L’eredità di Rostagno in un archivio “ritrovato”

Si avvicina il trentennale dell’omicidio del giornalista e la sua memoria è custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana: si tratta di 500 videocassette con le sue inchieste. E non solo…

di Giulio Giallombardo

Una vita racchiusa in metri e metri di nastri, dall’intimità familiare alle inchieste scomode che hanno portato alla morte. Si avvicina il trentennale dell’omicidio di Mauro Rostagno e la sua memoria, custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana con oltre 500 videocassette tutte digitalizzate, torna ad affiorare tra i chiaroscuri del nuovo millennio.

Il 26 settembre del 1988, il giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – fu freddato con due colpi di fucile da caccia ed altrettanti sparati da una pistola calibro 38, in un agguato mafioso, mentre era a bordo della sua Fiat Duna. Da qualche anno, il suo materiale di lavoro, ore e ore d’inchieste e servizi andati in onda sull’emittente trapanese Rtc, ma anche tanti appunti scritti che rischiavano di finire nell’oblio, è stato donato dalla sorella Carla Rostagno al Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana.

Quest’anno, in vista dell’anniversario dell’omicidio, sarà per la prima volta proiettato pubblicamente a Palermo, il documentario “La rivoluzione in onda”, girato nel 2015 dal regista siciliano Alberto Castiglione, che ripercorre le tappe salienti della vita di Rostagno, raccontandone l’attività giornalistica e prendendo spunto dal ritrovamento di alcune cassette che erano sparite nel nulla, smagnetizzate e scomparse insieme ad altri documenti sensibili. Tutto materiale che adesso fa parte dell’archivio del Cricd.

ll documentario è stato già presentato un paio di anni fa nel capoluogo siciliano, nel corso di un incontro all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, dunque rivolto ad una platea più ristretta. Quest’anno, invece, l’intenzione è quella di proiettarlo con un evento aperto a tutti, in occasione del trentennale della morte del giornalista.

“Vorremmo regalare ai cittadini palermitani la visione di questo importante documentario su Rostagno – spiega a Le Vie dei Tesori News, Laura Cappugi, direttrice della Filmoteca regionale siciliana – presentato in anteprima nazionale al Dig Awards nel 2015. È un’opera fondamentale per far conoscere il lavoro del giornalista, custodito oggi nel nostro archivio. Conserviamo molte inchieste che Rostagno realizzò sul degrado ambientale, sul problema dell’approvvigionamento idrico, e anche diversi servizi dedicati alla politica, come quello legato allo scandalo del bilancio segreto del Comune di Trapani”.

Nel corpus del Fondo Rostagno, anche una storica intervista a Leonardo Sciascia, sulle Brigate Rosse e gli “anni di piombo” e un’altra a Paolo Borsellino sulla famigerata raffineria della droga ad Alcamo. Storie di un altro secolo, ma che conservano l’eternità dei classici, raccontate con lo stile diretto e asciutto di una voce critica che ha smesso fin troppo presto di parlare.

Si avvicina il trentennale dell’omicidio del giornalista e la sua memoria è custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana: si tratta di 500 videocassette con le sue inchieste. E non solo…

di Giulio Giallombardo

Una vita racchiusa in metri e metri di nastri, dall’intimità familiare alle inchieste scomode che hanno portato alla morte. Si avvicina il trentennale dell’omicidio di Mauro Rostagno e la sua memoria, custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana con oltre 500 videocassette tutte digitalizzate, torna ad affiorare tra i chiaroscuri del nuovo millennio.

Il 26 settembre del 1988, il giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – fu freddato con due colpi di fucile da caccia ed altrettanti sparati da una pistola calibro 38, in un agguato mafioso, mentre era a bordo della sua Fiat Duna. Da qualche anno, il suo materiale di lavoro, ore e ore d’inchieste e servizi andati in onda sull’emittente trapanese Rtc, ma anche tanti appunti scritti che rischiavano di finire nell’oblio, è stato donato dalla sorella Carla Rostagno al Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana.

Quest’anno, in vista dell’anniversario dell’omicidio, sarà per la prima volta proiettato pubblicamente a Palermo, il documentario “La rivoluzione in onda”, girato nel 2015 dal regista siciliano Alberto Castiglione, che ripercorre le tappe salienti della vita di Rostagno, raccontandone l’attività giornalistica e prendendo spunto dal ritrovamento di alcune cassette che erano sparite nel nulla, smagnetizzate e scomparse insieme ad altri documenti sensibili. Tutto materiale che adesso fa parte dell’archivio del Cricd.

ll documentario è stato già presentato un paio di anni fa nel capoluogo siciliano, nel corso di un incontro all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, dunque rivolto ad una platea più ristretta. Quest’anno, invece, l’intenzione è quella di proiettarlo con un evento aperto a tutti, in occasione del trentennale della morte del giornalista.

“Vorremmo regalare ai cittadini palermitani la visione di questo importante documentario su Rostagno – spiega a Le Vie dei Tesori News, Laura Cappugi, direttrice della Filmoteca regionale siciliana – presentato in anteprima nazionale al Dig Awards nel 2015. È un’opera fondamentale per far conoscere il lavoro del giornalista, custodito oggi nel nostro archivio. Conserviamo molte inchieste che Rostagno realizzò sul degrado ambientale, sul problema dell’approvvigionamento idrico, e anche diversi servizi dedicati alla politica, come quello legato allo scandalo del bilancio segreto del Comune di Trapani”.

Nel corpus del Fondo Rostagno, anche una storica intervista a Leonardo Sciascia, sulle Brigate Rosse e gli “anni di piombo” e un’altra a Paolo Borsellino sulla famigerata raffineria della droga ad Alcamo. Storie di un altro secolo, ma che conservano l’eternità dei classici, raccontate con lo stile diretto e asciutto di una voce critica che ha smesso fin troppo presto di parlare.

Ballarò diventa una tela da dipingere

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

Selinunte, il grano va a nozze con la storia

Al via la mietitura all’interno del Parco archeologico, il raccolto servirà a produrre semola per cous cous, farina, pasta e anche legumi

di Giulio Giallombardo

Una festa del grano all’ombra dei templi. E’ il “Selinunte Day”, che ha dato il via alla mietitura all’interno del Parco archeologico. Un rito antico che guarda al futuro, perché il grano raccolto servirà per produrre semola per cous cous, farina e pasta con il logo del Parco. Ben nove ettari di grano duro siciliano, della varietà Russello, Tumminia, Perciasacchi e l’antichissimo Monococco, ritrovato all’interno della Grotta dell’Uzzo, uno dei più importanti siti preistorici della Sicilia, nella Riserva dello Zingaro.

Ma la produzione non riguarda solo il grano, perché quest’anno, protagonisti saranno anche i legumi, con ceci della varietà Sultano e Pascià, e anche lenticchie seminate per oltre un ettaro di terreno. La raccolta, tra grano e legumi, interessa complessivamente ben 10 ettari di terreno. Un vero e proprio valore aggiunto, fiore all’occhiello di una delle aree archeologiche più grandi d’Europa.

Quello appena celebrato è un vero e proprio matrimonio tra agricoltura e archeologia. Da un lato, l’esaltazione del legame con la terra e i suoi frutti, dall’altro la presentazione dei nuovi “tesori” dell’antica Selinus. L’archeologo Clemente Marconi della New York University e della Statale di Milano, ha illustrato i risultati dell’ultima campagna di scavi che si è conclusa pochi giorni fa. “Sono state portate alla luce – spiega – due nuove installazioni cultuali in prossimità del Tempio R con materiale votivo. Si tratta di una struttura rettangolare e una circolare, subito davanti alla fronte del Tempio R, con associata abbondante ceramica locale e d’importazione risalente alla prima generazione di vita della colonia greca, oggetti di ornamento personale in bronzo e un frammento di un idioletto femminile in terracotta”.

Ha puntato invece sul legame tra cibo e storia, il direttore del Parco archeologico di Selinunte, Enrico Caruso: “Recuperare ciò che hanno mangiato i nostri antenati non sarebbe male – ha affermato – . La logica è quella di fare del vasto e  grande territorio selinuntino un’azienda che produca. Il paesaggio agricolo che noi riportiamo nuovamente al centro dell’attenzione ci consente di dare a Selinunte la cornice giusta, tra archeologia e agricoltura”.

Al via la mietitura all’interno del Parco archeologico, il raccolto servirà a produrre semola per cous cous, farina, pasta e anche legumi

di Giulio Giallombardo

Una festa del grano all’ombra dei templi. E’ il “Selinunte Day”, che ha dato il via alla mietitura all’interno del Parco archeologico. Un rito antico che guarda al futuro, perché il grano raccolto servirà per produrre semola per cous cous, farina e pasta con il logo del Parco. Ben nove ettari di grano duro siciliano, della varietà Russello, Tumminia, Perciasacchi e l’antichissimo Monococco, ritrovato all’interno della Grotta dell’Uzzo, uno dei più importanti siti preistorici della Sicilia, nella Riserva dello Zingaro.

Ma la produzione non riguarda solo il grano, perché quest’anno, protagonisti saranno anche i legumi, con ceci della varietà Sultano e Pascià, e anche lenticchie seminate per oltre un ettaro di terreno. La raccolta, tra grano e legumi, interessa complessivamente ben 10 ettari di terreno. Un vero e proprio valore aggiunto, fiore all’occhiello di una delle aree archeologiche più grandi d’Europa.

Quello appena celebrato è un vero e proprio matrimonio tra agricoltura e archeologia. Da un lato, l’esaltazione del legame con la terra e i suoi frutti, dall’altro la presentazione dei nuovi “tesori” dell’antica Selinus. L’archeologo Clemente Marconi della New York University e della Statale di Milano, ha illustrato i risultati dell’ultima campagna di scavi che si è conclusa pochi giorni fa. “Sono state portate alla luce – spiega – due nuove installazioni cultuali in prossimità del Tempio R con materiale votivo. Si tratta di una struttura rettangolare e una circolare, subito davanti alla fronte del Tempio R, con associata abbondante ceramica locale e d’importazione risalente alla prima generazione di vita della colonia greca, oggetti di ornamento personale in bronzo e un frammento di un idioletto femminile in terracotta”.

Ha puntato invece sul legame tra cibo e storia, il direttore del Parco archeologico di Selinunte, Enrico Caruso: “Recuperare ciò che hanno mangiato i nostri antenati non sarebbe male – ha affermato – . La logica è quella di fare del vasto e  grande territorio selinuntino un’azienda che produca. Il paesaggio agricolo che noi riportiamo nuovamente al centro dell’attenzione ci consente di dare a Selinunte la cornice giusta, tra archeologia e agricoltura”.

Torna a pulsare il cuore del Castello Maniace

Riaperta al pubblico, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, la sala ipostila del maniero siracusano. Un progetto da 3,6 milioni di euro che ha reso più ricco il patrimonio monumentale della città

di Giulio Giallombardo

Un gioco di luci e ombre, tra colonne e volte a crociera. Torna a “pulsare”, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, il cuore del Castello Maniace di Siracusa: la sala ipostila, ovvero l’area centrale dell’edificio il cui tetto è sorretto da pilastri, il termine, infatti, deriva dal greco e significa letteralmente “sotto le colonne”. La sala è stata riaperta grazie al Dipartimento della Protezione civile, che ha finanziato un progetto da 3,6 milioni di euro, realizzato dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Siracusa.

Nel 2009 i protagonisti furono i capi di Stato del G8 Ambiente, riuniti nel salone dello storico maniero federiciano. Questa volta sono stati i cittadini siracusani ad ammirare capitelli, intarsi e decori lapidei della sala, restaurati con moderne tecnologie laser. Un complesso equilibrio di forze contrapposte a contenere le spinte della volta, è stato alla base del lavoro dell’architetto Mariella Muti e dell’ingegnere Ranieri Meloni, funzionari della Soprintendenza che hanno elaborato il progetto antisismico.

In un primo momento era stata prevista, al posto di una parte del volume murario degli speroni settecenteschi, una nuova struttura metallica capace di aumentare la stabilità del monumento. Successivamente, in corso d’opera, è stato elaborato, per ridurre l’impatto, un ulteriore intervento per il rafforzamento della facciata, eseguito insieme alla facoltà di architettura dell’Università di Siracusa, con cui era stata stipulata una convenzione. Ai lati di ogni contrafforte, dunque, sono state installate coppie di barre d’acciaio, per contenerne la spinta. Inoltre, è stato realizzato un camminamento nel fossato, tra il piazzale del castello e l’area della Vignazza, e tra la porta sud e i bastioni. Nel corso dell’inaugurazione, infine, è stata scoperta una stele fatta realizzare dal comitato degli Stauferfreunde e dedicata a Federico II, “nume tutelare” del castello.

“Questa inaugurazione segna un importante traguardo per le opere che da un trentennio interessano il monumento svevo più significativo della Sicilia orientale – afferma Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni culturali di Siracusa – . Il restauro è soprattutto conservazione e da oggi, un altro fondamentale obbiettivo può considerarsi pienamente conseguito, ovvero il consolidamento strutturale. Non c’è un punto di arrivo conclusivo in materia di restauro ed in questo caso, meno che mai, data la ricchezza e complessità di Castello Maniace. Sono in programma altri progetti di restauro e valorizzazione per rendere fruibili quelle specificità che permettono di annoverare il monumento tra le architetture medievali di maggiore rilievo artistico. Si tratterà di piccoli cantieri che si spera di potere rendere visitabili anche in corso d’opera”.

Tornano, dunque, ad accendersi i riflettori, su uno dei simboli più noti di Siracusa. Il Castello Maniace, che sorge strategicamente sull’ultimo lembo dell’isolotto di Ortigia, è quotidianamente meta di centinaia di turisti. L’anno scorso il monumento, inserito tra i siti del festival “Le Vie dei Tesori”, è stato il più visitato nel capoluogo aretuseo. Il restauro della sala ipostila, adesso, è un ennesimo tassello che va ad aggiungersi al ricco patrimonio monumentale della città.

Riaperta al pubblico, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, la sala ipostila del maniero siracusano. Un progetto da 3,6 milioni di euro che ha reso più ricco il patrimonio monumentale della città

di Giulio Giallombardo

Un gioco di luci e ombre, tra colonne e volte a crociera. Torna a “pulsare”, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, il cuore del Castello Maniace di Siracusa: la sala ipostila, ovvero l’area centrale dell’edificio il cui tetto è sorretto da pilastri, il termine, infatti, deriva dal greco e significa letteralmente “sotto le colonne”. La sala è stata riaperta grazie al Dipartimento della Protezione civile, che ha finanziato un progetto da 3,6 milioni di euro, realizzato dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Siracusa.

Nel 2009 i protagonisti furono i capi di Stato del G8 Ambiente, riuniti nel salone dello storico maniero federiciano. Questa volta sono stati i cittadini siracusani ad ammirare capitelli, intarsi e decori lapidei della sala, restaurati con moderne tecnologie laser. Un complesso equilibrio di forze contrapposte a contenere le spinte della volta, è stato alla base del lavoro dell’architetto Mariella Muti e dell’ingegnere Ranieri Meloni, funzionari della Soprintendenza che hanno elaborato il progetto antisismico.

In un primo momento era stata prevista, al posto di una parte del volume murario degli speroni settecenteschi, una nuova struttura metallica capace di aumentare la stabilità del monumento. Successivamente, in corso d’opera, è stato elaborato, per ridurre l’impatto, un ulteriore intervento per il rafforzamento della facciata, eseguito insieme alla facoltà di architettura dell’Università di Siracusa, con cui era stata stipulata una convenzione. Ai lati di ogni contrafforte, dunque, sono state installate coppie di barre d’acciaio, per contenerne la spinta. Inoltre, è stato realizzato un camminamento nel fossato, tra il piazzale del castello e l’area della Vignazza, e tra la porta sud e i bastioni. Nel corso dell’inaugurazione, infine, è stata scoperta una stele fatta realizzare dal comitato degli Stauferfreunde e dedicata a Federico II, “nume tutelare” del castello.

“Questa inaugurazione segna un importante traguardo per le opere che da un trentennio interessano il monumento svevo più significativo della Sicilia orientale – afferma Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni culturali di Siracusa – . Il restauro è soprattutto conservazione e da oggi, un altro fondamentale obbiettivo può considerarsi pienamente conseguito, ovvero il consolidamento strutturale. Non c’è un punto di arrivo conclusivo in materia di restauro ed in questo caso, meno che mai, data la ricchezza e complessità di Castello Maniace. Sono in programma altri progetti di restauro e valorizzazione per rendere fruibili quelle specificità che permettono di annoverare il monumento tra le architetture medievali di maggiore rilievo artistico. Si tratterà di piccoli cantieri che si spera di potere rendere visitabili anche in corso d’opera”.

Tornano, dunque, ad accendersi i riflettori, su uno dei simboli più noti di Siracusa. Il Castello Maniace, che sorge strategicamente sull’ultimo lembo dell’isolotto di Ortigia, è quotidianamente meta di centinaia di turisti. L’anno scorso il monumento, inserito tra i siti del festival “Le Vie dei Tesori”, è stato il più visitato nel capoluogo aretuseo. Il restauro della sala ipostila, adesso, è un ennesimo tassello che va ad aggiungersi al ricco patrimonio monumentale della città.

Borgo Schirò, quell’antico paradiso perduto

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

Quella luce a Capo Gallo può tornare a splendere

Dopo decenni di attesa, è stato firmato l’accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del demanio che ha dato in concessione il bene al Comune. Ecco che cosa prevede il progetto da settecentomila euro per farne un centro di educazione ambientale

di Giulio Giallombardo

Un buio lungo più di vent’anni che potrebbe presto lasciare il posto a una nuova luce. Qualcosa comincia a muoversi per il recupero del faro di Capo Gallo, che il Comune di Palermo vuole trasformare in un centro di educazione ambientale. L’obiettivo è farne una cerniera tra l’area marina protetta e la riserva naturale orientata, un ponte tra mare e terra che possa finalmente lasciarsi l’oscurità alle spalle, dopo anni di abbandono. Tappa decisiva, la firma pochi giorni fa di un accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del Demanio, che ha dato finalmente in concessione il bene al Comune per diciannove anni, nell’ambito del progetto Valore Paese-Fari.

Guardandoli oggi, non è facile immaginare che un giorno non troppo lontano gli ambienti fatiscenti che circondano il faro, collocato a metà strada tra Mondello e Sferracavallo, possano ospitare un centro d’educazione ambientale all’avanguardia, con tanto di sale acquariologiche. Un progetto da settecentomila euro con fondi provenienti sia dal ministero dell’Ambiente che dalla Regione siciliana. Dunque, nonostante un’attesa ultradecennale, tutto lascia presagire che questa sia la volta buona. A partire dall’imprescindibile messa in sicurezza del costone roccioso di monte Gallo che sovrasta la struttura, per cui c’è già una previsione finanziaria e si sta procedendo alla progettazione, come conferma il vicesindaco di Palermo, Sergio Marino. “Si tratta di un lavoro strategico importante per il territorio, una scelta sulla quale abbiamo investito – ha spiegato – perché la riteniamo di grande spessore, sia per la riserva terrestre, che per l’area marina”.

Punto di partenza sarà il vecchio progetto del 2005, che sarà ampliato per rendere l’operazione di recupero ancora più definitiva. Si procederà in due fasi: la prima servirà al recupero strutturale dell’immobile, che versa in totale stato di abbandono; con la seconda, invece, si allestirà il tanto atteso centro di educazione ambientale, un osservatorio sulla biodiversità marina.

“Il centro di accoglienza e di educazione ambientale permanente, – spiegano i tecnici che si sono occupati del progetto preliminare – dovrebbe avere le caratteristiche di un piccolo centro acquariologico e ospitare, nelle sue sale, riproduzioni dal vivo dei diversi ambienti marini e sottomarini della riserva. L’originalità – sottolineano i tecnici – sta in una perfetta sintesi tra la suggestione di un antico edificio, tipica degli acquari storici, e la spettacolarità delle nuove tecnologie degli acquari tipo quello di Genova, il tutto in un contesto sostenibile, che vede il riutilizzo di una struttura in disuso collocata in posizione strategica”.

Non a caso, il primo progetto del 2005 era stato rivisto e implementato dagli esperti dell’acquario del capoluogo ligure, rendendolo ancora più all’avanguardia. Il “nuovo” faro di Capo Gallo – come immaginato nel progetto preliminare – avrà un centro d’accoglienza che sarà realizzato nel piccolo edificio davanti al cancello d’ingresso, con uffici e infopoint. Nel corpo centrale, a sinistra del faro, due sale riprodurranno ambienti marini. Nella prima, chiamata “la grotta”, lo spazio sarà interamente rivestito di roccia e avrà due vasche: una al soffitto, con finestra trasparente in materiale acrilico e cupole per “vedere” il mare dall’interno, e un’altra vasca tradizionale. Nella seconda sala, invece, sarà riprodotta la costa mediterranea.

A destra del faro sorgerà una vasca tattile, all’interno della quale sarà possibile accarezzare i pesci, oltre che osservarli. Accanto ci sarà una sala congressi, con biblioteca e museo, poi un’aula con postazioni interattive, computer e acquario virtuale, e ancora, un laboratorio per lo studio del fitoplancton, una vasca delle meduse e, per finire, la cosiddetta “stanza delle meraviglie”, ovvero un ambiente multimediale con un operatore che guiderà i visitatori ad esperienze interattive sulla vita degli organismi marini e terrestri. All’esterno un altro percorso di grandi vasche aperte dedicate all’ambiente pelagico, un vero e proprio tunnel, che ospiterà specie come leccie, ricciole e pesci balestra, mentre nella zona rocciosa si potranno ammirare pesci costieri come cernie, murene, scorfani e dentici. Completerà il tutto, infine, un punto di ristoro con un bar e tavolini all’aperto. Insomma, il faro di Capo Gallo potrebbe diventare un gioiello ecologico nel cuore del Mediterraneo. La rotta sembra tracciata, questa volta basterà navigare dritto per non naufragare di nuovo.

Dopo decenni di attesa, è stato firmato l’accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del demanio che ha dato in concessione il bene al Comune. Ecco che cosa prevede il progetto da settecentomila euro per farne un centro di educazione ambientale

di Giulio Giallombardo

Un buio lungo più di vent’anni che potrebbe presto lasciare il posto a una nuova luce. Qualcosa comincia a muoversi per il recupero del faro di Capo Gallo, che il Comune di Palermo vuole trasformare in un centro di educazione ambientale. L’obiettivo è farne una cerniera tra l’area marina protetta e la riserva naturale orientata, un ponte tra mare e terra che possa finalmente lasciarsi l’oscurità alle spalle, dopo anni di abbandono. Tappa decisiva, la firma pochi giorni fa di un accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del Demanio, che ha dato finalmente in concessione il bene al Comune per diciannove anni, nell’ambito del progetto Valore Paese-Fari.

Guardandoli oggi, non è facile immaginare che un giorno non troppo lontano gli ambienti fatiscenti che circondano il faro, collocato a metà strada tra Mondello e Sferracavallo, possano ospitare un centro d’educazione ambientale all’avanguardia, con tanto di sale acquariologiche. Un progetto da settecentomila euro con fondi provenienti sia dal ministero dell’Ambiente che dalla Regione siciliana. Dunque, nonostante un’attesa ultradecennale, tutto lascia presagire che questa sia la volta buona. A partire dall’imprescindibile messa in sicurezza del costone roccioso di monte Gallo che sovrasta la struttura, per cui c’è già una previsione finanziaria e si sta procedendo alla progettazione, come conferma il vicesindaco di Palermo, Sergio Marino. “Si tratta di un lavoro strategico importante per il territorio, una scelta sulla quale abbiamo investito – ha spiegato – perché la riteniamo di grande spessore, sia per la riserva terrestre, che per l’area marina”.

Punto di partenza sarà il vecchio progetto del 2005, che sarà ampliato per rendere l’operazione di recupero ancora più definitiva. Si procederà in due fasi: la prima servirà al recupero strutturale dell’immobile, che versa in totale stato di abbandono; con la seconda, invece, si allestirà il tanto atteso centro di educazione ambientale, un osservatorio sulla biodiversità marina.

“Il centro di accoglienza e di educazione ambientale permanente, – spiegano i tecnici che si sono occupati del progetto preliminare – dovrebbe avere le caratteristiche di un piccolo centro acquariologico e ospitare, nelle sue sale, riproduzioni dal vivo dei diversi ambienti marini e sottomarini della riserva. L’originalità – sottolineano i tecnici – sta in una perfetta sintesi tra la suggestione di un antico edificio, tipica degli acquari storici, e la spettacolarità delle nuove tecnologie degli acquari tipo quello di Genova, il tutto in un contesto sostenibile, che vede il riutilizzo di una struttura in disuso collocata in posizione strategica”.

Non a caso, il primo progetto del 2005 era stato rivisto e implementato dagli esperti dell’acquario del capoluogo ligure, rendendolo ancora più all’avanguardia. Il “nuovo” faro di Capo Gallo – come immaginato nel progetto preliminare – avrà un centro d’accoglienza che sarà realizzato nel piccolo edificio davanti al cancello d’ingresso, con uffici e infopoint. Nel corpo centrale, a sinistra del faro, due sale riprodurranno ambienti marini. Nella prima, chiamata “la grotta”, lo spazio sarà interamente rivestito di roccia e avrà due vasche: una al soffitto, con finestra trasparente in materiale acrilico e cupole per “vedere” il mare dall’interno, e un’altra vasca tradizionale. Nella seconda sala, invece, sarà riprodotta la costa mediterranea.

A destra del faro sorgerà una vasca tattile, all’interno della quale sarà possibile accarezzare i pesci, oltre che osservarli. Accanto ci sarà una sala congressi, con biblioteca e museo, poi un’aula con postazioni interattive, computer e acquario virtuale, e ancora, un laboratorio per lo studio del fitoplancton, una vasca delle meduse e, per finire, la cosiddetta “stanza delle meraviglie”, ovvero un ambiente multimediale con un operatore che guiderà i visitatori ad esperienze interattive sulla vita degli organismi marini e terrestri. All’esterno un altro percorso di grandi vasche aperte dedicate all’ambiente pelagico, un vero e proprio tunnel, che ospiterà specie come leccie, ricciole e pesci balestra, mentre nella zona rocciosa si potranno ammirare pesci costieri come cernie, murene, scorfani e dentici. Completerà il tutto, infine, un punto di ristoro con un bar e tavolini all’aperto. Insomma, il faro di Capo Gallo potrebbe diventare un gioiello ecologico nel cuore del Mediterraneo. La rotta sembra tracciata, questa volta basterà navigare dritto per non naufragare di nuovo.

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