L’Arco Azzurro tempio dello yoga con Le Vie dei Tesori

Ultimo weekend del Festival a Bagheria con tante esperienze e luoghi da scoprire. Ad Aspra campana di quarzo e didgeridoo al tramonto per favorire il riequilibrio

di Giulio Giallombardo

Respirare insieme alla natura, immergersi in suoni rigeneranti, ascoltare il proprio corpo che acuisce i sensi, fondendosi con lo sciabordio del mare. L’Arco Azzurro di Aspra è diventato ormai il tempio dello yoga. Le sedute a cielo aperto del Centro Yoga Vidya Marga sono state tra le esperienze più amate di questa seconda edizione de Le Vie dei Tesori a Bagheria. Sono stati in tanti, molti alla prima esperienza, a partecipare alle prime due sessioni degli scorsi weekend, dedicate al “chakra” del cuore e ai “bagni sonori”.

Sedute di yoga all’Arco Azzurro

Adesso, sabato 25 settembre alle 19 (qui per prenotare), l’ultimo incontro sarà una sorta di sintesi dei primi due: protagonista la campana di cristalli di quarzo, e il didgeridoo accordati sulla stessa frequenza del “chakra” della gola, che risuonando insieme agli strumenti, favoriranno il riequilibrio, sbloccano nodi di stress. “L’obiettivo di questi tre incontri è stato quello di introdurre a una pratica accessibile a tutti, dando la possibilità anche a chi non si era mai approcciato a queste discipline”, spiega Anna Gagliano, direttrice del Centro Yoga Vidya Marga, che conduce le sessioni insieme a Marco Mineo.

Sedute di yoga

“L’Arco Azzurro è uno spazio perfetto per fare yoga e meditare, perché è un luogo all’aperto, ma allo stesso tempo protetto, senza quegli elementi di disturbo che spesso si hanno in spazi aperti come i giardini, parchi o lidi – prosegue la terapeuta – . Ci siamo concentrati su tecniche di yoga, meditazione e rilassamento, un viaggio attraverso i suoni per aiutare i partecipanti a raggiungere uno stato di rilassamento fisico e interiore. In occasione di quest’ultimo incontro cercheremo di ampliare la parte che riguarda il rilassamento e la meditazione, per fare un lavoro completo su tutte le tecniche, con uno strumento particolare come la campana di quarzo, che ha un forte potere equilibrante”.

Villa Cattolica

Ma in occasione dell’ultimo weekend del Festival a Bagheria, che ha confermato grandi numeri, tallonando Trapani e Marsala, sono tante altre le esperienze da vivere e i luoghi da visitare (qui l’elenco completo). A partire da Villa Cattolica, che ospita le spoglie e le opere di Renato Guttuso e resta uno dei luoghi più amati, ma anche i due originali musei del Giocattolo e dell’Acciuga, Palazzo Butera e l’Oasi Blu, sorprendente rifugio di Nino Rizzo dedicato al viaggio e alle religioni.

Escursioni in barca a Santa Flavia

Torna anche la passeggiata in barca alla scoperta del golfo di Santa Flavia (qui per prenotare) e l’esperienza con 21 donne di Aspra, che raccontano storie e personaggi della borgata marinara (qui per prenotare). È sold out, invece, il battesimo del mare: un’immersione nelle acque di Santa Flavia con un sub esperto.

Per informazioni e prenotazioni www.leviedeitesori.com.

I racconti in musica di Floriana Franchina, concerto speciale a Termini Imerese

La polistrumentista siciliana si esibirà nel giardino del Museo Civico, con brani tratti dal suo primo disco composto durante il lockdown

di Giulio Giallombardo

Piccoli racconti in musica. Immagini evocate da fraseggi delicati che scorrono sui tasti di un pianoforte. Un flusso ininterrotto di armonie che appaiono, scompaiono e poi ritornano, restituite da timbri rotondi e accenti ispirati. È la musica di Floriana Franchina, trentenne polistrumentista siciliana, originaria di Sant’Agata di Militello, tornata nella sua terra, dopo anni in giro per il mondo, tra concorsi, esibizioni e studio. Oggi è primo flauto dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, con tanti progetti in cantiere per valorizzare gli angoli nascosti dell’Isola attraverso i suoi concerti.

Floriana Franchina

Come quello in programma nel giardino del Museo Civico di Termini Imerese, dopo una visita guidata al museo col direttore Fabio Lo Bono, sabato 25 settembre alle 11,30 e alle 12,30, all’interno del festival Le Vie dei Tesori, arrivato quest’anno per la prima volta in città (qui per prenotare il concerto). La musica della pianista siciliana risuonerà all’interno della prima Cattedrale di Termini, sede dell’antico Vescovado, gioiello normanno, più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, che conserva intatto il fascino di un tempo. Il concerto, che prevede un diretto coinvolgimento del pubblico, è interamente dedicato al primo album della polistrumentista, diplomata in flauto e pianoforte al Conservatorio di Bologna: si intitola “Halite”, parola che deriva dal greco e significa “pietra di sale”. Non a caso il videoclip di “Gocce di Mercurio”, uno dei brani che compongono il disco uscito alla fine del 2020, è stato girato all’interno della miniera di sale di Racalmuto.

Termini Imerese, chiesa di San Giacomo

“Tornando in Sicilia – racconta Floriana – mi sono innamorata di questa terra da cui ero andata via, per questo adesso voglio valorizzare, attraverso la mia musica, luoghi poco conosciuti o di solito non accessibili. È stato così per la miniera di Racalmuto e sarà altrettanto anche a Termini Imerese, grazie a questo concerto in un luogo straordinario. Una collaborazione importante quella con Le Vie dei Tesori, con cui abbiamo in comune l’obiettivo di riscoprire insieme il nostro patrimonio”.

Floriana Franchina nella miniera di Racalmuto

È stata definita musica minimalista, ma l’etichetta sta un po’ stretta alla compositrice siciliana. Cittadina del mondo, ha già all’attivo oltre cento concorsi ed esibizioni tra Giappone, Cina, Emirati Arabi, Stati Uniti, Corea, lavorando lavorato sotto la direzione di maestri del calibro di Claudio Abbado, Diego Matheuz, Christian Benda, Michele Mariotti, Olli Mustonen e Marcello Rota. Inoltre, si è esibita anche alla Royal Albert Hall di Londra, dopo aver vinto il Grand Prize Virtuoso. “La mia non è proprio una musica minimalista, forse in parte – precisa la musicista – all’interno di ogni brano cerco di evocare delle immagini, anche diverse tra loro, come se fossimo davanti a una mostra, con tanti quadri eterogenei, ma che insieme trovano un’armonia”.

Da queste suggestioni è nato il primo disco, composto durante il lockdown, che ha raggiunto in pochi mesi dall’uscita oltre 300mila ascolti su Spotify. “Ritrovarmi in un posto che esiste solo attraverso l’alternanza dei tasti bianchi e neri, respirando profondamente, trasportata ovunque io voglia andare. È un viaggio, il cammino della mia vita – spiega Floriana – sono andata via dalla Sicilia a 17 anni e adesso che sono tornata non voglio andare più via”.

Il monastero basiliano di Frazzanò e quel bruco nell’orecchio di Ruggero

L’eremo di San Filippo di Fragalà, arroccato sui Nebrodi, è un luogo avvolto da leggende che adesso si prepara a rinascere grazie a nuovi restauri

di Giulio Giallombardo

Leggenda vuole che, in Sicilia al tempo dei normanni, un piccolo bruco si sia fatto strada dentro l’orecchio del piccolo Ruggero II. Ci troviamo tra i boschi dei Nebrodi, dove il figlio del conte Ruggero, ancora bambino, vede nel sonno mischie feroci, castelli presi d’assalto, nemici di Cristo urlare bestemmie oscene. Il bruco tormenta a tal punto il futuro re di Sicilia, che il padre prega San Filippo di liberare il figlio da quelle sofferenze. In cambio promette di far sorgere sul luogo una chiesetta e un rifugio quieto per gli eremiti, sparsi nella valle. Così, come per incanto, il bruco, lascia il suo nascondiglio sotto gli occhi del conte, mentre un aratro, trascinato da un toro e da una bianca vitella, segue l’insetto, segnando lo spazio dove sarebbe sorta la chiesa.

Il complesso monastico (foto Davide Mauro)

È lì che si trova ancora oggi, a tre chilometri da Frazzanò, il monastero di San Filippo di Fragalà, un capolavoro di architettura medievale, tra i più antichi monasteri basiliani della Sicilia. Qui visse per tre anni san Lorenzo da Frazzanò, al secolo Lorenzo Ravi, patrono del borgo, molto venerato anche in alcune zone della Calabria dove, si racconta, liberò Reggio da un’epidemia di peste. A dire il vero, il monastero, arroccato sulle pendici del monte Crasto, esisteva ancor prima dell’arrivo dei normanni. Sarebbe stato edificato da Calogero di Calcedonia nel 495 e poi ampliato da Ruggero d’Altavilla, dopo il “miracolo” di San Filippo.

Finestra con decorazione a lisca di pesce

Nello stesso edificio visse il santo monaco Gregorio, al quale il conte Ruggero concesse beni per ricostruirlo e al quale furono concessi favori e protezione anche dalla regina Adelasia. Di questo ne è testimonianza un diploma bilingue in greco e arabo del 25 marzo 1109 della stessa Adelasia, attualmente il più antico scritto europeo su carta che si conosca, conservato all’archivio di stato di Palermo. Il monastero raggiunge il suo massimo splendore, sotto i normanni e con gli aragonesi inizia la decadenza, fino a quando, nel 1866 fu gradualmente abbandonato dai benedettini che, nel frattempo, avevano preso il posto dei basiliani.

 

Oggi l’edificio ha resistito ai secoli, mantenendo integre alcune strutture originarie. La chiesa, che ha mantenuto l’impianto con le tre absidi, tipiche del rito greco, conserva ancora preziosi affreschi bizantini che raffigurano santi, angeli e vescovi. Nel 2000, a distanza di più di un secolo dall’esodo dei monaci nel 1866, il monastero, oggi interamente di proprietà comunale, è stato riaperto al pubblico dopo alcuni restauri. Dal 2014 ospita alcuni concerti del Frazzanò Folk Fest, diventato punto di riferimento per la musica etnica popolare del Sud Italia, ma anche altri eventi, spettacoli e incontri, diventando cuore della comunità nebrodense.

Affresco dell’abside centrale

“Il monastero è un luogo vivo, è il simbolo della nostra comunità, ma ha un potenziale ancora più importante che andrebbe valorizzato – spiega Marco Imbroscì, consigliere comunale, direttore artistico del Frazzanò Folk Fest e animatore culturale – purtroppo le risorse non bastano, ma presto inizieranno nuovi restauri, con un intervento di quasi 2 milioni di euro. La valorizzazione è prevista sia nell’area esterna, con panchine e una piccola area attrezzata, sia all’interno, recuperando gli affreschi bizantini e tutta la parte ovest su cui ancora non si è intervenuto. Speriamo che il nostro monastero, con questi nuovi interventi, possa essere ancora più vivo e riscoperto da turisti e residenti”.

Quella grotta della Quisquina che fu rifugio della Santuzza

Tradizione vuole che tra i monti di Santo Stefano si nascose per 12 anni Rosalia Sinibaldi, diventata la patrona di Palermo, dando vita a una storia di devozione che lega il capoluogo ai territori dell’Agrigentino

di Giulio Giallombardo

È un anfratto così stretto che per entrare bisogna chinarsi. Si nasconde tra i fitti boschi di un luogo che gli arabi chiamavano “koschin”, ovvero “oscuro”. Parola all’origine del nome Quisquina, monte dove si trova la grotta dentro cui visse per 12 anni Rosalia Sinibaldi, la “Santuzza” di Palermo. Attorno a quel piccolo antro, fu costruito l’eremo che oggi è uno dei più importanti della Sicilia, a pochi chilometri dal borgo di Santo Stefano Quisquina.

L’ingresso della grotta

Quella grotta, oggi meta di pellegrinaggi, tanto quanto l’altra su Monte Pellegrino, a Palermo, è stata scelta da Rosalia per rifugiarsi in preghiera, durante la fuga dal capoluogo. La giovane figlia del conte Sinibaldo Sinibaldi, signore di Monte delle Rose e Quisquina, scappa da casa per non sposare il principe Baldovino che la famiglia ha scelto per lei e, dal 1150 al 1162, si nasconde dove meglio non si può: in quell’antro della Quisquina, all’interno dei territori del padre.

L’iscrizione nella grotta

Il segno della presenza di Rosalia nella grotta è racchiuso in un’iscrizione in latino arcaico scoperta da due muratori palermitani nel 1624, quaranta giorni dopo il ritrovamento delle ossa della Santuzza su Monte Pellegrino: “Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae et Rosarum domini filia amore Domini mei Jesu Christi in hoc antro habitari decrevi” (“Io Rosalia Sinibaldi, figlia del signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”). È il testamento spirituale della Santa scolpito con le proprie mani. Dopo questo periodo di penitenza alla Quisquina, Rosalia decide di tornare a Palermo, dove le è concesso dalla regina Margherita, commossa dalla vocazione religiosa della giovane, di trasferirsi nella grotta su Monte Pellegrino dove continua a vivere in preghiera e in solitudine fino alla morte, avvenuta a 40 anni, il 4 settembre del 1170.

 

Quasi cinque secoli dopo, quando il culto della Santuzza ha la sua consacrazione con la processione del 1625 che libera Palermo dalla peste, gli stefanesi chiedono all’arcivescovo di Palermo, il cardinale Giannettino Doria, le reliquie della Santa, che vengono donate in uno splendido busto argenteo il 25 settembre 1625. Nel 1693 un ricco mercante genovese, Francesco Scassi, si ritira nella Quisquina e fonda la congregazione dei monaci devoti a Santa Rosalia, facendo costruire i primi ambienti del convento. Dopo aver fatto edificare la chiesa, delle cellette, una cucina ed una stalla, decide di ritirarsi e vivere qui con altri tre uomini: due genovesi e un abitante di Santo Stefan. I quattro fonderanno una congregazione indipendente di frati devoti a Santa Rosalia che col tempo diventerà del tutto autosufficiente: il frantoio, il granaio, la calzoleria, la falegnameria e quant’altro si trova all’interno dell’eremo.

L’eremo di Santo Stefano Quisquina

Dopo un periodo di splendore per la struttura, che nel Settecento riceve le visite di vescovi, principi e cardinali ed è anche oggetto delle loro donazioni, alla fine dell’Ottocento inizia la decadenza fino al 1928, quando la congregazione viene sciolta e i frati cacciati dall’eremo. Ma c’è chi resiste, come l’ultimo eremita rimasto a vivere tra i boschi della Quisquina: fra Vicè che ha condotto in solitudine gli ultimi anni della sua vita, grazie all’elemosina della gente dei borghi vicini, morendo nel 1986 a 98 anni.

Il belvedere dell’eremo

Oggi resta una storia di devozione che lega Palermo a Santo Stefano, e che ha dato vita anche all’Itinerarium Rosaliae, un percorso di 180 chilometri, tra sentieri, regie trazzere e mulattiere, che permette di riscoprire luoghi della Santuzza nel suo cammino verso la grotta, attraverso l’entroterra siciliano tra le province di Palermo ed Agrigento. Inoltre, ogni martedì che segue la prima domenica di giugno il busto con le reliquie di Rosalia viene portato in processione dalla Chiesa Madre di Santo Stefano fino all’eremo, un rito che si ripete dal 1625.

La stanza del Principe all’interno dell’eremo

“È una Santa che affascina molto, non solo le comunità siciliane, ma anche gli stranieri – spiega Giuseppe Adamo, responsabile della Pro Loco Santo Stefano Quisquina che gestisce l’eremo – . Al di là dell’aspetto religioso, è stata una grande rivoluzionaria. Pensiamo a una ragazzina di 14 anni che per scelta si ribella alla volontà del padre e scappa di casa. Farebbe notizia oggi, figuriamoci nel 12esimo secolo. Oggi il nostro eremo è frequentato non solo dai tanti devoti, ma anche da turisti stranieri, soprattutto tedeschi che arrivano affascinati dall’arte e dalla natura, in una zona dove sono presenti anche eccellenze alimentari, come formaggi, salumi e carne”.

Casa “fantasma” e turisti beffati: vacanza amara a Palermo

Disavventura per una famiglia francese che aveva prenotato un soggiorno nel centro storico, ma nessuno si è presentato per l’accoglienza

di Giulio Giallombardo

Viaggio a Palermo con sorpresa per un famiglia di turisti francesi. Dopo aver prenotato e pagato in anticipo un appartamento nel centro storico, arrivati a destinazione, non c’è nessuno ad attenderli e sono costretti a rimediare un altro alloggio per le loro vacanze. L’annuncio apparso da poche settimane su Booking, colosso online degli affitti turistici, presenta un “bellissimo appartamento” con wifi e due camere da letto, foto di saloni luminosi, stanze accoglienti, cucina spaziosa. La cifra richiesta per quattro notti, dal 10 al 14 agosto, è di 873 euro, pagata al momento della prenotazione. Così, Karine Lecamus-Allart, dipendente dell’assistenza sanitaria francese, insieme al marito e alle due figlie di 16 e 17 anni, dopo essere atterrati a Palermo, raggiungono l’indirizzo ricevuto al momento della prenotazione, vicino a piazza Beati Paoli, nel cuore del quartiere Capo.

Uno scorcio di piazza Beati Paoli

Seppur la strada sia la stessa ritratta nelle foto dell’annuncio, come appare dagli edifici vicini immortalati dal balcone della palazzina di due piani, al citofono non risponde nessuno e neanche al numero di telefono danese, indicato nella piattaforma online, appartenente a una società che si occupa di affitti turistici. A questo punto, Karine e la sua famiglia chiede aiuto alla gente del quartiere, scoprendo che la stessa disavventura era accaduta a un altro gruppo di turisti. Dopo aver contattato la piattaforma online, raccontando l’accaduto, alla famiglia viene offerto un soggiorno prima all’Addaura, troppo distante dal centro, e poi in un b&b vicino alla stazione centrale, in una zona poco sicura. Così, i turisti, malgrado avessero già saldato il loro soggiorno, hanno preferito pernottare a loro spese in un albergo del centro.

Turisti tra le strade di Palermo

“Vorrei esprimere la mia più profonda delusione per la mancanza di onestà – scrive Karine all’email che risulta associata ai proprietari dell’appartamento – . Nonostante diverse telefonate al numero indicato (che risulta essere in Danimarca) e un messaggio scritto, nessuno mi ha risposto quando siamo arrivati a destinazione. Siamo rimasti tre ore davanti al portone d’ingresso, senza che nessuno ci accogliesse. Così, ho dovuto trovare una soluzione da sola per non rovinare le nostre vacanze. Spero le proibiscano di riproporre i suoi servizi che risultano inesistenti, sia per questo appartamento che per altri. Sono furiosa per tale disonestà”.

Via Vittorio Emanuele

Eppure, l’annuncio che è ancora online, promette un appartamento di 90 metri quadrati, con due camere da letto, una cucina completamente attrezzata con forno a microonde, frigorifero, lavatrice e piano cottura, televisione, wi-fi, climatizzatore e parcheggio gratuito. Risulta solo una recensione lapidaria lasciata da un utente anonimo di nazionalità italiana il 19 agosto, dopo un soggiorno di sette notti: “eccezionale”.

Pedoni all’altezza dei Quattro Canti

“I residenti del quartiere – racconta Karine, che non ha sporto denuncia alle forze dell’ordine, ma solo un reclamo formale a Booking – ci hanno aiutato e sono stati molto gentili. Lamentando il fatto che non è la prima volta che accade una cosa del genere nella zona. A parte questa brutta esperienza, Palermo ci è piaciuta molto, la gente è molto aperta, accogliente e allegra. Una città molto viva dalle architetture interessanti”.

I tetti della Cattedrale di Palermo

Un viaggio che la famiglia francese non dimenticherà facilmente, proprio nei giorni più caldi dell’anno, mentre la città è invasa dai turisti. Adesso l’esperienza di Karine Lecamus-Allart e della sua famiglia è al vaglio dei responsabili di Booking, che stanno verificando l’accaduto. “Il nostro obiettivo è rendere più facili e piacevoli le esperienze di viaggio – spiegano dal colosso olandese che abbiamo contattato per una replica – nel raro caso in cui si verifichi qualcosa di imprevisto nella struttura o un cliente non possa essere ospitato per qualsiasi motivo, il nostro team di assistenza clienti è disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per supportare e aiutare a trovare una soluzione adeguata. In questo caso, poiché questa non è l’esperienza che desideriamo per nessuno dei nostri clienti, ci siamo scusati per l’inconveniente e ci stiamo offrendo di coprire la differenza di costo per l’alloggio alternativo prenotato, nonché le spese aggiuntive sostenute di conseguenza”.

La Sicilia brucia, l’esperto: “Serve un comitato tecnico come per la pandemia”

Come ogni estate, gli incendi devastano ettari di vegetazione, le Madonie e i Nebrodi sono in ginocchio. L’agronomo Giuseppe Barbera: “La politica consulti servicoltori e botanici per la prevenzione”

di Giulio Giallombardo

Il verde che diventa nero. Boschi carbonizzati, comunità in ginocchio, fiamme che distruggono aziende agricole e lambiscono le case. L’inferno di fuoco torna a colpire puntuale la Sicilia, come ogni estate. Quasi sempre agisce la mano criminale, con l’involontaria complicità dell’anticiclone Lucifero, anche se i veri demoni sono dietro l’angolo e non arrivano dall’Africa. Già da settimane, con un aggravarsi nelle ultime ore, la Sicilia brucia, come accade in altre parti d’Italia. Non a caso la mappa della Nasa sui roghi del mondo, ci dice che il nostro Paese è primo in Europa per numero di incendi divampati.

Campagne devastate dalle fiamme

Le Madonie, che da sole rappresentano la maggiore area di biodiversità di tutta l’Isola, sono le più colpite. Prima Gangi, nelle scorse settimane, adesso le Petralie, con ettari di vegetazione andati in fumo, uffici e una rsa evacuata a Sottana e spettacoli annullati. Ma le fiamme hanno colpito anche i territori di Geraci Siculo, Collesano, Scillato, Campofelice di Rocella, Pollina, San Mauro Castelverde, Valledolmo e Nicosia; San Martino delle Scale e Montefiascone, nella zona di Monreale; e alcuni centri dei Nebrodi, come Mistretta e Castel di Lucio. Mentre i canadair dei vigili del fuoco stanno ancora cercano di spegne i roghi, il governatore Nello Musumeci chiede lo stato di emergenza nazionale, e arrivano in Sicilia il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli e il viceministro del Mise, Alessandra Todde, per incontrare i sindaci dei comuni più colpiti dagli incendi. Borghi che stanno scommettendo sulla ripartenza dopo la pandemia e adesso si trovano a fronteggiare un’altra emergenza.

L’incendio del 4 agosto a Gangi

Quando è ormai evidente che la macchina delle prevenzione non ha funzionato, ci si interroga – come sempre – sulle responsabilità e sulle strategie che potrebbero essere messe in campo per impedire che ogni estate si trasformi in un inferno. “L’approccio dovrebbe essere lo stesso utilizzato per fronteggiare la pandemia, con un comitato di tecnici che suggerisca le scelte politiche”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Barbera, agronomo, per trent’anni professore di colture arboree all’Università di Palermo. “Siamo diventati bravissimi a capire che bisogna rivolgersi alla scienza per fronteggiare l’emergenza sanitaria, ma – spiega Barbera – ancora non abbiamo capito che per politiche forestali adeguate serve l’aiuto di tecnici, come servicoltori e botanici”.

Incendio a Petralia Sottana

Professionisti che, ad esempio, potrebbero rendere un bosco meno aggredibile dai roghi, tecnici che conoscono bene la pianificazione antincendio, specializzati proprio nella lotta ai roghi. “In 25 anni si sono laureati a Palermo più di 700 dottori di scienze forestali, un patrimonio disperso che sarebbe prezioso per dare una mano a chi deve prendere le decisioni politiche”, osserva l’agronomo, per dieci anni presidente del corso di laurea in scienze forestali e ambientali.

Le campagne di Gangi dopo i roghi

“Noi in Sicilia non abbiamo piani di gestione forestale, – prosegue Barbera – ovvero non gestiamo i boschi secondo criteri dettati in base alle loro caratteristiche e soprattutto in funzione preventiva rispetto agli incendi, purtroppo frequenti nelle regioni mediterranee come la nostra. A cosa servono i droni che individuano i focolai se poi non possiamo raggiungerli per spegnerli? Per questo bisogna avere dei boschi che possano essere anche percorribili con una certa facilità, il che ovviamente non significa artificializzare i boschi, ma esiste la servicoltura preventiva con funzioni antincendio”.

Una carcassa d’auto dopo l’incendio

C’è poi il problema dei rimboschimenti con conifere abbandonati a se stessi, dell’abusivismo, dei rifiuti infiammabili sparsi ovunque e degli operai forestali prossimi alla pensione, molti precari e non idonei a fronteggiare i roghi. “Non basta ripiantare gli alberi dopo gli incendi – spiega ancora Barbera – ma come hanno osservato i botanici sardi, alla luce dei recenti roghi, occorre favorire la rinascita del bosco e accelerare la conversione della macchia in foresta, con politiche adeguate. Ad esempio, su Monte Pellegrino a Palermo, 50 anni fa abbiamo piantato giustamente conifere, ma poi avremmo dovuto fare operazioni di gestione per favorire la presenza della macchia mediterranea, come leccio, olivastro, querce, per creare una superficie più resistente agli incendi. Invece – conclude l’agronomo – le conifere non sono mai state diradate, essendo resinose prendono fuoco velocemente, come una scatola di fiammiferi, e il risultato è sotto gli occhi di tutti”.

A piedi da Caltanissetta a Cefalù alla scoperta della Via dei Frati

Un percorso di 166 chilometri in otto tappe che attraversa le Madonie, seguendo i cammini di pellegrini e mistici. Il racconto di viaggio di tre escursionisti siciliani

di Giulio Giallombardo

Camminare dal cuore della Sicilia fino al mare. Su e giù tra monti, borghi e chiese, scoprendo quanto la lentezza può far bene all’anima. Percorrere la Via dei Frati, da Caltanissetta a Cefalù, significa perdersi tra i rilievi solitari delle Madonie, essere accolti dal calore delle piccole comunità, stupirsi per i tesori naturalistici e monumentali che questo angolo di Sicilia riserva. Un itinerario di 166 chilometri, in otto tappe, collaudato nel 2016 ma percorribile in autonomia dal 2018, che quest’anno è stato già attraversato da circa 80 persone. Gli ultimi ad avventurarsi lungo la Via dei Frati, sotto il sole impietoso del luglio siciliano, sono stati tre ragazzi, partiti il 21 luglio da San Cataldo e arrivati a Cefalù il 29: Martina Enea, 29 anni, psicologa palermitana, con il suo compagno Domenico Guastella, 35 anni, docente di Partinico. Insiema a loro Sebastiano Casarrubia, 30 anni, titolare di un’azienda agricola, che però non ha potuto completare il cammino, fermandosi a due tappe dall’arrivo.

Escursionisti lungo il cammino

La Via segue idealmente i passi di questuanti, pellegrini, predicatori, santi, mistici, che hanno attraversato questi luoghi, lasciando segni del loro passaggio. Un itinerario che tocca conventi, chiese, ma anche proprietà terriere, a partire da Caltanissetta con il suo convento dei Cappuccini dedicato a San Michele, fino al convento dei Riformati di Petralia Sottana, a quello di Castelbuono, fino a Gibilmanna, tanto per citarne alcuni. Il percorso inizia da Caltanissetta, o in alternativa dal Calvario di San Cataldo, fino a Marianopoli; seconda tappa fino a Resuttano; quindi, il percorso entra nel vivo con la terza tappa di 24 chilometri che si ferma a Polizzi Generosa, attraversando Blufi con il santuario della Madonna dell’Olio, e Castellana Sicula. La quarta tappa è una delle più impegnative, da Polizzi a Petralia Sottana, e ha il culmine al santuario di Madonna dell’Alto a 1810 metri; poi da Sottana si va a Petralia Soprana fino a Gangi; sesta tappa più “comoda” fino a Geraci Siculo; con la settima inizia la discesa verso Castelbuono per poi concludere il cammino a Cefalù, dopo aver passato Isnello e il santuario di Gibilmanna.

Lungo la Via dei Frati

“È stata un’esperienza appassionante, ma molto faticosa soprattutto a causa del caldo torrido dei giorni scorsi – racconta Martina Enea a Le Vie dei Tesori News – . Siamo amanti del trekking e della natura, cosa che ci ha spinto a percorrere questo cammino, due anni dopo aver fatto la Magna Via Francigena”. Tra i momenti più emozionanti – racconta l’escursionista – “aver visto apparire il mare all’orizzonte dopo otto giorni di panorami montuosi”, oltre ai frequenti incontri ravvicinati con cinghiali e daini. “A Gangi è stato bello ricevere ospitalità dalle suore, svegliarsi alle 4 del mattino, mentre loro preparavano la colazione e riscaldavano il latte – dice Martina – oppure quando a Marianopoli, con 40 gradi e un sole cocente, abbiamo incrociato il casotto dell’acqua per i pellegrini. Durante esperienze come questa, le cose che sembrano più banali, sono quelle che ti restano più impresse”.

Il simbolo della Via dei Frati

A ideare il cammino, o meglio a mettere insieme sentieri e luoghi e tracciare un percorso, è stato Santo Mazzarisi, psicologo 47enne originario di Resuttano, ma che vive a Roma da oltre 15 anni. Appassionato di trekking e innamorato della Sicilia, nell’agosto del 2016 ha percorso i primi chilometri dalle campagne di Caltanissetta, collaudando l’itinerario che è nato come cammino nel 2018, anno in cui è nata anche l’associazione no profit Amici della Via dei Frati. “Più che creare il percorso, ho cucito più itinerari diretti a singole mete di pellegrinaggio che da Caltanissetta arrivano fino a Cefalù – dice Mazzarisi – . Sono le strade che percorrevano i cosiddetti monaci di cerca, i frati che vagavano per le campagne, lavorando con i contadini e facendo la questua, ovvero, chiedendo olio, grano, formaggio, prodotti della terra che il contadino poteva dare in cambio al pellegrino”.

Polizzi Generosa

Un percorso tracciato, con i sentieri mappati su gps, anche se durante l’ultimo anno di lockdown non è stato possibile rinfrescare la segnaletica. “Siamo una piccola associazione composta da sette soci – spiega Mazzarisi – , cerchiamo di reinvestire tutto quello che ricaviamo dalle iscrizioni al percorso, ma soprattutto nell’ultimo anno, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, non siamo riusciti a fare la manutenzione, anche se diversi comuni che ricadono nel percorso, come Petralia Sottana e Soprana o il Gal Terre del Nisseno, ci stanno dando una mano”.

Domenico Guastella e Marina Enea con il “testimonium”

Lungo il cammino si è guidati da frecce, adesivi, segnaletica e dal simbolo della Via, una croce a cui è sovrapposta la lettera “F”, con un manichetto che ricorda il bastone dei pellegrini. La “credenziale” è lo strumento di viaggio su cui applicare il segno visibile del passaggio: un timbro rilasciato da chiese, comuni o uffici turistici, per attestare che una giornata di cammino si è conclusa. Si pernotta in ostelli, case private e b&b, e alla fine del percorso si può ritirare il “testimonium” nella sede del Parco delle Madonie di Cefalù.

Santuario di Madonna dell’Alto

“Quello che mi ha spinto a dare vita alla Via dei Frati – racconta ancora Mazzarisi – è l’amore per la Sicilia e la voglia di far conoscere luoghi spesso poco noti agli stessi siciliani. Lungo la strada si incontrano paesaggi diversi, dalle vaste campagne del Nisseno, alle montagne madonite, fino alla macchia mediterranea verso Cefalù. L’anno scorso, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, sono stati in tanti ad arrivare anche dalla provincia di Siracusa o da Ragusa, scoprendo quest’angolo di Sicilia. Alcuni di loro, sono tornati una seconda volta e questa è la soddisfazione più grande”.

Il verde ferito della Favorita tra discariche e abbandono

Rifiuti accanto all’ulivo millenario, monumenti vandalizzati, fontane a secco. Sono tante le urgenze nel parco urbano di Palermo. Il Comune a settembre lancerà un concorso di idee per il recupero

di Giulio Giallombardo

Un polmone verde sempre in affanno. Da anni la Favorita di Palermo, tra promesse di rinascita non sempre mantenute e troppi spazi in attesa di recupero, aspetta di tornare ai fasti di un tempo. Oltre due secoli sono passati da quando il re Ferdinando III di Borbone si divertiva a cacciare tra lecci e lentischi, in quel parco da lui voluto per evocare la bellezza della reggia di Portici. Oggi i 400 ettari di verde alle falde di Monte Pellegrino, riservano ancora scorci sorprendenti, accanto a ferite sempre aperte. È un po’ il tema conduttore della città, che si replica anche nel suo parco più esteso, in cui l’incanto affiora come un lampo, oscurato dall’aberrante stigma del degrado.

Discarica nel capannone accanto all’ulivo millenario

Luci e ombre, come il grottesco spettacolo di rifiuti nascosti accanto al vecchio “patriarca” della Favorita, l’ulivo millenario, considerato uno degli alberi più antichi della città. A un passo dalla Fontana d’Ercole, scoperto per caso una decina d’anni fa, il gigantesco ulivo alto 10 metri, si staglia vicino a due capannoni. Il primo è un edificio recentemente vandalizzato con dentro una discarica di cassette di legno, sedie a sdraio e ombrelloni. Nell’altro, sono sparsi grossi vasi neri di plastica. Fino a qualche tempo fa i due capannoni, un tempo usati dal Comune come depositi, erano chiusi, ma qualcuno ha forzato i cancelli d’ingresso e il degrado all’interno è venuto allo scoperto.

Cumuli di cassette e ombrelloni

“Abbiamo segnalato all’amministrazione, ma ancora non si è provveduto a chiudere le porte dei capannoni, in attesa della bonifica”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Provinzano, direttore della Riserva naturale orientata di Monte Pellegrino, gestita dai Ranger d’Italia. “All’interno ci sono rifiuti di vecchia data, – prosegue Provinzano – le cassette di legno all’interno risalgono a quando gli abusivi coltivavano gli agrumeti vicini. In quell’occasione siamo riusciti a fare la bonifica perché quei terreni erano pieni di recinzioni, lamiere contenitori per l’acqua, eternit, ma alcune situazioni purtroppo sono rimaste critiche”.

Discarica a Case Rocca

Come la discarica che si è creata davanti alle Case Rocca, oppure un’altra vicino alla struttura equestre di viale Diana. Per non parlare delle Case Messina, alle spalle di Villa Niscemi, dove all’interno di un piccolo fabbricato, un tempo usato dai contadini, c’è di tutto: pneumatici, frigo, sfabbricidi, mobili. A rendere più complicate le cose è anche la delicata gestione della pulizia all’interno dell’area naturale, di proprietà del demanio regionale, ma in uso al Comune di Palermo. La Rap, tranne qualche intervento straordinario previsto dal contratto, opera soltanto nella piazza davanti al Santuario di Santa Rosalia, su Monte Pellegrino, e al belvedere. La pulizia della riserva è competenza della Reset, che si occupa anche del decespugliamento dei margini stradali. Ma quest’ultima partecipata non può intervenire per la rimozione delle discariche, soprattutto quando sono presenti rifiuti ingombranti. In quel caso dovrebbe tornare in campo la Rap, assediata dalle infinite urgenze della città. “La Rap non svolge un servizio ordinario di pulizia all’interno del parco – spiega ancora Provinzano – ma si va sempre avanti con interventi straordinari. Abbiamo fatto bonificare una discarica che si era creata dietro una vasca d’irrigazione. Quando possiamo interveniamo anche noi come Rangers d’Italia, con l’aiuto di qualche associazione, ma non sempre disponiamo di mezzi per farlo”.

 

Ci sono poi i tanti beni monumentali custoditi nel parco che meriterebbero ben altra cura. Come quelli che costeggiano la “via d’acqua”, ma dove di acqua non c’è traccia. A partire dalla Fontana d’Ercole, perennemente a secco, recentemente privata anche di una parte della ringhiera che circonda la vasca, dopo un tentato furto. “I ladri non sono riusciti a staccarla del tutto – dice il direttore della Riserva – noi abbiamo subito avvertito il Comune e le maestranze del Coime hanno tagliato la ringhiera, portandola via per ripararla”. Ci sono poi delle lesioni nella vasca che fanno disperdere l’acqua, per cui la fontana è ormai asciutta da tempo: “Ultimamente la Reset ha sostituito gli ugelli, ma finché non si riparano queste crepe, l’acqua non potrà essere rimessa in circolo”.

La scala in muratura della Torre d’acqua

Asciutto da anni anche il vicino abbeveratoio, che avrebbe urgente bisogno di interventi di restauro, come l’obelisco neoclassico che nasconde una torre piezometrica per la risalita dell’acqua. Ancora più sorprendente è un’altra torre d’acqua poco distante: si potrebbero salire i 75 gradini della sua scala a lumaca in muratura, dominando il parco da 18 metri di altezza. Ma l’accesso è ricoperto di guano e altri rifiuti. “La scala è sicura, anche se sporca, – sottolinea Provinzano – ma i problemi di sicurezza sono per la ringhiera in cima alla torre, che andrebbe ripristinata e ripulita. Bisognerebbe impedirne l’accesso per motivi di sicurezza”. Nascosta vicino al “patriarca” c’è, poi, la piccola colonna con vaso, anche questa vandalizzata: “Era sparito il manico a testa d’ariete sul retro, dopo pochi giorni i nostri volontari lo hanno trovato in un sacco nascosto tra gli alberi. Adesso è in attesa di restauro”.

L’abbeveratoio

Urgenze che si moltiplicano, quando sembra impossibile garantire anche soltanto le manutenzioni ordinarie. “Abbiamo difficoltà anche per i piccoli lavori di messa in sicurezza, le partecipate fanno quello che possono con enorme difficoltà – spiega Paola Di Trapani, da sette mesi dirigente capo area del Decoro urbano e Verde – . Dopo l’approvazione del piano d’uso della Favorita, si pensava di poter mandare avanti progetti con fondi europei, ma poi tutto naufragò. Comunque, stiamo lavorando con entusiasmo ad alcuni progetti che ci consentiranno di ripiantare alberi in quella zona di Monte Pellegrino devastata dall’incendio del 2016. Questo parco potrebbe diventare qualcosa di splendido, ma mancano le risorse”.

Un tratto di viale Ercole

Intanto è stato convocato per oggi un tavolo tecnico con alcune associazioni che hanno presentato proposte per l’utilizzo di alcuni fabbricati all’interno del parco. “Abbiamo ritenuto di metterle a sistema e vogliamo confrontarci sulle proposte arrivate – dice l’assessore al Verde, Sergio Marino – . A settembre lanceremo un concorso di idee con la cittadinanza, tenendo conto ovviamente del piano d’uso del parco dal quale non possiamo prescindere. Fare previsioni in questo momento è prematuro, le idee non mancano ma dobbiamo confrontarci con tutti i soggetti in campo per trovare soluzioni adeguate”.

Rinasce Palazzo Dato, fantasmagoria liberty scampata al “sacco” di Palermo

Restauro di uno degli edifici di gusto modernista più originali della città. Un piccolo capolavoro risparmiato dai bombardamenti e salvato dalla demolizione

di Giulio Giallombardo

Le linee sinuose dei prospetti rosso e ocra. Occhi sopra i balconi che sembrano spiare i passanti, bocche spalancate sulle finestre, decorazioni che sbucano fuori da un vortice di curve. Palazzo Dato, è un pezzo di liberty dal respiro europeo trapiantato nel centro di Palermo, in via XX Settembre. Un piccolo capolavoro risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e salvato dal “sacco”, adesso coperto da un ponteggio per un atteso intervento di restauro, tuttora in corso e che terminerà entro l’anno.

Particolare del restauro

E pensare che questo gioiello costruito a partire dal 1893, nato dall’estro di Vincenzo Alagna, stava per essere demolito negli anni ’50 del secolo scorso, per far spazio a nuove palazzine. Una sorte comune a tanti altri edifici liberty – Villa Deliella è l’esempio che li rappresenta tutti – scongiurata in questo caso grazie alla resistenza di Francesco Agnello Dara, erede dei proprietari. “Mio padre fu l’unico che si oppose alla vendita del palazzo, che sarebbe stato demolito”, racconta a Le Vie dei Tesori News il figlio Gianfrancesco Agnello, oggi proprietario di uno degli appartamenti. “Alcuni cugini – spiega – volevano vendere a un costruttore che in cambio avrebbe dato loro degli appartamenti del nuovo palazzo da edificare al posto del vecchio, ma mio padre, che era nato in quell’edificio, si oppose con tutte le sue forze, scongiurando la vendita e la demolizione”.

Restauratori al lavoro

Pronipote del barone Dara, che acquistò il palazzo per 100 lire dell’epoca, e nipote di Giuseppina, Gianfrancesco Agnello – cugino della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, che ricorda il soggiorno in quel palazzo nel romanzo “Via XX Settembre” – è adesso promotore del restauro conservativo del palazzo, realizzato grazie al bonus facciate. I lavori sono condotti dalla Edil Sacif, con i restauratori dello studio Simplex Architecture di Palermo. L’azienda coordinatrice degli interventi di restauro è la Arcotec Engineering. “Le maestranze stanno lavorando per far tornare alla luce i colori originari – ha spiegato Agnello – le decorazioni non saranno ritoccate, ma si procederà alla pulitura, intervenendo su quelle parti a rischio di distacco”.

Balconi al primo piano

All’interno gli appartamenti erano tutti affrescati, ma purtroppo i dipinti sono stati quasi tutti ricoperti negli anni. Resiste ancora qualcosa nei soffitti del pianterreno, dove adesso si trova una parruccheria. “Mi auguro di poter recuperare almeno qualche scorcio degli affreschi nel mio appartamento,  tirando via il ducotone utilizzato per coprirli, – dice Agnello – ma intanto sono felice di questo restauro dei prospetti, che ne avevano tanto bisogno”.

Palazzo Dato coperto dal ponteggio

Sono i viaggi in Europa a ispirare Vincenzo Alagna alla realizzazione delle decorazioni di Palazzo Dato. L’ingegnere palermitano, più distaccato dal modello di Ernesto Basile, portò in città un liberty più vicino al gusto francese e belga, affascinato da suggestioni neobarocche. “Gli elementi classici dei prospetti ottocenteschi – scrive Adriana Chirco, storica dell’arte e presidente della sezione di Palermo di Italia Nostra – sono rivisitati secondo il gusto liberty con linee mosse e voluttuose, in un turbinio di curve, che sopra i balconi assumono quasi sembianze antropomorfe”. Colori e decorazioni che presto torneranno al loro antico splendore.

La magia del fortino sommerso, inaugurato nuovo percorso di visita a Sambuca

Fine settimana speciale con le visite guidate al Mazzallakkar, organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane

di Giulio Giallombardo

Una grande chioccia che va lontano. Si muove a piccoli passi, custodendo dentro la sua conchiglia un carico di bellezza. Occupa piazze, si arrampica sui palazzi e si ferma a riposare sulle panchine. Il piccolo animale è il simbolo di Sambuca di Sicilia, borgo che si è lasciato ispirare dalla sua lentezza, sulla scia di antiche tradizioni secondo cui il popolo sicano fosse ghiotto di lumache. I sambucesi, a cui si accompagna la nomina di “babbaluciari”, sono paladini di quel virtuoso vivere lento che ha contribuito a rilanciare negli anni il loro territorio. Dal titolo di Borgo dei Borghi 2016 al boom delle case a un euro, per rigenerare il centro storico, Sambuca non si ferma e guarda avanti, puntando sulla cultura.

La scultura di Enzo De Luca a Palazzo Panitteri

Lo ha fatto ieri inaugurando il percorso di visita al fortino Mazzallakkar, misteriosa architettura che riemerge ogni sei mesi dalle acque del lago Arancio, e prima ancora scoprendo una scultura realizzata dall’artista sambucese Enzo De Luca: una gigantesca lumaca in ferro arrampicata sulla facciata di Palazzo Panitteri, sede del museo archeologico, che si appresta a diventare anche un hub culturale. Una festa che prosegue questo weekend, sabato 17 e domenica 18 luglio, con le visite al Mazzallakkar organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune di Sambuca, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane.

Le mura del Mazzallakkar

Partendo dalla Cantina Ulmo di Planeta, circondati dai vigneti, si raggiunge il fortino attraverso un comodo sentiero, che arriva fino alle rive del lago Arancio. Lì si trova parzialmente riemerso il grande recinto di pietra con le torri agli angoli, due delle quali ancora ben visibili. Inizialmente il Mazzallakkar fu considerato un fortino di epoca musulmana, sulla base di raffronti con fortezze magrebine e mesopotamiche. Ma studi più recenti, hanno messo in dubbio il suo carattere di fortezza, data la posizione poco adatta alla difesa, ipotizzando che possa trattarsi in realtà di una masseria fortificata del Cinquecento, ispirata forse ad architetture maltesi. Per raccontare la storia del fortino, è stato realizzato per l’occasione un nuovo allestimento del Country Museum Iter Vitis srotolato in 16 pannelli illustrativi, all’interno di un’antica struttura vicino al lago.

 

Fu proprio l’invaso artificiale, costruito a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso nella vallata conosciuta come la “Zona dei mulini”, a sommergere il fortino. Il progressivo abbassamento del livello dell’acqua ha fatto riemergere l’antica costruzione, valorizzata adesso da fasci di luce che si accendono al tramonto e da un percorso tracciato da paletti bianchi, segnati con la lettera “M”. Tanti i presenti all’inaugurazione ieri sera, accolti dalla famiglia Planeta, tra cui l’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà, il sindaco di Sambuca, Leo Ciaccio, il vicesindaco Giuseppe Cacioppo, l’amministratore delegato di Planeta, Alessio Planeta, il presidente della Federazione Strade del Vino di Sicilia, Gori Sparacino, il soprintendente ai Beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, Laura Anello, e tutto il gruppo di lavoro delle Vie dei Tesori.

L’assessore Alberto Samonà

“Questo è un luogo unico che racconta emozioni – ha dichiarato l’assessore Samonà, che ha annunciato una campagna di scavi archeologici nell’area del fortino nel 2022 – sentire il lago Arancio e guardare i ruderi di questo fortino dà grandi emozioni. È un patrimonio che dovrebbe essere scoperto dai siciliani e dai tantissimi turisti che vengono qui e non sospettano che per alcuni mesi all’anno risorge dalle acque questa meraviglia”. Il sindaco di Sambuca, Leo Ciaccio, ha battezzato il nuovo percorso, parlando di una “scommessa che vogliamo vincere grazie alla collaborazione di tutti. Si sta costruendo attorno a questo luogo qualcosa di importante e mi auguro che siano in tanti a venirlo a visitare”. Ma il Mazzallakkar sarà finalmente un luogo raccontato. “È un monumento dalla storia controversa – ha detto Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori – un luogo speciale sulla strada tra Palermo e Sciacca, un fondaco dove ci si fermava, ma anche forse un luogo che custodiva il grano dalle incursioni dei pirati. Un posto reso ancor più bello dal lago e dai filari di vite che creano un’atmosfera unica”.

Laura Anello insieme al sindaco Leo Ciaccio e all’artista Enzo De Luca

Sambuca si conferma così piccolo avamposto culturale e turistico, grazie anche a un nuovo progetto targato Airbnb, dopo che il colosso degli affitti aveva già messo in rete qualche anno fa un appartamento d’artista all’interno di Palazzo Panitteri. Adesso, il borgo agrigentino si prepara a ospitare una nuova iniziativa della piattaforma digitale, ancora in lavorazione, legata alla valorizzazione delle case a 1 euro, i cui particolari saranno presto resi noti. Inoltre, sempre nel palazzo sede del museo archeologico, nascerà un hub territoriale di comunità grazie al progetto della cooperativa Kòrai, in partenariato con il Comune. “La riqualificazione degli spazi con la creazione di nuovi servizi, di una struttura di coordinamento delle attività culturali e di un piano di co-gestione pubblico-privata – hanno spiegato i promotori del progetto – mira a istituire il centro nevralgico di un sistema culturale dei beni del borgo, della chora selinuntina e delle Terre Sicane, in grado di aggregare e mettere a sistema le diverse risorse culturali del territorio”.

INFO SULLE VISITE AL MAZZALLAKKAR

Visite dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune di Sambuca, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane. Per la visita è previsto un contributo di 3 euro, coupon su www.leviedeitesori.it oppure a questo link. Nell’occasione Planeta, dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 21, proporrà una degustazione di prodotti del territorio sotto le volte dello splendido patio storico della cantina. Per prenotarla: 0925.1955460.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend