Isola Lunga in vendita, Cordaro: “Priorità al rispetto dell’ambiente”

Sta suscitando molte polemiche l’annuncio pubblicato da una nota casa d’aste inglese. C’è il timore di possibili speculazioni nella Riserva dello Stagnone di Marsala. L’assessore regionale all’Ambiente: “Prima la tutela dei nostri tesori”

di Giulio Giallombardo

“Trattativa riservata”. Come tutto quello che ruota attorno alla vendita di parte dell’Isola Lunga, la più grande dello Stagnone di Marsala. L’annuncio pubblicato online sul sito della filiale italiana di Sotheby’s, casa d’aste inglese tra le più importanti del mondo, sta suscitando le reazioni di ambientalisti, amministratori e esponenti politici, che temono possibili speculazioni nel cuore della riserva naturale. Davanti all’ipotesi di vendita, resta cauto l’assessore regionale all’Ambiente, Toto Cordaro: “Per noi la tutela dell’ambiente e dei nostri tesori è e resterà la priorità, approfondiremo la questione e poi ci esprimeremo in maniera compiuta e definitiva”, ha detto a Le Vie dei Tesori.

Le isole dello Stagnone

Più netta la posizione contraria degli ambientalisti, con Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia che si domanda: “Ma che visione si ha oggi in Sicilia delle aree protette? Delle magnifiche cartoline in bella vista, su cui possono affacciarsi, meglio ancora se direttamente standoci dentro, resort a 5 stelle, alberghi e ristoranti. Vale per l’isola di Capo Passero, per la Pillirina a Siracusa, adesso per l’isola Lunga dello Stagnone di Marsala. Allo Stagnone – prosegue Zanna – non bastava l’invasione senza regole del kitesurf, che ha contribuito al degrado di una delle riserve più importanti e delicate del nostro patrimonio naturalistico, adesso con la vendita di una parte dell’isola Lunga si presenta un’ipotesi di speculazione in netto e chiaro contrasto con le finalità istitutive dell’area protetta”. La proposta di Legambiente Sicilia è che la gestione della riserva, di competenza del Libero Consorzio di Trapani, possa passare all’istituendo Parco nazionale delle Isole Egadi e del litorale trapanese, “che – aggiunge Zanna – aspettiamo da più di 14 anni e la nascita dell’Area marina protetta prevista da più di 30 anni”.

Salina Genna a Marsala

Dubbi su un eventuale vendita anche dal Wwf Sicilia. “Prendiamo atto di questa intenzione, – afferma Pietro Ciulla, neo delegato per la Sicilia – ma a questo punto sarebbe bene che la Regione intervenisse per acquisire il bene. In ogni caso, qualora andasse in porto una eventuale trattativa, sappiano i nuovi proprietari che saremo rigidissimi nel verificare che vengano rispettati i vincoli della riserva”.

Saline di Marsala

Dello stesso avviso anche il deputato e segretario regionale del Pd Sicilia Anthony Barbagallo, che propone che l’isola venga acquisita al demanio regionale, anche se dalla casa d’aste inglese rassicurano che la trattativa non prevede alcun intento speculativo. Mentre il sindaco di Marsala, Massimo Grillo, si è detto fermamente contrario a qualsiasi ipotesi di una struttura ricettiva nell’isola: “Ben vengano i privati, come un imprenditore che ci ha promesso di recuperare un antico mulino, ma diciamo assolutamente no ai resort nell’Isola Lunga. Anzi abbiamo chiesto alla Regione di poter gestire noi l’area della riserva dello Stagnone, che ha bisogno di essere valorizzata e per questo faremo un avviso pubblico per coinvolgere i privati nel recupero dell’isola di Schola”.

Vista aerea di Isola Lunga

La vendita – come si legge nell’annuncio di Sotheby’s – riguarda 88 dei 120 ettari dell’isola. Dell’area fanno parte degli edifici diruti che possono essere restaurati e ospitare fino a 20 camere con altrettanti servizi. “L’Isola è conosciuta per la presenza di famose saline rigeneranti, e per i conosciuti percorsi ‘benessere’ che rientrano tra le esperienze più affascinanti – si legge nell’annuncio – . La Riserva Naturale di Isola Lunga è ricca di paesaggi mozzafiato che la rendono unica al mondo per il suo habitat, biodiversità, per la naturale vocazione al benessere psicofisico e per la sua fauna e flora. L’isola è attraversata da una strada sterrata che percorre tutto un bosco di pini marittimi dai profumi inebrianti. Dal lato ‘di ponente’ troviamo le saline, mentre dalla parte opposta si trova una lunga spiaggia di sabbia finissima bianca, chiamata Tahiti per la bellezza e trasparenza del suo mare”.

Suites, ristorante e convegni: la villa del “principe mago” si prepara a rinascere

Nel vivo i lavori di restauro di Villa Alliata di Pietratagliata, gioiello neogotico di Palermo. Diventerà una struttura ricettiva di lusso, ma aperta alla città

di Giulio Giallombardo

Soffocata dal cemento, depredata di ogni bene, divorata dall’oblio. Per lungo tempo Villa Alliata di Pietratagliata, gioiello neogotico di Palermo, è stata simbolo di abbandono. Un tempo salotto mondano e regno esoterico del “principe mago” Raniero Alliata, tra le figure più eccentriche della nobiltà palermitana del secolo scorso, oggi la dimora è al centro di un lavoro di restauro entrato nel vivo. Venduta all’asta nel 2018, con un prezzo che partiva da 350mila euro, poi lievitato fino a quasi 600mila (ve ne avevamo parlato qui), presto ospiterà suites di lusso, ristorante con caffetteria e una sala convegni.

Cancello sul prospetto principale della villa

La villa – reinventata nel 1883 dall’architetto Francesco Paolo Palazzotto, che ristrutturò la settecentesca dimora degli Alliata, lasciandosi ispirare dal gusto neogotico tanto in voga in quegli anni – tornerà, dunque, a vivere. Il progetto, curato dall’architetto Filippo Dattolo e dall’ingegnere Antonio Piccione, prevede che il bene diventi un’esclusiva struttura ricettiva, ma aperta alla città. Queste almeno le intenzioni mai nascoste dal proprietario, l’imprenditore Giovanni Sammaritano, titolare della Rafim srl, committente dei lavori, che si stanno svolgendo sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo.

Villa Alliata di Pietratagliata prima del restauro

“In questo momento si sta lavorando alla definizione dei prospetti e dei paramenti esterni, poi si passerà all’interno e al recupero e restauro di tutte le finiture ancora esistenti – spiega a Le Vie dei Tesori, Angiolina Ganazzoli, architetto della Soprintendenza che vigila sul cantiere – . Ci ha impegnato molto la ricerca della finitura più simile all’originaria per i prospetti, ma il lavoro è ancora nel vivo e non sappiamo quando finirà”.

Restauro del soffitto (foto Kermes, da Facebook)

Secondo quanto previsto dal progetto, approvato dal Suap, lo Sportello unico per le attività produttive del Comune di Palermo, guidato da Salvatore Grassedonio, Villa Alliata diventerà una residenza alberghiera, ma con poche stanze, nel rispetto della spazialità originaria dell’edificio. Prevista una sala riunioni che potrebbe ospitare anche eventi culturali e una sala ristorante con una caffetteria. Aperto ai cittadini – nelle intenzioni della proprietà – sarà poi il giardino dove già sono stati piantati nuovi alberi. “All’esterno abbiamo ripristinato il laghetto, installeremo il gazebo preesistente e recupereremo anche la cappella – prosegue Ganazzoli – , ma purtroppo poco o nulla rimane degli interni, andati incontro negli anni a una dissennata devastazione. Stiamo cercando di recuperare i pochi elementi che hanno resistito, come il soffitto a cassettoni, i lambris, parte degli infissi, ferramenta e i vetri colorati. Ove possibile faremo un intervento filologico, ricostruendo le parti mancanti”. Al lavoro le maestranze della Pro.Ge.Co. di Marineo e i restauratori della Kermes di Ragusa che nei giorni scorsi hanno ripristinato gli affreschi di uno dei soffitti a cassettoni.

Balcone sul prospetto prima del restauro

“Il cantiere va avanti a buon ritmo, seguendo tutte le nostre indicazioni – sottolinea la soprintendente di Palermo, Selima Giorgia Giuliano – . L’obiettivo di un lavoro tanto prestigioso, resta certamente la fruizione pubblica. Non avrebbe senso un restauro così atteso, se il bene non fosse aperto alla città. Siamo lieti che il proprietario abbia mostrato queste intenzioni, ci sembra la cosa più importante”.

Ripulita la Scala dei Turchi, il soprintendente: “Nessun danno permanente”

Cancellate in poche ore le macchie rosse dopo l’ennesimo raid vandalico sulla bianca scogliera di marna. Al lavoro, tecnici del Comune, della Soprintendenza e tantissimi volontari

di Giulio Giallombardo

Una ferita curata da un abbraccio collettivo. Cittadini, volontari, tecnici, tutti stretti attorno alla loro marna violata, per lavare via quella vergogna a tinte rosse. È durato solo poche ore lo sfregio alla Scala dei Turchi. La bianca scogliera di Realmonte, sabato mattina si era svegliata ricoperta di ossido di ferro (ve ne abbiamo parlato qui), ma in 24 ore è tornata immacolata, come se quelle macchie rosse fossero state soltanto un brutto sogno. L’ennesimo insulto alle onde di roccia levigate dal vento e dal mare, tornate candide grazie alle braccia dei tanti che si sono precipitati sul posto per dare una mano.

Volontari ripuliscono la Scala dei Turchi

Per fortuna, non trattandosi di vernice, ma soltanto di polvere, la marna è salva e l’intervento non è stato complicato. Hanno lavorato assiduamente tecnici del Comune di Realmonte, funzionari della Soprintendenza e tantissimi volontari. “Essendo un’area sottoposta a vincolo diretto – spiega a Le Vie dei Tesori il soprintendente ai Beni culturali di Agrigento, Michele Benfari – il sindaco ci ha chiamati per capire quale metodo e quale tecnica utilizzare per il recupero dell’area. Con alcuni colleghi siamo andati sul posto e abbiamo verificato la presenza di ossido di ferro, per fortuna in forma di polvere. È un materiale che si utilizza di solito per pigmentare le pitture delle abitazioni. Dunque, — prosegue il soprintendente – abbiamo prima aspirato la polvere e poi lavato la scogliera con getti d’acqua pressurizzati”.

I volontari dopo gli interventi di pulitura

“Fortunatamente la marna non ha subito danni permanenti da questo atto vandalico, anche se questo tipo di roccia – puntualizza Benfari – subisce quotidianamente azioni demolitorie da parte degli agenti atmosferici. A causa del vento, dell’aerosol marino, questa pietra cambia continuamente il suo aspetto esteriore, al di là della presenza di persone o cose, è questo avviene quotidianamente. Se confrontiamo le immagini di questa falesia nel corso degli anni, ci rendiamo di come sia mutata e di come oggi sia a seriamente a rischio”.

Indagini sulla scogliera

Intanto, le indagini sono in corso per individuare i responsabili, anche grazie alle tante telecamere di sorveglianza presenti nell’area. Le immagini sono state già acquisite dai carabinieri della compagnia di Agrigento, coordinati dal maggiore Marco La Rovere, e sono al vaglio dei magistrati. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ha aperto un’inchiesta per danneggiamento di beni paesaggistici, disponendo esami sul materiale e indagini sulle rivendite della zona e della provincia. “Ripulire la Scala dei Turchi è una bella pagina della meglio gioventù siciliana”, ha detto il procuratore.

Volontari alla Scala dei Turchi

Anche il governatore Nello Musumeci ha lodato lo sforzo corale fatto per ripulire la scogliera: “Ringrazio tutti per il generoso atto di civismo e di scrupolosa responsabilità dimostrati”, ha detto. Dello stesso avviso anche l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà: “È un segnale forte di quella Sicilia che non si arrende alla barbarie – ha dichiarato – la bellezza fa paura perché è l’espressione della positività, della voglia di costruire, di quella straordinaria capacità dell’uomo di aspirare a una spiritualità che lo eleva, che è propria dell’arte. L’intervento di ripulitura della Scala dei Turchi, a meno di 24 ore dall’azione scellerata che l’aveva deturpata, è segno tangibile che è ancora vivo e forte l’amore per questa terra e per la bellezza del creato che qui si esprime nella sue forme più solenni”.

La scogliera deturpata dai vandali

Tanti sono stati gli appelli degli ambientalisti per chiedere un piano di controllo sul sito, che era stato posto sotto sequestro lo scorso anno per occupazione di suolo demaniale, violazioni in materia di sicurezza e tutela di beni ambientali. “A seguito dell’ennesimo episodio di vandalismo, auspichiamo che la Regione Siciliana elabori presto un piano di tutela e di messa in sicurezza del sito, senza il quale la Scala dei Turchi non potrà essere restituita alla fruizione dei cittadini e dei visitatori”, afferma Leandro Janni, presidente della sezione Sicilia di Italia Nostra.

La Scala dei Turchi

Un’esortazione a pianificare interventi di tutela e controllo arriva anche dal Wwf Sicilia. “Ancora una volta chiediamo che la Scala dei Turchi ritorni alla sua originaria natura e di interdire l’accesso al pubblico – dice il delegato del Wwf per la Sicilia, Pietro Ciulla – . Proponiamo di istituire, per l’intera area, una riserva naturale che possa, finalmente, tutelare, salvaguardare, valorizzare e promuovere un sito di unico ed altissimo valore paesaggistico, restituendo, così, ciò che natura ci aveva ‘prestato’ e noi non abbiamo saputo proteggere”.

La nuova vita di Borgo Borzellino: diventerà un centro culturale e turistico

Finanziato il recupero dell’ex insediamento rurale abbandonato, a un passo da San Giuseppe Jato. Pubblicato il bando per l’affidamento congiunto della progettazione esecutiva e dell’esecuzione dei lavori di riqualificazione

di Giulio Giallombardo

Silenzio, fantasmi e calcinacci. Finestre come tanti occhi che scrutano da edifici vuoti, lì dove un tempo c’erano uffici, botteghe, alloggi e anche una scuola. Borgo Borzellino è un tempio della memoria, uno dei tanti insediamenti rurali costruiti nel secolo scorso dall’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, ampliati con la riforma agraria negli anni Cinquanta e assorbiti dall’Ente di sviluppo agricolo nel 1965. Oggi è un villaggio abbandonato, a un passo da San Giuseppe Jato, spesso meta di curiosi e teatro di softair, giochi di ruolo che simulano guerre e azioni militari.

Uno scorcio di Borgo Borzellino (foto Ascosi Lasciti)

Ma per il borgo, da spettrale ghost town, sembra profilarsi all’orizzonte un futuro da centro culturale e turistico. Un deciso passo avanti per la rinascita è stato fatto con la pubblicazione del bando da parte del Dipartimento regionale ai Beni culturali e della Soprintendenza di Palermo, per l’affidamento congiunto della progettazione esecutiva e dell’esecuzione dei lavori di riqualificazione. Il governo regionale ha stanziato 5 milioni e mezzo di euro provenienti dal fondo speciale istituito dall’assessorato ai Beni culturali per la riqualificazione degli insediamenti rurali costruiti negli anni Trenta, che fanno parte del progetto “La Via dei Borghi”.

L’interno di uno degli edifici (foto Ascosi Lasciti)

“Con il recupero di Borgo Borzellino – ha dichiarato il governatore Nello Musumeci – vogliamo non solo tutelare un bene dal grande valore storico, ma anche creare un centro per attività agro-culturali dedicato, ad esempio, all’educazione alimentare e alla valorizzazione dei prodotti tipici. La grande piazza e gli ampi locali di alcuni edifici potranno, inoltre, ospitare attività artistiche contemporanee”. Un progetto ambizioso che vede la stretta collaborazione tra l’Esa, che con un gruppo di tecnici coordinati da Angelo Morello ne ha redatto anche il progetto e la Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo che è stata incaricata dal Dipartimento regionale di gestire l’attuazione del progetto, per il quale è stato nominato come Rup, Filippo Davì della Soprintendenza.

Borgo Borzellino, rendering del progetto della Soprintendenza

“È stato un lavoro molto faticoso, che ci ha impegnato nelle ultime settimane in sinergia con le altre strutture interessate – sottolinea la soprintendente di Palermo, Selima Giorgia Giuliano – . Accanto al restauro filologico e conservativo, che ci consentirà di rileggere la storia del borgo, vogliamo portare avanti anche una rifunzionalizzazione che trasformerà il complesso in un bene vivo, legato al territorio”. Il complesso – aggiungono dalla Soprintendenza – sarà anche destinato ad attività didattiche, convegni e mostre, con un’attenzione specifica al settore dell’agricoltura e dell’educazione alimentare, con la promozione e la tutela dei prodotti di qualità e delle tipicità locali.

 

La grande piazza e gli spazi di alcuni edifici ospiteranno anche attività artistiche, dalla musica al teatro. All’interno dell’area del borgo, inoltre, sono stati individuati spazi che potranno essere utilizzati come luoghi attrezzati di sosta per le ippovie e le greenways. “L’obiettivo è attivare un percorso sperimentale di collaborazione tra enti e partner per creare una nuova destinazione turistico culturale in Sicilia – sottolinea l’assessore ai Beni culturali, Alberto Samonà – . Sottrarre Borgo Borzellino al degrado va nella direzione, che ci siamo dati, di valorizzare i territori della nostra Isola, anche a partire da luoghi unici come questo”.

Borgo Borzellino (foto Ascosi Lasciti)

Una rinascita già iniziata anche grazie alle recenti visite organizzate in occasione dell’ultima edizione del festival Le Vie dei Tesori, in collaborazione con Ascosi Lasciti, associazione culturale che da anni si dedica all’urbex, esplorazione urbana di luoghi abbandonati. “Quando per la prima volta esplorammo Borgo Borzellino, ormai otto anni fa, la sensazione che qui il territorio fosse sconfitto fu grande, ma la nostra caparbietà nel volerlo vedere rinascer, almeno in parte, lo è di più – racconta Cristiano La Mantia, presidente di Ascosi Lasciti – . Infatti, la nostra associazione si sta impegnando a mettere in luce questi luoghi dimenticati e proprio su Borgo Borzellino, grazie alla collaborazione con Le Vie dei Tesori, siamo riusciti a fare anche il primo passo verso una rivalutazione del territorio alternativa. Durante il festival tante sono state le persone che hanno potuto visitare il borgo, tutti interessati alla sua storia, ma anche alle sorti future”.

Edifici in abbandono (foto Ascosi Lasciti)

Costruito nei primi anni Quaranta, il complesso è costituito da sei fabbricati che un tempo ospitavano la scuola con alloggi per gli insegnanti, la delegazione comunale, un ufficio postale e telegrafico, la caserma dei carabinieri, la casa sanitaria con alloggi, diverse botteghe artigiane, una trattoria e rivendita tabacchi con alloggio. Il progetto originario prevedeva anche una chiesa mai realizzata a causa del sopraggiungere della guerra. Il borgo fu oggetto di numerosi interventi di manutenzione straordinaria intorno agli anni Cinquanta e di un collaudo sulle strutture esistenti, ma nel frattempo intervenne la riforma agraria e, come gli altri borghi agricoli, venne abbandonato. “Crediamo che in questi luoghi sia possibile uno sviluppo turistico-culturale alternativo alle soluzioni sin qui messe in atto – conclude La Mantia – e siamo convinti che sia di fondamentale importanza la costituzione di una rete di realtà territoriali, provenienti dal basso, interessate allo sviluppo di luoghi come questo”.

(Foto: Ascosi Lasciti)

Fantasmi sull’Etna, quel villaggio turistico divorato dal bosco

L’ex complesso Mareneve di Linguaglossa, attende da decenni una rinascita che stenta ad arrivare, anche se un progetto è in cantiere. Da qui comincia un viaggio tra i luoghi abbandonati siciliani in compagnia dell’associazione Ascosi Lasciti

di Giulio Giallombardo

Gli ingredienti per una fiaba gotica ci sono tutti: un bosco talmente fitto da non far quasi trapelare luce, piccole casette di legno abbandonate, un vulcano irrequieto che quando vuole sa mettere paura. Suggestioni perturbanti che si materializzano tra le tortuose strade che si inerpicano sull’Etna, teatro di miti e leggende, dove da diversi decenni va in scena il lungo oblio dell’ex Villaggio Mareneve. C’era una volta nel bosco Ragabo, non distante da Linguaglossa, un’oasi per turisti, che dopo una serie di sfortunati eventi e una gestione non proprio virtuosa, inizia il suo declino fino all’abbandono.

Villaggio Mareneve (foto Liotrum-Ascosi Lasciti)

Costruito alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, fu di proprietà della Regione Siciliana che lo affidò a una società turistica, per poi passare in concessione a privati. Oggi appartiene alla Città metropolitana di Catania e dagli inizi del Duemila si parla un possibile rilancio, che finora è rimasto solo sulla carta. “Abbiamo da tempo un’interlocuzione con la Regione per un finanziamento di circa 2 milioni di euro – fanno sapere dall’ex Provincia di Catania – entro il prossimo gennaio presenteremo un progetto redatto dai nostri tecnici, augurandoci che sarà approvato e finanziato”.

Uno degli edifici del Villaggio Mareneve, (foto Liotrum-Ascosi Lasciti)

Nell’attesa, resta la fotografia di un complesso turistico ridotto in macerie, oggi frequentato solo da animali selvatici e vandali. Resistono come possono, sotto gli alti pini larici, i piccoli bungalow in legno decentrati rispetto al corpo principale, che ormai cade a pezzi. Immagini di un oblio che sembra inesorabile, immortalate negli scatti di Ascosi Lasciti, associazione culturale che da anni si dedica all’urbex, esplorazione urbana di luoghi abbandonati. Con le foto e la storia del Mareneve, inauguriamo una serie di approfondimenti che pubblicheremo su questo magazine, in collaborazione con Ascosi Lasciti, che ha partecipato anche alla scorsa edizione del Festival Le Vie dei Tesori.

 

“Un intero villaggio turistico abbandonato in mezzo al bosco. Un tempo, glorioso luogo di incontri e relax, oggi lugubre tomba di ricordi spenti e di immagini sbiadite dei bei periodi che furono – si legge sul sito di Liotrum, gruppo territoriale siciliano di Ascosi Lasciti – . Un ambiente spettrale tra luci e ombre condito da una buona dose di abbandono. È come se il bosco dagli alti pini larici avesse fame e stesse iniziando un processo di inglobamento di quelle opere ormai dimenticate. Madre Natura è cinica e non indietreggia neanche davanti all’operato distruttivo che l’uomo continua a perpetrare nei suoi confronti”.

Villaggio Mareneve (foto Liotrum-Ascosi Lasciti)

La storia del Mareneve, come tutte le altre che racconteremo insieme ad Ascosi Lasciti, tra palazzi, ville, castelli, pezzi di archeologia industriale, può rappresentare un piccolo passo verso la riscoperta del territorio e la sua riqualificazione. “Crediamo a un movimento nato dal basso che possa creare più consapevolezza e rispetto per la propria terra, partendo da un turismo di prossimità che faccia riscoprire ai siciliani la storia e le bellezze dimenticate”, spiega Cristiano La Mantia, presidente di Ascosi Lasciti. “Il nostro intento – prosegue – è la creazione di una rete tra le realtà già presenti e impegnate in questo senso che speriamo sia comune. Abbiamo voluto stringere un rapporto di collaborazione con Le Vie dei Tesori, perché crediamo che insieme possiamo dare più forza a questa missione”.

(Foto Liotrum-Ascosi Lasciti)

Torna a risplendere la tavola “magica” della Casina Cinese

Restaurato il mobile meccanico realizzato da Giuseppe Venanzio Marvuglia per la residenza dei Borbone. Un complesso sistema di montacarichi per garantire la discrezione dei pranzi reali

di Giulio Giallombardo

Sotto è un ingegnoso rompicapo di corde, carrucole, pesi e meccanismi di legno; sopra un piccolo palcoscenico dove piatti e portate appaiono e scompaiono magicamente. Era il fiore all’occhiello dei riservatissimi pranzi di Ferdinando e Carolina di Borbone, a cui neanche la servitù era ammessa. Adesso il complesso saliscendi della Tavola matematica, uno dei gioielli della Casina Cinese di Palermo, è tornato a funzionare dopo un delicato restauro curato dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, grazie al contributo della Fondazione Le Vie dei Tesori.

Il meccanismo sotto alla Tavola

Insieme al recupero del sorprendente mobile meccanico, realizzato alla fine del Settecento dall’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia, è stato ricostruito filologicamente anche il rivestimento originario in seta del tavolo, risistemate le sedie, ricollocati i vassoi in argento di fattura napoletana, con il punzone della casa Borbone, recuperati dai depositi. Ci sono anche tre cordoncini colorati che i commensali tiravano per comunicare con la servitù di sotto: ogni corda corrispondeva a pane, acqua e vino, alimenti che venivano richiesti alla servitù attraverso un congegno di fili collegato a scatola di legno.

I cordoncini per gli alimenti

Un restauro certosino svelato questa mattina alla Casina Cinese, alla presenza dell’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà; della soprintendente Selima Giorgia Giuliano; del presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, Laura Anello; e dei restauratori della Soprintendenza che hanno condotto il lavoro: l’architetto Carlo Vivirito e Roberta Civiletto per i tessuti. Un lavoro portato avanti con la collaborazione dello scenotecnico Raffaele Ajovalasit, dopo lunghe ricerche sulle fonti archivistiche, bibliografiche e fotografiche. A dare una mano anche le tecnologie digitali, con rilievi laser che hanno restituito un “gemello” virtuale della macchina, per comprenderne meglio i meccanismi e le geometrie.

L’interno della Tavola matematica

“È stato un lavoro lungo un anno e mezzo, abbiamo prima dovuto capire come funzionava la macchina e per questo ci siamo documentati su fonti storiche – spiega Carlo Vivirito – . La Tavola è rimasta inutilizzata per molti anni, dunque abbiamo ricollocato le corde e risistemato quelle che non erano installate correttamente. Il mobile è pressoché integro, manca soltanto un vassoio e un piombo. Adesso, dopo un intervento di pulitura dei meccanismi, tutto ha ripreso a funzionare perfettamente, anche se la struttura è molto fragile”. Complesso anche l’intervento per ricostruire la copertura che rivestiva il mobile. “Ci siamo documentati su alcune fonti del 1930, sulla scorta di alcuni elementi tessili che abbiamo ritrovato e che ci hanno fatto da guida per la scelta del rivestimento in seta e per il colore avorio”, ha aggiunto Roberta Civiletto. Secondo l’assessore Samonà, la Tavola “è uno straordinario esempio della creatività e del talento delle maestranze siciliane del tempo. Poter mostrare oggi la Tavola e parte dei pannelli di seta ricollocati al loro posto dopo il restauro, è espressione dell’importanza che può avere la collaborazione tra pubblico e privato nella salvaguarda e valorizzazione del patrimonio culturale dell’Isola”.

Tavola matematica restaurata

La Casina Cinese e la tavola matematica appena restaurata con un contributo di 2500 euro della Fondazione Le Vie dei Tesori, fanno parte di una edizione “natalizia” del festival: dal 28 al 30 dicembre e poi il 4 e 5 gennaio, la Casina potrà essere scoperta, infatti, all’interno di un percorso culturale che comprende esperienze uniche, passeggiate guidate, visite a botteghe storiche e luoghi – in alcuni dei quali sono stati effettuati interventi di restauro proprio grazie alle Vie dei Tesori. “Abbiamo contribuito con gioia al restauro di questo straordinario meccanismo della Casina cinese, dopo avere promosso quattro anni fa l’importante lavoro di recupero e di ricollocazione dei lampadari. Si tratta – precisa Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori – dell’ottavo intervento di restauro da noi promosso in Sicilia, proprio quando ci apprestiamo a organizzare il contest che sceglierà altri due interventi da realizzare nei borghi. Continuiamo a collaborare con istituzioni pubbliche e con privati nel segno della bellezza e del coinvolgimento delle comunità, convinti che i luoghi di cultura siano infrastrutture sociali attorno alle quali riconoscersi e crescere”.

Tabella degli alimenti

La Tavola matematica – ispirata a quella creata da Antoine-Joseph Loriot e fatta installare da Luigi XV per il castello reale di Choisy-le-Roy e poi per il Petit Trianon di Versailles – veniva caricata con le pietanze che arrivavano direttamente dalle cucine sottostanti. I cibi salivano su un montacarichi centrale, circondanti dai piatti di servizio per le bottiglie e il pane, senza obbligare i camerieri a continui andirivieni, ma soprattutto garantendo la riservatezza dei commensali. “Ferdinando e Carolina di Borbone, giungendo a Palermo – spiega la soprintendente Selima Giorgia Giuliano – si innamorarono della stravagante residenza in stile cinese del barone Benedetto Lombardo, che vollero, però, interamente ricostruita da Giuseppe Venanzio Marvuglia. La ‘tavola’ venne realizzata per i sovrani ma, secondo la teoria accreditata da recenti studi, su uno spazio e un progetto preesistente per i Lombardo. Insomma, la moda degli automi era già arrivata in Sicilia prima dei Borbone”.

Uno dei piatti

Ma oltre alla Tavola, questa mattina sono stati svelati anche sei dei sedici pannelli originali in seta dipinta, di gusto esotico, tornati a decorare le nicchie delle pareti del salone, rimaste vuote dopo l’ultimo intervento di restauro. Un lavoro anche in questo caso effettuato dai tecnici della Soprintendenza di Palermo, reso possibile grazie alla collaborazione con l’associazione “Amici dei Musei Siciliani” che ha messo in campo una parte dei proventi del Festival RestArt Palermo 2021. “Il riallestimento dei sei pannelli restituisce unità visiva e cromatica alla sala delle udienze  – dichiara Bernardo Tortorici di Raffadali, presidente degli Amici dei Musei siciliani -. Aver contribuito a realizzare questo intervento ci riempie di gioia”.

Lo storico Circolo del Tennis di Palermo si veste di nuovo

Terminati i lavori di riorganizzazione degli spazi nella palazzina realizzata da Giuseppe Vittorio Ugo, gioiello di architettura razionalista

di Giulio Giallombardo

Fondato da un gruppo di amici quasi un secolo fa, è un pezzo di storia dello sport a Palermo. La sua casa è un gioiello di architettura razionalista diventato un monumento d’interesse nazionale. La palazzina dello storico Circolo del Tennis, il primo nato in città nel 1926, si è vestita di nuovo dopo i lavori di riorganizzazione degli spazi interni, che hanno portato a una migliore fruibilità degli ambienti e a un recupero anche filologico di materiali e elementi non più esistenti. Un accurato lavoro condotto dallo studio Alva Architetti, composto da Ignazio Alongi, Renato Lo Presti e Angela Valenti, vincitore di un bando pubblicato nell’agosto del 2020 dall’associazione sportiva Circolo del Tennis per il rinnovamento degli spazi del piano terra.

Finestre su Monte Pellegrino

La palazzina realizzata tra il 1933 e il 1934 dall’architetto Giuseppe Vittorio Ugo, nonostante i danni subiti dall’incendio del 1975, conserva ancora oggi l’impianto originario: un cerchio bianco intersecato da un esagono da cui fuoriescono due elementi rettangolari simmetrici a due piani. La rotonda ospita la hall con le sue grandi finestre aperte sul verde della Favorita e su Monte Pellegrino e proprio questo spazio è stato tra quelli interessati dagli interventi, che lo hanno reso ancora più elegante e accogliente.

Nuovi arredi

Il lavoro svolto dagli architetti dello studio Alva ha tenuto conto, infatti, dei materiali autentici che caratterizzano l’edificio: il legno di rovere naturale, scelto per gli arredi su misura della hall di ingresso e per la boiserie che avvolge le pareti, il marmo di Carrara utilizzato nel rivestimento delle pareti del bar, la pietra di Billiemi per la pavimentazione. “Quest’ultima – spiegano gli architetti – è stata utilizzata insieme al parquet, materiale più caldo, sia al tatto che per il colore, nello spazio destinato al soggiorno dei soci. Tali scelte hanno trovato particolare consenso da parte della Soprintendenza, in quanto alcuni elementi erano già esistenti nel progetto originale e andati poi perduti”.

I trofei del Circolo del Tennis

Lo spazio del salone è stato riorganizzato con arredi su misura e anche la disposizione dei divani è stata modificata, creando una connessione tra spazio interno ed esterno: “Posizionando infatti i divani a raggiera – spiegano ancora gli architetti di Alva – è possibile godere sempre di una visione diretta sul paesaggio circostante, nonché verso Monte Pellegrino”. Risaltano, infine, i trofei conquistati dal Circolo nella stanza esagonale, dove le mensole in lamiera e i bianchi supporti sottili si confondono con la parete, esaltando ancora di più la collezione di coppe.

Uno degli ambienti riorganizzati

“È stata un’interessante opportunità di ricerca progettuale e di studio, che ci ha permesso di confrontarci con un unicum nel panorama architettonico di Palermo – aggiungono gli architetti – . Siamo onorati, non soltanto di essere stati vincitori del concorso, ma anche di avere avuto la possibilità di un confronto sempre diretto con i soci, veri beneficiari del luogo. Le abitudini, i ricordi e i loro bisogni sono stati pertanto elementi indispensabili per l’elaborazione di un progetto autentico e specifico. Crediamo infatti che la buona architettura abbia ancora un compito sociale e culturale e che ha il ruolo di far star bene le persone nei propri spazi”.

Il logo del Circolo del Tennis

“La ristrutturazione del Circolo è un traguardo importante e motivo di grande entusiasmo per tutti i soci – sottolinea il presidente del Circolo del Tennis, Giorgio Lo Cascio – . Il rinnovamento del piano terra si inserisce all’interno di una programmazione di riqualificazione più ampia, già in atto, volta al miglioramento di alcuni servizi, non solo legati all’ambito sportivo ma anche sociale”.

(Foto Salvatore Cirasa)

Palermo farà parte della rete europea dell’Art Nouveau

Il capoluogo siciliano sarà tra i centri dell’itinerario culturale del Consiglio d’Europa, mentre una mostra di arredi e oggetti ripercorre le tappe del Liberty in città

di Giulio Giallombardo

Non poteva esserci occasione migliore per annunciare l’ingresso di Palermo nel Réseau Art Nouveau Network, la rete europea dedicata alla corrente artistica che ha segnato un’epoca. Una mostra piccola ma preziosa, che mette insieme soprattutto arredi liberty proprio lì dove un secolo fa vennero realizzati. “Poliedrica e sublime. Palermo piccola capitale dell’Art Nouveau”, inaugurata ieri allo Spazio Mediterraneo dei Cantieri Culturali alla Zisa, è la miniatura di una città industriosa e sognante. Si respirano gli anni della Belle Époque, quando la Sicilia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, era crocevia di scambi commerciali, artistici e culturali con il resto d’Europa.

Inaugurazione della mostra

Nel corso dell’inaugurazione della mostra – organizzata da Legambiente Sicilia e dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, sostenuta dalla Fondazione con il Sud e curata dall’associazione La Linea della Palma – è arrivata la conferma dell’ingresso del capoluogo siciliano nella rete europea dell’Art Nouveau. Nato a Bruxelles nel 1999, il network, che fa parte degli itinerari culturali del Consiglio d’Europa, riunisce una ventina di città che racchiudono preziose testimonianze di quel movimento che, con declinazioni diverse, ha attraversato l’Europa. Palermo era stata tra le città europee partner nella fase di lancio del progetto, ma adesso entrerà ufficialmente, anche grazie al supporto di Legambiente.

Modellino in legno di Villa Deliella

“Sappiamo che la candidatura è stata accolta e l’ingresso di Palermo verrà ufficializzato il prossimo 14 dicembre al Villino Florio”, conferma Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia. “La candidatura è stata esaminata in 20 giorni dal comitato tecnico-scientifico che l’ha approvata all’unanimità. Il 6 dicembre – prosegue Zanna – sarà ratificato dal Consiglio di amministrazione l’ingresso della città nel network e a Nancy, il prossimo giugno, il Liberty di Palermo sarà al centro dell’assemblea della rete”. Finora l’unica rappresentante italiana del Réseau è stata la Regione Lombardia, così adesso il capoluogo siciliano andrà ad arricchire l’elenco, in compagnia di città come Barcelona, Budapest, Riga, Vienna, Lubiana, unico italiano insieme alla Regione Lombardia.

Tavolino in ghisa e marmo di Billiemi

Intanto, fino al 9 gennaio, nello spazio che un tempo era una falegnameria delle Officine Ducrot, si possono ammirare alcuni arredi d’epoca, provenienti da collezioni private, insieme ad altre chicche del Dipartimento di Architettura dell’ateneo. C’è un tavolo in ghisa con ripiano in marmo di Billiemi e sedie in ferro battuto realizzati dalla Fonderia Oretea su disegno di Ernesto Basile, in esclusiva per la storica focacceria San Francesco; ma anche un pezzo del camino della sala da pranzo del Villino Florio, ancora annerito dall’incendio doloso del 1962. Aleggia l’ombra di Villa Deliella, con un modellino in legno ricostruito dai disegni di progetto di Basile e anche un articolo del quotidiano L’Ora che ne racconta la fine. E ancora, ventagli di piume, cachepot in porcellana e diversi arredi, tra cui poltroncine in mogano, tavoli e sedie in stile “Torino”, tavolini da fumo e anche un paravento in legno con decori in vetro e ferro battuto realizzato da Salvatore Gregorietti e mobili che arredavano una camera da letto.

Arredi liberty in mostra

La mostra – inaugurata anche dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e dall’architetto Ettore Sessa, docente universitario tra i massimi esperti del Liberty – è figlia di Green Lab, progetto di Legambiente finalizzato all’educazione ambientale e alla valorizzazione della memoria storica. Un laboratorio polifunzionale da cui è nata da poco una mappa del liberty a Palermo: sette itinerari che racchiudono ville, palazzi, teatri, chioschi, alberghi, luoghi del lavoro, testimoni della rivoluzione artistica e culturale di quegli anni. “Il Liberty – sottolinea Zanna – evoca una storia di lavoro, fatica, ingegno e fantasia. Una bella pagina della storia di Palermo che vogliamo valorizzare”.

La dama in fuga, i cani neri e quel castello in vendita

È in cerca di nuovi proprietari la torre San Filippo, una splendida residenza fortificata dell’Ottocento alle porte di Ragusa. Una dimora su cui aleggiano misteri e leggende

di Giulio Giallombardo

È un castello in miniatura circondato dalla campagna ragusana. Un’ottocentesca dimora nobiliare fortificata, con tanto di chiesetta gotica e torre merlata, che evoca architetture tipiche del Nord Europa, molto lontane dal tripudio del barocco che trionfa in quell’angolo di Sicilia. Il castello (o torre) San Filippo è un gioiello neogotico nascosto tra carrubbi e ulivi, alle porte di Ragusa. Una residenza labirintica avvolta da misteri e leggende, come spesso accade a edifici di questo tipo. Si erge al centro di un feudo sulla vallata “Cava Volpe” poco distante dalla diga di Santa Rosalia, caratterizzata da torrenti e ricca vegetazione.

Interni del castello (foto Rossella Papa)

Oggi questo gioiello, che avrebbe bisogno di urgenti interventi di restauro, soprattutto all’interno, è stato messo in vendita dai proprietari. L’annuncio è pubblicato sul sito della filiale italiana di Sotheby’s, casa d’aste inglese tra le più importanti del mondo. La cifra richiesta è di un milione e mezzo di euro, per un complesso monumentale ampio complessivamente 1500 metri quadrati, di cui la metà coprono soltanto il castello. Un edificio che si sviluppa su due piani e – si legge nell’annuncio – “conta due ampi saloni, due cucine, otto camere da letto e tre bagni. Nel patio si erge la chiesa, dalla facciata curiosamente gotica come il portone d’ingresso. Nel corpo rurale, denominato ‘casa mandria’ sono presenti edifici di pertinenza quali fienili, magazzini e stalle aventi una superficie di ulteriori 750 metri quadrati, tutti da ristrutturare”. Attorno c’è un parco di 65 ettari con varietà tipiche della campagna iblea, tra ulivi, carrubbi e altre piante spontanee.

La torre merlata (foto Rossella Papa)

Ma a rendere ancora più affascinante questo piccolo castello siciliano è la leggenda che lo avvolge: un classico delitto passionale, con l’immancabile spettro che continuerebbe ad aggirarsi in quei luoghi. Il racconto che si tramanda ha tutti gli ingredienti tipici delle storie a tinte fosche: il figlio degli antichi proprietari s’innamora e sposa una bionda giovane donna, che a sua volta, perde la testa per un guardiacaccia venuto dal Nord. Lo stalliere del castello scopre il tradimento e lo rivela al marito della donna, che coglie in flagrante gli amanti e, accecato dalla gelosia, pugnala a morte il guardiacaccia.

Castello San Fiippo (foto Rossella Papa)

La donna fugge in preda al terrore, mentre il marito, non sazio della sua vendetta, libera un branco di cani neri, lanciandoli all’inseguimento della donna. L’epilogo non può che essere tragico: la moglie scappa sulla torre del castello e, raggiunta dal branco, si lancia nel vuoto. Tutto questo – secondo la leggenda – accade un 7 novembre, per cui, il settimo giorno di ogni mese, raccontano voci di popolo, l’ombra della giovane riappare sulla torre, inseguita dai cani, per lanciarsi nel vuoto e sparire prima di toccare terra.

Leggende a parte, la cosa certa è che ci sono trattative in corso per la vendita del complesso, anche se è ancora presto per sapere se questo piccolo gioiello avrà presto nuovi proprietari.

(Foto: Rossella Papa)

La chiesetta settecentesca che guarda Palermo dall’alto

Nascosta tra le campagne di contrada Inserra, la piccola Santa Croce è stata meta di pellegrinaggi interrotti a causa della pandemia. Sorge in una posizione panoramica sulla città

di Giulio Giallombardo

Domina Palermo, nascosta nel verde di monte Billiemi. Circondata da mandrie al pascolo e ulivi, la piccolissima chiesa di Santa Croce è il cuore religioso di Inserra, contrada arrampicata appena sopra la città, tra antichi bagli, torri e abbeveratoi. Si raggiunge con facilità, salendo da via Falzone, strada che si inerpica alle pendici del Billiemi, da viale Regione Siciliana. La settecentesca chiesetta, consacrata all’Addolorata, è stata per anni meta di un pellegrinaggio dei devoti del quartiere Cruillas, che si svolgeva il 15 settembre di ogni anno. Ma con l’avvento della pandemia, la tradizione si è interrotta e la chiesa è rimasta chiusa.

Le Case di Santa Croce con Palermo sullo sfondo

A ricostruire la sua storia è stato Fabrizio Giuffrè, giovane architetto palermitano, nato e cresciuto a Cruillas, esperto conoscitore del suo quartiere e autore del libro “Cruillas: storia e memorie di una antica borgata”. La chiesa appartiene al complesso delle Case di Santa Croce, che risale al 1776, quando la nobildonna Girolama Oneto, vedova di Giovanbattista IV Celestri, marchese di Santa Croce, fece edificare il caseggiato con l’annessa chiesetta, dove veniva quotidianamente celebrata la messa per gli abitanti e i pastori della borgata. “Ma la notevole distanza dall’abitato – scrive Giuffrè – l’inadempienza dei fedeli tanto che, nel 1863, la marchesa fu costretta ad inviare una supplica all’arcivescovo di Palermo affinché accordasse la celebrazione di almeno una messa festiva per i 120 abitanti del luogo”.

 

Stemma sul prospetto della chiesa

Santa Croce, con la sua semplice facciata decorata da stucchi e sormontata da una piccola campana, ha tutto l’aspetto di una chiesetta di campagna. Ma quello che sorprende è la sua posizione panoramica, da cui si abbraccia con lo sguardo la sagoma di monte Pellegrino e gran parte della città, fino al golfo. Sopra il prospetto – si legge ancora nel libro –  spicca uno scudo suddiviso in quattro parti con lo stemma delle famiglie Oneto (un albero sradicato con ai lati due leoni rampanti), Celestri (la luna crescente), Monreale (i due castelli e le croci accantonate da quattro crocette) e Valguarnera (le due fasce parallele). All’interno, oltre a un piccolo Ecce Homo ligneo, c’è l’altare settecentesco con decorazioni floreali sormontato da una tela che raffigura l’Addolorata con ornamenti in argento ed ex voto.

Il piccolo campanile di Santa Croce

L’edificio accanto, adesso di proprietà privata come la chiesa, conservava un tempo affreschi e alcuni sovrapporta di carattere paesaggistico, che riproducevano probabilmente particolari dei luoghi circostanti. “Siamo in una zona della città molto ricca di storia, ma anche di leggende – spiega l’architetto – come quella che vorrebbe la marchesa Oneto sepolta da qualche parte nella zona, o quella che aleggia attorno alle vicine Case del Monaco, baglio cinquecentesco adesso abbandonato, dove si dice sia nascosto un tesoro appartenuto all’antico proprietario”.

Torre di Bifalà

Ma nella zona c’è anche la torre di Bifalà, un tempo grande masseria appartenuta ai conti Naselli di Gela, adesso ridotta quasi a un rudere, adiacente all’Ambassador Park, vecchio ristorante abbandonato. Lì davanti c’è ancora un antico abbeveratoio in pietra, ricordato da storici e poeti, per la sua acqua un tempo freschissima. “È una contrada tutta da scoprire – conclude Giuffrè – ci auguriamo, intanto, che dall’anno prossimo possa riprendere la processione a Santa Croce, una tradizione devozionale di cui è importante conservare la memoria”.

Le Vie dei Tesori News

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