Apre la torre del Carmine con il vescovo Mogavero

Il campanile di Marsala sarà fruibile dopo decenni in occasione del festival Le Vie dei Tesori, che debutta in città aprendo le porte di 21 siti, tra chiese, musei, monumenti e percorsi segreti

di Giulio Giallombardo

C’è una curiosa voglia di scoprire la città con occhi nuovi a Marsala. Chiese, monumenti, musei, percorsi segreti che si mostrano come mai prima d’ora. È l’effetto contagioso de Le Vie dei Tesori, il festival nato a Palermo 13 anni fa, ma che ormai si è allargato a tutta la Sicilia, trasformando le città in musei diffusi. Quest’anno, tra le altre, tocca anche alla cittadina trapanese, dove da oggi e per tutto il weekend, come per i successivi fino al 29 settembre, aprono le porte 21 siti alcuni dei quali inediti e nascosti (qui tutti i luoghi da visitare).

Il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero

A Marsala il debutto è in grande stile, con la riapertura oggi alle 16 del campanile dell’ex convento del Carmine, monumento da decenni chiuso al pubblico. A inaugurarlo sarà il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero. “Un monumento che per l’occasione è stato reso accessibile e che offre una testimonianza di fede, di architettura e di arte – ha detto il vescovo a Le Vie dei Tesori News – . Un bene finora ignorato da parte dei cittadini, che attraversavano piazza del Carmine. Abbiamo voluto che in questa occasione fosse riaperto uno scorcio inedito su Marsala, consentendo ai visitatori di potere ammirare un gioiello di architettura”.

La scala elicoidale del campanile

Il recupero della torre campanaria e la sistemazione interna è stata possibile grazie ai fondi dell’8 per 1000, con la supervisione della Soprintendenza ai beni culturali di Trapani. Sono state sistemate le finestre ed è stata installata una corda che riprende l’antica fune che serviva per far suonare le campane. “C’è tanta curiosità – prosegue il vescovo Mogavero – molti marsalesi passando da lì non facevano caso al monumento, adesso grazie a Le Vie dei Tesori si è acceso l’interesse e l’aspettativa è alta. I cittadini si sono accorti che Marsala possiede un gioiello di cui si ignorava il valore artistico, culturale e architettonico e che da oggi in poi potrà essere fruito”.

Il campanile del Carmine

Un tesoro non solo dal grande valore artistico, ma anche con una storia particolare (ve ne abbiamo parlato anche qui). Il Marchese di Villabianca, infatti, scriveva che quando il campanile suonava “a mortorio”, si muoveva, terrorizzando chi si trovava al suo interno. Proprio per questo suo leggendario moto oscillatorio, in epoca antica, era considerato uno dei monumenti più belli e insoliti dell’Isola. “Una storia – aggiunge il vescovo – che fin qui era rimasta chiusa nella memoria degli storici e di chi ha vissuto nelle nostre chiese e nei nostri conventi. Oggi finalmente sarà raccontata a chi vuole essere un fruitore intelligente, appassionato e amante delle cose belle”.

La cupola del campanile

Ma la riapertura del Campanile potrebbe essere solo la prima tappa di una collaborazione tra la Diocesi e l’associazione Le Vie dei Tesori. “È già un buon inizio, speriamo nel futuro di poter proseguire questa sinergia – dice Mogavero – . Da tempo lavoriamo per rendere fruibili chiese o monumenti chiusi, magari per mancanza di custodia o di risorse che ne consentissero il restauro. Riteniamo che questa collaborazione con Le Vie dei Tesori possa essere un’occasione per ravvivare l’interesse e anche, perché no, per ottenere dei finanziamenti pubblici o da sponsor privati. Speriamo nella bella riuscita di questa iniziativa che, alla luce dell’esperienza degli anni passati, dovrebbe essere assicurata”.

Il campanile del Carmine

Il campanile si potrà visitare su prenotazione tutti i venerdì, sabato e domenica, dal oggi al 29 settembre (qui per prenotare), ma – data la particolarità del monumento – si potrà salire soltanto due alla volta. Inoltre, la Diocesi di Mazara del Vallo ha previsto un regolamento da seguire per chi volesse visitare il campanile. Per salire i gradini della particolare scala elicoidale, non si potranno indossare ciabatte e scarpe col tacco. È vietato, inoltre, l’ingresso ai cardiopatici, alle donne incinte e ai minori di 14 anni. Bisognerà, infine, lasciare borse e zaini all’ingresso per garantire libertà di movimento.

Novità di quest’anno, inoltre, sono i viaggi giornalieri in pullman da Palermo verso alcune delle città del festival. Dunque, chi dal capoluogo siciliano volesse andare alla scoperta dei tesori di Marsala, potrà farlo domenica 29 settembre (qui per prenotare il pullman). Sarà l’occasione per visitare, oltre il campanile del Carmine, alcuni dei 21 luoghi aperti in città per questa edizione del festival (qui per il programma completo a Marsala). Per prenotare il pullman da Palermo a Marsala cliccare quiPer restare aggiornati su tutte le altre iniziative, visite e appuntamenti visitare il sito www.leviedeitesori.com. È operativo anche il call center allo 0918420104, tutti i giorni dalle 10 alle 18.

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Salvato il ponte normanno che rischiava di crollare

Ricostruite le parti mancanti dell’antico monumento di Altavilla Milicia, messa in sicurezza la struttura e ripristinato il camminamento nella parte superiore

di Giulio Giallombardo

Quel poco rimasto in piedi era destinato a sparire del tutto. Adesso è stato completato il restauro e la messa in sicurezza del ponte normanno di Altavilla Milicia. L’antico passaggio usato dai monaci del vicino complesso di Santa Maria di Campogrosso per raggiungere Palermo, era ridotto ormai a un rudere, ma un intervento urgente della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, ha scongiurato il peggio. I lavori, costati poco meno di 100mila euro, hanno permesso di ricostruire le parti crollate del ponte, mettere in sicurezza la struttura, e ripristinare la parte superiore, che era totalmente ricoperta di terra e erbacce (ve ne avevamo parlato qui).

Sopra il ponte restaurato, in basso prima del restauro

“La situazione era difficile – ha spiegato a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – una parte dell’arcata era già quasi crollata, dunque abbiamo tentato di recuperare il materiale venuto giù e messo in sicurezza la struttura muraria per evitare che potesse crollare del tutto. Il rivestimento era ormai perduto, soprattutto quello sul lato monte, ed era staccata anche una parte della muratura portante. Sinceramente, speravamo di trovare un po’ di materiale originale proveniente dal crollo, ma non c’era molto, dunque si sono integrate le parti mancanti con pietra nuova per ricostruire parte del paramento che era ormai tutto crollato”.

Lavori al ponte normanno

È stato reso agibile, inoltre, il camminamento con la costruzione di un muretto di parapetto per rendere più fruibile il percorso, che era diventato impraticabile per la presenza di sterpaglie e parti di muratura mancanti. “Se avessimo avuto un po’ più di fondi a disposizione, avremmo cercato di patinare la pietra nuova per renderla più vicina come aspetto a quella antica, in questo momento la differenza cromatica si nota e ci vorrà del tempo perché diventi omogenea. Ma si è trattato di un intervento di somma urgenza per salvare il monumento, e non potevamo fare di più”.

La pavimentazione prima del restauro

Visibile percorrendo la statale 113, poco dopo lo svincolo di Altavilla, il ponte ha origini molto antiche, dal momento che la sua prima attestazione risale al 1248, anche se non si può escludere che sia stato costruito su un basamento preesistente di epoca romana. La struttura è a schiena d’asino ad una sola arcata ogivale con duplice ghiera. I paramenti sono in conci di tufo ben squadrati, mentre la muratura interna è in ciottoli fluviali, così come la pavimentazione sopra la volta.

Ruderi della Chiesa di Santa Maria di Campogrosso

Così, adesso, il ponte San Michele di Campogrosso, dopo diversi appelli da parte di associazioni e cittadini, è finalmente salvo. Destino diverso quello della cosiddetta “chiesazza”, una delle prime chiese normanne in Sicilia, i cui ruderi si trovano poco più sopra e che si stanno sbriciolando, anno dopo anno (ve ne abbiamo parlato qui). In questo caso, il progetto di restauro e messa in sicurezza è ancora in attesa di copertura finanziaria. Il ponte e la chiesa di Santa Maria di Campogrosso insieme potrebbero costituire le tappe di un itinerario normanno per il rilancio turistico e culturale del territorio di Altavilla Milicia. Un primo piccolo passo è stato fatto, nonostante la strada sia ancora lunga.

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La nuova vita dei borghi rurali abbandonati

Passi avanti per la riqualificazione degli insediamenti costruiti negli anni Quaranta del secolo scorso nelle aree interne della Sicilia

di Giulio Giallombardo

Un itinerario di storia e natura tra le campagne siciliane. Un percorso lungo 200 chilometri che si snoda da un capo all’altro dell’Isola, attraverso i borghi rurali abbandonati, con percorsi a cavallo, piste ciclabili e sentieri, alla scoperta di luoghi sconosciuti e non battuti dai tradizionali circuiti turistici. È un sogno iniziato una decina di anni fa, con l’ambizioso progetto “Le vie dei borghi” dell’Ente Sviluppo Agricolo della Regione Siciliana, e che adesso inizia a farsi concreto, seppur tra mille difficoltà.

Borgo Schirò

L’obiettivo ribadito in più occasioni dall’amministrazione regionale, è quello di proseguire il piano di riqualificazione per recuperare gli insediamenti costruiti negli anni Quaranta del secolo scorso dall’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, ampliati con la riforma agraria negli anni Cinquanta e assorbiti dall’Ente di sviluppo agricolo nel 1965. Un progetto, però, che richiede un importante sforzo economico, perché i borghi rurali, col passare degli anni, si sono trasformati in città fantasma, con edifici ormai fatiscenti e totalmente da ristrutturare.

Borgo Lupo

Qualcosa, però, inizia a muoversi. A partire dalle attività di progettazione annunciate recentemente dall’Esa e in parte già finanziate, che intercettano contributi nazionali, finanziamenti comunitari, regionali e di fondazioni private. Tra questi progetti, che ammontano complessivamente a 23 milioni di euro già finanziati, ci sono anche quelli dedicati ad alcuni dei luoghi inseriti nell’itinerario de “Le vie dei borghi”. A partire da Borgo Lupo, che ricade nel territorio di Mineo, e Borgo Libertinia, a Ramacca, entrambi nel Catanese (ve ne abbiamo parlato qui), e ancora Borgo Borzellino, vicino a San Cipirello, nel Palermitano e Borgo Schisina, a Francavilla di Sicilia, nel Messinese. Già finanziati con circa 11 milioni, dei 17,5 milioni previsti, gli interventi nei borghi Lupo e Borzellino.

Borgo Bruca

Poi, in graduatoria, ma ancora non finanziato, il progetto da 200mila euro per la creazione di un centro etnobotanico nei locali dell’ex delegazione comunale di Borgo Bruca, a Buseto Palizzolo, nel Trapanese, e, in attesa di decreto, previsti 950mila euro per il progetto Porta del Bosco, che prevede interventi di riqualificazione dei sentieri e di valorizzazione turistica del Bosco di Scorace, sempre a Buseto Palizzolo. Finanziati, inoltre, due progetti per Borgo Petilia, frazione di Caltanissetta, e Borgo Giuliano, nel territorio di San Teodoro, nel Messinese (quest’ultimo in attesa del decreto), per un importo complessivo di 840mila euro. Inoltre, tra le attività che l’Esa vorrebbe realizzare, anche un evento in collaborazione con l’università e il polo museale regionale di Palermo, dedicato ai borghi rurali, con seminari, mostre fotografiche e anche la pubblicazione di un volume.

L’ingresso di Borgo Schirò

Un capitolo a parte, poi, spetta a Borgo Schirò, a pochi chilometri da Corleone (ve ne abbiamo parlato anche qui), di cui si è tornato a parlare recentemente nel corso di un incontro che si è svolto nella cittadina del Palermitano a Palazzo Provenzano e a cui hanno partecipato i vertici dell’Esa con le amministrazioni comunali di Corleone e Monreale, da cui dipende il borgo. Anche in questo caso, le intenzioni sono quelle di avviare progetti di recupero per il piccolo insediamento rurale, cercando di sfruttare tutte le risorse disponibili.

La fontana di Borgo Schirò

“L’attenzione dell’amministrazione regionale è molto alta – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il direttore dell’Esa, Fabio Marino – stiamo provando in tutti i modi a portare avanti i nostri progetti e avere recuperato 23 milioni, che potrebbero diventare 43, per le nostre attività, è già un grande risultato. Riguardo alla valorizzazione dei borghi rurali, la speranza è che, sebbene con ritardo, si possa arrivare ad un investimento complessivo più ad ampio raggio. I segnali positivi ci sono e vanno tutti nella stessa direzione. Dopo tanti anni, finalmente, c’è un’idea organica sui borghi e questo è un importante punto di partenza”.

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Si riaccendono i riflettori sul Teatro del Sole

Pronto un finanziamento per la riqualificazione del Parco Libero Grassi di Acqua dei Corsari, a Palermo. Nasceranno nuovi alberi e anche un boschetto

di Giulio Giallombardo

Si affaccia sul golfo di Palermo abbracciando il mare. Battezzato, ma di fatto mai venuto alla luce, da anni aspetta di nascere, come tutta la costa sud della città. Adesso, però, lo stallo in cui è finito il Parco Libero Grassi, con il suo Teatro del Sole incastonato davanti al blu del mare di Acqua dei Corsari, sembra destinato a sbloccarsi. Alla vigilia dell’anniversario della morte dell’imprenditore, ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991, tornano ad accendersi i riflettori sull’area verde a lui intitolata nel 2013, ma ancora in attesa di bonifica e riqualificazione.

Il Teatro del Sole visto dall’alto

La strada per la rinascita passa attraverso un tortuoso iter burocratico, che vede coinvolti Comune e Regione, incalzati dai comitati dei cittadini e associazioni, che da anni si battono per l’apertura del parco. Un primo segnale l’aveva lanciato quasi un anno fa l’amministrazione comunale, quando, lo scorso novembre, la giunta aveva approvato un progetto di fattibilità per la partecipazione ad un bando della Regione Siciliana, finalizzato alla bonifica di aree inquinate grazie all’uso di fondi comunitari. L’area individuata era proprio quella del Parco Libero Grassi, che si estende per circa 11 ettari. Il progetto, che ammonta a circa 11 milioni di euro, prevede la realizzazione di interventi che permettano di poter fruire dell’area in sicurezza, con barriere passive, membrane e strati di copertura che impediscano sia i rischi per l’uomo, sia l’infiltrazione degli agenti inquinanti verso il mare. Prevista, inoltre, la piantumazione di alberi e la creazione di un boschetto.

L’area del Parco Libero Grassi

Dopo i primi interventi di sistemazione, l’area era stata oggetto di un’analisi per verificare il grado di inquinamento e l’eventuale pericolo per la fruizione. A seguito dei controlli era stata effettivamente verificata la presenza di agenti inquinanti, ma – secondo quanto aveva assicurato dall’assessore regionale all’Ambiente, Toto Cordaro – “si tratta di percentuali irrisorie, dello zero virgola, non tali da pregiudicare la fruizione”. Così, lo scorso febbraio è arrivata la firma del decreto regionale con cui è stata approvata la graduatoria dei progetti di recupero ambientale ammessi a finanziamento con fondi del Po Fesr 2014-2020, tra cui c’è anche il Parco Libero Grassi. Da allora un silenzio di alcuni mesi, interrotto soltanto adesso, dopo che il deputato Aldo Penna, esponente del comitato per la riapertura del parco, ha annunciato lo sciopero della fame “per sollecitare l’amministrazione comunale sulla necessità di velocizzare i tempi per la presentazione del progetto del bando di bonifica”, ha dichiarato.

Il litorale di Acqua dei Corsari

Una prima risposta alla protesta del deputato nazionale del Movimento 5 Stelle, arriva dall’assessore comunale all’Ambiente, Urbanistica e Mobilità, Giusto Catania. “Auspichiamo che al più presto il Dipartimento regionale per l’acqua e i rifiuti ci trasmetta la bozza di convenzione da sottoscrivere, passaggio senza il quale non si può andare avanti nell’importante percorso per il recupero e la fruibilità del Parco Libero Grassi – ha fatto sapere Catania – . Il Comune è pronto alla sottoscrizione della convenzione, ma la stesura del documento è compito del Dipartimento regionale che, ci risulta, in atto è privo di un dirigente. Soltanto dopo la stipula della convenzione, la Regione potrà emettere il decreto di finanziamento e si potrà quindi dare avvio alla progettazione e realizzazione dei lavori”.

Pronta la replica dell’assessore regionale all’Energia, Alberto Pierobon, che rassicura sul rispetto dei tempi. “La Regione ha già finanziato a Palermo 11 milioni e mezzo di euro per la messa in sicurezza e il ripristino ambientale dell’ex discarica di Acqua dei corsari – ha puntualizzato Pierobon – . Ho verificato con gli uffici l’iter per realizzare la bonifica e da parte della Regione, nell’ambito delle proprie competenze, c’è la volontà che i lavori possano partire i prima possibile. Siamo disponibili a collaborare in maniera fattiva con il Comune per aiutarlo a superare ogni criticità. Gli uffici mi assicurano che non c’è alcun grave ritardo anche perché nel frattempo il Comune deve preparare il progetto di bonifica esecutivo che deve andare in conferenza di servizi. Ho sentito il dirigente generale del dipartimento Acque e rifiuti, Salvo Cocina, e mi ha assicurato che l’iter va avanti. Il Servizio non è privo di dirigenti perché una volta scaduto il contratto del vecchio responsabile si è subito insediato il nuovo. Per arrivare al decreto di finanziamento il Comune deve rispettare tutta una serie di adempimenti. Nel frattempo lavoriamo per arrivare alla firma della convenzione con il Comune e a riguardo ho sollecitato il dipartimento nella ridefinizione degli assetti organizzativi. L’avanzamento dell’iter resta però vincolato alla definizione del progetto esecutivo da parte del Comune. Restiamo vigili e monitoriamo l’iter costantemente per raggiungere il duplice obiettivo di onorare la memoria di Libero Grassi e restituire alla collettività quest’area”.

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La “magica” abbazia di San Giorgio, tra storia e leggenda

Restauro in vista per i ruderi della chiesa, a pochi chilometri dal centro abitato di Gratteri. Fu uno dei più importanti centri monastici normanni in Sicilia

di Giulio Giallombardo

Potrebbe sembrare, a prima vista, un rudere come tanti, ma è una pietra miliare della dominazione normanna in Sicilia. Circondati dai boschi di Gratteri, sulle Madonie, sorgono gli imponenti resti dell’abbazia di San Giorgio, un luogo magico, intriso di leggende che si intrecciano alla storia. Oggi l’abbazia fa parte del patrimonio del Comune di Gratteri, che si prepara al restauro del monumento, grazie a un finanziamento stanziato dal Cipe, con l’obiettivo ambizioso di portare il bene all’interno del sito Unesco arabo-normanno.

Ruderi dell’abbazia di San Giorgio (foto: Vacuamoenia)

È di pochi giorni fa il bando per un’indagine di mercato, con cui il Comune vuole acquisire manifestazioni d’interesse da parte di operatori economici a cui affidare il restauro, la riqualificazione ambientale e anche alcune indagini archeologiche nell’abbazia. I lavori, per cui l’importo a base d’asta ammonta a poco meno di 600mila euro, comprendono – si legge nel bando – la demolizione delle superfetazioni edilizie esistenti, interventi di consolidamento e restauro dell’abbazia e delle superfici parietali, indagini archeologiche e la sistemazione della stradella di accesso al complesso monumentale.

L’interno dell’abbazia (foto: Vacuamoenia)

Un passo in avanti verso il progressivo recupero del monumento, dopo i precedenti interventi di restauro del Comune, che hanno sottratto in parte i ruderi dell’abbazia al degrado in cui erano finiti. Protagonisti della rinascita dell’abbazia anche gli studenti del plesso “Gratteri” dell’istituto comprensivo “Nicola Botta” di Cefalù, che hanno “adottato” il monumento, aggiudicandosi la medaglia d’oro, nell’anno scolastico 2017-2018, tra le scuole secondarie di primo grado del concorso nazionale indetto dal Miur sui monumenti adottati.

L’abside (foto: Vacuamoenia)

Le origini dell’abbazia sono antichissime e ancora, in parte, da decifrare, con la fondazione che viene attribuita a papa Innocenzo II intorno al 1140. Secondo altre fonti storiche, invece, la chiesa sembrerebbe essere esistente già qualche anno prima, se ad essa si riferisce una bolla del 1115, in cui il re Guglielmo I concede “alla venerabile e sacra mansione di San Giorgio dei Crateri” alcune terre di Petralia. C’è chi sostiene che si tratti della prima fondazione cistercense nel regno di Sicilia, poiché fu affidata da Ruggero II ai monaci premostratensi, agostiniani riformati provenienti dalla Normandia, che ne fecero il loro unico monastero in Sicilia e uno dei tre in Europa. L’affidamento si inserisce nell’ambito dell’appoggio che i normanni diedero in Sicilia al monachesimo occidentale, in opposizione a quello orientale, che si era diffuso con la dominazione bizantina.

L’arco che sormonta l’ingresso (foto: Vacuamoenia)

Ma già agli inizi del 1300, l’abbazia iniziò il suo lento declino: la canonica fu eliminata e i frati espulsi. Viene in seguito citata una “commenda” definitivamente abbandonata nel 1645 e alla metà del XIX secolo l’abate Vito Amico cita la chiesa, ancora aperta al culto, come appartenente all’ordine dei cavalieri di Malta. L’edificio, caduto in rovina, fu poi riutilizzato dai contadini come stalla e deposito di fieno. Secondo alcune credenze popolari, i monaci, prima di andare via, avrebbero nascosto un tesoro vicino all’abbazia, lanciando un sortilegio: se lo sarebbe assicurato chi, giunto sul luogo esatto apparso in sogno, sarebbe riuscito a mangiare una focaccia senza far cadere le briciole. Leggende a parte, l’unico tesoro vero è oggi ciò che resta dell’abbazia, considerata una delle espressioni più alte dell’architettura romanica in Sicilia.

(Foto: Vacuamoenia)

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Scoperto in Ucraina uno dei “mostri” di Villa Palagonia

Una scultura di tufo raffigurante una chimera, proveniente dalla dimora settecentesca di Bagheria, si trova esposta nelle sale di un museo di Odessa

di Giulio Giallombardo

Una chimera tiene strette tra le sue fauci Bagheria e Odessa. Un viaggio di sola andata, da Villa Palagonia alle sale di un museo della città ucraina, ha portato uno dei “mostri” di tufo lontano dal regno incantato del principe Ferdinando Francesco Gravina. Non si sa bene come vi sia finita, ma una delle bizzarre statue della settecentesca villa di Bagheria, si trova esposta nel Museo dell’arte occidentale e orientale di Odessa. La scoperta si deve a Dario Piombino-Mascali, antropologo messinese e ispettore onorario dei beni culturali della Regione Siciliana.

Sculture sulla cinta muraria della villa

Si tratta di una scultura lunga circa un metro che raffigura una chimera, creatura leggendaria il cui corpo era composto da parti di diversi animali. Nella targhetta che accompagna la statua è chiaramente indicata la provenienza da Villa Palagonia, che ospita nella cinta muraria tantissime opere stilisticamente simili. Non si sa nulla su come l’opera dalla Sicilia sia arrivata in Ucraina. Secondo quanto riferito da un responsabile del museo all’antropologo, la chimera sarebbe stata acquistata ad un’asta pubblica. Troppo poco per ricostruire le tappe di un viaggio di cui non erano al corrente neanche gli attuali amministratori della dimora bagherese.

Dario Piombino-Mascali

La scoperta, che risale a due anni fa, ma resa nota soltanto adesso, è stata fatta casualmente durante uno dei tanti viaggi dell’antropologo messinese, tra i maggiori esperti di mummie siciliane, che presto inizierà a studiare alcune mummie egizie presenti tra Kiev e Odessa. “Passeggiando tra le sale del museo, mi sono imbattuto in questa statua e sono rimasto sorpreso – ha detto Piombino-Mascali a Le Vie dei Tesori News – . C’è un pezzo di Villa Palagonia in Ucraina e nessuno lo sa, non sappiamo neanche se tornerà mai a casa. Subito dopo la scoperta, ho scritto un’email alla Soprintendenza di Palermo e al Servizio tutela e acquisizioni dei beni culturali della Regione, anche solo per informarli della presenza di quella statua a Odessa, ma non ho avuto alcun riscontro”.

Villa Palagonia

Nonostante altre statue manchino all’appello, l’insolito “gemellaggio” con il museo di Odessa era sconosciuto anche a Bagheria. “Ho già scritto alla direzione del museo chiedendo copia della documentazione relativa alla statua e allo stesso stempo dichiarandoci disponibili a una collaborazione per uno scambio culturale”, ha spiegato Nino Mineo, amministratore della fondazione che gestisce Villa Palagonia. Mentre dalla Soprintendenza hanno fatto sapere che avvieranno opportune verifiche per saperne di più. Una delle ipotesi più accreditate è che la statua di Odessa non sia una di quelle mancanti sulle mura, ma si trovasse nel giardino. Come tante altre, potrebbe essere stata venduta dal principe a un collezionista, per poi iniziare il suo lungo viaggio fino alle sponde del Mar Nero.

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Alla scoperta dell’ottagono sepolto di piazza Papireto

Nel sottosuolo del centro storico di Palermo trovato un ipogeo unico nel suo genere, realizzato nel ‘500 per la bonifica delle paludi

di Giulio Giallombardo

C’è un’altra Palermo che si snoda nel sottosuolo. Una città parallela dove tunnel, camminamenti, canali e ambienti ipogei realizzati nei secoli, s’incrociano in un intricato labirinto di cui non si vede la fine. Tra questi, recentemente, è stata scoperta un’opera idraulica, finora unica, realizzata nel Cinquecento per contribuire alla bonifica delle paludi del fiume Papireto, oggi interrato. Si tratta di una struttura sormontata da una cupola ottagonale, utilizzata come ricettacolo e centro di raccolta delle acque di drenaggio, trasportate da tre cunicoli che da Danisinni arrivavano fino alla depressione del Papireto.

Uno dei cunicoli

L’ottagono è stato scoperto durante i lavori per la manutenzione della pavimentazione di piazza Papireto. Nel corso degli scavi dello scorso marzo, gli operai hanno notato la cupola che emergeva dal sottosuolo, così è stata avvisata la Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo che ha avviato contestualmente un cantiere archeologico, con la consulenza di Pietro Todaro, geologo tra i maggiori esperti del sottosuolo della città. “Si tratta di un’opera molto singolare, forse unica nel suo genere, che sarebbe importante riuscire a valorizzare”, spiega il geologo, che ha da poco pubblicato un articolo scientifico sulle paludi e la bonifica del Papireto nel Notiziario archeologico della Soprintendenza di Palermo.

Pietro Todaro durante il sopralluogo

L’ipogeo, ancora oggi semisommerso da due metri di melma, era parte di una grande opera idraulica sotterranea, passata alla storia come “aquidotto di maltempo”, realizzata alla fine del ‘500 dal pretore del Senato palermitano, Andrea Salazar, a cui si deve un primo importante intervento idrogeologico di prosciugamento dei terreni. L’impaludamento del Papireto fu causato in parte dall’insabbiamento e dell’interramento della foce, nell’antico porto della Cala, dove confluivano in massa detriti di ogni tipo, scaricati principalmente dal fiume Kemonia durante i periodi di piena e le devastanti inondazioni. Per il restringimento della foce, dunque, il livello di base del fiume si alzò, rallentando il deflusso e aumentando il ristagno delle acque, fino trasformarsi in palude in alcuni tratti,  Da qui l’intervento di bonifica e prosciugamento che in seguito portò a una rapida urbanizzazione della zona.

Sezione della struttura

Importante tassello della bonifica, fu dunque questo particolare ipogeo, una struttura a pianta ottagonale, alta circa sei metri, e costruita con conci di calcarenite, sormontata da una cupola del diametro di 4,5 metri, composta da otto “spicchi”, con un foro del diametro di circa un metro, aperto durante i lavori di pavimentazione. È stata scoperta anche una “discenderia” d’accesso, una galleria con una scalinata in muratura che porta fino all’ipogeo. Dall’ottagono, si dipartono quattro canali, tre erano quelli di drenaggio, l’altro era quello attraverso cui l’acqua defluiva, dopo aver ridotto il carico sabbioso nel ricettacolo, fino al piano dei Santissimi Cosmo e Damiano (l’attuale piazza Beati Paoli) dove si univa a un altro più grande condotto, il canale del Papireto, proveniente da via Gioiamia, che raccoglieva le acque di superficie di Danisinni e della sorgente dell’Averinga, sfociando infine nell’antico porto della Cala.

Arco innesto

Adesso, l’intenzione dell’amministrazione comunale è quella di liberare la struttura dalla melma che la ricopre e valorizzarla come merita, con la speranza di creare un percorso di visita. “Attualmente è impossibile fruire di quest’opera unica – spiega Todaro a Le Vie dei Tesori News – io ho dovuto strisciare come un serpente, facendomi largo tra il fango, ma se, durante una seconda fase dei lavori, si riuscirà a liberare l’ingresso, la discenderia che porta giù, il fondo dell’ottagono, i canali e mettere in evidenza la struttura, allora potrebbe essere valorizzata e visitata da tutti, contribuendo alla conoscenza di uno straordinario lavoro idraulico dal grande valore storico”.

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Chiamata alle armi per ripensare Villa Deliella

Pronto un bando per un worshop di progettazione del museo del liberty da realizzare dove sorgeva l’edificio abbattuto nel 1959

di Giulio Giallombardo

Un vuoto lungo sessant’anni e il sogno della ricostruzione. Che sia copia conforme o libera interpretazione, si vedrà, ma piazza Crispi riavrà la sua Villa Deliella. Almeno questa sembra la strada tracciata da Regione, Comune di Palermo e addetti ai lavori, che da qualche anno coltivano l’idea di realizzare un museo del liberty nell’area dove un tempo sorgeva il gioiello progettato da Ernesto Basile e abbattuto in una notte del 1959. Mentre all’Ars si attende l’approvazione del collegato alla finanziaria che, tra l’altro, destinerebbe un milione di euro per l’acquisizione e il recupero, l’assessorato regionale dei Beni culturali sta lavorando a un workshop da realizzare a fine novembre, con il coinvolgimento di “almeno tre studi di progettazione di chiara fama” – si legge nel bando – per predisporre un concorso di ideazione di un museo del liberty da realizzare dove si trovava la villa, area poi occupata da un parcheggio sequestrato nel marzo del 2018.

L’area dove sorgeva Villa Deliella

Il workshop è organizzato dal Dipartimento regionale dei Beni culturali e l’Ordine degli ingegneri di Palermo, in collaborazione con il Comune, la Soprintendenza ai Beni culturali, l’università e il suo dipartimento di Architettura e l’Ordine degli architetti di Palermo. Le giornate di studio si svolgeranno dal 25 al 28 novembre nei locali dell’ex convento della Magione e potranno partecipare 30 professionisti che non abbiano compiuto 40 anni, in possesso di laurea magistrale in architettura, ingegneria edile, scienze della comunicazione che preferibilmente abbiano già maturato qualche esperienza nel settore delle ricerche e dei progetti di architettura di edifici pubblici in ambito urbano, musealizzazione o aspetti della comunicazione culturale nel corso degli studi universitari o anche, successivamente, in ambito professionale.

Villa Deliella in una foto storica

Si alterneranno momenti di laboratorio con la realizzazione di elaborati grafici, letture, visite e sopralluoghi nell’area oggetto di studio. Il workshop si articolerà in sei gruppi di lavoro, ognuno composto da cinque partecipanti seguiti da uno o più tutor. I risultati del worshop saranno raccolti in un elaborato che verrà presentato in nelle giornate conclusive dell’evento che si svolgeranno il 29 e 30 novembre. Per candidarsi c’è tempo fino al 13 settembre (qui il bando).

“Il workshop – si legge nel bando – si pone come momento di riflessione, sensibilizzazione ed indirizzo sui temi del paesaggio urbano e dell’architettura pubblica, con specifica destinazione espositiva e museale, e sui caratteri peculiari della città nata nell’arco temporale tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. La visione contestuale del tema potrà estendersi a sottosistemi urbani più ampi, concettualmente o fisicamente collegati. Il lavoro all’interno del workshop ha il carattere di un’esplorazione multidisciplinare in grado di riflettere sulla storia, sugli assetti attuali, sugli usi futuri, sull’architettura pubblica urbana e sui concetti di conservazione e comunicazione intesi come elementi fondamentali del percorso espositivo”.

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Il Maxxi sbarca a Palermo con la mostra di Zerocalcare

Il Museo delle arti del XXI secolo di Roma porta nello Spazio Zac la prima personale del fumettista in un allestimento originale

di Giulio Giallombardo

La sua matita “appuntita” ha tratteggiato l’anima inquieta di una generazione. Quella nata e cresciuta tra gli anni ’80 e i ’90, con l’ombra sempre più incombente del precariato e il proliferare incontrollato del web. Dopo il debutto al Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, la grande mostra di Zerocalcalre “Scavare fossati – Nutrire coccodrilli” è pronta a fare tappa a Palermo, con un allestimento originale pensato per lo Spazio Zac dei Cantieri culturali alla Zisa. Una delibera approvata dalla giunta comunale pochi giorni fa, di fatto, ha dato il via libera a un progetto a cui si lavora da tempo e che potrebbe aprire la strada anche a una sede stabile del Maxxi nel capoluogo siciliano (lo avevamo anticipato qui).

Lo Spazio Zac

La mostra, finanziata con risorse previste dal Patto per il Sud, è la prima personale del fumettista Michele Rech, che ha scelto il suo nome d’arte ispirandosi a uno spot televisivo. Mette insieme il lavoro grafico di Zerocalcare a partire dai primi anni Duemila, tra poster, illustrazioni e copertine, includendo circa 170 opere originali e una timeline corredata da didascalie delle opere esposte. Riguardo alle date ancora nulla di ufficiale. Nella proposta del Maxxi inviata al Comune lo scorso giugno si ipotizza l’inaugurazione il prossimo settembre, con apertura della mostra fino a dicembre di quest’anno, ma dall’amministrazione non è ancora arrivata alcuna conferma su quando la mostra aprirà i battenti.

Uno dei disegni in mostra

Rispetto all’allestimento del Maxxi, in cui la mostra è stata aperta fino allo scorso marzo, quello dello Zac di Palermo prevede una grande illustrazione ideata e realizzata dall’artista appositamente per questo spazio. Un disegno gigante, applicato con la tecnica del wall paper, rivestirà le pareti e il pavimento dello spazio espositivo. “Nume tutelare” della mostra è l’Armadillo, il celebre personaggio creato dal fumettista, sua coscienza e alter ego, protagonista di quasi tutte le sue strisce e i suoi libri.

Michele Rech, in arte Zerocalcare

Sono quattro le sezioni della personale che hanno caratterizzato l’allestimento del Maxxi e che, verosimilmente, saranno replicate anche a Palermo: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze e Non-reportage. La prima comprende illustrazioni a colori e strisce tratte dal blog dell’autore, zerocalcare.it, creato nel 2011; Tribù racconta l’attività dell’artista legata al mondo del punk e dell’underground con illustrazioni, locandine dei concerti e vinili; Lotte e Resistenze include venti anni di illustrazioni, tavole e locandine, tratte dalla vita quotidiana, con riferimenti ai movimenti di protesta, ai fatti di cronaca e politica; infine Non-reportage mette insieme testimonianze vissute e raccontate in prima persona con lo spirito del reportage, ma con l’esito di un diario intimo, dal G8 di Genova agli attacchi dell’Isis contro i curdi a Kobane.

Murale disegnato da Zerocalcare a Roma

Il legame tra Palermo e il Maxxi, però, non nasce adesso. Già nel 2017, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre l’anno scorso è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte ospitata a Palermo. Adesso la mostra di Zerocalcare potrebbe essere il primo passo verso una sede stabile del Maxxi nel capoluogo siciliano, un’idea che piace a tanti, ma ancora tutta da realizzare.

(Foto grande in alto: Musacchio, Ianniello & Pasqualini, Fondazione Maxxi)

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Si rianima il cantiere fantasma di Palazzo Bonagia

Sono ripartiti dopo quattro anni i lavori in quello che resta della settecentesca dimora palermitana. Sarà reso fruibile il cortile e lo scalone monumentale

di Giulio Giallombardo

Un restauro infinito, costellato di false partenze, furti e inciampi burocratici. Tutto da rifare, o quasi a Palazzo Bonagia, un tempo gioiello dell’architettura settentesca di Palermo, oggi ridotto a un rudere dopo le bombe dell’ultima guerra mondiale, ma di cui sopravvivono diversi elementi di pregio. Dopo oltre quattro anni di abbandono, è finalmente ripartito il cantiere per il restauro del palazzo della Kalsa, di proprietà dell’Arnas Civico di Palermo. Il dipartimento regionale dei Beni culturali, guidato da Sergio Alessandro, ha approvato in linea amministrativa il contratto d’appalto con la nuova ditta che dovrà svolgere i lavori, il Consorzio Stabile Ganosi di Benevento. Si tratta della terza assegnazione, dopo che le due precedenti ditte vincitrici hanno abbandonato i lavori per fallimento.

La scalinata prima del restauro

A peggiorare la situazione, poi, hanno contribuito anche due ladri di rame, sorpresi nel 2015 a rubare le grondaie sul terrazzo di copertura dello scalone monumentale. Furto che ha causato, oltre che il distacco di mattonelle e il danneggiamento di alcune travi, soprattutto infiltrazioni d’acqua che hanno rovinato lo scalone ristrutturato e su cui adesso si dovrà nuovamente intervenire. “Il cantiere è ripartito, ma siamo in una fase difficile perché è davvero passato troppo tempo dagli ultimi interventi – spiega a Le Vie dei Tesori News, Lina Bellanca, soprintendente dei Beni culturali di Palermo e direttore dei lavori – . Abbiamo lavorato a tutta una serie di opere preparatorie, tra cui la pulizia e la messa in sicurezza, ma ci siamo ritrovati con seri danni allo scalone monumentale, quindi ci toccherà lavorare ancora una volta su questo elemento architettonico, e non sarà facile, anche alla luce delle esigue risorse economiche a disposizione”.

Prospetto di Palazzo Bonagia in via Alloro

I lavori ammontano a poco meno di 500mila euro, parte dei 2,6 milioni complessivi stanziati per lavori in parte portati a termine, ma parzialmente persi a causa dell’abbandono del cantiere. Così, risolte le ultime pratiche burocratiche con la nuova ditta e gli uffici del Genio civile, il cantiere potrà procedere più speditamente, dopo questa fase di avvio un po’ a rilento. “Dovremo ridimensionare i lavori previsti da una prima perizia – prosegue Bellanca – dunque cercheremo di rendere fruibile il cortile e lo scalone, dubito che riusciremo a ricostruire la terza elevazione che doveva essere realizzata, perché i lavori di recupero delle altre parti assorbiranno un bel po’ di risorse”.

Lo scalone monumentale

Dunque, sarà ancora una volta lo scalone il protagonista del restauro del palazzo di via Alloro, appartenuto a Antonino Stella, duca di Casteldimirto. Fino a qualche anno fa scenografia per spettacoli all’aperto, la scalinata a tenaglia in marmo rosso di Castellammare del Golfo, realizzata Andrea Giganti nel 1755, è stata risparmiata dalle bombe, ma messa seriamente a rischio da ladri, maltempo e incuria. Adesso si ricomincia, nella speranza che questa sia la volta buona.

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Le vie dei Tesori News

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