Le Vie dei Tesori, a tu per tu con gli studenti-ciceroni

Sono giovani e con tanti sogni nel cassetto i protagonisti dell’alternanza scuola-lavoro che accompagnano i visitatori durante il festival. Abbiamo incontrato alcuni di loro per conoscerli più da vicino

di Federica Certa

Per il suo “debutto” nel mondo del lavoro a misura di studente ha scelto uno dei gettonatissimi set del commissario Montalbano, le stanze che pullulano di surreale e concitata vita sbirresca, l’ufficio del questore di Montelusa, i corridoi che risuonano delle imperscrutabili “perle” di devota alienazione di Catarella.

Greta Corallo, 18 anni, prossima al diploma all’istituto tecnico “Quintino Cataudella” di Scicli, indirizzo turistico, è una ragazza pragmatica. Una delle tante che quest’anno partecipa alle Vie dei tesori – 10 le città siciliane e 300 i luoghi del circuito disegnato per questa dodicesima edizione – nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro; svela luoghi semi-dimenticati della sua città, accompagna turisti stranieri e visitatori indigeni in un viaggio di scoperta lungo le tappe della memoria, della bellezza, dello stupore, a fianco di tanti volontari che fanno un po’ da guide e un po’ da tutor.

Tanto pragmatica, Greta, che non ha avuto dubbi sul sito da scegliere: “Sapevo che la serie di Montalbano è seguita in tutto il mondo e volevo confrontarmi con una realtà viva, che incuriosisse la gente, anche chi di solito non è particolarmente attento all’arte e alla cultura. Nei primi due weekend abbiamo avuto più di 400 visitatori, 80 solo la scorsa domenica, anche australiani e giapponesi. Abbiamo iniziato a studiare con volontari e sui loro appunti giorni prima che cominciassero le lezioni”, e per il prossimo fine settimana, da venerdì 28 a domenica 30, con Silvana, Anita e Francesca, Greta sarà ancora a presidiare il primo piano di Palazzo Iacono, dove nella fiction è stata ricavata la stanza del fumantino, “felpato” capo della polizia, al secolo l’ufficio del sindaco Giannone.

Studenti dell’istituto “Quasimodo” di Messina

“Spieghiamo i trucchi cinematografici che fanno apparire lo spazio molto più ampio – rivela la studentessa – e raccontiamo la storia del grande arazzo realizzato come copia, rivisitata, del Mosè salvato dalle acque dipinto nel ‘500 da Paolo Veronese. Al piano terra, poi – prosegue – ci sono i nostri compagni che mostrano i locali, abitualmente occupati dagli impiegati comunali, convertiti in commissariato”.

Sono circa 40 gli studenti impegnati sul territorio di Scicli, da Palazzo Spadaro alla chiesa di Santa Teresa, dall’antica farmacia alla chiesa di San Matteo, riaperta per il festival, al Museo del costume. “Anche i nostri concittadini – aggiunge Greta – hanno accolto con grande entusiasmo la manifestazione. È un’occasione importante per conoscere luoghi familiari ma spesso poco conosciuti. Ed è soprattutto un’iniziativa mirata, con obiettivi chiari e concreti, per noi studenti”. Un suggerimento per una gita a Scicli? “Fate una passeggiata nel centro storico assaggiando un pezzo di cucciddato, la nostra focaccia con salsiccia, strutto e ricotta. E poi venite a trovarci in Municipio. Anzi, in commissariato”.

Ha 17 anni e il futuro stampato in testa chiaro come una mappa geografica, Stefano Avola, allievo dell’ultimo anno del classico “Umberto I” di Ragusa – appassionato di storia classica e delle drammatiche vicende della Sicilia di fine millennio, che si ribella alla mafia – pronto ad ascoltare la voce impetuosa di una coscienza civica tutt’altro che acerba, magari tra le fila della magistratura.

“Con altri cinque ragazzi abbiamo ‘adottato’ la chiesa di Sant’Agnese – racconta – un tempo la più importante della città, rimasta chiusa per oltre 25 anni, edificata sulla struttura originaria della chiesa cinquecentesca di San Giovanni Battista, distrutta dal terremoto del 1693”. Stefano ha preso il suo ruolo – un po’ studente, un po’ guida – con la serietà di un funzionario prussiano. E confessa che “è commovente vedere tanti ragusani che vengono a visitare la chiesa e si mettono quasi a piangere, ricordando quando era ancora aperta. Io sono sempre cresciuto nel quartiere antico di Ragusa, tra i vicoli e le stradine di Ibla, e da bambino giocavo nello spazio antistante. Qui è casa mia, e sono felice che colpisca tanta gente, stranieri e non solo”.

All’interno, Stefano indica le quattro cappelle, gli elementi architettonici aggiunti nel Settecento, la tela che raffigura la vita e l’incoronazione della santa trafitta con una spada come un agnello sacrificale. “Ed è una grande soddisfazione – aggiunge il ragazzo – sapere che il prossimo 21 gennaio la chiesa verrà riaperta e definitivamente restituita alla comunità. La cultura può e deve salvare la nostra terra. Non abbiamo niente da invidiare e non ci manca nulla, dobbiamo solo prendere consapevolezza del potere che l’arte e la storia hanno anche sul piano dello sviluppo economico. E il festival ne è la dimostrazione”.

Ylenia Capillo

È una delle punte di sfondamento della manifestazione, Messina, con le sue 5000 presenze nei primi due week-end (1500 in più dello scorso anno), tallonata ad un soffio dalle 4500 di Trapani (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). Ylenia Capillo, 16 anni – studentessa del terzo anno allo scientifico “Quasimodo”, aspirazioni da psicologa o da scienziata in divisa dei Ris – salta su e giù dal pulmino della scuola all’auto di mamma, dividendosi fra la Galleria d’Arte moderna e contemporanea “Lucio Barbera”, l’istituto agrario “Cuppari”, già castello, poi monastero, e la Villa De Pasquale di Contesse, voluta dall’eclettico imprenditore Eugenio, fondatore della fabbrica di essenze di agrumi e gelsomini conosciuta in tutto il mondo.

“E’ la mia preferita – dice Ylenia con un sorriso da giovane sognatrice – perché mi proietta nel passato di eleganza e raffinatezza del primo Novecento, quando donna Natalia si muoveva tra i bei mobili della camera da letto, apriva il grande armadio e sceglieva i suoi splendidi abiti e cappelli, molti dei quali ancora perfettamente conservati, altri purtroppo, come gli arredi, smarriti o rubati. Le ‘Vie dei tesori’ è un’esperienza formativa senza precedenti – prosegue la ragazza – . Ho già partecipato ad altri programmi di alternanza scuola-lavoro e all’inizio questo progetto mi lasciava un po’ perplessa, perché non proprio attinente ai miei studi scientifici. Ma l’organizzazione, la dedizione delle otto guide presenti nei tre siti che ho avuto assegnati con altri 14 compagni, la scelta dei luoghi da aprire al pubblico, molti solitamente chiusi e poco noti, mi hanno fatto ricredere. Mi piacerebbe partecipare anche nel 2019, e magari far visitare Villa Roberto, che per quest’edizione è rimasta aperta un solo giorno. Un luogo che si è già rivelato molto suggestivo, con il suo meraviglioso giardino, per i messinesi ma anche per i molti turisti francesi e tedeschi ospiti di quest’edizione”.

Con Ylenia, Marina Cacciola, di un anno più grande, studentessa dell’indirizzo tecnico per il turismo, ama Antonello da Messina e gli impressionisti francesi. Vuole fare la storica dell’arte o la critica teatrale, andare via o restare, poco importa. Ma su una cosa Marina non vuol sentire ragioni: “Abbiamo tanto qui, ma non lo sappiamo. Molti miei concittadini non conoscevano neanche l’esistenza della Galleria, ne sentono parlare per la prima volta proprio grazie alle Vie dei tesori. Abbiamo già dimenticato tante nostre risorse preziose e continuiamo a farlo – sospira – E’ bello pensare di poter salvare qualcosa dal buco nero dell’ignoranza”.

Opere di pittori siciliani e non, alcune sculture, l’archivio donato alla città dal figlio di Quasimodo e dedicato alla memoria del premio Nobel per la letteratura nel ’59, la galleria aperta nel ’98 è per Marina e i suoi compagni di strada – altri 5 studenti e 4 guide volontarie – una “bellissima scoperta”.

“Ho già partecipato a progetti di alternanza scuola-lavoro – sottolinea la ragazza – lavorando in un’agenzia di viaggi e in una società di servizi turistici. Ma nessun’altra esperienza può essere paragonata al festival. Quello che sto imparando in questi giorni è impagabile. Non so se sarò ancora a Messina l’anno prossimo, ma mi piacerebbe poter mostrare ai visitatori un luogo speciale come il sacrario di Cristo Re, aperto anche in quest’edizione della rassegna. È un simbolo della città, ma a pochi di noi capita di fermarsi a pensare al suo valore: raccoglie i resti e le lapidi funebri dei caduti della prima e della Seconda guerra mondiale, che riposano nel santuario. Non può lasciare indifferenti”.

Sono giovani e con tanti sogni nel cassetto i protagonisti dell’alternanza scuola-lavoro che accompagnano i visitatori durante il festival. Abbiamo incontrato alcuni di loro per conoscerli più da vicino

di Federica Certa

Per il suo “debutto” nel mondo del lavoro a misura di studente ha scelto uno dei gettonatissimi set del commissario Montalbano, le stanze che pullulano di surreale e concitata vita sbirresca, l’ufficio del questore di Montelusa, i corridoi che risuonano delle imperscrutabili “perle” di devota alienazione di Catarella.

Greta Corallo, 18 anni, prossima al diploma all’istituto tecnico “Quintino Cataudella” di Scicli, indirizzo turistico, è una ragazza pragmatica. Una delle tante che quest’anno partecipa alle Vie dei tesori – 10 le città siciliane e 300 i luoghi del circuito disegnato per questa dodicesima edizione – nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro; svela luoghi semi-dimenticati della sua città, accompagna turisti stranieri e visitatori indigeni in un viaggio di scoperta lungo le tappe della memoria, della bellezza, dello stupore, a fianco di tanti volontari che fanno un po’ da guide e un po’ da tutor.

Tanto pragmatica, Greta, che non ha avuto dubbi sul sito da scegliere: “Sapevo che la serie di Montalbano è seguita in tutto il mondo e volevo confrontarmi con una realtà viva, che incuriosisse la gente, anche chi di solito non è particolarmente attento all’arte e alla cultura. Nei primi due weekend abbiamo avuto più di 400 visitatori, 80 solo la scorsa domenica, anche australiani e giapponesi. Abbiamo iniziato a studiare con volontari e sui loro appunti giorni prima che cominciassero le lezioni”, e per il prossimo fine settimana, da venerdì 28 a domenica 30, con Silvana, Anita e Francesca, Greta sarà ancora a presidiare il primo piano di Palazzo Iacono, dove nella fiction è stata ricavata la stanza del fumantino, “felpato” capo della polizia, al secolo l’ufficio del sindaco Giannone.

Studenti dell’istituto “Quasimodo” di Messina

“Spieghiamo i trucchi cinematografici che fanno apparire lo spazio molto più ampio – rivela la studentessa – e raccontiamo la storia del grande arazzo realizzato come copia, rivisitata, del Mosè salvato dalle acque dipinto nel ‘500 da Paolo Veronese. Al piano terra, poi – prosegue – ci sono i nostri compagni che mostrano i locali, abitualmente occupati dagli impiegati comunali, convertiti in commissariato”.

Sono circa 40 gli studenti impegnati sul territorio di Scicli, da Palazzo Spadaro alla chiesa di Santa Teresa, dall’antica farmacia alla chiesa di San Matteo, riaperta per il festival, al Museo del costume. “Anche i nostri concittadini – aggiunge Greta – hanno accolto con grande entusiasmo la manifestazione. È un’occasione importante per conoscere luoghi familiari ma spesso poco conosciuti. Ed è soprattutto un’iniziativa mirata, con obiettivi chiari e concreti, per noi studenti”. Un suggerimento per una gita a Scicli? “Fate una passeggiata nel centro storico assaggiando un pezzo di cucciddato, la nostra focaccia con salsiccia, strutto e ricotta. E poi venite a trovarci in Municipio. Anzi, in commissariato”.

Ha 17 anni e il futuro stampato in testa chiaro come una mappa geografica, Stefano Avola, allievo dell’ultimo anno del classico “Umberto I” di Ragusa – appassionato di storia classica e delle drammatiche vicende della Sicilia di fine millennio, che si ribella alla mafia – pronto ad ascoltare la voce impetuosa di una coscienza civica tutt’altro che acerba, magari tra le fila della magistratura.

“Con altri cinque ragazzi abbiamo ‘adottato’ la chiesa di Sant’Agnese – racconta – un tempo la più importante della città, rimasta chiusa per oltre 25 anni, edificata sulla struttura originaria della chiesa cinquecentesca di San Giovanni Battista, distrutta dal terremoto del 1693”. Stefano ha preso il suo ruolo – un po’ studente, un po’ guida – con la serietà di un funzionario prussiano. E confessa che “è commovente vedere tanti ragusani che vengono a visitare la chiesa e si mettono quasi a piangere, ricordando quando era ancora aperta. Io sono sempre cresciuto nel quartiere antico di Ragusa, tra i vicoli e le stradine di Ibla, e da bambino giocavo nello spazio antistante. Qui è casa mia, e sono felice che colpisca tanta gente, stranieri e non solo”.

All’interno, Stefano indica le quattro cappelle, gli elementi architettonici aggiunti nel Settecento, la tela che raffigura la vita e l’incoronazione della santa trafitta con una spada come un agnello sacrificale. “Ed è una grande soddisfazione – aggiunge il ragazzo – sapere che il prossimo 21 gennaio la chiesa verrà riaperta e definitivamente restituita alla comunità. La cultura può e deve salvare la nostra terra. Non abbiamo niente da invidiare e non ci manca nulla, dobbiamo solo prendere consapevolezza del potere che l’arte e la storia hanno anche sul piano dello sviluppo economico. E il festival ne è la dimostrazione”.

Ylenia Capillo

È una delle punte di sfondamento della manifestazione, Messina, con le sue 5000 presenze nei primi due week-end (1500 in più dello scorso anno), tallonata ad un soffio dalle 4500 di Trapani (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). Ylenia Capillo, 16 anni – studentessa del terzo anno allo scientifico “Quasimodo”, aspirazioni da psicologa o da scienziata in divisa dei Ris – salta su e giù dal pulmino della scuola all’auto di mamma, dividendosi fra la Galleria d’Arte moderna e contemporanea “Lucio Barbera”, l’istituto agrario “Cuppari”, già castello, poi monastero, e la Villa De Pasquale di Contesse, voluta dall’eclettico imprenditore Eugenio, fondatore della fabbrica di essenze di agrumi e gelsomini conosciuta in tutto il mondo.

“E’ la mia preferita – dice Ylenia con un sorriso da giovane sognatrice – perché mi proietta nel passato di eleganza e raffinatezza del primo Novecento, quando donna Natalia si muoveva tra i bei mobili della camera da letto, apriva il grande armadio e sceglieva i suoi splendidi abiti e cappelli, molti dei quali ancora perfettamente conservati, altri purtroppo, come gli arredi, smarriti o rubati. Le ‘Vie dei tesori’ è un’esperienza formativa senza precedenti – prosegue la ragazza – . Ho già partecipato ad altri programmi di alternanza scuola-lavoro e all’inizio questo progetto mi lasciava un po’ perplessa, perché non proprio attinente ai miei studi scientifici. Ma l’organizzazione, la dedizione delle otto guide presenti nei tre siti che ho avuto assegnati con altri 14 compagni, la scelta dei luoghi da aprire al pubblico, molti solitamente chiusi e poco noti, mi hanno fatto ricredere. Mi piacerebbe partecipare anche nel 2019, e magari far visitare Villa Roberto, che per quest’edizione è rimasta aperta un solo giorno. Un luogo che si è già rivelato molto suggestivo, con il suo meraviglioso giardino, per i messinesi ma anche per i molti turisti francesi e tedeschi ospiti di quest’edizione”.

Con Ylenia, Marina Cacciola, di un anno più grande, studentessa dell’indirizzo tecnico per il turismo, ama Antonello da Messina e gli impressionisti francesi. Vuole fare la storica dell’arte o la critica teatrale, andare via o restare, poco importa. Ma su una cosa Marina non vuol sentire ragioni: “Abbiamo tanto qui, ma non lo sappiamo. Molti miei concittadini non conoscevano neanche l’esistenza della Galleria, ne sentono parlare per la prima volta proprio grazie alle Vie dei tesori. Abbiamo già dimenticato tante nostre risorse preziose e continuiamo a farlo – sospira – E’ bello pensare di poter salvare qualcosa dal buco nero dell’ignoranza”.

Opere di pittori siciliani e non, alcune sculture, l’archivio donato alla città dal figlio di Quasimodo e dedicato alla memoria del premio Nobel per la letteratura nel ’59, la galleria aperta nel ’98 è per Marina e i suoi compagni di strada – altri 5 studenti e 4 guide volontarie – una “bellissima scoperta”.

“Ho già partecipato a progetti di alternanza scuola-lavoro – sottolinea la ragazza – lavorando in un’agenzia di viaggi e in una società di servizi turistici. Ma nessun’altra esperienza può essere paragonata al festival. Quello che sto imparando in questi giorni è impagabile. Non so se sarò ancora a Messina l’anno prossimo, ma mi piacerebbe poter mostrare ai visitatori un luogo speciale come il sacrario di Cristo Re, aperto anche in quest’edizione della rassegna. È un simbolo della città, ma a pochi di noi capita di fermarsi a pensare al suo valore: raccoglie i resti e le lapidi funebri dei caduti della prima e della Seconda guerra mondiale, che riposano nel santuario. Non può lasciare indifferenti”.

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Viaggio nel tempo a Palazzo Castro Grimaldi

In occasione de Le Vie dei Tesori apre le porte una delle dimore più suggestive di Modica, a pochi metri dal duomo di San Giorgio. Ogni ambiente è come un diorama che svela una storia

di Federica Certa

Una terrazza sul Duomo. Venti metri di puro incanto protesi sulla chiesa madre di San Giorgio, ad un soffio dalla lunga, imponente scalinata che sembra “allagare” il corso come una marea dorata, sempre sul punto di straripare.
Un panorama da togliere il fiato, che abbraccia Modica Alta e Modica Bassa, fino ai quartieri più lontani sulle colline e al Pizzo Nord. E come avamposto, punto di osservazione privilegiato per coglierne tutta la luce e la generosa, smagliante bellezza, Palazzo Castro Grimaldi.

Incastonato nel cuore della città alta – villa inurbata su tre livelli, con tanto di alloggi per i cavalli e deposito per le carrozze, circondata su due lati da un ampio giardino che non lasciava rimpiangere la campagna – il Palazzo fu costruito, tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, su iniziativa del cavaliere Francesco Castro, che lo elesse a sua dimora con la moglie Grazietta Grimaldi, donna moderna e anticonformista, mecenate amante dell’arte, benefattrice della città e discendente di un ramo dei principi di Monaco.

Nel 1903 l’edificio fu ristrutturato – come si legge nell’iscrizione all’ingresso – e dotato di impianti elettrici e di riscaldamento, tra i primi dell’epoca in Italia; le maioliche furono sostituite con cementine dipinte a mano. Da allora la magione non è stata più ritoccata e il tempo sembra essersi cristallizzato in una bolla di memorie, misurata eleganza e piccoli riti domestici.
Gli arredi, le suppellettili, i dipinti, gli affreschi e la carta da parati realizzati dai migliori artigiani dell’isola: tutto è rimasto intatto, come in una fotografia che non sbiadisce, e continua a svelare, alla siderale distanza di centoventi anni, gusti e abitudini della nobiltà siciliana nel passaggio fra XIX e XX secolo.

Nel 1920 il cavaliere Castro muore, lasciando la moglie Grazietta vedova all’età di 42 anni e senza figli. Quaranta anni dopo se ne va anche lei e il palazzo va in eredità al nipote Raffaele Tommasi Rosso, e da quest’ultimo alla figlia Maria Tommasi, che, come la prozia, sposa l’impegno sociale, finanziando l’apertura di centri di assistenza per le famiglie più povere della provincia di Ragusa e dedicandosi alla riqualificazione del quartiere San Giorgio. La nuova era del palazzo arriva con l’affidamento della proprietà alla società di comunicazione ed eventi milanese Crescenzi & Co, che lo apre al pubblico e imbastisce un percorso guidato per raccontare le vicende pubbliche e private che si sono intrecciate in questi 400 metri quadri di quotidianità blasonata ma genuina, nelle otto stanze dove tutto è rimasto come allora.

“Ogni angolo del Palazzo è un omaggio alla tradizione – dice Michele Modica, co titolare della società che gestisce il complesso – Moltissimi gli oggetti, le collezioni, le creazioni artigiane da ammirare. Oltre alle porcellane e alle cementine, ci sono i ventagli e gli ombrellini in avorio, legno, seta e merletto di donna Grazietta, le ceramiche di Caltagirone di inizio ‘800, ormai introvabili, i corredi degli antenati, in merletto traforato, lo scaldavivande, i quadri del canonico Spadaro, artista di pregio che la nobildonna aveva mantenuto agli studi di pittura”.

Perfettamente conservati, gli impianti elettrici e di riscaldamento esterni, ancora funzionanti, riflettono la modernità della famiglia Castro Grimaldi, abile nel coniugare rispetto della tradizione e attenzione verso tutto ciò che portava il progresso. “Non a caso – aggiunge Modica – si diceva che le sorelle Grazietta e Teresina Grimaldi avevano portato la Belle Epoque in città”.
All’interno del palazzo si trovano anche la piccola cappella privata con il reliquiario necessario per celebrare messa, e sala Venezia, che veniva utilizzata soprattutto per difendersi dal freddo dell’inverno perché senza finestre, con il bel soffitto affrescato con la laguna“.
Ogni ambiente della casa è come un diorama, ogni oggetto al suo posto, ogni scena preservata: la camera da letto padronale, la sala da pranzo con le porcellane e le suppellettili del tempo, lo studio del padrone di casa, con la ricca biblioteca, l’ottocentesco tavolo “sorrentino”, detto così perché dipinto a mano dai detenuti del carcere campano, con il disegno di San Giorgio, patrono di Modica, in sella al suo cavallo – e la credenza del salotto blu, dipinta di nero in segno di lutto per la morte del fratello del cavaliere, come si usava fare nelle case modicane per onorare la memoria dei propri cari stroncati dall’epidemia di Spagnola, dopo la prima guerra mondiale.

Una delle peculiarità del Palazzo è il doppio prospetto principale: il primo permette di accedere all’interno, più dimesso e nascosto; l’altro svetta maestosamente su Modica con la balconata ampia 35 metri quadri, che si apre sulla stupefacente visione di corso San Giorgio. E fu proprio per ampliare quest’ultimo, strada di collegamento tra la parte bassa e la parte alta, che la pianta della dimora fu rivoluzionata, fino ad assumere la definitiva, curiosa forma trapezoidale. Un’intera ala dell’edificio fu demolita e il cortile interno divenne l’androne del palazzo.
Dal 14 al 30 settembre, le Vie dei tesori entra a Palazzo Castro Grimaldi, per tre week-end di immersione nell’affascinante atmosfera della dimora. Gli operatori della società che gestisce lo spazio accompagneranno il pubblico alla scoperta dei vari ambienti e della storia delle tre famiglie che li hanno abitati.

Per partecipare alle visite guidate basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.com: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della rassegna.

In occasione de Le Vie dei Tesori apre le porte una delle dimore più suggestive di Modica, a pochi metri dal duomo di San Giorgio. Ogni ambiente è come un diorama che svela una storia

di Federica Certa

Una terrazza sul Duomo. Venti metri di puro incanto protesi sulla chiesa madre di San Giorgio, ad un soffio dalla lunga, imponente scalinata che sembra “allagare” il corso come una marea dorata, sempre sul punto di straripare.
Un panorama da togliere il fiato, che abbraccia Modica Alta e Modica Bassa, fino ai quartieri più lontani sulle colline e al Pizzo Nord. E come avamposto, punto di osservazione privilegiato per coglierne tutta la luce e la generosa, smagliante bellezza, Palazzo Castro Grimaldi.

Incastonato nel cuore della città alta – villa inurbata su tre livelli, con tanto di alloggi per i cavalli e deposito per le carrozze, circondata su due lati da un ampio giardino che non lasciava rimpiangere la campagna – il Palazzo fu costruito, tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, su iniziativa del cavaliere Francesco Castro, che lo elesse a sua dimora con la moglie Grazietta Grimaldi, donna moderna e anticonformista, mecenate amante dell’arte, benefattrice della città e discendente di un ramo dei principi di Monaco.

Nel 1903 l’edificio fu ristrutturato – come si legge nell’iscrizione all’ingresso – e dotato di impianti elettrici e di riscaldamento, tra i primi dell’epoca in Italia; le maioliche furono sostituite con cementine dipinte a mano. Da allora la magione non è stata più ritoccata e il tempo sembra essersi cristallizzato in una bolla di memorie, misurata eleganza e piccoli riti domestici.
Gli arredi, le suppellettili, i dipinti, gli affreschi e la carta da parati realizzati dai migliori artigiani dell’isola: tutto è rimasto intatto, come in una fotografia che non sbiadisce, e continua a svelare, alla siderale distanza di centoventi anni, gusti e abitudini della nobiltà siciliana nel passaggio fra XIX e XX secolo.

Nel 1920 il cavaliere Castro muore, lasciando la moglie Grazietta vedova all’età di 42 anni e senza figli. Quaranta anni dopo se ne va anche lei e il palazzo va in eredità al nipote Raffaele Tommasi Rosso, e da quest’ultimo alla figlia Maria Tommasi, che, come la prozia, sposa l’impegno sociale, finanziando l’apertura di centri di assistenza per le famiglie più povere della provincia di Ragusa e dedicandosi alla riqualificazione del quartiere San Giorgio. La nuova era del palazzo arriva con l’affidamento della proprietà alla società di comunicazione ed eventi milanese Crescenzi & Co, che lo apre al pubblico e imbastisce un percorso guidato per raccontare le vicende pubbliche e private che si sono intrecciate in questi 400 metri quadri di quotidianità blasonata ma genuina, nelle otto stanze dove tutto è rimasto come allora.

“Ogni angolo del Palazzo è un omaggio alla tradizione – dice Michele Modica, co titolare della società che gestisce il complesso – Moltissimi gli oggetti, le collezioni, le creazioni artigiane da ammirare. Oltre alle porcellane e alle cementine, ci sono i ventagli e gli ombrellini in avorio, legno, seta e merletto di donna Grazietta, le ceramiche di Caltagirone di inizio ‘800, ormai introvabili, i corredi degli antenati, in merletto traforato, lo scaldavivande, i quadri del canonico Spadaro, artista di pregio che la nobildonna aveva mantenuto agli studi di pittura”.

Perfettamente conservati, gli impianti elettrici e di riscaldamento esterni, ancora funzionanti, riflettono la modernità della famiglia Castro Grimaldi, abile nel coniugare rispetto della tradizione e attenzione verso tutto ciò che portava il progresso. “Non a caso – aggiunge Modica – si diceva che le sorelle Grazietta e Teresina Grimaldi avevano portato la Belle Epoque in città”.
All’interno del palazzo si trovano anche la piccola cappella privata con il reliquiario necessario per celebrare messa, e sala Venezia, che veniva utilizzata soprattutto per difendersi dal freddo dell’inverno perché senza finestre, con il bel soffitto affrescato con la laguna“.
Ogni ambiente della casa è come un diorama, ogni oggetto al suo posto, ogni scena preservata: la camera da letto padronale, la sala da pranzo con le porcellane e le suppellettili del tempo, lo studio del padrone di casa, con la ricca biblioteca, l’ottocentesco tavolo “sorrentino”, detto così perché dipinto a mano dai detenuti del carcere campano, con il disegno di San Giorgio, patrono di Modica, in sella al suo cavallo – e la credenza del salotto blu, dipinta di nero in segno di lutto per la morte del fratello del cavaliere, come si usava fare nelle case modicane per onorare la memoria dei propri cari stroncati dall’epidemia di Spagnola, dopo la prima guerra mondiale.

Una delle peculiarità del Palazzo è il doppio prospetto principale: il primo permette di accedere all’interno, più dimesso e nascosto; l’altro svetta maestosamente su Modica con la balconata ampia 35 metri quadri, che si apre sulla stupefacente visione di corso San Giorgio. E fu proprio per ampliare quest’ultimo, strada di collegamento tra la parte bassa e la parte alta, che la pianta della dimora fu rivoluzionata, fino ad assumere la definitiva, curiosa forma trapezoidale. Un’intera ala dell’edificio fu demolita e il cortile interno divenne l’androne del palazzo.
Dal 14 al 30 settembre, le Vie dei tesori entra a Palazzo Castro Grimaldi, per tre week-end di immersione nell’affascinante atmosfera della dimora. Gli operatori della società che gestisce lo spazio accompagneranno il pubblico alla scoperta dei vari ambienti e della storia delle tre famiglie che li hanno abitati.

Per partecipare alle visite guidate basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.com: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della rassegna.

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Modica riscopre Santa Maria del Gesù

Il complesso monumentale, dopo anni di oblio e abbandono, è oggi tra i luoghi più ammirati del circuito turistico della zona, aperto all’arte, alla musica e al teatro. Sarà per la prima volta inserito nel festival Le Vie dei Tesori, che partirà a giorni

di Federica Certa

Corsi e ricorsi, oblio e rinascita, secoli di emarginazione, come se non esistesse, e oggi una vita nuova, come paradigma di bene monumentale che torna a brillare, protagonista del progetto di rilancio e valorizzazione promosso dal Laboratorio autonomo potenziale (Lap), in collaborazione con l’amministrazione municipale. È una parabola ascendente, la storia del complesso di Santa Maria del Gesù di Modica, per centinaia di anni svilito e dimenticato, oggi tra i luoghi più ammirati del circuito turistico della zona, spazio dalle molteplici vocazioni, aperto alla musica lirica e contemporanea, all’arte, al teatro, ai live-set di elettronica e persino ai riti civili.

Il complesso rimane una delle più alte e preziose testimonianze della civiltà tardo gotica, nata e cresciuta in Sicilia tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. La costruzione della fabbrica è legata a un momento storico di straordinaria fioritura economica, culturale e civile per la contea di Modica: era il 1478 quando i frati francescani Minori Osservanti si insediano nel territorio fondando la chiesa e il convento fuori dalle mura della città, in una zona che oggi corrisponde alla parte alta sovrastante il centro storico. Nell’arco di pochi decenni, il complesso prende forma grazie al cospicuo finanziamento dei conti Federico Enriquez e Anna Cabrera.

È però un destino di amara e pervicace rimozione, quello toccato al lascito dei francescani, che impone secoli di abbandono o di totale chiusura, in contrapposizione ai decenni di splendore tra ’500 e ‘600, quando il convento è sede di studi di filosofia, teologia e scrittura sacra della Sicilia sud-orientale e residenza di eruditi di dottrina francescana ed esponenti della cultura mediterranea dell’epoca. Tra questi lo storico Placido Carrafa, primo studioso modicano che si interessò alle ricerche sulle origini della città fino al 1651.

Poi, il terremoto del 1693 nella Val di Noto, che distrugge parte della struttura, la ricostruzione settecentesca della navata, completamente trasformata in stile barocco, quindi il “trauma” del passaggio da bene ecclesiastico a proprietà dello Stato sabaudo, nel 1866, e la conversione in carcere: il convento rivoluzionato per ricavarne le celle maschili, la parte alta del chiostro adibita a prigione femminile e spazio per gli uffici medici. Uno scempio odioso si consuma nella splendida navata, declassata a magazzino per materiale di scarto e persino stalla per il ricovero degli animali. Di quella pesante cortina di trascuratezza rimangono però testimonianze esemplari, che raccontano le vicissitudini della chiesa come un diario di bordo: le iscrizioni lasciate dai detenuti, frasi disperate o dichiarazioni accorate all’amata lontana, incisioni sui muri, le colonne, gli stipiti, firmate con nomi, cognomi e date dai soldati che, nel corso delle due guerre mondiali, entravano nel complesso, rimasto senza porta, d’ingresso per cercare riparo.

Furono queste iscrizioni a decretare, in parte, la sconsacrazione della chiesa, sugellandone di fatto, però, molto tempo dopo, il rinascimento. Finalmente, nel 1990, interviene la Regione Sicilia con un restauro conservativo – firmato dagli architetti Bruno Messina ed Emanuele Fidone, con la collaborazione dello storico dell’arte Marco Rosario Nobile – che si incarica di salvare e recuperare il complesso. Rimasto, tuttavia, sprangato – tranne che in due sporadiche incursioni Fai – fino all’estate 2016, quando Demanio regionale, Comune e operatori privati condividono il progetto di riapertura.

Nei week-end lunghi dal 14 al 30 settembre Santa Maria del Gesù sarà per la prima volta nel circuito dei luoghi riscoperti delle Vie dei tesori, un debutto per la chiesa rinata ma anche per la città di Modica. “La storia di Santa Maria del Gesù – spiega Francesco Lucifora, presidente di Lap, direttore artistico, curatore indipendente e responsabile del piano di rilancio del complesso – si intreccia da due anni con il percorso dell’associazione fondata a Modica nel 2007 e ideatrice, nel 2010, del progetto CoCA, ovvero center of contemporary art, un archivio biblioteca di arti contemporanee, nel centro storico. Grazie anche al contributo di Elisabetta Denaro, specializzata in storia e tutela dei beni culturali, il piano ha avuto un prezioso supporto storico, architettonico e artistico. I risultati del nostro lavoro sono più che incoraggianti: 20mila visitatori in due anni, una ventina le manifestazioni organizzate in uno spazio ignorato per lunghissimo tempo, certificato di eccellenza nel 2017 per Tripadvisor”.

Così Santa Maria del Gesù è stata il luogo d’elezione, dal 2014, di Modica Art System (Mas), rassegna che ha richiamato in città creativi di fama internazionale, promossa da Lap con il Museo civico di Modica e la fondazione teatro Garibaldi. “Adesso stiamo lavorando alla riqualificazione dell’orto botanico – annuncia Lucifora –con un progetto di recupero e piantumazione che punta a trasformarlo in uno spazio verde dal valore storico e sociale, non solo giardino officinale, come si usava nei monasteri, ma anche didattico, aperto alla comunità”.

Sul piano architettonico, elementi superstiti dell’antica struttura tardo gotica sono la facciata e il chiostro. L’ingresso cinquecentesco ha un portale ogivale strombato, arricchito con decorazioni che evocano fiori e animali, scudi gentilizi e iconografie tipiche dell’Ordine dei Frati Minori, e si conclude, ai lati, con due pilastrini. Addossata alla facciata, nella parte sinistra, svetta l’antica torre campanaria.

La stessa eleganza si riscontra nel chiostro a doppio ordine del primo ventennio del XVI secolo, che rimanda allo stile arabo-normanno. Il primo ordine è scandito da colonnine monolitiche in pietra calcarea tutte diverse tra loro, decorate nei fusti e nei capitelli e riconsegnate all’originaria bellezza nonostante la profonda alterazione dovuta alle esigenze del carcere. La copertura presenta una modulazione di campate quadrate con volta a crociera; il secondo ordine è caratterizzato da pilastri a base ottagonale e copertura lignea.

Forte interesse ha suscitato la scoperta, durante i restauri, dell’affresco della Madonna in preghiera circondata da santi: riconducibile alle prime fasi di costruzione dell’edificio, è collocato nella cappella a sinistra della navata. Di grande valore, le cappelle laterali, che risalgono al periodo immediatamente successivo l’edificazione della chiesa. Divenuto luogo privilegiato per le sepolture funerarie e scelto dalle più importanti famiglie della città, lo spazio arrivò ad annoverare la presenza di quindici altari.

Per partecipare ai percorsi guidati basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci visite costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della rassegna.

Il complesso monumentale, dopo anni di oblio e abbandono, è oggi tra i luoghi più ammirati del circuito turistico della zona, aperto all’arte, alla musica e al teatro. Sarà per la prima volta inserito nel festival Le Vie dei Tesori, che partirà a giorni

di Federica Certa

Corsi e ricorsi, oblio e rinascita, secoli di emarginazione, come se non esistesse, e oggi una vita nuova, come paradigma di bene monumentale che torna a brillare, protagonista del progetto di rilancio e valorizzazione promosso dal Laboratorio autonomo potenziale (Lap), in collaborazione con l’amministrazione municipale. È una parabola ascendente, la storia del complesso di Santa Maria del Gesù di Modica, per centinaia di anni svilito e dimenticato, oggi tra i luoghi più ammirati del circuito turistico della zona, spazio dalle molteplici vocazioni, aperto alla musica lirica e contemporanea, all’arte, al teatro, ai live-set di elettronica e persino ai riti civili.

Il complesso rimane una delle più alte e preziose testimonianze della civiltà tardo gotica, nata e cresciuta in Sicilia tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. La costruzione della fabbrica è legata a un momento storico di straordinaria fioritura economica, culturale e civile per la contea di Modica: era il 1478 quando i frati francescani Minori Osservanti si insediano nel territorio fondando la chiesa e il convento fuori dalle mura della città, in una zona che oggi corrisponde alla parte alta sovrastante il centro storico. Nell’arco di pochi decenni, il complesso prende forma grazie al cospicuo finanziamento dei conti Federico Enriquez e Anna Cabrera.

È però un destino di amara e pervicace rimozione, quello toccato al lascito dei francescani, che impone secoli di abbandono o di totale chiusura, in contrapposizione ai decenni di splendore tra ’500 e ‘600, quando il convento è sede di studi di filosofia, teologia e scrittura sacra della Sicilia sud-orientale e residenza di eruditi di dottrina francescana ed esponenti della cultura mediterranea dell’epoca. Tra questi lo storico Placido Carrafa, primo studioso modicano che si interessò alle ricerche sulle origini della città fino al 1651.

Poi, il terremoto del 1693 nella Val di Noto, che distrugge parte della struttura, la ricostruzione settecentesca della navata, completamente trasformata in stile barocco, quindi il “trauma” del passaggio da bene ecclesiastico a proprietà dello Stato sabaudo, nel 1866, e la conversione in carcere: il convento rivoluzionato per ricavarne le celle maschili, la parte alta del chiostro adibita a prigione femminile e spazio per gli uffici medici. Uno scempio odioso si consuma nella splendida navata, declassata a magazzino per materiale di scarto e persino stalla per il ricovero degli animali. Di quella pesante cortina di trascuratezza rimangono però testimonianze esemplari, che raccontano le vicissitudini della chiesa come un diario di bordo: le iscrizioni lasciate dai detenuti, frasi disperate o dichiarazioni accorate all’amata lontana, incisioni sui muri, le colonne, gli stipiti, firmate con nomi, cognomi e date dai soldati che, nel corso delle due guerre mondiali, entravano nel complesso, rimasto senza porta, d’ingresso per cercare riparo.

Furono queste iscrizioni a decretare, in parte, la sconsacrazione della chiesa, sugellandone di fatto, però, molto tempo dopo, il rinascimento. Finalmente, nel 1990, interviene la Regione Sicilia con un restauro conservativo – firmato dagli architetti Bruno Messina ed Emanuele Fidone, con la collaborazione dello storico dell’arte Marco Rosario Nobile – che si incarica di salvare e recuperare il complesso. Rimasto, tuttavia, sprangato – tranne che in due sporadiche incursioni Fai – fino all’estate 2016, quando Demanio regionale, Comune e operatori privati condividono il progetto di riapertura.

Nei week-end lunghi dal 14 al 30 settembre Santa Maria del Gesù sarà per la prima volta nel circuito dei luoghi riscoperti delle Vie dei tesori, un debutto per la chiesa rinata ma anche per la città di Modica. “La storia di Santa Maria del Gesù – spiega Francesco Lucifora, presidente di Lap, direttore artistico, curatore indipendente e responsabile del piano di rilancio del complesso – si intreccia da due anni con il percorso dell’associazione fondata a Modica nel 2007 e ideatrice, nel 2010, del progetto CoCA, ovvero center of contemporary art, un archivio biblioteca di arti contemporanee, nel centro storico. Grazie anche al contributo di Elisabetta Denaro, specializzata in storia e tutela dei beni culturali, il piano ha avuto un prezioso supporto storico, architettonico e artistico. I risultati del nostro lavoro sono più che incoraggianti: 20mila visitatori in due anni, una ventina le manifestazioni organizzate in uno spazio ignorato per lunghissimo tempo, certificato di eccellenza nel 2017 per Tripadvisor”.

Così Santa Maria del Gesù è stata il luogo d’elezione, dal 2014, di Modica Art System (Mas), rassegna che ha richiamato in città creativi di fama internazionale, promossa da Lap con il Museo civico di Modica e la fondazione teatro Garibaldi. “Adesso stiamo lavorando alla riqualificazione dell’orto botanico – annuncia Lucifora –con un progetto di recupero e piantumazione che punta a trasformarlo in uno spazio verde dal valore storico e sociale, non solo giardino officinale, come si usava nei monasteri, ma anche didattico, aperto alla comunità”.

Sul piano architettonico, elementi superstiti dell’antica struttura tardo gotica sono la facciata e il chiostro. L’ingresso cinquecentesco ha un portale ogivale strombato, arricchito con decorazioni che evocano fiori e animali, scudi gentilizi e iconografie tipiche dell’Ordine dei Frati Minori, e si conclude, ai lati, con due pilastrini. Addossata alla facciata, nella parte sinistra, svetta l’antica torre campanaria.

La stessa eleganza si riscontra nel chiostro a doppio ordine del primo ventennio del XVI secolo, che rimanda allo stile arabo-normanno. Il primo ordine è scandito da colonnine monolitiche in pietra calcarea tutte diverse tra loro, decorate nei fusti e nei capitelli e riconsegnate all’originaria bellezza nonostante la profonda alterazione dovuta alle esigenze del carcere. La copertura presenta una modulazione di campate quadrate con volta a crociera; il secondo ordine è caratterizzato da pilastri a base ottagonale e copertura lignea.

Forte interesse ha suscitato la scoperta, durante i restauri, dell’affresco della Madonna in preghiera circondata da santi: riconducibile alle prime fasi di costruzione dell’edificio, è collocato nella cappella a sinistra della navata. Di grande valore, le cappelle laterali, che risalgono al periodo immediatamente successivo l’edificazione della chiesa. Divenuto luogo privilegiato per le sepolture funerarie e scelto dalle più importanti famiglie della città, lo spazio arrivò ad annoverare la presenza di quindici altari.

Per partecipare ai percorsi guidati basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci visite costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della rassegna.

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Le serenate metropolitane di Sara

La cantastorie palermitana ha recuperato una tradizione popolare che trasforma in una festa di strada la vigilia delle nozze, ma fa anche laboratori nelle scuole e visite guidate. E lancia un appello ai moderni wedding planner

di Federica Certa

Impeto, studio, coraggio. Intuito e ricerca. Smettere i panni femminili e trasformarsi in voce sola. E poi tessere trame lievi e sofisticate, parlare con amici e parenti, conoscere, di lui e di lei, il segreto del primo sguardo, l’eco delle prime parole, i progetti, i desideri. Per Sara Cappello – autrice, musicista, cantastorie palermitana, da trent’anni vedetta per salvare, recuperare, restituire la tradizione popolare siciliana in immagini, note, storie – la serenata è una faccenda di alta diplomazia. E naturalmente anche di empatia, estro, passione. 

Le fa da vent’anni, le serenate. Come le faceva suo padre Gioacchino e come le facevano, fino a mezzo secolo fa, i cantori orbi e i cantastorie di quartiere. Ma lei le trasforma in eventi, in feste di strada che celebrano la musica e l’amore fermando il traffico, in una ribalta romantica e modernissima di condivisione dei sentimenti, che in questi tempi bui, o viceversa, illuminati da sfere stroboscopiche, ritrovano genuinità e candore.

“Chiunque può essere mio cliente – spiega l’artista – ma sono soprattutto persone che mi conoscono, che conoscono la mia attività e il mio stile. E vogliono fare una sorpresa inedita ad una figlia, alla sorella o alla fidanzata, magari proprio il giorno prima delle nozze”. Nasce così la serenata della sposa: Sara si prepara per giorni, incontra amici e familiari, arruola una o più “spalle” per fare da complici. E butta giù pagine di versi, che non sono i luoghi comuni dei Baci Perugina, ma un omaggio personale, diretto e sempre ispirato, alla coppia. Imbraccia la sua chitarra e va a casa dell’ignara ragazza.

Comincia a cantare, suonare, coinvolge anche il quasi marito, pronunciando le parole che lui stesso pronuncerebbe, richiamando gli applausi dei vicini e del cerchio allargato dei familiari, in una rappresentazione popolare che attinge a secoli di tradizione cortese. Poi, ad un certo punto, un’amica fidata, che intanto ha raggiunto la sposa in casa, porge alla ragazza un foglio con le battute scritte da Sara per lei. E il monologo diventa un dialogo a due, una cosa da cinema, come in una scena di Sedotta e abbandonata, ma con il lieto fine: don Vincenzo ha messo da parte il fucile, Peppino è amato e accolto dai suoceri come un figlio, Agnese non è disonorata e il paese non mormora, ma fa un tifo matto per i due innamorati.

“Pochi giorni fa – ricorda Cappello – ho fatto la serenata a Maria Grazia, da parte di Antonio. Ma in realtà era stato il padre di lei ad avere avuto l’idea, tempo fa, quando era in sala a vedere un mio spettacolo al teatro Cantunera. Per scrivere i versi mi sono ispirata alla storia di questa ragazza: il padre, che era venuto a mancare prima del suo matrimonio, aveva voluto lasciarle in dono un regalo speciale, il valore della memoria e degli affetti più cari che la musica continua ad evocare”.

Perché non è solo il capriccio di una notte di luna, che costa dai 400 ai 500 euro e può durate da 45 minuti a un paio d’ore; né solo il timbro potente di Sara e la sua fantasia che viaggia per inesauribili condotte. “È conservare le radici – dice l’autrice – impedire che si secchino. È un discorso dell’anima, una magia antica che irrompe nel contemporaneo”. E che canta le tempeste del cuore, ma anche la figura femminile, così com’era vista dai poeti dialettali siciliani di due, tre secoli fa, che paragonavo la donna ad un vascello, un diamante. “Io rievoco un mondo che è andato via – sorride Sara – e dimostro che in realtà non è affatto perduto”. È una combattente, la Cappello. Di sé dice di essere “una sopravvissuta”.

Perché – nonostante le mille difficoltà, i soldi che non ci sono, le incertezze di un mestiere che obbliga a dover sempre chiedere, bussare, aspettare, a dispetto di una nobile e coriacea carriera – lei è ancora lì, con il suo ‘pantheon’ di autori che le fanno compagnia, Favara, Vigo, Pitrè, Salomone Marino, le carte, i dischi, la risata verace di una quattro volte nonna che non si arrende. E ha sempre nuove sfide da disputare. I laboratori-spettacoli nelle scuole, dove racconta a bambini e ragazzi le storie incantate dei quartieri popolari e le vicende misteriose dei loro eroi; le visite guidate nei luoghi più affascinanti della vecchia Palermo; la rassegna alla Cantunera, lo spazio dell’associazione “Città dell’arte”, aperto tre anni fa in via Bara all’Olivella con fondi europei, dove presenta i suoi spettacoli e chiama ad esibirsi i colleghi, da ottobre a giugno.

E fa un appello ai wedding planner cittadini, che organizzano matrimoni sontuosi e non badano a spese per accaparrarsi una novità: “Tra un buffet e un servizio fotografico – la butta lì – perché non inserire anche una serenata, alla vigilia delle nozze ? Così facciamo lavorare i nostri artisti, rinnoviamo la tradizione e regaliamo un momento particolare agli sposi”.

La cantastorie palermitana ha recuperato una tradizione popolare che trasforma in una festa di strada la vigilia delle nozze, ma fa anche laboratori nelle scuole e visite guidate. E lancia un appello ai moderni wedding planner

di Federica Certa

Impeto, studio, coraggio. Intuito e ricerca. Smettere i panni femminili e trasformarsi in voce sola. E poi tessere trame lievi e sofisticate, parlare con amici e parenti, conoscere, di lui e di lei, il segreto del primo sguardo, l’eco delle prime parole, i progetti, i desideri. Per Sara Cappello – autrice, musicista, cantastorie palermitana, da trent’anni vedetta per salvare, recuperare, restituire la tradizione popolare siciliana in immagini, note, storie – la serenata è una faccenda di alta diplomazia. E naturalmente anche di empatia, estro, passione. 

Le fa da vent’anni, le serenate. Come le faceva suo padre Gioacchino e come le facevano, fino a mezzo secolo fa, i cantori orbi e i cantastorie di quartiere. Ma lei le trasforma in eventi, in feste di strada che celebrano la musica e l’amore fermando il traffico, in una ribalta romantica e modernissima di condivisione dei sentimenti, che in questi tempi bui, o viceversa, illuminati da sfere stroboscopiche, ritrovano genuinità e candore.

“Chiunque può essere mio cliente – spiega l’artista – ma sono soprattutto persone che mi conoscono, che conoscono la mia attività e il mio stile. E vogliono fare una sorpresa inedita ad una figlia, alla sorella o alla fidanzata, magari proprio il giorno prima delle nozze”. Nasce così la serenata della sposa: Sara si prepara per giorni, incontra amici e familiari, arruola una o più “spalle” per fare da complici. E butta giù pagine di versi, che non sono i luoghi comuni dei Baci Perugina, ma un omaggio personale, diretto e sempre ispirato, alla coppia. Imbraccia la sua chitarra e va a casa dell’ignara ragazza.

Comincia a cantare, suonare, coinvolge anche il quasi marito, pronunciando le parole che lui stesso pronuncerebbe, richiamando gli applausi dei vicini e del cerchio allargato dei familiari, in una rappresentazione popolare che attinge a secoli di tradizione cortese. Poi, ad un certo punto, un’amica fidata, che intanto ha raggiunto la sposa in casa, porge alla ragazza un foglio con le battute scritte da Sara per lei. E il monologo diventa un dialogo a due, una cosa da cinema, come in una scena di Sedotta e abbandonata, ma con il lieto fine: don Vincenzo ha messo da parte il fucile, Peppino è amato e accolto dai suoceri come un figlio, Agnese non è disonorata e il paese non mormora, ma fa un tifo matto per i due innamorati.

“Pochi giorni fa – ricorda Cappello – ho fatto la serenata a Maria Grazia, da parte di Antonio. Ma in realtà era stato il padre di lei ad avere avuto l’idea, tempo fa, quando era in sala a vedere un mio spettacolo al teatro Cantunera. Per scrivere i versi mi sono ispirata alla storia di questa ragazza: il padre, che era venuto a mancare prima del suo matrimonio, aveva voluto lasciarle in dono un regalo speciale, il valore della memoria e degli affetti più cari che la musica continua ad evocare”.

Perché non è solo il capriccio di una notte di luna, che costa dai 400 ai 500 euro e può durate da 45 minuti a un paio d’ore; né solo il timbro potente di Sara e la sua fantasia che viaggia per inesauribili condotte. “È conservare le radici – dice l’autrice – impedire che si secchino. È un discorso dell’anima, una magia antica che irrompe nel contemporaneo”. E che canta le tempeste del cuore, ma anche la figura femminile, così com’era vista dai poeti dialettali siciliani di due, tre secoli fa, che paragonavo la donna ad un vascello, un diamante. “Io rievoco un mondo che è andato via – sorride Sara – e dimostro che in realtà non è affatto perduto”. È una combattente, la Cappello. Di sé dice di essere “una sopravvissuta”.

Perché – nonostante le mille difficoltà, i soldi che non ci sono, le incertezze di un mestiere che obbliga a dover sempre chiedere, bussare, aspettare, a dispetto di una nobile e coriacea carriera – lei è ancora lì, con il suo ‘pantheon’ di autori che le fanno compagnia, Favara, Vigo, Pitrè, Salomone Marino, le carte, i dischi, la risata verace di una quattro volte nonna che non si arrende. E ha sempre nuove sfide da disputare. I laboratori-spettacoli nelle scuole, dove racconta a bambini e ragazzi le storie incantate dei quartieri popolari e le vicende misteriose dei loro eroi; le visite guidate nei luoghi più affascinanti della vecchia Palermo; la rassegna alla Cantunera, lo spazio dell’associazione “Città dell’arte”, aperto tre anni fa in via Bara all’Olivella con fondi europei, dove presenta i suoi spettacoli e chiama ad esibirsi i colleghi, da ottobre a giugno.

E fa un appello ai wedding planner cittadini, che organizzano matrimoni sontuosi e non badano a spese per accaparrarsi una novità: “Tra un buffet e un servizio fotografico – la butta lì – perché non inserire anche una serenata, alla vigilia delle nozze ? Così facciamo lavorare i nostri artisti, rinnoviamo la tradizione e regaliamo un momento particolare agli sposi”.

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Un tributo alla “Santuzza” di Palermo

Nel giorno solenne della tradizionale “acchianata” al santuario, si inaugura una mostra a Palazzo Reale con opere provenienti dalla Lombardia, Campania e anche Siviglia. Rosalia torna così alla corte di Ruggero, nei luoghi che la videro bambina e poi donna. Con un nuovo percorso nel cuore della città normanna

di Federica Certa

Se il Signore di Castiglione delle Stiviere non avesse sposato una nobile palermitana, forse uno dei capolavori di Pietro Novelli, maestro indiscusso del Seicento italiano, non esisterebbe. E invece il nobile lombardo aveva incontrato il pittore siciliano a Palermo, intorno al 1630, e gli aveva commissionato una pala d’altare destinata alla chiesa dei Santi Nazario e Celso, come ex voto per la guarigione dalla peste che aveva afflitto i suoi domini agli inizi del XVII secolo. Nasceva così “Santa Rosalia scende dal cielo tra gli appestati”, maestoso, drammatico tributo alla “santuzza” pellegrina ed eremita, che, poco dopo la consacrazione a patrona di Palermo, nel 1624, aveva distillato la sua devozione anche in Lombardia, Genova, Pisa, Venezia, Napoli, Amalfi, ambasciatrice di prodigi, icona di un culto che valicava i confini dell’isola. Lo testimonia anche l’angelo alato, sulla sinistra del dipinto di Novelli, che espone un cartiglio e certifica le candide certezze del popolo: è la giovane palermitana, rivoluzionaria nella rinuncia, temeraria nel rifiuto, la protettrice dalla peste, ovunque essa si manifesti.

La “Rosalia” di Novelli è una delle rappresentazioni della Santa che – dopo un’ampia ricognizione tra collezioni pubbliche e private – sono state raccolte, insieme ad altri 37 dipinti, 7 disegni preparatori, 3 sculture, argenti e vari documenti d’epoca, nella mostra Rosalia eris in peste patrona. L’esposizione – organizzata dalla Fondazione Federico II con l’Assemblea regionale siciliana, l’assessorato ai Beni culturali e all’Identità siciliana, il Centro per il restauro e l’Arcidiocesi di Palermo – si inaugura questo pomeriggio alle 18 a Palazzo Reale, in una rinnovata Sala Duca di Montalto, e resterà in allestimento fino al 5 maggio. Rosalia torna dunque alla corte di Ruggero, nei luoghi che la videro bambina e poi donna. Un omaggio alla protettrice dei palermitani e agli artisti che l’hanno celebrata – da Simone de Wobreck ad Anton Van Dyck, che durante il suo soggiorno a Palermo raffigurò la Santa in un ciclo di tele oggi custodite nei musei più prestigiosi del mondo, da Novelli a Vincenzo La Barbera, da Teodorio Vallonio a Matteo Preti – nel giorno solenne, il 4 settembre, della tradizionale acchianata al santuario di Monte Pellegrino, perfetto controcanto popolare al tributo laico, mediato dall’ispirazione, dal genio e dalla luce, di artisti famosi in tutta Europa. 

Tanti gli enti pubblici e i collezionisti privati che hanno “prestato” le opere per realizzare un allestimento originale nell’idea di fondo e nei contenuti: tra gli altri, Palazzo Abatellis, il museo diocesano e il Santuario di Montepellegrino, a Palermo, il Museo nazionale di Capodimonte, a Napoli, la Fundaciòn Casa de Alba, di Siviglia, chiese del Comasco e del Mantovano. Dietro ogni immagine, una storia di viaggi e di preghiere, di sodalizi nell’arte e nella fede, che raccontano anche di un legame antico, per certi versi inedito, lungo cinque secoli, tra la Lombardia e la Sicilia, terra di accoglienza e non di migrazione, punto di arrivo e non di partenza. Tanto che nell’Alto Lario, a nord del Lago di Como, si usava l’espressione “fare Palermo” per indicare chi aveva trovato fortuna al di là dello Stretto.


Ma non c’è soltanto Rosalia nel percorso espositivo, articolato in quattro sezioni: si parte infatti con la prima, dedicata al capoluogo palermitano e ai possedimenti, all’epoca denominati “nazioni” – la più influente, proprio quella dell’alta Padania – che con Palermo intrattenevano intensi rapporti diplomatici e culturali. Poi la seconda sezione, che affronta il tema dei santi taumaturghi – Sebastiano, Rocco, Carlo Borromeo – e della peste del 1575, mentre la terza è una sorta di antologia della vita e delle opere di Rosalia Sinibaldi, donna coraggiosa e anticonformista, poi santa, canonizzata da papa Urbano nel 1630. La quarta sezione, infine, documenta la diffusione del culto, attraverso pale d’altare e urne reliquiarie commissionate a Novelli e Van Dyck. “Questa mostra ha anche un significato politico – ha dichiarato il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè – perché oggi, come allora, a Rosalia chiediamo un miracolo: guarirci dalla peste dell’odio, della cattiveria, del razzismo”. Si è detto “stupefatto” del risultato, l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, che ha sottolineato “il lavoro di squadra dei diversi dipartimenti regionali e l’ammirevole equilibrio dell’allestimento, dove l’aspetto religioso incontra quello storico e artistico”.

“Riappropriarsi della figura di Santa Rosalia – ha detto la direttrice della fondazione Federico II, Patrizia Monterosso – rappresenta un’urgenza per stimolare la ricerca, nel nome di quell’articolo 9 della nostra carta costituzionale che promuove lo sviluppo e della cultura e la tutela del patrimonio”. 
“Per secoli – ha commentato l’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice – la città aveva cercato una santa che incarnasse nella propria storia un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, senza però riuscire a trovarla”. Con Rosalia si compiono dunque uno, due, tre miracoli: la guarigione dal morbo malefico, il ritrovamento delle ossa, scoperte nel 1624 dal saponaro Vincenzo Bonelli, la genesi di una fede che unisce, invocazione spontanea che germoglia ogni anno, nella notte del Festino.

La mostra “Rosalia eris in peste patrona” è l’appuntamento principale di un ciclo di iniziative promosse per festeggiare la riapertura – dopo tre secoli di “amnesia” e un restauro durato, a fasi alterne, dieci anni – del Portone monumentale Vice Regio del Palazzo Reale, su piazza del Parlamento, a partire da oggi, alle 18. Seguirà alle 21 lo spettacolo teatrale “R”, di e con Salvo Piparo. Il prospetto principale della corte che vide sorgere e brillare l’astro di Federico II, decorato con un ricamo di bugne seicentesche, rinasce così a poche decine di metri dal Cassaro, patrimonio Unesco dal 2015.

E introduce i visitatori al nuovo percorso artistico nel ventre del Palazzo e ai suoi tesori: il book-shop rivisitato, la croce di consacrazione rossa e nera collocata su un muro all’esterno della chiesa inferiore della Cappella Palatina, l’affresco della Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Francesco. La parte più suggestiva è senz’altro il tratto, chiuso nel 1930 e oggi riaperto, che consente il passaggio diretto al cortile Maqueda, restituendo parte dell’originario percorso di accesso alla chiesa Santa Maria delle Grazie, simbolo della sintesi architettonica fra civiltà occidentale e orientale, nella Palermo dei Normanni. Il percorso aprirà definitivamente al pubblico domani, tutti i giorni dalle 8.15 alle 17.40. Il 6 e 7, poi, in programma due “notti bianche”, con visita alla mostra e agli spazi ritrovati; dalle 21 alla mezzanotte, sulla facciata del Palazzo, si incroceranno luci e visioni della performance di videomapping dal titolo “Al-Qasr”. Tutte le informazioni su www.federicosecondo.org.

Nel giorno solenne della tradizionale “acchianata” al santuario, si inaugura una mostra a Palazzo Reale con opere provenienti dalla Lombardia, Campania e anche Siviglia. Rosalia torna così alla corte di Ruggero, nei luoghi che la videro bambina e poi donna. Con un nuovo percorso nel cuore della città normanna

di Federica Certa

Se il Signore di Castiglione delle Stiviere non avesse sposato una nobile palermitana, forse uno dei capolavori di Pietro Novelli, maestro indiscusso del Seicento italiano, non esisterebbe. E invece il nobile lombardo aveva incontrato il pittore siciliano a Palermo, intorno al 1630, e gli aveva commissionato una pala d’altare destinata alla chiesa dei Santi Nazario e Celso, come ex voto per la guarigione dalla peste che aveva afflitto i suoi domini agli inizi del XVII secolo. Nasceva così “Santa Rosalia scende dal cielo tra gli appestati”, maestoso, drammatico tributo alla “santuzza” pellegrina ed eremita, che, poco dopo la consacrazione a patrona di Palermo, nel 1624, aveva distillato la sua devozione anche in Lombardia, Genova, Pisa, Venezia, Napoli, Amalfi, ambasciatrice di prodigi, icona di un culto che valicava i confini dell’isola. Lo testimonia anche l’angelo alato, sulla sinistra del dipinto di Novelli, che espone un cartiglio e certifica le candide certezze del popolo: è la giovane palermitana, rivoluzionaria nella rinuncia, temeraria nel rifiuto, la protettrice dalla peste, ovunque essa si manifesti.

La “Rosalia” di Novelli è una delle rappresentazioni della Santa che – dopo un’ampia ricognizione tra collezioni pubbliche e private – sono state raccolte, insieme ad altri 37 dipinti, 7 disegni preparatori, 3 sculture, argenti e vari documenti d’epoca, nella mostra Rosalia eris in peste patrona. L’esposizione – organizzata dalla Fondazione Federico II con l’Assemblea regionale siciliana, l’assessorato ai Beni culturali e all’Identità siciliana, il Centro per il restauro e l’Arcidiocesi di Palermo – si inaugura questo pomeriggio alle 18 a Palazzo Reale, in una rinnovata Sala Duca di Montalto, e resterà in allestimento fino al 5 maggio. Rosalia torna dunque alla corte di Ruggero, nei luoghi che la videro bambina e poi donna. Un omaggio alla protettrice dei palermitani e agli artisti che l’hanno celebrata – da Simone de Wobreck ad Anton Van Dyck, che durante il suo soggiorno a Palermo raffigurò la Santa in un ciclo di tele oggi custodite nei musei più prestigiosi del mondo, da Novelli a Vincenzo La Barbera, da Teodorio Vallonio a Matteo Preti – nel giorno solenne, il 4 settembre, della tradizionale acchianata al santuario di Monte Pellegrino, perfetto controcanto popolare al tributo laico, mediato dall’ispirazione, dal genio e dalla luce, di artisti famosi in tutta Europa. 

Tanti gli enti pubblici e i collezionisti privati che hanno “prestato” le opere per realizzare un allestimento originale nell’idea di fondo e nei contenuti: tra gli altri, Palazzo Abatellis, il museo diocesano e il Santuario di Montepellegrino, a Palermo, il Museo nazionale di Capodimonte, a Napoli, la Fundaciòn Casa de Alba, di Siviglia, chiese del Comasco e del Mantovano. Dietro ogni immagine, una storia di viaggi e di preghiere, di sodalizi nell’arte e nella fede, che raccontano anche di un legame antico, per certi versi inedito, lungo cinque secoli, tra la Lombardia e la Sicilia, terra di accoglienza e non di migrazione, punto di arrivo e non di partenza. Tanto che nell’Alto Lario, a nord del Lago di Como, si usava l’espressione “fare Palermo” per indicare chi aveva trovato fortuna al di là dello Stretto.


Ma non c’è soltanto Rosalia nel percorso espositivo, articolato in quattro sezioni: si parte infatti con la prima, dedicata al capoluogo palermitano e ai possedimenti, all’epoca denominati “nazioni” – la più influente, proprio quella dell’alta Padania – che con Palermo intrattenevano intensi rapporti diplomatici e culturali. Poi la seconda sezione, che affronta il tema dei santi taumaturghi – Sebastiano, Rocco, Carlo Borromeo – e della peste del 1575, mentre la terza è una sorta di antologia della vita e delle opere di Rosalia Sinibaldi, donna coraggiosa e anticonformista, poi santa, canonizzata da papa Urbano nel 1630. La quarta sezione, infine, documenta la diffusione del culto, attraverso pale d’altare e urne reliquiarie commissionate a Novelli e Van Dyck. “Questa mostra ha anche un significato politico – ha dichiarato il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè – perché oggi, come allora, a Rosalia chiediamo un miracolo: guarirci dalla peste dell’odio, della cattiveria, del razzismo”. Si è detto “stupefatto” del risultato, l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, che ha sottolineato “il lavoro di squadra dei diversi dipartimenti regionali e l’ammirevole equilibrio dell’allestimento, dove l’aspetto religioso incontra quello storico e artistico”.

“Riappropriarsi della figura di Santa Rosalia – ha detto la direttrice della fondazione Federico II, Patrizia Monterosso – rappresenta un’urgenza per stimolare la ricerca, nel nome di quell’articolo 9 della nostra carta costituzionale che promuove lo sviluppo e della cultura e la tutela del patrimonio”. 
“Per secoli – ha commentato l’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice – la città aveva cercato una santa che incarnasse nella propria storia un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, senza però riuscire a trovarla”. Con Rosalia si compiono dunque uno, due, tre miracoli: la guarigione dal morbo malefico, il ritrovamento delle ossa, scoperte nel 1624 dal saponaro Vincenzo Bonelli, la genesi di una fede che unisce, invocazione spontanea che germoglia ogni anno, nella notte del Festino.

La mostra “Rosalia eris in peste patrona” è l’appuntamento principale di un ciclo di iniziative promosse per festeggiare la riapertura – dopo tre secoli di “amnesia” e un restauro durato, a fasi alterne, dieci anni – del Portone monumentale Vice Regio del Palazzo Reale, su piazza del Parlamento, a partire da oggi, alle 18. Seguirà alle 21 lo spettacolo teatrale “R”, di e con Salvo Piparo. Il prospetto principale della corte che vide sorgere e brillare l’astro di Federico II, decorato con un ricamo di bugne seicentesche, rinasce così a poche decine di metri dal Cassaro, patrimonio Unesco dal 2015.

E introduce i visitatori al nuovo percorso artistico nel ventre del Palazzo e ai suoi tesori: il book-shop rivisitato, la croce di consacrazione rossa e nera collocata su un muro all’esterno della chiesa inferiore della Cappella Palatina, l’affresco della Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Francesco. La parte più suggestiva è senz’altro il tratto, chiuso nel 1930 e oggi riaperto, che consente il passaggio diretto al cortile Maqueda, restituendo parte dell’originario percorso di accesso alla chiesa Santa Maria delle Grazie, simbolo della sintesi architettonica fra civiltà occidentale e orientale, nella Palermo dei Normanni. Il percorso aprirà definitivamente al pubblico domani, tutti i giorni dalle 8.15 alle 17.40. Il 6 e 7, poi, in programma due “notti bianche”, con visita alla mostra e agli spazi ritrovati; dalle 21 alla mezzanotte, sulla facciata del Palazzo, si incroceranno luci e visioni della performance di videomapping dal titolo “Al-Qasr”. Tutte le informazioni su www.federicosecondo.org.

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Una casa d’argento nel cuore di Trapani

E’ Palazzo Ciambra, dalla vita misteriosa e antica attraversata dal mondo ebraico, ma anche da quello spagnolo e da quello arabo. Sarà una della chicche che verranno aperte al pubblico dal festival Le Vie dei Tesori nei tre weekend dal 14 al 30 settembre. Grande occasione  per conoscere la Giudecca

di Federica Certa

“Plateresco”, dal catalano plata, argento. Forgiato di tornio e martello, sbalzato e inciso come un gioiello per trasformare la pietra in materia nobile e preziosa, in una forma duttile rifinita nei dettagli. 

Sembra davvero fuso nell’argento, il prospetto principale di Palazzo Ciambra, detto la “Giudecca”, a Trapani, uno dei monumenti che saranno visitabili nei weekend dal 14 al 30 settembre nell’ambito del Festival “Le Vie dei Tesori” che per la prima volta sbarca nella città falcata. 

Girando per i vicoli dell’antico ghetto ebraico, anche da lontano la torre del palazzo  è inconfondibile. Costruito tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 dalla famiglia di banchieri Sala, è stato centro culturale del quartiere e punto di riferimento per la popolazione ebraica del ghetto, poi, attorno al 1485, ha ospitato anche una scuola superiore di studi talmudici. 

Dopo il 1492, con l‘espulsione degli ebrei dai domini spagnoli, per editto di Ferdinando il Cattolico, fu acquistato della famiglia Ciambra, e poi, nel 1923, dai Gervasi-Cardella, attuali proprietari.

Ai Ciambra si deve la caratteristica decorazione della facciata principale, scolpita a più riprese con bugne a forma di diamante, in stile, appunto, “plateresco”. Ma il Palazzo è realmente un crocevia di stili e di echi di culture diverse – da quella ebraica alla spagnola, passando per il periodo arabo – che si incontrano in un luogo dove la storia sembra non aver mancato nessun appuntamento.   

La facciata, uno degli esempi più significativi di arte “plateresca” in Sicilia, è costituita da un complesso a due piani, con un portale ogivale, e da una torre laterale, ritenuta una delle cinque torri raffigurate nello stemma della città. E lo stesso portone centrale è sovrastato dall’effigie di un albero e un cervo elafo – simbolo di nobiltà e longevità – stemma nobiliare della famiglia Ciambra. 

La torre è stata restaurata con un corposo intervento che ha ridato continuità e omogeneità ai vari elementi. Il cornicione e il parapetto sono stati smontati, numerati e poi ricollocati “Siamo intervenuti anche all’interno della torre – spiega l’architetto Alessandro Candela, responsabile del restauro – dove le originali catene in ferro ancorate al muro sono state sostituite con altre in acciaio C40”.  

I picos, poi, le piccole piramidi che costituiscono il “tessuto” plateresco della facciata, sono stati ricostituiti con una tecnica particolare, che ha impiegato i conci di tufo trovati all’interno del Palazzo, sbriciolandoli e trasformandoli in polvere, per poi amalgamarli con calce fatta a mano. 

All’interno del Palazzo si trovano un giardino in stile italiano con un pozzo, che un tempo, si dice, faceva da via di fuga dalla Giudecca verso l’esterno delle mura cittadine, una scala in pietra quattrocentesca, con ballatoio. 

L’architetto Candela in persona farà da guida nelle visite in programma per le Vie dei Tesori, nei weekend dal 14 al 30 settembre. Il Palazzo aprirà al pubblico anche l’atrio interno – mentre resterà chiusa l’ala adibita ad abitazione privata. “Racconteremo la storia di questo edificio così particolare – dice Candela – le vicende dei vari proprietari e le caratteristiche artistiche. Ma Palazzo Ciambra resta comunque, per certi versi, un ‘mistero’, visto che le fonti documentali sono scarse e incerte, e molte domande sono rimaste senza risposta”. 

Per partecipare basta scaricare i coupon a breve disponibili sul sito leviedeitesori.it : un pacchetto di dieci visite guidate costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati a breve l’elenco completo dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della manifestazione. 

E’ Palazzo Ciambra, dalla vita misteriosa e antica attraversata dal mondo ebraico, ma anche da quello spagnolo e da quello arabo. Sarà una della chicche che verranno aperte al pubblico dal festival Le Vie dei Tesori nei tre weekend dal 14 al 30 settembre. Grande occasione  per conoscere la Giudecca

di Federica  Certa

“Plateresco”, dal catalano plata, argento. Forgiato di tornio e martello, sbalzato e inciso come un gioiello per trasformare la pietra in materia nobile e preziosa, in una forma duttile rifinita nei dettagli.

Sembra davvero fuso nell’argento, il prospetto principale di Palazzo Ciambra, detto la “Giudecca”, a Trapani, uno dei monumenti che saranno visitabili nei weekend dal 14 al 30 settembre nell’ambito del Festival “Le Vie dei Tesori” che per la prima volta sbarca nella città falcata.

Girando per i vicoli dell’antico ghetto ebraico, anche da lontano la torre del palazzo  è inconfondibile. Costruito tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 dalla famiglia di banchieri Sala, è stato centro culturale del quartiere e punto di riferimento per la popolazione ebraica del ghetto, poi, attorno al 1485, ha ospitato anche una scuola superiore di studi talmudici.

Dopo il 1492, con l‘espulsione degli ebrei dai domini spagnoli, per editto di Ferdinando il Cattolico, fu acquistato della famiglia Ciambra, e poi, nel 1923, dai Gervasi-Cardella, attuali proprietari.

Ai Ciambra si deve la caratteristica decorazione della facciata principale, scolpita a più riprese con bugne a forma di diamante, in stile, appunto, “plateresco”. Ma il Palazzo è realmente un crocevia di stili e di echi di culture diverse – da quella ebraica alla spagnola, passando per il periodo arabo – che si incontrano in un luogo dove la storia sembra non aver mancato nessun appuntamento.   

La facciata, uno degli esempi più significativi di arte “plateresca” in Sicilia, è costituita da un complesso a due piani, con un portale ogivale, e da una torre laterale, ritenuta una delle cinque torri raffigurate nello stemma della città. E lo stesso portone centrale è sovrastato dall’effigie di un albero e un cervo elafo – simbolo di nobiltà e longevità – stemma nobiliare della famiglia Ciambra.

La torre è stata restaurata con un corposo intervento che ha ridato continuità e omogeneità ai vari elementi. Il cornicione e il parapetto sono stati smontati, numerati e poi ricollocati “Siamo intervenuti anche all’interno della torre – spiega l’architetto Alessandro Candela, responsabile del restauro – dove le originali catene in ferro ancorate al muro sono state sostituite con altre in acciaio C40”.

I picos, poi, le piccole piramidi che costituiscono il “tessuto” plateresco della facciata, sono stati ricostituiti con una tecnica particolare, che ha impiegato i conci di tufo trovati all’interno del Palazzo, sbriciolandoli e trasformandoli in polvere, per poi amalgamarli con calce fatta a mano.

All’interno del Palazzo si trovano un giardino in stile italiano con un pozzo, che un tempo, si dice, faceva da via di fuga dalla Giudecca verso l’esterno delle mura cittadine, una scala in pietra quattrocentesca, con ballatoio.

L’architetto Candela in persona farà da guida nelle visite in programma per le Vie dei Tesori, nei weekend dal 14 al 30 settembre. Il Palazzo aprirà al pubblico anche l’atrio interno – mentre resterà chiusa l’ala adibita ad abitazione privata. “Racconteremo la storia di questo edificio così particolare – dice Candela – le vicende dei vari proprietari e le caratteristiche artistiche. Ma Palazzo Ciambra resta comunque, per certi versi, un ‘mistero’, visto che le fonti documentali sono scarse e incerte, e molte domande sono rimaste senza risposta”.

Per partecipare basta scaricare i coupon a breve disponibili sul sito leviedeitesori.it : un pacchetto di dieci visite guidate costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati a breve l’elenco completo dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della manifestazione.

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Il mistero della tomba di Antonello da Messina

L’artista aveva disposto che la sua salma fosse tumulata nella chiesa di Santa Maria di Gesù, ma di conventi con quel nome ce n’erano due. Gli studiosi hanno provato a sciogliere il rebus, ma non è facile. Il bene, inserito nel festival Le Vie dei Tesori, sarà visitabile nei weekend dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Un sepolcro negato, discusso, per secoli confutato dalla versione del più grande degli storici dell’arte, Giorgio Vasari, che nel 1568, nelle sue Vite eccellenti, aveva individuato una sola tomba, a Venezia.

Non è facile pensare ad Antonello da Messina – l’artista siciliano che aveva esordito a bottega come apprendista conciatore e aveva regalato al mondo l’Annunciazione esposta a Siracusa, la Crocifissione in mostra alla National Gallery di Londra e l’Annunciata di Palazzo Abatellis, a Palermo – come un’anima raminga orfana di una paludata sepoltura. Eppure tutta la vita dell’artista è avvolta da un alone di mistero, enigmatica e umbratile come il Ritratto dell’ignoto marinaio, il suo quadro forse più famoso e rivoluzionario, una tela che è un baratro spalancato sul genio, l’intuizione, il non detto.

Così, su una tomba illustre ma controversa, si sono arrovellati storici e studiosi. Fino a prospettare una soluzione probabile, ormai ampiamente condivisa, adombrata per la prima volta nel 1903, quando il gesuita Gioacchino Di Gesù e lo storico Gaetano La Corte Cailler, quasi contemporaneamente, avevano ritrovato, tra le carte dell’Archivio di Stato, il testamento di Antonello, con le ultime volontà per la sepoltura.

Alla luce di quella scoperta e delle successive conferme, le spoglie del pittore riposerebbero dunque sotto gli attuali ruderi del convento Santa Maria di Gesù di sopra (de susu), detto anche Ritiro, in via della Giostra, a Messina. Il complesso fu edificato su un torrente dai frati carmelitani già nel 1166, primo monastero dell’Ordine in Europa, poi rifondato nel 1418 ad opera del beato Matteo – vescovo di Agrigento, compagno di San Bernardino da Siena – che lo aveva acquistato dalle suore circestensi: la compravendita prevedeva che i frati versassero alle religiose, come pagamento annuale perenne, 20 libbre di cera (circa 9 chili) e un carro di agrumi.

Così, agli albori del 15esimo secolo, il convento divenne sede dei Minori Osservanti; ci furono terremoti e alluvioni, nel 1854 la chiesa rifondata nel 19esimo secolo sui resti di quella carmelitana, a sua volta edificata sulle rovine di antiche terme romane, fu spazzata via e traslata nei locali del refettorio. Poi se ne persero le tracce fino al 1989, quando, in seguito a lavori di scavo in via della Giostra, riemersero i ruderi. Ma, di conventi di Santa Maria del Gesù, ai tempi di Antonello, ce n’erano due: l’altro, quello inferiore (de iusu), in via Palermo, era più grande e più ricco, e per questo denominato anche convento maggiore.

Quale dei due, dunque, è la tomba di Antonello? Non è questione di lana caprina. L’artista aveva disposto, con il testamento, che la sua salma fosse tumulata nella chiesa Santa Maria di Gesù, senza ulteriori dettagli. E per il viaggio più lungo chiedeva di indossare solo il saio dei frati Minori Osservanti. Sicuramente la formula lasciava spazio a fraintendimenti, tanto più che l’anonima sepoltura e la conseguente assenza di epigrafi o monumenti funerari confondevano l’accertamento della verità.

“Ma i documenti notarili e i registri delle principali chiese della città – illustra Giuseppe Previti, volontario per la rinascita del sito e rappresentante della fondazione ‘Antonello da Messina’, che di sepolture quattrocentesche ne ha spulciate oltre 250, per verificare le formule di rito utilizzate nei certificati di morte – portano a puntare sul convento superiore, che all’epoca veniva indicato semplicemente come ecclesia Sanctae Mariae di Jesus, lasciando intendere che fosse quello principale, dove veniva predicato il ritorno alla regola della povertà e aperte le porte a devoti eccellenti, infervorati dalla parola del beato Matteo”.

Nel 2013 due campagne di indagini georadar condotte dal Cnr di Messina a nove metri di profondità hanno confermato ciò che era stato già ricostruito attraverso le testimonianze dell’epoca: “Si è visto chiaramente – prosegue Previti – che sotto la chiesa ottocentesca sopravvivono parti della chiesa medioevale. Ma per individuare i resti di Antonello bisognerebbe scavare e raggiungere i 15 metri di profondità”.

E qui le indagini si fermano. Indolenza, distrazione, miopia degli amministratori, che hanno promesso tanto e mantenuto quasi nulla. Di fatto un luogo che potrebbe richiamare centinaia di migliaia di visitatori – la tomba di Dante, a Ravenna, per esempio, raggiunge ogni anno quota 800mila ingressi paganti – è abbandonato e interdetto.

“Da anni lanciamo appelli a enti e privati – lamenta Previti – ma senza alcun riscontro. Abbiamo un progetto di risanamento e recupero del sito da un milione e mezzo di euro, già approvato dalla Curia e dalla Soprintendenza, ma per procedere con gli scavi archeologici ne basterebbero appena 20mila, utili a coprire con un sistema di capriate e mettere in sicurezza i ruderi, che con i loro tremila metri quadri di superficie sono lo spazio storico aperto più esteso della città”.

È stata coinvolta l’associazione culturale “SiciliAntica”, gli esperti dei Ris di Messina, il ricercatore “cacciatore di ossa” Silvano Vinceti, che ha portato avanti un’operazione molto simile per le spoglie di Caravaggio, trasferite a Porto Ercole. Tutti pronti a dare una mano per trasformare la probabile tomba di Antonello in un luogo di scoperta, identità e memoria. “Per finanziare le ricerche per identificare i resti – prosegue Previti – servirebbero 150mila euro. Ma il ritorno di immagine e di denaro, sul piano internazionale, sarebbe di gran lunga superiore”.

Solo 20mila euro per iniziare. E sciogliere definitivamente un rebus vecchio di sei secoli. Penetrando nel terreno, prelevando campioni ossei, facendo varie scremature in base al sesso, alla data di morte e al Dna. Infine, confrontando i risultati con il patrimonio genetico delle famiglie D’Antoni di Messina, eredi del pittore. Un lavoro di precisione, tecniche moderne per decifrare il passato, che tuttavia – rassicura Previti – potrebbe concludersi in sei mesi.

“Qualche settimana fa – aggiunge – abbiamo effettuato con l’Università di Messina una tomografia computerizzata, che ha permesso di definire la distribuzione dei vani sotto i nove metri. Ma non basta”. Custodire e proteggere il sito, però, è diventato un affare pericoloso: “Abbiamo ricevuto minacce – spiega Previti – e ci hanno persino fatto trovare un gatto morto. Abbiamo reagito senza timore, inoltrando tre denunce contro i barbari che usano lo spazio come discarica di frutta e materiale di risulta. Oltre il danno, la beffa”.

Intanto si apre un varco nella cortina di indifferenza che da troppo tempo incombe su Santa Maria di Gesù: per il ciclo di appuntamenti delle Vie dei tesori il sito sarà aperto nei week-end tra il 14 e il 30 settembre. I volontari accompagneranno il pubblico in una visita guidata tra le rovine e l’antico orto, dove i frati recitavano le loro giaculatorie girando intorno al pozzo, mentre la biografia appassionante di Antonello si sgrana in un vortice di incontri, aneddoti, personaggi.

Per partecipare basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della manifestazione.

L’artista aveva disposto che la sua salma fosse tumulata nella chiesa di Santa Maria di Gesù, ma di conventi con quel nome ce n’erano due. Gli studiosi hanno provato a sciogliere il rebus, ma non è facile. Il bene, inserito nel festival Le Vie dei Tesori, sarà visitabile nei weekend dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Un sepolcro negato, discusso, per secoli confutato dalla versione del più grande degli storici dell’arte, Giorgio Vasari, che nel 1568, nelle sue Vite eccellenti, aveva individuato una sola tomba, a Venezia.

Non è facile pensare ad Antonello da Messina – l’artista siciliano che aveva esordito a bottega come apprendista conciatore e aveva regalato al mondo l’Annunciazione esposta a Siracusa, la Crocifissione in mostra alla National Gallery di Londra e l’Annunciata di Palazzo Abatellis, a Palermo – come un’anima raminga orfana di una paludata sepoltura. Eppure tutta la vita dell’artista è avvolta da un alone di mistero, enigmatica e umbratile come il Ritratto dell’ignoto marinaio, il suo quadro forse più famoso e rivoluzionario, una tela che è un baratro spalancato sul genio, l’intuizione, il non detto.

Così, su una tomba illustre ma controversa, si sono arrovellati storici e studiosi. Fino a prospettare una soluzione probabile, ormai ampiamente condivisa, adombrata per la prima volta nel 1903, quando il gesuita Gioacchino Di Gesù e lo storico Gaetano La Corte Cailler, quasi contemporaneamente, avevano ritrovato, tra le carte dell’Archivio di Stato, il testamento di Antonello, con le ultime volontà per la sepoltura.

Alla luce di quella scoperta e delle successive conferme, le spoglie del pittore riposerebbero dunque sotto gli attuali ruderi del convento Santa Maria di Gesù di sopra (de susu), detto anche Ritiro, in via della Giostra, a Messina. Il complesso fu edificato su un torrente dai frati carmelitani già nel 1166, primo monastero dell’Ordine in Europa, poi rifondato nel 1418 ad opera del beato Matteo – vescovo di Agrigento, compagno di San Bernardino da Siena – che lo aveva acquistato dalle suore circestensi: la compravendita prevedeva che i frati versassero alle religiose, come pagamento annuale perenne, 20 libbre di cera (circa 9 chili) e un carro di agrumi.

Così, agli albori del 15esimo secolo, il convento divenne sede dei Minori Osservanti; ci furono terremoti e alluvioni, nel 1854 la chiesa rifondata nel 19esimo secolo sui resti di quella carmelitana, a sua volta edificata sulle rovine di antiche terme romane, fu spazzata via e traslata nei locali del refettorio. Poi se ne persero le tracce fino al 1989, quando, in seguito a lavori di scavo in via della Giostra, riemersero i ruderi. Ma, di conventi di Santa Maria del Gesù, ai tempi di Antonello, ce n’erano due: l’altro, quello inferiore (de iusu), in via Palermo, era più grande e più ricco, e per questo denominato anche convento maggiore.

Quale dei due, dunque, è la tomba di Antonello? Non è questione di lana caprina. L’artista aveva disposto, con il testamento, che la sua salma fosse tumulata nella chiesa Santa Maria di Gesù, senza ulteriori dettagli. E per il viaggio più lungo chiedeva di indossare solo il saio dei frati Minori Osservanti. Sicuramente la formula lasciava spazio a fraintendimenti, tanto più che l’anonima sepoltura e la conseguente assenza di epigrafi o monumenti funerari confondevano l’accertamento della verità.

“Ma i documenti notarili e i registri delle principali chiese della città – illustra Giuseppe Previti, volontario per la rinascita del sito e rappresentante della fondazione ‘Antonello da Messina’, che di sepolture quattrocentesche ne ha spulciate oltre 250, per verificare le formule di rito utilizzate nei certificati di morte – portano a puntare sul convento superiore, che all’epoca veniva indicato semplicemente come ecclesia Sanctae Mariae di Jesus, lasciando intendere che fosse quello principale, dove veniva predicato il ritorno alla regola della povertà e aperte le porte a devoti eccellenti, infervorati dalla parola del beato Matteo”.

Nel 2013 due campagne di indagini georadar condotte dal Cnr di Messina a nove metri di profondità hanno confermato ciò che era stato già ricostruito attraverso le testimonianze dell’epoca: “Si è visto chiaramente – prosegue Previti – che sotto la chiesa ottocentesca sopravvivono parti della chiesa medioevale. Ma per individuare i resti di Antonello bisognerebbe scavare e raggiungere i 15 metri di profondità”.

E qui le indagini si fermano. Indolenza, distrazione, miopia degli amministratori, che hanno promesso tanto e mantenuto quasi nulla. Di fatto un luogo che potrebbe richiamare centinaia di migliaia di visitatori – la tomba di Dante, a Ravenna, per esempio, raggiunge ogni anno quota 800mila ingressi paganti – è abbandonato e interdetto.

“Da anni lanciamo appelli a enti e privati – lamenta Previti – ma senza alcun riscontro. Abbiamo un progetto di risanamento e recupero del sito da un milione e mezzo di euro, già approvato dalla Curia e dalla Soprintendenza, ma per procedere con gli scavi archeologici ne basterebbero appena 20mila, utili a coprire con un sistema di capriate e mettere in sicurezza i ruderi, che con i loro tremila metri quadri di superficie sono lo spazio storico aperto più esteso della città”.

È stata coinvolta l’associazione culturale “SiciliAntica”, gli esperti dei Ris di Messina, il ricercatore “cacciatore di ossa” Silvano Vinceti, che ha portato avanti un’operazione molto simile per le spoglie di Caravaggio, trasferite a Porto Ercole. Tutti pronti a dare una mano per trasformare la probabile tomba di Antonello in un luogo di scoperta, identità e memoria. “Per finanziare le ricerche per identificare i resti – prosegue Previti – servirebbero 150mila euro. Ma il ritorno di immagine e di denaro, sul piano internazionale, sarebbe di gran lunga superiore”.

Solo 20mila euro per iniziare. E sciogliere definitivamente un rebus vecchio di sei secoli. Penetrando nel terreno, prelevando campioni ossei, facendo varie scremature in base al sesso, alla data di morte e al Dna. Infine, confrontando i risultati con il patrimonio genetico delle famiglie D’Antoni di Messina, eredi del pittore. Un lavoro di precisione, tecniche moderne per decifrare il passato, che tuttavia – rassicura Previti – potrebbe concludersi in sei mesi.

“Qualche settimana fa – aggiunge – abbiamo effettuato con l’Università di Messina una tomografia computerizzata, che ha permesso di definire la distribuzione dei vani sotto i nove metri. Ma non basta”. Custodire e proteggere il sito, però, è diventato un affare pericoloso: “Abbiamo ricevuto minacce – spiega Previti – e ci hanno persino fatto trovare un gatto morto. Abbiamo reagito senza timore, inoltrando tre denunce contro i barbari che usano lo spazio come discarica di frutta e materiale di risulta. Oltre il danno, la beffa”.

Intanto si apre un varco nella cortina di indifferenza che da troppo tempo incombe su Santa Maria di Gesù: per il ciclo di appuntamenti delle Vie dei tesori il sito sarà aperto nei week-end tra il 14 e il 30 settembre. I volontari accompagneranno il pubblico in una visita guidata tra le rovine e l’antico orto, dove i frati recitavano le loro giaculatorie girando intorno al pozzo, mentre la biografia appassionante di Antonello si sgrana in un vortice di incontri, aneddoti, personaggi.

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San Giovanni di Malta, la chiesa rifugio di Caravaggio

Ha una storia burrascosa come quella del pittore che ospitò nella sua fuga. È un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, uno dei più affascinanti di Messina. Sarà aperta al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ha cinquecento anni di storia, una tempra indomita e un destino di resilienza. Tanto da essere sopravvissuta a terremoti, bombardamenti, minacce e continue trasformazioni. Del resto sono iscritte nelle sue origini il travaglio, la lotta e la metamorfosi: il viaggio di San Placido, co-patrono di Messina che nel VI secolo dopo Cristo era arrivato in città su ordine di san Benedetto, per fondare qui il primo monastero dell’Ordine in Sicilia; la costruzione del cenobio, nei pressi della foce del fiume Boccetta. E poco dopo l’invasione di un’orda di pirati turchi, che avrebbero saccheggiato il sito e sottoposto i monaci ad un lungo martirio: Placido, legato ad un albero di ulivo, si era rifiutato di abiurare e per punizione gli era stata tagliata la lingua. Con lui i fratelli Eutichio, Vittorio, la piccola Flavia e altri trenta monaci avevano trovato la morte fra le fiamme.

E’ nata così, sulla scia di una devozione testarda e di un’antica reliquia – una porzione di lingua in un vasetto di vetro, di cui oggi però non resta traccia – la chiesa San Giovanni di Malta-San Placido e Compagni martiri, che rivive nelle visite guidate delle Vie dei tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre, a cura dell’associazione “Aura”.

Un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, nonostante le persecuzioni religiose e i tanti agguati dei nemici. Della struttura cinquecentesca, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane solo l’altare maggiore, sovrastato dal dipinto della Madonna della lettera, realizzato nel 1745 come ex voto per la guarigione dalla peste. Colpa dei terremoti e dei progetti di ricostruzione, che nel 1908 avevano previsto di ridurre l’edificio ad una piccola porzione, corrispondente appunto all’abside, per far posto al nuovo Palazzo della Prefettura.

Ma, anche se “tagliata”, mutilata, rimpiccolita, San Giovanni di Malta continua ed essere un luogo di grande fascinazione. La parte più suggestiva è senz’altro il sacello sopraelevato, un vano ligneo ampio circa 16 metri quadri, che tra il 1616 e il 1624 il Senato messinese volle erigere per custodire le spoglie dei santi, ritrovate vent’anni prima nel sottosuolo.

“Nel 1588 – spiega Marco Grassi, vicepresidente dell’associazione ‘Aura’ e segretario della sezione cittadina degli ‘Amici del museo’ – in un sarcofago di marmo furono ritrovati gli scheletri di Placido e dei fratelli. In particolare, in corrispondenza di uno dei quattro crani, c’era un’ampolla di vetro contenente una porzione di lingua, attribuita al martire fondatore. Poi, negli anni successivi, furono individuati i resti dei trenta monaci trucidati. Con la costruzione del sacello senatoriale fu definita la collocazione delle spoglie, come la conosciamo oggi: le ossa conservate in una ventina di sarcofagi seicenteschi ricoperti da tessuti preziosi, le scatole craniche dei fratelli collocate in mezzibusti d’argento cesellati a tutto tondo dagli artigiani messinesi”.

È il 1608 e Caravaggio, in fuga da Malta – dove era stato imprigionato in un pozzo con l’accusa di omicidio – è a Messina. Il Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, gli dà un posto sicuro dove nascondersi e l’artista, per sdebitarsi, gli dedica un ritratto. Le burrascose vicende biografiche del pittore sono doppiamente legate alla chiesa e al culto di san Placido: non solo Caravaggio qui trovò rifugio, ma rievocò forse il rinvenimento delle reliquie nel maestoso dipinto La resurrezione di Lazzaro, conservato nel Museo regionale di Messina, come si evince dal recente studio della professoressa Donatella Spagnolo: “L’artista – dice Grassi – potrebbe aver assistito alla prodigiosa guarigione di un ragazzino, in concomitanza con i rinvenimenti sacri. E a questa potrebbe essersi ispirato nel suo dipinto”.

C’è tanto da vedere e da raccontare, in San Giovanni di Malta. Lungo lo scalone che conduce al reliquiario e nelle stanze al secondo piano sono custoditi dipinti, sculture e antichi paramenti sacri in seta, ricamati con fili d’oro. E’ il tesoro del Museo di san Placido, fra cui si trova anche l’originale bolla di papa Sisto V che sanciva il culto del benedettino, la statuetta in argento realizzata nel 1613 dal maestro messinese Artale Patti, e le due formelle superstiti, sempre in argento, che decoravano la cassa lignea utilizzata per portare le reliquie dei martiri in processione due volte l’anno, ad agosto e ottobre.

Il cortile anteriore, poi, è quasi un luogo “esoterico”: qui scorre ancora una robusta vena della sorgente benedetta che, come vuole la tradizione, nel XVI secolo aveva alleviato le pene di tanti fedeli, quando in massa erano arrivati in San Giovanni richiamati dal prodigio dell’acqua che sgorgava dalle spoglie dei santi. E accanto c’è l’ulivo del supplizio, o meglio un ulivo secolare che discende da quello del martirio. “La pianta originale si era quasi del tutto seccata in seguito al sisma del 1908 – ricorda Francesca Mangano, dell’associazione ‘Aura’ – ma, su richiesta di monsignor D’Arrigo, le radici erano state estirpate e trasferite nel convento del Sacro cuore di Gesù, dove le suore erano riuscite a salvare e ripiantare un ramo”. Innaffiato, cresciuto e divenuto un prolifico albero da frutto.

Da marzo 2015 ad agosto 2016 San Giovani di Malta è stata sede dello speciale Anno Giubilare concesso da Papa Francesco in onore dei 1500 anni dalla nascita di San Placido, anticipando così il Giubileo della misericordia.

Per partecipare alle visite guidate nella chiesa, nel museo e nel sacello basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della manifestazione.

Ha una storia burrascosa come quella del pittore che ospitò nella sua fuga. È un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, uno dei più affascinanti di Messina. Sarà aperta al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ha cinquecento anni di storia, una tempra indomita e un destino di resilienza. Tanto da essere sopravvissuta a terremoti, bombardamenti, minacce e continue trasformazioni. Del resto sono iscritte nelle sue origini il travaglio, la lotta e la metamorfosi: il viaggio di San Placido, co-patrono di Messina che nel VI secolo dopo Cristo era arrivato in città su ordine di san Benedetto, per fondare qui il primo monastero dell’Ordine in Sicilia; la costruzione del cenobio, nei pressi della foce del fiume Boccetta. E poco dopo l’invasione di un’orda di pirati turchi, che avrebbero saccheggiato il sito e sottoposto i monaci ad un lungo martirio: Placido, legato ad un albero di ulivo, si era rifiutato di abiurare e per punizione gli era stata tagliata la lingua. Con lui i fratelli Eutichio, Vittorio, la piccola Flavia e altri trenta monaci avevano trovato la morte fra le fiamme.

E’ nata così, sulla scia di una devozione testarda e di un’antica reliquia – una porzione di lingua in un vasetto di vetro, di cui oggi però non resta traccia – la chiesa San Giovanni di Malta-San Placido e Compagni martiri, che rivive nelle visite guidate delle Vie dei tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre, a cura dell’associazione “Aura”.

Un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, nonostante le persecuzioni religiose e i tanti agguati dei nemici. Della struttura cinquecentesca, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane solo l’altare maggiore, sovrastato dal dipinto della Madonna della lettera, realizzato nel 1745 come ex voto per la guarigione dalla peste. Colpa dei terremoti e dei progetti di ricostruzione, che nel 1908 avevano previsto di ridurre l’edificio ad una piccola porzione, corrispondente appunto all’abside, per far posto al nuovo Palazzo della Prefettura.

Ma, anche se “tagliata”, mutilata, rimpiccolita, San Giovanni di Malta continua ed essere un luogo di grande fascinazione. La parte più suggestiva è senz’altro il sacello sopraelevato, un vano ligneo ampio circa 16 metri quadri, che tra il 1616 e il 1624 il Senato messinese volle erigere per custodire le spoglie dei santi, ritrovate vent’anni prima nel sottosuolo.

“Nel 1588 – spiega Marco Grassi, vicepresidente dell’associazione ‘Aura’ e segretario della sezione cittadina degli ‘Amici del museo’ – in un sarcofago di marmo furono ritrovati gli scheletri di Placido e dei fratelli. In particolare, in corrispondenza di uno dei quattro crani, c’era un’ampolla di vetro contenente una porzione di lingua, attribuita al martire fondatore. Poi, negli anni successivi, furono individuati i resti dei trenta monaci trucidati. Con la costruzione del sacello senatoriale fu definita la collocazione delle spoglie, come la conosciamo oggi: le ossa conservate in una ventina di sarcofagi seicenteschi ricoperti da tessuti preziosi, le scatole craniche dei fratelli collocate in mezzibusti d’argento cesellati a tutto tondo dagli artigiani messinesi”.

È il 1608 e Caravaggio, in fuga da Malta – dove era stato imprigionato in un pozzo con l’accusa di omicidio – è a Messina. Il Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, gli dà un posto sicuro dove nascondersi e l’artista, per sdebitarsi, gli dedica un ritratto. Le burrascose vicende biografiche del pittore sono doppiamente legate alla chiesa e al culto di san Placido: non solo Caravaggio qui trovò rifugio, ma rievocò forse il rinvenimento delle reliquie nel maestoso dipinto La resurrezione di Lazzaro, conservato nel Museo regionale di Messina, come si evince dal recente studio della professoressa Donatella Spagnolo: “L’artista – dice Grassi – potrebbe aver assistito alla prodigiosa guarigione di un ragazzino, in concomitanza con i rinvenimenti sacri. E a questa potrebbe essersi ispirato nel suo dipinto”.

C’è tanto da vedere e da raccontare, in San Giovanni di Malta. Lungo lo scalone che conduce al reliquiario e nelle stanze al secondo piano sono custoditi dipinti, sculture e antichi paramenti sacri in seta, ricamati con fili d’oro. E’ il tesoro del Museo di san Placido, fra cui si trova anche l’originale bolla di papa Sisto V che sanciva il culto del benedettino, la statuetta in argento realizzata nel 1613 dal maestro messinese Artale Patti, e le due formelle superstiti, sempre in argento, che decoravano la cassa lignea utilizzata per portare le reliquie dei martiri in processione due volte l’anno, ad agosto e ottobre.

Il cortile anteriore, poi, è quasi un luogo “esoterico”: qui scorre ancora una robusta vena della sorgente benedetta che, come vuole la tradizione, nel XVI secolo aveva alleviato le pene di tanti fedeli, quando in massa erano arrivati in San Giovanni richiamati dal prodigio dell’acqua che sgorgava dalle spoglie dei santi. E accanto c’è l’ulivo del supplizio, o meglio un ulivo secolare che discende da quello del martirio. “La pianta originale si era quasi del tutto seccata in seguito al sisma del 1908 – ricorda Francesca Mangano, dell’associazione ‘Aura’ – ma, su richiesta di monsignor D’Arrigo, le radici erano state estirpate e trasferite nel convento del Sacro cuore di Gesù, dove le suore erano riuscite a salvare e ripiantare un ramo”. Innaffiato, cresciuto e divenuto un prolifico albero da frutto.

Da marzo 2015 ad agosto 2016 San Giovani di Malta è stata sede dello speciale Anno Giubilare concesso da Papa Francesco in onore dei 1500 anni dalla nascita di San Placido, anticipando così il Giubileo della misericordia.

Per partecipare alle visite guidate nella chiesa, nel museo e nel sacello basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della manifestazione.

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Palazzo Arcivescovile e Cappella sveva: gli scrigni di Siracusa

Sede della curia e del seminario, l’edificio custodisce volumi dell’antica Biblioteca alagoniana e il tesoro del Duomo. Sarà visitabile, nei week-end dal 14 al 30 settembre, nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Candido baluardo che affianca il Duomo, in una delle piazze più belle, fotografate e ammirate della Sicilia, il Palazzo Arcivescovile di Siracusa sembra un gigante addormentato, una mastodontica, placida nave in rada che custodisce nel suo ventre i gioielli dell’antica Biblioteca alagoniana e della Cappella sveva, e le cupe memorie del carcere dell’Inquisizione. Sede della curia vescovile e del seminario, la struttura, così come è conosciuta oggi, è frutto di sistematici restauri.

Fino al 1200, infatti, la sua originaria forma consisteva in un palazzo di epoca sveva, di cui oggi rimane solo la cappellafedericiana, situata all’interno del primo dei due cortili. Il complesso subì dei rimaneggiamenti in epoca aragonese, quindi fu distrutto e ricostruito per volontà del vescovo spagnolo Juan de Torres Osorio di Siracusa: il restauro cominciò nel 1618, su progetto dell’architetto Andrea Vermexio, e si rivelò così solido ed efficace da preservare il Palazzo anche dopo il terremoto del 1693, tanto da poter dare rifugio alle suore evacuate dai conventi di Santa Maria della Concezione e del vicino Santa Lucia alla Badia.

Centrale per determinare le sorti del Palazzo fu anche Giovanni Antonio Capobianco, uno dei vescovi più illuminati di Siracusa, che governò dal 1649 al 1673. Spirito moderno e pionieristico, Capobianco concepiva l’opera della Chiesa come un’attività quotidiana vicina alla comunità, rivolta al maggior numero di beneficiari. Oltre a dare impulso a un gran numero di opere d’arte sacra, al vescovo si deve anche la creazione del giardino vescovile e la realizzazione del carcere, ricavato da una parte del palazzo. Una piccola curiosità: pare sia a lui che vada attribuita la fondazione della prima tipografia della città. Successivamente, fra ‘700 e ‘800, una sostanziale riqualificazione trasformò il complesso in un edificio di stile tardo barocco, con richiami al neoclassicismo, evidenti nella severa facciata a tre ordini, intervallati da finestre arcuate.

All’interno del Palazzo Arcivescovile, la Cappella sveva, con le sue possenti volte a crociera che ricordano il castello Maniace, è un luogo simbolo di rinascita, una serva che nasconde un’anima da principessa, sovvertendo un destino di incuria e incarnando la forza e la bellezza di una seconda vita.

In origine questo ambiente nacque infatti come portico e divenne luogo di culto dopo Federico II. Poi se ne perdono le tracce e per lungo tempo è utilizzato come cucina e legnaia del Palazzo Arcivescovile. Solo agli inizi del Novecento viene rimesso a nuovo per volontàdi Luigi Bignami, arcivescovo milanese che operò fino alla sua morte a Siracusa.

Le ulteriori operazioni di restauro degli anni Novanta hanno infine restituito la Cappella alla città.  L’architettura del piccolo edificio si sviluppa secondo uno stile tipicamente federiciano: le volte a crociera costolonate presentano i marchi delle fabbriche di lapidi reali, già visibili nel castello Maniace; i costoloni e le colonne poligonali bicrome confermano la datazione sveva dell’edificio. Dei pilastri poligonali che sostenevano gli archi ne rimangono soltanto due, con le loro eleganti decorazioni di fiori e animali che impreziosiscono i capitelli. Oggi “perla” del complesso, sede di mostre ed eventi culturali, la Cappella conserva il tesoro del Duomo con gioielli e opere d’arte sacra.

Le Vie dei tesori faranno tappa al Palazzo arcivescovile con percorsi guidati in programma nei week-end dal 14 al 30 settembre. Il pubblico attraverserà il primo cortile e accederà alla Cappella, quindi – passando da un corridoio con copertura a botte e colonne in granito policrome ricavate da vestigia di epoca romana – si troverà nel secondo cortile e da qui entrerà nell’antico carcere, dove, nei decenni bui dell’Inquisizione spagnola venivano rinchiusi i “nemici” della chiesa, avversari politici ed eretici.

“Questo ampio spazio, formato da un unico vano con soffitto a volta e piccole finestre nella fascia superiore, è senz’altro la parte più suggestiva del percorso – spiega Patrizia Bisicchia, responsabile della formazione per le giovani guide che partecipano alla manifestazione nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro – perché sono ancora ben visibili i segni della vita quotidiana dai galeotti: la latrina incassata nel muro, con piccole tacche incise nella parte sinistra, forse come rudimentale pallottoliere per contare gli anni di prigionia; l’apertura strombata che il custode del carcere utilizzava per passare cibo e acqua ai detenuti; la finestrella da cui poteva spiarli”.

Ultima tappa del percorso, la biblioteca realizzata negli anni ’60 del secolo scorso per ospitare la ricchissima collezione di volumi voluta dal vescovo Giovan Battista Alagone e precedentemente custodita nel seminario di via Minerva. Qui si trova un prezioso corpusdi miniature, testi religiosi e pubblicazioni “laiche” – persino una copia del Corano – come disposto da Alagone, uomo di chiesa di ampi orizzonti e cultura enciclopedica, che fondò la biblioteca nel 1780, per la maggior parte a sue spese.

Per partecipare alle visite guidate basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della rassegna.

Sede della curia e del seminario, l’edificio custodisce volumi dell’antica Biblioteca alagoniana e il tesoro del Duomo. Sarà visitabile, nei week-end dal 14 al 30 settembre, nel corso del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Candido baluardo che affianca il Duomo, in una delle piazze più belle, fotografate e ammirate della Sicilia, il Palazzo Arcivescovile di Siracusa sembra un gigante addormentato, una mastodontica, placida nave in rada che custodisce nel suo ventre i gioielli dell’antica Biblioteca alagoniana e della Cappella sveva, e le cupe memorie del carcere dell’Inquisizione. Sede della curia vescovile e del seminario, la struttura, così come è conosciuta oggi, è frutto di sistematici restauri.

Fino al 1200, infatti, la sua originaria forma consisteva in un palazzo di epoca sveva, di cui oggi rimane solo la cappellafedericiana, situata all’interno del primo dei due cortili. Il complesso subì dei rimaneggiamenti in epoca aragonese, quindi fu distrutto e ricostruito per volontà del vescovo spagnolo Juan de Torres Osorio di Siracusa: il restauro cominciò nel 1618, su progetto dell’architetto Andrea Vermexio, e si rivelò così solido ed efficace da preservare il Palazzo anche dopo il terremoto del 1693, tanto da poter dare rifugio alle suore evacuate dai conventi di Santa Maria della Concezione e del vicino Santa Lucia alla Badia.

Centrale per determinare le sorti del Palazzo fu anche Giovanni Antonio Capobianco, uno dei vescovi più illuminati di Siracusa, che governò dal 1649 al 1673. Spirito moderno e pionieristico, Capobianco concepiva l’opera della Chiesa come un’attività quotidiana vicina alla comunità, rivolta al maggior numero di beneficiari. Oltre a dare impulso a un gran numero di opere d’arte sacra, al vescovo si deve anche la creazione del giardino vescovile e la realizzazione del carcere, ricavato da una parte del palazzo. Una piccola curiosità: pare sia a lui che vada attribuita la fondazione della prima tipografia della città. Successivamente, fra ‘700 e ‘800, una sostanziale riqualificazione trasformò il complesso in un edificio di stile tardo barocco, con richiami al neoclassicismo, evidenti nella severa facciata a tre ordini, intervallati da finestre arcuate.

All’interno del Palazzo Arcivescovile, la Cappella sveva, con le sue possenti volte a crociera che ricordano il castello Maniace, è un luogo simbolo di rinascita, una serva che nasconde un’anima da principessa, sovvertendo un destino di incuria e incarnando la forza e la bellezza di una seconda vita.

In origine questo ambiente nacque infatti come portico e divenne luogo di culto dopo Federico II. Poi se ne perdono le tracce e per lungo tempo è utilizzato come cucina e legnaia del Palazzo Arcivescovile. Solo agli inizi del Novecento viene rimesso a nuovo per volontàdi Luigi Bignami, arcivescovo milanese che operò fino alla sua morte a Siracusa.

Le ulteriori operazioni di restauro degli anni Novanta hanno infine restituito la Cappella alla città.  L’architettura del piccolo edificio si sviluppa secondo uno stile tipicamente federiciano: le volte a crociera costolonate presentano i marchi delle fabbriche di lapidi reali, già visibili nel castello Maniace; i costoloni e le colonne poligonali bicrome confermano la datazione sveva dell’edificio. Dei pilastri poligonali che sostenevano gli archi ne rimangono soltanto due, con le loro eleganti decorazioni di fiori e animali che impreziosiscono i capitelli. Oggi “perla” del complesso, sede di mostre ed eventi culturali, la Cappella conserva il tesoro del Duomo con gioielli e opere d’arte sacra.

Le Vie dei tesori faranno tappa al Palazzo arcivescovile con percorsi guidati in programma nei week-end dal 14 al 30 settembre. Il pubblico attraverserà il primo cortile e accederà alla Cappella, quindi – passando da un corridoio con copertura a botte e colonne in granito policrome ricavate da vestigia di epoca romana – si troverà nel secondo cortile e da qui entrerà nell’antico carcere, dove, nei decenni bui dell’Inquisizione spagnola venivano rinchiusi i “nemici” della chiesa, avversari politici ed eretici.

“Questo ampio spazio, formato da un unico vano con soffitto a volta e piccole finestre nella fascia superiore, è senz’altro la parte più suggestiva del percorso – spiega Patrizia Bisicchia, responsabile della formazione per le giovani guide che partecipano alla manifestazione nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro – perché sono ancora ben visibili i segni della vita quotidiana dai galeotti: la latrina incassata nel muro, con piccole tacche incise nella parte sinistra, forse come rudimentale pallottoliere per contare gli anni di prigionia; l’apertura strombata che il custode del carcere utilizzava per passare cibo e acqua ai detenuti; la finestrella da cui poteva spiarli”.

Ultima tappa del percorso, la biblioteca realizzata negli anni ’60 del secolo scorso per ospitare la ricchissima collezione di volumi voluta dal vescovo Giovan Battista Alagone e precedentemente custodita nel seminario di via Minerva. Qui si trova un prezioso corpusdi miniature, testi religiosi e pubblicazioni “laiche” – persino una copia del Corano – come disposto da Alagone, uomo di chiesa di ampi orizzonti e cultura enciclopedica, che fondò la biblioteca nel 1780, per la maggior parte a sue spese.

Per partecipare alle visite guidate basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della rassegna.

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San Filippo Neri, gioiello barocco nel cuore di Ortigia

La chiesa, che porta la firma dell’architetto Giovanni Vermexio, per la prima volta quest’anno è tra i luoghi del festival le Vie dei tesori a Siracusa e potrà essere visitata nei weekend dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ogni ispirazione ha la sua firma, una “combinazione segreta” che allo stesso tempo maschera e rivela. Giovanni Vermexio, architetto figlio d’arte di origine spagnola, capomastro alle fabbriche di Siracusa nella prima metà del Seicento, progettista di alcuni fra i più emblematici edifici civili e religiosi della città – dall’allora Palazzo del Senato, oggi sede del Comune, al Palazzo arcivescovile – firmava le sue opere con una lucertola.

Il piccolo rettile – per i siracusani ‘u scuppiuni – si affaccia timidamente dall’angolo sinistro del cornicione del prospetto principale del Municipio, e si intravede anche sul portale della chiesa di San Filippo Neri, esempio del primissimo barocco siracusano che mutua dal neoclassico sobrietà, eleganza, rigore. La fondazione della chiesa e dell’omonimo convento-oratorio risale al 1650, e si deve alla nobildonna Margherita De Grandi che, sollecitata dal nipote, il sacerdote Francesco De Grandi, donò i suoi averi per la realizzazione del complesso.

Ma le sorti della chiesa e dell’oratorio furono varie e altalenanti. Nel 1866, dopo la legge di soppressione degli ordini religiosi e l’esproprio dei beni del Vaticano, San Filippo Neri fu assegnata al Comune, che cinque anni dopo la concesse ai confrati dei Bianchi Pace e Carità. Successivamente, dopo lo scioglimento della congregazione, in piena crisi dovuta alla cattiva gestione delle rendite, l’amministrazione municipale decise di dare un giro di vite di austerity e il complesso venne affidato ad un rettore senza stipendio, che celebrava la messa grazie all’elemosina del vicinato.

“San Filippo Neri – spiega Marco Mastriani, titolare dell’impresa di servizi turistici Sicilyroute – è un esempio virtuoso di simbiosi tra la parte esterna e quella interna, risalenti ad epoche diverse. La facciata, infatti, opera di Vermexio, ha richiami neoclassici nella composizione, e riconducibili ai primordi del barocco, nelle decorazioni. Mentre l’interno, pesantemente danneggiato dal terremoto del 1693, fu ricostruito nel Settecento con una chiara impronta barocca”.

La facciata, con due ordini orizzontali, è solcata da quattro pilastri, che, nell’ordine inferiore, sono sovrastati da capitelli in stile ionico arricchiti da figure geometriche. Il portale principale, di forma rettangolare, ai suoi due vertici è decorato da due mascheroni grotteschi e da sirene; i portali laterali, anch’essi rettangolari, sono sormontati da timpani triangolari. L’ordine superiore della facciata presenta tre finestre arcuate, sormontate da un timpano semi-circolare a base aperta. L’interno della chiesa si sviluppa in un’unica navata a pianta ellittica, coperta da una splendida volta a botte, orlata da una raffinata merlatura e sostenuta da pilastri corinzi, con stucchi di tonalità più chiara. Da ammirare la particolare pavimentazione in arenaria bianca, con intarsi in basalto, quasi un merletto, che evoca un enigmatico disegno astratto, forse una croce: al centro c’è la botola dell’ossario, dove venivano sepolti i parrocchiani.

La navata svela splendidi altari barocchi e opere d’arte: accanto al portale principale, due tele raffigurano il martirio di Santa Lucia e quello di Sant’Agata; nel transetto destro è collocato il dipinto ottocentesco “Gesù nell’Orto degli ulivi”, del pittore napoletano Giuseppe Mancineli, mentre in quello sinistro si trovano un crocefisso ligneo settecentesco e nicchie di piccole reliquie, soprattutto parti di organi e scampoli di tessuti.

All’ingresso dell’area presbiterale due dipinti ottocenteschi di artista ignoto raffigurano episodi dell’Esodo, che hanno come protagonista Mosè. Il presbiterio, diviso dalla navata da una balaustra in marmo, accoglie l’altare maggiore in marmo policromo, e sopra quest’ultimo un dipinto ovale settecentesco – probabilmente eseguito da Sebastiano Conca – che raffigura la Madonna col Bambino insieme ai santi Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Gaetano da Thiene e Carlo Borromeo.

Per la prima volta quest’anno San Filippo Neri è tra i luoghi del circuito delle Vie dei Tesori, e potrà essere visitata con un percorso guidato a cura di Sicilyroute, nei week-end dal 14 al 30 settembre.

Per partecipare basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un pacchetto di dieci visite guidate costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della manifestazione.

La chiesa, che porta la firma dell’architetto Giovanni Vermexio, per la prima volta quest’anno è tra i luoghi del festival le Vie dei tesori a Siracusa e potrà essere visitata nei weekend dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ogni ispirazione ha la sua firma, una “combinazione segreta” che allo stesso tempo maschera e rivela. Giovanni Vermexio, architetto figlio d’arte di origine spagnola, capomastro alle fabbriche di Siracusa nella prima metà del Seicento, progettista di alcuni fra i più emblematici edifici civili e religiosi della città – dall’allora Palazzo del Senato, oggi sede del Comune, al Palazzo arcivescovile – firmava le sue opere con una lucertola.

Il piccolo rettile – per i siracusani ‘u scuppiuni – si affaccia timidamente dall’angolo sinistro del cornicione del prospetto principale del Municipio, e si intravede anche sul portale della chiesa di San Filippo Neri, esempio del primissimo barocco siracusano che mutua dal neoclassico sobrietà, eleganza, rigore. La fondazione della chiesa e dell’omonimo convento-oratorio risale al 1650, e si deve alla nobildonna Margherita De Grandi che, sollecitata dal nipote, il sacerdote Francesco De Grandi, donò i suoi averi per la realizzazione del complesso.

Ma le sorti della chiesa e dell’oratorio furono varie e altalenanti. Nel 1866, dopo la legge di soppressione degli ordini religiosi e l’esproprio dei beni del Vaticano, San Filippo Neri fu assegnata al Comune, che cinque anni dopo la concesse ai confrati dei Bianchi Pace e Carità. Successivamente, dopo lo scioglimento della congregazione, in piena crisi dovuta alla cattiva gestione delle rendite, l’amministrazione municipale decise di dare un giro di vite di austerity e il complesso venne affidato ad un rettore senza stipendio, che celebrava la messa grazie all’elemosina del vicinato.

“San Filippo Neri – spiega Marco Mastriani, titolare dell’impresa di servizi turistici Sicilyroute – è un esempio virtuoso di simbiosi tra la parte esterna e quella interna, risalenti ad epoche diverse. La facciata, infatti, opera di Vermexio, ha richiami neoclassici nella composizione, e riconducibili ai primordi del barocco, nelle decorazioni. Mentre l’interno, pesantemente danneggiato dal terremoto del 1693, fu ricostruito nel Settecento con una chiara impronta barocca”.

La facciata, con due ordini orizzontali, è solcata da quattro pilastri, che, nell’ordine inferiore, sono sovrastati da capitelli in stile ionico arricchiti da figure geometriche. Il portale principale, di forma rettangolare, ai suoi due vertici è decorato da due mascheroni grotteschi e da sirene; i portali laterali, anch’essi rettangolari, sono sormontati da timpani triangolari. L’ordine superiore della facciata presenta tre finestre arcuate, sormontate da un timpano semi-circolare a base aperta. L’interno della chiesa si sviluppa in un’unica navata a pianta ellittica, coperta da una splendida volta a botte, orlata da una raffinata merlatura e sostenuta da pilastri corinzi, con stucchi di tonalità più chiara. Da ammirare la particolare pavimentazione in arenaria bianca, con intarsi in basalto, quasi un merletto, che evoca un enigmatico disegno astratto, forse una croce: al centro c’è la botola dell’ossario, dove venivano sepolti i parrocchiani.

La navata svela splendidi altari barocchi e opere d’arte: accanto al portale principale, due tele raffigurano il martirio di Santa Lucia e quello di Sant’Agata; nel transetto destro è collocato il dipinto ottocentesco “Gesù nell’Orto degli ulivi”, del pittore napoletano Giuseppe Mancineli, mentre in quello sinistro si trovano un crocefisso ligneo settecentesco e nicchie di piccole reliquie, soprattutto parti di organi e scampoli di tessuti.

All’ingresso dell’area presbiterale due dipinti ottocenteschi di artista ignoto raffigurano episodi dell’Esodo, che hanno come protagonista Mosè. Il presbiterio, diviso dalla navata da una balaustra in marmo, accoglie l’altare maggiore in marmo policromo, e sopra quest’ultimo un dipinto ovale settecentesco – probabilmente eseguito da Sebastiano Conca – che raffigura la Madonna col Bambino insieme ai santi Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Gaetano da Thiene e Carlo Borromeo.

Per la prima volta quest’anno San Filippo Neri è tra i luoghi del circuito delle Vie dei Tesori, e potrà essere visitata con un percorso guidato a cura di Sicilyroute, nei week-end dal 14 al 30 settembre.

Per partecipare basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un pacchetto di dieci visite guidate costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi che apriranno le porte per il festival e i dettagli della manifestazione.

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