La rinascita dei borghi siciliani, stranieri comprano casa a Giuliana

Sono arrivati da Germania, Inghilterra e Polonia per acquistare immobili nel centro storico del paese e adesso il Comune pensa a incentivi mirati

di Giulio Giallombardo

Cambiare vita, ricominciare dai ritmi lenti di un borgo, prendersi una pausa dal caos delle città. Sono sempre di più gli stranieri che scelgono angoli nascosti della Sicilia come seconda casa. Sarà la fuga dalla pandemia, la voglia di mettere radici altrove o più semplicemente avere un luogo dove rifugiarsi per una lunga vacanza, gli occhi del mondo puntano con interesse alle case dei borghi siciliani. Sono gli effetti di un turismo che sta cambiando pelle, più stanziale e meno frenetico, che si fanno sentire anche a Giuliana, piccolo centro di 1800 abitanti, adagiato su una rocca nell’estremo sud della provincia di Palermo, al confine con le terre agrigentine.

Il pianista tedesco Peter

È qui che hanno deciso di comprare casa da Germania, Inghilterra e Polonia. Nuovi giulianesi con storie diverse, ma accomunati dal colpo di fulmine per il borgo. C’è Peter, 40enne musicista tedesco che insegna pianoforte a Monaco di Baviera. Si è innamorato del castello federiciano che domina la rocca e il suo sogno è di farne teatro per un contest musicale internazionale, come quelli che ha già organizzato in altre città del mondo, come Washington o Dubai. “In Sicilia ho trovato tutto quello che stavo cercando – racconta Peter – Giuliana è un borgo medievale affascinante, il posto migliore per fuggire dal caos di Monaco. Non vedo l’ora di passare più tempo qui, per esplorare i luoghi, visitare le cantine, godermi il clima e incontrare nuove persone”.

Panorama di Giuliana (foto Visit Giuliana)

A Giuliana arriva anche Joan, 60enne inglese che vive a Londra, alla ricerca di un posto tranquillo dove vivere con i suoi figli. È una divulgatrice scientifica che scrive per una rivista e vorrebbe trascorrere sei mesi all’anno nella sua nuova casa nel centro storico, impegnandosi per la comunità e organizzando anche corsi d’inglese. “Dal momento in cui sono arrivata a Giuliana – racconta Joan – sapevo che questo sarebbe stato l’unico posto dove comprare casa per la mia famiglia. Questo borgo è riuscito a conservare uno stile di vita tradizionale, con tutto ciò di cui abbiamo bisogno a portata di mano”.

Al centro Renata e Hubert, con il vicesindaco Pietro Quartarato, Enzo Mendola e Maria Concetta Di Natale

Ci sono poi Renata e Hubert, coppia polacca di quarantenni. Viaggiatori incalliti, hanno visitato più di 60 Paesi in tutti i continenti, e vogliono fermarsi a Giuliana per un po’. Renata è manager in una compagnia di cosmetici polacca e può lavorare anche in smart working, così la nuova casa siciliana sarà anche il suo ufficio. “Abbiamo visto tanti posti nel mondo, ma la Sicilia è unica – raccontano – . Giuliana ci ha affascinato per la sua posizione, le architetture e la calma che regna ovunque. Qui ci sentiamo come in famiglia”.

Il castello di Giuliana

Tutti hanno scoperto Giuliana attraverso una piccola agenzia immobiliare di Chiusa Sclafani, gestita da Enzo Mendola, che propone case in vendita anche in altri centri del territorio. “Gli immobili acquistati erano già pronti e in buono stato, tranne qualche piccolo lavoro di ristrutturazione da fare – spiega Maria Concetta Di Natale, docente di inglese che si occupa della mediazione linguistica tra gli acquirenti stranieri e l’agenzia – . Sono tutte case dai prezzi accessibili che si trovano nel centro storico e adesso ci sono altre trattative in corso. Aspettiamo un altro ragazzo dalla Polonia che è interessato a investire nel nostro borgo”.

Il castello affacciato sulla rocca

Ma i nuovi ospiti del borgo piacciono anche all’amministrazione comunale, che sta pensando a forme di incentivi da offrire a chi acquista casa a Giuliana. “Facciamo i complimenti a Enzo Mendola e Maria Concetta Di Natale, per l’ottimo lavoro svolto – dichiara il sindaco Francesco Scarpinato, che ha accolto in municipio i nuovi proprietari – , tutto questo è per noi da stimolo per incentivare altri acquisti. Stiamo, infatti, pensando ad un pacchetto di sgravi fiscali per chi compra casa nel nostro borgo. Questi nuovi ospiti sono un segno di speranza per tutta la comunità”. La pensa allo stesso modo il vicesindaco Pietro Quartararo: “L’arrivo di cittadini stranieri e gli apprezzamenti che rivolgono al paese ci rendono orgogliosi. La comunità sta accogliendo con entusiasmo i nuovi arrivati e grazie a loro possiamo puntare alla rinascita del borgo sia in termini di ripopolamento delle aree interne che di nuovi investimenti”.

(La prima foto grande in alto è stata concessa da Visit Giuliana)

Caravaggio e l’Ecce Homo ritrovato: un mistero che incrocia la Sicilia

Anche nell’Isola c’era un’opera attribuibile al pittore, come quella che stava per andare all’asta a Madrid. Faceva parte della collezione del principe Valdina

di Giulio Giallombardo

Intrecci e misteri lo accompagnano da sempre, chiaroscuri nella vita e nelle opere di un artista visionario. L’ultimo enigma su cui aleggia l’ombra di Caravaggio parte da Madrid, ma suggestioni e ipotesi portano fino in Sicilia. Tutto comincia pochi giorni fa, quando un Ecce Homo del 17esimo secolo, attribuito alla scuola di José de Ribera, stava per essere battuto per 1.500 euro nella storica casa d’asta Ansorena. Ma il lotto è stato ritirato dopo che più di uno storico dell’arte ha visto in quel Cristo che esce dall’ombra, con Ponzio Pilato e il carceriere alla spalle, la mano di Michelangelo Merisi. Da Maria Cristina Terzaghi, volata subito in Spagna, a Vittorio Sgarbi e Stefano Causa, i critici hanno pochi dubbi, anche se il quadro – che ha bisogno di interventi di pulitura e restauro – è ancora sotto analisi degli esperti del Prado, che vogliono vederci chiaro.

L’Ecce Homo di Palazzo Bianco a Genova

Ma al mistero dell’attribuzione si aggiunge quello della provenienza. Finito nella casa d’asta da una collezione privata, il quadro richiama un Ecce Homo dipinto a Roma da Caravaggio nel 1605 per il cardinale Massimo Massimi, finito poi a Napoli e quindi arrivato in Spagna, dove si erano perse le tracce. Ma al museo di Palazzo Bianco a Genova è conservata un’opera che ha la stessa attribuzione, lo stesso soggetto e la stessa presunta data della tela “salvata” dall’asta spagnola. Finora si pensava che fosse quello genovese l’Ecce Homo dipinto da Caravaggio per il cardinale Massimi, ma adesso si apre l’ipotesi che i quadri possano essere due.

L’Ecce Homo ritrovato a Madrid

E qui spunta la suggestione siciliana che il quadro madrileno provenga, in realtà, dalla collezione del principe Andrea Valdina, un tempo custodito prima nel suo palazzo del centro storico di Palermo e poi nel castello di Roccavaldina, sui Peloritani. Un’ipotesi ispirata al racconto della storica dell’arte Valentina Certo, che ha approfondito il periodo messinese di Caravaggio, e ha citato i quadri di don Valdina nel libro “Caravaggio a Messina. Storia ed arte di un pittore dal cervello stravolto”, pubblicato da Giambra nel 2017.

Il Castello di Roccavaldina

“Non abbiamo ancora nessuna certezza che il quadro di Madrid possa essere passato dalla Sicilia – dice la studiosa a Le Vie dei Tesori News – , né è mia intenzione suggerire piste o parlare di gialli. Io mi limito solo a evidenziare quanto ho raccolto durante i miei studi, basati su documenti ufficiali custoditi all’archivio di Stato di Palermo, dove è trascritto tutto l’inventario della famiglia Papè Valdina”. Le fonti – spiega la storica dell’arte – parlano di un Ecce Homo d’autore ignoto posseduto dal principe Valdina. Dopo la sua morte, il figlio Giovanni, che ereditò tutti i suoi beni, redasse un inventario sulle opere presenti nel palazzo di famiglia.

Museo del Prado a Madrid

Tra queste ci sono un “Christo con la croce in collo” attribuito a Caravaggio e un Ecce Homo che sembrerebbe dello stesso ciclo. Entrambi i dipinti furono trasferiti, nel 1672, al castello di Roccavaldina e, qualche anno dopo, Giovanni Valdina lasciò l’Italia per la Francia. Le ultime notizie si fermano al 1676, con l’ultimo principe si estinse il ramo principale della famiglia e delle opere si perse la traccia. “Certamente questo Ecce Homo di Madrid – ammette la studiosa – ha una qualità che potrebbe suggerire la mano di Caravaggio, ma non ho visto il dipinto di persona, dunque non posso fare alcuna ipotesi. Sappiamo che i Valdina avevano contatti un po’ in tutta Italia e anche in Spagna e che le due opere annotate da Giovanni Valdina misurano entrambe 5 palmi per 4, come il quadro spagnolo, anche se molti dipinti di committenza privata avevano queste dimensioni”.

A avvalorare l’ipotesi di provenienza siciliana – suggerisce Valentina Certo – ci sono anche i tanti quadri di pittori caravaggeschi dell’Isola, come Mario Minniti, che hanno un’impostazione simile all’Ecce Homo spagnolo. “Il fatto che ci siano dei rimandi in quadri di pittori siciliani del ‘600, – ipotizza la studiosa – ci fa capire che questa tela, era in qualche modo collegata con l’Isola, magari realizzata o passata da qui. È ancora presto per dire se l’opera sia legata o meno alla Sicilia, ma, al di là di tutto, credo sia importante sapere che anche da noi c’era un Ecce Homo attribuibile a Caravaggio e che non sappiamo dove sia andato a finire. È una piccola storia che merita di essere raccontata”.

Santa Chiara illumina Ballarò, nuovo murale nel cuore di Palermo

L’affresco urbano è stato realizzato da Igor Scalisi Palminteri, per un progetto di riqualificazione portato avanti da una fitta rete di associazioni del quartiere

di Giulio Giallombardo

È apparsa nel cuore di Ballarò per ricordare che Palermo è crocevia di culture e integrazione. Una vocazione alla fraternità che troppo spesso arranca sotto i colpi dell’intolleranza. Il volto iconico di Santa Chiara, adesso, illumina piazzetta Sette Fate, ritratto in un murale di Igor Scalisi Palminteri, artista che negli anni ha riempito di opere e santi le strade di Palermo e altre città. Il suo nuovo murale colora la parete che separa il complesso monumentale di Santa Chiara, dove ha sede l’oratorio salesiano, e il Centro Agàpe della Caritas Diocesana.

Il murale che raffigura Santa Chiara

Un’opera di rigenerazione urbana realizzata in sinergia con tante realtà che animano il quartiere. Una rete che comprende l’associazione Per Esempio onlus con il progetto “Restiamo insieme C.A.S.A. Ballarò 3.0”, sostenuto dall’impresa sociale Con i Bambini, e l’associazione Mercato storico Ballarò, per il progetto “Il Faro di Ballarò”, sostenuto dall’amministrazione comunale.

Igor Scalisi Palminteri al lavoro

“Ho scelto di dipingere Santa Chiara perché è un mio grande amore e, insieme a San Francesco, fa parte del mio percorso artistico – spiega Igor Scalisi Palminteri a Le Vie dei Tesori News – . È un esempio di donna straordinaria che ha sperimentato la fraternità e l’opera si trova, non a caso, in mezzo a due realtà che sono molto importanti nel tessuto sociale della città. Tra i principi fondanti della Rivoluzione francese, uguaglianza e libertà, la fraternità è probabilmente quella più trascurata negli ultimi anni, oggi ci si dovrebbe concentrare su questo aspetto. Palermo, in particolare, dovrebbe farne il suo pilastro”.

Igor Scalisi Palminteri

“È proprio grazie a questa visione d’insieme, comunitaria e fraterna, che abbiamo raggiunto l’obiettivo di riqualificare la piazza – conclude l’artista – . Un progetto che non sarebbe stato possibile grazie alla fitta rete di associazioni che l’hanno sostenuto e che stanno costruendo una nuova immagine del quartiere e del mercato”.

(Foto Tommaso Calamia)

Da dimora nobiliare a discoteca: all’asta villa liberty in abbandono

È in cerca di nuovi proprietari Villino Ramione-Cusimano, un tempo residenza di villeggiatura, poi sede di un noto locale di Palermo e ora in attesa di essere salvato dal degrado

di Giulio Giallombardo

È stata un’elegante dimora nobiliare della Palermo liberty, poi una casa di riposo negli anni ’80, un tempio della movida agli inizi del nuovo millennio e in tempi recenti rifugio per i senzatetto. Ai tanti volti del villino Ramione-Cusimano se ne potrebbe presto aggiungere un altro. Sopravvissuto tra i palazzi di via Croce Rossa e via dei Leoni, ma da anni in abbandono, è adesso ancora all’asta – l’ennesima – in cerca di nuovi proprietari: la vendita “senza incanto” è fissata per il 6 maggio. Pignorato da circa dieci anni, il valore stimato è di 1.880.000 euro, con un prezzo a base d’asta sceso a 375mila, con un’offerta minima di 281.250 euro.

Villino Ramione-Cusimano, terrazza al primo piano

La storia di Villino Ramione-Cusimano inizia nei primi del Novecento, quando nasce come una delle tante case di villeggiatura di quegli anni, costruita secondo i gusti del tempo. “Le eleganti decorazioni liberty alle aperture, pigne, tulipani, il motivo del fiore di cappero, ripetuto sulle balaustre dei balconi e il fregio con la raffigurazione della vendemmia con putti festanti, sono stati attribuiti alla cerchia di Giuseppe Enea”, scrive Adriana Chirco, architetto e storica dell’arte presidente della sezione di Italia Nostra Palermo.

 

Di quei fasti, oggi è rimasto ben poco. Dopo aver ospitato una casa di riposo – Villa Gaia – tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, Villino Ramione-Cusimano, prima dell’abbandono, fu a lungo sede del Birimbao, nota discoteca e luogo di ritrovo per una generazione di palermitani. Oggi i raffinati affreschi di Rocco Lentini, eseguiti tra il 1907 e il 1909 sono in gran parte rovinati, come le grandi pitture murali con scene lacustri, fenicotteri, aironi e gru a grandezza naturale, presenti nella scalinata monumentale con ringhiera liberty, che collega il piano terra al primo piano.

Villino Ramione-Cusimano, la fontana nel giardino con l’insegna del vecchio locale

L’edificio – come si legge nella perizia disposta dalla sezione Esecuzioni immobiliari del Tribunale di Palermo – versa in “pessime condizioni sia di conservazione e manutenzione, che igienico-sanitarie, con alcune zone non visitabili per la presenza di sfabbricidi e materiali di risulta”. Recentemente, alcuni interventi di pulizia e bonifica, hanno parzialmente arginato l’incuria, che tuttora avvolge la dimora storica. Adesso, la rinascita dovrà passare dalla nuova asta, nella speranza che arrivino presto nuovi proprietari.

Sfuma il sogno di Borgo dei Borghi, ma Geraci guarda al futuro

Il piccolo centro delle Madonie arriva terzo alla gara nazionale, ma è già pronto a rilanciarsi con tanti progetti in cantiere, tra natura, cultura, cibo e tradizioni

di Giulio Giallombardo

Il gradino più basso del podio diventa trampolino di lancio da cui ripartire. Se da un lato il terzo posto al concorso Borgo dei Borghi 2020 sta un po’ stretto a Geraci Siculo, dall’altro il piccolo centro delle Madonie guarda già oltre. Archiviata la gara nazionale della trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro”, che ha decretato vincitrice Tropea, in Calabria, e al secondo posto Baunei, in Sardegna, il borgo madonita, unico a rappresentare la Sicilia, è pronto a rilanciarsi.

Il campanile della Chiesa Madre

A mettere in cassaforte il terzo posto tra i venti borghi in gara è stato il voto dei telespettatori che ha determinato per il 50 per cento la classifica finale. Il restante 50 per cento è stato suddiviso tra i tre esperti della giuria: la chef stellata Rosanna Marziale; il docente e critico d’arte Jacopo Veneziani; e il geologo Mario Tozzi. Se solo uno dei tre avesse votato per Geraci, la classifica sarebbe stata molto diversa e la Sicilia avrebbe trionfato per la quinta volta dopo i successi di Gangi, Montalbano Elicona, Sambuca e Petralia Soprana.

Uno scorcio di Geraci

“È stata una bellissima esperienza che ha coinvolto tutta la Sicilia, – dice il sindaco di Geraci, Luigi Iuppa a Le Vie dei Tesori News – abbiamo avuto il sostegno di tanti borghi di altre province, ma anche dei vertici delle istituzioni regionali. Questo ci gratifica al di là del risultato che è comunque ottimo. Poteva andare meglio, ma ce l’abbiamo messa tutta”. La massiccia campagna promozionale avviata dall’amministrazione comunale ha dato i suoi frutti, anche se il voto della giuria ha ribaltato quello del popolo del web.

L’affaccio urbano “Salto dei Ventimiglia”

Ma in tempi di turismo lento e di prossimità, salire anche un solo gradino del podio può essere già una bella vetrina. Così, il borgo delle Madonie guarda avanti e vuole farsi trovare pronto giocando tutte le sue carte: natura, cultura, buon cibo e tradizioni antiche. A partire dall’accordo firmato dal Comune con la società londinese Its for Sicily (ve ne abbiamo parlato qui), che prevede la vendita a prezzi stracciati di case da ristrutturare per attrarre investimenti e turisti stranieri. C’è anche la rete dei Borghi dei Tesori, di cui Geraci fa parte insieme a una sessantina di altri piccoli centri siciliani; un network nato sotto l’egida della Fondazione Le Vie dei Tesori, per portare avanti politiche di rigenerazione, valorizzazione e lotta allo spopolamento (ve ne abbiamo parlato qui).

Il Collegio di Maria

“Abbiamo tanti progetti in cantiere – prosegue il sindaco – che puntano a rivitalizzare il nostro centro storico, ma anche i tesori naturalistici che ci circondano. Con il Parco delle Madonie stiamo lavorando al progetto ‘La via dei marcati’, per valorizzare questi antichi siti pastorali. Vogliamo mettere in collegamento le piccole e grandi aziende zootecniche del territorio e rilanciare la nostra sughereta. Insomma, non avremo i flussi turistici di Cefalù o Taormina, ma puntiamo su un turismo esperienziale, diverso, più di nicchia, facendo rete anche con gli altri borghi madoniti”.

Quell’estate in mascherina tra illusioni e voglia di dimenticare

Il giornalista Giovanni Franco ha documentato la bella stagione del 2020 in giro per l’Italia, dopo il primo lockdown. Scatti che presto saranno in mostra a Messina

di Giulio Giallombardo

Un assaggio di libertà alla luce del sole. Dopo il tempo sospeso tra le mura di casa, quando balconi e terrazzi divennero teatri dove esorcizzare la paura, arrivarono i giorni della normalità apparente. Il liberi tutti tra la prima e la seconda ondata della pandemia che sta cambiando il mondo, aveva illuso che il peggio fosse passato, quando ancora doveva arrivare. Quest’intermezzo di spensierata dimenticanza è immortalato negli scatti di Giovanni Franco, giornalista che ha documentato l’estate del 2020 in giro per l’Italia.

Il suo sguardo da cronista scruta un’umanità frastornata dal lockdown che ha voglia di guardare avanti. Da Palermo a Napoli, da Perugia a Messina, passando per Mazara del Vallo, Marsala, Cefalù, Cosenza, Caserta, Assisi, Todi, il giornalista racconta con le immagini il suo viaggio nell’ora d’aria di un’Italia che assapora la libertà da dietro le sbarre. Fotografie che, quando la pandemia allenterà la morsa, saranno in mostra al Teatro comunale Vittorio Emanuele di Messina, un’esposizione curata da Milena Romeo.

 

“Quell’estate in mascherina, viaggio nell’Italia del 2020” è un colorato carnevale di sguardi, corpi al sole, vetrine che riflettono frammenti di vita. Protagonista, a volte assente, in altre occasioni abbassata sul mento, quasi a voler dimenticare di averla indossata, è ovviamente la mascherina in tutte le sue declinazioni: dall’essenziale chirurgica a quella colorata alla moda. “Il lockdown ci aveva spiazzati – racconta Franco – . Rimanere chiusi in casa ci sembrava innaturale in quei mesi dell’inizio dell’anno scorso. Poi calarono i contagi e anche se in tanti ammonivano a essere più prudenti ci fu una sorta di liberi tutti. Un inno allo scampato pericolo, in una sorta di liberazione collettiva dal nemico microscopico”.

Questi scatti dai cromatismi accesi, inondati di luce, contraltari di una cupa e grigia quarantena, congelano un’Italia in cui le differenze scompaiono. Ogni luogo potrebbe essere altrove e diventa, in qualche modo, specchio della nazione. Sale dei musei, botteghe di souvenir, coppie di anziani seduti al bar, altre di amanti che si abbracciano, scatti rubati a un matrimonio: città diverse, ma la stessa voglia di dimenticare. “Con la mia macchina fotografica ho ritratto alcuni momenti più spensierati di quei giorni – aggiunge il giornalista – . Ne è venuto fuori un catalogo di persone colte in un tour in Italia nei loro momenti di relax o di viaggio. Tutti con la speranza che la vita normale stava per riprendere. Forse, in quei mesi dell’anno scorso, pensavamo di avercela veramente fatta”.

(Foto Giovanni Franco)

Palermo riscopre il suo porto: a passi veloci verso il futuro

Dal molo trapezoidale alla stazione marittima, dalla banchina Sammuzzo fino all’interfaccia di via Crispi: il waterfront della città sta cambiando volto

di Giulio Giallombardo

È un cantiere aperto che non si ferma mai. Una trasformazione di cui già si possono toccare con mano i primi segni. Il porto di Palermo sta cambiando volto: dalla nuova veste della banchina Sammuzzo ai lavori in corso per la stazione marittima, poi il terminal aliscafi, il progetto di interfaccia lungo la via Crispi e il grande sogno di trasformare il molo trapezoidale nella “marina bay” palermitana, in stile Barcelloneta. Una riqualificazione, quest’ultima, che prosegue a passo spedito, con i lavori affidati dall’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia occidentale a un aggruppamento temporaneo di imprese, la Conscoop di Forlì e Operes Srl di Santa Venerina, in provincia di Catania.

Il mastio del Castello a mare

Una gara d’appalto per la sola area del molo trapezoidale che ammonta a circa 26 milioni di euro, per un progetto che darà continuità alla passeggiata sulla Cala, prolungandola fino al molo e al parco archeologico del Castello a mare, candidato a diventare un altro patrimonio Unesco in città. Accanto a ciò che resta dell’antico baluardo difensivo del porto, il cui perimetro è stato rintracciato dagli scavi, in un’area di circa 26mila metri quadrati, nasceranno una passeggiata, una piazza, un lago urbano e nove edifici con varie destinazioni, tra cui un auditorium e un anfiteatro panoramico da 200 posti, parcheggi.

Il nuovo bar del terminal aliscafi

Un primo assaggio della nuova banchina Sammuzzo è il terminal degli aliscafi, inaugurato pochi mesi fa, con un bar affacciato sul mare, succursale di uno storico locale della città. Ma basta guardare oltre la banchina, per accorgersi che anche la nuova stazione marittima è quasi pronta e si prepara a essere inaugurata il prossimo giugno.

Lavori alla stazione marittima

Ma quello che cambierà per sempre il rapporto tra Palermo e il suo porto è il progetto esecutivo dell’interfaccia presentato ieri nel corso di un webinar, a cui sono intervenuti tutti gli attori in campo. Oltre al presidente dell’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale, Pasqualino Monti e il governatore Nello Musumeci, erano presenti, tra gli altri, il coordinatore europeo del Corridoio ScanMed, Pat Cox; il responsabile Progetti della Commissione europea Juste Zvirblyt, e l’architetto Emanuela Valle di Valle 3.0, che ha realizzato il progetto della nuova interfaccia.

Plastico del nuovo molo trapezoidale

I lavori partiranno il prossimo ottobre e, secondo il cronoprogramma dell’Autorità portuale, dureranno 18 mesi, terminando nella primavera del 2023. Palermo avrà un waterfront totalmente rinnovato, che si svilupperàlungo la via Crispi, su una superficie di circa 52mila metri quadrati, tra il molo Santa Lucia e il Vittorio Veneto. Previsti corridoi per gli automezzi, sovrappassi e passerelle di collegamento con le stazioni di imbarco dei passeggeri, e ancora nuove aree di parcheggio, sistemi di controllo e varchi mirati per garantire maggiore sicurezza e aree verdi per migliorare la vivibilità e degli spazi urbani e portuali. Un’opera da 35 milioni di euro finanziata con fondi europei del programma Cef (Connecting Europe Facility), strumento pensato per migliorare le reti nei settori dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni.

Render dell’interfaccia che collegherà la città al porto

“I flussi carrabili e quelli pedonali sono stati nettamente separati, – si legge in un documento – come sono stati distinti gli accessi dei passeggeri pedonali dal traffico dei mezzi pesanti. Questa netta distinzione è stata risolta ‘sollevando’ da terra tutto ciò che riguarda la viabilità pedonale, sopraelevando le funzioni, dedicate ai cittadini e ai passeggeri, alla quota di 7 metri. L’area di interfaccia città-porto è stata configurata come un sistema di spazi pubblici a diverse quote che permettono di superare il confine tra porto e città e consentono alle funzioni urbane di riappropriarsi degli affacci al mare”.

Render di uno degli accessi in via Crispi

Un progetto, dunque, che ha l’ambizioso obiettivo di restituire centralità al rapporto tra Palermo e il suo porto, recuperando spazi a lungo negati. “Cominciamo a raccogliere ì i frutti di una visione che mette insieme locale e globale – ha commentato Pasqualino Monti – . Il progetto crea per la comunità un miglioramento dei tempi di attesa da e per il porto, del decoro urbano e della qualità della vita; una riduzione dei tempi di attesa all’imbarco e allo sbarco e della congestione prodotta dalle attività portuali e dalle interferenze con il traffico cittadino, e una riorganizzazione funzionale degli spazi. Niente cattedrali nel deserto, ma solo opere decise dal mercato, determinanti per creare economia reale. E, in questo caso, per restituire il mare ai palermitani, facendo comprendere come il porto non sia una servitù, bensì una risorsa”.

La nuova vita delle case cantoniere per rilanciare il turismo lento

Bando dell’Anas per trasformare gli immobili in strutture ricettive e punti di ristoro. In Sicilia edifici disponibili a Cefalù, Catenanuova e Aci Trezza

di Giulio Giallombardo

Il rosso inconfondibile, oggi in molti casi un po’ sbiadito, spicca sul ciglio delle strade statali italiane. È quello pompeiano delle case cantoniere, colore che presto tornerà vivo grazie a un nuovo bando dell’Anas che vuole darne cento in concessione in tutta Italia. Una trentina di edifici sui primi 650 individuati erano stati riqualificati già a partire dal 2016, ora altre case sono state messe a disposizione per trasformarle in piccole strutture ricettive di qualità, punti di ristoro, centri informativi didattici o stazioni di ricarica per veicoli elettrici.

La casa cantoniera di Cefalù

In Sicilia sono soltanto tre le case messe a bando, mentre la Sardegna è la regione con più fabbricati a disposizione – ben 30 – seguita da Lombardia (12), Abruzzo (10), Toscana e Lazio (entrambe 7). A quota cinque si attestano Puglia, Emilia Romagna, Calabria e Piemonte, mentre ne ha tre anche Valle d’Aosta. Infine chiudono la lista, Marche, Campania e Veneto con due e Liguria ed Umbria con una ciascuna.

La casa cantoniera sulla statale 192 della Valle del Dittaino

La prima delle cantoniere siciliane è alle porte di Cefalù, in posizione strategica sulla statale 113, tra bar, alberghi, supermercati e si presenta in buone condizioni. Un’altra si trova in aperta campagna vicino a un agriturismo sulla statale 192 della Valle del Dittaino, a due passi da Catenanuova, ma nel territorio di Agira. La terza, infine, è inglobata tra le case di Aci Castello, sulla statale 114, nella frazione di Aci Trezza, a un passo dalla Riviera dei Ciclopi.

Aci Castello

Il bando – spiegano dall’Anas – fa seguito ad una manifestazione di interesse, condotta lo scorso autunno, con l’obiettivo di promuovere richieste di concessione delle case utilizzate dagli operai addetti alla manutenzione delle strade. Tra le tante proposte, oltre un centinaio hanno attirato l’attenzione dell’azienda, facendo intendere una reale disposizione all’impegno. Il 41 per cento delle richieste è rappresentato da società, il 31 per cento da privati, il 15 per cento da enti, amministrazioni pubbliche e protezione civile, l’8 per cento da associazioni e cooperative ed il restante 5 per cento da aziende agricole. L’impegno di chi prenderà in concessione le case cantoniere – come è previsto dal bando – sarà di conservare i manufatti originari, migliorando l’inserimento nel paesaggio, sia da un punto di vista ambientale che percettivo. Obbligatorio mantenere all’esterno il tipico rosso pompeiano, la targa con l’indicazione della strada statale e della chilometrica e lo stemma identificativo dell’Anas. Per partecipare al bando, c’è tempo fino al prossimo 15 giugno.

L’ingresso della casa cantoniera in via Provinciale a Aci Castello

“Questa operazione – spiega l’amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini – si inserisce nell’ottica della riqualificazione, dell’accessibilità e della fruizione degli immobili di proprietà Anas. Attraverso il recupero di questi edifici dal rilevante valore iconico vogliamo promuovere un modello di sviluppo sostenibile in termini ambientali e socio economici per i territori dove sono ubicati, rivitalizzando l’economia locale ed i suoi microsistemi industriali, incentivando un turismo diffuso di qualità, oltre ad offrire all’utenza della strada quanti più servizi possibili, in linea con gli standard comunitari, a sostegno della mobilità e della viabilità, inclusa quella sostenibile. In ultima sintesi restituendo una nuova dimensione a questo patrimonio architettonico che da un secolo testimonia la storia e l’evoluzione del nostro Paese”.

Quel quadro miracoloso in viaggio per scacciare il virus

Il dipinto del Quattrocento che raffigura la Madonna in pietà, proveniente dal santuario di Romitello, a Borgetto, è in pellegrinaggio. Un gesto di devozione contro la pandemia

di Giulio Giallombardo

Ogni 10 maggio un corteo di pellegrini si mette in cammino per raggiungere quel santuario che abbraccia il golfo di Castellammare. La meta del loro viaggio si trova a 800 metri sui monti di Borgetto, un luogo sacro dove aleggiano racconti di miracoli e antiche devozioni. A Romitello, più di cinque secoli fa, il benedettino Giuliano Majali, fondatore dell’ospedale “Grande e Nuovo” che poi diventerà il Civico di Palermo, costruì un piccolo oratorio a uso personale nel luogo in cui, secondo la tradizione, gli apparve più volte la Madonna. Quel piccolo “romitorio” da cui deriva il nome del luogo sacro, è diventato un santuario tra i più amati del territorio.

Il santuario di Romitello

Il benedettino per immortalare l’evento prodigioso, intorno al 1460, fece realizzare un quadro con Cristo deposto dalla croce sulle ginocchia della Madonna che ancora oggi è custodito nel santuario. È un dipinto che la Curia di Monreale, il 31 agosto del 1896, dichiarò miracoloso in seguito a diversi eventi “straordinari” accaduti nei secoli. Oggi, in tempi di pandemia, sempre meno fedeli possono raggiungere il santuario, così padre Eugenio Circo, missionario passionista di Romitello, ha deciso di portare il quadro in viaggio per le chiese del territorio, perché “la sua intercessione ci liberi dal virus”.

La Madonna del Romitello

Così, il pellegrinaggio della Madonna di Romitello ha toccato la chiesa di Santa Maria della Pietà alla Kalsa, a Palermo, dove il quadro, restaurato un paio d’anni fa, è stato esposto all’inizio di marzo. Adesso si trova a Partinico, sull’altare principale della chiesa di San Gioacchino, dove si sono svolte diverse celebrazioni, e nelle prossime settimane il quadro proseguirà il suo cammino a Castellammare del Golfo. “È un viaggio straordinario come il momento doloroso che stiamo attraversando – ha detto padre Circo -, questo pellegrinaggio ha un valore penitenziale e anche di supplica, nella speranza che la pandemia possa essere finalmente superata, anche per l’intercessione della Madonna con questo quadro miracoloso”.

La cappella col quadro della Madonna

Una storia fatta di prodigi e preghiere, che inizia nel bosco di contrada Carrubella, dove il benedettino Majali, proveniente da una famiglia borghese palermitana, fu folgorato dalle apparizioni della Madonna. Tradizione vuole che il monaco, poi proclamato beato, ebbe la visione della Madonna in forma di “pietà”, vicino a una quercia. Fece, quindi, dipingere il quadro che raffigura Gesù, Maria e un piccolo e luminoso angelo. Figura dalle spiccate qualità diplomatiche, Benedetto Majali, fu così apprezzato dal re Alfonso V d’Aragona, da essere inviato per cinque volte dal sultano di Tunisi, Omar Othmra, per trattare la pace e la restituzione di prigionieri cristiani. Dopo la morte di Majali, il santuario passò sotto la guida dei monaci benedettini del vicino monastero delle Ciambre, poi fu affidato ai sacerdoti diocesani, quindi agli agostiniani, fino al 1920, quando passò ai padri passionisti, che tuttora lo amministrano.

Uno scorcio di Borgetto

Il museo del santuario è uno scrigno di ex voto: occhi, braccia e gambe d’argento, gioielli, quadri e altri oggetti preziosi donati alla Madonna dai fedeli come ringraziamento per la “grazia” ricevuta. “Basta visitare il nostro museo per rendersi conto del grande fervore che circonda la nostra Madonna e della sua opera di protezione”, sottolinea padre Eugenio. Miracoli, veri o presunti, di cui questo tempo ha sempre più bisogno.

(Nella prima foto grande in alto, il parroco della chiesa di Santa Maria della Pietà alla Kalsa, Giuseppe Di Giovanni, con il quadro della Madonna di Romitello, foto da Facebook)

Strada romana scoperta sulle Madonie, c’è il vincolo sui terreni

Ricoperto il tratto della via Catina-Thermae riaffiorato nelle campagne di Caltavuturo, l’area è stata adesso dichiarata d’interesse archeologico

di Giulio Giallombardo

È l’unica strada romana scoperta in Sicilia. Tornato adesso sotto lo strato di terra da cui era ricoperto, il tratto della via Catina-Thermae riaffiorato a settembre nelle campagne di Caltavuturo, sulle Madonie, fa parte di una delle più importanti strade consolari dell’Isola, asse strategico tra Catania e Termini Imerese. Ora l’area di contrada Gangitani-Stripparia, dove è stata ritrovata la strada, è stata dichiarata d’interesse archeologico “particolarmente importante”, con un decreto firmato dal dirigente del Servizio tutela e acquisizioni, del dipartimento regionale dei Beni culturali, Caterina Perino. 

La via Catina-Thermae

Un vincolo che serve a custodire parte dell’antica via risalente al secondo secolo dopo Cristo, scoperta casualmente nel corso dei saggi archeologici preventivi richiesti alla Snam Rete Gas dalla Soprintendenza di Palermo, durante la fase di progettazione dei lavori di rifacimento del metanodotto Gagliano-Termini Imerese. Adesso, ai proprietari dell’area – si legge nel decreto – “è fatto divieto di adibirla ad usi non compatibili con il suo carattere archeologico oppure tali da recare pregiudizio alla sua conservazione”. Possono essere eseguiti lavori “soltanto nei casi di assoluta urgenza”, ma dovrà esserne informata la Soprintendenza, che vigilerà per evitare eventuali danni al bene tutelato.

Il tratto di strada dall’alto

“Si tratta di un ritrovamento eccezionale, perché siamo davanti all’unico tratto di strada romana costruita in Sicilia, fino ad oggi attestato – ha ribadito a Le Vie dei Tesori News, Rosa Maria Cucco, l’archeologa che ha diretto gli scavi – . Adesso abbiamo ricoperto tutto, ma data la rilevanza storica del sito, l’area è stata posta sotto tutela”. Il tratto della via Catina-Thermae venuto alla luce, coincide con parte della Statale 120 “dell’Etna e delle Madonie”, che attraversa tutta la Sicilia, dunque, gli archeologi pensano che la nuova strada possa in qualche modo seguire il tracciato dell’antica consolare. 

“La viabilità moderna anche attraverso le statali, – spiega Cucco – segue percorsi che per certi versi sono obbligati e ricalcano sicuramente una viabilità più antica. Nel caso di questo tratto della via Catina-Thermae, di cui si conserva solo la massicciata sottostante il basolato, abbiamo condotto altri saggi a campione, scoprendo che parte del tracciato è stato danneggiato tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, per i lavori del metanodotto”. 

Uno scorcio di Caltavuturo

A rafforzare la tesi che le due strade – l’antica e la nuova – coincidano, sono gli insediamenti romani che sono stati scoperti lungo la Statale 120. Centri abitati e complessi che solitamente sorgevano proprio lungo le strade principali, come il sito della fattoria romana di Pagliuzza, a nord-ovest dall’area del ritrovamento della strada, che era servito dalla Catina-Thermae e dove, alcuni anni fa, sono stati rinvenuti oltre 500 denari d’argento di età repubblicana, oggi esposti all’interno del Museo Civico di Caltavuturo. 

Ma quella sulle antiche strade resta, comunque, una ricerca difficile da pianificare. “Non possiamo fare delle indagini mirate – chiarisce l’archeologa – perché i tracciati viari cambiavano, subendo nel corso dei secoli delle oscillazioni e variazioni che rendono difficile l’individuazione. Saremo però sempre presenti con l’attività di archeologia preventiva durante i lavori che si realizzeranno lungo la Statale 120, e qualora dovessero affiorare altri reperti, avvieremo nuove campagne di scavo”.

Le Vie dei Tesori News

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