Si svelano i tesori del Palazzo Vescovile

In occasione del Festival si possono visitare alcune stanze normalmente non aperte al pubblico: la sala degli stemmi e la cappella privata del vescovo

di Giulio Giallombardo

È il cuore religioso di Mazara del Vallo. Batte nella centrale piazza della Repubblica e adesso apre per la prima volta al pubblico in occasione del Festival Le Vie dei Tesori, che ha fatto il suo debutto in città lo scorso weekend. È il Palazzo Vescovile, sede della Diocesi più estesa e ricca della Sicilia, che a partire da venerdì 18 settembre, svela alcune delle sale normalmente non aperte alle visite. Ci sono due fine settimana per scoprire il maestoso edificio cinquecentesco fatto edificare dal vescovo Bernardo Ganche: venerdì 18 e sabato 19 settembre, dalle 10 alle 13, e il weekend successivo 25 e 26, alla stessa ora (qui per prenotare la visita). Inoltre, a Mazara il Festival ha un giorno in più rispetto alle altre città per le visite: il weekend inizia, infatti, il venerdì e termina la domenica (qui tutti i luoghi da visitare a Mazara).

Atrio del Palazzo Vescovile

Il Palazzo Vescovile è una delle chicche di questo debutto mazarese, che avviene in collaborazione col Comune, con la Diocesi e con il supporto logistico dei giovani dell’associazione Periferica. La visita comincia da piazza della Repubblica, dove si affaccia il prospetto dell’edificio, costruito nel 1583, dove un tempo sorgeva il palazzo-fortezza della potente famiglia Chiaramonte, governatori di quasi tutto il Val di Mazara. Varcato il portale dell’imponente facciata ottocentesca di gusto neoclassico, si accede all’interno dell’atrio con una fontana che anticamente doveva essere un sarcofago e una loggia con archi a tutto sesto. Camminando verso il salone d’ingresso, nella cornice architettonica del piano nobile, si staglia un crocifisso ligneo di ignoto autore risalente al Settecento.

 

Addentrandosi sempre di più all’interno, si è avvolti dalle preziose pitture e sculture policrome, tra cui i dipinti del pittore trapanese Domenico La Bruna, del cremonese Giovan Paolo Funduri e del siciliano Orazio Ferraro. All’interno del salone di ingresso, dal soffitto ligneo a cassettoni decorato, si possono ammirare diverse opere d’arte tra cui spicca l’adorazione dei Magi. Nello stesso salone, c’è anche una copia del cosiddetto “Spasimo di Sicilia” di Raffaello, del 1517, che si trova attualmente al Museo del Prado di Madrid. La visita prosegue, poi, nella sala degli stemmi – normalmente chiusa al pubblico – dove il vescovo Gache fece realizzare sulle pareti gli stemmi dei suoi predecessori e un soffitto ligneo a cassettoni, poi rimaneggiato nel 1600, che reca ancora oggi lo stemma del vescovo del tempo, monsignor Marco La Cava. Dalla sala degli stemmi si accede alla cappella privata del vescovo, un ambiente intimo e spirituale, completamente ristrutturato negli anni ’80 del secolo scorso.

Una delle sale del Palazzo Vescovile

“A volte l’occhio si abitua e lo spirito non si nutre – ha detto il vescovo di Mazara, Domenico Mogavero – . Ecco, Le Vie dei Tesori è pensato da persone entusiaste, da gente che ci crede: ecco siamo felici di essere al loro fianco. Perché questa nuova realtà fluida, di meticciato, è unica e chi la sostiene dovrebbero essere le istituzioni e non i privati”.

Anche quest’anno, è previsto il servizio di collegamento in pullman da Palermo alle altre città del festival. Chi vuole visitare Mazara del Vallo, potrà farlo domenica 27 settembre con partenza alle 9 e rientro in serata (qui per prenotare un posto sul bus). Per informazioni scoprire tutti i luoghi, esperienze e passeggiate di Mazara cliccare qui https://leviedeitesori.com/mazara/. Per tutte le informazioni sul festival visitare il sito https://leviedeitesori.com/festival-le-vie-dei-tesori/. È attivo, inoltre, il centro informazioni del Festival al numero 0918420000, aperto tutti i giorni dalle 10 alle 18, compresi il sabato e la domenica.

La valle delle miniere e il sacrificio dei “carusi”

Una passeggiata del festival Le Vie dei Tesori a Caltanissetta ripercorre il cammino dei minatori di Gessolungo, teatro di un’esplosione dove morirono 65 operai, tra cui 19 bambini

di Giulio Giallombardo

Percorrevano decine di chilometri trasportando zolfo dalle viscere della terra fino in superficie. Lavoravano fino a sedici ore al giorno per pochi spiccioli, restando sepolti vivi nel sottosuolo, dove spesso il loro giovane cuore smetteva di battere per la fatica e i maltrattamenti subiti. È il sacrificio dei tanti “carusi” senza nome, giovanissimi dagli 8 ai 16 anni, venduti o spesso “affittati” per lavorare come schiavi nelle miniere. Come quella di Gessolungo, una delle maggiori solfatare del comprensorio minerario di Caltanissetta, già attiva nel 1839. Con i suoi 300 metri era tra le più profonde della Sicilia e venne chiusa alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un lungo periodo di inattività.

Il Cimitero dei “carusi”

Oggi in quei luoghi c’è un memoriale per tenere vivo il ricordo della strage che ha segnato la storia della miniera. Il 12 novembre 1881, a causa di uno scoppio di grisù, innescato da una lampada ad olio, morirono 65 operai. Tra le vittime dell’incendio seguito all’esplosione anche 19 “carusi”, di cui 9 rimasti senza nome. A loro è dedicato il cimitero dei “carusi” che si trova nella sede della vecchia miniera, e che si potrà visitare nel corso di una passeggiata inserita nella prossima edizione del festival Le Vie dei Tesori, che anche quest’anno torna a Caltanissetta per il quarto anno consecutivo (qui tutti tutti i luoghi, le passeggiate e le esperienze).

L’ex miniera di Gessolungo

La passeggiata lungo il cammino dei minatori, in programma il 20 settembre alle 12 e alle 16 (qui per prenotare), è un percorso-trekking nella Valle delle Miniere, intervallato da piccole soste che coincidono con le cappelle votive realizzate dai minatori e soprattutto con gli imponenti resti delle miniere di zolfo Gessolungo e Juncio-Tumminelli che, spesso, hanno fatto da scenario ai romanzi di Sciascia. La meta finale del tour sarà proprio il cimitero dei “carusi”, un vero e proprio memoriale della tragedia, disseminato di targhe, croci e sculture commemorative.

Uno scorcio del Villaggio Santa Barbara

“Partiremo da un punto di incontro nelle vicinanze del Villaggio Santa Barbara, borgo di epoca fascista costruito per le famiglie dei minatori – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giovanni Balbo, guida naturalistica di Federescursionismo Sicilia che condurrà la passeggiata – . Quello che seguiremo è idealmente il percorso che facevano gli operai per raggiungere le miniere. Una passeggiata accessibile a tutti, lunga tre chilometri circa, solo andata, su strada carrabile e su sentieri di un bosco di eucalipto, prettamente in discesa. Lungo il percorso incontreremo l’ottocentesca cappella votiva di San Michiluzzu degli zolfatari, le miniere Gessolungo e Juncio-Tumminelli, fino ad arrivare al cimitero dei carusi”.

“Carusi” in miniera in una foto d’epoca

A ricordare la cronaca di quel giorno, proprio all’ingresso del cimitero c’è una targa che racconta le sofferenze e il sacrificio di chi perse la vita nella tragedia. “Nella Valle delle Zolfare quel mattino pioveva – riporta la targa – . Correva l’anno 1881, erano le sei del 12 novembre. Centoventi minatori che lavoravano alla Miniera Gessolungo sezione ‘Calafato’ di contrada Juncio, si accingevano a raggiungere i propri cantieri in sotterraneo percorrendo la galleria ‘Piana’, quando improvvisamente furono investiti da un violento incendio causato dallo scoppio di ‘grisou’ prodotto dalla fiamma di una lampada ad acetilene. Cinquantacinque minatori, anche se feriti, riuscirono a raggiungere l’esterno e mettersi in salvo. Per gli altri 65 fu la fine. Sedici di loro feriti gravemente morirono in ospedale. Gli altri 49 recuperati dopo venti giorni sono stati sepolti in questo luogo. Tra loro ci sono 19 “carusi” di età da 8 a 14 anni. Nove sono rimasti ignoti. Viandante, ricordati per le loro sofferenze, il sacrificio e la vita violentemente spezzata ed eleva una preghiera a Dio”.

Poi, su un’altra targa in mezzo alle croci bianche, un ricordo dei nove “carusi” senza nome: “Il buio e la fatica del sottosuolo hanno cancellato dai vostri cuori l’allegria, la scuola e la vita. Il vostro sacrificio sarà ricordato per sempre”.

Anche quest’anno, è previsto il servizio di collegamento in pullman da Palermo alle altre città del festival. Chi vuole visitare Caltanissetta, potrà farlo il 13 settembre con partenza alle 9 e rientro in serata (qui per prenotare un posto sul bus). Per informazioni scoprire tutti i luoghi e le esperienze di Caltanissetta cliccare qui https://leviedeitesori.com/caltanissetta/. Per tutte le informazioni sul festival visitare il sito https://leviedeitesori.com/festival-le-vie-dei-tesori/.

In volo sullo Stagnone con Le Vie dei Tesori

È una delle nuove esperienze dell’edizione 2020 di Marsala, a bordo di un piper sorvolando la laguna più grande della Sicilia seguendo la rotta della Via del sale

di Giulio Giallombardo

Sembrano schizzi dipinti su una tela blu. Un mosaico di colori tenui che si confonde con il mare. È lo spettacolo dello Stagnone di Marsala visto dall’alto, una prospettiva inedita da cui ammirare il vertice più a ovest del triangolo siciliano. Venti minuti tra decollo, volo e atterraggio su un piper sportivo per sorvolare la più grande laguna dell’Isola, fino a quasi accarezzare Favignana. È una delle nuove esperienze dell’edizione 2020 del festival Le Vie dei Tesori, che quest’anno torna a Marsala (qui tutti i luoghi e le esperienze in programma), nei tre weekend dal 12 al 27 settembre. La nuova edizione del festival che ogni anno trasforma le città in musei diffusi, si svolgerà complessivamente in 15 città e borghi in tutta l’Isola, nei 9 weekend compresi tra il 12 settembre e l’8 novembre (qui per saperne di più).

A bordo del piper

Il volo in piper sullo Stagnone si aggiunge a quelli già proposti nelle scorse edizioni del festival a Palermo e che torneranno anche quest’anno. Il decollo, ogni sabato e domenica del festival, dalle 10 alle 13, sarà dall’aeroporto di Birgi (qui potete scegliere giorno del volo e fascia oraria). Alla guida dei velivoli i piloti dell’Aeroclub Palermo-Boccadifalco, che accompagneranno i partecipanti in volo, seguendo idealmente un itinerario sulla “Via del sale”, sorvolando lo Stagnone con le sue quattro isole: da Mozia alla piccolissima Scuola, passando per Santa Maria fino all’Isola Lunga, con le sue saline che brillano al sole.

 

Un’esperienza che l’Aeroclub ha costruito in sinergia con Airgest, società di gestione dell’aeroporto trapanese, l’Aeronautica Militare responsabile dello scalo militare, e l’Enac, Ente nazionale aviazione civile. Un’unione di forze che permette voli in sicurezza e controlli capillari durante tutte le fasi: dall’accoglienza, al trasporto in pista, fino al decollo e all’atterraggio. Possono partecipare fino a un massimo di tre persone alla volta, con l’obbligo di mascherina a bordo, nel rispetto delle normative di sicurezza anti-Covid. Tutti gli aerei saranno sanificati prima di ogni volo e saranno applicati i protocolli standard previsti all’ingresso dell’aeroporto.

Uno dei piper dell’Aeroclub

“Quello che si ammira in volo è un panorama davvero eccezionale – dice a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Lo Cicero, vicepresidente dell’Aeroclub – . Per l’esattezza, non passeremo sopra le isole dello Stagnone, ma faremo un volo quasi a tracciare in aria una ‘esse’, lasciandole a destra e a sinistra, per poterle vedere meglio. Arriveremo quasi a Marsala per poi tornare indietro sullo Stagnone, andando vicino anche a Favignana”. Un’esperienza dedicata a Vincenzo Florio – a cui è intitolato l’aeroporto e i cui segni sono ancora vivi nel territorio – che idealmente si collega ai voli già fatti a Palermo, sulle rotte dell’aviatore Clemente Ravetto, pilota personale dei Florio e autore del primo volo in Sicilia nel 1910. “Ma importante è anche il sale, un tesoro che oggi ridisegna il paesaggio diventando fonte di bellezza – aggiunge Lo Cicero – non a caso, il ‘battesimo del volo’, con un piccolo souvenir che consegneremo ai partecipanti dopo l’esperienza, sarà proprio dedicato al sale”.

Anche quest’anno, è previsto il servizio di collegamento in pullman da Palermo alle altre città del festival. Chi vuole visitare Marsala, potrà farlo il 20 settembre con partenza alle 9 e rientro in serata (qui per prenotare un posto sul bus). Per informazioni scoprire tutti i luoghi e le esperienze di Marsala cliccare qui https://leviedeitesori.com/marsala/. Per tutte le informazioni sul festival visitare il sito https://leviedeitesori.com/festival-le-vie-dei-tesori/.

In volo sulle Madonie, inaugurata la zipline

Tutto pronto per i primi lanci dal nuovo impianto di San Mauro Castelverde, planando su boschi e valli con il mare e le Eolie all’orizzonte

di Giulio Giallombardo

Volare abbracciando le Madonie. Sospesi su boschi naturali di querce, lecci, ulivi secolari e frassini. Davanti agli occhi il mare con le Eolie che si stagliano all’orizzonte. È lo spettacolo che offre la zipline di San Mauro Castelverde (ve ne abbiamo parlato qui), la prima in Sicilia e l’unica presente nel Mezzogiorno insieme a quella di Pietrapertosa, in Basilicata. Dopo anni di attesa, pochi giorni fa l’inaugurazione dell’impianto – costato circa un milione di euro – alla presenza dei vertici della Regione Siciliana, con il governatore Nello Musumeci e l’assessore al Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, il presidente del Parco delle Madonie, Angelo Merlino, insieme a oltre 25 sindaci del territorio. Dal 28 agosto, l’impianto apre al pubblico e si preannuncia già il tutto esaurito per i primi giorni.

L’arrivo dopo il volo

Un minuto e mezzo di pura adrenalina, volando appesi a un cavo d’acciaio lungo 1600 metri a una velocità che tocca i 130 chilometri orari, con un’altezza massima di 170 metri dal suolo e 260 metri di dislivello. Sono i numeri di un’esperienza che punta ad attirare 10mila presenze all’anno, in un contesto paesaggistico unico in Italia. Quella di San Mauro, infatti, è la sola da cui lo sguardo spazia fino al mare, pur partendo da mille metri d’altezza. “All’inizio si vola sopra un bosco fittissimo, incontaminato, con costoni di roccia molto suggestivi. Dopo si inizia a rallentare e il paesaggio cambia, con una distesa di frassini da manna e il mare con le Eolie da una parte e Ustica dall’altra. Frenando lentamente si arriva, infine, alla stazione di arrivo”. È il racconto del volo che fa Giovanni Nicolosi, amministratore unico della Zipline Sicilia – San Mauro Castelverde, società consortile che gestisce l’impianto.

La postazione di arrivo

Guida ambientale escursionistica, Nicolosi, tornato dieci anni fa in Sicilia dopo gli studi a Bologna, si occupa adesso di turismo naturalistico a tempo pieno. Gestisce, infatti, sia le visite alle Gole di Tiberio, sempre a San Mauro, sia il centro di educazione ambientale “Il Grifone” a Piano Battaglia. “Per noi è una scommessa importante – prosegue – soprattutto in questi tempi difficili a causa della pandemia. Prima con le Gole di Tiberio, adesso con la zipline, speriamo di creare un volano di sviluppo non solo per San Mauro, ma per tutte le Madonie”. E i presupposti ci sono tutti, dal momento che il sito internet online da poche settimane ha già fatto registrare accessi non solo dalla Sicilia, ma da diverse parti del mondo e in tanti hanno già chiamato per prenotare un volo.

La rampa di lancio

In questa prima fase, l’impianto resta aperto per due mesi, con lanci dalle 9 alle 19, ma giorni e orari potranno cambiare in funzione delle condizioni meteorologiche. Si può volare anche in coppia, ma in due non si devono superare i 140 chili e la differenza di peso non può essere superiore ai 40 chili. “Stiamo finalmente uscendo dall’oblio, adesso si comincia a parlare di San Mauro non come il paese del clan, ma come quello delle attrattive – ha detto il sindaco Giuseppe Minutilla a Le Vie dei Tesori News – . Ci auguriamo che dopo un volo sulla zipline e una visita alle Gole di Tiberio, in tanti potranno scoprire anche le chiese e i tesori monumentali del nostro borgo, fra cui l’unico mulino a vento delle Madonie, che stiamo ristrutturando e che speriamo di poter inaugurare entro quest’anno”.

Per informazioni sulla zipline telefonare al 3331293487.

In volo sulla zipline

Viaggio in 500 sulle strade della Sicilia segreta

Una coppia catanese ha percorso mille chilometri a bordo dell’iconica vettura, da un capo all’altro dell’Isola. Una vacanza di prossimità nell’estate della pandemia

di Giulio Giallombardo

Se il viaggio fosse un colore, sarebbe celeste. Anche in questa straniante estate segnata dalla pandemia. Sprazzi di cielo limpido, tra nubi scure che vanno e vengono. Un tragitto a tappe a bordo di un’icona, per scoprire luoghi fermi nel tempo. Sono gli effetti collaterali delle vacanze di prossimità imposte dal virus, venuto per nuocere, ma anche foriero inconsapevole di bellezza. Come quella che per due settimane ha avuto negli occhi una coppia catanese che ha girato la Sicilia più autentica e segreta, su una vecchia Fiat 500 celeste, con tanto di portapacchi sul cofano posteriore.

Valeria Sanfilippo e Thomas Barbagallo

Insegnante lei, operatore turistico lui, hanno percorso mille chilometri partendo da Catania e arrivando dall’altra parte dell’Isola. Sulla loro “celestina” si sono mossi soltanto su strade minori – statali, provinciali, fino a vere e proprie trazzere – attraversando borghi di pietra, montagne solitarie, ma anche città d’arte. Da Catania ai Nebrodi, tra Cesarò, Cerami e Troina. Poi da Sperlinga fino alle Madonie, con Gangi, le due Petralie, Castellana Sicula, Caltavuturo, Scillato, Collesano, Isnello e Castelbuono. Da Termini Imerese, dopo una tappa a Palermo, in viaggio verso l’entroterra a Piana degli Albanesi e Portella della Ginestra, fino ad arrivare a Trapani, Marsala, Mazara del Vallo e Castelvetrano. E ancora, da Sciacca, di nuovo su verso Caltabellotta, Burgio, Palazzo Adriano, Vallelunga, Valledolmo per poi tornare a Catania.

Un momento del viaggio

Coppia giramondo, Valeria Sanfilippo e Thomas Barbagallo, appassionati di escursionismo, campeggio e natura, hanno messo in valigia una buona dose di spirito di avventura, con l’obiettivo di scoprire le bellezze a due passi da casa. Lo hanno fatto toccando tappe per nulla pianificate, lasciandosi consigliare anche dalla gente del posto e scegliendo di volta in volta i luoghi in cui pernottare. “Siamo tutti abituati ad andare sempre di corsa, preferendo le autostrade per spostarci da un punto all’altro, ma viaggiando su percorsi secondari si scoprono posti incredibili che mai avresti immaginato di trovare”, racconta Valeria Sanfilippo, insegnante di storia dell’arte in un liceo di Catania.

 

Ma la vera protagonista di questo viaggio, manifesto di lentezza, è lei, “celestina”, macchina del tempo con cui fare un balzo nel passato. “La nostra 500 si è rivelata perfetta per questo tipo di vacanza – prosegue Valeria – i deflettori sono meglio dell’aria condizionata e tra cappottina e ombrellino abbiamo superato le giornate più calde. Ovunque siamo andati, non c’erano occhi che per lei e tutti si fermavano a guardarla. Se a questo aggiungiamo che un pieno in 500 costa 24 euro e che per mangiare e dormire abbiamo speso pochissimo, allora questa esperienza di prossimità è stata ancora più esaltante”.

La partenza della Targa Florio a Cerda

L’idea di partenza era quella di scoprire i luoghi dei Florio in 500, ma poi il viaggio è stato più lungo del previsto, toccando mete non programmate. “Abbiamo amato tantissimo Sperlinga, Palazzo Adriano, Caltabellotta e Caltavuturo, dove abbiamo comprato anche una stalla che adesso vogliamo ristrutturare – racconta ancora l’insegnante – . Poi ci siamo voluti fermare tre giorni a Palermo, città incredibile, dove si respira ancora quella Sicilia autentica che a Catania un po’ stiamo perdendo. Siamo rimasti stupiti da Burgio, con la sua cinquecentesca fonderia delle campane, una delle poche esistenti in Italia e ancora Castelvetrano, con una ricchezza artistica da fare invidia alle città più importanti. Per poi ritrovarci nel cuore della notte sulle Madonie, lungo strade totalmente al buio, incontrando volpi e altri animali selvatici”. Un viaggio di formazione, dunque, un po’ vintage, un po’ all’avventura, per esorcizzare le minacce dei nostri tempi.

Sferracavallo e il lungomare negato

Approvato dalla giunta comunale di Palermo il progetto per dismettere l’attuale passeggiata di Barcarello e ridisegnare il marciapiede

di Giulio Giallombardo

Il tramonto più bello di Palermo è da tempo orfano di un lungomare all’altezza. Passeggiare a Barcarello, nella borgata di Sferracavallo, è come un percorrere un campo minato. Un occhio guarda all’incanto di una natura indomita, l’altro agli squarci sulla passerella di legno ormai quasi completamente transennata. È la prevedibile conseguenza di una progettazione azzardata che risale 12 anni fa, quando sulla via Barcarello fu realizzata una passeggiata composta da travi in legno che poggiano su conci di tufo, particolarmente soggetti all’erosione marina. Così, in pochi anni, nonostante diversi interventi di manutenzione, la struttura che accompagna alle porte della riserva di Capo Gallo, si è andata sbriciolando, collassando in più punti.

Render del progetto di riqualificazione

Adesso, la giunta comunale sta spingendo il piede sull’acceleratore in vista dell’attesa riqualificazione, di cui si parla da tempo. Il progetto per ridisegnare il lungomare di Barcarello è stato approvato pochi giorni fa, ma adesso bisognerà attendere che dalla Regione arrivi il finanziamento di 4 milioni di euro, ricavato dal Fondo europeo di sviluppo regionale 2014-2020. Un intervento che coprirà un’area di circa 24mila metri quadrati, interessando tutta la sede stradale. In particolare – fanno sapere dall’amministrazione comunale – il progetto prevede il rifacimento dello strato di usura della parte carrabile della strada e il rifacimento dei marciapiedi, oltre ad una parziale sistemazione delle porzioni di terrapieno esistenti che si estendono oltre la strada. Inoltre, sarà ampliato l’altro marciapiede, lato monte, per estendere la superficie pedonale.

L’area dell’intervento

La passeggiata in legno verrà smantellata e per i marciapiedi – spiegano ancora da Palazzo delle Aquile – sarà utilizzato un basolato di pietra il cui colore e disposizione richiameranno in parte quelli del tavolato del camminamento pedonale da dismettere, con orlature in pietra calcarea chiara. Previsto, inoltre, un sistema di sedute davanti al mare realizzate con conci prefabbricati di calcestruzzo color sabbia chiaro. “Nei tratti in cui l’andamento della strada presenta delle concavità – si legge nella relazione tecnica del progetto – sono articolate come gradinate che si rivolgono verso il mare e nei tratti in cui la strada presenta delle convessità, con una seduta continua che si rivolge verso monte”. Infine, nuove panchine e zone verdi completeranno la riqualificazione.

I conci di tufo su cui poggia l’attuale passerella

Ma per passare dal sogno alla realtà, la palla adesso passa alla Regione che dovrà finanziare l’intero progetto. Secondo il cronoprogramma, i lavori saranno realizzati in un anno, ma l’avvio del cantiere dipenderà dall’approvazione del finanziamento. “Ci vorrebbe adesso la collaborazione di tutti gli enti preposti per velocizzare i tempi – spiega Mauro Pantina, architetto da sempre innamorato di Sferracavallo – . Quel tratto di costa con il tramonto sull’isolotto è un unicum della costa palermitana, né da Mondello, né dalla Cala si vede uno spettacolo simile. È dal 1998 che in questa borgata non si fa nulla, l’ultimo progetto, a parte la passerella, fu la sistemazione della piazza con la creazione dei chioschi per gli esercenti, dei servizi igienici e del famoso corrimano celeste”.

Il nuovo lungomare previsto dal progetto

Il lungomare oggi è un deserto, solo un bar e un ristorante. Dopo i danni all’ambiente causati da uno stabilimento balneare, sequestrato anni fa e diventato un ecomostro, le concessioni demaniali sono diventate più difficili. “Sferracavallo è una borgata dimenticata, da sempre vista come ‘cugina povera’ di Mondello, ci auguriamo – aggiunge l’architetto – che quest’inerzia amministrativa che si protrae da troppi anni sia a un cambio di passo”. Ma riguardo ai tempi di realizzazione del progetto, il sindaco Leoluca Orlando sottolinea l’importanza di impegnare i fondi comunitari entro la fine dell’anno: “I nostri uffici hanno redatto un progetto che al di là del valore economico ha un grande valore per il decoro e la fruibilità di uno splendido tratto di costa – ha dichiarato il sindaco – . Una volta ultimato il progetto, sarà posta fine allo scempio di una passerella in legno che va continuamente aggiustata, ma soprattutto sarà restituita la passeggiata alla piena fruizione di palermitani e turisti”.

Il fuoco divora Monte Cofano, riserva in fiamme

Un rogo ha distrutto il patrimonio naturalistico dell’area protetta trapanese, che custodisce delicati ecosistemi tipici della macchia mediterranea

di Giulio Giallombardo

Visto da lontano sembra un vulcano nel pieno di un’eruzione. Eppure, quei solchi rossi che avvolgono Monte Cofano non sono fiumi di lava, ma altissime fiamme che hanno divorato un pezzo di macchia mediterranea. Un incendio è divampato ieri sera nella piccola ma preziosa riserva naturale tra San Vito Lo Capo e Trapani. Gli interventi degli operatori forestali e dei vigili del fuoco hanno cercato di contenere il propagarsi delle fiamme, spegnendo all’alba gli ultimi focolai, ma i danni al patrimonio ambientale rischiano di essere irreparabili.

Monte Cofano in fiamme (foto Lorenzo Tondo)

L’incendio – fanno sapere dal Comune di Custonaci, in cui ricade la riserva – è partito dalla cinquecentesca torre della Tonnara di Cofano, ma ha rapidamente raggiunto la cima della montagna. Sul posto hanno lavorato anche squadre di volontari della Protezione civile siciliana dotate di modulo antincendio e un’auto medica, a supporto delle squadre d’emergenza della forestale e dei vigili del fuoco. Secondo il sindaco Giuseppe Morfino si è trattato di “un’ennesima azione criminale perpetrata ai danni del nostro patrimonio ambientale. Vedere bruciare la riserva di Monte Cofano – ha proseguito il primo cittadino – suscita rabbia e forte indignazione. Per i cittadini di Custonaci e dell’intero territorio trapanese scempi di tale portata sono inaccettabili”.

Monte Cofano

Gli fa eco il sindaco di San Vito Lo Capo, Giuseppe Peraino, che parla di un “gesto vile che lascia profondamente amareggiati. Un’azione criminale da condannare fermamente auspicando che il colpevole, o i colpevoli, venga individuato e punito”. Il sindaco ha lanciato, inoltre, un appello a cittadini e turisti “affinché segnalino immediatamente agli organi preposti la presenza anche solo di piccoli focolai, per consentire interventi tempestivi impedendo che fatti gravi di questa portata possano ancora ripetersi con questa violenza distruttiva”.

La riserva di Monte Cofano

Dopo quasi dieci ore, il rogo che si è allargato fino al versante nordest, sulla baia di Castelluzzo e Makari, ha distrutto ettari di verde protetto. Delicati ecosistemi mediterranei che vanno dalla prateria ad ampelodesma, ai cespugli di palma nana o euforbia arborea, fino alle tante specie botaniche che crescono all’interno della riserva, come il cavolo di roccia e lo sparviere del Monte Cofano. “Le foto di stanotte con Monte Cofano in fiamme fanno rabbrividire, ci deprimono e ci sconfortano profondamente – ha commentato il presidente di Legambiente Sicilia, Gianfranco Zanna – . Un altro, l’ennesimo, pezzo della nostra bellezza è andata in fumo. Chissà quanti anni ci vorranno per farlo rivivere. Ma chi vuole tutto questo? Chi sono questi assassini di futuro? Chi continua a seminare odio per la nostra terra, per il nostro patrimonio naturalistico? Siamo noi siciliani i colpevoli e i responsabili. Siamo noi che appicchiamo il fuoco. Lo sappiamo che sono pochi questi delinquenti, criminali, ladri di speranze, ma noi tutti non facciamo nulla per fermarli”.

La torre della Tonnara di Cofano

Preoccupato per la “puntualità” con cui nei giorni più caldi divampano gli incendi, è anche Pietro Ciulla, presidente del Wwf Sicilia Nord Occidentale. “Ormai siamo al disastro generalizzato in tutta la Regione – ha commentato – . Abbiamo da anni chiesto con forza che la manutenzione preventiva dei boschi venga fatta al tempo dovuto, che ci sia una costante e preventiva operazione di intelligence e l’organizzazione di una task force che in modo preventivo presidi i luoghi sensibili quando le condizioni climatiche diventano critiche, che tutto ciò venga fatto aggregando risorse interforze. Chiediamo, inoltre, che venga aggiornato subito il catasto degli incendi e che si applichino le norme di legge sui luoghi bruciati per disincentivare gli eventuali interessi dei piromani. Di tutto questo, tragicamente, non vediamo niente”.

(La prima foto grande in alto è di Adriano Drago)

Migliaia di libri da salvare dopo l’alluvione

Sono circa tremila i volumi della Biblioteca regionale danneggiati dal nubifragio di Palermo, tra cui alcuni risalenti al Cinquecento

di Giulio Giallombardo

Una strage di libri. Migliaia di volumi inzuppati d’acqua, alcuni danneggiati quasi irrimediabilmente, ma altri già salvati. Sono le ferite ancora aperte dell‘alluvione del Festino, che non ha risparmiato neanche il patrimonio librario della Biblioteca centrale della Regione Siciliana. “A causa delle piogge è entrata acqua anche nel magazzino bagnando molti volumi. Siamo costretti a chiudere la biblioteca fino a quando non saranno stati messi in sicurezza tutti i volumi”. Questo l’avviso che si legge sul sito web della biblioteca del centro storico di Palermo, lo stesso pubblicato sulla fanpage istituzionale su Facebook, dove all’indomani del nubifragio del 15 luglio erano spuntati anche alcuni post (poi rimossi) con le foto di tantissimi libri aperti ad asciugare.

Volumi disposti ad asciugare sui banchi della biblioteca

Da giorni, compreso il fine settimana, i professionisti del Laboratorio di restauro della Regione stanno lavorando senza sosta per salvare quanti più libri possibile. Secondo una prima stima sarebbero circa tremila i volumi danneggiati dall’acqua, molti dei quali antichi, tra cui cinquecentine e seicentine, ma anche libri del Settecento fino a testi di epoca più recente. Fortunatamente, alcuni libri sono stati già asciugati, mentre per altri il lavoro di recupero è ancora lungo. Dopo l’alluvione, la direzione della biblioteca ha inviato una relazione all’assessorato regionale ai Beni culturali, allertando anche la Soprintendenza di Palermo.

 

“Abbiamo fatto un sopralluogo accertando che l’acqua si è infiltrata da una stanza del convitto nazionale, attigua alla torre libraria della biblioteca – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . Purtroppo, quando arriva una quantità d’acqua così importante in pochissimo tempo, non c’è pluviale o grondaia che riesca a reggere e smaltire in modo indolore le infiltrazioni”. Così, l’acqua è scivolata da sotto la porta del nono dei dieci piani della torre metallica che occupa tutto il corpo dell’edificio, tracimando giù nei piani inferiori, causando danni soprattutto al settimo e al quarto piano, dove sono custoditi libri antichi, fino al pianterreno dove si trovano quelli più moderni.

Uno dei volumi danneggiati

Fortunatamente i volumi storicamente più preziosi si sono salvati, perché si trovano in una sala blindata, ma il colpo subito dal patrimonio librario regionale è stato duro. I restauratori, pur avendo lavorato in emergenza e con strumenti a disposizione limitati, a fronte di un evento eccezionale e imprevedibile, hanno già messo in sicurezza diversi volumi. Adesso, non resta che aspettare la riapertura della biblioteca, la seconda nell’arco di un mese, dopo i tempi bui della quarantena.

Gagini ritrova Raffaello, rinasce l’altare allo Spasimo

Svelata l’opera ricostruita dopo due anni di lavori. Incornicia la fedele riproduzione del dipinto realizzato dal pittore rinascimentale e adesso custodito al Prado di Madrid

di Giulio Giallombardo

Un cerchio che si chiude dopo cinquecento anni. Un grande mosaico ricomposto che mette insieme un minuzioso lavoro di restauro e la forza visionaria delle nuove tecnologie applicate ai beni culturali. Dopo due anni sono stati ricomposti tutti i pezzi del grande altare in marmo di Antonello Gagini che si è rimaterializzato allo Spasimo, la chiesa di Palermo dove era stato costruito nel 1517. Incorniciata dalle due colonne e dal timpano risalta, identica all’originale, una copia dell’Andata al Calvario, il dipinto noto anche come Spasimo di Sicilia, che fu commissionato a Raffaello e che si trovava in origine proprio sullo stesso altare, prima di approdare in Spagna dov’è ancora oggi.

L’altare con la copia del dipinto di Raffaello

L’altare è stato inaugurato questo pomeriggio nella Cappella Anzalone dello Spasimo. La tappa conclusiva di una lunga e travagliata ricerca durata 34 anni, condotta caparbiamente da Maria Antonietta Spadaro, architetto e storica dell’arte, che dopo aver individuato e catalogato i cinquanta pezzi dell’altare conservati a Villa San Cataldo, a Bagheria, è riuscita a rimettere insieme il puzzle (ve ne abbiamo parlato qui). Il restauro, condotto dall’ufficio Città storica del Comune di Palermo, si è basato sul rilievo dei frammenti ritrovati, raffrontandoli con immagini d’epoca recuperate dagli archivi della Soprintendenza. L’altare – spiegano i tecnici – è stato assemblato a secco, rispettando i fori e gli innesti originari. Ma l’intenzione è quella, in futuro, di trasferirlo nella vicina Cappella Basilicò, che è il luogo esatto dove si trovava in origine. Tutti i pezzi sono stati rimontati su una struttura metallica di supporto che renderà più facile il trasporto dell’altare, quando saranno ultimati i lavori di bonifica e consolidamento della cappella, intitolata al giureconsulto Jacopo Basilicò, a cui si deve la costruzione dello Spasimo.

Uno dei capitelli

Basilicò commissionò l’altare a Gagini e il dipinto a Raffaello, un quadro che da Palermo, dopo varie peripezie, finì in Spagna, al monastero dell’Escorial, poi in Francia, razziato dalle truppe napoleoniche, per tornare ancora agli spagnoli. Oggi è esposto al Prado di Madrid, ma il suo “clone” è tornato a Palermo, proprio nell’anno in cui ricadono le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del grande pittore del Rinascimento. La copia è stata creata – su un’idea di Vittorio Sgarbi e Bernardo Tortorici di Raffadali – da Factum Arte, laboratorio spagnolo che riproduce i più grandi capolavori del mondo, gli stessi che hanno realizzato la Natività di Caravaggio, esposta all’oratorio di San Lorenzo di Palermo.

Particolare della copia di Raffaello

“Il processo di ricreazione – spiegano da Factum Arte – è cominciato dall’acquisizione del colore del dipinto originale, usando una fotografia panoramica. Come ogni nostro progetto, il capolavoro è stato documentato in altissima risoluzione usando esclusivamente tecnologie non invasive, in linea con l’impegno a tutelare le opere d’arte. L’operazione ha coinvolto una serie di procedure che hanno assicurato l’acquisizione di un colore assolutamente accurato, documentando ogni passaggio. Superficie pittorica e supporto rigido – puntualizzano i tecnici – sono stati ricreati in parallelo a Madrid, prima di essere riuniti. I dati digitali sul colore sono stati rielaborati in sede sotto forma di centinaia di fotografie ad alta risoluzione, poi stampati dalla speciale stampante a piano fisso progettata da noi progettata”.

Il timpano dell’altare

Presenti all’inaugurazione, oltre a Maria Antonietta Spadaro, Vittorio Sgarbi e Bernardo Tortorici, anche il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando; la soprintendente dei Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca; Peter Glidewell di Factum Arte e Paolo Porretto, direttore del cantiere di restauro dello Spasimo per conto dell’Ufficio Città storica. “Una restituzione alla città – ha detto il sindaco Orlando –, un’opera che è scampata a naufragi, distruzioni e bombe, e che oggi rivediamo nel suo virtuale, straordinario splendore, come neanche Raffaello riuscì ad ammirare mai”. Secondo Sgarbi, si tratta di “una ricostruzione filologica”, poiché “quest’opera nasce su tavola e solo nell’800 migra su tela, così come la vediamo al Prado. Ecco, questa ricostruzione di Factum Arte la restituisce alla sua essenza, e l’altare del Gagini, che mi piace immaginare sia anch’esso nato su un disegno di Raffaello, è il suo degno completamento. Credo che questa restituzione sia l’unica novità dell’anno raffaellesco”.

Sarà possibile visitare la cappella che ospita l’altare allo Spasimo, nell’ambito del festival RestArt, ogni venerdì e sabato dalle 19 a mezzanotte fino al 29 agosto. Il primo weekend (10 e 11 luglio) visite dalle 19 alle 20,30.

(Foto Giulio Giallombardo)

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