La notte delle stelle cadenti tra poesie e telescopi

Quest’anno l’evento si preannuncia ancor più spettacolare, grazie a un cielo senza luna. Ecco gli appuntamenti che abbiamo scelto per voi

di Giulio Giallombardo

Tutti con gli occhi all’insù, nella speranza che i desideri si avverino. Quest’anno la notte di San Lorenzo si preannuncia ancora più spettacolare, grazie ad un cielo senza luna. Il 10 agosto le “lacrime” del martire inizieranno a scorrere, solcando i cieli estivi, ma il picco è previsto in realtà tra il 12 e 13 agosto. Sarà allora che lo sciame meteorico delle Perseidi attraverserà l’atmosfera terrestre molto più intensamente del solito. Il momento ideale per godersi la magia delle stelle cadenti, poetica immagine di un fenomeno astronomico ben più prosaico, è nel cuore della notte, quando la costellazione di Perseo è ben alta nel cielo.

Dunque, in attesa che le scie di luce affollino la notte più ammirata dell’estate, vi proponiamo alcuni appuntamenti per godersi al meglio lo spettacolo. Non si può non cominciare dall’osservatorio astronomico di Isnello “Gal Hassin”, sulle Madonie, in cui, la sera del 12 agosto, si potrà scrutare il cielo con i telescopi. “Prevediamo l’arrivo di circa 200 persone che, divise in gruppi, si alterneranno in tre postazioni diverse – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’astronomo Claudio Zellermayer – , la serata durerà circa tre ore e si articolerà tra l’osservazione al telescopio, al planetario e ad occhio nudo, sempre sotto la guida di un esperto”.

Spostandosi a Palermo, dove i cieli non sono sicuramente così limpidi come quelli delle Madonie, la visione delle stelle cadenti sarà accompagnata dall’undicesima edizione de “La Notte della poesia”, che si svolgerà simbolicamente nell’oratorio di San Lorenzo, il 10 agosto a partire dalle 22. Lettori, poeti, amatori saranno protagonisti, declamando una poesia, edita o inedita, che abbia come tema la notte, le stelle, i desideri, l’amore e le poesie del mondo. Il chiostro accoglierà i partecipanti, riproponendo, durante le letture, la proiezione delle foto della performance di Nora Turato, artista croata, che per Manifesta 12, ha creato un installazione all’interno dell’oratorio decorato da Giacomo Serpotta. Inoltre, la performer palermitana Martina Martire si esibirà con un’azione scenica accompagnata dal sitar di Davide Lopes e le percussioni di Ferdinando Dante.

Restando in città, si può scegliere anche di osservare il cielo da Villa Filippina, dove, la sera di San Lorenzo, il planetario sarà aperto ed offrirà un fitto programma di osservazioni speciali. Chi preferisce, invece, guardare in un sol colpo, il centro storico dall’alto e il cielo stellato, potrà salire sulla Torre di San Nicolò all’Albergheria e lanciare un palloncino esprimendo un desiderio. Chi vuole invece perdersi nei vicoli del cuore della città, prevista anche una passeggiata sotto le stelle durante la quale saranno raccontate storie e leggende di personaggi che risuonano nella memoria collettiva dei palermitani, da Procopio Cutò a Giovanna Bonanno, dalla regina Giovanna d’Angiò al comico Ferrazzano. Per non dimenticare i luoghi che hanno segnato la storia di Palermo, da piazza Croce dei Vespri a via Materassai. Appuntamento davanti al Teatro Massimo, il 10 agosto alle 20,45.

Facendo un salto fuori Palermo, invece, il Comune di Capaci, in collaborazione con l’Osservatorio astronomico del capoluogo, ha organizzato una serata per osservare le stelle dal belvedere di contrada Zercate. Sarà possibile ammirare Venere, Giove, Saturno e Marte, con i telescopi, insieme ad ammassi, nebulose e stelle cadenti, in compagnia dell’astrofisico Mario Giuseppe Guarcello. Nella vicina Isola delle Femmine, infine, si potrà assistere a “La notte di San Lorenzo alla Torre”, una sfilata in abiti medievali che partirà da piazza Vincenzo Enea e arriverà ai piedi della Torre del Senato, organizzata dall’associazione Bc Sicilia.

Quest’anno l’evento si preannuncia ancor più spettacolare, grazie a un cielo senza luna. Ecco gli appuntamenti che abbiamo scelto per voi

di Giulio Giallombardo

Tutti con gli occhi all’insù, nella speranza che i desideri si avverino. Quest’anno la notte di San Lorenzo si preannuncia ancora più spettacolare, grazie ad un cielo senza luna. Il 10 agosto le “lacrime” del martire inizieranno a scorrere, solcando i cieli estivi, ma il picco è previsto in realtà tra il 12 e 13 agosto. Sarà allora che lo sciame meteorico delle Perseidi attraverserà l’atmosfera terrestre molto più intensamente del solito. Il momento ideale per godersi la magia delle stelle cadenti, poetica immagine di un fenomeno astronomico ben più prosaico, è nel cuore della notte, quando la costellazione di Perseo è ben alta nel cielo.

Dunque, in attesa che le scie di luce affollino la notte più ammirata dell’estate, vi proponiamo alcuni appuntamenti per godersi al meglio lo spettacolo. Non si può non cominciare dall’osservatorio astronomico di Isnello “Gal Hassin”, sulle Madonie, in cui, la sera del 12 agosto, si potrà scrutare il cielo con i telescopi. “Prevediamo l’arrivo di circa 200 persone che, divise in gruppi, si alterneranno in tre postazioni diverse – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’astronomo Claudio Zellermayer – , la serata durerà circa tre ore e si articolerà tra l’osservazione al telescopio, al planetario e ad occhio nudo, sempre sotto la guida di un esperto”.

Spostandosi a Palermo, dove i cieli non sono sicuramente così limpidi come quelli delle Madonie, la visione delle stelle cadenti sarà accompagnata dall’undicesima edizione de “La Notte della poesia”, che si svolgerà simbolicamente nell’oratorio di San Lorenzo, il 10 agosto a partire dalle 22. Lettori, poeti, amatori saranno protagonisti, declamando una poesia, edita o inedita, che abbia come tema la notte, le stelle, i desideri, l’amore e le poesie del mondo. Il chiostro accoglierà i partecipanti, riproponendo, durante le letture, la proiezione delle foto della performance di Nora Turato, artista croata, che per Manifesta 12, ha creato un installazione all’interno dell’oratorio decorato da Giacomo Serpotta. Inoltre, la performer palermitana Martina Martire si esibirà con un’azione scenica accompagnata dal sitar di Davide Lopes e le percussioni di Ferdinando Dante.

Restando in città, si può scegliere anche di osservare il cielo da Villa Filippina, dove, la sera di San Lorenzo, il planetario sarà aperto ed offrirà un fitto programma di osservazioni speciali. Chi preferisce, invece, guardare in un sol colpo, il centro storico dall’alto e il cielo stellato, potrà salire sulla Torre di San Nicolò all’Albergheria e lanciare un palloncino esprimendo un desiderio. Chi vuole invece perdersi nei vicoli del cuore della città, prevista anche una passeggiata sotto le stelle durante la quale saranno raccontate storie e leggende di personaggi che risuonano nella memoria collettiva dei palermitani, da Procopio Cutò a Giovanna Bonanno, dalla regina Giovanna d’Angiò al comico Ferrazzano. Per non dimenticare i luoghi che hanno segnato la storia di Palermo, da piazza Croce dei Vespri a via Materassai. Appuntamento davanti al Teatro Massimo, il 10 agosto alle 20,45.

Facendo un salto fuori Palermo, invece, il Comune di Capaci, in collaborazione con l’Osservatorio astronomico del capoluogo, ha organizzato una serata per osservare le stelle dal belvedere di contrada Zercate. Sarà possibile ammirare Venere, Giove, Saturno e Marte, con i telescopi, insieme ad ammassi, nebulose e stelle cadenti, in compagnia dell’astrofisico Mario Giuseppe Guarcello. Nella vicina Isola delle Femmine, infine, si potrà assistere a “La notte di San Lorenzo alla Torre”, una sfilata in abiti medievali che partirà da piazza Vincenzo Enea e arriverà ai piedi della Torre del Senato, organizzata dall’associazione Bc Sicilia.

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La villa del “principe mago” torna a respirare

La storica residenza di Raniero Alliata di Pietratagliata, un tempo salotto mondano della nobiltà palermitana, dopo anni di abbandono e saccheggi, ha un nuovo proprietario

di Giulio Giallombardo

Era il regno esoterico del “principe mago” Raniero Alliata di Pietratagliata, adesso, dopo vent’anni di abbandono e saccheggi, potrebbe finalmente uscire dall’oblio. Da qualche mese la villa neogotica di via Serradifalco, a Palermo, ha un nuovo proprietario. È stata venduta all’asta lo scorso marzo, con un prezzo che partiva da 350mila euro, ma che pare sia lievitato fino a quasi 600mila. Chi l’ha acquistata non vuole ancora uscire allo scoperto, ma si tratterebbe di un imprenditore residente nella zona che ha voluto investire per dare un nuovo futuro a Villa Alliata di Pietratagliata, anche se sulla destinazione d’uso le bocche sono cucite.

Il primo segno tangibile di una possibile rinascita è, comunque, sotto gli occhi di tutti. Da un paio di settimane le piante infestanti che circondavano la villa sono sparite. Una squadra di giardinieri si è messa al lavoro per effettuare interventi di potatura e scerbatura nel giardino e adesso, seppur stretta tra i palazzi, la villa è tornata a respirare. Le operazioni di pulizia dovrebbero essere, comunque, propedeutiche alla stesura di un progetto di restauro, imprescindibile da qualunque tipo di utilizzo si voglia fare del bene. Sarebbe stato impossibile effettuare un qualsiasi rilievo sull’edificio, senza prima intervenire sulla vegetazione selvaggia che ormai aveva preso il sopravvento.

Nonostante la Regione non abbia più esercitato il diritto di prelazione, come aveva annunciato l’ex assessore ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, dopo la vendita all’asta, resta alta l’attenzione della Soprintendenza di Palermo. “Il bene è vincolato, dunque qualsiasi tipo di previsione sulla destinazione d’uso, dovrà essere compatibile con la natura del vincolo, – spiega il soprintendente Lina Bellanca a Le Vie dei Tesori News – ho incontrato il proprietario e avevamo già discusso della pulizia del giardino, adesso aspettiamo che il progetto di restauro diventi concreto. Il nostro auspicio, ovviamente, è che almeno il giardino o alcune parti del bene, possano essere fruite dai cittadini, sarebbe importante in un quartiere che non ha molti spazi da questo punto di vista e credo che l’intenzione del proprietario vada in questa direzione”.

Se la villa diventerà un museo, uno spazio culturale o addirittura una casa di riposo di lusso per anziani – come serpeggia sui social network, tra i commenti di una pagina dedicata al monumento –  ancora è prematuro dirlo. La cosa certa è che il “diamante” di via Serradifalco, in cui visse fino al 1979 il teosofo e spiritista Raniero, salotto mondano della nobiltà palermitana, frequentato da intellettuali del calibro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lucio Piccolo e Bent Parodi, adesso ha un nuovo proprietario che sembra intenzionato a scrivere nuove pagine sul bene.

Villa Alliata, gioiello del neogotico palermitano, oggi è in agonia. L’edificio è fatiscente e gli interni sono stati depredati negli anni. Alla morte di Raniero, il bene fu ereditato dalla famiglia Chiaramonte Bordonaro e poi acquistato da Francesco Sbeglia, imprenditore in odor di mafia. Poi la villa fu sequestrata e posta in amministrazione giudiziaria. Più volte messa all’asta, soltanto adesso ha trovato un acquirente, ma per il restauro ci vorranno circa 2 milioni di euro. I fondi europei ci sarebbero, ciò di cui non si sa nulla sono le intenzioni della nuova proprietà. Un mistero nella residenza del “principe mago”.

La storica residenza di Raniero Alliata di Pietratagliata, un tempo salotto mondano della nobiltà palermitana, dopo anni di abbandono e saccheggi, ha un nuovo proprietario

di Giulio Giallombardo

Era il regno esoterico del “principe mago” Raniero Alliata di Pietratagliata, adesso, dopo vent’anni di abbandono e saccheggi, potrebbe finalmente uscire dall’oblio. Da qualche mese la villa neogotica di via Serradifalco, a Palermo, ha un nuovo proprietario. È stata venduta all’asta lo scorso marzo, con un prezzo che partiva da 350mila euro, ma che pare sia lievitato fino a quasi 600mila. Chi l’ha acquistata non vuole ancora uscire allo scoperto, ma si tratterebbe di un imprenditore residente nella zona che ha voluto investire per dare un nuovo futuro a Villa Alliata di Pietratagliata, anche se sulla destinazione d’uso le bocche sono cucite.

Il primo segno tangibile di una possibile rinascita è, comunque, sotto gli occhi di tutti. Da un paio di settimane le piante infestanti che circondavano la villa sono sparite. Una squadra di giardinieri si è messa al lavoro per effettuare interventi di potatura e scerbatura nel giardino e adesso, seppur stretta tra i palazzi, la villa è tornata a respirare. Le operazioni di pulizia dovrebbero essere, comunque, propedeutiche alla stesura di un progetto di restauro, imprescindibile da qualunque tipo di utilizzo si voglia fare del bene. Sarebbe stato impossibile effettuare un qualsiasi rilievo sull’edificio, senza prima intervenire sulla vegetazione selvaggia che ormai aveva preso il sopravvento.

Nonostante la Regione non abbia più esercitato il diritto di prelazione, come aveva annunciato l’ex assessore ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, dopo la vendita all’asta, resta alta l’attenzione della Soprintendenza di Palermo. “Il bene è vincolato, dunque qualsiasi tipo di previsione sulla destinazione d’uso, dovrà essere compatibile con la natura del vincolo, – spiega il soprintendente Lina Bellanca a Le Vie dei Tesori News – ho incontrato il proprietario e avevamo già discusso della pulizia del giardino, adesso aspettiamo che il progetto di restauro diventi concreto. Il nostro auspicio, ovviamente, è che almeno il giardino o alcune parti del bene, possano essere fruite dai cittadini, sarebbe importante in un quartiere che non ha molti spazi da questo punto di vista e credo che l’intenzione del proprietario vada in questa direzione”.

Se la villa diventerà un museo, uno spazio culturale o addirittura una casa di riposo di lusso per anziani – come serpeggia sui social network, tra i commenti di una pagina dedicata al monumento –  ancora è prematuro dirlo. La cosa certa è che il “diamante” di via Serradifalco, in cui visse fino al 1979 il teosofo e spiritista Raniero, salotto mondano della nobiltà palermitana, frequentato da intellettuali del calibro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lucio Piccolo e Bent Parodi, adesso ha un nuovo proprietario che sembra intenzionato a scrivere nuove pagine sul bene.

Villa Alliata, gioiello del neogotico palermitano, oggi è in agonia. L’edificio è fatiscente e gli interni sono stati depredati negli anni. Alla morte di Raniero, il bene fu ereditato dalla famiglia Chiaramonte Bordonaro e poi acquistato da Francesco Sbeglia, imprenditore in odor di mafia. Poi la villa fu sequestrata e posta in amministrazione giudiziaria. Più volte messa all’asta, soltanto adesso ha trovato un acquirente, ma per il restauro ci vorranno circa 2 milioni di euro. I fondi europei ci sarebbero, ciò di cui non si sa nulla sono le intenzioni della nuova proprietà. Un mistero nella residenza del “principe mago”.

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La visionaria “officina” di Croce Taravella

Il pittore siciliano, dopo tanti anni, torna a esporre a Castellana Sicula, sulle Madonie, dove ha il suo atelier. Ci sono quadri e sculture realizzate nell’arco di vent’anni, che dialogano con lampade vintage, poltroncine in stile barocco, auto e manufatti siderurgici, esposti in un originale allestimento industriale

di Giulio Giallombardo

È l’antro di un alchimista metropolitano, dove macchie di colore diventano scorci urbani, volti e architetture che affiorano tra luci e ombre. L’allestimento, sospeso fra il barocco e il vintage, di “Contrazioni e Interazioni”, la nuova mostra che Croce Taravella ha inaugurato pochi giorni fa nella sua Castellana Sicula, non è un contenitore scisso dalle opere dell’artista, ma ne è parte integrante.

Il pittore siciliano, dopo tanti anni, torna dunque ad esporre nel paese madonita, dove ha il suo atelier e in cui è nata gran parte della sua produzione artistica. Fuori da ogni convenzione museale, le oltre cinquanta opere in mostra, “arredano” un’ex officina dismessa. Ci sono quadri e sculture realizzate nell’arco di vent’anni, che dialogano con lampade vintage, poltroncine in stile seicentesco, manufatti siderurgici, auto e parti di motore. Le ex officine Romano, nell’allestimento di Ninni Arcuri, si sono trasformate in uno spazio perturbante e visionario, eccessivo e claustrofobico, dove tele, allumini e carte dell’archivio personale del pittore, prendono nuova vita in una galleria d’arte dallo stile industriale.

In questo turbinio di pennellate dai cromatismi accesi, tipici dello stile espressionista di Taravella, spuntano anche due anteprime assolute. Si tratta di un paio di opere recenti mai esposte prima d’ora: un piccolo “preludio” della mostra personale “Cronotipi” che sarà allestita a settembre nelle sale di Palazzo Riso, a Palermo. “Saranno esposti i nuovi lavori realizzati negli ultimi due anni – spiega Taravella a Le Vie dei Tesori News – si tratta di spazi, volti, paesaggi, città, stessi luoghi ma visti da prospettive diverse e in tempi che poi vanno a ricongiungersi, come se fosse un po’ il racconto della mia vita”.

Intanto, in attesa del ritorno a Palermo, al vernissage della mostra castellanese, organizzata dall’amministrazione comunale, è stato presente il pubblico delle grandi occasioni: a tagliare il nastro, l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, con la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca e la direttrice del Polo museale regionale di arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso, Valeria Li Vigni. “Il merito dell’originalità dell’allestimento – sottolinea Taravella – è di Ninni Arcuri cui ho messo a disposizione tutte le opere presenti nel mio atelier, dal ciclo delle Contrazioni urbane, fino a quello dei briganti o delle città. Così è nato un allestimento che, richiamando il titolo della mostra, ha l’obiettivo d’interagire con i visitatori”. Interazioni che diventano dialogo tra spazio, oggetti e colore.

Il pittore siciliano, dopo tanti anni, torna a esporre a Castellana Sicula, sulle Madonie, dove ha il suo atelier. Ci sono quadri e sculture realizzate nell’arco di vent’anni, che dialogano con lampade vintage, poltroncine in stile barocco, auto e manufatti siderurgici, esposti in un originale allestimento industriale

di Giulio Giallombardo

È l’antro di un alchimista metropolitano, dove macchie di colore diventano scorci urbani, volti e architetture che affiorano tra luci e ombre. L’allestimento, sospeso fra il barocco e il vintage, di “Contrazioni e Interazioni”, la nuova mostra che Croce Taravella ha inaugurato pochi giorni fa nella sua Castellana Sicula, non è un contenitore scisso dalle opere dell’artista, ma ne è parte integrante.

Il pittore siciliano, dopo tanti anni, torna dunque ad esporre nel paese madonita, dove ha il suo atelier e in cui è nata gran parte della sua produzione artistica. Fuori da ogni convenzione museale, le oltre cinquanta opere in mostra, “arredano” un’ex officina dismessa. Ci sono quadri e sculture realizzate nell’arco di vent’anni, che dialogano con lampade vintage, poltroncine in stile seicentesco, manufatti siderurgici, auto e parti di motore. Le ex officine Romano, nell’allestimento di Ninni Arcuri, si sono trasformate in uno spazio perturbante e visionario, eccessivo e claustrofobico, dove tele, allumini e carte dell’archivio personale del pittore, prendono nuova vita in una galleria d’arte dallo stile industriale.

In questo turbinio di pennellate dai cromatismi accesi, tipici dello stile espressionista di Taravella, spuntano anche due anteprime assolute. Si tratta di un paio di opere recenti mai esposte prima d’ora: un piccolo “preludio” della mostra personale “Cronotipi” che sarà allestita a settembre nelle sale di Palazzo Riso, a Palermo. “Saranno esposti i nuovi lavori realizzati negli ultimi due anni – spiega Taravella a Le Vie dei Tesori News – si tratta di spazi, volti, paesaggi, città, stessi luoghi ma visti da prospettive diverse e in tempi che poi vanno a ricongiungersi, come se fosse un po’ il racconto della mia vita”.

Intanto, in attesa del ritorno a Palermo, al vernissage della mostra castellanese, organizzata dall’amministrazione comunale, è stato presente il pubblico delle grandi occasioni: a tagliare il nastro, l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, con la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca e la direttrice del Polo museale regionale di arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso, Valeria Li Vigni. “Il merito dell’originalità dell’allestimento – sottolinea Taravella – è di Ninni Arcuri cui ho messo a disposizione tutte le opere presenti nel mio atelier, dal ciclo delle Contrazioni urbane, fino a quello dei briganti o delle città. Così è nato un allestimento che, richiamando il titolo della mostra, ha l’obiettivo d’interagire con i visitatori”. Interazioni che diventano dialogo tra spazio, oggetti e colore.

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Lo scrigno nascosto dei beni culturali siciliani

Il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione custodisce un patrimonio di fotografie, filmati, registrazioni sonore, libri e documenti che insieme costituiscono la memoria storica dell’Isola

di Giulio Giallombardo

È la memoria storica dei beni culturali siciliani. Custodisce un patrimonio di fotografie, filmati, registrazioni sonore, libri e documenti che, messi insieme come tanti tasselli di un unico mosaico, evocano la complessa e stratificata identità della Sicilia. Parliamo del Cricd, acronimo di Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione grafica, cartografica, fotografica, aerofotogrammetrica, audiovisiva della Regione Siciliana. Un nome lungo e articolato, come i tanti gioielli che custodisce al suo interno.

Tecnicamente è un organo scientifico alle dipendenze dell’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e si occupa di studio, di ricerca e di organizzazione in materia di catalogazione e documentazione dei beni. È un organismo strumentale dotato di autonomia organizzativa e finanziaria, rappresentando sostanzialmente l’omologo dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione dello Stato.

Il Cricd, che si divide tra la sede dell’Albergo delle Povere, a Palermo, e quella di via Garzilli, ha il compito di coordinare le operazioni di catalogazione che vengono svolte nella Regione dagli istituti periferici che dipendono dal Dipartimento, cioè le soprintendenze, i musei e i poli museali. Custodisce tutti i vincoli apposti al patrimonio culturale siciliano ed è dotato di una serie di unità operative e servizi relativi alla fototeca regionale siciliana, la filmoteca, la nastroteca ed una biblioteca specializzata in catalogazione dei beni culturali.

Al suo interno si trovano centinaia di foto storiche, come i fondi Sommer, Arezzo Di Trifiletti, Bronzetti e Rutelli, per quanto riguarda la fotografia storica della seconda metà dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Molto ricco anche il patrimonio di documentazione filmica, come gli archivi dei fondi Ugo Saitta e Vittorio De Seta, o della Panaria Film, pionieristica esperienza cinematografica avviata dal principe Francesco Alliata negli anni ’50. Recentemente, – come vi abbiamo già raccontato – l’archivio si è arricchito anche del materiale audiovisivo del giornalista Mauro Rostagno, donato dalla sorella.

Preziosa anche la nastroteca che conserva importanti documenti sonori, come quelli dei concerti del Brass Group di Palermo, dagli anni ’70 ai ’90, o ancora, bobine in cui sono registrati canti popolari acquisiti dal Folkstudio.

Capitolo a parte, infine, la collaborazione del Cricd con il festival Le Vie dei Tesori nell’ultimo biennio. “Abbiamo documentato le attività di promozione svolte dal festival, in ambito palermitano – spiega il direttore del Cricd, Caterina Greco – seguendo le diverse aperture dei monumenti e raccogliendo del materiale documentario che adesso fa parte dei nostri archivi. Condividiamo lo spirito di raccordo costante tra il settore pubblico e il privato per valorizzare e far conoscere il patrimonio, compito che non può essere delegato solo alla pubblica amministrazione”.

Il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione custodisce un patrimonio di fotografie, filmati, registrazioni sonore, libri e documenti che insieme costituiscono la memoria storica dell’Isola

di Giulio Giallombardo

È la memoria storica dei beni culturali siciliani. Custodisce un patrimonio di fotografie, filmati, registrazioni sonore, libri e documenti che, messi insieme come tanti tasselli di un unico mosaico, evocano la complessa e stratificata identità della Sicilia. Parliamo del Cricd, acronimo di Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione grafica, cartografica, fotografica, aerofotogrammetrica, audiovisiva della Regione Siciliana. Un nome lungo e articolato, come i tanti gioielli che custodisce al suo interno.

Tecnicamente è un organo scientifico alle dipendenze dell’assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e si occupa di studio, di ricerca e di organizzazione in materia di catalogazione e documentazione dei beni. È un organismo strumentale dotato di autonomia organizzativa e finanziaria, rappresentando sostanzialmente l’omologo dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione dello Stato.

Il Cricd, che si divide tra la sede dell’Albergo delle Povere, a Palermo, e quella di via Garzilli, ha il compito di coordinare le operazioni di catalogazione che vengono svolte nella Regione dagli istituti periferici che dipendono dal Dipartimento, cioè le soprintendenze, i musei e i poli museali. Custodisce tutti i vincoli apposti al patrimonio culturale siciliano ed è dotato di una serie di unità operative e servizi relativi alla fototeca regionale siciliana, la filmoteca, la nastroteca ed una biblioteca specializzata in catalogazione dei beni culturali.

Al suo interno si trovano centinaia di foto storiche, come i fondi Sommer, Arezzo Di Trifiletti, Bronzetti e Rutelli, per quanto riguarda la fotografia storica della seconda metà dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Molto ricco anche il patrimonio di documentazione filmica, come gli archivi dei fondi Ugo Saitta e Vittorio De Seta, o della Panaria Film, pionieristica esperienza cinematografica avviata dal principe Francesco Alliata negli anni ’50. Recentemente, – come vi abbiamo già raccontato – l’archivio si è arricchito anche del materiale audiovisivo del giornalista Mauro Rostagno, donato dalla sorella.

Preziosa anche la nastroteca che conserva importanti documenti sonori, come quelli dei concerti del Brass Group di Palermo, dagli anni ’70 ai ’90, o ancora, bobine in cui sono registrati canti popolari acquisiti dal Folkstudio.

Capitolo a parte, infine, la collaborazione del Cricd con il festival Le Vie dei Tesori nell’ultimo biennio. “Abbiamo documentato le attività di promozione svolte dal festival, in ambito palermitano – spiega il direttore del Cricd, Caterina Greco – seguendo le diverse aperture dei monumenti e raccogliendo del materiale documentario che adesso fa parte dei nostri archivi. Condividiamo lo spirito di raccordo costante tra il settore pubblico e il privato per valorizzare e far conoscere il patrimonio, compito che non può essere delegato solo alla pubblica amministrazione”.

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L’eredità di Rostagno in un archivio “ritrovato”

Si avvicina il trentennale dell’omicidio del giornalista e la sua memoria è custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana: si tratta di 500 videocassette con le sue inchieste. E non solo…

di Giulio Giallombardo

Una vita racchiusa in metri e metri di nastri, dall’intimità familiare alle inchieste scomode che hanno portato alla morte. Si avvicina il trentennale dell’omicidio di Mauro Rostagno e la sua memoria, custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana con oltre 500 videocassette tutte digitalizzate, torna ad affiorare tra i chiaroscuri del nuovo millennio.

Il 26 settembre del 1988, il giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – fu freddato con due colpi di fucile da caccia ed altrettanti sparati da una pistola calibro 38, in un agguato mafioso, mentre era a bordo della sua Fiat Duna. Da qualche anno, il suo materiale di lavoro, ore e ore d’inchieste e servizi andati in onda sull’emittente trapanese Rtc, ma anche tanti appunti scritti che rischiavano di finire nell’oblio, è stato donato dalla sorella Carla Rostagno al Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana.

Quest’anno, in vista dell’anniversario dell’omicidio, sarà per la prima volta proiettato pubblicamente a Palermo, il documentario “La rivoluzione in onda”, girato nel 2015 dal regista siciliano Alberto Castiglione, che ripercorre le tappe salienti della vita di Rostagno, raccontandone l’attività giornalistica e prendendo spunto dal ritrovamento di alcune cassette che erano sparite nel nulla, smagnetizzate e scomparse insieme ad altri documenti sensibili. Tutto materiale che adesso fa parte dell’archivio del Cricd.

ll documentario è stato già presentato un paio di anni fa nel capoluogo siciliano, nel corso di un incontro all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, dunque rivolto ad una platea più ristretta. Quest’anno, invece, l’intenzione è quella di proiettarlo con un evento aperto a tutti, in occasione del trentennale della morte del giornalista.

“Vorremmo regalare ai cittadini palermitani la visione di questo importante documentario su Rostagno – spiega a Le Vie dei Tesori News, Laura Cappugi, direttrice della Filmoteca regionale siciliana – presentato in anteprima nazionale al Dig Awards nel 2015. È un’opera fondamentale per far conoscere il lavoro del giornalista, custodito oggi nel nostro archivio. Conserviamo molte inchieste che Rostagno realizzò sul degrado ambientale, sul problema dell’approvvigionamento idrico, e anche diversi servizi dedicati alla politica, come quello legato allo scandalo del bilancio segreto del Comune di Trapani”.

Nel corpus del Fondo Rostagno, anche una storica intervista a Leonardo Sciascia, sulle Brigate Rosse e gli “anni di piombo” e un’altra a Paolo Borsellino sulla famigerata raffineria della droga ad Alcamo. Storie di un altro secolo, ma che conservano l’eternità dei classici, raccontate con lo stile diretto e asciutto di una voce critica che ha smesso fin troppo presto di parlare.

Si avvicina il trentennale dell’omicidio del giornalista e la sua memoria è custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana: si tratta di 500 videocassette con le sue inchieste. E non solo…

di Giulio Giallombardo

Una vita racchiusa in metri e metri di nastri, dall’intimità familiare alle inchieste scomode che hanno portato alla morte. Si avvicina il trentennale dell’omicidio di Mauro Rostagno e la sua memoria, custodita nell’archivio della Filmoteca regionale siciliana con oltre 500 videocassette tutte digitalizzate, torna ad affiorare tra i chiaroscuri del nuovo millennio.

Il 26 settembre del 1988, il giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – fu freddato con due colpi di fucile da caccia ed altrettanti sparati da una pistola calibro 38, in un agguato mafioso, mentre era a bordo della sua Fiat Duna. Da qualche anno, il suo materiale di lavoro, ore e ore d’inchieste e servizi andati in onda sull’emittente trapanese Rtc, ma anche tanti appunti scritti che rischiavano di finire nell’oblio, è stato donato dalla sorella Carla Rostagno al Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana.

Quest’anno, in vista dell’anniversario dell’omicidio, sarà per la prima volta proiettato pubblicamente a Palermo, il documentario “La rivoluzione in onda”, girato nel 2015 dal regista siciliano Alberto Castiglione, che ripercorre le tappe salienti della vita di Rostagno, raccontandone l’attività giornalistica e prendendo spunto dal ritrovamento di alcune cassette che erano sparite nel nulla, smagnetizzate e scomparse insieme ad altri documenti sensibili. Tutto materiale che adesso fa parte dell’archivio del Cricd.

ll documentario è stato già presentato un paio di anni fa nel capoluogo siciliano, nel corso di un incontro all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, dunque rivolto ad una platea più ristretta. Quest’anno, invece, l’intenzione è quella di proiettarlo con un evento aperto a tutti, in occasione del trentennale della morte del giornalista.

“Vorremmo regalare ai cittadini palermitani la visione di questo importante documentario su Rostagno – spiega a Le Vie dei Tesori News, Laura Cappugi, direttrice della Filmoteca regionale siciliana – presentato in anteprima nazionale al Dig Awards nel 2015. È un’opera fondamentale per far conoscere il lavoro del giornalista, custodito oggi nel nostro archivio. Conserviamo molte inchieste che Rostagno realizzò sul degrado ambientale, sul problema dell’approvvigionamento idrico, e anche diversi servizi dedicati alla politica, come quello legato allo scandalo del bilancio segreto del Comune di Trapani”.

Nel corpus del Fondo Rostagno, anche una storica intervista a Leonardo Sciascia, sulle Brigate Rosse e gli “anni di piombo” e un’altra a Paolo Borsellino sulla famigerata raffineria della droga ad Alcamo. Storie di un altro secolo, ma che conservano l’eternità dei classici, raccontate con lo stile diretto e asciutto di una voce critica che ha smesso fin troppo presto di parlare.

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Ballarò diventa una tela da dipingere

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

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Selinunte, il grano va a nozze con la storia

Al via la mietitura all’interno del Parco archeologico, il raccolto servirà a produrre semola per cous cous, farina, pasta e anche legumi

di Giulio Giallombardo

Una festa del grano all’ombra dei templi. E’ il “Selinunte Day”, che ha dato il via alla mietitura all’interno del Parco archeologico. Un rito antico che guarda al futuro, perché il grano raccolto servirà per produrre semola per cous cous, farina e pasta con il logo del Parco. Ben nove ettari di grano duro siciliano, della varietà Russello, Tumminia, Perciasacchi e l’antichissimo Monococco, ritrovato all’interno della Grotta dell’Uzzo, uno dei più importanti siti preistorici della Sicilia, nella Riserva dello Zingaro.

Ma la produzione non riguarda solo il grano, perché quest’anno, protagonisti saranno anche i legumi, con ceci della varietà Sultano e Pascià, e anche lenticchie seminate per oltre un ettaro di terreno. La raccolta, tra grano e legumi, interessa complessivamente ben 10 ettari di terreno. Un vero e proprio valore aggiunto, fiore all’occhiello di una delle aree archeologiche più grandi d’Europa.

Quello appena celebrato è un vero e proprio matrimonio tra agricoltura e archeologia. Da un lato, l’esaltazione del legame con la terra e i suoi frutti, dall’altro la presentazione dei nuovi “tesori” dell’antica Selinus. L’archeologo Clemente Marconi della New York University e della Statale di Milano, ha illustrato i risultati dell’ultima campagna di scavi che si è conclusa pochi giorni fa. “Sono state portate alla luce – spiega – due nuove installazioni cultuali in prossimità del Tempio R con materiale votivo. Si tratta di una struttura rettangolare e una circolare, subito davanti alla fronte del Tempio R, con associata abbondante ceramica locale e d’importazione risalente alla prima generazione di vita della colonia greca, oggetti di ornamento personale in bronzo e un frammento di un idioletto femminile in terracotta”.

Ha puntato invece sul legame tra cibo e storia, il direttore del Parco archeologico di Selinunte, Enrico Caruso: “Recuperare ciò che hanno mangiato i nostri antenati non sarebbe male – ha affermato – . La logica è quella di fare del vasto e  grande territorio selinuntino un’azienda che produca. Il paesaggio agricolo che noi riportiamo nuovamente al centro dell’attenzione ci consente di dare a Selinunte la cornice giusta, tra archeologia e agricoltura”.

Al via la mietitura all’interno del Parco archeologico, il raccolto servirà a produrre semola per cous cous, farina, pasta e anche legumi

di Giulio Giallombardo

Una festa del grano all’ombra dei templi. E’ il “Selinunte Day”, che ha dato il via alla mietitura all’interno del Parco archeologico. Un rito antico che guarda al futuro, perché il grano raccolto servirà per produrre semola per cous cous, farina e pasta con il logo del Parco. Ben nove ettari di grano duro siciliano, della varietà Russello, Tumminia, Perciasacchi e l’antichissimo Monococco, ritrovato all’interno della Grotta dell’Uzzo, uno dei più importanti siti preistorici della Sicilia, nella Riserva dello Zingaro.

Ma la produzione non riguarda solo il grano, perché quest’anno, protagonisti saranno anche i legumi, con ceci della varietà Sultano e Pascià, e anche lenticchie seminate per oltre un ettaro di terreno. La raccolta, tra grano e legumi, interessa complessivamente ben 10 ettari di terreno. Un vero e proprio valore aggiunto, fiore all’occhiello di una delle aree archeologiche più grandi d’Europa.

Quello appena celebrato è un vero e proprio matrimonio tra agricoltura e archeologia. Da un lato, l’esaltazione del legame con la terra e i suoi frutti, dall’altro la presentazione dei nuovi “tesori” dell’antica Selinus. L’archeologo Clemente Marconi della New York University e della Statale di Milano, ha illustrato i risultati dell’ultima campagna di scavi che si è conclusa pochi giorni fa. “Sono state portate alla luce – spiega – due nuove installazioni cultuali in prossimità del Tempio R con materiale votivo. Si tratta di una struttura rettangolare e una circolare, subito davanti alla fronte del Tempio R, con associata abbondante ceramica locale e d’importazione risalente alla prima generazione di vita della colonia greca, oggetti di ornamento personale in bronzo e un frammento di un idioletto femminile in terracotta”.

Ha puntato invece sul legame tra cibo e storia, il direttore del Parco archeologico di Selinunte, Enrico Caruso: “Recuperare ciò che hanno mangiato i nostri antenati non sarebbe male – ha affermato – . La logica è quella di fare del vasto e  grande territorio selinuntino un’azienda che produca. Il paesaggio agricolo che noi riportiamo nuovamente al centro dell’attenzione ci consente di dare a Selinunte la cornice giusta, tra archeologia e agricoltura”.

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Torna a pulsare il cuore del Castello Maniace

Riaperta al pubblico, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, la sala ipostila del maniero siracusano. Un progetto da 3,6 milioni di euro che ha reso più ricco il patrimonio monumentale della città

di Giulio Giallombardo

Un gioco di luci e ombre, tra colonne e volte a crociera. Torna a “pulsare”, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, il cuore del Castello Maniace di Siracusa: la sala ipostila, ovvero l’area centrale dell’edificio il cui tetto è sorretto da pilastri, il termine, infatti, deriva dal greco e significa letteralmente “sotto le colonne”. La sala è stata riaperta grazie al Dipartimento della Protezione civile, che ha finanziato un progetto da 3,6 milioni di euro, realizzato dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Siracusa.

Nel 2009 i protagonisti furono i capi di Stato del G8 Ambiente, riuniti nel salone dello storico maniero federiciano. Questa volta sono stati i cittadini siracusani ad ammirare capitelli, intarsi e decori lapidei della sala, restaurati con moderne tecnologie laser. Un complesso equilibrio di forze contrapposte a contenere le spinte della volta, è stato alla base del lavoro dell’architetto Mariella Muti e dell’ingegnere Ranieri Meloni, funzionari della Soprintendenza che hanno elaborato il progetto antisismico.

In un primo momento era stata prevista, al posto di una parte del volume murario degli speroni settecenteschi, una nuova struttura metallica capace di aumentare la stabilità del monumento. Successivamente, in corso d’opera, è stato elaborato, per ridurre l’impatto, un ulteriore intervento per il rafforzamento della facciata, eseguito insieme alla facoltà di architettura dell’Università di Siracusa, con cui era stata stipulata una convenzione. Ai lati di ogni contrafforte, dunque, sono state installate coppie di barre d’acciaio, per contenerne la spinta. Inoltre, è stato realizzato un camminamento nel fossato, tra il piazzale del castello e l’area della Vignazza, e tra la porta sud e i bastioni. Nel corso dell’inaugurazione, infine, è stata scoperta una stele fatta realizzare dal comitato degli Stauferfreunde e dedicata a Federico II, “nume tutelare” del castello.

“Questa inaugurazione segna un importante traguardo per le opere che da un trentennio interessano il monumento svevo più significativo della Sicilia orientale – afferma Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni culturali di Siracusa – . Il restauro è soprattutto conservazione e da oggi, un altro fondamentale obbiettivo può considerarsi pienamente conseguito, ovvero il consolidamento strutturale. Non c’è un punto di arrivo conclusivo in materia di restauro ed in questo caso, meno che mai, data la ricchezza e complessità di Castello Maniace. Sono in programma altri progetti di restauro e valorizzazione per rendere fruibili quelle specificità che permettono di annoverare il monumento tra le architetture medievali di maggiore rilievo artistico. Si tratterà di piccoli cantieri che si spera di potere rendere visitabili anche in corso d’opera”.

Tornano, dunque, ad accendersi i riflettori, su uno dei simboli più noti di Siracusa. Il Castello Maniace, che sorge strategicamente sull’ultimo lembo dell’isolotto di Ortigia, è quotidianamente meta di centinaia di turisti. L’anno scorso il monumento, inserito tra i siti del festival “Le Vie dei Tesori”, è stato il più visitato nel capoluogo aretuseo. Il restauro della sala ipostila, adesso, è un ennesimo tassello che va ad aggiungersi al ricco patrimonio monumentale della città.

Riaperta al pubblico, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, la sala ipostila del maniero siracusano. Un progetto da 3,6 milioni di euro che ha reso più ricco il patrimonio monumentale della città

di Giulio Giallombardo

Un gioco di luci e ombre, tra colonne e volte a crociera. Torna a “pulsare”, dopo il restauro e l’adeguamento sismico, il cuore del Castello Maniace di Siracusa: la sala ipostila, ovvero l’area centrale dell’edificio il cui tetto è sorretto da pilastri, il termine, infatti, deriva dal greco e significa letteralmente “sotto le colonne”. La sala è stata riaperta grazie al Dipartimento della Protezione civile, che ha finanziato un progetto da 3,6 milioni di euro, realizzato dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Siracusa.

Nel 2009 i protagonisti furono i capi di Stato del G8 Ambiente, riuniti nel salone dello storico maniero federiciano. Questa volta sono stati i cittadini siracusani ad ammirare capitelli, intarsi e decori lapidei della sala, restaurati con moderne tecnologie laser. Un complesso equilibrio di forze contrapposte a contenere le spinte della volta, è stato alla base del lavoro dell’architetto Mariella Muti e dell’ingegnere Ranieri Meloni, funzionari della Soprintendenza che hanno elaborato il progetto antisismico.

In un primo momento era stata prevista, al posto di una parte del volume murario degli speroni settecenteschi, una nuova struttura metallica capace di aumentare la stabilità del monumento. Successivamente, in corso d’opera, è stato elaborato, per ridurre l’impatto, un ulteriore intervento per il rafforzamento della facciata, eseguito insieme alla facoltà di architettura dell’Università di Siracusa, con cui era stata stipulata una convenzione. Ai lati di ogni contrafforte, dunque, sono state installate coppie di barre d’acciaio, per contenerne la spinta. Inoltre, è stato realizzato un camminamento nel fossato, tra il piazzale del castello e l’area della Vignazza, e tra la porta sud e i bastioni. Nel corso dell’inaugurazione, infine, è stata scoperta una stele fatta realizzare dal comitato degli Stauferfreunde e dedicata a Federico II, “nume tutelare” del castello.

“Questa inaugurazione segna un importante traguardo per le opere che da un trentennio interessano il monumento svevo più significativo della Sicilia orientale – afferma Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni culturali di Siracusa – . Il restauro è soprattutto conservazione e da oggi, un altro fondamentale obbiettivo può considerarsi pienamente conseguito, ovvero il consolidamento strutturale. Non c’è un punto di arrivo conclusivo in materia di restauro ed in questo caso, meno che mai, data la ricchezza e complessità di Castello Maniace. Sono in programma altri progetti di restauro e valorizzazione per rendere fruibili quelle specificità che permettono di annoverare il monumento tra le architetture medievali di maggiore rilievo artistico. Si tratterà di piccoli cantieri che si spera di potere rendere visitabili anche in corso d’opera”.

Tornano, dunque, ad accendersi i riflettori, su uno dei simboli più noti di Siracusa. Il Castello Maniace, che sorge strategicamente sull’ultimo lembo dell’isolotto di Ortigia, è quotidianamente meta di centinaia di turisti. L’anno scorso il monumento, inserito tra i siti del festival “Le Vie dei Tesori”, è stato il più visitato nel capoluogo aretuseo. Il restauro della sala ipostila, adesso, è un ennesimo tassello che va ad aggiungersi al ricco patrimonio monumentale della città.

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Borgo Schirò, quell’antico paradiso perduto

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

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Quella luce a Capo Gallo può tornare a splendere

Dopo decenni di attesa, è stato firmato l’accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del demanio che ha dato in concessione il bene al Comune. Ecco che cosa prevede il progetto da settecentomila euro per farne un centro di educazione ambientale

di Giulio Giallombardo

Un buio lungo più di vent’anni che potrebbe presto lasciare il posto a una nuova luce. Qualcosa comincia a muoversi per il recupero del faro di Capo Gallo, che il Comune di Palermo vuole trasformare in un centro di educazione ambientale. L’obiettivo è farne una cerniera tra l’area marina protetta e la riserva naturale orientata, un ponte tra mare e terra che possa finalmente lasciarsi l’oscurità alle spalle, dopo anni di abbandono. Tappa decisiva, la firma pochi giorni fa di un accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del Demanio, che ha dato finalmente in concessione il bene al Comune per diciannove anni, nell’ambito del progetto Valore Paese-Fari.

Guardandoli oggi, non è facile immaginare che un giorno non troppo lontano gli ambienti fatiscenti che circondano il faro, collocato a metà strada tra Mondello e Sferracavallo, possano ospitare un centro d’educazione ambientale all’avanguardia, con tanto di sale acquariologiche. Un progetto da settecentomila euro con fondi provenienti sia dal ministero dell’Ambiente che dalla Regione siciliana. Dunque, nonostante un’attesa ultradecennale, tutto lascia presagire che questa sia la volta buona. A partire dall’imprescindibile messa in sicurezza del costone roccioso di monte Gallo che sovrasta la struttura, per cui c’è già una previsione finanziaria e si sta procedendo alla progettazione, come conferma il vicesindaco di Palermo, Sergio Marino. “Si tratta di un lavoro strategico importante per il territorio, una scelta sulla quale abbiamo investito – ha spiegato – perché la riteniamo di grande spessore, sia per la riserva terrestre, che per l’area marina”.

Punto di partenza sarà il vecchio progetto del 2005, che sarà ampliato per rendere l’operazione di recupero ancora più definitiva. Si procederà in due fasi: la prima servirà al recupero strutturale dell’immobile, che versa in totale stato di abbandono; con la seconda, invece, si allestirà il tanto atteso centro di educazione ambientale, un osservatorio sulla biodiversità marina.

“Il centro di accoglienza e di educazione ambientale permanente, – spiegano i tecnici che si sono occupati del progetto preliminare – dovrebbe avere le caratteristiche di un piccolo centro acquariologico e ospitare, nelle sue sale, riproduzioni dal vivo dei diversi ambienti marini e sottomarini della riserva. L’originalità – sottolineano i tecnici – sta in una perfetta sintesi tra la suggestione di un antico edificio, tipica degli acquari storici, e la spettacolarità delle nuove tecnologie degli acquari tipo quello di Genova, il tutto in un contesto sostenibile, che vede il riutilizzo di una struttura in disuso collocata in posizione strategica”.

Non a caso, il primo progetto del 2005 era stato rivisto e implementato dagli esperti dell’acquario del capoluogo ligure, rendendolo ancora più all’avanguardia. Il “nuovo” faro di Capo Gallo – come immaginato nel progetto preliminare – avrà un centro d’accoglienza che sarà realizzato nel piccolo edificio davanti al cancello d’ingresso, con uffici e infopoint. Nel corpo centrale, a sinistra del faro, due sale riprodurranno ambienti marini. Nella prima, chiamata “la grotta”, lo spazio sarà interamente rivestito di roccia e avrà due vasche: una al soffitto, con finestra trasparente in materiale acrilico e cupole per “vedere” il mare dall’interno, e un’altra vasca tradizionale. Nella seconda sala, invece, sarà riprodotta la costa mediterranea.

A destra del faro sorgerà una vasca tattile, all’interno della quale sarà possibile accarezzare i pesci, oltre che osservarli. Accanto ci sarà una sala congressi, con biblioteca e museo, poi un’aula con postazioni interattive, computer e acquario virtuale, e ancora, un laboratorio per lo studio del fitoplancton, una vasca delle meduse e, per finire, la cosiddetta “stanza delle meraviglie”, ovvero un ambiente multimediale con un operatore che guiderà i visitatori ad esperienze interattive sulla vita degli organismi marini e terrestri. All’esterno un altro percorso di grandi vasche aperte dedicate all’ambiente pelagico, un vero e proprio tunnel, che ospiterà specie come leccie, ricciole e pesci balestra, mentre nella zona rocciosa si potranno ammirare pesci costieri come cernie, murene, scorfani e dentici. Completerà il tutto, infine, un punto di ristoro con un bar e tavolini all’aperto. Insomma, il faro di Capo Gallo potrebbe diventare un gioiello ecologico nel cuore del Mediterraneo. La rotta sembra tracciata, questa volta basterà navigare dritto per non naufragare di nuovo.

Dopo decenni di attesa, è stato firmato l’accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del demanio che ha dato in concessione il bene al Comune. Ecco che cosa prevede il progetto da settecentomila euro per farne un centro di educazione ambientale

di Giulio Giallombardo

Un buio lungo più di vent’anni che potrebbe presto lasciare il posto a una nuova luce. Qualcosa comincia a muoversi per il recupero del faro di Capo Gallo, che il Comune di Palermo vuole trasformare in un centro di educazione ambientale. L’obiettivo è farne una cerniera tra l’area marina protetta e la riserva naturale orientata, un ponte tra mare e terra che possa finalmente lasciarsi l’oscurità alle spalle, dopo anni di abbandono. Tappa decisiva, la firma pochi giorni fa di un accordo tra l’amministrazione e l’Agenzia del Demanio, che ha dato finalmente in concessione il bene al Comune per diciannove anni, nell’ambito del progetto Valore Paese-Fari.

Guardandoli oggi, non è facile immaginare che un giorno non troppo lontano gli ambienti fatiscenti che circondano il faro, collocato a metà strada tra Mondello e Sferracavallo, possano ospitare un centro d’educazione ambientale all’avanguardia, con tanto di sale acquariologiche. Un progetto da settecentomila euro con fondi provenienti sia dal ministero dell’Ambiente che dalla Regione siciliana. Dunque, nonostante un’attesa ultradecennale, tutto lascia presagire che questa sia la volta buona. A partire dall’imprescindibile messa in sicurezza del costone roccioso di monte Gallo che sovrasta la struttura, per cui c’è già una previsione finanziaria e si sta procedendo alla progettazione, come conferma il vicesindaco di Palermo, Sergio Marino. “Si tratta di un lavoro strategico importante per il territorio, una scelta sulla quale abbiamo investito – ha spiegato – perché la riteniamo di grande spessore, sia per la riserva terrestre, che per l’area marina”.

Punto di partenza sarà il vecchio progetto del 2005, che sarà ampliato per rendere l’operazione di recupero ancora più definitiva. Si procederà in due fasi: la prima servirà al recupero strutturale dell’immobile, che versa in totale stato di abbandono; con la seconda, invece, si allestirà il tanto atteso centro di educazione ambientale, un osservatorio sulla biodiversità marina.

“Il centro di accoglienza e di educazione ambientale permanente, – spiegano i tecnici che si sono occupati del progetto preliminare – dovrebbe avere le caratteristiche di un piccolo centro acquariologico e ospitare, nelle sue sale, riproduzioni dal vivo dei diversi ambienti marini e sottomarini della riserva. L’originalità – sottolineano i tecnici – sta in una perfetta sintesi tra la suggestione di un antico edificio, tipica degli acquari storici, e la spettacolarità delle nuove tecnologie degli acquari tipo quello di Genova, il tutto in un contesto sostenibile, che vede il riutilizzo di una struttura in disuso collocata in posizione strategica”.

Non a caso, il primo progetto del 2005 era stato rivisto e implementato dagli esperti dell’acquario del capoluogo ligure, rendendolo ancora più all’avanguardia. Il “nuovo” faro di Capo Gallo – come immaginato nel progetto preliminare – avrà un centro d’accoglienza che sarà realizzato nel piccolo edificio davanti al cancello d’ingresso, con uffici e infopoint. Nel corpo centrale, a sinistra del faro, due sale riprodurranno ambienti marini. Nella prima, chiamata “la grotta”, lo spazio sarà interamente rivestito di roccia e avrà due vasche: una al soffitto, con finestra trasparente in materiale acrilico e cupole per “vedere” il mare dall’interno, e un’altra vasca tradizionale. Nella seconda sala, invece, sarà riprodotta la costa mediterranea.

A destra del faro sorgerà una vasca tattile, all’interno della quale sarà possibile accarezzare i pesci, oltre che osservarli. Accanto ci sarà una sala congressi, con biblioteca e museo, poi un’aula con postazioni interattive, computer e acquario virtuale, e ancora, un laboratorio per lo studio del fitoplancton, una vasca delle meduse e, per finire, la cosiddetta “stanza delle meraviglie”, ovvero un ambiente multimediale con un operatore che guiderà i visitatori ad esperienze interattive sulla vita degli organismi marini e terrestri. All’esterno un altro percorso di grandi vasche aperte dedicate all’ambiente pelagico, un vero e proprio tunnel, che ospiterà specie come leccie, ricciole e pesci balestra, mentre nella zona rocciosa si potranno ammirare pesci costieri come cernie, murene, scorfani e dentici. Completerà il tutto, infine, un punto di ristoro con un bar e tavolini all’aperto. Insomma, il faro di Capo Gallo potrebbe diventare un gioiello ecologico nel cuore del Mediterraneo. La rotta sembra tracciata, questa volta basterà navigare dritto per non naufragare di nuovo.

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