In vendita cappella liberty nascosta nel centro di Palermo

In un piccolo cortile, circondata dai palazzi, la chiesetta appartenuta ai coniugi Lo Bianco e adesso tra i beni dell’Istituto Diocesano per il sostegno del Clero, è in cerca di nuovi proprietari

di Giulio Giallombardo

È nascosta in un piccolo cortile nel centro di Palermo, circondata dai palazzi, in una delle zone più calde della movida. È una piccolissima chiesa dal gusto liberty, costruita un secolo fa come rifugio per una coppia di coniugi in cerca di conforto dopo la perdita dei loro giovani figli. Un intimo tempio della memoria e degli affetti, che ancora oggi affascina e sorprende. È la cappella Lo Bianco, in via La Lumia, adesso di proprietà dell’Istituto Diocesano per il sostegno del Clero, ente che ha deciso di metterla in vendita al prezzo di 135mila euro.

Portoncino d’ingresso

L’annuncio è apparso online e rilanciato sui social, animando un vivace dibattito. “Quello che sto per mostrarti – si legge nel commento dell’inserzionista – è un piccolo gioiello nascosto nel centro di Palermo. Non ti parlo di un appartamento, di una bottega, di un locale o altro ancora. Nulla che tu abbia già letto o sentito. Quello che vedi è un luogo pieno di storia. Una cappella privata, costruita in pieno stile Liberty nel 1923”.

Una delle finestre con le vetrate

Alla cappella, indicata nell’annuncio come “proprietà rustica”, si accede da un cancello su via La Lumia, a due passi da via Libertà. Aperta e visitabile solo in pochissime occasioni agli inizi del 2000, la chiesetta è una di quelle nate a Palermo nel primo ventennio del Novecento, a servizio di residenze alto borghesi. Fu fatta costruire nel 1923 da Giovanni e Rosa Lo Bianco, per ricordare i loro due figli morti prematuramente durante un’epidemia di spagnola.

Il campanile

La nascita delle chiese private nei primi anni del secolo scorso – come spiega l’architetto Lelia Collura in un articolo di Salvare Palermo – si deve alla legge che nel 1866 soppresse gli ordini e le corporazioni religiose. “Si verificò a livello privato un crescente interesse per piccoli luoghi di culto, spesso cappelle o chiesette, – scrive l’architetto – che ebbero in comune tra loro, oltre le modeste dimensioni d’impianto, anche l’epoca di realizzazione: il primo ventennio del nuovo secolo. L’uso di annettere alle residenze di un certo prestigio piccole cappelle private, era stato retaggio dell’architettura dei palazzi nobiliari e delle ville del Settecento”.

La cappella Lo Bianco

Le linee semplici dell’esterno, con un portoncino sormontato da una lunetta e un piccolo campanile in mattoni, contrastano con la raffinatezza dell’interno. Nella sala – prosegue Collura – “si percepisce un tardo sapore liberty nelle decorazioni alle pareti e al soffitto, nei perfili dorati che evidenziano il lieve risalto degli elementi architettonici, nelle belle vetrate colorate dai disegni geometrici. L’iconografia presente è della più classica: gli affreschi con i volti di quattro santi scandiscono simmetricamente la piccola navata, mentre sul soffitto un’elegante cornice di spighe e nastri, inquadra una scena con angioletti che adornano l’Eucaristia e un Agnus Dei. Vi sono poi putti e fastigi dorati sull’altare, acquasantiere a forma di conchiglia, un quadro-luci che è un vero capolavoro di impiantistica dell’epoca”.

Cancello su via La Lumia

La cappella in funzione fino agli anni ’60 del Novecento, rimase abbandonata per anni fino a quando cittadini, associazioni e istituzioni si mossero per salvarla. È del 2003 il restauro finanziato dall’assessorato regionale ai Beni Culturali, per il recupero della cappella, che si trovava in condizioni di degrado. Gli affreschi erano stati danneggiati dalle infiltrazioni d’acqua piovana e il controsoffitto in corrispondenza dell’altare era parzialmente crollato. Ormai chiusa da anni, la cappella adesso è in cerca di nuovi proprietari.

(Foto Giulio Giallombardo)

L’esterno dell’edificio

Palazzo Adriano porta in “paradiso” il suo museo del cinema

Lo spazio espositivo dedicato al capolavoro di Giuseppe Tornatore conquista il primo posto nella classifica della piattaforma di rating Ranxter

di Giulio Giallombardo

C’è la bici su cui Alfredo portava a spasso il piccolo Totò, accendendo i suoi sogni. Ma anche il proiettore che quei sogni li materializzava sul grande schermo. E poi tantissimi cimeli e fotografie, fermoimmagini di un capolavoro. Il Museo Nuovo Cinema Paradiso di Palazzo Adriano è la memoria storica del film di Giuseppe Tornatore, un ispirato miracolo in celluloide su cui in pochi avrebbero scommesso.

La consegna del premio

Adesso questo piccolo spazio espositivo nel borgo che ha fatto da set alla pellicola, ha vinto il suo personale “Oscar”, conquistando il primo posto della classifica dei migliori musei del cinema mondiali, secondo la piattaforma di rating Ranxter. Il premio è stato consegnato alla comunità di Palazzo Adriano dai rappresentanti della piattaforma digitale ungherese dedicata al cinema, che raccoglie punteggi, commenti e gradimenti da parte degli utenti di tutto il mondo. Il Museo Nuovo Cinema Paradiso è stato definito luogo “cult, magico, evocativo, che riesce a dare forti emozioni ai visitatori”.

Il cineproiettore usato durante le riprese

Allestito e curato dall’amministrazione comunale al piano terra del settecentesco Palazzo Dara, il museo – sulle note delle musiche di Ennio Morricone – raccoglie oltre cento foto del set, tutte originali, molti oggetti di scena, persino le sedie in legno reclinabili usate nella sala del cinema. C’è poi un plastico che riproduce il centro del borgo con l’indimenticabile piazza teatro delle riprese. “È un luogo emozionante, vengono da tutto il mondo per visitarlo – dice soddisfatto il sindaco di Palazzo Adriano, Nicola Granà, a Le Vie dei Tesori Magazine – questo riconoscimento ci riempie di gioia e dà ancora più valore al lavoro fin qui svolto. I luoghi del cinema oggi sono molto apprezzati per tutto quello che raccontano e noi continueremo a percorrere questa strada per il nostro paese, contando di tornare ai numeri che avevamo prima della pandemia”.

L’insegna del Museo del cinema

Ma nel borgo arbëreshë dei Sicani, che Tornatore ribattezzò “Giancaldo”, in omaggio alla montagna che sovrasta la sua Bagheria, si guarda avanti. Nei giorni scorsi sono stati affidati i lavori per creare il nuovo museo dedicato al film, che sorgerà accanto all’attuale sede, nell’ex palazzo del Municipio. “Contiamo di inaugurarlo la prossima estate, in occasione del nostro Paradiso Film Fest – afferma ancora il sindaco – , non sarà solo un luogo dedicato all’esposizione dei cimeli, ma sono previsti anche percorsi multimediali e due salette cinematografiche dove organizzeremo rassegne tematiche”. Uno spazio di comunità per continuare a sognare.

Creare valore con il cibo, giovane siciliano tra i migliori innovatori del mondo

Il catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore dell’azienda Boniviri, è l’unico italiano selezionato tra i “50 Next”, gli under 35 che stanno plasmando il futuro mondiale della gastronomia

di Giulio Giallombardo

Giovani visionari preparano il cibo di domani. La gastronomia del futuro ripensa al rapporto con l’ambiente, valorizzando le eccellenze con un approccio sempre più etico. Lo sanno bene i talenti della seconda edizione di 50 Next, un elenco di operatori del settore gastronomico, creato da 50 Best, l’organizzazione che ha ideato The World’s 50 Best Restaurants e The World’s 50 Best Bars. Non una classifica – sottolineano gli organizzatori – ma un elenco di 50 virtuosi provenienti da 30 territori in 6 continenti, che vanno dai 22 ai 37 anni. Nomi scelti tra oltre 400 candidature e ricerche ad opera del Basque Culinary Center, partner accademico di 50 Next.

Al centro Corrado Paternò Castello durante la cerimonia di 50 Next

Così, tra la pasticcera ucraina che sta rivoluzionando il mondo dei dolci, lo chef sudafricano che valorizza le donne, battendosi contro i pregiudizi, o il pescatore che lotta contro l’inquinamento marino in Grecia, c’è anche un giovane siciliano, unico a rappresentare l’Italia tra i cinquanta selezionati. È il 31enne catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore insieme ad Alessandra Tranchina e Sergio Sallicano, di Boniviri, start up innovativa e società benefit che ha l’obiettivo di creare valore con il cibo attraverso la selezione delle eccellenze del territorio, la valorizzazione della filiera agricola locale e la tutela dell’ambiente.

Il team di Boniviri

Una realtà siciliana giovanissima, nata da appena due anni, che sta portando avanti, con un approccio rigoroso, un nuovo modello d’impresa. L’obiettivo è promuovere i prodotti di coltivatori selezionati, avvicinando il mondo di chi consuma e quello di chi coltiva attraverso qualità e sostenibilità. “La società – spiegano i fondatori di Boniviri – vuole contribuire a contrastare l’abbandono dell’attività dei piccoli imprenditori agricoli, a combattere il cambiamento climatico, a ridurre gli sprechi della produzione e del packaging in ottica di economia circolare e a creare una piattaforma di comunicazione e collaborazione tra consumatori e produttori”.

I giovani di 50 Next 2022

Attività che i giovani imprenditori stanno portando avanti, mettendo nero su bianco i loro obiettivi nella “mappa d’impatto” e i risultati raggiunti nei primi due anni in una dettagliata “relazione d’impatto”. Il modello di Boniviri, in sintesi, prevede l’acquisto di prodotti di alta qualità, salutari e sostenibili da coltivatori di eccellenza (da qui il nome “Boniviri”, ovvero “persone di valore” dal latino), impegnandoli in un percorso verso obiettivi di sostenibilità. Nel farlo, Boniviri ripensa la filiera e il packaging dei prodotti in ottica sostenibile, azzerando l’impronta di carbonio dei prodotti attraverso progetti di compensazione.

Corrado Paternò Castello

Finora hanno aderito al progetto undici piccole aziende agricole siciliane, che si sono impegnate a seguire determinati protocolli di qualità, rispettando l’ambiente e creando così maggior valore dei loro prodotti. Esempio concreto di queste buone pratiche è stata la produzione, nella primavera dell’anno scorso, del primo olio extravergine di oliva biologico italiano “carbon neutral”. L’impatto delle emissioni della filiera dell’olio è stato calcolato durante la produzione permettendo, ad esempio, di capire che una bottiglia da 750 millilitri di olio extravergine d’oliva genera emissioni pari a 2,88 chili di CO2 equivalente. In questo senso, anche il packaging è stato rivoluzionato: dalla bottiglia con alta percentuale di vetro riciclato, prodotta localmente per ridurre l’impatto dei trasporti, all’etichetta a basso impatto ambientale realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali delle olive.

Coltivatori di Boniviri

Un modello studiato anche alla Bocconi di Milano che adesso ha ricevuto l’importante riconoscimento dalla 50 Best. “Sono orgoglioso di questo prestigioso riconoscimento che premia il modello d’impresa Boniviri – ha dichiarato Corrado Paternò Castello, che ha ricevuto il riconoscimento lo scorso 24 giugno a Bilbao, nella categoria ‘Gamechanging Producers’ – . Un modello innovativo e sostenibile che punta a creare valore con il cibo attraverso la realizzazione degli obiettivi che abbiamo definito nella nostra Impact Map: avvicinare il mondo di chi coltiva a quello di chi consuma attraverso la sostenibilità, salvaguardare le piccole aziende agricole di valore rendendole prospere e sostenibili; sensibilizzare sull’importanza di produrre alimenti il più possibile eco-friendly”.

Torna il basolato alla Cattedrale, il cuore di Palermo cambia volto

Prende forma la nuova pavimentazione in pietra di Billiemi in via Bonello. Il primo di una serie di interventi di riqualificazione che interessano diverse zone del centro storico

di Giulio Giallombardo

Un viaggio indietro nel tempo a più di cento anni fa, quando lo scalpitio dei cavalli e il rumore delle carrozze echeggiava tra le strade. Stanno tornando le basole in una delle vie più importanti di Palermo, in pieno centro storico, tra la Cattedrale e il Palazzo Arcivescovile. Prende forma la nuova pavimentazione in via Matteo Bonello, che proseguirà in via dell’Incoronazione fino in piazza Sett’Angeli, circondando la Cattedrale. La prima parte di lavori, iniziati lo scorso marzo, si concluderà a metà luglio, nei giorni del Festino, per poi completare l’anello a settembre.

La pavimentazione in pietra di Billiemi

Si tratta del primo lotto di interventi che ridaranno un nuovo volto alle strade del centro storico, eliminando progressivamente il cemento per lasciare spazio alle pietre. “Siamo a buon punto, ma ancora c’è tanto lavoro da fare – spiega a Le Vie dei Tesori Magazine l’architetto Giuseppe Prestigiacomo, coordinatore del gruppo di lavoro dell’Ufficio Città storica del Comune – , arriva un carico di basole ogni settimana, per cui ci vorrà ancora qualche mese per completare questa prima fase, che da via Bonello proseguirà in via dell’Incoronazione. È bello in questi giorni vedere i turisti che si fermano sul basolato a scattare foto alla cattedrale. Ci auguriamo che la nuova amministrazione prenda in considerazione di pedonalizzare anche questo tratto di strada”.

Il cantiere in via Bonello

Un lavoro di riqualificazione fatto con blocchi provenienti dalle cave dei vicini monti di Billiemi, da cui si estrae la grigia pietra calcarea che per secoli ha decorato la città. “Vogliamo che le strade del nostro centro storico tornino alla bellezza di un tempo – prosegue Prestigiacomo – sappiamo con certezza come erano grazie ad alcuni documenti di fine Ottocento che abbiamo recuperato. Allora gli scalpellini lavoravano le basole e ogni pietra era diversa dall’altra. Oggi i blocchi vengono tagliati a misure precise e installati completando il lavoro in strada. Ma dove possiamo, lavoriamo sulle basole antiche, ripristinando la pavimentazione originaria, come abbiamo fatto in via Meli o stiamo facendo nella zona del mercato di Ballarò”.

I campanili della Cattedrale e il Palazzo Arcivescovile

Questa prima fase di lavori è stata finanziata con 4 milioni e mezzo di fondi del Patto per il Sud. Un accordo quadro del 2016 che comprende anche altre strade del centro storico, come piazzetta e vicolo Zagarellai, alla Kalsa, dove sta tornando l’acciottolato come era alla fine dell’Ottocento, in via Candelai e in cortile del Semolaio, a Ballarò. Ma da spendere ci sono altri 25 milioni di euro del Cis, il Contratto istituzionale di sviluppo, con interventi già programmati in mezzo centro storico.

I blocchi di pietra di Billiemi

Un capitolo a parte riguarda la pavimentazione di via Maqueda, strada storica che ormai da anni ha detto addio alle auto, diventando uno degli assi pedonali più frequentati da turisti e palermitani. “Il progetto è pronto e ha ricevuto il via libera anche dalla Soprintendenza – sottolinea Prestigiacomo – . Riguarda inizialmente il tratto che da piazza Verdi arriva ai Quattro Canti, se la nuova amministrazione deciderà di finanziarlo, siamo pronti a partire. Certo, la situazione in via Maqueda è molto delicata, ci vorrebbe un po’ più di controllo e rigore. Ormai i tavolini hanno occupato buona parte della strada, rendendo a tratti complicato il passaggio dei pedoni, ma se i lavori si faranno sarà un bene per la città”.

(Foto Giulio Giallombardo)

Campi di lavanda nei Sicani, il sogno di una giovane coltivatrice

Laureata in disegno industriale, Francesca Cinquemani ha deciso di restare nell’azienda agricola di famiglia, ad Alessandria della Rocca, dando vita a una piantagione estesa per quasi un ettaro

di Giulio Giallombardo

Un sogno viola al profumo di lavanda. Riti antichi officiati da giovani cuori. Radici profonde piantate nei Sicani. È una combinazione alchemica di elementi che ha convinto Francesca Cinquemani a restare ancorata nel profondo sud della Sicilia, nelle terre di famiglia, tra Alessandria della Rocca e Cianciana. È lì che questa giovane donna di 27 anni ha deciso di far nascere uno dei pochi campi di lavanda presenti in Sicilia. Con in tasca una laurea triennale in disegno industriale, ama definirsi “agrodesigner”, mettendo insieme la formazione da progettista all’amore per la natura. È stato proprio durante gli studi, che Francesca ha capito che il vero tesoro l’aveva in casa. Si laurea con una tesi sulle api e il miele, costruendo la comunicazione visiva dell’azienda agricola creata dal nonno, contadino da quando aveva 8 anni e che lei oggi contribuisce a portare avanti.

Campi di lavanda dell’azienda Campagna

Poi, un anno fa, dopo un periodo difficile, sente il bisogno di rallentare, seguendo il ritmo della natura. E arriva la folgorazione per la lavanda, con le sue mille qualità. Decide così di cominciare coltivando quasi un ettaro di terra con mille piante di lavanda angustifolia che adesso sono cresciute. “Ho scelto la lavanda perché è una delle piante che hanno fatto parte della mia analisi di ricerca per la tesi – racconta Francesca a Le Vie dei Tesori – , cresce benissimo nel nostro territorio, è molto selvatica, non ha bisogno di fitofarmaci o di troppa acqua. Poi si presta a svariati usi, per scopi cosmetici, terapeutici, per profumare gli ambienti e per la produzione di olio essenziale”.

Francesca Cinquemani tra le sue lavande

Ma il desiderio di Francesca è di creare un laboratorio di erbe officinali nelle sue terre, che, oltre alla lavanda, comprenda anche piante come camomilla, calendula e altre essenze. Un valore aggiunto per l’azienda agricola del nonno, Leonardo Campagna, che già produce olio, miele, mandorle e altre eccellenze del territorio. “Grazie ai miei studi ho riscoperto l’amore per la natura e per i terreni della mia famiglia – sottolinea Francesca, tornata in Sicilia da Monza, lo scorso maggio dopo sei mesi da insegnante in una scuola media – e pensare che da piccola quando mi chiedevano di contribuire alla raccolta delle mandorle, non ne volevo sapere. Oggi, invece, voglio valorizzare quello che ho la fortuna di possedere. È la terra in cui sono nata, qui ci sono le mie radici e non ho alcuna intenzione di andare via”.

Fiore di lavanda

Così, adesso la giovane “agrodesigner” ha pensato anche di intrecciare i fiori di lavanda alle antiche tradizioni della festa di San Giovanni, patrono di Alessandria della Rocca, che si celebra il 23 giugno, nei giorni del solstizio d’estate. “Quella notte da sempre viene considerata magica, – spiega Francesca – in questo periodo dell’anno la natura giunge al massimo del suo splendore e quindi, per proteggere il raccolto da eventi meteorologici avversi, venivano celebrati rituali propiziatori e preparazioni, tra cui l’acqua di San Giovanni. Si raccoglievano diversi fiori che venivano lasciati macerare tutta la notte dentro un contenitore pieno d’acqua, così da sprigionare le loro proprietà balsamiche, al culmine in questi giorni di inizio estate. L’indomani l’acqua si utilizzava per lavarsi il viso, le mani, il corpo, come in un rito purificatore”.

Siepi di lavanda

Una tradizione antica diffusa anche in altre regioni italiane, che fa da sfondo a un evento organizzato dalla giovane coltivatrice, il 23 giugno al tramonto, dalle 18 alle 21. L’ha chiamato “Lavanda Experience”, ovvero un percorso sensoriale per scoprire la coltivazione e gli usi di questa pianta, ammirare le sfumature viola e respirare il profumo dei suoi fiori, che sbocciano soltanto una volta all’anno. Un’esperienza nei terreni dell’azienda agricola di Alessandria della Rocca, in contrada Nora al Piano, che comprende anche un aperitivo al tramonto con degustazione di prodotti e antiche ricette di famiglia. Un rito che si rinnova.

Per informazioni sull’evento “Lavanda Experience” telefonare al 3275710375

Dalla Lettonia a Gangi, coppia punta sul borgo tra turismo e selfie point

Andis Cekuls di Riga e Rosalia Le Calze di Palermo si sono trasferiti nel piccolo centro delle Madonie e adesso portano avanti un progetto di promozione territoriale, tra mappe digitali e contenuti multimediali

di Giulio Giallombardo

Hanno scoperto Gangi l’estate scorsa grazie a Pegman. Puntando per caso l’omino giallo di Google Maps al centro della Sicilia è apparso quel mantello di tetti che avvolge monte Marone, una scalinata di case con l’Etna sullo sfondo. Da allora è stato amore a prima vista. Una giovane coppia internazionale ha deciso di trasferirsi nel borgo delle Madonie per farlo conoscere al mondo intero. Lui è Andis Cekuls, lettone di 27 anni, ingegnere gestionale a capo di Phycon, azienda di sviluppo tecnologico con sede a Riga; lei è Rosalia Le Calze, 33 anni palermitana, videomaker e montatrice laureata al Dams e specializzata nella creazione di contenuti digitali.

Gangi (foto visitgangi.com)

Tanti anni in giro tra Roma, Londra e Riga, i due si sono conosciuti a Napoli nel 2017 mentre lui studiava alla Apple Academy e lei lavorava con i The Jackal e altri gruppi della città. Poi quattro anni in Lettonia, il matrimonio nel 2019 e il colpo di fulmine per Gangi l’estate scorsa. Per Rosalia è il ritorno in Sicilia, per Andis la scoperta di un borgo da valorizzare. “Siamo rimasti rapiti prima dalle immagini viste sul web e poi andare lì da turisti è stato bellissimo e ce ne siamo innamorati, – racconta la videomaker – io pur essendo palermitana ammetto che non conoscevo Gangi ed è stata una vera sorpresa”.

La Cattedrale e i tetti di Gangi (foto visitgangi.com)

Così, dopo le vacanze estive l’amore continua a decantare e dallo scorso febbraio la coppia ha deciso di trasferirsi a Gangi. Adesso Andis e Rosalia, finora in affitto, stanno cercando una casa da comprare e nel frattempo portano avanti un progetto turistico, adattando al territorio strategie promozionali già usate nel mercato estero, soprattutto quello baltico. “Abbiamo lavorato molto nel settore turistico collaborando con i governi di Lettonia, Estonia e Lituania – dicono Andis e Rosalia – abbiamo creato mappe interattive e progetti esperienziali di promozione territoriale. Questi paesi sono tra i più tecnologici d’Europa. Così, adesso vogliamo mettere a servizio della comunità gangitana la nostra esperienza professionale”.

Andis e Rosalia sotto la torre dei Ventimiglia

Un primo passo è la creazione del brand “Visit Gangi”, con un portale interattivo che permette di vivere il borgo attraverso contenuti digitali. Una guida per i turisti che comprende informazioni utili su dove mangiare e cosa vedere, con una mappatura del borgo arricchita da foto, video e articoli sia in inglese che in italiano. Adesso, si aggiungono i dodici selfie points sparsi per il paese, scorci perfetti per scattare foto, che spesso coincidono con tesori come il sontuoso palazzo Bongiorno, oggi sede del Comune, o l’imponente torre dei Ventimiglia, “appoggiata” alla Chiesa Madre.

Uno dei selfie point di Gangi

I selfie point, realizzati dal designer lettone Artūrs Skrebeļs, hanno tutti un codice QR che rimanda all’articolo dove sarà possibile individuare anche gli altri punti di interesse. Suggeriscono anche gli hashtag da usare dopo aver scattato la foto, e chi otterrà più like potrebbe vincere un premio di riconoscimento: provare, ad esempio, un dolce tipico, ricevere un souvenir fatto a mano da un artista del posto, o addirittura trascorrere una notte in uno degli hotel e b&b del borgo.

Selfie sotto al Torre dei Ventimiglia

“È un progetto destinato a crescere, che stiamo portando avanti investendo con le nostre risorse. Abbiamo tante idee su come continuare a valorizzare questo borgo – aggiunge Andis – , ma il valore aggiunto, al di là della bellezza del posto, tra panorami incredibili, chiese e palazzi, è senza dubbio il calore della gente. Ho girato tanto e non ho mai incontrato persone così generose e gentili, aperte e pronte ad abbracciare nuove idee. Non potevamo che restare qui e condividere col mondo questa bellezza”.

Da rudere a museo aperto alla città: la nuova vita di Palazzo Sammartino

Consegnato il progetto di restauro della dimora settecentesca del centro storico di Palermo, da anni in abbandono. Ospiterà appartamenti privati, ma anche spazi culturali espositivi all’interno e all’esterno

di Giulio Giallombardo

Macerie e rinascita. Cancellare gli sfregi delle bombe e dell’abbandono che ancora oggi sono lame conficcate nel ventre di Palermo, risanandone le ferite. L’odissea del settecentesco Palazzo Sammartino di via Lungarini si appresta a diventare paradigma e storia di una riqualificazione partecipata. Dopo aste andate a vuoto e manifestazioni di interesse ignorate, una cordata di 18 persone decide di fare squadra, acquistando ciò che resta dello storico edificio di proprietà comunale nel centro storico della città.

Palazzo Sammartino

Adesso è pronto il progetto di restauro, che trasformerà quello che attualmente è un rudere, in un palazzo di tremila metri quadrati con 17 unità immobiliari, ma che diventerà anche un luogo aperto alla città, con uno spazio museale interno, al pianterreno, dedicato alle tradizioni popolari siciliane e un’area esterna destinata a ospitare opere d’arte contemporanea.

La corte di Palazzo Sammartino

Risale a poco prima della pandemia la “fumata bianca” con la proposta di acquisto ricevuta dal Comune, per poco meno di 1,2 milioni di euro, dopo due aste pubbliche ed una trattativa privata con gara che erano andate deserte. Dopo la proposta, non avendo ricevuto altre offerte al rialzo, l’amministrazione comunale ha potuto finalmente procedere con l’alienazione del bene, dichiarato di interesse culturale dalla Soprintendenza di Palermo. Ad acquistare il palazzo, venduto con un ribasso minimo rispetto alla cifra richiesta dal Comune, un gruppo di professionisti, tra cui medici, avvocati, architetti, ricercatori, molti dei quali giovani che hanno deciso di investire nel centro storico. Trascorsi poco più due anni dalla vendita, è stato presentato il progetto di restauro del palazzo al Comune e alla Soprintendenza e dopo il via libera, i lavori – che saranno realizzati usufruendo del sisma bonus – potranno finalmente iniziare, probabilmente già entro la fine di quest’anno.

Il prospetto nel progetto di restauro (studio Ovrll)

Un progetto, per certi versi, visionario, che reinventa quasi interamente il palazzo, gioiello architettonico del Settecento appartenuto alla famiglia Migliaccio di Malvagna e al duca di Montalbo San Martino di Remondetta, che custodiva una sfarzosa sala da ballo dallo stile classicheggiante, oggi andata completamente distrutta, come quasi tutto l’edificio. A immaginare come sarà il “nuovo” Palazzo Sammartino sono stati i professionisti di Ovrll (si legge “overall”) studio associato con sede a Londra e Palermo. Il progetto – realizzato dagli architetti Maria Gabriella Tumminelli, Maria Costanza Gelardi, Giuseppe Gelardi e dall’ingegnere Riccardo Pane – prevede un lavoro di recupero degli elementi di pregio ancora esistenti e di ricostruzione delle parti distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sempre nel rispetto dei materiali tradizionali e delle cromie originarie.

I locali dell’ex officina

Il palazzo da anni collassa su se stesso. In alcuni ambienti del pianterreno, affacciati su via Lungarini, era stata ricavata addirittura un’autofficina, mentre sembra che il palazzo in passato fosse diventato anche casa a luci rosse. All’esterno la facciata su via Lungarini è ormai del tutto priva del suo intonaco originario. Resistono soltanto il grande balcone settecentesco con la ringhiera a petto d’oca, sorretto da tre mensole in calcarenite, aggredite dall’umidità e dalle infiltrazioni, come buona parte del prospetto. All’interno, la parte posteriore del palazzo non esiste più, le bombe e l’incuria hanno distrutto tutto. Diversi solai non hanno retto e i tetti originari sono crollati, sostituiti da coperture provvisorie in lamiera fatte installare dall’amministrazione comunale, a cui si devono anche alcuni interventi di messa in sicurezza. Dello splendore di un tempo, resta solo la corte interna, il portale con bugne lavorate a spina di pesce e alcuni frammenti degli ornati in stucco di porte e finestre.

 

Ma tra pochi anni, il palazzo rinascerà dalle sue ceneri. “Ci sono ancora elementi significativi che conserveremo – spiega Maria Gabriella Tumminelli – come ad esempio alcuni decori in stucco presenti nella corte che ridisegneremo. Il nostro obiettivo principale è quello di mantenere il più possibile le spazialità dell’edificio settecentesco, soprattutto nel piano nobile. L’idea è quella di progettare partendo dalla conoscenza del manufatto così come era, per reinterpretarlo in chiave contemporanea, ma utilizzando materiali che appartengono alla nostra storia”.

Camino in una delle sale del piano nobile

Sarà uno spazio in cui sfera privata e fruizione pubblica convivranno insieme. Perché, se al primo e secondo piano saranno ricavati gli appartamenti, il pianterreno ospiterà uno spazio museale dedicato alle tradizioni popolari siciliane, gestito dall’associazione Tan Panormi. Nei locali dove si trovava la cavallerizza del palazzo sarà esposta una collezione di carretti siciliani storici di Ottocento e Novecento, ma ci sarà spazio anche per una biblioteca tematica e per una stanza immersiva, dove riecheggeranno canti e suoni della tradizione.

Il progetto di riqualificazione dello spazio espositivo all’esterno (studio Ovrll)

Una vera e propria galleria museale a cui si aggiungerà un altro spazio culturale nella parte esterna. I bombardamenti hanno lasciato a vista tracce di vita domestica in quello che un tempo era un edificio adiacente alla parte posteriore del palazzo, dove ancora sono visibili tracce di un camino e gli intonaci interni. “Oggi si presenta come uno spazio non definito, – aggiunge Giuseppe Gelardi – noi abbiamo pensato di liberare l’area facendone una piccola piazza da destinare a opere d’arte contemporanea. Uno spazio aperto alla città dove poter allestire mostre, incontri e, perché no, anche una biennale d’arte. A volte è lo stesso sito che ci suggerisce quale è la migliore destinazione, basta drizzare le antenne e accogliere questi segnali che la città ci manda”. Inoltre, l’idea dei progettisti, in accordo con i proprietari, è di aprire il cantiere di restauro alla città, con visite aperte a studenti, cittadini e turisti, nel rispetto delle norme di sicurezza.

Vicolo Di Blasi

Ma il recupero di Palazzo Sammartino, consentirebbe anche la riapertura di vicolo Di Blasi, sul fronte laterale accanto a Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale. Una piccola stradina, attualmente chiusa da un cancello, e più in fondo da un muro, che diventerà un attraversamento pedonale collegato allo spazio culturale esterno. “È un luogo molto affascinante – sottolinea Riccardo Pane – su questo fronte, attraverso i segni ancora presenti sulle mura, si possono ancora leggere le vicende storiche del palazzo, dal Medioevo ai nostri giorni. Vorremmo mantenere in vista il paramento murario in calcarenite e valorizzare gli elementi di pregio, come una porzione di muratura con un arco di origine medievale tuttora leggibile”.

Porzione crollata del palazzo

A valorizzare forme e rilievi delle ore serali e notturne – secondo l’idea dei progettisti – sarà una speciale illuminazione sul prospetto principale su via Lungarini e su quello laterale in vicolo Di Blasi, realizzata con la consulenza dell’architetto Francesco Pitruzzella. La facciata del palazzo sarà illuminata con una “luce in transizione”, che cambierà con il passare delle ore. Il progetto prevede l’utilizzo di apparecchi di illuminazione per esterni realizzati in policarbonato trasparente con trattamento per raggi ultravioletti e che saranno regolati da un sistema integrato di gestione elettronica. “I tre stadi, luce del tramonto, luce della luna e luce dell’alba, – spiegano i progettisti – simulano idealmente la luce naturale come se essa attraversasse i confini fisici dell’involucro edilizio per manifestarsi attraverso le bucature delle finestre, la forza della luce coincide con l’approssimarsi al suo spegnersi. In questo confine tra luminosità e oscurità prende forma l’architettura. Si ragiona per positivo e negativo: l’ombra è il vuoto e il pieno della luce”.

(Foto Giulio Giallombardo)

L’architetto-pittore innamorato del paesaggio siciliano

Inaugurata a Palermo, nella Sala delle Verifiche dello Steri, una mostra dedicata a Luigi Epifanio, protagonista della ricostruzione della città negli anni ’50 e artista raffinato

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dei borghi rurali, i volti scavati dei campieri, la luce delicata del paesaggio. È il ritratto di un paradiso perduto che sopravvive ancora, se si hanno occhi per guardarlo. È il mondo figurativo di Luigi Epifanio, dove il prolifico architetto convive con l’artista: due anime che si completano, specchiandosi l’una nell’altra. Una complessità restituita dalla mostra “Luigi Epifanio architetto e i suoi cammini siciliani”, inaugurata ieri nella Sala delle Verifiche del complesso monumentale dello Steri di Palermo.

Tavola sui progetti architettonici di Epifanio

Un allestimento curato, compendio dell’esperienza professionale e artistica dell’architetto nato a Monreale nel 1898, che divenne assistente del suo maestro Ernesto Basile. Una vita che attraversa quasi un secolo, protagonista a partire dagli anni ’20 e nel periodo della ricostruzione di una stagione in cui Palermo ha cambiato volto. È Epifanio ad avere progettato nel 1927, insieme a Giovan Battista Santangelo, il quartiere Matteotti, piccola città giardino destinata ai ferrovieri, oggi zona residenziale alle spalle di via Libertà.

Le case popolari Ina in via Pitrè

Docente di architettura all’Accademia di Belle Arti di Palermo, alla Facoltà di ingegneria e in quella di architettura, negli anni ’50 fa parte della commissione del piano di ricostruzione del Comune di Palermo. Suoi sono i quartieri Ina-Casa in via Pitrè e all’Arenella, ma anche a Trapani, Catania, Messina e nell’Agrigentino. Progetta tantissime zone della “nuova” Palermo: via Principe di Palagonia, Tasca Lanza, Santa Rosalia, Bonvicino, Borgo Ulivia, Borgo Nuovo e Villaggio Ruffini. Si occupa anche di restauro architettonico, come nella chiesa di San Domenico, i primi interventi nel castello medievale di Caccamo e il recupero dei mosaici della cattedrale di Monreale.

 

Accanto ai disegni e ai progetti dell’architetto, con alcune tavole, appunti e pubblicazioni, il vero cuore della mostra è l’Epifanio pittore, che ritrae un mondo privato fatto di affetti, paesaggi rurali e luoghi del cuore. Impalpabili acquerelli ritraggono scorci della Sicilia interna, come Ficuzza e Rocca Busambra, le montagne di Monreale e quelle di Altofonte. Ma ci sono anche oli, matite, tempere, tutte tecniche che Epifanio governa con mano sapiente: dagli autoritratti ai ritratti della moglie, fino a scorci noti di Palermo, come la cupola del Carmine Maggiore a Ballarò, le absidi di San Domenico, Mondello e la tonnara di Vergine Maria.

I boschi di Ficuzza

“Questa mostra si fonda sul desiderio di far conoscere questo patrimonio e di illuminare contemporaneamente l’interesse pionieristico per il paesaggio rurale e per le architetture minori siciliane”, affermano le curatrici Maria Giuffrè e Paola Barbera. “Da solo o in compagnia di amici e colleghi, Luigi Epifanio percorre instancabilmente le strade più interne e meno battute della nostra Isola, – proseguono le curatrici – lontano dalle città e dai luoghi più noti, e si ferma per raffigurare vedute di paesaggi nei quali si incastonano piccole architetture rurali o per annotare con schizzi veloci le composizioni volumetriche delle case di contadini e pescatori”.

Il rettore Massimo Midiri durante l’inaugurazione

Secondo il rettore Massimo Midiri, presente all’inaugurazione della mostra, organizzata dall’Università degli Studi di Palermo e dal Sistema Museale d’Ateneo, “la vita e l’opera di Epifanio sono l’esempio di come l’Università da sempre si sia avvalsa della collaborazione delle personalità più brillanti e poliedriche espresse dal territorio e di come in ogni epoca abbia messo a disposizione dello stesso territorio le sue risorse migliori, con la passione e la cura che tuttora la caratterizzano”.

L’inaugurazione nella Sala delle Verifiche

La mostra, allestita da Maria Carla Lenzo, con il coordinamento, tra gli altri, di Maria Concetta Di Natale e Paolo Inglese, direttore del Simua, prosegue fino al prossimo 30 giugno. “Finalmente, dopo gli anni difficili della pandemia, – sottolinea Inglese – riprende il cammino del Simua per la valorizzazione della Sala delle Verifiche, come sala espositiva principale del complesso monumentale dello Steri. Continuiamo, quindi, ad approfondire e ampliare la funzione museale e culturale del palazzo, in piena sintonia con la prescrizione della concessione di comodato che lo consegnò al nostro Ateneo e con la missione di divulgazione scientifica e culturale che ci è propria”.

(Foto Giulio Giallombardo)

Il campo fantasma della Favorita che aspetta di rinascere

Lo storico impianto sportivo Malvagno di Palermo è stato affidato alla Federazione Italiana Rugby che tornerà a utilizzarlo per attività agonistiche. Previsto anche un progetto di riforestazione con messa a dimora di macchia mediterranea

di Giulio Giallombardo

È un ultimo spicchio di Favorita, su cui si affacciano le palazzine di Pallavicino, nella zona nord di Palermo. Un grande e incolto tappeto verde dove una volta lo sport era di casa. Adesso gli ex campi Malvagno sono in attesa di una nuova vita, aspettando che dia i suoi primi frutti la convenzione firmata lo scorso settembre tra l’amministrazione comunale e la Federazione Italiana Rugby. L’associazione sportiva, infatti, ha avuto in gestione l’area per nove anni, con l’obiettivo di tornare a svolgere attività agonistiche sul campo, anche con le proprie affiliate sul territorio siciliano.

Il campo Malvagno

Ma in questo momento gli sforzi sono rivolti a intercettare possibili risorse per la riqualificazione del complesso sportivo. “La convenzione che abbiamo firmato con la Fir è un passo importante – ha detto a Le Vie dei Tesori, l’assessore comunale allo Sport, Paolo Petralia Camassa – adesso insieme alla Federazione stiamo ipotizzando diversi progetti per il recupero dell’impianto”. Messa da parte la possibilità di reperire fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, si lavora per un finanziamento attraverso l’Istituto per il credito sportivo.

Rifiuti all’ingresso del campo

In attesa che i progetti prendano forma, i campi Malvagno sono terra di nessuno. Un lembo di verde da bonificare, con cumuli di rifiuti ovunque, spogliatoi e edifici di servizio abbandonati, tribune scalcinate. Un pezzo della storia sportiva di Palermo, ormai da una decina d’anni nell’oblio. Teatro di partitelle e allenamenti per intere generazioni di calciatori, sotto gli occhi di Salvatore “Totino” Tedesco, padre di Giacomo e per anni custode del Malvagno.

 

Ma in questo lembo di Favorita, sport e natura faranno coppia. Perché uno dei tre campi è destinato a ospitare un progetto di riforestazione, già finanziato con i fondi del decreto clima del ministero dell’Ambiente. Si tratta di un’area da rinaturalizzare, già prevista nel piano d’uso dell’area protetta, come spiega Giovanni Provinzano, direttore dei Rangers d’Italia, ente gestore della riserva naturale Monte Pellegrino-Favorita. “Entro l’anno inizieranno i lavori – dice Provinzano – è prevista la messa a dimora di macchia mediterranea, la demolizione di alcune strutture abusive e di una parte delle tribune. Prevediamo aule didattiche destinate a ospitare attività di educazione ambientale per le scuole, così da far vedere passo passo come nasce un bosco. L’intenzione è quella di realizzare un sentiero ad anello che arrivi fino al Patriarca, l’ulivo millenario che si trova a poca distanza dall’area”.

Le tribune del campo da rugby

Prima di ogni progetto di riqualificazione, resta però da risolvere il problema dell’accesso. I campi Malvagno si trovano in una zona attualmente difficile da raggiungere. Si arriva attraversando un cancelletto che si trova vicino al vivaio, in prossimità di una delle storiche torri d’acqua del parco. All’inizio del percorso che porta alla Fontana d’Ercole e all’obelisco, sulla sinistra, si imbocca un piccolo sentiero che in pochi metri termina davanti ai cancelli dell’ex impianto sportivo.

Uno degli spogliatoi

“Qualsiasi progetto venga approvato – sottolinea Provinzano – deve tener conto di questa criticità non da poco. Abbiamo proposto che venga aperto un passaggio da fondo Trapani, senza dover entrare nel parco. Se non si trova una soluzione per un accesso più comodo, la piena fruibilità dell’area sarà sempre compromessa. Ci auguriamo che il progetto possa essere prima condiviso sia con la nostra associazione, che con il Comune e la Soprintendenza, affinché la rinascita di questo spazio così importante possa essere frutto di un’azione corale”.

Tra le macerie dell’ex Chimica Arenella, ferita aperta di Palermo

Era la più grande fabbrica europea di acido citrico, oggi è un complesso industriale abbandonato da anni, nonostante i progetti di riqualificazione mai andati in porto

di Giulio Giallombardo

Da polo industriale d’eccellenza a bomba ecologica sempre sul punto di esplodere. Quel che resta dell’ex Chimica Arenella di Palermo, fino a un secolo fa la più grande fabbrica europea di acido critrico, è la spettrale fotografia di uno dei più importanti beni di archeologia industriale della città. Il complesso, esteso per otto ettari, è da decenni una ferita aperta: quelli che un tempo erano stabilimenti, depositi, residenze degli oltre 350 operai che vi lavoravano, sono oggi monumenti del degrado e dell’abbandono.

L’ingresso dell’ex Chimica Arenella (foto Ascosi Lasciti-Liotrum)

Affacciata sul mare, l’ex Fabbrica Chimica Italiana Goldberg, nata nel 1905 come succursale dell’azienda di una famiglia di imprenditori tedeschi di origine ebraica, è l’esempio di come il Mezzogiorno d’Italia (e la Sicilia in particolare) facesse gola agli investitori stranieri nei primi anni del Novecento. Una storia importante della Palermo operosa che ebbe il suo culmine negli anni della Prima guerra mondiale, per tramontare nel secondo dopoguerra, fino alla definitiva chiusura nel 1965.

L’interno di uno stabilimento (foto Ascosi Lasciti-Liotrum)

Oltre alla produzione di acido solforico e citrico, l’industria chimica produsse anche lievito di birra, ottenuto dalla fermentazione di melassa della barbabietola, e di succhi ed essenze per bevande. “L’ingresso avviene attraverso un edificio a due elevazioni dalle semplici line moderniste – scrive l’architetto e storica dell’arte, Adriana Chirco – sotto il passo carraio, si trova un pannello in bronzo di gusto liberty, realizzato negli anni ’20 dallo scultore Tommaso Bertolino in ricordo di nove operai della ditta partiti per il fronte durante la guerra guerra e mai più tornati”.

 

Il complesso, di proprietà del Comune di Palermo dal 1998, è stato per anni al centro di annunciati progetti di riqualificazione rimasti sempre sulla carta. Più passa il tempo, più diventa difficile trovare le risorse per rimettere in piedi l’area, che meriterebbe ben altro destino. L’idea rilanciata più volte era quella di farne un polo culturale, ma anche spazio per gli sport nautici, centro di ricerca scientifico, campus universitario, luogo di socialità. Poco prima della pandemia, quando l’area sembrava destinata a essere messa in vendita, fu annunciato un progetto di cui era capofila il Comune per partecipare a un bando europeo che avrebbe assegnato 4 milioni di euro per iniziative di sviluppo e rigenerazione. Ma anche quest’ultimo tentativo sembra essere naufragato, come confermano dagli uffici comunali e dalla Soprintendenza.

Uno degli edifici (foto Ascosi Lasciti-Liotrum)

Ormai l’ex Chimica Arenella è il regno dell’oblio. Tra gli edifici abbandonati, c’è stato chi ha allestito canili lager e ne ha fatto teatro di combattimenti tra gli animali. Fino al 2018, ha ospitato una discoteca sul mare molto frequentata dalla movida e in anni più recenti l’area è stata al centro di un’inchiesta per reati ambientali. Oggi è la meta perfetta per gli amanti dell’urbex, l’esplorazione urbana di luoghi abbandonati, come i ragazzi dell’associazione Ascosi Lasciti, che da anni girano la Sicilia documentando la decadenza di ville, castelli, fabbriche, palazzi un tempo pieni di vita.

Degrado tra i viali dell’ex fabbrica (foto Ascosi Lasciti-Liotrum)

“L’area è ridotta a un cumulo di macerie – dice a Le Vie dei Tesori, Cristiano La Mantia, presidente di Ascosi Lasciti, che ha da poco esplorato il complesso dell’ex Chimica Arenella – tanta immondizia e magazzino per qualche automobile presumibilmente rubata. Siamo rimasti stupiti (neanche più di tanto viste le condizioni dei luoghi che abbiamo visitato) quando ci siamo resi conto che questa ‘discarica a cielo aperto’ insiste lungo il litorale della parte nord-ovest di Palermo e ricopre un terzo delle dimensioni del quartiere. Uno sbocco a mare inutilizzabile e per di più inquinato dal continuo disfacimento di questa struttura che potrebbe essere rivalutato e reso fruibile. Capiamo che bonificare un luogo così esteso, comporti un dispendio di risorse economiche importanti ma, allo stesso modo, crediamo che tutti possano e debbano fare di più”.

(Foto: Ascosi Lasciti-Liotrum)

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