Palermo diventa teatro diffuso col Festival di Morgana

Torna la rassegna fiore all’occhiello del Museo delle Marionette, giunta quest’anno alla 43esima edizione. Oltre trenta spettacoli, tra sperimentazione e tradizione, ospitati in diversi luoghi-simbolo della città

di Giulio Giallombardo

Un mosaico di contaminazioni tra teatro colto e popolare, sempre più al passo coi tempi. Il Festival di Morgana torna a Palermo con il suo carico di esperienze artistiche trasversali, frutto di collaborazioni con enti e associazioni internazionali, sempre sospeso tra sperimentazione e tradizione. Questa 43esima edizione, poi, sarà ancora più speciale, trasformando la città in teatro diffuso per cinque giorni. Dal 7 all’11 novembre, infatti, ad ospitare i tanti spettacoli del festival, oltre al Museo delle Marionette, sede istituzionale, saranno altri sette luoghi-simbolo: dalla Chiesa di Santi Euno e Giuliano a Palazzo Alliata di Villafranca, da Palazzo Riso al Teatro Ditirammu, da Palazzo delle Aquile al Teatro Carlo Magno, fino a Palazzo Sant’Elia e il Teatro Carlo Magno.

Saranno oltre trenta spettacoli in cartellone, tra cui due prime nazionali, sette compagnie di opera dei pupi provenienti da tutta la Sicilia e quattro compagnie internazionali di teatro d’immagine contemporaneo da Francia, Spagna e Irlanda. Quasi uno spettacolo ogni ora, dalle 16 alle 22, ad ingresso gratuito. Ma non solo, oltre agli spettacoli è prevista una mostra multimediale sull’opera dei pupi, che integra cinque progetti artistici di innovazione tecnologica e “Petit malins”, un ciclo di proiezioni di film di animazione, in collaborazione con l’Institut Français di Palermo.

Rosario Perricone e Eric Biagi

L’inaugurazione del festival prevede cinque eventi in diversi luoghi della città. A partire dallo spettacolo “Le avventure di Carlotto in Spagna” della Compagnia Famiglia Mancuso, in scena al Teatro Carlo Magno alle 17. Un’ora dopo alle 18, al Ditirammu, tocca Albert Bagno con “Le leggende di Dama Rovenza”; alla stessa ora nell’atrio di Palazzo delle Aquile, l’Associazione Figli d’arte Cuticchio porta in scena “L’incanto di Dama Rovenza”, mentre alle 21, al Museo Pasqualino toccherà alla Compagnia Famiglia Gargano di Messina con “Il potere di Durlindana”. Gli spettacoli saranno preceduti dalla presentazione del libro di Simona Scattina, alle 16 allo Steri, “Storie dipinte. I cartelli della marionettistica Fratelli Napoli” e le proiezioni dei film d’animazione della rassegna “Petit malins”, alle 17 al Museo delle Marionette, che proseguiranno per tutti i giorni del festival.

Per le due prime nazionali, bisognerà aspettare l’8 novembre, quando alle 20 a Palazzo Riso, andrà in scena “Come veni Ferrazzano”, secondo capitolo della trilogia P3 coordinate popolari, di e con Giuseppe Provinzano e alle 21 al Museo delle Marionette “El retrete de Dorian Gray”, della compagnia spagnola Cabarete. Il primo è un esperimento scenico dedicato a Giuseppe Pitrè incentrato sulla figura di Ferrazzano, alter ego scaltro di Giufà; il secondo spettacolo, invece, vedrà succedersi una lunga serie di cambi di scena ed avrà esiti diversi, in base anche alle scelte che farà il pubblico, invitato a partecipare.

Lo stesso giorno, alle 17, ci sarà spazio anche per la videoarte con l’inaugurazione di “Pupi Videodrome”, mostra multimediale sull’opera dei pupi siciliana allestita a Palazzo Sant’Elia. Ideata dal direttore del Museo delle Marionette, Rosario Perricone, e allestita da Enzo Venezia, la mostra reinventa la tradizione dell’opera dei pupi, mescolando manufatti artigianali a opere di nuova concezione. Come ad esempio “#Carinda Augmented Reality”, il pupo più antico del Museo Pasqualino, datato 1828, è stato, per così dire, “uploadato” dalla realtà materiale alla vita virtuale e lo spettatore potrà ammirarlo attraverso un esperimento di realtà aumentata. E ancora il cartello animato “La rotta di Roncisvalle”, un’animazione 2D di un cartellone tradizionale dell’opera dei pupi di Palermo; il documentario in 3D “Pupi a 360 gradi”, di Alessandra Grassi, e tre video installazioni di opere prodotte dal Museo delle Marionette: “In Two Minds – In Two Puppets” dell’irlandese Kevin Atherton, “The Palace of Raw Dreams” e “Angelica” di Judith Cowan.

Protagonisti della stagione, quest’anno concentrata in un lungo weekend, costellato da tanti eventi, saranno anche altre famiglie d’arte siciliane: la Compagnia Marionettistica fratelli Napoli (Catania), l’Antica Compagnia Opera dei Pupi Famiglia Puglisi (Sortino), la Compagnia Marionettistica popolare siciliana (Palermo) e la Compagnia Brigliadoro (Palermo). Poi gli artisti del Théâtre des Tarabates dalla Francia, con lo spettacolo di mani “La Brouille” e, ancora dalla Spagna, David Espinosa con “Una historia universal”.

Presenti questa mattina alla presentazione del festival, al Museo delle Marionette, oltre al presidente Rosario Perricone, anche Eric Biagi, direttore dell’Institut Français Palermo, e la direttrice dell’Istituto Cervantes, Beatriz Hernanz Angulo. Due enti che hanno partecipato all’organizzazione del festival, insieme al Comune di Palermo, all’assessorato regionale dei Beni culturali, al Mibac e alla Fondazione Arte e Cultura.

“Questa edizione del Festival di Morgana – ha detto il direttore Perricone – è stata concepita, alla luce dei tempi che viviamo, come un abbraccio virtuale che racchiude diverse realtà, in nome del dialogo, della tradizione e della sperimentazione di cui da sempre il teatro dei pupi e il museo che dirigo si fanno portatori”. Sottolineando, poi, l’ingresso gratuito a tutti gli eventi, come l’anno scorso, Perricone ha aggiunto: “Mi sembrava fuori luogo far pagare un biglietto quest’anno, proprio quando Palermo è capitale italiana della cultura. Poi, io penso che se gli eventi sono finanziati con fondi pubblici, come in questo caso, devono essere ad ingresso gratuito, un modo per far avvicinare ancora di più i cittadini alla cultura”.

Torna la rassegna fiore all’occhiello del Museo delle Marionette, giunta quest’anno alla 43esima edizione. Oltre trenta spettacoli, tra sperimentazione e tradizione, ospitati in diversi luoghi-simbolo della città

di Giulio Giallombardo

Un mosaico di contaminazioni tra teatro colto e popolare, sempre più al passo coi tempi. Il Festival di Morgana torna a Palermo con il suo carico di esperienze artistiche trasversali, frutto di collaborazioni con enti e associazioni internazionali, sempre sospeso tra sperimentazione e tradizione. Questa 43esima edizione, poi, sarà ancora più speciale, trasformando la città in teatro diffuso per cinque giorni. Dal 7 all’11 novembre, infatti, ad ospitare i tanti spettacoli del festival, oltre al Museo delle Marionette, sede istituzionale, saranno altri sette luoghi-simbolo: dalla Chiesa di Santi Euno e Giuliano a Palazzo Alliata di Villafranca, da Palazzo Riso al Teatro Ditirammu, da Palazzo delle Aquile al Teatro Carlo Magno, fino a Palazzo Sant’Elia e il Teatro Carlo Magno.

Saranno oltre trenta spettacoli in cartellone, tra cui due prime nazionali, sette compagnie di opera dei pupi provenienti da tutta la Sicilia e quattro compagnie internazionali di teatro d’immagine contemporaneo da Francia, Spagna e Irlanda. Quasi uno spettacolo ogni ora, dalle 16 alle 22, ad ingresso gratuito. Ma non solo, oltre agli spettacoli è prevista una mostra multimediale sull’opera dei pupi, che integra cinque progetti artistici di innovazione tecnologica e “Petit malins”, un ciclo di proiezioni di film di animazione, in collaborazione con l’Institut Français di Palermo.

L’inaugurazione del festival prevede cinque eventi in diversi luoghi della città. A partire dallo spettacolo “Le avventure di Carlotto in Spagna” della Compagnia Famiglia Mancuso, in scena al Teatro Carlo Magno alle 17. Un’ora dopo alle 18, al Ditirammu, tocca Albert Bagno con “Le leggende di Dama Rovenza”; alla stessa ora nell’atrio di Palazzo delle Aquile, l’Associazione Figli d’arte Cuticchio porta in scena “L’incanto di Dama Rovenza”, mentre alle 21, al Museo Pasqualino toccherà alla Compagnia Famiglia Gargano di Messina con “Il potere di Durlindana”. Gli spettacoli saranno preceduti dalla presentazione del libro di Simona Scattina, alle 16 allo Steri, “Storie dipinte. I cartelli della marionettistica Fratelli Napoli” e le proiezioni dei film d’animazione della rassegna “Petit malins”, alle 17 al Museo delle Marionette, che proseguiranno per tutti i giorni del festival.

Per le due prime nazionali, bisognerà aspettare l’8 novembre, quando alle 20 a Palazzo Riso, andrà in scena “Come veni Ferrazzano”, secondo capitolo della trilogia P3 coordinate popolari, di e con Giuseppe Provinzano e alle 21 al Museo delle Marionette “El retrete de Dorian Gray”, della compagnia spagnola Cabarete. Il primo è un esperimento scenico dedicato a Giuseppe Pitrè incentrato sulla figura di Ferrazzano, alter ego scaltro di Giufà; il secondo spettacolo, invece, vedrà succedersi una lunga serie di cambi di scena ed avrà esiti diversi, in base anche alle scelte che farà il pubblico, invitato a partecipare.

Lo stesso giorno, alle 17, ci sarà spazio anche per la videoarte con l’inaugurazione di “Pupi Videodrome”, mostra multimediale sull’opera dei pupi siciliana allestita a Palazzo Sant’Elia. Ideata dal direttore del Museo delle Marionette, Rosario Perricone, e allestita da Enzo Venezia, la mostra reinventa la tradizione dell’opera dei pupi, mescolando manufatti artigianali a opere di nuova concezione. Come ad esempio “#Carinda Augmented Reality”, il pupo più antico del Museo Pasqualino, datato 1828, è stato, per così dire, “uploadato” dalla realtà materiale alla vita virtuale e lo spettatore potrà ammirarlo attraverso un esperimento di realtà aumentata. E ancora il cartello animato “La rotta di Roncisvalle”, un’animazione 2D di un cartellone tradizionale dell’opera dei pupi di Palermo; il documentario in 3D “Pupi a 360 gradi”, di Alessandra Grassi, e tre video installazioni di opere prodotte dal Museo delle Marionette: “In Two Minds – In Two Puppets” dell’irlandese Kevin Atherton, “The Palace of Raw Dreams” e “Angelica” di Judith Cowan.

Protagonisti della stagione, quest’anno concentrata in un lungo weekend, costellato da tanti eventi, saranno anche altre famiglie d’arte siciliane: la Compagnia Marionettistica fratelli Napoli (Catania), l’Antica Compagnia Opera dei Pupi Famiglia Puglisi (Sortino), la Compagnia Marionettistica popolare siciliana (Palermo) e la Compagnia Brigliadoro (Palermo). Poi gli artisti del Théâtre des Tarabates dalla Francia, con lo spettacolo di mani “La Brouille” e, ancora dalla Spagna, David Espinosa con “Una historia universal”.

Presenti questa mattina alla presentazione del festival, al Museo delle Marionette, oltre al presidente Rosario Perricone, anche Eric Biagi, direttore dell’Institut Français Palermo, e la direttrice dell’Istituto Cervantes, Beatriz Hernanz Angulo. Due enti che hanno partecipato all’organizzazione del festival, insieme al Comune di Palermo, all’assessorato regionale dei Beni culturali, al Mibac e alla Fondazione Arte e Cultura.

“Questa edizione del Festival di Morgana – ha detto il direttore Perricone – è stata concepita, alla luce dei tempi che viviamo, come un abbraccio virtuale che racchiude diverse realtà, in nome del dialogo, della tradizione e della sperimentazione di cui da sempre il teatro dei pupi e il museo che dirigo si fanno portatori”. Sottolineando, poi, l’ingresso gratuito a tutti gli eventi, come l’anno scorso, Perricone ha aggiunto: “Mi sembrava fuori luogo far pagare un biglietto quest’anno, proprio quando Palermo è capitale italiana della cultura. Poi, io penso che se gli eventi sono finanziati con fondi pubblici, come in questo caso, devono essere ad ingresso gratuito, un modo per far avvicinare ancora di più i cittadini alla cultura”.

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“Foresta Urbana”, specchio magico tra arte e natura

Inaugurata a Palermo una grande mostra collettiva che dalle sale di Palazzo Riso, si allarga ai cortili e arriva fino in piazza Bologni: un museo a cielo aperto sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente

di Giulio Giallombardo

Un’arte straripante come la natura che vince sulla materia inerte, sbucando all’improvviso dalle strade delle città. Una potenza creativa incontenibile che germina oltre il chiuso delle sale espositive, invadendo la piazza e sbocciando alla luce del sole: come una pianta che diventa albero lì dove non ti aspetti. È un segno forte ed evocativo quello che lascia la mostra “Foresta Urbana”, una collettiva multiforme che si espande dalle sale di Palazzo Belmonte Riso e raggiunge, tra installazioni sonore, figurative e “aerostatiche”, l’adiacente piazza Bologni, nel cuore di Palermo.

In quello che ormai è diventato il salotto del Cassaro, tra i cinguettii delle installazioni sonore di Astrid Seme, campeggia sospesa in aria la luccicante sfera dell’artista argentino Tomás Saraceno. L’installazione Aerosolar Journeys, rientra in un progetto incentrato sulle sue ultime ricerche sull’Aerocene, “l’era dell’aria”, un’indagine tra arte e scienza per un futuro senza combustibili idrocarburici. Poi c’è l’albero vivente del coreano Koo Jeong-A e quelli di acciaio di Conrad Shawcross (Formation II); i tronchi d’ulivo su barre di ferro di Benedetto Pietromarchi (Oliva Caerulea) e i 18 alberi in vaso di Luca Vitone (Vuole Canti).

“Tree” di Ai Weiwei

Nel cortile di Palazzo Riso si staglia il monumentale Tree, l’albero “assemblato” dall’artista cinese Ai Weiwei, preceduto dagli alberi viventi su cui sono state intagliate date cruciali della storia di Palermo dal 1947 al 1992, opera del duo Goldschmied & Chiari (Genealogia di Damnatio Memoriae). Nel cortile accanto, invece, l’installazione Circle of life realizzata con pietre di Custonaci da Richard Long. E ancora tante opere esposte al primo piano del museo, di artisti del calibro di Doug Aitken, Francesco De Grandi, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Jimmie Durham, Olafur Eliasson, Bill Fontana, Carsten Höller, Ann Veronica Janssens, Ernesto Neto, Andreas Slominski e Pascale Marthine Tayou.

La mostra, curata da Paolo Falcone e visitabile fino al prossimo 20 gennaio, è stata promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con la Città di Palermo, e progettata dal Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea. Questa mattina, alla conferenza stampa nella Sala Kounellis di Palazzo Riso, oltre al curatore e alla direttrice del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, sono stati presenti anche l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano, e il presidente della Fondazione Terzo Pilastro e mecenate Emmanuele Emanuele.

Genealogia di Damnatio Memoriae

“Quest’iniziativa ha due grandi valori, – ha dichiarato l’assessore Tusa nel corso della presentazione – da un lato raccoglie alcuni importanti protagonisti dell’arte mondiale, dall’altro ci pone di fronte ad una necessaria riflessione, che è quella sulla natura, sull’ambiente, sul fatto che il mondo così come l’abbiamo ricevuto, se continuiamo ad agire in modo dissennato, quando ce ne andremo, non sarà più quello che abbiamo trovato. Il mio sogno – conclude Tusa – è vedere che queste manifestazioni artistiche travalichino il centro storico e arrivino nelle periferie ed anche nei tanti centri storici di cui è disseminata la Sicilia”.

Della stessa idea anche l’assessore Cusumano, che ha sottolineato come “attività culturali come questa, siano testa d’ariete per ripensare alla città, per viverla e costruire nuove narrazioni urbane per un futuro migliore, anche alla luce del sempre più consolidato legame tra il museo Riso e piazza Bologni”.

Soddisfatto, seppur con qualche riserva, Emmanuele Emanuele, colui che per primo ha voluto creare questa “Foresta Urbana”. “In un mondo in cui l’ambiente è sempre più maltrattato, diviene imprescindibile assumere un nuovo impegno morale – ha detto – attraverso la forza comunicativa dell’arte, che rinnovi e corrobori il rapporto indissolubile tra uomo e natura”. L’unico disappunto espresso dal mecenate è legato alla rinuncia – per mancate autorizzazioni – di molte installazioni esterne, che nell’idea originaria avrebbero dovuto costellare tutto il Cassaro, fino alla Cattedrale e ai quartieri limitrofi. “Il mio desiderio – conclude Emanuele – era quello di realizzare opere d’arte per le strade e i vicoli della città, per farne dono ai palermitani che avrebbero potuto camminare tutti i giorni in una foresta d’arte. Ma sono felice lo stesso per quella che è una mostra dall’eccezionale valore artistico”.

Inaugurata a Palermo una grande mostra collettiva che dalle sale di Palazzo Riso, si allarga ai cortili e arriva fino in piazza Bologni, un museo a cielo aperto sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente

di Giulio Giallombardo

Un’arte straripante come la natura che vince sulla materia inerte, sbucando all’improvviso dalle strade delle città. Una potenza creativa incontenibile che germina oltre il chiuso delle sale espositive, invadendo la piazza e sbocciando alla luce del sole: come una pianta che diventa albero lì dove non ti aspetti. È un segno forte ed evocativo quello che lascia la mostra “Foresta Urbana”, una collettiva multiforme che si espande dalle sale di Palazzo Belmonte Riso e raggiunge, tra installazioni sonore, figurative e “aerostatiche”, l’adiacente piazza Bologni, nel cuore di Palermo.

In quello che ormai è diventato il salotto del Cassaro, tra i cinguettii delle installazioni sonore di Astrid Seme, campeggia sospesa in aria la luccicante sfera dell’artista argentino Tomás Saraceno. L’installazione Aerosolar Journeys, rientra in un progetto incentrato sulle sue ultime ricerche sull’Aerocene, “l’era dell’aria”, un’indagine tra arte e scienza per un futuro senza combustibili idrocarburici. Poi c’è l’albero vivente del coreano Koo Jeong-A e quelli di acciaio di Conrad Shawcross (Formation II); i tronchi d’ulivo su barre di ferro di Benedetto Pietromarchi (Oliva Caerulea) e i 18 alberi in vaso di Luca Vitone (Vuole Canti).

“Tree” di Ai Weiwei

Nel cortile di Palazzo Riso si staglia il monumentale Tree, l’albero “assemblato” dall’artista cinese Ai Weiwei, preceduto dagli alberi viventi su cui sono state intagliate date cruciali della storia di Palermo dal 1947 al 1992, opera del duo Goldschmied & Chiari (Genealogia di Damnatio Memoriae). Nel cortile accanto, invece, l’installazione Circle of life realizzata con pietre di Custonaci da Richard Long. E ancora tante opere esposte al primo piano del museo, di artisti del calibro di Doug Aitken, Francesco De Grandi, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Jimmie Durham, Olafur Eliasson, Bill Fontana, Carsten Höller, Ann Veronica Janssens, Ernesto Neto, Andreas Slominski e Pascale Marthine Tayou.

La mostra, curata da Paolo Falcone e visitabile fino al prossimo 20 gennaio, è stata promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con la Città di Palermo, e progettata dal Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea. Questa mattina, alla conferenza stampa nella Sala Kounellis di Palazzo Riso, oltre al curatore e alla direttrice del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, sono stati presenti anche l’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa, l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano, e il presidente della Fondazione Terzo Pilastro e mecenate Emmanuele Emanuele.

Genealogia di Damnatio Memoriae

“Quest’iniziativa ha due grandi valori, – ha dichiarato l’assessore Tusa nel corso della presentazione – da un lato raccoglie alcuni importanti protagonisti dell’arte mondiale, dall’altro ci pone di fronte ad una necessaria riflessione, che è quella sulla natura, sull’ambiente, sul fatto che il mondo così come l’abbiamo ricevuto, se continuiamo ad agire in modo dissennato, quando ce ne andremo, non sarà più quello che abbiamo trovato. Il mio sogno – conclude Tusa – è vedere che queste manifestazioni artistiche travalichino il centro storico e arrivino nelle periferie ed anche nei tanti centri storici di cui è disseminata la Sicilia”.

Della stessa idea anche l’assessore Cusumano, che ha sottolineato come “attività culturali come questa, siano testa d’ariete per ripensare alla città, per viverla e costruire nuove narrazioni urbane per un futuro migliore, anche alla luce del sempre più consolidato legame tra il museo Riso e piazza Bologni”.

Emmanuele Emanuele e Andrea Cusumano

Soddisfatto, seppur con qualche riserva, Emmanuele Emanuele, colui che per primo ha voluto creare questa “Foresta Urbana”. “In un mondo in cui l’ambiente è sempre più maltrattato, diviene imprescindibile assumere un nuovo impegno morale – ha detto – attraverso la forza comunicativa dell’arte, che rinnovi e corrobori il rapporto indissolubile tra uomo e natura”. L’unico disappunto espresso dal mecenate è legato alla rinuncia – per mancate autorizzazioni – di molte installazioni esterne, che nell’idea originaria avrebbero dovuto costellare tutto il Cassaro, fino alla Cattedrale e ai quartieri limitrofi. “Il mio desiderio – conclude Emanuele – era quello di realizzare opere d’arte per le strade e i vicoli della città, per farne dono ai palermitani che avrebbero potuto camminare tutti i giorni in una foresta d’arte. Ma sono felice lo stesso per quella che è una mostra dall’eccezionale valore artistico”.

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Il teatro “inutile” e necessario del Piccolo Patafisico

Nel segno dissacrante di Ben Vautier, si inaugura la nona stagione con tredici spettacoli in cartellone, in scena tanti artisti e gli immancabili appuntamenti con i festival, da “Sorsicorti” al “Minimo”

di Giulio Giallombardo

Provocatorio e ironico come il suo padre spirituale. Il Piccolo Teatro Patafisico, nato quasi dieci anni fa nel segno di Alfred Jarry, in un’ex stalla dietro la Cattedrale di Palermo, per poi traslocare in un padiglione dell’ex manicomio di via La Loggia, conferma la sua anima trasversale e resistente. Lo fa con la nona stagione teatrale presentata questa mattina nella sala riunioni del Teatro Biondo: trasversale per l’eterogeneità della proposta culturale, resistente perché è stato capace di costruire un’identità sempre più riconoscibile, nonostante le strade dell’arte siano spesso in salita.

Margherita Ortolani, Laura Scavuzzo e Rossella Pizzuto

Non a caso, la frase dissacrante che accompagna la nuova stagione – diretta come sempre da Laura Scavuzzo e Rossella Pizzuto, fondatrici del Patafisico – parafrasando il performer francese Ben Vautier, “il teatro è inutile, tornate alle vostre case”, la dice lunga su quanto il Patafisico, in questi anni, abbia puntato su un’idea di teatro che non sia solo estetica, ma che recuperi anche il suo ruolo sociale e collettivo.

Dando uno sguardo agli spettacoli in cartellone, quest’anno saranno 13, tra cui tre produzioni nuove di zecca. Tra i palermitani in cartellone: Rosario Palazzolo, Dario Muratore, Claudia Puglisi e Margherita Ortolani. Sarà proprio quest’ultima ad inaugurare, domani sera alle 21 (con repliche sabato e domenica), la stagione con lo spettacolo “… Amezzaluna (Il cielo è così crudele e non è semplice)”, prodotto dal Patafisico con la compagnia Blitz. Ispirato al Visconte Dimezzato di Italo Calvino, lo spettacolo porta in scena due “strampalate creature ed un viaggio verso una Luna di cartapesta” e si collega a un lungo percorso di formazione per attori che Blitz porta avanti da anni. In scena, con Marta Cannuscio, Sara Esposito e la stessa Ortolani, ci sarà anche Ibrahima Darre, un giovane migrante, che ha partecipato al progetto “Diverse Visioni”, nato per l’inclusione sociale dei ragazzi rifugiati e richiedenti asilo.

Spazio anche al terzo capitolo di “A cena con gli Ubu”, altra produzione del Patafisico, con gli attori del teatro e la chef Cinzia Ciprì, con debutto il 9 novembre. Diventato ormai un plot, le cene a casa di Ubu sono una riflessione sul contemporaneo che non perde l’occasione per ridicolizzare il potere nella tradizione inaugurata da “Ubu re” di Jarry.

Poi c’è anche Dario Muratore, terza e ultima produzione del teatro di via La Loggia, che porta in scena “Tripolis”, il 13, 14 e 15 dicembre, in collaborazione con la dimora Macciangrosso, residenza artistica, e il Progetto Epop Teatri, che scava alle radici del rapporti con l’ex colonia libica per rispondere alle domande “chi è lo straniero? ”, “chi è l’artista?”.

E ancora, il reading teatrale di Claudio Morici “46 tentativi di lettera a mio figlio” (23 novembre); “Ciò che accadde all’improvviso”, il primo testo teatrale di Rosario Palazzolo che torna in scena dopo diversi anni (19 e 20 gennaio); “I sette contro Tebe” della compagnia I Clandestini, spettacolo nato nel centro salute mentale “Casa del sole” (25 e 26 gennaio); il teatro-canzone di Ivan Talarico in scena con “Autobiografia del mio amico immaginario” (9 e 10 febbraio); “Apuleio in love” della Compagnia Teatro degli Spiriti (14 febbraio); “The Addams Family in Palermo” di Claudia Puglisi (1, 2 e 3 marzo); “Carillon” della Compagnia Tedacà (16 e 17 marzo) e “Uomo maturo” di Steve Cable (13 e 14 aprile).

Torna anche quest’anno Poetry Slam (cinque serate al mese, da gennaio a maggio), la gara di poesia creata da Francesco Giordano, in cui gli autori leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque componenti del pubblico. Poi gli altri appuntamenti fissi con il festival di corti teatrali Minimo Teatro Festival (29, 30 e 31 marzo) e Sorsicorti, l’appuntamento con i corti cinematografici e il buon vino, quest’anno all’insegna del “cinema liquido”.

Parallela alla stagione per adulti, non può mancare quella per bambini, che ha già preso il via il 21 ottobre con lo spettacolo “Baoko, la burattina che divenne luna” della Compagnia Teatro degli Spiriti. Seguiranno altri undici spettacoli da novembre a maggio, quasi tutti messi in scena dalla stessa compagnia teatrale.

Laura Scavuzzo

“L’intenzione è quella di fare rete il più possibile, – ha detto Laura Scavuzzo nel corso della presentazione al Biondo – anche con le altre realtà teatrali siciliane con le quali spesso è difficile dialogare, ma anche con associazioni non strettamente teatrali”. L’intenzione – aggiungono le due direttrici artistiche – “è sempre quella di scegliere lo spettacolo giusto, le storie che valgano la pena di essere raccontate, coinvolgere il pubblico adatto, co-progettare con i partner più d’ispirazione, trovare il motivo e il senso di ogni singola scelta e poi a volte si scopre che le cose più ‘inutili’ erano quelle più necessarie”.

Nel segno dissacrante di Ben Vautier, si inaugura la nona stagione con tredici spettacoli in cartellone, in scena tanti artisti e gli immancabili appuntamenti con i festival, da “Sorsicorti” al “Minimo”

di Giulio Giallombardo

Provocatorio e ironico come il suo padre spirituale. Il Piccolo Teatro Patafisico, nato quasi dieci anni fa nel segno di Alfred Jarry, in un’ex stalla dietro la Cattedrale di Palermo, per poi traslocare in un padiglione dell’ex manicomio di via La Loggia, conferma la sua anima trasversale e resistente. Lo fa con la nona stagione teatrale presentata questa mattina nella sala riunioni del Teatro Biondo: trasversale per l’eterogeneità della proposta culturale, resistente perché è stato capace di costruire un’identità sempre più riconoscibile, nonostante le strade dell’arte siano spesso in salita.

Margherita Ortolani, Laura Scavuzzo e Rossella Pizzuto

Non a caso, la frase dissacrante che accompagna la nuova stagione – diretta come sempre da Laura Scavuzzo e Rossella Pizzuto, fondatrici del Patafisico – parafrasando il performer francese Ben Vautier, “il teatro è inutile, tornate alle vostre case”, la dice lunga su quanto il Patafisico, in questi anni, abbia puntato su un’idea di teatro che non sia solo estetica, ma che recuperi anche il suo ruolo sociale e collettivo.

Dando uno sguardo agli spettacoli in cartellone, quest’anno saranno 13, tra cui tre produzioni nuove di zecca. Tra i palermitani in cartellone: Rosario Palazzolo, Dario Muratore, Claudia Puglisi e Margherita Ortolani. Sarà proprio quest’ultima ad inaugurare, domani sera alle 21 (con repliche sabato e domenica), la stagione con lo spettacolo “… Amezzaluna (Il cielo è così crudele e non è semplice)”, prodotto dal Patafisico con la compagnia Blitz. Ispirato al Visconte Dimezzato di Italo Calvino, lo spettacolo porta in scena due “strampalate creature ed un viaggio verso una Luna di cartapesta” e si collega a un lungo percorso di formazione per attori che Blitz porta avanti da anni. In scena, con Marta Cannuscio, Sara Esposito e la stessa Ortolani, ci sarà anche Ibrahima Darre, un giovane migrante, che ha partecipato al progetto “Diverse Visioni”, nato per l’inclusione sociale dei ragazzi rifugiati e richiedenti asilo.

Spazio anche al terzo capitolo di “A cena con gli Ubu”, altra produzione del Patafisico, con gli attori del teatro e la chef Cinzia Ciprì, con debutto il 9 novembre. Diventato ormai un plot, le cene a casa di Ubu sono una riflessione sul contemporaneo che non perde l’occasione per ridicolizzare il potere nella tradizione inaugurata da “Ubu re” di Jarry.

Poi c’è anche Dario Muratore, terza e ultima produzione del teatro di via La Loggia, che porta in scena “Tripolis”, il 13, 14 e 15 dicembre, in collaborazione con la dimora Macciangrosso, residenza artistica, e il Progetto Epop Teatri, che scava alle radici del rapporti con l’ex colonia libica per rispondere alle domande “chi è lo straniero? ”, “chi è l’artista?”.

E ancora, il reading teatrale di Claudio Morici “46 tentativi di lettera a mio figlio” (23 novembre); “Ciò che accadde all’improvviso”, il primo testo teatrale di Rosario Palazzolo che torna in scena dopo diversi anni (19 e 20 gennaio); “I sette contro Tebe” della compagnia I Clandestini, spettacolo nato nel centro salute mentale “Casa del sole” (25 e 26 gennaio); il teatro-canzone di Ivan Talarico in scena con “Autobiografia del mio amico immaginario” (9 e 10 febbraio); “Apuleio in love” della Compagnia Teatro degli Spiriti (14 febbraio); “The Addams Family in Palermo” di Claudia Puglisi (1, 2 e 3 marzo); “Carillon” della Compagnia Tedacà (16 e 17 marzo) e “Uomo maturo” di Steve Cable (13 e 14 aprile).

Torna anche quest’anno Poetry Slam (cinque serate al mese, da gennaio a maggio), la gara di poesia creata da Francesco Giordano, in cui gli autori leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque componenti del pubblico. Poi gli altri appuntamenti fissi con il festival di corti teatrali Minimo Teatro Festival (29, 30 e 31 marzo) e Sorsicorti, l’appuntamento con i corti cinematografici e il buon vino, quest’anno all’insegna del “cinema liquido”.

Parallela alla stagione per adulti, non può mancare quella per bambini, che ha già preso il via il 21 ottobre con lo spettacolo “Baoko, la burattina che divenne luna” della Compagnia Teatro degli Spiriti. Seguiranno altri undici spettacoli da novembre a maggio, quasi tutti messi in scena dalla stessa compagnia teatrale.

Laura Scavuzzo

“L’intenzione è quella di fare rete il più possibile, – ha detto Laura Scavuzzo nel corso della presentazione al Biondo – anche con le altre realtà teatrali siciliane con le quali spesso è difficile dialogare, ma anche con associazioni non strettamente teatrali”. L’intenzione – aggiungono le due direttrici artistiche – “è sempre quella di scegliere lo spettacolo giusto, le storie che valgano la pena di essere raccontate, coinvolgere il pubblico adatto, co-progettare con i partner più d’ispirazione, trovare il motivo e il senso di ogni singola scelta e poi a volte si scopre che le cose più ‘inutili’ erano quelle più necessarie”.

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I mille volti della Catania che non ti aspetti

La città etnea, si prepara al secondo weekend de Le Vie dei Tesori, tra camminamenti delle monache e gioielli dell’università, con l’obiettivo di superare i 3.500 visitatori della scorsa settimana

di Giulio Giallombardo

Una Catania inedita e misteriosa, che si svela dall’alto al basso, tutta da scoprire. Cittadini e turisti potranno “riabbracciare” chiese, palazzi, musei e monumenti il prossimo weekend, dal 26 al 28 ottobre, quando si riapriranno le porte dei 32 luoghi inseriti nel festival Le Vie dei Tesori, che ha fatto il suo debutto in città la scorsa settimana. Primo obiettivo, superare i 3.500 visitatori del primo weekend, a dispetto di un venerdì molto piovoso, puntando sulle novità, tra cui i palazzi e musei dell’Università aperti soltanto venerdì e sabato (ve ne abbiamo parlato qui).

Le aspettative sono alte, anche per i camminamenti dei conventi che sveleranno la città dall’alto. Come quello della chiesa di San Giuliano, dove le monache benedettine erano solite ammirare la processione per la festa di Sant’Agata. Domenica prossima (28 ottobre) e quella successiva, soltanto dalle 10 alle 13, con turni di 20 visitatori ogni mezz’ora, sarà possibile salire all’inaccessibile cantoria della chiesa e da lassù, sulla cupola, seguire l’antico percorso delle monache. Chi invece preferisce percorrere il camminamento sopra Porta Uzeda, può farlo sia questo sabato (27 ottobre) che il prossimo dalle 9,30 alle 13. Sin da domani sarà invece possibile entrare nelle cucine e nelle dispense dell’antico monastero di San Nicolò L’Arena, gestito da Officine Culturali, un complesso dell’Ordine tra i più grandi d’Europa, oggi riconosciuto Patrimonio dell’Umanità.

Cupola della Badia di Sant’Agata

Soddisfatta del debutto etneo del Le Vie dei Tesori, l’assessore alla Cultura del Comune di Catania, Barbara Mirabella. “La scorsa settimana le condizioni meteo avverse non hanno fermato la curiosità – ha detto l’assessore a Le Vie dei Tesori News – , le richieste sono state tante e sono sicura che la città risponderà ancora meglio questo weekend. Partiamo con 32 siti ma l’obiettivo che ci siamo posti è quello di ampliare l’offerta e mettere a disposizione tanti luoghi e spazi che non sono solo del Comune”.

Alla domanda su quale volto di Catania viene fuori dai luoghi aperti col festival, l’assessore non ha dubbi: “È una Catania misteriosa, poco nota agli stessi catanesi, svelata grazie al lavoro svolto da Le Vie dei Tesori, che ha il merito di aver creato un sistema di comunicazione capillare che mette insieme luoghi che non sono di un unico ente, una capacità di fare rete che ci auguriamo possa crescere ancora nel futuro”.

I coupon per l’accesso ai luoghi si possono acquistare nel gazebo di piazza Stesicoro o nei singoli luoghi, solo quello per l’ingresso singolo. Si può acquistare un unico coupon, da 10 euro per 10 visite guidate; da 5 euro per 4 visite guidate, un solo ingresso costa 2 euro. Per informazioni telefonare allo 0918420104, tutti i giorni dalle 10 alle 18.

La città etnea, si prepara al secondo weekend de Le Vie dei Tesori, tra camminamenti delle monache e gioielli dell’università, con l’obiettivo di superare i 3.500 visitatori della scorsa settimana

di Giulio Giallombardo

Una Catania inedita e misteriosa, che si svela dall’alto al basso, tutta da scoprire. Cittadini e turisti potranno “riabbracciare” chiese, palazzi, musei e monumenti il prossimo weekend, dal 26 al 28 ottobre, quando si riapriranno le porte dei 32 luoghi inseriti nel festival Le Vie dei Tesori, che ha fatto il suo debutto in città la scorsa settimana. Primo obiettivo, superare i 3.500 visitatori del primo weekend, a dispetto di un venerdì molto piovoso, puntando sulle novità, tra cui i palazzi e musei dell’Università aperti soltanto venerdì e sabato (ve ne abbiamo parlato qui).

Le aspettative sono alte, anche per i camminamenti dei conventi che sveleranno la città dall’alto. Come quello della chiesa di San Giuliano, dove le monache benedettine erano solite ammirare la processione per la festa di Sant’Agata. Domenica prossima (28 ottobre) e quella successiva, soltanto dalle 10 alle 13, con turni di 20 visitatori ogni mezz’ora, sarà possibile salire all’inaccessibile cantoria della chiesa e da lassù, sulla cupola, seguire l’antico percorso delle monache. Chi invece preferisce percorrere il camminamento sopra Porta Uzeda, può farlo sia questo sabato (27 ottobre) che il prossimo dalle 9,30 alle 13. Sin da domani sarà invece possibile entrare nelle cucine e nelle dispense dell’antico monastero di San Nicolò L’Arena, gestito da Officine Culturali, un complesso dell’Ordine tra i più grandi d’Europa, oggi riconosciuto Patrimonio dell’Umanità.

Cupola della Badia di Sant’Agata

Soddisfatta del debutto etneo del Le Vie dei Tesori, l’assessore alla Cultura del Comune di Catania, Barbara Mirabella. “La scorsa settimana le condizioni meteo avverse non hanno fermato la curiosità – ha detto l’assessore a Le Vie dei Tesori News – , le richieste sono state tante e sono sicura che la città risponderà ancora meglio questo weekend. Partiamo con 32 siti ma l’obiettivo che ci siamo posti è quello di ampliare l’offerta e mettere a disposizione tanti luoghi e spazi che non sono solo del Comune”.

Alla domanda su quale volto di Catania viene fuori dai luoghi aperti col festival, l’assessore non ha dubbi: “È una Catania misteriosa, poco nota agli stessi catanesi, svelata grazie al lavoro svolto da Le Vie dei Tesori, che ha il merito di aver creato un sistema di comunicazione capillare che mette insieme luoghi che non sono di un unico ente, una capacità di fare rete che ci auguriamo possa crescere ancora nel futuro”.

I coupon per l’accesso ai luoghi si possono acquistare nel gazebo di piazza Stesicoro o nei singoli luoghi, solo quello per l’ingresso singolo. Si può acquistare un unico coupon, da 10 euro per 10 visite guidate; da 5 euro per 4 visite guidate, un solo ingresso costa 2 euro. Per informazioni telefonare allo 0918420104, tutti i giorni dalle 10 alle 18.

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I tesori umani viventi che la Sicilia custodisce

Una trentina di artigiani, poeti, artisti, eredi di antiche tradizioni, fanno parte del Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana. Gli ultimi ad essere stati iscritti sono il “cuntista” Mimmo Cuticchio e il cantastorie Nonò Salomone

di Giulio Giallombardo

Ci sono tesori in carne e ossa, testimoni di tradizioni e culture che hanno fatto più ricca la Sicilia. Custodi di antichi mestieri, artisti, poeti, artigiani: un patrimonio impalpabile fatto di vita vissuta, esperienze creative, saperi che, trasversalmente, hanno reso più sfaccettata l’anima dell’Isola. Tutti insieme fanno parte dei Libro dei tesori umani viventi del Reis, il Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana, istituito nel 2014, aggiornando il precedente Rei del 2005.

Nonò Salomone

Un grande catalogo composto da sei libri dedicati a celebrazioni, mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi. L’ultimo siciliano illustre ad essere stato iscritto nel libro è il “cuntista” palermitano Mimmo Cuticchio. La commissione Eredità immateriali ha, infatti, accolto recentemente la richiesta del Cricd, il Centro regionale del Catalogo, riconoscendo – si legge nella notifica del provvedimento – “il merito del cantastorie e oprante del teatro dei pupi di fama internazionale” e chiedendone l’iscrizione “per chiara fama” nel Libro dei tesori umani viventi. Insieme con lui, è stato inserito anche il nisseno Nonò Salomone, considerato come uno degli ultimi della vecchia generazione di cantastorie siciliani.

“Cuticchio rappresenta uno straordinario sperimentatore in bilico tra culture diverse, – commenta il direttore del Cricd, Caterina Greco a Le Vie dei Tesori News – incarna meglio di ogni altro l’antica tradizione del cunto, per noi molto importante, che è essa stessa una pratica etnoantropologica. Infatti lo abbiamo iscritto proprio come ‘cuntista’, ed è l’unico che può vantare questo titolo”.

I nomi di Cuticchio e Salomone vanno, dunque, ad aggiungersi agli altri 27 già iscritti nel corso degli anni. Un elenco che spazia da un capo all’altro della Sicilia, toccando quasi tutte le province: da Palermo, a Catania, da Messina a Trapani, passando per Agrigento e Caltanissetta. Partendo dal capoluogo siciliano c’è il maestro argentiere Antonino Amato; il radiologo dei beni culturali, Giuseppe Salerno; i rilegatori d’arte Emanuele India e Francesca Mezzatesta. Spostandosi in provincia, a Cefalù, troviamo l’artista delle calzature Franco Liberto, poi nella sola Alia, ben quattro artigiani: la ricamatrice Maria Grazia Ricotta, la tessitrice Antonella Ditta, il “vardiddaru” Angelo Centanni e il “panararu” Mariano Armanno, questi ultimi maestri nella realizzazione di selle e panieri.

Raffaele La Scala

A Catania, precisamente ad Aci Sant’Antonio, troviamo quattro artisti dei carretti siciliani Antonio Zappalà, Paolo Rapisarda, Domenico Di Mauro e Venera Chiarenza; un altro a Viagrande, Rosario D’Agata e ad Acireale, Salvatore Chiarenza. A Caltagirone, invece, non potevano mancare i maestri ceramisti Mario Iudici, Antonino Ragona e Giacomo Alessi, mentre a Sant’Alfio c’è l’etnostorico Salvatore Patanè.

L’ultimo carradore di Agrigento è, invece, Raffaele La Scala (ve ne abbiamo parlato qui) “tesoro vivente” insieme ai maestri ceramisti Giuseppe e Paolo Caravella di Burgio, nell’Agrigentino. Spostandoci, poi, a Messina troviamo lo scultore-scalpellino Gaetano Russo di Mistretta e la messinese poetessa popolare Maria Costa. Infine a Trapani c’è il maestro del corallo, Platimiro Fiorenza, il pittore su vetro alcamese Vito Fulco, e il rais della tonnara di Favignana, Gioacchino Cataldo, in realtà non più “vivente” perché morto lo scorso luglio. Tutte pennellate di un affresco corale su una tela ancora da finire.

Una trentina di artigiani, poeti, artisti, eredi di antiche tradizioni, fanno parte del Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana. Gli ultimi ad essere stati iscritti sono il “cuntista” Mimmo Cuticchio e il cantastorie Nonò Salomone

di Giulio Giallombardo

Ci sono tesori in carne e ossa, testimoni di tradizioni e culture che hanno fatto più ricca la Sicilia. Custodi di antichi mestieri, artisti, poeti, artigiani: un patrimonio impalpabile fatto di vita vissuta, esperienze creative, saperi che, trasversalmente, hanno reso più sfaccettata l’anima dell’Isola. Tutti insieme fanno parte dei Libro dei tesori umani viventi del Reis, il Registro dell’eredità immateriali della Regione Siciliana, istituito nel 2014, aggiornando il precedente Rei del 2005.

Nonò Salomone

Un grande catalogo composto da sei libri dedicati a celebrazioni, mestieri, dialetti, repertori orali, spazi simbolici e, appunto, tesori viventi. L’ultimo siciliano illustre ad essere stato iscritto nel libro è il “cuntista” palermitano Mimmo Cuticchio. La commissione Eredità immateriali ha, infatti, accolto recentemente la richiesta del Cricd, il Centro regionale del Catalogo, riconoscendo – si legge nella notifica del provvedimento – “il merito del cantastorie e oprante del teatro dei pupi di fama internazionale” e chiedendone l’iscrizione “per chiara fama” nel Libro dei tesori umani viventi. Insieme con lui, è stato inserito anche il nisseno Nonò Salomone, considerato come uno degli ultimi della vecchia generazione di cantastorie siciliani.

“Cuticchio rappresenta uno straordinario sperimentatore in bilico tra culture diverse, – commenta il direttore del Cricd, Caterina Greco a Le Vie dei Tesori News – incarna meglio di ogni altro l’antica tradizione del cunto, per noi molto importante, che è essa stessa una pratica etnoantropologica. Infatti lo abbiamo iscritto proprio come ‘cuntista’, ed è l’unico che può vantare questo titolo”.

I nomi di Cuticchio e Salomone vanno, dunque, ad aggiungersi agli altri 27 già iscritti nel corso degli anni. Un elenco che spazia da un capo all’altro della Sicilia, toccando quasi tutte le province: da Palermo, a Catania, da Messina a Trapani, passando per Agrigento e Caltanissetta. Partendo dal capoluogo siciliano c’è il maestro argentiere Antonino Amato; il radiologo dei beni culturali, Giuseppe Salerno; i rilegatori d’arte Emanuele India e Francesca Mezzatesta. Spostandosi in provincia, a Cefalù, troviamo l’artista delle calzature Franco Liberto, poi nella sola Alia, ben quattro artigiani: la ricamatrice Maria Grazia Ricotta, la tessitrice Antonella Ditta, il “vardiddaru” Angelo Centanni e il “panararu” Mariano Armanno, questi ultimi maestri nella realizzazione di selle e panieri.

Raffaele La Scala

A Catania, precisamente ad Aci Sant’Antonio, troviamo quattro artisti dei carretti siciliani Antonio Zappalà, Paolo Rapisarda, Domenico Di Mauro e Venera Chiarenza; un altro a Viagrande, Rosario D’Agata e ad Acireale, Salvatore Chiarenza. A Caltagirone, invece, non potevano mancare i maestri ceramisti Mario Iudici, Antonino Ragona e Giacomo Alessi, mentre a Sant’Alfio c’è l’etnostorico Salvatore Patanè.

L’ultimo carradore di Agrigento è, invece, Raffaele La Scala (ve ne abbiamo parlato qui) “tesoro vivente” insieme ai maestri ceramisti Giuseppe e Paolo Caravella di Burgio, nell’Agrigentino. Spostandoci, poi, a Messina troviamo lo scultore-scalpellino Gaetano Russo di Mistretta e la messinese poetessa popolare Maria Costa. Infine a Trapani c’è il maestro del corallo, Platimiro Fiorenza, il pittore su vetro alcamese Vito Fulco, e il rais della tonnara di Favignana, Gioacchino Cataldo, in realtà non più “vivente” perché morto lo scorso luglio. Tutte pennellate di un affresco corale su una tela ancora da finire.

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L’Ecce Homo dei Biscottari, storia di un culto dimenticato

C’è un’edicola votiva abbandonata a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo. Un tempo custodiva una statua del Cristo dal grande valore devozionale. Adesso sono rimasti solo ex voto e fiori secchi

di Giulio Giallombardo

Un culto depredato e sparito. Se non fosse per la croce che la sormonta e per quella che s’intravede sulle grate, non sembrerebbe neanche un’edicola votiva. Eppure, un tempo, all’interno di quella nicchia in via Biscottari, a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo, si trovava la statua di un Ecce Homo la cui devozione era molto radicata nel quartiere. Oggi, se ci si avvicina all’edicola, guardando bene oltre il vetro annerito dall’incuria, non c’è più traccia della statua del Cristo, né di quella dell’Addolorata che gli era accanto.

Quell’assenza è circondata, però, da tanti ex voto, a testimonianza dell’originario vigore del culto: forme di gambe e mani, resti di candele, una vecchia foto sbiadita, biglietti, fiori secchi e l’effetto straniante di un’edicola il cui protagonista è uscito di scena, lasciando solo un drappo azzurro. Anche il contesto urbano sembra contribuire all’abbandono: l’edicola si trova, infatti, proprio accanto ad alcuni cassonetti che troppo spesso si trasformano in discarica, con tanto di rifiuti ingombranti che a volte impediscono anche il passaggio delle automobili.

Ci troviamo nel tessuto viario più antico di Palermo, proprio di fronte al Palazzo Conte Federico e dove un tempo sorgeva la chiesa della Congregazione di Gesù e Maria dei Sacri Cuori, andata distrutta durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Quell’edicola sta lì a ricordare che un tempo c’era una chiesa, di cui adesso non esiste più neanche il culto. Eppure, la storia di questo Ecce Homo, non certo di grande pregio artistico, su cui circolano aneddoti popolari legati all’aspetto misero e poco gradevole, è costellata di sparizioni, ritorni e traslochi in altra sede: una statua “nomade” che non ha pace.

Già nel 2000, Rosario La Duca, dalle pagine del Giornale di Sicilia, aveva denunciato la scomparsa dell’Ecce Homo dei Biscottari, un tempo di proprietà della Confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Dopo l’articolo, l’associazione Salvare Palermo lanciò un appello alla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, affinché la statua fosse rintracciata e riportata nella sua edicola votiva. Cosa che avvenne nell’arco di pochi mesi. Il Cristo flagellato, insieme all’Addolorata, in quella circostanza – come hanno spiegato dalla Soprintendenza – furono dati in custodia dalla Curia alla parrocchia di San Giovanni Bosco, in via Messina Marine, ma dopo l’intervento della Soprintendenza, i simulacri tornarono in via Biscottari, dove rimasero fino a circa quattro anni fa, quando sparirono nuovamente.

Questa volta a prelevare le statue, su richiesta del vicerettore del Seminario arcivescovile, don Antonio Mancuso, furono i parrocchiani della chiesa di San Giuseppe Cafasso, dove aveva sede la confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Così, adesso, l’Ecce Homo e l’Addolorata sono custoditi in un salone della chiesa adiacente a San Giovanni degli Eremiti. “Le statue erano in totale abbandono – racconta a Le Vie dei Tesori News, Filippo Sapienza, parrocchiano di San Giuseppe Cafasso – così per evitare un ulteriore degrado, abbiamo pensato di occuparci noi della custodia. Quando siamo andati a prelevarle, circa quattro anni fa, l’edicola era in condizioni pietose, piena di rifiuti di ogni tipo, con dentro addirittura pannolini sporchi. Gli ex voto d’argento erano stati rubati e le statue rischiavano di essere mangiate dai topi”.

Così adesso l’Ecce Homo dei Biscottari, che nel frattempo è stato sottoposto ad un “ritocco” rispetto a come appariva anticamente, si trova nel piccolo museo allestito all’interno di San Giuseppe Cafasso, da don Massimiliano Turturici, parrocco con tante idee e voglia di fare. La speranza è che un giorno, le statue possano ancora una volta tornare “a casa”, a testimoniare l’antica devozione popolare, ormai scomparsa tra polvere e rifiuti.

C’è un’edicola votiva abbandonata a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo. Un tempo custodiva una statua del Cristo dal grande valore devozionale. Adesso sono rimasti solo ex voto e fiori secchi

di Giulio Giallombardo

Un culto depredato e sparito. Se non fosse per la croce che la sormonta e per quella che s’intravede sulle grate, non sembrerebbe neanche un’edicola votiva. Eppure, un tempo, all’interno di quella nicchia in via Biscottari, a due passi da Ballarò, nel cuore di Palermo, si trovava la statua di un Ecce Homo la cui devozione era molto radicata nel quartiere. Oggi, se ci si avvicina all’edicola, guardando bene oltre il vetro annerito dall’incuria, non c’è più traccia della statua del Cristo, né di quella dell’Addolorata che gli era accanto.

Quell’assenza è circondata, però, da tanti ex voto, a testimonianza dell’originario vigore del culto: forme di gambe e mani, resti di candele, una vecchia foto sbiadita, biglietti, fiori secchi e l’effetto straniante di un’edicola il cui protagonista è uscito di scena, lasciando solo un drappo azzurro. Anche il contesto urbano sembra contribuire all’abbandono: l’edicola si trova, infatti, proprio accanto ad alcuni cassonetti che troppo spesso si trasformano in discarica, con tanto di rifiuti ingombranti che a volte impediscono anche il passaggio delle automobili.

Ci troviamo nel tessuto viario più antico di Palermo, proprio di fronte al Palazzo Conte Federico e dove un tempo sorgeva la chiesa della Congregazione di Gesù e Maria dei Sacri Cuori, andata distrutta durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Quell’edicola sta lì a ricordare che un tempo c’era una chiesa, di cui adesso non esiste più neanche il culto. Eppure, la storia di questo Ecce Homo, non certo di grande pregio artistico, su cui circolano aneddoti popolari legati all’aspetto misero e poco gradevole, è costellata di sparizioni, ritorni e traslochi in altra sede: una statua “nomade” che non ha pace.

Già nel 2000, Rosario La Duca, dalle pagine del Giornale di Sicilia, aveva denunciato la scomparsa dell’Ecce Homo dei Biscottari, un tempo di proprietà della Confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Dopo l’articolo, l’associazione Salvare Palermo lanciò un appello alla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, affinché la statua fosse rintracciata e riportata nella sua edicola votiva. Cosa che avvenne nell’arco di pochi mesi. Il Cristo flagellato, insieme all’Addolorata, in quella circostanza – come hanno spiegato dalla Soprintendenza – furono dati in custodia dalla Curia alla parrocchia di San Giovanni Bosco, in via Messina Marine, ma dopo l’intervento della Soprintendenza, i simulacri tornarono in via Biscottari, dove rimasero fino a circa quattro anni fa, quando sparirono nuovamente.

Questa volta a prelevare le statue, su richiesta del vicerettore del Seminario arcivescovile, don Antonio Mancuso, furono i parrocchiani della chiesa di San Giuseppe Cafasso, dove aveva sede la confraternita dei Sacri Cuori coronati di spine. Così, adesso, l’Ecce Homo e l’Addolorata sono custoditi in un salone della chiesa adiacente a San Giovanni degli Eremiti. “Le statue erano in totale abbandono – racconta a Le Vie dei Tesori News, Filippo Sapienza, parrocchiano di San Giuseppe Cafasso – così per evitare un ulteriore degrado, abbiamo pensato di occuparci noi della custodia. Quando siamo andati a prelevarle, circa quattro anni fa, l’edicola era in condizioni pietose, piena di rifiuti di ogni tipo, con dentro addirittura pannolini sporchi. Gli ex voto d’argento erano stati rubati e le statue rischiavano di essere mangiate dai topi”.

Così adesso l’Ecce Homo dei Biscottari, che nel frattempo è stato sottoposto ad un “ritocco” rispetto a come appariva anticamente, si trova nel piccolo museo allestito all’interno di San Giuseppe Cafasso, da don Massimiliano Turturici, parrocco con tante idee e voglia di fare. La speranza è che un giorno, le statue possano ancora una volta tornare “a casa”, a testimoniare l’antica devozione popolare, ormai scomparsa tra polvere e rifiuti.

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Antonino Leto, quando la pittura si fa luce

Una grande antologica dedicata al paesaggista siciliano, da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo

di Giulio Giallombardo

Una pittura di luce e paesaggio, figlia del suo tempo, ma che si proietta nel futuro. La grande antologica dedicata a Antonino Leto, che da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo, è frutto di un lungo lavoro di ricerca che suggella gli oltre dieci anni di attività del museo di piazza Sant’Anna. Con quest’allestimento curato da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, si aggiunge un altro tassello ad un ciclo iniziato nell’ottobre 2005, con la memorabile mostra dedicata a Francesco Lojacono, che insieme a Leto e Michele Catti, forma la triade canonica del paesaggio siciliano dell’Ottocento.

Sono 94 le opere esposte nella mostra “Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri”, suddivise in sette sezioni che scandiscono le tappe salienti della carriera artistica del pittore monrealese, che ha fatto, però, la sua fortuna fuori dalla Sicilia. Dalle prime opere realizzate a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalla “Scuola di Resina”, fino al trasferimento prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Un capitolo a parte della mostra è dedicato, poi, al sodalizio tra Leto e la famiglia Florio, suoi grandi mecenati. È di questo periodo quello che è considerato uno dei capolavori del pittore “La mattanza a Favignana”, uno dei dipinti più intensi dell’Ottocento siciliano, debordante di patos nella sua accesa dimensione quasi epica. Non poteva mancare, inoltre, un’altra sua grande opera, anch’essa legata ai “mestieri del mare”, ovvero “I funari di Torre del Greco”, presentata all’Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Luce e scorci di Capri, infine, si prendono la scena. Per la prima volta, sarà presentato un altro dei capolavori di Leto, “Dietro la piccola marina a Capri”, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla nona Biennale di Venezia. L’isola, dove il pittore fondò nel 1892 il “Circolo Artistico”, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, divenne sua fonte d’ispirazione nell’ultima parte della sua vita, sperimentando una pittura più densa, dai forti contrasti.

Presenti questa mattina all’anteprima della mostra, organizzata da Civita Sicilia, oltre alle due curatrici, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Andrea Cusumano, e il presidente di Civita Sicilia, Gianni Puglisi. “Credo che questa mostra ci ricordi, allora come oggi, che la Sicilia non è una terra di periferia, ma un luogo in cui si segnano momenti storici di fondamentale importanza per l’Italia e l’Europa”, ha detto Cusumano, mentre Puglisi, che ha definito Leto un “pittore d’alto mare”, ha sottolineato come la sua grandezza sia stata quella di rappresentare indirettamente la Sicilia, “icona del mondo fuori dal tempo e dallo spazio”.

Una grande antologica dedicata al paesaggista siciliano, da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo

di Giulio Giallombardo

Una pittura di luce e paesaggio, figlia del suo tempo, ma che si proietta nel futuro. La grande antologica dedicata a Antonino Leto, che da domani e fino al prossimo 10 febbraio sarà visitabile nelle sale della Galleria d’arte moderna di Palermo, è frutto di un lungo lavoro di ricerca che suggella gli oltre dieci anni di attività del museo di piazza Sant’Anna. Con quest’allestimento curato da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, si aggiunge un altro tassello ad un ciclo iniziato nell’ottobre 2005, con la memorabile mostra dedicata a Francesco Lojacono, che insieme a Leto e Michele Catti, forma la triade canonica del paesaggio siciliano dell’Ottocento.

Sono 94 le opere esposte nella mostra “Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri”, suddivise in sette sezioni che scandiscono le tappe salienti della carriera artistica del pittore monrealese, che ha fatto, però, la sua fortuna fuori dalla Sicilia. Dalle prime opere realizzate a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalla “Scuola di Resina”, fino al trasferimento prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Un capitolo a parte della mostra è dedicato, poi, al sodalizio tra Leto e la famiglia Florio, suoi grandi mecenati. È di questo periodo quello che è considerato uno dei capolavori del pittore “La mattanza a Favignana”, uno dei dipinti più intensi dell’Ottocento siciliano, debordante di patos nella sua accesa dimensione quasi epica. Non poteva mancare, inoltre, un’altra sua grande opera, anch’essa legata ai “mestieri del mare”, ovvero “I funari di Torre del Greco”, presentata all’Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Luce e scorci di Capri, infine, si prendono la scena. Per la prima volta, sarà presentato un altro dei capolavori di Leto, “Dietro la piccola marina a Capri”, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla nona Biennale di Venezia. L’isola, dove il pittore fondò nel 1892 il “Circolo Artistico”, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, divenne sua fonte d’ispirazione nell’ultima parte della sua vita, sperimentando una pittura più densa, dai forti contrasti.

Presenti questa mattina all’anteprima della mostra, organizzata da Civita Sicilia, oltre alle due curatrici, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Andrea Cusumano, e il presidente di Civita Sicilia, Gianni Puglisi. “Credo che questa mostra ci ricordi, allora come oggi, che la Sicilia non è una terra di periferia, ma un luogo in cui si segnano momenti storici di fondamentale importanza per l’Italia e l’Europa”, ha detto Cusumano, mentre Puglisi, che ha definito Leto un “pittore d’alto mare”, ha sottolineato come la sua grandezza sia stata quella di rappresentare indirettamente la Sicilia, “icona del mondo fuori dal tempo e dallo spazio”.

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Viaggio tra i borghi nella Sicilia sconosciuta

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

La copertina del libro

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

La copertina del libro

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

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I testamenti dei grandi si mettono in mostra

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

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Isola delle Femmine ancora in vendita, ma il prezzo scende

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualunque altra destinazione coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

A un anno dalla pubblicazione dell’annuncio, si sono fatti avanti diversi potenziali acquirenti, ma nessuna trattativa è andata in porto. Ora i proprietari hanno deciso di rendere l’offerta più allettante

di Giulio Giallombardo

È passato un anno, ma l’annuncio è ancora lì: “Isola delle Femmine in vendita”. Campeggia nella home page del sito web della Romolini Immobiliare, agenzia toscana specializzata nel mercato di residenze storiche e ville di lusso in tutta Italia. Il testo dell’annuncio è tale e quale, tranne un dettaglio di non poco conto: il prezzo, che fino a ieri era bloccato a 3 milioni e mezzo di euro, adesso è trattabile e oscilla tra uno e tre milioni. Un tentativo degli attuali proprietari, quattro fratelli eredi di Rosolino Pilo, di concludere l’affare più facilmente, anche alla luce di potenziali acquirenti che negli ultimi mesi si sono fatti avanti per la piccola isola a due passi da Palermo.

È chiaro che i futuri proprietari, semmai ci saranno, dovranno rispettare i vincoli ambientali presenti, dal momento che sui 15 ettari di terra che affiorano dal mare, vige una riserva naturale orientata, istituita dalla Regione Siciliana nel 1997 e gestita dalla Lipu. L’isola, infatti, grazie alla sua posizione e alla pressoché assenza dell’uomo, ha consentito l’insediamento e l’espansione del gabbiano reale, accogliendo la sosta di diverse specie di uccelli migratori, come cormorani, aironi cenerini e garzette.

Strettamente legato all’acquisto dell’isola, sarebbe poi il destino di ciò che resta della cinquecentesca torre d’avvistamento, ormai semidistrutta e sotto sequestro per pericolo di crolli dal 2008. Da anni si parla di un possibile recupero del bene e dell’ipotesi di trasformarla in museo naturalistico, ma nulla di concreto è stato fatto fino a questo momento. È chiaro che un nuovo proprietario dovrebbe seriamente considerare l’idea di ristrutturarla per farne una residenza esclusiva o qualcos’altro sia coerente con i vincoli ambientali presenti.

La torre d’avvistamento

“L’acquisto dell’isola – si legge sull’annuncio della vendita – è un’opportunità unica per chi è alla ricerca di un ‘trophy asset’: un utilizzo parzialmente privato o semplicemente un’opera di recupero e salvaguardia di un bene unico nel suo genere. Il restauro conservativo della torre permetterebbe di renderla utilizzabile come residenza privata, immobile di rappresentanza, immagine aziendale oppure la realizzazione di un museo che permetta ai turisti di apprezzare non solo il carattere naturalistico dell’isola ma anche quello storico, artistico e archeologico”.

In effetti, qualche potenziale acquirente si è fatto avanti, come ha confermato Riccardo Romolini, titolare insieme alla moglie dell’agenzia immobiliare. “C’è stato un imprenditore siciliano del settore alimentare, molto vicino all’acquisto, che voleva usare l’immagine dell’isolotto con la torre come logo della sua azienda – ha detto Romolini a Le Vie dei Tesori News – . Poi abbiamo avuto alcuni contatti stranieri, addirittura un gruppo da Hong Kong che aveva in mente di costruire un grattacielo sull’isola, cosa che ovviamente non abbiamo minimanente preso in considerazione, un altro signore di origine siciliana, ma che vive in Australia, voleva comprarla per avere una proprietà nella sua terra d’origine”.

Uno scorcio dell’isola

Poi però, le trattative si sono arenate, non solo per i vincoli ambientali, ma anche per motivi burocratici. “Uno degli ostacoli – spiega Romolini – consiste nel fatto che ancora l’immobile è in corso di accatastamento e non ci sono, purtroppo, disponibili, le planimetrie catastali fedeli, ma solo delle foto e alcuni rilievi, questo ha scoraggiato un po’ i potenziali acquirenti”. Ma adesso, i proprietari, abbassando il prezzo, hanno voluto dare un’accelerata alle trattative, sperando di concludere l’affare quanto prima.

Questa ipotesi suscita non poche perplessità in chi gestisce attualmente l’isola. “C’è stato un interesse mediatico enorme su una questione sicuramente legittima, ma del tutto privata – sostiene Vincenzo Di Dio, responsabile della Lipu e direttore della riserva – . Se anche ci fosse qualcuno disposto a spendere cifre così alte, dovrebbe mettere mano a chissà quanti altri soldi per ripristinare la torre, cosa che solo un magnate potrebbe fare. Non tocca a noi ente gestore sindacare su quale possa essere un’eventuale trattativa, noi dobbiamo soltanto attuare il mandato che ci è stato assegnato, e quello facciamo. Il futuro potrebbe essere migliore, ma anche peggiore, noi non aspettiamo l’uomo del destino, né possiamo fare discorsi ipotetici. Se ci saranno nuovi proprietari, ci confronteremo con loro per capire cosa intendono fare”.

Intanto, la vita dell’isolotto resta sempre la stessa, assediato dalle barche che d’estate ormeggiano quasi attaccate alla costa, danneggiando la prateria di Posidonia sui fondali, e con la sua torre che perde sempre più pezzi. C’è anche chi si avventura vicino al monumento, nonostante l’area sia transennata. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

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