Fondi in arrivo per le dimore storiche private

La Regione ha pronti i contributi destinati alle prime cinque residenze in graduatoria, ammesse al finanziamento per gli interventi di restauro e manutenzione. I proprietari si impegneranno a rendere visitabile la propria residenza

di Giulio Giallombardo

Boccata d’ossigeno per i beni culturali privati. Sono cinque le dimore storiche siciliane a cui sono stati concessi dalla Regione i primi contributi per gli interventi di restauro e conservativi. Tre residenze sono a Palermo: Casa Florio all’Arenella, Palazzo Alliata di Pietratagliata e Villa Spina. Poi c’è Palazzo San Demetrio a Catania e Villa Sant’Isidoro de Cordova a Bagheria. I contributi complessivi previsti ammontano a 850mila euro e rientrano nell’esercizio finanziario del 2018. La prima tranche di aiuti economici sarà distribuita tra le prime cinque dimore in graduatoria, altre invece rientreranno nei contributi previsti per il 2019 e il 2020.

Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella

Sono in tutto una ventina le richieste arrivate agli uffici regionali, dopo la pubblicazione del bando dello scorso agosto, per il supporto al restauro delle dimore storiche private. Quasi tutte sono state ammesse a finanziamento, mentre due sono state escluse perché giudicate non idonee. Il decreto, firmato dagli assessori regionali ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, e all’Economia, Gaetano Armao, pone come unica condizione per ottenere i contributi, la firma di una convenzione decennale, con la quale i proprietari si impegnano a rendere visitabile la propria dimora.

Il finanziamento non potrà essere superiore alla metà della spesa ritenuta ammissibile e non potrà superare i 200 mila euro per il singolo bene. Tra le spese finanziabili il restauro, il consolidamento e la manutenzione dei beni immobili; gli interventi d’urgenza per eliminare le situazioni di rischio e la predisposizione di strutture e impianti per la valorizzazione della dimora, nonché i lavori di abbattimento delle barriere architettoniche e di efficientamento energetico.

Villa Spina

La prima in graduatoria è Casa Florio all’Arenella, conosciuta anche come Palazzina dei Quattro Pizzi, per via delle caratteristiche torrette che la sormontano. Il contributo concesso per il progetto di messa in sicurezza e restauro dei prospetti ammonta a 192mila euro. Al secondo posto c’è Palazzo Alliata di Pietratagliata, in via Bandiera, nel centro storico di Palermo. Sono previsti 200mila euro per lavori di manutenzione straordinaria e per l’installazione di un elevatore per disabili nel cortile del palazzo. Stesso importo per la terza in graduatoria, ovvero Villa Sant’Isidoro de Cordova, splendida dimora settecentesca nelle campagne di Aspra, per cui è previsto il restauro ed interventi di valorizzazione.

Quasi 200mila euro andranno, invece, a Palazzo San Demetrio, gioiello tardo-barocco nel cuore di Catania. I lavori prevedono il consolidamento e il ripristino del prospetto, insieme all’adeguamento di alcuni locali per la fruizione pubblica. Infine, quinta in graduatoria, Villa Spina, nella Piana dei Colli di Palermo, a cui andrà un acconto di 58mila euro per il completamento del restauro, mentre la restante parte del contributo sarà recuperata con i fondi previsti nel 2019.

La Regione ha pronti i contributi destinati alle prime cinque residenze in graduatoria, ammesse al finanziamento per gli interventi di restauro e manutenzione. I proprietari si impegneranno a rendere visitabile la propria residenza

di Giulio Giallombardo

Boccata d’ossigeno per i beni culturali privati. Sono cinque le dimore storiche siciliane a cui sono stati concessi dalla Regione i primi contributi per gli interventi di restauro e conservativi. Tre residenze sono a Palermo: Casa Florio all’Arenella, Palazzo Alliata di Pietratagliata e Villa Spina. Poi c’è Palazzo San Demetrio a Catania e Villa Sant’Isidoro de Cordova a Bagheria. I contributi complessivi previsti ammontano a 850mila euro e rientrano nell’esercizio finanziario del 2018. La prima tranche di aiuti economici sarà distribuita tra le prime cinque dimore in graduatoria, altre invece rientreranno nei contributi previsti per il 2019 e il 2020.

Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella

Sono in tutto una ventina le richieste arrivate agli uffici regionali, dopo la pubblicazione del bando dello scorso agosto, per il supporto al restauro delle dimore storiche private. Quasi tutte sono state ammesse a finanziamento, mentre due sono state escluse perché giudicate non idonee. Il decreto, firmato dagli assessori regionali ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, e all’Economia, Gaetano Armao, pone come unica condizione per ottenere i contributi, la firma di una convenzione decennale, con la quale i proprietari si impegnano a rendere visitabile la propria dimora.

Il finanziamento non potrà essere superiore alla metà della spesa ritenuta ammissibile e non potrà superare i 200 mila euro per il singolo bene. Tra le spese finanziabili il restauro, il consolidamento e la manutenzione dei beni immobili; gli interventi d’urgenza per eliminare le situazioni di rischio e la predisposizione di strutture e impianti per la valorizzazione della dimora, nonché i lavori di abbattimento delle barriere architettoniche e di efficientamento energetico.

Villa Spina

La prima in graduatoria è Casa Florio all’Arenella, conosciuta anche come Palazzina dei Quattro Pizzi, per via delle caratteristiche torrette che la sormontano. Il contributo concesso per il progetto di messa in sicurezza e restauro dei prospetti ammonta a 192mila euro. Al secondo posto c’è Palazzo Alliata di Pietratagliata, in via Bandiera, nel centro storico di Palermo. Sono previsti 200mila euro per lavori di manutenzione straordinaria e per l’installazione di un elevatore per disabili nel cortile del palazzo. Stesso importo per la terza in graduatoria, ovvero Villa Sant’Isidoro de Cordova, splendida dimora settecentesca nelle campagne di Aspra, per cui è previsto il restauro ed interventi di valorizzazione.

Quasi 200mila euro andranno, invece, a Palazzo San Demetrio, gioiello tardo-barocco nel cuore di Catania. I lavori prevedono il consolidamento e il ripristino del prospetto, insieme all’adeguamento di alcuni locali per la fruizione pubblica. Infine, quinta in graduatoria, Villa Spina, nella Piana dei Colli di Palermo, a cui andrà un acconto di 58mila euro per il completamento del restauro, mentre la restante parte del contributo sarà recuperata con i fondi previsti nel 2019.

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Il sipario storico del Teatro Massimo torna a casa

Dopo tre mesi di restauro, la grande opera realizzata da Giuseppe Sciuti nel 1895, per anni custodita nei laboratori della Fondazione, a Brancaccio, è stata ricollocata sul boccascena

di Giulio Giallombardo

Si alza il sipario sulla storia. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che i palermitani lo ammirarono sul boccascena del Teatro Massimo. Era il 1974, l’anno della chiusura per i lavori di restauro che segnarono l’abbandono del tempio della lirica. Da domani, in occasione dell’inaugurazione della stagione 2019, con la Turandot di Puccini, lo storico sipario di Giuseppe Sciuti, fresco di restauro, tornerà ad accogliere il pubblico in sala.

Un momento della presentazione

Dopo tre mesi di lavoro e un costo di circa cinquantamila euro, torna a casa la grande opera realizzata dal pittore catanese nel 1895, svelata per la prima volta due anni dopo, il 16 maggio 1897, in occasione della prima del Falstaff di Verdi, che inaugurò il Teatro Massimo. È largo 14 metri per 12 di altezza e vi è raffigurato, in una Palermo idealizzata, Ruggero II che esce dal Palazzo Reale dopo l’incoronazione. In questi anni è stato custodito nei laboratori di scenografia della Fondazione, a Brancaccio. Lì periodicamente veniva riaperto per pulirne le superfici che si andavano opacizzando, fino a quando, grazie ad una partnership del Teatro Massimo con la compagnia aerea Volotea, che ha finanziato i lavori di restauro autorizzati dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo, si è deciso di restituirlo alla città.

Il sipario, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa, è tornato al suo antico splendore, grazie ad un progetto di restauro elaborato da Roberta Civiletto e dall’architetto Carlo Vivirito, tecnici della Soprintendenza, che ne hanno curato anche la direzione dei lavori, insieme ai responsabili dell’allestimento scenico del teatro Massimo. Il lavoro di restauro ha cercato di limitare l’invasività per non alterarne gli elementi originali. Il rilievo del teatro e del sipario storico è stato eseguito con laser scanner e fotocamera digitale a 24 megapixel, per riprodurre virtualmente l’integrazione tra il sipario stesso e il palcoscenico.

Lazaro Ros, Leoluca Orlando e Francesco Giambrone

Presenti alla conferenza stampa, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; il sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone, il soprintendente per i Beni culturali, Lina Bellanca; e Lázaro Ros, cofondatore e direttore generale di Volotea. “Questo sipario è una sfida al tempo – ha dichiarato il sindaco – . Ci ricorda il periodo straordinario dei normanni, un segnale straordinario di esaltazione della bellezza, punto di incontro tra etica ed estetica: rappresentazione di una realtà aperta, dove in una scena si raccolgono tutti gli elementi possibili”. Orlando ha poi applaudito al lavoro svolto nei laboratori di Brancaccio: “Luogo magico che per me è il posto più bello della Fondazione, perché nei laboratori si è realizzato l’incontro di tutti: la Soprintendenza, le maestranze del Massimo, l’amore per il teatro, segno riassuntivo di quello che stiamo vivendo”.

Sia Giambrone che l’architetto Bellanca, hanno puntato sulla sinergia che si è creata tra le istituzioni. “Questo restauro è frutto di collaborazioni che sfatano dei luoghi comuni – ha osservato Giambrone – primo luogo comune è quello della mancanza di collaborazione tra le istituzioni pubbliche, perché con la Soprintendenza si è sviluppata una collaborazione stretta ed efficace; secondo luogo comune è quello che al Sud sia impossibile trovare finanziamenti privati, perché è molto difficile, ma non impossibile. Terzo luogo comune è che non sia possibile spendere velocemente, bene e in maniera concreta e manageriale i fondi. Il sipario dello Sciuti tornerà ad accogliere già dalla prova generale di oggi il pubblico in sala, aggiungendo un altro elemento di festa a quella grande festa che sarà domani l’inaugurazione di stagione”.

Dopo tre mesi di restauro, la grande opera realizzata da Giuseppe Sciuti nel 1895, per anni custodita nei laboratori della Fondazione, a Brancaccio, è stata ricollocata sul boccascena

di Giulio Giallombardo

Si alza il sipario sulla storia. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che i palermitani lo ammirarono sul boccascena del Teatro Massimo. Era il 1974, l’anno della chiusura per i lavori di restauro che segnarono l’abbandono del tempio della lirica. Da domani, in occasione dell’inaugurazione della stagione 2019, con la Turandot di Puccini, lo storico sipario di Giuseppe Sciuti, fresco di restauro, tornerà ad accogliere il pubblico in sala.

Dopo tre mesi di lavoro e un costo di circa cinquantamila euro, torna a casa la grande opera realizzata dal pittore catanese nel 1895, svelata per la prima volta due anni dopo, il 16 maggio 1897, in occasione della prima del Falstaff di Verdi, che inaugurò il Teatro Massimo. È largo 14 metri per 12 di altezza e vi è raffigurato, in una Palermo idealizzata, Ruggero II che esce dal Palazzo Reale dopo l’incoronazione. In questi anni è stato custodito nei laboratori di scenografia della Fondazione, a Brancaccio. Lì periodicamente veniva riaperto per pulirne le superfici che si andavano opacizzando, fino a quando, grazie ad una partnership del Teatro Massimo con la compagnia aerea Volotea, che ha finanziato i lavori di restauro autorizzati dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo, si è deciso di restituirlo alla città.

Un momento della presentazione

Il sipario, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa, è tornato al suo antico splendore, grazie ad un progetto di restauro elaborato da Roberta Civiletto e dall’architetto Carlo Vivirito, tecnici della Soprintendenza, che ne hanno curato anche la direzione dei lavori, insieme ai responsabili dell’allestimento scenico del teatro Massimo. Il lavoro di restauro ha cercato di limitare l’invasività per non alterarne gli elementi originali. Il rilievo del teatro e del sipario storico è stato eseguito con laser scanner e fotocamera digitale a 24 megapixel, per riprodurre virtualmente l’integrazione tra il sipario stesso e il palcoscenico.

Lazaro Ros, Leoluca Orlando e Francesco Giambrone

Presenti alla conferenza stampa, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; il sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone, il soprintendente per i Beni culturali, Lina Bellanca; e Lázaro Ros, cofondatore e direttore generale di Volotea. “Questo sipario è una sfida al tempo – ha dichiarato il sindaco – . Ci ricorda il periodo straordinario dei normanni, un segnale straordinario di esaltazione della bellezza, punto di incontro tra etica ed estetica: rappresentazione di una realtà aperta, dove in una scena si raccolgono tutti gli elementi possibili”. Orlando ha poi applaudito al lavoro svolto nei laboratori di Brancaccio: “Luogo magico che per me è il posto più bello della Fondazione, perché nei laboratori si è realizzato l’incontro di tutti: la Soprintendenza, le maestranze del Massimo, l’amore per il teatro, segno riassuntivo di quello che stiamo vivendo”.

Sia Giambrone che l’architetto Bellanca, hanno puntato sulla sinergia che si è creata tra le istituzioni. “Questo restauro è frutto di collaborazioni che sfatano dei luoghi comuni – ha osservato Giambrone – primo luogo comune è quello della mancanza di collaborazione tra le istituzioni pubbliche, perché con la Soprintendenza si è sviluppata una collaborazione stretta ed efficace; secondo luogo comune è quello che al Sud sia impossibile trovare finanziamenti privati, perché è molto difficile, ma non impossibile. Terzo luogo comune è che non sia possibile spendere velocemente, bene e in maniera concreta e manageriale i fondi. Il sipario dello Sciuti tornerà ad accogliere già dalla prova generale di oggi il pubblico in sala, aggiungendo un altro elemento di festa a quella grande festa che sarà domani l’inaugurazione di stagione”.

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Street art alla Vucciria: la chiesa come un quadro

Il pittore Marco Mirabile ha realizzato un intervento decorativo sulla facciata della chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri. Il progetto è nato da una sinergia tra l’Accademia di Belle arti e la Soprintendenza

di Giulio Giallombardo

Uno stormo di uccelli colorati in volo su Palermo. Sono migratori di diverse specie che volteggiano sotto lo stesso cielo azzurro. Sembrano voler dire che l’integrazione è una festa che va vissuta con leggerezza, guardando al futuro senza paura. È l’idea dello street artist palermitano Marco Mirabile, in arte Tutto e niente, pensata per la riqualificazione della piccola chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri, cinquecentesco gioiello abbandonato, nascosto in un cortile tra corso Vittorio Emauele e la Vucciria. L’edificio all’interno è pressoché un rudere, messo in sicurezza dalla Soprintendenza dei Beni culturali e coperto con un tavolato in legno di 130 metri quadri.

La facciata di Santa Sofia dei Tavernieri

Adesso su quelle tavole anonime è spuntato il colore. Il progetto, che ha visto collaborare insieme l’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Soprintendenza, è stato ideato e realizzato in tre settimane da Mirabile, che ha guidato un gruppo di studenti dei corsi di decorazione e pittura, sotto la supervisione del direttore dell’Accademia, Mario Zito, e della docente di storia dell’arte, Giulia Ingarao, entrambi parte attiva del progetto. Così, la chiesetta, fondata dalla congregazione dei Tavernieri lombardi intorno al 1590, e attualmente di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, è stata adesso almeno parzialmente salvata dal degrado a cui sembrava condannata, anche in vista della riqualificazione del vicolo Vannucci adiacente alla chiesa.

L’intervento decorativo, finanziato dalla banca Mediolanum, attraverso Centodieci, per Palermo Capitale italiana della cultura 2018, si è limitato alla sola copertura in legno e alla porta di ferro, non toccando la parte storica dell’edificio. Nel portale in ferro, è stata dipinta Santa Sofia protettrice dei Tavernieri, ritratta insieme alle tre figlie Pistis, Elpis e Agape (Fede, Speranza e Carità). Il ritratto “pop” della santa, uno degli archetipi di donna-madonna tipici dell’artista, è attraversato da raggi di luce che nei colori richiamano quelli degli uccelli dipinti sopra il portale e sulla fiancata della chiesa. Sulla facciata, poi, sono stati ridipinti a tinte piatte, elementi architettonici della chiesa non più esistenti, come volute, colonne, capitelli, sulla base della documentazione fotografica.

L’opera sulla fiancata della chiesa

Ma l’effetto è quello più di un tempio greco che di un edificio cinquecentesco, quasi a voler rimarcare il significato primitivo di Sofia, come conoscenza. Non a caso, le tre bambine ritratte sotto la santa, nella rilettura dell’artista, diventano scoperta, consapevolezza e curiosità: quella più piccola scopre, la più grande indica e fa da guida, mentre la terza, si sporge curiosa per vedere meglio. “L’idea degli uccelli è strettamente legata al tema della conoscenza – spiega Mirabile a Le Vie dei Tesori News – , questi rimandano all’aria che a sua volta dà il senso dell’infinito, dunque la conoscenza non ha confini e non si può limitare. Tutto questo passa necessariamente attraverso il concetto d’integrazione, perché non esiste conoscenza senza apertura alle diverse culture”.

Il lavoro di Mirabile, artista che ha già ravvivato con le sue opere il quartiere di Danisinni, parte dalla street art, diventando in questo caso pittura urbana di respiro istituzionale. “Abbiamo puntato su un progetto artistico di pubblic art più che di street art – ha sottolineato il direttore dell’Accademia di Belle arti, Mario Zito – si tratta di un lavoro che come tutte le opere d’arte può piacere o meno, ma che ha avuto una commissione ben precisa, dunque lontano dai canoni della clandestinità tipici della street art. La nostra grande sfida è stata anche la collaborazione con la Soprintendenza, dando vita ad un’installazione non invasiva, che potrà essere rimossa quando, come ci auguriamo, si avvieranno i lavori di ristrutturazione architettonica della chiesa”.

Il pittore Marco Mirabile ha realizzato un intervento decorativo sulla facciata della chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri. Il progetto è nato da una sinergia tra l’Accademia di Belle arti e la Soprintendenza

di Giulio Giallombardo

Uno stormo di uccelli colorati in volo su Palermo. Sono migratori di diverse specie che volteggiano sotto lo stesso cielo azzurro. Sembrano voler dire che l’integrazione è una festa che va vissuta con leggerezza, guardando al futuro senza paura. È l’idea dello street artist palermitano Marco Mirabile, in arte Tutto e niente, pensata per la riqualificazione della piccola chiesa di Santa Sofia dei Tavernieri, cinquecentesco gioiello abbandonato, nascosto in un cortile tra corso Vittorio Emauele e la Vucciria. L’edificio all’interno è pressoché un rudere, messo in sicurezza dalla Soprintendenza dei Beni culturali e coperto con un tavolato in legno di 130 metri quadri.

La facciata di Santa Sofia dei Tavernieri

Adesso su quelle tavole anonime è spuntato il colore. Il progetto, che ha visto collaborare insieme l’Accademia di Belle Arti di Palermo e la Soprintendenza, è stato ideato e realizzato in tre settimane da Mirabile, che ha guidato un gruppo di studenti dei corsi di decorazione e pittura, sotto la supervisione del direttore dell’Accademia, Mario Zito, e della docente di storia dell’arte, Giulia Ingarao, entrambi parte attiva del progetto.Così, la chiesetta, fondata dalla congregazione dei Tavernieri lombardi intorno al 1590, e attualmente di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, è stata adesso almeno parzialmente salvata dal degrado a cui sembrava condannata, anche in vista della riqualificazione del vicolo Vannucci adiacente alla chiesa.

L’intervento decorativo, finanziato dalla banca Mediolanum, attraverso Centodieci, per Palermo Capitale italiana della cultura 2018, si è limitato alla sola copertura in legno e alla porta di ferro, non toccando la parte storica dell’edificio. Nel portale in ferro, è stata dipinta Santa Sofia protettrice dei Tavernieri, ritratta insieme alle tre figlie Pistis, Elpis e Agape (Fede, Speranza e Carità). Il ritratto “pop” della santa, uno degli archetipi di donna-madonna tipici dell’artista, è attraversato da raggi di luce che nei colori richiamano quelli degli uccelli dipinti sopra il portale e sulla fiancata della chiesa. Sulla facciata, poi, sono stati ridipinti a tinte piatte, elementi architettonici della chiesa non più esistenti, come volute, colonne, capitelli, sulla base della documentazione fotografica.

L’opera sulla fiancata della chiesa

Ma l’effetto è quello più di un tempio greco che di un edificio cinquecentesco, quasi a voler rimarcare il significato primitivo di Sofia, come conoscenza. Non a caso, le tre bambine ritratte sotto la santa, nella rilettura dell’artista, diventano scoperta, consapevolezza e curiosità: quella più piccola scopre, la più grande indica e fa da guida, mentre la terza, si sporge curiosa per vedere meglio. “L’idea degli uccelli è strettamente legata al tema della conoscenza – spiega Mirabile a Le Vie dei Tesori News – , questi rimandano all’aria che a sua volta dà il senso dell’infinito, dunque la conoscenza non ha confini e non si può limitare. Tutto questo passa necessariamente attraverso il concetto d’integrazione, perché non esiste conoscenza senza apertura alle diverse culture”.

Il lavoro di Mirabile, artista che ha già ravvivato con le sue opere il quartiere di Danisinni, parte dalla street art, diventando in questo caso pittura urbana di respiro istituzionale. “Abbiamo puntato su un progetto artistico di pubblic art più che di street art – ha sottolineato il direttore dell’Accademia di Belle arti, Mario Zito – si tratta di un lavoro che come tutte le opere d’arte può piacere o meno, ma che ha avuto una commissione ben precisa, dunque lontano dai canoni della clandestinità tipici della street art. La nostra grande sfida è stata anche la collaborazione con la Soprintendenza, dando vita ad un’installazione non invasiva, che potrà essere rimossa quando, come ci auguriamo, si avvieranno i lavori di ristrutturazione architettonica della chiesa”.

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Che fine ha fatto Abadir? Fermi i corsi a San Martino

L’Accademia di Belle arti e di restauro, nonostante il rinnovo del collegio dei docenti, ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono iniziati, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio

di Giulio Giallombardo

Aule vuote ad Abadir. L’Accademia di Belle arti e di restauro di San Martino delle Scale ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono partiti, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio. Eppure, la comunità monastica a due passi da Palermo, sembrava aver vinto la scommessa, dando vita ad un centro per l’arte ed il restauro, protagonista della salvaguardia di tantissime opere. Ma gli iscritti, sono gradualmente diminuiti negli anni, ed anche recenti inciampi burocratici col Miur hanno costretto la direzione didattica ad interrompere le lezioni.

Il chiostro dell’abbazia di San Martino delle Scale

“Stiamo tenendo duro per salvare l’Accademia, – spiega a Le Vie dei Tesori News, don Mariano Colletta, direttore amministrativo di Abadir – ma la mancanza di iscrizioni non ci aiuta, stiamo lavorando per cercare di rientrare nel circuito didattico, ma ci sono alcune difficoltà che dobbiamo superare”. Tuttavia le prospettive di rilancio non mancano, grazie ad un collegio dei docenti rinnovato, sotto la direzione di Vito Chiaramonte, che ha coinvolto personalità di spicco del panorama artistico e intellettuale della città: dai pittori Andrea Buglisi, Igor Scalisi Palminteri, Riccardo Brugnone e Giuseppe Vassallo, alle storiche dell’arte Agata Polizzi e Valentina Bruschi. Nessuno di loro ha, però, potuto iniziare l’attività didattica, che sarebbe dovuta partire con il nuovo anno accademico.

Fondata negli anni ’90 da don Salvatore Leonarda, abate del monastero, Abadir ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel campo del restauro e della conservazione del patrimonio artistico siciliano, formando diversi professionisti. L’accademia fa parte, inoltre, di Elia, acronimo di European League Institutes of the Arts, organizzazione che comprende tra i suoi associati facoltà di belle arti europee, accademie italiane pubbliche e private, scuole ed istituti specializzati d’arte internazionali. Tante le discipline previste dall’offerta formativa: pittura e tecniche pittoriche, iconografia e disegno anatomico, incisione, cromatologia, restauro per la pittura, del legno, della carta e di materiali lapidei, fino alle discipline teoriche come storia dell’arte, estetica, teoria della percezione e fenomenologia delle arti applicate. Attualmente, però, è accreditato dal Miur il solo triennio di pittura, in attesa di dirimere il nodo ministeriale dell’attribuzione del quinquennio di restauro, e sono attivi alcuni laboratori.

L’abbazia di San Martino in una stampa d’epoca

Per rilanciare le attività, in vista del prossimo anno accademico, la direzione didattica, d’accordo col collegio dei docenti, ha deciso di avviare già da questo mese, un piano di orientamento nelle scuole della Sicilia occidentale e centrale. “Sarà l’occasione per far conoscere Abadir in tutti gli istituti che possono essere interessati alla proposta formativa – ha spiegato il direttore didattico Chiaramonte – , ma soprattutto servirà a comunicare il nuovo indirizzo di Abadir, dedicato alla dimensione urbana e pubblica della pittura, come la street art e le manifestazioni urbane dell’arte contemporanea. È importante far capire agli studenti che non esiste una competizione tra l’Accademia di Belle Arti e Abadir, la prima fa una scelta massiva e tradizionale di qualità, la nostra offerta, invece, ha una specificità chiara, ovvero legare la riflessione sulla pittura alle arti urbane, cosa che non è facile trovare in altre realtà formative”.

L’Accademia di Belle arti e di restauro, nonostante il rinnovo del collegio dei docenti, ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono iniziati, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio

di Giulio Giallombardo

Aule vuote ad Abadir. L’Accademia di Belle arti e di restauro di San Martino delle Scale ha sospeso le attività per mancanza di iscritti. I corsi, da quest’anno, non sono partiti, mettendo in crisi un’istituzione diventata punto di riferimento culturale per il territorio. Eppure, la comunità monastica a due passi da Palermo, sembrava aver vinto la scommessa, dando vita ad un centro per l’arte ed il restauro, protagonista della salvaguardia di tantissime opere. Ma gli iscritti, sono gradualmente diminuiti negli anni, ed anche recenti inciampi burocratici col Miur hanno costretto la direzione didattica ad interrompere le lezioni.

Il chiostro dell’abbazia di San Martino delle Scale

“Stiamo tenendo duro per salvare l’Accademia, – spiega a Le Vie dei Tesori News, don Mariano Colletta, direttore amministrativo di Abadir – ma la mancanza di iscrizioni non ci aiuta, stiamo lavorando per cercare di rientrare nel circuito didattico, ma ci sono alcune difficoltà che dobbiamo superare”. Tuttavia le prospettive di rilancio non mancano, grazie ad un collegio dei docenti rinnovato, sotto la direzione di Vito Chiaramonte, che ha coinvolto personalità di spicco del panorama artistico e intellettuale della città: dai pittori Andrea Buglisi, Igor Scalisi Palminteri, Riccardo Brugnone e Giuseppe Vassallo, alle storiche dell’arte Agata Polizzi e Valentina Bruschi. Nessuno di loro ha, però, potuto iniziare l’attività didattica, che sarebbe dovuta partire con il nuovo anno accademico.

Fondata negli anni ’90 da don Salvatore Leonarda, abate del monastero, Abadir ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel campo del restauro e della conservazione del patrimonio artistico siciliano, formando diversi professionisti. L’accademia fa parte, inoltre, di Elia, acronimo di European League Institutes of the Arts, organizzazione che comprende tra i suoi associati facoltà di belle arti europee, accademie italiane pubbliche e private, scuole ed istituti specializzati d’arte internazionali. Tante le discipline previste dall’offerta formativa: pittura e tecniche pittoriche, iconografia e disegno anatomico, incisione, cromatologia, restauro per la pittura, del legno, della carta e di materiali lapidei, fino alle discipline teoriche come storia dell’arte, estetica, teoria della percezione e fenomenologia delle arti applicate. Attualmente, però, è accreditato dal Miur il solo triennio di pittura, in attesa di dirimere il nodo ministeriale dell’attribuzione del quinquennio di restauro, e sono attivi alcuni laboratori.

Per rilanciare le attività, in vista del prossimo anno accademico, la direzione didattica, d’accordo col collegio dei docenti, ha deciso di avviare già da questo mese, un piano di orientamento nelle scuole della Sicilia occidentale e centrale. “Sarà l’occasione per far conoscere Abadir in tutti gli istituti che possono essere interessati alla proposta formativa – ha spiegato il direttore didattico Chiaramonte – , ma soprattutto servirà a comunicare il nuovo indirizzo di Abadir, dedicato alla dimensione urbana e pubblica della pittura, come la street art e le manifestazioni urbane dell’arte contemporanea. È importante far capire agli studenti che non esiste una competizione tra l’Accademia di Belle Arti e Abadir, la prima fa una scelta massiva e tradizionale di qualità, la nostra offerta, invece, ha una specificità chiara, ovvero legare la riflessione sulla pittura alle arti urbane, cosa che non è facile trovare in altre realtà formative”.

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Viaggio tra i suoni dei borghi abbandonati

Pietro Bonanno e Fabio R. Lattuca, pionieri della ricerca sul paesaggio sonoro in Sicilia, con il progetto Vacuamoenia hanno esplorato una trentina di luoghi, tra case coloniche e villaggi rurali, da un capo all’altro della Sicilia, creando un archivio unico

di Giulio Giallombardo

Ascoltare il paesaggio per conoscerne l’anima nascosta. Capovolgere la percezione sensoriale, risvegliando l’udito e mettendolo in collegamento attivo con gli altri sensi. Ma soprattutto, “suonare” un luogo abbandonato come uno strumento musicale, rivelandone l’identità perduta. È il viaggio di Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno, pionieri della ricerca sul paesaggio sonoro in Sicilia, che hanno dato vita, nel 2013, al progetto Vacuamoenia. I due musicisti palermitani, in questi anni, hanno esplorato una trentina di borghi abbandonati dell’Isola, tra case coloniche e villaggi rurali, registrando i suoni dello spazio circostante: dal fruscio del vento, al calpestio delle foglie, dal ronzio degli insetti allo scorrere dell’acqua. Una lunga partitura che spazia da un capo all’altro della Sicilia.

Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno (foto: Vacuamoenia)

Reduci dall’esperienza di Liminaria, progetto di ricerca inserito tra gli eventi collaterali della scorsa edizione di Manifesta, Lattuca e Bonanno hanno pronte le tracce registrate a Borgo Tudia, vicino a Resuttano, e Borgo Filaga, a due passi da Prizzi. Sono le ultime tappe di una ricerca iniziata quasi per caso dai ruderi di Poggioreale Antica, che in cinque anni ha portato la coppia ad esplorare gli angoli più remoti dell’Isola, creando un archivio sonoro e testuale unico, consultabile liberamente online sul sito internet del progetto. Ogni “concerto” è suddiviso in tracce con una guida all’ascolto, una scheda dettagliata con la storia del borgo e una galleria fotografica, partendo, non a caso, dai suoni e soltanto alla fine della pagina, terminando con le immagini.

L’attività dei due musicisti si completa con le passeggiate sonore, momento imprescindibile della loro ricerca. Da marzo a settembre, l’associazione Vacuamoenia organizza anche visite guidate in luoghi dalle particolari qualità sonore, accompagnando i partecipanti attraverso vere e proprie esperienze sensoriali. L’ultima lo scorso settembre nella riserva naturale di Lago Preola e Gorghi Tondi, nel Trapanese. “Il nostro obiettivo – spiega Pietro Bonanno a Le Vie dei Tesori News – è di ampliare l’esplorazione del paesaggio, servendoci di un senso che solitamente usiamo passivamente, come l’udito. Le passeggiate si svolgono rigorosamente in silenzio e non richiedono particolari competenze tecniche. Semplicemente ascoltiamo il paesaggio, facendo piccoli esercizi sulla distanza sonora, sull’ascolto del nostro corpo, cercando di capire qual è la peculiarità dei suoni presenti in quel dato luogo”.

Passeggiata sonora a Poggioreale Antica (foto: Vacuamoenia)

Non a caso, la ricerca dei due artisti ultimamente si concentra proprio sul “cuore dei luoghi”, ovvero decifrare l’unicità di un paesaggio attraverso il suono che questo emette. Se con la vista, lo spazio si presenta in un solo colpo d’occhio, l’esperienza d’ascolto si proietta, invece, nel tempo, connotandosi anche come storia. Infatti, ogni luogo è raccontato da un testo frutto di una ricerca approfondita e trasversale, tra sociologia, architettura e fotografia. “Facciamo un grosso lavoro di ricerca storica – aggiunge Fabio R. Lattuca – tra le stanze dell’archivio di Stato e quelle dell’Esa, consultando le cartografie dei luoghi, i giornali e le riviste d’epoca, libri di testo e quant’altro possa essere utile alla nostra ricerca. Abbiamo praticamente messo insieme un piccolo fondo dedicato ai borghi rurali siciliani, scoprendo a volte storie di un luogo mai svelate prima”.

La ricerca sul paesaggio sonoro portata avanti dai due musicisti diventa, dunque, anche strumento di valorizzazione e riscoperta del territorio, a partire dalla sua identità impalpabile. “La rivoluzione estetica di Vacuamoenia – si legge nel manifesto del progetto – parte dai luoghi abbandonati dall’uomo e dal suono che essi producono: uno studio sui suoni già presenti e su quelli che è possibile organizzare in loco, attraverso la militanza escursionistica, la registrazione sul campo e il contatto con il territorio. I materiali sono gli orchestrali, i percorsi e le strade sono partiture scritte sulla terra. Attraverso il tatto e gli altri sensi, ogni paesaggio sonoro diventa così luogo di suoni e strumento musicale in costruzione”. Non resta che chiudere gli occhi e abbandonarsi all’ascolto.

Pietro Bonanno e Fabio R. Lattuca, pionieri della ricerca sul paesaggio sonoro in Sicilia, con il progetto Vacuamoenia hanno esplorato una trentina di luoghi, tra case coloniche e villaggi rurali, da un capo all’altro della Sicilia, creando un archivio unico

di Giulio Giallombardo

Ascoltare il paesaggio per conoscerne l’anima nascosta. Capovolgere la percezione sensoriale, risvegliando l’udito e mettendolo in collegamento attivo con gli altri sensi. Ma soprattutto, “suonare” un luogo abbandonato come uno strumento musicale, rivelandone l’identità perduta. È il viaggio di Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno, pionieri della ricerca sul paesaggio sonoro in Sicilia, che hanno dato vita, nel 2013, al progetto Vacuamoenia. I due musicisti palermitani, in questi anni, hanno esplorato una trentina di borghi abbandonati dell’Isola, tra case coloniche e villaggi rurali, registrando i suoni dello spazio circostante: dal fruscio del vento, al calpestio delle foglie, dal ronzio degli insetti allo scorrere dell’acqua. Una lunga partitura che spazia da un capo all’altro della Sicilia.

Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno (foto: Vacuamoenia)

Reduci dall’esperienza di Liminaria, progetto di ricerca inserito tra gli eventi collaterali della scorsa edizione di Manifesta, Lattuca e Bonanno hanno pronte le tracce registrate a Borgo Tudia, vicino a Resuttano, e Borgo Filaga, a due passi da Prizzi. Sono le ultime tappe di una ricerca iniziata quasi per caso dai ruderi di Poggioreale Antica, che in cinque anni ha portato la coppia ad esplorare gli angoli più remoti dell’Isola, creando un archivio sonoro e testuale unico, consultabile liberamente online sul sito internet del progetto. Ogni “concerto” è suddiviso in tracce con una guida all’ascolto, una scheda dettagliata con la storia del borgo e una galleria fotografica, partendo, non a caso, dai suoni e soltanto alla fine della pagina, terminando con le immagini.

L’attività dei due musicisti si completa con le passeggiate sonore, momento imprescindibile della loro ricerca. Da marzo a settembre, l’associazione Vacuamoenia organizza anche visite guidate in luoghi dalle particolari qualità sonore, accompagnando i partecipanti attraverso vere e proprie esperienze sensoriali. L’ultima lo scorso settembre nella riserva naturale di Lago Preola e Gorghi Tondi, nel Trapanese. “Il nostro obiettivo – spiega Pietro Bonanno a Le Vie dei Tesori News – è di ampliare l’esplorazione del paesaggio, servendoci di un senso che solitamente usiamo passivamente, come l’udito. Le passeggiate si svolgono rigorosamente in silenzio e non richiedono particolari competenze tecniche. Semplicemente ascoltiamo il paesaggio, facendo piccoli esercizi sulla distanza sonora, sull’ascolto del nostro corpo, cercando di capire qual è la peculiarità dei suoni presenti in quel dato luogo”.

Passeggiata sonora a Poggioreale Antica (foto: Vacuamoenia)

Non a caso, la ricerca dei due artisti ultimamente si concentra proprio sul “cuore dei luoghi”, ovvero decifrare l’unicità di un paesaggio attraverso il suono che questo emette. Se con la vista, lo spazio si presenta in un solo colpo d’occhio, l’esperienza d’ascolto si proietta, invece, nel tempo, connotandosi anche come storia. Infatti, ogni luogo è raccontato da un testo frutto di una ricerca approfondita e trasversale, tra sociologia, architettura e fotografia. “Facciamo un grosso lavoro di ricerca storica – aggiunge Fabio R. Lattuca – tra le stanze dell’archivio di Stato e quelle dell’Esa, consultando le cartografie dei luoghi, i giornali e le riviste d’epoca, libri di testo e quant’altro possa essere utile alla nostra ricerca. Abbiamo praticamente messo insieme un piccolo fondo dedicato ai borghi rurali siciliani, scoprendo a volte storie di un luogo mai svelate prima”.

La ricerca sul paesaggio sonoro portata avanti dai due musicisti diventa, dunque, anche strumento di valorizzazione e riscoperta del territorio, a partire dalla sua identità impalpabile. “La rivoluzione estetica di Vacuamoenia – si legge nel manifesto del progetto – parte dai luoghi abbandonati dall’uomo e dal suono che essi producono: uno studio sui suoni già presenti e su quelli che è possibile organizzare in loco, attraverso la militanza escursionistica, la registrazione sul campo e il contatto con il territorio. I materiali sono gli orchestrali, i percorsi e le strade sono partiture scritte sulla terra. Attraverso il tatto e gli altri sensi, ogni paesaggio sonoro diventa così luogo di suoni e strumento musicale in costruzione”. Non resta che chiudere gli occhi e abbandonarsi all’ascolto.

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La sinagoga di Palermo mai aperta in attesa del restauro

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

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Villa Sperlinga, la sua storia nel verde abbandonato

In un’area verde condominiale, nel cuore della Palermo residenziale, resiste ancora la Montagnola, ultimo lembo del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, diventato meta della nobiltà del tempo

di Giulio Giallombardo

È una piccola selva impenetrabile tra i palazzi della nuova Palermo. Ma dentro quell’area incolta e abbandonata si nasconde uno degli ultimi lembi della storica Villa Sperlinga. È l’antica Montagnola, un tempo circondata da uno specchio d’acqua alimentato dal canale Passo di Rigano, con dentro una grotta artificiale di cui s’intravede il varco. Oggi, salvata almeno in parte dal cemento in un giardino condominiale, è una delle pochissime tracce del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, che si estendeva tra via Sciuti, via Principe di Paternò e via Leopardi.

La Cuba a Villa Sperlinga

L’attuale giardino che si affaccia su piazza Unità d’Italia non è che uno sbiadito ricordo di quella che un tempo era la villa dei Whitaker, classico parco in stile romantico. Le uniche tracce oggi residue, sono, oltre alla Montagnola, la casina liberty del custode, tra via Giusti e via Leopardi, diventata sede dell’Urp del Comune; la Cuba, casina in stile moresco, che ospita da anni uno dei “templi” della movida palermitana, e anche un albero monumentale, vicino alla Torre Sperlinga, tra via Scaduto e via Sciuti.

Il giardino all’inglese dei Whitaker ricadeva all’interno del Firriato di Sperlinga, enorme appezzamento di terreno, in buona parte incolto, annesso alla settecentesca villa dei duchi Oneto, oggi diventata sede del Tribunale dei minori e del carcere Malaspina. La coppia inizialmente aveva acquistato il terreno per costruirvi la propria abitazione, ma alla morte di Joseph Whitaker e dopo l’apertura della via Cavour, Joshua preferì il palazzo in stile gotico-veneziano, dove attualmente ha sede la Prefettura. Così, Villa Sperlinga divenne il regno di Effie, come gli amici chiamavano l’eccentrica moglie, amante dello sport e dei pappagalli.

Euphrosyne Whitaker, seconda a sinistra, durante una partita di tennis

La cura del giardino fu nelle mani del fidato Emilio Kuzmann, che piantò vari tipi di palme, ma anche alberi con alto fusto e con fiori, tra cui rose e orchidee. C’era anche un maneggio e due campi da tennis chiamati “Purgatorio” e “Inferno”, pare che il “Paradiso” fosse, invece, il giardino segreto di Euphrosyne, accessibile solo a pochi intimi. “Era nascosto dal resto della villa da una fitta siepe – scrive la naturalista ed entomologa Alessandra Lavagnino – e il cancello si apriva con una chiave d’oro. L’atmosfera era magica; il sole riverberava dagli alti muri addolciti dalla grazia di roselline rampicanti”.

Un clima idilliaco coerente con l’aria che si respirava un secolo fa a Villa Sperlinga, merito anche dei tanti garden party che Joss e Effie organizzavano per amici, parenti e ospiti illustri. Come i reali inglesi, Edoardo VII e la regina Alessandra, che fecero visita il 25 aprile del 1907, oppure Giorgio V e la regina Mary nella primavera del 1924. Poi ogni venerdì era tempo dei tennis party, sport amato da Euphrosyne, ma il culmine si toccava il 24 maggio, giorno dell’Empire’s day, quando tutta la comunità inglese, compresi i marinai di passaggio, ma anche alcuni esponenti della nobiltà palermitana, facevano visita ai Whitaker, partecipando a una sfarzosa cerimonia.

Il laghetto dell’odierna Villa Sperlinga

Ma il declino era dietro l’angolo. Negli anni ’40 Audrey Sophia, figlia di Joshua e Euphrosyne, ereditò la villa dopo la morte dei genitori. Le sue condizioni economiche non erano floride, pensò quindi di capitalizzare il bene, dopo che un incendio distrusse gran parte degli alberi della villa, che per questo perse il suo vincolo di verde storico. Così, gli eredi dei Whitaker riuscirono a ottenere il cambio della destinazione urbanistica della loro proprietà e poterono venderla a un’impresa romana, la Società Immobiliare, che nel 1952 stipulò una convenzione col Comune per lottizzare i terreni, cedendone una parte per realizzare quello che è l’attuale giardino.

Ai fasti di Villa Sperlinga e alle poche tracce sparse del suo presente è stato dedicato pochi giorni fa un incontro organizzato dall’associazione Salvare Palermo, a Villa Malfitano, cui hanno partecipato Beatrice Gozzo Palmigiano, studiosa dei Whitaker, e l’architetto Gaetano Corselli D’Ondes. Si sono ripercorse le tappe salienti della storia dorata di uno dei polmoni verdi di Palermo, di cui oggi rimane soltanto un piccolo lembo di terra abbandonato. “L’area della Montagnola ricade in proprietà privata, – spiega Corselli D’Ondes a Le Vie dei Tesori News – dovrebbero essere i condomini e i proprietari del giardino ad averne cura. Dovrebbero rendersi conto di cosa hanno ai loro piedi, salvando da questo stato selvaggio l’unica testimonianza rimasta di una Palermo che non c’è più”.

In un’area verde condominiale, nel cuore della Palermo residenziale, resiste ancora la Montagnola, ultimo lembo del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, diventato meta della nobiltà del tempo

di Giulio Giallombardo

È una piccola selva impenetrabile tra i palazzi della nuova Palermo. Ma dentro quell’area incolta e abbandonata si nasconde uno degli ultimi lembi della storica Villa Sperlinga. È l’antica Montagnola, un tempo circondata da uno specchio d’acqua alimentato dal canale Passo di Rigano, con dentro una grotta artificiale di cui s’intravede il varco. Oggi, salvata almeno in parte dal cemento in un giardino condominiale, è una delle pochissime tracce del grande parco comprato nel 1886 da Joshua Whitaker e dalla moglie Euphrosyne, che si estendeva tra via Sciuti, via Principe di Paternò e via Leopardi.

La Cuba a Villa Sperlinga

L’attuale giardino che si affaccia su piazza Unità d’Italia non è che uno sbiadito ricordo di quella che un tempo era la villa dei Whitaker, classico parco in stile romantico. Le uniche tracce oggi residue, sono, oltre alla Montagnola, la casina liberty del custode, tra via Giusti e via Leopardi, diventata sede dell’Urp del Comune; la Cuba, casina in stile moresco, che ospita da anni uno dei “templi” della movida palermitana, e anche un albero monumentale, vicino alla Torre Sperlinga, tra via Scaduto e via Sciuti.

Il giardino all’inglese dei Whitaker ricadeva all’interno del Firriato di Sperlinga, enorme appezzamento di terreno, in buona parte incolto, annesso alla settecentesca villa dei duchi Oneto, oggi diventata sede del Tribunale dei minori e del carcere Malaspina. La coppia inizialmente aveva acquistato il terreno per costruirvi la propria abitazione, ma alla morte di Joseph Whitaker e dopo l’apertura della via Cavour, Joshua preferì il palazzo in stile gotico-veneziano, dove attualmente ha sede la Prefettura. Così, Villa Sperlinga divenne il regno di Effie, come gli amici chiamavano l’eccentrica moglie, amante dello sport e dei pappagalli.

Euphrosyne Whitaker, seconda a sinistra, durante una partita di tennis

La cura del giardino fu nelle mani del fidato Emilio Kuzmann, che piantò vari tipi di palme, ma anche alberi con alto fusto e con fiori, tra cui rose e orchidee. C’era anche un maneggio e due campi da tennis chiamati “Purgatorio” e “Inferno”, pare che il “Paradiso” fosse, invece, il giardino segreto di Euphrosyne, accessibile solo a pochi intimi. “Era nascosto dal resto della villa da una fitta siepe – scrive la naturalista ed entomologa Alessandra Lavagnino – e il cancello si apriva con una chiave d’oro. L’atmosfera era magica; il sole riverberava dagli alti muri addolciti dalla grazia di roselline rampicanti”.

Un clima idilliaco coerente con l’aria che si respirava un secolo fa a Villa Sperlinga, merito anche dei tanti garden party che Joss e Effie organizzavano per amici, parenti e ospiti illustri. Come i reali inglesi, Edoardo VII e la regina Alessandra, che fecero visita il 25 aprile del 1907, oppure Giorgio V e la regina Mary nella primavera del 1924. Poi ogni venerdì era tempo dei tennis party, sport amato da Euphrosyne, ma il culmine si toccava il 24 maggio, giorno dell’Empire’s day, quando tutta la comunità inglese, compresi i marinai di passaggio, ma anche alcuni esponenti della nobiltà palermitana, facevano visita ai Whitaker, partecipando a una sfarzosa cerimonia.

Il laghetto dell’odierna Villa Sperlinga

Ma il declino era dietro l’angolo. Negli anni ’40 Audrey Sophia, figlia di Joshua e Euphrosyne, ereditò la villa dopo la morte dei genitori. Le sue condizioni economiche non erano floride, pensò quindi di capitalizzare il bene, dopo che un incendio distrusse gran parte degli alberi della villa, che per questo perse il suo vincolo di verde storico. Così, gli eredi dei Whitaker riuscirono a ottenere il cambio della destinazione urbanistica della loro proprietà e poterono venderla a un’impresa romana, la Società Immobiliare, che nel 1952 stipulò una convenzione col Comune per lottizzare i terreni, cedendone una parte per realizzare quello che è l’attuale giardino.

Ai fasti di Villa Sperlinga e alle poche tracce sparse del suo presente è stato dedicato pochi giorni fa un incontro organizzato dall’associazione Salvare Palermo, a Villa Malfitano, cui hanno partecipato Beatrice Gozzo Palmigiano, studiosa dei Whitaker, e l’architetto Gaetano Corselli D’Ondes. Si sono ripercorse le tappe salienti della storia dorata di uno dei polmoni verdi di Palermo, di cui oggi rimane soltanto un piccolo lembo di terra abbandonato. “L’area della Montagnola ricade in proprietà privata, – spiega Corselli D’Ondes a Le Vie dei Tesori News – dovrebbero essere i condomini e i proprietari del giardino ad averne cura. Dovrebbero rendersi conto di cosa hanno ai loro piedi, salvando da questo stato selvaggio l’unica testimonianza rimasta di una Palermo che non c’è più”.

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Gli ori nascosti del Museo Griffo tornano a brillare

In mostra ad Agrigento i preziosi reperti custoditi nei depositi: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un pregiato anello trovato in un terreno privato e adesso restituito alla collettività

di Giulio Giallombardo

Erano nascosti nel buio dei depositi, adesso sono tornati a risplendere. Brilla l’antica collezione di ori del Museo archeologico Pietro Griffo di Agrigento, esposti nella mostra “Fuoripercorso”. Ogni pezzo ha una storia da raccontare: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un prezioso anello appartenuto ad una giovane donna morta troppo presto. Si tratta, dunque, di un percorso espositivo alternativo a quello tradizionale. Un patrimonio avulso e poco conosciuto, ma non per questo meno importante, che fino a ieri era custodito nei depositi del museo e oggi si può riscoprire gratuitamente, tutte le mattine, dalle 9 alle 13, fino 24 marzo.

Apre la mostra, promossa dal Polo museale, con il sostegno di Coopculture, l’elegante diadema ellenistico, decorato da foglie di quercia in lamina d’oro. Si può ammirare insieme alle 204 monete bizantine che compongono il tesoretto scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. Tra i reperti, tutti databili tra il V e il VII secolo dopo Cristo, ci sono tanti esempi di solidus, una moneta usata in tutto il Mediterraneo fino all’XI secolo. Da quello che potrebbe definirsi “il dollaro del Medioevo”, istituito dall’imperatore Costantino nel IV secolo, discendono sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale che quelli dell’Oriente islamico. Ma non solo, sono esposte anche monete di taglio minore, come il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis. Si tratta, dunque, di una collezione molto preziosa: tutte le monete del tesoretto bizantino, messe insieme, corrispondevano al reddito annuo di una trentina di famiglie modeste, oppure a otto giorni di stipendio del prefetto bizantino.

Poi c’è anche un anello in oro massiccio dalla storia particolare. Secondo gli studiosi, era appartenuto ad una ragazza diciassettenne vissuta tra il II e III secolo dopo Cristo, sepolta in un sarcofago litico interrato nella necropoli romana fuori Porta Aurea. Il gioiello, però, fu ritrovato in un terreno privato e solo recentemente è stato donato al museo dalla proprietaria Anna Cutaia Riolo, che ha voluto restituirlo alla collettività.

“Vogliamo ampliare l’offerta del museo, attingendo ai preziosi materiali che normalmente non sono messi in mostra e sono custoditi nei depositi e quindi fruibili solo dagli studiosi”, ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Parello, direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi e curatore della mostra insieme a Carla Guzzone e Donatella Mangione. “Questa è la prima di una serie di mostre temporanee che nel corso del tempo andremo ad allestire – ha continuato Parello – . Il fatto poi che la mostra sia fruibile gratuitamente, è un piccolo incentivo a visitare anche il resto nel museo, con la sua ricca collezione di reperti”.

In mostra ad Agrigento i preziosi reperti custoditi nei depositi: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un pregiato anello trovato in un terreno privato e adesso restituito alla collettività

di Giulio Giallombardo

Erano nascosti nel buio dei depositi, adesso sono tornati a risplendere. Brilla l’antica collezione di ori del Museo archeologico Pietro Griffo di Agrigento, esposti nella mostra “Fuoripercorso”. Ogni pezzo ha una storia da raccontare: dal tesoretto bizantino di Racalmuto, al “dollaro del Medioevo”, fino ad un prezioso anello appartenuto ad una giovane donna morta troppo presto. Si tratta, dunque, di un percorso espositivo alternativo a quello tradizionale. Un patrimonio avulso e poco conosciuto, ma non per questo meno importante, che fino a ieri era custodito nei depositi del museo e oggi si può riscoprire gratuitamente, tutte le mattine, dalle 9 alle 13, fino 24 marzo.

Apre la mostra, promossa dal Polo museale, con il sostegno di Coopculture, l’elegante diadema ellenistico, decorato da foglie di quercia in lamina d’oro. Si può ammirare insieme alle 204 monete bizantine che compongono il tesoretto scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. Tra i reperti, tutti databili tra il V e il VII secolo dopo Cristo, ci sono tanti esempi di solidus, una moneta usata in tutto il Mediterraneo fino all’XI secolo. Da quello che potrebbe definirsi “il dollaro del Medioevo”, istituito dall’imperatore Costantino nel IV secolo, discendono sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale che quelli dell’Oriente islamico. Ma non solo, sono esposte anche monete di taglio minore, come il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis. Si tratta, dunque, di una collezione molto preziosa: tutte le monete del tesoretto bizantino, messe insieme, corrispondevano al reddito annuo di una trentina di famiglie modeste, oppure a otto giorni di stipendio del prefetto bizantino.

Poi c’è anche un anello in oro massiccio dalla storia particolare. Secondo gli studiosi, era appartenuto ad una ragazza diciassettenne vissuta tra il II e III secolo dopo Cristo, sepolta in un sarcofago litico interrato nella necropoli romana fuori Porta Aurea. Il gioiello, però, fu ritrovato in un terreno privato e solo recentemente è stato donato al museo dalla proprietaria Anna Cutaia Riolo, che ha voluto restituirlo alla collettività.

“Vogliamo ampliare l’offerta del museo, attingendo ai preziosi materiali che normalmente non sono messi in mostra e sono custoditi nei depositi e quindi fruibili solo dagli studiosi”, ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Parello, direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi e curatore della mostra insieme a Carla Guzzone e Donatella Mangione. “Questa è la prima di una serie di mostre temporanee che nel corso del tempo andremo ad allestire – ha continuato Parello – . Il fatto poi che la mostra sia fruibile gratuitamente, è un piccolo incentivo a visitare anche il resto nel museo, con la sua ricca collezione di reperti”.

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La Vittoria Alata torna a spiccare il volo

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

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Palermo in quei trofei diventati arte

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

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