Un appello al Papa per salvare San Ciro

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

Hai letto questi articoli?

I confetti alla droga nel negozio di Lucky Luciano

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita a un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

 

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita ad un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

Hai letto questi articoli?

Il manichino anti-plastica nelle spiagge di Favignana

L’idea è di Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che, tra luglio e agosto, ha piazzato la sua installazione ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra

di Giulio Giallombardo

Sta lì muto e iconico, a ricordarci che plastica e mare non vanno proprio d’accordo. Un manichino bianco con un salvagente al collo ha fatto capolino tra le spiagge di Favignana. Attaccato al busto un cartello con su scritto “No more plastic”, un messaggio ecologico chiaro, diretto ed essenziale: basta plastica.

L’idea è venuta a Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che dal 2016 ha dato vita ad un calembour artistico, giocando con oggetti e parole. In questo caso, l’artista-giornalista, tra luglio e agosto, ha piazzato il suo manichino ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra.

L’iniziativa è figlia del più ampio progetto “Plastic”, cominciato la scorsa estate con un’installazione che ha coinvolto un centinaio di bambini ed anche una tartaruga salvata durante la preparazione dell’opera, e che quest’anno è proseguito con una piccola installazione esposta fino a tutto agosto, all’interno dell’ex tonnara Florio. Protagoniste delle barchette di carta che, simbolicamente, non riescono a navigare in un mare composto da tappi e sacchetti di plastica.

“Credo nella forza dell’arte e nel suo potere di coinvolgere anche chi ne è distante, – spiega Pablo Dilet a Le Vie dei Tesori News – in quella forza che appassiona per bellezza o perché ha una storia da raccontare. E in questo contesto volto alla speranza ci stanno i bambini, la vera forza su cui si può investire se crediamo in un futuro che non abbia un orizzonte vicino. Con le installazioni a Favignana siamo riusciti a far percepire quanto la plastica possa essere pericolosa per l’ambiente marino e per l’uomo, ho cercato di dare un forte impatto mettendo proprio un manichino di plastica sulle spiagge più popolate, come uno specchio che ci ricorda come possiamo diventare, insensibili e plastificati. Ora la mano passa ai bambini, a quella speranza che è già un cammino avviato a livello internazionale e che contrasta l’abuso inquinante di questo materiale. Nel segno di un’arte che abbia un valore sociale e alla portata di tutti”.

Un appello contenuto in una sorta di manifesto stilato da Dilet-La Rosa, “La Repubblica senza Plastica”. Una lettera rivolta ai “bambini di ogni età”, che invita alla creazione di un passaporto per abbandonare un ideale “continente di plastica”. Il passaporto – scrive Dilet – “ha un cerchio al centro, è un tappo immaginario, uno dei rifiuti plastici più comuni. Nell’altra pagina del passaporto sarà esposta la vostra opera d’arte che parla della plastica e dei vostri desideri. Mi piacerebbe che oltre al disegno ci fosse un vostro brevissimo pensiero”. Le intenzioni dell’artista sono quelle di allestire nel 2019 una mostra con tutti i “passaporti” inviati dai bambini, perché “se le cose andranno bene – auspica il giornalista – potremo coinvolgere anche i grandi per creare delle azioni concrete per ripulire il mondo dalla plastica”.

Intanto, ci ha pensato un’altra isola siciliana a liberarsi della plastica. Lampedusa da qualche giorno è “plastic-free” (ve ne abbiamo parlato in questo articolo), nelle Pelagie è adesso vietato vendere e utilizzare stoviglie, bicchieri e posate monouso non biodegradabili; come anche gli shopper, che dovranno essere sostituiti da sacchetti in carta o tela. Forse, la fuga dal continente di plastica è già iniziata.

L’idea è di Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che, tra luglio e agosto, ha piazzato la sua installazione ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra

di Giulio Giallombardo

Sta lì muto e iconico, a ricordarci che plastica e mare non vanno proprio d’accordo. Un manichino bianco con un salvagente al collo ha fatto capolino tra le spiagge di Favignana. Attaccato al busto un cartello con su scritto “No more plastic”, un messaggio ecologico chiaro, diretto ed essenziale: basta plastica.

L’idea è venuta a Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che dal 2016 ha dato vita ad un calembour artistico, giocando con oggetti e parole. In questo caso, l’artista-giornalista, tra luglio e agosto, ha piazzato il suo manichino ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra.

L’iniziativa è figlia del più ampio progetto “Plastic”, cominciato la scorsa estate con un’installazione che ha coinvolto un centinaio di bambini ed anche una tartaruga salvata durante la preparazione dell’opera, e che quest’anno è proseguito con una piccola installazione esposta fino a tutto agosto, all’interno dell’ex tonnara Florio. Protagoniste delle barchette di carta che, simbolicamente, non riescono a navigare in un mare composto da tappi e sacchetti di plastica.

“Credo nella forza dell’arte e nel suo potere di coinvolgere anche chi ne è distante, – spiega Pablo Dilet a Le Vie dei Tesori News – in quella forza che appassiona per bellezza o perché ha una storia da raccontare. E in questo contesto volto alla speranza ci stanno i bambini, la vera forza su cui si può investire se crediamo in un futuro che non abbia un orizzonte vicino. Con le installazioni a Favignana siamo riusciti a far percepire quanto la plastica possa essere pericolosa per l’ambiente marino e per l’uomo, ho cercato di dare un forte impatto mettendo proprio un manichino di plastica sulle spiagge più popolate, come uno specchio che ci ricorda come possiamo diventare, insensibili e plastificati. Ora la mano passa ai bambini, a quella speranza che è già un cammino avviato a livello internazionale e che contrasta l’abuso inquinante di questo materiale. Nel segno di un’arte che abbia un valore sociale e alla portata di tutti”.

Un appello contenuto in una sorta di manifesto stilato da Dilet-La Rosa, “La Repubblica senza Plastica”. Una lettera rivolta ai “bambini di ogni età”, che invita alla creazione di un passaporto per abbandonare un ideale “continente di plastica”. Il passaporto – scrive Dilet – “ha un cerchio al centro, è un tappo immaginario, uno dei rifiuti plastici più comuni. Nell’altra pagina del passaporto sarà esposta la vostra opera d’arte che parla della plastica e dei vostri desideri. Mi piacerebbe che oltre al disegno ci fosse un vostro brevissimo pensiero”. Le intenzioni dell’artista sono quelle di allestire nel 2019 una mostra con tutti i “passaporti” inviati dai bambini, perché “se le cose andranno bene – auspica il giornalista – potremo coinvolgere anche i grandi per creare delle azioni concrete per ripulire il mondo dalla plastica”.

Intanto, ci ha pensato un’altra isola siciliana a liberarsi della plastica. Lampedusa da qualche giorno è “plastic-free” (ve ne abbiamo parlato in questo articolo), nelle Pelagie è adesso vietato vendere e utilizzare stoviglie, bicchieri e posate monouso non biodegradabili; come anche gli shopper, che dovranno essere sostituiti da sacchetti in carta o tela. Forse, la fuga dal continente di plastica è già iniziata.

Hai letto questi articoli?

Quel tesoro del Seicento che nessuno vuole

È di nuovo all’asta Palazzo Sammartino, nel centro storico di Palermo. Il prezzo è sempre più basso, nel tentativo di trovare finalmente un proprietario che possa ristrutturarlo, ma le speranze sembrano affievolirsi

di Giulio Giallombardo

La migliore offerta, che non arriva mai. È sempre più basso il prezzo a base d’asta con cui il Comune di Palermo vuole vendere Palazzo Sammartino. Dopo il precedente tentativo andato a vuoto lo scorso giugno, una nuova gara con procedura aperta sarà celebrata il 14 settembre, nella speranza di trovare finalmente un proprietario per lo storico edificio secentesco di via Lungarini, alle spalle di piazza Marina.

L’edificio non è proprio in salute. Praticamente abbandonato da anni, è ridotto quasi un rudere. Una nota che stride con il buono stato dei palazzi storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto praticamente non esiste più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Da diversi anni, il Comune, che non ha fondi per la ristrutturazione del bene, cerca di venderlo, ma finora non ha trovato ancora nessuno disposto a comprarlo. Il prezzo di partenza è sceso ancora: da un milione e 600mila euro dell’asta di giugno, si è arrivati adesso ad un milione e 440mila euro. Considerato che fino a pochi anni fa il prezzo partiva da due milioni, adesso il valore dell’immobile si è ridotto di circa un terzo. Di questo passo, se anche stavolta l’asta andrà deserta, il prezzo verosimilmente scenderà ancora, e a quel punto, forse, il Comune potrebbe pensare di svenderlo del tutto.

Al contrario, se Palazzo Sammartino dovesse avere un nuovo proprietario, questi – si legge nell’avviso pubblicato dal Comune – dovrà assicurare che “la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico dell’immobile”, così da “non arrecare danno alla sua conservazione”. In ogni caso, nel contratto di compravendita dovrà espressamente essere indicato il divieto per l’acquirente di alienare a terzi l’immobile entro i cinque anni dalla stipula.

Non sappiamo ancora se presto terminerà l’agonia di Palazzo Sammartino, da salotto culturale della nobiltà palermitana, a vuoto relitto di cui sbarazzarsi, depredato e vandalizzato negli anni. Non sappiamo neanche se avrà la stessa sorte di un altro tesoro monumentale della città, Villa Alliata di Pietratagliata (di cui vi abbiamo parlato qui), recentemente venduta dopo anni di aste andate a vuoto. La cosa certa è che se un nuovo proprietario ci sarà, dovrà mettere mano al portafogli, perché per restaurarlo ci vorranno non meno di 5 milioni di euro. Un impegno importante per un palazzo (che è stato) importante.

È di nuovo all’asta Palazzo Sammartino, nel centro storico di Palermo. Il prezzo è sempre più basso, nel tentativo di trovare finalmente un proprietario che possa ristrutturarlo, ma le speranze sembrano affievolirsi

di Giulio Giallombardo

La migliore offerta, che non arriva mai. È sempre più basso il prezzo a base d’asta con cui il Comune di Palermo vuole vendere Palazzo Sammartino. Dopo il precedente tentativo andato a vuoto lo scorso giugno, una nuova gara con procedura aperta sarà celebrata il 14 settembre, nella speranza di trovare finalmente un proprietario per lo storico edificio secentesco di via Lungarini, alle spalle di piazza Marina.

L’edificio non è proprio in salute. Praticamente abbandonato da anni, è ridotto quasi un rudere. Una nota che stride con il buono stato dei palazzi storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto praticamente non esiste più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Da diversi anni, il Comune, che non ha fondi per la ristrutturazione del bene, cerca di venderlo, ma finora non ha trovato ancora nessuno disposto a comprarlo. Il prezzo di partenza è sceso ancora: da un milione e 600mila euro dell’asta di giugno, si è arrivati adesso ad un milione e 440mila euro. Considerato che fino a pochi anni fa il prezzo partiva da due milioni, adesso il valore dell’immobile si è ridotto di circa un terzo. Di questo passo, se anche stavolta l’asta andrà deserta, il prezzo verosimilmente scenderà ancora, e a quel punto, forse, il Comune potrebbe pensare di svenderlo del tutto.

Al contrario, se Palazzo Sammartino dovesse avere un nuovo proprietario, questi – si legge nell’avviso pubblicato dal Comune – dovrà assicurare che “la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico dell’immobile”, così da “non arrecare danno alla sua conservazione”. In ogni caso, nel contratto di compravendita dovrà espressamente essere indicato il divieto per l’acquirente di alienare a terzi l’immobile entro i cinque anni dalla stipula.

Non sappiamo ancora se presto terminerà l’agonia di Palazzo Sammartino, da salotto culturale della nobiltà palermitana, a vuoto relitto di cui sbarazzarsi, depredato e vandalizzato negli anni. Non sappiamo neanche se avrà la stessa sorte di un altro tesoro monumentale della città, Villa Alliata di Pietratagliata (di cui vi abbiamo parlato qui), recentemente venduta dopo anni di aste andate a vuoto. La cosa certa è che se un nuovo proprietario ci sarà, dovrà mettere mano al portafogli, perché per restaurarlo ci vorranno non meno di 5 milioni di euro. Un impegno importante per un palazzo (che è stato) importante.

Hai letto questi articoli?

San Matteo, l’antico duomo che veglia su Scicli

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, tanto che alcuni studiosi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana. Adesso riaprirà le porte per il festival Le Vie dei Tesori, negli ultimi tre fine settimana di settembre

di Giulio Giallombardo

Guarda solitaria dall’alto la vita che scorre ai suoi piedi. La sua mole imponente è il simbolo di Scicli, che protegge silenziosa, arroccata sul colle che porta il suo nome e su cui un tempo sorgeva l’antica città. La chiesa di San Matteo è un tutt’uno con la storia del paese ragusano di cui fu chiesa madre fino al 1874, quando prese il suo posto la gesuitica ex chiesa di Sant’Ignazio, attualmente San Guglielmo.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, alcuni storiografi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana, altri alla dominazione normanna. La cosa certa è che, in epoca medievale, esisteva nello stesso sito, una basilica a tre navate con un alto campanile, che viene raffigurata in molte tele e incisioni custodite nelle chiese di Scicli. L’attuale pianta dell’edificio, dovrebbe corrispondere a quella dell’antica chiesa medievale. In realtà, la chiesa come la si vede adesso, è stata ricostruita nel Settecento dopo il terremoto che nel 1693 sconvolse il Val di Noto.

Dando uno sguardo alla struttura architettonica, la chiesa è suddivisa in tre navate di cinque campate, con transetto e tre absidi rettangolari. Il campanile è incluso nella struttura architettonica del transetto a destra. La facciata, incompiuta, presenta stilemi tipici del barocco siciliano.

In tempi più recenti, la storia di San Matteo è stata costellata di ombre e luci. Dopo un restauro negli anni Novanta, con la realizzazione di una copertura in cemento armato a forma di volta che ha appesantito la struttura, la chiesa è stata abbandonata. All’interno, si conservano solo poche tracce della decorazione originaria, mentre le opere d’arte sono state spostate in altre chiese. C’è la cappella di San Nicola, dove riposavano le spoglie del beato Guglielmo, l’eremita di Scicli. In una delle volte si possono ammirare ancora i simboli del santo, il bastone e il crocifisso, mentre sono visibili anche due colonne tortili e alcuni bassorilievi.

Se il belvedere è sempre accessibile, dopo una salita sul colle da cui si può ammirare tutta la città, la chiesa è ormai chiusa al pubblico, ma l’occasione per visitarla arriverà tra poche settimane. San Matteo, infatti, è tra i sedici “gioielli” di Scicli che si potranno ammirare nel corso del festival Le Vie dei Tesori. La manifestazione, quest’anno, farà tappa anche nella provincia di Ragusa (qui l’articolo per saperne di più), con decine di siti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. San Matteo, ma non solo, è pronta a riaprire le porte.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, tanto che alcuni studiosi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana. Adesso riaprirà le porte per il festival Le Vie dei Tesori, negli ultimi tre fine settimana di settembre

di Giulio Giallombardo

Guarda solitaria dall’alto la vita che scorre ai suoi piedi. La sua mole imponente è il simbolo di Scicli, che protegge silenziosa, arroccata sul colle che porta il suo nome e su cui un tempo sorgeva l’antica città. La chiesa di San Matteo è un tutt’uno con la storia del paese ragusano di cui fu chiesa madre fino al 1874, quando prese il suo posto la gesuitica ex chiesa di Sant’Ignazio, attualmente San Guglielmo.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, alcuni storiografi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana, altri alla dominazione normanna. La cosa certa è che, in epoca medievale, esisteva nello stesso sito, una basilica a tre navate con un alto campanile, che viene raffigurata in molte tele e incisioni custodite nelle chiese di Scicli. L’attuale pianta dell’edificio, dovrebbe corrispondere a quella dell’antica chiesa medievale. In realtà, la chiesa come la si vede adesso, è stata ricostruita nel Settecento dopo il terremoto che nel 1693 sconvolse il Val di Noto.

Dando uno sguardo alla struttura architettonica, la chiesa è suddivisa in tre navate di cinque campate, con transetto e tre absidi rettangolari. Il campanile è incluso nella struttura architettonica del transetto a destra. La facciata, incompiuta, presenta stilemi tipici del barocco siciliano.

In tempi più recenti, la storia di San Matteo è stata costellata di ombre e luci. Dopo un restauro negli anni Novanta, con la realizzazione di una copertura in cemento armato a forma di volta che ha appesantito la struttura, la chiesa è stata abbandonata. All’interno, si conservano solo poche tracce della decorazione originaria, mentre le opere d’arte sono state spostate in altre chiese. C’è la cappella di San Nicola, dove riposavano le spoglie del beato Guglielmo, l’eremita di Scicli. In una delle volte si possono ammirare ancora i simboli del santo, il bastone e il crocifisso, mentre sono visibili anche due colonne tortili e alcuni bassorilievi.

Se il belvedere è sempre accessibile, dopo una salita sul colle da cui si può ammirare tutta la città, la chiesa è ormai chiusa al pubblico, ma l’occasione per visitarla arriverà tra poche settimane. San Matteo, infatti, è tra i sedici “gioielli” di Scicli che si potranno ammirare nel corso del festival Le Vie dei Tesori. La manifestazione, quest’anno, farà tappa anche nella provincia di Ragusa (qui l’articolo per saperne di più), con decine di siti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. San Matteo, ma non solo, è pronta a riaprire le porte.

Hai letto questi articoli?

Art Bonus in Sicilia, tutti i numeri del flop

Sono trascorsi quattro anni dall’introduzione delle agevolazioni fiscali per i privati che investono nei beni culturali, ma nell’Isola sono pochissimi quelli che hanno contribuito con donazioni. Tanti i potenziali beneficiari ancora a secco

di Giulio Giallombardo

I mecenati non vivono in Sicilia. Sono passati quattro anni dall’introduzione dell’Art Bonus, il credito d’imposta che consente ai privati di sostenere il patrimonio culturale con una detrazione fiscale del 65 per cento, ma nell’Isola non vuole proprio saperne di decollare. Sono stati raccolti poco meno di 230mila euro, briciole in confronto agli oltre 70 milioni della Lombardia o i 30 milioni del Veneto.

In attesa di capire quali saranno le strategie della Regione per rilanciare una delle più vantaggiose misure fiscali in Europa a favore del mecenatismo, non resta che contare i tanti zeri nelle casse dei potenziali beneficiari siciliani. Quelli in lista sono ventidue, di cui solo in cinque hanno raccolto qualche donazione, più o meno cospicua.

L’ente che ha ricavato di più è la Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Gli interventi con raccolta chiusa, tra il 2016 e il 2017, sono stati complessivamente di 74.600 euro, donati da diverse imprese private tra cui la Sais Trasporti, l’istituto clinico Locorotondo, l’azienda vinicola Tasca d’Almerita e imprenditori come Angelo Morettino. La donazione finora fatta, con raccolta ancora aperta, ammonta invece a 10.300 euro, di cui 10mila donati dal collezionista d’arte Annibale Berlingieri, lo stesso che ha acquistato il ritratto di Franca Florio di Giovanni Boldrini. Tra i mecenati palermitani, anche il gruppo Riolo, che ha donato 20mila euro per ristrutturare la facciata trecentesca di Palazzo Sclafani.

Il Giardino della Kolymbethra

Segue il Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi di Agrigento, che ha raccolto 47mila euro per la manutenzione del verde e 15mila euro per il nuovo percorso di visita, per un totale di 62mila euro su una previsione di spesa di 40mila. Poi c’è l’Acropoli di Selinunte, che ha ricevuto 47.625 euro su una spesa prevista di ben 942mila euro per il restauro ed il progetto illuminotecnico del Tempio C e la sistemazione dei percorsi di visita. La parte del leone, in questo caso, l’hanno fatta le Cantine Settesoli che hanno donato 42mila euro.

A sorpresa, il Teatro Naselli di Comiso ha ricevuto 32.900 euro a fronte dei 34.700 euro di spesa complessiva per i previsti interventi di manutenzione all’interno dell’edificio. Fanalino di coda, un altro teatro, il “Vittorio Alfieri” di Naso, sui Nebrodi: solo un piccolo regalo di 300 euro sui 150mila previsti per il completamento e l’efficientamento energetico.

Ci sono, poi, quelli rimasti a zero. Tra gli esclusi eccellenti, il Teatro Greco di Siracusa: nessun mecenate ha versato un centesimo per il progetto di salvaguardia della cavea. Dall’altra parte della Sicilia, a Palermo, a secco il Museo d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Belmonte Riso per cui servirebbero circa 126mila euro per la realizzazione degli impianti; lo stesso vale per il Teatro Garibaldi, una delle sedi della Biennale d’arte Manifesta 12, che avrebbe bisogno di 480mila euro per lavori edili di manutenzione e impianti, interventi di climatizzazione e trattamenti ignifughi delle coperture lignee. Sempre a Palermo, infine, a bocca asciutta anche l’Associazione per la conservazione delle tradizioni orali, che gestisce il Museo delle Marionette “Antonio Pasqualino” di Palermo, che chiede 65mila euro per la conservazione ed il restauro della collezione.

Il Tempio E di Selinunte

A Catania nessuna donazione per il restauro degli affreschi dell’ex convento di Santa Caterina, sede dell’Archivio di Stato, così come per il Zo Centro Culture Contemporanee, Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza ed il Festival internazionale del Val di Noto Magie Barocche. Tanti i beni ignorati a Milazzo: il Duomo antico “Città Murata”, il chiostro della chiesa del Santissimo Rosario, il Teatro Trifiletti, il Teatro estivo “Città Murata”, il Bastione Santa Maria e Villa Vaccarino. Infine, stessa sorte, a Enna, per il Castello di Lombardia e per quattro dipinti ad olio su tela e una scultura lignea nella chiesa di San Marco, come per il castello manfredonico di Mussomeli.

Come si spiega l’assenza di mecenati in una regione dal patrimonio artistico sconfinato? Di certo, in Sicilia i potenziali investitori non mancano, eppure nessuno si spende per i beni culturali. Forse, anche negli imprenditori di casa nostra, resiste l’atavica convinzione che il restauro di un monumento o la valorizzazione di un sito sia solo di competenza della pubblica amministrazione. Idea dura a scomparire, che di certo non fa bene ad un’isola che di cultura potrebbe vivere per sempre.

Sono trascorsi quattro anni dall’introduzione delle agevolazioni fiscali per i privati che investono nei beni culturali, ma nell’Isola sono pochissimi quelli che hanno contribuito con donazioni. Tanti i potenziali beneficiari ancora a secco

di Giulio Giallombardo

I mecenati non vivono in Sicilia. Sono passati quattro anni dall’introduzione dell’Art Bonus, il credito d’imposta che consente ai privati di sostenere il patrimonio culturale con una detrazione fiscale del 65 per cento, ma nell’Isola non vuole proprio saperne di decollare. Sono stati raccolti poco meno di 230mila euro, briciole in confronto agli oltre 70 milioni della Lombardia o i 30 milioni del Veneto.

In attesa di capire quali saranno le strategie della Regione per rilanciare una delle più vantaggiose misure fiscali in Europa a favore del mecenatismo, non resta che contare i tanti zeri nelle casse dei potenziali beneficiari siciliani. Quelli in lista sono ventidue, di cui solo in cinque hanno raccolto qualche donazione, più o meno cospicua.

L’ente che ha ricavato di più è la Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Gli interventi con raccolta chiusa, tra il 2016 e il 2017, sono stati complessivamente di 74.600 euro, donati da diverse imprese private tra cui la Sais Trasporti, l’istituto clinico Locorotondo, l’azienda vinicola Tasca d’Almerita e imprenditori come Angelo Morettino. La donazione finora fatta, con raccolta ancora aperta, ammonta invece a 10.300 euro, di cui 10mila donati dal collezionista d’arte Annibale Berlingieri, lo stesso che ha acquistato il ritratto di Franca Florio di Giovanni Boldrini. Tra i mecenati palermitani, anche il gruppo Riolo, che ha donato 20mila euro per ristrutturare la facciata trecentesca di Palazzo Sclafani.

Il Giardino della Kolymbethra di Agrigento

Segue il Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi di Agrigento, che ha raccolto 47mila euro per la manutenzione del verde e 15mila euro per il nuovo percorso di visita, per un totale di 62mila euro su una previsione di spesa di 40mila. Poi c’è l’Acropoli di Selinunte, che ha ricevuto 47.625 euro su una spesa prevista di ben 942mila euro per il restauro ed il progetto illuminotecnico del Tempio C e la sistemazione dei percorsi di visita. La parte del leone, in questo caso, l’hanno fatta le Cantine Settesoli che hanno donato 42mila euro.

A sorpresa, il Teatro Naselli di Comiso ha ricevuto 32.900 euro a fronte dei 34.700 euro di spesa complessiva per i previsti interventi di manutenzione all’interno dell’edificio. Fanalino di coda, un altro teatro, il “Vittorio Alfieri” di Naso, sui Nebrodi: solo un piccolo regalo di 300 euro sui 150mila previsti per il completamento e l’efficientamento energetico.

Ci sono, poi, quelli rimasti a zero. Tra gli esclusi eccellenti, il Teatro Greco di Siracusa: nessun mecenate ha versato un centesimo per il progetto di salvaguardia della cavea. Dall’altra parte della Sicilia, a Palermo, a secco il Museo d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Belmonte Riso per cui servirebbero circa 126mila euro per la realizzazione degli impianti; lo stesso vale per il Teatro Garibaldi, una delle sedi della Biennale d’arte Manifesta 12, che avrebbe bisogno di 480mila euro per lavori edili di manutenzione e impianti, interventi di climatizzazione e trattamenti ignifughi delle coperture lignee. Sempre a Palermo, infine, a bocca asciutta anche l’Associazione per la conservazione delle tradizioni orali, che gestisce il Museo delle Marionette “Antonio Pasqualino” di Palermo, che chiede 65mila euro per la conservazione ed il restauro della collezione.

Il Tempio E di Selinunte

A Catania nessuna donazione per il restauro degli affreschi dell’ex convento di Santa Caterina, sede dell’Archivio di Stato, così come per il Zo Centro Culture Contemporanee, Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza ed il Festival internazionale del Val di Noto Magie Barocche. Tanti i beni ignorati a Milazzo: il Duomo antico “Città Murata”, il chiostro della chiesa del Santissimo Rosario, il Teatro Trifiletti, il Teatro estivo “Città Murata”, il Bastione Santa Maria e Villa Vaccarino. Infine, stessa sorte, a Enna, per il Castello di Lombardia e per quattro dipinti ad olio su tela e una scultura lignea nella chiesa di San Marco, come per il castello manfredonico di Mussomeli.

Come si spiega l’assenza di mecenati in una regione dal patrimonio artistico sconfinato? Di certo, in Sicilia i potenziali investitori non mancano, eppure nessuno si spende per i beni culturali. Forse, anche negli imprenditori di casa nostra, resiste l’atavica convinzione che il restauro di un monumento o la valorizzazione di un sito sia solo di competenza della pubblica amministrazione. Idea dura a scomparire, che di certo non fa bene ad un’isola che di cultura potrebbe vivere per sempre.

Hai letto questi articoli?

La farmacia liberty del commissario Montalbano

Nascosta nel cuore del centro storico di Scicli c’è una bottega d’altri tempi, “Cartia”, che diventerà un piccolo museo tutto da scoprire grazie alle visite ragusane delle Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tripudio di ampolle, provette ed erbe medicinali. Una bottega d’altri tempi dove, entrando, è come fare un viaggio indietro di un secolo. Nascosta nel cuore del centro storico di Scicli, l’Antica Farmacia Cartia è diventata ormai un piccolo museo, tappa obbligata per chi fa visita alla cittadina del Ragusano. Un luogo da scoprire anche grazie al festival Le Vie dei Tesori che, dal 14 settembre, per la prima volta, arriva nel Ragusano (qui l’articolo per saperne di più).

Gli arredi in stile liberty sono intatti, così come la collezione di barattoli e bilancini che riempiono le antiche vetrine in legno. Ci sono anche diverse ceramiche e il vecchio registratore di cassa che fa ancora bella mostra di sé. Il dipinto in stile liberty che campeggia sullo specchio principale all’interno della farmacia è un regalo di Giovanni Gentile, docente di storia dell’arte sciclitano, che realizzò il disegno per la famiglia Cartia.

La farmacia, in tempi recenti, ha avuto anche un “ospite” eccellente: il commissario Montalbano. All’interno della bottega sono stati girati, infatti, alcuni episodi della serie televisiva tratta dai romanzi di Andrea Camilleri: “L’odore della notte” e “Capodanno”, secondo episodio de “Il Giovane Montalbano”.

L’attività fu inaugurata l’11 luglio del 1902 grazie a Guglielmo Cartia. In un primo momento, i locali si trovavano al pianterreno del Palazzo Porcelli-Battaglia-Veneziano-Sgarlata dove era in affitto. Poi, nel 1985, l’attività si trasferì nei bassi di Palazzo Spadaro, del quale la famiglia comprò due stanze. Fu Emanuele Russino, ebanista di Scicli, a realizzare i mobili. Seguendo la moda del tempo, l’artigiano li copiò dagli arredi della farmacia Spadaro-Ventura di Catania. La farmacia chiuse nel 2002, quando la via Francesco Mormino Penna entrò a far parte dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

“È un museo di se stessa – spiega Vincenzo Burragato, dell’associazione Tanit Scicli, che si occupa delle visite guidate alla farmacia – immagine del liberty siciliano, che si riaggancia un po’ allo stile di Palermo, ma che anche qui ha avuto molta importanza. All’interno della farmacia, si trovano ancora tantissimi componenti e principi attivi, che tuttora vengono usati e richiesti anche dalla banca del farmaco”.

La farmacia Cartia, dunque, sarà uno dei siti visitabili nel corso del festival Le Vie dei Tesori, che quest’anno farà tappa anche Ragusano: precisamente a Ragusa, con 19 siti, a Modica, con 13, e a Scicli con 16 “gioielli”, tutti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. Un patrimonio tutto da scoprire.

Nascosta nel cuore del centro storico di Scicli c’è una bottega d’altri tempi, “Cartia”, che diventerà un piccolo museo tutto da scoprire grazie alle visite ragusane delle Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tripudio di ampolle, provette ed erbe medicinali. Una bottega d’altri tempi dove, entrando, è come fare un viaggio indietro di un secolo. Nascosta nel cuore del centro storico di Scicli, l’Antica Farmacia Cartia è diventata ormai un piccolo museo, tappa obbligata per chi fa visita alla cittadina del Ragusano. Un luogo da scoprire anche grazie al festival Le Vie dei Tesori che, dal 14 settembre, per la prima volta, arriva nel Ragusano (qui l’articolo per saperne di più).

Gli arredi in stile liberty sono intatti, così come la collezione di barattoli e bilancini che riempiono le antiche vetrine in legno. Ci sono anche diverse ceramiche e il vecchio registratore di cassa che fa ancora bella mostra di sé. Il dipinto in stile liberty che campeggia sullo specchio principale all’interno della farmacia è un regalo di Giovanni Gentile, docente di storia dell’arte sciclitano, che realizzò il disegno per la famiglia Cartia.

La farmacia, in tempi recenti, ha avuto anche un “ospite” eccellente: il commissario Montalbano. All’interno della bottega sono stati girati, infatti, alcuni episodi della serie televisiva tratta dai romanzi di Andrea Camilleri: “L’odore della notte” e “Capodanno”, secondo episodio de “Il Giovane Montalbano”.

L’attività fu inaugurata l’11 luglio del 1902 grazie a Guglielmo Cartia. In un primo momento, i locali si trovavano al pianterreno del Palazzo Porcelli-Battaglia-Veneziano-Sgarlata dove era in affitto. Poi, nel 1985, l’attività si trasferì nei bassi di Palazzo Spadaro, del quale la famiglia comprò due stanze. Fu Emanuele Russino, ebanista di Scicli, a realizzare i mobili. Seguendo la moda del tempo, l’artigiano li copiò dagli arredi della farmacia Spadaro-Ventura di Catania. La farmacia chiuse nel 2002, quando la via Francesco Mormino Penna entrò a far parte dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

“È un museo di se stessa – spiega Vincenzo Burragato, dell’associazione Tanit Scicli, che si occupa delle visite guidate alla farmacia – immagine del liberty siciliano, che si riaggancia un po’ allo stile di Palermo, ma che anche qui ha avuto molta importanza. All’interno della farmacia, si trovano ancora tantissimi componenti e principi attivi, che tuttora vengono usati e richiesti anche dalla banca del farmaco”.

La farmacia Cartia, dunque, sarà uno dei siti visitabili nel corso del festival Le Vie dei Tesori, che quest’anno farà tappa anche Ragusano: precisamente a Ragusa, con 19 siti, a Modica, con 13, e a Scicli con 16 “gioielli”, tutti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. Un patrimonio tutto da scoprire.

Hai letto questi articoli?

La Statua dei palermitani si rifà il look

A un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale, è stato finanziato, unico in Sicilia, il restauro del monumento ai caduti di piazza Vittorio Veneto, che porta la firma di Ernesto Basile

di Giulio Giallombardo

Non c’è palermitano che non la chiami “statua” e non le giri intorno. Guarda idealmente via Libertà, valore che è la sua ragion d’essere. Celebra allo stesso tempo, l’Unità d’Italia e il sacrificio dei caduti in guerra. È il monumento di piazza Vittorio Veneto, per cui è ormai giunto il tempo di un restauro.

A un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha voluto prendersi cura dei monumenti ai caduti. Quello di Palermo, la cui parte architettonica porta la firma di Ernesto Basile, è l’unico in Sicilia ad essere stato selezionato tra i dodici che hanno ottenuto i finanziamenti statali. La gara per il restauro, che prevede lavori per un importo complessivo di 160mila euro, si è conclusa a maggio. La Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo è adesso in attesa che si sblocchino i fondi per firmare il contratto con la ditta vincitrice e dare il via ai lavori, cosa che avverrà verosimilmente in autunno.

“Il restauro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Carolina Griffo, storica dell’arte  della Soprintendenza – prevede la pulitura di tutto il monumento, sia della parte architettonica, che delle sculture bronzee, il montaggio di un ponteggio su tutta la struttura centrale, la risistemazione dei gradini che sono posti alla base del monumento, che sono in parte sconnessi e la pulitura dell’emiciclo alle spalle”.

Il monumento di piazza Vittorio Veneto si è prestato a diversi usi celebrativi, in base al mutare del clima politico. Inaugurato nel 1909, in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, ebbe come fine la celebrazione dell’epopea garibaldina. Poi, nel 1931, con l’avvento del fascismo, la piazza assunse una nuova connotazione retorica e nazionalistica e si trasformò in monumento ai caduti della Grande guerra.

Fu in questa occasione che venne realizzato l’emiciclo colonnato su disegno di Ernesto Basile. Il monumento vero e proprio, al centro della piazza, fu costruito utilizzando la pietra chiara di Isola delle Femmine e, sopra l’obelisco, svetta a 28 metri di altezza, la Vittoria, statua in bronzo di Mario Rutelli. Il gruppo scultoreo in basso, opera di Antonio Ugo, rappresenta la Sicilia che si ricongiunge alla madre Patria, mentre i bassorilievi dei pannelli laterali, disegnati da Ernesto Basile, sono stati realizzati da Gaetano Geraci. Tutte opere che, tra non molto, torneranno a brillare.

A un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale, è stato finanziato, unico in Sicilia, il restauro del monumento ai caduti di piazza Vittorio Veneto, che porta la firma di Ernesto Basile

di Giulio Giallombardo

Non c’è palermitano che non la chiami “statua” e non le giri intorno. Guarda idealmente via Libertà, valore che è la sua ragion d’essere. Celebra allo stesso tempo, l’Unità d’Italia e il sacrificio dei caduti in guerra. È il monumento di piazza Vittorio Veneto, per cui è ormai giunto il tempo di un restauro.

A un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha voluto prendersi cura dei monumenti ai caduti. Quello di Palermo, la cui parte architettonica porta la firma di Ernesto Basile, è l’unico in Sicilia ad essere stato selezionato tra i dodici che hanno ottenuto i finanziamenti statali. La gara per il restauro, che prevede lavori per un importo complessivo di 160mila euro, si è conclusa a maggio. La Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo è adesso in attesa che si sblocchino i fondi per firmare il contratto con la ditta vincitrice e dare il via ai lavori, cosa che avverrà verosimilmente in autunno.

“Il restauro – spiega a Le Vie dei Tesori News, Carolina Griffo, storica dell’arte  della Soprintendenza – prevede la pulitura di tutto il monumento, sia della parte architettonica, che delle sculture bronzee, il montaggio di un ponteggio su tutta la struttura centrale, la risistemazione dei gradini che sono posti alla base del monumento, che sono in parte sconnessi e la pulitura dell’emiciclo alle spalle”.

Il monumento di piazza Vittorio Veneto si è prestato a diversi usi celebrativi, in base al mutare del clima politico. Inaugurato nel 1909, in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, ebbe come fine la celebrazione dell’epopea garibaldina. Poi, nel 1931, con l’avvento del fascismo, la piazza assunse una nuova connotazione retorica e nazionalistica e si trasformò in monumento ai caduti della Grande guerra.

Fu in questa occasione che venne realizzato l’emiciclo colonnato su disegno di Ernesto Basile. Il monumento vero e proprio, al centro della piazza, fu costruito utilizzando la pietra chiara di Isola delle Femmine e, sopra l’obelisco, svetta a 28 metri di altezza, la Vittoria, statua in bronzo di Mario Rutelli. Il gruppo scultoreo in basso, opera di Antonio Ugo, rappresenta la Sicilia che si ricongiunge alla madre Patria, mentre i bassorilievi dei pannelli laterali, disegnati da Ernesto Basile, sono stati realizzati da Gaetano Geraci. Tutte opere che, tra non molto, torneranno a brillare.

Hai letto questi articoli?

Maredolce e Villa Napoli, ossigeno per le aree verdi

Gli agrumeti storici dell’antico Genoardo di Palermo saranno affidati in concessione gratuita ai privati per la cura e la manutenzione. Si pensa di commercializzare i prodotti ottenuti dalla coltivazione e all’organizzazione di eventi culturali

di Giulio Giallombardo

Una boccata d’ossigeno per gli ultimi lembi della Conca d’Oro. Gli agrumeti storici di Maredolce e Villa Napoli, un tempo parte del Genoardo, il parco reale dei “sollazzi” normanni, saranno affidati in concessione gratuita ai privati per la cura e la manutenzione del verde.

Almeno queste sono le intenzioni della Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo che, poche settimane fa, ha pubblicato due avvisi rivolti a cooperative, organizzazioni di volontariato, fondazioni e consorzi che si occupano di attività agricole, ambientali e culturali legate al territorio. Una concessione lunga sei anni con cui la Soprintendenza vorrebbe alleggerire le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, di far rivivere le aree verdi, grazie a iniziative culturali aperte alla città.

Da un lato, dunque, il castello di Maredolce e il suo giardino, ciò che resta della “Fawwarah”, il parco della Favara, un tempo lussureggiante riproduzione del paradiso coranico, pieno di corsi d’acqua e alberi da frutto. Dall’altro l’agrumeto della secentesca Villa Napoli, che ingloba i resti della Cuba soprana e custodisce nel giardino la Piccola Cuba (nella foto a destra), gioiello dell’architettura normanna.

I privati, che saranno selezionati da una commissione composta da due membri della Soprintendenza ed un terzo del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Palermo, dovranno provvedere a proprie spese alla manutenzione del terreno, nel rispetto della biodiversità dell’area e delle specie presenti. Potranno coltivare – si legge nel bando – piante annuali negli spazi non occupati dagli agrumeti, secondo indicazioni concordate con la Soprintendenza. Per l’irrigazione dei terreni, gli affidatari potranno attingere ai pozzi presenti nei siti, utilizzando la rete d’irrigazione presente. Inoltre, i privati potranno vendere i prodotti ottenuti dalla coltivazione dell’area agricola e realizzare attività di formazione, coinvolgendo anche le scuole del territorio.

“Attualmente abbiamo difficoltà a gestire queste aree verdi, – spiega a Le Vie dei Tesori News, il soprindendente di Palermo, Lina Bellanca – sono spazi che vorremmo affidare a cooperative agricole che si prendono l’impegno di coltivarli e contestualemnte organizzare la possibilità di una fruizione pubblica. È un tentativo di ridurre le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, rendere produttivi questi terreni. Già in passato abbiamo sperimentato esperienze del genere a Villa Napoli, dove abbiamo organizzato concerti, orti didattici e conferenze. Spero che questa nostra iniziativa vada a buon fine e le premesse ci sono tutte”. Prove generali per l’inserimento dei due beni nel sito Unesco arabo-normanno? Forse, anche se la strada è ancora lunga.

Gli agrumeti storici dell’antico Genoardo di Palermo saranno affidati in concessione gratuita ai privati per la cura e la manutenzione. Si pensa di commercializzare i prodotti ottenuti dalla coltivazione e all’organizzazione di eventi culturali

di Giulio Giallombardo

Una boccata d’ossigeno per gli ultimi lembi della Conca d’Oro. Gli agrumeti storici di Maredolce e Villa Napoli, un tempo parte del Genoardo, il parco reale dei “sollazzi” normanni, saranno affidati in concessione gratuita ai privati per la cura e la manutenzione del verde.

Almeno queste sono le intenzioni della Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo che, poche settimane fa, ha pubblicato due avvisi rivolti a cooperative, organizzazioni di volontariato, fondazioni e consorzi che si occupano di attività agricole, ambientali e culturali legate al territorio. Una concessione lunga sei anni con cui la Soprintendenza vorrebbe alleggerire le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, di far rivivere le aree verdi, grazie a iniziative culturali aperte alla città.

Da un lato, dunque, il castello di Maredolce e il suo giardino, ciò che resta della “Fawwarah”, il parco della Favara, un tempo lussureggiante riproduzione del paradiso coranico, pieno di corsi d’acqua e alberi da frutto. Dall’altro l’agrumeto della secentesca Villa Napoli, che ingloba i resti della Cuba soprana e custodisce nel giardino la Piccola Cuba (nella foto a destra), gioiello dell’architettura normanna.

I privati, che saranno selezionati da una commissione composta da due membri della Soprintendenza ed un terzo del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Palermo, dovranno provvedere a proprie spese alla manutenzione del terreno, nel rispetto della biodiversità dell’area e delle specie presenti. Potranno coltivare – si legge nel bando – piante annuali negli spazi non occupati dagli agrumeti, secondo indicazioni concordate con la Soprintendenza. Per l’irrigazione dei terreni, gli affidatari potranno attingere ai pozzi presenti nei siti, utilizzando la rete d’irrigazione presente. Inoltre, i privati potranno vendere i prodotti ottenuti dalla coltivazione dell’area agricola e realizzare attività di formazione, coinvolgendo anche le scuole del territorio.

“Attualmente abbiamo difficoltà a gestire queste aree verdi, – spiega a Le Vie dei Tesori News, il soprindendente di Palermo, Lina Bellanca – sono spazi che vorremmo affidare a cooperative agricole che si prendono l’impegno di coltivarli e contestualemnte organizzare la possibilità di una fruizione pubblica. È un tentativo di ridurre le spese di manutenzione e, nello stesso tempo, rendere produttivi questi terreni. Già in passato abbiamo sperimentato esperienze del genere a Villa Napoli, dove abbiamo organizzato concerti, orti didattici e conferenze. Spero che questa nostra iniziativa vada a buon fine e le premesse ci sono tutte”. Prove generali per l’inserimento dei due beni nel sito Unesco arabo-normanno? Forse, anche se la strada è ancora lunga.

Hai letto questi articoli?

Il ponte nascosto dove il tempo si è fermato

Nel cuore della Sicilia, ai confini del Parco delle Madonie, c’è un antico ponte che ha resistito al passare dei secoli. Si trova a ridosso delle colline di Blufi e della sua storia si sa poco o nulla. Ora potrebbe entrare a far parte di un itinerario lungo il fiume Imera ed i suoi mulini

di Giulio Giallombardo

Sembra spuntare fuori da una pittura romantica, sospeso su un corso d’acqua e avvolto dal verde. Nel cuore della Sicilia, ai confini del Parco delle Madonie, c’è un antico ponte che ha resistito al passare dei secoli. Si trova a ridosso delle colline di Blufi, del quale segna il confine nord, a crocevia con i comuni di Petralia Sottana e Soprana. Nella zona è noto come “ponte romano”, anche se le origini sono incerte e molto più probabilmente risalgono all’età medievale.

Raggiungerlo non è particolarmente agevole e soltanto di recente la segnaletica turistica è stata maggiormente valorizzata. La strada è parzialmente percorribile con l’auto, l’ultimo tratto soltanto a piedi o a bordo di una quattro per quattro. Ma all’arrivo, la scena ripaga la discesa a tratti un po’ impervia. Il ponte a tre arcate, che forse è più corretto definire “romanico”, si presenta circondato da una fitta vegetazione ripariale, seppure in parte sepolto da detriti fluviali. Sotto la sua arcata principale, scorre ancora l’Imera meridionale, dando al paesaggio un aspetto ancor più pittoresco.

Lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, nel suo “Ponti sui fiumi di Sicilia”, lo cataloga col numero 35 e così lo descrive: “Ponte di Belufi, seu di Petralia Sottana, nel territorio di detta,… Tiene di sotto un dè rami del grande fiume Salso, volgarmente di Madonia, e che va a morire presso le mura della città di Licata”. In tempi più recenti, nel 2005, dopo una richiesta da parte del comune di Blufi, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo finanzia ed esegue un intervento urgente di messa in sicurezza della struttura muraria, ricostruendo il concio mancante nella spalla sinistra, con mattoni pieni e pietrame, ripristinando le murature, ricucendo lesioni e tratti della pavimentazione in basole.

Per quanto riguarda, poi, la futura valorizzazione del bene, è allo studio un possibile itinerario integrato alle porte del Parco delle Madonie, lungo il fiume Imera ed i suoi mulini. “L’intervento della Soprintendenza sul ponte – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’architetto Vincenzo Vaccarella, responsabile dell’Area tecnica del Comune di Blufi – seppure non risolutore,  ha consentito di salvaguardare un bene che versava in uno stato di totale abbandono. Risulta chiaro ed evidente oggi, l’importanza e la necessità di assicurare una tutela ed una conservazione più attiva possibile, di tale complesso, che per l’unità, per l’integrazione nel paesaggio, per l’architettura, riveste un valore eccezionale dal punto di vista paesaggistico-storico-architettonico, ed una importanza non indifferente per la comunità non solo madonita”.

Va in questa direzione, la proposta di ampliamento del Parco delle Madonie, ancora al vaglio dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente, avanzata dai comuni di Bompietro, Blufi, Alimena, Gangi, Lascari. Nei nuovi confini del Parco, rientrerebbe gran parte del territorio del Comune di Blufi, compresa l’area del ponte romanico, cosa che – conclude l’architetto – “potrebbe sicuramente determinare un’azione più ampia e qualificata di valorizzazione anche economica”.

Nel cuore della Sicilia, ai confini del Parco delle Madonie, c’è un antico ponte che ha resistito al passare dei secoli. Si trova a ridosso delle colline di Blufi e della sua storia si sa poco o nulla. Ora potrebbe entrare a far parte di un itinerario lungo il fiume Imera ed i suoi mulini

di Giulio Giallombardo

Sembra spuntare fuori da una pittura romantica, sospeso su un corso d’acqua e avvolto dal verde. Nel cuore della Sicilia, ai confini del Parco delle Madonie, c’è un antico ponte che ha resistito al passare dei secoli. Si trova a ridosso delle colline di Blufi, del quale segna il confine nord, a crocevia con i comuni di Petralia Sottana e Soprana. Nella zona è noto come “ponte romano”, anche se le origini sono incerte e molto più probabilmente risalgono all’età medievale.

Raggiungerlo non è particolarmente agevole e soltanto di recente la segnaletica turistica è stata maggiormente valorizzata. La strada è parzialmente percorribile con l’auto, l’ultimo tratto soltanto a piedi o a bordo di una quattro per quattro. Ma all’arrivo, la scena ripaga la discesa a tratti un po’ impervia. Il ponte a tre arcate, che forse è più corretto definire “romanico”, si presenta circondato da una fitta vegetazione ripariale, seppure in parte sepolto da detriti fluviali. Sotto la sua arcata principale, scorre ancora l’Imera meridionale, dando al paesaggio un aspetto ancor più pittoresco.

Lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, nel suo “Ponti sui fiumi di Sicilia”, lo cataloga col numero 35 e così lo descrive: “Ponte di Belufi, seu di Petralia Sottana, nel territorio di detta,… Tiene di sotto un dè rami del grande fiume Salso, volgarmente di Madonia, e che va a morire presso le mura della città di Licata”. In tempi più recenti, nel 2005, dopo una richiesta da parte del comune di Blufi, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo finanzia ed esegue un intervento urgente di messa in sicurezza della struttura muraria, ricostruendo il concio mancante nella spalla sinistra, con mattoni pieni e pietrame, ripristinando le murature, ricucendo lesioni e tratti della pavimentazione in basole.

Per quanto riguarda, poi, la futura valorizzazione del bene, è allo studio un possibile itinerario integrato alle porte del Parco delle Madonie, lungo il fiume Imera ed i suoi mulini. “L’intervento della Soprintendenza sul ponte – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’architetto Vincenzo Vaccarella, responsabile dell’Area tecnica del Comune di Blufi – seppure non risolutore,  ha consentito di salvaguardare un bene che versava in uno stato di totale abbandono. Risulta chiaro ed evidente oggi, l’importanza e la necessità di assicurare una tutela ed una conservazione più attiva possibile, di tale complesso, che per l’unità, per l’integrazione nel paesaggio, per l’architettura, riveste un valore eccezionale dal punto di vista paesaggistico-storico-architettonico, ed una importanza non indifferente per la comunità non solo madonita”.

Va in questa direzione, la proposta di ampliamento del Parco delle Madonie, ancora al vaglio dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente, avanzata dai comuni di Bompietro, Blufi, Alimena, Gangi, Lascari. Nei nuovi confini del Parco, rientrerebbe gran parte del territorio del Comune di Blufi, compresa l’area del ponte romanico, cosa che – conclude l’architetto – “potrebbe sicuramente determinare un’azione più ampia e qualificata di valorizzazione anche economica”.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend