I tesori umani viventi che la Sicilia custodisce

Una trentina di artigiani, poeti, artisti, eredi di antiche tradizioni, fanno parte del Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana. Gli ultimi ad essere stati iscritti sono il “cuntista” Mimmo Cuticchio e il cantastorie Nonò Salomone

di Giulio Giallombardo

Ci sono tesori in carne e ossa, testimoni di tradizioni e culture che hanno fatto più ricca la Sicilia. Custodi di antichi mestieri, artisti, poeti, artigiani: un patrimonio impalpabile fatto di vita vissuta, esperienze creative, saperi che, trasversalmente, hanno reso più sfaccettata l’anima dell’Isola. Tutti insieme fanno parte dei Libro dei tesori umani viventi del Reis, il Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana, istituito nel 2014, aggiornando il precedente Rei del 2005.

Nonò Salomone

Un grande catalogo composto da sei libri dedicati a celebrazioni, mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi. L’ultimo siciliano illustre ad essere stato iscritto nel libro è il “cuntista” palermitano Mimmo Cuticchio. La commissione Eredità immateriali ha, infatti, accolto recentemente la richiesta del Cricd, il Centro regionale del Catalogo, riconoscendo – si legge nella notifica del provvedimento – “il merito del cantastorie e oprante del teatro dei pupi di fama internazionale” e chiedendone l’iscrizione “per chiara fama” nel Libro dei tesori umani viventi. Insieme con lui, è stato inserito anche il nisseno Nonò Salomone, considerato come uno degli ultimi della vecchia generazione di cantastorie siciliani.

“Cuticchio rappresenta uno straordinario sperimentatore in bilico tra culture diverse, – commenta il direttore del Cricd, Caterina Greco a Le Vie dei Tesori News – incarna meglio di ogni altro l’antica tradizione del cunto, per noi molto importante, che è essa stessa una pratica etnoantropologica. Infatti lo abbiamo iscritto proprio come ‘cuntista’, ed è l’unico che può vantare questo titolo”.

I nomi di Cuticchio e Salomone vanno, dunque, ad aggiungersi agli altri 27 già iscritti nel corso degli anni. Un elenco che spazia da un capo all’altro della Sicilia, toccando quasi tutte le province: da Palermo, a Catania, da Messina a Trapani, passando per Agrigento e Caltanissetta. Partendo dal capoluogo siciliano c’è il maestro argentiere Antonino Amato; il radiologo dei beni culturali, Giuseppe Salerno; i rilegatori d’arte Emanuele India e Francesca Mezzatesta. Spostandosi in provincia, a Cefalù, troviamo l’artista delle calzature Franco Liberto, poi nella sola Alia, ben quattro artigiani: la ricamatrice Maria Grazia Ricotta, la tessitrice Antonella Ditta, il “vardiddaru” Angelo Centanni e il “panararu” Mariano Armanno, questi ultimi maestri nella realizzazione di selle e panieri.

Raffaele La Scala

A Catania, precisamente ad Aci Sant’Antonio, troviamo quattro artisti dei carretti siciliani Antonio Zappalà, Paolo Rapisarda, Domenico Di Mauro e Venera Chiarenza; un altro a Viagrande, Rosario D’Agata e ad Acireale, Salvatore Chiarenza. A Caltagirone, invece, non potevano mancare i maestri ceramisti Mario Iudici, Antonino Ragona e Giacomo Alessi, mentre a Sant’Alfio c’è l’etnostorico Salvatore Patanè.

L’ultimo carradore di Agrigento è, invece, Raffaele La Scala (ve ne abbiamo parlato qui) “tesoro vivente” insieme ai maestri ceramisti Giuseppe e Paolo Caravella di Burgio, nell’Agrigentino. Spostandoci, poi, a Messina troviamo lo scultore-scalpellino Gaetano Russo di Mistretta e la messinese poetessa popolare Maria Costa. Infine a Trapani c’è il maestro del corallo, Platimiro Fiorenza, il pittore su vetro alcamese Vito Fulco, e il rais della tonnara di Favignana, Gioacchino Cataldo, in realtà non più “vivente” perché morto lo scorso luglio. Tutte pennellate di un affresco corale su una tela ancora da finire.

Una trentina di artigiani, poeti, artisti, eredi di antiche tradizioni, fanno parte del Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana. Gli ultimi ad essere stati iscritti sono il “cuntista” Mimmo Cuticchio e il cantastorie Nonò Salomone

di Giulio Giallombardo

Ci sono tesori in carne e ossa, testimoni di tradizioni e culture che hanno fatto più ricca la Sicilia. Custodi di antichi mestieri, artisti, poeti, artigiani: un patrimonio impalpabile fatto di vita vissuta, esperienze creative, saperi che, trasversalmente, hanno reso più sfaccettata l’anima dell’Isola. Tutti insieme fanno parte dei Libro dei tesori umani viventi del Reis, il Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana, istituito nel 2014, aggiornando il precedente Rei del 2005.

Nonò Salomone

Un grande catalogo composto da sei libri dedicati a celebrazioni, mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi. L’ultimo siciliano illustre ad essere stato iscritto nel libro è il “cuntista” palermitano Mimmo Cuticchio. La commissione Eredità immateriali ha, infatti, accolto recentemente la richiesta del Cricd, il Centro regionale del Catalogo, riconoscendo – si legge nella notifica del provvedimento – “il merito del cantastorie e oprante del teatro dei pupi di fama internazionale” e chiedendone l’iscrizione “per chiara fama” nel Libro dei tesori umani viventi. Insieme con lui, è stato inserito anche il nisseno Nonò Salomone, considerato come uno degli ultimi della vecchia generazione di cantastorie siciliani.

“Cuticchio rappresenta uno straordinario sperimentatore in bilico tra culture diverse, – commenta il direttore del Cricd, Caterina Greco a Le Vie dei Tesori News – incarna meglio di ogni altro l’antica tradizione del cunto, per noi molto importante, che è essa stessa una pratica etnoantropologica. Infatti lo abbiamo iscritto proprio come ‘cuntista’, ed è l’unico che può vantare questo titolo”.

I nomi di Cuticchio e Salomone vanno, dunque, ad aggiungersi agli altri 27 già iscritti nel corso degli anni. Un elenco che spazia da un capo all’altro della Sicilia, toccando quasi tutte le province: da Palermo, a Catania, da Messina a Trapani, passando per Agrigento e Caltanissetta. Partendo dal capoluogo siciliano c’è il maestro argentiere Antonino Amato; il radiologo dei beni culturali, Giuseppe Salerno; i rilegatori d’arte Emanuele India e Francesca Mezzatesta. Spostandosi in provincia, a Cefalù, troviamo l’artista delle calzature Franco Liberto, poi nella sola Alia, ben quattro artigiani: la ricamatrice Maria Grazia Ricotta, la tessitrice Antonella Ditta, il “vardiddaru” Angelo Centanni e il “panararu” Mariano Armanno, questi ultimi maestri nella realizzazione di selle e panieri.

Raffaele La Scala

A Catania, precisamente ad Aci Sant’Antonio, troviamo quattro artisti dei carretti siciliani Antonio Zappalà, Paolo Rapisarda, Domenico Di Mauro e Venera Chiarenza; un altro a Viagrande, Rosario D’Agata e ad Acireale, Salvatore Chiarenza. A Caltagirone, invece, non potevano mancare i maestri ceramisti Mario Iudici, Antonino Ragona e Giacomo Alessi, mentre a Sant’Alfio c’è l’etnostorico Salvatore Patanè.

L’ultimo carradore di Agrigento è, invece, Raffaele La Scala (ve ne abbiamo parlato qui) “tesoro vivente” insieme ai maestri ceramisti Giuseppe e Paolo Caravella di Burgio, nell’Agrigentino. Spostandoci, poi, a Messina troviamo lo scultore-scalpellino Gaetano Russo di Mistretta e la messinese poetessa popolare Maria Costa. Infine a Trapani c’è il maestro del corallo, Platimiro Fiorenza, il pittore su vetro alcamese Vito Fulco, e il rais della tonnara di Favignana, Gioacchino Cataldo, in realtà non più “vivente” perché morto lo scorso luglio. Tutte pennellate di un affresco corale su una tela ancora da finire.

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L’Ecce Homo dei Biscottari, storia di un culto dimenticato

C’è un’edicola votiva abbandonata a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo. Un tempo custodiva una statua del Cristo dal grande valore devozionale. Adesso sono rimasti solo ex voto e fiori secchi

di Giulio Giallombardo

Un culto depredato e sparito. Se non fosse per la croce che la sormonta e per quella che s’intravede sulle grate, non sembrerebbe neanche un’edicola votiva. Eppure, un tempo, all’interno di quella nicchia in via Biscottari, a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo, si trovava la statua di un Ecce Homo la cui devozione era molto radicata nel quartiere. Oggi, se ci si avvicina all’edicola, guardando bene oltre il vetro annerito dall’incuria, non c’è più traccia della statua del Cristo, né di quella dell’Addolorata che gli era accanto.

Quell’assenza è circondata, però, da tanti ex voto, a testimonianza dell’originario vigore del culto: forme di gambe e mani, resti di candele, una vecchia foto sbiadita, biglietti, fiori secchi e l’effetto straniante di un’edicola il cui protagonista è uscito di scena, lasciando solo un drappo azzurro. Anche il contesto urbano sembra contribuire all’abbandono: l’edicola si trova, infatti, proprio accanto ad alcuni cassonetti che troppo spesso si trasformano in discarica, con tanto di rifiuti ingombranti che a volte impediscono anche il passaggio delle automobili.

Ci troviamo nel tessuto viario più antico di Palermo, proprio di fronte al Palazzo Conte Federico e dove un tempo sorgeva la chiesa della Congregazione di Gesù e Maria dei Sacri Cuori, andata distrutta durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Quell’edicola sta lì a ricordare che un tempo c’era una chiesa, di cui adesso non esiste più neanche il culto. Eppure, la storia di questo Ecce Homo, non certo di grande pregio artistico, su cui circolano aneddoti popolari legati all’aspetto misero e poco gradevole, è costellata di sparizioni, ritorni e traslochi in altra sede: una statua “nomade” che non ha pace.

Già nel 2000, Rosario La Duca, dalle pagine del Giornale di Sicilia, aveva denunciato la scomparsa dell’Ecce Homo dei Biscottari, un tempo di proprietà della Confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Dopo l’articolo, l’associazione Salvare Palermo lanciò un appello alla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, affinché la statua fosse rintracciata e riportata nella sua edicola votiva. Cosa che avvenne nell’arco di pochi mesi. Il Cristo flagellato, insieme all’Addolorata, in quella circostanza – come hanno spiegato dalla Soprintendenza – furono dati in custodia dalla Curia alla parrocchia di San Giovanni Bosco, in via Messina Marine, ma dopo l’intervento della Soprintendenza, i simulacri tornarono in via Biscottari, dove rimasero fino a circa quattro anni fa, quando sparirono nuovamente.

Questa volta a prelevare le statue, su richiesta del vicerettore del Seminario arcivescovile, don Antonio Mancuso, furono i parrocchiani della chiesa di San Giuseppe Cafasso, dove aveva sede la confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Così, adesso, l’Ecce Homo e l’Addolorata sono custoditi in un salone della chiesa adiacente a San Giovanni degli Eremiti. “Le statue erano in totale abbandono – racconta a Le Vie dei Tesori News, Filippo Sapienza, parrocchiano di San Giuseppe Cafasso – così per evitare un ulteriore degrado, abbiamo pensato di occuparci noi della custodia. Quando siamo andati a prelevarle, circa quattro anni fa, l’edicola era in condizioni pietose, piena di rifiuti di ogni tipo, con dentro addirittura pannolini sporchi. Gli ex voto d’argento erano stati rubati e le statue rischiavano di essere mangiate dai topi”.

Così adesso l’Ecce Homo dei Biscottari, che nel frattempo è stato sottoposto ad un “ritocco” rispetto a come appariva anticamente, si trova nel piccolo museo allestito all’interno di San Giuseppe Cafasso, da don Massimiliano Turturici, parrocco con tante idee e voglia di fare. La speranza è che un giorno, le statue possano ancora una volta tornare “a casa”, a testimoniare l’antica devozione popolare, ormai scomparsa tra polvere e rifiuti.

C’è un’edicola votiva abbandonata a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo. Un tempo custodiva una statua del Cristo dal grande valore devozionale. Adesso sono rimasti solo ex voto e fiori secchi

di Giulio Giallombardo

Un culto depredato e sparito. Se non fosse per la croce che la sormonta e per quella che s’intravede sulle grate, non sembrerebbe neanche un’edicola votiva. Eppure, un tempo, all’interno di quella nicchia in via Biscottari, a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo, si trovava la statua di un Ecce Homo la cui devozione era molto radicata nel quartiere. Oggi, se ci si avvicina all’edicola, guardando bene oltre il vetro annerito dall’incuria, non c’è più traccia della statua del Cristo, né di quella dell’Addolorata che gli era accanto.

Quell’assenza è circondata, però, da tanti ex voto, a testimonianza dell’originario vigore del culto: forme di gambe e mani, resti di candele, una vecchia foto sbiadita, biglietti, fiori secchi e l’effetto straniante di un’edicola il cui protagonista è uscito di scena, lasciando solo un drappo azzurro. Anche il contesto urbano sembra contribuire all’abbandono: l’edicola si trova, infatti, proprio accanto ad alcuni cassonetti che troppo spesso si trasformano in discarica, con tanto di rifiuti ingombranti che a volte impediscono anche il passaggio delle automobili.

Ci troviamo nel tessuto viario più antico di Palermo, proprio di fronte al Palazzo Conte Federico e dove un tempo sorgeva la chiesa della Congregazione di Gesù e Maria dei Sacri Cuori, andata distrutta durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Quell’edicola sta lì a ricordare che un tempo c’era una chiesa, di cui adesso non esiste più neanche il culto. Eppure, la storia di questo Ecce Homo, non certo di grande pregio artistico, su cui circolano aneddoti popolari legati all’aspetto misero e poco gradevole, è costellata di sparizioni, ritorni e traslochi in altra sede: una statua “nomade” che non ha pace.

Già nel 2000, Rosario La Duca, dalle pagine del Giornale di Sicilia, aveva denunciato la scomparsa dell’Ecce Homo dei Biscottari, un tempo di proprietà della Confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Dopo l’articolo, l’associazione Salvare Palermo lanciò un appello alla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, affinché la statua fosse rintracciata e riportata nella sua edicola votiva. Cosa che avvenne nell’arco di pochi mesi. Il Cristo flagellato, insieme all’Addolorata, in quella circostanza – come hanno spiegato dalla Soprintendenza – furono dati in custodia dalla Curia alla parrocchia di San Giovanni Bosco, in via Messina Marine, ma dopo l’intervento della Soprintendenza, i simulacri tornarono in via Biscottari, dove rimasero fino a circa quattro anni fa, quando sparirono nuovamente.

Questa volta a prelevare le statue, su richiesta del vicerettore del Seminario arcivescovile, don Antonio Mancuso, furono i parrocchiani della chiesa di San Giuseppe Cafasso, dove aveva sede la confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Così, adesso, l’Ecce Homo e l’Addolorata sono custoditi in un salone della chiesa adiacente a San Giovanni degli Eremiti. “Le statue erano in totale abbandono – racconta a Le Vie dei Tesori News, Filippo Sapienza, parrocchiano di San Giuseppe Cafasso – così per evitare un ulteriore degrado, abbiamo pensato di occuparci noi della custodia. Quando siamo andati a prelevarle, circa quattro anni fa, l’edicola era in condizioni pietose, piena di rifiuti di ogni tipo, con dentro addirittura pannolini sporchi. Gli ex voto d’argento erano stati rubati e le statue rischiavano di essere mangiate dai topi”.

Così adesso l’Ecce Homo dei Biscottari, che nel frattempo è stato sottoposto ad un “ritocco” rispetto a come appariva anticamente, si trova nel piccolo museo allestito all’interno di San Giuseppe Cafasso, da don Massimiliano Turturici, parrocco con tante idee e voglia di fare. La speranza è che un giorno, le statue possano ancora una volta tornare “a casa”, a testimoniare l’antica devozione popolare, ormai scomparsa tra polvere e rifiuti.

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Antonino Leto, quando la pittura si fa luce

Una grande antologica dedicata al paesaggista siciliano, da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo

di Giulio Giallombardo

Una pittura di luce e paesaggio, figlia del suo tempo, ma che si proietta nel futuro. La grande antologica dedicata a Antonino Leto, che da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo, è frutto di un lungo lavoro di ricerca che suggella gli oltre dieci anni di attività del museo di piazza Sant’Anna. Con quest’allestimento curato da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, si aggiunge un altro tassello ad un ciclo iniziato nell’ottobre 2005, con la memorabile mostra dedicata a Francesco Lojacono, che insieme a Leto e Michele Catti, forma la triade canonica del paesaggio siciliano dell’Ottocento.

Sono 94 le opere esposte nella mostra “Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri”, suddivise in sette sezioni che scandiscono le tappe salienti della carriera artistica del pittore monrealese, che ha fatto, però, la sua fortuna fuori dalla Sicilia. Dalle prime opere realizzate a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalla “Scuola di Resina”, fino al trasferimento prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Un capitolo a parte della mostra è dedicato, poi, al sodalizio tra Leto e la famiglia Florio, suoi grandi mecenati. È di questo periodo quello che è considerato uno dei capolavori del pittore “La mattanza a Favignana”, uno dei dipinti più intensi dell’Ottocento siciliano, debordante di patos nella sua accesa dimensione quasi epica. Non poteva mancare, inoltre, un’altra sua grande opera, anch’essa legata ai “mestieri del mare”, ovvero “I funari di Torre del Greco”, presentata all’Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Luce e scorci di Capri, infine, si prendono la scena. Per la prima volta, sarà presentato un altro dei capolavori di Leto, “Dietro la piccola marina a Capri”, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla nona Biennale di Venezia. L’isola, dove il pittore fondò nel 1892 il “Circolo Artistico”, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, divenne sua fonte d’ispirazione nell’ultima parte della sua vita, sperimentando una pittura più densa, dai forti contrasti.

Presenti questa mattina all’anteprima della mostra, organizzata da Civita Sicilia, oltre alle due curatrici, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Andrea Cusumano, e il presidente di Civita Sicilia, Gianni Puglisi. “Credo che questa mostra ci ricordi, allora come oggi, che la Sicilia non è una terra di periferia, ma un luogo in cui si segnano momenti storici di fondamentale importanza per l’Italia e l’Europa”, ha detto Cusumano, mentre Puglisi, che ha definito Leto un “pittore d’alto mare”, ha sottolineato come la sua grandezza sia stata quella di rappresentare indirettamente la Sicilia, “icona del mondo fuori dal tempo e dallo spazio”.

Una grande antologica dedicata al paesaggista siciliano, da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo

di Giulio Giallombardo

Una pittura di luce e paesaggio, figlia del suo tempo, ma che si proietta nel futuro. La grande antologica dedicata a Antonino Leto, che da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo, è frutto di un lungo lavoro di ricerca che suggella gli oltre dieci anni di attività del museo di piazza Sant’Anna. Con quest’allestimento curato da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, si aggiunge un altro tassello ad un ciclo iniziato nell’ottobre 2005, con la memorabile mostra dedicata a Francesco Lojacono, che insieme a Leto e Michele Catti, forma la triade canonica del paesaggio siciliano dell’Ottocento.

Sono 94 le opere esposte nella mostra “Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri”, suddivise in sette sezioni che scandiscono le tappe salienti della carriera artistica del pittore monrealese, che ha fatto, però, la sua fortuna fuori dalla Sicilia. Dalle prime opere realizzate a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalla “Scuola di Resina”, fino al trasferimento prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Un capitolo a parte della mostra è dedicato, poi, al sodalizio tra Leto e la famiglia Florio, suoi grandi mecenati. È di questo periodo quello che è considerato uno dei capolavori del pittore “La mattanza a Favignana”, uno dei dipinti più intensi dell’Ottocento siciliano, debordante di patos nella sua accesa dimensione quasi epica. Non poteva mancare, inoltre, un’altra sua grande opera, anch’essa legata ai “mestieri del mare”, ovvero “I funari di Torre del Greco”, presentata all’Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Luce e scorci di Capri, infine, si prendono la scena. Per la prima volta, sarà presentato un altro dei capolavori di Leto, “Dietro la piccola marina a Capri”, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla nona Biennale di Venezia. L’isola, dove il pittore fondò nel 1892 il “Circolo Artistico”, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, divenne sua fonte d’ispirazione nell’ultima parte della sua vita, sperimentando una pittura più densa, dai forti contrasti.

Presenti questa mattina all’anteprima della mostra, organizzata da Civita Sicilia, oltre alle due curatrici, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Andrea Cusumano, e il presidente di Civita Sicilia, Gianni Puglisi. “Credo che questa mostra ci ricordi, allora come oggi, che la Sicilia non è una terra di periferia, ma un luogo in cui si segnano momenti storici di fondamentale importanza per l’Italia e l’Europa”, ha detto Cusumano, mentre Puglisi, che ha definito Leto un “pittore d’alto mare”, ha sottolineato come la sua grandezza sia stata quella di rappresentare indirettamente la Sicilia, “icona del mondo fuori dal tempo e dallo spazio”.

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Viaggio tra i borghi nella Sicilia sconosciuta

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

La copertina del libro

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

La copertina del libro

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

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I testamenti dei grandi si mettono in mostra

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

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Isola delle Femmine ancora in vendita, ma il prezzo scende

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualunque altra destinazione coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualcos’altro sia coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

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Il film su Rostagno a trent’anni dalla morte

Per commemorare il giornalista ucciso dalla mafia, il 25 settembre verrà proiettato al Teatro Garibaldi di Palermo, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”

di Giulio Giallombardo

Una storia che ne racconta tante. Frammenti di un mosaico che non è mai stato completato, distrutto ancor prima che qualcosa potesse venire alla luce. Trent’anni sono passati senza il coraggio e la passione civile di Mauro Rostagno, che con le sue inchieste raccontò gli intrecci tra mafia, politica e colletti bianchi nella Trapani degli anni Ottanta. Per la sua sfida al crimine, pagò con la morte, ucciso in un agguato il 26 settembre del 1988 nelle campagne trapanesi, vicino alla comunità Saman, che aveva fondato pochi anni prima.

Per celebrare il trentennale della morte del giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – verrà proiettato a Palermo, per la prima volta pubblicamente in città, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”, già presentato qualche anno fa all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, davanti ad una platea più ristretta. Si tratta di un lavoro articolato, realizzato nel 2016 in collaborazione con la Filmoteca regionale siciliana, che racconta la vicenda professionale di Rostagno attraverso il recupero del suo archivio, tra cui le videocassette dei servizi andati in onda per Rtc, la piccola emittente trapanese per cui Rostagno lavorava.

Il film, che sarà proiettato martedì 25 settembre alle 20, al Teatro Garibaldi, grazie a una sinergia tra Le Vie dei Tesori, il Cricd e Manifesta 12, racconta la storia del ritrovamento dei nastri, in parte ormai quasi inutilizzabili, e del lavoro di recupero della documentazione, grazie a cui successivamente fu riaperto il processo, che poi portò alla condanna del mandante dell’omicidio del giornalista. Una storia, dunque, che incrocia la scoperta dell’archivio perduto, la vicenda giudiziaria e quella biografica.

La locandina del film

“È stato esaltante lavorare a questo documentario – spiega a Le Vie dei Tesori News, il regista Alberto Castiglione – sia perché dedicato a un uomo che ha svolto un’attività importante, sia perché mi sono trovato, mio malgrado, protagonista della vicenda, dal momento che sono stato chiamato a testimoniare al processo, in seguito al ritrovamento dell’archivio. Rostagno è stato ucciso perché era una figura scomoda per certi interessi che non sempre erano legati a dinamiche mafiose. Trapani era in quel periodo il crocevia di traffici molto pericolosi, che vedevano coinvolte anche logge massoniche, più o meno deviate, presunti traffici di armi con la Somalia con aerei che andavano e venivano dell’aeroporto di Chinisia, e addirittura, in qualche ramo dell’inchiesta, s’incrocia con la vicenda di Rostagno anche il lavoro di Ilaria Alpi”.

Il recupero del materiale si è svolto anche grazie al supporto della Filmoteca regionale siciliana, che ha messo a disposizione i propri professionisti e tutti i mezzi tecnici per salvare l’archivio. Il Fondo Rostagno, adesso è custodito dal Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana, di cui la Filmoteca fa parte (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). È stata la sorella del giornalista, Carla Rostagno, a donare formalmente al Cricd tutto il corpus documentario, composto da oltre 500 videocassette e appunti che rischiavano di finire nell’oblio.

Le videocassette dell’archivio Rostagno

“Tutto il lavoro di Mauro è stato oggetto di studio, analisi, digitalizzazione – chiarisce Laura Cappugi, direttore della Filmoteca – una corsa contro il tempo per fermare il deteriorarsi delle videocassette, però per fortuna siamo riusciti a salvarle. Oggi Rostagno non è stato dimenticato. Ci sono tante associazioni che lo ricordano. Tutto questo riscalda il cuore, ci conforta perché tra i nostri obiettivi non c’era soltanto quello di preservare il materiale, la memoria storica, ma anche onorare l’impegno di quest’uomo di grande valore e passione. Per questo abbiamo voluto organizzare la proiezione a Palermo, per la prima volta in forma pubblica. In tanti ce l’hanno chiesto, quale migliore occasione per questo trentennale”.

All’appello ha risposto anche il team di Manifesta 12, la biennale d’arte contemporanea che sta trasformando Palermo in un museo a cielo aperto. “Anche se l’evento non è inserito nel film programme della manifestazione – precisa Maria Chiara Di Trapani, coordinatrice della sezione cinematografica di Manifesta – abbiamo voluto inserire questa proiezione per arricchire la programmazione del Teatro Garibaldi. È un evento che ospitiamo perché rientra nell’ottica di questa sezione, che mira a raccontare in modo trasversale vicende legate alla storia di questa terra”.

A ricordare il sacrificio di Mauro Rostagno, in occasione del trentennale, anche il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, che sarà a Palermo il 26 settembre, alle 9,30 al Teatro Biondo, ospite di un evento aperto a tutte le scuole, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e dall’Unione nazionale cronisti, con il patrocinio del Comune.

Per commemorare il giornalista ucciso dalla mafia, il 25 settembre verrà proiettato al Teatro Garibaldi di Palermo, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”

di Giulio Giallombardo

Una storia che ne racconta tante. Frammenti di un mosaico che non è mai stato completato, distrutto ancor prima che qualcosa potesse venire alla luce. Trent’anni sono passati senza il coraggio e la passione civile di Mauro Rostagno, che con le sue inchieste raccontò gli intrecci tra mafia, politica e colletti bianchi nella Trapani degli anni Ottanta. Per la sua sfida al crimine, pagò con la morte, ucciso in un agguato il 26 settembre del 1988 nelle campagne trapanesi, vicino alla comunità Saman, che aveva fondato pochi anni prima.

Per celebrare il trentennale della morte del giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – verrà proiettato a Palermo, per la prima volta pubblicamente in città, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”, già presentato qualche anno fa all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, davanti ad una platea più ristretta. Si tratta di un lavoro articolato, realizzato nel 2016 in collaborazione con la Filmoteca regionale siciliana, che racconta la vicenda professionale di Rostagno attraverso il recupero del suo archivio, tra cui le videocassette dei servizi andati in onda per Rtc, la piccola emittente trapanese per cui Rostagno lavorava.

Il film, che sarà proiettato martedì 25 settembre alle 20, al Teatro Garibaldi, grazie a una sinergia tra Le Vie dei Tesori, il Cricd e Manifesta 12, racconta la storia del ritrovamento dei nastri, in parte ormai quasi inutilizzabili, e del lavoro di recupero della documentazione, grazie a cui successivamente fu riaperto il processo, che poi portò alla condanna del mandante dell’omicidio del giornalista. Una storia, dunque, che incrocia la scoperta dell’archivio perduto, la vicenda giudiziaria e quella biografica.

La locandina de “La rivoluzione in onda”

“È stato esaltante lavorare a questo documentario – spiega a Le Vie dei Tesori News, il regista Alberto Castiglione – sia perché dedicato a un uomo che ha svolto un’attività importante, sia perché mi sono trovato, mio malgrado, protagonista della vicenda, dal momento che sono stato chiamato a testimoniare al processo, in seguito al ritrovamento dell’archivio. Rostagno è stato ucciso perché era una figura scomoda per certi interessi che non sempre erano legati a dinamiche mafiose. Trapani era in quel periodo il crocevia di traffici molto pericolosi, che vedevano coinvolte anche logge massoniche, più o meno deviate, presunti traffici di armi con la Somalia con aerei che andavano e venivano dell’aeroporto di Chinisia, e addirittura, in qualche ramo dell’inchiesta, s’incrocia con la vicenda di Rostagno anche il lavoro di Ilaria Alpi”.

Il recupero del materiale si è svolto anche grazie al supporto della Filmoteca regionale siciliana, che ha messo a disposizione i propri professionisti e tutti i mezzi tecnici per salvare l’archivio. Il Fondo Rostagno, adesso è custodito dal Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana, di cui la Filmoteca fa parte (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). È stata la sorella del giornalista, Carla Rostagno, a donare formalmente al Cricd tutto il corpus documentario, composto da oltre 500 videocassette e appunti che rischiavano di finire nell’oblio.

Le videocassette dell’archivio Rostagno

“Tutto il lavoro di Mauro è stato oggetto di studio, analisi, digitalizzazione – chiarisce Laura Cappugi, direttore della Filmoteca – una corsa contro il tempo per fermare il deteriorarsi delle videocassette, però per fortuna siamo riusciti a salvarle. Oggi Rostagno non è stato dimenticato. Ci sono tante associazioni che lo ricordano. Tutto questo riscalda il cuore, ci conforta perché tra i nostri obiettivi non c’era soltanto quello di preservare il materiale, la memoria storica, ma anche onorare l’impegno di quest’uomo di grande valore e passione. Per questo abbiamo voluto organizzare la proiezione a Palermo, per la prima volta in forma pubblica. In tanti ce l’hanno chiesto, quale migliore occasione per questo trentennale”.

All’appello ha risposto anche il team di Manifesta 12, la biennale d’arte contemporanea che sta trasformando Palermo in un museo a cielo aperto. “Anche se l’evento non è inserito nel film programme della manifestazione – precisa Maria Chiara Di Trapani, coordinatrice della sezione cinematografica di Manifesta – abbiamo voluto inserire questa proiezione per arricchire la programmazione del Teatro Garibaldi. È un evento che ospitiamo perché rientra nell’ottica di questa sezione, che mira a raccontare in modo trasversale vicende legate alla storia di questa terra”.

A ricordare il sacrificio di Mauro Rostagno, in occasione del trentennale, anche il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, che sarà a Palermo il 26 settembre, alle 9,30 al Teatro Biondo, ospite di un evento aperto a tutte le scuole, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e dall’Unione nazionale cronisti, con il patrocinio del Comune.

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La nuova vita dello Stand Florio in anteprima

Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dell’ex tavernetta del tiro al piccione, sul lungomare di Romagnolo, a Palermo. Anche se a cantiere ancora aperto, l’edificio fresco di restauro, sarà svelato nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tempo era punto di ritrovo della borghesia palermitana, adesso, dopo anni di abbandono, si prepara a riaprire i battenti sotto il segno della cultura. Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dello Stand Florio, sul litorale di Romagnolo. Costruito dalla famiglia dei celebri imprenditori, su progetto di Ernesto Basile, nel 1905, la struttura fu usata per le gare di tiro al piccione e per sport acquatici. Chiamato dai palermitani “Taverna del Tiro”, durante la Seconda Guerra mondiale, venne destinato a magazzino per le truppe e, successivamente, fu acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla.

Anche se a cantiere ancora aperto, lo Stand Florio, fresco di restauro, sarà svelato in anteprima nel corso del festival Le Vie dei Tesori, tutte le domeniche dal 5 ottobre al 4 novembre. Sarà solo un assaggio dell’inaugurazione vera e propria che si terrà tra fine novembre e i primi di dicembre di quest’anno. Lo rinnovato Stand Florio si trasformerà in uno spazio culturale polivalente, con un teatro all’aperto di trecento posti, un palco, un’agorà per mostre temporanee, fiere, esposizioni e anche un caffè letterario con un ristorante.

La lenta rinascita della tavernetta del tiro al piccione inizia nel 2016, quando lo Stand, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, viene inserito nel bando “Valore Paese”, che prevede la cessione della gestione di beni in cambio di un canone annuo. Poi, nel giugno 2017 la cooperativa Servizi Italia, si è aggiudicata la casina liberty per 50 anni e a dicembre dello stesso anno sono iniziati i lavori di ristrutturazione con il progetto dell’architetto Giuseppe Vajana. L’intenzione dei nuovi gestori, che nel frattempo hanno creato la società Stand Florio srl, è quella di portare a nuova vita sia il piccolo edificio in stile moresco, che tutti gli spazi esterni.

“Sarà uno spazio in cui si respirerà l’atmosfera della Palermo liberty – spiega a Le Vie dei Tesori News, Alba Romano Pace, direttore artistico di Stand Florio srl – , a quel tempo Romagnolo era un luogo raffinato, punto d’incontro della mondanità palermitana. Oggi è un quartiere che grida aiuto e noi con questo progetto puntiamo a far rinascere uno degli angoli più belli della città. Quella per Le Vie dei Tesori sarà solo un’apertura parziale, ma i visitatori potranno apprezzare il restauro dell’edificio e lo splendido colpo d’occhio sul mare che si può ammirare dal secondo piano”.

Sono in via di recupero anche le strutture adiacenti alla tavernetta, i cosiddetti edifici degli scommettitori, che erano ridotti a ruderi, meta di vagabondi e tossicodipendenti. Adesso ospiteranno le cucine e vari servizi, tra cui il caffè letterario. “È stato un intervento importante, – prosegue Fabio Vajana, amministratore unico di Stand Florio srl – i lavori sono stati più lunghi del previsto, ma abbiamo voluto rispettare l’impegno preso con Le Vie dei Tesori, aprendo comunque lo spazio ancora in fase di restauro. Abbiamo chiesto anche la concessione per un campo di calcio abbandonato, per valorizzare uno spazio più ampio di quello dato inizialmente, per un totale di 4mila metri quadri di aree da recuperare e oltre 700mila euro di spesa”.

Lo Stand Florio, come gli altri luoghi del festival, si potrà visitare acquistando i coupon dal sito www.leviedeitesori.com.

Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dell’ex tavernetta del tiro al piccione, sul lungomare di Romagnolo, a Palermo. Anche se a cantiere ancora aperto, l’edificio fresco di restauro, sarà svelato nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tempo era punto di ritrovo della borghesia palermitana, adesso, dopo anni di abbandono, si prepara a riaprire i battenti sotto il segno della cultura. Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dello Stand Florio, sul litorale di Romagnolo. Costruito dalla famiglia dei celebri imprenditori, su progetto di Ernesto Basile, nel 1905, la struttura fu usata per le gare di tiro al piccione e per sport acquatici. Chiamato dai palermitani “Taverna del Tiro”, durante la Seconda Guerra mondiale, venne destinato a magazzino per le truppe e, successivamente, fu acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla.

Anche se a cantiere ancora aperto, lo Stand Florio, fresco di restauro, sarà svelato in anteprima nel corso del festival Le Vie dei Tesori, tutte le domeniche dal 5 ottobre al 4 novembre. Sarà solo un assaggio dell’inaugurazione vera e propria che si terrà tra fine novembre e i primi di dicembre di quest’anno. Lo rinnovato Stand Florio si trasformerà in uno spazio culturale polivalente, con un teatro all’aperto di trecento posti, un palco, un’agorà per mostre temporanee, fiere, esposizioni e anche un caffè letterario con un ristorante.

La lenta rinascita della tavernetta del tiro al piccione inizia nel 2016, quando lo Stand, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, viene inserito nel bando “Valore Paese”, che prevede la cessione della gestione di beni in cambio di un canone annuo. Poi, nel giugno 2017 la cooperativa Servizi Italia, si è aggiudicata la casina liberty per 50 anni e a dicembre dello stesso anno sono iniziati i lavori di ristrutturazione con il progetto dell’architetto Giuseppe Vajana. L’intenzione dei nuovi gestori, che nel frattempo hanno creato la società Stand Florio srl, è quella di portare a nuova vita sia il piccolo edificio in stile moresco, che tutti gli spazi esterni.

“Sarà uno spazio in cui si respirerà l’atmosfera della Palermo liberty – spiega a Le Vie dei Tesori News, Alba Romano Pace, direttore artistico di Stand Florio srl – , a quel tempo Romagnolo era un luogo raffinato, punto d’incontro della mondanità palermitana. Oggi è un quartiere che grida aiuto e noi con questo progetto puntiamo a far rinascere uno degli angoli più belli della città. Quella per Le Vie dei Tesori sarà solo un’apertura parziale, ma i visitatori potranno apprezzare il restauro dell’edificio e lo splendido colpo d’occhio sul mare che si può ammirare dal secondo piano”.

Sono in via di recupero anche le strutture adiacenti alla tavernetta, i cosiddetti edifici degli scommettitori, che erano ridotti a ruderi, meta di vagabondi e tossicodipendenti. Adesso ospiteranno le cucine e vari servizi, tra cui il caffè letterario. “È stato un intervento importante, – prosegue Fabio Vajana, amministratore unico di Stand Florio srl – i lavori sono stati più lunghi del previsto, ma abbiamo voluto rispettare l’impegno preso con Le Vie dei Tesori, aprendo comunque lo spazio ancora in fase di restauro. Abbiamo chiesto anche la concessione per un campo di calcio abbandonato, per valorizzare uno spazio più ampio di quello dato inizialmente, per un totale di 4mila metri quadri di aree da recuperare e oltre 700mila euro di spesa”.

Lo Stand Florio, come gli altri luoghi del festival, si potrà visitare acquistando i coupon dal sito www.leviedeitesori.com.

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Un appello al Papa per salvare San Ciro

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

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I confetti alla droga nel negozio di Lucky Luciano

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita a un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

 

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita ad un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

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