Rinasce Palazzo Dato, fantasmagoria liberty scampata al “sacco” di Palermo

Restauro di uno degli edifici di gusto modernista più originali della città. Un piccolo capolavoro risparmiato dai bombardamenti e salvato dalla demolizione

di Giulio Giallombardo

Le linee sinuose dei prospetti rosso e ocra. Occhi sopra i balconi che sembrano spiare i passanti, bocche spalancate sulle finestre, decorazioni che sbucano fuori da un vortice di curve. Palazzo Dato, è un pezzo di liberty dal respiro europeo trapiantato nel centro di Palermo, in via XX Settembre. Un piccolo capolavoro risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e salvato dal “sacco”, adesso coperto da un ponteggio per un atteso intervento di restauro, tuttora in corso e che terminerà entro l’anno.

Particolare del restauro

E pensare che questo gioiello costruito a partire dal 1893, nato dall’estro di Vincenzo Alagna, stava per essere demolito negli anni ’50 del secolo scorso, per far spazio a nuove palazzine. Una sorte comune a tanti altri edifici liberty – Villa Deliella è l’esempio che li rappresenta tutti – scongiurata in questo caso grazie alla resistenza di Francesco Agnello Dara, erede dei proprietari. “Mio padre fu l’unico che si oppose alla vendita del palazzo, che sarebbe stato demolito”, racconta a Le Vie dei Tesori News il figlio Gianfrancesco Agnello, oggi proprietario di uno degli appartamenti. “Alcuni cugini – spiega – volevano vendere a un costruttore che in cambio avrebbe dato loro degli appartamenti del nuovo palazzo da edificare al posto del vecchio, ma mio padre, che era nato in quell’edificio, si oppose con tutte le sue forze, scongiurando la vendita e la demolizione”.

Restauratori al lavoro

Pronipote del barone Dara, che acquistò il palazzo per 100 lire dell’epoca, e nipote di Giuseppina, Gianfrancesco Agnello – cugino della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, che ricorda il soggiorno in quel palazzo nel romanzo “Via XX Settembre” – è adesso promotore del restauro conservativo del palazzo, realizzato grazie al bonus facciate. I lavori sono condotti dalla Edil Sacif, con i restauratori dello studio Simplex Architecture di Palermo. “Le maestranze stanno lavorando per far tornare alla luce i colori originari – ha spiegato Agnello – le decorazioni non saranno ritoccate, ma si procederà alla pulitura, intervenendo su quelle parti a rischio di distacco”.

Balconi al primo piano

All’interno gli appartamenti erano tutti affrescati, ma purtroppo i dipinti sono stati quasi tutti ricoperti negli anni. Resiste ancora qualcosa nei soffitti del pianterreno, dove adesso si trova una parruccheria. “Mi auguro di poter recuperare almeno qualche scorcio degli affreschi nel mio appartamento,  tirando via il ducotone utilizzato per coprirli, – dice Agnello – ma intanto sono felice di questo restauro dei prospetti, che ne avevano tanto bisogno”.

Palazzo Dato coperto dal ponteggio

Sono i viaggi in Europa a ispirare Vincenzo Alagna alla realizzazione delle decorazioni di Palazzo Dato. L’ingegnere palermitano, più distaccato dal modello di Ernesto Basile, portò in città un liberty più vicino al gusto francese e belga, affascinato da suggestioni neobarocche. “Gli elementi classici dei prospetti ottocenteschi – scrive Adriana Chirco, storica dell’arte e presidente della sezione di Palermo di Italia Nostra – sono rivisitati secondo il gusto liberty con linee mosse e voluttuose, in un turbinio di curve, che sopra i balconi assumono quasi sembianze antropomorfe”. Colori e decorazioni che presto torneranno al loro antico splendore.

La magia del fortino sommerso, inaugurato nuovo percorso di visita a Sambuca

Fine settimana speciale con le visite guidate al Mazzallakkar, organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane

di Giulio Giallombardo

Una grande chioccia che va lontano. Si muove a piccoli passi, custodendo dentro la sua conchiglia un carico di bellezza. Occupa piazze, si arrampica sui palazzi e si ferma a riposare sulle panchine. Il piccolo animale è il simbolo di Sambuca di Sicilia, borgo che si è lasciato ispirare dalla sua lentezza, sulla scia di antiche tradizioni secondo cui il popolo sicano fosse ghiotto di lumache. I sambucesi, a cui si accompagna la nomina di “babbaluciari”, sono paladini di quel virtuoso vivere lento che ha contribuito a rilanciare negli anni il loro territorio. Dal titolo di Borgo dei Borghi 2016 al boom delle case a un euro, per rigenerare il centro storico, Sambuca non si ferma e guarda avanti, puntando sulla cultura.

La scultura di Enzo De Luca a Palazzo Panitteri

Lo ha fatto ieri inaugurando il percorso di visita al fortino Mazzallakkar, misteriosa architettura che riemerge ogni sei mesi dalle acque del lago Arancio, e prima ancora scoprendo una scultura realizzata dall’artista sambucese Enzo De Luca: una gigantesca lumaca in ferro arrampicata sulla facciata di Palazzo Panitteri, sede del museo archeologico, che si appresta a diventare anche un hub culturale. Una festa che prosegue questo weekend, sabato 17 e domenica 18 luglio, con le visite al Mazzallakkar organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune di Sambuca, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane.

Le mura del Mazzallakkar

Partendo dalla Cantina Ulmo di Planeta, circondati dai vigneti, si raggiunge il fortino attraverso un comodo sentiero, che arriva fino alle rive del lago Arancio. Lì si trova parzialmente riemerso il grande recinto di pietra con le torri agli angoli, due delle quali ancora ben visibili. Inizialmente il Mazzallakkar fu considerato un fortino di epoca musulmana, sulla base di raffronti con fortezze magrebine e mesopotamiche. Ma studi più recenti, hanno messo in dubbio il suo carattere di fortezza, data la posizione poco adatta alla difesa, ipotizzando che possa trattarsi in realtà di una masseria fortificata del Cinquecento, ispirata forse ad architetture maltesi. Per raccontare la storia del fortino, è stato realizzato per l’occasione un nuovo allestimento del Country Museum Iter Vitis srotolato in 16 pannelli illustrativi, all’interno di un’antica struttura vicino al lago.

 

Fu proprio l’invaso artificiale, costruito a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso nella vallata conosciuta come la “Zona dei mulini”, a sommergere il fortino. Il progressivo abbassamento del livello dell’acqua ha fatto riemergere l’antica costruzione, valorizzata adesso da fasci di luce che si accendono al tramonto e da un percorso tracciato da paletti bianchi, segnati con la lettera “M”. Tanti i presenti all’inaugurazione ieri sera, accolti dalla famiglia Planeta, tra cui l’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà, il sindaco di Sambuca, Leo Ciaccio, il vicesindaco Giuseppe Cacioppo, l’amministratore delegato di Planeta, Alessio Planeta, il presidente della Federazione Strade del Vino di Sicilia, Gori Sparacino, il soprintendente ai Beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, Laura Anello, e tutto il gruppo di lavoro delle Vie dei Tesori.

L’assessore Alberto Samonà

“Questo è un luogo unico che racconta emozioni – ha dichiarato l’assessore Samonà, che ha annunciato una campagna di scavi archeologici nell’area del fortino nel 2022 – sentire il lago Arancio e guardare i ruderi di questo fortino dà grandi emozioni. È un patrimonio che dovrebbe essere scoperto dai siciliani e dai tantissimi turisti che vengono qui e non sospettano che per alcuni mesi all’anno risorge dalle acque questa meraviglia”. Il sindaco di Sambuca, Leo Ciaccio, ha battezzato il nuovo percorso, parlando di una “scommessa che vogliamo vincere grazie alla collaborazione di tutti. Si sta costruendo attorno a questo luogo qualcosa di importante e mi auguro che siano in tanti a venirlo a visitare”. Ma il Mazzallakkar sarà finalmente un luogo raccontato. “È un monumento dalla storia controversa – ha detto Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori – un luogo speciale sulla strada tra Palermo e Sciacca, un fondaco dove ci si fermava, ma anche forse un luogo che custodiva il grano dalle incursioni dei pirati. Un posto reso ancor più bello dal lago e dai filari di vite che creano un’atmosfera unica”.

Laura Anello insieme al sindaco Leo Ciaccio e all’artista Enzo De Luca

Sambuca si conferma così piccolo avamposto culturale e turistico, grazie anche a un nuovo progetto targato Airbnb, dopo che il colosso degli affitti aveva già messo in rete qualche anno fa un appartamento d’artista all’interno di Palazzo Panitteri. Adesso, il borgo agrigentino si prepara a ospitare una nuova iniziativa della piattaforma digitale, ancora in lavorazione, legata alla valorizzazione delle case a 1 euro, i cui particolari saranno presto resi noti. Inoltre, sempre nel palazzo sede del museo archeologico, nascerà un hub territoriale di comunità grazie al progetto della cooperativa Kòrai, in partenariato con il Comune. “La riqualificazione degli spazi con la creazione di nuovi servizi, di una struttura di coordinamento delle attività culturali e di un piano di co-gestione pubblico-privata – hanno spiegato i promotori del progetto – mira a istituire il centro nevralgico di un sistema culturale dei beni del borgo, della chora selinuntina e delle Terre Sicane, in grado di aggregare e mettere a sistema le diverse risorse culturali del territorio”.

INFO SULLE VISITE AL MAZZALLAKKAR

Visite dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, organizzate da Le Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune di Sambuca, la Regione Siciliana, Planeta e La Strada del Vino Terre Sicane. Per la visita è previsto un contributo di 3 euro, coupon su www.leviedeitesori.it oppure a questo link. Nell’occasione Planeta, dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 21, proporrà una degustazione di prodotti del territorio sotto le volte dello splendido patio storico della cantina. Per prenotarla: 0925.1955460.

Riaffiora il portico trecentesco dello Steri: nascerà un giardino

Recuperata un’area che faceva parte del primo impianto di Palazzo Chiaramonte. Andrà ad arricchire il percorso di visita del Rettorato dell’ateneo palermitano

di Giulio Giallombardo

Torna a rivedere la luce il primo nucleo dello Steri. Grandi lavori a Palazzo Chiaramonte, sede del Rettorato dell’Università di Palermo, dove prende forma un’anima sempre più museale. Durante i lavori di scavo alle spalle delle carceri dell’Inquisizione, è stato scoperto il portico, con archi a sesto acuto, che faceva parte del primo impianto trecentesco del palazzo. Adesso, questa nuova area all’aperto recuperata, che comprende anche il vecchio pavimento, sarà inaugurata il prossimo 19 luglio e si prepara a far parte del percorso di visita del palazzo.

Il pavimento trecentesco

“Abbiamo portato avanti con grande soddisfazione questo intervento che riguarda la parte più antica dello Steri – dice a Le Vie dei Tesori News, Paolo Inglese, direttore del Simua, il Sistema museale d’ateneo – stiamo muovendo i primi passi per ricostruire il viridarium del palazzo, che comprende il chiostro trecentesco e il pavimento che è stato recuperato. Daremo l’avvio alla realizzazione di un giardino che speriamo di poter continuare a far crescere negli anni”.

Trifora con rosoni a Palazzo Chiaramonte

Il portico ritrovato è solo una delle novità che stanno cambiando il volto dello Steri. Il 14 luglio – fa sapere ancora Inglese – si inaugura il Munipa, il Museo dell’Università, la più completa raccolta di dati sull’ateneo palermitano che sia stata mai realizzata. “Finalmente – dice Inglese – l’Università apre se stessa completamente, identificandosi sempre più con la città”. Mentre il 12 luglio arrivano dai depositi del Museo Salinas gli oltre 100 reperti che raccontano due secoli di vita quotidiana dello Steri (ve ne abbiamo parlato qui). Saranno in mostra piatti, bicchieri di vetro, vasi da cucina e perfino dadi da gioco: tutti pezzi che torneranno dopo 50 anni lì dove furono scoperti da Vincenzo Tusa, nel corso degli scavi condotti nel 1973 a Palazzo Chiaramonte.

Iscrizioni nelle carceri dell’Inquisizione

Dopo l’inaugurazione del nuovo allestimento della Vucciria di Guttuso, che ha ripreso posto nell’antica sala delle Armi (ve ne abbiamo parlato qui), nei prossimi giorni prenderà corpo anche il progetto “Graffiti Art in prison”, un viaggio tra arte, storia e scienza che dall’Inquisizione spagnola arriva fino ad oggi. Ne farà parte una nuova app che arricchirà l’esperienza di visita alle carceri dello Steri.

Amarcord a Borgo Vecchio: c’era una volta il cinema Archimede

Ormai chiuso da quarant’anni, è stato punto di riferimento degli abitanti del quartiere palermitano. I ricordi del proiezionista con la sala piena e un’edizione speciale di “Via col Vento”

di Giulio Giallombardo

Ricordi in celluloide tra i vicoli di Borgo Vecchio. C’è stato un tempo in cui i cinema erano spazi conviviali che animavano i quartieri. Si entrava in sala dopo pranzo e si usciva per cena, rivedendo lo stesso film per tutto il pomeriggio. Luoghi come il cinema Archimede, in via Borgo Nuovo, stretta stradina che corre parallela alla via Ximenes, cuore pulsante del quartiere nel centro di Palermo. Oggi di quella sala cinematografica rimane soltanto l’insegna esterna, con qualche lettera in meno. Una meteora durata trent’anni, tramontata all’inizio degli anni ’80, quando il Cine Archimede chiuse per sempre la sua programmazione, come tanti altri cinema della città.

Francesco Paolo Orlando

Lo ricorda bene Francesco Paolo Orlando, che lì trascorse la sua giovinezza dando una mano al padre che faceva la maschera. Grazie a lui negli anni ’60 del secolo scorso si proiettavano le pellicole all’Archimede. Adesso che di anni ne ha 74, ricorda con le lacrime agli occhi quei giorni i cui ancora prima dell’apertura del cinema, c’era un lunga fila di gente in attesa per entrare. “Era un’istituzione per Borgo Vecchio, fino all’ultimo spettacolo era sempre pienissimo”, racconta Orlando, che da oltre vent’anni vive a Scorzè, in provincia di Venezia, adesso in pensione dopo aver lavorato come elettricista alla Fincantieri di Marghera.

Costruito nella metà degli anni ’50, il cinema Archimede è stato un punto di riferimento per gli abitanti del quartiere. Sul suo schermo scorrevano pellicole popolari diventate iconiche, come le saghe di Maciste o di Bruce Lee, i western all’italiana, i film di Franchi e Ingrassia e di Gianni Morandi. Gestito per anni da una famiglia di impresari che aveva altre sale in città, l’Archimede era uno di quei cinema di comunità, raccontati da pellicole come “Splendor” di Ettore Scola o “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

L’ex cinema Archimede

Come il piccolo Totò, protagonista del film Premio Oscar nel 1989, anche Francesco Orlando si è avvicinato al cinema mosso da curiosità e passione. “Ho fatto questa esperienza grazie a mio padre Giovanni, maschera dell’Archimede, che tutti continuavano a chiamare ‘zu Ciccio’ come chi lo aveva preceduto – ricorda Orlando – . Un giorno l’operatore era assente e poiché io avevo già visto come si montava la pellicola, l’ho sostituito. Da quel momento è iniziata la mia avventura di proieizionista che ho portato avanti per cinque anni”.

Di ricordi ne ha tanti, come le sale piene le domeniche, quando “si incassavano almeno 200mila lire e i biglietti ne costavano 150. Si lavorava tantissimo – racconta il pensionato – anche se ai miei tempi c’erano già i proiettori di ultima generazione, per cui non occorreva cambiare la bobina tra il primo e il secondo tempo”. Erano gli anni in cui Sean Connery impazzava nei panni di James Bond, lo 007 diventato un mito con la sua Aston Martin nel film “Goldfinger”. “Ricordo – prosegue Orlando – che nel 1964 il film era in prima visione e, per l’occasione, a Palermo arrivò la mitica vettura di 007, esposta nelle vetrine di un rivenditore d’auto di lusso dalle parti di via Emerico Amari”.

Via Borgo Nuovo

Tra i ricordi più belli, quando al Cine Archimede fu proiettato “Via col Vento”, un evento per Borgo Vecchio. “Dalle suore Paoline avevamo recuperato una pellicola del film in formato ridotto a 16 millimetri, anziché il classico 35 – racconta il pensionato – ma il gestore del cinema riuscì ad adattare la pellicola al nostro proiettore, così recuperammo quel capolavoro che non si vedeva ormai da anni nelle sale. Fu una vera festa”.

Oggi l’Archimede è in totale abbandono. Porte e finestre chiuse da pannelli in legno, con file d’auto parcheggiate davanti. Della sua memoria si sono quasi perse le tracce, se non fosse per quell’insegna che lo ricorda (finché resisterà) e per i tanti che lo hanno frequentato fino agli anni ’80. Una storia di tempi andati che non impedisce il sogno di un recupero dell’ex cinema, magari un giorno, trasformato in centro culturale o nuovo luogo di socialità per Borgo Vecchio. “Ho visto una foto di come è ridotto oggi – conclude Orlando – è mi è venuto un magone”.

Casina di caccia dell’Ottocento in vendita nel Parco d’Orleans

Era uno dei beni appartenuti a Giuseppe Reggio, principe di Aci, che si trovano nello storico polmone verde di Palermo. Oggi è in cerca di nuovi proprietari insieme a due ettari di agrumeto

di Giulio Giallombardo

È uno degli ultimi lembi di Conca d’Oro di Palermo, risparmiati dal cemento. Parte di ciò che resta del grande parco di Luigi Filippo d’Orleans, lungo l’originario tracciato del fiume Kemonia, è in vendita con tanto di “castello”. Sono due ettari di agrumeti che comprendono l’ottocentesca casina di caccia appartenuta a Giuseppe Reggio, principe di Aci, lo stesso che alla fine del Settecento fece costruire il vicino castelletto oggi in abbandono in corso Pisani. È una porzione del Parco d’Orleans, oggi di proprietà privata, che è stata messa in vendita per 850mila euro insieme alla storica casina di 400 metri quadrati, nascosta tra gli agrumi e gli edifici della città universitaria.

La casina di caccia

Nell’annuncio di vendita – curata dall’agenzia immobiliare Cajozzo Re – si parla anche di una “grotta millenaria” di 200 metri quadrati, adesso trasformata in magazzino per gli attrezzi. La casina di caccia, interamente da ristrutturare, è composta da due piani con una terrazza sul tetto merlato e una torretta ottagonale con vista sul parco da un lato e sui palazzi di corso Pisani, dall’altro. Nonostante il bene sia in vendita da tempo, non ha ancora trovato nuovi proprietari, anche se – fanno sapere dall’agenzia immobiliare – ci sarebbero alcune trattative in corso.

Terreni in vendita

Tanti sono stati i proprietari che si sono avvicendati nell’area nel corso dei secoli. Sin dal Quattrocento quando il ricco mercante Onorio Garofalo aquista i terreni della vallata, chiamata in seguito Valle di Onorio e poi Fossa della Garofala. Dopo diversi passaggi di mano, all’inizio dell’Ottocento il principe di Aci prende in enfiteusi parte di queste terre molto fertili, dove impianta una moderna stazione sperimentale di agraria, fino al 1820, quando viene ucciso durante una rivolta. Dal 1810 i duchi d’Orleans acquistano terreni e edifici del parco e mantengono la proprietà fino al 1940, quando viene requisita dal regime fascista come bene straniero. Negli anni ’50 del secolo scorso, Enrico Roberto, conte di Parigi, successore al trono di Francia, vende quaranta ettari di terreno all’Università di Palermo e nel 1954 Palazzo d’Orleans e una parte del parco vengono acquistati dalla Regione Siciliana.

 

Quello che è in vendita oggi è un pezzo di agrumeto, che secondo gli studiosi, rappresenta “l’ultima pagina della storia agrumicola della Conca d’Oro – si legge in una pubblicazione sui giardini degli Orleans nella Fossa della Garofala  – quella che vede la diffusione del mandarino in seguito alla crisi del limone dovuta a ragioni sanitarie e commerciali. L’agrumeto, di stampo ottocentesco, con i manufatti delle antiche tecnologie irrigue, è una magnifica occasione per ricordare e far rivivere una storia agricola di grande importanza”.

La grotta adibita a magazzino

La casina di caccia risale ai primi dell’Ottocento e ha un prospetto simmetrico. Semplice nelle forme, spicca la sua torretta merlata da cui il principe di Aci era solito affacciarsi per avvistare la selvaggina. Al suo interno, nasconde anche l’accesso a un qanat. “È un immobile molto particolare e non è facile trovare gli acquirenti giusti – spiegano dall’agenzia immobiliare – è un tipo di edificio di nicchia e non tutti sono disposti a fare questo tipo di investimento”.

(Le foto sono state concesse dall’agenzia immobiliare Cajozzo Re)

Farm Cultural Park festeggia il compleanno e inaugura nuovi spazi

Aprono nuovi spazi di Palazzo Micciché con le mostre della biennale  Countless Cities, che si presenta al New European Bauhaus della Commissione Europea

di Giulio Giallombardo

Una dirompente rigenerazione urbana lunga 11 anni. Farm Cultural Park, fucina artistica che ha regalato un nuovo volto a Favara, festeggia il compleanno aprendo una nuova ala di Palazzo Miccichè, uno degli spazi espositivi del progetto creativo nato dall’intuizione dei coniugi Andrea Bartoli e Florinda Saieva. Un sogno nato tra i cortili della città agrigentina che è cresciuto di anno in anno, riplasmando spazi abbandonati, coinvolgendo artisti e diventando punto di riferimento per la comunità.

Padiglione Hong Kong curato da Manuela Catania

Farm si prepara a festeggiare i suoi 11 anni con due giorni fitti di incontri e inaugurazioni, il 25 e 26 giugno, presentando la seconda edizione di Countless Cities, la biennale delle città del mondo nata nel 2019, al New European Bauhaus, iniziativa della Commissione Europea, che mette insieme  estetica e accessibilità per rendere più vivibile il Pianeta. Un’edizione quella del 2021 – inizialmente prevista a marzo, ma poi partita a maggio a causa della pandemia – che esplora i diversi temi dell’abitare, incrociando lavori e mestieri che rispondano a sfide sociali e ambientali, fino alle strategie per migliorare i processi di educazione al mondo vegetale, ricostruendo un nuovo rapporto tra uomo e piante.

“Human Forest” a Palazzo Miccichè

Una grande rete diffusa di 25 padiglioni dedicati ad altrettante città, in cui artisti, architetti, creativi e fotografi, con linguaggi trasversali, raccontano le buone pratiche e le idee innovative per rendere più vivibili gli spazi urbani. In occasione della festa di Farm Cultural Park, protagonista sarà ancora una volta Palazzo Miccichè, residenza nobiliare di fine ‘800, aperta dopo anni di abbandono nel 2019, in occasione della prima biennale. Messo in sicurezza e reso parzialmente fruibile, è stato teatro del progetto Human Forest, un vero e proprio tripudio di verde tra le mura del palazzo, ricoperto da una varietà di piante tra cui edere, palme tropicali, felci e cespugli vari.

Elefante di ROA all’interno dei Sette Cortili

Adesso, i nuovi spazi recuperati di Palazzo Miccichè ospiteranno i padiglioni di Prato, Bruxelles, Pittsburgh, Tangeri, Bangkok e due piccoli borghi italiani: Borca di Cadore, in provincia di Belluno, e Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro. Nelle stanze di Palazzo Cafisi, altro spazio espositivo di Farm, apriranno i padiglioni di Tirana, San Paolo, Napoli, mentre all’interno dei Sette Cortili, cuore del progetto, nella galleria Farm XL si inaugureranno i padiglioni di Hong Kong, Puebla e Santiago del Cile. Nel giardino Riad Farm, aprirà il padiglione dedicato a Palermo, curato dall’urbanista Maurizio Carta, mentre nel nuovo spazio Quid Vicolo Luna sarà inaugurato il padiglione dell’Aquila.

Riad Farm

A dare il via al compleanno di Farm, sulla terrazza di Palazzo Miccichè con vista sui tetti e sulla maestosa Cattedrale di Favara, il 25 giugno alle 18, un incontro dedicato ai temi della biennale. Saranno presenti architetti, artisti, docenti e analisti, tra cui, in collegamento da remoto, Alessandro Rancati del Centro comune di ricerca della Commissione Europea.

I Sette Cortili

“In questi anni abbiamo fatto tanto e siamo molto felici – commenta Florinda Saieva, direttore generale di Farm Cultural Park e cofondatrice insieme a Andrea Bartoli – ma le cose più belle non le abbiamo fatte noi, ma la città che ha risposto a questo progetto, investendo e creando tutta la parte legata ai servizi. Senza ristoranti, b&b, e tutto quello che ruota intorno a Farm, probabilmente oggi il progetto non avrebbe questa forza. Sono passati 11 anni, ma quello che c’è da fare è più di quello fatto. Non ci arrendiamo, – conclude – per noi sarebbe già tanto riuscire a fare nei prossimi 10 anni quello che abbiamo fatto finora”.

(Nella prima foto grande in alto l’installazione “Favara Lido” dello Studio Lemonot)

La casina di caccia nascosta nel bosco: c’era una volta il regno dei marchesi Artale

Restano solo i ruderi del settecentesco edificio appartenuto a una delle famiglie nobiliari più influenti del territorio di Trabia

di Giulio Giallombardo

È ormai un tutt’uno con la natura. Pareti trasformate in scenografiche quinte verdi, pavimenti inghiottiti dalle radici, chiome degli alberi a fare da tetto. Oggi rimane ben poco della settecentesca casina di caccia dei marchesi Artale, insieme ai più noti Lanza, all’epoca una delle famiglie nobiliari più influenti del territorio di Trabia, nel Palermitano. Il loro rifugio era una residenza immersa nel bosco che porta il loro nome, a 750 metri d’altezza, sul monte Sant’Onofrio che fa parte dell’estesa riserva naturale Pizzo Cane, Pizzo Trigna e Grotta Mazzamuto, alle spalle di Altavilla Milicia e Trabia.

Ruderi della Casina Artale

Siamo nel regno del marchese Giuseppe Artale Procobelli, marchese di Collalto, che a Palermo viveva nello sfarzoso palazzo con vista sulla Cattedrale, in piazzetta Sett’Angeli (l’attuale Palazzo Artale Tumminello). La residenza di campagna era sulle colline di Trabia, dove oggi si trova un complesso alberghiero, mentre nel fitto dei boschi sorgeva la casina di caccia. Difficile immaginare che quei ruderi, una volta, furono luogo di ritrovo dei nobili del tempo, che tra una battuta di caccia e l’altra, furono ospiti del marchese. Oggi neanche d’alto si riesce ad avere un’idea del suo aspetto originario, dal momento che i resti sono stati ormai quasi del tutto avvolti dal bosco.

Muro della riserva di caccia

Raggiunta la casina, a cui si può arrivare da più di un sentiero della riserva, ci si trova davanti ai ruderi di un edificio ormai quasi del tutto scomparso. Oltre a qualche parete che resiste, ci sono ancora alcuni archi d’accesso al corpo basso, dove si trovavano le stalle, i magazzini e le abitazioni della servitù. Non c’è traccia ormai del piano nobile, dove soggiornava il marchese con i suoi ospiti. Nell’area intorno alla casina – un edificio di duemila metri quadrati con un cortile interno – si vede ancora chiaramente parte del muro settecentesco che delimitava la riserva di caccia, secondo la leggenda, fatto costruire dal marchese dai vagabondi che si aggiravano nella zona, ospitati in cambio del lavoro.

 

La casina fu venduta alla fine dell’Ottocento e da allora iniziò il lento declino che arriva fino ai nostri giorni. Pare che un tentativo di recupero fu avviato tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, ma tutto si arenò per diverbi con i proprietari dei terreni su cui si trovano i ruderi, pur essendo in un’area demaniale. Un altro segno della presenza degli Artale è rimasto nei due pilastri settecenteschi che segnavano l’ingresso dalla riserva di caccia, su cui furono addossati negli anni ’60 alcuni edifici di servizio oggi abbandonati, che si trovano all’inizio del sentiero Sant’Onofrio, il più esteso della riserva. Lungo il percorso, inoltre, ci si imbatte nei ruderi della stazione Buonriposo, antico edificio per il cambio dei cavalli lungo la regia trazzera. Non c’è più traccia, infine, della tomba degli Artale, un mausoleo piramidale che si trovava più giù, sul litorale della Vetrana, dove adesso sorge uno stabilimento balneare.

L’ingresso monumentale della riserva di caccia

Se poco o nulla rimane dei beni storici presenti nella riserva, a parte il trecentesco eremo di San Felice, gestito dall’associazione Amici di San Felice, a colmare il vuoto lasciato dal tempo, ci pensa la natura. Il territorio dell’area protetta, con la sua varietà di paesaggi, è un trionfo di macchie e arbusteti mediterranei, fino ad addentrarsi nelle cime più alte in fitti querceti, oltre che sugherete. “Ci troviamo in un territorio molto ricco sia dal punto di vista naturalistico, che antropologico e archeologico – spiega Salvatore Zizzo, operatore culturale e presidente dell’associazione Amici di San Felice – . Ci sono ancora tanti siti inesplorati e su cui non sono mai state condotte ricerche. Come, ad esempio, un’area archeologica segnata sulle mappe, ma mai scavata, sotto cui si troverebbe una necropoli di epoca bizantina”.

(Foto: Giulio Giallombardo)

Dai depositi del Salinas allo Steri: reperti tornano a casa dopo 50 anni

In arrivo un nuovo allestimento con oltre cento oggetti, che raccontano due secoli di vita quotidiana a Palazzo Chiaramonte

di Giulio Giallombardo

Un tesoretto di oltre cento reperti che raccontano due secoli di vita quotidiana dello Steri: piatti, bicchieri di vetro, vasi da cucina e anche dadi da gioco. Torneranno dopo 50 anni lì dove furono scoperti da Vincenzo Tusa, i reperti degli scavi condotti nel 1973 a Palazzo Chiaramonte. Una collezione inedita che attualmente è custodita nei depositi del museo Salinas di Palermo, sarà trasferita al piano terra dello Steri, sede del Rettorato, accanto alla sala delle Armi, dove recentemente è stato inaugurato il nuovo allestimento della Vucciria di Renato Guttuso (ve ne abbiamo parlato qui).

Lo Steri di Palermo

Si tratta di un consistente lotto di 112 reperti che vanno dal Trecento fino a tutto il Quattrocento, dall’epoca chiaramontana a quella dei vicerè. Pezzi unici che provenivano dal luogo di raccolta dei rifiuti dello Steri, recuperati dall’allora Soprintendenza alle Antichità della Sicilia occidentale, in quello che è stato il primo scavo urbano medievale di una certa importanza fatto a Palermo. Torneranno allo Steri grazie a una convenzione stipulata tra il museo archeologico Salinas e l’Università degli Studi di Palermo, con il consenso dell’assessorato e del dipartimento regionale ai Beni culturali, che prevede il comodato d’uso per i reperti da musealizzare.

Il museo Salinas

“È un’operazione culturale molto significativa da tanti punti di vista – spiega a Le Vie dei Tesori News, la direttrice del museo Salinas, Caterina Greco – . Prima di tutto perché questi reperti provengono da uno scavo storico fatto in un’epoca in cui l’archeologia medievale era in qualche modo pionieristica in Italia e soprattutto in Sicilia. Poi perché questi oggetti torneranno nel loro contesto di provenienza, nel palazzo del potere della Palermo tardomedievale e rinascimentale. Un musealizzazione, dunque, che è anche una restituzione alla città di beni che abbiamo custodito per mezzo secolo e che adesso saranno per la prima volta fruibili”.

Opificio arabo dello Steri (foto Davide Mauro, Wikipedia)

L’allestimento è ancora in lavorazione, ma – salvo sorprese – dovrebbe essere inaugurato entro la fine di giugno. I reperti in mostra saranno vasi da mensa, forme da dispensa e da cucina, vettovaglie con gli stemmi dei Chiaramonte e dei vicerè, ma anche singolari bicchieri di vetro, dadi da gioco e monete. “Sono tutti oggetti che raccontano la vita quotidiana del palazzo, – prosegue Greco – testimonianze che fermano un’istantanea del periodo. Si tratta della parte più significativa di questa collezione, ma altri reperti resteranno al Salinas, dove saranno esposti nelle sale del secondo piano in fase di allestimento che dedicheremo, tra l’altro, alla Palermo medievale”.

Iscrizioni nel carcere dei penitenziati

Con i reperti che torneranno a casa, si arricchisce il percorso museale dello Steri, da pochi giorni tornato visitabile in tutta la sua bellezza, adesso anche con un biglietto congiunto con il Salinas, l’Orto botanico e il complesso monumentale di Monreale. “Diventa sempre più importante l’esperienza di visita dello Steri – sottolinea Paolo Inglese, direttore del Simua, il Sistema museale d’ateneo – oltre a questo allestimento, abbiamo la Vucciria di Guttuso, da poco rientrata da Roma, poi, la Sala dei Baroni con il soffitto trecentesco decorato, il percorso di Scarpa e il carcere dei penitenziati, arricchito di una specifica applicazione che guiderà i visitatori e, ancora altre sorprese che renderanno questo luogo unico per chi vorrà visitarlo”.

La cucina della felicità: cibo, narrazione e sogni che si avverano

Prende forma a Palermo una nuova impresa sociale multiculturale legata alla ristorazione e al turismo, formata da sei ragazzi di cinque diversi Paesi del mondo

di Giulio Giallombardo

C’è il profumo della felicità nella cucina del Centro Astalli di Palermo. È il sogno di sei ragazzi che sono il volto del mondo. Storie di chi si è aggrappato alla speranza di ricominciare una nuova vita e ci è riuscito, lasciandosi alle spalle momenti difficili. Giovani che hanno voglia di ripartire dopo aver lavorato sodo anche durante i mesi più complicati della pandemia, preparando i pasti a chi non poteva permettersi pranzi e cene. Adesso, le loro esperienze si sono fuse insieme, dando vita a Kirmal, impresa sociale multiculturale legata al cibo e al turismo, nata in seno al Centro Astalli, da oltre trent’anni impegnato ad aiutare i rifugiati.

I ragazzi di Kirmal

Sei vite diverse strette in un abbraccio, evocato già nel nome della nuova start-up, parola che in libanese significa “per”, ma allo stesso tempo è formata dalle iniziali dei nomi dei ragazzi. Li abbiamo conosciuti meglio ieri durante una cena di presentazione al Centro Astalli, in cui hanno fatto assaggiare i loro piatti. In cucina c’è Ameth Kah, 37 anni, originario del Gambia, a Palermo da 5 anni. Dopo il diploma delle medie, ha iniziato a lavorare nei ristoranti, imparando a cucinare. “Questo è il mio futuro, un sogno che si realizza, una grande passione che diventa realtà”, dice.

Riccardo Pizzuto in cucina

Ma cuore della cucina di Kirmal è anche il palermitano Riccardo Pizzuto, 33 anni, che si divide tra il fuoco dei fornelli e quello della musica. Se da un lato ha studiato alla scuola degli chef Mimmo e Roberto Cascino, attraverso cui ha conosciuto il Centro Astalli, dall’altro ha studiato direzione d’orchestra con Ennio Nicotra. Adesso Riccardo suona il pianoforte, ma allo stesso tempo, ha puntato tanto su Kirmal: “Vogliamo crescere, far gustare i nostri menu multietnici e coinvolgere i palermitani nei nostri eventi narrativi”.

Ibrahima Deme

Già, perché Kirmal non è solo cibo, ma anche narrazione, teatro e in futuro anche musica. Anima creativa dell’associazione è l’ivoriano Ibrahima Deme, 23 anni di cui gli ultimi 4 trascorsi a Palermo. Arrivato su un barcone a Lampedusa, dopo i primi giorni all’hot spot, è stato trasferito ad Agrigento, per poi arrivare nel capoluogo siciliano. Oltre a dare una mano in cucina, Ibrahima scrive e interpreta i racconti narrati durante le loro cene e i loro eventi, come è stato durante alcune passeggiate alla scoperta dei luoghi dell’accoglienza e dell’intercultura, durante la scorsa edizione del festival Le Vie dei Tesori a Palermo. “Qui mi trovo bene – racconta – ho fatto spettacoli, ho fondato una piccola impresa con altri ragazzi, però è pur vero che ci sono molti miei coetanei arrivati qui, che ancora devono trovare la loro strada, magari perché sono meno informati o perché hanno preso strade sbagliate”.

Mustapha Jariou

Vorrebbe aiutarli tutti Mustapha Jariou, 23 anni, originario del Gambia. Anche lui sbarcato a Lampedusa, poi a Siracusa e in altri centri d’accoglienza sparsi per la Sicilia, fino all’arrivo a Palermo, 5 anni fa. Il suo sogno è poter lavorare un giorno nel settore dei diritti umani, “per dare voce a chi non ce l’ha – spiega Mustapha – . Io so che significa trovarsi in difficoltà e in questo momento credo di poter fare qualcosa per tutti quei fratelli e sorelle che stanno arrivando in Italia. Vorrei diventare per loro un punto di riferimento e dare voce agli oppressi”.

Kamil Zaher Bebawy

A occuparsi dell’amministrazione e organizzazione delle attività di Kirmal è, invece, Kirolos Kamil Zaher Bebawy, egiziano di 23 anni. Arrivato a Palermo nel 2015, dopo un peregrinare tra centri d’accoglienza e comunità, ha ricominciato gli studi e adesso è al quarto anno all’istituto per il turismo “Marco Polo”, dove segue i corsi serali. Oltre all’arabo e all’italiano, parla anche lo spagnolo e il tedesco e sogna un giorno di poter diventare mediatore linguistico. Ha fatto il facilitatore nel corso di un progetto con Itastra, la Scuola di italiano per stranieri dell’Università di Palermo, ricordandolo come “una delle esperienze più belle della vita”.

Thi Tung Lam Dihn

Infine, dal Vietnam arriva Thi Tung Lam Dihn, 27 anni, unica ragazza del gruppo. Vive a Palermo dal 2017, dove si è laureata in scienze del turismo e in Kirmal si occupa di contabilità e segreteria amministrativa. In Sicilia ha trovato terreno fertile per la sua vocazione alla contaminazione culturale. “Sin da quando ero piccola, nel mio paese, partecipavo a progetti di scambio – racconta Lam – ma sto provando l’esperienza di una vera interculturalità, che con Kirmal vogliamo promuovere attraverso la cucina, la narrazione e il turismo sostenibile”.

Kirmal al Centro Astalli

Un lavoro che si è perfezionato nel tempo, epilogo del progetto “Voci del Verbo Viaggiare – Accoglienza mediterranea”, sostenuto dal bando “Iniziativa Immigrazione” della Fondazione Con il Sud, con capofila il Centro Astalli Palermo, in partnership con Consorzio Arca, la Scuola Itastra, Cledu, Comune di Palermo, Ecomuseo Mare Memoria Viva, Next, Pluralia, Wonderful Italy. Ognuna di queste strutture ha seguito un preciso ambito della formazione dei sei giovani, selezionati tra 30 ragazzi, migranti e non, accompagnandoli nel percorso di nascita e crescita di Kirmal. Il gruppo si è fatto le ossa aiutando le famiglie in difficoltà durante la pandemia. Accanto alla mensa del Centro Astalli, i giovani di Kirmal hanno utilizzato la cucina del Centro diaconale Valdese, consegnando pasti agli abitanti del quartiere Noce. E recentemente Kirmal ha partecipato al progetto Cantieri Luoghi Accoglienti con Cre.Zi. Plus, per preparare migliaia di pasti da distribuire ai più fragili delle comunità straniere di Palermo.

Ibrahima Deme in cucina

“È un nuovo esperimento che si conclude con l’affidamento a Kirmal della cucina del nostro centro – interviene Alfonso Cinquemani del Centro Astalli – . Un gruppo di operatori provenienti da varie parti del mondo che hanno costituito una società dopo un lungo periodo di formazione, non solo in cucina, ma anche nell’accoglienza e nella formazione turistica. Si realizza il nostro sogno di una realtà operativa di migranti che finalmente ha costituito una piccola impresa. Cosa non molto frequente nelle nostre città”.

Restauro in vista per la misteriosa Lettera del diavolo

Il documento del 1676 che, secondo la leggenda, fu dettato dall’Anticristo a una monaca, è tornato negli archivi del Museo Diocesano di Agrigento

di Giulio Giallombardo

Un misterioso incrocio di alfabeti. Segni che ricordano il greco, latino, runico, cirillico, fusi in un’alchimia che continua a incuriosire studiosi e appassionati di storia e esoterismo. La “Lettera del diavolo”, che secondo la leggenda fu dettata nel 1676 dall’Anticristo in persona a una monaca agrigentina nel monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro, è un rompicapo che ha ancora molto da raccontare. Con l’inizio della pandemia, il documento esposto nella torre campanaria della Cattedrale di Agrigento (anche se c’è chi sostiene che si tratti di una copia dell’originale custodito nel monastero di Palma) è ritornato negli archivi della Diocesi.

Ritratto di suor Crocifissa (foto Wikipedia)

“La lettera verrà sottoposta a restauro, ma non sappiamo ancora se sarà esposta nuovamente – spiega a Le Vie dei Tesori News Alice Natalello, operatrice culturale del Museo Diocesano di Agrigento – . L’ufficio Beni culturali della Diocesi non ha ancora deciso se riallestire lo spazio e con che modalità. Si tratta della lettera originale del 1676 – puntualizza – , un documento antico che non può stare esposto per troppo tempo”.

La Diocesi, dunque, preferisce lasciare per il momento fuori dai riflettori l’enigmatica lettera, valorizzando altri tesori, come i quattro sarcofagi di epoca romana e greca, tornati dopo 55 anni nella Cattedrale (ve ne abbiamo parlato qui). “Al di là della valenza misteriosa e letteraria, – prosegue Natalello – il documento non rappresenta certamente l’elemento che in questo momento la Diocesi vuole mettere in maggiore evidenza, ci sono elementi storicamente più importanti che vogliamo valorizzare”.

La Lettera del diavolo (foto da sites.google.com/site/beatacorbera)

Eppure la lettera scritta da Isabella Tomasi, che prese con i voti il nome di suor Maria Crocifissa, ha attirato la curiosità di scrittori come Giuseppe Tomasi di Lampedusa, suo pronipote, Andrea Camilleri e Sergio Campailla. Ma anche di studiosi come i fisici e informatici del Ludum Science Center di Catania, che quattro anni fa, attraverso un algoritmo, tentarono di decifrare il contenuto del documento. Una lettera scritta l’11 agosto 1676 dopo che di notte – racconta la suora alle consorelle – era venuto a farle visita uno stuolo di demoni, che la lasciò tramortita a terra nella sua cella, “mezza faccia sinistra imbrattata da nero inchiostro”, con foglio e calamaio sulle ginocchia.

Monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro

I ricercatori del Ludum inserirono in un programma di decriptazione pescato dal “deep web” diversi alfabeti che la suora poteva conoscere, dal greco, al latino, al runico delle antiche popolazioni germaniche, fino a quello degli yazidi, il popolo che abitò il Sinjar iracheno prima della comparsa dell’Islam. Da questa babele di caratteri, l’algoritmo tirò fuori una possibile traduzione della lettera, poche frasi tutte da interpretare: “Forse ormai certo Stige”, riferito a uno dei fiumi infernali; “Poiché Dio Cristo Zoroastro seguono le vie antiche e sarte cucite dagli uomini, Ohimé”. E ancora: “Un Dio che sento liberare i mortali”.

La Cattedrale di San Gerlando

Un “memoriale diabolico” – dice suor Maria Crocifissa nel verbale che scrisse l’abbadessa del convento di Palma – che “vien dell’Inferno inviato in Paradiso, contro l’ingiusto che chiede giustizia” e “sarà leggibile il giorno del giudizio”.

Le Vie dei Tesori News

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