La Sicilia regina dei borghi più belli

Il trionfo di Petralia Soprana al concorso di Rai Uno, arriva dopo quello di Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca, tre piccoli centri diventati meta del turismo internazionale. Un poker di vittorie che confermano la capacità attrattiva dell’Isola

di Giulio Giallombardo

Gangi ha aperto le danze e la Sicilia non ha quasi mai smesso di festeggiare. In quattro edizioni su sei del Borgo dei Borghi, il concorso che premia ogni anno il più bello tra i piccoli centri sparsi nel Belpaese, l’Isola ha fatto centro. Apripista la cittadina madonita nel 2014, seguita nel 2015 da un altro borgo montano, ma questa volta sui Nebrodi, Montalbano Elicona. Il tris arriva nel 2016 con la vittoria di Sambuca di Sicilia, poi le due parentesi di Venzone, in Friuli, e Gradara, nelle Marche, e adesso il poker del 2019 (o meglio autunno 2018) con Petralia Soprana.

Lo scettro di Borgo dei Borghi, scelto tra gli aderenti all’esclusivo club dei Borghi più belli d’Italia, che conta adesso 271 piccoli centri abitati, torna dunque sulle Madonie. Il piccolo paese abbarbicato a 1150 metri, sul versante meridionale del massiccio montuoso siciliano, ha trionfato domenica scorsa al concorso della trasmissione “Kilimangiaro” su Rai Uno e adesso si prepara a vivere un anno sotto i riflettori. L’antica Petra “superior”, per distinguerla dalla “inferior”, l’attuale Petralia Sottana, con cui conserva ancora una certa rivalità, è un borgo medievale dal fascino antico. Vicoli stretti, chiese, piazzette e un belvedere che spazia su tutta la Sicilia, con tanto di Etna sullo sfondo.

Gangi

Soprana, dunque, ha stappato lo spumante e le aspettative sono alte. Anche per le importanti ricadute turistiche di cui hanno goduto gli altri borghi siciliani vincitori delle scorse edizioni. A partire dalla vicina di casa Gangi, che è stata la prima ad applaudire per il successo di Petralia. Solo 15 chilometri separano i due paesi madoniti e l’auspicio dei gangitani è che l’onda lunga della vittoria petralese possa investire anche il loro borgo, più grande e con più strutture ricettive disponibili. “Abbiamo festeggiato insieme a Petralia Soprana, dando un contributo importante alla sua vittoria con grande spirito di territorio”, confessa a Le Vie dei Tesori News il sindaco di Gangi, Francesco Migliazzo.

L’eredità lasciata dal titolo vinto nel 2014 si fa sentire ancora adesso dopo quattro anni. Senza contare che Gangi, due anni prima era stato eletto anche “Gioiello d’Italia” e nel 2017 il suo presepe vivente è stato l’evento più votato del progetto “Italive”. “Prima di tutto, quello del Borgo dei Borghi è un marchio di qualità che rimane negli annali – sottolinea il sindaco – questo ha portato ad un incremento turistico che continuiamo a sentire ancora adesso. Da quell’anno, le presenze nei nostri musei sono decuplicate, come abbiamo riscontrato dalla vendita dei biglietti. Sono aumentati anche i b&b, ristoranti e altre strutture ricettive”.

Montalbano Elicona

Stesso destino è toccato anche a Montalbano Elicona, dove il 2015 è stato un anno spartiacque. “Da allora tutto è cambiato – conferma il sindaco Filippo Taranto – già all’indomani della vittoria, sono arrivati una quindicina di pullman carichi di turisti che hanno letteralmente invaso il nostro borgo. Cartina al tornasole per noi è stata la vendita dei biglietti per il castello. Prima della vittoria, contavamo da 10 a 12mila visitatori all’anno, da aprile 2015 a fine anno, siamo saliti a circa 70mila. Negli anni successivi ci siamo assestati su circa 40-45mila presenze”.

Di occasione unica ha parlato Leonardo Ciaccio, primo cittadino di Sambuca di Sicilia. “È stato un treno che è passato una volta sola e l’abbiamo preso – commenta il sindaco – . Per noi è cambiata la strategia di rilancio. Da territorio a prevalenza agricola, siamo diventati anche meta turistica. Sono nati tanti b&b e soprattutto si sono messi in moto gli imprenditori locali, comprese le banche che hanno dato la possibilità di accedere a mutui agevolati per chi volesse ristrutturare e investire nel recupero del patrimonio privato, mentre noi come amministrazione abbiamo lanciato le case a un euro, acquisendo molti fabbricati danneggiati dal sisma del ’68. Dopo la vittoria, la comunità è rinata, ma soprattutto si è riaccesa la speranza di un futuro migliore”.

Resta da capire da dove nasca questo strapotere della Sicilia, dal momento che i diretti concorrenti del resto d’Italia, non hanno nulla da invidare ai borghi dell’Isola. La cosa certa è che il concorso, col televoto e il passaparola sui social network, muove ogni anno intere comunità. Magari i siciliani, anche per un senso di riscatto e di attaccamento alle identità, prendono più sul serio una competizione, forse un po’ snobbata dalle altre regioni italiane.

Il trionfo di Petralia Soprana al concorso di Rai Uno, arriva dopo quello di Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca, tre piccoli centri diventati meta del turismo internazionale. Un poker di vittorie che confermano la capacità attrattiva dell’Isola

di Giulio Giallombardo

Gangi ha aperto le danze e la Sicilia non ha quasi mai smesso di festeggiare. In quattro edizioni su sei del Borgo dei Borghi, il concorso che premia ogni anno il più bello tra i piccoli centri sparsi nel Belpaese, l’Isola ha fatto centro. Apripista la cittadina madonita nel 2014, seguita nel 2015 da un altro borgo montano, ma questa volta sui Nebrodi, Montalbano Elicona. Il tris arriva nel 2016 con la vittoria di Sambuca di Sicilia, poi le due parentesi di Venzone, in Friuli, e Gradara, nelle Marche, e adesso il poker del 2019 (o meglio autunno 2018) con Petralia Soprana.

Lo scettro di Borgo dei Borghi, scelto tra gli aderenti all’esclusivo club dei Borghi più belli d’Italia, che conta adesso 271 piccoli centri abitati, torna dunque sulle Madonie. Il piccolo paese abbarbicato a 1150 metri, sul versante meridionale del massiccio montuoso siciliano, ha trionfato domenica scorsa al concorso della trasmissione “Kilimangiaro” su Rai Uno e adesso si prepara a vivere un anno sotto i riflettori. L’antica Petra “superior”, per distinguerla dalla “inferior”, l’attuale Petralia Sottana, con cui conserva ancora una certa rivalità, è un borgo medievale dal fascino antico. Vicoli stretti, chiese, piazzette e un belvedere che spazia su tutta la Sicilia, con tanto di Etna sullo sfondo.

Gangi

Soprana, dunque, ha stappato lo spumante e le aspettative sono alte. Anche per le importanti ricadute turistiche di cui hanno goduto gli altri borghi siciliani vincitori delle scorse edizioni. A partire dalla vicina di casa Gangi, che è stata la prima ad applaudire per il successo di Petralia. Solo 15 chilometri separano i due paesi madoniti e l’auspicio dei gangitani è che l’onda lunga della vittoria petralese possa investire anche il loro borgo, più grande e con più strutture ricettive disponibili. “Abbiamo festeggiato insieme a Petralia Soprana, dando un contributo importante alla sua vittoria con grande spirito di territorio”, confessa a Le Vie dei Tesori News il sindaco di Gangi, Francesco Migliazzo.

L’eredità lasciata dal titolo vinto nel 2014 si fa sentire ancora adesso dopo quattro anni. Senza contare che Gangi, due anni prima era stato eletto anche “Gioiello d’Italia” e nel 2017 il suo presepe vivente è stato l’evento più votato del progetto “Italive”. “Prima di tutto, quello del Borgo dei Borghi è un marchio di qualità che rimane negli annali – sottolinea il sindaco – questo ha portato ad un incremento turistico che continuiamo a sentire ancora adesso. Da quell’anno, le presenze nei nostri musei sono decuplicate, come abbiamo riscontrato dalla vendita dei biglietti. Sono aumentati anche i b&b, ristoranti e altre strutture ricettive”.

Montalbano Elicona

Stesso destino è toccato anche a Montalbano Elicona, dove il 2015 è stato un anno spartiacque. “Da allora tutto è cambiato – conferma il sindaco Filippo Taranto – già all’indomani della vittoria, sono arrivati una quindicina di pullman carichi di turisti che hanno letteralmente invaso il nostro borgo. Cartina al tornasole per noi è stata la vendita dei biglietti per il castello. Prima della vittoria, contavamo da 10 a 12mila visitatori all’anno, da aprile 2015 a fine anno, siamo saliti a circa 70mila. Negli anni successivi ci siamo assestati su circa 40-45mila presenze”.

Di occasione unica ha parlato Leonardo Ciaccio, primo cittadino di Sambuca di Sicilia. “È stato un treno che è passato una volta sola e l’abbiamo preso – commenta il sindaco – . Per noi è cambiata la strategia di rilancio. Da territorio a prevalenza agricola, siamo diventati anche meta turistica. Sono nati tanti b&b e soprattutto si sono messi in moto gli imprenditori locali, comprese le banche che hanno dato la possibilità di accedere a mutui agevolati per chi volesse ristrutturare e investire nel recupero del patrimonio privato, mentre noi come amministrazione abbiamo lanciato le case a un euro, acquisendo molti fabbricati danneggiati dal sisma del ’68. Dopo la vittoria, la comunità è rinata, ma soprattutto si è riaccesa la speranza di un futuro migliore”.

Resta da capire da dove nasca questo strapotere della Sicilia, dal momento che i diretti concorrenti del resto d’Italia, non hanno nulla da invidare ai borghi dell’Isola. La cosa certa è che il concorso, col televoto e il passaparola sui social network, muove ogni anno intere comunità. Magari i siciliani, anche per un senso di riscatto e di attaccamento alle identità, prendono più sul serio una competizione, forse un po’ snobbata dalle altre regioni italiane.

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Il siciliano ai tempi di internet

L’idioma dell’Isola ha trionfato al concorso nazionale “Salva la tua lingua locale” , mentre la Regione ha da poco approvato le linee guida per introdurlo nelle scuole. Ma si parla in dialetto anche su Wikipedia e sul Mac

di Giulio Giallombardo

Il siciliano lingua da salvare. Se anche l’Unesco gli ha riconosciuto lo status di idioma a sé, insieme al napoletano, escludendolo dai gruppi dei dialetti italiani, qualcosa vorrà dire. Così, in attesa di ottenere uno status legale, che consentirebbe di usare il siciliano nelle scuole o negli uffici pubblici, per valorizzare la lingua dell’Isola, ci si affida a iniziative di associazioni o a quelle di personalità del mondo della cultura, come – un esempio per tutti – la lezione di Ignazio Buttitta.

Da sei anni c’è anche il premio nazionale “Salva la tua lingua locale”, che in questa edizione ha visto trionfare in più di una sezione diversi autori siciliani, che saranno premiati, insieme agli altri, il 14 dicembre nella sala Promoteca del Campidoglio a Roma. Uno dei vincitori è Nicolò Seminara, 76enne ex insegnante di Gangi, che si è piazzato primo nella sezione Dizionari e Vocabolari, con il suo “Vocabolario gangitano-italiano”.

Un lavoro lungo cinque anni, con cui Seminara ha voluto rendere omaggio alla sua comunità. Un libro nato tra i vicoli del paese madonita, attraverso un meticoloso confronto con modi di dire, parole e frasi usate dai cittadini gangitani. “Non è facile spiegare le differenze tra il nostro dialetto e quello degli altri paesi delle Madonie o del resto della Sicilia – spiega Seminara a Le Vie dei Tesori News – . Quello che posso dire è che il gangitano, nella pronuncia, è molto più simile all’italiano. Ad esempio, nel nostro dialetto pronunciamo la parola ‘famiglia’ come in italiano, diversamente dal resto della Sicilia”.

Un dizionario al passo con i tempi, completato da un dvd con audioguide per ascoltare la corretta pronuncia e i diversi significati delle parole. “In questo libro c’è tutto il mio paese – prosegue l’ex insegnante – con la sua storia e le sue tradizioni, non avrei potuto scriverlo senza l’aiuto e il supporto dei miei concittadini”.

Dunque, la Sicilia miete successi tra i localismi, proprio quando si torna a parlare dello studio della lingua e cultura siciliana nelle scuole dell’Isola. Le linee guida approvate lo scorso ottobre dalla giunta di Nello Musumeci, prevedono, infatti, che nelle classi, già a partire da quest’anno scolastico, vengano svolte attività per la valorizzazione dell’identità siciliana, che includano anche la “scoperta del brand Sicilia nel mondo: uomini, donne, giovani, imprese che oggi rappresentano la Sicilia oltre i confini regionali”. Di fatto, adesso, la Regione ha attuato la legge 9 del 2011 sull’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole.

“In una società sempre più ‘liquida’ e globale – si legge nel decreto – la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali. Non si tratta di rispolverare anacronistici miti indipendentisti, ma di comprendere la portata dei processi di modernizzazione e di riflettere sul presente esplorando il passato”. Se si pensa, poi, che esiste un’intera sezione di Wikipedia, con oltre 26mila pagine in siciliano e che la lingua dell’Isola è, da quattro anni, tra quelle selezionabili nei sistemi operativi dei Mac, il presente, allora, sembra già proiettato in avanti.

L’idioma dell’Isola ha trionfato al concorso nazionale “Salva la tua lingua locale” , mentre la Regione ha da poco approvato le linee guida per introdurlo nelle scuole. Ma si parla in dialetto anche su Wikipedia e sul Mac

di Giulio Giallombardo

Il siciliano lingua da salvare. Se anche l’Unesco gli ha riconosciuto lo status di idioma a sé, insieme al napoletano, escludendolo dai gruppi dei dialetti italiani, qualcosa vorrà dire. Così, in attesa di ottenere uno status legale, che consentirebbe di usare il siciliano nelle scuole o negli uffici pubblici, per valorizzare la lingua dell’Isola, ci si affida a iniziative di associazioni o a quelle di personalità del mondo della cultura, come – un esempio per tutti – la lezione di Ignazio Buttitta.

Da sei anni c’è anche il premio nazionale “Salva la tua lingua locale”, che in questa edizione ha visto trionfare in più di una sezione diversi autori siciliani, che saranno premiati, insieme agli altri, il 14 dicembre nella sala Promoteca del Campidoglio a Roma. Uno dei vincitori è Nicolò Seminara, 76enne ex insegnante di Gangi, che si è piazzato primo nella sezione Dizionari e Vocabolari, con il suo “Vocabolario gangitano-italiano”.

Un lavoro lungo cinque anni, con cui Seminara ha voluto rendere omaggio alla sua comunità. Un libro nato tra i vicoli del paese madonita, attraverso un meticoloso confronto con modi di dire, parole e frasi usate dai cittadini gangitani. “Non è facile spiegare le differenze tra il nostro dialetto e quello degli altri paesi delle Madonie o del resto della Sicilia – spiega Seminara a Le Vie dei Tesori News – . Quello che posso dire è che il gangitano, nella pronuncia, è molto più simile all’italiano. Ad esempio, nel nostro dialetto pronunciamo la parola ‘famiglia’ come in italiano, diversamente dal resto della Sicilia”.

Un dizionario al passo con i tempi, completato da un dvd con audioguide per ascoltare la corretta pronuncia e i diversi significati delle parole. “In questo libro c’è tutto il mio paese – prosegue l’ex insegnante – con la sua storia e le sue tradizioni, non avrei potuto scriverlo senza l’aiuto e il supporto dei miei concittadini”.

Dunque, la Sicilia miete successi tra i localismi, proprio quando si torna a parlare dello studio della lingua e cultura siciliana nelle scuole dell’Isola. Le linee guida approvate lo scorso ottobre dalla giunta di Nello Musumeci, prevedono, infatti, che nelle classi, già a partire da quest’anno scolastico, vengano svolte attività per la valorizzazione dell’identità siciliana, che includano anche la “scoperta del brand Sicilia nel mondo: uomini, donne, giovani, imprese che oggi rappresentano la Sicilia oltre i confini regionali”. Di fatto, adesso, la Regione ha attuato la legge 9 del 2011 sull’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole.

“In una società sempre più ‘liquida’ e globale – si legge nel decreto – la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali. Non si tratta di rispolverare anacronistici miti indipendentisti, ma di comprendere la portata dei processi di modernizzazione e di riflettere sul presente esplorando il passato”. Se si pensa, poi, che esiste un’intera sezione di Wikipedia, con oltre 26mila pagine in siciliano e che la lingua dell’Isola è, da quattro anni, tra quelle selezionabili nei sistemi operativi dei Mac, il presente, allora, sembra già proiettato in avanti.

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Le Vie dei Tesori tra i grandi eventi turistici della Regione

Il festival sarà inserito nell’elenco delle manifestazioni d’interesse che si svolgono nell’Isola. Lo ha dichiarato l’assessore regionale Sandro Pappalardo nel corso della conferenza stampa conclusiva all’interno del carcere Ucciardone di Palermo

di Giulio Giallombardo

Nuovo trofeo nel palmares de Le Vie dei Tesori. Il festival che ogni anno trasforma le città in musei diffusi, aprendo le porte di chiese, palazzi e monumenti a centinaia di cittadini e turisti, sarà inserito tra i grandi eventi della Regione Siciliana. Lo ha annunciato questa mattina, l’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo, nel corso della conferenza stampa conclusiva della dodicesima edizione del festival, che si è svolta all’interno del carcere Ucciardone di Palermo, uno dei luoghi più visitati di quest’anno.

“Il decreto sarà firmato tra oggi e domani – ha dichiarato Pappalardo – era un impegno che avevamo preso e siamo lieti di averlo mantenuto. Da questo momento in poi, nessun assessore futuro dovrà riceve notizie o informazioni su questo festival perché sarà decretato come evento di particolare importanza per la Regione Siciliana. All’inizio di dicembre – ha proseguito l’assessore – presenteremo il cartellone dei grandi eventi siciliani nella sala della Stampa estera di Roma e in quella di Milano, e forniremo questo elenco a tutto il mondo, per far sì che i tour operator, un anno prima, conoscano quali sono le date e gli eventi della nostra Regione. Cosa importante, ovviamente, soprattutto per la vendita dei pacchetti turistici”.

Una scelta quella dell’amministrazione regionale che suggella il cammino virtuoso del festival, che è cresciuto in questi anni fino a esportare il proprio modello, oltre che nel resto della Sicilia, anche in altre parti d’Italia, come la recente tappa in Lombardia. A confermare il successo sono anche i numeri snocciolati questa mattina: 365mila visitatori in tutta la Sicilia, di cui 265mila solo a Palermo nell’arco dei cinque weekend, tra ottobre e novembre, con una ricaduta economica, nel solo capoluogo, di oltre tre milioni e mezzo di euro, secondo le stime di Giovanni Ruggieri, a capo dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee.

“Questi sono numeri importanti – sottolinea l’assessore Pappalardo – . Io di progetti ne seguo tanti e posso dire che questi sono numeri straordinari. Non credo che altre manifestazioni nella nostra Regione possano arrivare a tanto. Questo ci fa capire che abbiamo fatto bene a sostenere l’evento, seppur con un contributo di 200mila euro che non sono tantissimi. Ma si è trattato certamente di un investimento importante”.

La presenza de Le Vie dei Tesori tra le iniziative siciliane di massimo interesse turistico è, dunque, un ennesimo riconoscimento che si aggiunge alla medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica, oltre che a quella del Senato e al patrocinio della Camera dei deputati, che ha ottenuto per il terzo anno consecutivo. Senza contare l’inserimento tra le manifestazioni dell’Anno europeo del Patrimonio Culturale e nel programma di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

Il festival sarà inserito nell’elenco delle manifestazioni d’interesse che si svolgono nell’Isola. Lo ha dichiarato l’assessore regionale Sandro Pappalardo nel corso della conferenza stampa conclusiva all’interno del carcere Ucciardone di Palermo

di Giulio Giallombardo

Nuovo trofeo nel palmares de Le Vie dei Tesori. Il festival che ogni anno trasforma le città in musei diffusi, aprendo le porte di chiese, palazzi e monumenti a centinaia di cittadini e turisti, sarà inserito tra i grandi eventi della Regione Siciliana. Lo ha annunciato questa mattina, l’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo, nel corso della conferenza stampa conclusiva della dodicesima edizione del festival, che si è svolta all’interno del carcere Ucciardone di Palermo, uno dei luoghi più visitati di quest’anno.

“Il decreto sarà firmato tra oggi e domani – ha dichiarato Pappalardo – era un impegno che avevamo preso e siamo lieti di averlo mantenuto. Da questo momento in poi, nessun assessore futuro dovrà riceve notizie o informazioni su questo festival perché sarà decretato come evento di particolare importanza per la Regione Siciliana. All’inizio di dicembre – ha proseguito l’assessore – presenteremo il cartellone dei grandi eventi siciliani nella sala della Stampa estera di Roma e in quella di Milano, e forniremo questo elenco a tutto il mondo, per far sì che i tour operator, un anno prima, conoscano quali sono le date e gli eventi della nostra Regione. Cosa importante, ovviamente, soprattutto per la vendita dei pacchetti turistici”.

Una scelta quella dell’amministrazione regionale che suggella il cammino virtuoso del festival, che è cresciuto in questi anni fino a esportare il proprio modello, oltre che nel resto della Sicilia, anche in altre parti d’Italia, come la recente tappa in Lombardia. A confermare il successo sono anche i numeri snocciolati questa mattina: 365mila visitatori in tutta la Sicilia, di cui 265mila solo a Palermo nell’arco dei cinque weekend, tra ottobre e novembre, con una ricaduta economica, nel solo capoluogo, di oltre tre milioni e mezzo di euro, secondo le stime di Giovanni Ruggieri, a capo dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee.

“Questi sono numeri importanti – sottolinea l’assessore Pappalardo – . Io di progetti ne seguo tanti e posso dire che questi sono numeri straordinari. Non credo che altre manifestazioni nella nostra Regione possano arrivare a tanto. Questo ci fa capire che abbiamo fatto bene a sostenere l’evento, seppur con un contributo di 200mila euro che non sono tantissimi. Ma si è trattato certamente di un investimento importante”.

La presenza de Le Vie dei Tesori tra le iniziative siciliane di massimo interesse turistico è, dunque, un ennesimo riconoscimento che si aggiunge alla medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica, oltre che a quella del Senato e al patrocinio della Camera dei deputati, che ha ottenuto per il terzo anno consecutivo. Senza contare l’inserimento tra le manifestazioni dell’Anno europeo del Patrimonio Culturale e nel programma di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

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Viaggio nei qanat, il labirinto nel ventre di Palermo

Alla scoperta di una delle più antiche reti idriche sotterranee della città, utilizzata a partire dalla dominazione araba. Una complessa opera d’ingegneria idraulica visitabile con Le Vie dei Tesori e il gruppo speleologico del Cai

di Giulio Giallombardo

Vivere Palermo fin dentro le viscere. Camminarvi dentro, sottoterra, nel buio del suo ventre. Sentire lo scrosciare dell’acqua che scorre nel profondo, linfa vitale in vene di pietra. E poi lasciarsi bagnare come in un lavacro rituale, tra i cunicoli di un labirinto ctonio, dove il tempo sembra essersi fermato. C’è qualcosa di sacrale nella discesa ai qanat, come quando si varca la soglia di un luogo antico, dove la storia ha lasciato il segno.

Tra quelli ancora visitabili in città, c’è il qanat Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello, precisamete a Fondo Micciulla. A guidare i visitatori sono gli speleologi del Cai di Palermo, che torneranno ad illuminare gli antichi canali il prossimo fine settimana, sabato 24 e domenica 25 novembre, con Le Vie dei Tesori (qui per prenotare il coupon). È solo un assaggio di quella che era la stratificata rete idrica sotterranea, utilizzata a partire dalla dominazione araba, per intercettare le falde in profondità e, tramite un gioco di pendenze, trasportare l’acqua in superficie. Bastano 50 minuti sottoterra per intuire la straordinaria complessità di un’opera d’ingegneria idraulica le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Come ogni rito che si rispetti, si comincia dalla “vestizione”. Prima di scendere, gli addetti del Cai consegnano ai visitatori stivaloni di gomma, impermeabili e caschetti muniti di luci. Nei qanat ci si bagna e non poco. Poi tocca ad un’imbracatura a cui si aggancerà una corda per garantire la sicurezza durante la discesa. Tutto inizia da una botola che si trova all’interno della casamatta dell’Amap. Da lì si entra nel qanat Gesuitico Alto, così chiamato perché si estende in un’area un tempo di proprietà dei gesuiti e per differenziarlo da quello “basso”, che si trova alla Vignicella, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico in via La Loggia. Lungo la botola, va giù per una decina di metri una scala di ferro che conduce all’inizio del percorso. Si scende uno alla volta, a gruppi di dieci persone, preceduti dalla guida del Cai.

Più si va giù, più lo scroscio dell’acqua si fa assordante a causa di una vera e propria cascata che scorre da una parete di roccia. Lasciata la cascata alle spalle, ci si addentra attraverso i cunicoli e lo sciabordio dell’acqua lascia pian piano il posto al passo pesante degli stivaloni che si fanno strada nell’acqua. Dapprima appena un rivolo sotto i piedi, per alzarsi subito dopo ed arrivare fin quasi sopra il ginocchio. Appoggiandosi sulle pareti di calcarenite, ci si accorge di quanto la roccia sia friabile. Questo permetteva ai muqanni, gli antichi maestri d’acqua, di scavare più facilmente e in sicurezza, consolidando poi le pareti e la volta con mattoni. Incastrati nella roccia anche tanti fossili e gusci di conchiglie, segni della sedimentazione tipica della calcarenite. La temperatura costante dell’ambiente è di 18 gradi, mentre quella dell’acqua scende fino a 12, sia d’estate che d’inverno. Il cunicolo, invece, ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri, mentre l’altezza media è superiore ai due metri, ma con tratti alti solo un metro e mezzo, il che costringe a proseguire la visita col busto inclinato in avanti.

Dopo pochi metri, in basso, si apre un altro tunnel. Si scende di un livello, trovando appigli sulle rocce: è l’ultimo tratto del qanat visitabile, dove l’acqua arriva fin sopra le ginocchia e bisogna camminare abbassando la testa. Ma è anche uno dei cunicoli più belli sotto il profilo architettonico: l’acqua cristallina scorre lungo un tunnel ben consolidato da mattoni sulle pareti e sulle volte. Superato questo tratto si torna indietro, facendo lo stesso percorso a ritroso.

Si torna su bagnati e un po’ frastornati, ma l’entusiasmo di chi ha partecipato è pari alla stanchezza. “È stata un’esperienza fantastica, molto bella e suggestiva, per me era la prima volta e mi rammarico di non averlo fatto prima”, dice uno dei visitatori, a cui fa eco la moglie: “Lo rifarei altre dieci volte”. In fondo, è un po’ come aver viaggiato nel tempo.

Alla scoperta di una delle più antiche reti idriche sotterranee della città, utilizzata a partire dalla dominazione araba. Una complessa opera d’ingegneria idraulica visitabile con Le Vie dei Tesori e il gruppo speleologico del Cai

di Giulio Giallombardo

Vivere Palermo fin dentro le viscere. Camminarvi dentro, sottoterra, nel buio del suo ventre. Sentire lo scrosciare dell’acqua che scorre nel profondo, linfa vitale in vene di pietra. E poi lasciarsi bagnare come in un lavacro rituale, tra i cunicoli di un labirinto ctonio, dove il tempo sembra essersi fermato. C’è qualcosa di sacrale nella discesa ai qanat, come quando si varca la soglia di un luogo antico, dove la storia ha lasciato il segno.

Tra quelli ancora visitabili in città, c’è il qanat Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello, precisamete a Fondo Micciulla. A guidare i visitatori sono gli speleologi del Cai di Palermo, che torneranno ad illuminare gli antichi canali il prossimo fine settimana, sabato 24 e domenica 25 novembre, con Le Vie dei Tesori (qui per prenotare il coupon). È solo un assaggio di quella che era la stratificata rete idrica sotterranea, utilizzata a partire dalla dominazione araba, per intercettare le falde in profondità e, tramite un gioco di pendenze, trasportare l’acqua in superficie. Bastano 50 minuti sottoterra per intuire la straordinaria complessità di un’opera d’ingegneria idraulica le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Come ogni rito che si rispetti, si comincia dalla “vestizione”. Prima di scendere, gli addetti del Cai consegnano ai visitatori stivaloni di gomma, impermeabili e caschetti muniti di luci. Nei qanat ci si bagna e non poco. Poi tocca ad un’imbracatura a cui si aggancerà una corda per garantire la sicurezza durante la discesa. Tutto inizia da una botola che si trova all’interno della casamatta dell’Amap. Da lì si entra nel qanat Gesuitico Alto, così chiamato perché si estende in un’area un tempo di proprietà dei gesuiti e per differenziarlo da quello “basso”, che si trova alla Vignicella, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico in via La Loggia. Lungo la botola, va giù per una decina di metri una scala di ferro che conduce all’inizio del percorso. Si scende uno alla volta, a gruppi di dieci persone, preceduti dalla guida del Cai.

Più si va giù, più lo scroscio dell’acqua si fa assordante a causa di una vera e propria cascata che scorre da una parete di roccia. Lasciata la cascata alle spalle, ci si addentra attraverso i cunicoli e lo sciabordio dell’acqua lascia pian piano il posto al passo pesante degli stivaloni che si fanno strada nell’acqua. Dapprima appena un rivolo sotto i piedi, per alzarsi subito dopo ed arrivare fin quasi sopra il ginocchio. Appoggiandosi sulle pareti di calcarenite, ci si accorge di quanto la roccia sia friabile. Questo permetteva ai muqanni, gli antichi maestri d’acqua, di scavare più facilmente e in sicurezza, consolidando poi le pareti e la volta con mattoni. Incastrati nella roccia anche tanti fossili e gusci di conchiglie, segni della sedimentazione tipica della calcarenite. La temperatura costante dell’ambiente è di 18 gradi, mentre quella dell’acqua scende fino a 12, sia d’estate che d’inverno. Il cunicolo, invece, ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri, mentre l’altezza media è superiore ai due metri, ma con tratti alti solo un metro e mezzo, il che costringe a proseguire la visita col busto inclinato in avanti.

Dopo pochi metri, in basso, si apre un altro tunnel. Si scende di un livello, trovando appigli sulle rocce: è l’ultimo tratto del qanat visitabile, dove l’acqua arriva fin sopra le ginocchia e bisogna camminare abbassando la testa. Ma è anche uno dei cunicoli più belli sotto il profilo architettonico: l’acqua cristallina scorre lungo un tunnel ben consolidato da mattoni sulle pareti e sulle volte. Superato questo tratto si torna indietro, facendo lo stesso percorso a ritroso.

Si torna su bagnati e un po’ frastornati, ma l’entusiasmo di chi ha partecipato è pari alla stanchezza. “È stata un’esperienza fantastica, molto bella e suggestiva, per me era la prima volta e mi rammarico di non averlo fatto prima”, dice uno dei visitatori, a cui fa eco la moglie: “Lo rifarei altre dieci volte”. In fondo, è un po’ come aver viaggiato nel tempo.

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Il circo visionario del duo Ricci Forte al Teatro Massimo

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

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Danisinni e Ballarò rinascono con la tassa di soggiorno

Il Comune di Palermo ha lanciato un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota dell’imposta al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti dai cittadini per i due quartieri storici

di Giulio Giallombardo

Sono i simboli di una città che cambia e si trasforma. Come i due fiumi che ancora scorrono sottoterra, il Papireto ai Danisinni e il Kemonia a Ballarò, che hanno cullato Palermo sin dalla nascita. I due quartieri storici stanno vivendo ultimanente una vera e propria renaissance, cercando, non senza difficoltà, di riemergere dagli anni bui che vogliono lasciarsi alle spalle. Non è un caso che proprio Danisinni e Ballarò siano stati scelti dal Comune per un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota della tassa di soggiorno al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti direttamente dai cittadini.

Per il progetto “Danisinni & Ballarò intransito”, ci sono in ballo 40mila euro, da dividere equamente tra i due quartieri. Possono partecipare tutti quelli che vivono la città – residenti, city users e turisti – e in particolare nelle zone interessate. Il progetto è sviluppato anche grazie al sostegno di Airbnb, il colosso dell’home sharing, che dallo scorso aprile collabora con l’amministrazione comunale per la raccolta automatica dell’imposta di soggiorno tramite il suo portale. Il 10 per cento di quanto raccolto, che la piattaforma ha scelto di non trattenere, sarà destinato a progetti scelti dai cittadini.

Si parte il 23 novembre con il primo laboratorio di quartiere che interessa Ballarò, dalle 16,30 alle 19,30 nell’oratorio di Santa Chiara. L’indomani gli incontri si spostano al Circo sociale in piazza Danisinni, dalle 9 alle 12. Le idee più condivise in ciascun incontro si candideranno alla fase successiva di coprogettazione, che si svolgerà dal 26 novembre al 15 dicembre, quando le proposte saranno sviluppate fra i partecipanti, le associazioni e i comitati del territorio e l’amministrazione comunale. Ultima fase, la votazione finale, che si terrà dal 15 al 31 gennaio 2019: tre progetti per Ballarò e altrettanti per Danisinni saranno condivisi con tutti i cittadini palermitani che decideranno quali finanziare con i 40mila euro a disposizione. Ne sarà infine scelto uno per quartiere.

“I progetti – si legge sul portale dell’amministrazione dedicato al progetto – oltre alle attività ed ai servizi di natura promozionale del territorio, potranno prevedere anche l’acquisto di beni di consumo o durevoli (ma non in prevalenza) o interventi di manutenzione ordinaria. Non potranno essere realizzati manutenzioni o interventi straordinari di opere e beni pubblici. I progetti dovranno essere realizzati entro l’anno 2019 con il budget massimo a disposizione e potranno prevedere una collaborazione tra pubblico e privato”.

Protagonista delle attività laboratoriali sarà anche l’associazione SìHost, nata pochi mesi fa, che raggruppa i proprietari di appartamenti destinati a locazione turistica. Avrà il compito di coordinare i laboratori, raggruppando idee e proposte che verranno fuori dai due tavoli di lavoro. “Questo progetto rappresenta al meglio il modo attraverso cui intendiamo presentare la città ai nostri ospiti, ed allo stesso tempo fare da tramite tra ospiti e residenti locali – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giorgio Bruno, presidente di SìHost – . Il flusso turistico diventa così momento di crescita culturale, sociale ed economica per ogni protagonista, sia esso host, guest o residente. Chi oggi visita la città non può più essere considerato un semplice turista, ma è certamente un cittadino temporaneo. Questo è l’homesharing che ci proponiamo di portare avanti”.

Il Comune di Palermo ha lanciato un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota dell’imposta al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti dai cittadini per i due quartieri storici

di Giulio Giallombardo

Sono i simboli di una città che cambia e si trasforma. Come i due fiumi che ancora scorrono sottoterra, il Papireto ai Danisinni e il Kemonia a Ballarò, che hanno cullato Palermo sin dalla nascita. I due quartieri storici stanno vivendo ultimanente una vera e propria renaissance, cercando, non senza difficoltà, di riemergere dagli anni bui che vogliono lasciarsi alle spalle. Non è un caso che proprio Danisinni e Ballarò siano stati scelti dal Comune per un progetto sperimentale di partecipazione civica nato dall’idea di destinare una quota della tassa di soggiorno al finanziamento di progetti di riqualificazione, proposti e scelti direttamente dai cittadini.

Per il progetto “Danisinni & Ballarò intransito”, ci sono in ballo 40mila euro, da dividere equamente tra i due quartieri. Possono partecipare tutti quelli che vivono la città – residenti, city users e turisti – e in particolare nelle zone interessate. Il progetto è sviluppato anche grazie al sostegno di Airbnb, il colosso dell’home sharing, che dallo scorso aprile collabora con l’amministrazione comunale per la raccolta automatica dell’imposta di soggiorno tramite il suo portale. Il 10 per cento di quanto raccolto, che la piattaforma ha scelto di non trattenere, sarà destinato a progetti scelti dai cittadini.

Si parte il 23 novembre con il primo laboratorio di quartiere che interessa Ballarò, dalle 16,30 alle 19,30 nell’oratorio di Santa Chiara. L’indomani gli incontri si spostano al Circo sociale in piazza Danisinni, dalle 9 alle 12. Le idee più condivise in ciascun incontro si candideranno alla fase successiva di coprogettazione, che si svolgerà dal 26 novembre al 15 dicembre, quando le proposte saranno sviluppate fra i partecipanti, le associazioni e i comitati del territorio e l’amministrazione comunale. Ultima fase, la votazione finale, che si terrà dal 15 al 31 gennaio 2019: tre progetti per Ballarò e altrettanti per Danisinni saranno condivisi con tutti i cittadini palermitani che decideranno quali finanziare con i 40mila euro a disposizione. Ne sarà infine scelto uno per quartiere.

“I progetti – si legge sul portale dell’amministrazione dedicato al progetto – oltre alle attività ed ai servizi di natura promozionale del territorio, potranno prevedere anche l’acquisto di beni di consumo o durevoli (ma non in prevalenza) o interventi di manutenzione ordinaria. Non potranno essere realizzati manutenzioni o interventi straordinari di opere e beni pubblici. I progetti dovranno essere realizzati entro l’anno 2019 con il budget massimo a disposizione e potranno prevedere una collaborazione tra pubblico e privato”.

Protagonista delle attività laboratoriali sarà anche l’associazione SìHost, nata pochi mesi fa, che raggruppa i proprietari di appartamenti destinati a locazione turistica. Avrà il compito di coordinare i laboratori, raggruppando idee e proposte che verranno fuori dai due tavoli di lavoro. “Questo progetto rappresenta al meglio il modo attraverso cui intendiamo presentare la città ai nostri ospiti, ed allo stesso tempo fare da tramite tra ospiti e residenti locali – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giorgio Bruno, presidente di SìHost – . Il flusso turistico diventa così momento di crescita culturale, sociale ed economica per ogni protagonista, sia esso host, guest o residente. Chi oggi visita la città non può più essere considerato un semplice turista, ma è certamente un cittadino temporaneo. Questo è l’homesharing che ci proponiamo di portare avanti”.

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Dallo sgabello di Wagner agli arredi liberty, all’asta i tesori degli hotel storici

Si chiude la vendita di mobili, quadri e sculture che hanno riempito stanze e saloni di cinque alberghi siciliani di lusso: da Villa Igiea all’Hotel delle Palme, a Palermo, fino all’Excelsior di Catania e al Des Etrangers di Siracusa

di Giulio Giallombardo

C’è lo sgabello su cui sedeva Richard Wagner, intento a comporre il Parsifal, oppure gli arredi liberty della manifattura Ducrot, disegnati da Ernesto Basile. E ancora i dipinti di De Maria Bergler, Irolli, Leto e Lojacono, per non parlare di ricche collezioni di ceramiche d’inizio Novecento, sculture neoclassiche, stampe, antichi lampadari di Murano, pianoforti, orologi e altri tesori.

Sono gli arredi dei cinque hotel storici, il cui iter di vendita si è concluso pochi giorni fa (ve ne abbiamo parlato in questo articolo): Villa Igiea, Grand Hotel des Palmes, Excelsior a Palermo; Des Etrangers a Siracusa e Excelsior a Catania, che facevano tutti capo al gruppo Acqua Marcia Turismo, società in liquidazione. Arriva adesso l’ultimo atto di vendita all’asta di mobili, quadri, sculture e oggetti, da sempre “scenografie” degli alberghi appena venduti. È il capitolo finale di una storia iniziata l’anno scorso, con la prima fase d’asta che portò alla vendita, tra l’altro, del ritratto di Franca Florio di Boldini, che si trovava a Villa Igiea, poi acquistato dai marchesi Marida e Annibale Berlingieri che lo riportarono a Palermo dopo varie peripezie.

Lampadario di Murano all’Hotel Excelsior di Palermo

Dal 15 ottobre, tutti i lotti invenduti sono stati posti ad una base d’asta pari al 100 per cento della stima minima ed aggiudicati il 15 novembre, a partire dalle 18. È quanto fa sapere la casa d’asta Bonino, che ha già messo online tutti i pezzi in vendita, alcuni dei quali vincolati dalla Soprintendenza ai Beni culturali e dunque non trasferibili dalle sedi in cui si trovano attualmente, altri invece liberi da ogni obbligo. Per tutti i lotti che saranno privi d’offerta il giorno dell’asta, i nuovi proprietari degli hotel saranno tenuti ad offrire la base d’asta vigente.

Così, tra i 79 lotti dell’Hotel delle Palme ci sono i mobili che arredavano l’albergo al tempo del soggiorno di Wagner, e perfino lo sgabello da pianoforte che il musicista utilizzò durante la composizione del Parsifal, tra il 1881 e il 1882, valutato tra i 4 e i 6mila euro. Ma non solo, c’è anche una colonna decorata a mosaico attribuita alla bottega medioevale dei Vassalletto e una collezione di statue palermitane realizzate tra Settecento e Ottocento da scultori della bottega del “Canova siciliano” Valerio Villareale. Tutti beni questi sottoposti a vincolo.

Poi ci sono i 122 lotti di Villa Igiea, tripudio del Liberty siciliano, con gli arredi di Vittorio Ducrot disegnati da Ernesto Basile, i quadri di Ettore De Maria Bergler, Vincenzo Irolli, Antonino Leto e Francesco Lojacono, e una ricca scelta di ceramiche, sculture, stampe e soprattutto mobili sia da camera sia per gli spazi di rappresentanza. Anche in questo caso, sono tanti i pezzi che non possono essere spostati dall’albergo e che quindi potrebbero essere acquistati dallo stesso nuovo proprietario. Tutti asportabili sono, invece, i 60 pezzi dell’Hotel Excelsior di Palermo, tra cui spicca una collezione di lampadari e applique in vetro soffiato, di produzione muranese. Poi ci sono le vetrinette poste all’ingresso, diversi mobili e alcuni quadri copie di opere di grandi maestri.

Square piano di metà 800 al Des Etrangers di Siracusa

Tutti liberi da vincolo anche i 54 lotti dell’Excelsior di Catania, prevalentemente arredi di fattura moderna, tra cui poltrone, tavoli, lampadari e specchiere. I dipinti, così come le stampe, sono puramente decorative. Mentre l’asta dell’Hotel Des Etrangers di Siracusa è composta da 45 pezzi, anche in questo caso tutti asportabili, e presenta tra i migliori arredi liberty e deco degli hotel del gruppo Acqua Marcia. Pronti insieme agli altri ad arricchire i salotti dei collezionisti.

Si chiude la vendita di mobili, quadri e sculture che hanno riempito stanze e saloni di cinque alberghi siciliani di lusso: da Villa Igiea all’Hotel delle Palme, a Palermo, fino all’Excelsior di Catania e al Des Etrangers di Siracusa

di Giulio Giallombardo

C’è lo sgabello su cui sedeva Richard Wagner, intento a comporre il Parsifal, oppure gli arredi liberty della manifattura Ducrot, disegnati da Ernesto Basile. E ancora i dipinti di De Maria Bergler, Irolli, Leto e Lojacono, per non parlare di ricche collezioni di ceramiche d’inizio Novecento, sculture neoclassiche, stampe, antichi lampadari di Murano, pianoforti, orologi e altri tesori.

Sono gli arredi dei cinque hotel storici, il cui iter di vendita si è concluso pochi giorni fa (ve ne abbiamo parlato in questo articolo): Villa Igiea, Grand Hotel des Palmes, Excelsior a Palermo; Des Etrangers a Siracusa e Excelsior a Catania, che facevano tutti capo al gruppo Acqua Marcia Turismo, società in liquidazione. Arriva adesso l’ultimo atto di vendita all’asta di mobili, quadri, sculture e oggetti, da sempre “scenografie” degli alberghi appena venduti. È il capitolo finale di una storia iniziata l’anno scorso, con la prima fase d’asta che portò alla vendita, tra l’altro, del ritratto di Franca Florio di Boldini, che si trovava a Villa Igiea, poi acquistato dai marchesi Marida e Annibale Berlingieri che lo riportarono a Palermo dopo varie peripezie.

Lampadario di Murano all’Hotel Excelsior di Palermo

Dal 15 ottobre, tutti i lotti invenduti sono stati posti ad una base d’asta pari al 100 per cento della stima minima ed aggiudicati il 15 novembre, a partire dalle 18. È quanto fa sapere la casa d’asta Bonino, che ha già messo online tutti i pezzi in vendita, alcuni dei quali vincolati dalla Soprintendenza ai Beni culturali e dunque non trasferibili dalle sedi in cui si trovano attualmente, altri invece liberi da ogni obbligo. Per tutti i lotti che saranno privi d’offerta il giorno dell’asta, i nuovi proprietari degli hotel saranno tenuti ad offrire la base d’asta vigente.

Così, tra i 79 lotti dell’Hotel delle Palme ci sono i mobili che arredavano l’albergo al tempo del soggiorno di Wagner, e perfino lo sgabello da pianoforte che il musicista utilizzò durante la composizione del Parsifal, tra il 1881 e il 1882, valutato tra i 4 e i 6mila euro. Ma non solo, c’è anche una colonna decorata a mosaico attribuita alla bottega medioevale dei Vassalletto e una collezione di statue palermitane realizzate tra Settecento e Ottocento da scultori della bottega del “Canova siciliano” Valerio Villareale. Tutti beni questi sottoposti a vincolo.

Poi ci sono i 122 lotti di Villa Igiea, tripudio del Liberty siciliano, con gli arredi di Vittorio Ducrot disegnati da Ernesto Basile, i quadri di Ettore De Maria Bergler, Vincenzo Irolli, Antonino Leto e Francesco Lojacono, e una ricca scelta di ceramiche, sculture, stampe e soprattutto mobili sia da camera sia per gli spazi di rappresentanza. Anche in questo caso, sono tanti i pezzi che non possono essere spostati dall’albergo e che quindi potrebbero essere acquistati dallo stesso nuovo proprietario. Tutti asportabili sono, invece, i 60 pezzi dell’Hotel Excelsior di Palermo, tra cui spicca una collezione di lampadari e applique in vetro soffiato, di produzione muranese. Poi ci sono le vetrinette poste all’ingresso, diversi mobili e alcuni quadri copie di opere di grandi maestri.

Square piano di metà 800 al Des Etrangers di Siracusa

Tutti liberi da vincolo anche i 54 lotti dell’Excelsior di Catania, prevalentemente arredi di fattura moderna, tra cui poltrone, tavoli, lampadari e specchiere. I dipinti, così come le stampe, sono puramente decorative. Mentre l’asta dell’Hotel Des Etrangers di Siracusa è composta da 45 pezzi, anche in questo caso tutti asportabili, e presenta tra i migliori arredi liberty e deco degli hotel del gruppo Acqua Marcia. Pronti insieme agli altri ad arricchire i salotti dei collezionisti.

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Un teatro fantasma nel cuore della Kalsa

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

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Quando la cultura viaggia sui social

Nati come semplici aggregatori di post, alcuni gruppi su Facebook si sono trasformati in punti di riferimento, non soltanto virtuali, per la comunità. Dai libri da scoprire ai monumenti abbandonati, dalle foto d’epoca alle passeggiate tematiche

di Giulio Giallombardo

Sono i cenacoli del web 2.0. Naturali evoluzioni dei primi forum di discussione apparsi con l’avvento di internet. Sono figli dei social network e come tali hanno ereditato pregi e difetti dai loro genitori. Nati quasi per gioco, ci sono gruppi su Facebook che ormai stanno diventando grandi e fanno sul serio. Impegnati su più fronti, dall’ambiente alla sanità, dall’arte alla cultura, è forse su quest’ultima che hanno scommesso di più, almeno alcuni tra quelli più attivi nel panorama palermitano e siciliano in genere.

Sono diventati, da semplici aggregatori di post condivisi, veri e propri punti di riferimento per una comunità virtuale, ma, al tempo stesso, presente concretamente sul territorio. Strumenti di cittadinanza attiva e partecipazione, dai gruppi vengono fuori denunce, proposte, idee e confronti che – in certi casi – lasciano il segno nella vita reale. In altri casi, invece, restano solo suggestioni e condivisioni nel cyber spazio, ma che arricchiscono culturalmente la comunità che ne fa parte.

Giuseppe Mazzola

Tra i gruppi più attivi nel territorio palermitano, c’è senza dubbio “I monumenti abbandonati di Palermo”, creato nel 2012 dall’ingegnere e fotoreporter Giuseppe Mazzola. L’obiettivo del gruppo, che conta attualmente oltre 18mila membri, è tutto contenuto nel nome: far conoscere la storia dei monumenti della città, con un occhio di riguardo a quelli abbandonati, dimenticati o meno noti. Dalle segnalazioni dei membri del gruppo è nata anche una vera e propria mappa in continua evoluzione, consultabile su Google Maps, con tutti i beni a rischio. “Nato come supporto alla mappa – spiega Mazzola – adesso il gruppo si è un po’ trasformato, diventando spazio di discussione sulle tradizioni, la cultura, l’arte e i monumenti della città, senza dimenticare la mission iniziale, ovvero raccontare la storia di quelli meno conosciuti”.

Obiettivo simile anche quello di “Palermo nascosta”, gruppo creato dallo scrittore e operatore turistico Fabio Ceraulo nel 2010, che adesso ha superato i 5mila membri. Anche in questo caso lo scopo è di promuovere e far conoscere luoghi, storia e arte della città. “Fino a poco tempo fa – ricorda Ceraulo – abbiamo organizzato attraverso il gruppo anche vere e proprie passeggiate gratuite e fruibili a tutti, nel cuore del centro storico, ognuna con un tema specifico. Questo è stato il nostro fiore all’occhiello”.

Fabio Ceraulo

Di seguaci ne ha, invece, ben 67mila il gruppo “Palermo di una volta”, creato da Piero Carramusa nel 2008 e dedicato, come intuibile dal nome, alle bellezze scomparse del capoluogo siciliano. “Quanti di voi sanno come era la nostra città una volta? Probabilmente pochi – scrive Carramusa nella presentazione del gruppo – . Io sono nato negli anni ’70, quindi ho vissuto, anche se ero adolescente, la grande trasformazione che Palermo ha subito dagli anni 60 ai primi anni 90. Questo gruppo è nato dalla mia personale, e spero di molti altri, voglia di rivivere attraverso immagini, video, ricordi, racconti, quello che fu della bella Palermo”. La pagina è, infatti, una carrellata di foto d’epoca, che raccontano luoghi e scorci di città come non l’abbiamo mai vista.

Più a carattere regionale, invece, il recente “Sicilia e sicilitudine”, nato a giugno dell’anno scorso e che ha raggiunto quasi 8mila membri. “Siciliando”, invece, ne ha più di 60mila, e dal gruppo è nata anche un’associazione culturale guidata da Vincenzo Perricone. “Siciliando vuole promuovere la sicilianità nel mondo, creando quel clima e quell’entusiasmo che è il sale di ogni iniziativa del gruppo e dell’associazione: aumentare l’attaccamento alla nostra terra”, si legge sul sito internet dell’associazione, che organizza anche eventi e corsi di fotografia, cinema e inglese.

Angelo Di Liberto

Chiudono la nostra carrellata, certamente non completa di tutto quello che offre il web, i quasi ventimila membri di “Billy, il vizio di leggere – il gruppo”, che condivide solo il nome con la rubrica del Tg1. La pagina è stata creata nel 2011 dallo scrittore palermitano Angelo Di Liberto ed è diventata una delle community più attive e prolifiche sui libri e la lettura. A partire da “Modus Legendi”, il concorso letterario dedicato all’editoria indipendente, al recente progetto “Billy e la scuola”, che coinvolge alunni e docenti in incontri di lettura con i membri del gruppo su Facebook. “Il nostro scopo – spiega Di Liberto – è educare alla lettura consapevole e fare in modo che i lettori si abituino al riconoscimento della qualità”.

Nati come semplici aggregatori di post, alcuni gruppi su Facebook si sono trasformati in punti di riferimento, non soltanto virtuali, per la comunità. Dai libri da scoprire ai monumenti abbandonati, dalle foto d’epoca alle passeggiate tematiche

di Giulio Giallombardo

Sono i cenacoli del web 2.0. Naturali evoluzioni dei primi forum di discussione apparsi con l’avvento di internet. Sono figli dei social network e come tali hanno ereditato pregi e difetti dai loro genitori. Nati quasi per gioco, ci sono gruppi su Facebook che ormai stanno diventando grandi e fanno sul serio. Impegnati su più fronti, dall’ambiente alla sanità, dall’arte alla cultura, è forse su quest’ultima che hanno scommesso di più, almeno alcuni tra quelli più attivi nel panorama palermitano e siciliano in genere.

Sono diventati, da semplici aggregatori di post condivisi, veri e propri punti di riferimento per una comunità virtuale, ma, al tempo stesso, presente concretamente sul territorio. Strumenti di cittadinanza attiva e partecipazione, dai gruppi vengono fuori denunce, proposte, idee e confronti che – in certi casi – lasciano il segno nella vita reale. In altri casi, invece, restano solo suggestioni e condivisioni nel cyber spazio, ma che arricchiscono culturalmente la comunità che ne fa parte.

Giuseppe Mazzola

Tra i gruppi più attivi nel territorio palermitano, c’è senza dubbio “I monumenti abbandonati di Palermo”, creato nel 2012 dall’ingegnere e fotoreporter Giuseppe Mazzola. L’obiettivo del gruppo, che conta attualmente oltre 18mila membri, è tutto contenuto nel nome: far conoscere la storia dei monumenti della città, con un occhio di riguardo a quelli abbandonati, dimenticati o meno noti. Dalle segnalazioni dei membri del gruppo è nata anche una vera e propria mappa in continua evoluzione, consultabile su Google Maps, con tutti i beni a rischio. “Nato come supporto alla mappa – spiega Mazzola – adesso il gruppo si è un po’ trasformato, diventando spazio di discussione sulle tradizioni, la cultura, l’arte e i monumenti della città, senza dimenticare la mission iniziale, ovvero raccontare la storia di quelli meno conosciuti”.

Fabio Ceraulo

Obiettivo simile anche quello di “Palermo nascosta”, gruppo creato dallo scrittore e operatore turistico Fabio Ceraulo nel 2010, che adesso ha superato i 5mila membri. Anche in questo caso lo scopo è di promuovere e far conoscere luoghi, storia e arte della città. “Fino a poco tempo fa – ricorda Ceraulo – abbiamo organizzato attraverso il gruppo anche vere e proprie passeggiate gratuite e fruibili a tutti, nel cuore del centro storico, ognuna con un tema specifico. Questo è stato il nostro fiore all’occhiello”.

Di seguaci ne ha, invece, ben 67mila il gruppo “Palermo di una volta”, creato da Piero Carramusa nel 2008 e dedicato, come intuibile dal nome, alle bellezze scomparse del capoluogo siciliano. “Quanti di voi sanno come era la nostra città una volta? Probabilmente pochi – scrive Carramusa nella presentazione del gruppo – . Io sono nato negli anni ’70, quindi ho vissuto, anche se ero adolescente, la grande trasformazione che Palermo ha subito dagli anni 60 ai primi anni 90. Questo gruppo è nato dalla mia personale, e spero di molti altri, voglia di rivivere attraverso immagini, video, ricordi, racconti, quello che fu della bella Palermo”. La pagina è, infatti, una carrellata di foto d’epoca, che raccontano luoghi e scorci di città come non l’abbiamo mai vista.

Più a carattere regionale, invece, il recente “Sicilia e sicilitudine”, nato a giugno dell’anno scorso e che ha raggiunto quasi 8mila membri. “Siciliando”, invece, ne ha più di 60mila, e dal gruppo è nata anche un’associazione culturale guidata da Vincenzo Perricone. “Siciliando vuole promuovere la sicilianità nel mondo, creando quel clima e quell’entusiasmo che è il sale di ogni iniziativa del gruppo e dell’associazione: aumentare l’attaccamento alla nostra terra”, si legge sul sito internet dell’associazione, che organizza anche eventi e corsi di fotografia, cinema e inglese.

Angelo Di Liberto

Chiudono la nostra carrellata, certamente non completa di tutto quello che offre il web, i quasi ventimila membri di “Billy, il vizio di leggere – il gruppo”, che condivide solo il nome con la rubrica del Tg1. La pagina è stata creata nel 2011 dallo scrittore palermitano Angelo Di Liberto ed è diventata una delle community più attive e prolifiche sui libri e la lettura. A partire da “Modus Legendi”, il concorso letterario dedicato all’editoria indipendente, al recente progetto “Billy e la scuola”, che coinvolge alunni e docenti in incontri di lettura con i membri del gruppo su Facebook. “Il nostro scopo – spiega Di Liberto – è educare alla lettura consapevole e fare in modo che i lettori si abituino al riconoscimento della qualità”.

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Villa Igiea, Palme e Excelsior: hotel di lusso venduti all’asta

Simboli della Belle Ėpoque palermitana, furono meta del turismo d’élite internazionale, ospitando i protagonisti del mondo della cultura, dell’arte e della politica. Adesso le strutture ricettive sono pronte all’atteso rilancio

di Giulio Giallombardo

Furono gli alberghi della Belle Ėpoque palermitana, accogliendo ospiti illustri tra sfarzi e lusso. Adesso per il Grand Hotel Villa Igiea, l’Hotel delle Palme e l’Excelsior inizia un nuovo corso. Si è concluso, infatti, l’iter di vendita delle tre storiche strutture ricettive di Acqua Marcia Turismo, holding di Francesco Bellavista Caltagirone, adesso in liquidazione.

Dopo la prima asta andata deserta, ad aggiudicarsi Villa Igiea, è stato il re degli hotel a 5 stelle, Rocco Forte, già proprietario in Sicilia del Verdura Resort di Sciacca, che ha chiuso l’affare con 25 milioni e 520mila euro. La trattativa di acquisto per il Grand Hotel et Des Palmes è stata conclusa dal fondo di investimento britannico Algebris per un importo di 12 milioni di euro, mentre la società Luxury Private Properties, della famiglia Giotti (già proprietaria del Des Étrangers di Siracusa), si è aggiudicata l’Excelsior per poco più di 8 milioni e 800mila euro. Advisor unico della procedura la divisione hospitality di Coldwell Banker Commercial.

Così, i tre alberghi storici, che furono di proprietà del Banco di Sicilia, sono pronti all’atteso rilancio, dopo una fase recente con più ombre che luci. A partire da Villa Igiea che di luci ne ha viste tante in oltre un secolo di vita. Era il 1899 quando la famiglia Florio acquistò la neogotica villa dell’ammiraglio inglese Cecil Domville, nella borgata dell’Acquasanta, ribattezzandola Igiea, dal nome della figlia di Ignazio e Franca Florio. Nelle intenzioni degli imprenditori, il complesso sarebbe dovuto diventare un sanatorio, poi invece pensarono di farne un albergo d’élite meta del turismo europeo. Così fu inaugurato il 15 dicembre del 1900 con il nome di Grande Albergo Internazionale, dopo essere stato ampliato su progetto di Ernesto Basile che aggiunse il quarto piano. Con il declino dei Florio, l’edificio venne utilizzato come ospedale, per poi passare al Banco di Sicilia, tornando successivamente ad essere un albergo d’élite. Resta tuttora un fulgido esempio di stile liberty, a partire dalle decorazioni con figure femminili e motivi floreali che arricchiscono le pareti dei saloni, fino all’elegante giardino dai viali sinuosi che abbraccia il mare.

Non meno ricca la storia dell’ottocentesco Hotel des Palmes, di via Roma, che fu la residenza di Benjamin Ingham-Withaker a partire dal 1874. Divenne albergo pochi anni dopo, quando passò a Enrico Ragusa, figlio di Salvatore, proprietario dell’Hotel Trinacria. Un tempo il prospetto principale era su via Mariano Stabile e c’era anche un grande parco oggi occupato dall’asse di via Roma. Successivamente, nel 1907, l’ingresso fu spostato dove si trova attualmente. Anche in questo caso fu Ernesto Basile che si occupò dell’ampliamento, progettando la grande hall, al posto del giardino d’inverno preesistente.

Tanti gli ospiti illustri che vi hanno soggiornato, a partire da Richard Wagner che nell’albergo completò il suo Parsifal nel 1881. Lì visse fino alla morte nel 1933 anche il poeta Raymond Roussel e il vice governatore di New York, Charles Poletti, lo trasformò in quartier generale statunitense durante la seconda guerra mondiale. Nel 1882 da questo albergo Francesco Crispi impartiva lezioni di politica, mentre si ricorda ancora la cena a 12 portate, servita all’ex presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Guttuso e Fiume hanno donato all’hotel alcuni schizzi ora incorniciati sulle pareti, mentre nell’ottobre del 1957 si tenne l’ormai noto summit di mafia tra i capi di Cosa nostra siciliana e americana a cui partecipò, tra gli altri, anche Lucky Luciano.

Infine, chiude il trittico di alberghi storici l’Hotel Excelsior Palace, costruito nel 1891 in occasione dell’Esposizione nazionale. Arricchito dagli arredi della ditta Ducrot e chiamato inizialmente Hotel de la Paix, fu l’unico edificio a non essere demolito alla fine della mostra, mantenendo la sua funzione per molti anni. Anche qui Ernesto Basile intervenne nel 1925, dando all’edificio l’aspetto che ha attualmente. Tra gli ospiti illustri, lo scrittore Rudyard Kipling che vi soggiornò nel 1928 e il premio Pulitzer 1944 Ernest Pile. E ancora l’attore britanninco Bob Hope, che lì durante la guerra intrattenne le truppe degli Alleati con i suoi spettacoli. Nel 1972 l’edificio fu vicino alla demolizione per essere sostituito da un moderno immobile di tredici piani. Progetto per fortuna mai realizzato.

Simboli della Belle Ėpoque palermitana, furono meta del turismo d’élite internazionale, ospitando i protagonisti del mondo della cultura, dell’arte e della politica. Adesso le strutture ricettive sono pronte all’atteso rilancio

di Giulio Giallombardo

Furono gli alberghi della Belle Ėpoque palermitana, accogliendo ospiti illustri tra sfarzi e lusso. Adesso per il Grand Hotel Villa Igiea, l’Hotel delle Palme e l’Excelsior inizia un nuovo corso. Si è concluso, infatti, l’iter di vendita delle tre storiche strutture ricettive di Acqua Marcia Turismo, holding di Francesco Bellavista Caltagirone, adesso in liquidazione.

Dopo la prima asta andata deserta, ad aggiudicarsi Villa Igiea, è stato il re degli hotel a 5 stelle, Rocco Forte, già proprietario in Sicilia del Verdura Resort di Sciacca, che ha chiuso l’affare con 25 milioni e 520mila euro. La trattativa di acquisto per il Grand Hotel et Des Palmes è stata conclusa dal fondo di investimento britannico Algebris per un importo di 12 milioni di euro, mentre la società Luxury Private Properties, della famiglia Giotti (già proprietaria del Des Étrangers di Siracusa), si è aggiudicata l’Excelsior per poco più di 8 milioni e 800mila euro. Advisor unico della procedura la divisione hospitality di Coldwell Banker Commercial.

Così, i tre alberghi storici, che furono di proprietà del Banco di Sicilia, sono pronti all’atteso rilancio, dopo una fase recente con più ombre che luci. A partire da Villa Igiea che di luci ne ha viste tante in oltre un secolo di vita. Era il 1899 quando la famiglia Florio acquistò la neogotica villa dell’ammiraglio inglese Cecil Domville, nella borgata dell’Acquasanta, ribattezzandola Igiea, dal nome della figlia di Ignazio e Franca Florio. Nelle intenzioni degli imprenditori, il complesso sarebbe dovuto diventare un sanatorio, poi invece pensarono di farne un albergo d’élite meta del turismo europeo. Così fu inaugurato il 15 dicembre del 1900 con il nome di Grande Albergo Internazionale, dopo essere stato ampliato su progetto di Ernesto Basile che aggiunse il quarto piano. Con il declino dei Florio, l’edificio venne utilizzato come ospedale, per poi passare al Banco di Sicilia, tornando successivamente ad essere un albergo d’élite. Resta tuttora un fulgido esempio di stile liberty, a partire dalle decorazioni con figure femminili e motivi floreali che arricchiscono le pareti dei saloni, fino all’elegante giardino dai viali sinuosi che abbraccia il mare.

Non meno ricca la storia dell’ottocentesco Hotel des Palmes, di via Roma, che fu la residenza di Benjamin Ingham-Withaker a partire dal 1874. Divenne albergo pochi anni dopo, quando passò a Enrico Ragusa, figlio di Salvatore, proprietario dell’Hotel Trinacria. Un tempo il prospetto principale era su via Mariano Stabile e c’era anche un grande parco oggi occupato dall’asse di via Roma. Successivamente, nel 1907, l’ingresso fu spostato dove si trova attualmente. Anche in questo caso fu Ernesto Basile che si occupò dell’ampliamento, progettando la grande hall, al posto del giardino d’inverno preesistente.

Tanti gli ospiti illustri che vi hanno soggiornato, a partire da Richard Wagner che nell’albergo completò il suo Parsifal nel 1881. Lì visse fino alla morte nel 1933 anche il poeta Raymond Roussel e il vice governatore di New York, Charles Poletti, lo trasformò in quartier generale statunitense durante la seconda guerra mondiale. Nel 1882 da questo albergo Francesco Crispi impartiva lezioni di politica, mentre si ricorda ancora la cena a 12 portate, servita all’ex presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Guttuso e Fiume hanno donato all’’hotel alcuni schizzi ora incorniciati sulle pareti, mentre nell’ottobre del 1957 si tenne l’ormai noto summit di mafia tra i capi di Cosa nostra siciliana e americana a cui partecipò, tra gli altri, anche Lucky Luciano.

Infine, chiude il trittico di alberghi storici l’Hotel Excelsior Palace, costruito nel 1891 in occasione dell’Esposizione nazionale. Arricchito dagli arredi della ditta Ducrot e chiamato inizialmente Hotel de la Paix, fu l’unico edificio a non essere demolito alla fine della mostra, mantenendo la sua funzione per molti anni. Anche qui Ernesto Basile intervenne nel 1925, dando all’edificio l’aspetto che ha attualmente. Tra gli ospiti illustri, lo scrittore Rudyard Kipling che vi soggiornò nel 1928 e il premio Pulitzer 1944 Ernest Pile. E ancora l’attore britanninco Bob Hope, che lì durante la guerra intrattenne le truppe degli Alleati con i suoi spettacoli. Nel 1972 l’edificio fu vicino alla demolizione per essere sostituito da un moderno immobile di tredici piani. Progetto per fortuna mai realizzato.

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