Il circo visionario del duo Ricci Forte al Teatro Massimo

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

Danisinni e Ballarò rinascono con la tassa di soggiorno

Il Comune di Palermo ha lanciato un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota dell’imposta al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti dai cittadini per i due quartieri storici

di Giulio Giallombardo

Sono i simboli di una città che cambia e si trasforma. Come i due fiumi che ancora scorrono sottoterra, il Papireto ai Danisinni e il Kemonia a Ballarò, che hanno cullato Palermo sin dalla nascita. I due quartieri storici stanno vivendo ultimanente una vera e propria renaissance, cercando, non senza difficoltà, di riemergere dagli anni bui che vogliono lasciarsi alle spalle. Non è un caso che proprio Danisinni e Ballarò siano stati scelti dal Comune per un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota della tassa di soggiorno al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti direttamente dai cittadini.

Per il progetto “Danisinni & Ballarò intransito”, ci sono in ballo 40mila euro, da dividere equamente tra i due quartieri. Possono partecipare tutti quelli che vivono la città – residenti, city users e turisti – e in particolare nelle zone interessate. Il progetto è sviluppato anche grazie al sostegno di Airbnb, il colosso dell’home sharing, che dallo scorso aprile collabora con l’amministrazione comunale per la raccolta automatica dell’imposta di soggiorno tramite il suo portale. Il 10 per cento di quanto raccolto, che la piattaforma ha scelto di non trattenere, sarà destinato a progetti scelti dai cittadini.

Si parte il 23 novembre con il primo laboratorio di quartiere che interessa Ballarò, dalle 16,30 alle 19,30 nell’oratorio di Santa Chiara. L’indomani gli incontri si spostano al Circo sociale in piazza Danisinni, dalle 9 alle 12. Le idee più condivise in ciascun incontro si candideranno alla fase successiva di coprogettazione, che si svolgerà dal 26 novembre al 15 dicembre, quando le proposte saranno sviluppate fra i partecipanti, le associazioni e i comitati del territorio e l’amministrazione comunale. Ultima fase, la votazione finale, che si terrà dal 15 al 31 gennaio 2019: tre progetti per Ballarò e altrettanti per Danisinni saranno condivisi con tutti i cittadini palermitani che decideranno quali finanziare con i 40mila euro a disposizione. Ne sarà infine scelto uno per quartiere.

“I progetti – si legge sul portale dell’amministrazione dedicato al progetto – oltre alle attività ed ai servizi di natura promozionale del territorio, potranno prevedere anche l’acquisto di beni di consumo o durevoli (ma non in prevalenza) o interventi di manutenzione ordinaria. Non potranno essere realizzati manutenzioni o interventi straordinari di opere e beni pubblici. I progetti dovranno essere realizzati entro l’anno 2019 con il budget massimo a disposizione e potranno prevedere una collaborazione tra pubblico e privato”.

Protagonista delle attività laboratoriali sarà anche l’associazione SìHost, nata pochi mesi fa, che raggruppa i proprietari di appartamenti destinati a locazione turistica. Avrà il compito di coordinare i laboratori, raggruppando idee e proposte che verranno fuori dai due tavoli di lavoro. “Questo progetto rappresenta al meglio il modo attraverso cui intendiamo presentare la città ai nostri ospiti, ed allo stesso tempo fare da tramite tra ospiti e residenti locali – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giorgio Bruno, presidente di SìHost – . Il flusso turistico diventa così momento di crescita culturale, sociale ed economica per ogni protagonista, sia esso host, guest o residente. Chi oggi visita la città non può più essere considerato un semplice turista, ma è certamente un cittadino temporaneo. Questo è l’homesharing che ci proponiamo di portare avanti”.

Il Comune di Palermo ha lanciato un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota dell’imposta al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti dai cittadini per i due quartieri storici

di Giulio Giallombardo

Sono i simboli di una città che cambia e si trasforma. Come i due fiumi che ancora scorrono sottoterra, il Papireto ai Danisinni e il Kemonia a Ballarò, che hanno cullato Palermo sin dalla nascita. I due quartieri storici stanno vivendo ultimanente una vera e propria renaissance, cercando, non senza difficoltà, di riemergere dagli anni bui che vogliono lasciarsi alle spalle. Non è un caso che proprio Danisinni e Ballarò siano stati scelti dal Comune per un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota della tassa di soggiorno al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti direttamente dai cittadini.

Per il progetto “Danisinni & Ballarò intransito”, ci sono in ballo 40mila euro, da dividere equamente tra i due quartieri. Possono partecipare tutti quelli che vivono la città – residenti, city users e turisti – e in particolare nelle zone interessate. Il progetto è sviluppato anche grazie al sostegno di Airbnb, il colosso dell’home sharing, che dallo scorso aprile collabora con l’amministrazione comunale per la raccolta automatica dell’imposta di soggiorno tramite il suo portale. Il 10 per cento di quanto raccolto, che la piattaforma ha scelto di non trattenere, sarà destinato a progetti scelti dai cittadini.

Si parte il 23 novembre con il primo laboratorio di quartiere che interessa Ballarò, dalle 16,30 alle 19,30 nell’oratorio di Santa Chiara. L’indomani gli incontri si spostano al Circo sociale in piazza Danisinni, dalle 9 alle 12. Le idee più condivise in ciascun incontro si candideranno alla fase successiva di coprogettazione, che si svolgerà dal 26 novembre al 15 dicembre, quando le proposte saranno sviluppate fra i partecipanti, le associazioni e i comitati del territorio e l’amministrazione comunale. Ultima fase, la votazione finale, che si terrà dal 15 al 31 gennaio 2019: tre progetti per Ballarò e altrettanti per Danisinni saranno condivisi con tutti i cittadini palermitani che decideranno quali finanziare con i 40mila euro a disposizione. Ne sarà infine scelto uno per quartiere.

“I progetti – si legge sul portale dell’amministrazione dedicato al progetto – oltre alle attività ed ai servizi di natura promozionale del territorio, potranno prevedere anche l’acquisto di beni di consumo o durevoli (ma non in prevalenza) o interventi di manutenzione ordinaria. Non potranno essere realizzati manutenzioni o interventi straordinari di opere e beni pubblici. I progetti dovranno essere realizzati entro l’anno 2019 con il budget massimo a disposizione e potranno prevedere una collaborazione tra pubblico e privato”.

Protagonista delle attività laboratoriali sarà anche l’associazione SìHost, nata pochi mesi fa, che raggruppa i proprietari di appartamenti destinati a locazione turistica. Avrà il compito di coordinare i laboratori, raggruppando idee e proposte che verranno fuori dai due tavoli di lavoro. “Questo progetto rappresenta al meglio il modo attraverso cui intendiamo presentare la città ai nostri ospiti, ed allo stesso tempo fare da tramite tra ospiti e residenti locali – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giorgio Bruno, presidente di SìHost – . Il flusso turistico diventa così momento di crescita culturale, sociale ed economica per ogni protagonista, sia esso host, guest o residente. Chi oggi visita la città non può più essere considerato un semplice turista, ma è certamente un cittadino temporaneo. Questo è l’homesharing che ci proponiamo di portare avanti”.

Dallo sgabello di Wagner agli arredi liberty, all’asta i tesori degli hotel storici

Si chiude la vendita di mobili, quadri e sculture che hanno riempito stanze e saloni di cinque alberghi siciliani di lusso: da Villa Igiea all’Hotel delle Palme, a Palermo, fino all’Excelsior di Catania e al Des Etrangers di Siracusa

di Giulio Giallombardo

C’è lo sgabello su cui sedeva Richard Wagner, intento a comporre il Parsifal, oppure gli arredi liberty della manifattura Ducrot, disegnati da Ernesto Basile. E ancora i dipinti di De Maria Bergler, Irolli, Leto e Lojacono, per non parlare di ricche collezioni di ceramiche d’inizio Novecento, sculture neoclassiche, stampe, antichi lampadari di Murano, pianoforti, orologi e altri tesori.

Sono gli arredi dei cinque hotel storici, il cui iter di vendita si è concluso pochi giorni fa (ve ne abbiamo parlato in questo articolo): Villa Igiea, Grand Hotel des Palmes, Excelsior a Palermo; Des Etrangers a Siracusa e Excelsior a Catania, che facevano tutti capo al gruppo Acqua Marcia Turismo, società in liquidazione. Arriva adesso l’ultimo atto di vendita all’asta di mobili, quadri, sculture e oggetti, da sempre “scenografie” degli alberghi appena venduti. È il capitolo finale di una storia iniziata l’anno scorso, con la prima fase d’asta che portò alla vendita, tra l’altro, del ritratto di Franca Florio di Boldini, che si trovava a Villa Igiea, poi acquistato dai marchesi Marida e Annibale Berlingieri che lo riportarono a Palermo dopo varie peripezie.

Lampadario di Murano all’Hotel Excelsior di Palermo

Dal 15 ottobre, tutti i lotti invenduti sono stati posti ad una base d’asta pari al 100 per cento della stima minima ed aggiudicati il 15 novembre, a partire dalle 18. È quanto fa sapere la casa d’asta Bonino, che ha già messo online tutti i pezzi in vendita, alcuni dei quali vincolati dalla Soprintendenza ai Beni culturali e dunque non trasferibili dalle sedi in cui si trovano attualmente, altri invece liberi da ogni obbligo. Per tutti i lotti che saranno privi d’offerta il giorno dell’asta, i nuovi proprietari degli hotel saranno tenuti ad offrire la base d’asta vigente.

Così, tra i 79 lotti dell’Hotel delle Palme ci sono i mobili che arredavano l’albergo al tempo del soggiorno di Wagner, e perfino lo sgabello da pianoforte che il musicista utilizzò durante la composizione del Parsifal, tra il 1881 e il 1882, valutato tra i 4 e i 6mila euro. Ma non solo, c’è anche una colonna decorata a mosaico attribuita alla bottega medioevale dei Vassalletto e una collezione di statue palermitane realizzate tra Settecento e Ottocento da scultori della bottega del “Canova siciliano” Valerio Villareale. Tutti beni questi sottoposti a vincolo.

Poi ci sono i 122 lotti di Villa Igiea, tripudio del Liberty siciliano, con gli arredi di Vittorio Ducrot disegnati da Ernesto Basile, i quadri di Ettore De Maria Bergler, Vincenzo Irolli, Antonino Leto e Francesco Lojacono, e una ricca scelta di ceramiche, sculture, stampe e soprattutto mobili sia da camera sia per gli spazi di rappresentanza. Anche in questo caso, sono tanti i pezzi che non possono essere spostati dall’albergo e che quindi potrebbero essere acquistati dallo stesso nuovo proprietario. Tutti asportabili sono, invece, i 60 pezzi dell’Hotel Excelsior di Palermo, tra cui spicca una collezione di lampadari e applique in vetro soffiato, di produzione muranese. Poi ci sono le vetrinette poste all’ingresso, diversi mobili e alcuni quadri copie di opere di grandi maestri.

Square piano di metà 800 al Des Etrangers di Siracusa

Tutti liberi da vincolo anche i 54 lotti dell’Excelsior di Catania, prevalentemente arredi di fattura moderna, tra cui poltrone, tavoli, lampadari e specchiere. I dipinti, così come le stampe, sono puramente decorative. Mentre l’asta dell’Hotel Des Etrangers di Siracusa è composta da 45 pezzi, anche in questo caso tutti asportabili, e presenta tra i migliori arredi liberty e deco degli hotel del gruppo Acqua Marcia. Pronti insieme agli altri ad arricchire i salotti dei collezionisti.

Si chiude la vendita di mobili, quadri e sculture che hanno riempito stanze e saloni di cinque alberghi siciliani di lusso: da Villa Igiea all’Hotel delle Palme, a Palermo, fino all’Excelsior di Catania e al Des Etrangers di Siracusa

di Giulio Giallombardo

C’è lo sgabello su cui sedeva Richard Wagner, intento a comporre il Parsifal, oppure gli arredi liberty della manifattura Ducrot, disegnati da Ernesto Basile. E ancora i dipinti di De Maria Bergler, Irolli, Leto e Lojacono, per non parlare di ricche collezioni di ceramiche d’inizio Novecento, sculture neoclassiche, stampe, antichi lampadari di Murano, pianoforti, orologi e altri tesori.

Sono gli arredi dei cinque hotel storici, il cui iter di vendita si è concluso pochi giorni fa (ve ne abbiamo parlato in questo articolo): Villa Igiea, Grand Hotel des Palmes, Excelsior a Palermo; Des Etrangers a Siracusa e Excelsior a Catania, che facevano tutti capo al gruppo Acqua Marcia Turismo, società in liquidazione. Arriva adesso l’ultimo atto di vendita all’asta di mobili, quadri, sculture e oggetti, da sempre “scenografie” degli alberghi appena venduti. È il capitolo finale di una storia iniziata l’anno scorso, con la prima fase d’asta che portò alla vendita, tra l’altro, del ritratto di Franca Florio di Boldini, che si trovava a Villa Igiea, poi acquistato dai marchesi Marida e Annibale Berlingieri che lo riportarono a Palermo dopo varie peripezie.

Lampadario di Murano all’Hotel Excelsior di Palermo

Dal 15 ottobre, tutti i lotti invenduti sono stati posti ad una base d’asta pari al 100 per cento della stima minima ed aggiudicati il 15 novembre, a partire dalle 18. È quanto fa sapere la casa d’asta Bonino, che ha già messo online tutti i pezzi in vendita, alcuni dei quali vincolati dalla Soprintendenza ai Beni culturali e dunque non trasferibili dalle sedi in cui si trovano attualmente, altri invece liberi da ogni obbligo. Per tutti i lotti che saranno privi d’offerta il giorno dell’asta, i nuovi proprietari degli hotel saranno tenuti ad offrire la base d’asta vigente.

Così, tra i 79 lotti dell’Hotel delle Palme ci sono i mobili che arredavano l’albergo al tempo del soggiorno di Wagner, e perfino lo sgabello da pianoforte che il musicista utilizzò durante la composizione del Parsifal, tra il 1881 e il 1882, valutato tra i 4 e i 6mila euro. Ma non solo, c’è anche una colonna decorata a mosaico attribuita alla bottega medioevale dei Vassalletto e una collezione di statue palermitane realizzate tra Settecento e Ottocento da scultori della bottega del “Canova siciliano” Valerio Villareale. Tutti beni questi sottoposti a vincolo.

Poi ci sono i 122 lotti di Villa Igiea, tripudio del Liberty siciliano, con gli arredi di Vittorio Ducrot disegnati da Ernesto Basile, i quadri di Ettore De Maria Bergler, Vincenzo Irolli, Antonino Leto e Francesco Lojacono, e una ricca scelta di ceramiche, sculture, stampe e soprattutto mobili sia da camera sia per gli spazi di rappresentanza. Anche in questo caso, sono tanti i pezzi che non possono essere spostati dall’albergo e che quindi potrebbero essere acquistati dallo stesso nuovo proprietario. Tutti asportabili sono, invece, i 60 pezzi dell’Hotel Excelsior di Palermo, tra cui spicca una collezione di lampadari e applique in vetro soffiato, di produzione muranese. Poi ci sono le vetrinette poste all’ingresso, diversi mobili e alcuni quadri copie di opere di grandi maestri.

Square piano di metà 800 al Des Etrangers di Siracusa

Tutti liberi da vincolo anche i 54 lotti dell’Excelsior di Catania, prevalentemente arredi di fattura moderna, tra cui poltrone, tavoli, lampadari e specchiere. I dipinti, così come le stampe, sono puramente decorative. Mentre l’asta dell’Hotel Des Etrangers di Siracusa è composta da 45 pezzi, anche in questo caso tutti asportabili, e presenta tra i migliori arredi liberty e deco degli hotel del gruppo Acqua Marcia. Pronti insieme agli altri ad arricchire i salotti dei collezionisti.

Un teatro fantasma nel cuore della Kalsa

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

Quando la cultura viaggia sui social

Nati come semplici aggregatori di post, alcuni gruppi su Facebook si sono trasformati in punti di riferimento, non soltanto virtuali, per la comunità. Dai libri da scoprire ai monumenti abbandonati, dalle foto d’epoca alle passeggiate tematiche

di Giulio Giallombardo

Sono i cenacoli del web 2.0. Naturali evoluzioni dei primi forum di discussione apparsi con l’avvento di internet. Sono figli dei social network e come tali hanno ereditato pregi e difetti dai loro genitori. Nati quasi per gioco, ci sono gruppi su Facebook che ormai stanno diventando grandi e fanno sul serio. Impegnati su più fronti, dall’ambiente alla sanità, dall’arte alla cultura, è forse su quest’ultima che hanno scommesso di più, almeno alcuni tra quelli più attivi nel panorama palermitano e siciliano in genere.

Sono diventati, da semplici aggregatori di post condivisi, veri e propri punti di riferimento per una comunità virtuale, ma, al tempo stesso, presente concretamente sul territorio. Strumenti di cittadinanza attiva e partecipazione, dai gruppi vengono fuori denunce, proposte, idee e confronti che – in certi casi – lasciano il segno nella vita reale. In altri casi, invece, restano solo suggestioni e condivisioni nel cyber spazio, ma che arricchiscono culturalmente la comunità che ne fa parte.

Giuseppe Mazzola

Tra i gruppi più attivi nel territorio palermitano, c’è senza dubbio “I monumenti abbandonati di Palermo”, creato nel 2012 dall’ingegnere e fotoreporter Giuseppe Mazzola. L’obiettivo del gruppo, che conta attualmente oltre 18mila membri, è tutto contenuto nel nome: far conoscere la storia dei monumenti della città, con un occhio di riguardo a quelli abbandonati, dimenticati o meno noti. Dalle segnalazioni dei membri del gruppo è nata anche una vera e propria mappa in continua evoluzione, consultabile su Google Maps, con tutti i beni a rischio. “Nato come supporto alla mappa – spiega Mazzola – adesso il gruppo si è un po’ trasformato, diventando spazio di discussione sulle tradizioni, la cultura, l’arte e i monumenti della città, senza dimenticare la mission iniziale, ovvero raccontare la storia di quelli meno conosciuti”.

Obiettivo simile anche quello di “Palermo nascosta”, gruppo creato dallo scrittore e operatore turistico Fabio Ceraulo nel 2010, che adesso ha superato i 5mila membri. Anche in questo caso lo scopo è di promuovere e far conoscere luoghi, storia e arte della città. “Fino a poco tempo fa – ricorda Ceraulo – abbiamo organizzato attraverso il gruppo anche vere e proprie passeggiate gratuite e fruibili a tutti, nel cuore del centro storico, ognuna con un tema specifico. Questo è stato il nostro fiore all’occhiello”.

Fabio Ceraulo

Di seguaci ne ha, invece, ben 67mila il gruppo “Palermo di una volta”, creato da Piero Carramusa nel 2008 e dedicato, come intuibile dal nome, alle bellezze scomparse del capoluogo siciliano. “Quanti di voi sanno come era la nostra città una volta? Probabilmente pochi – scrive Carramusa nella presentazione del gruppo – . Io sono nato negli anni ’70, quindi ho vissuto, anche se ero adolescente, la grande trasformazione che Palermo ha subito dagli anni 60 ai primi anni 90. Questo gruppo è nato dalla mia personale, e spero di molti altri, voglia di rivivere attraverso immagini, video, ricordi, racconti, quello che fu della bella Palermo”. La pagina è, infatti, una carrellata di foto d’epoca, che raccontano luoghi e scorci di città come non l’abbiamo mai vista.

Più a carattere regionale, invece, il recente “Sicilia e sicilitudine”, nato a giugno dell’anno scorso e che ha raggiunto quasi 8mila membri. “Siciliando”, invece, ne ha più di 60mila, e dal gruppo è nata anche un’associazione culturale guidata da Vincenzo Perricone. “Siciliando vuole promuovere la sicilianità nel mondo, creando quel clima e quell’entusiasmo che è il sale di ogni iniziativa del gruppo e dell’associazione: aumentare l’attaccamento alla nostra terra”, si legge sul sito internet dell’associazione, che organizza anche eventi e corsi di fotografia, cinema e inglese.

Angelo Di Liberto

Chiudono la nostra carrellata, certamente non completa di tutto quello che offre il web, i quasi ventimila membri di “Billy, il vizio di leggere – il gruppo”, che condivide solo il nome con la rubrica del Tg1. La pagina è stata creata nel 2011 dallo scrittore palermitano Angelo Di Liberto ed è diventata una delle community più attive e prolifiche sui libri e la lettura. A partire da “Modus Legendi”, il concorso letterario dedicato all’editoria indipendente, al recente progetto “Billy e la scuola”, che coinvolge alunni e docenti in incontri di lettura con i membri del gruppo su Facebook. “Il nostro scopo – spiega Di Liberto – è educare alla lettura consapevole e fare in modo che i lettori si abituino al riconoscimento della qualità”.

Nati come semplici aggregatori di post, alcuni gruppi su Facebook si sono trasformati in punti di riferimento, non soltanto virtuali, per la comunità. Dai libri da scoprire ai monumenti abbandonati, dalle foto d’epoca alle passeggiate tematiche

di Giulio Giallombardo

Sono i cenacoli del web 2.0. Naturali evoluzioni dei primi forum di discussione apparsi con l’avvento di internet. Sono figli dei social network e come tali hanno ereditato pregi e difetti dai loro genitori. Nati quasi per gioco, ci sono gruppi su Facebook che ormai stanno diventando grandi e fanno sul serio. Impegnati su più fronti, dall’ambiente alla sanità, dall’arte alla cultura, è forse su quest’ultima che hanno scommesso di più, almeno alcuni tra quelli più attivi nel panorama palermitano e siciliano in genere.

Sono diventati, da semplici aggregatori di post condivisi, veri e propri punti di riferimento per una comunità virtuale, ma, al tempo stesso, presente concretamente sul territorio. Strumenti di cittadinanza attiva e partecipazione, dai gruppi vengono fuori denunce, proposte, idee e confronti che – in certi casi – lasciano il segno nella vita reale. In altri casi, invece, restano solo suggestioni e condivisioni nel cyber spazio, ma che arricchiscono culturalmente la comunità che ne fa parte.

Giuseppe Mazzola

Tra i gruppi più attivi nel territorio palermitano, c’è senza dubbio “I monumenti abbandonati di Palermo”, creato nel 2012 dall’ingegnere e fotoreporter Giuseppe Mazzola. L’obiettivo del gruppo, che conta attualmente oltre 18mila membri, è tutto contenuto nel nome: far conoscere la storia dei monumenti della città, con un occhio di riguardo a quelli abbandonati, dimenticati o meno noti. Dalle segnalazioni dei membri del gruppo è nata anche una vera e propria mappa in continua evoluzione, consultabile su Google Maps, con tutti i beni a rischio. “Nato come supporto alla mappa – spiega Mazzola – adesso il gruppo si è un po’ trasformato, diventando spazio di discussione sulle tradizioni, la cultura, l’arte e i monumenti della città, senza dimenticare la mission iniziale, ovvero raccontare la storia di quelli meno conosciuti”.

Fabio Ceraulo

Obiettivo simile anche quello di “Palermo nascosta”, gruppo creato dallo scrittore e operatore turistico Fabio Ceraulo nel 2010, che adesso ha superato i 5mila membri. Anche in questo caso lo scopo è di promuovere e far conoscere luoghi, storia e arte della città. “Fino a poco tempo fa – ricorda Ceraulo – abbiamo organizzato attraverso il gruppo anche vere e proprie passeggiate gratuite e fruibili a tutti, nel cuore del centro storico, ognuna con un tema specifico. Questo è stato il nostro fiore all’occhiello”.

Di seguaci ne ha, invece, ben 67mila il gruppo “Palermo di una volta”, creato da Piero Carramusa nel 2008 e dedicato, come intuibile dal nome, alle bellezze scomparse del capoluogo siciliano. “Quanti di voi sanno come era la nostra città una volta? Probabilmente pochi – scrive Carramusa nella presentazione del gruppo – . Io sono nato negli anni ’70, quindi ho vissuto, anche se ero adolescente, la grande trasformazione che Palermo ha subito dagli anni 60 ai primi anni 90. Questo gruppo è nato dalla mia personale, e spero di molti altri, voglia di rivivere attraverso immagini, video, ricordi, racconti, quello che fu della bella Palermo”. La pagina è, infatti, una carrellata di foto d’epoca, che raccontano luoghi e scorci di città come non l’abbiamo mai vista.

Più a carattere regionale, invece, il recente “Sicilia e sicilitudine”, nato a giugno dell’anno scorso e che ha raggiunto quasi 8mila membri. “Siciliando”, invece, ne ha più di 60mila, e dal gruppo è nata anche un’associazione culturale guidata da Vincenzo Perricone. “Siciliando vuole promuovere la sicilianità nel mondo, creando quel clima e quell’entusiasmo che è il sale di ogni iniziativa del gruppo e dell’associazione: aumentare l’attaccamento alla nostra terra”, si legge sul sito internet dell’associazione, che organizza anche eventi e corsi di fotografia, cinema e inglese.

Angelo Di Liberto

Chiudono la nostra carrellata, certamente non completa di tutto quello che offre il web, i quasi ventimila membri di “Billy, il vizio di leggere – il gruppo”, che condivide solo il nome con la rubrica del Tg1. La pagina è stata creata nel 2011 dallo scrittore palermitano Angelo Di Liberto ed è diventata una delle community più attive e prolifiche sui libri e la lettura. A partire da “Modus Legendi”, il concorso letterario dedicato all’editoria indipendente, al recente progetto “Billy e la scuola”, che coinvolge alunni e docenti in incontri di lettura con i membri del gruppo su Facebook. “Il nostro scopo – spiega Di Liberto – è educare alla lettura consapevole e fare in modo che i lettori si abituino al riconoscimento della qualità”.

Villa Igiea, Palme e Excelsior: hotel di lusso venduti all’asta

Simboli della Belle Ėpoque palermitana, furono meta del turismo d’élite internazionale, ospitando i protagonisti del mondo della cultura, dell’arte e della politica. Adesso le strutture ricettive sono pronte all’atteso rilancio

di Giulio Giallombardo

Furono gli alberghi della Belle Ėpoque palermitana, accogliendo ospiti illustri tra sfarzi e lusso. Adesso per il Grand Hotel Villa Igiea, l’Hotel delle Palme e l’Excelsior inizia un nuovo corso. Si è concluso, infatti, l’iter di vendita delle tre storiche strutture ricettive di Acqua Marcia Turismo, holding di Francesco Bellavista Caltagirone, adesso in liquidazione.

Dopo la prima asta andata deserta, ad aggiudicarsi Villa Igiea, è stato il re degli hotel a 5 stelle, Rocco Forte, già proprietario in Sicilia del Verdura Resort di Sciacca, che ha chiuso l’affare con 25 milioni e 520mila euro. La trattativa di acquisto per il Grand Hotel et Des Palmes è stata conclusa dal fondo di investimento britannico Algebris per un importo di 12 milioni di euro, mentre la società Luxury Private Properties, della famiglia Giotti (già proprietaria del Des Étrangers di Siracusa), si è aggiudicata l’Excelsior per poco più di 8 milioni e 800mila euro. Advisor unico della procedura la divisione hospitality di Coldwell Banker Commercial.

Così, i tre alberghi storici, che furono di proprietà del Banco di Sicilia, sono pronti all’atteso rilancio, dopo una fase recente con più ombre che luci. A partire da Villa Igiea che di luci ne ha viste tante in oltre un secolo di vita. Era il 1899 quando la famiglia Florio acquistò la neogotica villa dell’ammiraglio inglese Cecil Domville, nella borgata dell’Acquasanta, ribattezzandola Igiea, dal nome della figlia di Ignazio e Franca Florio. Nelle intenzioni degli imprenditori, il complesso sarebbe dovuto diventare un sanatorio, poi invece pensarono di farne un albergo d’élite meta del turismo europeo. Così fu inaugurato il 15 dicembre del 1900 con il nome di Grande Albergo Internazionale, dopo essere stato ampliato su progetto di Ernesto Basile che aggiunse il quarto piano. Con il declino dei Florio, l’edificio venne utilizzato come ospedale, per poi passare al Banco di Sicilia, tornando successivamente ad essere un albergo d’élite. Resta tuttora un fulgido esempio di stile liberty, a partire dalle decorazioni con figure femminili e motivi floreali che arricchiscono le pareti dei saloni, fino all’elegante giardino dai viali sinuosi che abbraccia il mare.

Non meno ricca la storia dell’ottocentesco Hotel des Palmes, di via Roma, che fu la residenza di Benjamin Ingham-Withaker a partire dal 1874. Divenne albergo pochi anni dopo, quando passò a Enrico Ragusa, figlio di Salvatore, proprietario dell’Hotel Trinacria. Un tempo il prospetto principale era su via Mariano Stabile e c’era anche un grande parco oggi occupato dall’asse di via Roma. Successivamente, nel 1907, l’ingresso fu spostato dove si trova attualmente. Anche in questo caso fu Ernesto Basile che si occupò dell’ampliamento, progettando la grande hall, al posto del giardino d’inverno preesistente.

Tanti gli ospiti illustri che vi hanno soggiornato, a partire da Richard Wagner che nell’albergo completò il suo Parsifal nel 1881. Lì visse fino alla morte nel 1933 anche il poeta Raymond Roussel e il vice governatore di New York, Charles Poletti, lo trasformò in quartier generale statunitense durante la seconda guerra mondiale. Nel 1882 da questo albergo Francesco Crispi impartiva lezioni di politica, mentre si ricorda ancora la cena a 12 portate, servita all’ex presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Guttuso e Fiume hanno donato all’hotel alcuni schizzi ora incorniciati sulle pareti, mentre nell’ottobre del 1957 si tenne l’ormai noto summit di mafia tra i capi di Cosa nostra siciliana e americana a cui partecipò, tra gli altri, anche Lucky Luciano.

Infine, chiude il trittico di alberghi storici l’Hotel Excelsior Palace, costruito nel 1891 in occasione dell’Esposizione nazionale. Arricchito dagli arredi della ditta Ducrot e chiamato inizialmente Hotel de la Paix, fu l’unico edificio a non essere demolito alla fine della mostra, mantenendo la sua funzione per molti anni. Anche qui Ernesto Basile intervenne nel 1925, dando all’edificio l’aspetto che ha attualmente. Tra gli ospiti illustri, lo scrittore Rudyard Kipling che vi soggiornò nel 1928 e il premio Pulitzer 1944 Ernest Pile. E ancora l’attore britanninco Bob Hope, che lì durante la guerra intrattenne le truppe degli Alleati con i suoi spettacoli. Nel 1972 l’edificio fu vicino alla demolizione per essere sostituito da un moderno immobile di tredici piani. Progetto per fortuna mai realizzato.

Simboli della Belle Ėpoque palermitana, furono meta del turismo d’élite internazionale, ospitando i protagonisti del mondo della cultura, dell’arte e della politica. Adesso le strutture ricettive sono pronte all’atteso rilancio

di Giulio Giallombardo

Furono gli alberghi della Belle Ėpoque palermitana, accogliendo ospiti illustri tra sfarzi e lusso. Adesso per il Grand Hotel Villa Igiea, l’Hotel delle Palme e l’Excelsior inizia un nuovo corso. Si è concluso, infatti, l’iter di vendita delle tre storiche strutture ricettive di Acqua Marcia Turismo, holding di Francesco Bellavista Caltagirone, adesso in liquidazione.

Dopo la prima asta andata deserta, ad aggiudicarsi Villa Igiea, è stato il re degli hotel a 5 stelle, Rocco Forte, già proprietario in Sicilia del Verdura Resort di Sciacca, che ha chiuso l’affare con 25 milioni e 520mila euro. La trattativa di acquisto per il Grand Hotel et Des Palmes è stata conclusa dal fondo di investimento britannico Algebris per un importo di 12 milioni di euro, mentre la società Luxury Private Properties, della famiglia Giotti (già proprietaria del Des Étrangers di Siracusa), si è aggiudicata l’Excelsior per poco più di 8 milioni e 800mila euro. Advisor unico della procedura la divisione hospitality di Coldwell Banker Commercial.

Così, i tre alberghi storici, che furono di proprietà del Banco di Sicilia, sono pronti all’atteso rilancio, dopo una fase recente con più ombre che luci. A partire da Villa Igiea che di luci ne ha viste tante in oltre un secolo di vita. Era il 1899 quando la famiglia Florio acquistò la neogotica villa dell’ammiraglio inglese Cecil Domville, nella borgata dell’Acquasanta, ribattezzandola Igiea, dal nome della figlia di Ignazio e Franca Florio. Nelle intenzioni degli imprenditori, il complesso sarebbe dovuto diventare un sanatorio, poi invece pensarono di farne un albergo d’élite meta del turismo europeo. Così fu inaugurato il 15 dicembre del 1900 con il nome di Grande Albergo Internazionale, dopo essere stato ampliato su progetto di Ernesto Basile che aggiunse il quarto piano. Con il declino dei Florio, l’edificio venne utilizzato come ospedale, per poi passare al Banco di Sicilia, tornando successivamente ad essere un albergo d’élite. Resta tuttora un fulgido esempio di stile liberty, a partire dalle decorazioni con figure femminili e motivi floreali che arricchiscono le pareti dei saloni, fino all’elegante giardino dai viali sinuosi che abbraccia il mare.

Non meno ricca la storia dell’ottocentesco Hotel des Palmes, di via Roma, che fu la residenza di Benjamin Ingham-Withaker a partire dal 1874. Divenne albergo pochi anni dopo, quando passò a Enrico Ragusa, figlio di Salvatore, proprietario dell’Hotel Trinacria. Un tempo il prospetto principale era su via Mariano Stabile e c’era anche un grande parco oggi occupato dall’asse di via Roma. Successivamente, nel 1907, l’ingresso fu spostato dove si trova attualmente. Anche in questo caso fu Ernesto Basile che si occupò dell’ampliamento, progettando la grande hall, al posto del giardino d’inverno preesistente.

Tanti gli ospiti illustri che vi hanno soggiornato, a partire da Richard Wagner che nell’albergo completò il suo Parsifal nel 1881. Lì visse fino alla morte nel 1933 anche il poeta Raymond Roussel e il vice governatore di New York, Charles Poletti, lo trasformò in quartier generale statunitense durante la seconda guerra mondiale. Nel 1882 da questo albergo Francesco Crispi impartiva lezioni di politica, mentre si ricorda ancora la cena a 12 portate, servita all’ex presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Guttuso e Fiume hanno donato all’’hotel alcuni schizzi ora incorniciati sulle pareti, mentre nell’ottobre del 1957 si tenne l’ormai noto summit di mafia tra i capi di Cosa nostra siciliana e americana a cui partecipò, tra gli altri, anche Lucky Luciano.

Infine, chiude il trittico di alberghi storici l’Hotel Excelsior Palace, costruito nel 1891 in occasione dell’Esposizione nazionale. Arricchito dagli arredi della ditta Ducrot e chiamato inizialmente Hotel de la Paix, fu l’unico edificio a non essere demolito alla fine della mostra, mantenendo la sua funzione per molti anni. Anche qui Ernesto Basile intervenne nel 1925, dando all’edificio l’aspetto che ha attualmente. Tra gli ospiti illustri, lo scrittore Rudyard Kipling che vi soggiornò nel 1928 e il premio Pulitzer 1944 Ernest Pile. E ancora l’attore britanninco Bob Hope, che lì durante la guerra intrattenne le truppe degli Alleati con i suoi spettacoli. Nel 1972 l’edificio fu vicino alla demolizione per essere sostituito da un moderno immobile di tredici piani. Progetto per fortuna mai realizzato.

L’Uscibene ritrovato, restauro più vicino per l’antico sollazzo normanno

Il progetto per un primo intervento di riqualificazione è stato approvato pochi giorni fa con un decreto del dirigente del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Ci sono in ballo poco più di 790mila euro

di Giulio Giallombardo

Se ne parla da tempo, ma adesso per l’Uscibene sembrano arrivare tempi migliori. I lavori di riqualificazione dell’antico palazzo, uno dei sollazzi della corte normanna a Palermo, sono adesso più vicini. Il progetto per un primo intervento di restauro e valorizzazione del bene è stato approvato pochi giorni fa in linea amministrativa con un decreto del dirigente del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Ci sono in ballo poco più di 790mila euro finanziati col Patto per il Sud per dare il via a lavori di cui si parla già dall’anno scorso, quando il monumento, dopo anni di abbandono, venne parzialmente aperto in occasione del festival Le Vie dei Tesori.

La sala della fontana

Adesso, non appena la Soprintendenza di Palermo riceverà il decreto fresco di approvazione, potrà bandire la gara per individuare l’impresa che si occuperà della messa in sicurezza della parte sottostante la cappella, che è ancora sotto sequestro per mancata tutela dal 2014. “Si tratta soprattutto di un primo progetto di indagine – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News la soprintendente Lina Bellanca – perché in quella parte di monumento non si è mai intervenuto. Per molti anni è stato abbandonato, con il conseguente accumulo di materiali, rifiuti e detriti di vario genere, ora finalmente potremo fare un’operazione di pulizia e messa in sicurezza”.

Si tratta, nello specifico, del piano inferiore del palazzo, il più prezioso, dove si trova la sala triloba con nicchie laterali coperte da volte con muqarnas, la fontana da cui un tempo sgorgava l’acqua e la camera dello scirocco. L’edificio, che prende il nome dalla fonte del Sipene o Xhibene, vicino alla quale sorge, è stato per anni simbolo di abbandono, soffocato da decine di abitazioni abusive che lo hanno quasi inglobato. La parte superiore, dove si trova la cappella, stravolta da pesanti restauri effettuati negli anni ’20 del secolo scorso, è stata sequestrata, poi, nel 2014 dal Nucleo tutela patrimonio artistico della polizia municipale, con la denuncia del proprietario per danneggiamento e omissione di lavori. Tuttora si trova sotto sequestro, nonostante i lavori di recupero della cappella siano terminati nel 2016.

Uno dei particolari della volta

Dopo i riflettori accesi l’anno scorso con Le Vie dei Tesori, il silenzio è tornato a circondare il monumento, che si trova in fondo De Caro, poco prima dello svincolo di corso Calatafimi, in viale Regione Siciliana. Adesso, però, sarà possibile visitare nuovamente il palazzo in occasione di una passeggiata didattica in programma sabato 10 novembre e organizzata dall’associazione Amicizia tra i Popoli con il Circolo Istrice, ArcheoClub Sicilia, Palermo Risorge e Gruppo rievocativo Croce Normanna di Ruggero II, con la partecipazione dell’architetto Raffaele Savarese e della professoressa Anna Capra. Alla visita guidata, che ha ricevuto già centinaia di adesioni, parteciperanno anche una ventina di studenti della facoltà di Lettere, guidati dal professor Daniele Vicari.

È ancora presto per dire quando e se l’Uscibene potrà finalmente far parte dell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco, come meriterebbe, ma l’avvio dei tanto attesi interventi di recupero rendono la strada meno difficile da percorrere.

(Foto: Toti Clemente)

Il progetto per un primo intervento di riqualificazione è stato approvato pochi giorni fa con un decreto del dirigente del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Ci sono in ballo poco più di 790mila euro

di Giulio Giallombardo

Se ne parla da tempo, ma adesso per l’Uscibene sembrano arrivare tempi migliori. I lavori di riqualificazione dell’antico palazzo, uno dei sollazzi della corte normanna a Palermo, sono adesso più vicini. Il progetto per un primo intervento di restauro e valorizzazione del bene è stato approvato pochi giorni fa in linea amministrativa con un decreto del dirigente del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Ci sono in ballo poco più di 790mila euro finanziati col Patto per il Sud per dare il via a lavori di cui si parla già dall’anno scorso, quando il monumento, dopo anni di abbandono, venne parzialmente aperto in occasione del festival Le Vie dei Tesori.

La sala della fontana

Adesso, non appena la Soprintendenza di Palermo riceverà il decreto fresco di approvazione, potrà bandire la gara per individuare l’impresa che si occuperà della messa in sicurezza della parte sottostante la cappella, che è ancora sotto sequestro per mancata tutela dal 2014. “Si tratta soprattutto di un primo progetto di indagine – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News la soprintendente Lina Bellanca – perché in quella parte di monumento non si è mai intervenuto. Per molti anni è stato abbandonato, con il conseguente accumulo di materiali, rifiuti e detriti di vario genere, ora finalmente potremo fare un’operazione di pulizia e messa in sicurezza”.

Si tratta, nello specifico, del piano inferiore del palazzo, il più prezioso, dove si trova la sala triloba con nicchie laterali coperte da volte con muqarnas, la fontana da cui un tempo sgorgava l’acqua e la camera dello scirocco. L’edificio, che prende il nome dalla fonte del Sipene o Xhibene, vicino alla quale sorge, è stato per anni simbolo di abbandono, soffocato da decine di abitazioni abusive che lo hanno quasi inglobato. La parte superiore, dove si trova la cappella, stravolta da pesanti restauri effettuati negli anni ’20 del secolo scorso, è stata sequestrata, poi, nel 2014 dal Nucleo tutela patrimonio artistico della polizia municipale, con la denuncia del proprietario per danneggiamento e omissione di lavori. Tuttora si trova sotto sequestro, nonostante i lavori di recupero della cappella siano terminati nel 2016.

Uno dei particolari della volta

Dopo i riflettori accesi l’anno scorso con Le Vie dei Tesori, il silenzio è tornato a circondare il monumento, che si trova in fondo De Caro, poco prima dello svincolo di corso Calatafimi, in viale Regione Siciliana. Adesso, però, sarà possibile visitare nuovamente il palazzo in occasione di una passeggiata didattica in programma sabato 10 novembre e organizzata dall’associazione Amicizia tra i Popoli con il Circolo Istrice, ArcheoClub Sicilia, Palermo Risorge e Gruppo rievocativo Croce Normanna di Ruggero II, con la partecipazione dell’architetto Raffaele Savarese e della professoressa Anna Capra. Alla visita guidata, che ha ricevuto già centinaia di adesioni, parteciperanno anche una ventina di studenti della facoltà di Lettere, guidati dal professor Daniele Vicari.

È ancora presto per dire quando e se l’Uscibene potrà finalmente far parte dell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco, come meriterebbe, ma l’avvio dei tanto attesi interventi di recupero rendono la strada meno difficile da percorrere.

(Foto: Toti Clemente)

Botteghe storiche e nuovi creativi, nasce la guida de Le Vie dei Tesori

Un enorme patrimonio immateriale di mestieri e antiche tradizioni, raccontato da alcuni giornalisti in un progetto nato sotto l’egida del festival. Sarà consultabile online a partire dall’ultimo weekend, dal 2 al 4 novembre

di Giulio Giallombardo

C’e un patrimonio nascosto fatto di antichi mestieri che si tramandano da generazioni. Ci sono, poi, tradizioni in certi casi scomparse, riscoperte da nuovi creativi. Uno scrigno di “tesori viventi” che trasformano le loro abilità, che siano culinarie, artigianali o commerciali, in tanti piccoli tasselli che insieme rendono unica l’identità del luogo. Sono monumenti in carne e ossa, i cui saperi sono adesso racchiusi in una guida, che è anche una mappa per un tour ideale fatto di luoghi segreti e poco conosciuti.

Ci sono sarti, pupari, cioccolattieri, cesellatori, tabaccai, ceramisti, farmacisti, artigiani del cuoio, dei tessuti e della carta, gelatieri, fino alle antiche osterie della città. Cento di loro sono stati raccolti in una trasversale guida di Palermo, da un comitato di giornalisti e operatori culturali, sotto l’egida de Le Vie dei Tesori, il festival che da dodici anni trasforma la città in un museo diffuso e che quest’anno si è allargato anche al resto della Sicilia, con una “trasferta” anche in Lombardia.

Alli Traina, Emanuela Palmisano e Laura Anello

La guida è stata presentata questa mattina nel Culture Concept Store del Museo Salinas di Palermo ed è on line sul sito del Festival, dove tutti potranno segnalare la loro bottega del cuore. Si tratta di un elenco non definitivo, ma ancora aperto, che racchiude i primi cento luoghi scelti liberamente dal comitato formato da Antonella Filippi, Alessia Franco, Laura Grimaldi, Antonella Lombardi, Paola Nicita, Mario Pintagro, Alli Traina e Alessandra Turrisi, con il coordinamento di Laura Anello, presidente dell’associazione Le Vie dei Tesori ed arricchito dalle foto di Tullio Puglia. La guida sarà messa online nel corso del quinto e ultimo weekend del festival, dal 2 al 4 novembre: si potranno costruire, così, itinerari originali, scegliendo le bottega nascoste, magari a due passi dal museo, dal palazzo o dalla chiesa che si vuole visitare. Successivamente, sarà stampata e distribuita gratuitamente nei luoghi coinvolti nel festival e nella sede dell’associazione. Un occhio, poi, anche alle insegne storiche: tante, troppe, quelle che sovrastano saracinesche ormai chiuse, ma qualcuna rivive con un’identità commerciale diversa.

Impossibile elencare tutti i “tesori umani” protagonisti della guida, alcuni dei quali presenti questa mattina al Museo Salinas, insieme a quasi tutti i giornalisti che hanno partecipato al progetto. A portare oggi la loro testimonianza i rappresentanti di storiche ditte come la Tessuti Parlato, attiva in piazza Croce dei Vespri da ben cinque generazioni, e adesso guidata da Arturo Parlato. Una delle attività commerciali più antiche della città, dove poter acquistare tovaglie e lini, trapunte e intimo, in quello che sembra più un museo che un negozio. Presente oggi anche Salvatore Bumbello, costruttore di pupi nella sua bottega-laboratorio in via della Sfera, nel quartiere del Papireto; Luigi Arini, che nella sua Domus Artis realizza presepi e immagini sacre in cera, argento e corallo, attendendosi rigorosamente ai Canoni Tridentini, e ancora, Francesca Pipi, in rappresentanza della storica sartoria scenica di famiglia, punto di riferimento per intere generazioni di teatranti.

Presente anche l’etnoantropologa Emanuela Palmisano, in rappresentanza del Museo Salinas, che ha definito il progetto come “un tesoro di artigianalità, che tira fuori dalla polvere eccellenze che devono essere viste non come sopravvivenze, ma come elementi di vitalità della città”.

Laura Anello

“Il progetto è forse un’evoluzione naturale di quello che facciamo ormai da dodici anni col festival – ha spiegato Laura Anello, nel corso della presentazione – ovvero promuovere, aprire, far conoscere, ma soprattutto raccontare la storia. Un luogo non raccontato è un luogo che non parla, un luogo muto. Quindi, ci siamo detti, il patrimonio non sta solo nei monumenti e nei luoghi d’arte, ma anche in questo tesoro immateriale fatto di competenze, di storie legate a botteghe che rischiano di essere falciate dai tempi. Abbiamo creduto anche che alcuni artigiani tornati nel centro storico per animarlo, avessero ugualmente ragione di stare in questa guida ancora in divenire. Si tratta di una prima mappatura che nasce dal lavoro di nove colleghi, che hanno lavorato pensando ad un ipotetico ospite non palermitano, a cui mostrare qualcosa che è soltanto nostro, lontano dagli stereotipi turistici”.

Un enorme patrimonio immateriale di mestieri e antiche tradizioni, raccontato da alcuni giornalisti in un progetto nato sotto l’egida del festival. Sarà consultabile online a partire dall’ultimo weekend, dal 2 al 4 novembre

di Giulio Giallombardo

C’e un patrimonio nascosto fatto di antichi mestieri che si tramandano da generazioni. Ci sono, poi, tradizioni in certi casi scomparse, riscoperte da nuovi creativi. Uno scrigno di “tesori viventi” che trasformano le loro abilità, che siano culinarie, artigianali o commerciali, in tanti piccoli tasselli che insieme rendono unica l’identità del luogo. Sono monumenti in carne e ossa, i cui saperi sono adesso racchiusi in una guida, che è anche una mappa per un tour ideale fatto di luoghi segreti e poco conosciuti.

Ci sono sarti, pupari, cioccolattieri, cesellatori, tabaccai, ceramisti, farmacisti, artigiani del cuoio, dei tessuti e della carta, gelatieri, fino alle antiche osterie della città. Cento di loro sono stati raccolti in una trasversale guida di Palermo, da un comitato di giornalisti e operatori culturali, sotto l’egida de Le Vie dei Tesori, il festival che da dodici anni trasforma la città in un museo diffuso e che quest’anno si è allargato anche al resto della Sicilia, con una “trasferta” anche in Lombardia.

Alli Traina, Emanuela Palmisano e Laura Anello

La guida è stata presentata questa mattina nel Culture Concept Store del Museo Salinas di Palermo ed è on line sul sito del Festival, dove tutti potranno segnalare la loro bottega del cuore. Si tratta di un elenco non definitivo, ma ancora aperto, che racchiude i primi cento luoghi scelti liberamente dal comitato formato da Antonella Filippi, Alessia Franco, Laura Grimaldi, Antonella Lombardi, Paola Nicita, Mario Pintagro, Alli Traina e Alessandra Turrisi, con il coordinamento di Laura Anello, presidente dell’associazione Le Vie dei Tesori ed arricchito dalle foto di Tullio Puglia. La guida sarà messa online nel corso del quinto e ultimo weekend del festival, dal 2 al 4 novembre: si potranno costruire, così, itinerari originali, scegliendo le bottega nascoste, magari a due passi dal museo, dal palazzo o dalla chiesa che si vuole visitare. Successivamente, sarà stampata e distribuita gratuitamente nei luoghi coinvolti nel festival e nella sede dell’associazione. Un occhio, poi, anche alle insegne storiche: tante, troppe, quelle che sovrastano saracinesche ormai chiuse, ma qualcuna rivive con un’identità commerciale diversa.

Impossibile elencare tutti i “tesori umani” protagonisti della guida, alcuni dei quali presenti questa mattina al Museo Salinas, insieme a quasi tutti i giornalisti che hanno partecipato al progetto. A portare oggi la loro testimonianza i rappresentanti di storiche ditte come la Tessuti Parlato, attiva in piazza Croce dei Vespri da ben cinque generazioni, e adesso guidata da Arturo Parlato. Una delle attività commerciali più antiche della città, dove poter acquistare tovaglie e lini, trapunte e intimo, in quello che sembra più un museo che un negozio. Presente oggi anche Salvatore Bumbello, costruttore di pupi nella sua bottega-laboratorio in via della Sfera, nel quartiere del Papireto; Luigi Arini, che nella sua Domus Artis realizza presepi e immagini sacre in cera, argento e corallo, attendendosi rigorosamente ai Canoni Tridentini, e ancora, Francesca Pipi, in rappresentanza della storica sartoria scenica di famiglia, punto di riferimento per intere generazioni di teatranti.

Presente anche l’etnoantropologa Emanuela Palmisano, in rappresentanza del Museo Salinas, che ha definito il progetto come “un tesoro di artigianalità, che tira fuori dalla polvere eccellenze che devono essere viste non come sopravvivenze, ma come elementi di vitalità della città”.

Laura Anello

“Il progetto è forse un’evoluzione naturale di quello che facciamo ormai da dodici anni col festival – ha spiegato Laura Anello, nel corso della presentazione – ovvero promuovere, aprire, far conoscere, ma soprattutto raccontare la storia. Un luogo non raccontato è un luogo che non parla, un luogo muto. Quindi, ci siamo detti, il patrimonio non sta solo nei monumenti e nei luoghi d’arte, ma anche in questo tesoro immateriale fatto di competenze, di storie legate a botteghe che rischiano di essere falciate dai tempi. Abbiamo creduto anche che alcuni artigiani tornati nel centro storico per animarlo, avessero ugualmente ragione di stare in questa guida ancora in divenire. Si tratta di una prima mappatura che nasce dal lavoro di nove colleghi, che hanno lavorato pensando ad un ipotetico ospite non palermitano, a cui mostrare qualcosa che è soltanto nostro, lontano dagli stereotipi turistici”.

Palermo diventa teatro diffuso col Festival di Morgana

Torna la rassegna fiore all’occhiello del Museo delle Marionette, giunta quest’anno alla 43esima edizione. Oltre trenta spettacoli, tra sperimentazione e tradizione, ospitati in diversi luoghi-simbolo della città

di Giulio Giallombardo

Un mosaico di contaminazioni tra teatro colto e popolare, sempre più al passo coi tempi. Il Festival di Morgana torna a Palermo con il suo carico di esperienze artistiche trasversali, frutto di collaborazioni con enti e associazioni internazionali, sempre sospeso tra sperimentazione e tradizione. Questa 43esima edizione, poi, sarà ancora più speciale, trasformando la città in teatro diffuso per cinque giorni. Dal 7 all’11 novembre, infatti, ad ospitare i tanti spettacoli del festival, oltre al Museo delle Marionette, sede istituzionale, saranno altri sette luoghi-simbolo: dalla Chiesa di Santi Euno e Giuliano a Palazzo Alliata di Villafranca, da Palazzo Riso al Teatro Ditirammu, da Palazzo delle Aquile al Teatro Carlo Magno, fino a Palazzo Sant’Elia e il Teatro Carlo Magno.

Saranno oltre trenta spettacoli in cartellone, tra cui due prime nazionali, sette compagnie di opera dei pupi provenienti da tutta la Sicilia e quattro compagnie internazionali di teatro d’immagine contemporaneo da Francia, Spagna e Irlanda. Quasi uno spettacolo ogni ora, dalle 16 alle 22, ad ingresso gratuito. Ma non solo, oltre agli spettacoli è prevista una mostra multimediale sull’opera dei pupi, che integra cinque progetti artistici di innovazione tecnologica e “Petit malins”, un ciclo di proiezioni di film di animazione, in collaborazione con l’Institut Français di Palermo.

Rosario Perricone e Eric Biagi

L’inaugurazione del festival prevede cinque eventi in diversi luoghi della città. A partire dallo spettacolo “Le avventure di Carlotto in Spagna” della Compagnia Famiglia Mancuso, in scena al Teatro Carlo Magno alle 17. Un’ora dopo alle 18, al Ditirammu, tocca Albert Bagno con “Le leggende di Dama Rovenza”; alla stessa ora nell’atrio di Palazzo delle Aquile, l’Associazione Figli d’arte Cuticchio porta in scena “L’incanto di Dama Rovenza”, mentre alle 21, al Museo Pasqualino toccherà alla Compagnia Famiglia Gargano di Messina con “Il potere di Durlindana”. Gli spettacoli saranno preceduti dalla presentazione del libro di Simona Scattina, alle 16 allo Steri, “Storie dipinte. I cartelli della marionettistica Fratelli Napoli” e le proiezioni dei film d’animazione della rassegna “Petit malins”, alle 17 al Museo delle Marionette, che proseguiranno per tutti i giorni del festival.

Per le due prime nazionali, bisognerà aspettare l’8 novembre, quando alle 20 a Palazzo Riso, andrà in scena “Come veni Ferrazzano”, secondo capitolo della trilogia P3 coordinate popolari, di e con Giuseppe Provinzano e alle 21 al Museo delle Marionette “El retrete de Dorian Gray”, della compagnia spagnola Cabarete. Il primo è un esperimento scenico dedicato a Giuseppe Pitrè incentrato sulla figura di Ferrazzano, alter ego scaltro di Giufà; il secondo spettacolo, invece, vedrà succedersi una lunga serie di cambi di scena ed avrà esiti diversi, in base anche alle scelte che farà il pubblico, invitato a partecipare.

Lo stesso giorno, alle 17, ci sarà spazio anche per la videoarte con l’inaugurazione di “Pupi Videodrome”, mostra multimediale sull’opera dei pupi siciliana allestita a Palazzo Sant’Elia. Ideata dal direttore del Museo delle Marionette, Rosario Perricone, e allestita da Enzo Venezia, la mostra reinventa la tradizione dell’opera dei pupi, mescolando manufatti artigianali a opere di nuova concezione. Come ad esempio “#Carinda Augmented Reality”, il pupo più antico del Museo Pasqualino, datato 1828, è stato, per così dire, “uploadato” dalla realtà materiale alla vita virtuale e lo spettatore potrà ammirarlo attraverso un esperimento di realtà aumentata. E ancora il cartello animato “La rotta di Roncisvalle”, un’animazione 2D di un cartellone tradizionale dell’opera dei pupi di Palermo; il documentario in 3D “Pupi a 360 gradi”, di Alessandra Grassi, e tre video installazioni di opere prodotte dal Museo delle Marionette: “In Two Minds – In Two Puppets” dell’irlandese Kevin Atherton, “The Palace of Raw Dreams” e “Angelica” di Judith Cowan.

Protagonisti della stagione, quest’anno concentrata in un lungo weekend, costellato da tanti eventi, saranno anche altre famiglie d’arte siciliane: la Compagnia Marionettistica fratelli Napoli (Catania), l’Antica Compagnia Opera dei Pupi Famiglia Puglisi (Sortino), la Compagnia Marionettistica popolare siciliana (Palermo) e la Compagnia Brigliadoro (Palermo). Poi gli artisti del Théâtre des Tarabates dalla Francia, con lo spettacolo di mani “La Brouille” e, ancora dalla Spagna, David Espinosa con “Una historia universal”.

Presenti questa mattina alla presentazione del festival, al Museo delle Marionette, oltre al presidente Rosario Perricone, anche Eric Biagi, direttore dell’Institut Français Palermo, e la direttrice dell’Istituto Cervantes, Beatriz Hernanz Angulo. Due enti che hanno partecipato all’organizzazione del festival, insieme al Comune di Palermo, all’assessorato regionale dei Beni culturali, al Mibac e alla Fondazione Arte e Cultura.

“Questa edizione del Festival di Morgana – ha detto il direttore Perricone – è stata concepita, alla luce dei tempi che viviamo, come un abbraccio virtuale che racchiude diverse realtà, in nome del dialogo, della tradizione e della sperimentazione di cui da sempre il teatro dei pupi e il museo che dirigo si fanno portatori”. Sottolineando, poi, l’ingresso gratuito a tutti gli eventi, come l’anno scorso, Perricone ha aggiunto: “Mi sembrava fuori luogo far pagare un biglietto quest’anno, proprio quando Palermo è capitale italiana della cultura. Poi, io penso che se gli eventi sono finanziati con fondi pubblici, come in questo caso, devono essere ad ingresso gratuito, un modo per far avvicinare ancora di più i cittadini alla cultura”.

Torna la rassegna fiore all’occhiello del Museo delle Marionette, giunta quest’anno alla 43esima edizione. Oltre trenta spettacoli, tra sperimentazione e tradizione, ospitati in diversi luoghi-simbolo della città

di Giulio Giallombardo

Un mosaico di contaminazioni tra teatro colto e popolare, sempre più al passo coi tempi. Il Festival di Morgana torna a Palermo con il suo carico di esperienze artistiche trasversali, frutto di collaborazioni con enti e associazioni internazionali, sempre sospeso tra sperimentazione e tradizione. Questa 43esima edizione, poi, sarà ancora più speciale, trasformando la città in teatro diffuso per cinque giorni. Dal 7 all’11 novembre, infatti, ad ospitare i tanti spettacoli del festival, oltre al Museo delle Marionette, sede istituzionale, saranno altri sette luoghi-simbolo: dalla Chiesa di Santi Euno e Giuliano a Palazzo Alliata di Villafranca, da Palazzo Riso al Teatro Ditirammu, da Palazzo delle Aquile al Teatro Carlo Magno, fino a Palazzo Sant’Elia e il Teatro Carlo Magno.

Saranno oltre trenta spettacoli in cartellone, tra cui due prime nazionali, sette compagnie di opera dei pupi provenienti da tutta la Sicilia e quattro compagnie internazionali di teatro d’immagine contemporaneo da Francia, Spagna e Irlanda. Quasi uno spettacolo ogni ora, dalle 16 alle 22, ad ingresso gratuito. Ma non solo, oltre agli spettacoli è prevista una mostra multimediale sull’opera dei pupi, che integra cinque progetti artistici di innovazione tecnologica e “Petit malins”, un ciclo di proiezioni di film di animazione, in collaborazione con l’Institut Français di Palermo.

L’inaugurazione del festival prevede cinque eventi in diversi luoghi della città. A partire dallo spettacolo “Le avventure di Carlotto in Spagna” della Compagnia Famiglia Mancuso, in scena al Teatro Carlo Magno alle 17. Un’ora dopo alle 18, al Ditirammu, tocca Albert Bagno con “Le leggende di Dama Rovenza”; alla stessa ora nell’atrio di Palazzo delle Aquile, l’Associazione Figli d’arte Cuticchio porta in scena “L’incanto di Dama Rovenza”, mentre alle 21, al Museo Pasqualino toccherà alla Compagnia Famiglia Gargano di Messina con “Il potere di Durlindana”. Gli spettacoli saranno preceduti dalla presentazione del libro di Simona Scattina, alle 16 allo Steri, “Storie dipinte. I cartelli della marionettistica Fratelli Napoli” e le proiezioni dei film d’animazione della rassegna “Petit malins”, alle 17 al Museo delle Marionette, che proseguiranno per tutti i giorni del festival.

Per le due prime nazionali, bisognerà aspettare l’8 novembre, quando alle 20 a Palazzo Riso, andrà in scena “Come veni Ferrazzano”, secondo capitolo della trilogia P3 coordinate popolari, di e con Giuseppe Provinzano e alle 21 al Museo delle Marionette “El retrete de Dorian Gray”, della compagnia spagnola Cabarete. Il primo è un esperimento scenico dedicato a Giuseppe Pitrè incentrato sulla figura di Ferrazzano, alter ego scaltro di Giufà; il secondo spettacolo, invece, vedrà succedersi una lunga serie di cambi di scena ed avrà esiti diversi, in base anche alle scelte che farà il pubblico, invitato a partecipare.

Lo stesso giorno, alle 17, ci sarà spazio anche per la videoarte con l’inaugurazione di “Pupi Videodrome”, mostra multimediale sull’opera dei pupi siciliana allestita a Palazzo Sant’Elia. Ideata dal direttore del Museo delle Marionette, Rosario Perricone, e allestita da Enzo Venezia, la mostra reinventa la tradizione dell’opera dei pupi, mescolando manufatti artigianali a opere di nuova concezione. Come ad esempio “#Carinda Augmented Reality”, il pupo più antico del Museo Pasqualino, datato 1828, è stato, per così dire, “uploadato” dalla realtà materiale alla vita virtuale e lo spettatore potrà ammirarlo attraverso un esperimento di realtà aumentata. E ancora il cartello animato “La rotta di Roncisvalle”, un’animazione 2D di un cartellone tradizionale dell’opera dei pupi di Palermo; il documentario in 3D “Pupi a 360 gradi”, di Alessandra Grassi, e tre video installazioni di opere prodotte dal Museo delle Marionette: “In Two Minds – In Two Puppets” dell’irlandese Kevin Atherton, “The Palace of Raw Dreams” e “Angelica” di Judith Cowan.

Protagonisti della stagione, quest’anno concentrata in un lungo weekend, costellato da tanti eventi, saranno anche altre famiglie d’arte siciliane: la Compagnia Marionettistica fratelli Napoli (Catania), l’Antica Compagnia Opera dei Pupi Famiglia Puglisi (Sortino), la Compagnia Marionettistica popolare siciliana (Palermo) e la Compagnia Brigliadoro (Palermo). Poi gli artisti del Théâtre des Tarabates dalla Francia, con lo spettacolo di mani “La Brouille” e, ancora dalla Spagna, David Espinosa con “Una historia universal”.

Presenti questa mattina alla presentazione del festival, al Museo delle Marionette, oltre al presidente Rosario Perricone, anche Eric Biagi, direttore dell’Institut Français Palermo, e la direttrice dell’Istituto Cervantes, Beatriz Hernanz Angulo. Due enti che hanno partecipato all’organizzazione del festival, insieme al Comune di Palermo, all’assessorato regionale dei Beni culturali, al Mibac e alla Fondazione Arte e Cultura.

“Questa edizione del Festival di Morgana – ha detto il direttore Perricone – è stata concepita, alla luce dei tempi che viviamo, come un abbraccio virtuale che racchiude diverse realtà, in nome del dialogo, della tradizione e della sperimentazione di cui da sempre il teatro dei pupi e il museo che dirigo si fanno portatori”. Sottolineando, poi, l’ingresso gratuito a tutti gli eventi, come l’anno scorso, Perricone ha aggiunto: “Mi sembrava fuori luogo far pagare un biglietto quest’anno, proprio quando Palermo è capitale italiana della cultura. Poi, io penso che se gli eventi sono finanziati con fondi pubblici, come in questo caso, devono essere ad ingresso gratuito, un modo per far avvicinare ancora di più i cittadini alla cultura”.

“Foresta Urbana”, specchio magico tra arte e natura

Inaugurata a Palermo una grande mostra collettiva che dalle sale di Palazzo Riso, si allarga ai cortili e arriva fino in piazza Bologni: un museo a cielo aperto sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente

di Giulio Giallombardo

Un’arte straripante come la natura che vince sulla materia inerte, sbucando all’improvviso dalle strade delle città. Una potenza creativa incontenibile che germina oltre il chiuso delle sale espositive, invadendo la piazza e sbocciando alla luce del sole: come una pianta che diventa albero lì dove non ti aspetti. È un segno forte ed evocativo quello che lascia la mostra “Foresta Urbana”, una collettiva multiforme che si espande dalle sale di Palazzo Belmonte Riso e raggiunge, tra installazioni sonore, figurative e “aerostatiche”, l’adiacente piazza Bologni, nel cuore di Palermo.

In quello che ormai è diventato il salotto del Cassaro, tra i cinguettii delle installazioni sonore di Astrid Seme, campeggia sospesa in aria la luccicante sfera dell’artista argentino Tomás Saraceno. L’installazione Aerosolar Journeys, rientra in un progetto incentrato sulle sue ultime ricerche sull’Aerocene, “l’era dell’aria”, un’indagine tra arte e scienza per un futuro senza combustibili idrocarburici. Poi c’è l’albero vivente del coreano Koo Jeong-A e quelli di acciaio di Conrad Shawcross (Formation II); i tronchi d’ulivo su barre di ferro di Benedetto Pietromarchi (Oliva Caerulea) e i 18 alberi in vaso di Luca Vitone (Vuole Canti).

“Tree” di Ai Weiwei

Nel cortile di Palazzo Riso si staglia il monumentale Tree, l’albero “assemblato” dall’artista cinese Ai Weiwei, preceduto dagli alberi viventi su cui sono state intagliate date cruciali della storia di Palermo dal 1947 al 1992, opera del duo Goldschmied & Chiari (Genealogia di Damnatio Memoriae). Nel cortile accanto, invece, l’installazione Circle of life realizzata con pietre di Custonaci da Richard Long. E ancora tante opere esposte al primo piano del museo, di artisti del calibro di Doug Aitken, Francesco De Grandi, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Jimmie Durham, Olafur Eliasson, Bill Fontana, Carsten Höller, Ann Veronica Janssens, Ernesto Neto, Andreas Slominski e Pascale Marthine Tayou.

La mostra, curata da Paolo Falcone e visitabile fino al prossimo 20 gennaio, è stata promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con la Città di Palermo, e progettata dal Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea. Questa mattina, alla conferenza stampa nella Sala Kounellis di Palazzo Riso, oltre al curatore e alla direttrice del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, sono stati presenti anche l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano, e il presidente della Fondazione Terzo Pilastro e mecenate Emmanuele Emanuele.

Genealogia di Damnatio Memoriae

“Quest’iniziativa ha due grandi valori, – ha dichiarato l’assessore Tusa nel corso della presentazione – da un lato raccoglie alcuni importanti protagonisti dell’arte mondiale, dall’altro ci pone di fronte ad una necessaria riflessione, che è quella sulla natura, sull’ambiente, sul fatto che il mondo così come l’abbiamo ricevuto, se continuiamo ad agire in modo dissennato, quando ce ne andremo, non sarà più quello che abbiamo trovato. Il mio sogno – conclude Tusa – è vedere che queste manifestazioni artistiche travalichino il centro storico e arrivino nelle periferie ed anche nei tanti centri storici di cui è disseminata la Sicilia”.

Della stessa idea anche l’assessore Cusumano, che ha sottolineato come “attività culturali come questa, siano testa d’ariete per ripensare alla città, per viverla e costruire nuove narrazioni urbane per un futuro migliore, anche alla luce del sempre più consolidato legame tra il museo Riso e piazza Bologni”.

Soddisfatto, seppur con qualche riserva, Emmanuele Emanuele, colui che per primo ha voluto creare questa “Foresta Urbana”. “In un mondo in cui l’ambiente è sempre più maltrattato, diviene imprescindibile assumere un nuovo impegno morale – ha detto – attraverso la forza comunicativa dell’arte, che rinnovi e corrobori il rapporto indissolubile tra uomo e natura”. L’unico disappunto espresso dal mecenate è legato alla rinuncia – per mancate autorizzazioni – di molte installazioni esterne, che nell’idea originaria avrebbero dovuto costellare tutto il Cassaro, fino alla Cattedrale e ai quartieri limitrofi. “Il mio desiderio – conclude Emanuele – era quello di realizzare opere d’arte per le strade e i vicoli della città, per farne dono ai palermitani che avrebbero potuto camminare tutti i giorni in una foresta d’arte. Ma sono felice lo stesso per quella che è una mostra dall’eccezionale valore artistico”.

Inaugurata a Palermo una grande mostra collettiva che dalle sale di Palazzo Riso, si allarga ai cortili e arriva fino in piazza Bologni, un museo a cielo aperto sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente

di Giulio Giallombardo

Un’arte straripante come la natura che vince sulla materia inerte, sbucando all’improvviso dalle strade delle città. Una potenza creativa incontenibile che germina oltre il chiuso delle sale espositive, invadendo la piazza e sbocciando alla luce del sole: come una pianta che diventa albero lì dove non ti aspetti. È un segno forte ed evocativo quello che lascia la mostra “Foresta Urbana”, una collettiva multiforme che si espande dalle sale di Palazzo Belmonte Riso e raggiunge, tra installazioni sonore, figurative e “aerostatiche”, l’adiacente piazza Bologni, nel cuore di Palermo.

In quello che ormai è diventato il salotto del Cassaro, tra i cinguettii delle installazioni sonore di Astrid Seme, campeggia sospesa in aria la luccicante sfera dell’artista argentino Tomás Saraceno. L’installazione Aerosolar Journeys, rientra in un progetto incentrato sulle sue ultime ricerche sull’Aerocene, “l’era dell’aria”, un’indagine tra arte e scienza per un futuro senza combustibili idrocarburici. Poi c’è l’albero vivente del coreano Koo Jeong-A e quelli di acciaio di Conrad Shawcross (Formation II); i tronchi d’ulivo su barre di ferro di Benedetto Pietromarchi (Oliva Caerulea) e i 18 alberi in vaso di Luca Vitone (Vuole Canti).

“Tree” di Ai Weiwei

Nel cortile di Palazzo Riso si staglia il monumentale Tree, l’albero “assemblato” dall’artista cinese Ai Weiwei, preceduto dagli alberi viventi su cui sono state intagliate date cruciali della storia di Palermo dal 1947 al 1992, opera del duo Goldschmied & Chiari (Genealogia di Damnatio Memoriae). Nel cortile accanto, invece, l’installazione Circle of life realizzata con pietre di Custonaci da Richard Long. E ancora tante opere esposte al primo piano del museo, di artisti del calibro di Doug Aitken, Francesco De Grandi, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Jimmie Durham, Olafur Eliasson, Bill Fontana, Carsten Höller, Ann Veronica Janssens, Ernesto Neto, Andreas Slominski e Pascale Marthine Tayou.

La mostra, curata da Paolo Falcone e visitabile fino al prossimo 20 gennaio, è stata promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con la Città di Palermo, e progettata dal Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea. Questa mattina, alla conferenza stampa nella Sala Kounellis di Palazzo Riso, oltre al curatore e alla direttrice del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, sono stati presenti anche l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano, e il presidente della Fondazione Terzo Pilastro e mecenate Emmanuele Emanuele.

Genealogia di Damnatio Memoriae

“Quest’iniziativa ha due grandi valori, – ha dichiarato l’assessore Tusa nel corso della presentazione – da un lato raccoglie alcuni importanti protagonisti dell’arte mondiale, dall’altro ci pone di fronte ad una necessaria riflessione, che è quella sulla natura, sull’ambiente, sul fatto che il mondo così come l’abbiamo ricevuto, se continuiamo ad agire in modo dissennato, quando ce ne andremo, non sarà più quello che abbiamo trovato. Il mio sogno – conclude Tusa – è vedere che queste manifestazioni artistiche travalichino il centro storico e arrivino nelle periferie ed anche nei tanti centri storici di cui è disseminata la Sicilia”.

Della stessa idea anche l’assessore Cusumano, che ha sottolineato come “attività culturali come questa, siano testa d’ariete per ripensare alla città, per viverla e costruire nuove narrazioni urbane per un futuro migliore, anche alla luce del sempre più consolidato legame tra il museo Riso e piazza Bologni”.

Emmanuele Emanuele e Andrea Cusumano

Soddisfatto, seppur con qualche riserva, Emmanuele Emanuele, colui che per primo ha voluto creare questa “Foresta Urbana”. “In un mondo in cui l’ambiente è sempre più maltrattato, diviene imprescindibile assumere un nuovo impegno morale – ha detto – attraverso la forza comunicativa dell’arte, che rinnovi e corrobori il rapporto indissolubile tra uomo e natura”. L’unico disappunto espresso dal mecenate è legato alla rinuncia – per mancate autorizzazioni – di molte installazioni esterne, che nell’idea originaria avrebbero dovuto costellare tutto il Cassaro, fino alla Cattedrale e ai quartieri limitrofi. “Il mio desiderio – conclude Emanuele – era quello di realizzare opere d’arte per le strade e i vicoli della città, per farne dono ai palermitani che avrebbero potuto camminare tutti i giorni in una foresta d’arte. Ma sono felice lo stesso per quella che è una mostra dall’eccezionale valore artistico”.

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