Da Palermo a Praga: un amore “gemello” per Rosalia

Il culto della Santuzza è diffuso anche nella capitale ceca, tra sculture, edicole votive e immagini sacre, nel ricordo della liberazione dalla peste

di Giulio Giallombardo

Appare sulla facciata di un palazzo storico, in un’edicola votiva all’interno di un grande santuario, e a lei furono dedicate alcune incisioni nell’Ottocento. Protagonista di un culto antico è Santa Rosalia, ma i devoti in questo caso non sono palermitani. Non fu, infatti, soltanto Palermo a essere liberata dalla peste grazie alla Santuzza, come tradizione religiosa vuole: stessa sorte toccò a Praga, agli inizi del Settecento. Fu allora che i cittadini a lei si votarono per debellare l’epidemia di peste che aveva colpito tutta la Boemia. La fama prodigiosa legata al culto della Santuzza si spinse, infatti, fino a lì e quando l’epidemia cessò, i praghesi iniziarono a venerare la patrona di Palermo.

Il bassorilievo raffigurante Santa Rosalia

A lei furono particolarmente grati i coniugi Wesser, che, scampati alla peste, fecero realizzare nella parte più alta della facciata della loro casa, nella centralissima via Karlova, in piena città vecchia, un bassorilievo raffigurante Santa Rosalia, insieme ai gesuiti Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio. E la Santuzza è ancora lì, in cima alla Casa al Pozzo d’Oro, luogo avvolto da leggende come tutta Praga, che adesso ospita un albergo e una delle più importanti pasticcerie della città. “Si racconta che la fama della Santuzza era già molto nota e che la famiglia si affidò a tutti i santi protettori della peste, tra cui anche Rosalia – racconta Gianluca Terravecchia, palermitano che vive a Praga, appassionato di storia – . C’è da dire anche che qui esistono diverse ‘immaginette’ di Santa Rosalia che è possibile trovare in alcune chiese”.

Immaginetta dedicata a Santa Rosalia

Tra queste, ci sono anche quelle della collezione di Joseph e Leopold Koppe, importanti editori praghesi che, a partire dalla metà dell’Ottocento, raccolsero e diedero alle stampe immagini votive di particolare interesse. Biagio Gamba, da anni studioso e collezionista, ne ha ricostruito la storia, con notizie e dati raccolti in vent’anni di ricerca. “Gli appassionati di immaginette praghesi – scrive Gamba sul suo blog – sanno molto bene che, nell’ambito dell’iconografia boema, Santa Rosalia è una figura piuttosto diffusa. Ciò nonostante a Praga non esiste alcuna chiesa espressamente dedicata alla Santuzza, o se esiste non è a conoscenza del sottoscritto”.

Di certo c’è, però, che esiste un’edicola votiva all’interno del Convento di Loreto, sempre a Praga, fondato da una nobildonna ceca che voleva far conoscere la leggenda della Santa Casa, la famosa basilica mariana che sorge nelle Marche. All’interno di quello che è considerato il più importante santuario praghese – come suggerisce Terravecchia – si trova un’edicola votiva in legno dedicata proprio a Santa Rosalia. Sotto l’immagine della patrona, c’è anche un’iscrizione su cui si legge “S. Rosalia patrona contra pestem”.

L’iscrizione per Santa Rosalia nel Convento di Loreto

Ma se ancora ci fossero dubbi sull’importanza del culto della Santuzza in quel di Boemia, basta sfogliare un volume del 1726 dal titolo “La sacra apoteosi, cioè la gloriosa divinazione di S. Rosalia”, stampato dal Senato palermitano. In uno dei capitoli si legge: “Si è disteso con divozione singolare nella Boemia e in Ungheria a corso di miracoli, il culto della Santa. La Città di Praga in rendimento alla liberazione del contagio conseguita per la di lei invocazione, l’ha eletto per sua Padrona; e gli scolari di quella Università con inni specialmente ivi composti celebrandone per tutto l’anno le glorie, a nome del Regno la invocano”. Un amore antico, dunque, quasi gemello a quello dei palermitani.

(Le foto delle immagini votive di Santa Rosalia sono di Biagio Gamba, tutte le altre sono di Gianluca Terravecchia)

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La città di pietra nascosta tra i monti di Palermo

In un bosco vicino a Piana degli Albanesi c’è una particolare formazione rocciosa in cui massi squadrati sembrano antiche costruzioni create dall’uomo

di Giulio Giallombardo

Un labirinto di pietra nascosto tra le querce. Massi squadrati coperti di muschio all’ombra di un piccolo bosco tra i monti di Palermo, tra Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela. Passeggiare tra la rocce magiche del bosco di Rebuttone dà la sensazione di trovarsi in un luogo antico dal respiro mitico. Un fenomeno carsico tutto naturale ha creato un paesaggio irreale unico del Palermitano, luoghi di interesse geomorfologico che gli scienziati chiamano “città di roccia”. Si tratta di banchi rocciosi a tratti vicini quasi a formare percorsi labirintici, in altri casi più isolati e svettanti come piccole torri, creati dalla dissoluzione superficiale degli strati orizzontali di roccia.

Formazioni rocciose a Cozzo Giammeri

Il bosco, con le sue rocce dalle mille forme, si sviluppa attorno a Cozzo Giammeri, rilievo di circa 800 metri dell’altopiano carsico dei monti di Piana degli Albanesi, a nord di Santa Cristina Gela. Si raggiunge senza grandi difficoltà dalla contrada Rebuttone, a due passi da Altofonte. Percorsi pochi metri lungo un sentiero che sale a Cozzo Giammeri, già affiorano piccole torri di roccia che si fanno via via più compatte fino ad arrivare a un piccolo pianoro dove il bosco si fa più un po’ più fitto. È qui che i blocchi calcarei, per un’alchimia sapientemente architettata dalla natura, formano piccoli labirinti, cavità simili a antiche abitazioni rupestri, con tanto di fessure che sembrano porte e finestre. Due blocchi che si reggono uno sull’altro, hanno, poi, creato una profonda gola di roccia non difficile da attraversare: una discesa il cui fascino fiabesco è completato da grosse radici di edera che si inerpicano su per la parete.

“Il bosco, con la città di roccia, è un frammento dell’altopiano dei monti di Palermo poco frequentato, perché circondato da molte proprietà private – spiega a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Ippolito, geologo e guida escursionistica della cooperativa Artemisia – . Si è conservato per questo piuttosto integro, anche se si tratta di una parte residuale dell’antico querceto caducifoglie che una volta copriva quasi interamente tutta la Piana dei Greci fino alle Serre della Pizzuta e alla pianura dove ora c’è il Lago di Piana degli Albanesi”.

Città di roccia nel bosco

“Queste particolari rocce sono della formazione Scillato del Triassico superiore, risalenti a un’età compresa tra 228 e 199 milioni di anni fa – precisa il geologo – , si tratta di uno strato sedimentario calcareo che in alcuni punti poggia su uno strato più facilmente erodibile, per cui il sostegno viene meno e si comincia a spaccare formando blocchi. Poi l’erosione completa lo smantellamento fino a lasciare questi torrioni isolati”. Uno spettacolo della natura che fa a pugni con le discariche abusive disseminate lungo le strade della zona da cui inizia il cammino per raggiungere il bosco. Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

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Il museo dell’amaro dei monaci eccellenza siciliana

Viaggio nello stabilimento Averna di Caltanissetta, dove ancora oggi viene prodotto il liquore famoso in tutto il mondo

di Giulio Giallombardo

Una storia siciliana lunga 150 anni. Un elisir la cui ricetta segreta si tramanda nei secoli e che ancora oggi viene prodotto lì dove nacque nel 1868. Lo stabilimento Averna di Caltanissetta resta sempre il luogo in cui prende vita l’amaro per eccellenza, anche dopo l’acquisizione dell’azienda della famiglia Averna da parte di Campari nel 2014, che si occupa oggi dell’imbottigliamento del liquore siciliano negli stabilimenti in Piemonte. La recente scomparsa di Francesco Claudio Averna, ex presidente del gruppo, che aveva guidato l’azienda insieme ad altri componenti della famiglia, tra cui il cugino Francesco Rosario, fino alla cessione, riporta inevitabilmente a ripercorrere la storia di una delle più importanti avventure imprenditoriali dell’Isola.

Don Salvatore Averna

Tutto nasce quando, a Caltanissetta nel 1854, fra’ Girolamo, un frate cappuccino dell’abbazia di Santo Spirito, in punto di morte volle donare a don Salvatore Averna un’antica pergamena su cui era scritta la ricetta di una bevanda a base di erbe, che i cappuccini del convento preparavano per curare febbri malariche, catarro intestinale e disturbi digestivi. Quello del francescano fu un segno di riconoscenza nei confronti di don Salvatore, ricco commerciante di tessuti molto noto in città e generoso benefattore dell’abbazia. Averna pochi anni dopo acquistò, in contrada Xiboli a pochi chilometri dalla città, i resti dell’antico convento cinquecentesco dei Cappuccini, in stato di abbandono da oltre 250 anni, per trasformarlo in dimora di campagna, dove trascorrere le vacanze. Fu lì che don Salvatore iniziò a lavorare sulla ricetta dell’”elisir cappuccino”, prima prodotto soltanto per familiari e amici, poi, dal 1868, battezzato con la prima etichetta.

Lo stabilimento Averna (foto Stephen Woolverton)

Così l’ex convento divenne la distilleria dove si iniziò a produrre l’amaro Averna. Dopo la morte di don Salvatore e dei suoi fratelli, Francesco Averna rimase il solo erede dell’azienda, che aveva una produzione ancora molto limitata. Ma la fama del liquore iniziò a diffondersi, fino ad arrivare al re Umberto I, che nel 1895 invitò Francesco Averna a palazzo reale, a Roma, dove lo nominò fornitore della Real Casa, a cui seguì il “Brevetto della Real Casa” da Vittorio Emanuele II nel 1912. Da allora iniziò la lunga ascesa degli imprenditori siciliani che proseguì con il rilancio negli anni Cinquanta, dopo la guerra, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Oggi, lo stabilimento ingloba i resti dell’antico edificio cinquecentesco diventato un museo, che ha negli ultimi anni ampliato le visite grazie a Le Vie dei Tesori, il festival che ogni anno trasforma le città siciliane in musei diffusi. Nel museo aziendale – spiega Titti Marchese, assistente di alta direzione nell’azienda Averna per 32 anni, e adesso consulente esterna con Campari – si possono ammirare gli antichi macchinari usati da don Salvatore per la produzione del liquore. “C’è il mortaio, usato per triturare le erbe – racconta Marchese – poi le riempitrici, che servivano a riempire le bottiglie prima dell’imbottigliamento, poi il distillatore e il torchio usato per spremere il macerato”.

Riempitrice manuale

L’amaro nasce dall’infusione di una trentina di ingredienti, tra erbe, radici, scorze, spezie che vengono messe a macerare in alcol, alla fine di questa fase si ottiene l’infuso, che è la parte alcolica aromatizzata. “Per ottenere dal macerato l’infuso – prosegue Marchese – una volta si usava il torchio, poi negli anni ’80 si è passati alla centrifuga ad alta velocità, metodi più moderni che comunque lasciano sempre inalterata la naturalità del prodotto”. I grandi saloni della fabbrica con archi a tutto sesto custodiscono inoltre terraglie, le giare in terracotta, oggetti in rame, le etichette per le bottiglie e i tanti riconoscimenti internazionali ottenuti dall’azienda. Un sorso di Sicilia gustato in tutto il mondo.

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Il Gorgo di Santa Rosalia, oasi di biodiversità da salvare

Pronto un progetto di tutela del piccolo specchio d’acqua su Monte Pellegrino, dove vivono e si riproducono diverse specie di insetti e anfibi

di Giulio Giallombardo

Un miracolo di convivenza nel segno di Santa Rosalia. Un piccolo paradiso di biodiversità dove nascono e si riproducono specie diverse. Un incantesimo botanico racchiuso in uno specchio d’acqua nascosto su Monte Pellegrino e da anni studiato da scienziati di tutto il mondo. È il Gorgo di Santa Rosalia, a due passi dal santuario dedicato alla patrona di Palermo, oasi naturalistica come poche al mondo, oggi minacciata su più fronti. Così funzionari e dirigenti del Comune, insieme ai vertici della sezione Sicilia dei Rangers d’Italia, ente gestore della Riserva naturale di Monte Pellegrino, e agli esperti dell’Università di Palermo, hanno siglato un protocollo d’intesa per dare vita a un progetto di salvaguardia e recupero del sito, da finanziare con fondi del Po Fesr Sicilia 2014-2020.

Il Gorgo di Santa Rosalia

L’obiettivo è di rinaturalizzare il gorgo attraverso opere di tutela delle specie d’interesse comunitario che nello specchio d’acqua abitano e si riproducono. Tra queste, due tipi di anfibi unici degli ambienti acquatici siciliani: il Rospo smeraldino e il Discoglosso dipinto. Ma sono presenti anche due diversi generi di insetti acquatici, che riescono a convivere in un unico ambiente senza che l’uno prenda il sopravvento sull’altro. Una scoperta fatta nel 1959 dal ricercatore angloamericano George Evelyn Hutchinson, padre della biologia evoluzionistica moderna, che dall’Università di Yale arrivò a Palermo, cercando e trovando alcuni rari insetti acquatici del genere Corixa. Grazie a questa e ad altre scoperte fatte nello stagno su Monte Pellegrino, Hutchinson propose addirittura che Santa Rosalia fosse proclamata la patrona degli studi di biologia evoluzionistica. Richiesta che non ebbe seguito, ma che di fatto ha creato un legame indissolubile tra la Santuzza e la biodiversità che circonda i suoi luoghi.

Eucalipti attorno al gorgo

È per questo che, adesso, si pensa al “ripristino ecologico” del luogo. Un recupero del sistema ambientale minacciato, ma non del tutto compromesso, condizione tale per cui è ancora possibile riequilibrare le condizioni originarie. Per farlo, i tecnici del Comune e dell’Università hanno predisposto un progetto, adesso ammesso a un finanziamento di poco meno di 500mila euro, che prevede la riduzione della presenza degli eucalipti che circondano il gorgo, la creazione di siepi naturali e pietraie attorno al laghetto al posto dell’attuale argine in cemento, che sarà sostituito anche da un terrapieno impermeabilizzato. E ancora, la creazione di sottopassi per i rospi (ma anche utile a mammiferi e rettili) per evitare impatti con i veicoli che attraversano la strada che si trova non distante dallo specchio d’acqua.

Lo specchio d’acqua

“Si tratta soprattutto di un progetto di ripristino della connettività fra i tanti stagni temporanei che si trovano sui monti che circondano Palermo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Luigi Naselli Flores, professore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche dell’Università di Palermo – . Si tratta di ecosistemi acquatici comuni nell’area Mediterranea che si riempiono con le piogge invernali e che poi a causa della forte evaporazione estiva si asciugano. Ospitano una fauna e flora acquatica che riesce a superare la fase secca, producendo delle cisti di resistenza, delle uova che restano quiescenti nei sedimenti durante l’estate e appena arrivano le piogge si reidratano, formando le nuove comunità acquatiche che ripopoleranno lo stagno”.

Eucalipto caduto nel gorgo

Un equilibrio che si è iniziato a rompere a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, con il rimboschimento di specie arboree esotiche, come gli eucalipti, che crescendo hanno nascosto lo stagno, rendendo più difficile il ciclo naturale. “Gli uccelli o l’azione del vento tendono a disperdere queste cisti e uova nei sedimenti, che così possono colonizzare gli ambienti circostanti, garantendo la biodiversità – prosegue il biologo – . Ma gli eucalipti col tempo hanno reso lo stagno poco visibile agli uccelli e impenetrabile al vento, quindi i meccanismi di dispersione che assicuravano e che possono prevenire anche fenomeni di estinzione, non funzionano più. C’è poi un altro problema – conclude Naselli Flores – gli eucalipti sono come delle pompe che prosciugano acqua, tanto che furono impiantati durante il periodo fascista per supportare le opere di bonifica degli acquitrini. Questi alberi, ormai cresciuti a dismisura, diminuiscono il periodo di invaso, al punto che oggi il gorgo è ancora asciutto nonostante le piogge”.

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Capitale della cultura 2021, ecco le città siciliane in gara

Trapani, Modica, Scicli e Palma di Montechiaro sono tra le candidate. Catania, indicata dal Mibact, ci proverà invece nelle prossime edizioni

di Giulio Giallombardo

Una sfida che attraversa la Sicilia da un capo all’altro. Sono quattro le città dell’Isola che hanno iniziato la corsa per tagliare il traguardo di Capitale italiana della cultura 2021. Trapani, Modica, Scicli e Palma di Montechiaro. Catania, inserita dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali tra le 44 città italiane candidate, non parteciperà a questa edizione, ma lo farà nei prossimi anni, come ha anticipato a Le Vie dei Tesori News l’assessore comunale alla Cultura, Barbara Mirabella.

Trapani

“Le candidature sono una cosa seria – ha detto l’assessore – vanno programmate e studiate, cosa che noi stiamo facendo, ma non vi è nessuna candidatura di Catania per il 2021. Siamo lieti che il nome della nostra città sia stato accostato alla possibile candidatura, ma al momento è una notizia senza alcun fondamento. Riteniamo di avere le carte in regola da ogni punto di vista, ma una candidatura non si improvvisa e presuppone una progettazione condivisa con gli operatori culturali cittadini, un budget realistico e fonti di finanziamento attendibili. Lavoreremo perché questo possa accadere, quando ci saranno i presupposti, poggiando una candidatura su basi e fondamenta solide”.

Vista sul duomo di Modica da Palazzo Castro Grimaldi

In gara, dunque, per la Sicilia un capoluogo di provincia e tre centri più piccoli che sperano di ripetere il successo di Palermo, incoronata nel 2018, nella competizione virtuosa indetta dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali. In palio per la vincitrice c’è un milione di euro da investire in attività culturali e turistiche. Adesso – come si legge sul bando – le amministrazioni avranno tempo fino al 2 marzo per presentare il dossier delle candidature, che dovrà contenere il progetto culturale con il calendario delle attività previste, insieme a una valutazione di sostenibilità economica. Successivamente la giuria, composta da sette esponenti del mondo della cultura, di cui tre designati dal Ministero, tre dalla Conferenza unificata e uno con funzione di presidente di giuria, esaminerà le candidature selezionando un massimo di dieci progetti finalisti entro il 30 aprile. Quindi, la giuria inviterà i rappresentanti dei comuni finalisti ad un incontro pubblico di presentazione e approfondimento del progetto e poi, entro il 10 giugno, raccomanderà al Ministero la candidatura ritenuta più meritevole del riconoscimento. Titolo che sarà ufficialmente conferito su proposta del ministro dei Beni culturali, dal Consiglio dei Ministri con una specifica delibera.

La Torre della Colombaia a Trapani

Trapani, dunque, questa volta correrà da sola, dopo la partecipazione nell’edizione del 2018 all’interno dell’Unione dei Comuni Elimo Ericini. “Il 2021 potrebbe essere l’anno giusto per Trapani – ha detto l’assessore comunale alla Cultura, Rosalia D’Alì – perché ospiteremo la 58esima edizione di Europeade, il più grande festival folk d’Europa. Unire anche questo riconoscimento significherebe arricchire di inizitive e eventi la città e dare un impulso importante per il rilancio turistico del nostro territorio”.

Interni del municipio di Scicli

Ma anche Modica e Scicli, questa volta, presenteranno due candidature separate, dopo aver tentato con il Distretto turistico del Sud Est. “Se lavoriamo bene, abbiamo tutte le carte in regola per competere con le altre città – dice Maria Monisteri, assessore alla Cultura del Comune di Modica – , soprattutto se riscopriamo l’antica storia della nostra città, rendendola attuale. Le premesse ci sono, anche grazie ai tanti modicani autorevoli che possono contribuire a creare un progetto valido”. Scelta di campo identitaria anche per il dossier di Scicli, che – assicura l’assessore Caterina Riccotti – “sarà più inclusivo possibile”. Un progetto che ambisce a “mettere in rete e proiettare la cittadina barocca al di fuori dei confini del proprio territorio, anche in termini di offerta culturale di qualità, di fruizione turistica e servizi innovativi. Guardiamo a una cultura – sottolinea l’assessore – anche come strumento capace di creare benessere per i nostri cittadini”.

Monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro

Punta tutto sulla storia, infine, Palma di Montechiaro, la “città del Gattopardo”, che con le sue chiese e i suoi palazzi, rivive in molte pagine dell’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Abbiamo una meravigliosa storia da raccontare – ha commentato il sindaco di Palma, Stefano Castellino – una storia pregna di arte e cultura che ha ispirato romanzi e capolavori cinematografici. Una storia di principi che aspiravano alla santità, santi che si credevano peccatori e di geniali astronomi che oscillavano inconsapevoli tra scienza e fede. I padri fondatori della nostra città ci hanno trasmesso l’orgoglio di appartenere ad una gloriosa comunità che ha saputo distinguersi in passato per bellezza e cultura. Questa candidatura – conclude il sindaco – ci permette di raccontare chi siamo stati e cosa vogliamo ritornare ad essere”.

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Il Tempio della Vittoria come non l’avete mai visto

Una mostra di foto mai esposte al pubblico ripercorre le tappe degli scavi archeologici di Pirro Marconi, protagonista di una stagione di scoperte

di Giulio Giallombardo

Un viaggio nel tempo alla scoperta di uno scavo storico. Era il 1929 quando Pirro Marconi, archeologo, filosofo e storico dell’arte, iniziava a riportare alla luce i resti del Tempio della Vittoria, costruito nel 480 avanti Cristo a Himera per celebrare il trionfo dei greci sui cartaginesi. Oggi quell’importante impresa archeologica, viene ricordata all’interno del museo che porta il nome di colui che l’ha condotta, in contrada Buonfornello, a due passi da Termini Imerese. La mostra “1929 – Immagini di una scoperta” al Museo Pirro Marconi non è soltanto un’inedita raccolta di foto d’epoca, che ripercorrono le tappe di scavi archeologici cruciali per il territorio, ma anche un tributo a chi inaugurò una lunga tradizione di studi e ricerche, poi proseguita negli anni.

Una delle foto in mostra

Per la prima volta sono esposte al pubblico alcune foto degli scavi condotti da Marconi tra il 1929 e il 1930. Una mostra che si inaugura il 28 dicembre alle 11, destinata a diventare permanente, così da arricchire ulteriormente il percorso di visita del plesso museale, aperto nel 2016. Uno spazio che offre una panoramica dei principali contesti archeologici della città bassa, a completamento dell’itinerario di visita già fruibile nell’Antiquarium di Himera.

Le teste leonine nell’area degli scavi

Le foto si potranno ammirare negli spazi espositivi dedicati al Tempio della Vittoria, che comprende l’esposizione dei materiali rinvenuti durante gli scavi effettuati nel 1929, passando per quelli del 1966, fino a quelli condotti negli anni ’80 dall’Università di Palermo. Nelle immagini, oltre alle antiche strutture presenti prima della demolizione spiccano, le gronde a forma di testa leonina in calcare che decoravano il tempio, alcune delle quali sono oggi esposte anche al Museo Salinas di Palermo. Sono poi immortalati momenti della storica inaugurazione, foto che ritraggono in posa, oltre a Marconi e la moglie Iole Bovio, anch’essa archeologa di fama, tanti personaggi illustri del tempo.

Una delle foto in mostra

Un racconto per immagini di alcune fasi dello scavo, fino alla presentazione al pubblico delle nuove scoperte. Una testimonianza storica che si aggiunge ai pezzi forti del museo: dai corredi che accompagnavano i defunti nelle tombe delle necropoli, fino all’itinerario di visita dedicato al Tempio della Vittoria, con il plastico ricostruttivo del monumento, due teste leonine insieme a un modello che riproduce l’effetto cromatico dell’originale e un video con la ricostruzione in 3D sia del tempio che dell’antica città.

Ricostruzione dell’antica Himera

Segno di come le nuove tecnologie possano dare una mano alla fruizione dei beni culturali. Su questa scia, infatti, il Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato, guidato da Francesca Spatafora, si prepara ad arricchire i percorsi di visita di alcuni siti, grazie a sistemi innovativi di divulgazione, previsti in un progetto recentemente ammesso a un finanziamento di 346mila euro di fondi del Po Fesr 2014-2020. “Si tratta di progetti che abbiamo in cantiere per alcuni dei siti del Parco, tra cui Ustica, Marineo, ma soprattutto Solunto – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il direttore Spatafora – , sito che ben si presta perché ancora oggi le abitazioni si sono conservate leggibili, dunque immaginiamo che le ricostruzioni virtuali saranno ancora più interessanti”.

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Rinasce il soffitto ligneo dello Steri, incanto di simboli

Dopo due anni termina il restauro dei preziosi pannelli trecenteschi decorati, un’opera tra le più importanti della cultura medievale siciliana

di Giulio Giallombardo

Il Medioevo in un soffitto. Un florilegio di simboli, storie e volti che si susseguono in una narrazione stratificata e complessa. Un trionfo di inconografia unico al mondo, che fino a due anni fa si stava perdendo irrimediabilmente, e che adesso è stato salvato appena in tempo. Il restauro del soffitto ligneo della Sala dei Baroni dello Steri, presentato ieri, è il regalo di Natale dell’Università di Palermo alla città. Due anni di lavori accurati condotti dagli esperti dell’area Tecnica dell’ateneo, guidati dalla progettista Costanza Conti, con la supervisione della Soprintendenza e la collaborazione di specialisti del settore. Un lavoro minuzioso come le cinquanta storie che scorrono in quello che è ritenuto il soffitto ligneo più grande del mondo.

Particolare della storia di Elena di Narbona

Ci sono Giuditta e Oloferne, il Giudizio di Salomone, le storie del Re David, Susanna e i vecchioni, l’avventura degli argonauti, e ancora la leggenda troiana suddivisa in una meticolosa narrazione che arriva fino alla seconda distruzione di Troia, passando, poi, per l’amore adultero di Tristano e Isotta, la cruenta avventura di Elena di Narbona e la drammatica sorte di Didone. Per non parlare, poi, delle storie tratte dai romanzi arturiani, dal ciclo carolingio e dal mito classico rivisto con gli occhi del Medioevo: tutti elementi che convivono insieme a parabole bibliche, tra scritte, stemmi, temi geometrici e vegetali in raffinati accordi cromatici. Un inno che esalta chi quel soffitto volle realizzarlo tra il 1377 e il 1380: Manfredi Chiaramonte, potente e nobile signore di Palermo, che fece della Sala dei Baroni il suo quartier generale, tra sfera pubblica e privata.

Tristano e Isotta

Così, dopo che le termiti avevano ormai preso il sopravvento, danneggiando gravemente il legno, e vista la progressiva disgregazione delle pellicole pittoriche, anche a causa di vecchi restauri, i tecnici dell’università sono corsi ai ripari. E non è stato facile intervenire sul delicato sistema architettonico del soffitto, lungo ventotto metri e largo otto, articolato in 24 travi con rispettive mensole rivestite dai preziosi pannelli dipinti. “Alla luce della gravissima situazione di degrado, prossima al collasso, l’esecuzione dei lavori di restauro non era più procrastinabile – fanno sapere dall’area Tecnica dell’università – evidenziando l’assoluta necessità di procedere all’integrale smontaggio del soffitto per consentire un’efficace consolidamento delle parti lignee oltreché il restauro delle pellicole pittoriche”.

L’intervento, inoltre, ha aperto le porte a ulteriori indagini e ricerche, anche grazie a tante sorprese emerse durante i lavori. “Lo smontaggio delle tavole, dei lacunari, e delle mensole – si legge nella scheda tecnica del restauro – ha infatti portato alla luce tracce della policromia originale, in ottimo stato di conservazione, e ha fornito informazioni puntuali sulla tecnica di montaggio e decorazione dei lacunari. Le indagini sui materiali hanno inoltre permesso di individuare per la prima volta tracce di metallo e gesso negli apparati decorativi. La pulitura delle mensole, annerite nel tempo da precedenti interventi di restauro e dal probabile uso di lampade ad olio, ha restituito inoltre la leggibilità di stemmi araldici, iscrizioni e figure che segnano il ritmo dello sviluppo narrativo dei pannelli che ricoprono le travi”.

Diffusi fenomeni di corrosione della lamiera

Nel corso del restauro, poi, grande attenzione è stata data agli aspetti microclimatici e ambientali del soffitto e della sala. I tecnici hanno scoperto criticità nel solaio del piano superiore, attraversato da tubazioni non coibentate del sistema di riscaldamento e raffreddamento della Sala delle Capriate, elementi che avevano agevolato il proliferare di agenti responsabili del degrado del legno. “Particolare attenzione è stata data al nuovo sistema di monitoraggio e climatizzazione, al fine di assicurare un microclima ottimale per la conservazione del prezioso soffitto. Il sistema di climatizzazione – spiegano i tecnici – immetterà aria esterna trattata nell’intercapedine tra il solaio ligneo e quello cementizio, mantenendo la zona del soffitto in condizioni termo-igrometriche stabili. Sistemi di filtrazione ridurranno, inoltre, nella zona del soffitto il particolato dell’aria esterna e i gas inquinanti che costituiscono un ulteriore fattore di degrado delle superfici dipinte. Un sistema di monitoraggio documenterà la storia delle variazioni termo-igrometriche che incidono sullo stato di conservazione degli elementi lignei, consentendo di regolare i sistemi di condizionamento, in relazione alle differenti stagioni”.

Pulitura della pellicola pittorica

Il soffitto ritrovato, che sarà inserito nel percorso di visita dello Steri, sede del Rettorato, va a completare idealmente la mostra sui Chiaramonte allestita all’interno del complesso monumentale. “Presentare questo assoluto e unico gioiello storico e artistico è per noi un motivo di fortissimo orgoglio, – ha detto il rettore Fabrizio Micari – . I lavori di restauro, su cui ci siamo fortemente impegnati e che potremmo definire epocali, rappresentano oltre che l’impegno per il recupero di un soffitto ligneo di inestimabile valore, una straordinaria occasione di studio e di ricerca scientifica. Il nostro obiettivo – ha concluso il rettore – è quello di realizzare un progetto museografico che metta lo Steri al centro della vita culturale cittadina e nazionale in un’armoniosa connessione con gli altri importanti monumenti che lo circondano”.

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L’Art Bonus aiuta Palazzo Sclafani: al via il restauro

Saranno rimosse le colate di calce che deturpano il prospetto del monumento medievale nel centro storico di Palermo

di Giulio Giallombardo

Palazzo Sclafani smetterà presto di “piangere” calce. Saranno finalmente cancellate le colate bianche di malta che deturpano la facciata di una delle poche residenze medievali di Palermo conservate nella loro integrità. Al via l’intervento di restauro annunciato quasi due anni fa, che sarà realizzato grazie all’Art Bonus, agevolazione che consente ai privati di sostenere il patrimonio culturale con una detrazione fiscale del 65 per cento.

Le bifore di Palazzo Sclafani

La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo ha firmato il contratto con la ditta a cui sono stati affidati i lavori, finanziati con 19.800 euro donati dal gruppo Riolo. Adesso è arrivato anche il decreto del dirigente generale del dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro, che ha approvato sia il contratto che il quadro economico dell’intervento. I lavori prevedono la rimozione delle colature di malta, nelle zone in cui è fuoriuscita dagli interstizi dei conci. Per farlo si procederà con un trattamento di pulitura aeroabrasivo, particolarmente adatto a interventi controllati e selettivi in superfici di pregio storico e artistico. Saranno asportati i residui di malta, polvere e altri sedimenti, lavorando anche al consolidamento delle superfici lapidee e ravvivando il colore alla facciata, con un adegauato trattamento cromatico dei conci.

Palazzo Sclafani da via dei Biscottari

Seppur lentamente, dunque, l’Art Bonus – a cinque anni dall’introduzione – comincia a crescere anche in Sicilia. Le donazioni ammontano ad oggi intorno a 750mila euro, cifra più che triplicata rispetto a quanto era stato raccolto circa un anno fa. Ma solo 13 su 34 beni disponibili hanno ricevuto elargizioni da parte di privati, tra questi spicca il Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi di Agrigento, giunto alla terza raccolta; il ritrovato Loggiato San Bartolomeo, nel centro storico di Palermo; e ancora la Fondazione Teatro Massimo e il Teatro Greco di Siracusa.

Il Trionfo della Morte

Così, adesso toccherà a Palazzo Sclafani, la cui facciata tornerà a risplendere. Costruito nel 1330 dal feudatario Matteo Sclafani e oggi sede del Comando Regione Militare Sud, rivaleggia in bellezza con lo Steri, con le sue arcate intrecciate che incorniciano bifore di derivazione normanna. Nel 1430, dopo un periodo di abbandono, il Senato cittadino acquista l’edificio che diventerà l’Ospedale Grande e Nuovo, con l’obiettivo di accorpare gran parte dei numerosi piccoli ospedali della città, tutti di estrazione e pertinenza religiosa. La struttura si abbellisce di nuove opere d’arte tra cui il Trionfo della Morte, che oggi è custodito a Palazzo Abatellis. Successivamente, nell’Ottocento, viene dichiarato bene demaniale e destinato a gendarmeria. Aperto al pubblico soltanto in rare occasioni, ci si può accontentare ammirando il prospetto che si affaccia sulla piccola piazza San Giovanni Decollato, a due passi dalla cattedrale. Uno gioiello d’architettura che presto tornerà al suo antico splendore.

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Rinasce Palazzo ex Ministeri, al via il restauro dopo 32 anni

L’edificio, oggi in completo abbandono, diventerà la biblioteca dell’Ars. All’interno si nasconde una scala progettata da Giachery, autentico gioiello d’architettura

di Giulio Giallombardo

Si affaccia silenzioso sul Cassaro, tra il Palazzo Arcivescovile e la caserma dei carabinieri. Un tempo fu centro nevralgico del potere borbonico a Palermo, adesso si prepara a rinascere dopo un lungo abbandono. Ci sono voluti 32 anni per dare il via ai lavori di restauro del Palazzo ex Ministeri, acquistato dall’Assemblea regionale siciliana nel 1987 dall’amministrazione provinciale per 2 miliardi e 300 milioni di lire. Oggi, dopo un’attesa interminabile, il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché ha annunciato l’inizio del primo lotto di interventi di messa in sicurezza sull’edificio, che si candida a ospitare la biblioteca dell’Assemblea regionale. Questi primi lavori avranno un costo che si aggira intorno a 900mila euro provenienti da risorse stanziate dall’Ars.

Palazzo ex Ministeri

Attualmente è un edificio spettrale. Solai venuti giù, stanze trasformate in depositi fatiscenti, infissi distrutti o inesistenti, pareti e soffitti sul punto di crollare da un momento all’altro. Un abbandono toccato con mano questa mattina, quando il palazzo ha aperto eccezionalmente le sue porte ai giornalisti, in occasione della presentazione dei lavori, illustrati dallo stesso Micciché, insieme al segretario generale dell’Ars Fabrizio Scimè e al responsabile unico del procedimento, Pasquale Riggio. L’appalto della progettazione è stato affidato alla società d’ingegneria “R. Costanza”; l’impresa aggiudicataria è un’Ati, costituita dalle società “Cinquemani Gianpeppino” e “Aleonero impianti srl” di Favara che si sono aggiudicate il bando pubblico. Direttore dei lavori è Stefano Biondo, alla guida del Centro regionale per la Progettazione e il Restauro.

La cupola sopra la scala di Carlo Giachery

“Stiamo cercando di recuperare tutti gli elementi di pregio che si trovano all’interno, con la speranza di fare un’esposizione pubblica di tutto quello che il palazzo custodisce”, ha detto Micciché, annunciando che l’edificio, una volta terminato il restauro, diventerà sede della biblioteca dell’Assemblea regionale siciliana. “Abbiamo tantissimi volumi e un’emeroteca straordinaria, forse la più grande che esiste in Italia – ha aggiunto il presidente dell’Ars – ma in questo momento non la vede nessuno perché sta tutto chiuso negli armadi, spero che un giorno il nostro patrimonio librario possa trovare sede stabile in questo palazzo, anche se forse quando il restauro sarà terminato, non sarò più presidente dell’Ars. L’obiettivo è anche di fare rete con le altre biblioteche cittadine”.

Gioiello nascosto del palazzo è, poi, la scala progettata da Carlo Giachery, architetto che si occupò nel 1850 di ingrandire e modificare l’edificio. Pur avendo una funzione secondaria, perché metteva in collegamento il palazzo con l’adiacente ospedale di San Giocomo, la scala è un capolavoro dalle forme sinuose e morbide, dal gusto squisitamente liberty. Si snoda concentricamente all’interno di un alto tamburo su cui è poggiata una cupola sferica in conci di tufo, incastrati uno sull’altro, che si conclude con un occhio circolare coperto da un lucernario in ferro e vetro. Un piccolo tesoro d’architettura unico in città, in cui risalta ancora la firma dell’architetto sulla sommità della rampa.

La scala progettata da Carlo Giachery

I lavori, però, si preannunciano lunghi, visto il complessivo stato di degrado in cui versa il palazzo. Secondo il cronoprogramma, entro un anno, dovrebbero concludersi i primi interventi di messa in sicurezza, così da aprire al pubblico almeno una parte del palazzo. Il primo lotto comprende il restauro e rifacimento delle coperture, la sostituzione dei solai, il restauro dei due prospetti, sia il principale che quello sul retro, e l’apertura dei portoni attualmente chiusi, che si affacciano su via Vittorio Emanuele. Ancora da definire, invece, il secondo progetto, che porterà al completo restauro dell’edificio.

La scalinata che porta al primo piano

Il palazzo fu sede dei ministeri borbonici e del luogotenente generale del Regno, poi nel 1885 ospitò la Prefettura e, durante il regime fascista, dal 1931 gli uffici del Provveditorato, dell’Opera nazionale maternità e infanzia, dell’Opera nazionale Balilla, gli alloggi del questore e del provveditore. Dopo la fine della guerra, il palazzo fu destinato alla sola sede del Provveditorato agli Studi, che lì rimase fino al 1968, quando fu sgombrato dopo il terremoto del Belice. Nel 1987 fu acquistato dall’Ars e nel 1993 furono realizzati lavori di consolidamento delle fondazioni, durante i quali saggi archeologici portarono alla luce tracce di pozzi risalenti all’epoca medievale e altre relative all’impianto seicentesco dell’edificio. Da allora, un lunga storia di abbandono che adesso, forse, sta per finire.

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Palermo, Monreale e Cefalù: nuovi restauri nei siti Unesco

Sono in attesa di finanziamento diversi interventi predisposti dalla Soprintendenza dei Beni culturali sui monumenti dell’itinerario arabo-normanno

di Giulio Giallombardo

Ridare lustro all’antico pavimento normanno della Cattedrale di Palermo e ai mosaici del Duomo di Cefalù. Rimettere in circolo l’acqua dalla Sala della Fontana della Zisa fino alla peschiera e abbattere le barriere architettoniche, installando anche un ascensore. E ancora, avviare una campagna di scavi archeologici sul piano del Palazzo Reale per ricostruire la storia della parte più antica della città e rimettere in sesto il portone bronzeo del Duomo di Monreale.

La cattedrale di Palermo

Sono i progetti di restauro e valorizzazione dei siti Unesco dell’itinerario arabo-normanno, predisposti dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, e adesso ritenuti ammissibili a beneficiare dei finanziamenti del Po-Fesr 2014-2020, come stabilito da un decreto firmato dal dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Si tratta di proposte che ora dovranno passare al vaglio di un’apposita commissione per una successiva valutazione di merito, prima di poter ottenere concretamente le risorse. Fondi che, se i progetti saranno approvati, ammonteranno complessivamente a quasi 4,5 milioni di euro.

L’abside della Cattedrale di Palermo

A Palermo gli interventi previsti saranno tre, come spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente dei Beni culturali, Lina Bellanca. Il primo da 170mila euro riguarderà il pavimento normanno della Cattedrale, che si trova nella parte finale dell’abside, dietro all’altare. “L’idea è di completare il recupero della parte più antica della chiesa ancora visibile, – spiega la soprintendente – si tratta di un pavimento simile a quello della Cappella Palatina, che ha problemi di distacco, in parte modificato e riutilizzato, ma di grande pregio”. Il secondo intervento nel complesso della Zisa, oltre a lavori generali di manutenzione, riguarda l’eliminazione delle barriere architettoniche attorno al palazzo e l’installazione di un ascensore che consentirà di raggiungere la terrazza. “Vorremmo, inoltre, realizzare – prosegue Bellanca – un intervento di impearmabilizzazione della peschiera e rimettere in circolo l’acqua della Sala della Fontana”. Per questi lavori l’importo stimato è di un milione di euro.

Palazzo Reale (foto Lasterketak, Wikipedia)

Ci sono, poi, gli scavi archeologici davanti al prospetto del Palazzo Reale, nell’area dell’ex parcheggio, per cui è stato stimato un costo di 720mila euro. “È un progetto che potrebbe essere propedeutico alla risistemazione del piano del palazzo – sottolinea la soprintendente – rimuovendo l’asfalto e facendo anche indagini sul sottosuolo che permettano in seguito di approfondire la conoscenza di un’area dall’altissimo valore archeologico. Indagini che ci potrebbero consentire di fare un progetto consapevole che racconti la storia e valorizzi lo spazio attuale”.

Il Cristo Pantocratore nel Duomo di Cefalù (foto José Luiz Bernardes Ribeiro, Wikipedia)

Da Palermo a Monreale, dove la Soprintendenza, dopo il restauro del portale del Duomo, ha proposto un intervento sul portone bronzeo, che ha qualche problema statico. In questo caso l’importo previsto ammonta a 500mila euro. Infine Cefalù, dove tempo fa si era fatto un intervento urgente di consolidamento dei mosaici del Duomo che si stavano staccando dall’abside. Adesso, con lavori che si aggirano intorno ai 2 milioni di euro, si dovrà pensare sia al restauro degli stessi mosaici, sia delle coperture esterne, su cui non si interviene da tempo.

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Le vie dei Tesori News

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