La nuova vita della Casina dei nobili al Foro Italico

Inglobato nelle Mura delle Cattive, l’edificio era dedicato allo svago degli aristocratici palermitani. Dopo anni di abbandono, sarà presto completato il restauro

di Giulio Giallombardo

Era uno dei luoghi della “movida” aristocratica dell’Ottocento palermitano. Un piccolo padiglione dedicato allo svago, dove conversare e giocare a carte. Da anni il Comune vuole recuperarlo e oggi il completamento del restauro sembra più vicino. È la Casina dei nobili, che si affaccia sul Foro Italico, inglobata nella parte meridionale delle Mura delle Cattive, davanti al palchetto della musica. Dopo un lungo periodo d’abbandono, nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’edificio è stato oggetto di interventi di recupero rimasti però incompleti. Adesso, l’ufficio Gare del Comune ha aggiudicato l’appalto per terminare i lavori, che prevedono una spesa complessiva di circa 140mila euro. L’intenzione dell’amministrazione è quella di farne sede di uffici di servizio pubblico.

La scalinata sud di accesso alla passeggiata

La nascita della Casina dei nobili rientrò nel progetto di riqualificazione della passeggiata sulle Mura delle Cattive, avviata nella prima metà dell’800 dal marchese Antonio Lucchesi Palli, luogotenente del governo borbonico. Venne creato un camminamento sopraelevato di circa cinque metri rispetto al piano delle carrozze, ornato da panche, e che offriva una maggiore riservatezza rispetto alla passeggiata su strada, con una vista aperta sul mare. Le “cattive” a cui fa riferimento il nome delle mura, erano le vedove, che lì potevano passeggiare portando il loro lutto lontano dalla folla, “prigioniere” del proprio dolore (“cattive” deriva infatti dal latino captivae che significa, appunto, prigioniere).

Una delle finestre della casina

Nello spessore delle mura vennero realizzati dei padiglioni di svago, usati dai nobili e aristocratici del tempo, come luoghi di divertimento, conversazione e gioco. Successivamente, agli inizi del ‘900, le casine si trasformarono in locali ad uso commerciale, come si evince anche da alcune foto d’epoca. Le mura furono, in seguito, danneggiate dai bombardamenti del 1943. Molti edifici furono colpiti, tra cui la scalinata e proprio il padiglione meridionale ad angolo con via Alloro, oggi Salita Mura delle Cattive. Dopo la guerra, un lungo oblio sia della cortina muraria che dei padiglioni, fino a quando tutto il complesso venne inserito in un progetto di restauro e ricostruzione curato dall’amministrazione comunale.

“Al piano terra, l’ingresso schermato da porta a vetri, introdurrà in una saletta presidiata da una postazione di lavoro e destinata alla eventuale prima accoglienza – si legge nel progetto esecutivo firmato da Giovanni Crivello, dell’Ufficio Città storica del Comune – . Un disimpegno consentirà l’accesso a due servizi igienici, di cui uno per disabili, al locale di servizio con ventilazione forzata munito di attrezzatura sanitaria per lo smaltimento di acque chiare. Una scala rivestita in legno condurrà all’ambiente unico di primo piano (ufficio) dove sono previste altre quattro postazioni di lavoro”.

Inglobato nelle Mura delle Cattive, l’edificio era dedicato allo svago degli aristocratici palermitani. Dopo anni di abbandono, sarà presto completato il restauro

di Giulio Giallombardo

Era uno dei luoghi della “movida” aristocratica dell’Ottocento palermitano. Un piccolo padiglione dedicato allo svago, dove conversare e giocare a carte. Da anni il Comune vuole recuperarlo e oggi il completamento del restauro sembra più vicino. È la Casina dei nobili, che si affaccia sul Foro Italico, inglobata nella parte meridionale delle Mura delle Cattive, davanti al palchetto della musica. Dopo un lungo periodo d’abbandono, nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’edificio è stato oggetto di interventi di recupero rimasti però incompleti. Adesso, l’ufficio Gare del Comune ha aggiudicato l’appalto per terminare i lavori, che prevedono una spesa complessiva di circa 140mila euro. L’intenzione dell’amministrazione è quella di farne sede di uffici di servizio pubblico.

La scalinata sud di accesso alla passeggiata

La nascita della Casina dei nobili rientrò nel progetto di riqualificazione della passeggiata sulle Mura delle Cattive, avviata nella prima metà dell’800 dal marchese Antonio Lucchesi Palli, luogotenente del governo borbonico. Venne creato un camminamento sopraelevato di circa cinque metri rispetto al piano delle carrozze, ornato da panche, e che offriva una maggiore riservatezza rispetto alla passeggiata su strada, con una vista aperta sul mare. Le “cattive” a cui fa riferimento il nome delle mura, erano le vedove, che lì potevano passeggiare portando il loro lutto lontano dalla folla, “prigioniere” del proprio dolore (“cattive” deriva infatti dal latino captivae che significa, appunto, prigioniere).

Una delle finestre della casina

Nello spessore delle mura vennero realizzati dei padiglioni di svago, usati dai nobili e aristocratici del tempo, come luoghi di divertimento, conversazione e gioco. Successivamente, agli inizi del ‘900, le casine si trasformarono in locali ad uso commerciale, come si evince anche da alcune foto d’epoca. Le mura furono, in seguito, danneggiate dai bombardamenti del 1943. Molti edifici furono colpiti, tra cui la scalinata e proprio il padiglione meridionale ad angolo con via Alloro, oggi Salita Mura delle Cattive. Dopo la guerra, un lungo oblio sia della cortina muraria che dei padiglioni, fino a quando tutto il complesso venne inserito in un progetto di restauro e ricostruzione curato dall’amministrazione comunale.

“Al piano terra, l’ingresso schermato da porta a vetri, introdurrà in una saletta presidiata da una postazione di lavoro e destinata alla eventuale prima accoglienza – si legge nel progetto esecutivo firmato da Giovanni Crivello, dell’Ufficio Città storica del Comune – . Un disimpegno consentirà l’accesso a due servizi igienici, di cui uno per disabili, al locale di servizio con ventilazione forzata munito di attrezzatura sanitaria per lo smaltimento di acque chiare. Una scala rivestita in legno condurrà all’ambiente unico di primo piano (ufficio) dove sono previste altre quattro postazioni di lavoro”.

Hai letto questi articoli?

Turismo di guerra in Sicilia, ecco i siti militari storici

Ricercatori e volontari hanno scoperto migliaia di casematte, batterie antiaeree, bunker e depositi, nascosti tra monti e coste dell’Isola

di Giulio Giallombardo

C’è un enorme museo della guerra sparso per tutta la Sicilia. Chilometri di casematte, batterie antiaeree, bunker e depositi, nascosti tra monti e coste dell’Isola. Sono frammenti diffusi dell’ultimo conflitto mondiale, pezzi di memoria del secolo scorso, che riaffiorano da un’altra epoca, come in un viaggio nel tempo. Una volta erano presidi bellici, adesso sono diventati veri e propri monumenti in attesa di essere riscoperti.

Un momento della presentazione

Un primo tentativo in questa direzione arriva dall’associazione Palermo Pillbox Finders che, attraverso il progetto Ce.R.Ca.Mi. (Censimento e rilevamento casematte militari), ha avviato e quasi concluso un censimento sul patrimonio storico militare della Seconda guerra mondiale in Sicilia, elaborando uno studio dettagliato sui siti militari di interesse storico ancora presenti nell’Isola. Un lavoro lungo 14 mesi, durante i quali ricercatori e volontari dell’associazione, grazie all’aiuto di droni e tecnologia satellitare, hanno girato in lungo e in largo la Sicilia, individuando 1.329 tra siti e postazioni militari, raggiungendone 455 e selezionandone 202, valutati secondo il loro stato di conservazione, in vista di una futura riqualificazione.

Un patrimonio nascosto presentato ieri nella sede dell’assessorato regionale del Turismo. C’è la casamatta di Carini che sembra l’abside di una chiesa bizantina, “mascherata” per non renderla riconoscibile; quella di Porto Empedocle, nascosta sotto una torre e, ancora, una fortificazione incastonata sulla roccia davanti al mare di Pollina. Per non parlare delle tante batterie antiaeree disseminate sui monti di Palermo, dove venivano piazzati cannoni che proteggevano la città dai bombardamenti nemici o dei numerosi aeroporti, idroscali e aeroscali siciliani, da quello di Sciacca a Chinisia, da Boccadifalco ad Augusta.

L’aeroporto Chinisia

“Il governo regionale ha individuato il turismo bellico dedicato ai conflitti mondiali come un settore strategico sul quale puntare – ha dichiarato l’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo – per una politica turistica che intraprenda un’efficace attività di destagionalizzazione, e contribuisca a registrare un sensibile incremento dei flussi di viaggiatori verso la Sicilia. Questo segmento ha ancora ampi margini di crescita, e potrà divenire tra i settori portanti dell’economia dell’Isola se si riuscirà ad importare strategie vincenti come quelle già attuate in numerose realtà europee”. Nel corso della presentazione è stato fatto un bilancio dei dati raccolti, arricchito dalla proiezione di filmati e immagini delle postazioni militari, scandagliando le caratteristiche strategiche dei siti e le peculiarità tecniche. Si è fatto cenno, inoltre, ai tanti graffiti incisi in alcune delle fortificazioni, dando la possibilità ai ricercatori di ricostruire, in alcuni casi, l’identità e la storia dei militari che hanno lasciato i segni della loro presenza.

“Il nostro è un progetto completamente autofinanziato – spiega a Le Vie dei Tesori News, Michelangelo Marino, presidente dell’associazione Palermo Pillbox Finders – . L’obiettivo è di far conoscere questo patrimonio nascosto non solo ai cittadini, ma anche alle istituzioni istituzioni, in vista anche della ristrutturazione di alcuni siti e della creazione di circuiti turistici inediti. Ci sono luoghi dalla forte carica emotiva, come ad esempio, lungo la costa tra Licata e Gela, dove su una casamatta abbiamo trovato i fori del cannoni sparati dalle navi americane prima dello sbarco. Ci auguriamo che il nostro lavoro, che ha visto la sinergia e l’impegno di ricercatori, studiosi, archeologi e volontari, potrà essere d’aiuto a valorizzare un immenso patrimonio ancora poco conosciuto”.

Ricercatori e volontari hanno scoperto migliaia di casematte, batterie antiaeree, bunker e depositi, nascosti tra monti e coste dell’Isola

di Giulio Giallombardo

C’è un enorme museo della guerra sparso per tutta la Sicilia. Chilometri di casematte, batterie antiaeree, bunker e depositi, nascosti tra monti e coste dell’Isola. Sono frammenti diffusi dell’ultimo conflitto mondiale, pezzi di memoria del secolo scorso, che riaffiorano da un’altra epoca, come in un viaggio nel tempo. Una volta erano presidi bellici, adesso sono diventati veri e propri monumenti in attesa di essere riscoperti.

Un primo tentativo in questa direzione arriva dall’associazione Palermo Pillbox Finders che, attraverso il progetto Ce.R.Ca.Mi. (Censimento e rilevamento casematte militari), ha avviato e quasi concluso un censimento sul patrimonio storico militare della Seconda guerra mondiale in Sicilia, elaborando uno studio dettagliato sui siti militari di interesse storico ancora presenti nell’Isola. Un lavoro lungo 14 mesi, durante i quali ricercatori e volontari dell’associazione, grazie all’aiuto di droni e tecnologia satellitare, hanno girato in lungo e in largo la Sicilia, individuando 1.329 tra siti e postazioni militari, raggiungendone 455 e selezionandone 202, valutati secondo il loro stato di conservazione, in vista di una futura riqualificazione.

Un momento della presentazione

Un patrimonio nascosto presentato ieri nella sede dell’assessorato regionale del Turismo. C’è la casamatta di Carini che sembra l’abside di una chiesa bizantina, “mascherata” per non renderla riconoscibile; quella di Porto Empedocle, nascosta sotto una torre e, ancora, una fortificazione incastonata sulla roccia davanti al mare di Pollina. Per non parlare delle tante batterie antiaeree disseminate sui monti di Palermo, dove venivano piazzati cannoni che proteggevano la città dai bombardamenti nemici o dei numerosi aeroporti, idroscali e aeroscali siciliani, da quello di Sciacca a Chinisia, da Boccadifalco ad Augusta.

“Il governo regionale ha individuato il turismo bellico dedicato ai conflitti mondiali come un settore strategico sul quale puntare – ha dichiarato l’assessore regionale al Turismo, Sandro Pappalardo – per una politica turistica che intraprenda un’efficace attività di destagionalizzazione, e contribuisca a registrare un sensibile incremento dei flussi di viaggiatori verso la Sicilia. Questo segmento ha ancora ampi margini di crescita, e potrà divenire tra i settori portanti dell’economia dell’Isola se si riuscirà ad importare strategie vincenti come quelle già attuate in numerose realtà europee”. Nel corso della presentazione è stato fatto un bilancio dei dati raccolti, arricchito dalla proiezione di filmati e immagini delle postazioni militari, scandagliando le caratteristiche strategiche dei siti e le peculiarità tecniche. Si è fatto cenno, inoltre, ai tanti graffiti incisi in alcune delle fortificazioni, dando la possibilità ai ricercatori di ricostruire, in alcuni casi, l’identità e la storia dei militari che hanno lasciato i segni della loro presenza.

L’aeroporto Chinisia

“Il nostro è un progetto completamente autofinanziato – spiega a Le Vie dei Tesori News, Michelangelo Marino, presidente dell’associazione Palermo Pillbox Finders – . L’obiettivo è di far conoscere questo patrimonio nascosto non solo ai cittadini, ma anche alle istituzioni istituzioni, in vista anche della ristrutturazione di alcuni siti e della creazione di circuiti turistici inediti. Ci sono luoghi dalla forte carica emotiva, come ad esempio, lungo la costa tra Licata e Gela, dove su una casamatta abbiamo trovato i fori del cannoni sparati dalle navi americane prima dello sbarco. Ci auguriamo che il nostro lavoro, che ha visto la sinergia e l’impegno di ricercatori, studiosi, archeologi e volontari, potrà essere d’aiuto a valorizzare un immenso patrimonio ancora poco conosciuto”.

Hai letto questi articoli?

Corsa contro il tempo per salvare il ponte normanno

È in fase di aggiudicazione la gara per la messa in sicurezza del monumento di Altavilla Milicia, ma l’obiettivo è di riportarlo all’originaria bellezza

di Giulio Giallombardo

Una corsa contro il tempo per salvarlo. Il ponte normanno di Altavilla Milicia, nascosto in una vallata poco distante dal centro abitato, sembra poter crollare da un momento all’altro (ve ne abbiamo parlato anche qui). Quello che un tempo era usato dai monaci del vicino complesso di Santa Maria di Campogrosso per raggiungere Palermo, da tempo grida aiuto per non sparire del tutto. La Soprintendenza dei Beni culturali ha già avviato una gara per lavori urgenti di manutenzione e messa in sicurezza, stanziando 90mila euro, di cui 54mila per il materiale lapideo e 36mila per il restauro architettonico del monumento medievale.

Il ponte San Michele

La gara è ormai in fase di aggiudicazione, ma ci vorrà ancora qualche mese per avviare il cantiere di lavoro. “Il ponte è in pessime condizioni – spiega il soprintendente Lina Bellanca a Le Vie dei Tesori News – una parte dell’arcata è già quasi crollata, dunque occorre recuperare il materiale venuto giù e mettere in sicurezza la struttura muraria per evitare che si possa perdere del tutto”.

Intanto, l’associazione BcSicilia, che da tempo ha lanciato l’allarme sul degrado del monumento, ha deciso di donare al Comune di Altavilla Milicia, un progetto di messa in sicurezza del ponte. Il lavoro è stato elaborato dall’ingegnere Gaetano Lino, consigliere regionale dell’associazione che si occupa di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali della Sicilia. Lino, insieme al presidente Alfonso Lo Cascio, ha inviato una lettera al sindaco di Altavilla, Giuseppe Virga, comunicando di donare l’intero progetto, compresi gli elaborati e tutta la documentazione grafica e fotografica, rinunciando ad ogni diritto. “Confidiamo di riuscire presto, grazie al prezioso contributo e alla sensibilità di singoli, enti pubblici e associazioni – ha risposto il sindaco – non solo a mettere in sicurezza il ponte, ma di restituire ad esso la sua originale bellezza, rendendolo fruibile a quanti vorranno visitarlo”.

Il torrente San Michele

Il ponte San Michele di Campogrosso (questo il nome del monumento), è visibile percorrendo la statale 113, poco dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. La sua prima attestazione risale al 1248, ma non si può escludere che sia stato costruito su un basamento preesistente di epoca romana. La struttura è a schiena d’asino ad una sola arcata ogivale con duplice ghiera. I paramenti sono in conci di tufo ben squadrati, mentre la muratura interna è in ciottoli fluviali, così come le tracce di pavimentazione sopra la volta. Insieme ai ruderi della vicina “Chiesazza”, potrebbe far parte di un itinerario normanno nel territorio, ma la strada è tutta in salita.

È in fase di aggiudicazione la gara per la messa in sicurezza del monumento di Altavilla Milicia, ma l’obiettivo è di riportarlo all’originaria bellezza

di Giulio Giallombardo

Una corsa contro il tempo per salvarlo. Il ponte normanno di Altavilla Milicia, nascosto in una vallata poco distante dal centro abitato, sembra poter crollare da un momento all’altro (ve ne abbiamo parlato anche qui). Quello che un tempo era usato dai monaci del vicino complesso di Santa Maria di Campogrosso per raggiungere Palermo, da tempo grida aiuto per non sparire del tutto. La Soprintendenza dei Beni culturali ha già avviato una gara per lavori urgenti di manutenzione e messa in sicurezza, stanziando 90mila euro, di cui 54mila per il materiale lapideo e 36mila per il restauro architettonico del monumento medievale.

Il ponte San Michele

La gara è ormai in fase di aggiudicazione, ma ci vorrà ancora qualche mese per avviare il cantiere di lavoro. “Il ponte è in pessime condizioni – spiega il soprintendente Lina Bellanca a Le Vie dei Tesori News – una parte dell’arcata è già quasi crollata, dunque occorre recuperare il materiale venuto giù e mettere in sicurezza la struttura muraria per evitare che si possa perdere del tutto”.

Intanto, l’associazione BcSicilia, che da tempo ha lanciato l’allarme sul degrado del monumento, ha deciso di donare al Comune di Altavilla Milicia, un progetto di messa in sicurezza del ponte. Il lavoro è stato elaborato dall’ingegnere Gaetano Lino, consigliere regionale dell’associazione che si occupa di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali della Sicilia. Lino, insieme al presidente Alfonso Lo Cascio, ha inviato una lettera al sindaco di Altavilla, Giuseppe Virga, comunicando di donare l’intero progetto, compresi gli elaborati e tutta la documentazione grafica e fotografica, rinunciando ad ogni diritto. “Confidiamo di riuscire presto, grazie al prezioso contributo e alla sensibilità di singoli, enti pubblici e associazioni – ha risposto il sindaco – non solo a mettere in sicurezza il ponte, ma di restituire ad esso la sua originale bellezza, rendendolo fruibile a quanti vorranno visitarlo”.

Il torrente San Michele

Il ponte San Michele di Campogrosso (questo il nome del monumento), è visibile percorrendo la statale 113, poco dopo lo svincolo di Altavilla Milicia. La sua prima attestazione risale al 1248, ma non si può escludere che sia stato costruito su un basamento preesistente di epoca romana. La struttura è a schiena d’asino ad una sola arcata ogivale con duplice ghiera. I paramenti sono in conci di tufo ben squadrati, mentre la muratura interna è in ciottoli fluviali, così come le tracce di pavimentazione sopra la volta. Insieme ai ruderi della vicina “Chiesazza”, potrebbe far parte di un itinerario normanno nel territorio, ma la strada è tutta in salita.

Hai letto questi articoli?

Nuovo restauro in vista per il Villino Basile

Dopo il recupero dei prospetti, in arrivo lavori di adeguamento degli ambienti interni e sulle abrasioni che hanno colpito i decori pittorici

di Giulio Giallombardo

È uno dei simboli della Belle Époque palermitana, salvato miracolosamente dalla speculazione edilizia. Adesso, il Villino Basile, la casa-studio costruita dall’architetto per la sua famiglia, si prepara a una nuova fase di restauro. Dopo il recupero dei prospetti tornati al loro bianco originario, la Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo, ha affidato i lavori di manutenzione e restauro pittorico e architettonico dell’edificio, per un importo complessivo di 60mila euro.

Lampadario all’ingresso

Si tratta di un intervento di completamento dei lavori svolti circa quattro anni fa, quando, oltre al prospetto, si portò a termine anche l’abbattimento delle barriere architettoniche per il piano rialzato, con il montaggio di una piattaforma elevatrice. “Ci occuperemo di ulteriori interventi di adeguamento degli ambienti interni, oltre al restauro delle piccole abrasioni che affliggono i decori pittorici”, spiega a Le Vie dei Tesori News, il soprintendente Lina Bellanca, che aggiunge: “All’interno dell’edificio, oltre al famoso tavolo da lavoro di Basile, custodiamo una biblioteca specialistica e l’archivio storico della sezione architettonica, spesso frequentato dagli studenti universitari. Abbiamo spesso visite guidate e chi vuole ammirare la palazzina può fare richiesta al nostro personale”.

Comprato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Regione Siciliana, il Villino Ida (così chiamato in omaggio alla moglie dell’architetto, Ida Negrini), fu l’ultima residenza di Basile, recentemente battezzato “icona laica” della città dal Consiglio comunale. La palazzina, costruita nel 1903, si trova tra le vie Siracusa e Principe di Villafranca, e si distingue per eleganza, rigore formale e razionale suddivisione degli spazi interni. Sopra il portone d’accesso, spicca il pannello con il mosaico che riporta il motto “Dispar et unum”, riprendendo l’uso latino del motto all’ingresso, ma anche il simbolismo tipico dell’epoca.

Cancello interno

Nel prospetto su via Villafranca, invece, svetta la torretta con pilastrini angolari e si intravede la copertura a falde con gli eleganti parafulmini in ferro battuto. All’interno, molti degli arredi originali, purtroppo sono stati venduti o dispersi, così sono rimaste poche tracce dell’originale decorazione pittorica delle sale principali. “Basile con la sua casa-studio, senza piglio dottrinario ed esente da radicalismi programmatici e dimostrativi – scrive Ettore Sessa, uno dei maggiori esperti dell’opera di Basile – affermava un’idea di pacata modernità conforme al suo rifuggire clamori ed eccessi. Con il villino Ida, di colpo, la nascente tendenza modernista palermitana, in particolare, e di riflesso la cultura architettonica italiana, più in generale, sembrarono accorciare le distanze con le più mature espressioni del modernismo internazionale”.

Dopo il recupero dei prospetti, in arrivo lavori di adeguamento degli ambienti interni e sulle abrasioni che hanno colpito i decori pittorici

di Giulio Giallombardo

È uno dei simboli della Belle Époque palermitana, salvato miracolosamente dalla speculazione edilizia. Adesso, il Villino Basile, la casa-studio costruita dall’architetto per la sua famiglia, si prepara a una nuova fase di restauro. Dopo il recupero dei prospetti tornati al loro bianco originario, la Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo, ha affidato i lavori di manutenzione e restauro pittorico e architettonico dell’edificio, per un importo complessivo di 60mila euro.

Lampadario all’ingresso

Si tratta di un intervento di completamento dei lavori svolti circa quattro anni fa, quando, oltre al prospetto, si portò a termine anche l’abbattimento delle barriere architettoniche per il piano rialzato, con il montaggio di una piattaforma elevatrice. “Ci occuperemo di ulteriori interventi di adeguamento degli ambienti interni, oltre al restauro delle piccole abrasioni che affliggono i decori pittorici”, spiega a Le Vie dei Tesori News, il soprintendente Lina Bellanca, che aggiunge: “All’interno dell’edificio, oltre al famoso tavolo da lavoro di Basile, custodiamo una biblioteca specialistica e l’archivio storico della sezione architettonica, spesso frequentato dagli studenti universitari. Abbiamo spesso visite guidate e chi vuole ammirare la palazzina può fare richiesta al nostro personale”.

Comprato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Regione Siciliana, il Villino Ida (così chiamato in omaggio alla moglie dell’architetto, Ida Negrini), fu l’ultima residenza di Basile, recentemente battezzato “icona laica” della città dal Consiglio comunale. La palazzina, costruita nel 1903, si trova tra le vie Siracusa e Principe di Villafranca, e si distingue per eleganza, rigore formale e razionale suddivisione degli spazi interni. Sopra il portone d’accesso, spicca il pannello con il mosaico che riporta il motto “Dispar et unum”, riprendendo l’uso latino del motto all’ingresso, ma anche il simbolismo tipico dell’epoca.

Cancello interno

Nel prospetto su via Villafranca, invece, svetta la torretta con pilastrini angolari e si intravede la copertura a falde con gli eleganti parafulmini in ferro battuto. All’interno, molti degli arredi originali, purtroppo sono stati venduti o dispersi, così sono rimaste poche tracce dell’originale decorazione pittorica delle sale principali. “Basile con la sua casa-studio, senza piglio dottrinario ed esente da radicalismi programmatici e dimostrativi – scrive Ettore Sessa, uno dei maggiori esperti dell’opera di Basile – affermava un’idea di pacata modernità conforme al suo rifuggire clamori ed eccessi. Con il villino Ida, di colpo, la nascente tendenza modernista palermitana, in particolare, e di riflesso la cultura architettonica italiana, più in generale, sembrarono accorciare le distanze con le più mature espressioni del modernismo internazionale”.

Hai letto questi articoli?

Le terme abbandonate che nessuno vuole salvare

Le acque dello stabilimento di Sclafani Bagni hanno proprietà uniche, ma il sito, chiuso da trent’anni, sta crollando giorno dopo giorno

di Giulio Giallombardo

Le terme in Sicilia non hanno fortuna. Da Acireale a Sciacca, passando per Termini Imerese, è un susseguirsi di stabilimenti chiusi in attesa di un rilancio annunciato, che stenta ad arrivare. C’è, però, una storia che fa meno clamore, ma è forse più eclatante. È il caso di Sclafani Bagni, piccolo borgo di 400 anime sulle Madonie, che con il suo ottocentesco stabilimento, ridotto ormai quasi un rudere, potrebbe diventare meta d’eccellenza del turismo termale siciliano. Una risorsa per il territorio che si spreca giorno dopo giorno, senza che nessuno sembri interessato al suo recupero.

Portone d’ingresso dello stabilimento

L’acqua calda che scorre a Sclafani ha proprietà benefiche note sin dall’antichità, tant’è che la sorgente è dedicata al dio della medicina Esculapio, da cui alcuni studiosi hanno pensato derivi il nome del borgo. Le acque solfo-bromo-jodiche sgorgano a una temperatura di 37 gradi centigradi e sono totalmente prive di ammoniaca, nitriti, nitrati e fosfati, denotando la negatività degli indici chimici di inquinamento. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, l’acqua veniva convogliata nelle vasche della Masseria Bagni, l’antico stabilimento costruito nel 1846 a spese del conte di Sclafani, distrutto da una frana venuta giù dal monte nel 1851, e poi subito dopo ricostruito.

Lo stabilimento termale un tempo era al centro di una fiorente attività terapeutica. Attorno al suo grande atrio centrale, si affacciavano le camere che ospitavano i bagnanti. In un’altra ala dell’edificio si trovavano le stanze da bagno, dove arrivava l’acqua direttamente dalla sorgente calda e con il contenuto integrale di sali minerali di cui è composta. Un altro settore era adibito a pensionato con camere e cucine destinate anche ai familiari dei pazienti, che arrivavano da ogni angolo della Sicilia per curare malattie dermatologiche, reumatiche e ginecologiche.

Pozza termale

Di tutto questo ora è rimasto soltanto il ricordo. Da più di trent’anni i bagni di Sclafani non esistono più. Lo stabilimento sta crollando e nulla attualmente sembra poter fermare l’agonia. La sola attività termale ancora presente nella zona, si manifesta in una pozza che si trova a due passi dallo stabilimento, dove viene convogliata l’acqua sulfurea e in cui è possibile immergersi. Una beffa se si pensa alle potenzialità non sfruttate del territorio.

Eppure una decina di anni fa, due società leader nel settore idraulico e termale – una altoatesina, l’altra tedesca – dopo aver costituito una società, avevano presentato domanda di finanziamento agevolato a “Sviluppo Italia”, per un progetto da 59 milioni di euro, con l’ulteriore coinvolgimento di un gruppo alberghiero austriaco. Il progetto si arenò tra pastoie burocratiche e da allora nessuno si è più fatto avanti. Adesso lo stabilimento appartiene alla società Imt, Immobiliare mediterranea turistica, di cui il Comune di Sclafani detiene il 99 per cento delle quote. L’intenzione dell’amministrazione è quella di vendere tutto ai privati, ma di potenziali acquirenti non c’è traccia. “L’unica strada percorribile è mettere in vendita le nostre quote – spiega il sindaco di Sclafani, Giuseppe Solazzo a Le Vie dei Tesori News – trovando qualcuno disposto a investire. Un Comune piccolo come il nostro non è in grado di poter gestire un bene del genere”.

Sclafani Bagni

Ma uno degli impedimenti burocratici era stato superato, dopo l’approvazione del piano particolareggiato per la zona C estesa delle terme di Sclafani Bagni, strumento che consentirebbe la creazione di una struttura ricettiva termale all’interno di quella specifica zona. Il piano è stato approvato pochi anni fa dal Parco delle Madonie e dall’assessorato regionale Territorio e Ambiente, ma purtroppo è servito a ben poco. Adesso per salvare le terme servirebbe un miracolo.

Le acque dello stabilimento di Sclafani Bagni hanno proprietà uniche, ma il sito, chiuso da trent’anni, sta crollando giorno dopo giorno

di Giulio Giallombardo

Le terme in Sicilia non hanno fortuna. Da Acireale a Sciacca, passando per Termini Imerese, è un susseguirsi di stabilimenti chiusi in attesa di un rilancio annunciato, che stenta ad arrivare. C’è, però, una storia che fa meno clamore, ma è forse più eclatante. È il caso di Sclafani Bagni, piccolo borgo di 400 anime sulle Madonie, che con il suo ottocentesco stabilimento, ridotto ormai quasi un rudere, potrebbe diventare meta d’eccellenza del turismo termale siciliano. Una risorsa per il territorio che si spreca giorno dopo giorno, senza che nessuno sembri interessato al suo recupero.

Portone d’ingresso dello stabilimento

L’acqua calda che scorre a Sclafani ha proprietà benefiche note sin dall’antichità, tant’è che la sorgente è dedicata al dio della medicina Esculapio, da cui alcuni studiosi hanno pensato derivi il nome del borgo. Le acque solfo-bromo-jodiche sgorgano a una temperatura di 37 gradi centigradi e sono totalmente prive di ammoniaca, nitriti, nitrati e fosfati, denotando la negatività degli indici chimici di inquinamento. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, l’acqua veniva convogliata nelle vasche della Masseria Bagni, l’antico stabilimento costruito nel 1846 a spese del conte di Sclafani, distrutto da una frana venuta giù dal monte nel 1851, e poi subito dopo ricostruito.

Lo stabilimento termale un tempo era al centro di una fiorente attività terapeutica. Attorno al suo grande atrio centrale, si affacciavano le camere che ospitavano i bagnanti. In un’altra ala dell’edificio si trovavano le stanze da bagno, dove arrivava l’acqua direttamente dalla sorgente calda e con il contenuto integrale di sali minerali di cui è composta. Un altro settore era adibito a pensionato con camere e cucine destinate anche ai familiari dei pazienti, che arrivavano da ogni angolo della Sicilia per curare malattie dermatologiche, reumatiche e ginecologiche.

Pozza termale

Di tutto questo ora è rimasto soltanto il ricordo. Da più di trent’anni i bagni di Sclafani non esistono più. Lo stabilimento sta crollando e nulla attualmente sembra poter fermare l’agonia. La sola attività termale ancora presente nella zona, si manifesta in una pozza che si trova a due passi dallo stabilimento, dove viene convogliata l’acqua sulfurea e in cui è possibile immergersi. Una beffa se si pensa alle potenzialità non sfruttate del territorio.

Eppure una decina di anni fa, due società leader nel settore idraulico e termale – una altoatesina, l’altra tedesca – dopo aver costituito una società, avevano presentato domanda di finanziamento agevolato a “Sviluppo Italia”, per un progetto da 59 milioni di euro, con l’ulteriore coinvolgimento di un gruppo alberghiero austriaco. Il progetto si arenò tra pastoie burocratiche e da allora nessuno si è più fatto avanti. Adesso lo stabilimento appartiene alla società Imt, Immobiliare mediterranea turistica, di cui il Comune di Sclafani detiene il 99 per cento delle quote. L’intenzione dell’amministrazione è quella di vendere tutto ai privati, ma di potenziali acquirenti non c’è traccia. “L’unica strada percorribile è mettere in vendita le nostre quote – spiega il sindaco di Sclafani, Giuseppe Solazzo a Le Vie dei Tesori News – trovando qualcuno disposto a investire. Un Comune piccolo come il nostro non è in grado di poter gestire un bene del genere”.

Sclafani Bagni

Ma uno degli impedimenti burocratici era stato superato, dopo l’approvazione del piano particolareggiato per la zona C estesa delle terme di Sclafani Bagni, strumento che consentirebbe la creazione di una struttura ricettiva termale all’interno di quella specifica zona. Il piano è stato approvato pochi anni fa dal Parco delle Madonie e dall’assessorato regionale Territorio e Ambiente, ma purtroppo è servito a ben poco. Adesso per salvare le terme servirebbe un miracolo.

Hai letto questi articoli?

La tessera dei musei comincia da Palermo

È allo studio un abbonamento annuale che consentirà di accedere liberamente a diversi luoghi della cultura, si parte dal Salinas, Abatellis e Riso

di Giulio Giallombardo

Sorseggiare un caffè o leggere un libro in un museo, tra opere d’arte e reperti archeologici. Farlo non solo da turisti, ma soprattutto da cittadini, tutti i giorni dell’anno. È ancora soltanto un’idea, ma presto la tessera di fidelizzazione per la rete museale siciliana potrebbe diventare realtà. È il progetto dell’assessorato regionale dei Beni culturali, guidato da Sebastiano Tusa, che è al lavoro per introdurre una card che consentirebbe di accedere liberamente ai musei dell’Isola.

L’intenzione è, intanto, di cominciare da Palermo, con una prima sperimentazione nei tre grandi musei regionali – il Salinas, Palazzo Abatellis e il Museo Riso – per poi allargarsi al resto della Sicilia. La Regione, così, strizza l’occhio a Napoli, sulla scia dell’iniziativa lanciata dal Mann, il Museo archeologico nazionale, lo scorso dicembre. Con la tessera OpenMann, napoletani e turisti possono abbonarsi al museo, pagando annualmente dai 13 ai 40 euro, per avere ingressi illimitati per 365 giorni dal primo utilizzo dell’abbonamento, includendo, naturalmente, la possibilità di visitare le collezioni permanenti e le esposizioni temporanee.

La Regione vorrebbe, dunque, riprendere l’idea del Mann, ampliandola sul territorio, anche se al momento non è ancora chiaro come sarà strutturata l’offerta, né tantomeno che costi sono previsti per le varie tipologie di abbonamento. “Sarà comunque un prezzo molto basso e accessibile a tutti – assicura l’assessore Tusa, a Le Vie dei Tesori News – . Il nostro obiettivo è che i musei diventino luoghi da vivere quotidianamente, frequentati dai cittadini, oltre che dai turisti. Stiamo ancora studiando possibili soluzioni, ma la cosa certa è che partiremo con i tre musei palermitani”.

Palazzo Belmonte Riso

C’è da dire che il Salinas, con l’apertura del concept store e del bookshop gestito da CoopCulture, e anche il Museo Riso, hanno già fatto da apripista a questo nuovo modo – almeno per la Sicilia – di vivere gli spazi museali, avvicinandoli un po’ di più agli standard europei. I musei sono diventati ormai sede di appuntamenti, incontri, concerti e visite guidate anche in notturna. La tessera di fidelizzazione, certamente, darà una mano, ma se la rete è destinata ad allargarsi, si dovrà anche far quadrare il cerchio con gli altri enti proprietari degli spazi che aderiranno al circuito. Un progetto ambizioso che può cambiare la fruizione dei luoghi della cultura.

È allo studio un abbonamento annuale che consentirà di accedere liberamente a diversi luoghi della cultura, si parte dal Salinas, Abatellis e Riso

di Giulio Giallombardo

Sorseggiare un caffè o leggere un libro in un museo, tra opere d’arte e reperti archeologici. Farlo non solo da turisti, ma soprattutto da cittadini, tutti i giorni dell’anno. È ancora soltanto un’idea, ma presto la tessera di fidelizzazione per la rete museale siciliana potrebbe diventare realtà. È il progetto dell’assessorato regionale dei Beni culturali, guidato da Sebastiano Tusa, che è al lavoro per introdurre una card che consentirebbe di accedere liberamente ai musei dell’Isola.

L’atrio di Palazzo Abatellis

L’intenzione è, intanto, di cominciare da Palermo, con una prima sperimentazione nei tre grandi musei regionali – il Salinas, Palazzo Abatellis e il Museo Riso – per poi allargarsi al resto della Sicilia. La Regione, così, strizza l’occhio a Napoli, sulla scia dell’iniziativa lanciata dal Mann, il Museo archeologico nazionale, lo scorso dicembre. Con la tessera OpenMann, napoletani e turisti possono abbonarsi al museo, pagando annualmente dai 13 ai 40 euro, per avere ingressi illimitati per 365 giorni dal primo utilizzo dell’abbonamento, includendo, naturalmente, la possibilità di visitare le collezioni permanenti e le esposizioni temporanee.

La Regione vorrebbe, dunque, riprendere l’idea del Mann, ampliandola sul territorio, anche se al momento non è ancora chiaro come sarà strutturata l’offerta, né tantomeno che costi sono previsti per le varie tipologie di abbonamento. “Sarà comunque un prezzo molto basso e accessibile a tutti – assicura l’assessore Tusa, a Le Vie dei Tesori News – . Il nostro obiettivo è che i musei diventino luoghi da vivere quotidianamente, frequentati dai cittadini, oltre che dai turisti. Stiamo ancora studiando possibili soluzioni, ma la cosa certa è che partiremo con i tre musei palermitani”.

Palazzo Belmonte Riso

C’è da dire che il Salinas, con l’apertura del concept store e del bookshop gestito da CoopCulture, e anche il Museo Riso, hanno già fatto da apripista a questo nuovo modo – almeno per la Sicilia – di vivere gli spazi museali, avvicinandoli un po’ di più agli standard europei. I musei sono diventati ormai sede di appuntamenti, incontri, concerti e visite guidate anche in notturna. La tessera di fidelizzazione, certamente, darà una mano, ma se la rete è destinata ad allargarsi, si dovrà anche far quadrare il cerchio con gli altri enti proprietari degli spazi che aderiranno al circuito. Un progetto ambizioso che può cambiare la fruizione dei luoghi della cultura.

Hai letto questi articoli?

Fondi in arrivo per i luoghi della cultura

Approvato l’elenco dei progetti per interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio siciliano, che potranno essere finanziati con risorse europee

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di fruizione nella Galleria di arte moderna di Palermo, lavori di restauro nel chiostro della basilica di San Francesco d’Assisi, la creazione di un museo multimediale nel Castello di Nelson a Bronte, ed anche una videoinstallazione immersiva sulla Venere Ericina. Questi sono solo alcuni dei tanti progetti che potranno essere oggetto di interventi di valorizzazione da finanziare con i fondi europei del Po Fesr 2014-2020. L’elenco è stato approvato pochi giorni fa dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, attraverso due distinti decreti firmati dal dirigente generale, Sergio Alessandro.

Il Museo Mandralisca di Cefalù

Nel primo elenco, si contano 26 progetti ammissibili per interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale; nel secondo, invece, i progetti selezionati sono 21 e rientrano nell’azione per la diffusione della conoscenza, con la creazione di sistemi innovativi e l’uso di tecnologie avanzate. Entrambi i decreti fanno riferimento a quei siti classificati come “luoghi della cultura”: un elenco approvato dalla Regione, che contiene tutti quei beni di proprietà statale, di enti locali ed ecclesiastici o di fondazioni, oggetto di progetti di valorizzazione da finanziare tramite la partecipazione a bandi per le operazioni a regia sulle risorse del Po Fesr. Tutti i progetti ammessi, ma anche quelli giudicati non ricevibili o non ammissibili, saranno sottoposti al successivo esame da parte della Commissione di valutazione, per il definitivo via libera alla concessione dei finanziamenti che ammontano complessivamente a oltre 5 milioni e mezzo di euro.

I progetti presi in esame spaziano da un capo all’altro della Sicilia. A Palermo, riflettori accesi sulla Gam, la Galleria d’arte moderna, che punta a nuovi percorsi di fruizione per un museo diffuso e accessibile, anche attraverso nuove illuminazioni a risparmio energetico. Poi ci sono i lavori di recupero e valorizzazione del chiostro di San Francesco d’Assisi, interventi di miglioramento a Villa Malfitano e di salvaguardia per il patrimonio geopaleontologico del Museo Gemmellaro. A Catania, protagonista Castello Ursino, con un tour di suggestioni storiche nel fossato, attraverso un nuovo percorso espositivo. Ammessi, inoltre, progetti per la valorizzazione multimediale delle terrazze del Museo Diocesano, per un’inedita fruizione del Monastero dei Benedettini e del suo Museo della Fabbrica, ed anche per il Museo dello Sbarco e per quello del cinema.

Il chiostro della chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo

E ancora, tra gli altri progetti ritenuti ammissibili, previsti lavori e acquisti per migliorare l’esperienza di visita al Museo Whitaker di Mozia, anche con un’app, e l’ampliamento degli spazi espositivi con un nuovo percorso al Mandralisca di Cefalù. A Erice, spazio anche ad una videoinstallazione immersiva dal titolo “La Venere Ericina dal sogno al mito” ed altri interventi all’interno del polo museale Cordici. C’è poi il progetto per realizzare un museo virtuale diffuso sugli itinerari francescani in Sicilia; quello di ristrutturazione dell’ex Carcere borbonico di Caltagirone, sede del museo civico e di valorizzazione del complesso monumentale di San Francesco dell’Immacolata a Trapani.

Approvato l’elenco dei progetti per interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio siciliano, che potranno essere finanziati con risorse europee

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di fruizione nella Galleria di arte moderna di Palermo, lavori di restauro nel chiostro della basilica di San Francesco d’Assisi, la creazione di un museo multimediale nel Castello di Nelson a Bronte, ed anche una videoinstallazione immersiva sulla Venere Ericina. Questi sono solo alcuni dei tanti progetti che potranno essere oggetto di interventi di valorizzazione da finanziare con i fondi europei del Po Fesr 2014-2020. L’elenco è stato approvato pochi giorni fa dal Dipartimento regionale dei Beni culturali, attraverso due distinti decreti firmati dal dirigente generale, Sergio Alessandro.

Il Museo Mandralisca di Cefalù

Nel primo elenco, si contano 26 progetti ammissibili per interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale; nel secondo, invece, i progetti selezionati sono 21 e rientrano nell’azione per la diffusione della conoscenza, con la creazione di sistemi innovativi e l’uso di tecnologie avanzate. Entrambi i decreti fanno riferimento a quei siti classificati come “luoghi della cultura”: un elenco approvato dalla Regione, che contiene tutti quei beni di proprietà statale, di enti locali ed ecclesiastici o di fondazioni, oggetto di progetti di valorizzazione da finanziare tramite la partecipazione a bandi per le operazioni a regia sulle risorse del Po Fesr. Tutti i progetti ammessi, ma anche quelli giudicati non ricevibili o non ammissibili, saranno sottoposti al successivo esame da parte della Commissione di valutazione, per il definitivo via libera alla concessione dei finanziamenti che ammontano complessivamente a oltre 5 milioni e mezzo di euro.

Il chiostro della chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo

I progetti presi in esame spaziano da un capo all’altro della Sicilia. A Palermo, riflettori accesi sulla Gam, la Galleria d’arte moderna, che punta a nuovi percorsi di fruizione per un museo diffuso e accessibile, anche attraverso nuove illuminazioni a risparmio energetico. Poi ci sono i lavori di recupero e valorizzazione del chiostro di San Francesco d’Assisi, interventi di miglioramento a Villa Malfitano e di salvaguardia per il patrimonio geopaleontologico del Museo Gemmellaro. A Catania, protagonista Castello Ursino, con un tour di suggestioni storiche nel fossato, attraverso un nuovo percorso espositivo. Ammessi, inoltre, progetti per la valorizzazione multimediale delle terrazze del Museo Diocesano, per un’inedita fruizione del Monastero dei Benedettini e del suo Museo della Fabbrica, ed anche per il Museo dello Sbarco e per quello del cinema.

E ancora, tra gli altri progetti ritenuti ammissibili, previsti lavori e acquisti per migliorare l’esperienza di visita al Museo Whitaker di Mozia, anche con un’app, e l’ampliamento degli spazi espositivi con un nuovo percorso al Mandralisca di Cefalù. A Erice, spazio anche ad una videoinstallazione immersiva dal titolo “La Venere Ericina dal sogno al mito” ed altri interventi all’interno del polo museale Cordici. C’è poi il progetto per realizzare un museo virtuale diffuso sugli itinerari francescani in Sicilia; quello di ristrutturazione dell’ex Carcere borbonico di Caltagirone, sede del museo civico e di valorizzazione del complesso monumentale di San Francesco dell’Immacolata a Trapani.

Hai letto questi articoli?

L’Isola negli occhi con il Museo virtuale siciliano

Indossando visori speciali, si potrà vivere un’esperienza a 360 gradi esplorando oltre venti siti, tra musei e parchi archeologici

di Giulio Giallombardo

Un viaggio da un capo all’altro della Sicilia, senza muovere un piede. Basta guardare dentro un visore per sprofondare tra le bellezze dell’Isola, da Levanzo a Siracusa. Sono oltre venti i siti culturali che potranno essere visitati nella prima versione del “Sicilia Virtual Museum”, presentato ieri pomeriggio nella sala Kounellis di Palazzo Riso, a Palermo, dall’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa. Indossando occhiali speciali per la realtà virtuale, con l’aiuto di un controller, si potrà vivere un’esperienza immersiva a 360 gradi, che mette insieme innovazione tecnologica e valorizzazione del patrimonio.

Angelo Scuderi e Sebastiano Tusa durante la presentazione

Così, come in un avveniristico teletrasporto, ci si potrà perdere nella Valle dei Templi di Agrigento o visitare le aree archeologiche di Selinunte, Tindari, Segesta, Himera, Pantelleria e Siracusa. E ancora si potrà arrivare in barca a Mozia, per visitare il Museo Whitaker, e pochi istanti dopo ritrovarsi nelle sale del Museo Salinas di Palermo oppure in quello di Aidone, ad ammirare la Dea di Morgantina, o magari a Mazara del Vallo a lasciarsi incantare dal Satiro danzante. Si potrà, infine, fare tappa al teatro antico di Taormina, all’anfiteatro romano di Catania, alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, per poi concludere il viaggio a Lipari, entrando nel museo archeologico, o a Terrasini, nelle sale di Palazzo D’Aumale.

Questi sono alcuni dei primi siti inseriti nel museo virtuale, progettato dalla cooperativa Nexus, società capofila che gestisce il laboratorio multimediale dell’Università di Palermo e realizzato dalla Playmaker Produzioni. Ogni visita, accompagnata da un’audioguida in italiano e in inglese, avrà la durata media di circa quattro minuti, per un totale di due ore di “viaggio”. L’utente potrà decidere se visitare una singola struttura o sottoporsi all’intera visione, decidendo anche l’ordine delle mete da scoprire. I primi visori del modello Oculus Go, saranno distribuiti a partire da marzo a Palermo, al Museo Salinas, Palazzo Riso e all’Abatellis, per poi arrivare in estate nei maggiori siti culturali dell’Isola.

Sebastiano Tusa

“Si tratta di uno strumento di promozione importante – ha detto l’assessore Tusa, nel corso della presentazione del progetto – perché posto in un museo o anche in un aeroporto o una stazione, può contribuire a far conoscere sempre più il nostro territorio. Noi abbiamo un patrimonio splendido in parte poco conosciuto, perché difettiamo in comunicazione, che finora abbiamo un po’ improvvisato. Per questo il nostro assessorato è molto aperto alle nuove tecnologie, che magari consentiranno di attirare anche quel pubblico di giovanissimi, di solito poco propenso alla tradizionale visita del museo”.

“Si tratta di una visione alternativa, che non sostituisce quella diretta, ma in qualche modo la integra – ha aggiungo Angelo Scuderi, che insieme a Laura Compagnino ha curato il coordinamento editoriale del progetto – . Certamente è anche uno strumento di marketing, che avvicina l’immenso patrimonio culturale siciliano. Pensiamo, ad esempio, alla massa di crocieristi, che avendo poco tempo possono visitare al massimo due musei, solo nelle città d’attracco, questo è solo un antipasto di quello che potrebbero scoprire in Sicilia”.

Indossando visori speciali, si potrà vivere un’esperienza a 360 gradi esplorando oltre venti siti, tra musei e parchi archeologici

di Giulio Giallombardo

Un viaggio da un capo all’altro della Sicilia, senza muovere un piede. Basta guardare dentro un visore per sprofondare tra le bellezze dell’Isola, da Levanzo a Siracusa. Sono oltre venti i siti culturali che potranno essere visitati nella prima versione del “Sicilia Virtual Museum”, presentato ieri pomeriggio nella sala Kounellis di Palazzo Riso, a Palermo, dall’assessore regionale dei Beni culturali, Sebastiano Tusa. Indossando occhiali speciali per la realtà virtuale, con l’aiuto di un controller, si potrà vivere un’esperienza immersiva a 360 gradi, che mette insieme innovazione tecnologica e valorizzazione del patrimonio.

Angelo Scuderi e Sebastiano Tusa durante la presentazione

Così, come in un avveniristico teletrasporto, ci si potrà perdere nella Valle dei Templi di Agrigento o visitare le aree archeologiche di Selinunte, Tindari, Segesta, Himera, Pantelleria e Siracusa. E ancora si potrà arrivare in barca a Mozia, per visitare il Museo Whitaker, e pochi istanti dopo ritrovarsi nelle sale del Museo Salinas di Palermo oppure in quello di Aidone, ad ammirare la Dea di Morgantina, o magari a Mazara del Vallo a lasciarsi incantare dal Satiro danzante. Si potrà, infine, fare tappa al teatro antico di Taormina, all’anfiteatro romano di Catania, alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, per poi concludere il viaggio a Lipari, entrando nel museo archeologico, o a Terrasini, nelle sale di Palazzo D’Aumale.

Questi sono alcuni dei primi siti inseriti nel museo virtuale, progettato dalla cooperativa Nexus, società capofila che gestisce il laboratorio multimediale dell’Università di Palermo e realizzato dalla Playmaker Produzioni. Ogni visita, accompagnata da un’audioguida in italiano e in inglese, avrà la durata media di circa quattro minuti, per un totale di due ore di “viaggio”. L’utente potrà decidere se visitare una singola struttura o sottoporsi all’intera visione, decidendo anche l’ordine delle mete da scoprire. I primi visori del modello Oculus Go, saranno distribuiti a partire da marzo a Palermo, al Museo Salinas, Palazzo Riso e all’Abatellis, per poi arrivare in estate nei maggiori siti culturali dell’Isola.

Sebastiano Tusa

“Si tratta di uno strumento di promozione importante – ha detto l’assessore Tusa, nel corso della presentazione del progetto – perché posto in un museo o anche in un aeroporto o una stazione, può contribuire a far conoscere sempre più il nostro territorio. Noi abbiamo un patrimonio splendido in parte poco conosciuto, perché difettiamo in comunicazione, che finora abbiamo un po’ improvvisato. Per questo il nostro assessorato è molto aperto alle nuove tecnologie, che magari consentiranno di attirare anche quel pubblico di giovanissimi, di solito poco propenso alla tradizionale visita del museo”.

“Si tratta di una visione alternativa, che non sostituisce quella diretta, ma in qualche modo la integra – ha aggiungo Angelo Scuderi, che insieme a Laura Compagnino ha curato il coordinamento editoriale del progetto – . Certamente è anche uno strumento di marketing, che avvicina l’immenso patrimonio culturale siciliano. Pensiamo, ad esempio, alla massa di crocieristi, che avendo poco tempo possono visitare al massimo due musei, solo nelle città d’attracco, questo è solo un antipasto di quello che potrebbero scoprire in Sicilia”.

Hai letto questi articoli?

L’incerto futuro del kouros ritrovato e conteso

Tanti pretendenti per la statua greca, da poco riassemblata. Ma il torso appartiene a Siracusa e la testa a Catania, incalzano anche Lentini e Carlentini

di Giulio Giallombardo

Una statua per due, anzi per cinque. Perché tanti potrebbero essere i pretendenti al kouros da poco “ritrovato”, ma dal futuro ancora incerto. Sono molte le attenzioni sull’elegante statua greca in marmo, sottoposta nei mesi scorsi a un delicato intervento di restauro e ricomposizione di torso e testa, rinvenuti in epoche diverse a Lentini, e in mostra nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte, a Palermo. Da un lato c’è il torso, venduto nel 1904 dal marchese di Castelluccio all’archeologo Paolo Orsi e conservato nel museo archeologico di Siracusa; dall’altro, la testa trovata nel Settecento dal principe di Biscari e di proprietà del museo di Castello Ursino a Catania.

I due pezzi del kouros

Il kouros di Leontinoi, classico esempio di statua di giovane, con funzione funeraria o votiva, molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo avanti Cristo, ha ritrovato dunque la sua unità, ma non senza polemiche. L’idea era stata lanciata dall’ex assessore regionale ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, e dal Comune di Catania, per poi essere sposata dal successore e attuale assessore Sebastiano Tusa, che ha promosso e curato la ricomposizione dell’opera, con il sostegno della Fondazione Sicilia. Dopo aver raggiunto la certezza sulla concordanza dei due frammenti della statua, ricavata da un unico blocco di marmo bianco proveniente dalle isole Cicladi (anche se non tutti gli esperti sono d’accordo), l’intervento conservativo è stato eseguito nei laboratori del Centro regionale di progettazione e restauro della Regione Siciliana. I due pezzi rimontati sono stati poggiati su un basamento in marmo grigio del palermitano Monte Billiemi, opera dello scultore Giacomo Rizzo.

Adesso, il kouros resterà ancora per qualche settimana a Palermo, dopo la proroga della mostra fino al 31 marzo. Poi si sposterà al Museo civico di Catania, per trasferirsi successivamente a Siracusa, al Museo archeologico Paolo Orsi, dove è previsto un convegno internazionale sull’opera. Incerti ancora i tempi di permanenza dell’opera nelle due sedi di appartenenza, anche se non si esclude che possa in seguito essere esposta a turno nei due musei, dal momento che la testa appartiene al Museo civico di Catania e il busto al Paolo Orsi di Siracusa.

La ricomposizione del kouros

Ma è facile immaginare che la statua non possa in eterno peregrinare da una sede all’altra, e sia probabilmente più opportuno individuare una “casa” definitiva. È qui che si aprono scenari ancora tutti da scrivere. Perché, oltre le due sedi storiche che potrebbero far valere una disputa sulla maggiore importanza del proprio pezzo di statua, voce in capitolo potrebbe averla anche la Fondazione Sicilia, che ha finanziato l’operazione. Per non parlare poi di Lentini e Carlentini, i cui sindaci, risentiti per non essere stati invitati all’inaugurazione di Palermo, hanno chiesto che il “caruso” torni lì dove è stato trovato, anche in vista dell’istituzione del Parco archeologico di Leontinoi, annunciato dal governo regionale.

L’ultima ipotesi in campo, ma che sembrerebbe quasi paradossale, è che la statua possa tornare a dividersi, con busto e testa nelle rispettive sedi proprietarie, come se nulla fosse successo. Idea questa fermamente osteggiata dall’assessore Tusa. “Nella convenzione stipulata con i musei – spiega l’assessore a Le Vie dei Tesori News – abbiamo specificato che decideremo se e come esporlo periodicamente a Siracusa a Catania. Abbiamo comunque lasciato aperte altre eventuali opzioni che vedremo in seguito. Una cosa è certa, finché io sarò in carica, farò di tutto affinché non la statua non venga nuovamente separata”.

Tanti pretendenti per la statua greca, da poco riassemblata. Ma il torso appartiene a Siracusa e la testa a Catania, incalzano anche Lentini e Carlentini

di Giulio Giallombardo

Una statua per due, anzi per cinque. Perché tanti potrebbero essere i pretendenti al kouros da poco “ritrovato”, ma dal futuro ancora incerto. Sono molte le attenzioni sull’elegante statua greca in marmo, sottoposta nei mesi scorsi a un delicato intervento di restauro e ricomposizione di torso e testa, rinvenuti in epoche diverse a Lentini, e in mostra nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte, a Palermo. Da un lato c’è il torso, venduto nel 1904 dal marchese di Castelluccio all’archeologo Paolo Orsi e conservato nel museo archeologico di Siracusa; dall’altro, la testa trovata nel Settecento dal principe di Biscari e di proprietà del museo di Castello Ursino a Catania.

I due pezzi del kouros

Il kouros di Leontinoi, classico esempio di statua di giovane, con funzione funeraria o votiva, molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo avanti Cristo, ha ritrovato dunque la sua unità, ma non senza polemiche. L’idea era stata lanciata dall’ex assessore regionale ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, e dal Comune di Catania, per poi essere sposata dal successore e attuale assessore Sebastiano Tusa, che ha promosso e curato la ricomposizione dell’opera, con il sostegno della Fondazione Sicilia. Dopo aver raggiunto la certezza sulla concordanza dei due frammenti della statua, ricavata da un unico blocco di marmo bianco proveniente dalle isole Cicladi (anche se non tutti gli esperti sono d’accordo), l’intervento conservativo è stato eseguito nei laboratori del Centro regionale di progettazione e restauro della Regione Siciliana. I due pezzi rimontati sono stati poggiati su un basamento in marmo grigio del palermitano Monte Billiemi, opera dello scultore Giacomo Rizzo.

Adesso, il kouros resterà ancora per qualche settimana a Palermo, dopo la proroga della mostra fino al 31 marzo. Poi si sposterà al Museo civico di Catania, per trasferirsi successivamente a Siracusa, al Museo archeologico Paolo Orsi, dove è previsto un convegno internazionale sull’opera. Incerti ancora i tempi di permanenza dell’opera nelle due sedi di appartenenza, anche se non si esclude che possa in seguito essere esposta a turno nei due musei, dal momento che la testa appartiene al Museo civico di Catania e il busto al Paolo Orsi di Siracusa.

La ricomposizione del kouros

Ma è facile immaginare che la statua non possa in eterno peregrinare da una sede all’altra, e sia probabilmente più opportuno individuare una “casa” definitiva. È qui che si aprono scenari ancora tutti da scrivere. Perché, oltre le due sedi storiche che potrebbero far valere una disputa sulla maggiore importanza del proprio pezzo di statua, voce in capitolo potrebbe averla anche la Fondazione Sicilia, che ha finanziato l’operazione. Per non parlare poi di Lentini e Carlentini, i cui sindaci, risentiti per non essere stati invitati all’inaugurazione di Palermo, hanno chiesto che il “caruso” torni lì dove è stato trovato, anche in vista dell’istituzione del Parco archeologico di Leontinoi, annunciato dal governo regionale.

L’ultima ipotesi in campo, ma che sembrerebbe quasi paradossale, è che la statua possa tornare a dividersi, con busto e testa nelle rispettive sedi proprietarie, come se nulla fosse successo. Idea questa fermamente osteggiata dall’assessore Tusa. “Nella convenzione stipulata con i musei – spiega l’assessore a Le Vie dei Tesori News – abbiamo specificato che decideremo se e come esporlo periodicamente a Siracusa a Catania. Abbiamo comunque lasciato aperte altre eventuali opzioni che vedremo in seguito. Una cosa è certa, finché io sarò in carica, farò di tutto affinché non la statua non venga nuovamente separata”.

Hai letto questi articoli?

La nuova vita dei palazzi storici da salvare

Approvata dall’Ars una norma della Finanziaria, che prevede il recupero del patrimonio immobiliare grazie a partnership tra pubblico e privato

di Giulio Giallombardo

Una collaborazione tra pubblico e privato per il rilancio del patrimonio immobiliare storico. Questa la sintesi di una norma contenuta nella Finanziaria regionale, approvata ieri dall’Assemblea regionale siciliana. L’idea è quella di dare la possibilità ai privati di recuperare, anche con l’aiuto di contributi pubblici, beni di valore che versano in cattive condizioni, garantendone al contempo la fruizione, pur rimanendo coerenti con la loro destinazione d’uso. L’elenco dei beni, dunque, è eterogeneo: si va dalle semplici abitazioni private, alle sedi di attività commerciali e ricettive o di enti come banche o fondazioni.

L’articolo 15 della manovra “Recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare”, prevede esattamente che l’assessorato regionale dei Beni culturali, nonché gli enti preposti alla gestione dei siti che fanno capo a quelli previsti dal Codice dei beni culturali, “possono autonomamente attivare tutti gli strumenti di partenariato pubblico privato previsti dalla legislazione vigente”, compreso il project financing, “al fine di assicurare gli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare direttamente gestito e, in tale contesto, garantire l’apposito di risorse aggiuntive per la fruizione pubblica e l’utilizzo degli immobili, anche a scopo ricettivo”.

Sebastiano Tusa

Quest’ultimo riferimento alla destinazione ricettiva degli immobili è però stato soppresso da un emendamento presentato dall’opposizione, ma ciò non toglie che tra gli immobili beneficiari della norma possano esserci anche alberghi o altre strutture ricettive. L’idea era quella dei “paradores” spagnoli, ovvero non classici hotel, ma edifici di grande valore artistico, in cui poter soggiornare, all’insegna di un turismo lontano dagli stereotipi. In altri termini – come prevede il project financing, ovvero “finanza di progetto” – i privati si fanno carico dei lavori per un’opera pubblica ed in cambio l’ente pubblico garantisce la gestione, con i conseguenti ricavi, della struttura per un determinato numero di anni, permettendo così al privato di rientrare dall’investimento fatto.

“La norma dispone ciò che in parte è già prevede il Codice dei Beni culturali – spiega l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa a Le Vie dei Tesori News – cioè la possibilità che gli edifici storici di proprietà privata possano diventare oggetto di visita e di attenzione da parte del pubblico, ovviamente continuando la loro funzione, che può essere quella abitativa, ricettiva, o di attività commerciali, sede di fondazioni o banche. L’attenzione da parte della Regione è per quegli edifici storici bisognosi di recupero, che in questo modo possono ricevere contribuzioni, non solo regionali, ma anche europee, di privati, o elargizioni varie, rafforzando la possibilità da parte dei privati di continuare a esercitare le loro attività, ma al contempo garantire la fruibilità del bene”.

Approvata dall’Ars una norma della Finanziaria, che prevede il recupero del patrimonio immobiliare grazie a partnership tra pubblico e privato

di Giulio Giallombardo

Una collaborazione tra pubblico e privato per il rilancio del patrimonio immobiliare storico. Questa la sintesi di una norma contenuta nella Finanziaria regionale, approvata ieri dall’Assemblea regionale siciliana. L’idea è quella di dare la possibilità ai privati di recuperare, anche con l’aiuto di contributi pubblici, beni di valore che versano in cattive condizioni, garantendone al contempo la fruizione, pur rimanendo coerenti con la loro destinazione d’uso. L’elenco dei beni, dunque, è eterogeneo: si va dalle semplici abitazioni private, alle sedi di attività commerciali e ricettive o di enti come banche o fondazioni.

L’articolo 15 della manovra “Recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare”, prevede esattamente che l’assessorato regionale dei Beni culturali, nonché gli enti preposti alla gestione dei siti che fanno capo a quelli previsti dal Codice dei beni culturali, “possono autonomamente attivare tutti gli strumenti di partenariato pubblico privato previsti dalla legislazione vigente”, compreso il project financing, “al fine di assicurare gli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale immobiliare direttamente gestito e, in tale contesto, garantire l’apposito di risorse aggiuntive per la fruizione pubblica e l’utilizzo degli immobili, anche a scopo ricettivo”.

Sebastiano Tusa

Quest’ultimo riferimento alla destinazione ricettiva degli immobili è però stato soppresso da un emendamento presentato dall’opposizione, ma ciò non toglie che tra gli immobili beneficiari della norma possano esserci anche alberghi o altre strutture ricettive. L’idea era quella dei “paradores” spagnoli, ovvero non classici hotel, ma edifici di grande valore artistico, in cui poter soggiornare, all’insegna di un turismo lontano dagli stereotipi. In altri termini – come prevede il project financing, ovvero “finanza di progetto” – i privati si fanno carico dei lavori per un’opera pubblica ed in cambio l’ente pubblico garantisce la gestione, con i conseguenti ricavi, della struttura per un determinato numero di anni, permettendo così al privato di rientrare dall’investimento fatto.

“La norma dispone ciò che in parte è già prevede il Codice dei Beni culturali – spiega l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa a Le Vie dei Tesori News – cioè la possibilità che gli edifici storici di proprietà privata possano diventare oggetto di visita e di attenzione da parte del pubblico, ovviamente continuando la loro funzione, che può essere quella abitativa, ricettiva, o di attività commerciali, sede di fondazioni o banche. L’attenzione da parte della Regione è per quegli edifici storici bisognosi di recupero, che in questo modo possono ricevere contribuzioni, non solo regionali, ma anche europee, di privati, o elargizioni varie, rafforzando la possibilità da parte dei privati di continuare a esercitare le loro attività, ma al contempo garantire la fruibilità del bene”.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend