Palermo al tempo della peste, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

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Viaggio nel tempo tra oggetti d’epoca e maioliche

Centinaia di pezzi d’antiquariato provenienti dalla collezione Tschinke-Daneu saranno esposti in una mostra a Palermo, nell’ex convento della Magione

di Giulio Giallombardo

Una miniera infinita di oggetti che raccontano un’altra epoca. Piccoli pezzi di storia che segnano il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale. Sono alcuni dei tesori della sterminata collezione Tschinke-Daneu, una delle famiglie più importanti di antiquari di Palermo, che – quando l’emergenza sanitaria finirà – saranno esposti in una mostra allestita dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, nell’ex convento della Magione. La mostra in gran parte inedita, curata dalla storica dell’arte Maria Reginella e dalla restauratrice Anna Tschinke, erede degli antiquari, era già in fase avanzata d’allestimento, ma per l’inaugurazione, purtroppo, si dovrà aspettare.

Maioliche della collezione Tschinke-Daneu

Da un lato, sarà esposto un nucleo consistente di maioliche storiche tradizionali, alcune risalenti al Cinquecento, fino all’Ottocento e provenienti dai più grossi centri di produzione siciliani, come Caltagirone, Sciacca e Burgio, ma anche da altre parti del Sud Italia. Dall’altro, alla produzione artigianale si affiancherà quella industriale, con centinaia di pezzi in terraglia, ceramica o porcellana come vasi, scatolette e contenitori vari. Molti sono oggetti d’epoca vittoriana, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti: ci sono scatole di dentifricio e vasetti di pasta d’acciughe o per il midollo di manzo, antichi barattoli di generi alimentari come spezie e pasta, ed anche particolari filtri per l’acqua. Su tutti campeggiano i marchi di fabbrica, alcuni dei quali di note aziende italiane ancora in attività.

Uno dei pezzi della collezione Tschinke-Daneu

“Abbiamo allestito già alcune vetrine – spiega Maria Reginella a Le Vie dei Tesori News – ma purtroppo ci siamo dovuti fermare per l’avanzare dell’epidemia. In questi giorni, da casa, continuiamo però a lavorare sul catalogo, sui pannelli e sulle didascalie, per descrivere meglio questi oggetti così particolari. L’idea è quella di mettere a confronto le ceramiche tradizionali, pezzi unici anche se realizzati in serie, e la collezione davvero originale di Tschinke, che comprende oggetti di matrice più industriale. Sarà una mostra interessante, che speriamo presto di inaugurare”.

 

Saranno circa trecento i pezzi esposti nell’ex convento della Magione. Il meglio della collezione Tschinke-Daneu, che ha preso forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il triestino Vincenzo Daneu inizia la sua attività di piccolo e alto antiquariato a Palermo, prima con un negozio in via Mariano Stabile e poi a Palazzo Santa Ninfa, in via Vittorio Emanuele. La bottega di Daneu diventa in poco tempo, punto di riferimento per ricchi clienti e per i nobili palermitani, ma anche miniera per il nascente Museo Nazionale guidato allora da Antonio Salinas. In seguito, Mario Felice Tschinke, erede dei Daneu, incrementa la raccolta conservando, fin da piccolo, oggetti della vita quotidiana che allora potevano sembrare banali, ma oggi raccontano un pezzo di storia vissuta tra le due guerre e mostrano l’introduzione di prodotti dei paesi d’occupazione, tedeschi, inglesi, francesi e americani.

Filtro per l’acqua (collezione Tschinke-Daneu)

“Purtroppo oggi tutti i nostri cantieri di restauro sono fermi – sottolinea la soprintendente Lina Bellanca – non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza e dunque siamo stati costretti a bloccare tutto. Questa mostra a cui stavamo e stiamo lavorando potrà essere l’occasione per riaprire le stanze dell’ex convento della Magione, una bella sede su cui vogliamo puntare e dove già avevamo allestito altre mostre. Prima che si fermasse tutto, erano appena arrivati i materiali per installare il nuovo ascensore, ma abbiamo dovuto rinviare i lavori. Siamo preoccupati, come tutti, perché non vediamo la fine di questa emergenza e così, purtroppo, non possiamo programmare più nulla”.

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Capitale della cultura 2021, la scommessa di Modica

La città iblea, nonostante l’emergenza sanitaria, sta proseguendo il lavoro sul dossier per la candidatura, puntando sulla storia e sulle eccellenze del territorio

di Giulio Giallombardo

Una storia millenaria in una delle “contee” più illuminate della Sicilia. Parte da qui la corsa di Modica a Capitale italiana della cultura 2021. Una sfida che, però, potrebbe essere più lunga del previsto, non solo per la città barocca, ma anche per tutte le altre candidate. L’emergenza sanitaria che sta paralizzando l’Italia ha portato alla sospensione degli eventi di Parma, “capitale” di quest’anno, che ha chiesto al Mibact di poter proseguire il calendario di appuntamenti anche nel 2021. Se così sarà, Modica, come le altre città, correrà per il 2022.

Vista sul duomo di Modica da Palazzo Castro Grimaldi

Nel frattempo nella città iblea si mettono a punto gli ultimi dettagli del dossier di candidatura, in vista della presentazione rinviata adesso al 30 giugno, alla luce della pandemia in corso. Un lavoro sinergico sul territorio come quello fatto a Trapani, una delle quattro città siciliane siciliane candidate (di cui vi abbiamo parlato qui), insieme a Scicli e Palma di Montechiaro (di cui vi parleremo nei prossimi giorni). “Nonostante le difficoltà di queste settimane, in cui lavoriamo tutti da casa – dice a Le Vie dei Tesori News l’assessore comunale alla Cultura, Maria Monisteri – abbiamo elaborato un dossier che punta sulla nostra lunga storia e sulla solida tradizione culturale che la contraddistigue. Modica è stata in settecento anni una delle contee più potenti della Sicilia e penso che questo sia il momento per metterlo in evidenza”.

Maria Monisteri

In questi giorni, l’amministrazione comunale – solidale con Parma – ha dovuto annullare tanti appuntamenti in calendario previsti per marzo e aprile, in attesa di nuove indicazioni da parte delle istituzioni. “Modica è deserta, abbiamo chiuso tutto, perfino il lungomare – prosegue l’assessore – ma anche da casa stiamo costruendo un dossier con cui possiamo competere con le altre candidate. Abbiamo tutte le carte in regola per potercela fare, anche se siamo una piccola città alla periferia d’Europa, piccola ma orgogliosa delle proprie origini”.

Il Castello dei Conti

Così, la storia e le eccellenze del territorio possono fare la differenza. “Modica sino al 1920 fu la quinta città siciliana per popolazione e commerci – sottolinea Monisteri – . Abbiamo dato i natali a un Nobel per la letteratura, Salvatore Quasimodo, produciamo il primo e unico cioccolato Igp d’Europa. Poi il nostro tessuto imprenditoriale, dalle campagne al mare, è molto vivace. Per non parlare delle bellezze di chiese, monumenti e palazzi. Tutti fattori che hanno contribuito alla crescita di un turismo culturale, grazie anche alle eccellenze enogastronomiche a cui si aggiunge il nostro innato senso di accoglienza. Sono questi alcuni degli elementi su cui abbiamo lavorato, cercando di riscoprire la nostra storia, rendendola attuale”.

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Palermo prega la Santuzza: “Liberaci dal virus”

Non si fermano i pellegrinaggi al santuario di Monte Pellegrino, molti i fedeli che invocano un nuovo miracolo come quattro secoli fa, durante la storica epidemia di peste

di Giulio Giallombardo

Un cammino composto e silenzioso, rigorosamente a distanza di sicurezza. Quattrocento anni dopo, si torna a pregare la Santuzza perché faccia un nuovo miracolo, fermando un’altra epidemia. Un tempo era la peste, oggi un virus di cui si sa poco e che sta facendo paura al mondo. Mentre l’Italia si ferma, a Palermo c’è chi preferisce salire – anche a piedi – in cima a Monte Pellegrino, facendo una preghiera a Santa Rosalia. Non sono in tanti, ovviamente, ma i fedeli in visita al santuario non mancano anche in questi giorni in cui uscire fuori da casa è una diventata una minaccia.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

“Santa Rosalia liberaci da questo virus come hai già fatto tanto tempo fa” e ancora “Signore, intercedi con la nostra venerata Santa Rosalia affinché venga sconfitto questo male, che sta colpendo gravemente la popolazione mondiale. Aiutaci a risollevarci. Rimani vicino a tutte le famiglie”. Queste sono solo alcune delle invocazioni scritte sul libro all’ingresso del santuario, frequentato in questi giorni non solo dai palermitani, ma anche da alcuni stranieri: non mancano, infatti, messaggi in inglese e anche in lingua tamil.

L’avviso al santuario

“Ho chiesto di rispettare le distanze di sicurezza anche durante il percorso che alcuni fedeli fanno a piedi per raggiungere il santuario – dice a Le Vie dei Tesori News, Gaetano Ceravolo, reggente del santuario di Santa Rosalia – . Muovendomi in auto, in effetti, ho visto alcune persone salire, camminando a una certa distanza l’uno dall’altro”. Cambiano le abitudini, dunque, anche per la tradizionale “acchianata”, mentre le messe pubbliche – come previsto dalla diocesi – sono sospese. Il santuario e la grotta, però, restano aperti per consentire ai fedeli di fare una pregheria o lasciare un messaggio per la Santuzza, mentre ogni giorno viene celebrata una messa nella piccola cappella privata.

La teca con la statua di Santa Rosalia

“Ho avuto modo di parlare in questi giorni con alcuni fedeli – racconda don Ceravolo, che ha deciso di spostare due reliquie della Santa nella teca della grotta – . Molti sono sfiduciati e disorientati, un po’ come tutti noi, altri più fiduciosi e ottimisti. In tanti sono preoccupati per i familiari che vivono al Nord, nelle zone più colpite dall’epidemia, altri raccontano di parenti che sono tornati in Sicilia, con il recente controesodo, adesso pentiti per averlo fatto. Tutti vengono da me chiedendo una benedizione”.

Uno dei messaggi sul libro del santuario

La stessa che i palermitani, flagellati dalla peste, chiesero alla Santuzza per liberare la città dalla “morte nera”, arrivata su un vascello proveniente da Tunisi nel maggio del 1624. Il 15 luglio dello stesso anno su Monte Pellegrino furono ritrovate le ossa poi attribuite alla Santuzza, mentre il 9 giugno dell’anno dopo, durante la processione delle reliquie – secondo la tradizione – gli ammalati iniziarono a guarire e il male fu debellato. Un “miracolo” adesso atteso non solo dai palermitani, ma dal mondo intero.

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La valle dei menhir nascosta tra i monti della Sicilia

Studiosi e ricercatori si preparano a un primo rilevamento scientifico sul complesso megalitico scoperto pochi mesi fa vicino a Cerami

di Giulio Giallombardo

Un calendario di pietra nascosto nelle campagne siciliane. Presto si saprà di più sulla “valle dei menhir” a due passi da Cerami, piccolo borgo del Parco dei Nebrodi. La scoperta è stata fatta lo scorso autunno e sembra destinata a lasciare il segno sugli studi della preistoria nell’Isola. In un terreno privato, poco fuori dal centro abitato, sono stati scoperti alcuni monoliti “piantati” nella terra. Sono una ventina di pietre allungate, alte circa un metro, compatibili per costruzione e tipologia con blocchi preistorici molto simili a menhir, antichissimi megaliti risalenti solitamente al Neolitico, che avevano funzione religiosa e cultuale.

I menhir studiati dai ricercatori

In occasione dell’equinozio di primavera, archeologi e ricercatori si preparano adesso a studiare più da vicino la “piccola Stonehenge” di Cerami, considerato il primo complesso di menhir in Sicilia, la cui scoperta è stata già presentata ad un convegno di archeoastronomia a Sassari e in occasione del congresso dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bari. Dal 20 al 22 marzo, gli studiosi dei Gruppi Archeologici d’Italia, dell’Università di Perugia, dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania e della Soprintendenza dei Beni culturali di Enna, eseguiranno il primo lavoro di ricognizione e di rilievo georeferenziato dell’area dove ricadono i menhir.

Uno dei menhir

“Si procederà ad un’analisi con termoluminescenza e precisamente con metodo di datazione ottica, che ci permetterà di sapere quando questi menhir sono stati sbozzati e piantati nel terreno, con un margine di errore minimo di due o tre secoli”, spiega Alberto Scuderi, vicedirettore nazionale dei Gruppi archeologici d’Italia, che sta studiando il sito insieme agli archeologi Ferdinando Maurici, della Soprintendenza del Mare e Andrea Polcaro, dell’università di Perugia, e con Alfio Maurizio Bonanno dell’Istituto nazionale di astrofisica di Catania. Sono loro gli esperti che avranno il compito di fare luce sul sito scoperto casualmente da alcuni soci dell’associazione culturale Acers di Cerami, che sono anche proprietari del terreno dove si trovano i monoliti e che adesso si stanno impegnando attivamente per promuovere la prosecuzione delle ricerche.

Uno scorcio di Cerami (foto Wikipedia)

Sono tanti, infatti, gli elementi che meritano un approfondimento. A partire dal numero esatto dei monoliti, ancora in fase di definizione. Dalle due pietre trovate per caso e segnalate agli studiosi, si è arrivati già a 28 menhir, allineati in doppi fila e orientati all’equinozio e al solstizio. Alcuni presentano anche dei fori passanti ad anello, utilizzati probabilmente per legare gli animali destinati al sacrificio. “La disposizione suggerisce una chiara volontà di allineamento – scrive l’astrofisico Alfio Maurizio Bonanno nella relazione preliminare – . In particolare i menhir sono disposti su due file, anche se purtroppo la seconda fila appare parzialmente crollata. Le posizioni dei menhir della seconda fila appaiono chiaramente al suolo, e sono speculari ai corrispondenti menhir della prima fila. Il dato interessante è la precisa disposizione di due coppie dei menhir della seconda fila in corrispondenza del meridiano. La fila principale di menhir sembra invece suggerire due orientamenti privilegiati, molto probabilmente indicanti alba solstizio invernale ed equinozio”.

La rocca con i ruderi del castello

Ma ci sono altri elementi che contribuiscono a fare di Cerami, luogo nevralgico per l’archeoastronomia siciliana. Nell’area rocciosa che sovrasta il borgo, dove si trovano i ruderi del castello medievale, si trovano alcune cavità artificiali con due grandi fori che – affermano gli studiosi – indicano le albe e i tramonti solstiziali ed equinoziali. La prima è una specie di porta alta due metri con asse orientato a 90-270 gradi, l’azimut del sole rispettivamente all’alba e al tramonto. “L’apertura è stata osservata all’alba dell’equinozio d’autunno 2019 e il sole nascente vi è penetrato con effetto spettacolare – scrivono in una relazione Ferdinando Maurici e Alberto Scuderi – . Nella zona più alta della rupe, invece, si trova una sorta di finestra ovoidale orientata a 120-300 gradi, rispettivamente l’azimut del solstizio d’inverno e del tramonto del solstizio d’estate”.

Due dei menhir di Cerami

Infine, su Monte Mersi, proprio sopra il complesso di menhir, si trovava un antico insediamento dove sono stati ritrovati frammenti di ceramica databili a partire almeno dall’età eneolitica, tombe a pozzo e grotticella dello stesso periodo e altre più tarde, risalenti presumibilmente all’età del Bronzo. “Solo future ricerche archeologiche – concludono gli studiosi – potranno portare maggiori elementi circa la datazione e i rapporti dei due siti. Resta acquisito fin d’ora il fatto che a Cerami esiste un articolato complesso di menhir con evidenti orientamenti astronomici, il primo e finora l’unico in Sicilia”.

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Quel crocifisso bizantino che parlava ai frati

Il santuario di Gibilmanna, a due passi da Cefalù, è uno scrigno di opere d’arte che racconta storie di miracoli e devozione

di Giulio Giallombardo

Attesi, invocati o raccontati, i miracoli forgiano l’anima di un luogo. Al di là di ogni credenza o scetticismo, sono incisi nella storia. Come a Gibilmanna, dove il santuario dedicato alla Santissima Vergine, che abbraccia idealmente il vicino Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù, è stato nei secoli testimone di un culto che ha lasciato il segno. Un luogo dove le storie di eventi prodigiosi si tramandano nel tempo, come quella di un crocifisso “parlante” che le cronache riportano accaduta nella seconda metà del Cinquecento. Esposto in una nicchia nella cappella dedicata alla Madonna, protetto da un vetro, c’è un crocifisso bizantino in legno, di manifattura siciliana, risalente al XIV secolo.

Il crocifisso bizantino del santuario di Gibilmanna

Secondo la tradizione, alla fine del Cinquecento, quando ormai nel santuario si erano già stabiliti i frati cappuccini, durante una preghiera gli eremiti si rivolsero al crocifisso perché potesse essere soddisfatto il loro bisogno di cibo. Dopo la messa – riportano le cronache del tempo – dal crocifisso risuonò una voce che, rivolta a uno dei frati, disse: “Qui governa mia madre, a lei rivolgi le tue preghiere per i bisogni della famiglia”. Frase che è anche riportata nella didascalia sotto il crocifisso.

La navata del santuario

Ma nella metà del Settecento, il santuario fu teatro di un altro ben più importante e documentato miracolo. La forte devozione verso la Madonna di Gibilmanna indusse il vescovo di Cefalù, don Gioacchino Castelli a incoronare solennemente la Vergine e il Bambino Gesù con le corone pervenute dal Vaticano il 15 agosto del 1760. Nel corso della partecipata celebrazione – narrano i documenti dell’epoca – due ciechi e un muto riacquistarono rispettivamente la vista e la parola. Subito dopo, il vescovo si tolse l’anello e lo mise alle dita della statua della Madonna, fece lo stesso con la croce pettorale che destinò al Bambino.

La Madonna nell’altare barocco del santuario di Gibilmanna

Dopo questo episodio, i frati vollero ringraziare la Vergine erigendo il grande altare barocco realizzato da Baldassarre Pampilonia, su progetto di Paolo Amato, che ancora adesso si staglia sfarzoso nella cappella della Madonna. Destinato ad una cappella della cattedrale di Palermo e poi trasportato a Gibilmanna, l’altare in marmi mischi comprende le statue in marmo di San Giovanni Battista, opera di Scipione Casella, e di Sant’Elena, opera di Fazio Gagini provenienti dalla cattedrale palermitana, in seguito al rinnovo della Cappella Madonna Libera Inferni del 1785. Al centro troneggia la statua della Madonna col Bambino del 1534, attribuita da diversi studiosi ad Antonello Gagini.

Ai lati dell’altare, da un lato, sulla parete di destra il crocifisso ligneo protagonista del miracolo, dall’altro, a sinistra, un altro tassello prezioso che arricchisce il santuario. È un affresco bizantino degli inizi del 1200 che raffigura una Madonna col Bambino scoperto nel 2016, mentre era in corso il restauro di un’altra pittura muraria, anch’essa una Madonna, ma di epoca successiva, che ricopriva il primo affresco. Adesso l’opera più recente è stata collocata su un pannello nell’area presbiteriale, mentre la più antica, dopo un restauro, è stata lasciata lì dove si trovava. Opera dai colori vivaci, accanto alla Madonna, dai tratti ancora ben definiti, risalta uno vuoto bianco al posto del volto del Bambino, probabilmente perché – secondo gli studiosi – l’affresco fu profanato in epoca musulmana.

Il santuario di Gibilmanna

Oggi il santuario – in origine uno dei monasteri benedettini che San Gregorio Magno fece erigere a proprie spese, prima di essere eletto pontefice – è meta di pellegrinaggi da tutta la Sicilia. Inerpicato a 800 metri alle pendici di Pizzo Sant’Angelo, sulle Madonie, circondato dai boschi, vanta un ricco patrimonio librario custodito in una biblioteca, con incubaboli, seicentine e altri antichi volumi. Accanto al santuario si trova il museo “Fra’ Giammaria da Tusa”, che raccoglie in dieci sale per 1250 metri quadrati, argenti, suppelletti liturgiche, paramenti sacri, sculture, dipinti e un’intera area dedicata a una sezione etnoantropologica. Fino agli anni ’50 del secolo scorso, il complesso ospitava 74 frati, che adesso sono rimasti soltanto in sei.

Uno dei campanili del santuario

“Ci dividiamo tra preghiera e accoglienza – dice fra’ Salvatore Vacca, guardiano del santuario, a Le Vie dei Tesori News – diamo un tetto ai più bisognosi a Cefalù, dove abbiamo una comunità che ospita 35 persone, e facciamo il possibile per tenere in piedi il nostro santuario, che ha bisogno di urgenti restauri. Trent’anni fa un fulmine ha colpito una delle campane e da allora il prospetto è andato sempre più deteriorandosi. Il progetto è già pronto ed è al vaglio della Soprintendenza, ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti perché da soli non ce la facciamo”.

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“Ingabbiata” San Cataldo per il restauro delle cupole

I lavori di manutenzione contro le infiltrazioni sono stati finanziati dall’Arcidiocesi di Palermo con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti

di Giulio Giallombardo

Lavori in corso per restaurare le rosse cupole di San Cataldo. In questi giorni il piccolo gioiello dell’itinerario Unesco arabo-normanno, nel centro storico di Palermo, è nascosto da un ponteggio che lo ingabbia in ogni sua parte. La vista della chiesa resta preclusa a cittadini e turisti per consentire gli interventi di manutenzione sulle cupole e sulle merlature che lo sormontano, minacciate da inflitrazioni che a lungo andare avrebbero potuto danneggiare seriamente l’edificio.

La chiesa di San Cataldo (foto Matthias Süßen, Wikipedia)

Il restauro è stato finanziato dall’Arcidiocesi di Palermo, con il ricavato dei biglietti d’ingresso ai monumenti, e affidati all’impresa Scancarello, specializzata negli interventi lapidei e sulle superfici affrescate. Il progetto è stato predisposto dalla sezione di Palermo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, a cui la chiesa è affidata e gli interventi sono monitorati dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, con la supervisione di Giuseppe Inguì per le parti lapidee.

Le cupole di San Cataldo in fase di restauro

“I lavori sono in fase avanzata – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – si sta procedendo a interventi di consolidamento e di pulitura sia sulle merlature che sulle cupole. Proprio queste presentavano problemi di abrasione dell’intonaco con distacchi parziali a causa di muffe e inflitrazioni. I restauratori hanno fatto un controllo generale delle parti con gli intonaci rigonfiati, rimuovendo il materiale danneggiato, per poi uniformare cromaticamente le parti salvate e quelle integrate. Si è trattato di un intervento opportuno perché a lungo andare le infiltrazioni avrebbero potuto causare danni più seri all’edificio, per cui è stato importante pensarci adesso prima che la situazione diventasse più complicata”.

Restauro in corso a San Cataldo

Il restauro di uno dei monumenti simbolo di Palermo rientra nel progetto virtuoso della Curia di investire nella tutela dei beni culturali. “Il nostro obiettivo è quello di valorizzare il patrimonio della nostra città – sottolinea Giuseppe Bucaro, direttore dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi – in questo caso abbiamo coperto i costi del restauro con i proventi delle vendite dei biglietti. Un modo per mantenere in vita le opere d’arte e i monumenti della nostra città”.

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Nuovi percorsi e tribuna per il teatro: rinasce l’antica Iato

Pronto un progetto di valorizzazione che punta al miglioramento della fruizione dell’area archeologica. Previsto anche un programma di eventi e visite guidate

di Giulio Giallombardo

Nuovi percorsi di visita, recinzioni, passerelle e una tribuna da 250 posti per il teatro greco. Ma anche passeggiate a cavallo e un programma di eventi per la bella stagione in arrivo. L’area archeologica di Monte Iato guarda al futuro e si rilancia con un articolato progetto di valorizzazione che punta soprattutto al miglioramento della fruizione del sito. Il Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, con il Parco archeologico di Hymera, Solunto e Monte Iato, ha pubblicato un bando di gara per riqualificare il sito dove un tempo sorgeva la città greca di Iaitas, sulla montagna che sovrasta San Giuseppe Jato e San Cipirello, a pochi chilometri da Palermo.

Il teatro greco

L’importo complessivo dei lavori ammonta a 983mila euro di fondi europei provenienti dal Po Fesr 2014-2020 e il tempo di esecuzione è fissato in sedici mesi. Questo il periodo che servirà per mettere a punto il restyling del sito archeologico partendo dal ripristino dell’intera recinzione dell’area, oggi in più punti fatiscente, usando pali di metallo alti due metri per un’estensione di circa sette chilometri. Saranno, inoltre, ripristinati i muretti a secco con tavole di legno che si trovano vicino alle Case D’Alìa, dove è allestito l’antiquarium, in questo caso l’estensione dell’intervento è di circa un chilometro.

Un’area dove collocare la recinzione con paletti di castagno

Per garantire la sicurezza dei visitatori e, allo stesso tempo, salvaguardare le rovine,  saranno segnati dei percorsi di visita obbligati utilizzando recinzioni realizzate con paletti castagno. Lo stesso materiale verrà utilizzato per ripristinare il recinto per i cavalli vicino al corpo di guardia, ciò consentirà – come si legge sulla relazione del progetto – di offrire ai visitatori la possibilità di fare passeggiate a cavallo all’interno del Parco. Sarà, poi, più facile raggiungere la cima del monte dove si trovano i resti dell’antica città, dall’antiquarium di Case D’Alia. Il fondo della ripida strada di collegamento, attualmente in più punti dissestato, sarà rifatto con macadam, un tipo di pavimentazione costituita da pietrisco e materiale collante compresso. Nella parte più ripida della salita verrà installata un guard rail per consentire il passaggio in sicurezza di mezzi e pedoni.

Le passerelle come sono attualmente

Si interverrà anche sulle passerelle metalliche nell’area archeologica e saranno indicati nuovi percorsi di visita, supportati da cartelli didattici e didascalici, che conterranno, insieme alle informazioni archeologiche, anche cenni naturalistici sulla flora e fauna del posto. Infine, uno degli interventi più importanti, riguarda il teatro greco, con l’installazione di una tribuna smontabile in acciaio e con poltrone in pvc che potrà ospitare circa 250 spettatori. L’intenzione è quella di incrementare le possibilità di fruizione culturale dell’area con l’allestimento di spettacoli durante la stagione estiva.

Planimetria della tribuna del teatro

“La nostra intenzione è di rilanciare l’area archeologica di Monte Iato nel panorama turistico e culturale della Sicilia – spiega a Le Vie dei Tesori News il direttore del Parco di Hymera, Solunto e Monte Iato, Francesca Spatafora – . Per farlo abbiamo pensato a questo progetto di miglioramento complessivo del sito. Monte Iato è uno dei pochi siti dove la ricerca continua e si scava ogni anno, ed è poi uno dei pochi parchi che ha già i servizi aggiuntivi, con Coopculture che sta organizzando un programma per i mesi primaverili ed estivi, con iniziative soprattutto nei weekend. Ci saranno percorsi specifici per i più piccoli, visite guidate tematiche e percorsi integrati anche con le cantine del territorio”.

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Le ossa del “santo gigante” nascoste in una chiesa

Nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana si trovano due costole di balena, uniche in Sicilia, ritenute per secoli resti di un ciclope

di Giulio Giallombardo

Il respiro del mito soffia sempre forte sulla Sicilia. È lì, nella Trinacria più ancestrale, che si trovano luoghi dove storia, leggenda e scienza s’intrecciano in simbiosi perfetta. Allora può accadere che enormi ossa vengano venerate come reliquie di un santo gigantesco, magari proprio uno dei ciclopi che la gente credeva popolassero l’Isola, nella notte dei tempi. Due di queste ossa, a loro modo uniche in Sicilia, si trovano nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana, sulle Madonie. Ovviamente non si tratta di ossa di qualche creatura leggendaria, ma ciò non significa che siano resti di poca importanza. Quelle credute – come altre – “ossa di giganti”, in realtà sono resti di animali estinti che popolavano la Sicilia nell’ultimo milione di anni. L’elenco di questi ritrovamenti è lungo e interessa non solo Petralia, ma anche altre zone dell’Isola.

Le costole di balena a Petralia

Ma le ossa di Petralia hanno ancora più di un mistero da svelare. Perché, a differenza delle altre, non appartenevano a resti di elefanti fossili, ma si tratta di due costole di un enorme cetaceo con tracce di taglio e fori circolari, sicuramente opera dell’uomo. Una scoperta fatta quindici anni fa da Carolina Di Patti, paleontologa del Museo “Gemmellaro” di Palermo, che ancora oggi continua a studiare le ossa del “santo gigante” di Petralia, in attesa di finanziamenti per tentare una datazione e un’analisi più sistematica. “Per la prima volta, le ossa di un ‘gigante’ non sono da riferire all’elefante pleistocenico, bensì ad un grosso cetaceo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Di Patti – . Dalle dimensioni e dalla curvatura delle costole possiamo ipotizzare che si tratti dei resti di un capodoglio: Physeter macrocephalus”.

I fori in una delle costole

Secondo quanto riferito dalla gente del posto, le due costole provengono dalle Madonie e sono state portate nei locali della chiesa in tempi e con modalità diverse. Ma rimane un mistero su come quelle costole di balena, per altro non fossili, siano finite tra i rilievi del massiccio montusoso palermitano. “Uno dei miei obiettivi è dare una risposta a questa domanda – confessa la paleontologa – . Ci lavoro da anni, e mi sono confrontata anche con diversi colleghi che studiano i cetacei, nessuno di quelli con cui ho parlato è a conoscenza di altri casi analoghi in Sicilia. Quello che possiamo dire è che le ossa non hanno subito un processo di mineralizzazione, entrambe presentano tracce dell’attività umana, in particolare chiare e nette tracce di taglio fanno pensare a segni di scarnificazione. Poi, una delle due costole presenta quattro fori circolari che ne fanno presupporre un utilizzo come attrezzo da parte dell’uomo. Altro ancora non sappiamo”.

Particolare di una delle costole

Eppure, che Petralia fosse abitata da giganti era opinione diffusa fino alla metà del Settecento. Già nel 1557, il frate domenicano Tommaso Fazello, erudito con la passione per l’archeologia – a cui si deve la scoperta dei siti di Akrai, Selinunte, Eraclea Minoa e del tempio di Zeus ad Agrigento – nel suo “De rebus Siculis decades duae”, fa un elenco delle tante località siciliane in cui erano state rinvenute “ossa di giganti”. Tra i siti elencati vi è anche Petralia Sottana, in cui si trovarono “resti di giganti alti 8 cubiti”.

Il portico del Duomo di Petralia Soprana

Poi, nel Settecento, lo storico Antonio Mongitore racconta della presenza in Sicilia di una razza di uomini dalle proporzioni mostruose, identificati come i primi abitanti dell’Isola. Fino a quando, nell’Ottocento, il mito dei ciclopi fu sfatato con il primo scavo sistematico condotto dall’abate Domenico Scinà nella grotta di San Ciro, alle falde di Monte Grifone, a Palermo, dove furono trovate grandi quantità di ossa e scheletri identificati come appartenenti ad animali estinti. Allora s’intuì che l’origine del mito del ciclope Polifemo, poteva essere riferita all’elefante che, con le sue caratteristiche craniche – una grande fossa nasale posta sulla fronte – ha dato vita alla leggenda del gigante con un occhio solo. Resta adesso da capire come e quando due costole di balena siano finite sulle Madonie, ma questa è un’altra storia.

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