Il cuore che batte sulle macerie: un murale per rinascere

Tra i vicoli del quartiere Provvidenza, a Caltanissetta, è stata realizzata un’opera di street art, sintesi conclusiva di un progetto sociale a cui hanno partecipato i residenti

di Giulio Giallombardo

Gli uccelli si poggiano tra le macerie di Provvidenza. Stanno in ascolto del battito di un enorme cuore blu. Lo scrutano, gli saltellano sopra come a capire cosa ci faccia lì, incastrato su quel muro fatiscente che un tempo era una casa. Ognuno ha un nome: “dono”, “cura”, “cambiamento”, tutte parole chiave che sanno di rinascita. Come quella tanto attesa per uno dei quartieri più importanti di Caltanissetta, che si sviluppa attorno alla chiesa di Santa Maria della Provvidenza, nel cuore della città. Una zona a due passi dal centralissimo corso Umberto, arteria nevralgica del capoluogo nisseno, ma ormai da anni simbolo di degrado e abbandono.

Murale di Igor Scalisi Palminteri (foto Emilio Giordano)

Tra i vicoli del quartiere Provvidenza c’è adesso un murale, sintesi conclusiva di un progetto “L’ago e la fune: cucire e legare”, portato avanti da un anno dall’Uepe, Ufficio esecuzione penale esterna di Enna di Caltanissetta e Enna, in sinergia con l’Ufficio Servizio sociale minorile, il Centro diurno polifunzionale, la parrocchia San Giuseppe-Provvidenza, l’Opera Don Calabria, il Comune e altre associazioni del territorio. L’opera, che si inaugura mercoledì 25 novembre alle 10, è stata realizzata da Igor Scalisi Palminteri, eclettico artista palermitano da sempre impegnato nel sociale. Il pittore ha preso parte ai laboratori del progetto, a cui hanno partecipato i residenti di Provvidenza, una comunità che vive in condizioni estreme di marginalità sociale. Ne è venuta fuori un’opera dal forte impatto visivo: un cuore blu circondato da uccelli colorati, dipinti su ciò che resta di una palazzina demolita, tra via Abba e via Palestro.

Particolare del murale (foto Emilio Giordano)

“L’opera è stata tirata fuori da tante chiacchierate fatte con la gente del posto e gli operatori sociali che hanno partecipato al progetto – racconta Igor Scalisi Palminteri a Le Vie dei Tesori News – . L’idea del cuore è legata al fatto che ci troviamo nel centro di Caltanissetta. Ho pensato a un cuore pulsante come visione che può rappresentare il riscatto, perché questo quartiere, se si fanno le scelte giuste, può diventare bellissimo. Gli uccellini, invece, – prosegue l’artista – rappresentano la fragilità di tutta questa vicenda, avere a che fare con la fragilità delle persone è stato il cuscino su cui ho appoggiato la testa, ma nello stesso tempo spero di avere espresso della leggerezza, perché gli uccelli sono leggeri, volano, sono belli, colorati, e in qualche modo è la bellezza che ho intravisto tra quelle strade, anche se è un quartiere molto chiuso, dove tutti sono molto diffidenti”.

Le mura della palazzina durante la realizzazione del murale

Un muro invisibile separa Provvidenza dal resto della città, trasformando il quartiere in un ghetto. Tra le strette stradine, i bambini giocano in mezzo a cumuli di spazzatura e spacciatori. Nelle case fatiscenti, molte occupate o affittate a pochi euro, vivono famiglie nissene da generazioni, accanto a diversi migranti. Da questa esigenza di rinascita e integrazione nasce il progetto dell’Uepe, a cui hanno partecipato tanti bambini e anche adulti in esecuzione di pena esterna, ovvero chi ha commesso un reato e adesso è “messo alla prova”, con attività di giustizia riparativa. “Sono soggetti che, avendo commesso un reato, devono ricucire un legame che hanno rotto con la comunità – spiega Rosanna Provenzano, direttore dell’Uepe Caltanissetta-Enna – . Invece del classico lavoro interno, d’ufficio, abbiamo pensato a una dimensione più diretta di restituzione, anche nell’ottica del bene comune. Ci siamo trovati a lavorare così in un quartiere a rischio, facendo laboratori emozionali per educare a prendersi cura del proprio ambiente”.

Gli uccelli dipinti da Igor Scalisi Palminteri (foto Alice Bifarella)

Prove di rinascita in un quartiere a cui, nonostante tutto, i nisseni sono molto legati e dove è nato il giudice Gaetano Costa, ucciso dalla mafia quarant’anni fa. “Ci aspettiamo adesso che tutto questo lavoro non vada perso – sottolinea Provenzano – perché metaforicamente il cuore di Provvidenza realizzato da Igor, per noi rappresenta il lavoro di cucitura, tessitura e legame, l’ago e la fune appunto, di queste poche ma significative relazioni che abbiamo intrecciato in questo anno e che dobbiamo tenere in piedi per continuare a orientarle verso un bene comune. Grazie a questo progetto siamo riusciti a riconoscerci nella sofferenza degli altri, perché in qualche modo è un sentimento che ci appartiene e con cui tutti dobbiamo fare i conti”.

(La foto grande in alto è di Alice Bifarella)

Il Salinas si prepara al futuro, tra tecnologia e tradizione

Firmato il contratto per i lavori che miglioreranno l’offerta culturale del museo archeologico palermitano. Nuovi allestimenti tra sale immersive, simulazioni e percorsi di visita personalizzati

di Giulio Giallombardo

Se guarda indietro vede due secoli di vita, ma il presente lo trova ringiovanito come un ragazzino che si affaccia alle avventure del futuro. Il museo archeologico Salinas di Palermo si prepara a scrivere nuove pagine della sua lunga storia. Con la firma del contratto d’appalto si è concluso un lungo iter burocratico per i lavori che porteranno all’attesa apertura del primo e secondo piano. Anche se non c’è ancora una data precisa per il via, ormai la gara è stata espletata e – fanno sapere dalla Regione – a breve avverrà la consegna dei lavori all’impresa aggiudicataria, per un importo di 1.357.515 euro.

Il Museo Salinas

Il progetto, che sarà realizzato dalla Repin srl, un’impresa siciliana, riguarderà in particolare gli allestimenti delle nuove sale espositive degli altri piani attualmente chiusi, anche se non mancheranno interventi al piano terra. Così, tra le insidie della pandemia, a un anno dalla pubblicazione del bando di gara, si è chiuso un capitolo importante, che ne aprirà adesso un altro ancor più decisivo per il museo palermitano. La sfida è di mantenere inalterata la linea stilistica espressa al pianterreno anche nelle altre sale, pur aprendosi alle tante innovazioni tecnologiche previste.

Caterina Greco

“È un lavoro molto complesso che dura da tempo – spiega a Le Vie dei Tesori News la direttrice del museo Caterina Greco – adesso entreremo nel vivo dell’allestimento dei due piani che mancano, affiancando alla parte espositiva ancora da mettere in piedi, la realizzazione di un sistema multimediale di gestione, presentazione e comunicazione dei dati che dovremo realizzare interamente e riguarderà anche la parte del museo già aperta al pubblico”.

La collezione etrusca Casuccini al Salinas

Simulazioni, sale immersive, collegamenti virtuali che metteranno in relazione il museo col territorio, e ancora percorsi di visita personalizzati e impianti multimediali interattivi di supporto agli apparati didattici e didascalici. Saranno queste alcune delle novità, che più nel dettaglio, riguarderanno la sala dove è esposto il cosiddetto Torso di Mozia, con la videoproiezione su due pareti della ricostruzione dell’isoletta di San Pantaleo, dove è stato rinvenuto il reperto. E ancora, in una stanza sarà realizzata la ricostruzione virtuale della Tomba Regina con un sistema multimediale immersivo che prevede videoproiezioni che occuperanno tre pareti. Poi, nell’ambiente dove saranno esposti i pannelli provenienti da Solunto, verrà virtualmente ricostruito, con un sistema multimediale comprensivo di un tappeto interattivo, il Triclinium che decoravano.

La sala delle metope

“La nostra idea – prosegue Greco – è di rispettare anche nell’esposizione la connotazione e la personalità del Salinas, un edificio storico, che ha un’impronta molto classica. La stessa linea stilistica del pianterreno sarà riproposta anche negli altri piani. Un modulo espositivo chiaro, pieno di luce naturale, senza effetti speciali. Siamo orgogliosi di un museo che si trova nella stessa sede da secoli. Ci saranno certamente le implementazioni multimediali, ma saranno sempre funzionali alla presentazione dei materiali esposti, così da facilitare la lettura da parte dei visitatori. Le innovazioni tecnologiche sono importanti, ma col tempo finiscono col passare rapidamente di moda, noi faremo un museo che durerà, che diventerà uno dei più grandi del Sud Italia”.

L’atrio del museo

Un progetto ambizioso che punta alla coralità, con l’impegno degli esperti che lavorano all’interno della struttura, anche con la collaborazione attiva di specialisti del settore ed in particolare degli istituti di ricerca e delle università, alcuni dei quali hanno già contribuito allo studio delle collezioni del museo. Arricchiranno l’esposizione anche rilievi e disegni di reperti, documentazioni fotografiche, brevi video, oltre che e-book, prodotti editoriali multimediali e guide monografiche. “È un museo affascinante il nostro, molto diverso dagli altri musei archeologici siciliani – puntualizza Greco – se, ad esempio, a Siracusa o Agrigento ci sono bellissimi musei molto legati ai territori d’appartenenza, che esprimono compiutamente le vicende storiche che quei territori hanno attraversato nei secoli, il Salinas è qualcos’altro. Racconta la storia dell’archeologia a partire dall’Ottocento, diventando, da un lato, specchio della ricerca militante che si svolge in Sicilia a partire dagli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, fino ai nostri giorni; dall’altro, è un polo espositivo, dove non si è mai spezzata la dinamica tra conservazione e ricerca scientifica”.

La statua del Principe di Mendes

Adesso che i musei e i luoghi della cultura sono di nuovo chiusi, il Salinas però non si ferma. In attesa dell’avvio dei lavori di allestimento che dureranno un anno e della riapertura al pubblico, ancora senza una data precisa, l’attività si sposta sul web, soprattutto sulla vivacissima fanpage di Facebook, sempre piena di spunti e storie sulle collezioni del museo. “Abbiamo sempre puntato molto sulla comunicazione e oggi, a maggior ragione, abbiamo moltiplicato la nostra presenza sui social con post e video, nonostante tante difficoltà. Continueremo su questa strada con piccoli momenti di comunicazione con restauratori, archeologi, esperti che racconteranno il Salinas. Ci stiamo attrezzando – conclude la direttrice del museo – anche per dirette dal museo e cercheremo di raccontare i dietro le quinte, le curiosità, le storie e gli aspetti inediti, per rendere più accessibile il nostro patrimonio”.

Papireto addio, il triste epilogo di un fiume che muore

Sempre circondato da storie e leggende, il corso d’acqua sotterraneo che attraversa il centro storico di Palermo è ridotto ormai a canale fognario

di Giulio Giallombardo

Elogio funebre di un fiume. C’era una volta il Papireto, oggi è uno stretto canale in cui si riversano gli scarichi del centro storico di Palermo. Una fine ingloriosa per quello che un tempo è stato uno dei più importanti corsi d’acqua della città, da sempre circondato da storie e leggende. In realtà, il mitico Papireto, che alcuni pensavano fosse una derivazione sotterranea del Nilo, pieno di papiri e coccodrilli, sotto il profilo idrografico è stato sempre il “fratello minore” del Kemonia, il vero grande fiume della città. A raccontare passato, presente e un quanto mai improbabile futuro del Papireto è Pietro Todaro, geologo, che conosce come pochi il labirintico sottosuolo palermitano.

La foce del Papireto alla Cala nel 1999 (foto Pietro Todaro)

“Non possiamo più parlare di fiume, a parte la canalizzazione, ormai da parecchio tempo subisce gli scarichi fognari della città storica – spiega Todaro a Le Vie dei Tesori News –. Celebrato dagli eruditi cultori e storiografi di Palermo, da letterati, artisti e disegnatori, impresso nell’immaginario collettivo popolare, ma soprattutto nel cuore dei palermitani, il Papireto ci ha lasciati per sempre”. Un epitaffio scritto sull’acqua torbida, in piccola parte ancora alimentata da quel poco che resta della sorgenti di Danisinni, “anche se ormai sono quasi del tutto prosciugate, con una portata di pochi litri al secondo”, sottolinea il geologo.

Il tratto sopravvissuto del Salazar (foto Pietro Todaro)

“Non c’è nessuna possibilità scientifica e tecnica di una riqualificazione e recupero idrogeologico-idraulico del Papireto – aggiunge – . Le due sorgenti medievali che alimentavano il suo bacino, il Wadì Rutah e l’Ayn Abu Said, che uniti formavano il Papireto, sono pressoché inaridite per ragioni climatiche e antropiche e la loro esistenza ed evoluzione negativa sembra irreversibile”. Un bacino idrologico quello del Papireto che, mito a parte, è stato sempre modesto, senza mai avere la portata effettiva tipica dei fiumi, a differenza del vicino Kemonia. “Anche storicamente il Papireto è descritto come un canale senza anse – puntualizza Todaro – non è tortuoso come spetta a un corso d’acqua naturale, come il Kemonia, ad esempio. Poi già alla fine del Cinquecento praticamente scompare con Andrea Salazar, pretore del Senato palermitano, a cui si deve l’unica vera grande bonifica idrogeologica fatta in città nella storia”.

Il Papireto nel tratto della Conceria (foto Pietro Todaro)

Un fiume che da qualche anno non ha più neanche la sua foce naturale alla Cala. “Con la bonifica della rete fognaria – spiega ancora il geologo – sia il Papireto che il Kemonia, come tutti i canali che sfociavano al Foro Italico, sono stati intercettati. Le acque scorrono in pressione in un collettore verso l’impianto di sollevamento di Porta Felice e da lì al depuratore di Acqua dei Corsari, per finire al largo della costa tirrenica private del loro antico dna culturale”. Così, ciò che rimane del Papireto, ormai rigagnolo senz’anima, si lascia alle spalle Palermo, perdendosi per sempre nel mare.

Il corso del fiume Papireto

La scoperta alla Cuba soprana: trovate mura e vasche arabe

Viaggio nel cantiere di Villa Napoli, dove sono state individuate tracce di elementi preesistenti che gettano nuova luce sulla storia del monumento normanno

di Giulio Giallombardo

Un’immagine riflessa di ciò che non c’è più. Una copia ideale costruita al posto dell’originale, replicando forme e prospetti. La nuova campagna di scavi in corso alla Cuba soprana, uno dei sollazzi normanni di Palermo, inglobato nella seicentesca Villa Napoli, sta illuminando con una luce nuova la storia dei monumenti arabo-normanni della città. La fusione di stili, il sincretismo architettonico, la coesistenza tra diverse culture che ha dato vita a tesori unici al mondo, sono testimonianze di una temperie storica di cui però, la parte originaria, quella araba, non sempre è ben visibile. Adesso, la ricerca sugli antichi sollazzi regi è arrivata a una svolta, rileggendo in modo ancora più preciso le tracce arabe “salvate” dalla devastazione normanna.

Muro arabo

Gli interventi di restauro a Villa Napoli, con le indagini archeologiche alla Cuba soprana e alla Piccola Cuba, condotti dalla Soprintendenza di Palermo e finanziati dall’assessorato regionale dei Beni culturali con fondi del Po Fesr 2014/2020, stanno rivelando molte sorprese. La visita in anteprima fatta al cantiere permette di scoprire il perimetro di mura arabe preesistenti all’edificio normanno, come la base del padiglione arabo su cui successivamente è stata costruita la Piccola Cuba normanna. A spiegare le nuove scoperte è il direttore scientifico degli scavi, Julio Navarro Palazón, archeologo spagnolo tra i massimi esperti del mondo arabo, che lavora al Consejo Superior de Investigaciones Científicas nella Scuola di Studi Arabi di Granada.

Julio Navarro Palazón

“Adesso abbiamo le prove tangibili che il monumento normanno sia stato interamente ricostruito a imitazione della struttura precedente araba distrutta durante l’assedio del 1072 – dice l’archeologo a Le Vie dei Tesori News – . Scavando lateralmente, abbiamo trovato le tracce di mura arabe, con due bacini sovrapposti di due fasi successive sempre arabe, un tempo piene d’acqua. Su queste vasche è poggiato il muro normanno che segue esattamente la pianta perimetrale dell’edificio arabo. Questa è la dimostrazione che i normanni hanno voluto imitare il modello preesistente dopo averlo distrutto”.

Una delle rocce all’interno dell’edificio

Ad attirare l’attenzione del ricercatore spagnolo sono anche tre grossi massi rocciosi di diverso colore e solidità che si trovano all’interno dell’edificio, davanti ai tre archi del livello inferiore. “Sono convinto che queste tre pietre abbiano avuto un grande valore sacro anche in epoca pre-araba e che attorno a loro si sia costruito tutto quanto l’edificio – ipotizza Navarro – . Non è un caso che, sia gli arabi, che successivamente i normanni, le lasciarono a vista grazie alle aperture degli archi e soltanto dopo, nel Cinquecento, per aumentare la stabilità della struttura, furono murati gli archi. Si tratta di un elemento davvero unico, che non si riscontra in altri sollazzi di questo tipo, anche all’estero”.

 

Quasi un monumento della natura da cui scorreva l’acqua che arrivava, grazie a un complesso sistema di canalizzazioni, nella vasca araba. “Evidentemente gli arabi avevano capito che questo affioramento di calcarenite meritava di essere valorizzato anche esteticamente”, aggiunge Pietro Todaro, geologo tra i massimi esperti del sottosuolo palermitano, presente allo scavo, a cui ha collaborato per gli aspetti legati alle acque che alimentavano il bacino della peschiera. Nei giorni scorsi, Todaro ha esplorato il pozzo sottostante alla vasca, trovando acqua di falda a 14 metri di profondità, confermando che quella della Cuba soprana non era una sorgente, ma acqua che arrivava dalla rete di canali dell’antico Genoardo.

Piccola Cuba

Ma le sorprese non finiscono qui. Lo stesso schema del monumento replicato è presente anche nella Piccola Cuba. Lo scavo ha svelato la base di un padiglione arabo sul quale è stato costruito l’edificio normanno. Sono entrambi di pianta quadrata, anche se l’allineamento del padiglione normanno è leggermente fuori asse rispetto all’opera più antica. Inoltre, è affiorata anche l’antica fontana raffigurata in alcune stampe d’epoca, un tempo zampillante con giochi d’acqua.

Scavi alla base del padiglione

L’attività di scavo, che proseguirà ancora per qualche giorno, si inserisce nel progetto di ricerca “Almunias medievales en el Mediterráneo: Historia y conservación de los paisajes culturales periurbanos”, recentemente approvato dal Ministero per la Scienza e l’Innovazione spagnolo cofinanziata dal Centro di ricerca iberico attraverso il progetto “Las fincas de las élites siculo-normandas (siglo XII): investigación arqueológica de la Cuba Soprana de Palermo”. I dati raccolti durante la campagna confluiranno nel progetto di ricerca europeo da presentare nel prossimo programma quadro Horizon Europe per la cui elaborazione la Escuela de Estudios Árabes ha ricevuto un ulteriore finanziamento ministeriale e al quale parteciperanno sia la Soprintendenza che l’Università di Palermo.

La fontana ottocentesca

Inoltre, i risultati della attuale campagna di scavo, saranno presentati nel corso di una video-conferenza online in programma giovedì 12 novembre, dalle 14,30 alle 18, a cui parteciperanno, tra gli altri, lo stesso Julio Navarro Palazòn, l’agronomo Giuseppe Barbera, l’archeologo Maurizio Toscano e la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca. “Da vent’anni non si scavava a Villa Napoli ed è stato importante poter intercettare questo finanziamento – sottolinea Bellanca, che in questo caso è anche progettista e direttore dei lavori – . Sono convinta che le indagini archeologiche siano sempre da accompagnare alle campagne di restauro perché sono l’occasione per approfondire la storia di un monumento. Penso sia un contributo importante anche per il nostro itinerario Unesco, dal momento che la Cuba soprana era uno dei monumenti finora meno studiati”.

Per seguire la diretta della video-conferenza registrarsi al seguente indirizzo web: https://attendee.gotowebinar.com/register/4587267375552422670

(Foto: Giulio Giallombardo)

Giovani innamorati dei “tesori”: i ragazzi raccontano il Festival

Sono stati oltre 700 in tutta la Sicilia, tra esperti, volontari, tirocinanti e studenti a collaborare all’edizione 2020 de Le Vie dei Tesori. Una sfida per la bellezza tra mille difficoltà

di Giulio Giallombardo

Sono innamorati dell’arte e della cultura. Hanno trascorso i loro fine settimana tra chiese, palazzi, ville e giardini, raccontando la bellezza e accogliendo centinaia di migliaia di visitatori. Sono gli oltre 700 giovani che hanno collaborato all’edizione 2020 de Le Vie dei Tesori, appena conclusa in 15 tra città e borghi siciliani, con l’ultimo weekend a Palermo rinviato a quando l’emergenza sanitaria allenterà la presa. Storici dell’arte, archeologi, architetti, studiosi della città, affiancati da volontari, da tirocinanti universitari e da un piccolo contingente di studenti in alternanza scuola-lavoro. Un festival che quest’anno si è adattato ai tempi, con ingressi contingentati, visite a piccoli gruppi, rispetto del distanziamento e speciali audioguide, se non possibili quelle in presenza.

Visite a Villa Niscemi

I giovani collaboratori del Festival impegnati sul campo sono stati il cuore pulsante della manifestazione, mai come prima chiamata a una sfida difficile: quella di regalare uno squarcio di bellezza in un momento in cui la pandemia è tornata a colpire, più violenta di prima. Così, sono stati in tanti a Palermo, come nelle altre città siciliane, a presidiare i luoghi della cultura aperti durante gli otto fine settimana del festival.

Alessandra Trogu

Come Alessandra Trogu, 25enne studentessa di Lingue moderne e traduzioni per le relazioni internazionali, ormai prossima alla laurea e con una grande passione per la storia dell’arte. Alla sua terza esperienza al Festival, si è occupata delle visite nella chiesa barocca dell’Immacolata Concezione al Capo, con qualche “incursione” anche a Palazzo Costantino, una delle sorprese di quest’anno, e a Palazzo delle Aquile. “C’è stata una grande voglia di riappropriarsi dei nostri tesori – racconta Alessandra – e sono stata felicissima di contribuire alla realizzazione di una manifestazione sempre capace di regalare tanta bellezza ai visitatori. Quest’anno, come prevedibile, non ci sono stati i numeri a cui siamo abituati e la gente ci ha messo un po’ ad adattarsi alle novità, tra audioguide, distanziamento e contingentamento, ma tutto si è svolto in sicurezza e nel migliore dei modi”.

Ornella Salerno

È una veterana Ornella Salerno, 28 anni, da sei impegnata all’accoglienza dei luoghi del festival. Operatrice culturale, studi in scienze politiche, quest’anno ha gestito le visite a Villa Niscemi: “È stata un’edizione molto particolare e difficile, che ci ha messo alla prova duramente – ammette Ornella – , abbiamo gestito le visite a piccoli gruppi come previsto, controllando che tutti indossassero la mascherina e mantenessero il distanziamento. Nonostante avessimo previsto le audioguide, siamo riusciti a garantire anche la guida in presenza, nel rispetto delle norme di sicurezza e assicurandoci che nulla andasse storto. È stata una grossa sfida lavorare con numeri ridotti rispetto agli altri anni, ma è comunque andata bene”.

Arianna Mannone

È stata la seconda partecipazione al festival per Arianna Mannone, 24enne studentessa di medicina, ma con una passione parallela per l’arte. Ha avuto la responsabilità di accogliere tantissimi visitatori nella chiesa di Santa Caterina, tra i luoghi da sempre più amati del festival. “Negli ultimi due weekend abbiamo assistito a un calo progressivo delle visite, quando l’emergenza stava diventando più tangibile – racconta Arianna –  ma l’importante quest’anno era esserci”.

Danilo Primiero

È tornato per la seconda volta a collaborare con Le Vie dei Tesori anche Danilo Primiero, trentenne studente di architettura, impegnato nell’oratorio di Santa Cita. “Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta, mettendoci l’anima tutti quanti – confessa – . Sono rimasto colpito positivamente dai visitatori, tutti rispettosi delle regole con grande senso di responsabilità. È stato bellissimo vedere questi luoghi rimasti chiusi per tanto tempo, pieni di gente che tornava ad ammirarli. Mi è sembrato quasi un ritorno alla normalità reso possibile dalla fiamma della cultura, che ha fatto riaccendere passioni che sembravano sopite”.

Nicolò Bartolone

È stata un’edizione “speciale” per Nicolò Bartolone, 30 anni, laureato in giurisprundenza e futuro avvocato, alla terza esperienza col festival, che si quest’anno si è occupato delle visite al Museo Salinas. “Forse ancor più che in passato, è nato in me un senso di appartenenza – ammette – sono fiero di far parte di un bellissimo progetto portato avanti da persone splendide. È stata un’edizione piena di manifestazioni d’affetto da parte dei visitatori, con persone che sono arrivate a Palermo anche da altre città della Sicilia apposta per il festival. Lo sforzo quest’anno è stato enorme, ma tutto è andato benissimo”.

Alida Fragale

Novità di quest’anno, le 120 audioguide realizzate dai ragazzi dell’associazione Amici delle Vie dei Tesori, alcuni dei quali direttamente coinvolti nei luoghi del festival, alle quali si sono aggiunte diverse audioguide d’autore, realizzate da direttori di musei e rappresentanti del mondo della cultura e dell’arte. “Abbiamo svolto prima dei sopralluoghi nei vari siti, poi elaborato i testi sia con un adeguato supporto bibliografico, sia con la consulenza dei responsabili dei luoghi – spiega Alida Fragale, presidente dell’associazione Amici delle Vie dei Tesori – . Siamo passati, quindi, alla registrazione delle guide con la viva voce degli stessi ragazzi. È stato un lavoro faticoso, perché l’obiettivo era di guidare virtualmente i visitatori, facendo attenzione al minimo dettaglio. Ma il nostro pubblico, nonostante qualche resistenza iniziale, ha risposto bene alla novità. Abbiamo ricevuto tanti complimenti sia per i testi che per la modalità di fruizione. Un esperimento che potrebbe tornare utile anche per progetti futuri”.

Quattro Canti, all’asta Palazzo Di Napoli: è scontro sulla balconata

L’edificio è in vendita insieme alla quinta scenica che si affaccia su piazza Villena, di proprietà comunale. Il prezzo parte da poco più di 4 milioni e mezzo di euro

di Giulio Giallombardo

Il cuore di Palermo va all’asta. A essere venduta al migliore offerente una delle quinte di quel Teatro del Sole che da secoli porta in scena la storia della città. Palazzo Di Napoli, di cui è parte integrante uno dei Quattro Canti di piazza Villena, è in vendita a un prezzo di base che parte da poco più di 4 milioni e mezzo di euro. Chi vorrà acquistarlo potrà farlo all’asta fissata per domani, mercoledì 28 ottobre in via Arimondi, con un’offerta minima di 3,3 milioni di euro e un rilancio che parte da 22.500 euro.

La balconata con Filippo III

La vendita all’asta è conseguenza dell’iter giudiziario che negli ultimi anni ha ruotato attorno al palazzo, che in più occasioni è stato sul punto di diventare albergo di lusso o museo della città, progetti poi rimasti sulla carta per investimenti sfumati e lungaggini burocratiche. Ma quella di Palazzo Di Napoli non è un’asta come tutte le altre. Perché tra le quindici unità immobiliari in vendita, intestate all’Immobiliare Quattro Canti srl, c’è anche una porzione che, per un vecchio errore al catasto, include anche la balconata monumentale su uno dei Canti, parte integrante della facciata che rappresenta l’allegoria dell’autunno, Sant’Oliva e Filippo III.

Questo particolare non trascurabile è saltato agli occhi del Comune, proprietario di tutte e quattro le facciate, che, con un’istanza firmata dalla dirigente del settore Risorse Immobiliari, Daniela Rimedio, ha chiesto formalmente al giudice di stralciare dalla vendita l’unità in questione che include la balconata, di proprietà comunale. Sulla vicenda è intervenuta anche la Soprintendenza ai Beni culturali, che ha ribadito con un parere firmato dalla soprintendente Lina Bellanca, la proprietà comunale delle “quinte sceniche”, sottoposte al regime di tutela ope legis e dunque “inalienabili in quanto beni indisponibili del Comune di Palermo”.

Palazzo Di Napoli con uno dei Quattro Canti

Ma la sesta sezione civile Esecuzioni immobiliari del Tribunale di Palermo ha ritenuto prioritaria la documentazione catastale, confermando la vendita all’asta e prendendo atto delle osservazioni di Comune e Soprintendenza. Il giudice dell’esecuzione, Fabrizio Minutoli, per “massimizzare la trasparenza e l’informazione da assicurare ai possibili interessati all’acquisto” – si legge nella risposta agli enti – ha disposto che gli eventuali acquirenti siano informati delle osservazioni inviate da Comune e Soprintendenza, rilevando che “la vendita coattiva ha ad oggetto il medesimo diritto documentalmente risultante – sulla base delle risultanze dei registri immobiliari – nella titolarità della società esecutata, Immobiliare Quattro Canti srl”.

Il Comune, allora, nei giorni scorsi, ha messo in campo l’Avvocatura, chiedendo la sospensione del processo esecutivo, limitatamente alla porzione comunale. Nell’istanza, inoltre, si invita il giudice, in via istruttoria a disporre una consulenza tecnica d’ufficio per individuare e delimitare la porzione in questione e al contempo dichiarare nulla l’esecuzione immobiliare sempre limitatamente alla proprietà comunale.

Il Canto del mandamento Castellammare

Dunque, salvo sorprese, domani Palazzo Di Napoli, con annesso Canto del mandamento di Castellamare, andrà all’asta. Il proprietario, il mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, socio dell’Immobiliare Quattro Canti srl – che nel frattempo si è indebitata per lavori di messa in sicurezza del palazzo che rischiava di crollare – non ha mai nascosto il sogno di farne il museo della città, insieme al limitrofo Palazzo Costantino. Progetto poi sfumato come quello di trasformarlo in hotel di lusso, trattativa saltata per una concessione edilizia arrivata troppo tardi, come riferito dalla proprietà. Adesso, un nuovo capitolo per la travagliata storia del palazzo, con il Comune che – sul filo del paradosso – promette battaglia per non perdere uno dei suoi simboli. Sulla vicenda, è intervenuto ieri anche il sindaco, Leoluca Orlando, precisando che “quale che sia la situazione formale legata alla vendita all’asta, un dato è certo. Chiunque sia il proprietario non può, come non ha potuto il Comune in questi anni, farne alcun uso e non può farvi interventi diversi da quelli di conservazione coordinati con la Soprintendenza”.

Lo spettacolo del volo a Punta Raisi tra le piste e il mare

Con Le Vie dei Tesori un’esperienza da “spotter” sulla terrazza del centro direzionale della Gesap, dove scoprire i segreti dell’aeroporto

di Giulio Giallombardo

Restano in piedi per ore a osservare il via vai degli aerei che atterrano e decollano. Cercano la visuale migliore oltre la rete di protezione degli aeroporti o vanno a caccia di punti di osservazione sui rilievi attorno agli scali. Sono gli “spotter” innamorati del volo, una passione molto diffusa all’estero che da qualche anno è arrivata anche in Italia, sfociando in community, siti internet e blog. All’airport spotting sono ormai dedicate migliaia di guide, con consigli e commenti sugli aeroporti di tutto il mondo, e persino i suggerimenti sui migliori hotel e le camere con la vista più bella sulle piste d’atterraggio.

La terrazza del Centro direzionale

Adesso, un’esperienza da “spotter” si può vivere anche all’aeroporto di Palermo, affacciandosi dalla terrazza del Centro direzionale della Gesap, la società che gestisce lo scalo palermitano. È una delle novità dell’edizione 2020 del festival Le Vie dei Tesori, ormai entrato nel vivo. Ogni sabato e domenica, dalle 10 alle 12, fino all’8 novembre, lo scalo di Punta Raisi apre per la prima volta le porte del Centro direzionale ai visitatori, raccontando la sua storia attraverso filmati e foto d’epoca, fino a svelare i segreti del volo dalla terrazza sulla pista (qui per prenotare).

L’aeroporto dalla terrazza del Centro direzionale

Prima tappa dell’esperienza – che si svolge nel pieno rispetto delle normative anti-Covid – è nella sala convegni dell’edificio, dove viene proiettato un filmato sui lavori di manutenzione delle piste realizzati nel 2017, poi in compagnia del coordinatore operativo security di Gesap, Giovanni Sirchia, si passa dal corridoio dove sono esposte diverse foto storiche dei primi voli, quando si poteva arrivare fino sotto gli aerei prima del decollo. Infine si sale fino alla terrazza, dove con il responsabile dell’Apron management Ugo La Brasca, si approfondiscono gli aspetti tecnici della delicata macchina aeroportuale, i nomi delle piste, i raccordi, le tecniche di atterraggio e di decollo, osservando gli aerei durante il “miracolo” del volo.

Visite all’aeroporto

Sono stati in tanti, tra semplici curiosi e “spotter” appassionati, a raggiungere l’aeroporto nei primi due weekend del festival. “Il bilancio finora è assolutamente positivo, così come le impressioni da parte dei visitatori – fanno sapere dalla Gesap – siamo soddisfatti per questo interesse che si è manifestato e saremo lieti di ripetere questa esperienza con Le Vie dei Tesori anche in futuro, migliorandola e arricchendola ulteriormente”.

Per tutte le informazioni e prenotazioni visitare il sito www.leviedeitesori.com. È attivo, inoltre, il centro informazioni del Festival al numero 0918420000, aperto tutti i giorni dalle 10 alle 18, compresi il sabato e la domenica.

Arriva Banksy, in mostra cento opere dell’artista invisibile

Si inaugura la prima mostra in Sicilia interamente dedicata allo street artist inglese, esposti diversi pezzi originali arrivati in prestito da collezioni private

di Giulio Giallombardo

Esserci solo attraverso l’arte. Usarla come grimaldello per scardinare le coscienze, gridando contro le ingiustizie del mondo. Fare breccia sui muri che separano i popoli, usare l’arma dell’ironia per condannare le atrocità della guerra o il controllo sociale. È il linguaggio iconico di Banksy, l’artista invisibile, che da vent’anni lascia segni del suo passaggio in tutto il mondo, restando in incognito. Alcuni dei suoi dissacranti graffiti sono arrivati a Palermo, esposti nella prima mostra siciliana interamente dedicata alla sua arte clandestina e provocatoria.

Un momento della conferenza stampa al Loggiato San Bartolomeo

“Ritratto di ignoto. Un artista chiamato Banksy”, si inaugura il 7 ottobre e mette insieme oltre 100 pezzi originali dell’artista inglese contemporaneo più conosciuto al mondo, arrivati in prestito da importanti collezioni private. La mostra – che non vede in alcun modo il coinvolgimento dell’artista – si divide tra il Loggiato San Bartolomeo, sito satellite della Fondazione Sant’Elia, e Palazzo Trinacria della Fondazione “Pietro Barbaro”. Oltre alle due fondazioni, è organizzata dall’associazione culturale Metamorfosi, ed è stata inserita nel programma del festival Le Vie dei Tesori, che ha preso il via lo scorso weekend a Palermo.

Una delle sale della mostra al Loggiato

Così, nel chiuso delle sale del Loggiato, come un compendio che ripercorre le tappe dell’avventura artistica di Banksy, scorrono serigrafie e stampe che sono apparse sotto forma di stencil sulle strade delle città del mondo. Come l’ormai celebre “Girl with Balloon”, dipinta per la prima volta nel 2004, su un muro al lato di un ponte della Southbank, a Londra. Oppure come il giovane militante che scaglia un mazzo di fiori di “Love is in the air”, apparso nel 2003 a Gerusalemme, sul muro costruito per separare israeliani e palestinesi nell’area di West Bank. C’è poi l’ambiguo “poliziotto volante”, con le ali e il viso a forma di “smile”, una delle prime immagini iconiche dell’artista; o ancora una versione di “Napalm”, l’immagine con Mickey Mouse e Ronald McDonald che tengono per mano la bimba vietnamita immortalata durante la guerra del 1972 da Nick Ut nella fotografia vincitrice del premio Pulitzer. Ma ci sono anche quattro nuovi lavori mai esposti prima, tra cui “Kids on Guns”, in cui è di nuovo protagonista la bambina con il palloncino, e un ponte simbolico con la nave della ong Sea Watch 4, bloccata al porto di Palermo, ben visibile dalle finestre del Loggiato.

 

A Palazzo Trinacria, come in un’ideale “arca”, rivivono gli animali di Banksy. Una “migrazione” simbolica che accompagna il percorso tra le due sedi, rappresentata dalla comunità degli street artist palermitani che hanno letto, ognuno a suo modo, l’immaginario pop dell’artista inglese su supporti diversi, muri, lamiera, stickers, stencil, graffiti. Al progetto realizzato da Skip La Comune, firmato da Skip e Antonio Valguarnera, partecipano gli artisti Othello, Grafo, Fenix, Waka, Mr. Cens, Boink, Demetrio Di Grado e Daniele Messineo.

Bansky, “Mickey Snake”

Gli animali di Banksy, spiega Gianluca Marziani, uno dei curatori della mostra insieme a Stefano Antonelli e Acoris Andipa, sono “soggetti privilegiati, membri di una comunità aperta che rappresenta l’ingenuità istintiva, l’anarchia innata, la libertà di gridare ciò che gli esseri umani hanno perduto sotto il peso dell’anestesia sociale”. Un trionfo di topi e scimmie suggellato, nella sala-barca di Palazzo Trinacria, da “Mickey Snake”, ovvero Topolino inghiottito da un pitone, una delle sculture-installazioni presentate da Banksy a “Dismaland”, la cupa anti Disneyland aperta dall’artista nel 2015 a Weston-super-Mare, nel sud dell’Inghilterra.

Leoluca Orlando

“Siamo una città che ha rotto i ponti, i muri, i confini: e in questo senso Banksy è palermitano, chiunque egli sia – dice il sindaco Leoluca Orlando, nella sua qualità di presidente della Fondazione Sant’Elia -. Se Palermo non fosse collegata con il mondo sarebbe finta, se non celebrasse la bellezza sarebbe inutile. Ma attenti, proprio la bellezza è un punto d’incontro tra etica ed estetica: se si pensa che sia solo estetica, sarebbe vuota; se si pensa che sia solo etica, sarebbe pesante. Banksy è contenuto e contenitore, forma e scrittura, ha rinunciato al volto ma è conosciuto per il suo nome. E proprio per questo lo sentiamo vicino. Ci ritroviamo nelle sue battaglie, saliamo sulle sue barche, apriamo le sue porte: è un artista 4.0, un passo avanti a noi, ma siamo pronti a seguirlo”.

La mostra resterà aperta fino al 17 gennaio 2021. Per prenotare la visita guidata con Le Vie dei Tesori cliccare qui https://leviedeitesori.com/risultati-di-ricerca/listing/mostra-ritratto-di-ignoto-lartista-chiamato-banksy

Al Salinas prende forma la sala dei tesori etruschi

In occasione de Le Vie dei Tesori a Palermo, uno speciale allestimento al museo archeologico di alcuni dei reperti della collezione Casuccini

di Giulio Giallombardo

Ci vorrebbero chissà quante mostre per esporre l’enorme patrimonio nascosto del Salinas di Palermo. Un museo archeologico vivo, in cui il passato dialoga sempre col presente; un museo che, in attesa della riapertura integrale con il primo e secondo piano, si è rilanciato negli ultimi anni con iniziative trasversali e allestimenti inediti. Come quello inaugurato sabato scorso, dedicato alla collezione Casuccini, una delle più importanti raccolte italiane di reperti etruschi, che giunse al museo palermitano nel 1865.

Uno dei buccheri etruschi in mostra

Una preziosa esclusiva per il festival Le Vie dei Tesori, tornato a Palermo lo scorso weekend, che poi è anche un assaggio del nuovo allestimento permanente della collezione. Sono esposti alcuni dei reperti già ammirati alla mostra “Gli Etruschi a Palermo” all’Albergo delle Povere otto anni fa, ma anche diversi pezzi inediti, che permettono di conoscere più da vicino una delle più misteriose civiltà dell’Italia antica. Così, in quella che era la sala araba del “vecchio” museo, al primo piano, in occasione del festival, si possono ammirare una quarantina di pezzi, tra cui gli antichi sarcofaghi con le figure distese, i vasi in bucchero nero con le scene istoriate della Medusa, una serie di vasi e contenitori dalle scene mitiche e alcuni vasi greci provenienti da necropoli etrusche.

Sarcofago etrusco

“Abbiamo voluto esserci anche quest’anno, in questo momento difficile, con una primizia, che ci auguriamo venga apprezzata dai visitatori del festival – dice a Le Vie dei Tesori News, il direttore del Museo Salinas, l’archeologa Caterina Greco – . Con questa piccola anteprima della sala che ospiterà la collezione Casuccini, abbiamo cercato di dare un’idea di quelle che erano le principali produzioni etrusche e anche le tipologie di materiali importati”. Così, tra i pezzi forti in mostra, ci sono i grandi sarcofaghi caratteristici della cultura etrusca, con il defunto o la coppia di defunti raffigurati “sdraiati” sul coperchio. Esposte, ancora, piccole urne dipinte per le incinerazioni, che raffigurano scene tratte da episodi della mitologia, e, ancora, alcuni tipi di bucchero etrusco, ceramica monocromatica nera, simile al vasellame in bronzo, con alcuni reperti anche di grandi dimensioni. Poi sono presenti alcuni vasi greci, sia a figure nere che rosse, scelti tra i più significativi della collezione, provenienti da necropoli etrusche.

La collezione Casuccini al Salinas

Inoltre, l’allestimento volutamente essenziale, fa risaltare le decorazioni dei pavimenti della sala, tappeti musivi di marmo di epoca mamelucca, risalenti al Quattrocento, e provenienti da palazzi nobiliari del Cairo. Si tratta di pavimenti egiziani donati al Salinas nel 1903 dalla famiglia Iacovelli, ebanisti pugliesi che lavoravano al Cairo e installati poi nella sala araba, in cui Antonio Salinas, allora direttore del museo, raccolse tutti i materiali di produzione islamica e normanna. “Questi bellissimi pavimenti, molto spesso rimasti in ombra – spiega Greco – raccontano un pezzo di storia del museo e, in occasione di questo allestimento, abbiamo voluto valorizzarli come meritano”.

Per informazioni e prenotazioni cliccare qui https://leviedeitesori.com/risultati-di-ricerca/listing/museo-archeologico-a-salinas-collezione-etrusca

Un custode dell’arte innamorato di Palermo

Il mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona apre i suoi gioielli, Palazzo Costantino e Oneto di Sperlinga, in occasione de Le Vie dei Tesori

di Giulio Giallombardo

Una vita per l’arte. Anni passati a inventare musei, promuovere mostre, innescare processi culturali nei suoi luoghi del cuore. La missione di mecenate è già scritta nel suo nome: per Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona promuovere e sostenere la bellezza è un atto di natura, un bisogno primario. Newyorkese di nascita, ma cittadino del mondo, Bilotti ha ereditato questo spirito di condivisione dallo zio Carlo, grande collezionista del secolo scorso, amico di De Chirico, Warhol, Lichtenstein, Dalì e altri artisti, a cui oggi è intitolato il Museo dell’Aranciera di Villa Borghese a Roma.

Roberto Bilotti con Jannis Kounellis

Attivo nella Capitale, ma anche a Salerno, Rende e Cosenza, da un po’ di anni, Roberto Bilotti è innamorato di Palermo. È qui che ha investito gran parte delle sue energie e risorse, con l’acquisto di alcuni palazzi storici, tra cui il settecentesco Palazzo Costantino, che con il limitrofo Palazzo Di Napoli, si affaccia su uno dei Quattro Canti, e Palazzo Oneto di Sperlinga, in via Bandiera, destinato a diventare presto un museo d’arte contemporanea con una collezione stabile. “L’arte ha senso solo se condivisa e se tutti possono fruirne, – spiega Bilotti a Le Vie dei Tesori Newsio mi sento più custode che proprietario dei beni che possiedo, è dunque quasi un obbligo sociale per me cercare di far conoscere a quante più persone, palazzi e opere d’arte che sono pezzi di storia della città”.

Affresco di Giuseppe Velasco a Palazzo Costantino

Per questo, Bilotti, con la generosità che lo accompagna, ha scelto di aprire le porte di Palazzo Costantino – che è stato una delle sedi di Manifesta – e Palazzo Oneto, in occasione del Festival Le Vie dei Tesori, che dal 3 ottobre, fino all’8 novembre, torna a Palermo per la 14esima edizione. “Questa manifestazione è un’occasione per rendere ancor più viva la città, – sottolinea Bilotti – è un festival di qualità che vanta un’offerta culturale importante. Una macchina organizzativa virtuosa che ha il suo punto di forza nella sinergia tra pubblico e privato”.

Affresco di Martorana raffigurante Diana e Endimione a Palazzo Costantino

La collaborazione con Le Vie dei Tesori nasce sul solco del rapporto ormai viscerale che lega Bilotti al capoluogo siciliano. Negli anni, il mecenate ha sostenuto la nascita di Dimora Oz, residenza d’artista a Palazzo San Giuseppe; il progetto artistico “La Gabbia d’oro” di Alfredo Pirri nella Chiesa del Giglio e il restauro di Palazzo Burgio di Villafiorita. Bilotti, inoltre, ha donato 200 opere alla Galleria d’arte moderna, quattro sculture marmoree dal ‘400 all’800 a Palazzo Sant’Elia, alcuni dipinti settecenteschi a Palazzo Comitini e un rilievo parietale di Ignazio Marabitti nella sezione museale di Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza.

Colonne nell’atrio di Palazzo Costantino

Palazzo Costantino resta per Bilotti croce e delizia. Fu acquistato circa 20 anni fa per farne un albergo-museo, ma per lungaggini burocratiche l’affare è saltato e oggi l’edificio ha sempre più bisogno di un restauro per portarlo ai fasti di un tempo. “Il problema per palazzi come questo – spiega il mecenate – è che il costo di restauro a volte è superiore al valore stesso dell’immobile e la destinazione d’uso si restringe. Per la sua posizione strategica, nel cuore del centro storico, mi sarebbe piaciuto trasformarlo nel museo della città, ma non ce l’abbiamo fatta”. Oggi l’intenzione è di venderlo a chi possa valorizzarlo come merita, e qualcosa sembra adesso muoversi. “Ci sono gruppi anche internazionali che esprimono un certo interesse – ammette Bilotti – , l’ambito resta quello alberghiero o degli art-hotel, ma è ancora tutto da capire, anche perché quello che stiamo vivendo è un periodo drammatico soprattutto per il settore ricettivo”.

Le “allegorie delle virtù” di Martorana

Intanto, potranno goderselo cittadini e turisti, tutti i weekend de Le Vie dei Tesori a partire da sabato 3 ottobre con una speciale visita serale, dalle 18 alle 22,30 (qui per prenotare). Un’apertura eccezionale di un bene normalmente inaccessibile, che, seppur spogliato dei suoi arredi, venduti o trafugati negli anni, rimane affascinante testimonianza di un’epoca, con le sale affrescate da Gioacchino Martorana, Giuseppe Velasco, Elia Interguglielmi e Gaspare Fumagalli. C’è poi l’opulenza della corte con le colonne e i capitelli scolpiti da Ignazio Marabitti, lo scalone d’onore che conduce al vestibolo del piano nobile con i balconi che si affacciano su via Maqueda e la cavallerizza, antica rimessa di carrozze e cavalli.

Soffitto di Palazzo Oneto di Sperlinga

L’arte contemporanea, invece, è di casa a Palazzo Oneto di Sperlinga, che tornerà adesso visitabile, dopo essere stato aperto lo scorso anno proprio in occasione del Festival. Questa volta farà parte dell’Itinerario contemporaneo curato come sempre dalla giornalista e storica dell’arte, Paola Nicita, che ogni anno propone percorsi inediti alla scoperta di studi d’artisti e atelier. Chiuso per cinquant’anni, il settecentesco Palazzo Oneto adesso è un cantiere aperto, dove sono in corso i lavori di restauro che lo trasformeranno in un museo d’arte contemporanea. In occasione del Festival, ospiterà alcune installazioni affidate ad artisti e architetti di respiro internazionale come Emanuele Lo Cascio, Francesco Santoro e Luca Bullaro (qui per prenotare). “Siamo ormai in dirittura d’arrivo – dice Bilotti – tranne ritardi dell’ultimo minuto, il restauro terminerà entro la fine dell’anno. Quindi sarà regolarmente aperto al pubblico. Abbiamo già in programma alcune mostre che terranno vivo il palazzo, mentre altre opere faranno parte di una collezione permanente. È importante questo connubio tra antico e contemporaneo, l’arte ha la forza di far rivivere questi antichi palazzi evocandone le storie”.

(La prima foto grande in alto è di Tullio Puglia per il mensile Gattopardo)

Le Vie dei Tesori News

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