Casa-gioiello dell’art déco in vendita nel cuore di Palermo

In un palazzo di via Roma si trova un appartamento decorato da Gino Morici, che conserva ancora affreschi e arredi d’epoca in stile Novecento

di Giulio Giallombardo

Vivere in un museo. Può accadere quando l’arte invade lo spazio domestico, plasmando ogni angolo. È allora che diventa difficile distinguere il senso quotidiano dell’abitare da quello straordinario dell’esperienza estetica, perché l’uno è diventato il riflesso dell’altro. Varcando la soglia di Casa Savona ci si ritrova in questo magma indistinto, che prende la forma di un bulimico tuffo nell’arte degli anni Trenta del Novecento. È un appartamento che si affaccia su via Roma, la strada “nuova” di Palermo, all’interno di uno dei palazzi che furono costruiti all’inizio del secolo scorso inseguendo la moda e il gusto europeo dell’epoca.

Lo studio

Ma non è una casa come le altre. Racchiuso in sette stanze c’è un compendio dell’arte di Gino Morici, pittore, decoratore e scenografo palermitano, un “geniaccio” visionario che si divertiva a giocare con regole e convenzioni dello stile Novecento. L’appartamento, interamente decorato da Morici tra il 1936 e il 1937, arredi compresi, è rimasto intatto per quasi un secolo. Oggi è stato messo in vendita dal proprietario, erede di una famiglia di commercianti che si affidò all’estro di Morici, commissionando le decorazioni. Così, chi vorrà acquistare Casa Savona, dovrà spendere 520mila euro (si partiva da 720mila), cifra che comprende anche tutti gli arredi d’epoca e i pezzi d’antiquariato che impreziosiscono i 260 metri quadrati dell’appartamento.

La libreria

Gli ambienti risentono molto dello stile art déco reinventato dalla vena creativa di Morici. Tutte le stanze sono affrescate e decorate con colori che si sono conservati perfettamente negli anni. Alcuni dei mobili, tutti realizzati da maestranze locali, nascondono ingegnosi meccanismi di chiusura multipla di cassetti e sportelli, come originali sono le maniglie delle porte e gli appendiabiti. E ancora nello studio, spicca la plastica morbidezza di una parete-libreria che chiude intelligentemente una parete sghemba, creando dinamismo all’ambiente. Nulla sembra essere lì per caso, come l’uso di diversi tipi di legno intarsiato negli arredi, selezionati tra ebano violetto, palissandro, faggio, tiglio, pero, gialletto di Spagna. C’è poi una particolare camera da letto per bambini, con un armadio sempre decorato da Morici; un elegante salone con camino; un bagno in tasselli di mosaico pregiato e un’ampia cucina con un terrazzino interno.

“Nella zona giorno, Gino Morici punta sulla ‘enfilade’ tipica delle antiche dimore siciliane, la quale mette in relazione biblioteca, salotto e sala da pranzo, ambienti con funzioni diverse che vengono resi omogenei e compatibili con un uso accorto di forme, linee, accostamenti di materiali e tonalità di colori che distende a unificare lo spazio, secondo un disegno unitario che ingloba pavimenti, pareti affrescate, arredi fissi e mobili, tessuti e dettagli”, così Rosanna Pirajno descriveva Casa Savona, in un volume dedicato a Morici, pubblicato qualche anno fa. “L’articolazione degli ambienti – si legge ancora – assegna all’ampia zona di rappresentanza il compito di evidenziare le condizioni economiche e sociali dei padroni di casa che sottolineano, con le scelte personali in materia d’arte e di arredamento, i propri gusti e preferenze e la convinta apertura intellettuale nei confronti dei nuovi linguaggi espressivi”.

Il camino

Ma se il passato di Casa Savona sta ancora lì, racchiuso tra i colori delle stanze decorate e i profumi degli arredi d’epoca, il suo futuro è tutto da scrivere. “Vorrei trovare qualcuno disposto a prendersene cura e valorizzarla ancora di più, io purtroppo vivo tra Milano e Palermo e non posso più gestirla come meriterebbe”, spiega il proprietario Ernesto Savona, docente e criminologo, direttore di Transcrime, il Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica di Milano. “Abbiamo avuto delle richieste da parte di alcuni stranieri interessati a comprare – aggiunge il proprietario – ma poi non se ne è fatto più nulla. La casa, che tra l’altro è sottoposta a vincolo della Soprintendenza, non può che restare così com’è, non si presta a usi diversi se non come abitazione. Potrebbe, però, anche diventare un piccolo museo e aprirsi a palermitani e turisti”. Un luogo della memoria, nel segno di un artista poliedrico radicato nella società palermitana del suo tempo, ma con lo sguardo sempre altrove.

Hai letto questi articoli?

L’albero dello Spasimo sta morendo

La grande pianta all’interno di uno dei monumenti simbolo di Palermo potrebbe essere presto abbattuta perché rischia di crollare

di Giulio Giallombardo

È un monumento nel monumento. Da quasi 80 anni vive dentro la navata dello Spasimo, uno dei simboli della rinascita del centro storico di Palermo. Ma oggi il suo destino sembra segnato. L’albero che ormai è un tutt’uno con l’ex chiesa, un ailanto di 20 metri diventato quasi un pezzo d’architettura, è malato e rischia di venir giù. La scelta forse più saggia – secondo gli esperti – sarebbe quella di abbatterlo per evitare danni più gravi, ma il suo valore storico e identitario ha messo un freno a decisioni troppo avventate.

L’albero dello Spasimo come si presenta attualmente

Indagini recenti hanno documentato che le condizioni dell’albero – già malato da tempo – stanno peggiorando progressivamente. Al suo interno si è aperta una cavità di 30 centimetri alla base del fusto e il legno sano periferico si è ristretto a circa 5 centimetri. La verde chioma è ormai solo un ricordo, mentre il tronco tende sempre più pericolosamente a inclinarsi. Insomma, le probabilità che venga giù presto non sono poche. Ma si tratta di un albero monumentale, anche se formalmente non è stato censito in alcun elenco, né regionale, né nazionale. Dunque, prima di prendere decisioni estreme, tecnici, agronomi e forestali stanno valutando le prossime mosse. “Sono in corso alcune analisi che stiamo conducendo, insieme ai tecnici dell’università, per esaminare i campioni di pianta che abbiamo prelevato, nell’arco di una settimana cercheremo di fugare ogni dubbio”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Claudio Benanti, agronomo e responsabile della 5PV, azienda che si occupa del servizio di valutazione di stabilità delle piante ad alto fusto. Insieme a lui, si stanno interessando delle sorti dell’albero, agronomi del calibro di Giuseppe Barbera e Giuseppe La Mantia e gli esperti forestali Carlo Di Leo e Emanuele Rinaldi, che recentemente hanno fatto “visita” all’albero durante un sopralluogo.

L’albero come era qualche anno fa

“Avevo condotto verifiche su quest’albero già sei anni fa e adesso, purtroppo, non ci sono più le condizioni di stabilità – prosegue Benanti – dall’ultimo controllo, la pianta ha subito un elevatissimo degradamento dei tessuti legnosi che ormai sono diventati cavi. Su una sezione del tronco che ha circa 80 centimetri di diametro, oggi quasi la metà sono cavi. Inoltre sono stati rinvenuti dei carpofori, ovvero i corpi fruttiferi di un fungo, che sono attualmente sotto esame al dipartimento di patologia. La pianta ha gravi problemi anche perché la velocità con cui è avanzata questa degradazione, lascia presupporre che sia ormai alla fine del suo ciclo vitale. Essendo quella dello Spasimo un’area che fa circa 120mila visitatori all’anno, facendo una valutazione del rischio, l’abbattimento purtroppo è quasi obbligatorio”.

Lo Spasimo

Così, in attesa di capire quale sarà il destino dell’ailanto dello Spasimo, l’amministrazione ha transennato l’area, mentre è in corso un vivace dibattito tra chi è contrario all’abbattimento e chi, pur con amarezza, non vede altra strada. “A chi si preoccupa ben a ragione della sicurezza dei visitatori e che quindi, al momento, inibisce la frequentazione della navata – scrive Giuseppe Barbera, in un post su Facebook – ai cittadini amanti degli alberi, è nostra intenzioni fornire le indicazioni che tengano sì conto di benvenuti sentimenti di dendrofilia, ma a partire dalle sicurezze (seppure come sempre parziali) che offre una scienza: quella degli alberi”.

Hai letto questi articoli?

Un ostello alla Vucciria in un palazzo del ‘700 

Un edificio abbandonato da anni nel cuore dello storico mercato di Palermo diventerà una struttura ricettiva aperta al quartiere

di Giulio Giallombardo

Una scommessa sulla Vucciria che punta a rivitalizzare lo storico mercato di Palermo. Un palazzo del Settecento, abbandonato da anni, diventerà ostello della gioventù aperto al quartiere, una struttura che potrebbe avere delle ricadute positive sulle attività commerciali della zona, trasformandosi, allo stesso tempo, anche in un contenitore di eventi culturali e artistici. È l’idea di un gruppo di imprenditori e ristoratori che hanno messo radici alla Vucciria e adesso vogliono allargare le loro attività, investendo sui giovani – soprattutto stranieri – e sul turismo extralberghiero.

Rendering di una delle stanze

L’ostello nascerà all’interno di un edificio in via Maccheronai, proprio sopra la storica Taverna Azzurra, fulcro del quartiere sin dal 1896. Un palazzo di tre piani che ospiterà 34 posti letto, in camere arredate in stile moderno, mentre all’esterno il prospetto, attualmente fatiscente, manterrà gli elementi neoclassici dell’epoca. “I lavori dureranno circa un anno, contiamo di aprire a marzo dell’anno prossimo, ma già a settembre le camere saranno prenotabili”, dice a Le Vie dei Tesori News, Angelo Fascella, titolare di un’osteria della zona e proprietario dell’edificio insieme a Piero e Michele Sutera della Taverna Azzurra, figli di Totò che più di quarant’anni fa ha rilevato l’attività. A loro si aggiungono altri due ristoratori del quartiere che hanno sposato il progetto, Pippo Pitarresi e Giovanni D’Alia.

Al primo piano, oltra alla reception, ci sarà una cucina e una sala relax, con videoproiettori, strumenti musicali a disposizione degli ospiti e tavoli sociali. Le camere con letti a castello realizzati da artigiani locali saranno al secondo e terzo piano, a cui si aggiunge un’altra “suite” più grande con quattro posti letto e vasca idromassaggio. Sarà fruibile anche una terrazza che ospiterà un cartellone di spettacoli e incontri, in collaborazione con associazioni culturali, mentre al piano terra sarà disponibile un punto informativo con noleggio di biciclette. “Forniremo ai nostri ospiti i contatti dei commercianti della zona – spiega ancora Fascella – loro potranno ordinare la spesa che sarà consegnata dentro panieri calati dai balconi, come si faceva una volta, un modo per recuperare antiche tradizioni ormai quasi dimenticate”.

Le ringhiere del palazzo

Il restauro punta a restituire gli elementi decorativi del prospetto, adattando gli spazi interni alle esigenze della nuova destinazione d’uso. “Sulla facciata erano presenti dei decori che ancora si intravedono e che noi riproporremo – spiega Giovanni Coglitore, architetto che si è occupato del progetto di restauro – . All’interno, invece, manterremo un bellissimo solaio, apparentemente molto fragile, formato da una serie di rametti di castagno, tagliati a metà, messi uno accanto all’altro, si è conservato bene perché è stato coperto da un controsoffitto”. Dunque, come nella vicinissima piazza Garraffello, un altro pezzo di Vucciria si prepara a rinascere, anche grazie a chi in questo quartiere vive e lavora. “A differenza di quanto sta avvenendo in altre zone del centro storico, dove i vecchi residenti sono andati via per lasciare il posto a chi in quelle zone non ha mai vissuto – conclude Coglitore – nei mercati storici, come la Vucciria, resistono ancora gli stessi residenti che stanno investendo su se stessi e questa è una bella sfida”.

Hai letto questi articoli?

Chiude il monastero della suora in odor di miracoli

Dopo cinque secoli s’interrompe l’attività del convento di Santa Chiara a Termini Imerese. Trasferite anche le ultime due monache

di Giulio Giallombardo

Sono andate via lasciandosi dietro una storia secolare. Anche le ultime due suore del monastero di Santa Chiara, uno dei più importanti di Termini Imerese, hanno detto addio a quel luogo di preghiera e devozione sin dal 1498. Pochi giorni fa la messa per salutare la madre superiora suor Maria Chiara Costanzo e suor Chiara Luciana Ricciardi trasferite a Messina, nel monastero di Montevergine Santa Eustochia Smeralda. Per loro si tratta, in realtà, di un ritorno, perché è lì che provvisoriamente erano già state nel 2017, quando l’attività di culto nel monastero di Termini si fermò per alcune settimane. Poi, la chiusura fu scongiurata e le due suore tornarono nella loro “casa”.

Il monastero di Santa Chiara

Ma questa volta le porte del convento sono state sbarrate a tempo indeterminato e probabilmente per sempre. La partecipata e commossa cerimonia di commiato nell’annessa chiesa di San Marco ha, di fatto, segnato la fine dell’esperienza spirituale all’interno del convento, anche se – tiene a precisare a Le Vie dei Tesori News, padre Giuseppe Todaro, arciprete di Termini Imerese – “la chiusura è temporanea, la soppressione è di competenza del Vaticano e la pratica è ancora agli inizi”. Ma oggi la speranza nel ritorno delle clarisse è molto flebile e la loro presenza è andata negli anni scomparendo insieme alle “vocazioni” di nuove suore. Dal 1941 a oggi sono state 22 le monache entrate nel convento, già nel 1998 se ne contavano 10, ridotte poi alle sole due andate via pochi giorni fa. A nulla sono servite le “preghiere” della comunità terminata che, anche con una raccolta firme avviata qualche anno fa, aveva richiesto alle autorità religiose il trasferimento di altre suore nel convento di Santa Chiara.

Insegna all’ingresso del monastero

Del resto, il legame tra il monastero e la città è sempre stato molto stretto, come sottolinea Salvatore Arrigo, ex assessore comunale di Termini, appassionato di storia e autore, tra l’altro, di un libro dedicato proprio al monastero di Santa Chiara. “Intorno al 1820, per rimpinguare le finanze – racconta lo storico – la deputazione chiese in prestito alcune somme lasciate in testamento da una certa Maria de Clava, stabilendo di restituire in tempi migliori. Nel 1860, poi, come si evince da documenti dell’Archivio storico comunale, il presidente del Comitato termitano di liberazione chiedeva ‘filacce e pezzuole’ a seguito delle “barbarie delle regie truppe”. L’invito, in breve tempo, fu portato a compimento dalle suore”.

Ma anche in passato poche sono state le “vocazioni”, tanto che già nel Seicento l’allora arcivescovo di Palermo, Giannettino Doria, volle rilanciare il monastero, arricchendolo con nuovi locali e disponendo il trasferimento di alcune suore, a cui si aggiunsero altre clarisse termitane. Tra queste, circondata da un’aura di santità, vi fu Lucia Ciaccio, a cui sin da giovane si attribuirono fatti straordinari, tanto da attirare le attenzioni dello stesso arcivescovo Doria, che la volle destinare al monastero di Santa Chiara. A suor Lucia, lo storico don Vincenzo Solìto riferisce episodi prodigiosi. Il primo quando, delusa di non poter ascoltare la messa per mancanza del sacerdote nel giorno della “Presentazione di Nostra Signora Maria Vergine”, si ritirò nella sua cella. Chiamata da una voce, andò in chiesa e vide apparire due angeli che stesero sull’altare una “tovaglia bianchissima”. Quindi le apparve Gesù, vestito con abiti sacerdotali, che celebrò la messa circondato da “spiriti celestiali”. Oppure, in un altro episodio, Lucia rimase miracolosamente illesa mentre suonava la campana che si staccò dal muro.

La chiesa di San Marco

Una storia di devozione fu anche quella di Giovanna Barca, una nobile del Seicento la cui vicenda ricorda un po’ quella di Gertrude, la monaca di Monza dei Promessi Sposi manzoniani. Secondo quanto riportato dagli storici, la donna arrivò su una barca al porto di Termini per essere poi accompagnata al monastero delle clarisse. Ma giunta a destinazione, si accorse di essere stata ingannata e fu costretta a prendere i voti contro la sua volontà. “Tuttavia non si ribellò – racconta ancora Salvatore Arrigo – prese con piena consapevolezza il velo e accettò di seguire la regola di Santa Chiara. La sua vita fu esemplare e all’età di 40 anni, colpita da apoplessia, morì”. Antiche storie di devozione che ormai proseguiranno altrove.

Hai letto questi articoli?

Pronta a rinascere la casina nascosta dei Whitaker

Passi avanti per il restauro di Villa Lisetta, all’interno dell’Istituto “Gonzaga” di Palermo. Il progetto prevede la riqualificazione di interni, esterni e del giardino

di Giulio Giallombardo

Era una casina rustica circondata da 25mila metri quadrati di parco. Una delle meno note fra le proprietà della famiglia Whitaker, poi venduta ai gesuiti e diventata il primo nucleo originario del collegio “Gonzaga” di Palermo. Oggi Villa Lisetta si prepara a un restauro conservativo per una complessiva riqualificazione, come previsto da un bando di gara con procedura aperta pubblicato dal Comune. L’importo dell’appalto, finanziato con fondi della Regione, ammonta a 614mila euro e prevede diversi interventi di manutenzione e ridistribuzione degli ambienti interni, consolidamenti strutturali e realizzazione di impianti.

L’ingresso dell’Istituto Gonzaga

Il progetto di restauro, elaborato dalla Techné Ingegneri associati di Palermo, vuole restituire alla casina il ruolo cardine originario nel contesto del collegio “Gonzaga”. Le sale di Villa Lisetta ospiteranno tutti gli uffici della direzione scolastica e dell’amministrazione dell’istituto. Il progetto prevede il consolidamento del portico d’ingresso con l’inserimento di nuovi tiranti e la cucitura di alcune lesioni presenti nei conci degli archi. Previsto, poi, l’inserimento di un ascensore per collegare il piano terra e il primo piano.

Area esterna di Villa Lisetta

“Nell’androne d’ingresso – si legge nel progetto – verrà prevista la realizzazione di una hall, mentre la stanza attigua occupata dall’antico fondo sarà divisa con un tramezzo per destinarla in parte sempre ad archivio ed in parte ai servizi igienici idonei anche per l’accesso ai disabili. L’altra stanza attigua, dove prima era situato il bar, verrà in parte destinata all’inserimento dell’ascensore per il raggiungimento del primo piano”. Inoltre, saranno mantenute e ripulite tutte le pavimentazioni in marmo esistenti ed il marmo sarà riproposto anche nelle stanze in cui è necessaria la ripavimentazione. Dove possibile sarà eliminato il controsoffitto in cartongesso anche per riportare a vista la superficie interna del solaio che in alcune zone presenta un cassettonato in legno. Al primo piano, invece, sarà mantenuto l’assetto originario, con stanze adibite a uffici amministrativi e segreteria.

Particolare della Cappella del Gonzaga

All’esterno, si procederà alla pulitura dei prospetti e, dove necessario, al ripristino di modanature, cornici e finiture. Gli intonaci manterranno le caratteristiche del colore originario, mentre le pavimentazioni dei balconi saranno ripulite. Nel terrazzo sopra al porticato sarà controllato lo stato dei mattoni in cotto, con l’eventuale sostituzione di quelli danneggiati ed è previsto anche il restauro degli infissi esterni. Uno degli aspetti principali del progetto, infine, consiste nell’ampliamento delle aree verdi, con la realizzazione di sentieri pedonali che sostituiranno i viali carrabili e le aree di sosta asfaltate, che negli anni hanno soppiantato parte del giardino storico.

Uno dei volumi custoditi nell’istituto

L’area in cui sorge Villa Lisetta, come tutto l’istituto “Gonzaga”, è parte integrante del patrimonio culturale e naturalistico della città. Nel 1873 il fondo rustico divenne proprietà di David Wilson Thomas, commerciante inglese che nel 1895 lo cedette a Giosuè Whitaker, insieme a Villa Lisetta, dal nome di una componente della famiglia Thomas. Poi nel 1919 il fondo e la casina furono concessi in enfiteusi da Whitaker al gesuita padre Liborio Rubino. Fu allora che venne aperta la prima scuola con appena due classi e poco più di trenta alunni. Un’istituzione didattica che, tra ampliamenti e riorganizzazioni, arriva fino ai nostri giorni.

(Foto grande in alto: Anagrafe degli istituti culturali ecclesiatici)

Hai letto questi articoli?

L’olio “miracoloso” che sgorga dalla terra

Nelle campagne di Blufi, sulle Madonie, c’è una fonte da cui affiora un liquido combustibile ritenuto capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo

di Giulio Giallombardo

Affiora in un lembo di terra alle pendici delle Madonie. È l'”oro nero” di Blufi, piccolo centro di mille anime, non lontano dalle due Petralie. Per gli scienziati è un comune olio minerale che sgorga dalla terra, per i devoti, invece, è un unguento miracoloso capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo. Fatto sta che la sorgente dell’olio “santo” continua ancora oggi a essere meta di pellegrinaggi, a tal punto che sul posto c’è anche chi prepara delle boccettine piene di “elisir” da portare a casa, quando – soprattutto d’inverno – al posto dell’olio si trova soltanto acqua.

Il campo di tulipani con il santuario sullo sfondo (foto Alberto Genduso)

La nicchia perennemente annerita dal grasso, con tanto di bicchiere per prelevare il “prodigioso” fluido, si trova a poche centinaia di metri dal santuario dedicato alla Madonna dell’Olio. Una chiesetta d’impianto settecentesco, ma di origini antichissime, tant’è che nel 1100 esisteva già una cappella e alcune fonti fanno risalire una prima edificazione sin dall’ottavo secolo. A pochi passi, inoltre, si ripete un altro piccolo “miracolo” della natura: un campo di rossi tulipani spontanei che fioriscono ogni primavera. Come spesso avviene in questi casi, ogni luogo “magico” ha la sua leggenda: si tramanda, infatti, che l’olio di questa sorgente fosse prima commestibile, ma poiché qualcuno ne prelevava più del necessario, si trasformò in liquido nero combustibile.

Il santuario della Madonna dell’Olio (foto Alberto Genduso)

Ma alla base della leggenda, potrebbe esserci un fondo di verità, come racconta don Raffaele Fucà, un tempo rettore del santuario, in un volumetto del 1977. “Dagli storici – scrive il sacerdote – sembra risultare e dalla bocca di anziane persone s’è appreso che la sorgente dell’olio, prima, era più vicina alla chiesa. Tale sorgente si esaurì nel secolo scorso; e l’affioramento dell’olio riapparve altrove, dov’è oggi, a circa trecento metri dalla chiesa. Dal cambio avvenuto dell’ubicazione della sorgente d’olio, avrebbe avuto origine la leggenda”.

Il santuario in una foto d’epoca

Delle virtù terapeutiche dell’olio si parla anche in alcune fonti storiche citate da don Raffaele, come un atto del Quattrocento di un notaio della vicina Polizzi Generosa che fa cenno a “certi uomini lebbrosi, ricercati da un regio portiere di Palermo”, che “vennero trovati in terra di Petralia e presso la fonte del petrolio”. Ma anche lo storico catanese del Settecento, Vito Maria Amico, nel suo “Lexicon topograficum Siculum”, fa riferimento a una “fonte celeberrima di olio galleggiante – traduce dal latino don Raffaele – che, raccolto di mattina, viene conservato nei vasi. Vicino c’è la chiesa rurale della Madre di Dio con custodi eremiti. L’olio è indicatissimo per curare le malattie cutanee, sgorga abbondantemente e viene usato largamente dell’isola. Per questa fonte la città viene chiamata Pietra dell’olio e volgarmente Petralia”. In tempi più recenti, non sono mancate anche ricerche da parte di studiosi e – riferisce sempre il sacerdote – anche di compagnie petrolifere, che avrebbero constatato la presenza di un giacimento abbastanza ridotto.

La nicchia dove affiora l’olio

L’olio “santo”, in termini più prosaici, non è altro che un idrocarburo composto da una percentuale di 1,92 per cento di benzina, 33,56 di petrolio propriamente detto e per il resto da solforati come i tiofeni. Le ultime analisi risalgono agli anni ’50 del secolo scorso e furono condotte dall’allora centro sperimentale dell’industria mineraria di Palermo. ”Proprio la presenza di zolfo – aveva spiegato all’Adnkronos diversi anni fa Giovanni Abbate, chimico dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente, commentando i dati – ne fa un olio minerale che fa bene alla pelle, ma non ne fa un prodotto commercialmente appetibile per l’estrazione e la produzione di benzina così come tutti i petroli che si trovano nel sottosuolo siciliano”.

Uno scorcio di Blufi (foto Alberto Genduso)

Intanto, il via vai di fedeli prosegue, seppur il santuario resti fuori dai grandi circuiti turistico-religiosi. “Sono in tanti a venire qui per raccogliere l’olio, soprattutto in estate e in molti casi anche dall’estero, anche se fino a qualche anno fa la devozione era molto più diffusa – racconta il blufese Alberto Genduso, appassionato di storia locale – . Che ci si creda o no, diverse persone sostengono di essere guarite proprio grazie a questo rimedio”. Un dono della natura che fa miracoli.

Hai letto questi articoli?

Verso il restauro del presbiterio della Cattedrale

Dopo il nuovo percorso espositivo del tesoro, in cantiere un progetto che riguarda il recupero degli affreschi, della pavimentazione normanna e di altri elementi decorativi

di Giulio Giallombardo

Un progetto per valorizzare il cuore più antico della Cattedrale di Palermo. Prosegue il lavoro della Soprintendenza dei Beni culturali per completare il recupero delle parti normanne nella zona dell’abside centrale. Un’opera di riscoperta iniziata con il nuovo percorso espositivo del tesoro, inaugurato lo scorso maggio, e che adesso la Soprintendenza vuole riprendere nell’area del presbiterio, dove si conserva anche parte del pavimento normanno, realizzato a mosaici con disegni geometrici. Il progetto di restauro è stato ritenuto ammissibile ad un finanziamento di 500mila euro, provenienti dai fondi del Po Fesr 2014-2020, come si legge in un decreto firmato dal dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro.

Il Cristo risorto di Antonello Gagini

Sarà un intervento complessivo che riguarderà sia le parti settecentesche che quelle più antiche. “Oltre al lavoro sull’antica pavimentazione, abbiamo incluso il restauro degli affreschi di Mariano Rossi, nella calotta dell’abside centrale, deteriorati dall’umidità – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – prevediamo, poi, il recupero della parte basamentale dell’altare del Crocifisso, con le sculture del Gagini parzialmente rovinate anche in questo caso dall’umidità. Vorremmo anche procedere con il restauro artistico delle armadiature presenti nella cappella del tesoro, su cui si erano fatti dei saggi di pulitura e che mettevano in evidenza preesistenze più interessanti rispetto alla tinteggiatura monocromatica che si vede adesso”.

Il pavimento normanno e il candelabro

Proprio il presbiterio, in effetti, custodisce ancora testimonianze dell’antica cattedrale gualteriana, così chiamata dal nome di Gualtiero Offamilio, arcivescovo al tempo di Guglielmo II, a cui si deve l’edificazione di un “nuovo” duomo a partire dal 1170, sui resti di un precedente tempio bizantino e ancora prima di una moschea. Tra gli elementi più antichi, nella parte sinistra dell’abside, vicino al candelabro destinato al cero pasquale, spicca il seggio reale con decorazioni musive del XII secolo. Lì sedettero per primi i sovrani normanni.

Il presbiterio della Cattedrale

Il progetto si affianca a quello più complessivo del restauro dei tetti della Cattedrale, annunciato lo scorso giugno (ve ne abbiamo parlato qui). Un intervento promosso dal Provveditorato delle Opere pubbliche di Sicilia e Calabria, finanziato dal ministero dei Beni Culturali, e redatto da una squadra di professionisti, col contributo dell’Università di Palermo, della Soprintendenza e dell’autorità ecclesiastica. “Noi ci concentreremo sull’area presbiteriale – conclude la soprintendente Bellanca – proprio per evitare di interferire o sovrapporci agli altri interventi che riguardano i tetti, le capriate e le cupolette”.

(Foto dal sito www.cattedrale.palermo.it)

Hai letto questi articoli?

Da Palermo a Praga: un amore “gemello” per Rosalia

Il culto della Santuzza è diffuso anche nella capitale ceca, tra sculture, edicole votive e immagini sacre, nel ricordo della liberazione dalla peste

di Giulio Giallombardo

Appare sulla facciata di un palazzo storico, in un’edicola votiva all’interno di un grande santuario, e a lei furono dedicate alcune incisioni nell’Ottocento. Protagonista di un culto antico è Santa Rosalia, ma i devoti in questo caso non sono palermitani. Non fu, infatti, soltanto Palermo a essere liberata dalla peste grazie alla Santuzza, come tradizione religiosa vuole: stessa sorte toccò a Praga, agli inizi del Settecento. Fu allora che i cittadini a lei si votarono per debellare l’epidemia di peste che aveva colpito tutta la Boemia. La fama prodigiosa legata al culto della Santuzza si spinse, infatti, fino a lì e quando l’epidemia cessò, i praghesi iniziarono a venerare la patrona di Palermo.

Il bassorilievo raffigurante Santa Rosalia

A lei furono particolarmente grati i coniugi Wesser, che, scampati alla peste, fecero realizzare nella parte più alta della facciata della loro casa, nella centralissima via Karlova, in piena città vecchia, un bassorilievo raffigurante Santa Rosalia, insieme ai gesuiti Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio. E la Santuzza è ancora lì, in cima alla Casa al Pozzo d’Oro, luogo avvolto da leggende come tutta Praga, che adesso ospita un albergo e una delle più importanti pasticcerie della città. “Si racconta che la fama della Santuzza era già molto nota e che la famiglia si affidò a tutti i santi protettori della peste, tra cui anche Rosalia – racconta Gianluca Terravecchia, palermitano che vive a Praga, appassionato di storia – . C’è da dire anche che qui esistono diverse ‘immaginette’ di Santa Rosalia che è possibile trovare in alcune chiese”.

Immaginetta dedicata a Santa Rosalia

Tra queste, ci sono anche quelle della collezione di Joseph e Leopold Koppe, importanti editori praghesi che, a partire dalla metà dell’Ottocento, raccolsero e diedero alle stampe immagini votive di particolare interesse. Biagio Gamba, da anni studioso e collezionista, ne ha ricostruito la storia, con notizie e dati raccolti in vent’anni di ricerca. “Gli appassionati di immaginette praghesi – scrive Gamba sul suo blog – sanno molto bene che, nell’ambito dell’iconografia boema, Santa Rosalia è una figura piuttosto diffusa. Ciò nonostante a Praga non esiste alcuna chiesa espressamente dedicata alla Santuzza, o se esiste non è a conoscenza del sottoscritto”.

Di certo c’è, però, che esiste un’edicola votiva all’interno del Convento di Loreto, sempre a Praga, fondato da una nobildonna ceca che voleva far conoscere la leggenda della Santa Casa, la famosa basilica mariana che sorge nelle Marche. All’interno di quello che è considerato il più importante santuario praghese – come suggerisce Terravecchia – si trova un’edicola votiva in legno dedicata proprio a Santa Rosalia. Sotto l’immagine della patrona, c’è anche un’iscrizione su cui si legge “S. Rosalia patrona contra pestem”.

L’iscrizione per Santa Rosalia nel Convento di Loreto

Ma se ancora ci fossero dubbi sull’importanza del culto della Santuzza in quel di Boemia, basta sfogliare un volume del 1726 dal titolo “La sacra apoteosi, cioè la gloriosa divinazione di S. Rosalia”, stampato dal Senato palermitano. In uno dei capitoli si legge: “Si è disteso con divozione singolare nella Boemia e in Ungheria a corso di miracoli, il culto della Santa. La Città di Praga in rendimento alla liberazione del contagio conseguita per la di lei invocazione, l’ha eletto per sua Padrona; e gli scolari di quella Università con inni specialmente ivi composti celebrandone per tutto l’anno le glorie, a nome del Regno la invocano”. Un amore antico, dunque, quasi gemello a quello dei palermitani.

(Le foto delle immagini votive di Santa Rosalia sono di Biagio Gamba, tutte le altre sono di Gianluca Terravecchia)

Hai letto questi articoli?

La città di pietra nascosta tra i monti di Palermo

In un bosco vicino a Piana degli Albanesi c’è una particolare formazione rocciosa in cui massi squadrati sembrano antiche costruzioni create dall’uomo

di Giulio Giallombardo

Un labirinto di pietra nascosto tra le querce. Massi squadrati coperti di muschio all’ombra di un piccolo bosco tra i monti di Palermo, tra Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela. Passeggiare tra la rocce magiche del bosco di Rebuttone dà la sensazione di trovarsi in un luogo antico dal respiro mitico. Un fenomeno carsico tutto naturale ha creato un paesaggio irreale unico del Palermitano, luoghi di interesse geomorfologico che gli scienziati chiamano “città di roccia”. Si tratta di banchi rocciosi a tratti vicini quasi a formare percorsi labirintici, in altri casi più isolati e svettanti come piccole torri, creati dalla dissoluzione superficiale degli strati orizzontali di roccia.

Formazioni rocciose a Cozzo Giammeri

Il bosco, con le sue rocce dalle mille forme, si sviluppa attorno a Cozzo Giammeri, rilievo di circa 800 metri dell’altopiano carsico dei monti di Piana degli Albanesi, a nord di Santa Cristina Gela. Si raggiunge senza grandi difficoltà dalla contrada Rebuttone, a due passi da Altofonte. Percorsi pochi metri lungo un sentiero che sale a Cozzo Giammeri, già affiorano piccole torri di roccia che si fanno via via più compatte fino ad arrivare a un piccolo pianoro dove il bosco si fa più un po’ più fitto. È qui che i blocchi calcarei, per un’alchimia sapientemente architettata dalla natura, formano piccoli labirinti, cavità simili a antiche abitazioni rupestri, con tanto di fessure che sembrano porte e finestre. Due blocchi che si reggono uno sull’altro, hanno, poi, creato una profonda gola di roccia non difficile da attraversare: una discesa il cui fascino fiabesco è completato da grosse radici di edera che si inerpicano su per la parete.

“Il bosco, con la città di roccia, è un frammento dell’altopiano dei monti di Palermo poco frequentato, perché circondato da molte proprietà private – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Ippolito, geologo e guida escursionistica della cooperativa Artemisia – . Si è conservato per questo piuttosto integro, anche se si tratta di una parte residuale dell’antico querceto caducifoglie che una volta copriva quasi interamente tutta la Piana dei Greci fino alle Serre della Pizzuta e alla pianura dove ora c’è il Lago di Piana degli Albanesi”.

Città di roccia nel bosco

“Queste particolari rocce sono della formazione Scillato del Triassico superiore, risalenti a un’età compresa tra 228 e 199 milioni di anni fa – precisa il geologo – , si tratta di uno strato sedimentario calcareo che in alcuni punti poggia su uno strato più facilmente erodibile, per cui il sostegno viene meno e si comincia a spaccare formando blocchi. Poi l’erosione completa lo smantellamento fino a lasciare questi torrioni isolati”. Uno spettacolo della natura che fa a pugni con le discariche abusive disseminate lungo le strade della zona da cui inizia il cammino per raggiungere il bosco. Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

Hai letto questi articoli?

Il museo dell’amaro dei monaci eccellenza siciliana

Viaggio nello stabilimento Averna di Caltanissetta, dove ancora oggi viene prodotto il liquore famoso in tutto il mondo

di Giulio Giallombardo

Una storia siciliana lunga 150 anni. Un elisir la cui ricetta segreta si tramanda nei secoli e che ancora oggi viene prodotto lì dove nacque nel 1868. Lo stabilimento Averna di Caltanissetta resta sempre il luogo in cui prende vita l’amaro per eccellenza, anche dopo l’acquisizione dell’azienda della famiglia Averna da parte di Campari nel 2014, che si occupa oggi dell’imbottigliamento del liquore siciliano negli stabilimenti in Piemonte. La recente scomparsa di Francesco Claudio Averna, ex presidente del gruppo, che aveva guidato l’azienda insieme ad altri componenti della famiglia, tra cui il cugino Francesco Rosario, fino alla cessione, riporta inevitabilmente a ripercorrere la storia di una delle più importanti avventure imprenditoriali dell’Isola.

Don Salvatore Averna

Tutto nasce quando, a Caltanissetta nel 1854, fra’ Girolamo, un frate cappuccino dell’abbazia di Santo Spirito, in punto di morte volle donare a don Salvatore Averna un’antica pergamena su cui era scritta la ricetta di una bevanda a base di erbe, che i cappuccini del convento preparavano per curare febbri malariche, catarro intestinale e disturbi digestivi. Quello del francescano fu un segno di riconoscenza nei confronti di don Salvatore, ricco commerciante di tessuti molto noto in città e generoso benefattore dell’abbazia. Averna pochi anni dopo acquistò, in contrada Xiboli a pochi chilometri dalla città, i resti dell’antico convento cinquecentesco dei Cappuccini, in stato di abbandono da oltre 250 anni, per trasformarlo in dimora di campagna, dove trascorrere le vacanze. Fu lì che don Salvatore iniziò a lavorare sulla ricetta dell’”elisir cappuccino”, prima prodotto soltanto per familiari e amici, poi, dal 1868, battezzato con la prima etichetta.

Lo stabilimento Averna (foto Stephen Woolverton)

Così l’ex convento divenne la distilleria dove si iniziò a produrre l’amaro Averna. Dopo la morte di don Salvatore e dei suoi fratelli, Francesco Averna rimase il solo erede dell’azienda, che aveva una produzione ancora molto limitata. Ma la fama del liquore iniziò a diffondersi, fino ad arrivare al re Umberto I, che nel 1895 invitò Francesco Averna a palazzo reale, a Roma, dove lo nominò fornitore della Real Casa, a cui seguì il “Brevetto della Real Casa” da Vittorio Emanuele II nel 1912. Da allora iniziò la lunga ascesa degli imprenditori siciliani che proseguì con il rilancio negli anni Cinquanta, dopo la guerra, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Oggi, lo stabilimento ingloba i resti dell’antico edificio cinquecentesco diventato un museo, che ha negli ultimi anni ampliato le visite grazie a Le Vie dei Tesori, il festival che ogni anno trasforma le città siciliane in musei diffusi. Nel museo aziendale – spiega Titti Marchese, assistente di alta direzione nell’azienda Averna per 32 anni, e adesso consulente esterna con Campari – si possono ammirare gli antichi macchinari usati da don Salvatore per la produzione del liquore. “C’è il mortaio, usato per triturare le erbe – racconta Marchese – poi le riempitrici, che servivano a riempire le bottiglie prima dell’imbottigliamento, poi il distillatore e il torchio usato per spremere il macerato”.

Riempitrice manuale

L’amaro nasce dall’infusione di una trentina di ingredienti, tra erbe, radici, scorze, spezie che vengono messe a macerare in alcol, alla fine di questa fase si ottiene l’infuso, che è la parte alcolica aromatizzata. “Per ottenere dal macerato l’infuso – prosegue Marchese – una volta si usava il torchio, poi negli anni ’80 si è passati alla centrifuga ad alta velocità, metodi più moderni che comunque lasciano sempre inalterata la naturalità del prodotto”. I grandi saloni della fabbrica con archi a tutto sesto custodiscono inoltre terraglie, le giare in terracotta, oggetti in rame, le etichette per le bottiglie e i tanti riconoscimenti internazionali ottenuti dall’azienda. Un sorso di Sicilia gustato in tutto il mondo.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend