La Grande Guerra in musica, quei canti che vengono da lontano

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

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La “Chiesazza” normanna, un tesoro da salvare

Il rudere di Santa Maria di Campogrosso, ad Altavilla Milicia, è quello che rimane di un antico complesso religioso nato al tempo di Ruggero, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi il recupero sembra quasi un miraggio

di Giulio Giallombardo

Era una delle più antiche chiese normanne in Sicilia, ma oggi sono rimaste in piedi solo due pareti. Il rudere della chiesa di Santa Maria di Campogrosso è ben visibile percorrendo l’autostrada Palermo-Catania, subito dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. Difficile immaginare che quelle mura all’apparenza anonime, siano ciò che rimane di un importante edificio di culto con annesso un monastero basiliano. Ma basta salire sull’altura dove si ergeva la chiesa, per avvertire tutta la sacralità del luogo.

Chiesa di Santa Maria di Campogrosso, vista da Sud-Est (foto di P. Wroniecki)

Si raggiunge facilmente a piedi da un piccolo sentiero, che si trova vicino alla statale 113, a due passi dallo svincolo autostradale di Altavilla. Dopo pochi minuti si arriva in cima, con lo sguardo che spazia su tutto il golfo di Termini Imerese. Lì resistono ancora i ruderi della cosiddetta “Chiesazza”, epiteto certamente poco alato, ma che rende bene l’idea dello stato in cui versa ciò che resta dell’edificio, a cui era anche annesso un monastero basiliano. La tradizione ritiene che sia stato Ruggero d’Altavilla a costruire la chiesa nel 1068, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi dell’unica navata restano solo le pareti, di cui sono ancora visibili i contrafforti, come la base dell’abside e del transetto meridionale.

Nell’area sono presenti le tracce delle ultime campagne di scavo realizzate tra il 2015 e il 2016, dai ricercatori polacchi dell’Istituto di Archeologia ed Etnologia dell’Accademia delle Scienze. La ricerca, condotta in convenzione con la Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Palermo e con il Comune di Altavilla Milicia, ha consentito di acquisire ulteriori notizie sulla storia del monumento, mettendo in luce anche alcune sepolture, con il ritrovamento di due scheletri. Inoltre, sono state scattate diverse fotografie, che hanno consentito di ricostruire una dettagliata planimetria dell’intero complesso e delle varie fasi costruttive. È stata anche ripulita una parte significativa dei muri del transetto, che era coperto dai detriti, così da riportare alla luce l’antico aspetto.

Una delle sepolture scoperte (foto di A. Kubicka)

Ma dopo questa recente parentesi, i riflettori accesi sulla Chiesazza si sono spenti di nuovo, anche se qualcosa sembra muoversi. “Abbiamo inviato un progetto al Dipartimento regionale dei Beni culturali che però non ha avuto ancora copertura finanziaria”, spiega a Le Vie dei Tesori News il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca. “Il progetto – aggiunge – prevede un ampliamento degli scavi, che sono stati già avviati dalla missione polacca, ma soprattutto la messa in sicurezza delle parti architettoniche che sono in maggiore stato di precarietà”.

Ma il complesso di Santa Maria di Campogrosso non è l’unico tesoro nella zona. Collegato alla chiesa, poco più sotto si trova l’antico ponte normanno, sul torrente Cannemasche (ve ne abbiamo parlato anche qui), che serviva a facilitare gli scambi dei monaci e degli abitanti della zona con Palermo. Il monumento, noto anche come “ponte saraceno”, sembra poter crollare da un momento all’altro. Il suo arco a sesto acuto regge ancora per miracolo e la Soprintendenza, ha da poco indetto una gara per avviare urgenti lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando 100mila euro. Sullo sfondo resta il sogno di un itinerario normanno nel territorio, che faccia dialogare i due monumenti dopo il recupero. Ma oggi sembra solo un miraggio.

Il rudere di Santa Maria di Campogrosso, ad Altavilla Milicia, è quello che rimane di un antico complesso religioso nato al tempo di Ruggero, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi il recupero sembra quasi un miraggio

di Giulio Giallombardo

Era una delle più antiche chiese normanne in Sicilia, ma oggi sono rimaste in piedi solo due pareti. Il rudere della chiesa di Santa Maria di Campogrosso è ben visibile percorrendo l’autostrada Palermo-Catania, subito dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. Difficile immaginare che quelle mura all’apparenza anonime, siano ciò che rimane di un importante edificio di culto con annesso un monastero basiliano. Ma basta salire sull’altura dove si ergeva la chiesa, per avvertire tutta la sacralità del luogo.

Chiesa di Santa Maria di Campogrosso, vista da Sud-Est (foto di P. Wroniecki)

Si raggiunge facilmente a piedi da un piccolo sentiero, che si trova vicino alla statale 113, a due passi dallo svincolo autostradale di Altavilla. Dopo pochi minuti si arriva in cima, con lo sguardo che spazia su tutto il golfo di Termini Imerese. Lì resistono ancora i ruderi della cosiddetta “Chiesazza”, epiteto certamente poco alato, ma che rende bene l’idea dello stato in cui versa ciò che resta dell’edificio, a cui era anche annesso un monastero basiliano. La tradizione ritiene che sia stato Ruggero d’Altavilla a costruire la chiesa nel 1068, come ex voto per la battaglia vinta contro gli arabi. Oggi dell’unica navata restano solo le pareti, di cui sono ancora visibili i contrafforti, come la base dell’abside e del transetto meridionale.

Nell’area sono presenti le tracce delle ultime campagne di scavo realizzate tra il 2015 e il 2016, dai ricercatori polacchi dell’Istituto di Archeologia ed Etnologia dell’Accademia delle Scienze. La ricerca, condotta in convenzione con la Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali di Palermo e con il Comune di Altavilla Milicia, ha consentito di acquisire ulteriori notizie sulla storia del monumento, mettendo in luce anche alcune sepolture, con il ritrovamento di due scheletri. Inoltre, sono state scattate diverse fotografie, che hanno consentito di ricostruire una dettagliata planimetria dell’intero complesso e delle varie fasi costruttive. È stata anche ripulita una parte significativa dei muri del transetto, che era coperto dai detriti, così da riportare alla luce l’antico aspetto.

Una delle sepolture scoperte (foto di A. Kubicka)

Ma dopo questa recente parentesi, i riflettori accesi sulla Chiesazza si sono spenti di nuovo, anche se qualcosa sembra muoversi. “Abbiamo inviato un progetto al Dipartimento regionale dei Beni culturali che però non ha avuto ancora copertura finanziaria”, spiega a Le Vie dei Tesori News il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca. “Il progetto – aggiunge – prevede un ampliamento degli scavi, che sono stati già avviati dalla missione polacca, ma soprattutto la messa in sicurezza delle parti architettoniche che sono in maggiore stato di precarietà”.

Ma il complesso di Santa Maria di Campogrosso non è l’unico tesoro nella zona. Collegato alla chiesa, poco più sotto si trova l’antico ponte normanno, sul torrente Cannemasche (ve ne abbiamo parlato anche qui), che serviva a facilitare gli scambi dei monaci e degli abitanti della zona con Palermo. Il monumento, noto anche come “ponte saraceno”, sembra poter crollare da un momento all’altro. Il suo arco a sesto acuto regge ancora per miracolo e la Soprintendenza, ha da poco indetto una gara per avviare urgenti lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando 100mila euro. Sullo sfondo resta il sogno di un itinerario normanno nel territorio, che faccia dialogare i due monumenti dopo il recupero. Ma oggi sembra solo un miraggio.

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La nuova vita del Castello di Schisò

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

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Piccoli passi verso il museo del Liberty nel segno di Basile

Approvato in commissione Bilancio all’Ars un emendamento che stanzia i primi fondi per avviare la progettazione. L’idea è di costruire in piazza Crispi, dove sorgeva Villa Deliella, demolita in una notte nel 1959, nell’epoca del sacco di Palermo

di Giulio Giallombardo

È una delle ferite aperte del sacco di Palermo. Sulla cicatrice che non vuole chiudersi c’è un parcheggio, sequestrato lo scorso marzo. In quello spazio ora vuoto, sessant’anni fa venne distrutta in una notte Villa Deliella, gioiello liberty in piazza Crispi, uno dei tanti progettati da Ernesto Basile. Da tre anni, si è affacciata l’ipotesi di una ricostruzione o comunque una riqualificazione dell’area, con tante proposte sul tavolo, ma ben poco di concreto finora realizzato.

Una foto d’epoca di Villa Deliella

Un segnale, seppur ancora embrionale, ma che lascia ben sperare, arriva dall’Ars, dove pochi giorni fa è stato approvato un emendamento in commissione Bilancio, che stanzia 45mila euro per avviare la prima progettazione di un museo del Liberty, dedicato a Basile, da far nascere nell’area dove un tempo sorgeva il villino.

Sarà l’effetto del centenario di Montecitorio, completato proprio da Basile, che è stato da poco celebrato con una grande mostra nella Sala della Regina; oppure l’omaggio del Consiglio comunale di Palermo, che, in occasione del centenario, ha impegnato l’amministrazione a designare formalmente l’architetto come “icona laica” della città, in cui tutta la comunità possa riconoscersi. Fatto sta che su Basile, ultimamente, sta crescendo l’attenzione delle istituzioni.

“Non possiamo che essere felici di questo – ha commentato a Le Vie dei Tesori News, Antonella Sorce Basile, pronipote dell’architetto, custode della collezione di famiglia – . Ho registrato in occasione del centenario, soprattutto per la celebrazione a Montecitorio che ha fatto da volano, un’attenzione nei confronti di Basile, che mi riempie di soddisfazione. La mia famiglia è aperta al dialogo e pronta a collaborare per qualunque iniziativa, sia privata che pubblica. Saremmo ben lieti di condividere con la comunità l’archivio e il patrimonio della nostra famiglia, che consideriamo a tutti gli effetti un bene della collettività”.

Il progetto di Mario Botta per piazza Crispi

Eppure, prima ancora del progetto di ricostruzione di Villa Deliella, proposto nel 2015 dagli architetti Danilo Maniscalco e Giulia Argiroffi, suscitando pareri contrastanti, ci aveva provato Mario Botta a ridisegnare piazza Crispi. Suo è un progetto della fine degli anni ’80 che prevedeva la realizzazione di uno spazio multimediale per l’arte contemporanea proprio lì dove sorgeva il villino. In quel caso l’architetto aveva pensato ad un edificio quadrangolare alto circa 20 metri, con un giardino sul tetto e all’interno sale espositive, aule, biblioteca, videoteca e una caffetteria. Ma il progetto fu poi abbandonato dall’amministrazione comunale dell’epoca.

Adesso, se l’“effetto Basile” darà vita al museo in una rinata Villa Deliella o altrove, è ancora presto per dirlo. Come è da capire cosa diventerà il parcheggio, che si trova in una proprietà privata, sotto cui sono ancora sepolte le fondamenta del tesoro liberty demolito nel 1959. Ma almeno una prima pietra, seppur simbolica, si è posata sulla piazza vuota.

Approvato in commissione Bilancio all’Ars un emendamento che stanzia i primi fondi per avviare la progettazione. L’idea è di costruire in piazza Crispi, dove sorgeva Villa Deliella, demolita in una notte nel 1959, nell’epoca del sacco di Palermo

di Giulio Giallombardo

È una delle ferite aperte del sacco di Palermo. Sulla cicatrice che non vuole chiudersi c’è un parcheggio, sequestrato lo scorso marzo. In quello spazio ora vuoto, sessant’anni fa venne distrutta in una notte Villa Deliella, gioiello liberty in piazza Crispi, uno dei tanti progettati da Ernesto Basile. Da tre anni, si è affacciata l’ipotesi di una ricostruzione o comunque una riqualificazione dell’area, con tante proposte sul tavolo, ma ben poco di concreto finora realizzato.

Una foto d’epoca di Villa Deliella

Un segnale, seppur ancora embrionale, ma che lascia ben sperare, arriva dall’Ars, dove pochi giorni fa è stato approvato un emendamento in commissione Bilancio, che stanzia 45mila euro per avviare la prima progettazione di un museo del Liberty, dedicato a Basile, da far nascere nell’area dove un tempo sorgeva il villino.

Sarà l’effetto del centenario di Montecitorio, completato proprio da Basile, che è stato da poco celebrato con una grande mostra nella Sala della Regina; oppure l’omaggio del Consiglio comunale di Palermo, che, in occasione del centenario, ha impegnato l’amministrazione a designare formalmente l’architetto come “icona laica” della città, in cui tutta la comunità possa riconoscersi. Fatto sta che su Basile, ultimamente, sta crescendo l’attenzione delle istituzioni.

“Non possiamo che essere felici di questo – ha commentato a Le Vie dei Tesori News, Antonella Sorce Basile, pronipote dell’architetto, custode della collezione di famiglia – . Ho registrato in occasione del centenario, soprattutto per la celebrazione a Montecitorio che ha fatto da volano, un’attenzione nei confronti di Basile, che mi riempie di soddisfazione. La mia famiglia è aperta al dialogo e pronta a collaborare per qualunque iniziativa, sia privata che pubblica. Saremmo ben lieti di condividere con la comunità l’archivio e il patrimonio della nostra famiglia, che consideriamo a tutti gli effetti un bene della collettività”.

Il progetto di Mario Botta per piazza Crispi

Eppure, prima ancora del progetto di ricostruzione di Villa Deliella, proposto nel 2015 dagli architetti Danilo Maniscalco e Giulia Argiroffi, suscitando pareri contrastanti, ci aveva provato Mario Botta a ridisegnare piazza Crispi. Suo è un progetto della fine degli anni ’80 che prevedeva la realizzazione di uno spazio multimediale per l’arte contemporanea proprio lì dove sorgeva il villino. In quel caso l’architetto aveva pensato ad un edificio quadrangolare alto circa 20 metri, con un giardino sul tetto e all’interno sale espositive, aule, biblioteca, videoteca e una caffetteria. Ma il progetto fu poi abbandonato dall’amministrazione comunale dell’epoca.

Adesso, se l’“effetto Basile” darà vita al museo in una rinata Villa Deliella o altrove, è ancora presto per dirlo. Come è da capire cosa diventerà il parcheggio, che si trova in una proprietà privata, sotto cui sono ancora sepolte le fondamenta del tesoro liberty demolito nel 1959. Ma almeno una prima pietra, seppur simbolica, si è posata sulla piazza vuota.

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Palazzo Oneto diventerà un museo d’arte contemporanea

Dopo Manifesta e il festival Le Vie dei Tesori, sono ripresi i lavori di ristrutturazione nel gioiello settecentesco di via Bandiera, a Palermo. L’obiettivo del proprietario, il mecenate Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona, è di trasformarlo in spazio espositivo

di Giulio Giallombardo

Attualmente è un cantiere aperto, ma presto diventerà un museo per l’arte contemporanea. Dopo la lunga parentesi di Manifesta, sono ripresi i lavori di ristrutturazione a Palazzo Oneto di Sperlinga, in via Bandiera, uno dei tesori settecenteschi del centro storico di Palermo, di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona. Nei mesi scorsi il palazzo, in occasione della biennale d’arte che ha fatto tappa in città, si è riempito di opere d’arte in lungo e in largo, dai sotterranei ai saloni.

È stato, inoltre, uno dei luoghi dell’itinerario contemporaneo, aperti nel corso dell’ultima edizione del festival Le Vie dei Tesori, ospitando mostre personali e collettive.

Spenti i riflettori dei grandi eventi, è stato nuovamente chiuso al pubblico per consentire la prosecuzione dei lavori, ma già dal prossimo marzo, il palazzo tornerà ad aprire i suoi spazi freschi di restauro. Così assicura Bilotti, che ha già in mente di organizzare alcune mostre, portando a Palermo anche le opere esposte nel Museo Carlo Bilotti, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, a Roma.

Prevista, un’antologica del pittore futurista Giacomo Balla, da poco inaugurata a Roma, e ancora la mostra “Le lacrime e l’opera. Alberto Burri e il Cretto di Gibellina”, curata da Alessandro Sarteanesi e Massimo Recalcati, in cui saranno esposte una selezione di opere dell’artista, lette in relazione alla poetica della ferita. Arriveranno a Palermo anche pezzi della collezione Bilotti, che comprende, tra l’altro, opere di artisti del calibro di De Chirico, Severini, Warhol, Rivers, Guttuso, Dalì, Fontana, con alcuni quadri concepiti e dipinti a Palermo da Jenny Saville.

“Sicuramente Manifesta ha dato grande visibilità ai lavori che stiamo facendo in questo palazzo – ha detto Roberto Bilotti a Le Vie dei Tesori News – . Ho incontrato tantissimi operatori culturali italiani e stranieri, tutti entusiasti del fermento che si respirava in città. Questo ci ha dato un’ulteriore spinta a proseguire in questa direzione, con l’obiettivo di trasformare Palazzo Oneto, dopo la fine dei lavori, in un nuovo polo artistico. Vorrei che fosse un museo in cui l’arte contemporanea interagisca con l’antico e lo faccia rivivere valorizzandolo”.

Dopo Manifesta e il festival Le Vie dei Tesori, sono ripresi i lavori di ristrutturazione nel gioiello settecentesco di via Bandiera, a Palermo. L’obiettivo del proprietario, il mecenate Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona, è di trasformarlo in spazio espositivo

di Giulio Giallombardo

Attualmente è un cantiere aperto, ma presto diventerà un museo per l’arte contemporanea. Dopo la lunga parentesi di Manifesta, sono ripresi i lavori di ristrutturazione a Palazzo Oneto di Sperlinga, in via Bandiera, uno dei tesori settecenteschi del centro storico di Palermo, di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona. Nei mesi scorsi il palazzo, in occasione della biennale d’arte che ha fatto tappa in città, si è riempito di opere d’arte in lungo e in largo, dai sotterranei ai saloni.

È stato, inoltre, uno dei luoghi dell’itinerario contemporaneo, aperti nel corso dell’ultima edizione del festival Le Vie dei Tesori, ospitando mostre personali e collettive.

Spenti i riflettori dei grandi eventi, è stato nuovamente chiuso al pubblico per consentire la prosecuzione dei lavori, ma già dal prossimo marzo, il palazzo tornerà ad aprire i suoi spazi freschi di restauro. Così assicura Bilotti, che ha già in mente di organizzare alcune mostre, portando a Palermo anche le opere esposte nel Museo Carlo Bilotti, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, a Roma.

Prevista, un’antologica del pittore futurista Giacomo Balla, da poco inaugurata a Roma, e ancora la mostra “Le lacrime e l’opera. Alberto Burri e il Cretto di Gibellina”, curata da Alessandro Sarteanesi e Massimo Recalcati, in cui saranno esposte una selezione di opere dell’artista, lette in relazione alla poetica della ferita. Arriveranno a Palermo anche pezzi della collezione Bilotti, che comprende, tra l’altro, opere di artisti del calibro di De Chirico, Severini, Warhol, Rivers, Guttuso, Dalì, Fontana, con alcuni quadri concepiti e dipinti a Palermo da Jenny Saville.

“Sicuramente Manifesta ha dato grande visibilità ai lavori che stiamo facendo in questo palazzo – ha detto Roberto Bilotti a Le Vie dei Tesori News – . Ho incontrato tantissimi operatori culturali italiani e stranieri, tutti entusiasti del fermento che si respirava in città. Questo ci ha dato un’ulteriore spinta a proseguire in questa direzione, con l’obiettivo di trasformare Palazzo Oneto, dopo la fine dei lavori, in un nuovo polo artistico. Vorrei che fosse un museo in cui l’arte contemporanea interagisca con l’antico e lo faccia rivivere valorizzandolo”.

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Il Ponte dell’Ammiraglio a rischio, si corre ai ripari per salvarlo

Uno dei gioielli dell’itinerario arabo-normanno di Palermo è seriamente minacciato da umidità e lesioni alla struttura. La Soprintendenza ha indetto una gara per avviare lavori di restauro e consolidamento

di Giulio Giallombardo

Sotto i suoi archi scorreva l’Oreto e sopra, sulle sue rampe, si fece la storia di Palermo. Adesso il Ponte dell’Ammiraglio, uno dei gioielli dell’itinerario arabo-normanno tutelato dall’Unesco, ha bisogno di un urgente intervento di manutenzione. Il monumento è seriamente minacciato da umidità e infiltrazioni e in più punti sono presenti profonde lesioni che compromettono l’integrità del bene.

Per questo, la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo ha recentemente indetto una gara per avviare lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando un importo complessivo di 100mila euro. “C’è urgente necessità di intervenire sulla struttura muraria – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – . L’erba cresciuta sul basolato causa infiltrazioni d’acqua con conseguente assorbimento di umidità che può portare a danni più gravi. Poi ci sono alcuni punti in cui il materiale lapideo ha bisogno di essere ripreso, insomma, è necessario intervenire quanto prima, vista anche l’importanza del monumento, che fa parte dell’itinerario Unesco”.

Da sempre simbolo di collegamento tra il centro di Palermo e la sua periferia, il ponte prende il nome dall’ammiraglio di re Ruggero II, Giorgio d’Antiochia, che lo fece costruire tra il 1130 e il 1140. Il monumento, edificato da maestranze musulmane esperte d’ingegneria, è un esempio perfetto di solidità architettonica, nonostante il peso dei secoli e la mancanza di manutenzione stiano mettendo a dura prova la sua resistenza. Fu costruito sopra il fiume Oreto, prima che ne fosse deviato il corso, diventando snodo cruciale per la viabilità: costituiva, infatti, una delle principali vie d’accesso alla città, quando era raggiungibile solo dalla strada litoranea.

La sua storia è segnata da una data: 27 maggio 1860. Quel giorno sul ponte avvenne la battaglia tra le truppe borboniche e i rivoltosi, nel corso della spedizione dei Mille, che di fatto spianò la strada ai garibaldini verso la conquista di Palermo. Oggi, anche per la posizione più periferica, nonostante la vicina fermata del tram, sembra essere diventato il fanalino di coda dell’itinerario Unesco. Ma il prossimo restauro potrebbe dare una spinta in più ad una riqualificazione che non è mai decollata del tutto.

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Uno dei gioielli dell’itinerario arabo-normanno di Palermo è seriamente minacciato da umidità e lesioni alla struttura. La Soprintendenza ha indetto una gara per avviare lavori di restauro e consolidamento

di Giulio Giallombardo

Sotto i suoi archi scorreva l’Oreto e sopra, sulle sue rampe, si fece la storia di Palermo. Adesso il Ponte dell’Ammiraglio, uno dei gioielli dell’itinerario arabo-normanno tutelato dall’Unesco, ha bisogno di un urgente intervento di manutenzione. Il monumento è seriamente minacciato da umidità e infiltrazioni e in più punti sono presenti profonde lesioni che compromettono l’integrità del bene.

Per questo, la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo ha recentemente indetto una gara per avviare lavori di restauro e consolidamento del ponte, stanziando un importo complessivo di 100mila euro. “C’è urgente necessità di intervenire sulla struttura muraria – spiega il soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, a Le Vie dei Tesori News – . L’erba cresciuta sul basolato causa infiltrazioni d’acqua con conseguente assorbimento di umidità che può portare a danni più gravi. Poi ci sono alcuni punti in cui il materiale lapideo ha bisogno di essere ripreso, insomma, è necessario intervenire quanto prima, vista anche l’importanza del monumento, che fa parte dell’itinerario Unesco”.

Da sempre simbolo di collegamento tra il centro di Palermo e la sua periferia, il ponte prende il nome dall’ammiraglio di re Ruggero II, Giorgio d’Antiochia, che lo fece costruire tra il 1130 e il 1140. Il monumento, edificato da maestranze musulmane esperte d’ingegneria, è un esempio perfetto di solidità architettonica, nonostante il peso dei secoli e la mancanza di manutenzione stiano mettendo a dura prova la sua resistenza. Fu costruito sopra il fiume Oreto, prima che ne fosse deviato il corso, diventando snodo cruciale per la viabilità: costituiva, infatti, una delle principali vie d’accesso alla città, quando era raggiungibile solo dalla strada litoranea.

La sua storia è segnata da una data: 27 maggio 1860. Quel giorno sul ponte avvenne la battaglia tra le truppe borboniche e i rivoltosi, nel corso della spedizione dei Mille, che di fatto spianò la strada ai garibaldini verso la conquista di Palermo. Oggi, anche per la posizione più periferica, nonostante la vicina fermata del tram, sembra essere diventato il fanalino di coda dell’itinerario Unesco. Ma il prossimo restauro potrebbe dare una spinta in più ad una riqualificazione che non è mai decollata del tutto.

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La vetreria della Belle Époque è un rudere in vendita

Era uno degli stabilimenti industriali più importanti della costa sud di Palermo, adesso è uno scheletro fatiscente. Sulle pareti c’è ancora la vecchia insegna stradale che dava il benvenuto a chi arrivava in città

di Giulio Giallombardo

Un secolo fa dava lavoro a sessanta operai ed era uno degli stabilimenti industriali più importanti della costa sud di Palermo. Oggi dell’ex Vetreria Caruso è rimasto solo un capannone di 1500 metri quadrati, ridotto ad un rudere e messo in vendita. Ingabbiato da un’impalcatura, l’unico edificio risparmiato dalle demolizioni, si trova in via Messina Marine, in zona Romagnolo. Guardando bene tra i ponteggi si può ancora scorgere la vecchia scritta “Palermo”, che un tempo dava il benvenuto a chi arrivava in città.

Il capannone come appariva poco tempo fa

La fabbrica fu costruita all’inizio del secolo scorso da Ignazio Caruso e comprendeva i locali d’esposizione che si affacciavano sulla strada e quelli interni per la lavorazione del vetro. Attorno ad un grande cortile centrale, si trovavano i depositi ed anche un mulino. Fino ai primi anni del Novecento, in piena Belle Époque, lo stabilimento era produttivo, con decine di impiegati che vi lavoravano, poi a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, interruppe le attività e fu utilizzata come scuola. Qualche traccia dell’antica eleganza dell’edificio resisteva ancora fino a qualche anno fa, con ferri battuti di gusto floreale ai balconi e tetti a spiovente. Adesso non rimane più nulla, se non uno spettrale capannone.

Il complesso dell’ex Vetreria Caruso

Oggi nell’area dove sorgeva lo stabilimento, sono stati costruiti nuovi palazzi, mentre la ditta proprietaria del capannone, la Giuseppe Monti Costruzioni, che lo aveva acquistato nel 2005, ha deciso di metterlo in vendita, come si legge su un annuncio che campeggia sull’impalcatura. È l’utima tappa di un lunga vicenda che è andata avanti negli anni, tra ordinanze di demolizione per rischio di crollo e ricorsi al Tar. Già, perché l’edificio, come ciò che rimane dell’intero complesso, ricade in una zona classificata come “netto storico”, per questo, secondo un certo assunto, successivamente smentito dal Tar, non demolibile. Alla fine del 2015, infatti, il Tribunale amministrativo regionale, dopo una lunga battaglia giudiziaria tra Comune e proprietario, ha emesso una sentenza che autorizza la demolizione e ricostruzione di edifici nel “netto storico”, se lo stato di degrado è tale da non consentire altri interventi.

Adesso, alcune finestre dell’edificio sono state murate e al posto del tetto, prima parzialmente crollato, è spuntata una nuova copertura. I lavori sono in corso, ma difficile dire quale sarà il suo futuro. Che sia ancora in piedi è già una fortuna.

Era uno degli stabilimenti industriali più importanti della costa sud di Palermo, adesso è uno scheletro fatiscente. Sulle pareti c’è ancora la vecchia insegna stradale che dava il benvenuto a chi arrivava in città

di Giulio Giallombardo

Un secolo fa dava lavoro a sessanta operai ed era uno degli stabilimenti industriali più importanti della costa sud di Palermo. Oggi dell’ex Vetreria Caruso è rimasto solo un capannone di 1500 metri quadrati, ridotto ad un rudere e messo in vendita. Ingabbiato da un’impalcatura, l’unico edificio risparmiato dalle demolizioni, si trova in via Messina Marine, in zona Romagnolo. Guardando bene tra i ponteggi si può ancora scorgere la vecchia scritta “Palermo”, che un tempo dava il benvenuto a chi arrivava in città.

L’ex Vetreria Caruso come appariva poco tempo fa

La fabbrica fu costruita all’inizio del secolo scorso da Ignazio Caruso e comprendeva i locali d’esposizione che si affacciavano sulla strada e quelli interni per la lavorazione del vetro. Attorno ad un grande cortile centrale, si trovavano i depositi ed anche un mulino. Fino ai primi anni del Novecento, in piena Belle Époque, lo stabilimento era produttivo, con decine di impiegati che vi lavoravano, poi a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, interruppe le attività e fu utilizzata come scuola. Qualche traccia dell’antica eleganza dell’edificio resisteva ancora fino a qualche anno fa, con ferri battuti di gusto floreale ai balconi e tetti a spiovente. Adesso non rimane più nulla, se non uno spettrale capannone.

L’area dell’ex Vetreria Caruso

Oggi nell’area dove sorgeva lo stabilimento, sono stati costruiti nuovi palazzi, mentre la ditta proprietaria del capannone, la Giuseppe Monti Costruzioni, che lo aveva acquistato nel 2005, ha deciso di metterlo in vendita, come si legge su un annuncio che campeggia sull’impalcatura. È l’utima tappa di un lunga vicenda che è andata avanti negli anni, tra ordinanze di demolizione per rischio di crollo e ricorsi al Tar. Già, perché l’edificio, come ciò che rimane dell’intero complesso, ricade in una zona classificata come “netto storico”, per questo, secondo un certo assunto, successivamente smentito dal Tar, non demolibile. Alla fine del 2015, infatti, il Tribunale amministrativo regionale, dopo una lunga battaglia giudiziaria tra Comune e proprietario, ha emesso una sentenza che autorizza la demolizione e ricostruzione di edifici nel “netto storico”, se lo stato di degrado è tale da non consentire altri interventi.

Adesso, alcune finestre dell’edificio sono state murate e al posto del tetto, prima parzialmente crollato, è spuntata una nuova copertura. I lavori sono in corso, ma difficile dire quale sarà il suo futuro. Che sia ancora in piedi è già una fortuna.

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Piccoli teatri, le 300 sale storiche da scoprire in Sicilia

Nell’Isola c’è una rete diffusa, fuori dai grandi cartelloni degli stabili, che ogni anno, tra mille difficoltà, programma spettacoli e concerti. Un itinerario sorprendente

di Giulio Giallombardo

Uno è stato costruito al posto di una locanda in cui è passato Goethe, un altro è legato alla memoria di Leonardo Sciascia, un altro ancora è uno scrigno celato dentro a uno dei palazzi più belli della Sicilia, a Ragusa Ibla. C’è un grande palcoscenico in Sicilia fatto di tanti piccoli teatri. Una rete diffusa, fuori dai grandi cartelloni degli stabili, che ogni anno, tra mille difficoltà, programma spettacoli e concerti, da un capo all’altro dell’Isola. Sono più di 300 i teatri minori in Sicilia, tappe ideali di un itinerario che va dal barocco al Liberty. Il dato è emerso nel corso di un recente monitoraggio dell’assessorato regionale per il Turismo.

Uno degli ultimi nati è il Teatro Leonardo Sciascia di Chiaramonte Gulfi, che si prepara a inaugurare la stagione con la direzione artistica firmata da Mario Incudine. Lo spazio, ricavato all’interno dell’ex chiesa di San Francesco, è intitolato allo scrittore di Racalmuto, per il suo rapporto speciale con il territorio ragusano, specialmente con Chiaramonte.

Il Teatro Donnafugata di Ibla

Sempre nel Ragusano, a Ibla, all’interno di Palazzo Arezzo di Donnafugata, c’è poi uno dei teatri più piccoli d’Italia: con meno di cento posti e un palco grande la metà della sala. È l’unico della città, rinato grazie alle due giovani aristocratiche della famiglia, le sorelle Vicky e Costanza Diquattro, coadiuvate dall’amica Clorinda Arezzo. Il restauro, durato dal 1997 al 2004, è stato opera di Giovanni Scucces Arezzo, proprietario del palazzo, nonché avvocato con il pallino da mecenate. Il palazzo, con le sue collezioni preziose, non è aperto al pubblico. Ma il teatro è tutto da scoprire. A Comiso, poi, c’è il Teatro Naselli, di origine ottocentesca, ma ricostruito interamente negli anni ’70 del secolo scorso. È uno dei più vivaci del Ragusano, con un ricco cartellone che punta alla qualità.

Ma pochi sanno che anche a Canicattì, patria dei vigneti siciliani, c’è una perla di Ernesto Basile, il progettista del Teatro Massimo di Palermo. È il Teatro Sociale, realizzato nel 1889 dal geniale architetto nello stesso luogo dove sorgeva il convento dei carmelitani, distrutto dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1866. A Castelvetrano, nel Trapanese, c’è il Teatro Selinus, progettato da Giuseppe Patricolo, ed edificato sull’area dove sorgeva una locanda nella quale nel 1787 soggiornò Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in Sicilia. Un itinerario tutto da scoprire.

Nell’Isola c’è una rete diffusa, fuori dai grandi cartelloni degli stabili, che ogni anno, tra mille difficoltà, programma spettacoli e concerti. Un itinerario sorprendente

di Giulio Giallombardo

Uno è stato costruito al posto di una locanda in cui è passato Goethe, un altro è legato alla memoria di Leonardo Sciascia, un altro ancora è uno scrigno celato dentro a uno dei palazzi più belli della Sicilia, a Ragusa Ibla. C’è un grande palcoscenico in Sicilia fatto di tanti piccoli teatri. Una rete diffusa, fuori dai grandi cartelloni degli stabili, che ogni anno, tra mille difficoltà, programma spettacoli e concerti, da un capo all’altro dell’Isola. Sono più di 300 i teatri minori in Sicilia, tappe ideali di un itinerario che va dal barocco al Liberty. Il dato è emerso nel corso di un recente monitoraggio dell’assessorato regionale per il Turismo.

Uno degli ultimi nati è il Teatro Leonardo Sciascia di Chiaramonte Gulfi, che si prepara a inaugurare la stagione con la direzione artistica firmata da Mario Incudine. Lo spazio, ricavato all’interno dell’ex chiesa di San Francesco, è intitolato allo scrittore di Racalmuto, per il suo rapporto speciale con il territorio ragusano, specialmente con Chiaramonte.

Il Teatro Donnafugata di Ibla

Sempre nel Ragusano, a Ibla, all’interno di Palazzo Arezzo di Donnafugata, c’è poi uno dei teatri più piccoli d’Italia: con meno di cento posti e un palco grande la metà della sala. È l’unico della città, rinato grazie alle due giovani aristocratiche della famiglia, le sorelle Vicky e Costanza Diquattro, coadiuvate dall’amica Clorinda Arezzo. Il restauro, durato dal 1997 al 2004, è stato opera di Giovanni Scucces Arezzo, proprietario del palazzo, nonché avvocato con il pallino da mecenate. Il palazzo, con le sue collezioni preziose, non è aperto al pubblico. Ma il teatro è tutto da scoprire. A Comiso, poi, c’è il Teatro Naselli, di origine ottocentesca, ma ricostruito interamente negli anni ’70 del secolo scorso. È uno dei più vivaci del Ragusano, con un ricco cartellone che punta alla qualità.

Ma pochi sanno che anche a Canicattì, patria dei vigneti siciliani, c’è una perla di Ernesto Basile, il progettista del Teatro Massimo di Palermo. È il Teatro Sociale, realizzato nel 1889 dal geniale architetto nello stesso luogo dove sorgeva il convento dei carmelitani, distrutto dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1866. A Castelvetrano, nel Trapanese, c’è il Teatro Selinus, progettato da Giuseppe Patricolo, ed edificato sull’area dove sorgeva una locanda nella quale nel 1787 soggiornò Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in Sicilia. Un itinerario tutto da scoprire.

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La Sicilia regina dei borghi più belli

Il trionfo di Petralia Soprana al concorso di Rai Uno, arriva dopo quello di Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca, tre piccoli centri diventati meta del turismo internazionale. Un poker di vittorie che confermano la capacità attrattiva dell’Isola

di Giulio Giallombardo

Gangi ha aperto le danze e la Sicilia non ha quasi mai smesso di festeggiare. In quattro edizioni su sei del Borgo dei Borghi, il concorso che premia ogni anno il più bello tra i piccoli centri sparsi nel Belpaese, l’Isola ha fatto centro. Apripista la cittadina madonita nel 2014, seguita nel 2015 da un altro borgo montano, ma questa volta sui Nebrodi, Montalbano Elicona. Il tris arriva nel 2016 con la vittoria di Sambuca di Sicilia, poi le due parentesi di Venzone, in Friuli, e Gradara, nelle Marche, e adesso il poker del 2019 (o meglio autunno 2018) con Petralia Soprana.

Lo scettro di Borgo dei Borghi, scelto tra gli aderenti all’esclusivo club dei Borghi più belli d’Italia, che conta adesso 271 piccoli centri abitati, torna dunque sulle Madonie. Il piccolo paese abbarbicato a 1150 metri, sul versante meridionale del massiccio montuoso siciliano, ha trionfato domenica scorsa al concorso della trasmissione “Kilimangiaro” su Rai Uno e adesso si prepara a vivere un anno sotto i riflettori. L’antica Petra “superior”, per distinguerla dalla “inferior”, l’attuale Petralia Sottana, con cui conserva ancora una certa rivalità, è un borgo medievale dal fascino antico. Vicoli stretti, chiese, piazzette e un belvedere che spazia su tutta la Sicilia, con tanto di Etna sullo sfondo.

Gangi

Soprana, dunque, ha stappato lo spumante e le aspettative sono alte. Anche per le importanti ricadute turistiche di cui hanno goduto gli altri borghi siciliani vincitori delle scorse edizioni. A partire dalla vicina di casa Gangi, che è stata la prima ad applaudire per il successo di Petralia. Solo 15 chilometri separano i due paesi madoniti e l’auspicio dei gangitani è che l’onda lunga della vittoria petralese possa investire anche il loro borgo, più grande e con più strutture ricettive disponibili. “Abbiamo festeggiato insieme a Petralia Soprana, dando un contributo importante alla sua vittoria con grande spirito di territorio”, confessa a Le Vie dei Tesori News il sindaco di Gangi, Francesco Migliazzo.

L’eredità lasciata dal titolo vinto nel 2014 si fa sentire ancora adesso dopo quattro anni. Senza contare che Gangi, due anni prima era stato eletto anche “Gioiello d’Italia” e nel 2017 il suo presepe vivente è stato l’evento più votato del progetto “Italive”. “Prima di tutto, quello del Borgo dei Borghi è un marchio di qualità che rimane negli annali – sottolinea il sindaco – questo ha portato ad un incremento turistico che continuiamo a sentire ancora adesso. Da quell’anno, le presenze nei nostri musei sono decuplicate, come abbiamo riscontrato dalla vendita dei biglietti. Sono aumentati anche i b&b, ristoranti e altre strutture ricettive”.

Montalbano Elicona

Stesso destino è toccato anche a Montalbano Elicona, dove il 2015 è stato un anno spartiacque. “Da allora tutto è cambiato – conferma il sindaco Filippo Taranto – già all’indomani della vittoria, sono arrivati una quindicina di pullman carichi di turisti che hanno letteralmente invaso il nostro borgo. Cartina al tornasole per noi è stata la vendita dei biglietti per il castello. Prima della vittoria, contavamo da 10 a 12mila visitatori all’anno, da aprile 2015 a fine anno, siamo saliti a circa 70mila. Negli anni successivi ci siamo assestati su circa 40-45mila presenze”.

Di occasione unica ha parlato Leonardo Ciaccio, primo cittadino di Sambuca di Sicilia. “È stato un treno che è passato una volta sola e l’abbiamo preso – commenta il sindaco – . Per noi è cambiata la strategia di rilancio. Da territorio a prevalenza agricola, siamo diventati anche meta turistica. Sono nati tanti b&b e soprattutto si sono messi in moto gli imprenditori locali, comprese le banche che hanno dato la possibilità di accedere a mutui agevolati per chi volesse ristrutturare e investire nel recupero del patrimonio privato, mentre noi come amministrazione abbiamo lanciato le case a un euro, acquisendo molti fabbricati danneggiati dal sisma del ’68. Dopo la vittoria, la comunità è rinata, ma soprattutto si è riaccesa la speranza di un futuro migliore”.

Resta da capire da dove nasca questo strapotere della Sicilia, dal momento che i diretti concorrenti del resto d’Italia, non hanno nulla da invidare ai borghi dell’Isola. La cosa certa è che il concorso, col televoto e il passaparola sui social network, muove ogni anno intere comunità. Magari i siciliani, anche per un senso di riscatto e di attaccamento alle identità, prendono più sul serio una competizione, forse un po’ snobbata dalle altre regioni italiane.

Il trionfo di Petralia Soprana al concorso di Rai Uno, arriva dopo quello di Gangi, Montalbano Elicona e Sambuca, tre piccoli centri diventati meta del turismo internazionale. Un poker di vittorie che confermano la capacità attrattiva dell’Isola

di Giulio Giallombardo

Gangi ha aperto le danze e la Sicilia non ha quasi mai smesso di festeggiare. In quattro edizioni su sei del Borgo dei Borghi, il concorso che premia ogni anno il più bello tra i piccoli centri sparsi nel Belpaese, l’Isola ha fatto centro. Apripista la cittadina madonita nel 2014, seguita nel 2015 da un altro borgo montano, ma questa volta sui Nebrodi, Montalbano Elicona. Il tris arriva nel 2016 con la vittoria di Sambuca di Sicilia, poi le due parentesi di Venzone, in Friuli, e Gradara, nelle Marche, e adesso il poker del 2019 (o meglio autunno 2018) con Petralia Soprana.

Lo scettro di Borgo dei Borghi, scelto tra gli aderenti all’esclusivo club dei Borghi più belli d’Italia, che conta adesso 271 piccoli centri abitati, torna dunque sulle Madonie. Il piccolo paese abbarbicato a 1150 metri, sul versante meridionale del massiccio montuoso siciliano, ha trionfato domenica scorsa al concorso della trasmissione “Kilimangiaro” su Rai Uno e adesso si prepara a vivere un anno sotto i riflettori. L’antica Petra “superior”, per distinguerla dalla “inferior”, l’attuale Petralia Sottana, con cui conserva ancora una certa rivalità, è un borgo medievale dal fascino antico. Vicoli stretti, chiese, piazzette e un belvedere che spazia su tutta la Sicilia, con tanto di Etna sullo sfondo.

Gangi

Soprana, dunque, ha stappato lo spumante e le aspettative sono alte. Anche per le importanti ricadute turistiche di cui hanno goduto gli altri borghi siciliani vincitori delle scorse edizioni. A partire dalla vicina di casa Gangi, che è stata la prima ad applaudire per il successo di Petralia. Solo 15 chilometri separano i due paesi madoniti e l’auspicio dei gangitani è che l’onda lunga della vittoria petralese possa investire anche il loro borgo, più grande e con più strutture ricettive disponibili. “Abbiamo festeggiato insieme a Petralia Soprana, dando un contributo importante alla sua vittoria con grande spirito di territorio”, confessa a Le Vie dei Tesori News il sindaco di Gangi, Francesco Migliazzo.

L’eredità lasciata dal titolo vinto nel 2014 si fa sentire ancora adesso dopo quattro anni. Senza contare che Gangi, due anni prima era stato eletto anche “Gioiello d’Italia” e nel 2017 il suo presepe vivente è stato l’evento più votato del progetto “Italive”. “Prima di tutto, quello del Borgo dei Borghi è un marchio di qualità che rimane negli annali – sottolinea il sindaco – questo ha portato ad un incremento turistico che continuiamo a sentire ancora adesso. Da quell’anno, le presenze nei nostri musei sono decuplicate, come abbiamo riscontrato dalla vendita dei biglietti. Sono aumentati anche i b&b, ristoranti e altre strutture ricettive”.

Montalbano Elicona

Stesso destino è toccato anche a Montalbano Elicona, dove il 2015 è stato un anno spartiacque. “Da allora tutto è cambiato – conferma il sindaco Filippo Taranto – già all’indomani della vittoria, sono arrivati una quindicina di pullman carichi di turisti che hanno letteralmente invaso il nostro borgo. Cartina al tornasole per noi è stata la vendita dei biglietti per il castello. Prima della vittoria, contavamo da 10 a 12mila visitatori all’anno, da aprile 2015 a fine anno, siamo saliti a circa 70mila. Negli anni successivi ci siamo assestati su circa 40-45mila presenze”.

Di occasione unica ha parlato Leonardo Ciaccio, primo cittadino di Sambuca di Sicilia. “È stato un treno che è passato una volta sola e l’abbiamo preso – commenta il sindaco – . Per noi è cambiata la strategia di rilancio. Da territorio a prevalenza agricola, siamo diventati anche meta turistica. Sono nati tanti b&b e soprattutto si sono messi in moto gli imprenditori locali, comprese le banche che hanno dato la possibilità di accedere a mutui agevolati per chi volesse ristrutturare e investire nel recupero del patrimonio privato, mentre noi come amministrazione abbiamo lanciato le case a un euro, acquisendo molti fabbricati danneggiati dal sisma del ’68. Dopo la vittoria, la comunità è rinata, ma soprattutto si è riaccesa la speranza di un futuro migliore”.

Resta da capire da dove nasca questo strapotere della Sicilia, dal momento che i diretti concorrenti del resto d’Italia, non hanno nulla da invidare ai borghi dell’Isola. La cosa certa è che il concorso, col televoto e il passaparola sui social network, muove ogni anno intere comunità. Magari i siciliani, anche per un senso di riscatto e di attaccamento alle identità, prendono più sul serio una competizione, forse un po’ snobbata dalle altre regioni italiane.

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Il siciliano ai tempi di internet

L’idioma dell’Isola ha trionfato al concorso nazionale “Salva la tua lingua locale” , mentre la Regione ha da poco approvato le linee guida per introdurlo nelle scuole. Ma si parla in dialetto anche su Wikipedia e sul Mac

di Giulio Giallombardo

Il siciliano lingua da salvare. Se anche l’Unesco gli ha riconosciuto lo status di idioma a sé, insieme al napoletano, escludendolo dai gruppi dei dialetti italiani, qualcosa vorrà dire. Così, in attesa di ottenere uno status legale, che consentirebbe di usare il siciliano nelle scuole o negli uffici pubblici, per valorizzare la lingua dell’Isola, ci si affida a iniziative di associazioni o a quelle di personalità del mondo della cultura, come – un esempio per tutti – la lezione di Ignazio Buttitta.

Da sei anni c’è anche il premio nazionale “Salva la tua lingua locale”, che in questa edizione ha visto trionfare in più di una sezione diversi autori siciliani, che saranno premiati, insieme agli altri, il 14 dicembre nella sala Promoteca del Campidoglio a Roma. Uno dei vincitori è Nicolò Seminara, 76enne ex insegnante di Gangi, che si è piazzato primo nella sezione Dizionari e Vocabolari, con il suo “Vocabolario gangitano-italiano”.

Un lavoro lungo cinque anni, con cui Seminara ha voluto rendere omaggio alla sua comunità. Un libro nato tra i vicoli del paese madonita, attraverso un meticoloso confronto con modi di dire, parole e frasi usate dai cittadini gangitani. “Non è facile spiegare le differenze tra il nostro dialetto e quello degli altri paesi delle Madonie o del resto della Sicilia – spiega Seminara a Le Vie dei Tesori News – . Quello che posso dire è che il gangitano, nella pronuncia, è molto più simile all’italiano. Ad esempio, nel nostro dialetto pronunciamo la parola ‘famiglia’ come in italiano, diversamente dal resto della Sicilia”.

Un dizionario al passo con i tempi, completato da un dvd con audioguide per ascoltare la corretta pronuncia e i diversi significati delle parole. “In questo libro c’è tutto il mio paese – prosegue l’ex insegnante – con la sua storia e le sue tradizioni, non avrei potuto scriverlo senza l’aiuto e il supporto dei miei concittadini”.

Dunque, la Sicilia miete successi tra i localismi, proprio quando si torna a parlare dello studio della lingua e cultura siciliana nelle scuole dell’Isola. Le linee guida approvate lo scorso ottobre dalla giunta di Nello Musumeci, prevedono, infatti, che nelle classi, già a partire da quest’anno scolastico, vengano svolte attività per la valorizzazione dell’identità siciliana, che includano anche la “scoperta del brand Sicilia nel mondo: uomini, donne, giovani, imprese che oggi rappresentano la Sicilia oltre i confini regionali”. Di fatto, adesso, la Regione ha attuato la legge 9 del 2011 sull’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole.

“In una società sempre più ‘liquida’ e globale – si legge nel decreto – la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali. Non si tratta di rispolverare anacronistici miti indipendentisti, ma di comprendere la portata dei processi di modernizzazione e di riflettere sul presente esplorando il passato”. Se si pensa, poi, che esiste un’intera sezione di Wikipedia, con oltre 26mila pagine in siciliano e che la lingua dell’Isola è, da quattro anni, tra quelle selezionabili nei sistemi operativi dei Mac, il presente, allora, sembra già proiettato in avanti.

L’idioma dell’Isola ha trionfato al concorso nazionale “Salva la tua lingua locale” , mentre la Regione ha da poco approvato le linee guida per introdurlo nelle scuole. Ma si parla in dialetto anche su Wikipedia e sul Mac

di Giulio Giallombardo

Il siciliano lingua da salvare. Se anche l’Unesco gli ha riconosciuto lo status di idioma a sé, insieme al napoletano, escludendolo dai gruppi dei dialetti italiani, qualcosa vorrà dire. Così, in attesa di ottenere uno status legale, che consentirebbe di usare il siciliano nelle scuole o negli uffici pubblici, per valorizzare la lingua dell’Isola, ci si affida a iniziative di associazioni o a quelle di personalità del mondo della cultura, come – un esempio per tutti – la lezione di Ignazio Buttitta.

Da sei anni c’è anche il premio nazionale “Salva la tua lingua locale”, che in questa edizione ha visto trionfare in più di una sezione diversi autori siciliani, che saranno premiati, insieme agli altri, il 14 dicembre nella sala Promoteca del Campidoglio a Roma. Uno dei vincitori è Nicolò Seminara, 76enne ex insegnante di Gangi, che si è piazzato primo nella sezione Dizionari e Vocabolari, con il suo “Vocabolario gangitano-italiano”.

Un lavoro lungo cinque anni, con cui Seminara ha voluto rendere omaggio alla sua comunità. Un libro nato tra i vicoli del paese madonita, attraverso un meticoloso confronto con modi di dire, parole e frasi usate dai cittadini gangitani. “Non è facile spiegare le differenze tra il nostro dialetto e quello degli altri paesi delle Madonie o del resto della Sicilia – spiega Seminara a Le Vie dei Tesori News – . Quello che posso dire è che il gangitano, nella pronuncia, è molto più simile all’italiano. Ad esempio, nel nostro dialetto pronunciamo la parola ‘famiglia’ come in italiano, diversamente dal resto della Sicilia”.

Un dizionario al passo con i tempi, completato da un dvd con audioguide per ascoltare la corretta pronuncia e i diversi significati delle parole. “In questo libro c’è tutto il mio paese – prosegue l’ex insegnante – con la sua storia e le sue tradizioni, non avrei potuto scriverlo senza l’aiuto e il supporto dei miei concittadini”.

Dunque, la Sicilia miete successi tra i localismi, proprio quando si torna a parlare dello studio della lingua e cultura siciliana nelle scuole dell’Isola. Le linee guida approvate lo scorso ottobre dalla giunta di Nello Musumeci, prevedono, infatti, che nelle classi, già a partire da quest’anno scolastico, vengano svolte attività per la valorizzazione dell’identità siciliana, che includano anche la “scoperta del brand Sicilia nel mondo: uomini, donne, giovani, imprese che oggi rappresentano la Sicilia oltre i confini regionali”. Di fatto, adesso, la Regione ha attuato la legge 9 del 2011 sull’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole.

“In una società sempre più ‘liquida’ e globale – si legge nel decreto – la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali. Non si tratta di rispolverare anacronistici miti indipendentisti, ma di comprendere la portata dei processi di modernizzazione e di riflettere sul presente esplorando il passato”. Se si pensa, poi, che esiste un’intera sezione di Wikipedia, con oltre 26mila pagine in siciliano e che la lingua dell’Isola è, da quattro anni, tra quelle selezionabili nei sistemi operativi dei Mac, il presente, allora, sembra già proiettato in avanti.

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