I testamenti dei grandi si mettono in mostra

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

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Isola delle Femmine ancora in vendita, ma il prezzo scende

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualunque altra destinazione coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualcos’altro sia coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

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Il film su Rostagno a trent’anni dalla morte

Per commemorare il giornalista ucciso dalla mafia, il 25 settembre verrà proiettato al Teatro Garibaldi di Palermo, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”

di Giulio Giallombardo

Una storia che ne racconta tante. Frammenti di un mosaico che non è mai stato completato, distrutto ancor prima che qualcosa potesse venire alla luce. Trent’anni sono passati senza il coraggio e la passione civile di Mauro Rostagno, che con le sue inchieste raccontò gli intrecci tra mafia, politica e colletti bianchi nella Trapani degli anni Ottanta. Per la sua sfida al crimine, pagò con la morte, ucciso in un agguato il 26 settembre del 1988 nelle campagne trapanesi, vicino alla comunità Saman, che aveva fondato pochi anni prima.

Per celebrare il trentennale della morte del giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – verrà proiettato a Palermo, per la prima volta pubblicamente in città, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”, già presentato qualche anno fa all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, davanti ad una platea più ristretta. Si tratta di un lavoro articolato, realizzato nel 2016 in collaborazione con la Filmoteca regionale siciliana, che racconta la vicenda professionale di Rostagno attraverso il recupero del suo archivio, tra cui le videocassette dei servizi andati in onda per Rtc, la piccola emittente trapanese per cui Rostagno lavorava.

Il film, che sarà proiettato martedì 25 settembre alle 20, al Teatro Garibaldi, grazie a una sinergia tra Le Vie dei Tesori, il Cricd e Manifesta 12, racconta la storia del ritrovamento dei nastri, in parte ormai quasi inutilizzabili, e del lavoro di recupero della documentazione, grazie a cui successivamente fu riaperto il processo, che poi portò alla condanna del mandante dell’omicidio del giornalista. Una storia, dunque, che incrocia la scoperta dell’archivio perduto, la vicenda giudiziaria e quella biografica.

La locandina del film

“È stato esaltante lavorare a questo documentario – spiega a Le Vie dei Tesori News, il regista Alberto Castiglione – sia perché dedicato a un uomo che ha svolto un’attività importante, sia perché mi sono trovato, mio malgrado, protagonista della vicenda, dal momento che sono stato chiamato a testimoniare al processo, in seguito al ritrovamento dell’archivio. Rostagno è stato ucciso perché era una figura scomoda per certi interessi che non sempre erano legati a dinamiche mafiose. Trapani era in quel periodo il crocevia di traffici molto pericolosi, che vedevano coinvolte anche logge massoniche, più o meno deviate, presunti traffici di armi con la Somalia con aerei che andavano e venivano dell’aeroporto di Chinisia, e addirittura, in qualche ramo dell’inchiesta, s’incrocia con la vicenda di Rostagno anche il lavoro di Ilaria Alpi”.

Il recupero del materiale si è svolto anche grazie al supporto della Filmoteca regionale siciliana, che ha messo a disposizione i propri professionisti e tutti i mezzi tecnici per salvare l’archivio. Il Fondo Rostagno, adesso è custodito dal Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana, di cui la Filmoteca fa parte (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). È stata la sorella del giornalista, Carla Rostagno, a donare formalmente al Cricd tutto il corpus documentario, composto da oltre 500 videocassette e appunti che rischiavano di finire nell’oblio.

Le videocassette dell’archivio Rostagno

“Tutto il lavoro di Mauro è stato oggetto di studio, analisi, digitalizzazione – chiarisce Laura Cappugi, direttore della Filmoteca – una corsa contro il tempo per fermare il deteriorarsi delle videocassette, però per fortuna siamo riusciti a salvarle. Oggi Rostagno non è stato dimenticato. Ci sono tante associazioni che lo ricordano. Tutto questo riscalda il cuore, ci conforta perché tra i nostri obiettivi non c’era soltanto quello di preservare il materiale, la memoria storica, ma anche onorare l’impegno di quest’uomo di grande valore e passione. Per questo abbiamo voluto organizzare la proiezione a Palermo, per la prima volta in forma pubblica. In tanti ce l’hanno chiesto, quale migliore occasione per questo trentennale”.

All’appello ha risposto anche il team di Manifesta 12, la biennale d’arte contemporanea che sta trasformando Palermo in un museo a cielo aperto. “Anche se l’evento non è inserito nel film programme della manifestazione – precisa Maria Chiara Di Trapani, coordinatrice della sezione cinematografica di Manifesta – abbiamo voluto inserire questa proiezione per arricchire la programmazione del Teatro Garibaldi. È un evento che ospitiamo perché rientra nell’ottica di questa sezione, che mira a raccontare in modo trasversale vicende legate alla storia di questa terra”.

A ricordare il sacrificio di Mauro Rostagno, in occasione del trentennale, anche il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, che sarà a Palermo il 26 settembre, alle 9,30 al Teatro Biondo, ospite di un evento aperto a tutte le scuole, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e dall’Unione nazionale cronisti, con il patrocinio del Comune.

Per commemorare il giornalista ucciso dalla mafia, il 25 settembre verrà proiettato al Teatro Garibaldi di Palermo, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”

di Giulio Giallombardo

Una storia che ne racconta tante. Frammenti di un mosaico che non è mai stato completato, distrutto ancor prima che qualcosa potesse venire alla luce. Trent’anni sono passati senza il coraggio e la passione civile di Mauro Rostagno, che con le sue inchieste raccontò gli intrecci tra mafia, politica e colletti bianchi nella Trapani degli anni Ottanta. Per la sua sfida al crimine, pagò con la morte, ucciso in un agguato il 26 settembre del 1988 nelle campagne trapanesi, vicino alla comunità Saman, che aveva fondato pochi anni prima.

Per celebrare il trentennale della morte del giornalista e sociologo torinese, ma trapanese “per scelta” – come amava definirsi – verrà proiettato a Palermo, per la prima volta pubblicamente in città, il documentario di Alberto Castiglione “La rivoluzione in onda”, già presentato qualche anno fa all’Ordine dei giornalisti di Sicilia, davanti ad una platea più ristretta. Si tratta di un lavoro articolato, realizzato nel 2016 in collaborazione con la Filmoteca regionale siciliana, che racconta la vicenda professionale di Rostagno attraverso il recupero del suo archivio, tra cui le videocassette dei servizi andati in onda per Rtc, la piccola emittente trapanese per cui Rostagno lavorava.

Il film, che sarà proiettato martedì 25 settembre alle 20, al Teatro Garibaldi, grazie a una sinergia tra Le Vie dei Tesori, il Cricd e Manifesta 12, racconta la storia del ritrovamento dei nastri, in parte ormai quasi inutilizzabili, e del lavoro di recupero della documentazione, grazie a cui successivamente fu riaperto il processo, che poi portò alla condanna del mandante dell’omicidio del giornalista. Una storia, dunque, che incrocia la scoperta dell’archivio perduto, la vicenda giudiziaria e quella biografica.

La locandina de “La rivoluzione in onda”

“È stato esaltante lavorare a questo documentario – spiega a Le Vie dei Tesori News, il regista Alberto Castiglione – sia perché dedicato a un uomo che ha svolto un’attività importante, sia perché mi sono trovato, mio malgrado, protagonista della vicenda, dal momento che sono stato chiamato a testimoniare al processo, in seguito al ritrovamento dell’archivio. Rostagno è stato ucciso perché era una figura scomoda per certi interessi che non sempre erano legati a dinamiche mafiose. Trapani era in quel periodo il crocevia di traffici molto pericolosi, che vedevano coinvolte anche logge massoniche, più o meno deviate, presunti traffici di armi con la Somalia con aerei che andavano e venivano dell’aeroporto di Chinisia, e addirittura, in qualche ramo dell’inchiesta, s’incrocia con la vicenda di Rostagno anche il lavoro di Ilaria Alpi”.

Il recupero del materiale si è svolto anche grazie al supporto della Filmoteca regionale siciliana, che ha messo a disposizione i propri professionisti e tutti i mezzi tecnici per salvare l’archivio. Il Fondo Rostagno, adesso è custodito dal Cricd, il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione della Regione Siciliana, di cui la Filmoteca fa parte (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). È stata la sorella del giornalista, Carla Rostagno, a donare formalmente al Cricd tutto il corpus documentario, composto da oltre 500 videocassette e appunti che rischiavano di finire nell’oblio.

Le videocassette dell’archivio Rostagno

“Tutto il lavoro di Mauro è stato oggetto di studio, analisi, digitalizzazione – chiarisce Laura Cappugi, direttore della Filmoteca – una corsa contro il tempo per fermare il deteriorarsi delle videocassette, però per fortuna siamo riusciti a salvarle. Oggi Rostagno non è stato dimenticato. Ci sono tante associazioni che lo ricordano. Tutto questo riscalda il cuore, ci conforta perché tra i nostri obiettivi non c’era soltanto quello di preservare il materiale, la memoria storica, ma anche onorare l’impegno di quest’uomo di grande valore e passione. Per questo abbiamo voluto organizzare la proiezione a Palermo, per la prima volta in forma pubblica. In tanti ce l’hanno chiesto, quale migliore occasione per questo trentennale”.

All’appello ha risposto anche il team di Manifesta 12, la biennale d’arte contemporanea che sta trasformando Palermo in un museo a cielo aperto. “Anche se l’evento non è inserito nel film programme della manifestazione – precisa Maria Chiara Di Trapani, coordinatrice della sezione cinematografica di Manifesta – abbiamo voluto inserire questa proiezione per arricchire la programmazione del Teatro Garibaldi. È un evento che ospitiamo perché rientra nell’ottica di questa sezione, che mira a raccontare in modo trasversale vicende legate alla storia di questa terra”.

A ricordare il sacrificio di Mauro Rostagno, in occasione del trentennale, anche il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, che sarà a Palermo il 26 settembre, alle 9,30 al Teatro Biondo, ospite di un evento aperto a tutte le scuole, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e dall’Unione nazionale cronisti, con il patrocinio del Comune.

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La nuova vita dello Stand Florio in anteprima

Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dell’ex tavernetta del tiro al piccione, sul lungomare di Romagnolo, a Palermo. Anche se a cantiere ancora aperto, l’edificio fresco di restauro, sarà svelato nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tempo era punto di ritrovo della borghesia palermitana, adesso, dopo anni di abbandono, si prepara a riaprire i battenti sotto il segno della cultura. Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dello Stand Florio, sul litorale di Romagnolo. Costruito dalla famiglia dei celebri imprenditori, su progetto di Ernesto Basile, nel 1905, la struttura fu usata per le gare di tiro al piccione e per sport acquatici. Chiamato dai palermitani “Taverna del Tiro”, durante la Seconda Guerra mondiale, venne destinato a magazzino per le truppe e, successivamente, fu acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla.

Anche se a cantiere ancora aperto, lo Stand Florio, fresco di restauro, sarà svelato in anteprima nel corso del festival Le Vie dei Tesori, tutte le domeniche dal 5 ottobre al 4 novembre. Sarà solo un assaggio dell’inaugurazione vera e propria che si terrà tra fine novembre e i primi di dicembre di quest’anno. Lo rinnovato Stand Florio si trasformerà in uno spazio culturale polivalente, con un teatro all’aperto di trecento posti, un palco, un’agorà per mostre temporanee, fiere, esposizioni e anche un caffè letterario con un ristorante.

La lenta rinascita della tavernetta del tiro al piccione inizia nel 2016, quando lo Stand, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, viene inserito nel bando “Valore Paese”, che prevede la cessione della gestione di beni in cambio di un canone annuo. Poi, nel giugno 2017 la cooperativa Servizi Italia, si è aggiudicata la casina liberty per 50 anni e a dicembre dello stesso anno sono iniziati i lavori di ristrutturazione con il progetto dell’architetto Giuseppe Vajana. L’intenzione dei nuovi gestori, che nel frattempo hanno creato la società Stand Florio srl, è quella di portare a nuova vita sia il piccolo edificio in stile moresco, che tutti gli spazi esterni.

“Sarà uno spazio in cui si respirerà l’atmosfera della Palermo liberty – spiega a Le Vie dei Tesori News, Alba Romano Pace, direttore artistico di Stand Florio srl – , a quel tempo Romagnolo era un luogo raffinato, punto d’incontro della mondanità palermitana. Oggi è un quartiere che grida aiuto e noi con questo progetto puntiamo a far rinascere uno degli angoli più belli della città. Quella per Le Vie dei Tesori sarà solo un’apertura parziale, ma i visitatori potranno apprezzare il restauro dell’edificio e lo splendido colpo d’occhio sul mare che si può ammirare dal secondo piano”.

Sono in via di recupero anche le strutture adiacenti alla tavernetta, i cosiddetti edifici degli scommettitori, che erano ridotti a ruderi, meta di vagabondi e tossicodipendenti. Adesso ospiteranno le cucine e vari servizi, tra cui il caffè letterario. “È stato un intervento importante, – prosegue Fabio Vajana, amministratore unico di Stand Florio srl – i lavori sono stati più lunghi del previsto, ma abbiamo voluto rispettare l’impegno preso con Le Vie dei Tesori, aprendo comunque lo spazio ancora in fase di restauro. Abbiamo chiesto anche la concessione per un campo di calcio abbandonato, per valorizzare uno spazio più ampio di quello dato inizialmente, per un totale di 4mila metri quadri di aree da recuperare e oltre 700mila euro di spesa”.

Lo Stand Florio, come gli altri luoghi del festival, si potrà visitare acquistando i coupon dal sito www.leviedeitesori.com.

Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dell’ex tavernetta del tiro al piccione, sul lungomare di Romagnolo, a Palermo. Anche se a cantiere ancora aperto, l’edificio fresco di restauro, sarà svelato nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Un tempo era punto di ritrovo della borghesia palermitana, adesso, dopo anni di abbandono, si prepara a riaprire i battenti sotto il segno della cultura. Manca ancora poco e si potrà nuovamente varcare la soglia dello Stand Florio, sul litorale di Romagnolo. Costruito dalla famiglia dei celebri imprenditori, su progetto di Ernesto Basile, nel 1905, la struttura fu usata per le gare di tiro al piccione e per sport acquatici. Chiamato dai palermitani “Taverna del Tiro”, durante la Seconda Guerra mondiale, venne destinato a magazzino per le truppe e, successivamente, fu acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla.

Anche se a cantiere ancora aperto, lo Stand Florio, fresco di restauro, sarà svelato in anteprima nel corso del festival Le Vie dei Tesori, tutte le domeniche dal 5 ottobre al 4 novembre. Sarà solo un assaggio dell’inaugurazione vera e propria che si terrà tra fine novembre e i primi di dicembre di quest’anno. Lo rinnovato Stand Florio si trasformerà in uno spazio culturale polivalente, con un teatro all’aperto di trecento posti, un palco, un’agorà per mostre temporanee, fiere, esposizioni e anche un caffè letterario con un ristorante.

La lenta rinascita della tavernetta del tiro al piccione inizia nel 2016, quando lo Stand, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, viene inserito nel bando “Valore Paese”, che prevede la cessione della gestione di beni in cambio di un canone annuo. Poi, nel giugno 2017 la cooperativa Servizi Italia, si è aggiudicata la casina liberty per 50 anni e a dicembre dello stesso anno sono iniziati i lavori di ristrutturazione con il progetto dell’architetto Giuseppe Vajana. L’intenzione dei nuovi gestori, che nel frattempo hanno creato la società Stand Florio srl, è quella di portare a nuova vita sia il piccolo edificio in stile moresco, che tutti gli spazi esterni.

“Sarà uno spazio in cui si respirerà l’atmosfera della Palermo liberty – spiega a Le Vie dei Tesori News, Alba Romano Pace, direttore artistico di Stand Florio srl – , a quel tempo Romagnolo era un luogo raffinato, punto d’incontro della mondanità palermitana. Oggi è un quartiere che grida aiuto e noi con questo progetto puntiamo a far rinascere uno degli angoli più belli della città. Quella per Le Vie dei Tesori sarà solo un’apertura parziale, ma i visitatori potranno apprezzare il restauro dell’edificio e lo splendido colpo d’occhio sul mare che si può ammirare dal secondo piano”.

Sono in via di recupero anche le strutture adiacenti alla tavernetta, i cosiddetti edifici degli scommettitori, che erano ridotti a ruderi, meta di vagabondi e tossicodipendenti. Adesso ospiteranno le cucine e vari servizi, tra cui il caffè letterario. “È stato un intervento importante, – prosegue Fabio Vajana, amministratore unico di Stand Florio srl – i lavori sono stati più lunghi del previsto, ma abbiamo voluto rispettare l’impegno preso con Le Vie dei Tesori, aprendo comunque lo spazio ancora in fase di restauro. Abbiamo chiesto anche la concessione per un campo di calcio abbandonato, per valorizzare uno spazio più ampio di quello dato inizialmente, per un totale di 4mila metri quadri di aree da recuperare e oltre 700mila euro di spesa”.

Lo Stand Florio, come gli altri luoghi del festival, si potrà visitare acquistando i coupon dal sito www.leviedeitesori.com.

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Un appello al Papa per salvare San Ciro

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Adesso la Soprintendenza vuole avviare lavori di manutenzione per arginare il degrado

di Giulio Giallombardo

Appare un po’ spettrale a chi lascia o fa ritorno a Palermo. Veglia sulle antiche sorgenti che si sprigionano da Monte Grifone, dov’è racchiusa una delle più ricche falde idriche della città. La chiesa di San Ciro a Maredolce è come una sentinella che, silenziosa, continua a custodire parte della Conca d’Oro e quello che un tempo era il Parco della Favara, ormai soffocato dal cemento.

Sono anni che si parla di un possibile recupero della chiesa settecentesca, che si trova a due passi dall’imbocco dell’autostrada Palermo-Catania. Ma, escludendo qualche sporadico tentativo di valorizzazione da parte di residenti volontari di Bonagia e del parroco don Angelo Mannina, che pochi anni fa, vi celebrò anche una messa, la struttura sta cadendo a pezzi. Oggi, in occasione della visita di Papa Francesco, sulla facciata della chiesa è spuntato anche uno striscione che lancia un appello al pontefice: “Benvenuto Papa Francesco, vieni e ripara la tua casa”, si legge.

Per arginare un declino che sembra inesorabile, la Soprintendenza dei Beni Culturali di Palermo ha da poco pubblicato un avviso per avviare lavori urgenti di manutenzione. L’impegno di spesa, che sarà a carico del Dipartimento regionale, ammonta a 65mila euro, una cifra per un intervento tampone volto soprattutto al ripristino degli infissi privi di protezione. I lavori – si legge sull’avviso diffuso dalla Soprintendenza – si sono resi necessari per arginare “i danni provocati dalle infiltrazioni d’acqua che avvengono dalle coperture e dai sistemi di smaltimento intasati dalla vegetazione”, così da impedire “un ulteriore degrado dell’edificio che potrebbe mettere a rischio la pubblica incolumità”.

Insomma, in questo caso si tratterà, più che altro, di un intervento di riduzione del danno. La chiesa appartiene alla Curia ed in passato tutti i tentativi di un recupero strutturale si sono arenati per mancanza di fondi. “Il nostro – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – sarà un piccolo intervento che servirà a ripristinare gli infissi, dal momento che ci sono i colombi che entrano e sporcano all’interno. Stiamo cercando di fare qualcosa per evitare il peggiorare della situazione. Abbiamo fatto lo stesso nella chiesa dell’Origlione, a Ballarò, oggi riaperta anche per Manifesta 12, sistemando gli infissi e ripulendo all’interno”.

Chissà se anche San Ciro avrà la stessa sorte. Attualmente nell’area dove sorge la chiesa è il trionfo dell’abbandono, la zona è stata più volte trasformata in discarica abusiva e bivacco di senzatetto e tossicodipendenti. L’unico intervento di restauro conservativo risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ma dopo è solo un lungo oblio, interrotto da qualche sporadica iniziativa privata. La musica, purtroppo, non cambia anche per i vicini tre archi di età araba, testimonianza dell’antico impianto idraulico, che servivano a far confluire le acque dalle sorgenti del Monte Grifone, verso il lago di Maredolce, attorno al Castello della Favara. Per arrivarci bisogna farsi strada attraverso una selva di canne che qualcuno ha tagliato, lasciandole lungo il percorso.

E pensare che secondo lo storico Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, l’area dove si trova la chiesa, per la sua fertilità, era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano rituali in suo onore. Oggi l’unico culto che sembra essere rimasto è quello del degrado.

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I confetti alla droga nel negozio di Lucky Luciano

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita a un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

 

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita ad un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

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Il manichino anti-plastica nelle spiagge di Favignana

L’idea è di Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che, tra luglio e agosto, ha piazzato la sua installazione ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra

di Giulio Giallombardo

Sta lì muto e iconico, a ricordarci che plastica e mare non vanno proprio d’accordo. Un manichino bianco con un salvagente al collo ha fatto capolino tra le spiagge di Favignana. Attaccato al busto un cartello con su scritto “No more plastic”, un messaggio ecologico chiaro, diretto ed essenziale: basta plastica.

L’idea è venuta a Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che dal 2016 ha dato vita ad un calembour artistico, giocando con oggetti e parole. In questo caso, l’artista-giornalista, tra luglio e agosto, ha piazzato il suo manichino ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra.

L’iniziativa è figlia del più ampio progetto “Plastic”, cominciato la scorsa estate con un’installazione che ha coinvolto un centinaio di bambini ed anche una tartaruga salvata durante la preparazione dell’opera, e che quest’anno è proseguito con una piccola installazione esposta fino a tutto agosto, all’interno dell’ex tonnara Florio. Protagoniste delle barchette di carta che, simbolicamente, non riescono a navigare in un mare composto da tappi e sacchetti di plastica.

“Credo nella forza dell’arte e nel suo potere di coinvolgere anche chi ne è distante, – spiega Pablo Dilet a Le Vie dei Tesori News – in quella forza che appassiona per bellezza o perché ha una storia da raccontare. E in questo contesto volto alla speranza ci stanno i bambini, la vera forza su cui si può investire se crediamo in un futuro che non abbia un orizzonte vicino. Con le installazioni a Favignana siamo riusciti a far percepire quanto la plastica possa essere pericolosa per l’ambiente marino e per l’uomo, ho cercato di dare un forte impatto mettendo proprio un manichino di plastica sulle spiagge più popolate, come uno specchio che ci ricorda come possiamo diventare, insensibili e plastificati. Ora la mano passa ai bambini, a quella speranza che è già un cammino avviato a livello internazionale e che contrasta l’abuso inquinante di questo materiale. Nel segno di un’arte che abbia un valore sociale e alla portata di tutti”.

Un appello contenuto in una sorta di manifesto stilato da Dilet-La Rosa, “La Repubblica senza Plastica”. Una lettera rivolta ai “bambini di ogni età”, che invita alla creazione di un passaporto per abbandonare un ideale “continente di plastica”. Il passaporto – scrive Dilet – “ha un cerchio al centro, è un tappo immaginario, uno dei rifiuti plastici più comuni. Nell’altra pagina del passaporto sarà esposta la vostra opera d’arte che parla della plastica e dei vostri desideri. Mi piacerebbe che oltre al disegno ci fosse un vostro brevissimo pensiero”. Le intenzioni dell’artista sono quelle di allestire nel 2019 una mostra con tutti i “passaporti” inviati dai bambini, perché “se le cose andranno bene – auspica il giornalista – potremo coinvolgere anche i grandi per creare delle azioni concrete per ripulire il mondo dalla plastica”.

Intanto, ci ha pensato un’altra isola siciliana a liberarsi della plastica. Lampedusa da qualche giorno è “plastic-free” (ve ne abbiamo parlato in questo articolo), nelle Pelagie è adesso vietato vendere e utilizzare stoviglie, bicchieri e posate monouso non biodegradabili; come anche gli shopper, che dovranno essere sostituiti da sacchetti in carta o tela. Forse, la fuga dal continente di plastica è già iniziata.

L’idea è di Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che, tra luglio e agosto, ha piazzato la sua installazione ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra

di Giulio Giallombardo

Sta lì muto e iconico, a ricordarci che plastica e mare non vanno proprio d’accordo. Un manichino bianco con un salvagente al collo ha fatto capolino tra le spiagge di Favignana. Attaccato al busto un cartello con su scritto “No more plastic”, un messaggio ecologico chiaro, diretto ed essenziale: basta plastica.

L’idea è venuta a Pablo Dilet, pseudonimo del giornalista palermitano Dario La Rosa, che dal 2016 ha dato vita ad un calembour artistico, giocando con oggetti e parole. In questo caso, l’artista-giornalista, tra luglio e agosto, ha piazzato il suo manichino ambientalista negli angoli più belli e frequentati della maggiore delle Egadi: dalla centralissima Praia alle spiagge di Cala Rossa e Cala Azzurra.

L’iniziativa è figlia del più ampio progetto “Plastic”, cominciato la scorsa estate con un’installazione che ha coinvolto un centinaio di bambini ed anche una tartaruga salvata durante la preparazione dell’opera, e che quest’anno è proseguito con una piccola installazione esposta fino a tutto agosto, all’interno dell’ex tonnara Florio. Protagoniste delle barchette di carta che, simbolicamente, non riescono a navigare in un mare composto da tappi e sacchetti di plastica.

“Credo nella forza dell’arte e nel suo potere di coinvolgere anche chi ne è distante, – spiega Pablo Dilet a Le Vie dei Tesori News – in quella forza che appassiona per bellezza o perché ha una storia da raccontare. E in questo contesto volto alla speranza ci stanno i bambini, la vera forza su cui si può investire se crediamo in un futuro che non abbia un orizzonte vicino. Con le installazioni a Favignana siamo riusciti a far percepire quanto la plastica possa essere pericolosa per l’ambiente marino e per l’uomo, ho cercato di dare un forte impatto mettendo proprio un manichino di plastica sulle spiagge più popolate, come uno specchio che ci ricorda come possiamo diventare, insensibili e plastificati. Ora la mano passa ai bambini, a quella speranza che è già un cammino avviato a livello internazionale e che contrasta l’abuso inquinante di questo materiale. Nel segno di un’arte che abbia un valore sociale e alla portata di tutti”.

Un appello contenuto in una sorta di manifesto stilato da Dilet-La Rosa, “La Repubblica senza Plastica”. Una lettera rivolta ai “bambini di ogni età”, che invita alla creazione di un passaporto per abbandonare un ideale “continente di plastica”. Il passaporto – scrive Dilet – “ha un cerchio al centro, è un tappo immaginario, uno dei rifiuti plastici più comuni. Nell’altra pagina del passaporto sarà esposta la vostra opera d’arte che parla della plastica e dei vostri desideri. Mi piacerebbe che oltre al disegno ci fosse un vostro brevissimo pensiero”. Le intenzioni dell’artista sono quelle di allestire nel 2019 una mostra con tutti i “passaporti” inviati dai bambini, perché “se le cose andranno bene – auspica il giornalista – potremo coinvolgere anche i grandi per creare delle azioni concrete per ripulire il mondo dalla plastica”.

Intanto, ci ha pensato un’altra isola siciliana a liberarsi della plastica. Lampedusa da qualche giorno è “plastic-free” (ve ne abbiamo parlato in questo articolo), nelle Pelagie è adesso vietato vendere e utilizzare stoviglie, bicchieri e posate monouso non biodegradabili; come anche gli shopper, che dovranno essere sostituiti da sacchetti in carta o tela. Forse, la fuga dal continente di plastica è già iniziata.

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Quel tesoro del Seicento che nessuno vuole

È di nuovo all’asta Palazzo Sammartino, nel centro storico di Palermo. Il prezzo è sempre più basso, nel tentativo di trovare finalmente un proprietario che possa ristrutturarlo, ma le speranze sembrano affievolirsi

di Giulio Giallombardo

La migliore offerta, che non arriva mai. È sempre più basso il prezzo a base d’asta con cui il Comune di Palermo vuole vendere Palazzo Sammartino. Dopo il precedente tentativo andato a vuoto lo scorso giugno, una nuova gara con procedura aperta sarà celebrata il 14 settembre, nella speranza di trovare finalmente un proprietario per lo storico edificio secentesco di via Lungarini, alle spalle di piazza Marina.

L’edificio non è proprio in salute. Praticamente abbandonato da anni, è ridotto quasi un rudere. Una nota che stride con il buono stato dei palazzi storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto praticamente non esiste più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Da diversi anni, il Comune, che non ha fondi per la ristrutturazione del bene, cerca di venderlo, ma finora non ha trovato ancora nessuno disposto a comprarlo. Il prezzo di partenza è sceso ancora: da un milione e 600mila euro dell’asta di giugno, si è arrivati adesso ad un milione e 440mila euro. Considerato che fino a pochi anni fa il prezzo partiva da due milioni, adesso il valore dell’immobile si è ridotto di circa un terzo. Di questo passo, se anche stavolta l’asta andrà deserta, il prezzo verosimilmente scenderà ancora, e a quel punto, forse, il Comune potrebbe pensare di svenderlo del tutto.

Al contrario, se Palazzo Sammartino dovesse avere un nuovo proprietario, questi – si legge nell’avviso pubblicato dal Comune – dovrà assicurare che “la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico dell’immobile”, così da “non arrecare danno alla sua conservazione”. In ogni caso, nel contratto di compravendita dovrà espressamente essere indicato il divieto per l’acquirente di alienare a terzi l’immobile entro i cinque anni dalla stipula.

Non sappiamo ancora se presto terminerà l’agonia di Palazzo Sammartino, da salotto culturale della nobiltà palermitana, a vuoto relitto di cui sbarazzarsi, depredato e vandalizzato negli anni. Non sappiamo neanche se avrà la stessa sorte di un altro tesoro monumentale della città, Villa Alliata di Pietratagliata (di cui vi abbiamo parlato qui), recentemente venduta dopo anni di aste andate a vuoto. La cosa certa è che se un nuovo proprietario ci sarà, dovrà mettere mano al portafogli, perché per restaurarlo ci vorranno non meno di 5 milioni di euro. Un impegno importante per un palazzo (che è stato) importante.

È di nuovo all’asta Palazzo Sammartino, nel centro storico di Palermo. Il prezzo è sempre più basso, nel tentativo di trovare finalmente un proprietario che possa ristrutturarlo, ma le speranze sembrano affievolirsi

di Giulio Giallombardo

La migliore offerta, che non arriva mai. È sempre più basso il prezzo a base d’asta con cui il Comune di Palermo vuole vendere Palazzo Sammartino. Dopo il precedente tentativo andato a vuoto lo scorso giugno, una nuova gara con procedura aperta sarà celebrata il 14 settembre, nella speranza di trovare finalmente un proprietario per lo storico edificio secentesco di via Lungarini, alle spalle di piazza Marina.

L’edificio non è proprio in salute. Praticamente abbandonato da anni, è ridotto quasi un rudere. Una nota che stride con il buono stato dei palazzi storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto praticamente non esiste più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Da diversi anni, il Comune, che non ha fondi per la ristrutturazione del bene, cerca di venderlo, ma finora non ha trovato ancora nessuno disposto a comprarlo. Il prezzo di partenza è sceso ancora: da un milione e 600mila euro dell’asta di giugno, si è arrivati adesso ad un milione e 440mila euro. Considerato che fino a pochi anni fa il prezzo partiva da due milioni, adesso il valore dell’immobile si è ridotto di circa un terzo. Di questo passo, se anche stavolta l’asta andrà deserta, il prezzo verosimilmente scenderà ancora, e a quel punto, forse, il Comune potrebbe pensare di svenderlo del tutto.

Al contrario, se Palazzo Sammartino dovesse avere un nuovo proprietario, questi – si legge nell’avviso pubblicato dal Comune – dovrà assicurare che “la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico dell’immobile”, così da “non arrecare danno alla sua conservazione”. In ogni caso, nel contratto di compravendita dovrà espressamente essere indicato il divieto per l’acquirente di alienare a terzi l’immobile entro i cinque anni dalla stipula.

Non sappiamo ancora se presto terminerà l’agonia di Palazzo Sammartino, da salotto culturale della nobiltà palermitana, a vuoto relitto di cui sbarazzarsi, depredato e vandalizzato negli anni. Non sappiamo neanche se avrà la stessa sorte di un altro tesoro monumentale della città, Villa Alliata di Pietratagliata (di cui vi abbiamo parlato qui), recentemente venduta dopo anni di aste andate a vuoto. La cosa certa è che se un nuovo proprietario ci sarà, dovrà mettere mano al portafogli, perché per restaurarlo ci vorranno non meno di 5 milioni di euro. Un impegno importante per un palazzo (che è stato) importante.

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San Matteo, l’antico duomo che veglia su Scicli

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, tanto che alcuni studiosi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana. Adesso riaprirà le porte per il festival Le Vie dei Tesori, negli ultimi tre fine settimana di settembre

di Giulio Giallombardo

Guarda solitaria dall’alto la vita che scorre ai suoi piedi. La sua mole imponente è il simbolo di Scicli, che protegge silenziosa, arroccata sul colle che porta il suo nome e su cui un tempo sorgeva l’antica città. La chiesa di San Matteo è un tutt’uno con la storia del paese ragusano di cui fu chiesa madre fino al 1874, quando prese il suo posto la gesuitica ex chiesa di Sant’Ignazio, attualmente San Guglielmo.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, alcuni storiografi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana, altri alla dominazione normanna. La cosa certa è che, in epoca medievale, esisteva nello stesso sito, una basilica a tre navate con un alto campanile, che viene raffigurata in molte tele e incisioni custodite nelle chiese di Scicli. L’attuale pianta dell’edificio, dovrebbe corrispondere a quella dell’antica chiesa medievale. In realtà, la chiesa come la si vede adesso, è stata ricostruita nel Settecento dopo il terremoto che nel 1693 sconvolse il Val di Noto.

Dando uno sguardo alla struttura architettonica, la chiesa è suddivisa in tre navate di cinque campate, con transetto e tre absidi rettangolari. Il campanile è incluso nella struttura architettonica del transetto a destra. La facciata, incompiuta, presenta stilemi tipici del barocco siciliano.

In tempi più recenti, la storia di San Matteo è stata costellata di ombre e luci. Dopo un restauro negli anni Novanta, con la realizzazione di una copertura in cemento armato a forma di volta che ha appesantito la struttura, la chiesa è stata abbandonata. All’interno, si conservano solo poche tracce della decorazione originaria, mentre le opere d’arte sono state spostate in altre chiese. C’è la cappella di San Nicola, dove riposavano le spoglie del beato Guglielmo, l’eremita di Scicli. In una delle volte si possono ammirare ancora i simboli del santo, il bastone e il crocifisso, mentre sono visibili anche due colonne tortili e alcuni bassorilievi.

Se il belvedere è sempre accessibile, dopo una salita sul colle da cui si può ammirare tutta la città, la chiesa è ormai chiusa al pubblico, ma l’occasione per visitarla arriverà tra poche settimane. San Matteo, infatti, è tra i sedici “gioielli” di Scicli che si potranno ammirare nel corso del festival Le Vie dei Tesori. La manifestazione, quest’anno, farà tappa anche nella provincia di Ragusa (qui l’articolo per saperne di più), con decine di siti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. San Matteo, ma non solo, è pronta a riaprire le porte.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, tanto che alcuni studiosi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana. Adesso riaprirà le porte per il festival Le Vie dei Tesori, negli ultimi tre fine settimana di settembre

di Giulio Giallombardo

Guarda solitaria dall’alto la vita che scorre ai suoi piedi. La sua mole imponente è il simbolo di Scicli, che protegge silenziosa, arroccata sul colle che porta il suo nome e su cui un tempo sorgeva l’antica città. La chiesa di San Matteo è un tutt’uno con la storia del paese ragusano di cui fu chiesa madre fino al 1874, quando prese il suo posto la gesuitica ex chiesa di Sant’Ignazio, attualmente San Guglielmo.

Ormai sconsacrata e da tempo chiusa, è la chiesa più antica della città, alcuni storiografi ne fanno risalire la fondazione all’epoca paleocristiana, altri alla dominazione normanna. La cosa certa è che, in epoca medievale, esisteva nello stesso sito, una basilica a tre navate con un alto campanile, che viene raffigurata in molte tele e incisioni custodite nelle chiese di Scicli. L’attuale pianta dell’edificio, dovrebbe corrispondere a quella dell’antica chiesa medievale. In realtà, la chiesa come la si vede adesso, è stata ricostruita nel Settecento dopo il terremoto che nel 1693 sconvolse il Val di Noto.

Dando uno sguardo alla struttura architettonica, la chiesa è suddivisa in tre navate di cinque campate, con transetto e tre absidi rettangolari. Il campanile è incluso nella struttura architettonica del transetto a destra. La facciata, incompiuta, presenta stilemi tipici del barocco siciliano.

In tempi più recenti, la storia di San Matteo è stata costellata di ombre e luci. Dopo un restauro negli anni Novanta, con la realizzazione di una copertura in cemento armato a forma di volta che ha appesantito la struttura, la chiesa è stata abbandonata. All’interno, si conservano solo poche tracce della decorazione originaria, mentre le opere d’arte sono state spostate in altre chiese. C’è la cappella di San Nicola, dove riposavano le spoglie del beato Guglielmo, l’eremita di Scicli. In una delle volte si possono ammirare ancora i simboli del santo, il bastone e il crocifisso, mentre sono visibili anche due colonne tortili e alcuni bassorilievi.

Se il belvedere è sempre accessibile, dopo una salita sul colle da cui si può ammirare tutta la città, la chiesa è ormai chiusa al pubblico, ma l’occasione per visitarla arriverà tra poche settimane. San Matteo, infatti, è tra i sedici “gioielli” di Scicli che si potranno ammirare nel corso del festival Le Vie dei Tesori. La manifestazione, quest’anno, farà tappa anche nella provincia di Ragusa (qui l’articolo per saperne di più), con decine di siti visitabili negli ultimi tre fine settimana di settembre, a partire da venerdì 14 fino a domenica 30. San Matteo, ma non solo, è pronta a riaprire le porte.

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Art Bonus in Sicilia, tutti i numeri del flop

Sono trascorsi quattro anni dall’introduzione delle agevolazioni fiscali per i privati che investono nei beni culturali, ma nell’Isola sono pochissimi quelli che hanno contribuito con donazioni. Tanti i potenziali beneficiari ancora a secco

di Giulio Giallombardo

I mecenati non vivono in Sicilia. Sono passati quattro anni dall’introduzione dell’Art Bonus, il credito d’imposta che consente ai privati di sostenere il patrimonio culturale con una detrazione fiscale del 65 per cento, ma nell’Isola non vuole proprio saperne di decollare. Sono stati raccolti poco meno di 230mila euro, briciole in confronto agli oltre 70 milioni della Lombardia o i 30 milioni del Veneto.

In attesa di capire quali saranno le strategie della Regione per rilanciare una delle più vantaggiose misure fiscali in Europa a favore del mecenatismo, non resta che contare i tanti zeri nelle casse dei potenziali beneficiari siciliani. Quelli in lista sono ventidue, di cui solo in cinque hanno raccolto qualche donazione, più o meno cospicua.

L’ente che ha ricavato di più è la Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Gli interventi con raccolta chiusa, tra il 2016 e il 2017, sono stati complessivamente di 74.600 euro, donati da diverse imprese private tra cui la Sais Trasporti, l’istituto clinico Locorotondo, l’azienda vinicola Tasca d’Almerita e imprenditori come Angelo Morettino. La donazione finora fatta, con raccolta ancora aperta, ammonta invece a 10.300 euro, di cui 10mila donati dal collezionista d’arte Annibale Berlingieri, lo stesso che ha acquistato il ritratto di Franca Florio di Giovanni Boldrini. Tra i mecenati palermitani, anche il gruppo Riolo, che ha donato 20mila euro per ristrutturare la facciata trecentesca di Palazzo Sclafani.

Il Giardino della Kolymbethra

Segue il Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi di Agrigento, che ha raccolto 47mila euro per la manutenzione del verde e 15mila euro per il nuovo percorso di visita, per un totale di 62mila euro su una previsione di spesa di 40mila. Poi c’è l’Acropoli di Selinunte, che ha ricevuto 47.625 euro su una spesa prevista di ben 942mila euro per il restauro ed il progetto illuminotecnico del Tempio C e la sistemazione dei percorsi di visita. La parte del leone, in questo caso, l’hanno fatta le Cantine Settesoli che hanno donato 42mila euro.

A sorpresa, il Teatro Naselli di Comiso ha ricevuto 32.900 euro a fronte dei 34.700 euro di spesa complessiva per i previsti interventi di manutenzione all’interno dell’edificio. Fanalino di coda, un altro teatro, il “Vittorio Alfieri” di Naso, sui Nebrodi: solo un piccolo regalo di 300 euro sui 150mila previsti per il completamento e l’efficientamento energetico.

Ci sono, poi, quelli rimasti a zero. Tra gli esclusi eccellenti, il Teatro Greco di Siracusa: nessun mecenate ha versato un centesimo per il progetto di salvaguardia della cavea. Dall’altra parte della Sicilia, a Palermo, a secco il Museo d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Belmonte Riso per cui servirebbero circa 126mila euro per la realizzazione degli impianti; lo stesso vale per il Teatro Garibaldi, una delle sedi della Biennale d’arte Manifesta 12, che avrebbe bisogno di 480mila euro per lavori edili di manutenzione e impianti, interventi di climatizzazione e trattamenti ignifughi delle coperture lignee. Sempre a Palermo, infine, a bocca asciutta anche l’Associazione per la conservazione delle tradizioni orali, che gestisce il Museo delle Marionette “Antonio Pasqualino” di Palermo, che chiede 65mila euro per la conservazione ed il restauro della collezione.

Il Tempio E di Selinunte

A Catania nessuna donazione per il restauro degli affreschi dell’ex convento di Santa Caterina, sede dell’Archivio di Stato, così come per il Zo Centro Culture Contemporanee, Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza ed il Festival internazionale del Val di Noto Magie Barocche. Tanti i beni ignorati a Milazzo: il Duomo antico “Città Murata”, il chiostro della chiesa del Santissimo Rosario, il Teatro Trifiletti, il Teatro estivo “Città Murata”, il Bastione Santa Maria e Villa Vaccarino. Infine, stessa sorte, a Enna, per il Castello di Lombardia e per quattro dipinti ad olio su tela e una scultura lignea nella chiesa di San Marco, come per il castello manfredonico di Mussomeli.

Come si spiega l’assenza di mecenati in una regione dal patrimonio artistico sconfinato? Di certo, in Sicilia i potenziali investitori non mancano, eppure nessuno si spende per i beni culturali. Forse, anche negli imprenditori di casa nostra, resiste l’atavica convinzione che il restauro di un monumento o la valorizzazione di un sito sia solo di competenza della pubblica amministrazione. Idea dura a scomparire, che di certo non fa bene ad un’isola che di cultura potrebbe vivere per sempre.

Sono trascorsi quattro anni dall’introduzione delle agevolazioni fiscali per i privati che investono nei beni culturali, ma nell’Isola sono pochissimi quelli che hanno contribuito con donazioni. Tanti i potenziali beneficiari ancora a secco

di Giulio Giallombardo

I mecenati non vivono in Sicilia. Sono passati quattro anni dall’introduzione dell’Art Bonus, il credito d’imposta che consente ai privati di sostenere il patrimonio culturale con una detrazione fiscale del 65 per cento, ma nell’Isola non vuole proprio saperne di decollare. Sono stati raccolti poco meno di 230mila euro, briciole in confronto agli oltre 70 milioni della Lombardia o i 30 milioni del Veneto.

In attesa di capire quali saranno le strategie della Regione per rilanciare una delle più vantaggiose misure fiscali in Europa a favore del mecenatismo, non resta che contare i tanti zeri nelle casse dei potenziali beneficiari siciliani. Quelli in lista sono ventidue, di cui solo in cinque hanno raccolto qualche donazione, più o meno cospicua.

L’ente che ha ricavato di più è la Fondazione Teatro Massimo di Palermo. Gli interventi con raccolta chiusa, tra il 2016 e il 2017, sono stati complessivamente di 74.600 euro, donati da diverse imprese private tra cui la Sais Trasporti, l’istituto clinico Locorotondo, l’azienda vinicola Tasca d’Almerita e imprenditori come Angelo Morettino. La donazione finora fatta, con raccolta ancora aperta, ammonta invece a 10.300 euro, di cui 10mila donati dal collezionista d’arte Annibale Berlingieri, lo stesso che ha acquistato il ritratto di Franca Florio di Giovanni Boldrini. Tra i mecenati palermitani, anche il gruppo Riolo, che ha donato 20mila euro per ristrutturare la facciata trecentesca di Palazzo Sclafani.

Il Giardino della Kolymbethra di Agrigento

Segue il Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi di Agrigento, che ha raccolto 47mila euro per la manutenzione del verde e 15mila euro per il nuovo percorso di visita, per un totale di 62mila euro su una previsione di spesa di 40mila. Poi c’è l’Acropoli di Selinunte, che ha ricevuto 47.625 euro su una spesa prevista di ben 942mila euro per il restauro ed il progetto illuminotecnico del Tempio C e la sistemazione dei percorsi di visita. La parte del leone, in questo caso, l’hanno fatta le Cantine Settesoli che hanno donato 42mila euro.

A sorpresa, il Teatro Naselli di Comiso ha ricevuto 32.900 euro a fronte dei 34.700 euro di spesa complessiva per i previsti interventi di manutenzione all’interno dell’edificio. Fanalino di coda, un altro teatro, il “Vittorio Alfieri” di Naso, sui Nebrodi: solo un piccolo regalo di 300 euro sui 150mila previsti per il completamento e l’efficientamento energetico.

Ci sono, poi, quelli rimasti a zero. Tra gli esclusi eccellenti, il Teatro Greco di Siracusa: nessun mecenate ha versato un centesimo per il progetto di salvaguardia della cavea. Dall’altra parte della Sicilia, a Palermo, a secco il Museo d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Belmonte Riso per cui servirebbero circa 126mila euro per la realizzazione degli impianti; lo stesso vale per il Teatro Garibaldi, una delle sedi della Biennale d’arte Manifesta 12, che avrebbe bisogno di 480mila euro per lavori edili di manutenzione e impianti, interventi di climatizzazione e trattamenti ignifughi delle coperture lignee. Sempre a Palermo, infine, a bocca asciutta anche l’Associazione per la conservazione delle tradizioni orali, che gestisce il Museo delle Marionette “Antonio Pasqualino” di Palermo, che chiede 65mila euro per la conservazione ed il restauro della collezione.

Il Tempio E di Selinunte

A Catania nessuna donazione per il restauro degli affreschi dell’ex convento di Santa Caterina, sede dell’Archivio di Stato, così come per il Zo Centro Culture Contemporanee, Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza ed il Festival internazionale del Val di Noto Magie Barocche. Tanti i beni ignorati a Milazzo: il Duomo antico “Città Murata”, il chiostro della chiesa del Santissimo Rosario, il Teatro Trifiletti, il Teatro estivo “Città Murata”, il Bastione Santa Maria e Villa Vaccarino. Infine, stessa sorte, a Enna, per il Castello di Lombardia e per quattro dipinti ad olio su tela e una scultura lignea nella chiesa di San Marco, come per il castello manfredonico di Mussomeli.

Come si spiega l’assenza di mecenati in una regione dal patrimonio artistico sconfinato? Di certo, in Sicilia i potenziali investitori non mancano, eppure nessuno si spende per i beni culturali. Forse, anche negli imprenditori di casa nostra, resiste l’atavica convinzione che il restauro di un monumento o la valorizzazione di un sito sia solo di competenza della pubblica amministrazione. Idea dura a scomparire, che di certo non fa bene ad un’isola che di cultura potrebbe vivere per sempre.

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