Scoperto in Ucraina uno dei “mostri” di Villa Palagonia

Una scultura di tufo raffigurante una chimera, proveniente dalla dimora settecentesca di Bagheria, si trova esposta nelle sale di un museo di Odessa

di Giulio Giallombardo

Una chimera tiene strette tra le sue fauci Bagheria e Odessa. Un viaggio di sola andata, da Villa Palagonia alle sale di un museo della città ucraina, ha portato uno dei “mostri” di tufo lontano dal regno incantato del principe Ferdinando Francesco Gravina. Non si sa bene come vi sia finita, ma una delle bizzarre statue della settecentesca villa di Bagheria, si trova esposta nel Museo dell’arte occidentale e orientale di Odessa. La scoperta si deve a Dario Piombino-Mascali, antropologo messinese e ispettore onorario dei beni culturali della Regione Siciliana.

Sculture sulla cinta muraria della villa

Si tratta di una scultura lunga circa un metro che raffigura una chimera, creatura leggendaria il cui corpo era composto da parti di diversi animali. Nella targhetta che accompagna la statua è chiaramente indicata la provenienza da Villa Palagonia, che ospita nella cinta muraria tantissime opere stilisticamente simili. Non si sa nulla su come l’opera dalla Sicilia sia arrivata in Ucraina. Secondo quanto riferito da un responsabile del museo all’antropologo, la chimera sarebbe stata acquistata ad un’asta pubblica. Troppo poco per ricostruire le tappe di un viaggio di cui non erano al corrente neanche gli attuali amministratori della dimora bagherese.

Dario Piombino-Mascali

La scoperta, che risale a due anni fa, ma resa nota soltanto adesso, è stata fatta casualmente durante uno dei tanti viaggi dell’antropologo messinese, tra i maggiori esperti di mummie siciliane, che presto inizierà a studiare alcune mummie egizie presenti tra Kiev e Odessa. “Passeggiando tra le sale del museo, mi sono imbattuto in questa statua e sono rimasto sorpreso – ha detto Piombino-Mascali a Le Vie dei Tesori News – . C’è un pezzo di Villa Palagonia in Ucraina e nessuno lo sa, non sappiamo neanche se tornerà mai a casa. Subito dopo la scoperta, ho scritto un’email alla Soprintendenza di Palermo e al Servizio tutela e acquisizioni dei beni culturali della Regione, anche solo per informarli della presenza di quella statua a Odessa, ma non ho avuto alcun riscontro”.

Villa Palagonia

Nonostante altre statue manchino all’appello, l’insolito “gemellaggio” con il museo di Odessa era sconosciuto anche a Bagheria. “Ho già scritto alla direzione del museo chiedendo copia della documentazione relativa alla statua e allo stesso stempo dichiarandoci disponibili a una collaborazione per uno scambio culturale”, ha spiegato Nino Mineo, amministratore della fondazione che gestisce Villa Palagonia. Mentre dalla Soprintendenza hanno fatto sapere che avvieranno opportune verifiche per saperne di più. Una delle ipotesi più accreditate è che la statua di Odessa non sia una di quelle mancanti sulle mura, ma si trovasse nel giardino. Come tante altre, potrebbe essere stata venduta dal principe a un collezionista, per poi iniziare il suo lungo viaggio fino alle sponde del Mar Nero.

Hai letto questi articoli?

Alla scoperta dell’ottagono sepolto di piazza Papireto

Nel sottosuolo del centro storico di Palermo trovato un ipogeo unico nel suo genere, realizzato nel ‘500 per la bonifica delle paludi

di Giulio Giallombardo

C’è un’altra Palermo che si snoda nel sottosuolo. Una città parallela dove tunnel, camminamenti, canali e ambienti ipogei realizzati nei secoli, s’incrociano in un intricato labirinto di cui non si vede la fine. Tra questi, recentemente, è stata scoperta un’opera idraulica, finora unica, realizzata nel Cinquecento per contribuire alla bonifica delle paludi del fiume Papireto, oggi interrato. Si tratta di una struttura sormontata da una cupola ottagonale, utilizzata come ricettacolo e centro di raccolta delle acque di drenaggio, trasportate da tre cunicoli che da Danisinni arrivavano fino alla depressione del Papireto.

Uno dei cunicoli

L’ottagono è stato scoperto durante i lavori per la manutenzione della pavimentazione di piazza Papireto. Nel corso degli scavi dello scorso marzo, gli operai hanno notato la cupola che emergeva dal sottosuolo, così è stata avvisata la Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo che ha avviato contestualmente un cantiere archeologico, con la consulenza di Pietro Todaro, geologo tra i maggiori esperti del sottosuolo della città. “Si tratta di un’opera molto singolare, forse unica nel suo genere, che sarebbe importante riuscire a valorizzare”, spiega il geologo, che ha da poco pubblicato un articolo scientifico sulle paludi e la bonifica del Papireto nel Notiziario archeologico della Soprintendenza di Palermo.

Pietro Todaro durante il sopralluogo

L’ipogeo, ancora oggi semisommerso da due metri di melma, era parte di una grande opera idraulica sotterranea, passata alla storia come “aquidotto di maltempo”, realizzata alla fine del ‘500 dal pretore del Senato palermitano, Andrea Salazar, a cui si deve un primo importante intervento idrogeologico di prosciugamento dei terreni. L’impaludamento del Papireto fu causato in parte dall’insabbiamento e dell’interramento della foce, nell’antico porto della Cala, dove confluivano in massa detriti di ogni tipo, scaricati principalmente dal fiume Kemonia durante i periodi di piena e le devastanti inondazioni. Per il restringimento della foce, dunque, il livello di base del fiume si alzò, rallentando il deflusso e aumentando il ristagno delle acque, fino trasformarsi in palude in alcuni tratti,  Da qui l’intervento di bonifica e prosciugamento che in seguito portò a una rapida urbanizzazione della zona.

Sezione della struttura

Importante tassello della bonifica, fu dunque questo particolare ipogeo, una struttura a pianta ottagonale, alta circa sei metri, e costruita con conci di calcarenite, sormontata da una cupola del diametro di 4,5 metri, composta da otto “spicchi”, con un foro del diametro di circa un metro, aperto durante i lavori di pavimentazione. È stata scoperta anche una “discenderia” d’accesso, una galleria con una scalinata in muratura che porta fino all’ipogeo. Dall’ottagono, si dipartono quattro canali, tre erano quelli di drenaggio, l’altro era quello attraverso cui l’acqua defluiva, dopo aver ridotto il carico sabbioso nel ricettacolo, fino al piano dei Santissimi Cosmo e Damiano (l’attuale piazza Beati Paoli) dove si univa a un altro più grande condotto, il canale del Papireto, proveniente da via Gioiamia, che raccoglieva le acque di superficie di Danisinni e della sorgente dell’Averinga, sfociando infine nell’antico porto della Cala.

Arco innesto

Adesso, l’intenzione dell’amministrazione comunale è quella di liberare la struttura dalla melma che la ricopre e valorizzarla come merita, con la speranza di creare un percorso di visita. “Attualmente è impossibile fruire di quest’opera unica – spiega Todaro a Le Vie dei Tesori News – io ho dovuto strisciare come un serpente, facendomi largo tra il fango, ma se, durante una seconda fase dei lavori, si riuscirà a liberare l’ingresso, la discenderia che porta giù, il fondo dell’ottagono, i canali e mettere in evidenza la struttura, allora potrebbe essere valorizzata e visitata da tutti, contribuendo alla conoscenza di uno straordinario lavoro idraulico dal grande valore storico”.

Hai letto questi articoli?

Chiamata alle armi per ripensare Villa Deliella

Pronto un bando per un worshop di progettazione del museo del liberty da realizzare dove sorgeva l’edificio abbattuto nel 1959

di Giulio Giallombardo

Un vuoto lungo sessant’anni e il sogno della ricostruzione. Che sia copia conforme o libera interpretazione, si vedrà, ma piazza Crispi riavrà la sua Villa Deliella. Almeno questa sembra la strada tracciata da Regione, Comune di Palermo e addetti ai lavori, che da qualche anno coltivano l’idea di realizzare un museo del liberty nell’area dove un tempo sorgeva il gioiello progettato da Ernesto Basile e abbattuto in una notte del 1959. Mentre all’Ars si attende l’approvazione del collegato alla finanziaria che, tra l’altro, destinerebbe un milione di euro per l’acquisizione e il recupero, l’assessorato regionale dei Beni culturali sta lavorando a un workshop da realizzare a fine novembre, con il coinvolgimento di “almeno tre studi di progettazione di chiara fama” – si legge nel bando – per predisporre un concorso di ideazione di un museo del liberty da realizzare dove si trovava la villa, area poi occupata da un parcheggio sequestrato nel marzo del 2018.

L’area dove sorgeva Villa Deliella

Il workshop è organizzato dal Dipartimento regionale dei Beni culturali e l’Ordine degli ingegneri di Palermo, in collaborazione con il Comune, la Soprintendenza ai Beni culturali, l’università e il suo dipartimento di Architettura e l’Ordine degli architetti di Palermo. Le giornate di studio si svolgeranno dal 25 al 28 novembre nei locali dell’ex convento della Magione e potranno partecipare 30 professionisti che non abbiano compiuto 40 anni, in possesso di laurea magistrale in architettura, ingegneria edile, scienze della comunicazione che preferibilmente abbiano già maturato qualche esperienza nel settore delle ricerche e dei progetti di architettura di edifici pubblici in ambito urbano, musealizzazione o aspetti della comunicazione culturale nel corso degli studi universitari o anche, successivamente, in ambito professionale.

Villa Deliella in una foto storica

Si alterneranno momenti di laboratorio con la realizzazione di elaborati grafici, letture, visite e sopralluoghi nell’area oggetto di studio. Il workshop si articolerà in sei gruppi di lavoro, ognuno composto da cinque partecipanti seguiti da uno o più tutor. I risultati del worshop saranno raccolti in un elaborato che verrà presentato in nelle giornate conclusive dell’evento che si svolgeranno il 29 e 30 novembre. Per candidarsi c’è tempo fino al 13 settembre (qui il bando).

“Il workshop – si legge nel bando – si pone come momento di riflessione, sensibilizzazione ed indirizzo sui temi del paesaggio urbano e dell’architettura pubblica, con specifica destinazione espositiva e museale, e sui caratteri peculiari della città nata nell’arco temporale tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. La visione contestuale del tema potrà estendersi a sottosistemi urbani più ampi, concettualmente o fisicamente collegati. Il lavoro all’interno del workshop ha il carattere di un’esplorazione multidisciplinare in grado di riflettere sulla storia, sugli assetti attuali, sugli usi futuri, sull’architettura pubblica urbana e sui concetti di conservazione e comunicazione intesi come elementi fondamentali del percorso espositivo”.

Hai letto questi articoli?

Il Maxxi sbarca a Palermo con la mostra di Zerocalcare

Il Museo delle arti del XXI secolo di Roma porta nello Spazio Zac la prima personale del fumettista in un allestimento originale

di Giulio Giallombardo

La sua matita “appuntita” ha tratteggiato l’anima inquieta di una generazione. Quella nata e cresciuta tra gli anni ’80 e i ’90, con l’ombra sempre più incombente del precariato e il proliferare incontrollato del web. Dopo il debutto al Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, la grande mostra di Zerocalcalre “Scavare fossati – Nutrire coccodrilli” è pronta a fare tappa a Palermo, con un allestimento originale pensato per lo Spazio Zac dei Cantieri culturali alla Zisa. Una delibera approvata dalla giunta comunale pochi giorni fa, di fatto, ha dato il via libera a un progetto a cui si lavora da tempo e che potrebbe aprire la strada anche a una sede stabile del Maxxi nel capoluogo siciliano (lo avevamo anticipato qui).

Lo Spazio Zac

La mostra, finanziata con risorse previste dal Patto per il Sud, è la prima personale del fumettista Michele Rech, che ha scelto il suo nome d’arte ispirandosi a uno spot televisivo. Mette insieme il lavoro grafico di Zerocalcare a partire dai primi anni Duemila, tra poster, illustrazioni e copertine, includendo circa 170 opere originali e una timeline corredata da didascalie delle opere esposte. Riguardo alle date ancora nulla di ufficiale. Nella proposta del Maxxi inviata al Comune lo scorso giugno si ipotizza l’inaugurazione il prossimo settembre, con apertura della mostra fino a dicembre di quest’anno, ma dall’amministrazione non è ancora arrivata alcuna conferma su quando la mostra aprirà i battenti.

Uno dei disegni in mostra

Rispetto all’allestimento del Maxxi, in cui la mostra è stata aperta fino allo scorso marzo, quello dello Zac di Palermo prevede una grande illustrazione ideata e realizzata dall’artista appositamente per questo spazio. Un disegno gigante, applicato con la tecnica del wall paper, rivestirà le pareti e il pavimento dello spazio espositivo. “Nume tutelare” della mostra è l’Armadillo, il celebre personaggio creato dal fumettista, sua coscienza e alter ego, protagonista di quasi tutte le sue strisce e i suoi libri.

Michele Rech, in arte Zerocalcare

Sono quattro le sezioni della personale che hanno caratterizzato l’allestimento del Maxxi e che, verosimilmente, saranno replicate anche a Palermo: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze e Non-reportage. La prima comprende illustrazioni a colori e strisce tratte dal blog dell’autore, zerocalcare.it, creato nel 2011; Tribù racconta l’attività dell’artista legata al mondo del punk e dell’underground con illustrazioni, locandine dei concerti e vinili; Lotte e Resistenze include venti anni di illustrazioni, tavole e locandine, tratte dalla vita quotidiana, con riferimenti ai movimenti di protesta, ai fatti di cronaca e politica; infine Non-reportage mette insieme testimonianze vissute e raccontate in prima persona con lo spirito del reportage, ma con l’esito di un diario intimo, dal G8 di Genova agli attacchi dell’Isis contro i curdi a Kobane.

Murale disegnato da Zerocalcare a Roma

Il legame tra Palermo e il Maxxi, però, non nasce adesso. Già nel 2017, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre l’anno scorso è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte ospitata a Palermo. Adesso la mostra di Zerocalcare potrebbe essere il primo passo verso una sede stabile del Maxxi nel capoluogo siciliano, un’idea che piace a tanti, ma ancora tutta da realizzare.

(Foto grande in alto: Musacchio, Ianniello & Pasqualini, Fondazione Maxxi)

Hai letto questi articoli?

Si rianima il cantiere fantasma di Palazzo Bonagia

Sono ripartiti dopo quattro anni i lavori in quello che resta della settecentesca dimora palermitana. Sarà reso fruibile il cortile e lo scalone monumentale

di Giulio Giallombardo

Un restauro infinito, costellato di false partenze, furti e inciampi burocratici. Tutto da rifare, o quasi a Palazzo Bonagia, un tempo gioiello dell’architettura settentesca di Palermo, oggi ridotto a un rudere dopo le bombe dell’ultima guerra mondiale, ma di cui sopravvivono diversi elementi di pregio. Dopo oltre quattro anni di abbandono, è finalmente ripartito il cantiere per il restauro del palazzo della Kalsa, di proprietà dell’Arnas Civico di Palermo. Il dipartimento regionale dei Beni culturali, guidato da Sergio Alessandro, ha approvato in linea amministrativa il contratto d’appalto con la nuova ditta che dovrà svolgere i lavori, il Consorzio Stabile Ganosi di Benevento. Si tratta della terza assegnazione, dopo che le due precedenti ditte vincitrici hanno abbandonato i lavori per fallimento.

La scalinata prima del restauro

A peggiorare la situazione, poi, hanno contribuito anche due ladri di rame, sorpresi nel 2015 a rubare le grondaie sul terrazzo di copertura dello scalone monumentale. Furto che ha causato, oltre che il distacco di mattonelle e il danneggiamento di alcune travi, soprattutto infiltrazioni d’acqua che hanno rovinato lo scalone ristrutturato e su cui adesso si dovrà nuovamente intervenire. “Il cantiere è ripartito, ma siamo in una fase difficile perché è davvero passato troppo tempo dagli ultimi interventi – spiega a Le Vie dei Tesori News, Lina Bellanca, soprintendente dei Beni culturali di Palermo e direttore dei lavori – . Abbiamo lavorato a tutta una serie di opere preparatorie, tra cui la pulizia e la messa in sicurezza, ma ci siamo ritrovati con seri danni allo scalone monumentale, quindi ci toccherà lavorare ancora una volta su questo elemento architettonico, e non sarà facile, anche alla luce delle esigue risorse economiche a disposizione”.

Prospetto di Palazzo Bonagia in via Alloro

I lavori ammontano a poco meno di 500mila euro, parte dei 2,6 milioni complessivi stanziati per lavori in parte portati a termine, ma parzialmente persi a causa dell’abbandono del cantiere. Così, risolte le ultime pratiche burocratiche con la nuova ditta e gli uffici del Genio civile, il cantiere potrà procedere più speditamente, dopo questa fase di avvio un po’ a rilento. “Dovremo ridimensionare i lavori previsti da una prima perizia – prosegue Bellanca – dunque cercheremo di rendere fruibile il cortile e lo scalone, dubito che riusciremo a ricostruire la terza elevazione che doveva essere realizzata, perché i lavori di recupero delle altre parti assorbiranno un bel po’ di risorse”.

Lo scalone monumentale

Dunque, sarà ancora una volta lo scalone il protagonista del restauro del palazzo di via Alloro, appartenuto a Antonino Stella, duca di Casteldimirto. Fino a qualche anno fa scenografia per spettacoli all’aperto, la scalinata a tenaglia in marmo rosso di Castellammare del Golfo, realizzata Andrea Giganti nel 1755, è stata risparmiata dalle bombe, ma messa seriamente a rischio da ladri, maltempo e incuria. Adesso si ricomincia, nella speranza che questa sia la volta buona.

Hai letto questi articoli?

La nuova vita di Villa Belmonte dopo il restauro

L’ottocentesco complesso monumentale di Palermo, alle falde di Monte Pellegrino, diventerà sede del Consiglio di giustizia amministrativa

di Giulio Giallombardo

Si prepara a rinascere un altro tesoro monumentale di Palermo. Dopo i recenti interventi di restauro e manutenzione, l’ottocentesca Villa Belmonte, uno dei più importanti esempi di architettura neoclassica in città, diventerà sede del Consiglio di giustizia amministrativa. Il complesso monumentale alle falde di Monte Pellegrino, che comprende la villa, i corpi accessori tra cui scuderia, ex cappella, ex casa del custode, parco e tempietto di Vesta, appartiene al demanio della Regione Siciliana, che ha da poco completato i lavori di adeguamento e restauro per trasferirvi gli uffici del Cga, attualmente ospitato in via Cordova.

Uno scorcio di Villa Belmonte

Dopo anni di incuria e abbandono, durante i quali la villa è stata preda dei vandali, adesso è pronta per tornare fruibile. I lavori, durati quasi due anni, per cui la Regione ha investito circa tre milioni di euro, hanno interessato sia l’interno che l’esterno. Si è provveduto alla manutenzione delle finestre e degli infissi, compresa la veranda di piano primo e le grate di protezione. Le sale interne sono state interamente ritinteggiate, ad eccezione di quelle affrescate, del cui restauro si dovrà occupare la Soprintendenza ai Beni culturali. È stato messo a punto l’adeguamento degli impianti elettrici, idrici e di condizionamento, ricavando una sessantina di postazioni di lavoro, con aula riunioni e spazi per gli archivi.

La veranda

Gli unici interventi finora rimasti fuori sono quelli di recupero degli elementi artistici, ovvero gli affreschi delle volte, l’emiciclo e le fontane con i leoni da restaurare. “Siamo partiti un po’ in ritardo, perché il vecchio progetto non comprendeva alcuni aspetti, come il restauro delle volte – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’architetto Giovanni Rotondo, rup e dirigente del Servizio 2 del Dipartimento regionale tecnico – abbiamo poi trovato le travi delle stalle in pessime condizioni, per cui è stato fatto un lavoro supplementare. Poi anche alcuni tratti dell’impianto fognario erano in cattivo stato. Abbiamo recuperato un grande vano per fare una sala riunioni, anche questo non previsto in progetto, l’abbiamo pavimentato, ridipinto e rifatto il tetto. La facciata è in discreto stato, ma necessita di interventi di recupero, da fare magari in un secondo tempo. Le emergenze principali erano di carattere statico, soprattutto nelle volte e negli architravi delle finestre, che presentavano lesioni molto serie”.

Nello Musumeci

Bisognerà adesso capire se gli uffici del Cga si trasferiranno in breve tempo o se si dovrà aspettare il restauro degli affreschi ad opera della Soprintendenza. A decidere il trasferimento degli uffici giudiziari nel bene storico è stato il presidente della Regione, Nello Musumeci, che ha approvato recentemente una delibera nel corso di una seduta di giunta che si è svolta a Catania. Il provvedimento, di fatto, ha revocato una delibera del governo regionale, risalente alla precedente legislatura, ma di fatto mai attuata, con la quale era stata destinata al Consiglio di giustizia amministrativa un’ala dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. “I particolari lavori di manutenzione straordinaria eseguiti dalla Regione – ha affermato il governatore Nello Musumeci – oltre a riportare agli antichi splendori uno dei palazzi storici più prestigiosi della città, ci danno la possibilità di mettere a disposizione del Cga una sede autorevole”.

Hai letto questi articoli?

Battaglia delle Egadi, verso il recupero di nuovi rostri

Sono riprese le attività di ricerca nei fondali a nord-ovest di Levanzo, dove sono tantissimi i reperti individuati tra cui anfore, elmi e oggetti di bordo delle navi

di Giulio Giallombardo

Si tornano a esplorare i fondali della Battaglia delle Egadi. Sono riprese le attività di ricerca subacquea tra i 75 e i 95 metri di profondità a nord-ovest dell’isola di Levanzo, dove l’anno scorso sono stati recuperati diversi reperti, tra cui un rostro romano decorato, unico nel suo genere, con un’incisione che raffigura una vittoria alata (ve ne abbiamo parlato qui). Ma sono tantissimi i reperti individuati e che aspettano solo di essere recuperati, tra cui anfore greco-italiche e puniche, oggetti di bordo, numerosi elmi e altri rostri, armi da guerra, montate nella parte anteriore delle navi per speronare le imbarcazioni nemiche.

Il team di ricercatori al lavoro

Le indagini sono condotte dalla Soprintendenza del Mare in collaborazione con la Rpm Nautical Foundation e i subacquei altofondalisti della Gue, Global underwater explorer. Lo stesso team che l’anno scorso indagò nell’area di quello che viene considerato il più grande conflitto navale dell’antichità, combattuto nel 241 avanti Cristo, da circa 200mila uomini, con i romani vittoriosi da un lato e i cartaginesi sconfitti dall’altro. Una ricerca su cui lavorava da anni l’assessore e archeologo Sebastiano Tusa, scomparso il 10 marzo scorso nel disastro aereo in Etiopia, per ironia della sorte, lo stesso giorno della Battaglia delle Egadi.

Il rostro decorato

Quest’anno le indagini, iniziate un paio di settimane fa e che proseguiranno fino al 31 agosto, si concentrano proprio nell’area ritenuta più importante per numero di reperti individuati durante la campagna effettuata nella scorsa estate dalla nave oceaonografica Hercules della statunitense Rpm, con il supporto di moderni sonar a scansione laterale, strumenti che permettono di effettuare rilievi più approfonditi, e con multibeam, un tipo di sonar utilizzato per mappare il fondale marino.

Rostri esposti a Favignana

Le ricerche sono appena all’inizio e si è ancora in una fase preliminare. Ma il tentativo sarà di tirare fuori dal mare altri rostri individuati l’anno scorso, che si andranno ad aggiungere agli altri 19 già recuperati, insieme ai 22 elmi e alle numerose anfore. La speranza è che si tratti di reperti preziosi come il rostro decorato con la vittoria alata, chiamato “Egadi 18”, ma è ancora presto per fare ipotesi. “Le indagini sono in corso – spiega a Le Vie dei Tesori News la soprintendente del Mare, Adriana Fresina –  i fondalisti lavorano ogni giorno e la ricerca sta dando risultati interessanti, ma in questo momento non è possibile dire di più. L’idea è quella di recuperare altri rostri, ma non è un’operazione facile. Tutto dipende da una serie di variabili, tra cui le condizioni meteo, per cui bisogna ancora capire quando e se sarà possibile recuperarli. Faremo il possibile, nella speranza di trovare anche altri tesori sommersi”.

Hai letto questi articoli?

Addio Camilleri, Tiresia dei nostri tempi

Lo scrittore empedoclino è morto lasciando una vasta eredità letteraria, dove la Sicilia è protagonista indiscussa, tra ironia e disincanto

di Giulio Giallombardo

“Penso al paradiso: il paesaggio rasenterebbe la sicilianità visiva. Montalbano me lo immagino disoccupato, circondato da un placido volteggiare di anatre. E una tazzina di caffè fumante”. Parola di Andrea Camilleri, in un articolo di qualche anno fa pubblicato sul Corriere della Sera. Un’immagine dell’aldilà intrisa dell’Isola dove era nato e che amava visceralmente. Lo scrittore empedoclino, a un mese esatto dal ricovero per arresto cardiaco all’ospedale Santo Spirito di Roma, è morto questa mattina. Aveva 93 anni e lascia la moglie e le tre figlie che lo hanno assistito fino all’ultimo.

“Non ho paura di morire. Accogliere la morte come un atto dovuto è saggezza, farlo invece con timore e ritrosia è come essere già morti”. Aveva confessato lo scrittore in un’intervista radiofonica, con quel disincanto che lo contraddistingueva. Un compagno di vita con cui aveva convissuto insieme all’ironia, che scorre tra le righe dei suoi libri. Ma la vocazione artistica di Camilleri era una soltanto: raccontare storie. Farlo con lucidità e spirito critico, ma non senza nostalgia e dolcezza. Una missione che ha voluto portare avanti non solo nei tantissimi libri, tutti pubblicati in età matura, ma anche con le numerose interviste, che generosamente rilasciava (qui un’intervista inedita che abbiamo pubblicato l’anno scorso).

Andrea Camilleri

Ogni occasione era buona per raccontare aneddoti, curiosità, ricordi, dove la Sicilia era quasi sempre, se non protagonista, almeno sullo sfondo.  Fino all’ultimo grande racconto, l’anno scorso, a Siracusa, dove con la sua “Conversazione su Tiresia” aveva incantato i diecimila spettatori del Teatro Greco. La cecità dell’indovino tebano, punito perché rivelava i segreti degli dei, era la stessa che aveva afflitto lo scrittore negli ultimi anni. Un’affinità elettiva da cui scaturisce una riflessione ad alta voce sul tempo, sulla memoria e sulla profezia. “Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista – scriveva – questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla, solo su queste pietre eterne”.

Luca Zingaretti interpreta il commissario Montalbano

Ma la vera fortuna letteraria del “grande vecchio” di Porto Empedocle inizia nel 1994, anno di nascita del commissario Montalbano, nelle pagine de “La forma dell’acqua”. Quattro anni dopo, anche grazie alla serie televisiva con Luca Zingaretti, che ha dato corpo e volto al personaggio, esplode uno dei casi editoriali più importanti degli ultimi anni. La Sicilia di Camilleri mette da parte lo stereotipo di terra di mafia, intesa come “impero del male totalizzante”, come ha osservato il giornalista Francesco La Licata, per non cadere nella trappola di una celebrazione indiretta di Cosa nostra. “La mafia non emerge nei racconti con il commissario Montalbano – osserva La Licata – nel senso che il mafioso non è mai il protagonista delle storie. Tuttavia l’onorata società non è che non esista nelle trame: c’è ma non sta in primo piano per esplicita volontà dell’autore che dichiara apertamente di non voler contribuire al consolidamento del mito della mafia”.

Lo scrittore è morto a 93 anni

Così risalta la Sicilia del mare cristallino, del sole abbagliante e della buona tavola, un po’ da souvenir a dire il vero, ma comunque autentica e senza artifici. Diventano comuni a tutta Italia (e non solo) anche certe parole in vernacolo siciliano di cui sono disseminati i trenta romanzi che hanno come protagonista il commissario di Vigata. Complementari al filone di Montalbano, ci sono poi i saggi e romanzi storici a partire da “Un filo di fumo”, pubblicato nel 1980, passando per “La strage dimenticata”, “La stagione della caccia” e “Il birraio di Preston”, fino ad arrivare a “La presa di Macallè”, ambientati, tranne quest’ultimo, soprattutto nella Sicilia di fine Ottocento.

Scompare una penna eclettica e sagace, sempre ancorata all’attualità, che non aveva risparmiato recentemente critiche al governo, suscitando non poche polemiche. Un intellettuale a tutto tondo, che parlava senza fronzoli, dicendo sempre quello che pensava. “Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano”. Aveva detto Camilleri. Appena due giorni fa, il 15 luglio, avrebbe dovuto narrare alle Terme di Caracalla la sua “Autodifesa di Caino”, spettacolo poi annullato visto l’aggravarsi delle condizioni di salute. Una storia che adesso, forse, sta raccontando altrove, tra il cielo e il mare della sua Vigata.

Hai letto questi articoli?

Il Comune vuole fare cassa e vende nel centro storico

L’amministrazione porta avanti il piano delle alienazioni. Disponibili appartamenti, magazzini e corpi bassi da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico in vendita per fare cassa. Il Comune di Palermo porta avanti il piano delle alienazioni, approvato alla fine dello scorso anno, nella speranza di trovare acquirenti disposti a rilevare immobili da ristrutturare. Da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto, sono una dozzina i lotti, tra appartamenti, corpi bassi e magazzini, che l’amministrazione comunale spera di dismettere, per guadagnare dalla vendita una cifra che si aggirerebbe al massimo intorno ai 450mila euro.

Vicolo Santa Chiara

Il bando, firmato poco meno di un mese fa dal dirigente del settore Risorse Immobiliari, Domenico Verona, passato adesso ai Servizi culturali, scade il 22 luglio. I beni di proprietà comunale saranno messi all’asta, con presentazione di offerte segrete, uguali o maggiori del prezzo base indicato nel bando. Si tratta, per lo più, di immobili di non particolare pregio storico e bisognosi di importanti interventi di ristrutturazione, ma inseriti comunque in un tessuto urbano, come quello del centro storico di Palermo, interessato, negli ultimi anni, da una progressiva riqualificazione.

Palazzetto Sandron in via Sampolo

L’unico immobile d’interesse culturale, come attestato dalla Soprintendenza, si trova però fuori dal centro storico, precisamente nel tratto in cui via Sampolo si restringe, terminando davanti al carcere Ucciardone. Si tratta di un locale al pianterrenno di Palazzetto Sandron, edificio legato al nome di Remo Sandron, erede della storica casa editrice fondata a Palermo nel 1839 e pioniere nella divulganzione del pensiero scientifico e filosofico del Positivismo e delle scienze umane. Le Officine Grafiche Sandron avevano la loro sede nel piano dell’Ucciardone e furono seriamente danneggiate da un’alluvione negli anni ’20 del secolo scorso. Oggi ospitano il quartier generale e gli uffici di un importante brand della moda.

Palazzo in piazza Sant’Eligio

Il pianterreno in vendita, ampio poco meno di 100 metri quadrati, ha un prezzo a base d’asta di 72mila euro. L’alienazione è stata autorizzata dalla Soprintendenza, a patto che la prossima destinazione d’uso – si legge in un parere firmato dalla soprintendente Lina Bellanca – “sia compatibile con il carattere storico ed artistico del monumento e tale da non recare danno alla sua conservazione. Per quanto attiene la futura destinazione, le attività ammissibili sono del tipo bottega artigianale o studio d’artista”.

Gli altri immobili che il Comune sta cercando di vendere si trovano in piazza Sant’Eligio, alla Vucciria, con due lotti da 53 e 69mila euro; poi in vicolo Santa Chiara, a Ballarò, dove già sono stati ristrutturati alcuni edifici (qui il prezzo sale a 126mila euro); e ancora quattro magazzini in vicolo della Pila, dalle parti di via Papireto; un piccolo spazio in via delle Case Nuove, traversa di via Maqueda e tre immobili in via Maestro Cristofaro, vicino al mercato del Capo.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend