Alla scoperta del teatro Pirandello e dell’ipogeo

Una struttura che rischiava di restare “senza voce” e un luogo sotterraneo che ha fatto da rifugio durante la seconda guerra mondiale: sono gli estremi di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre. Ve li raccontiamo in anteprima

di Federica Certa

Il visibile e l’invisibile. Le luci della ribalta e l’umida, misteriosa oscurità di un corridoio scavato nel sottosuolo. Il velluto e la pietra, il sipario e il cunicolo. Uno sopra l’altro, all’interno del palazzo dei Giganti, sede dell’amministrazione municipale: l’ottocentesco teatro Pirandello, riaperto nel ’95, e l’ipogeo “Acqua amara” scavato nelle sue fondamenta. Sono gli estremi opposti di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, il festival in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre e che torna per il secondo anno consecutivo nella città della Valle dei templi.

I lavori per la costruzione del teatro – uno dei più grandi della Sicilia, con la sua ampia sala ellittica da 580 posti, le colonne ioniche e le vetrate – iniziarono nel 1870, su indicazione della giunta municipale e progetto dell’architetto Dionisio Sciascia. Ma a cantiere ancora aperto nacque un contenzioso fra il comune e i tecnici: il primo lamentava che il cosiddetto “arco armonico” fosse riuscito sordo, così da vanificare la stessa ragion d’essere dell’edificio. Fu dunque necessario l’intervento di Giovan Battista Basile, geniale progettista del teatro Massimo di Palermo, che si mise a lavoro con il figlio Ernesto per restituire alla struttura la sua “voce”, conferendole quell’acustica perfetta che ancora oggi abbraccia e nobilita i suoni, completando i lavori e suggellando così l’apertura nel 1880.

Nel 1881 il teatro fu ribattezzato con il nome della regina Margherita, che aveva visitato Agrigento all’inizio dell’anno e fu solo nel 1946, decennale della morte di Pirandello, che si decise la definitiva intestazione, in onore dello scrittore e drammaturgo premio Nobel nel 1934. A cavallo dei due secoli fu teatro di prosa, cinema – durante la seconda guerra mondiale – e proscenio per l’avanspettacolo e la commedia, con Renato Rascel, Carlo Croccolo, Tino Scotti.
Nell’atrio sono incastonate due lapidi in marmo dedicate a Pirandello, mentre una terza targa in bronzo raffigura in bassorilievo Dante Alighieri con, alle spalle, il pino solitario dello scrittore del Fu Mattia Pascal, a rappresentare una simbolica continuità tra i due grandi della letteratura italiana.

All’interno c’è la firma dei pittori Giuseppe Belloni, Luigi Sacco, Antonio Tavella, che decorarono il soffitto e il frontale dei palchi; nel foyer sono esposti il busto di Zeus, trasferito qui da Villa Garibaldi, quello dedicato a Luigi Filippo, il busto di Pirandello e varie targhe: una celebra la fondazione del teatro, una è dedicata all’attore agrigentino Pippo Montalbano, un’altra ancora ricorda la restituzione del sipario andato perduto durante il lungo oblio dell’edificio, copia esatta dell’originale “La vittoria di Esseneto” donata alla città dal produttore Francesco Bellomo.

Ha tutt’altro fascino l’ipogeo “Acqua amara”, un breve tratto, circa 80 metri quadri, che riconduce all’immenso labirinto di cunicoli – una vera città sotterranea – nascosta nelle viscere di Agrigento: si accede da una scaletta, nascosta in un corridoio tra i palchi del primo piano del teatro.
“Questa è senza dubbio una delle tappe più amate dal pubblico delle Vie dei tesori – spiega Beniamino Biondi, che per il secondo anno accompagnerà i visitatori sopra e sotto la superficie –. Il suo fascino è psicologico ed emotivo, più che artistico, perché rappresenta per i fruitori una discesa nel profondo, nel mistero, un’esperienza inconsueta che suscita grande curiosità. Visitandolo tornano alla mente le atmosfere cupe della seconda guerra mondiale, quando qui si ritrovavano gli agrigentini in fuga dai bombardamenti aerei”.

L’ipogeo è composto da un vano centrale – dove il soffitto ricoperto da mattoni raggiunge l’altezza di sei metri – e da due biforcazioni, una completamente chiusa, l’altra aperta al pubblico per circa 20 metri. Nella “stanza” principale c’è una feritoia da cui ancora scorre l’acqua che dà il nome al luogo, “e che nel quarto secolo d.C. – aggiunge Biondi – serviva a drenare la collina di arenaria e poi, una volta incanalata, nutriva gli orti della Valle dei templi”. Appuntamento da metà settembre, dunque, e per saperne di più sul festival basta seguire il sito www.leviedeitesori.it.

Una struttura che rischiava di restare “senza voce” e un luogo sotterraneo che ha fatto da rifugio durante la seconda guerra mondiale: sono gli estremi di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre. Ve li raccontiamo in anteprima

di Federica Certa

Il visibile e l’invisibile. Le luci della ribalta e l’umida, misteriosa oscurità di un corridoio scavato nel sottosuolo. Il velluto e la pietra, il sipario e il cunicolo. Uno sopra l’altro, all’interno del palazzo dei Giganti, sede dell’amministrazione municipale: l’ottocentesco teatro Pirandello, riaperto nel ’95, e l’ipogeo “Acqua amara” scavato nelle sue fondamenta. Sono gli estremi opposti di un unico, suggestivo percorso guidato, inserito nel carnet agrigentino delle Vie dei Tesori, il festival in programma nei tre weekend fra il 14 e il 30 settembre e che torna per il secondo anno consecutivo nella città della Valle dei templi.

I lavori per la costruzione del teatro – uno dei più grandi della Sicilia, con la sua ampia sala ellittica da 580 posti, le colonne ioniche e le vetrate – iniziarono nel 1870, su indicazione della giunta municipale e progetto dell’architetto Dionisio Sciascia. Ma a cantiere ancora aperto nacque un contenzioso fra il comune e i tecnici: il primo lamentava che il cosiddetto “arco armonico” fosse riuscito sordo, così da vanificare la stessa ragion d’essere dell’edificio. Fu dunque necessario l’intervento di Giovan Battista Basile, geniale progettista del teatro Massimo di Palermo, che si mise a lavoro con il figlio Ernesto per restituire alla struttura la sua “voce”, conferendole quell’acustica perfetta che ancora oggi abbraccia e nobilita i suoni, completando i lavori e suggellando così l’apertura nel 1880.

Nel 1881 il teatro fu ribattezzato con il nome della regina Margherita, che aveva visitato Agrigento all’inizio dell’anno e fu solo nel 1946, decennale della morte di Pirandello, che si decise la definitiva intestazione, in onore dello scrittore e drammaturgo premio Nobel nel 1934. A cavallo dei due secoli fu teatro di prosa, cinema – durante la seconda guerra mondiale – e proscenio per l’avanspettacolo e la commedia, con Renato Rascel, Carlo Croccolo, Tino Scotti.
Nell’atrio sono incastonate due lapidi in marmo dedicate a Pirandello, mentre una terza targa in bronzo raffigura in bassorilievo Dante Alighieri con, alle spalle, il pino solitario dello scrittore del Fu Mattia Pascal, a rappresentare una simbolica continuità tra i due grandi della letteratura italiana.

All’interno c’è la firma dei pittori Giuseppe Belloni, Luigi Sacco, Antonio Tavella, che decorarono il soffitto e il frontale dei palchi; nel foyer sono esposti il busto di Zeus, trasferito qui da Villa Garibaldi, quello dedicato a Luigi Filippo, il busto di Pirandello e varie targhe: una celebra la fondazione del teatro, una è dedicata all’attore agrigentino Pippo Montalbano, un’altra ancora ricorda la restituzione del sipario andato perduto durante il lungo oblio dell’edificio, copia esatta dell’originale “La vittoria di Esseneto” donata alla città dal produttore Francesco Bellomo.

Ha tutt’altro fascino l’ipogeo “Acqua amara”, un breve tratto, circa 80 metri quadri, che riconduce all’immenso labirinto di cunicoli – una vera città sotterranea – nascosta nelle viscere di Agrigento: si accede da una scaletta, nascosta in un corridoio tra i palchi del primo piano del teatro.
“Questa è senza dubbio una delle tappe più amate dal pubblico delle Vie dei tesori – spiega Beniamino Biondi, che per il secondo anno accompagnerà i visitatori sopra e sotto la superficie –. Il suo fascino è psicologico ed emotivo, più che artistico, perché rappresenta per i fruitori una discesa nel profondo, nel mistero, un’esperienza inconsueta che suscita grande curiosità. Visitandolo tornano alla mente le atmosfere cupe della seconda guerra mondiale, quando qui si ritrovavano gli agrigentini in fuga dai bombardamenti aerei”.

L’ipogeo è composto da un vano centrale – dove il soffitto ricoperto da mattoni raggiunge l’altezza di sei metri – e da due biforcazioni, una completamente chiusa, l’altra aperta al pubblico per circa 20 metri. Nella “stanza” principale c’è una feritoia da cui ancora scorre l’acqua che dà il nome al luogo, “e che nel quarto secolo d.C. – aggiunge Biondi – serviva a drenare la collina di arenaria e poi, una volta incanalata, nutriva gli orti della Valle dei templi”. Appuntamento da metà settembre, dunque, e per saperne di più sul festival basta seguire il sito www.leviedeitesori.it.

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Pestilenze, carcere, misteri: le mille vite della Colombaia

E’ uno dei simboli di Trapani, a lungo dimenticato. Ma adesso si aprono spiragli per una nuova esistenza, forse in mano ai privati. E intanto dal 14 settembre sarà visitabile, su prenotazione, grazie a Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Non è un vero e proprio castello, ma l’atmosfera che lo ammanta è quella delle favole. Non è un fortino, ma potrebbe fare da sfondo alle avventure più rocambolesche di pirati e bucanieri. E’ un luogo affascinante ed enigmatico sospeso in un limbo fra storia e leggenda, una visione possente e immediatamente riconoscibile che svetta dall’acqua e dalla terraferma e puntella lo sguardo che corre dalla città verso il mare e le sue isole. 

Più che un monumento, un simbolo, la Colombaia di Trapani, detta anche Torre Peliade o Castello di mare, uno degli esempi più significativi di architettura militare in Sicilia. 

Arroccata su un’isoletta all’estremità occidentale del porto, fortezza tanto antica da dover subire il giogo carezzevole ma prepotente del mito, ha quattro piani sovrapposti, con il primo adibito a cisterna e l’ingresso originario al secondo piano. Il suo assetto ricorda quello delle costruzioni federiciane, la torre di Federico II di Enna e Castel del Monte ad Andria, ma poche sono le fonti che ne attestano la presenza e l’evoluzione architettonica, tutte incerte e incomplete.  

Il primo nucleo della costruzione viene attribuito dallo storico Diodoro Siculo al generale cartaginese Amilcare Barca, che nel 260 a.C. sconfisse i romani nella prima guerra punica. 

Dopo essere stata trasformata in avamposto dagli arabi, la struttura fu utilizzata per scopi militari. Nel XIII secolo ospitò reali svevi e aragonesi, fra cui Costanza d’Altavilla, che alla vigilia delle nozze con Federico III, fu bandita dalla città per editto di Guido Ventimiglia e confinata nella torre. Successivamente venne utilizzata come luogo di quarantena per i malati di peste e colera, che venivano dal mare o dalla terra. Tra gli infermi, anche Luigi IX, re di Francia, di passaggio a Trapani di ritorno dalla terra delle Crociate.

Quindi venne trasformata in prigione dai Borboni e ospitò fra gli altri Michele Fardella, barone di Mokarta, sindaco di Trapani nel 1861. Fu utilizzata come carcere, fino al 1965.

Da allora la Colombaia venne di fatto abbandonata al suo destino e nell’89 privata del faro, allora ancora funzionante. Solo nel 2010, grazie ad un intervento della Regione Sicilia finanziato con 600 mila euro, che ne scongiurò il crollo, la struttura fu messa in sicurezza. E  soprattutto inserita nel “Polo regionale di Trapani per i siti culturali” guidato da Luigi Biondo. 

“Da poche settimane, però, potrebbero essersi aperte nuove prospettive – spiega Pietro Barranco, segretario dell’associazione Archeogates, che presidia la struttura –. La Colombaia è stata inserita, infatti, nell’elenco dei vecchi fari che possono essere acquistati da investitori privati, italiani o stranieri, e riqualificati nel rispetto di precisi vincoli d’uso”. 

La torre dovrebbe essere adibita a museo e andrebbero preservate le parti che circondano la costruzione principale, a cominciare dai capannoni degli anni Quaranta. Sarebbe forse la volta buona, per l’”iconica” Colombaia turrita, affacciata sul Tirreno, dopo le tante voci e le molte ventilate, possibili riconversioni di cui si è parlato negli anni, dagli ambiziosi progetti di riadattamento a casinò, con fondi australiani, americani o russi, al progetto del Comune di ricavarne un museo dell’identità trapanese. 

Intanto, nei week-end tra il 14 e il 30 settembre, la Colombaia sarà nel circuito dei luoghi delle Vie dei Tesori e il pubblico potrà visitarla nei percorsi guidati organizzati dagli operatori di Archeogates.

Si arriverà via mare a bordo di navette messe a disposizione dalla Lega Navale di Trapani, e dal punto di attracco comincerà la scalata verso la sommità della torre. L’itinerario fuori e dentro il fortino comprenderà il sentiero dei bastioni e i due chiostri interni, con le balaustre seicentesche, la chiesa della Madonna del latte, le antiche celle che accoglievano i galeotti, i locali delle docce e delle cucine ecc ecc. Per partecipare bisognerà prenotarsi sul sito www.leviedeitesori.it. Ma tutto ciò sarà possibile solo fra qualche giorno. Restate collegati

E’ uno dei simboli di Trapani, a lungo dimenticato. Ma adesso si aprono spiragli per una nuova esistenza, forse in mano ai privati. E intanto dal 14 settembre sarà visitabile, su prenotazione, grazie a Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Non è un vero e proprio castello, ma l’atmosfera che lo ammanta è quella delle favole. Non è un fortino, ma potrebbe fare da sfondo alle avventure più rocambolesche di pirati e bucanieri. E’ un luogo affascinante ed enigmatico sospeso in un limbo fra storia e leggenda, una visione possente e immediatamente riconoscibile che svetta dall’acqua e dalla terraferma e puntella lo sguardo che corre dalla città verso il mare e le sue isole.

Più che un monumento, un simbolo, la Colombaia di Trapani, detta anche Torre Peliade o Castello di mare, uno degli esempi più significativi di architettura militare in Sicilia.

Arroccata su un’isoletta all’estremità occidentale del porto, fortezza tanto antica da dover subire il giogo carezzevole ma prepotente del mito, ha quattro piani sovrapposti, con il primo adibito a cisterna e l’ingresso originario al secondo piano. Il suo assetto ricorda quello delle costruzioni federiciane, la torre di Federico II di Enna e Castel del Monte ad Andria, ma poche sono le fonti che ne attestano la presenza e l’evoluzione architettonica, tutte incerte e incomplete.

Il primo nucleo della costruzione viene attribuito dallo storico Diodoro Siculo al generale cartaginese Amilcare Barca, che nel 260 a.C. sconfisse i romani nella prima guerra punica.

Dopo essere stata trasformata in avamposto dagli arabi, la struttura fu utilizzata per scopi militari. Nel XIII secolo ospitò reali svevi e aragonesi, fra cui Costanza d’Altavilla, che alla vigilia delle nozze con Federico III, fu bandita dalla città per editto di Guido Ventimiglia e confinata nella torre. Successivamente venne utilizzata come luogo di quarantena per i malati di peste e colera, che venivano dal mare o dalla terra. Tra gli infermi, anche Luigi IX, re di Francia, di passaggio a Trapani di ritorno dalla terra delle Crociate.

Quindi venne trasformata in prigione dai Borboni e ospitò fra gli altri Michele Fardella, barone di Mokarta, sindaco di Trapani nel 1861. Fu utilizzata come carcere, fino al 1965.

Da allora la Colombaia venne di fatto abbandonata al suo destino e nell’89 privata del faro, allora ancora funzionante. Solo nel 2010, grazie ad un intervento della Regione Sicilia finanziato con 600 mila euro, che ne scongiurò il crollo, la struttura fu messa in sicurezza. E  soprattutto inserita nel “Polo regionale di Trapani per i siti culturali” guidato da Luigi Biondo.

“Da poche settimane, però, potrebbero essersi aperte nuove prospettive – spiega Pietro Barranco, segretario dell’associazione Archeogates, che presidia la struttura –. La Colombaia è stata inserita, infatti, nell’elenco dei vecchi fari che possono essere acquistati da investitori privati, italiani o stranieri, e riqualificati nel rispetto di precisi vincoli d’uso”.

La torre dovrebbe essere adibita a museo e andrebbero preservate le parti che circondano la costruzione principale, a cominciare dai capannoni degli anni Quaranta. Sarebbe forse la volta buona, per l’”iconica” Colombaia turrita, affacciata sul Tirreno, dopo le tante voci e le molte ventilate, possibili riconversioni di cui si è parlato negli anni, dagli ambiziosi progetti di riadattamento a casinò, con fondi australiani, americani o russi, al progetto del Comune di ricavarne un museo dell’identità trapanese.

Intanto, nei week-end tra il 14 e il 30 settembre, la Colombaia sarà nel circuito dei luoghi delle Vie dei Tesori e il pubblico potrà visitarla nei percorsi guidati organizzati dagli operatori di Archeogates.

Si arriverà via mare a bordo di navette messe a disposizione dalla Lega Navale di Trapani, e dal punto di attracco comincerà la scalata verso la sommità della torre. L’itinerario fuori e dentro il fortino comprenderà il sentiero dei bastioni e i due chiostri interni, con le balaustre seicentesche, la chiesa della Madonna del latte, le antiche celle che accoglievano i galeotti, i locali delle docce e delle cucine ecc ecc. Per partecipare bisognerà prenotarsi sul sito www.leviedeitesori.it. Ma tutto ciò sarà possibile solo fra qualche giorno. Restate collegati

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San Pietro, la chiesa raccontata da Pirandello

L’opera d’arte agrigentina è diventata uno spazio che ospita eventi culturali, ma non ha perso la sua forte carica spirituale. Sarà esplorabile per tre weekend, dal 14 settembre, grazie a “Le Vie dei Tesori”

di Federica Certa

Torna ad Agrigento il festival “Le Vie dei Tesori” e lo farà per tre weekend, dal 14 al 30 settembre. Dopo gli interessanti numeri dello scorso anno ecco che la città dei templi si animerà di visite guidate, racconti, memorie, atmosfere.  Uno svelamento continuo, non solo tra le mura affrescate di chiese per lungo tempo chiuse al pubblico, ma anche lungo i meandri nascosti della storia, per rinfrescare lo smalto mai sbiadito della città che aveva incantato Pindaro e Goethe. 

Eccone, allora, uno dei tesori che saranno visitabili, la chiesa di San Pietro, in via Pirandello, esempio perfetto di uno spazio dove arte e architettura si stratificano e si compongono, in un compendio di diverse chiavi di lettura. Di stile neoclassico, con la facciata sobria e rigorosa che dà su via Pirandello, a pochi metri dalla casa dove lo scrittore e drammaturgo trascorse la sua adolescenza, la chiesa è stata chiusa per dinamiche interne all’organizzazione della Diocesi, è rimasta abbandonata per mezzo secolo, e riaperta, in via definitiva, solo nel 2015, affidandone la gestione alla cooperativa sociale “Temenos”. Oggi, nei locali che un tempo ospitavano la canonica, ci sono un caffè e un ristorante, mentre la navata centrale è diventata spazio per eventi e appuntamenti culturali. 

Con le visite guidate in programma per settembre, il pubblico potrà ammirare gli affreschi settecenteschi del pittore palermitano Giuseppe Crestadoro, ma anche scoprire i simboli religiosi che si nascondo dietro ogni anfratto. “Come molte chiese edificate fra ’600 e ‘700 – spiega il presidente della cooperativa, Salvatore Ciulla – anche San Pietro rappresenta, con il suo impianto architettonico, il cammino di crescita spirituale che idealmente compie il fedele una volta entrato. La chiesa è rivolta ad ovest, e progressivamente il percorso del cristiano va verso est, cioè dalle tenebre alla luce, dal peccato alla rivelazione della Terrasanta. Così si spiega il primo ‘livello’, dove troviamo anche i quattro altari in marmo, il tabernacolo invece non c’è più, collocati ai quattro punti cardinali per evocare l’universalità del Cattolicesimo. Il secondo livello – prosegue Ciulla – è quello degli affreschi che raffigurano la vita di S. Pietro, scelto da Crestadoro come testimone di un’esemplare vicenda umana di conversione e di fede conquistata. Il terzo livello, infine, è quello più in alto, dove si susseguono altri affreschi di Crestadoro, dedicati a scene bibliche del Paradiso. E’ questo l’acme, il punto di arrivo, rappresentato nella chiesa anche a livello plastico”. 

San Pietro di gessi e colonne bianche, San Pietro rinata e diventata oggi punto del Fondo ambientale italiano (Fai). 

Qui Pirandello aveva ambientato una delle cento novelle, “La Madonnina”, epitome lieve e disincantata della critica del grande puparo di ‘Girgenti’ alla Chiesa, parabola di una giovane anima che si allontana da Dio e di un’altra – quella del parroco – che cede alle tentazioni materiali.

Così la descriveva l’autore nell’incipit del suo racconto: “Una scatola di giocattoli, di quelle con gli alberetti incoronati di trucioli e col dischetto di legno incollato sotto al tronco perché si reggano in piedi, e le casette a dadi e la chiesina col campanile e ogni cosa: ecco, immaginate una di queste scatole, data in mano al Bambino Gesù, e che il Bambino Gesù si fosse divertito a costruire al padre beneficiale Fioríca quella sua parrocchietta così; la chiesina modesta, dedicata a San Pietro, di fronte; e di qua, la canonica con tre finestrette riparate da tendine di mussola inamidate che, intravedendosi di là dai vetri, lasciavano indovinare il candore e la quiete delle stanze piene di silenzio e di sole”. 

L’opera d’arte agrigentina è diventata uno spazio che ospita eventi culturali, ma non ha perso la sua forte carica spirituale. Sarà esplorabile per tre weekend, dal 14 settembre, grazie a “Le Vie dei Tesori”

di Federica Certa

Torna ad Agrigento il festival “Le Vie dei Tesori” e lo farà per tre weekend, dal 14 al 30 settembre. Dopo gli interessanti numeri dello scorso anno ecco che la città dei templi si animerà di visite guidate, racconti, memorie, atmosfere.  Uno svelamento continuo, non solo tra le mura affrescate di chiese per lungo tempo chiuse al pubblico, ma anche lungo i meandri nascosti della storia, per rinfrescare lo smalto mai sbiadito della città che aveva incantato Pindaro e Goethe.

Eccone, allora, uno dei tesori che saranno visitabili, la chiesa di San Pietro, in via Pirandello, esempio perfetto di uno spazio dove arte e architettura si stratificano e si compongono, in un compendio di diverse chiavi di lettura. Di stile neoclassico, con la facciata sobria e rigorosa che dà su via Pirandello, a pochi metri dalla casa dove lo scrittore e drammaturgo trascorse la sua adolescenza, la chiesa è stata chiusa per dinamiche interne all’organizzazione della Diocesi, è rimasta abbandonata per mezzo secolo, e riaperta, in via definitiva, solo nel 2015, affidandone la gestione alla cooperativa sociale “Temenos”. Oggi, nei locali che un tempo ospitavano la canonica, ci sono un caffè e un ristorante, mentre la navata centrale è diventata spazio per eventi e appuntamenti culturali.

Con le visite guidate in programma per settembre, il pubblico potrà ammirare gli affreschi settecenteschi del pittore palermitano Giuseppe Crestadoro, ma anche scoprire i simboli religiosi che si nascondo dietro ogni anfratto. “Come molte chiese edificate fra ’600 e ‘700 – spiega il presidente della cooperativa, Salvatore Ciulla – anche San Pietro rappresenta, con il suo impianto architettonico, il cammino di crescita spirituale che idealmente compie il fedele una volta entrato. La chiesa è rivolta ad ovest, e progressivamente il percorso del cristiano va verso est, cioè dalle tenebre alla luce, dal peccato alla rivelazione della Terrasanta. Così si spiega il primo ‘livello’, dove troviamo anche i quattro altari in marmo, il tabernacolo invece non c’è più, collocati ai quattro punti cardinali per evocare l’universalità del Cattolicesimo. Il secondo livello – prosegue Ciulla – è quello degli affreschi che raffigurano la vita di S. Pietro, scelto da Crestadoro come testimone di un’esemplare vicenda umana di conversione e di fede conquistata. Il terzo livello, infine, è quello più in alto, dove si susseguono altri affreschi di Crestadoro, dedicati a scene bibliche del Paradiso. E’ questo l’acme, il punto di arrivo, rappresentato nella chiesa anche a livello plastico”.

San Pietro di gessi e colonne bianche, San Pietro rinata e diventata oggi punto del Fondo ambientale italiano (Fai).

Qui Pirandello aveva ambientato una delle cento novelle, “La Madonnina”, epitome lieve e disincantata della critica del grande puparo di ‘Girgenti’ alla Chiesa, parabola di una giovane anima che si allontana da Dio e di un’altra – quella del parroco – che cede alle tentazioni materiali.

Così la descriveva l’autore nell’incipit del suo racconto: “Una scatola di giocattoli, di quelle con gli alberetti incoronati di trucioli e col dischetto di legno incollato sotto al tronco perché si reggano in piedi, e le casette a dadi e la chiesina col campanile e ogni cosa: ecco, immaginate una di queste scatole, data in mano al Bambino Gesù, e che il Bambino Gesù si fosse divertito a costruire al padre beneficiale Fioríca quella sua parrocchietta così; la chiesina modesta, dedicata a San Pietro, di fronte; e di qua, la canonica con tre finestrette riparate da tendine di mussola inamidate che, intravedendosi di là dai vetri, lasciavano indovinare il candore e la quiete delle stanze piene di silenzio e di sole”.

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Arte, cultura e spettacoli nella Catania dimenticata

Tornano a vivere cinque luoghi della città, trasformati in contenitori di eventi. Tutto pronto per la seconda edizione di “Wonder Time”, con oltre cento artisti coinvolti e 40 appuntamenti in un mese

di Federica Certa

Catania delle meraviglie. Arte, musica, teatro, ambiente, per riaprire cinque luoghi della città dimenticati, “oscurati”, semi sconosciuti, e trasformarli in contenitori di cultura e di contemporaneo: Porta Garibaldi, l’ex Istituto per l’incremento ippico, l’ex Manifattura Tabacchi, l’ex fabbrica delle calzature “Ega”, le Terme Sapuppo.

Torna per la seconda edizione “Wonder Time”, in programma dal 7 settembre al 7 ottobre, quest’anno dedicata al tema dei quattro elementi: un’idea semplice, che nasce da una vicenda sfortunata e la trasforma in risorsa. Oltre 100 gli artisti coinvolti, 15 gli spazi pubblici e privati, 40 gli appuntamenti nell’arco di un mese, sul confine dorato tra estate e autunno.

“Dopo aver superato un brutto incidente, Rossella Pezzino De Geronimo ha voluto regalare a Catania qualcosa di bello e duraturo – racconta Pierluigi Di Rosa, editore di Sud Press e organizzatore della manifestazione, a fianco dell’imprenditrice etnea e della gallerista Daniela Arionte – Un ciclo di eventi che coinvolgesse anche chi, di solito, non è fruitore di iniziative culturali. L’obiettivo è dunque quello di riqualificare le vie e le piazze del centro storico, risanare spazi di zone popolari abbandonati o ignorati dalla maggior parte dei cittadini, riaprirli e inserirli in un circuito di iniziative e visite pubbliche”.

Tutto gratuito, in piena osservanza di un rinnovato spirito di mecenatismo urbano. Il quadrilatero compreso fra via Vittorio Emanuele e via Garibaldi, fra piazza Duomo e Porta Ferdinandea, corridoio di accesso simbolico alla città, crocevia di memorie sepolte e “storie del sottosuolo”, si rianima e si reinventa.

Nelle stanze di Porta Garibaldi, concessa in gestione dall’amministrazione municipale all’associazione “Acquedotte”, troveranno posto le installazioni di musica, luci e video di Josè Angelino, realizzate in occasione della residenza dell’artista ragusano a Catania.

L’ex Istituto dell’incremento ippico, nell’antico convento settecentesco dei gesuiti, diventa teatro espositivo per la collettiva di diciotto artisti siciliani Temporaryoung, un’opera diversa in ognuna delle minuscole stanze che erano le celle dei gesuiti, mentre nel galoppatoio al coperto, il più grande del sud Italia, arriverà da una collezione privata svizzera Troiano a cavallo, monumentale statua di Salvador Dalì alta due metri, che inaugura il carnet di appuntamenti con il concerto dell’orchestra jazz “HJO”, e resterà esposta al pubblico per tutta la durata del festival. “Stiamo recuperando il galoppatoio esterno – aggiunge Di Rosa – che, come tutti gli altri spazi riaperti e restituiti alla città, resterà fruibile anche dopo la manifestazione”.

Severa e imponente, con la sua facciata neoclassica, l’ottocentesco edificio dell’ex Manifattura tabacchi – progettato dall’ingegnere Mario Musumeci, secondo per dimensioni solo al monastero dei Benedettini, già quartiere militare borbonico e poi opificio nella Catania operosa della seconda metà del secolo scorso, dove centinaia di donne si affrancavano dal confino domestico e conoscevano una prima inaspettata stagione di emancipazione – ritrova parte dei suoi spazi “negati”, alcuni locali interni e il cortile, per accogliere la personale “Le mie quattro radici”, di Pezzino De Geronimo, le installazioni murali di street-art di Demetrio Di Grado, la mostra di oggetti di design di Fabrizio Laneri e Luca Lombardo, le sculture di Jano Sicura dal titolo Legami. “Qui – aggiunge Di Rosa – stiamo ripulendo i mosaici del IV secolo, che verranno mostrati ai visitatori”.

Performance ed esposizioni sono in programma anche in otto spazi privati. La fondazione Brodbeck ospita la mostra Esegesi, di Giovanni Iudice, e la collettiva Un luogo dove la poesia è possibile, con opere di Piero Guccione, Francesco Lo Savio, Urs Luthi, Christoph Meier, Carmelo Nicosia, Jan Vercruysse. Tra gli artisti coinvolti nella rassegna, anche Massimiliano Usai, Antonio Recca, Giovanni Kranti Lombardi, Andrea Santarlasci, Lillo Giuliana, Francesco Balsamo, Riccardo Brugnone, Zuzana Pernicova.

È stata fabbrica di scarpe e di prodotti metallurgici, l’ex calzaturificio “Ega”, attiguo all’istituto salesiano di via Acquedotto greco. Chiuso da dieci anni e distrattamente adibito a magazzino, ospiterà le installazioni del designer bolognese Daniele Pario Perra, dal titolo “Galateo anarchico/Anarchetiquette”, manifesto programmatico della sua ricerca artistica dedicata al recupero urbano con tutti gli strumenti e le materie della street-art.

Protagonisti anche i più piccoli, con gli appuntamenti in programma allo spazio “Wonderlad” di via Paladino (con il pomeriggio creativo dal titolo Che elefante sei), in piazza Duomo, in piazza Università e al Teatro Romano e Odeon. Valeria Di Loreto accompagnerà gli spettatori in viaggi avventurosi nella storia e nella leggenda, con “Catania tra miti e leggende” e “Catania dai greci ai romani”. A cura dell’associazione “Kids Trip”. Per info e prenotazioni, 334-7359654.

Il 16 e 17 settembre sono le serate della Festa Acquedotte, due notti bianche alla scoperta di angoli nascosti del centro storico, con interludi teatrali tratti dall’opera musicale Empedocle nel vortice del caos, di Filippo Portera: tappe del percorso guidato, saranno la Tricora romana di via Santa Barbara, il foro romano del cortile San Pantaleone, la chiesa Madonna di Loreto, il Santuario di Santa Maria dell’Aiuto, le Terme Sapuppo di piazza Sant’Antonio, un piccolo impianto termale di forma quadrangolare, probabilmente un bagno privato appartenente a un ricco edificio che sfruttava quasi certamente le acque del vicino fiume Amenano.

La struttura era in pessime condizioni, quando alla fine degli anni ‘90 la piazza venne riqualificata e fu collocata una discussa “protezione” in ferro e vetro per tutelare gli scavi e consentire la visibilità delle terme da un percorso ad anello con pavimenti trasparenti. Ma le cose non andarono come previsto, lo spazio fu chiuso e le condizioni ambientali favorirono la crescita di una selva di erbacce che hanno del tutto coperto le vestigia romane. Adesso, grazie all’impegno dei promotori del festival, il sito è in fase di recupero.

Per il cartellone musicale l’11 settembre, in piazza Palestro, è in programma “An american russian night”, concerto dell’orchestra del teatro Bellini, diretta da Epifanio Comis: solisti Violetta Egorova e lo stesso Comis, con musiche di Rachmaninov, Barber, Gershwin. Mentre il 30, nella chiesa di S. Martino, il Quartetto Gofriller proporrà brani di Mozart e Schumann per Le melodie degli elementi.

Quattro gli appuntamenti del carnet teatrale: il 18, 20, 21 e 23 settembre, rispettivamente alle Terme Achilliane (con la pièce di Guglielmo Ferro, Il ritorno di Micio Tempio, omaggio al poeta catanese che cantò l’eros e la sua terra, la natura e l’uomo), al porticciolo di San Giovanni Li Cuti (con Elementi, di Francesca Ferro), al parcheggio AMT di via Plebiscito (con Asia, di Antonio Ciravolo, interpretata da Tiziana Giletto) e in via Santa Barbara (con la pièce Nascita di un gigante, a cura dell’associazione “Lante”).

Il 14, poi, allo spazio Wonderlad, esposizione delle tavole di Lucia Scuderi – una delle più apprezzate illustratrici di libri per ragazzi – dal titolo “Mare”, e alle 19 workshop con la paleontologa marina Rossana Filippone.

Tutte le informazioni e i dettagli della rassegna, sulla pagina Facebook di Wonder Time Catania.

Tornano a vivere cinque luoghi della città, trasformati in contenitori di eventi. Tutto pronto per la seconda edizione di “Wonder Time”, con oltre cento artisti coinvolti e 40 appuntamenti in un mese

di Federica Certa

Catania delle meraviglie. Arte, musica, teatro, ambiente, per riaprire cinque luoghi della città dimenticati, “oscurati”, semi sconosciuti, e trasformarli in contenitori di cultura e di contemporaneo: Porta Garibaldi, l’ex Istituto per l’incremento ippico, l’ex Manifattura Tabacchi, l’ex fabbrica delle calzature “Ega”, le Terme Sapuppo.

Torna per la seconda edizione “Wonder Time”, in programma dal 7 settembre al 7 ottobre, quest’anno dedicata al tema dei quattro elementi: un’idea semplice, che nasce da una vicenda sfortunata e la trasforma in risorsa. Oltre 100 gli artisti coinvolti, 15 gli spazi pubblici e privati, 40 gli appuntamenti nell’arco di un mese, sul confine dorato tra estate e autunno.

“Dopo aver superato un brutto incidente, Rossella Pezzino De Geronimo ha voluto regalare a Catania qualcosa di bello e duraturo – racconta Pierluigi Di Rosa, editore di Sud Press e organizzatore della manifestazione, a fianco dell’imprenditrice etnea e della gallerista Daniela Arionte – Un ciclo di eventi che coinvolgesse anche chi, di solito, non è fruitore di iniziative culturali. L’obiettivo è dunque quello di riqualificare le vie e le piazze del centro storico, risanare spazi di zone popolari abbandonati o ignorati dalla maggior parte dei cittadini, riaprirli e inserirli in un circuito di iniziative e visite pubbliche”.

Tutto gratuito, in piena osservanza di un rinnovato spirito di mecenatismo urbano. Il quadrilatero compreso fra via Vittorio Emanuele e via Garibaldi, fra piazza Duomo e Porta Ferdinandea, corridoio di accesso simbolico alla città, crocevia di memorie sepolte e “storie del sottosuolo”, si rianima e si reinventa.

Nelle stanze di Porta Garibaldi, concessa in gestione dall’amministrazione municipale all’associazione “Acquedotte”, troveranno posto le installazioni di musica, luci e video di Josè Angelino, realizzate in occasione della residenza dell’artista ragusano a Catania.

L’ex Istituto dell’incremento ippico, nell’antico convento settecentesco dei gesuiti, diventa teatro espositivo per la collettiva di diciotto artisti siciliani Temporaryoung, un’opera diversa in ognuna delle minuscole stanze che erano le celle dei gesuiti, mentre nel galoppatoio al coperto, il più grande del sud Italia, arriverà da una collezione privata svizzera Troiano a cavallo, monumentale statua di Salvador Dalì alta due metri, che inaugura il carnet di appuntamenti con il concerto dell’orchestra jazz “HJO”, e resterà esposta al pubblico per tutta la durata del festival. “Stiamo recuperando il galoppatoio esterno – aggiunge Di Rosa – che, come tutti gli altri spazi riaperti e restituiti alla città, resterà fruibile anche dopo la manifestazione”.

Severa e imponente, con la sua facciata neoclassica, l’ottocentesco edificio dell’ex Manifattura tabacchi – progettato dall’ingegnere Mario Musumeci, secondo per dimensioni solo al monastero dei Benedettini, già quartiere militare borbonico e poi opificio nella Catania operosa della seconda metà del secolo scorso, dove centinaia di donne si affrancavano dal confino domestico e conoscevano una prima inaspettata stagione di emancipazione – ritrova parte dei suoi spazi “negati”, alcuni locali interni e il cortile, per accogliere la personale “Le mie quattro radici”, di Pezzino De Geronimo, le installazioni murali di street-art di Demetrio Di Grado, la mostra di oggetti di design di Fabrizio Laneri e Luca Lombardo, le sculture di Jano Sicura dal titolo Legami. “Qui – aggiunge Di Rosa – stiamo ripulendo i mosaici del IV secolo, che verranno mostrati ai visitatori”.

Performance ed esposizioni sono in programma anche in otto spazi privati. La fondazione Brodbeck ospita la mostra Esegesi, di Giovanni Iudice, e la collettiva Un luogo dove la poesia è possibile, con opere di Piero Guccione, Francesco Lo Savio, Urs Luthi, Christoph Meier, Carmelo Nicosia, Jan Vercruysse. Tra gli artisti coinvolti nella rassegna, anche Massimiliano Usai, Antonio Recca, Giovanni Kranti Lombardi, Andrea Santarlasci, Lillo Giuliana, Francesco Balsamo, Riccardo Brugnone, Zuzana Pernicova.

È stata fabbrica di scarpe e di prodotti metallurgici, l’ex calzaturificio “Ega”, attiguo all’istituto salesiano di via Acquedotto greco. Chiuso da dieci anni e distrattamente adibito a magazzino, ospiterà le installazioni del designer bolognese Daniele Pario Perra, dal titolo “Galateo anarchico/Anarchetiquette”, manifesto programmatico della sua ricerca artistica dedicata al recupero urbano con tutti gli strumenti e le materie della street-art.

Protagonisti anche i più piccoli, con gli appuntamenti in programma allo spazio “Wonderlad” di via Paladino (con il pomeriggio creativo dal titolo Che elefante sei), in piazza Duomo, in piazza Università e al Teatro Romano e Odeon. Valeria Di Loreto accompagnerà gli spettatori in viaggi avventurosi nella storia e nella leggenda, con “Catania tra miti e leggende” e “Catania dai greci ai romani”. A cura dell’associazione “Kids Trip”. Per info e prenotazioni, 334-7359654.

Il 16 e 17 settembre sono le serate della Festa Acquedotte, due notti bianche alla scoperta di angoli nascosti del centro storico, con interludi teatrali tratti dall’opera musicale Empedocle nel vortice del caos, di Filippo Portera: tappe del percorso guidato, saranno la Tricora romana di via Santa Barbara, il foro romano del cortile San Pantaleone, la chiesa Madonna di Loreto, il Santuario di Santa Maria dell’Aiuto, le Terme Sapuppo di piazza Sant’Antonio, un piccolo impianto termale di forma quadrangolare, probabilmente un bagno privato appartenente a un ricco edificio che sfruttava quasi certamente le acque del vicino fiume Amenano.

La struttura era in pessime condizioni, quando alla fine degli anni ‘90 la piazza venne riqualificata e fu collocata una discussa “protezione” in ferro e vetro per tutelare gli scavi e consentire la visibilità delle terme da un percorso ad anello con pavimenti trasparenti. Ma le cose non andarono come previsto, lo spazio fu chiuso e le condizioni ambientali favorirono la crescita di una selva di erbacce che hanno del tutto coperto le vestigia romane. Adesso, grazie all’impegno dei promotori del festival, il sito è in fase di recupero.

Per il cartellone musicale l’11 settembre, in piazza Palestro, è in programma “An american russian night”, concerto dell’orchestra del teatro Bellini, diretta da Epifanio Comis: solisti Violetta Egorova e lo stesso Comis, con musiche di Rachmaninov, Barber, Gershwin. Mentre il 30, nella chiesa di S. Martino, il Quartetto Gofriller proporrà brani di Mozart e Schumann per Le melodie degli elementi.

Quattro gli appuntamenti del carnet teatrale: il 18, 20, 21 e 23 settembre, rispettivamente alle Terme Achilliane (con la pièce di Guglielmo Ferro, Il ritorno di Micio Tempio, omaggio al poeta catanese che cantò l’eros e la sua terra, la natura e l’uomo), al porticciolo di San Giovanni Li Cuti (con Elementi, di Francesca Ferro), al parcheggio AMT di via Plebiscito (con Asia, di Antonio Ciravolo, interpretata da Tiziana Giletto) e in via Santa Barbara (con la pièce Nascita di un gigante, a cura dell’associazione “Lante”).

Il 14, poi, allo spazio Wonderlad, esposizione delle tavole di Lucia Scuderi – una delle più apprezzate illustratrici di libri per ragazzi – dal titolo “Mare”, e alle 19 workshop con la paleontologa marina Rossana Filippone.

Tutte le informazioni e i dettagli della rassegna, sulla pagina Facebook di Wonder Time Catania.

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La banda di Mistretta, una musica lunga 150 anni

È una delle pochissime, in Italia, ad avere in pianta organica il maestro direttore, nominato per concorso. Sessanta elementi che organizzano raduni bandistici, vincono concorsi e suonano pure in trasferta

di Federica Certa

Il 18 agosto, da 400 anni, a Mistretta è il giorno della festa ranni, dedicata al Patrono che scacciò la peste. San Sebastiano d’inverno – il 20 gennaio – e San Sebastiano d’estate, con due giornate di celebrazioni, il “giro dei miracoli e delle offerte”, la “marcia della bersagliera”, la processione della varagrande, in legno e oro, sormontata dalla statua del santo, e della varetta, con 90 “portanti” a sorreggerne il peso, ai piedi solo delle calze di lana cucite a mano – le caratteristiche pirunetta– invece delle scarpe.

Si fa il percorso lungo, circa cinque chilometri, tutti di corsa, per toccare ogni anfratto del centro storico. È la festa del patrono ma anche dei tanti emigrati che tornano a casa per le vacanze. E una delle tante occasioni per ricordare la “resistenza” coriacea e invincibile della banda comunale, l’unica rimasta in Sicilia; una delle pochissime, in Italia, ad avere in pianta organica il maestro direttore – attualmente Girolamo Di Maria – nominato per concorso con il titolo di Diploma di strumentazione per banda come requisito principale.

Resistenza di ottoni, di ance, di fiati e percussioni, un cospicuo pezzo di patrimonio autoctono. Sessanta elementi che organizzano raduni bandistici, vincono concorsi, suonano pure in trasferta, cresciuti e instradati nella locale scuola di musica, che conta un centinaio di allievi ed è una sorta di aggregatore naturale per bambini e adolescenti delle elementari, medie e superiori.

Un’autentica leggenda che si tramanda da un secolo e mezzo, ma un po’ anche un affare di Stato. Tanto che nelle ultime elezioni amministrative, nel 2014, la sopravvivenza della banda è stata terreno di scontro per i contendenti alla poltrona di primo cittadino. L’ha spuntata Liborio Porracciolo, che un po’ dice un po’ non dice, ma, insomma, lascia intendere che la questione non è stata secondaria e fa capire quanto a Mistretta tengano alla loro instancabile orchestra itinerante, tanto da farne argomento di disfida elettorale. E non da oggi.

Perché dagli albori della sua costituzione, il 2 gennaio 1860, nello studio del notaio don Gaetano Ortoleva, i destini della banda municipale si sono sempre legati alla vita civile della comunità di Mistretta e in parte anche della nascente Italia, dalle rivendicazioni sindacali dei primi musicisti all’assistenza sanitaria per sé e per le famiglie, attraversando come un treno in corsa la lotta al brigantaggio, sul versante tirrenico della penisola, e le istanze rivoluzionarie del processo unitario, che raccoglieva sotto le insegne garibaldine combattenti e sognatori di varia provenienza.

E i musicisti di Mistretta non erano immuni: i componenti maggiorenni avevano l’obbligo di militare nella Guardia nazionale, e – quando cominciò a soffiare il vento che avrebbe gonfiato le “vele” dello slancio dei Mille – i maestri strumentisti di Mistretta si arruolarono con le camicie rosse. Così che per due anni non rimase nessuno a suonare, le strade del paese si zittirono come congiurati e le processioni furono mute e desolate.

Ne ha attraversati tanti, di periodi di “magra”, la banda. Ma ha sempre tirato i remi in barca ed è ripartita, sotto l’impulso di nuove leggi municipali, di riconoscimenti pubblici e dell’afflato del popolo, che con la banda celebrava non solo ricorrenze religiose e feste patronali, ma condivise anche la memorabile notte di San Silvestro tra il 1899 e il 1900, con 4mila persone riunite in chiesa ad applaudire i musicisti, un salto nel nuovo secolo che, anche in un comune di poche migliaia di anime nel messinese, proclamava progresso, speranza, curiosità, futuro.

Per la banda, amministratori e cittadini di Mistretta hanno pagato le tasse e rivisto le loro priorità. Come quando, nel 1902, durante un aspro dibattito per approvare il bilancio comunale, la coperta sembrava troppo stretta, e i fondi per i musicisti dovevano concorrere con quelli per il dormitorio, per la raccolta della spazzatura, la rete idrica e per i primi interventi di illuminazione pubblica, il segno tangibile che i tempi si facevano modernissimi.

“La banda è la nostra ambasciatrice fuori dai confini di Mistretta – dice il sindaco Porracciolo – . Per l’ultimo Festino di Santa Rosalia siamo stati ospiti del Comune di Palermo, e con i nostri musicisti abbiamo accompagnato i Giganti amastresi in processione. Abbiamo anche partecipato all’Expo di Milano, dove la banda ha sfilato lungo il Decumano”.

In repertorio, oltre a marce militari e sinfoniche, ci sono trascrizioni di brani di musica classica e leggera, colonne sonore, pezzi originali per banda. Tra gli autori eseguiti, Beethoven, Strauss, Tschaikowsky, Mozart, Prokofieff, Albinoni, Santana, Baglioni, Piazzolla, Cartney, Sinatra, Morricone, Piovani, Hautvast, Baedijn e lo stesso direttore Di Maria.

Vanto locale è anche la Scuola di musica, che organizza rassegne e cicli di concerti-lezioni, dove musicisti professionisti incontrano gli studenti. Ospiti, tra gli altri, anche i componenti del Conservatorio e del Teatro Massimo di Palermo e del “Bellini” di Catania.

È una delle pochissime, in Italia, ad avere in pianta organica il maestro direttore, nominato per concorso. Sessanta elementi che organizzano raduni bandistici, vincono concorsi e suonano pure in trasferta

di Federica Certa

Il 18 agosto, da 400 anni, a Mistretta è il giorno della festa ranni, dedicata al Patrono che scacciò la peste. San Sebastiano d’inverno – il 20 gennaio – e San Sebastiano d’estate, con due giornate di celebrazioni, il “giro dei miracoli e delle offerte”, la “marcia della bersagliera”, la processione della varagrande, in legno e oro, sormontata dalla statua del santo, e della varetta, con 90 “portanti” a sorreggerne il peso, ai piedi solo delle calze di lana cucite a mano – le caratteristiche pirunetta– invece delle scarpe.

Si fa il percorso lungo, circa cinque chilometri, tutti di corsa, per toccare ogni anfratto del centro storico. È la festa del patrono ma anche dei tanti emigrati che tornano a casa per le vacanze. E una delle tante occasioni per ricordare la “resistenza” coriacea e invincibile della banda comunale, l’unica rimasta in Sicilia; una delle pochissime, in Italia, ad avere in pianta organica il maestro direttore – attualmente Girolamo Di Maria – nominato per concorso con il titolo di Diploma di strumentazione per banda come requisito principale.

Resistenza di ottoni, di ance, di fiati e percussioni, un cospicuo pezzo di patrimonio autoctono. Sessanta elementi che organizzano raduni bandistici, vincono concorsi, suonano pure in trasferta, cresciuti e instradati nella locale scuola di musica, che conta un centinaio di allievi ed è una sorta di aggregatore naturale per bambini e adolescenti delle elementari, medie e superiori.

Un’autentica leggenda che si tramanda da un secolo e mezzo, ma un po’ anche un affare di Stato. Tanto che nelle ultime elezioni amministrative, nel 2014, la sopravvivenza della banda è stata terreno di scontro per i contendenti alla poltrona di primo cittadino. L’ha spuntata Liborio Porracciolo, che un po’ dice un po’ non dice, ma, insomma, lascia intendere che la questione non è stata secondaria e fa capire quanto a Mistretta tengano alla loro instancabile orchestra itinerante, tanto da farne argomento di disfida elettorale. E non da oggi.

Perché dagli albori della sua costituzione, il 2 gennaio 1860, nello studio del notaio don Gaetano Ortoleva, i destini della banda municipale si sono sempre legati alla vita civile della comunità di Mistretta e in parte anche della nascente Italia, dalle rivendicazioni sindacali dei primi musicisti all’assistenza sanitaria per sé e per le famiglie, attraversando come un treno in corsa la lotta al brigantaggio, sul versante tirrenico della penisola, e le istanze rivoluzionarie del processo unitario, che raccoglieva sotto le insegne garibaldine combattenti e sognatori di varia provenienza.

E i musicisti di Mistretta non erano immuni: i componenti maggiorenni avevano l’obbligo di militare nella Guardia nazionale, e – quando cominciò a soffiare il vento che avrebbe gonfiato le “vele” dello slancio dei Mille – i maestri strumentisti di Mistretta si arruolarono con le camicie rosse. Così che per due anni non rimase nessuno a suonare, le strade del paese si zittirono come congiurati e le processioni furono mute e desolate.

Ne ha attraversati tanti, di periodi di “magra”, la banda. Ma ha sempre tirato i remi in barca ed è ripartita, sotto l’impulso di nuove leggi municipali, di riconoscimenti pubblici e dell’afflato del popolo, che con la banda celebrava non solo ricorrenze religiose e feste patronali, ma condivise anche la memorabile notte di San Silvestro tra il 1899 e il 1900, con 4mila persone riunite in chiesa ad applaudire i musicisti, un salto nel nuovo secolo che, anche in un comune di poche migliaia di anime nel messinese, proclamava progresso, speranza, curiosità, futuro.

Per la banda, amministratori e cittadini di Mistretta hanno pagato le tasse e rivisto le loro priorità. Come quando, nel 1902, durante un aspro dibattito per approvare il bilancio comunale, la coperta sembrava troppo stretta, e i fondi per i musicisti dovevano concorrere con quelli per il dormitorio, per la raccolta della spazzatura, la rete idrica e per i primi interventi di illuminazione pubblica, il segno tangibile che i tempi si facevano modernissimi.

“La banda è la nostra ambasciatrice fuori dai confini di Mistretta – dice il sindaco Porracciolo – . Per l’ultimo Festino di Santa Rosalia siamo stati ospiti del Comune di Palermo, e con i nostri musicisti abbiamo accompagnato i Giganti amastresi in processione. Abbiamo anche partecipato all’Expo di Milano, dove la banda ha sfilato lungo il Decumano”.

In repertorio, oltre a marce militari e sinfoniche, ci sono trascrizioni di brani di musica classica e leggera, colonne sonore, pezzi originali per banda. Tra gli autori eseguiti, Beethoven, Strauss, Tschaikowsky, Mozart, Prokofieff, Albinoni, Santana, Baglioni, Piazzolla, Cartney, Sinatra, Morricone, Piovani, Hautvast, Baedijn e lo stesso direttore Di Maria.

Vanto locale è anche la Scuola di musica, che organizza rassegne e cicli di concerti-lezioni, dove musicisti professionisti incontrano gli studenti. Ospiti, tra gli altri, anche i componenti del Conservatorio e del Teatro Massimo di Palermo e del “Bellini” di Catania.

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Uno stilista che viene da lontano

Gli bastano due pezzi di stoffa per farne un oggetto concreto o un abito. Lui è Adbul, minorenne del Gambia che ha imparato la vecchia arte della sartoria rivelando un grande talento. Una vicenda che racconta di solidarietà e migrazione, integrazione e sacrificio

di Federica Certa

Gli basta un pezzo di tela color avorio per fare un abito da sposa con lo strascico. O un ritaglio di stoffa, provvidenzialmente riciclato dagli educatori della comunità, per realizzare un vestito stile impero leggero e vezzoso. Due fazzoletti o un lembo di cuoio per cucire una borsa.

Abdul – il nome è di fantasia – a soli 16 anni e mezzo è un talento della sartoria. Ma la sua non è la storia ordinaria di un ragazzo di talento che scopre la moda sulle riviste patinate e si innamora di ago, filo, colori, balze e merletti. Abdul è nato in Gambia. Ancora ragazzino ha lavorato in una fabbrica di tessuti, dove ha imparato che la moda è anche una catena di montaggio, grandi numeri e poche sofisticherie, e lo stile spesso molto distante da quello impeccabile e ricercato delle passerelle europee.

Poi dal Gambia è andato via, da solo, senza certezze, senza prospettive, senza mezzi. Non è chiaro il motivo: lui parla, vago e sfuggente, della separazione dei suoi genitori, della famiglia distrutta. Non ricorda povertà e stenti. Sorride quasi mai e tiene gli occhi bassi. Di sicuro custodisce segreti che non riesce a dire e che ancora gli pesano addosso come catene. Ha camminato lungo la “traiettoria” dell’azzardo, dal Senegal al Burkina Faso, dal Niger alla Libia e poi a bordo di un barcone, in balia delle acque del Mediterraneo, è sbarcato al porto di Messina nell’ottobre 2016.

E’ rimasto un mese in albergo, poi è stato trasferito nella comunità “Maria Ausiliatrice Longo” di Cammarata, un centro di accoglienza per minori non accompagnati nell’Agrigentino, dove è cominciato il suo percorso per diventare adulto, smussare gli spigoli della diffidenza, aprirsi alla fiducia e all’accudimento. Ha ottenuto la protezione internazionale e il permesso di soggiorno fino ai 18 anni. Ha cinque anni per cercare la sua strada in Italia.

Così, in poco meno di ventiquattro mesi, ha imparato a parlare e scrivere nella nostra lingua, ha preso la licenza media, frequentato un corso di ristorazione e partecipato ad uno stage in una pizzeria di Cianciana (tutti progetti finanziati dal ministero dell’Interno). Ma, soprattutto, ha continuato a tagliare, imbastire, cucire, fino all’incontro, fortuito, quasi rocambolesco, con Filippo Calì, stilista d’Alta moda e sarto palermitano che lo ha voluto mettere alla prova, gli ha dato libri e consigli e forse, da settembre, un futuro, con il lavoro che Abdul sogna e ama da sempre.

“E’ una storia in positivo – dice suor Nella Cutrali, educatrice della comunità che ad Abdul riserva ogni giorno suggerimenti, preghiere e impegno –. Ma non è certo l’unica. Il ragazzo ha grandi capacità, ma è molto chiuso, difficilmente si lascia guidare. Tutti noi, con Rena Mirti, che lo segue dal punto di vista della tecnica sartoriale e lo aiuta a studiare, facciamo il tifo per lui. E speriamo che il suo stile e il suo gusto nella moda diventino più maturi, e il suo carattere più malleabile”.

“Ho conosciuto Abdul quando è arrivato per l’incontro di pragmatica con i giudici minorili – racconta Mari Di Vita, docente di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, esperta di psicologia giuridica e per tre anni giudice onorario del Tribunale dei minori di Palermo – . Lui si è sentito accolto, capito, e ha cominciato a cercarmi. Poi, lo scorso Natale, ha cucito per me dei regali in stoffa, degli alberi di vari colori che mi sono stati recapitati in due grandi casse. Io ho insistito per pagarli, perché era giusto che Abdul fosse ricompensato, li ho regalati ad amici e colleghi e li ho esposti in una piccola mostra in un ristorante del centro di Palermo. Filippo Calì li ha notati e si è subito interessato al ragazzo”.

Per tutta l’estate Abdul ha frequentato la sartoria di via De Spuches, tre volte alla settimana, in treno da Cammarata. A metà settembre tornerà dal suo mentore per decidere se intraprendere un tirocinio formativo. “Io gli faccio la predica – scherza Mari Di Vita – gli raccomando di dare ascolto a Filippo, ci sentiamo al telefono la mattina e la sera e ci raccontiamo la nostra giornata”.

Abdul occhi basi e anima inquieta. Che ha tanto da imparare. Tantissimo da insegnare. “Quante occasioni di scambio e di confronto possiamo sperimentare accogliendo i migranti – dice con orgoglio la professoressa – l’importanza di fare rete tra di noi per aiutare chi ha bisogno, il valore di un sogno che si realizza. Questi ragazzi soli, smarriti – conclude – sono anche un esempio per i nostri figli. E Abdul riuscirà nella vita. Io credo in lui”.

Gli bastano due pezzi di stoffa per farne un oggetto concreto o un abito. Lui è Adbul, minorenne del Gambia che ha imparato la vecchia arte della sartoria rivelando un grande talento. Una vicenda che racconta di solidarietà e migrazione, integrazione e sacrificio

di Federica Certa

Gli basta un pezzo di tela color avorio per fare un abito da sposa con lo strascico. O un ritaglio di stoffa, provvidenzialmente riciclato dagli educatori della comunità, per realizzare un vestito stile impero leggero e vezzoso. Due fazzoletti o un lembo di cuoio per cucire una borsa.

Abdul – il nome è di fantasia – a soli 16 anni e mezzo è un talento della sartoria. Ma la sua non è la storia ordinaria di un ragazzo di talento che scopre la moda sulle riviste patinate e si innamora di ago, filo, colori, balze e merletti. Abdul è nato in Gambia. Ancora ragazzino ha lavorato in una fabbrica di tessuti, dove ha imparato che la moda è anche una catena di montaggio, grandi numeri e poche sofisticherie, e lo stile spesso molto distante da quello impeccabile e ricercato delle passerelle europee.

Poi dal Gambia è andato via, da solo, senza certezze, senza prospettive, senza mezzi. Non è chiaro il motivo: lui parla, vago e sfuggente, della separazione dei suoi genitori, della famiglia distrutta. Non ricorda povertà e stenti. Sorride quasi mai e tiene gli occhi bassi. Di sicuro custodisce segreti che non riesce a dire e che ancora gli pesano addosso come catene. Ha camminato lungo la “traiettoria” dell’azzardo, dal Senegal al Burkina Faso, dal Niger alla Libia e poi a bordo di un barcone, in balia delle acque del Mediterraneo, è sbarcato al porto di Messina nell’ottobre 2016.

E’ rimasto un mese in albergo, poi è stato trasferito nella comunità “Maria Ausiliatrice Longo” di Cammarata, un centro di accoglienza per minori non accompagnati nell’Agrigentino, dove è cominciato il suo percorso per diventare adulto, smussare gli spigoli della diffidenza, aprirsi alla fiducia e all’accudimento. Ha ottenuto la protezione internazionale e il permesso di soggiorno fino ai 18 anni. Ha cinque anni per cercare la sua strada in Italia.

Così, in poco meno di ventiquattro mesi, ha imparato a parlare e scrivere nella nostra lingua, ha preso la licenza media, frequentato un corso di ristorazione e partecipato ad uno stage in una pizzeria di Cianciana (tutti progetti finanziati dal ministero dell’Interno). Ma, soprattutto, ha continuato a tagliare, imbastire, cucire, fino all’incontro, fortuito, quasi rocambolesco, con Filippo Calì, stilista d’Alta moda e sarto palermitano che lo ha voluto mettere alla prova, gli ha dato libri e consigli e forse, da settembre, un futuro, con il lavoro che Abdul sogna e ama da sempre.

“E’ una storia in positivo – dice suor Nella Cutrali, educatrice della comunità che ad Abdul riserva ogni giorno suggerimenti, preghiere e impegno –. Ma non è certo l’unica. Il ragazzo ha grandi capacità, ma è molto chiuso, difficilmente si lascia guidare. Tutti noi, con Rena Mirti, che lo segue dal punto di vista della tecnica sartoriale e lo aiuta a studiare, facciamo il tifo per lui. E speriamo che il suo stile e il suo gusto nella moda diventino più maturi, e il suo carattere più malleabile”.

“Ho conosciuto Abdul quando è arrivato per l’incontro di pragmatica con i giudici minorili – racconta Mari Di Vita, docente di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, esperta di psicologia giuridica e per tre anni giudice onorario del Tribunale dei minori di Palermo – . Lui si è sentito accolto, capito, e ha cominciato a cercarmi. Poi, lo scorso Natale, ha cucito per me dei regali in stoffa, degli alberi di vari colori che mi sono stati recapitati in due grandi casse. Io ho insistito per pagarli, perché era giusto che Abdul fosse ricompensato, li ho regalati ad amici e colleghi e li ho esposti in una piccola mostra in un ristorante del centro di Palermo. Filippo Calì li ha notati e si è subito interessato al ragazzo”.

Per tutta l’estate Abdul ha frequentato la sartoria di via De Spuches, tre volte alla settimana, in treno da Cammarata. A metà settembre tornerà dal suo mentore per decidere se intraprendere un tirocinio formativo. “Io gli faccio la predica – scherza Mari Di Vita – gli raccomando di dare ascolto a Filippo, ci sentiamo al telefono la mattina e la sera e ci raccontiamo la nostra giornata”.

Abdul occhi basi e anima inquieta. Che ha tanto da imparare. Tantissimo da insegnare. “Quante occasioni di scambio e di confronto possiamo sperimentare accogliendo i migranti – dice con orgoglio la professoressa – l’importanza di fare rete tra di noi per aiutare chi ha bisogno, il valore di un sogno che si realizza. Questi ragazzi soli, smarriti – conclude – sono anche un esempio per i nostri figli. E Abdul riuscirà nella vita. Io credo in lui”.

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Il Cammino di Santiago siciliano, sulle orme di Rosalia

Si tratta di 180  chilometri da percorrere a piedi in otto tappe, dall’eremo della Quisquina a Monte Pellegrino: è l’Itinerarium Rosaliae. Un trekking impegnativo per il grande dislivello. E a ottobre si parte.

di Federica Certa

Come Rosalia Sinibaldi – che scappa da un matrimonio imposto, un uomo molesto, e un po’ anche dalle convenzioni, dai ruoli prestabiliti, dall’obbedienza alle cose del mondo – anche loro batteranno sentieri remoti, attraverseranno montagne, annuseranno umidità e solitudine nelle grotte.

Sono i pellegrini di Santa Rosalia, che per la terza volta quest’anno, dal 6 al 14 ottobre, parteciperanno al cammino in onore della patrona di Palermo, amata e venerata in molti altri comuni dell’isola. L’Itinerarium Rosaliae, organizzato dal gruppo “Amici del trekking sui Sicani”, della cooperativa “La quercia grande”, ha già raccolto negli ultimi due anni più di 150 adesioni. Per la nuova “traversata” le iscrizioni resteranno aperte fino a metà settembre, sulle pagine Facebook della cooperativa e dell’Itinerarium. Informazioni sui costi e l’organizzazione su www.quisquina.com (0922-989805).

Centottannta chilometri di tracciato, affrontando un dislivello medio di 1300 chilometri, otto tappe tutte rigorosamente a piedi, ma con un’auto di servizio che seguirà i viandanti per le emergenze e il trasporto bagagli e brevi percorsi in transfert. Solo per spiriti temprati alla fatica, perché il livello è decisamente impegnativo.

Si parte dall’eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina, nell’Agrigentino, all’epoca compreso nelle vaste proprietà terriere del padre della giovane, il conte Sinibaldo: qui, nella grotta scavata nella roccia, con incisa l’epigrafe latina che consacra eternamente Rosalia all’amore divino – dove oggi la Santa riposa addormentata in un guscio di marmo candido – la sedicenne in fuga dai lussi della corte di Ruggero II d’Altavilla, dall’elegante e opprimente dimora di famiglia, forse all’Olivella, e dal convento basiliano del Santissimo Salvatore, trovò rifugio per dodici anni.

E si arriva, dopo nove giorni di cammino, al santuario di Monte Pellegrino, dove Rosalia morì nel sonno il 4 settembre, presumibilmente del 1170, il dies natalistramandato dall’agiografia cristiana. “È un percorso di grande fascino – spiega Giuseppe Adamo, una delle tre guide della cooperativa che gestisce il sito di Santo Stefano – . Attraverseremo tredici comuni in due province e quattro diocesi, da quella di Agrigento a quella greco-bizantina di Monreale. Entreremo nelle riserve naturali di Serre della Pizzuta, Bosco di Ficuzza, Vallone del Porco e di Monte Pellegrino, passeremo dal parco dei Sicani, dormiremo e mangeremo lungo il cammino, come prevede la tradizione delle vie francigene, che in Sicilia sta prendendo sempre più piede, con il coinvolgimento di agenzie e tour operatorspecializzati”.

Le orme di Rosalia si perdono in parte nel mistero e nell’incertezza: “Visse 900 anni fa – continua Adamo – e non possiamo sapere con precisione quale strada seguì e dove si fermò nel viaggio che la portò dal luogo del suo eremitaggio a Santo Stefano alla grotta di Palermo, dove morì in completa solitudine a circa 35 anni. Sappiamo che l’autorizzazione ad esiliarsi a Monte Pellegrino le era stata data dalla regina Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, che, in visita a Palermo, era rimasta colpita dalla storia tormentata di questa giovane”.

La seconda tappa sarà a Palazzo Adriano, attraverso il Monte delle Rose, nel comune di Bivona, citato nell’epigrafe latina come feudo di Sinibaldo; quindi si arriva a Chiusa Sclafani, dove la devozione alla Santa palermitana è da sempre molto forte, tanto che nella Matrice è custodita una statua che la raffigura e in paese ci sono ancora i ruderi di una chiesa un tempo a lei dedicata.

La terza tappa è un percorso impervio tutto in montagna, fra boschi e rilievi geologici antichissimi, come la Pietra dei saraceni; si fa tappa al castello di Gristìa, si scende verso il fiume Sosio e al ponte Tredici lucisi un transfert porterà il gruppo fino a Chiusa Sclafani. Da qui a Campofiorito il cammino segue il tracciato della ferrovia dismessa, lambisce vecchie stazioni e binari perduti e segue il sentiero nella campagna corleonese.

A Campofelice il gruppo sosterà in un ex casello ferroviario ristrutturato e trasformato in ostello per i pellegrini, poi arrivo a Corleone, dove a Santa Rosalia è dedicata una scultura e il fervore del culto popolare. E ancora, tappa a Ficuzza, dove in onore della Patrona è stata costruita una cappella votiva all’interno della Real Casina di caccia di re Ferdinando IV: si attraverserà il bosco e si costeggerà il lago dello Scansano.

Così – mentre ci si avvicina al santuario che domina dall’alto vite, miserie e nobiltà del capoluogo – i viandanti giungeranno a Piana degli albanesi, risalendo dalle falde di Monte Rossella e Leardo fino al lago e poi al duomo di San Demetrio. Dopo essersi inerpicati sulle pendici delle Serre della Pizzuta, Costa del Carpineto e Punte della Moarda, il gruppo scenderà verso la Conca d’Oro, che annuncia finalmente la città.

“A Monreale – chiosa Adamo – si dice che ci fosse una grotta dove Rosalia si fermò a riposare”. Infine, percorrendo la strada di Mezzomonreale, corso Calatafimi e piazza Indipendenza, il gruppo oltrepasserà Porta Felice e scenderà verso il Cassaro, per poi toccare la destinazione finale a Montepellegrino, con l’acchianataverso la grotta.

“La tappa più suggestiva è senz’altro quella di Monte delle Rose – suggerisce la guida – ad un’altezza di 1400 metri e con un panorama mozzafiato. All’inizio del percorso – aggiunge – ai viandanti verrà consegnata la Charta peregrini”, il documento che ne attesta identità, condizioni e intenzioni. Una tradizione che unisce tutti i cammini del mondo, da quello di Santiago di Compostela – nelle tre declinazioni della “via francese”, “via atlantica” e “via portoghese” – al viaggio di Sigerico, arcivescovo di Canterbury: 1800 chilometri dalla cittadina inglese sede della Chiesa anglicana alla tomba di San Pietro in Vaticano.

Si tratta di 180  chilometri da percorrere a piedi in otto tappe, dall’eremo della Quisquina a Monte Pellegrino: è l’Itinerarium Rosaliae. Un trekking impegnativo per il grande dislivello. E a ottobre si parte.

 

di Federica Certa

Come Rosalia Sinibaldi – che scappa da un matrimonio imposto, un uomo molesto, e un po’ anche dalle convenzioni, dai ruoli prestabiliti, dall’obbedienza alle cose del mondo – anche loro batteranno sentieri remoti, attraverseranno montagne, annuseranno umidità e solitudine nelle grotte.

Sono i pellegrini di Santa Rosalia, che per la terza volta quest’anno, dal 6 al 14 ottobre, parteciperanno al cammino in onore della patrona di Palermo, amata e venerata in molti altri comuni dell’isola. L’Itinerarium Rosaliae, organizzato dal gruppo “Amici del trekking sui Sicani”, della cooperativa “La quercia grande”, ha già raccolto negli ultimi due anni più di 150 adesioni. Per la nuova “traversata” le iscrizioni resteranno aperte fino a metà settembre, sulle pagine Facebook della cooperativa e dell’Itinerarium. Informazioni sui costi e l’organizzazione su www.quisquina.com (0922-989805).

Centottannta chilometri di tracciato, affrontando un dislivello medio di 1300 chilometri, otto tappe tutte rigorosamente a piedi, ma con un’auto di servizio che seguirà i viandanti per le emergenze e il trasporto bagagli e brevi percorsi in transfert. Solo per spiriti temprati alla fatica, perché il livello è decisamente impegnativo.

Si parte dall’eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina, nell’Agrigentino, all’epoca compreso nelle vaste proprietà terriere del padre della giovane, il conte Sinibaldo: qui, nella grotta scavata nella roccia, con incisa l’epigrafe latina che consacra eternamente Rosalia all’amore divino – dove oggi la Santa riposa addormentata in un guscio di marmo candido – la sedicenne in fuga dai lussi della corte di Ruggero II d’Altavilla, dall’elegante e opprimente dimora di famiglia, forse all’Olivella, e dal convento basiliano del Santissimo Salvatore, trovò rifugio per dodici anni.

E si arriva, dopo nove giorni di cammino, al santuario di Monte Pellegrino, dove Rosalia morì nel sonno il 4 settembre, presumibilmente del 1170, il dies natalistramandato dall’agiografia cristiana. “È un percorso di grande fascino – spiega Giuseppe Adamo, una delle tre guide della cooperativa che gestisce il sito di Santo Stefano – . Attraverseremo tredici comuni in due province e quattro diocesi, da quella di Agrigento a quella greco-bizantina di Monreale. Entreremo nelle riserve naturali di Serre della Pizzuta, Bosco di Ficuzza, Vallone del Porco e di Monte Pellegrino, passeremo dal parco dei Sicani, dormiremo e mangeremo lungo il cammino, come prevede la tradizione delle vie francigene, che in Sicilia sta prendendo sempre più piede, con il coinvolgimento di agenzie e tour operatorspecializzati”.

Le orme di Rosalia si perdono in parte nel mistero e nell’incertezza: “Visse 900 anni fa – continua Adamo – e non possiamo sapere con precisione quale strada seguì e dove si fermò nel viaggio che la portò dal luogo del suo eremitaggio a Santo Stefano alla grotta di Palermo, dove morì in completa solitudine a circa 35 anni. Sappiamo che l’autorizzazione ad esiliarsi a Monte Pellegrino le era stata data dalla regina Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, che, in visita a Palermo, era rimasta colpita dalla storia tormentata di questa giovane”.

La seconda tappa sarà a Palazzo Adriano, attraverso il Monte delle Rose, nel comune di Bivona, citato nell’epigrafe latina come feudo di Sinibaldo; quindi si arriva a Chiusa Sclafani, dove la devozione alla Santa palermitana è da sempre molto forte, tanto che nella Matrice è custodita una statua che la raffigura e in paese ci sono ancora i ruderi di una chiesa un tempo a lei dedicata.

La terza tappa è un percorso impervio tutto in montagna, fra boschi e rilievi geologici antichissimi, come la Pietra dei saraceni; si fa tappa al castello di Gristìa, si scende verso il fiume Sosio e al ponte Tredici lucisi un transfert porterà il gruppo fino a Chiusa Sclafani. Da qui a Campofiorito il cammino segue il tracciato della ferrovia dismessa, lambisce vecchie stazioni e binari perduti e segue il sentiero nella campagna corleonese.

A Campofelice il gruppo sosterà in un ex casello ferroviario ristrutturato e trasformato in ostello per i pellegrini, poi arrivo a Corleone, dove a Santa Rosalia è dedicata una scultura e il fervore del culto popolare. E ancora, tappa a Ficuzza, dove in onore della Patrona è stata costruita una cappella votiva all’interno della Real Casina di caccia di re Ferdinando IV: si attraverserà il bosco e si costeggerà il lago dello Scansano.

Così – mentre ci si avvicina al santuario che domina dall’alto vite, miserie e nobiltà del capoluogo – i viandanti giungeranno a Piana degli albanesi, risalendo dalle falde di Monte Rossella e Leardo fino al lago e poi al duomo di San Demetrio. Dopo essersi inerpicati sulle pendici delle Serre della Pizzuta, Costa del Carpineto e Punte della Moarda, il gruppo scenderà verso la Conca d’Oro, che annuncia finalmente la città.

“A Monreale – chiosa Adamo – si dice che ci fosse una grotta dove Rosalia si fermò a riposare”. Infine, percorrendo la strada di Mezzomonreale, corso Calatafimi e piazza Indipendenza, il gruppo oltrepasserà Porta Felice e scenderà verso il Cassaro, per poi toccare la destinazione finale a Montepellegrino, con l’acchianataverso la grotta.

“La tappa più suggestiva è senz’altro quella di Monte delle Rose – suggerisce la guida – ad un’altezza di 1400 metri e con un panorama mozzafiato. All’inizio del percorso – aggiunge – ai viandanti verrà consegnata la Charta peregrini”, il documento che ne attesta identità, condizioni e intenzioni. Una tradizione che unisce tutti i cammini del mondo, da quello di Santiago di Compostela – nelle tre declinazioni della “via francese”, “via atlantica” e “via portoghese” – al viaggio di Sigerico, arcivescovo di Canterbury: 1800 chilometri dalla cittadina inglese sede della Chiesa anglicana alla tomba di San Pietro in Vaticano.

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Dal Nebraska alla Sicilia per studiare le mummie

Dieci studenti del lontano Midwest americano sono arrivati a Santa Lucia del Mela per occuparsi di tafonomia, paletnologia, paleopatologia. Sognano di diventare Csi o di entrare all’Fbi

di Federica Certa

Perché mai uno sparuto gruppo di ragazzi del Nebraska dovrebbe interessarsi alle mummie siciliane, di tecniche di conservazione vecchie di secoli, applicate a decrepite salme di prelati, aristocratici e borghesi? Apparentemente non potrebbero esserci due mondi più distanti. La moderna spensierata gioventù americana e il culto del passato che in Sicilia è identità, ricchezza, vocazione.

Ma a ben guardare gli studenti del Nebraska hanno trovato pane per i loro denti. Sono dieci quelli che hanno partecipato alla terza edizione del campo scuola di studi sulle mummie, organizzato nel convento dei Cappuccini di Santa Lucia del Mela, nel Messinese. Sono arrivate da una delle tante università dello sterminato Midwest, studiano perlopiù scienze forensi, qualcuno di loro sogna magari di entrare nell’Fbi o di diventare Csi, e hanno cominciato a fare i conti con l’eventualità di trovarsi davanti un cadavere mummificato, abbandonato nel più squallido e triste oblio, una scena del crimine complessa che richiede competenze specifiche e la mente aperta.

Così per due settimane, si sono applicati sulla tafonomia, la disciplina che studia i cambiamenti di un corpo dopo la morte, la palinologia, ovvero lo studio dei pollini e delle spore che possono depositarsi su un cadavere o al suo interno, la paleopatologia, che indaga le antiche malattie, la parassitologia, che analizza i parassiti che entrano in azione dopo il decesso.

Cinque insegnanti – tre italiani, un americano e una portoghese – hanno accompagnato gli allievi del corso intensivo in un viaggio nei misteri del trapasso, con le stigmate della scienza. “Per gli studenti americani – spiega il professore Dario Piombino-Mascali, che al corso ha insegnato tafonomia e mummiologia generale – è anche l’occasione di partecipare a dei focus fuori dal convento, nelle catacombe di Palermo, Savoca e Piraino”.

Dieci studenti del lontano Midwest americano sono arrivati a Santa Lucia del Mela per occuparsi di tafonomia, paletnologia, paleopatologia. Sognano di diventare Csi o di entrare all’Fbi

di Federica Certa

Perché mai uno sparuto gruppo di ragazzi del Nebraska dovrebbe interessarsi alle mummie siciliane, di tecniche di conservazione vecchie di secoli, applicate a decrepite salme di prelati, aristocratici e borghesi? Apparentemente non potrebbero esserci due mondi più distanti. La moderna spensierata gioventù americana e il culto del passato che in Sicilia è identità, ricchezza, vocazione.

Ma a ben guardare gli studenti del Nebraska hanno trovato pane per i loro denti. Sono dieci quelli che hanno partecipato alla terza edizione del campo scuola di studi sulle mummie, organizzato nel convento dei Cappuccini di Santa Lucia del Mela, nel Messinese. Sono arrivate da una delle tante università dello sterminato Midwest, studiano perlopiù scienze forensi, qualcuno di loro sogna magari di entrare nell’Fbi o di diventare Csi, e hanno cominciato a fare i conti con l’eventualità di trovarsi davanti un cadavere mummificato, abbandonato nel più squallido e triste oblio, una scena del crimine complessa che richiede competenze specifiche e la mente aperta.

Così per due settimane, si sono applicati sulla tafonomia, la disciplina che studia i cambiamenti di un corpo dopo la morte, la palinologia, ovvero lo studio dei pollini e delle spore che possono depositarsi su un cadavere o al suo interno, la paleopatologia, che indaga le antiche malattie, la parassitologia, che analizza i parassiti che entrano in azione dopo il decesso.

Cinque insegnanti – tre italiani, un americano e una portoghese – hanno accompagnato gli allievi del corso intensivo in un viaggio nei misteri del trapasso, con le stigmate della scienza. “Per gli studenti americani – spiega il professore Dario Piombino-Mascali, che al corso ha insegnato tafonomia e mummiologia generale – è anche l’occasione di partecipare a dei focus fuori dal convento, nelle catacombe di Palermo, Savoca e Piraino”.

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I misteri delle mummie scomparse

Fra Palermo, Ragusa, Novara di Sicilia, negli ultimi 40 anni sono stati frequenti i furti per i più vari motivi. E c’è chi ha dovuto trasformarsi in Sherlock Holmes per cercarle

di Federica Certa

Vandalismo, furti di soppiatto, trasferimenti indebiti. Un patrimonio unico al mondo, per quantità e tradizione, quello delle mummie siciliane – da Palermo a Novara di Sicilia, da Savoca a Santa Lucia del Mela, da Gangi a Piraino – che per decenni è stato alla mercé di studiosi fin troppo zelanti, custodi e amministratori distratti.

Il caso più eclatante risale al 1987. Dalla cappella mortuaria della chiesa dei Cappuccini di Comiso sparisce la testa di una mummia del XVIII secolo. Nessuno ne sa niente, fino a quando l’antropologo e mummiologo Dario Piombino-Mascali, dal 2011 ispettore onorario in materia di patrimonio bioantropologico mummificato siciliano – ricostruisce la vicenda e individua la nuova collocazione nel museo di anatomia patologica dell’Università di Pisa. Un professore l’aveva prelevata per motivi di studio e da allora mai più restituita. Il cranio mummificato non si trova, il museo viene spostato e inglobato con quello di Storia naturale, devono passare 29 anni per riavere indietro la testa, grazie all’intervento dello stesso Piombino e della Soprintendenza ai Beni culturali di Ragusa. E insieme alla testa di Comiso, Piombino recupera un altro reperto scomparso, un cranio sottratto nel 2004 dalle catacombe di Savoca, tornato a “casa” dopo oltre dieci anni di esilio.

Fu un colpo grosso quello del medico francese che prese 70 teste dalla chiesa madre di Randazzo. Intenzioni più che nobili – esigenze di ricerca accademica – e la placida complicità di autorità locali gli facilitarono le cose. Fino a quando Piombino segnalò le irregolarità alla Regione. Ma riprendersele non fu altrettanto semplice: il ministero dei beni culturali faceva spallucce, e solo dopo alcuni anni lo studioso d’Oltralpe tornò sui suoi passi e rispedì le teste in Sicilia, a bordo di un vagone ferroviario.

Poi ci sono i buontemponi, turisti con il gusto della dissacrazione a tutti i costi o devoti dal fervore esagerato. Così le mummie di Savoca sono state prese di mira da vandali armati di pennello e vernice verde. E ci sono voluti anni per ripulirle. Mentre le catacombe dei Cappuccini di Palermo sono state colpite da vari incendi dolosi, e le mummie sbeffeggiate con una grottesca sigaretta in bocca per l’immancabile foto ricordo.

Niente in confronto al curioso “trattamento” riservato al corpo mummificato della giovane Angelina, morta forse suicida per un amore ostracizzato, imbalsamata nel 1911 e deposta nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale di Catania. La devozione popolare la venerava come una santa, portando in dono fiori, bambole e candele, ma un povero squinternato arrivò addirittura a farle lo shampoo – rigorosamente a secco – per esaudire una presunta richiesta della ragazza, apparsa in sogno.

E in fatto di stranezze non può non apparire se non altro singolare l’inclemente fine di Alfredo Salafia, il principe degli imbalsamatori: “Per lui – racconta Piombino – ci fu solo una ordinaria sepoltura nel cimitero di Santa Maria di Gesù. Ma quando, nel 2000, si procedette allo spurgo, i resti, a contatto con l’aria, si polverizzarono”. Forse un batterio, ma certo – ammette lo studioso – si è verificata un’eventualità piuttosto rara: “Davvero un perfetto contrappasso dantesco”.

Fra Palermo, Ragusa, Novara di Sicilia, negli ultimi 40 anni sono stati frequenti i furti per i più vari motivi. E c’è chi ha dovuto trasformarsi in Sherlock Holmes per cercarle

di Federica Certa

Vandalismo, furti di soppiatto, trasferimenti indebiti. Un patrimonio unico al mondo, per quantità e tradizione, quello delle mummie siciliane – da Palermo a Novara di Sicilia, da Savoca a Santa Lucia del Mela, da Gangi a Piraino – che per decenni è stato alla mercé di studiosi fin troppo zelanti, custodi e amministratori distratti.

Il caso più eclatante risale al 1987. Dalla cappella mortuaria della chiesa dei Cappuccini di Comiso sparisce la testa di una mummia del XVIII secolo. Nessuno ne sa niente, fino a quando l’antropologo e mummiologo Dario Piombino-Mascali, dal 2011 ispettore onorario in materia di patrimonio bioantropologico mummificato siciliano – ricostruisce la vicenda e individua la nuova collocazione nel museo di anatomia patologica dell’Università di Pisa. Un professore l’aveva prelevata per motivi di studio e da allora mai più restituita. Il cranio mummificato non si trova, il museo viene spostato e inglobato con quello di Storia naturale, devono passare 29 anni per riavere indietro la testa, grazie all’intervento dello stesso Piombino e della Soprintendenza ai Beni culturali di Ragusa. E insieme alla testa di Comiso, Piombino recupera un altro reperto scomparso, un cranio sottratto nel 2004 dalle catacombe di Savoca, tornato a “casa” dopo oltre dieci anni di esilio.

Fu un colpo grosso quello del medico francese che prese 70 teste dalla chiesa madre di Randazzo. Intenzioni più che nobili – esigenze di ricerca accademica – e la placida complicità di autorità locali gli facilitarono le cose. Fino a quando Piombino segnalò le irregolarità alla Regione. Ma riprendersele non fu altrettanto semplice: il ministero dei beni culturali faceva spallucce, e solo dopo alcuni anni lo studioso d’Oltralpe tornò sui suoi passi e rispedì le teste in Sicilia, a bordo di un vagone ferroviario.

Poi ci sono i buontemponi, turisti con il gusto della dissacrazione a tutti i costi o devoti dal fervore esagerato. Così le mummie di Savoca sono state prese di mira da vandali armati di pennello e vernice verde. E ci sono voluti anni per ripulirle. Mentre le catacombe dei Cappuccini di Palermo sono state colpite da vari incendi dolosi, e le mummie sbeffeggiate con una grottesca sigaretta in bocca per l’immancabile foto ricordo.

Niente in confronto al curioso “trattamento” riservato al corpo mummificato della giovane Angelina, morta forse suicida per un amore ostracizzato, imbalsamata nel 1911 e deposta nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale di Catania. La devozione popolare la venerava come una santa, portando in dono fiori, bambole e candele, ma un povero squinternato arrivò addirittura a farle lo shampoo – rigorosamente a secco – per esaudire una presunta richiesta della ragazza, apparsa in sogno.

E in fatto di stranezze non può non apparire se non altro singolare l’inclemente fine di Alfredo Salafia, il principe degli imbalsamatori: “Per lui – racconta Piombino – ci fu solo una ordinaria sepoltura nel cimitero di Santa Maria di Gesù. Ma quando, nel 2000, si procedette allo spurgo, i resti, a contatto con l’aria, si polverizzarono”. Forse un batterio, ma certo – ammette lo studioso – si è verificata un’eventualità piuttosto rara: “Davvero un perfetto contrappasso dantesco”.

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