San Giovanni degli Eremiti, scavi in cerca della moschea

L’attività rientra tra le campagne di ricerca recentemente annunciate dalla Regione, che ha finanziato diversi cantieri in giro per la Sicilia

di Giulio Giallombardo

Con le sue cupole rosse sospese nel tempo, è uno dei luoghi simbolo di Palermo. Adesso, una campagna di scavi archeologici cercherà di fare nuova luce sulla storia di San Giovanni degli Eremiti. In realtà si tratta del primo vero e proprio scavo stratigrafico condotto con tecniche moderne all’interno del complesso monumentale, che dal 2015 è diventato uno dei patrimoni dell’umanità, sotto l’egida dell’Unesco.

San Giovanni degli Eremiti

Gli scavi – come riferiscono dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo – partiranno a breve. I lavori saranno consegnati tra una decina di giorni per essere completati entro il prossimo Ferragosto. L’attività di ricerca rientra tra le campagne di scavi recentemente annunciate dalla Regione (ve ne abbiamo parlato qui), che ha finanziato diversi cantieri in giro per la Sicilia, su impulso dell’assessore Sebastiano Tusa, scomparso pochi mesi fa.

Interno della chiesa

A guidare i lavori sarà Stefano Vassallo, direttore della sezione archeologica della Soprintendenza, mentre il cantiere sarà curato dalla Eikon di Marsala, un’impresa specializzata in lavori di tipo archeologico. L’obiettivo è quello di indagare le diverse fasi costruttive, cercando di riprendere le fila della ricerca nell’area, dove nel VI secolo sorgeva un monastero benedettino, poi verosimilmente una moschea durante il dominio musulmano e, successivamente, la chiesa di epoca normanna fatta costruire da Ruggero II nel 1132. “Ci sono ancora tanti elementi da scoprire su questa chiesa – spiega a Le Vie dei Tesori News, Stefano Vassallo – . Cercheremo di capire se effettivamente, come sembra, sia esistita una fase islamica precedente a quella normanna, se c’era dunque una moschea e quando è stata costruita. Sono aspetti di cui si parla da tempo, ma solo scavando possiamo renderci conto della prima fase d’occupazione dell’area”.

Sarà, inoltre, un cantiere aperto, perché il monumento resterà fruibile ai turisti durante il periodo degli scavi. Nel corso dei lavori, poi, si provvederà anche alla sistemazione della passerella all’interno dell’edificio. “Finalmente torniamo dopo parecchi anni in un luogo importante, riprendendo un discorso lasciato in sospeso – conclude la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca – cercheremo di capire qualcosa di più sulla storia del luogo, provvedendo anche alla pulizia e migliorando l’esperienza di visita”.

Patrimoni a pezzi, in vendita il palazzo del barone Guccia

È uno degli edifici neoclassici più affascinanti di Palermo, con il suo giardino pensile sopra il bastione delle Balate, in corso Alberto Amedeo

di Giulio Giallombardo

Si staglia sul bastione col suo fascino austero e decadente. Guarda dall’alto corso Alberto Amedeo e via Papireto, nel centro di Palermo. È Palazzo Guccia, un tempo residenza del barone Giovan Battista Guccia Bonomolo, adesso messo in vendita in cerca di un nuovo proprietario che possa salvarlo dall’abbandono. Con il suo giardino pensile, ridotto a una selva incolta, e i camminamenti sotterranei del bastione delle Balate, sopra cui è stato costruito agli inizi dell’Ottocento, è uno dei palazzi neoclassici più affascinanti della città.

Uno dei saloni

L’attuale proprietà sta tentando da tempo di vendere il bene, senza ancora aver trovato un acquirente. Il prezzo attuale – si legge su annuncio pubblicato dall’agenzia immobiliare M&C Studio di Ella Ribolla – è fissato a 900mila euro, a cui però bisogna aggiungere le spese di ristrutturazione dell’edificio, che – dato lo stato in cui si trova – non saranno poche. Il palazzo ha una superficie di 1.400 metri quadrati, distribuiti in 10 camere e tre bagni. La vendita comprende lo storico giardino pensile di circa 1.500 metri quadrati, e altri ambienti come stalla, legnaia, rimessa carrozze, torretta di avvistamento panoramica, piano nobile di 650 metri quadrati con saloni affrescati, cappella privata e terrazze.

Palazzo Guccia su corso Alberto Amedeo

Il palazzo fu costruito dal barone Guccia, dopo che, alla fine del Settecento, il Demanio passò ai privati buona parte dei bastioni, che avevano perso il loro originario scopo difensivo. Al nobiluomo, che nel frattempo ottenne il titolo di marchese del feudo di Balata e di Ganzaria, fu concesso il terrapieno del bastione della Balata, sopra cui fu edificato il palazzo. I due terzi dell’area furono destinati a ospitare il giardino pensile che sopravvive ancora oggi. Il portone d’ingresso del palazzo, che si trova in via Guccia, piccola traversa di via Papireto, è sormontato dallo stemma nobiliare dei Guccia: uno scudo che raffigura al suo interno un mare mosso, con sopra una conchiglia aperta, su cui cadono otto gocce, affiancate da due stelle a sette punte.

Varcato il portone d’ingresso, ci si affaccia in un cortile in cui risalta un portale classico da cui si diparte uno scalone a doppia rampa in marmo rosa di Verona. Il piano nobile è arricchito da eleganti saloni decorati e affrescati, e vi si trovano anche gli appartamenti principali. Altri sono ricavati nelle zone di servizio e si affacciano sul fossato scavato nel bastione, che conserva ancora un sistema di camminamenti interni, utilizzati come rifugi antiaerei durante la Seconda Guerra mondiale, poi trasformati in magazzini. Ben visibile da corso Alberto Amedeo, svetta, infine, la torretta di avvistamento da cui si gode una vista panoramica sulla città. Il complesso oggi versa in totale degrado, nella speranza che qualcuno possa investire per salvarlo dall’abbandono.

Un museo nei fondali: la mappa dei relitti siciliani

Sono centinaia i beni culturali subacquei. Da anni la Soprintendenza del Mare porta avanti un censimento dei siti di interesse storico da tutelare

di Giulio Giallombardo

Pezzi di storia in fondo al mare. Ingoiati sui fondali, diventati ormai un tutt’uno con pesci e piante acquatiche. Sono centinaia i relitti sommersi nei mari siciliani. Dalle navi greche e romane, a quelle da carico e da guerra di epoca moderna, fino alle imbarcazioni e ai velivoli degli ultimi conflitti mondiali, che sono la maggior parte. Un vero e proprio museo sommerso diffuso che si arricchisce anno dopo anno di nuove scoperte, ognuna con una storia da raccontare.

Mappa dei relitti

Da anni, ormai, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, porta avanti un lavoro di catalogazione dei relitti di interesse storico sommersi. Un censimento che ne conta oltre ottocento soltanto di età postmedievale, che giacciono sui fondali dei mari dell’Isola e del Mediterraneo meridionale. Un patrimonio di siti subacquei tutelato da specifiche ordinanze di regolamentazione emesse dalle Capitanerie di porto di competenza, su richiesta della Soprintendenza del Mare. L’obiettivo dei provvedimenti, oltre a salvaguardare i beni culturali sommersi, è la loro valorizzazione, fruizione e il monitoraggio nel tempo. La tendenza, infatti, è quella di lasciare i reperti in fondo al mare, preferita spesso alla musealizzazione tradizionale, così da superare problemi di restauro e conservazione.

La nave Loreto in una foto d’epoca

Sono, dunque, tantissimi i relitti rimasti lì dove sono affondati. Quelli ritrovati e sottoposti a zone regolamentate sono stati inseriti in una mappa, in continuo aggiornamento, elaborata dalla Soprintendenza del Mare e che riguarda i beni di età moderna e contemporanea. Circondano tutte le coste della Sicilia, dalle Egadi a Capo Passero, fino alle isole di minori (clicca qui per l’elenco). Nel Palermitano, c’è la “Loreto”, nota anche come Nave degli Schiavi, piroscafo francese requisito dalla Regia Marina, con a bordo 350 prigionieri indiani e 50 uomini dell’equipaggio, affondato nel 1942 da un sommergibile inglese al largo di Isola delle Femmine. Nella stessa località, c’è l’aereo tedesco Junkers 52, abbattuto nell’aprile del 1943, mentre, a 100 metri di profondità, al largo di Capo Gallo e del golfo di Mondello, si trova la torpediniera italiana “Chinotto”, affondata da una mina nel 1941, adesso frequente meta dei sub.

Il relitto della nave Loreto

I mari del Trapanese abbondano di relitti, alcuni anche molto antichi. Ci sono i nove cannoni di Cala Spalmatore, a Marettimo, risalenti al XVII secolo; poi a Favignana c’è il “Carmelo Lo Porto”, nave da carico olandese che s’inabissò la notte del 23 giugno del 1971, urtando contro lo scoglio Palumbo; mentre a Levanzo è stato scoperto recentemente un velivolo risalente alla Seconda guerra mondiale, che si unisce a quelli di un caccia monomotore statunitense, di un bombardiere bimotore inglese e di un monomotore con elica tripala del secondo dopoguerra.

Uno dei cannoni di Cala Spalmatore a Marettimo

A Trapani, vicino allo scoglio Porcelli, giace la nave “Filicudi”, ex rimorchiatore del 1898, trasformato in dragamine e affondato per un urto contro una mina nel 1917. Vicino all’isolotto di Formica si trova il cacciambardiere inglese “Wellington”, mentre, sempre al largo di Trapani, c’è la petroliera Pavlos V, diventato “relitto di Tramontana” dopo il naufragio del 1978 e l’esplosione che costò la vita a due membri dell’equipaggio. Nel golfo della tonnara di San Vito Lo Capo, si trova, poi, il cargo cipriota “Kent”, chiamato “nave dei Corani” per il carico di libri che trasportava, affondato a causa di un incendio nel 1978. E ancora relitti, tra navi e aerei, si trovano a Scopello, Castellammare del Golfo, Custonaci e Campobello di Mazara.

Al largo di San Leone, ad Agrigento, in un tratto di mare da sempre interessato da naufragi, a causa di un rilievo roccioso presente a tre metri di profondità, c’è il cosiddetto relitto di scoglio Bottazza, una nave armata risalente presumibilmente al XVII secolo. Mentre un’altra imbarcazione da guerra del XVI secolo giace nella zona di Coda di Volpe, a Sciacca. Al largo di Punta Bianca, si trova il relitto dell’Almerian, piroscafo a vapore inglese affondato da un sommergibile tedesco nel 1918, che, per ironia della sorte, fu l’ultima nave ad avvistare il Titanic prima che andasse a picco. A Lampedusa ci sono, poi, i cannoni di Cala Pisana del XVII secolo e la nave da carico italiana “Marin Sanudo”, anch’essa colpita da un sommergibile nel 1942.

Capo Graziano a Filicudi

Spostandoci nel Messinese, ricchissime di relitti sono le isole Eolie. Solo a Filicudi sono stati individuati una decina di beni, i più antichi risalenti al V secolo avanti Cristo, fino agli anni ’40 del Novecento, tra i quali, c’è il cosiddetto “relitto dei cannoni”, nave armata della seconda metà del ‘500, e la “Città di Milano”, nave posacavi del 1886 affondata nella secca di Capo Graziano. A Panarea, si trova la “Llanishen”, nave da carico britannica del 1875, affondata nel 1885 dopo aver urtato l’isolotto di Lisca Bianca. Poi è di pochi mesi fa il ritrovamento dell’incrociatore italiano “Giovanni dalle Bande Nere”, silurato da un sommergibile britannico nel 1942. Tre sono, invece, i relitti di navi da carico a Messina, in zona Mortelle, Torre Faro e Capo Peloro. Da segnalare, infine, a Capo Passero, nell’estremo lembo meridionale della Sicilia, il Regio sommergibile “Sebastiano Veniero”, affondato nel 1925, e il “Chillingham”, piroscafo inglese del 1878, colato a picco per una collisione con la nave “Malta” il 31 dicembre del 1885. Impossibile elencarli tutti. Da un capo all’altro della Sicilia, la lista dei beni culturali sommersi è interminabile, per non parlare dei relitti di epoca greca e romana. Una lunga carrellata di tesori che si perde negli abissi della storia.

Nuove luci illumineranno il mare di Palermo

Saranno riqualificati gli impianti di illuminazione dalla Cala a Villa Giulia, con sistemi di videosorveglianza, wi-fi e monitoraggio ambientale

di Giulio Giallombardo

Una lunga scia di luci “intelligenti” attraverserà l’antico porto di Palermo e il Foro Italico. A illuminare la Cala e la passeggiata a mare fino a Villa Giulia saranno centinaia di nuovi lampioni su sostegni alti otto metri, con impianti di videosorveglianza, wi-fi e sistemi di monitoraggio ambientale. È entrato nel vivo il progetto “Luci sul mare” per la valorizzazione del tratto “Porto Fenicio”, che prevede la riqualificazione degli impianti di illuminazione pubblica, con un finanziamento di 2,2 milioni di euro nell’ambito del Pon Metro. È scaduto oggi il bando per appaltare i lavori, che – secondo il cronoprogramma – dureranno poco più di un anno, esattamente 430 giorni. Dunque, adesso si procederà all’apertura delle buste con le offerte pervenute e all’aggiudicazione dell’appalto.

L’area interessata dal progetto Luci sul mare

L’obiettivo del progetto, redatto dall’Area tecnica della riqualificazione urbana e delle infrastrutture del Comune, è quello di realizzare un impianto di nuova generazione a basso consumo, che prenderà il posto della vecchia illuminazione ormai obsoleta, sostituendo anche i semafori esistenti con altri dotati di un sistema di controllo intelligente per la rilevazione dei dati di traffico. È previsto, inoltre, il completo rifacimento dell’impianto di illuminazione del tratto di marciapiede dalle Mura delle Cattive, Porta dei Greci, fino all’incrocio con via Lincoln.

Alcuni dei lampioni che saranno installati

Il nuovo impianto di illuminazione prevede l’installazione di 143 sostegni, alti circa 8 metri fuori terra a singolo braccio e 21 a doppio braccio, disposti sullo spartitraffico centrale. Saranno utilizzati sostegni in ghisa tipo “Palermo”, simili a quelli usati in altre zone del centro storico. Il linea con le “smart cities” sarà attivato un sistema intelligente che consentirà la regolazione dei semafori ed il controllo remoto dei quadri attraverso una piattaforma di monitoraggio. L’area, oltre che adeguatamente illuminata, sarà dotata di copertura wi-fi, di sistemi per la rilevazione del traffico e impianti di videosorveglianza.

Le Mura delle Cattive

Un capitolo a parte spetta all’illuminazione dell’area pedonale davanti alle Mura delle Cattive. Il progetto del Comune, dato l’interesse storico della zona tutelata da vincoli monumentali, mira a mantenere l’impianto esistente, potenziandolo dove serve. Saranno installati all’interno delle aiuole 39 sostegni in ghisa alti circa 3,50 metri, con lanterne a forma tronco-piramidale, dotate di sistema di illuminazione a led, senza interferire con l’illuminazione artistica delle mura che sarà realizzata ripristinando e potenziando l’impianto preesistente, costituito da 56 luci incassate a terra. L’obiettivo da raggiungere – secondo l’amministrazione comunale – è un risparmio energetico di almeno il 50 per cento, la riduzione dell’inquinamento luminoso e delle emissioni di Co2, rendendo il Foro Italico più sicuro per cittadini e turisti.

Si torna a scavare tra le case romane di Villa Bonanno

L’ultima ricerca nell’area archeologica palermitana risale a quasi vent’anni fa. Oggi un nuovo intervento condotto dal Polo regionale e dall’Università

di Giulio Giallombardo

Era l’inizio del nuovo millennio quando si chiuse l’ultima campagna di scavi nell’area archeologica di Villa Bonanno, nel cuore di Palermo. Da allora un lungo silenzio, con più ombre che luci, che però oggi tornano a illuminare i resti delle case romane a due passi dal Palazzo Reale. Da pochi giorni, muniti di pale, picconi e altri attrezzi del mestiere, nove studenti del Laboratorio di archeologia del Dipartimento Culture e Società dell’Università di Palermo, sono impegnati in uno scavo didattico tra le due domus romane di piazza della Vittoria, un complesso residenziale unico nel contesto cittadino, arricchito da preziosi mosaici che testimoniano possibili culti praticati nell’area occidentale della Sicilia.

Studenti al lavoro nell’area archeologica di Villa Bonanno

Gli scavi, iniziati il 3 giugno e che dureranno in tutto 15 giorni, fanno parte di un progetto avviato dal Polo regionale di Palermo per i parchi e i musei archeologici, in collaborazione con il Laboratorio dell’ateneo. A guidare gli studenti, la direttrice del Polo regionale e del Museo Salinas, Francesca Spatafora, e l’architetto Gilberto Montali, che gestisce il Laboratorio archeologico.

Reperti trovati a Villa Bonanno

Pur non trattandosi di un grosso intervento di ricerca, lo scavo riaccende i riflettori su un’area archeologica per troppo tempo abbandonata e in cui l’ultima attività si svolse tra il 2000 e il 2002, sempre grazie all’archeologa, direttrice del Salinas, allora responsabile del Servizio Beni archeologici della Soprintendenza. “È un piccolo campo scuola, ma è comunque importante perché si torna a scavare in un sito che non veniva studiato da tempo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Francesca Spatafora – stiamo facendo dei saggi nell’edificio A, quello più recente del terzo secolo dopo Cristo, e da cui provengono tutti i mosaici conservati al Salinas, staccati alla fine dell’800 quando furono scoperti i resti di quest’abitazione”.

Pulizia del Mosaico della Caccia

L’obiettivo dell’attuale ricerca è di scoprire se sotto il pavimento su cui erano posti i mosaici esiste una struttura più antica, dal momento che l’altra casa, il cosiddetto edificio B, studiato precedentemente, risale al secondo secolo avanti Cristo. Tra le due domus dunque, c’è una differenza di cinque secoli e gli studiosi adesso vogliono indagare su un possibile edificio più antico che potrebbe trovarsi in uno strato più profondo. Inoltre, gli studenti hanno dato una “rinfrescata” al mosaico della Caccia di Alessandro, nella domus B, pulendo le tessere che lo compongono e altri materiali rinvenuti durante lo scavo.

Prossima tappa del Laboratorio sarà, nei prossimi mesi, nell’area archeologica di Monte Maranfusa, a Roccamena, dove è stato scoperto un centro abitato della fine del IV secolo avanti Cristo ed anche graffiti preistorici in una grotta.

Prende forma il centro di eccellenza del mare

Passi avanti verso la realizzazione del polo per i beni culturali marini siciliani nell’ex istituto Roosevelt di Palermo. È una delle tante eredità lasciate dall’archeologo e assessore Sebastiano Tusa

di Giulio Giallombardo

Era uno dei sogni di Sebastiano Tusa. Creare un centro all’avanguardia per la documentazione dei beni culturali subacquei della Regione Siciliana nel padiglione dell’ex istituto Roosevelt dell’Addaura, a Palermo, dove attualmente si trova una delle sedi della Soprintendenza del Mare. Una delle tante eredità lasciate dall’archeologo e assessore palermitano, scomparso tre mesi fa, inizia adesso a farsi concreta. Si tratta del centro di eccellenza per la documentazione, informatizzazione e promozione dei beni culturali marini siciliani, finanziato con 2.200.000 euro di fondi del Patto per il Sud. L’intero importo per il progetto è stato accertato per il triennio 2019-2021, mentre per l’esercizio finanziario 2019 sono stati già accertati poco più di 675mila euro, con un decreto firmato pochi giorni fa dal dirigente generale del dipartimento dei Beni culturali, Sergio Alessandro.

Sebastiano Tusa

Dunque, si è già messa in moto la macchina burocratica per dare vita al centro di eccellenza del Roosevelt, nel piano terra del padiglione Tresca, un tempo adibito prima a convitto per gli orfani di guerra e poi a colonia. “Il progetto è ormai esecutivo, aspettiamo soltanto alcune autorizzazioni, – spiega a Le Vie dei Tesori News, Adriana Fresina, soprintendente del Mare, – ce la stiamo mettendo tutta, anche perché Sebastiano Tusa teneva molto a questo progetto, insieme a quello del Museo del Mare dell’Arsenale, a cui stiamo lavorando parallelamente”.

L’Arsenale della Marina Regia

Il progetto redatto dall’architetto Stefano Zangara prevede il potenziamento e l’aggiornamento del Sistema informativo territoriale della Soprintendenza del Mare e la creazione di un servizio Gis-web, ovvero sistemi informativi geografici messi online, a cui gli utenti potranno accedere attivando un’interfaccia, che renderà possibile la consultazione in sola lettura delle informazioni cartografiche e dei dati immessi in rete. Un servizio che sarà disponibile non solo per l’amministrazione, ma anche per altri utenti pubblici o privati. Saranno previsti anche stage formativi per università e centri di ricerca, conferenze ed iniziative culturali ad alto contenuto tecnologico e giornate di studio a tema. Il centro, inoltre, darà supporto a progetti per la creazione di itinerari culturali subacquei e a ricerche in alto e basso fondale. Con il materiale video-fotografico, elaborato dal centro dati, saranno create installazioni multimediali da esporre nelle strutture museali, per contribuire all’attrazione di un turismo destagionalizzato, legato a contenuti scientifici, culturali ed ambientali.

Antichi lingotti trovati nei fondali di Gela

Sono diverse le fasi di realizzazione del progetto. Si dovranno effettuare lavori di manutenzione dei locali non ancora utilizzabili del padiglione Tresca, dove saranno creati laboratori operativi ed aule didattiche per lo svolgimento di corsi di formazione del personale. Inoltre, all’interno degli stessi locali sarà anche ospitato un centro d’eccellenza per la documentazione dei siti Unesco presenti in Sicilia. Allo stesso tempo si dovrà provvedere all’acquisto di hardware, software e altre attrezzature, formando il personale all’utilizzo dei programmi applicativi. Il centro di eccellenza – si legge nel progetto – nasce “nell’ottica della lettura del mare come ‘museo diffuso’ di un patrimonio culturale subacqueo che, accanto a singolarità naturalistiche, offre episodi legati ai viaggi dell’uomo sul mare, i cui fondali, per la specificità siciliana di isola centro d’incontro e di scambio tra culture del Mediterraneo, costituiscono un luogo di grande interesse, ancora per buona parte da scoprire”.

I resti di un’antica necropoli nascosti in un hotel

È stata valorizzata una piccola area archeologica di età ellenistica scoperta all’interno di un albergo di Cefalù. Presenti due monumenti funebri e un recinto in pietra

di Giulio Giallombardo

Rischiavano di essere distrutte durante i lavori di ristrutturazione di un albergo, ma furono salvate in tempo e oggi sono custodite lì dove erano state trovate. Due tombe, o meglio due segnacoli funerari di epoca ellenistica, sono adagiate in un piccolo spazio esterno dell’Hotel Artemis di Cefalù. Sono testimonianze della necropoli che si estendeva a sud-ovest della cittadina normanna. Gli epitymbia (questo il loro nome greco) furono scoperti dodici anni fa, in corrispondenza dell’area dove si stava scavando la tromba dell’ascensore dell’albergo, un tempo Villa Miceli. Subito furono fermati i lavori e grazie al supporto del proprietario dell’hotel, Giuseppe Calabrese, la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, avviò una ricerca nella zona, affidando la direzione scientifica all’archeologo Amedeo Tullio, che già da anni studiava la necropoli dell’antica Kephaloidion.

Gli epitymbia dell’Hotel Artemis di Cefalù

Dunque, quelle che sembrano due piccole piramidi, sono in realtà segnacoli monumentali che sormontavano le sepolture. Gli epitymbia trovati a Cefalù, risalenti alla fine del IV secolo avanti Cristo, furono smontati pezzo per pezzo e riassemblati dove si trovano adesso, nella stessa posizione relativa e con lo stesso orientamento a pochi metri di distanza. Adesso, l’area dell’hotel dove si trovano gli epitymbia è stata valorizzata ed arricchita da pannelli esplicativi. Pochi giorni fa l’inaugurazione dello spazio, liberamente fruibile a cittadini e turisti.

“Si tratta di una tipologia di tombe completamente ignorata in Sicilia fino a pochi anni fa – spiega a Le Vie dei Tesori News, Amedeo Tullio, già professore di metodologia e tecniche della ricerca archeologica all’Università di Palermo – , spesso venivano scambiate per muretti o altre strutture, in realtà, ho potuto verificare che siamo davanti a monumenti funerari. In Sicilia se ne contano circa 300 di cui oltre la metà sono nella necropoli di Cefalù. Per fortuna abbiamo potuto salvare questi reperti che si trovavano sotto la tromba dell’ascensore, dove lo scavo era previsto più in profondità”. Inoltre, all’interno dell’attuale garage dell’albergo, è custodito anche un recinto funerario rettangolare dove all’interno furono trovati resti del corredo funebre ed anche il cranio di un bovide, probabilmente usato per un sacrificio.

Il recinto funerario (foto: Armando Geraci su Facebook)

“Sono stati indagati vari livelli di stratificazione – prosegue Tullio – dai più recenti, ai primi impiantati sulla scogliera naturale. Abbiamo scoperto vari tipi di seppellimenti, da quelli in piena terra degli strati più antichi, a quelli, che si sono rivelati una caratteristica di questa necropoli, a semplici fosse ad incinerazione, sormontate, appunto, da segnacoli monumentali. Questi ultimi sono documentati in una ricca e articolata tipologia, dai più semplici costituiti da un blocco di calcare, a quelli con più o meno evidenti intenti figurativi”.

Gli studi e gli scavi nella necropoli di Cefalù, tutti realizzati tra il 1976 e il 2008 ad est dell’attuale via Roma, sotto un’area ormai urbanizzata della cittadina, hanno consentito di esplorare complessivamente poco meno di 800 sepolture. Alcuni dei reperti recuperati sono adesso custoditi nel Museo Mandralisca, all’antiquarium di Himera e nel Bastione Marchiafava, in attesa di essere esposti al pubblico.

Sicilia “calamita” per i turisti: è la regione che cresce di più

L’Isola ha aumentato le presenze italiane del 9,5 per cento. La provincia di Messina è prima, seguita da Palermo, Trapani e Catania

di Giulio Giallombardo

Sono sempre di più i turisti che scelgono la Sicilia per trascorrere le loro vacanze. Anche l’Isola segue la scia positiva che l’anno scorso ha attraversato il resto d’Italia, dove i flussi turistici sono aumentati – secondo i dati provvisori dell’Istat – con un incremento pari a 428 milioni di presenze. La Sicilia è la regione italiana ad essere cresciuta di più, con un aumento di presenze italiane del 9,5 per cento. Il numero è tratto dalla relazione presentata dal direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat, Roberto Menducci, nel corso dell’audizione alla Commissione Attività produttive, Commercio e Turismo della Camera dei deputati.

Il Teatro antico di Taormina

Sono cinque le regioni in cui si concentra oltre la metà delle presenze di italiani e il 64,7 per cento di quelle degli stranieri, secondo i dati Istat: il Veneto con uno share del 16,5 per cento sul totale presenze, il Trentino Alto Adige con l’11,9 per cento, la Toscana con il 10,9, l’Emilia Romagna con il 9,5 e la Lombardia con il 9,4. Tuttavia, la Sicilia è la regione migliore in termini di crescita, mentre sul podio per gli arrivi degli stranieri ci sono Sardegna, Puglia e Calabria.

I tetti della Cattedrale di Palermo

Secondo i dati provvisori dell’Istat, elaborati dall’Osservatorio del Dipartimento regionale Turismo, Sport e Spettacolo, il totale delle presenze turistiche in Sicilia nel 2018 si attesta a 15.136.705 con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2017. La provincia di Messina è prima per numero di presenze con 3.490.476, seguita da Palermo con 3.289.014, cresciuta del 10,3 per cento, e Trapani con 2.374.398. Seguono Catania (2.115.164), Siracusa (1.330.106), Ragusa (1.137.468), Agrigento (1.021.719), Caltanissetta (248.949) ed Enna (129.411).

Code all’ingresso del Palazzo Reale di Palermo

“La Sicilia inizia ad avere una propria autonomia grazie alla sua insularità”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Ruggieri, presidente dell’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee e professore di Economia dell’Industria turistica all’Università di Palermo. “L’Isola comincia ad essere autonoma agli occhi del mondo come realtà insulare, – aggiunge Ruggieri – per questo ha aumentato il suo appeal. Il concetto di isola ha un’attrattiva molto forte che rende un luogo unico rispetto agli altri. Poi la crescita è dovuta anche agli eventi che la Sicilia ha ospitato e al fatto che è un luogo più sicuro rispetto agli altri paesi del Mediterraneo. Insomma, comincia a diventare un’isola non solo da visitare una volta, ma in cui si può tornare”.

In vendita lo storico Palazzo del Credito italiano

Il grande edificio di via Roma è chiuso da pochi anni, i proprietari cercano qualcuno che voglia acquistarlo e ristrutturarlo per farlo rinascere

di Giulio Giallombardo

Fu uno dei cuori pulsanti della “nuova” via Roma, che oltre un secolo fa cambiò il volto di Palermo. Negli anni Trenta del Novecento, ospitò la storica sede della Banca nazionale di Credito, ma nelle sue stanze si trovavano anche gli uffici della Compagnia italiana turismo, e dal dopoguerra vi ebbe sede l’Inps e alcuni istituti scolastici statali. Adesso, il palazzo del Banco di Credito italiano, tra piazza delle Due Palme e il Palazzo delle Poste, è chiuso da qualche anno, dopo l’abbandono del complesso da parte di Unicredit. I proprietari hanno deciso di metterlo in vendita o in affitto, nella speranza che qualcuno sia disposto ad investire per dargli una nuova vita.

Palazzo del Credito Italiano in via Roma

L’edificio – si legge nell’annuncio pubblicato dall’agenzia immobiliare che cura la vendita – si sviluppa su più livelli per una quadratura complessiva di 6mila metri quadrati. Sul piano terra di 2mila metri quadrati si affacciano 17 vetrine e tra le possibili destinazioni d’uso, oltre che banca, ci sono quelle di albergo o ristorante. L’immobile – sottolineano dall’agenzia immobiliare – “necessita di importanti interventi di ristrutturazione” e la trattativa per la vendita o la locazione è rigorosamente riservata.

Il complesso così come lo vediamo oggi fu realizzato su progetto di Pietro Scibilia negli anni Venti del secolo scorso. Ma le sue origini sono ancora più antiche, poiché l’edificio ingloba parte del palazzo Monteleone, proprietà degli Aragona Pignatelli duchi di Monteleone che, già nel ‘700 avevano accorpato il palazzo dei Lanza di Mussomeli, tra via Torre di Gotto e via Monteleone. Anno cruciale fu il 1906, con la dichiarazione di pubblica utilità per l’apertura di quella che sarebbe diventata la via Roma. I beni dei Monteleone, nonostante le proteste, furono espropriati e parte degli edifici furono demoliti. La proprietà passò allora alla Società anonima per imprese e costruzioni “Roma”, che divenne in seguito Istituto immobiliare italiano.

Hall del Palazzo del Credito Italiano

Nel 1927 i lavori proseguirono con l’intervento di Scibilia, consulente tecnico del Credito italiano, che ristrutturò la parte orientale dell’edificio su via Roma come sede della Banca nazionale di Credito. Così, tra le due ali dell’edificio, fu realizzato il prospetto d’ingresso d’ispirazione neoclassica, mentre all’interno, dove prima c’era un giardino, fu ricavata una grande sala coperta da un soffitto a lucernario. Poi negli anni ’40 arrivarono ulteriori ampliamenti del complesso che ospitò diversi uffici e scuole, tra cui il magistrale “Camillo Finocchiaro Aprile” e la media “Benedetto D’Acquisto”. Oggi le sue vetrine vuote vanno ad aggiungersi alle tante altre che si affacciano su via Roma, in attesa che anche questa strada, un tempo brulicante di attività, possa tornare a vivere.

Ex convento diventerà nuova sede del Conservatorio

Il progetto prevede il restauro del complesso di San Francesco d’Assisi, nel cuore di Palermo, con aule, uffici e un auditorium da 300 posti

di Giulio Giallombardo

Nelle sue sale si riunì il Parlamento rivoluzionario nel 1848, poi fu sede della Corte d’assise, fino diventare, in tempi più recenti, esattoria comunale. Ai tanti volti dell’ex convento di San Francesco d’Assisi, nel centro storico di Palermo, se ne aggiungerà presto uno nuovo: diventerà seconda sede del Conservatorio Scarlatti. L’istanza inviata al Miur è al vaglio della commissione ministeriale che si è riunita la scorsa settimana per valutare i progetti e definire una graduatoria che sarà pronta entro pochi mesi.

La scalinata d’accesso all’ex convento (foto da Facebook)

In ballo c’è un finanziamento di tre milioni di euro che lo Stato ha messo a disposizione agli istituti del comparto Afam, Alta formazione artistica musicale e coreutica, ovvero i conservatori, le accademie di belle arti e quelle di arte drammatica e danza. Dopo la concessione da parte del Comune dei locali che un tempo ospitavano le esattorie della Satris, società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, il Conservatorio lo scorso febbraio ha formalizzato la domanda al Miur.

Adesso – come ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, il presidente della scuola di musica, Gandolfo Librizzi – bisognerà aspettare ancora pochi mesi per l’ufficialità del finanziamento, che dovrebbe arrivare entro l’estate. Si tratta di un mutuo di 26 anni a tasso zero, da stipulare con la Cassa depositi e prestiti, con cui si potrà completare la ristrutturazione e l’adeguamento del complesso duecentesco, già in parte restaurato dal Comune 15 anni fa, ma mai aperto. “Sono molto ottimista, abbiamo tutte le carte in regola per ottenere il finanziamento – afferma Librizzi – dal momento che i requisiti sono vincolati alla ristrutturazione di nuove sedi, all’interno di beni nei centri storici. Dunque, aspettiamo solo l’ufficialità con la graduatoria dei progetti presentati, ma anche se saremo ultimi, potremo avere accesso ai fondi”.

Uno degli spazi dell’ex convento (foto da Facebook)

Se tutto va come previsto, entro l’autunno si potrà procedere col bando di gara e dopo qualche mese partiranno i lavori che dureranno due anni. Il progetto prevede sia lavori interni, come il restauro degli intonaci, dello scalone monumentale e delle decorazioni, sia la realizzazione di una nuova scalinata d’accesso esterna, su via del Parlamento. Ci saranno, ovviamente, nuove aule per gli studenti, stanze destinate agli uffici, impianti di riscaldamento, un ascensore, e – fiore all’occhiello dell’istituto – un auditorium da 300 posti dove sarà montato un soffitto con pannelli in legno per migliorare l’acustica.

Uno dei corridoi dell’ex convento (foto da Facebook)

“Superando la limitatezza della sede storica di via Squarcialupo – sottolinea Librizzi – il Conservatorio potrà ampliarsi e così potenziare, diversificare e arricchire l’offerta formativa ma anche sviluppare adeguate iniziative musicali e culturali quale fulcro e polo d’eccellenza nell’ambito del bacino euro-mediterraneo. Non sarà solo il Conservatorio il beneficiario di questa importante iniziativa, quanto l’intera città per via di una riqualificazione di un bene storico culturale destinato a una fruizione pubblica e sociale insieme. Aprire nel centro storico la nuova sede, significa, infatti, valorizzare uno straordinario contesto urbano, cuore antico di Palermo”.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend