Gagini ritrova Raffaello, inaugurato l’altare dello Spasimo

Svelata l’opera ricostruita dopo due anni di lavori. Incornicia la fedele riproduzione del dipinto realizzato dal pittore rinascimentale e adesso custodito al Prado di Madrid

di Giulio Giallombardo

Un cerchio che si chiude dopo cinquecento anni. Un grande mosaico ricomposto che mette insieme un minuzioso lavoro di restauro e la forza visionaria delle nuove tecnologie applicate ai beni culturali. Dopo due anni sono stati ricomposti tutti i pezzi del grande altare in marmo di Antonello Gagini che si è rimaterializzato allo Spasimo, la chiesa di Palermo dove era stato costruito nel 1517. Incorniciata dalle due colonne e dal timpano risalta, identica all’originale, una copia dell’Andata al Calvario, il dipinto noto anche come Spasimo di Sicilia, che fu commissionato a Raffaello e che si trovava in origine proprio sullo stesso altare, prima di approdare in Spagna dov’è ancora oggi.

L’altare con la copia del dipinto di Raffaello

L’altare è stato inaugurato questo pomeriggio nella Cappella Anzalone dello Spasimo. La tappa conclusiva di una lunga e travagliata ricerca durata 34 anni, condotta caparbiamente da Maria Antonietta Spadaro, architetto e storica dell’arte, che dopo aver individuato e catalogato i cinquanta pezzi dell’altare conservati a Villa San Cataldo, a Bagheria, è riuscita a rimettere insieme il puzzle (ve ne abbiamo parlato qui). Il restauro, condotto dall’ufficio Città storica del Comune di Palermo, si è basato sul rilievo dei frammenti ritrovati, raffrontandoli con immagini d’epoca recuperate dagli archivi della Soprintendenza. L’altare – spiegano i tecnici – è stato assemblato a secco, rispettando i fori e gli innesti originari. Ma l’intenzione è quella, in futuro, di trasferirlo nella vicina Cappella Basilicò, che è il luogo esatto dove si trovava in origine. Tutti i pezzi sono stati rimontati su una struttura metallica di supporto che renderà più facile il trasporto dell’altare, quando saranno ultimati i lavori di bonifica e consolidamento della cappella, intitolata al giureconsulto Jacopo Basilicò, a cui si deve la costruzione dello Spasimo.

Uno dei capitelli

Basilicò commissionò l’altare a Gagini e il dipinto a Raffaello, un quadro che da Palermo, dopo varie peripezie, finì in Spagna, al monastero dell’Escorial, poi in Francia, razziato dalle truppe napoleoniche, per tornare ancora agli spagnoli. Oggi è esposto al Prado di Madrid, ma il suo “clone” è tornato a Palermo, proprio nell’anno in cui ricadono le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del grande pittore del Rinascimento. La copia è stata creata – su un’idea di Vittorio Sgarbi e Bernardo Tortorici di Raffadali – da Factum Arte, laboratorio spagnolo che riproduce i più grandi capolavori del mondo, gli stessi che hanno realizzato la Natività di Caravaggio, esposta all’oratorio di San Lorenzo di Palermo.

Particolare della copia di Raffaello

“Il processo di ricreazione – spiegano da Factum Arte – è cominciato dall’acquisizione del colore del dipinto originale, usando una fotografia panoramica. Come ogni nostro progetto, il capolavoro è stato documentato in altissima risoluzione usando esclusivamente tecnologie non invasive, in linea con l’impegno a tutelare le opere d’arte. L’operazione ha coinvolto una serie di procedure che hanno assicurato l’acquisizione di un colore assolutamente accurato, documentando ogni passaggio. Superficie pittorica e supporto rigido – puntualizzano i tecnici – sono stati ricreati in parallelo a Madrid, prima di essere riuniti. I dati digitali sul colore sono stati rielaborati in sede sotto forma di centinaia di fotografie ad alta risoluzione, poi stampati dalla speciale stampante a piano fisso progettata da noi progettata”.

Il timpano dell’altare

Presenti all’inaugurazione, oltre a Maria Antonietta Spadaro, Vittorio Sgarbi e Bernardo Tortorici, anche il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; la soprintendente dei Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; Peter Glidewell di Factum Arte e Paolo Porretto, direttore del cantiere di restauro dello Spasimo per conto dell’Ufficio Città storica. “Una restituzione alla città – ha detto il sindaco Orlando –, un’opera che è scampata a naufragi, distruzioni e bombe, e che oggi rivediamo nel suo virtuale, straordinario splendore, come neanche Raffaello riuscì ad ammirare mai”. Secondo Sgarbi, si tratta di “una ricostruzione filologica”, poiché “quest’opera nasce su tavola e solo nell’800 migra su tela, così come la vediamo al Prado. Ecco, questa ricostruzione di Factum Arte la restituisce alla sua essenza, e l’altare del Gagini, che mi piace immaginare sia anch’esso nato su un disegno di Raffaello, è il suo degno completamento. Credo che questa restituzione sia l’unica novità dell’anno raffaellesco”.

Sarà possibile visitare la cappella che ospita l’altare allo Spasimo, nell’ambito del festival RestArt, ogni venerdì e sabato dalle 19 a mezzanotte fino al 29 agosto. Il primo weekend (10 e 11 luglio) visite dalle 19 alle 20,30.

(Foto Giulio Giallombardo)

Un capitello ionico trovato in un pozzo sotto le strade di Gela

Il reperto, probabilmente appartenente a un edificio sacro, è stato scoperto durante i lavori di scavo per la posa di cavi elettrici

di Giulio Giallombardo

Ovunque si scavi a Gela, saltano fuori pezzi di storia. Lembi di necropoli sepolte appena sotto le strade della città, sarcofagi monumentali, ceramiche a non finire e anche scheletri perfettamente conservati. Ma la nuova scoperta di questi giorni, sembra destinata a scrivere nuove pagine nella storia della città. Nel corso dei lavori di scavo per la posa di cavi elettrici, condotto sotto la sorveglianza archeologica della Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta, è stato ritrovato un grande capitello ionico perfettamente conservato.

Il capitello ionico ritrovato a Gela

Il reperto, lungo 60 centimetri, profondo 51 e alto 34, è stato tirato fuori da un pozzo in via Sabello, in piena area urbana. Non appena gli archeologi hanno notato la caratteristica coppia di volute contrapposte, tipiche dello stile ionico, legate tra loro da un cordoncino ricurvo a rilievo, hanno subito capito che si trovavano davanti a un reperto eccezionale, proveniente quasi certamente da un edificio importante, forse un tempio. Ipotesi quest’ultima rafforzata dal ritrovamento di un pezzo di colonna nello stesso pozzo, che attualmente è in fase di estrazione. I ricercatori dovranno adesso capire se la colonna e il capitello – come probabile – appartenevano allo stesso edificio e in base alle caratteristiche ipotizzare la provenienza e la datazione.

Il reperto trasportato

Il ritrovamento del capitello, arriva subito dopo la scoperta di sette grandi blocchi di pietra arenaria dello spessore medio di 25 centimetri e dimensioni comprese tra 40 e 105 centimetri di lunghezza e profondi fra i 30 e 40. Secondo le prime valutazioni fatte dagli archeologi, i conci di tufo sembrerebbero simili a quelli utilizzati nella polis greca per gli edifici monumentali. Da un primo tentativo di inquadramento cronologico e culturale – fanno sapere dall’assessorato regionale ai Beni culturali – sembra possibile ipotizzare che si tratti di un unico manufatto di cui le lastre costituivano verosimilmente parte della trabeazione, mentre il capitello avrà costituito una decorazione anteriore dell’edificio con collocazione storica tra la fine del VI e il V secolo avanti Cristo.

Il capitello faceva parte di un edificio

Lo scavo è stato diretto dall’archeologa incaricata da E-Distribuzione, Marina Congiu, che ha operato con la supervisione della direttrice della Sezione archeologica della Soprintendenza di Caltanissetta, Carla Guzzone. “È un ritrovamento unico, anche se è ancora presto per fare ipotesi sulla provenienza – ha detto a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Daniela Vullo – . A parte i due capitelli rinvenuti negli anni ’50 del secolo scorso e custoditi al museo archeologico regionale, scoperte del genere sono davvero rare. Certamente avremo un quadro più chiaro quando tireremo fuori la colonna sottostante e anche le ceramiche che abbiamo ritrovato nel pozzo”.

Il Museo archeologico di Gela

Quello che appare certo, soprattutto per il decoro e l’accuratezza degli elementi architettonici, è che si tratti di un edificio di una certa rilevanza, probabilmente pubblico. Anche se gli archeologi si stanno interrogando anche sul perché il capitello, la colonna e conci di tufo si trovino in quella zona, come ci siano finiti e perché – se appartenenti allo stesso edificio – si siano ridotti a pezzi. “Dal momento che si tratta di reperti di grandi dimensioni e molto pesanti – spiega ancora la soprintendente – è probabile che provenissero da una zona vicina, perché trasportarli da un punto all’altro della città sarebbe stato complicato, visto il peso e la dimensione. Sono stati messi lì per una ragione che ancora non conosciamo”.

Una delle sale del Museo archeologico

In attesa di rimettere insieme tutti i pezzi, l’intenzione è quella di non tenere chiusi i reperti in un deposito, ma di esporli al pubblico. “Un pezzo così importante come questo capitello deve assolutamente essere ammirato da tutti – sottolinea la soprintendente – . Valuteremo insieme all’assessorato regionale dove e quando esporlo, ma in questo momento è prematuro fare ipotesi. Io sono sempre dell’idea di rendere fruibili i beni e soprattutto credo sia giusto conservarli e metterli in mostra negli stessi luoghi dove sono stati recuperati”.

Rinasce l’altare di Gagini e riabbraccia Raffaello

Dopo due anni di lavori, è terminato il restauro dell’opera che custodirà la copia del dipinto realizzato per la chiesa palermitana

di Giulio Giallombardo

Un’odissea dell’arte che si chiude lì dove era iniziata cinque secoli fa. Una chiesa, un altare e un quadro: sono i tre protagonisti di un rompicapo dove i pezzi mancanti sono ormai tornati tutti al loro posto. L’altare di Antonello Gagini è stato ricostruito nella Cappella Anzalone dello Spasimo ed è pronto a essere inaugurato il 9 luglio. Custodirà ancora una volta, anche se in copia, il grande dipinto di Raffaello realizzato per la chiesa palermitana: una riproduzione identica all’originale “Spasimo di Sicilia”, realizzata per l’occasione.

I frammenti dell’altare prima della ricostruzione

È il coronamento di una lunga e complicata ricerca durata 34 anni, condotta caparbiamente da Maria Antonietta Spadaro, architetto e storica dell’arte, che dopo aver individuato e catalogato i cinquanta pezzi dell’altare conservati a Villa San Cataldo, a Bagheria, è riuscita a rimettere insieme il puzzle (ve ne abbiamo parlato anche qui). Un ritorno alle origini, dunque, per l’altare di Gagini, realizzato nel 1517 nella grande chiesa di Santa Maria dello Spasimo, fatta costruire dal giureconsulto Jacopo Basilicò e dedicata alla moglie particolarmente devota al Madonna. Adesso, dopo quasi due anni dall’inizio dei lavori di ricostruzione e restauro, condotti dall’ufficio Città storica del Comune di Palermo, l’altare è finalmente pronto.

Particolare dello “Spasimo di Sicilia” di Raffaello

La copia del dipinto di Raffaello, invece, è pronta da gennaio e aspetta solo di essere collocata sull’altare. Una congiuntura perfetta per celebrare i cinquecento anni dalla morte del grande pittore del Rinascimento. La copia è stata creata – su un’idea di Vittorio Sgarbi e Bernardo Tortorici di Raffadali – da Factum Arte, laboratorio spagnolo che riproduce i più grandi capolavori del mondo, gli stessi che hanno realizzato la Natività di Caravaggio, esposta all’oratorio di San Lorenzo di Palermo. “Il mio ultimo sopralluogo è stato il 4 marzo, alla vigilia della lunga quarantena che poi ha fermato tutto, e avremmo dovuto inaugurare lo scorso aprile, – spiega a Le Vie dei Tesori News, Maria Antonietta Spadaro – con il ritorno alla normalità, i lavori sono ripresi subito e adesso siamo in dirittura d’arrivo. È un traguardo meraviglioso, la tappa conclusiva di una vicenda iniziata nel 1986 e che termina per pura casualità nell’anno di Raffaello, dopo un lavoro faticoso e difficile”.

Uno dei pezzi dell’altare (foto Igor Petix)

Una ricerca travagliata come la storia che queste opere raccontano. La tavola di Raffaello custodita allo Spasimo dal 1519 al 1573, arriva in Sicilia dopo varie peripezie. Partita da Genova, la nave che trasporta il dipinto naufraga, ma la grande tavola che fortunatamente era stata ben imballata, si salva e fa rientro a Genova. I liguri, gridando al miracolo, vogliono trattenere l’opera e dovrà mettersi in mezzo addirittura il pontefice per farla arrivare in Sicilia. Nella seconda metà del Cinquecento, i monaci benedettini olivetani lasciano lo Spasimo, che nel frattempo era stato acquistato dal Senato palermitano, portando con loro nella chiesa di Santo Spirito, tutti gli arredi, compreso l’altare e il dipinto. Nel 1661, poi, il quadro arriva in Spagna, voluto da Filippo IV per il monastero dell’Escorial e ottenuto grazie alla complicità del viceré di Sicilia Ferdinando d’Ayala, che riesce a corrompere l’abate dei monaci olivetani.

Foto d’epoca dell’altare

Così l’altare e la tavola si separano per sempre. Se il quadro di Raffaello, dopo essere stato a Parigi, razziato da Napoleone, torna in Spagna dove si trova tutt’ora; l’altare di Gagini alla fine del Settecento viene acquistato dai gesuiti, smontato e trasferito nella Chiesa di Santa Maria della Grotta, al Collegio Massimo della Compagnia del Gesù (dove attualmente ha sede la Biblioteca regionale). Successivamente, alla fine dell’Ottocento, viene esposto al Museo nazionale dell’Olivella, diventato poi Salinas, e negli anni ’50 del secolo scorso finisce a Bagheria, smembrato in tanti pezzi a Villa San Cataldo, bene allora di proprietà dei gesuiti. È lì che inizia l’avventura per la ricostruzione: un lavoro minuzioso di rilievo dei frammenti esistenti e di raffronto con immagini d’epoca recuperate dagli archivi della Soprintendenza, che adesso si conclude dopo mille spasimi.

(Nella prima immagine in alto un particolare dell’altare, foto Igor Petyx)

 

Lo Spasimo di Sicilia (Andata al Calvario) di Raffaello

Quella casermetta diventata bene culturale

In attesa della riqualificazione, un decreto regionale sancisce il valore storico dell’edificio, esempio di architettura razionalista degli anni Trenta a Palermo

di Giulio Giallombardo

La sua torretta ricorda il fumaiolo di una nave, come il susseguirsi di finestrini, parapetti e passerelle sul prospetto. Ma oggi sembra più un relitto che si è arenato, proprio davanti ai Cantieri navali di Palermo. L’ex casermetta della Real Marina scruta il via vai di operai che ogni giorno le passano davanti, ma al suo interno non sembra esserci anima viva. Da anni si inseguono le voci di una riqualificazione che possa renderla nuovamente fruibile, ma ancora non si vede lustro all’orizzonte. Eppure, un primo segnale arriva dalla Regione Siciliana, con il Dipartimento dei Beni culturali che lo scorso aprile ha dichiarato bene di interesse culturale, l’ex casermetta progettata da Mario Umiltà nel 1939. Un decreto firmato dal dirigente generale Sergio Alessandro, dopo una verifica della Soprintendenza di Palermo, sancisce formalmente il valore storico dell’edificio, in attesa che possa presto essere recuperato.

L’ex Casermetta della Real Marina

L’ex casermetta, che si trova in fondo a via dei Cantieri, quasi davanti all’ingresso dei cantieri navali, oggi non sembra proprio godere di buona salute. Vista dall’esterno, tra finestre murate, intonaci crollati in più punti, e un senso di abbandono che appare tangibile, aspetta che qualcuno si faccia avanti per salvarla. Da Fincantieri, che detiene la proprietà, hanno ammesso che “sono allo studio ipotesi di valorizzazione del bene”, ma sui dettagli le bocche sono cucite. “Non è possibile dare anticipazioni”, hanno fatto sapere, senza aggiungere altro, non confermando, né smentendo le voci che si rincorrono su una possibile vendita del bene. Ma la dichiarazione di interesse culturale, certamente, fa ben sperare per una prossima riqualificazione.

 

Oggi, comunque, l’ex casermetta di Umiltà, resta un esempio importante di architettura razionalista degli anni Trenta a Palermo. All’inizio ospitò la caserma e gli uffici della Regia Marina militare, successivamente è stato destinato a servizi di supporto del vicino cantiere navale, all’epoca di proprietà del gruppo Piaggio. “La destinazione del fabbricato per gli usi della Marina – fanno sapere da Fincantieri – spiega la scelta di una serie di elementi che richiamano espressamente riferimenti dell’architettura navale nei quali Umiltà si era cimentato fin dagli inizi della sua professione. In particolare, la realizzazione della Casermetta discende dal programma di ammodernamento e potenziamento della forza armata sostenuto dal governo dell’epoca che trova fondamento in una normativa specifica di riforma dell’ordinamento per la costituzione e organizzazione della flotta della Real Marina”.

Il prospetto dell’ex Casermetta

La sua storia è legata alla strategia di potenziamento del cantiere, all’interno del quale fu commissionata a partire dal 1937 la costruzione di una serie di unità militari per migliorare le infrastrutture e le attività cantieristiche. Nasce, così, l’esigenza di edificare una caserma con uffici da destinare al personale della Real Marina, che costituirà il futuro equipaggio delle navi da guerra in allestimento. “La caserma – spiegano ancora da Fincantieri – risulta articolata in tre corpi di fabbrica dei quali quello centrale destinato ai dormitori degli equipaggi, mentre quelli laterali agli alloggi degli ufficiali e dei sottoufficiali. Al pianterreno trovavano ospitalità sale comuni, cucina, refettorio, uffici, infermeria e corpo di guardia, mentre al piano seminterrato locali tecnici, depositi e lavanderia”. Stanze, un tempo, piene di vita, oggi in attesa di rinascere.

(Foto Giulio Giallombardo)

Rinasce l’abbazia di San Giorgio, tra scavi e restauro

Sono ricominciati i lavori e le indagini archeologiche a Gratteri, scoperte alcune sepolture, elementi decorativi, graffiti e parte dell’antico convento

di Giulio Giallombardo

Una storia antica, ancora quasi tutta da decifrare. Circondata dai boschi di Gratteri, sulle Madonie, l’abbazia di San Giorgio è uno di quei luoghi in cui ogni angolo racconta leggende e misteri. Al fascino di suggestioni che affiorano attraverso i secoli, si affianca la ricerca storica, che in questi mesi sta scrivendo un nuovo capitolo. Sono ripartiti i lavori di restauro e indagine archeologica nel sito, iniziati poche settimane prima della pandemia e rimasti fermi durante i mesi di quarantena.

La chiesa tra i ponteggi

Oggi l’area dove resistono le mura dell’abbazia, appena sotto il centro abitato di Gratteri, è un cantiere aperto e così sarà almeno fino alla fine dell’anno, quando terminerà la campagna di scavi voluta dal Comune, finanziata con fondi del Cipe e a cui stanno lavorando gli archeologi della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo. I lavori, che ammontano a circa 600mila euro, serviranno a fare nuova luce sull’abbazia dove, in epoca normanna, vissero i monaci premostratensi, agostiniani riformati provenienti dalla Normandia, che ne fecero il loro unico monastero in Sicilia e uno dei tre in Europa (ve ne abbiamo parlato qui).

Il cantiere all’interno dell’abbazia

Sono in corso interventi di consolidamento e restauro dei muri perimetrali e delle superfici delle pareti, a cui si aggiungono indagini archeologiche che stanno rivelando non poche sorprese. “Si tratta di un’architettura davvero interessante, come poche in Sicilia – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . Durante questa prima fase di scavi, sono venuti fuori alcuni materiali lapidei davvero notevoli, come capitelli decorati o archi ricurvi che facevano parte della struttura interna della chiesa. Tutti elementi che andranno ad arricchire il museo allestito dall’amministrazione comunale di Gratteri, con la qualche si è creata una bella sinergia. All’interno della chiesa, poi, stiamo smontando parzialmente una struttura di epoca più tarda per rileggere meglio la spazialità originaria comprendendo il diaconico”.

Una delle sepolture ritrovate

Tra le nuove scoperte, poi, sono state rinvenute alcune sepolture in prossimità dell’abside e sono stati ritrovati ambienti del vicino convento di cui si erano completamente perse le tracce. “Aspettiamo di conoscere i risultati delle analisi sulle ossa per datare con esattezza gli scheletri che abbiamo trovato”, spiega l’archeologa della Soprindentenza, Rosa Maria Cucco, che sta lavorando agli scavi insieme a Lucina Galdolfo, Vincenzo Maltese e Antonio Di Maggio. “In base ai dati stratigrafici – prosegue l’archeologa – riteniamo possano riferirsi agli ecclesiastici che abitavano il convento. Siamo certamente in età medievale, ma è una cronologia non ben definita che oscilla tra la metà del dodicesimo secolo, periodo di fondazione dell’abbazia, fino almeno al tredicesimo secolo. Altri dati interessanti verranno fuori dagli scavi nell’area del convento, dove stiamo rimettendo in luce una serie di vani, cercando di isolare le strutture più antiche”.

Lavori nell’area dell’abside

All’interno delle mura perimetrali della chiesa, inoltre, su una delle pareti di quella che probabilmente fu una cappella in uso nelle fase più tarda dell’edificio, sono stati scoperti anche dei graffiti. “Si tratta di disegni forse realizzati con un cartoncino, alcuni poco leggibili, – chiarisce l’archeologa – ma quello più chiaro ritrae chiaramente una nave, disegno insolito per una chiesa. Queste decorazioni si aggiungono a quelle più antiche di età normanna che erano già note e che sono state interpretate come graffiti preparatori per le decorazioni della chiesa. Infine, sono stati scoperti anche resti sporadici più antichi, risalenti all’età bizantina, si tratta di tegole di copertura frammiste al terreno agricolo, segno che l’area era frequentata anche in epoca precedente a quella normanna”.

La facciata della chiesa prima degli interventi di restauro (foto Vacuamoenia)

Anche in prospettiva di un rilancio turistico dell’area, gli scavi saranno completati dalla riqualificazione della strada d’accesso all’abbazia e da un cancello che impedirà l’accesso all’interno della struttura. “Quando tutto sarà più chiaro – conclude la soprintendente Bellanca – speriamo di poter realizzare anche una ricostruzione virtuale di questa chiesa, un’architettura unica in Sicilia, che un tempo doveva essere davvero splendida”.

Vacanze in Sicilia nei sogni degli italiani

Promozioni per chi arriva a Palermo in aereo che si aggiungono ai voucher della Regione. L’Isola si proietta al secondo posto tra le mete nazionali

di Giulio Giallombardo

L’estate è arrivata dopo una primavera in quarantena. Nonostante il virus abbia paralizzato il mondo, la bella stagione si presenta puntuale come se niente fosse accaduto. Invece è successo di tutto. Adesso la voglia di vacanze e di normalità sta straripando come un fiume in piena, e in Sicilia – dove si è scoperto che i contagiati sono cinque volte meno di quelli annunciati – l’estate si prepara a dare, come sempre, il meglio di sé. Così, nonostante molti alberghi, ristoranti e b&b resteranno chiusi, chi ha deciso di sfidare la tempesta post-Covid, spera almeno di perdere un po’ meno del previsto. La chiave per la ripartenza è affidata principalmente ai pernottamenti gratuiti “regalati” dalla Regione Siciliana, ma che ancora stentano a partire, anche se un recente tavolo tecnico ha definito il meccanismo di funzionamento. Soggiorni gratis a chi arriva in Sicilia anche dalla Città metropolitana di Palermo, che ha presentato a Palazzo Comitini un’iniziativa congiunta con la Gesap, società di gestione dell’aeroporto Falcone-Borsellino, e Federalberghi.

La presentazione dell’iniziativa a Palazzo Comitini

È la promozione battezzata “Fly to Palermo, book 4 nights, get 1 night free” e destinata ai passeggeri in arrivo all’aeroporto di Palermo con un volo di qualsiasi compagnia aerea, a partire dal 21 giugno e per tutto il 2020. I viaggiatori potranno ottenere una notte gratis di un pacchetto di quattro notti, grazie al loro biglietto aereo, che rappresenta il passepartout dell’iniziativa. Basterà collegarsi al sito dell’aeroporto, inserire il numero del biglietto, e scegliere tra le strutture aderenti suddivise per stelle, località e tipologia. Poi, la carta di imbarco dovrà essere esibita al personale della struttura ricettiva per ottenere la quarta notte gratuita. Inoltre, grazie a un accordo con le guide turistiche, sarà offerto un tour di benvenuto senza costi aggiuntivi.

La Scala dei Turchi a Realmonte (foto Pixabay)

La speranza è di una boccata d’ossigeno per il territorio, anche alla luce delle previsioni incoraggianti annunciate nel nuovo bollettino dell’Enit. Secondo l’Agenzia nazionale del Turismo, infatti, chi ha deciso di restare in Italia, ha scelto come principali destinazioni dell’estate, la Puglia (12,4 per cento), la Sicilia (11 per cento) e la Toscana (10,6 per cento), un podio che stacca le altre località in Trentino Alto Adige (7,2 per cento), in Sardegna (6,5 per cento) ed Emilia Romagna (6 per cento). Numeri che fanno ben sperare se si pensa che del 47,5 per cento di italiani che partiranno in estate, la maggior parte resterà in patria (83 per cento). Mentre la tanto invocata destagionalizzazione, potrebbe iniziare a concretizzarsi, con i viaggi che si allungano fino ad ottobre, distribuendo così i flussi su periodi normalmente poco battuti. C’è da dire, però, che per le vacanze sono molto richieste le abitazioni private (escluse dai voucher) e le case vacanza: il 16,5 per cento alloggerà in albergo preferendo dal 3 stelle in su, mentre una quota complessiva del 36,3 per cento di turisti si recherà nelle abitazioni private, divise tra locazioni turistiche, case di amici e parenti, o seconde abitazioni di villeggiatura.

Tavolo tecnico all’assessorato al Turismo

Intanto, anche la Regione si prepara a partire con gli attesi voucher, anche se ancora manca una data precisa. Mentre non si placano le polemiche per il logo di promozione turistica dell’Isola (ve ne abbiamo parlato qui) da tanti criticato perché molto simile ad altri già utilizzati, sono in via di definizione le procedure per l’attivazione dei servizi. Il governo regionale acquisterà dei pacchetti da operatori e professionisti del settore, strutture ricettive alberghiere ed extralberghiere, agriturismi, agenzie di viaggio e tour operator, guide turistiche e cooperative. Sul piatto ci sono 75 milioni previsti dalla finanziaria per favorire la ripresa delle attività turistiche e dell’occupazione. Più precisamente – hanno fatto sapere dall’assessorato regionale al Turismo, dove si è svolto un tavolo tecnico con gli operatori – il Dipartimento Turismo pubblicherà un avviso per ricevere le manifestazioni di interesse da parte degli operatori dai quali acquistare un numero complessivo di posti letto e un altro avviso per acquistare i servizi professionali di guide, escursioni organizzate e servizi di diving.

Via Vittorio Emanuele a Palermo

“Dopo aver mappato le compagnie aeree che volano sugli scali siciliani – spiegano dall’assessorato – il Dipartimento stipula accordi con i vettori per acquistare buoni sconto da offrire come voucher al turista che acquista biglietti aerei con destinazione Sicilia. Poi, il Dipartimento pubblica un avviso per ricevere manifestazioni di interesse di agenzie di viaggi e tour operator che distribuiranno i voucher ai turisti”. Oltre ai soggiorni gratuiti (una notte gratis ogni tre prenotate), i voucher includeranno: visite guidate, escursioni, sconti sul prezzo dei biglietti aerei e ingressi gratuiti in musei e poli monumentali per un un totale di 600mila biglietti di ingresso. L’iniziativa promozionale potrà essere prorogata di un altro anno, ma non oltre il 31 dicembre 2022, quando ci si augura che quanto accaduto sia soltanto un lontano ricordo.

Affiora una croce dipinta nella Valle dei Templi

Il simbolo affrescato è stato scoperto durante gli scavi nel quartiere ellenistico-romano, si trova in una cisterna termale poi trasformata in tomba

di Giulio Giallombardo

Si intravede appena, nascosta in un angolo della Valle dei Templi. Il suo colore rosso ha resistito ai secoli e adesso riaffiora per raccontare una nuova storia. È la croce scoperta durante gli scavi nel complesso termale del quartiere ellenistico-romano, una testimonianza che gli archeologi conoscono da un paio d’anni, ma di cui finora si è discusso solo tra gli addetti ai lavori. È saltata fuori nel corso della campagna del 2018, quando si è scavato nel quarto isolato del quartiere ellenistico, che non era ancora stato oggetto di studio.

La cisterna dove si trova la croce

La croce riporta il monogramma di Cristo e dai due bracci pendono le lettere alfa e omega, che simboleggiano il principio e la fine. Quello su cui si stanno interrogando i ricercatori è cosa ci faccia un evidente simbolo cristiano sulla parete di una cisterna termale. L’ipotesi più accreditata è che in epoche successive gli ambienti del complesso siano stati utilizzati come chiesette funerarie o mausolei. “La scoperta dell’edificio termale è stata fatta nel 2014, quando il Parco ha ampliato le ricerche nel quartiere ellenistico-romano – spiega a Le Vie dei Tesori News, Valentina Caminneci, archeologa del Parco che si è occupata degli scavi insieme a Maria Concetta Parello e Maria Serena Rizzo – . Mentre i primi tre isolati sono stati portati alla luce negli anni ’50 del secolo scorso, la quarta insula è stata oggetto di scavi più recenti. Nel 2018, poi, abbiamo lavorato a un altro settore del complesso termale dove è stata scoperta la croce affrescata”.

Scavi al quartiere ellenistico della Valle dei Templi (foto Annalisa Marchionna)

Se il primo settore è stato datato con sicurezza al quarto secolo dopo Cristo, su quest’ultimo gli archeologi sono ancora incerti. “Non siamo ancora in grado di datare con precisione l’area proprio perché ci sono interventi successivi risalenti all’età bizantina e altomedievale, che hanno distrutto dei livelli d’uso dell’edificio termale – chiarisce Caminneci – . Possiamo solo dire che quest’area ha subito un sostanziale cambio di destinazione, anche perché in un’altra cisterna accanto abbiamo scoperto alcune sepolture. Pensiamo che questa croce si trovi in quella che doveva essere una tomba ricca, con una decorazione più preziosa rispetto a tutte le altre sepolture vicine. È un simbolo molto denso, che racchiude diversi significati, parecchio diffuso a partire dall’età paleocristiana”.

Terrazza inferiore nell’Insula IV

Una scoperta che si aggiunge all’immenso e stratificato patrimonio della Valle dei Templi, che dopo il buio degli ultimi mesi, sta ripartendo con tante novità. In attesa della campagna di scavi nell’area del Tempio di Giunone, in convenzione con la Scuola Normale di Pisa, il Parco sta gradualmente riprendendo le sue attività. “Approveremo presto il bilancio e entro questa estate sarà pronta la programmazione per i prossimi lavori che non interesseranno solo la Valle dei Templi – dice al nostro magazine il direttore del Parco della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta – . Faremo scavi anche a Licata, nell’area del Castello Sant’Angelo e inizieremo i lavori alla Villa Romana di Realmonte”. A breve, infine, il Parco inaugurerà il percorso per i disabili, cavallo di battaglia del direttore: “Nelle prossime settimane – spiega – partiremo con due carrozzine che metteremo all’ingresso del Tempio di Giunone. Il percorso è stato già mappato e avrà indicazioni chiare su come muoversi in assoluta sicurezza e soprattutto in autonomia, che è la cosa più importante”.

Alla scoperta del pozzo a gradini dell’Acquasanta

Si trova a Palermo nell’area dell’ottocentesca Villa Belmonte e serviva per raggiungere più facilmente le macchine idrauliche dell’ipogeo

di Giulio Giallombardo

Cento gradini che sprofondano a 25 metri sottoterra. Una lunga scalinata scavata nella roccia che si tuffa in un limpido specchio d’acqua, sotto le pendici di Monte Pellegrino. È il pozzo a gradini che si trova nell’area dell’ottocentesca Villa Belmonte, gioiello di architettura neoclassica, che domina la borgata marinara dell’Acquasanta, a Palermo. Il pozzo, che è attualmente in fase di studio, risale con molta probabilità alla fine dell’Ottocento e serviva per raggiungere più facilmente i macchinari idraulici del pozzo per gli interventi di manutenzione.

Il pozzo a gradini dell’Acquasanta (Foto Pietro Todaro)

“Le macchine di fine Ottocento erano molto ingombranti e si realizzavano queste scale accessorie che consentivano di intervenire per lavori di sostituzione o riparazione”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Pietro Todaro, geologo tra i maggiori esperti del sottosuolo della città. “Le pompe a stantuffo erano molto grandi – prosegue – ed era impossibile intervenire calandosi dalla camera del pozzo, così gli operai scavavano questi pozzi”. Quello dell’Acquasanta, a differenza di altri pozzi della stessa tipologia presenti a Palermo, è particolarmente profondo. Conta precisamente 102 gradini scolpiti in un blocco di calcarenite, che conducono in un bacino di 16 metri quadrati pieno di acqua freatica, (chiamato “scammaratu” in siciliano), probabilmente mista ad acqua di mare, data la vicinanza con la costa.

Scorcio di Monte Pellegrino con Villa Belmonte

“Dalla fine dell’Ottocento e ancora nel Novecento – spiega Todaro in un post pubblicato su Facebook – l’acqua era pompata in superficie per irrigare le sopravvivenze dei terreni della tenuta del principe di Belmonte e si racconta anche di un tentativo di allevare anguille nello ‘scammaratu’, sfruttando la caratteristica che queste preferiscono vivere nelle fessure delle rocce, nel fango e predare nelle ore notturne”.

Villa Belmonte

In questo momento il pozzo non è visitabile, ma in futuro, con i dovuti accorgimenti di sicurezza, potrebbe essere reso fruibile. Soprattutto alla luce dei lavori di restauro di Villa Belmonte completati un anno fa dalla Regione Siciliana per il trasferimento degli uffici del Consiglio di giustizia amministrativa (ve ne abbiamo parlato qui). Il complesso monumentale, che appartiene al demanio della Regione, comprende la villa, i corpi accessori tra cui scuderia, ex cappella, ex casa del custode, parco e tempietto di Vesta. “In un prossimo futuro – immagina Todaro – messo in sicurezza e attrezzato l’ipogeo, che è in comunicazione anche con una vasta ‘pirrera’ e stalla sotterranea, il sistema potrà costituire una risorsa turistica aperta alle visite di leggero speleo-trek assistito, in grado di consentire anche osservazioni geologiche e paleontologiche sul sottosuolo della nostra città”.

La mostra "Mapping" di Julien Friedler (foto Giulio Giallombardo)

Inaugurata la prima mostra dopo il lockdown

Al Loggiato San Bartolomeo una personale di Julien Friedler con uno speciale percorso di visita all’insegna della sicurezza

di Giulio Giallombardo

La mostra "Mapping" di Julien Friedler (foto Giulio Giallombardo)

Niente baci o strette di mano, ma un lungo abbraccio con l’arte. Un’esplosione di colori fa vibrare il Loggiato San Bartolomeo, sede della prima mostra allestita a Palermo dopo il letargo avvelenato dal virus. Per uno scherzo del destino, ciò che rimane del seicentesco ospedale che si affaccia sul Foro Italico, diventa oggi simbolo di rinascita e di una nuova “guarigione”. La cura è affidata alle pennellate visionarie di Julien Friedler, eclettico artista e scrittore belga, che nel suo percorso creativo ha intrecciato filosofia, psicanalisi e pittura. Sono esposti da oggi 31 dei 59 quadri che compongono “Mapping”, la mostra di opere recenti dell’artista, divisa tra Palermo, con visite fino al prossimo 7 luglio, e Villa Lagarina, in provincia di Trento, dove sarà inaugurata il 25 luglio a Palazzo Libera.

La mostra "Mapping" di Julien Friedler (foto Giulio Giallombardo)
La mostra “Mapping” di Julien Friedler

Il Loggiato, che nei giorni scorsi è diventato un vero e proprio cantiere di studio per la riapertura in sicurezza, questa mattina, in occasione dell’inaugurazione, ha aperto le porte a un pubblico ordinato e rispettoso dei riti a cui la pandemia ci ha ormai abituato. Ingressi contingentati, rigorosamente con mascherine e solo dopo aver superato la prova dei termoscanner. Il percorso della mostra, voluta dalla Fondazione Sant’Elia e organizzata da Mlc Comunicazione, è disseminato di nastri e indicazioni sul pavimento, e procede a sensi unici di percorrenza. All’ingresso un monitor segnala la presenza di visitatori e i tempi di attesa, supportato da un nuovo impianto di videocamere. Un’attenzione particolare è stata posta anche sull’areazione della sala, con un sistema di apertura degli infissi che privilegia la ventilazione naturale rispetto a quella artificiale degli impianti di climatizzazione.

 

Una rilettura dello spazio, adeguato alle norme di sicurezza, che va di pari passo con la mappatura che dà il titolo alla mostra. Opere dal cromatismo a tratti soffuso a tratti vivace, stratificate, popolate da figure fantasmagoriche, oniriche e primordiali. “È un progetto che sottende molti aspetti di rinascita e rigenerazione, per questo molto attuale – ha spiegato Gianluca Marziani, curatore della mostra insieme a Dominique Stella – . Friedler è un artista che da circa vent’anni lavora in modo costante sui legami tra cultura bianca occidentale e esperienze antropologiche legate al continente africano. Proprio in Africa ha diversi presidi di studio, ma anche di supporto alle comunità locali e la mappatura rappresentata nella sua arte è un lavoro di stratificazione e sulle possibili sinergie tra culture diverse”.

La mostra "Mapping" di Julien Friedler (foto Giulio Giallombardo)
Opere in mostra

Così, questa magmatica cartografia immaginaria, fatta di segni, macchie di colore e graffiti si traduce in opere dalla grande libertà espressiva. Paesaggi interiori che deflagrano lasciando affiorare nuove particelle di vita. “È un lavoro dove c’è davvero l’idea di un uomo nuovo – ha sottolineato ancora il curatore – di pulizia catartica da tutta una serie di mitologie e iconografie che ci siamo portati dietro soprattutto durante il ‘900, caratterizzato da questo grande travisamento in chiave colonialista della cultura africana. Qui siamo davanti a una forma di post-colonialismo molto intelligente e rigenerativo, soprattutto oggi quando ciò che abbiamo vissuto, ci ha messo davanti a limiti e debolezze che come umanità dobbiamo affrontare in maniera diversa”.

Leoluca Orlando alla mostra "Mapping" (foto Giulio Giallombardo)
Leoluca Orlando alla mostra “Mapping”

“L’arte esprime e rinnova la libertà dell’anima, raccoglie il segno dei tempi, ci impone di confrontarci con il cambiamento che questa catastrofe globale ci ha imposto”, ha commentato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, presente all’inaugurazione insieme al curatore e al soprintendente della Fondazione Sant’Elia, Antonino Ticali. “Questa mostra è una straordinaria operazione che mette insieme espressione artistica e sistemi di sicurezza avanzati per la tutela della salute – ha aggiunto il sindaco – . Possiamo godere davanti al nostro Mediterraneo opere di un autore che pur essendo belga ha grande sensibilità per l’Africa, continente che rappresenta in questo momento il vero futuro del mondo”.

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20. Per informazioni telefonare allo 0917747695.

(Foto Giulio Giallombardo)

In volo sulle Madonie: nasce la prima zipline siciliana

Tutto pronto per l’inaugurazione dell’impianto a San Mauro Castelverde, un cavo lungo 1650 metri per volare tra monti e valli

di Giulio Giallombardo

Volare a cento chilometri orari tra le valli delle Madonie. Un minuto e mezzo di pura adrenalina sospesi nel vuoto a trecento metri d’altezza. Sono emozioni forti quelle che promette la prima zipline siciliana, un cavo lungo 1650 metri che farà di San Mauro Castelverde, borgo delle esperienze estreme. Si spiccherà il volo da una postazione installata vicino all’ex convento dei Benedettini, alla periferia del paese, per “atterrare” lungo la strada provinciale che dal centro abitato conduce alla frazione di Borrello, in contrada Pero.

La partenza sulla zipline

Dopo anni di annunci e attese, l’impianto – costato circa un milione di euro – è pronto a essere inaugurato. “Stiamo predisponendo il bando di gara che sarà ultimato entro il 15 giugno, così da affidare la zipline intorno alla metà luglio, per inaugurarla alla fine dello stesso mese”, ha assicurato il sindaco di San Mauro, Giuseppe Minutilla, a Le Vie dei Tesori News. Il “volo dell’angelo” sarà, dunque, l’attrattiva dell’estate del piccolo centro madonita. Una teleferica d’acciaio, con una pendenza del 16 per cento, tirata tra due punti diversi a cui ci si aggancia su una carrucola fornita di dispositivi frenanti. Una corsa tra le nuvole in tutta sicurezza, che – spiega il sindaco – “potranno fare anche i diversamente abili con una speciale imbracatura”.

San Mauro Castelverde

La zip-line di San Mauro, infatti, offre tre modalità di volo: la prima, quella classica a pancia in giù; poi si potrà scegliere di stare seduti, aggrappati alla carrucola e, infine, previsto anche un sistema di sicurezza dedicato ai disabili. “La nostra zip-line è stata realizzata da una ditta di Belluno specializzata in impianti di questo tipo – aggiunge il sindaco Minutilla – è una tecnologia tutta italiana con un sistema di frenaggio magnetico, molto efficiente. Il cavo d’acciaio è stato realizzato in un’unica fusione in Austria e poi intrecciato in Italia. Siamo davanti a un impianto sicuro al cento per cento, che quando entrerà a regime farà volare circa 10mila persone all’anno”.

Gole di Tiberio (foto Rosario Vecchio, Wikipedia)

I “voli” partiranno dalle 9 fino alle 20 durante la stagione estiva, anche se la fruibilità sarà legata alle condizioni meteorologiche: in presenza di vento, infatti, l’impianto sarà chiuso. Inoltre, nella postazione d’arrivo, è previsto un servizio di navetta che porterà i visitatori fino al punto di partenza. “Abbiamo scommesso molto su quest’impianto, che darà lavoro a una dozzina di persone, più l’indotto – sottolinea il sindaco – . Un investimento che darà una mano ai nostri i giovani e diventerà volano dello sviluppo del territorio. Insieme alle Gole di Tiberio, la zip-line sarà l’attrattiva di punta del nostro borgo, anche se abbiamo in cantiere la realizzazione di un ‘villaggio delle fate’, ovvero alcune case sugli alberi che nasceranno su un colle vicino al paese. Vogliamo che San Mauro diventi luogo di attrattiva turistica per una vacanza fuori dagli schemi, tra natura, cibo e cultura”.

Le Vie dei Tesori News

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