molte più incognite. È il caso degli Amici dei Musei Siciliani, associazione che gestisce otto siti a Palermo, tra cui gli oratori di San Lorenzo e San Mercurio, la chiesa di Sant’Antonio Abbate e quella del Santissimo Salvatore. “La domanda principale è: apriamo a chi, se non ci sarà un turismo tale da giustificare la riapertura? – si chiede Bernardo Tortorici di Raffadali, presidente dell’associazione – Se i grandi musei come i parchi archeologici, possono permettersi di aprire con il personale garantito, noi che gestiamo siti più piccoli rischiamo di non avere visite e questo per noi è un serio problema. Pensiamo di ripartire molto gradualmente, magari con aperture solo nei weekend, per poi incrementare se ci sarà una risposta superiore alle aspettative. Cercheremo di gestire questa fase nel miglior modo possibile, con attenzione e prudenza, consapevoli che il futuro che ci attende è ancora pieno di incognite”.

Il gigante di via Libertà, la città al tempo degli elefanti

Al Museo Gemmellaro sono esposti diversi reperti, tra cui molari, mandibole e altre ossa. Ma oggi nuove scoperte potrebbero riscrivere la storia di questa specie

di Giulio Giallombardo

Un gigante sepolto sotto via Libertà. Dove oggi si trova il salotto di Palermo, 400mila anni fa passeggiavano gli elefanti. In realtà, questa specie popolava diverse zone della Sicilia, ma i resti trovati all’altezza del Giardino Inglese, quasi un secolo fa, appartenevano a uno dei più grandi esemplari di elefante rinvenuto in Sicilia, alto circa tre metri, la cui specie è considerata la progenitrice di tutte le forme ridotte e nane di elefanti siciliani. Oggi quei fossili sono custoditi al Museo geologico Gemmellaro, che in questi giorni di quarantena sta raccontando con una serie di post sulla fanpage di Facebook molte storie dedicate ai suoi tesori nascosti.

La mandibola dell’elefante di via Libertà

Quella dell’elefante di via Libertà è una di queste. Tutto ha inizio nel 1932, quando nel corso degli scavi per la costruzione del canale Passo di Rigano, furono scoperti resti fossili che Ramiro Fabiani, allora direttore del Museo Gemmellaro, attribuì alla più grande taglia di elefante mai trovata in Sicilia. Successivamente, nel 1968 – spiegano gli esperti del Gemmellaro – lo studioso spagnolo Emiliano Aguirre, analizzando i resti di elefante provenienti dal sottosuolo di Palermo e custoditi al Museo paleontologico di Ferrara, istituì la sottospecie Elephas antiquus leonardii, per sottolineare che l’elefante siciliano era più piccolo della stessa specie rinvenuta nei giacimenti italiani. Questa specie è considerata, dunque, la progenitrice di tutte le forme più piccole di elefanti siciliani.

Le tre taglie di elefanti siciliani

Oggi la maggior parte di questi fossili si trova nella Sala degli elefanti del museo palermitano, dedicata agli animali che popolarono la Sicilia durante il Pleistocene medio-superiore, tra 500mila e 150mila anni fa. “Il sottosuolo di Palermo è pieno di reperti del genere – spiega a Le Vie dei Tesori News Carolina Di Patti, paleontologa del Gemmellaro – ne sono stati trovati anche in altre zone, come via Tommaso Gargallo, sotto il Teatro Massimo e in alcuni tratti del Cassaro. Si tratta di diversi molari, ma abbiamo anche una bella mandibola e un omero in condizioni perfette”.

La Sala degli elefanti del Gemmellaro

Tutti gli elefanti siciliani giunsero per lo più dalla Calabria quando, durante le glaciazioni, il livello del mare oscillava creando dei ponti occasionali che consentivano il passaggio di questi animali. “Anche se sembra incredibile, tutte le isole del Mediterraneo furono popolate da elefanti, da Cipro a Creta, fino a Malta e ad alcune isole dei nostri arcipelaghi – prosegue la paleontologa – . Durante il periodo interglaciale, gli animali restavano isolati, non c’era uno scambio genetico, e di conseguenza sopravvivevano quelli che si adattavano meglio, portando al gigantismo di alcune specie e al nanismo di altre”.

Una specie, quella degli elefanti, che sparì dalla Sicilia circa 150mila anni fa, anche se nuove scoperte potrebbero riscrivere la storia. “Recentemente – rivela la studiosa – abbiamo trovato a Favignana un molare datato intorno a 30mila anni fa. Questo riapre ulteriori interrogativi sulla necessità di proseguire gli studi in questo campo, anche con nuovi scavi”.

Sbarca sul web l’archivio storico di Damiani Almeyda

Digitalizzato il patrimonio dell’architetto che disegnò il Politeama di Palermo, un fondo composto da migliaia di disegni, progetti e documenti

di Giulio Giallombardo

Un enorme patrimonio di documenti che racconta oltre 150 anni di storia. È l’archivio privato della famiglia Damiani di Palermo, il cui nucleo più importante è legato alla figura dell’architetto Giuseppe Damiani Almeyda, uno degli esponenti più rappresentativi del neoclassicismo siciliano. Schizzi, studi preparatori e disegni, documenti per circa duemila unità archivistiche, oggi interamente consultabili online, grazie a un lavoro di digitalizzazione portato avanti in oltre quattro anni dagli eredi dell’architetto. Il fondo, conservato a Palermo dal nipote Mario Damiani, raccoglie anche l’archivio di famiglia, i documenti legati al lavoro di ingegnere di Francesco Damiani, figlio di Giuseppe, e quelli connessi alle attività letterarie di Eleonora Mancinelli e Angela Damiani Lanza, rispettivamente moglie e figlia di Giuseppe. A questi archivi si aggiunge poi, in anni più recenti, quello dell’architetto Anna Maria Fundarò, moglie di Mario Damiani, ultimogenito di Francesco.

Autoritratto giovanile di Giuseppe Damiani Almeyda

Proprio Mario Damiani ha lavorato per rendere accessibile a tutti l’archivio del nonno, digitalizzando i documenti, mentre l’archivista Antonella D’Antoni si è occupata della parte scientifica, ricostruendo tutte le descrizioni, poi rese fruibili con l’utilizzo del programma Archimista e consultabili online con l’applicazione web gratuita e open source ArchiVista. Il progetto, realizzato con il coordinamento scientifico dell’architetto Paola Barbera, si è svolto inoltre sotto la vigilanza della Soprintendenza archivistica della Sicilia.

 

L’archivio online (consultabile dal sito www.archiviodamiani.it) è suddiviso in cinque sezioni, che documentano gli ambiti di attività dell’architetto e i suoi interessi, dall’attività scolastica e accademia a quella privata. Una sezione è dedicata all’attività professionale e altre due agli strumenti da disegno e ai materiali fotografici. Così, scorrendo tra le schede dell’archivio, si attraversa tutta l’opera dell’architetto, riassunta in circa quattromila immagini. A partire dai progetti sul Politeama Garibaldi di Palermo e sul Teatro Comunale di Siracusa, passando ai tantissimi monumenti civili, come la stele per le Tredici Vittime, il monumento a Ruggero Settimo o la stele di via Libertà, in piazza Mordini. Ci sono poi migliaia di documenti che raccontano le vicende siciliane negli anni dell’Unità d’Italia e ancora schizzi e appunti dell’architetto, opere e lavori per i privati, come cappelle e monumenti sepolcrali, progetti di restauro, nomine e attestati.

Politeama in sezione

“All’avvio dei lavori di riordinamento, l’archivio era composto prevalentemente da disegni conservati all’interno di cinque cassettiere. La parte testuale dell’archivio era invece conservata in 30 faldoni dentro un armadio metallico”, si legge nella scheda introduttiva dell’archivio online. “Dopo uno studio attento delle fonti bibliografiche, si è iniziato il lavoro di schedatura analitica dei documenti conservati all’interno dei faldoni”. I documenti testuali, grafici e fotografici – viene spiegato dagli archivisti – “sono stati ordinati cronologicamente all’interno delle unità contenitore con l’eccezione di alcuni oggetti come i dipinti, le sculture, i modelli e gli strumenti da disegno, che pur appartenendo alle unità archivistiche hanno trovato una collocazione separata dal resto della documentazione”.

Casa Florio a Favignana

Un lavoro titanico che è arrivato sul web proprio nei giorni in cui il “virtuale” ha preso il sopravvento a causa della pandemia. “In questo periodo difficile – spiega Mario Damiani a Le Vie dei Tesori News abbiamo voluto anche noi dare il nostro contributo per la cultura, rendendo disponibile a tutti il patrimonio professionale di mio nonno. Un archivio online che comprende tutto, dai progetti più importanti agli appunti sparsi, dagli strumenti di lavoro alle fotografie, non abbiamo trascurato nulla. È un lavoro archivistico assolutamente scientifico, che ci auguriamo possa essere utile per approfondire un pezzo di storia e architettura siciliana”.

(Tutte le immagini sono state concesse dall’Archivio Giuseppe Damiani Almeyda)

La Passione in quarantena, strade senza processioni

Si fermano per l’emergenza sanitaria anche le celebrazioni del Venerdì Santo, le più attese e sentite della Settimana Santa, organizzate da centinaia di confraternite

di Giulio Giallombardo

Una Passione nel silenzio delle strade senza processioni. I fercoli della Madonna vestita a lutto quest’anno resteranno nella penombra delle chiese a piangere il Cristo morto. In questa Pasqua irreale, stravolta dal virus, anche a Palermo come altrove, non ci saranno fedeli in corteo per le celebrazioni del Venerdì Santo. Non si potranno neanche pregare i simulacri all’interno delle chiese, per limitare al massimo il rischio di contagio. I riti collettivi, da sempre momenti catartici della Settimana Santa, svaniscono per lasciare il posto a una Pasqua più intima, vissuta soltanto tra le pareti di casa.

Confraternita Maria Santissima Addolorata della Soledad (foto Centro diocesano confraternite)

Lo sanno bene i membri delle tantissime confraternite, che ogni anno organizzano le processioni della Passione, oltre duecento quelle appartenenti alla sola Arcidiocesi di Palermo. Come quella storica di Maria Santissima Addolorata della Soledad, la più antica della città fra quelle del Venerdì Santo, fondata nel 1590 con sede nella Chiesa di San Nicolò da Tolentino, in via Maqueda. Oppure come la confraternita di Santa Maria dell’Itria ai Cocchieri del 1596, legata all’omonima maestranza dei cocchieri “maiuri” che prestavano servizio nelle case dei nobili, e ancora quella dell‘Addolorata ai Cassari, fondata nel 1755 da domestici e cuochi in servizio nelle dimore aristocratiche del centro storico, che ha sede attualmente nella chiesa di Santa Maria La Nova. Fino alla più recente confraternita di Maria Santissima Addolorata del Venerdi Santo ai fornai, nata un secolo fa e legata alla chiesa di Sant’Isidoro Agricola all’Albergheria, che ogni anno organizza una sacra rappresentazione che attira tantissimi palermitani (ve ne abbiamo parlato qui).

Statua della Madonna Addolorata

“Tutte le confraternite dell’Arcidiocesi quest’anno devono fare a meno delle processioni. Stiamo vivendo qualcosa che neanche nell’ultima guerra mondiale si era verificata”. A parlare è Biagio Maurizio Puleo, presidente del Centro diocesano per le Confraternite e membro di quella dell’Immacolata a San Francesco d’Assisi. “Anche nel 1943, in piena guerra, con la basilica danneggiata dalle bombe, la Madonna è uscita in strada – dice Puleo a Le Vie dei Tesori News – . È ovvio che le nostre celebrazioni comportano assembramenti e fino a quando non usciremo dall’emergenza tutte le processioni saranno sospese, sono a rischio anche quelle in programma nei prossimi mesi”.

Il fercolo col Cristo morto

Ma quella del Venerdì Santo è la processione più attesa, che abbraccia tutto il mondo confraternale. In questi giorni difficili, le confraternite della Diocesi, hanno anche lanciato una raccolta fondi, che ammonta a circa 17mila euro da donare alla Caritas diocesana. “Stiamo vivendo questa Pasqua con una certa tristezza, è inutile negarlo – prosegue Puleo – . Le chiese sono chiuse e non possiamo fare diversamente, tutti noi confrati siamo consapevoli della situazione e la accettiamo. Anche l’idea di rinviare le processioni in un altro momento, non ci è sembrata opportuna, rischiando di stravolgere ancor di più il clima delle celebrazioni”. Così, tra chiese vuote e strade deserte, c’è chi ha pensato anche di organizzare una Via Crucis virtuale tra i balconi di tutti i quartieri di Palermo, diffondendo le musiche del film “La Passione di Cristo” di Mel Gibson. Sincronizzandosi attraverso una piattaforma (questo il sito), a partire dalle 17 in poi, ogni residente selezionando l’area di appartenenza, verrà indirizzato sul brano da diffondere.

Venerdì Santo ai Fornai (foto Centro diocesano confraternite)

“Dobbiamo cercare di ricavare il massimo da questi giorni di quarantena – osserva Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi – . Quella che stiamo vivendo è una crisi che ci mette in condizione di interiorizzare in modo più profondo l’esperienza della Settimana Santa. Una Pasqua che si presenta senza segni all’esterno, ma che deve diventare più intima dentro ognuno di noi, recuperando il senso profondo dei nostri valori”.

Arte antivirus, opere donate a chi aiuta gli ospedali

Pittori, scultori e fotografi donano i loro lavori in cambio di un’offerta alle strutture sanitarie in prima linea per l’emergenza

di Giulio Giallombardo

La solidarietà è contagiosa più del virus che sta cambiando il mondo. Anche gli artisti danno una mano a medici e infermieri in trincea da un capo all’altro d’Italia, in un ideale abbraccio che si fa trasversale. Sono una trentina, tra pittori, scultori e fotografi, ad aver aderito alla campagna solidale lanciata da RizzutoGallery, galleria d’arte di Palermo, a favore di cinque ospedali del Paese, impegnati in prima linea contro il Covid 19. Per aiutare le strutture sanitarie, gli artisti coinvolti hanno deciso di regalare alcune opere d’arte a chi farà una donazione direttamente a uno degli ospedali scelti, a partire dal 50 per cento del valore dell’opera messa a disposizione dall’artista.

Un’opera di Francesco De Grandi

In meno di dieci giorni sono stati già donati più di 15mila euro, distribuiti tra gli ospedali di Bergamo e del distretto lodigiano, epicentro del virus, fino a Roma, Catanzaro e Palermo. Sono più di sessanta le opere inserite in questo speciale catalogo e già una ventina quelle effettivamente donate. Tanti gli artisti che hanno aderito a “RizzutoGallery Sos Covid 19”, tra cui Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza, Alfonso Leto, Francesca Polizzi, Shobha, Mustafa Sabbagh, Davide Bramante, Giuseppe Adamo, Linda Carrara, Daniele Franzella e Sergio Zavattieri. Ma l’elenco è lungo, con molti altri nomi presenti e altri ancora che si stanno aggiungendo in questi giorni (qui l’elenco completo).

Davide Bramante, “La Vegas (Paris + Argent)”

“Abbiamo sentito il dovere di fare qualcosa per chi ogni giorno è in prima linea e vede la morte con gli occhi – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Rizzuto, che ha fondato la galleria d’arte insieme alla moglie Eva Oliveri – . Per motivi familiari ho recentemente toccato con mano la realtà ospedaliera e in questo momento difficile credo sia giusto fare il possibile per aiutare medici, infermieri e personale sanitario. In pochi giorni, sono stati tanti gli artisti che hanno risposto al nostro appello, poi è stato bello aver visto donare trasversalmente, da Milano per Palermo e da Palermo per Bergamo”.

Fulvio Di Piazza, “Lazarus”

Ma accanto alla campagna solidale, che si aggiunge anche ad altre iniziative nate in questi giorni di quarantena, il lavoro della galleria d’arte cerca di andare avanti. “Indubbiamente dovremo fare un cambio di strategia – ammette Rizzuto – l’emergenza purtroppo non finirà tra un mese e anche noi siamo costretti a ripensare la nostra attività. Tra smart working e continui contatti con gli artisti, stiamo per lanciare una piattaforma che consentirà di vedere tutte le opere della nostra galleria, con maggiori dettagli e descrizioni più approfondite. Insomma – conclude il gallerista – dobbiamo andare avanti. Ho la sensazione che da questa situazione terribile, possa nascere qualcosa di interessante per il futuro. In questo tempo dilatato, iniziamo a osservare il mondo in modo diverso e penso che questo possa fare bene”.

Satira e virus, un sorriso per sfidare la pandemia

Il disegnatore Franco Donarelli ha realizzato alcune vignette che raccontano questi giorni difficili con leggerezza e umorismo

di Giulio Giallombardo

Il nemico invisibile esce allo scoperto. Si manifesta come una bizzarra creatura che si fa beffe del mondo, nel frattempo sconquassato dal suo contagio cieco. Non è più un organismo percepibile soltanto al microscopio, ma la sua forma sferica – diventata ormai familiare – costellata di punte come una corona, si fa gigante e visibile a tutti. Con la consueta ironia, Franco Donarelli, disegnatore e illustratore che in trent’anni ha sviscerato con sarcasmo le vicende siciliane tra politica e mafia, dice la sua sulla pandemia che sta cambiando le nostre vite. Lo fa con l’estro di sempre, inanellando una vignetta dopo l’altra che strappano un sorriso amaro, con uno sguardo pungente che dalla Sicilia si allarga fino al resto d’Italia e ne varca i confini.

Così, se da un lato, la Penisola si è trasformata in un assembramento di tanti piccoli Covid, dall’altro, un uomo con mascherina sventola la bandiera dell’Unione europea con le dodici stelle che, nel frattempo, sono mutate in virus. Ci sono, poi, due uomini delle forze dell’ordine che hanno ammanettato un altro beffardo Covid “beccato senza autocertificazione”, mentre una nonnina che fa la calza ne schiaccia altri con una paletta come fossero zanzare. Donarelli non risparmia il premier britannico Boris Johnson, che – ritratto come una pecora – si domanda “dov’è il resto del gregge”, oppure visto come un virus dal ciuffo biondo gira la manovella di un gigantesco tritacarne dove precipitano gli anziani. Sono proprio loro, i più fragili, che ritornano spesso nelle vignette del disegnatore: “È una condizione in cui mi trovo anch’io e in cui mi immedesimo molto”, ammette.

 

Ingegnere, ex dirigente delle Ferrovie dello Stato, nato a Sora, in provincia di Frosinone, ma palermitano d’adozione, Donarelli è un disegnatore di lungo corso. La sua carriera artistica comincia negli anni Ottanta, con l’inserto satirico all’interno del mensile “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Da allora sono seguite collaborazioni su riviste e importanti quotidiani, come L’Ora e la Repubblica, fino alle sue vignette per l’agenda Smemoranda. Spesso va in giro per l’Italia come giurato nei concorsi nazionali di umorismo e pochi anni fa è stato premiato anche alla seconda edizione dei World Humor Awards di Salsomaggiore, considerato uno dei nuovi concorsi di grafica umoristica più importanti. Adesso, in cantiere, c’è una mostra di suoi lavori a Palazzo Gulì, per il “No mafia memorial” del Centro Impastato.

“Il disegno mi ha sempre accompagnato anche quando credevo di averlo dimenticato – racconta Donarelli – . Mi piacevano le nostre lingue morte ma anche altre, le lingue semitiche, con quelle volute così armoniose. Non associavo queste sinfonie calligrafiche al disegno. Compresi che linguaggio, gesto, segno e disegno hanno un legame stretto, per via dei simboli dappertutto disseminati e presenti, benché a volte nascosti, e intuii che andavo inoltrandomi sempre più nei labirinti della comunicazione”.

Così, alla passione per il disegno, si associa un’irrefrenabile carica umoristica con cui il disegnatore esorcizza anche i momenti difficili, come quello che il mondo sta attraversando. “Quando ci troviamo davanti a un evento così tragico come quello che stiamo vivendo – osserva Donarelli – cambia il nostro rapporto con la società. Non ne usciremo presto, ma non sono pessimista, ne verremo fuori trasformati, con un modo diverso di relazionarci. In questo contesto, però gli spunti per le mie vignette sono tantissimi, spesso legati ai paradossi in cui ci ritroviamo a vivere. Alla fine è un modo per ridere di noi stessi e delle nostre fragilità”.

La peste a Palermo, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

Viaggio nel tempo tra oggetti d’epoca e maioliche

Centinaia di pezzi d’antiquariato provenienti dalla collezione Tschinke-Daneu saranno esposti in una mostra a Palermo, nell’ex convento della Magione

di Giulio Giallombardo

Una miniera infinita di oggetti che raccontano un’altra epoca. Piccoli pezzi di storia che segnano il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale. Sono alcuni dei tesori della sterminata collezione Tschinke-Daneu, una delle famiglie più importanti di antiquari di Palermo, che – quando l’emergenza sanitaria finirà – saranno esposti in una mostra allestita dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, nell’ex convento della Magione. La mostra in gran parte inedita, curata dalla storica dell’arte Maria Reginella e dalla restauratrice Anna Tschinke, erede degli antiquari, era già in fase avanzata d’allestimento, ma per l’inaugurazione, purtroppo, si dovrà aspettare.

Maioliche della collezione Tschinke-Daneu

Da un lato, sarà esposto un nucleo consistente di maioliche storiche tradizionali, alcune risalenti al Cinquecento, fino all’Ottocento e provenienti dai più grossi centri di produzione siciliani, come Caltagirone, Sciacca e Burgio, ma anche da altre parti del Sud Italia. Dall’altro, alla produzione artigianale si affiancherà quella industriale, con centinaia di pezzi in terraglia, ceramica o porcellana come vasi, scatolette e contenitori vari. Molti sono oggetti d’epoca vittoriana, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti: ci sono scatole di dentifricio e vasetti di pasta d’acciughe o per il midollo di manzo, antichi barattoli di generi alimentari come spezie e pasta, ed anche particolari filtri per l’acqua. Su tutti campeggiano i marchi di fabbrica, alcuni dei quali di note aziende italiane ancora in attività.

Uno dei pezzi della collezione Tschinke-Daneu

“Abbiamo allestito già alcune vetrine – spiega Maria Reginella a Le Vie dei Tesori News – ma purtroppo ci siamo dovuti fermare per l’avanzare dell’epidemia. In questi giorni, da casa, continuiamo però a lavorare sul catalogo, sui pannelli e sulle didascalie, per descrivere meglio questi oggetti così particolari. L’idea è quella di mettere a confronto le ceramiche tradizionali, pezzi unici anche se realizzati in serie, e la collezione davvero originale di Tschinke, che comprende oggetti di matrice più industriale. Sarà una mostra interessante, che speriamo presto di inaugurare”.

 

Saranno circa trecento i pezzi esposti nell’ex convento della Magione. Il meglio della collezione Tschinke-Daneu, che ha preso forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il triestino Vincenzo Daneu inizia la sua attività di piccolo e alto antiquariato a Palermo, prima con un negozio in via Mariano Stabile e poi a Palazzo Santa Ninfa, in via Vittorio Emanuele. La bottega di Daneu diventa in poco tempo, punto di riferimento per ricchi clienti e per i nobili palermitani, ma anche miniera per il nascente Museo Nazionale guidato allora da Antonio Salinas. In seguito, Mario Felice Tschinke, erede dei Daneu, incrementa la raccolta conservando, fin da piccolo, oggetti della vita quotidiana che allora potevano sembrare banali, ma oggi raccontano un pezzo di storia vissuta tra le due guerre e mostrano l’introduzione di prodotti dei paesi d’occupazione, tedeschi, inglesi, francesi e americani.

Filtro per l’acqua (collezione Tschinke-Daneu)

“Purtroppo oggi tutti i nostri cantieri di restauro sono fermi – sottolinea la soprintendente Lina Bellanca – non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza e dunque siamo stati costretti a bloccare tutto. Questa mostra a cui stavamo e stiamo lavorando potrà essere l’occasione per riaprire le stanze dell’ex convento della Magione, una bella sede su cui vogliamo puntare e dove già avevamo allestito altre mostre. Prima che si fermasse tutto, erano appena arrivati i materiali per installare il nuovo ascensore, ma abbiamo dovuto rinviare i lavori. Siamo preoccupati, come tutti, perché non vediamo la fine di questa emergenza e così, purtroppo, non possiamo programmare più nulla”.

Le Vie dei Tesori News

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