La sinagoga di Palermo mai aperta in attesa del restauro

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

Villa Sperlinga, la sua storia nel verde abbandonato

In un’area verde condominiale, nel cuore della Palermo residenziale, resiste ancora la Montagnola, ultimo lembo del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, diventato meta della nobiltà del tempo

di Giulio Giallombardo

È una piccola selva impenetrabile tra i palazzi della nuova Palermo. Ma dentro quell’area incolta e abbandonata si nasconde uno degli ultimi lembi della storica Villa Sperlinga. È l’antica Montagnola, un tempo circondata da uno specchio d’acqua alimentato dal canale Passo di Rigano, con dentro una grotta artificiale di cui s’intravede il varco. Oggi, salvata almeno in parte dal cemento in un giardino condominiale, è una delle pochissime tracce del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, che si estendeva tra via Sciuti, via Principe di Paternò e via Leopardi.

La Cuba a Villa Sperlinga

L’attuale giardino che si affaccia su piazza Unità d’Italia non è che uno sbiadito ricordo di quella che un tempo era la villa dei Whitaker, classico parco in stile romantico. Le uniche tracce oggi residue, sono, oltre alla Montagnola, la casina liberty del custode, tra via Giusti e via Leopardi, diventata sede dell’Urp del Comune; la Cuba, casina in stile moresco, che ospita da anni uno dei “templi” della movida palermitana, e anche un albero monumentale, vicino alla Torre Sperlinga, tra via Scaduto e via Sciuti.

Il giardino all’inglese dei Whitaker ricadeva all’interno del Firriato di Sperlinga, enorme appezzamento di terreno, in buona parte incolto, annesso alla settecentesca villa dei duchi Oneto, oggi diventata sede del Tribunale dei minori e del carcere Malaspina. La coppia inizialmente aveva acquistato il terreno per costruirvi la propria abitazione, ma alla morte di Joseph Whitaker e dopo l’apertura della via Cavour, Joshua preferì il palazzo in stile gotico-veneziano, dove attualmente ha sede la Prefettura. Così, Villa Sperlinga divenne il regno di Effie, come gli amici chiamavano l’eccentrica moglie, amante dello sport e dei pappagalli.

Euphrosyne Whitaker, seconda a sinistra, durante una partita di tennis

La cura del giardino fu nelle mani del fidato Emilio Kuzmann, che piantò vari tipi di palme, ma anche alberi con alto fusto e con fiori, tra cui rose e orchidee. C’era anche un maneggio e due campi da tennis chiamati “Purgatorio” e “Inferno”, pare che il “Paradiso” fosse, invece, il giardino segreto di Euphrosyne, accessibile solo a pochi intimi. “Era nascosto dal resto della villa da una fitta siepe – scrive la naturalista ed entomologa Alessandra Lavagnino – e il cancello si apriva con una chiave d’oro. L’atmosfera era magica; il sole riverberava dagli alti muri addolciti dalla grazia di roselline rampicanti”.

Un clima idilliaco coerente con l’aria che si respirava un secolo fa a Villa Sperlinga, merito anche dei tanti garden party che Joss e Effie organizzavano per amici, parenti e ospiti illustri. Come i reali inglesi, Edoardo VII e la regina Alessandra, che fecero visita il 25 aprile del 1907, oppure Giorgio V e la regina Mary nella primavera del 1924. Poi ogni venerdì era tempo dei tennis party, sport amato da Euphrosyne, ma il culmine si toccava il 24 maggio, giorno dell’Empire’s day, quando tutta la comunità inglese, compresi i marinai di passaggio, ma anche alcuni esponenti della nobiltà palermitana, facevano visita ai Whitaker, partecipando a una sfarzosa cerimonia.

Il laghetto dell’odierna Villa Sperlinga

Ma il declino era dietro l’angolo. Negli anni ’40 Audrey Sophia, figlia di Joshua e Euphrosyne, ereditò la villa dopo la morte dei genitori. Le sue condizioni economiche non erano floride, pensò quindi di capitalizzare il bene, dopo che un incendio distrusse gran parte degli alberi della villa, che per questo perse il suo vincolo di verde storico. Così, gli eredi dei Whitaker riuscirono a ottenere il cambio della destinazione urbanistica della loro proprietà e poterono venderla a un’impresa romana, la Società Immobiliare, che nel 1952 stipulò una convenzione col Comune per lottizzare i terreni, cedendone una parte per realizzare quello che è l’attuale giardino.

Ai fasti di Villa Sperlinga e alle poche tracce sparse del suo presente è stato dedicato pochi giorni fa un incontro organizzato dall’associazione Salvare Palermo, a Villa Malfitano, cui hanno partecipato Beatrice Gozzo Palmigiano, studiosa dei Whitaker, e l’architetto Gaetano Corselli D’Ondes. Si sono ripercorse le tappe salienti della storia dorata di uno dei polmoni verdi di Palermo, di cui oggi rimane soltanto un piccolo lembo di terra abbandonato. “L’area della Montagnola ricade in proprietà privata, – spiega Corselli D’Ondes a Le Vie dei Tesori News – dovrebbero essere i condomini e i proprietari del giardino ad averne cura. Dovrebbero rendersi conto di cosa hanno ai loro piedi, salvando da questo stato selvaggio l’unica testimonianza rimasta di una Palermo che non c’è più”.

In un’area verde condominiale, nel cuore della Palermo residenziale, resiste ancora la Montagnola, ultimo lembo del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, diventato meta della nobiltà del tempo

di Giulio Giallombardo

È una piccola selva impenetrabile tra i palazzi della nuova Palermo. Ma dentro quell’area incolta e abbandonata si nasconde uno degli ultimi lembi della storica Villa Sperlinga. È l’antica Montagnola, un tempo circondata da uno specchio d’acqua alimentato dal canale Passo di Rigano, con dentro una grotta artificiale di cui s’intravede il varco. Oggi, salvata almeno in parte dal cemento in un giardino condominiale, è una delle pochissime tracce del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, che si estendeva tra via Sciuti, via Principe di Paternò e via Leopardi.

La Cuba a Villa Sperlinga

L’attuale giardino che si affaccia su piazza Unità d’Italia non è che uno sbiadito ricordo di quella che un tempo era la villa dei Whitaker, classico parco in stile romantico. Le uniche tracce oggi residue, sono, oltre alla Montagnola, la casina liberty del custode, tra via Giusti e via Leopardi, diventata sede dell’Urp del Comune; la Cuba, casina in stile moresco, che ospita da anni uno dei “templi” della movida palermitana, e anche un albero monumentale, vicino alla Torre Sperlinga, tra via Scaduto e via Sciuti.

Il giardino all’inglese dei Whitaker ricadeva all’interno del Firriato di Sperlinga, enorme appezzamento di terreno, in buona parte incolto, annesso alla settecentesca villa dei duchi Oneto, oggi diventata sede del Tribunale dei minori e del carcere Malaspina. La coppia inizialmente aveva acquistato il terreno per costruirvi la propria abitazione, ma alla morte di Joseph Whitaker e dopo l’apertura della via Cavour, Joshua preferì il palazzo in stile gotico-veneziano, dove attualmente ha sede la Prefettura. Così, Villa Sperlinga divenne il regno di Effie, come gli amici chiamavano l’eccentrica moglie, amante dello sport e dei pappagalli.

Euphrosyne Whitaker, seconda a sinistra, durante una partita di tennis

La cura del giardino fu nelle mani del fidato Emilio Kuzmann, che piantò vari tipi di palme, ma anche alberi con alto fusto e con fiori, tra cui rose e orchidee. C’era anche un maneggio e due campi da tennis chiamati “Purgatorio” e “Inferno”, pare che il “Paradiso” fosse, invece, il giardino segreto di Euphrosyne, accessibile solo a pochi intimi. “Era nascosto dal resto della villa da una fitta siepe – scrive la naturalista ed entomologa Alessandra Lavagnino – e il cancello si apriva con una chiave d’oro. L’atmosfera era magica; il sole riverberava dagli alti muri addolciti dalla grazia di roselline rampicanti”.

Un clima idilliaco coerente con l’aria che si respirava un secolo fa a Villa Sperlinga, merito anche dei tanti garden party che Joss e Effie organizzavano per amici, parenti e ospiti illustri. Come i reali inglesi, Edoardo VII e la regina Alessandra, che fecero visita il 25 aprile del 1907, oppure Giorgio V e la regina Mary nella primavera del 1924. Poi ogni venerdì era tempo dei tennis party, sport amato da Euphrosyne, ma il culmine si toccava il 24 maggio, giorno dell’Empire’s day, quando tutta la comunità inglese, compresi i marinai di passaggio, ma anche alcuni esponenti della nobiltà palermitana, facevano visita ai Whitaker, partecipando a una sfarzosa cerimonia.

Il laghetto dell’odierna Villa Sperlinga

Ma il declino era dietro l’angolo. Negli anni ’40 Audrey Sophia, figlia di Joshua e Euphrosyne, ereditò la villa dopo la morte dei genitori. Le sue condizioni economiche non erano floride, pensò quindi di capitalizzare il bene, dopo che un incendio distrusse gran parte degli alberi della villa, che per questo perse il suo vincolo di verde storico. Così, gli eredi dei Whitaker riuscirono a ottenere il cambio della destinazione urbanistica della loro proprietà e poterono venderla a un’impresa romana, la Società Immobiliare, che nel 1952 stipulò una convenzione col Comune per lottizzare i terreni, cedendone una parte per realizzare quello che è l’attuale giardino.

Ai fasti di Villa Sperlinga e alle poche tracce sparse del suo presente è stato dedicato pochi giorni fa un incontro organizzato dall’associazione Salvare Palermo, a Villa Malfitano, cui hanno partecipato Beatrice Gozzo Palmigiano, studiosa dei Whitaker, e l’architetto Gaetano Corselli D’Ondes. Si sono ripercorse le tappe salienti della storia dorata di uno dei polmoni verdi di Palermo, di cui oggi rimane soltanto un piccolo lembo di terra abbandonato. “L’area della Montagnola ricade in proprietà privata, – spiega Corselli D’Ondes a Le Vie dei Tesori News – dovrebbero essere i condomini e i proprietari del giardino ad averne cura. Dovrebbero rendersi conto di cosa hanno ai loro piedi, salvando da questo stato selvaggio l’unica testimonianza rimasta di una Palermo che non c’è più”.

Gli ori nascosti del Museo Griffo tornano a brillare

In mostra ad Agrigento i preziosi reperti custoditi nei depositi: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un pregiato anello trovato in un terreno privato e adesso restituito alla collettività

di Giulio Giallombardo

Erano nascosti nel buio dei depositi, adesso sono tornati a risplendere. Brilla l’antica collezione di ori del Museo archeologico Pietro Griffo di Agrigento, esposti nella mostra “Fuoripercorso”. Ogni pezzo ha una storia da raccontare: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un prezioso anello appartenuto ad una giovane donna morta troppo presto. Si tratta, dunque, di un percorso espositivo alternativo a quello tradizionale. Un patrimonio avulso e poco conosciuto, ma non per questo meno importante, che fino a ieri era custodito nei depositi del museo e oggi si può riscoprire gratuitamente, tutte le mattine, dalle 9 alle 13, fino 24 marzo.

Apre la mostra, promossa dal Polo museale, con il sostegno di Coopculture, l’elegante diadema ellenistico, decorato da foglie di quercia in lamina d’oro. Si può ammirare insieme alle 204 monete bizantine che compongono il tesoretto scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. Tra i reperti, tutti databili tra il V e il VII secolo dopo Cristo, ci sono tanti esempi di solidus, una moneta usata in tutto il Mediterraneo fino all’XI secolo. Da quello che potrebbe definirsi “il dollaro del Medioevo”, istituito dall’imperatore Costantino nel IV secolo, discendono sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale che quelli dell’Oriente islamico. Ma non solo, sono esposte anche monete di taglio minore, come il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis. Si tratta, dunque, di una collezione molto preziosa: tutte le monete del tesoretto bizantino, messe insieme, corrispondevano al reddito annuo di una trentina di famiglie modeste, oppure a otto giorni di stipendio del prefetto bizantino.

Poi c’è anche un anello in oro massiccio dalla storia particolare. Secondo gli studiosi, era appartenuto ad una ragazza diciassettenne vissuta tra il II e III secolo dopo Cristo, sepolta in un sarcofago litico interrato nella necropoli romana fuori Porta Aurea. Il gioiello, però, fu ritrovato in un terreno privato e solo recentemente è stato donato al museo dalla proprietaria Anna Cutaia Riolo, che ha voluto restituirlo alla collettività.

“Vogliamo ampliare l’offerta del museo, attingendo ai preziosi materiali che normalmente non sono messi in mostra e sono custoditi nei depositi e quindi fruibili solo dagli studiosi”, ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Parello, direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi e curatore della mostra insieme a Carla Guzzone e Donatella Mangione. “Questa è la prima di una serie di mostre temporanee che nel corso del tempo andremo ad allestire – ha continuato Parello – . Il fatto poi che la mostra sia fruibile gratuitamente, è un piccolo incentivo a visitare anche il resto nel museo, con la sua ricca collezione di reperti”.

In mostra ad Agrigento i preziosi reperti custoditi nei depositi: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un pregiato anello trovato in un terreno privato e adesso restituito alla collettività

di Giulio Giallombardo

Erano nascosti nel buio dei depositi, adesso sono tornati a risplendere. Brilla l’antica collezione di ori del Museo archeologico Pietro Griffo di Agrigento, esposti nella mostra “Fuoripercorso”. Ogni pezzo ha una storia da raccontare: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un prezioso anello appartenuto ad una giovane donna morta troppo presto. Si tratta, dunque, di un percorso espositivo alternativo a quello tradizionale. Un patrimonio avulso e poco conosciuto, ma non per questo meno importante, che fino a ieri era custodito nei depositi del museo e oggi si può riscoprire gratuitamente, tutte le mattine, dalle 9 alle 13, fino 24 marzo.

Apre la mostra, promossa dal Polo museale, con il sostegno di Coopculture, l’elegante diadema ellenistico, decorato da foglie di quercia in lamina d’oro. Si può ammirare insieme alle 204 monete bizantine che compongono il tesoretto scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. Tra i reperti, tutti databili tra il V e il VII secolo dopo Cristo, ci sono tanti esempi di solidus, una moneta usata in tutto il Mediterraneo fino all’XI secolo. Da quello che potrebbe definirsi “il dollaro del Medioevo”, istituito dall’imperatore Costantino nel IV secolo, discendono sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale che quelli dell’Oriente islamico. Ma non solo, sono esposte anche monete di taglio minore, come il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis. Si tratta, dunque, di una collezione molto preziosa: tutte le monete del tesoretto bizantino, messe insieme, corrispondevano al reddito annuo di una trentina di famiglie modeste, oppure a otto giorni di stipendio del prefetto bizantino.

Poi c’è anche un anello in oro massiccio dalla storia particolare. Secondo gli studiosi, era appartenuto ad una ragazza diciassettenne vissuta tra il II e III secolo dopo Cristo, sepolta in un sarcofago litico interrato nella necropoli romana fuori Porta Aurea. Il gioiello, però, fu ritrovato in un terreno privato e solo recentemente è stato donato al museo dalla proprietaria Anna Cutaia Riolo, che ha voluto restituirlo alla collettività.

“Vogliamo ampliare l’offerta del museo, attingendo ai preziosi materiali che normalmente non sono messi in mostra e sono custoditi nei depositi e quindi fruibili solo dagli studiosi”, ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Parello, direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi e curatore della mostra insieme a Carla Guzzone e Donatella Mangione. “Questa è la prima di una serie di mostre temporanee che nel corso del tempo andremo ad allestire – ha continuato Parello – . Il fatto poi che la mostra sia fruibile gratuitamente, è un piccolo incentivo a visitare anche il resto nel museo, con la sua ricca collezione di reperti”.

La Vittoria Alata torna a spiccare il volo

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

Palermo in quei trofei diventati arte

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

Il Maxxi a Palermo, spunta l’idea di una sede stabile

C’è un dialogo tra l’amministrazione comunale e il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Il mecenate Roberto Bilotti è disposto a concedere gratuitamente le sale di Palazzo Costantino, che si affaccia sui Quattro Canti

di Giulio Giallombardo

L’anno d’oro di Palermo Capitale italiana della cultura e Manifesta potrebbe non finire il 31 dicembre. Se i frutti seminati nel 2018 sbocceranno nei prossimi mesi è ancora presto per dirlo, ma il fermento di una città che sta cambiando pelle è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le attenzioni sulla nuova Palermo, tra cui anche quelle del Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, intenzionato a portare in città alcune mostre allestite nella Capitale.

Giovanna Melandri e Roberto Bilotti a Palazzo Oneto

Ma c’è di più. Si è profilata all’orizzonte l’ipotesi di aprire una sede del Maxxi a Palermo, sulla scia di ciò che sta avvenendo a L’Aquila, dove una succursale del museo sarà inaugurata la prossima primavera. Tesi questa non del tutto smentita dal presidente della fondazione Maxxi, Giovanna Melandri, che però ha lasciato trapelare ben poco: “Non è una scelta del Maxxi, potrebbe essere un’ipotesi di lavoro qualora ci fosse una volontà da parte delle istituzioni locali”, ha detto Melandri a Le Vie dei Tesori News. “Quello che posso dire è che adesso stiamo provando a lavorare per portare alcune delle nostre mostre a Palermo, a cominciare da quella su Zerocalcare – ha aggiunto il presidente del Maxxi – c’è una conversazione in corso con l’amministrazione, ma per la sede siamo in attesa di un’indicazione da parte del Comune”.

L’ex ministro è stata a Palermo la scorsa estate, in occasione di Manifesta, e ha avuto modo di visitare alcuni tesori della città, tra cui Palazzo Oneto di Sperlinga (ve ne abbiamo parlato qui) e Palazzo Costantino, che si affaccia su uno dei Quattro Canti, entrambi di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona. Tornato ad aprire le porte per la biennale d’arte, il barocco Palazzo Costantino, acquistato da Bilotti nel 2000, ha una lunga storia alle spalle, fatta di abbandono e degrado, ed è tuttora chiuso al pubblico. Il proprietario, che nel frattempo ha realizzato interventi strutturali per evitare crolli, è disposto a concedere gratuitamente al Maxxi le sale del palazzo per 99 anni. Ma l’edificio, nello stato in cui si trova, difficilmente potrebbe ospitare una eventuale sede espositiva, senza un adeguato intervento di recupero.

Ma il legame tra Palermo e il Maxxi non nasce adesso. Già l’anno scorso, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre un paio di mesi fa è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte da poco conclusa.

Cortile di Palazzo Costantino

Se questa collaborazione porterà alla nascita di una succursale del Maxxi a Palermo, è ancora prematuro per dirlo, ma indubbiamente qualcosa sembra muoversi, come trapela dall’amministrazione comunale. “Stiamo studiando possibili iniziative in vista di future biennali – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – e credo che il Maxxi stia cominciando a pensare a possibili presenze più stabili a Palermo. È un’ipotesi di lavoro che trova disponibile il Comune a fornire tutta la collaborazione possibile, compresa l’eventuale indicazione concordata di uno spazio. Quello che, però, non vogliamo – conclude il sindaco – è dare uno spazio senza una progettualità”. Dunque, il dialogo è aperto, ma i passi concreti sono ancora da percorrere.

C’è un dialogo tra l’amministrazione comunale e il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Il mecenate Roberto Bilotti è disposto a concedere gratuitamente le sale di Palazzo Costantino, che si affaccia sui Quattro Canti

di Giulio Giallombardo

L’anno d’oro di Palermo Capitale italiana della Cultura e Manifesta potrebbe non finire il 31 dicembre. Se i frutti seminati nel 2018 sbocceranno nei prossimi mesi è ancora presto per dirlo, ma il fermento di una città che sta cambiando pelle è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le attenzioni sulla nuova Palermo, tra cui anche quelle del Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, intenzionato a portare in città alcune mostre allestite nella Capitale.

Giovanna Melandri e Roberto Bilotti

Ma c’è di più. Si è profilata all’orizzonte l’ipotesi di aprire una sede del Maxxi a Palermo, sulla scia di ciò che sta avvenendo a L’Aquila, dove una succursale del museo sarà inaugurata la prossima primavera. Tesi questa non del tutto smentita dal presidente della fondazione Maxxi, Giovanna Melandri, che però ha lasciato trapelare ben poco: “Non è una scelta del Maxxi, potrebbe essere un’ipotesi di lavoro qualora ci fosse una volontà da parte delle istituzioni locali”, ha detto Melandri a Le Vie dei Tesori News. “Quello che posso dire è che adesso stiamo provando a lavorare per portare alcune delle nostre mostre a Palermo, a cominciare da quella su Zerocalcare – ha aggiunto il presidente del Maxxi – c’è una conversazione in corso con l’amministrazione, ma per la sede siamo in attesa di un’indicazione da parte del Comune”.

L’ex ministro è stata a Palermo la scorsa estate, in occasione di Manifesta, e ha avuto modo di visitare alcuni tesori della città, tra cui Palazzo Oneto di Sperlinga (ve ne abbiamo parlato qui) e Palazzo Costantino, che si affaccia su uno dei Quattro Canti, entrambi di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona. Tornato ad aprire le porte per la biennale d’arte, il barocco Palazzo Costantino, acquistato da Bilotti nel 2000, ha una lunga storia alle spalle, fatta di abbandono e degrado, ed è tuttora chiuso al pubblico. Il proprietario, che nel frattempo ha realizzato interventi strutturali per evitare crolli, è disposto a concedere gratuitamente al Maxxi le sale del palazzo per 99 anni. Ma l’edificio, nello stato in cui si trova, difficilmente potrebbe ospitare una eventuale sede espositiva, senza un adeguato intervento di recupero.

Ma il legame tra Palermo e il Maxxi non nasce adesso. Già l’anno scorso, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre un paio di mesi fa è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte da poco conclusa.

Cortile di Palazzo Costantino

Se questa collaborazione porterà alla nascita di una succursale del Maxxi a Palermo, è ancora prematuro per dirlo, ma indubbiamente qualcosa sembra muoversi, come trapela dall’amministrazione comunale. “Stiamo studiando possibili iniziative in vista di future biennali – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – e credo che il Maxxi stia cominciando a pensare a possibili presenze più stabili a Palermo. È un’ipotesi di lavoro che trova disponibile il Comune a fornire tutta la collaborazione possibile, compresa l’eventuale indicazione concordata di uno spazio. Quello che, però, non vogliamo – conclude il sindaco – è dare uno spazio senza una progettualità”. Dunque, il dialogo è aperto, ma i passi concreti sono ancora da percorrere.

Antonello da Messina torna in Sicilia, capolavori in mostra a Palermo

Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere del pittore rinascimentale, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare fino al 10 febbraio, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis

di Giulio Giallombardo

Una nuova luce illumina l’arte di Antonello da Messina. Visti uno accanto all’altro, i suoi capolavori sembrano tessere un dialogo a tratti segreto, in altri casi più aperto, che sintetizza la vita di uno dei più enigmatici artisti del Rinascimento. Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere di Antonello, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare da domani al 10 febbraio prossimo, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, a Palermo.

La mostra presentata questa mattina ed inserita tra gli eventi di punta di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, è curata da Giovanni Carlo Federico Villa, che ha già lavorato alla celebre mostra-evento del 2006 alle Scuderie del Quirinale. L’allestimento è sviluppato cronologicamente, mettendo in risalto la centralità della Sicilia nel Mediterraneo e riunendo per la prima volta alcuni dei maggiori capolavori dell’artista messinese. A partire dall’Annunciata, che fa da padrona di casa, insieme alle cuspidi del polittico che raffigurano San Gregorio, Sant’Agostino e San Girolamo, la mostra svela, opera per opera, l’arte di Antonello, collocandola nel contesto culturale e sociale del Mediterraneo, anche grazie ad un’audioguida con cui il curatore accompagna i visitatori alla scoperta dei segreti stilistici del pittore messinese.

Il Polittico di San Gregorio

Così, dagli Uffizi di Firenze è arrivato il trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni evangelista acquistati dall’allora ministro dei Beni Culturali Antonio Paolucci nel 1996 e il San Benedetto che la Regione Lombardia ha acquistato tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino. Dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia, fa bella mostra di sé il “ritratto di giovane gentiluomo” (a lungo considerato il suo vero volto) trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 e recuperato sette anni dopo dal Nucleo di Tutela Patrimonio culturale dei carabinieri. C’è poi un altro famoso ritratto, quello dell'”ignoto marinaio” custodito al Mandralisca di Cefalù e, ancora, dal museo nazionale di Sibiu, in Romania, la Crocifissione.

Capitolo a parte spetta alle opere arrivate, tra le polemiche, dall’altro capo della Sicilia. A partire dall’Annunciazione, custodita nella Galleria regionale di Palazzo Bellomo, a Siracusa, che fino a ieri sembrava non dovesse far parte della mostra, per arrivare al Polittico di San Gregorio del Museo regionale di Messina. Le istituzioni si sono opposte vigorosamente al prestito delle opere di Antonello, sia per il “vuoto” lasciato nei loro musei durante le festività, sia per timore che il trasporto potesse danneggiarle, data la loro fragilità. Ma alla fine, le opere sono arrivate sane e salve a Palazzo Abatellis, dove sono ancora attesi due piccoli quadri, il San Girolamo Penitente e la Visita dei tre angeli ad Abramo, in arrivo la prossima settimana dal Museo Civico di Reggio Calabria.

Da sinistra, Evelina De Castro, Eike Schmidt, Vittorio Sgarbi, Sebastiano Tusa, Giovanni Carlo Federico Villa e Leoluca Orlando

Questa mattina all’inaugurazione della mostra, organizzata dall’assessorato e dal dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e da MondoMostre, con il Comune di Palermo, sono stati presenti, tra gli altri, l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, il sindaco Leoluca Orlando, il direttore del Museo Abatellis, Evelina De Castro e quello delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Il curatore Giovanni Carlo Federico Villa ha condotto la visita alla mostra, alla quale era presente anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

“L’eccezionalità delle opere inserite nel percorso museale della Galleria, – ha commentato l’assessore Tusa, che nel corso della conferenza stampa si è detto dispiaciuto per le polemiche – si unisce a quella dei prestiti concessi per l’occasione, per offrire una rilettura di Antonello da Messina attraverso l’analisi dei rapporti, delle similitudini e delle differenze con le opere dei maestri che certo dovettero avere un peso fondamentale nella sua formazione, estesa dalla cultura mediterranea alla figuratività italiana e nordica”.

Un momento della conferenza stampa

La mostra, invece, è “un inno alla bellezza e alla leggerezza”, secondo il sindaco Orlando. L’evento che farà da ponte tra il 2018 e il 2019, chiudendo l’anno di Palermo Capitale italiana della cultura, inaugura – afferma il sindaco – “la prospettiva di una nuova stagione per la cultura della città. Raccontare questa fondamentale esperienza artistica del nostro passato, in una terra che vide nascere le prime forme di umanesimo, è anche un modo per comprendere il nostro presente e per rispondere alle esigenze di una cul tura unitaria per l’Europa ed il nostro patrimonio comune”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19, chiusa il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio. Il costo dei biglietti va dagli 11 ai 13 euro. Informazioni e prenotazioni allo 0292897755.

Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere del pittore rinascimentale, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare fino al 10 febbraio, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis

di Giulio Giallombardo

Una nuova luce illumina l’arte di Antonello da Messina. Visti uno accanto all’altro, i suoi capolavori sembrano tessere un dialogo a tratti segreto, in altri casi più aperto, che sintetizza la vita di uno dei più enigmatici artisti del Rinascimento. Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere di Antonello, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare da domani al 10 febbraio prossimo, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, a Palermo.

La mostra presentata questa mattina ed inserita tra gli eventi di punta di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, è curata da Giovanni Carlo Federico Villa, che ha già lavorato alla celebre mostra-evento del 2006 alle Scuderie del Quirinale. L’allestimento è sviluppato cronologicamente, mettendo in risalto la centralità della Sicilia nel Mediterraneo e riunendo per la prima volta alcuni dei maggiori capolavori dell’artista messinese. A partire dall’Annunciata, che fa da padrona di casa, insieme alle cuspidi del polittico che raffigurano San Gregorio, Sant’Agostino e San Girolamo, la mostra svela, opera per opera, l’arte di Antonello, collocandola nel contesto culturale e sociale del Mediterraneo, anche grazie ad un’audioguida con cui il curatore accompagna i visitatori alla scoperta dei segreti stilistici del pittore messinese.

Il Polittico di San Gregorio

Così, dagli Uffizi di Firenze è arrivato il trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni evangelista acquistati dall’allora ministro dei Beni Culturali Antonio Paolucci nel 1996 e il San Benedetto che la Regione Lombardia ha acquistato tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino. Dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia, fa bella mostra di sé il “ritratto di giovane gentiluomo” (a lungo considerato il suo vero volto) trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 e recuperato sette anni dopo dal Nucleo di Tutela Patrimonio culturale dei carabinieri. C’è poi un altro famoso ritratto, quello dell'”ignoto marinaio” custodito al Mandralisca di Cefalù e, ancora, dal museo nazionale di Sibiu, in Romania, la Crocifissione.

Capitolo a parte spetta alle opere arrivate, tra le polemiche, dall’altro capo della Sicilia. A partire dall’Annunciazione, custodita nella Galleria regionale di Palazzo Bellomo, a Siracusa, che fino a ieri sembrava non dovesse far parte della mostra, per arrivare al Polittico di San Gregorio del Museo regionale di Messina. Le istituzioni si sono opposte vigorosamente al prestito delle opere di Antonello, sia per il “vuoto” lasciato nei loro musei durante le festività, sia per timore che il trasporto potesse danneggiarle, data la loro fragilità. Ma alla fine, le opere sono arrivate sane e salve a Palazzo Abatellis, dove sono ancora attesi due piccoli quadri, il San Girolamo Penitente e la Visita dei tre angeli ad Abramo, in arrivo la prossima settimana dal Museo Civico di Reggio Calabria.

Da sinistra, Evelina De Castro, Eike Schmidt, Vittorio Sgarbi, Sebastiano Tusa, Giovanni Carlo Federico Villa e Leoluca Orlando

Questa mattina all’inaugurazione della mostra, organizzata dall’assessorato e dal dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e da MondoMostre, con il Comune di Palermo, sono stati presenti, tra gli altri, l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, il sindaco Leoluca Orlando, il direttore del Museo Abatellis, Evelina De Castro e quello delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Il curatore Giovanni Carlo Federico Villa ha condotto la visita alla mostra, alla quale era presente anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

“L’eccezionalità delle opere inserite nel percorso museale della Galleria, – ha commentato l’assessore Tusa, che nel corso della conferenza stampa si è detto dispiaciuto per le polemiche – si unisce a quella dei prestiti concessi per l’occasione, per offrire una rilettura di Antonello da Messina attraverso l’analisi dei rapporti, delle similitudini e delle differenze con le opere dei maestri che certo dovettero avere un peso fondamentale nella sua formazione, estesa dalla cultura mediterranea alla figuratività italiana e nordica”.

Un momento della conferenza stampa

La mostra, invece, è “un inno alla bellezza e alla leggerezza”, secondo il sindaco Orlando. L’evento che farà da ponte tra il 2018 e il 2019, chiudendo l’anno di Palermo Capitale italiana della cultura, inaugura – afferma il sindaco – “la prospettiva di una nuova stagione per la cultura della città. Raccontare questa fondamentale esperienza artistica del nostro passato, in una terra che vide nascere le prime forme di umanesimo, è anche un modo per comprendere il nostro presente e per rispondere alle esigenze di una cul tura unitaria per l’Europa ed il nostro patrimonio comune”.

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19, chiusa il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio. Il costo dei biglietti va dagli 11 ai 13 euro. Informazioni e prenotazioni allo 0292897755.

La Grande Guerra in musica, quei canti che vengono da lontano

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

La “Chiesazza” normanna, un tesoro da salvare

Il rudere di Santa Maria di Campogrosso, ad Altavilla Milicia, è quello che rimane di un antico complesso religioso nato al tempo di Ruggero, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi il recupero sembra quasi un miraggio

di Giulio Giallombardo

Era una delle più antiche chiese normanne in Sicilia, ma oggi sono rimaste in piedi solo due pareti. Il rudere della chiesa di Santa Maria di Campogrosso è ben visibile percorrendo l’autostrada Palermo-Catania, subito dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. Difficile immaginare che quelle mura all’apparenza anonime, siano ciò che rimane di un importante edificio di culto con annesso un monastero basiliano. Ma basta salire sull’altura dove si ergeva la chiesa, per avvertire tutta la sacralità del luogo.

Chiesa di Santa Maria di Campogrosso, vista da Sud-Est (foto di P. Wroniecki)

Si raggiunge facilmente a piedi da un piccolo sentiero, che si trova vicino alla statale 113, a due passi dallo svincolo autostradale di Altavilla. Dopo pochi minuti si arriva in cima, con lo sguardo che spazia su tutto il golfo di Termini Imerese. Lì resistono ancora i ruderi della cosiddetta “Chiesazza”, epiteto certamente poco alato, ma che rende bene l’idea dello stato in cui versa ciò che resta dell’edificio, a cui era anche annesso un monastero basiliano. La tradizione ritiene che sia stato Ruggero d’Altavilla a costruire la chiesa nel 1068, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi dell’unica navata restano solo le pareti, di cui sono ancora visibili i contrafforti, come la base dell’abside e del transetto meridionale.

Nell’area sono presenti le tracce delle ultime campagne di scavo realizzate tra il 2015 e il 2016, dai ricercatori polacchi dell’Istituto di Archeologia ed Etnologia dell’Accademia delle Scienze. La ricerca, condotta in convenzione con la Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Palermo e con il Comune di Altavilla Milicia, ha consentito di acquisire ulteriori notizie sulla storia del monumento, mettendo in luce anche alcune sepolture, con il ritrovamento di due scheletri. Inoltre, sono state scattate diverse fotografie, che hanno consentito di ricostruire una dettagliata planimetria dell’intero complesso e delle varie fasi costruttive. È stata anche ripulita una parte significativa dei muri del transetto, che era coperto dai detriti, così da riportare alla luce l’antico aspetto.

Una delle sepolture scoperte (foto di A. Kubicka)

Ma dopo questa recente parentesi, i riflettori accesi sulla Chiesazza si sono spenti di nuovo, anche se qualcosa sembra muoversi. “Abbiamo inviato un progetto al Dipartimento regionale dei Beni culturali che però non ha avuto ancora copertura finanziaria”, spiega a Le Vie dei Tesori News il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca. “Il progetto – aggiunge – prevede un ampliamento degli scavi, che sono stati già avviati dalla missione polacca, ma soprattutto la messa in sicurezza delle parti architettoniche che sono in maggiore stato di precarietà”.

Ma il complesso di Santa Maria di Campogrosso non è l’unico tesoro nella zona. Collegato alla chiesa, poco più sotto si trova l’antico ponte normanno, sul torrente Cannemasche (ve ne abbiamo parlato anche qui), che serviva a facilitare gli scambi dei monaci e degli abitanti della zona con Palermo. Il monumento, noto anche come “ponte saraceno”, sembra poter crollare da un momento all’altro. Il suo arco a sesto acuto regge ancora per miracolo e la Soprintendenza, ha da poco indetto una gara per avviare urgenti lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando 100mila euro. Sullo sfondo resta il sogno di un itinerario normanno nel territorio, che faccia dialogare i due monumenti dopo il recupero. Ma oggi sembra solo un miraggio.

Il rudere di Santa Maria di Campogrosso, ad Altavilla Milicia, è quello che rimane di un antico complesso religioso nato al tempo di Ruggero, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi il recupero sembra quasi un miraggio

di Giulio Giallombardo

Era una delle più antiche chiese normanne in Sicilia, ma oggi sono rimaste in piedi solo due pareti. Il rudere della chiesa di Santa Maria di Campogrosso è ben visibile percorrendo l’autostrada Palermo-Catania, subito dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. Difficile immaginare che quelle mura all’apparenza anonime, siano ciò che rimane di un importante edificio di culto con annesso un monastero basiliano. Ma basta salire sull’altura dove si ergeva la chiesa, per avvertire tutta la sacralità del luogo.

Chiesa di Santa Maria di Campogrosso, vista da Sud-Est (foto di P. Wroniecki)

Si raggiunge facilmente a piedi da un piccolo sentiero, che si trova vicino alla statale 113, a due passi dallo svincolo autostradale di Altavilla. Dopo pochi minuti si arriva in cima, con lo sguardo che spazia su tutto il golfo di Termini Imerese. Lì resistono ancora i ruderi della cosiddetta “Chiesazza”, epiteto certamente poco alato, ma che rende bene l’idea dello stato in cui versa ciò che resta dell’edificio, a cui era anche annesso un monastero basiliano. La tradizione ritiene che sia stato Ruggero d’Altavilla a costruire la chiesa nel 1068, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi dell’unica navata restano solo le pareti, di cui sono ancora visibili i contrafforti, come la base dell’abside e del transetto meridionale.

Nell’area sono presenti le tracce delle ultime campagne di scavo realizzate tra il 2015 e il 2016, dai ricercatori polacchi dell’Istituto di Archeologia ed Etnologia dell’Accademia delle Scienze. La ricerca, condotta in convenzione con la Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Palermo e con il Comune di Altavilla Milicia, ha consentito di acquisire ulteriori notizie sulla storia del monumento, mettendo in luce anche alcune sepolture, con il ritrovamento di due scheletri. Inoltre, sono state scattate diverse fotografie, che hanno consentito di ricostruire una dettagliata planimetria dell’intero complesso e delle varie fasi costruttive. È stata anche ripulita una parte significativa dei muri del transetto, che era coperto dai detriti, così da riportare alla luce l’antico aspetto.

Una delle sepolture scoperte (foto di A. Kubicka)

Ma dopo questa recente parentesi, i riflettori accesi sulla Chiesazza si sono spenti di nuovo, anche se qualcosa sembra muoversi. “Abbiamo inviato un progetto al Dipartimento regionale dei Beni culturali che però non ha avuto ancora copertura finanziaria”, spiega a Le Vie dei Tesori News il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca. “Il progetto – aggiunge – prevede un ampliamento degli scavi, che sono stati già avviati dalla missione polacca, ma soprattutto la messa in sicurezza delle parti architettoniche che sono in maggiore stato di precarietà”.

Ma il complesso di Santa Maria di Campogrosso non è l’unico tesoro nella zona. Collegato alla chiesa, poco più sotto si trova l’antico ponte normanno, sul torrente Cannemasche (ve ne abbiamo parlato anche qui), che serviva a facilitare gli scambi dei monaci e degli abitanti della zona con Palermo. Il monumento, noto anche come “ponte saraceno”, sembra poter crollare da un momento all’altro. Il suo arco a sesto acuto regge ancora per miracolo e la Soprintendenza, ha da poco indetto una gara per avviare urgenti lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando 100mila euro. Sullo sfondo resta il sogno di un itinerario normanno nel territorio, che faccia dialogare i due monumenti dopo il recupero. Ma oggi sembra solo un miraggio.

La nuova vita del Castello di Schisò

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

Le Vie dei Tesori News

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