Dai monti al centro storico: a spasso con Le Vie dei Tesori

Sono tante le passeggiate in programma a Palermo, nel terzo weekend del festival, ce n’è per tutti i gusti: dai segreti di Ballarò, ai boschi di Ficuzza, passando dagli antichi mercati ai luoghi del Gattopardo

di Federica Certa

Storie. Di Madonne e di fiumi, di monache e di montagne, di chiese e vicoli, di paura e splendore, di devozione e peccato. Mille storie si intrecciano nella mappa delle passeggiate del terzo weekend de Le Vie dei tesori: 10 in programma questo sabato, 20 ottobre, altre tredici domenica 21. Ancora quattro giorni, dunque, per prenotare e acquistare i coupon sul sito internet del festival: ogni itinerario, infatti, sarà aperto ad un numero limitato di partecipanti.

Sabato alle 9.30, con partenza da piazza Pretoria, si andrà con Silvia Messina alla scoperta delle vicissitudini nobili o efferate delle statue “della vergogna”, portate a Palermo da luoghi di provenienza diversi dopo aver attraversato guerre, rivolte e saccheggi, tra simbologie e ammonimenti morali custoditi nel cuore di marmo di donne, uomini e animali cristallizzati in un attimo eterno.

Sempre il 20, dalle 10, il giornalista Mario Pintagro accompagnerà il pubblico lungo gli antichi segreti del Papireto e racconterà la Palermo del Decimo secolo, quando nel letto del fiume germogliavano papiri così alti da poterci scrivere su tutto il Corano e cinque sorgenti gorgogliavano in corrispondenza dell’attuale Mercato delle pulci. Tappe al Capo e al piano di Sant’Onofrio, alla Conceria, in piazza Pretoria e alla Cala.  Si resta nei paraggi con la passeggiata in programma dalle 10, con avvio da piazza Bellini, fra le logge dei monasteri di clausura della città, dove le abili mani delle suore confezionavano dolci fragranti, nascondendosi dietro il velo della preghiera dalle tentazioni del mondo.

Le edicole votive – sono oltre 800 quelle censite a Palermo – faranno da pietre miliari nell’itinerario in programma sempre sabato, alle 10, da piazza Monte di Pietà. La prima parte del percorso sarà dedicata a svelare cappidduzzi e marunnuzze del Capo, tra tabernacoli commissionati da semplici fedeli – punto di ritrovo del quartiere e luci nel buio della notte, con i loro lumini sempre accesi – a quelle finanziate dal Senato palermitano, più ricche ed elaborate.

Dalla devozione della plebe minuta ai castighi della Santa Inquisizione: torna infatti, anche in questo terzo fine settimana, l’appuntamento in piazza Marina, tra i luoghi della Palermo barocca che furono teatro delle feroci persecuzioni del Tribunale della Fede siciliano, dalla fine ‘400 al 1782, contro eretici, bestemmiatori, adulteri, presunte streghe. A partire dalle 9.30.

Dalle 11 passeggiata al Cassaro con Igor Gelarda, in collaborazione con l’associazione “Palermo aperta a tutti”. La più antica strada della città – il corso Vittorio Emanuele che oggi è la principale direttiva degli itinerari arano-normanni patrimonio mondiale Unesco – sarà il sentiero maestro, dalla Cattedrale al sontuoso teatro del Sole dei Quattro Canti, da San Giuseppe dei Teatini a piazza Bologni al museo diocesano.

Si dovrà attendere il favore delle tenebre, invece, per l’inedito tour lungo via Roma, destinata alla fine dell’800 ad essere una delle 4 strade perpendicolari a corso Vittorio – secondo l’ambizioso piano regolatore di Felice Giarrusso – ma che finì poi per costituire l’unico asse che incrociava il Cassaro. Con l’aiuto di una galleria fotografia, Gelarda condurrà i “pellegrini” indietro nel tempo, tra ‘800 e ‘900, nella via Roma di una volta, costellata di chiese e cortili sacrificati ai nuovi spazi Liberty. Da via Montesanto al cortile dei Gallinai, da porta Colonna a via degli Schioppettieri. Partenza alle 21 da Sant’Antonino, alla stazione centrale.

Tre gli itinerari di sabato dedicati alla natura: alle 9, con ritrovo al parcheggio Basile, si partirà alla volta della Moarda, uno dei principali rilievi montuosi della Conca d’Oro, fra il bacino dell’Oreto e quello del fiume Belice. Il personale del dipartimento forestale, che ha il suo quartier generale nel casotto a 800 metri di altitudine, farà da guida verso il Gorgo e le serre di Rebuttone: da qui si spalanca la vista mozzafiato sulla Valle del fico.

I provetti escursionisti potranno poi scegliere se esplorare la riserva naturale di Monte Pellegrino, lungo 4 chilometri e 3 ore di cammino, con partenza dal santuario di Santa Rosalia alle 10, o se affrontare i due 2 chilometri di percorso nel vallone della Cala, con destinazione grotta Conza, minacciata cinquant’anni fa da operazioni di estrazione di materiali da costruzione, inaspettato “giardino” popolato da interessanti specie faunistiche, frassini, carrubi e fichi d’india e luogo di complesse stratificazioni geologiche. Il cammino prenderà il via alle 10 da via Luoghicelli.

Un’altra domenica nel verde, il 21 ottobre. Il Wwf organizza la passeggiata nei sentieri che si inerpicano sopra la borgata di Villagrazia e su Monte Starabba, per gettare lo sguardo a perdifiato su uno dei panorami più belli della conca d’Oro, dalla valle dell’Oreto ai monti di Monreale, sull’affollata “scacchiera” della città, il mare del golfo, Monte Pellegrino e Monte Gallo. Partenza alle 9 dal parcheggio di viale Basile, a destra del capolinea Amat.

Alle 10 si replica la passeggiata nella riserva naturale della Santuzza, con partenza dal Santuario diretti verso il laghetto del Gorgo, simbolo di biodiversità e habitat naturale di rare specie di insetti studiati dagli entomologi di tutto il mondo. Infine gli operatori di “Astrid Natura” saranno ancora una volta i ciceroni dell’itinerario nella riserva del bosco di Ficuzza, tra alberi di leccio e roverella, fin dentro le viscere del parco voluto da Ferdinando I di Borbone. Avvio alle 10 dalla piazza del paese, muniti di scarpe robuste e muscoli allenati alla fatica.

Sempre domenica tornano il suggestivo itinerario dal titolo “Buongiorno Notte”, con Giovanni Mazzara a fare da guida nei vicoli e negli anfratti della Palermo che si sveglia, sbadiglia e si mette pigramente in moto – partenza alle 6.30 dai Quattro Canti e conclusione due ore dopo davanti ad una tazza di caffè – e quello alla scoperta delle statue “della vergogna” in piazza Pretoria, con Silvia Messina.

Propongono un vero e proprio pellegrinaggio gli operatori di “Itimed”, con tanto di passaporto da timbrare. Si parte dalla chiesa di Santa Cristina la Vetere e si arriva all’Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria, passando dalla chiesa capitolare di San Cataldo e attraversando i vicoli del centro storico, sulle orme dei cavalieri medievali. Un viaggio nei luoghi e nei simboli della devozione più nobile, con l’offerta di un biscotto come viatico del viandante.

Atmosfere pruriginose e segreti licenziosi nascosti sotto una patina di rispettabilità sociale sono il filo conduttore della passeggiata nei luoghi del “malaffare”, a cura di Chiara Utro; dalle 9.30, dallo spazio antistante San Giorgio dei Genovesi. Le cronache del “mestiere più antico del mondo” si dipanano attraverso il dedalo di vicoli del grembo antico d Palermo, tra postriboli e taverne chiassose oggi scomparsi. A fare da contraltare, in una società votata alla doppia morale, i pii ospizi che accoglievano meretrici e donne in pericolo.

La magia senza tempo del centro storico seguirà come una traccia di profumo il cammino tra le viuzze di Ballarò, con l’esoterica presenza immaginaria del conte di Cagliostro a fare da nume tutelare ai pellegrini, dalla piazza di Casa Professa alle mura cinquecentesche di corso Tukory, verso Porta Sant’Agata. Tappe obbligate, le bancarelle di frutta e verdura del mercato più antico della città, la casa natale del sedicente mago, il piccolo gioiello della chiesa di Maria Santissima Assunta delle Carmelitane scalze, piazzetta Sette Fate e poi piazza della Vittoria, con villa Bonanno, e Porta Nuova. Si chiude con la storia avventurosa del Palazzo Reale. Voce narrante dell’itinerario sarà Sara Capello, una delle ultime cantastorie siciliane. Partenza alle 10 da Casa Professa.

Michele Anselmi sarà la guida della passeggiata dedicata all’autore del Gattopardo, nei quartieri della Loggia e della Kalsa, per congiungere le due dimore estreme di Giuseppe Tomasi: la casa di via Lampedusa, dove lo scrittore nacque nel 1896 e che fu costretto ad abbandonare dopo i bombardamenti del ’43, e quella di via Butera, l’ultima residenza. Un cammino che è narrazione, parola, memoria, tra scampoli di notizie storiche, biografiche e di costume e la lettura di brani scelti da “I ricordi d’infanzia” e dallo stesso “Gattopardo”. Partenza domenica alle 10 da San Giorgio dei Genovesi.

Ultimi tre appuntamenti in programma con la passeggiata nei mercati storici dei Lattarini e della Vucciria (partenza alle 10.30 da piazza San Francesco d’Assisi, a cura di Gaetano Corselli d’Ondes e di Salvare Palermo), con l’itinerario da villa Bonanno fino alla chiesa della Martorana, lungo il Cassaro – tra testimonianze romane, normanne e spagnole vivificate dai racconti di Claudia Bardi – e con l’inaspettato tour nel cuore del Giardino Inglese, una delle gemme più belle della preziosa collana di progetti e spazi firmati da Giovan Battista Basile. Con Igor Gelarda si tornerà indietro nel parco di 150 anni fa, nato al posto di una vecchia cava di tufo come primo atto di quella grande rappresentazione pubblica che sarebbe stata la costruzione di via Libertà, e si visiterà anche il vicino giardino Garibaldi, con la statua di Vincenzo Ragusa dedicata all’eroe dei due mondi. Partenza alle 16, da piazza Mordini.

Sono tante le passeggiate in programma a Palermo, nel terzo weekend del festival, ce n’è per tutti i gusti: dai segreti di Ballarò, ai boschi di Ficuzza, passando dagli antichi mercati ai luoghi del Gattopardo

di Federica Certa

Storie. Di Madonne e di fiumi, di monache e di montagne, di chiese e vicoli, di paura e splendore, di devozione e peccato. Mille storie si intrecciano nella mappa delle passeggiate del terzo weekend de Le Vie dei tesori: 10 in programma questo sabato, 20 ottobre, altre tredici domenica 21. Ancora quattro giorni, dunque, per prenotare e acquistare i coupon sul sito internet del festival: ogni itinerario, infatti, sarà aperto ad un numero limitato di partecipanti.

Sabato alle 9.30, con partenza da piazza Pretoria, si andrà con Silvia Messina alla scoperta delle vicissitudini nobili o efferate delle statue “della vergogna”, portate a Palermo da luoghi di provenienza diversi dopo aver attraversato guerre, rivolte e saccheggi, tra simbologie e ammonimenti morali custoditi nel cuore di marmo di donne, uomini e animali cristallizzati in un attimo eterno.

Sempre il 20, dalle 10, il giornalista Mario Pintagro accompagnerà il pubblico lungo gli antichi segreti del Papireto e racconterà la Palermo del Decimo secolo, quando nel letto del fiume germogliavano papiri così alti da poterci scrivere su tutto il Corano e cinque sorgenti gorgogliavano in corrispondenza dell’attuale Mercato delle pulci. Tappe al Capo e al piano di Sant’Onofrio, alla Conceria, in piazza Pretoria e alla Cala.  Si resta nei paraggi con la passeggiata in programma dalle 10, con avvio da piazza Bellini, fra le logge dei monasteri di clausura della città, dove le abili mani delle suore confezionavano dolci fragranti, nascondendosi dietro il velo della preghiera dalle tentazioni del mondo.

Le edicole votive – sono oltre 800 quelle censite a Palermo – faranno da pietre miliari nell’itinerario in programma sempre sabato, alle 10, da piazza Monte di Pietà. La prima parte del percorso sarà dedicata a svelare cappidduzzi e marunnuzze del Capo, tra tabernacoli commissionati da semplici fedeli – punto di ritrovo del quartiere e luci nel buio della notte, con i loro lumini sempre accesi – a quelle finanziate dal Senato palermitano, più ricche ed elaborate.

Dalla devozione della plebe minuta ai castighi della Santa Inquisizione: torna infatti, anche in questo terzo fine settimana, l’appuntamento in piazza Marina, tra i luoghi della Palermo barocca che furono teatro delle feroci persecuzioni del Tribunale della Fede siciliano, dalla fine ‘400 al 1782, contro eretici, bestemmiatori, adulteri, presunte streghe. A partire dalle 9.30.

Dalle 11 passeggiata al Cassaro con Igor Gelarda, in collaborazione con l’associazione “Palermo aperta a tutti”. La più antica strada della città – il corso Vittorio Emanuele che oggi è la principale direttiva degli itinerari arano-normanni patrimonio mondiale Unesco – sarà il sentiero maestro, dalla Cattedrale al sontuoso teatro del Sole dei Quattro Canti, da San Giuseppe dei Teatini a piazza Bologni al museo diocesano.

Si dovrà attendere il favore delle tenebre, invece, per l’inedito tour lungo via Roma, destinata alla fine dell’800 ad essere una delle 4 strade perpendicolari a corso Vittorio – secondo l’ambizioso piano regolatore di Felice Giarrusso – ma che finì poi per costituire l’unico asse che incrociava il Cassaro. Con l’aiuto di una galleria fotografia, Gelarda condurrà i “pellegrini” indietro nel tempo, tra ‘800 e ‘900, nella via Roma di una volta, costellata di chiese e cortili sacrificati ai nuovi spazi Liberty. Da via Montesanto al cortile dei Gallinai, da porta Colonna a via degli Schioppettieri. Partenza alle 21 da Sant’Antonino, alla stazione centrale.

Tre gli itinerari di sabato dedicati alla natura: alle 9, con ritrovo al parcheggio Basile, si partirà alla volta della Moarda, uno dei principali rilievi montuosi della Conca d’Oro, fra il bacino dell’Oreto e quello del fiume Belice. Il personale del dipartimento forestale, che ha il suo quartier generale nel casotto a 800 metri di altitudine, farà da guida verso il Gorgo e le serre di Rebuttone: da qui si spalanca la vista mozzafiato sulla Valle del fico.

I provetti escursionisti potranno poi scegliere se esplorare la riserva naturale di Monte Pellegrino, lungo 4 chilometri e 3 ore di cammino, con partenza dal santuario di Santa Rosalia alle 10, o se affrontare i due 2 chilometri di percorso nel vallone della Cala, con destinazione grotta Conza, minacciata cinquant’anni fa da operazioni di estrazione di materiali da costruzione, inaspettato “giardino” popolato da interessanti specie faunistiche, frassini, carrubi e fichi d’india e luogo di complesse stratificazioni geologiche. Il cammino prenderà il via alle 10 da via Luoghicelli.

Un’altra domenica nel verde, il 21 ottobre. Il Wwf organizza la passeggiata nei sentieri che si inerpicano sopra la borgata di Villagrazia e su Monte Starabba, per gettare lo sguardo a perdifiato su uno dei panorami più belli della conca d’Oro, dalla valle dell’Oreto ai monti di Monreale, sull’affollata “scacchiera” della città, il mare del golfo, Monte Pellegrino e Monte Gallo. Partenza alle 9 dal parcheggio di viale Basile, a destra del capolinea Amat.

Alle 10 si replica la passeggiata nella riserva naturale della Santuzza, con partenza dal Santuario diretti verso il laghetto del Gorgo, simbolo di biodiversità e habitat naturale di rare specie di insetti studiati dagli entomologi di tutto il mondo. Infine gli operatori di “Astrid Natura” saranno ancora una volta i ciceroni dell’itinerario nella riserva del bosco di Ficuzza, tra alberi di leccio e roverella, fin dentro le viscere del parco voluto da Ferdinando I di Borbone. Avvio alle 10 dalla piazza del paese, muniti di scarpe robuste e muscoli allenati alla fatica.

Sempre domenica tornano il suggestivo itinerario dal titolo “Buongiorno Notte”, con Giovanni Mazzara a fare da guida nei vicoli e negli anfratti della Palermo che si sveglia, sbadiglia e si mette pigramente in moto – partenza alle 6.30 dai Quattro Canti e conclusione due ore dopo davanti ad una tazza di caffè – e quello alla scoperta delle statue “della vergogna” in piazza Pretoria, con Silvia Messina.

Propongono un vero e proprio pellegrinaggio gli operatori di “Itimed”, con tanto di passaporto da timbrare. Si parte dalla chiesa di Santa Cristina la Vetere e si arriva all’Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria, passando dalla chiesa capitolare di San Cataldo e attraversando i vicoli del centro storico, sulle orme dei cavalieri medievali. Un viaggio nei luoghi e nei simboli della devozione più nobile, con l’offerta di un biscotto come viatico del viandante.

Atmosfere pruriginose e segreti licenziosi nascosti sotto una patina di rispettabilità sociale sono il filo conduttore della passeggiata nei luoghi del “malaffare”, a cura di Chiara Utro; dalle 9.30, dallo spazio antistante San Giorgio dei Genovesi. Le cronache del “mestiere più antico del mondo” si dipanano attraverso il dedalo di vicoli del grembo antico d Palermo, tra postriboli e taverne chiassose oggi scomparsi. A fare da contraltare, in una società votata alla doppia morale, i pii ospizi che accoglievano meretrici e donne in pericolo.

La magia senza tempo del centro storico seguirà come una traccia di profumo il cammino tra le viuzze di Ballarò, con l’esoterica presenza immaginaria del conte di Cagliostro a fare da nume tutelare ai pellegrini, dalla piazza di Casa Professa alle mura cinquecentesche di corso Tukory, verso Porta Sant’Agata. Tappe obbligate, le bancarelle di frutta e verdura del mercato più antico della città, la casa natale del sedicente mago, il piccolo gioiello della chiesa di Maria Santissima Assunta delle Carmelitane scalze, piazzetta Sette Fate e poi piazza della Vittoria, con villa Bonanno, e Porta Nuova. Si chiude con la storia avventurosa del Palazzo Reale. Voce narrante dell’itinerario sarà Sara Capello, una delle ultime cantastorie siciliane. Partenza alle 10 da Casa Professa.

Michele Anselmi sarà la guida della passeggiata dedicata all’autore del Gattopardo, nei quartieri della Loggia e della Kalsa, per congiungere le due dimore estreme di Giuseppe Tomasi: la casa di via Lampedusa, dove lo scrittore nacque nel 1896 e che fu costretto ad abbandonare dopo i bombardamenti del ’43, e quella di via Butera, l’ultima residenza. Un cammino che è narrazione, parola, memoria, tra scampoli di notizie storiche, biografiche e di costume e la lettura di brani scelti da “I ricordi d’infanzia” e dallo stesso “Gattopardo”. Partenza domenica alle 10 da San Giorgio dei Genovesi.

Ultimi tre appuntamenti in programma con la passeggiata nei mercati storici dei Lattarini e della Vucciria (partenza alle 10.30 da piazza San Francesco d’Assisi, a cura di Gaetano Corselli d’Ondes e di Salvare Palermo), con l’itinerario da villa Bonanno fino alla chiesa della Martorana, lungo il Cassaro – tra testimonianze romane, normanne e spagnole vivificate dai racconti di Claudia Bardi – e con l’inaspettato tour nel cuore del Giardino Inglese, una delle gemme più belle della preziosa collana di progetti e spazi firmati da Giovan Battista Basile. Con Igor Gelarda si tornerà indietro nel parco di 150 anni fa, nato al posto di una vecchia cava di tufo come primo atto di quella grande rappresentazione pubblica che sarebbe stata la costruzione di via Libertà, e si visiterà anche il vicino giardino Garibaldi, con la statua di Vincenzo Ragusa dedicata all’eroe dei due mondi. Partenza alle 16, da piazza Mordini.

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A passeggio con Le Vie dei Tesori

Sono diciotto gli itinerari a Palermo e dintorni in programma con il festival il 13 e 14 ottobre. Dai Florio alla Baronessa di Carini, dai misfatti dell’Inquisizione ai gloriosi cinema della città, passando per la Vucciria e gli scenari di bosco Ficuzza, ce n’è per tutti i gusti

di Federica Certa  

La città conosciuta e quella celata, che sbuca da angoli acuti di storia e d’incanto. Itinerari naturalistici alla scoperta di spazi verdi nascosti e i quartieri del centro storico come non si sono mai visti prima. O, ancora, le figure simbolo della memoria della città, dalla sua Patrona all’illuminata dinastia dei Florio. Sono diciotto le passeggiate a Palermo e dintorni in programma il prossimo weekend con Le Vie dei Tesori. Per aggiudicarsi uno dei posti disponibili (la partecipazione è sempre riservata ad un numero prestabilito di visitatori) si può prenotare o acquistare i coupon direttamente dal sito internet a questo link.

Per chi ama anticipare l’alba è in programma, a partire dalle 6.30 di sabato 13, la passeggiata dal titolo “Buongiorno notte”: Giovanni Mazzara accompagnerà i dieci partecipanti in un percorso di 2 ore dai Quattro canti al mare fino al cuore della città antica, che si sveglia poco alla volta con i profumi e le atmosfere livide della prima mattina, per concludere con un caffè nei primi bar che alzano le saracinesche.
Gli appassionati di enigmi da risolvere e matasse da sbrogliare potranno ritrovarsi sabato alle 16 in piazza san Domenico: i cinquanta “pellegrini”, guidati da Chiara Utro, saranno chiamati a svelare un inquietante delitto, in una serrata caccia all’assassino che è anche un viaggio nella storia di Palermo.

Streghe, eretici, condannati a morte sono invece i personaggi evocati nell’itinerario dedicato a fatti e misfatti della Santa Inquisizione – presente in città dalla fine del ‘400 al 1782 – che inizia da piazza Marina e si addentra nell’anima barocca della Kalsa, scenario di processi cruenti contro luterani ed ebrei, adulteri e usurai. 
Ancora mistero e intrigo sulle orme della baronessa di Carini, in un percorso che parte dal castello, dove si era consumata l’oscura uccisione della nobildonna – come si tramanda tra cronaca e leggenda – e prosegue nella piazza centrale e in Corso Umberto, fino alla chiesa madre e alla chiesa del Carmine, con il chiostro e la biblioteca.

Inizia dalle 10.30 da Porta Felice il tragitto storico-letterario che illumina i luoghi e le vicende della città consacrati nei libri di Sciascia, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Consolo, Levi: a fare da controcanto la lettura delle pagine più belle dei maestri del Novecento, siciliani e non solo.
Si rievocheranno gli odori speziati dei droghieri, il vocìo svelto dei maghrebini alla Vucciria, l’epopea dei mercanti stranieri che aprirono le prime “apotheke solarate” – in quella lingua di terra rubata al mare che avrebbe preso il nome di mandamento della Loggia – nell’affascinante percorso fra strade, chiese e suggestioni in programma sabato, dalle 10.30, con partenza dalla fontana del Garraffo in piazza Marina. A cura dell’associazione “Salvare Palermo”.

Ancora la città vecchia sarà sotto i riflettori della passeggiata al Cassaro, da Porta Nuova a Porta Felice, e di quella nella zona della stazione centrale, fulcro di una nuova espansione sociale e architettonica, tra ‘800 e ‘900. Mentre sarà del tutto inedita e decisamente più contemporanea la riscoperta dei gloriosi cinema di Palermo, dalle origini sino agli anni Settanta. Un itinerario a cura di Igor Gelarda, in collaborazione con “Palermo aperta a tutti”. Partenza alle 11 in via Libertà, di fronte il negozio Prada.

Prenderà il via alle 10, dalla statua di Ignazio Florio senior, nell’omonima piazza, la seconda parte del tour sulle tracce della leggendaria famiglia di armatori: da via Dante fino a piazza principe di Camporeale, nella contrada dell’Olivuzza, il panorama urbano mostrerà il volto elegante e incipriato della Bella Epoque e del grande, avveniristico sogno borghese palermitano, infranto dall’avvento della grande guerra. Da villino Favarolo a Villa Malfitano Whitaker, con la guida di Michele Anselmi.
Sempre sabato sono in programma due passeggiate verdi: a Villa Mirto, dove è riportato un fugace soggiorno di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fino al guado del ruscello del Fiumetto Sant’Elia e poi in salita verso il querceto della Costa Lunga; e nella riserva naturale di Montepellegrino – per molti ancora un luogo di inaspettate epifanie, come le 130 grotte scavate nel suo grembo – con tappe al boschetto e al Gorgo, il laghetto abitato da insetti rari che hanno suscitato l’interesse degli entomologi di tutto il mondo. Tre ore e quattro chilometri di cammino, con partenza dal santuario di Santa Rosalia alle 10, con i ‘ciceroni’ di “Astrid Natura”.
E sempre Montepellegrino verrà “espugnato” nell’acchianata di 2 ore in programma a partire dalle 16 di domenica 14 ottobre, con partenza da largo Sellerio, sulla via della santa eremita ma senza tralasciare l’eredità storica e naturalistica disseminata lungo il cammino.

Igor Gelarda leggerà e reciterà brani di testi antichi dedicati a uno dei luoghi più amati ed evocati dai palermitani. Polmoni a prova di scarpinata e gambe robuste sono i requisiti per partecipare al trekking nel bosco di Ficuzza, un tempo riserva reale di Ferdinando I, che prenderà il via alle 10, dalla piazza nel centro del borgo per snodarsi attraverso il sentiero “Alpe Ramosa”, tra alberi di leccio e roverella, fino ad una romantica radura ombreggiata dai sugheri. E sempre domenica si potrà andare alla scoperta del demanio forestale di Aglisotto, con ingresso a Portella Mannino, lungo la SSS 186 per Partinico. Epilogo mozzafiato sul versante montano che sovrasta Giacalone, a rotta di collo sulla valle dell’Oreto. 

Per gli indefessi cacciatori di tesori metropolitani, gli appuntamenti in programma il 14 in città sono tre. Alla Vucciria – dalle 10, con partenza da piazza San Domenico – Sara Cappello, una delle ultime cantastorie siciliane, ricamerà i suoi racconti di parole e musica, per riesumare personaggi, favole e credenze popolari a misura di genitori e bambini, che potranno fantasticare con le storie fatate di pesci e marinai, le avventure di Giufà e le sgargianti abbanniate dell’antico mercato, eroicamente in lotta contro l’abbandono e il degrado.

A Ballarò, il suk più vetusto della città, piccola enclave del multiculturalismo palermitano, gli operatori dell’associazione “Altrove Tour” mostreranno il quartiere così come lo scrutano e lo vivono coi loro occhi, “cartolina” onesta ed esemplare di un’integrazione non proprio facile, ma sempre possibile. Si parte alle 11 dalla sede di “Moltivolti”, in via Giuseppe Mario Puglia 21.

In carnet, infine, per questo weekend, la prima parte dell’itinerario dal Monte di pietà all’Albergheria, dove tra il XII e il XVII secolo si sono insediati i Monaci mendicanti medioevali. Lo splendore severo dei monasteri incrocia il caos vitale e pittoresco della strada.La passeggiata, che si concluderà domenica 21, prenderà il via dalla chiesa di Sant’Agostino alle 10.30, con la guida di Gaetano Corselli D’Ondes, di “Salvare Palermo”.

Sono diciotto gli itinerari a Palermo e dintorni in programma con il festival il 13 e 14 ottobre. Dai Florio alla Baronessa di Carini, dai misfatti dell’Inquisizione ai gloriosi cinema della città, passando per la Vucciria e gli scenari di bosco Ficuzza, ce n’è per tutti i gusti

di Federica Certa

La città conosciuta e quella celata, che sbuca da angoli acuti di storia e d’incanto. Itinerari naturalistici alla scoperta di spazi verdi nascosti e i quartieri del centro storico come non si sono mai visti prima. O, ancora, le figure simbolo della memoria della città, dalla sua Patrona all’illuminata dinastia dei Florio. Sono diciotto le passeggiate a Palermo e dintorni in programma il prossimo weekend con Le Vie dei Tesori. Per aggiudicarsi uno dei posti disponibili (la partecipazione è sempre riservata ad un numero prestabilito di visitatori) si può prenotare o acquistare i coupon direttamente dal sito internet a questo link.

Per chi ama anticipare l’alba è in programma, a partire dalle 6.30 di sabato 13, la passeggiata dal titolo “Buongiorno notte”: Giovanni Mazzara accompagnerà i dieci partecipanti in un percorso di 2 ore dai Quattro canti al mare fino al cuore della città antica, che si sveglia poco alla volta con i profumi e le atmosfere livide della prima mattina, per concludere con un caffè nei primi bar che alzano le saracinesche.
Gli appassionati di enigmi da risolvere e matasse da sbrogliare potranno ritrovarsi sabato alle 16 in piazza san Domenico: i cinquanta “pellegrini”, guidati da Chiara Utro, saranno chiamati a svelare un inquietante delitto, in una serrata caccia all’assassino che è anche un viaggio nella storia di Palermo.

Streghe, eretici, condannati a morte sono invece i personaggi evocati nell’itinerario dedicato a fatti e misfatti della Santa Inquisizione – presente in città dalla fine del ‘400 al 1782 – che inizia da piazza Marina e si addentra nell’anima barocca della Kalsa, scenario di processi cruenti contro luterani ed ebrei, adulteri e usurai. 
Ancora mistero e intrigo sulle orme della baronessa di Carini, in un percorso che parte dal castello, dove si era consumata l’oscura uccisione della nobildonna – come si tramanda tra cronaca e leggenda – e prosegue nella piazza centrale e in Corso Umberto, fino alla chiesa madre e alla chiesa del Carmine, con il chiostro e la biblioteca.

Inizia dalle 10.30 da Porta Felice il tragitto storico-letterario che illumina i luoghi e le vicende della città consacrati nei libri di Sciascia, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Consolo, Levi: a fare da controcanto la lettura delle pagine più belle dei maestri del Novecento, siciliani e non solo.
Si rievocheranno gli odori speziati dei droghieri, il vocìo svelto dei maghrebini alla Vucciria, l’epopea dei mercanti stranieri che aprirono le prime “apotheke solarate” – in quella lingua di terra rubata al mare che avrebbe preso il nome di mandamento della Loggia – nell’affascinante percorso fra strade, chiese e suggestioni in programma sabato, dalle 10.30, con partenza dalla fontana del Garraffo in piazza Marina. A cura dell’associazione “Salvare Palermo”.

Ancora la città vecchia sarà sotto i riflettori della passeggiata al Cassaro, da Porta Nuova a Porta Felice, e di quella nella zona della stazione centrale, fulcro di una nuova espansione sociale e architettonica, tra ‘800 e ‘900. Mentre sarà del tutto inedita e decisamente più contemporanea la riscoperta dei gloriosi cinema di Palermo, dalle origini sino agli anni Settanta. Un itinerario a cura di Igor Gelarda, in collaborazione con “Palermo aperta a tutti”. Partenza alle 11 in via Libertà, di fronte il negozio Prada.

Prenderà il via alle 10, dalla statua di Ignazio Florio senior, nell’omonima piazza, la seconda parte del tour sulle tracce della leggendaria famiglia di armatori: da via Dante fino a piazza principe di Camporeale, nella contrada dell’Olivuzza, il panorama urbano mostrerà il volto elegante e incipriato della Bella Epoque e del grande, avveniristico sogno borghese palermitano, infranto dall’avvento della grande guerra. Da villino Favarolo a Villa Malfitano Whitaker, con la guida di Michele Anselmi.
Sempre sabato sono in programma due passeggiate verdi: a Villa Mirto, dove è riportato un fugace soggiorno di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fino al guado del ruscello del Fiumetto Sant’Elia e poi in salita verso il querceto della Costa Lunga; e nella riserva naturale di Montepellegrino – per molti ancora un luogo di inaspettate epifanie, come le 130 grotte scavate nel suo grembo – con tappe al boschetto e al Gorgo, il laghetto abitato da insetti rari che hanno suscitato l’interesse degli entomologi di tutto il mondo. Tre ore e quattro chilometri di cammino, con partenza dal santuario di Santa Rosalia alle 10, con i ‘ciceroni’ di “Astrid Natura”.
E sempre Montepellegrino verrà “espugnato” nell’acchianata di 2 ore in programma a partire dalle 16 di domenica 14 ottobre, con partenza da largo Sellerio, sulla via della santa eremita ma senza tralasciare l’eredità storica e naturalistica disseminata lungo il cammino.

Igor Gelarda leggerà e reciterà brani di testi antichi dedicati a uno dei luoghi più amati ed evocati dai palermitani. Polmoni a prova di scarpinata e gambe robuste sono i requisiti per partecipare al trekking nel bosco di Ficuzza, un tempo riserva reale di Ferdinando I, che prenderà il via alle 10, dalla piazza nel centro del borgo per snodarsi attraverso il sentiero “Alpe Ramosa”, tra alberi di leccio e roverella, fino ad una romantica radura ombreggiata dai sugheri. E sempre domenica si potrà andare alla scoperta del demanio forestale di Aglisotto, con ingresso a Portella Mannino, lungo la SSS 186 per Partinico. Epilogo mozzafiato sul versante montano che sovrasta Giacalone, a rotta di collo sulla valle dell’Oreto. 

Per gli indefessi cacciatori di tesori metropolitani, gli appuntamenti in programma il 14 in città sono tre. Alla Vucciria – dalle 10, con partenza da piazza San Domenico – Sara Cappello, una delle ultime cantastorie siciliane, ricamerà i suoi racconti di parole e musica, per riesumare personaggi, favole e credenze popolari a misura di genitori e bambini, che potranno fantasticare con le storie fatate di pesci e marinai, le avventure di Giufà e le sgargianti abbanniate dell’antico mercato, eroicamente in lotta contro l’abbandono e il degrado.

A Ballarò, il suk più vetusto della città, piccola enclave del multiculturalismo palermitano, gli operatori dell’associazione “Altrove Tour” mostreranno il quartiere così come lo scrutano e lo vivono coi loro occhi, “cartolina” onesta ed esemplare di un’integrazione non proprio facile, ma sempre possibile. Si parte alle 11 dalla sede di “Moltivolti”, in via Giuseppe Mario Puglia 21.

In carnet, infine, per questo weekend, la prima parte dell’itinerario dal Monte di pietà all’Albergheria, dove tra il XII e il XVII secolo si sono insediati i Monaci mendicanti medioevali. Lo splendore severo dei monasteri incrocia il caos vitale e pittoresco della strada.La passeggiata, che si concluderà domenica 21, prenderà il via dalla chiesa di Sant’Agostino alle 10.30, con la guida di Gaetano Corselli D’Ondes, di “Salvare Palermo”.

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Le sigaraie dell’ex Manifattura tabacchi

Oggi il complesso dell’Acquasanta, a Palermo, rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Fino al 2001, la fabbrica ha dato lavoro a migliaia di famiglie

di Federica Certa  

“Presso la Manifattura dei tabacchi attualmente lavorano 688 donne tutte superiori agli anni 29 poche nubili e la maggior parte maritate o vedove, delle quali 634 a cottimo e con un guadagno medio giornaliero di lire 1,65. L’orario di lavoro è quello stabilito dal regolamento e non eccede le 8 ore al giorno”. Si leggeva così in una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo e datata fine ‘800.

Centinaia di ragazze impegnate per metà giornata a essiccare le foglie di tabacco, confezionare sigari, smaltire gli scarti della lavorazione, alimentando la fornace di quell’inceneritore stagliato contro il cielo dell’Acquasanta che era diventato un simbolo della città operosa e produttiva.

Nonostante difficoltà e asprezze della vita in fabbrica, erano per Palermo anni di fiducia e di fatica, di sacrifici e di sviluppo, e le Manifatture di via Simone Gulì rappresentavano una delle testimonianze più evidenti e pervicaci. Erano nate nel 1876, quando le fabbriche di sigari private – con i loro 4mila addetti e 300 stabilimenti – avevano ceduto il passo ai Monopoli di Stato, che di lavoratori, però, ne avevano assorbito meno del 25 per cento.

Qui, nel vialone che costeggia i cantieri navali e curva verso il porticciolo e la piazza dell’Acquasanta, sorgeva due secoli prima un lazzaretto, strategicamente vicino al mare per approfittare del clima favorevole agli ammalati e di una facile via di approvvigionamento per le merci.

La struttura era costituita da pochi edifici in parte preesistenti, con l’originaria destinazione di deposito di cereali. Poi, intorno al 1830, venne ampliata con l’aggiunta di un corpo semicircolare affacciato sul mare e di un edificio quadrangolare destinato alle scuderie. C’era anche una piccola cappella ed un inceneritore per gli oggetti contaminati.

Così, quando nel 1876 lo Stato assunse il monopolio della produzione e del commercio di sigari, l’ex deposito di granaglie ed ex ricovero sembrò il luogo ideale da convertire e riadattare, con la nuova denominazione di Regia manifattura tabacchi: le scuderie vennero modificate e adibite a laboratori per il confezionamento di sigari, il cortile divenne spazio per l’essiccazione e la fermentazione delle foglie di tabacco, mentre l’edificio semicircolare fu destinato a locale per la produzione di energia.

Nei primi decenni del ‘900, dopo la prima guerra mondiale, vennero costruiti gli edifici destinati a uffici della direzione e nuovi laboratori. Dello stesso periodo è l’avvento della meccanizzazione di molti processi produttivi, all’interno del fabbricato per la lavorazione delle “spagnolette”, cuore delle Manifatture. E agli stessi anni risalgono le caparbie rivendicazioni delle sigaraie.

La fabbrica riuscì a sopravvivere ai bombardamenti di due guerre, e per decenni lo stabilimento continuò a dare lavoro e sostentamento a decine di migliaia di famiglie, fino a quando, al termine di un lungo e inesorabile declino, fu costretto a chiudere. Era il 2001 quando si spensero le “luci” della fabbrica, e subito si ventilarono grandi e ambiziosi progetti di riconversione.

Oggi il complesso rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Non solo un percorso all’interno del dedalo di fabbricati, ma un viaggio nella memoria che diventa testimonianza viva. “Abbiamo raccolto foto e racconti di alcuni lavoratori – dice Vittoria Ribaudo, architetto e volontaria ‘assegnata’ alle Manifatture insieme ad altre 2 guide e 4 studentesse – riuscendo così a ricostruire uno spaccato vivido di questo luogo. Anni fa lo spazio fu inserito in un Prusst approvato dal consiglio comunale per trasformare l’area in un complesso alberghiero, ma il progetto non è andato avanti. Restano i resoconti di chi ci ha lavorato fino a 16 anni fa, che ricorda nei minimi particolari le giornate lavorative, le sirene che annunciavano il cambio dei turni, la vita quotidiana in questa zona della città”.

L’appuntamento per il pubblico è tutti i venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.30. Si entra dall’ingresso principale, attraverso il vano decorato con le iscrizioni e le targhe in ricordo della fondazione del lazzaretto, quindi si accede al primo cortile che fa da “loggia” per gli ex laboratori e magazzini, e al bel giardino con il grande ficus, ricavato espropriando parte dell’attiguo cimitero degli inglesi.

“Salendo da una scala decorata con una ringhiera tardo ottocentesca – spiega Giovanni Orlando, dello staff de Le Vie dei Tesori – accompagneremo i visitatori al primo piano, con i suoi due grandi stanzoni. Nel primo c’è ancora il gabbiotto del capoturno, con una scritta scarabocchiata con un pennarello rosso che riporta la data esatta dell’ultimo giorno di lavoro alle manifatture”.

Quindi si scende nuovamente nel giardino, da dove sono visibili le due antiche ciminiere e il grande vano che ospita ancora oggi le vecchie caldaie, motore fondamentale per il funzionamento della fabbrica. Verso l’uscita, quasi senza rendersene conto, si calpesta la gigantesca bilancia idraulica che con i suoi ingranaggi, nascosti sotto l’impiantito, aveva il compito di determinare il peso esatto dei camion in uscita, carichi di sigari. Info su leviedeitesori.com.

Oggi il complesso dell’Acquasanta, a Palermo, rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Fino al 2001 la fabbrica ha dato lavoro migliaia di famiglie

di Federica Certa

“Presso la Manifattura dei tabacchi attualmente lavorano 688 donne tutte superiori agli anni 29 poche nubili e la maggior parte maritate o vedove, delle quali 634 a cottimo e con un guadagno medio giornaliero di lire 1,65. L’orario di lavoro è quello stabilito dal regolamento e non eccede le 8 ore al giorno”. Si leggeva così in una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo e datata fine ‘800.

Centinaia di ragazze impegnate per metà giornata a essiccare le foglie di tabacco, confezionare sigari, smaltire gli scarti della lavorazione, alimentando la fornace di quell’inceneritore stagliato contro il cielo dell’Acquasanta che era diventato un simbolo della città operosa e produttiva.

Nonostante difficoltà e asprezze della vita in fabbrica, erano per Palermo anni di fiducia e di fatica, di sacrifici e di sviluppo, e le Manifatture di via Simone Gulì rappresentavano una delle testimonianze più evidenti e pervicaci. Erano nate nel 1876, quando le fabbriche di sigari private – con i loro 4mila addetti e 300 stabilimenti – avevano ceduto il passo ai Monopoli di Stato, che di lavoratori, però, ne avevano assorbito meno del 25 per cento.

Qui, nel vialone che costeggia i cantieri navali e curva verso il porticciolo e la piazza dell’Acquasanta, sorgeva due secoli prima un lazzaretto, strategicamente vicino al mare per approfittare del clima favorevole agli ammalati e di una facile via di approvvigionamento per le merci.

La struttura era costituita da pochi edifici in parte preesistenti, con l’originaria destinazione di deposito di cereali. Poi, intorno al 1830, venne ampliata con l’aggiunta di un corpo semicircolare affacciato sul mare e di un edificio quadrangolare destinato alle scuderie. C’era anche una piccola cappella ed un inceneritore per gli oggetti contaminati.

Così, quando nel 1876 lo Stato assunse il monopolio della produzione e del commercio di sigari, l’ex deposito di granaglie ed ex ricovero sembrò il luogo ideale da convertire e riadattare, con la nuova denominazione di Regia manifattura tabacchi: le scuderie vennero modificate e adibite a laboratori per il confezionamento di sigari, il cortile divenne spazio per l’essiccazione e la fermentazione delle foglie di tabacco, mentre l’edificio semicircolare fu destinato a locale per la produzione di energia.

Nei primi decenni del ‘900, dopo la prima guerra mondiale, vennero costruiti gli edifici destinati a uffici della direzione e nuovi laboratori. Dello stesso periodo è l’avvento della meccanizzazione di molti processi produttivi, all’interno del fabbricato per la lavorazione delle “spagnolette”, cuore delle Manifatture. E agli stessi anni risalgono le caparbie rivendicazioni delle sigaraie.

La fabbrica riuscì a sopravvivere ai bombardamenti di due guerre, e per decenni lo stabilimento continuò a dare lavoro e sostentamento a decine di migliaia di famiglie, fino a quando, al termine di un lungo e inesorabile declino, fu costretto a chiudere. Era il 2001 quando si spensero le “luci” della fabbrica, e subito si ventilarono grandi e ambiziosi progetti di riconversione.

Oggi il complesso rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Non solo un percorso all’interno del dedalo di fabbricati, ma un viaggio nella memoria che diventa testimonianza viva. “Abbiamo raccolto foto e racconti di alcuni lavoratori – dice Vittoria Ribaudo, architetto e volontaria ‘assegnata’ alle Manifatture insieme ad altre 2 guide e 4 studentesse – riuscendo così a ricostruire uno spaccato vivido di questo luogo. Anni fa lo spazio fu inserito in un Prusst approvato dal consiglio comunale per trasformare l’area in un complesso alberghiero, ma il progetto non è andato avanti. Restano i resoconti di chi ci ha lavorato fino a 16 anni fa, che ricorda nei minimi particolari le giornate lavorative, le sirene che annunciavano il cambio dei turni, la vita quotidiana in questa zona della città”.

L’appuntamento per il pubblico è tutti i venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.30. Si entra dall’ingresso principale, attraverso il vano decorato con le iscrizioni e le targhe in ricordo della fondazione del lazzaretto, quindi si accede al primo cortile che fa da “loggia” per gli ex laboratori e magazzini, e al bel giardino con il grande ficus, ricavato espropriando parte dell’attiguo cimitero degli inglesi.

“Salendo da una scala decorata con una ringhiera tardo ottocentesca – spiega Giovanni Orlando, dello staff de Le Vie dei Tesori – accompagneremo i visitatori al primo piano, con i suoi due grandi stanzoni. Nel primo c’è ancora il gabbiotto del capoturno, con una scritta scarabocchiata con un pennarello rosso che riporta la data esatta dell’ultimo giorno di lavoro alle manifatture”.

Quindi si scende nuovamente nel giardino, da dove sono visibili le due antiche ciminiere e il grande vano che ospita ancora oggi le vecchie caldaie, motore fondamentale per il funzionamento della fabbrica. Verso l’uscita, quasi senza rendersene conto, si calpesta la gigantesca bilancia idraulica che con i suoi ingranaggi, nascosti sotto l’impiantito, aveva il compito di determinare il peso esatto dei camion in uscita, carichi di sigari. Info su leviedeitesori.com.

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L’Oratorio delle Dame, tra devozione e solidarietà

In questo luogo di culto, nel cuore di Palermo, ancora oggi dopo secoli, le sorelle aiutano le donne prossime al parto o da poco diventate madri, confezionando abiti e biancheria per i bimbi dell’Albergheria. È uno dei beni aperti per Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

“Non ci vedo quasi più, ma finché riuscirò a muovere le mani continuerò a cucire e ricamare i corredini”. I tempi cambiano, le mode passano, i riti si sfilacciano. Ma certe cose restano immutate. Agata Riva Sanseverino, superiora delle nobili Dame dell’Aspettazione del parto della Vergine, responsabile per le attività di assistenza che da quattro secoli accompagnano le donne dell’Albergheria prossime al parto o da poco diventate madri, se lo sente ripetere ogni anno: “Abbiamo tante volontarie che, nonostante gli acciacchi e l’età, non rinunciano a confezionare con le loro mani le copertine, i vestiti, la biancheria per i bimbi del quartiere, figli di ragazze palermitane in difficoltà, ma anche di tante giovani immigrate”.

Li chiamano “canestri”, una tradizione che inizia con la fondazione stessa della congregazione, all’inizio di Seicento, e prosegue cambiando registro e destinatari, ma sempre “con la stessa missione che ci caratterizza dalla nostra nascita”.

Il 18 dicembre, ricorrenza della Madonna del parto, i corredi – raccolti a centinaia dalle case delle consorelle, con o senza quarti di nobiltà – vengono sistemati sull’altare barocco in marmi mischi che domina il piccolo, splendido spazio dell’oratorio della Cappella delle Dame, in via Ponticello, e benedetti in vista della successiva distribuzione.

L’oratorio, dall’assetto canonico con anti-oratorio, aula e presbiterio rettangolare, è il cuore della congregazione, che negli anni dello scontro fra truppe napoleoniche e borboniche, quando la corte di Ferdinando IV si era rifugiata a Palermo, fu “governata” anche da diverse regine, da Maria Carolina a Elena Petrovich del Montenegro, passando per Margherita di Savoia.

Qui le dame, ancora oggi, si riuniscono ogni venerdì e pregano per la “buona morte” delle consorelle defunte e per le partorienti. Ma non solo. “Collaboriamo con il Centro di aiuto alla vita – racconta Riva Sanseverino – che per un anno e mezzo prende in carico giovani madri indigenti, con il Giardino di madre Teresa e con le sorelle comboniane di suor Valeria, che portano avanti una dura battaglia contro la tratta delle straniere, spesso appena bambine. Il nostro obiettivo – aggiunge – è far conoscere una parte di Palermo all’altra parte della città, che la ignora o non ne sa abbastanza”.

Per l’edizione 2018 de Le Vie dei tesori, l’oratorio di via Ponticello – già dichiarato monumento nazionale e “adottatato” dal festival l’anno scorso, quando fu scelto come uno dei luoghi da sostenere, con un finanziamento per avviare il restauro delle 39 panche e dello stallo lignei – aprirà al pubblico per due week-end di visite guidate e mostrerà il portale in pietra di Billiemi, sormontato dal medaglione in marmo bianco con il monogramma della Vergine, i ricchissimi stucchi barocchi, il “giardinello” e la sacrestia, la cappella affrescata dal maestro Antonino Grano con le opulente cornici scolpite, la parete del presbiterio decorata a trompe l’oeil con finte prospettive architettoniche, il ciclo di pitture dei “Misteri” e la tela della Madonna del parto, il crocefisso settecentesco, sovrastato dal quadro che raffigura l’ultima cena, l’altare arredato con una batteria di candelabri e vasetti di fiori in argento e la copia seicentesca dello “Spasimo di Sicilia”, l’opera dipinta da Raffaello conservata un tempo nell’omonima chiesa palermitana e oggi custodita al Prado di Madrid.

Tanti gli interventi di recupero che hanno interessato l’oratorio, il più delle volte grazie all’impegno delle dame che si sono autotassate: nel 1873 l’allora preside donna Bianca Lucchesi Palli si adoperò per arricchirlo con nuovi decori e raffinati pavimenti maiolicati, come testimonia la targa murata nell’intradosso del muro della porta d’ingresso dell’aula; nel 1957 si intervenne per riparare i danni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, e, più recentemente, nell’85 sono stati eseguiti lavori di manutenzione straordinaria per arginare le infiltrazioni di acqua dalla copertura del tetto della cappella.

Eccezionalmente per Le Vie dei tesori, l’oratorio sarà aperto nei fine settimana del 19-20 e del 26, 27 e 28 ottobre, dalle 9 alle 12.30. Tutte le informazioni su leviedeitesori.com.

In questo luogo di culto, nel cuore di Palermo, ancora oggi dopo secoli, le sorelle aiutano le donne prossime al parto o da poco diventate madri, confezionando abiti e biancheria per i bimbi dell’Albergheria. È uno dei beni aperti per Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

“Non ci vedo quasi più, ma finché riuscirò a muovere le mani continuerò a cucire e ricamare i corredini”. I tempi cambiano, le mode passano, i riti si sfilacciano. Ma certe cose restano immutate. Agata Riva Sanseverino, superiora delle nobili Dame dell’Aspettazione del parto della Vergine, responsabile per le attività di assistenza che da quattro secoli accompagnano le donne dell’Albergheria prossime al parto o da poco diventate madri, se lo sente ripetere ogni anno: “Abbiamo tante volontarie che, nonostante gli acciacchi e l’età, non rinunciano a confezionare con le loro mani le copertine, i vestiti, la biancheria per i bimbi del quartiere, figli di ragazze palermitane in difficoltà, ma anche di tante giovani immigrate”.

Li chiamano “canestri”, una tradizione che inizia con la fondazione stessa della congregazione, all’inizio di Seicento, e prosegue cambiando registro e destinatari, ma sempre “con la stessa missione che ci caratterizza dalla nostra nascita”.

Il 18 dicembre, ricorrenza della Madonna del parto, i corredi – raccolti a centinaia dalle case delle consorelle, con o senza quarti di nobiltà – vengono sistemati sull’altare barocco in marmi mischi che domina il piccolo, splendido spazio dell’oratorio della Cappella delle Dame, in via Ponticello, e benedetti in vista della successiva distribuzione.

L’oratorio, dall’assetto canonico con anti-oratorio, aula e presbiterio rettangolare, è il cuore della congregazione, che negli anni dello scontro fra truppe napoleoniche e borboniche, quando la corte di Ferdinando IV si era rifugiata a Palermo, fu “governata” anche da diverse regine, da Maria Carolina a Elena Petrovich del Montenegro, passando per Margherita di Savoia.

Qui le dame, ancora oggi, si riuniscono ogni venerdì e pregano per la “buona morte” delle consorelle defunte e per le partorienti. Ma non solo. “Collaboriamo con il Centro di aiuto alla vita – racconta Riva Sanseverino – che per un anno e mezzo prende in carico giovani madri indigenti, con il Giardino di madre Teresa e con le sorelle comboniane di suor Valeria, che portano avanti una dura battaglia contro la tratta delle straniere, spesso appena bambine. Il nostro obiettivo – aggiunge – è far conoscere una parte di Palermo all’altra parte della città, che la ignora o non ne sa abbastanza”.

Per l’edizione 2018 de Le Vie dei tesori, l’oratorio di via Ponticello – già dichiarato monumento nazionale e “adottatato” dal festival l’anno scorso, quando fu scelto come uno dei luoghi da sostenere, con un finanziamento per avviare il restauro delle 39 panche e dello stallo lignei – aprirà al pubblico per due week-end di visite guidate e mostrerà il portale in pietra di Billiemi, sormontato dal medaglione in marmo bianco con il monogramma della Vergine, i ricchissimi stucchi barocchi, il “giardinello” e la sacrestia, la cappella affrescata dal maestro Antonino Grano con le opulente cornici scolpite, la parete del presbiterio decorata a trompe l’oeil con finte prospettive architettoniche, il ciclo di pitture dei “Misteri” e la tela della Madonna del parto, il crocefisso settecentesco, sovrastato dal quadro che raffigura l’ultima cena, l’altare arredato con una batteria di candelabri e vasetti di fiori in argento e la copia seicentesca dello “Spasimo di Sicilia”, l’opera dipinta da Raffaello conservata un tempo nell’omonima chiesa palermitana e oggi custodita al Prado di Madrid.

Tanti gli interventi di recupero che hanno interessato l’oratorio, il più delle volte grazie all’impegno delle dame che si sono autotassate: nel 1873 l’allora preside donna Bianca Lucchesi Palli si adoperò per arricchirlo con nuovi decori e raffinati pavimenti maiolicati, come testimonia la targa murata nell’intradosso del muro della porta d’ingresso dell’aula; nel 1957 si intervenne per riparare i danni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, e, più recentemente, nell’85 sono stati eseguiti lavori di manutenzione straordinaria per arginare le infiltrazioni di acqua dalla copertura del tetto della cappella.

Eccezionalmente per Le Vie dei tesori, l’oratorio sarà aperto nei fine settimana del 19-20 e del 26, 27 e 28 ottobre, dalle 9 alle 12.30. Tutte le informazioni su leviedeitesori.com.

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Hotel Piazza Borsa, una storia lunga 500 anni

È un luogo della memoria lo storico edificio in via dei Cartari, nel cuore di Palermo. Uno spazio sottratto all’abbandono otto anni fa e che adesso apre eccezionalmente al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Lì dove i ritmi quotidiani pulsano di arrivi e partenze, di viaggi e bagagli, di velluti e luci soffuse, c’è una città nella città fatta di bellezza piumata ed eleganza d’altri tempi, aperta e disponibile a tutti. Un guscio di atmosfere ovattate, che sembrano rubate ad una foto in bianco e nero, dentro il guscio antico della città grande, che oltre le porte a vetri corre, scalpita, indugia, sonnecchia.

È davvero un luogo della memoria, il Grand Hotel Piazza Borsa, in via dei Cartari, cuore del centro storico. Uno spazio che otto anni fa, una delle punte di diamante dell’hotellerie siciliana ha sottratto all’oblio, trasformandolo in un 4 stelle “superior” da 12mila metri quadri di superficie, uno dei simboli dell’età dell’oro di Palermo. Che per la dodicesima edizione delle Vie dei Tesori apre eccezionalmente al pubblico (prenotazioni qui), ogni domenica, a partire dal 7 ottobre e fino al 4 novembre, dalle 10.45 alle 17.30.

In un percorso guidato che parte dall’ingresso centrale su piazza Borsa, ovvero dalla porta d’entrata che conduce al ristorante dell’hotel – e fin dentro il ventre silenzioso dell’edificio, il bellissimo chiostro cinquecentesco appartenuto in origine al convento dei Padri mendicari, che in questa porzione di città vecchia rimasero per oltre due secoli – i volontari e gli studenti impegnati come operatori del festival accompagneranno i visitatori attraverso le stanze e il tempo, per scoprire i tesori custoditi nell’albergo.

La magnifica sala d’ingresso; la sala Ducrot, dichiarata bene monumentale, realizzata su progetto di Ernesto Basile, dove gli arredi originali – costruiti nel celebre mobilificio d’arte palermitano che con il maestro del Liberty aveva stretto un prolifico sodalizio – convivono con i bellissimi affreschi di inizio Novecento, dedicati al ciclo dei mestieri; le salette attigue; il ristorante “Kemonia”, anch’esso con i soffitti affrescati. Poi, su per le scale, si potrà ammirare dall’alto il chiostro in stile barocco, e infine, scendendo al piano inferiore, vederlo da vicino, passeggiando sotto il portico colonnato.

Una storia lunga 500 anni, quella del grande complesso di piazza Borsa, che è stato luogo di preghiera e poi – a partire dal 1912 – sede della Cassa centrale di risparmio per le province siciliane “Vittorio Emanuele III”, così come l’aveva disegnata Basile.

Nel 2003, infine, il passaggio di proprietà dal Banco di Sicilia alla società “Costa degli Ulivi”, un lungo periodo di decantazione, i lavori di recupero da 30 milioni di euro, durati cinque anni e finanziati per metà con i fondi ottenuti da una legge regionale del 2000, e l’inaugurazione dell’hotel, nel 2010.

La sala Ducrot era la sala del consiglio di amministrazione della banca; i locali attigui erano adibiti a uffici della presidenza, nel ristorante si trovava la cassa principale. Alla fine del 16esimo secolo risale lo splendido chiostro, che ha mantenuto pressoché intatto il portico e la porta dell’antico convento, sormontata dall’effige della Missione dei monaci della mercede, un pellicano che imbocca il suo piccolo. Ed è dello stesso periodo lo scalone monumentale, che mostra ancora i riflessi del marmo rosso di Piana degli Albanesi.

La struttura venne ampliata nella prima metà del ‘700, quando i padri mercedari acquisirono anche l’attigua dimora dei principi Cattolica Briuccia, collegandola ai locali del convento con tre passaggi lunghi circa 20 metri, sorretti da colonne di marmo. Questo intricato sistema di fabbricati venne ulteriormente allargato nel 1912 con l’edificio prospiciente la piazza: i tre “passetti”, quasi tre ponticelli dall’aria sognante, romantica, saranno attraversati dai visitatori delle Vie dei tesori nel tragitto da un palazzo all’altro.

“L’idea di queste visite guidate – spiega Eugenia Di Giovanni, responsabile della corporate communication per la società proprietaria dell’hotel – è quella di celebrare il complesso come un vero e proprio monumento, farlo conoscere ai palermitani e ai turisti come uno dei luoghi più suggestivi della città, che ha conservato nel tempo il suo valore storico e artistico”.

È un luogo della memoria lo storico edificio in via dei Cartari, nel cuore di Palermo. Uno spazio sottratto all’abbandono otto anni fa e che adesso apre eccezionalmente al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Lì dove i ritmi quotidiani pulsano di arrivi e partenze, di viaggi e bagagli, di velluti e luci soffuse, c’è una città nella città fatta di bellezza piumata ed eleganza d’altri tempi, aperta e disponibile a tutti. Un guscio di atmosfere ovattate, che sembrano rubate ad una foto in bianco e nero, dentro il guscio antico della città grande, che oltre le porte a vetri corre, scalpita, indugia, sonnecchia.

È davvero un luogo della memoria, il Grand Hotel Piazza Borsa, in via dei Cartari, cuore del centro storico. Uno spazio che otto anni fa, una delle punte di diamante dell’hotellerie siciliana ha sottratto all’oblio, trasformandolo in un 4 stelle “superior” da 12mila metri quadri di superficie, uno dei simboli dell’età dell’oro di Palermo. Che per la dodicesima edizione delle Vie dei Tesori apre eccezionalmente al pubblico (prenotazioni qui), ogni domenica, a partire dal 7 ottobre e fino al 4 novembre, dalle 10.45 alle 17.30.

In un percorso guidato che parte dall’ingresso centrale su piazza Borsa, ovvero dalla porta d’entrata che conduce al ristorante dell’hotel – e fin dentro il ventre silenzioso dell’edificio, il bellissimo chiostro cinquecentesco appartenuto in origine al convento dei Padri mendicari, che in questa porzione di città vecchia rimasero per oltre due secoli – i volontari e gli studenti impegnati come operatori del festival accompagneranno i visitatori attraverso le stanze e il tempo, per scoprire i tesori custoditi nell’albergo.

La magnifica sala d’ingresso; la sala Ducrot, dichiarata bene monumentale, realizzata su progetto di Ernesto Basile, dove gli arredi originali – costruiti nel celebre mobilificio d’arte palermitano che con il maestro del Liberty aveva stretto un prolifico sodalizio – convivono con i bellissimi affreschi di inizio Novecento, dedicati al ciclo dei mestieri; le salette attigue; il ristorante “Kemonia”, anch’esso con i soffitti affrescati. Poi, su per le scale, si potrà ammirare dall’alto il chiostro in stile barocco, e infine, scendendo al piano inferiore, vederlo da vicino, passeggiando sotto il portico colonnato.

Una storia lunga 500 anni, quella del grande complesso di piazza Borsa, che è stato luogo di preghiera e poi – a partire dal 1912 – sede della Cassa centrale di risparmio per le province siciliane “Vittorio Emanuele III”, così come l’aveva disegnata Basile.

Nel 2003, infine, il passaggio di proprietà dal Banco di Sicilia alla società “Costa degli Ulivi”, un lungo periodo di decantazione, i lavori di recupero da 30 milioni di euro, durati cinque anni e finanziati per metà con i fondi ottenuti da una legge regionale del 2000, e l’inaugurazione dell’hotel, nel 2010.

La sala Ducrot era la sala del consiglio di amministrazione della banca; i locali attigui erano adibiti a uffici della presidenza, nel ristorante si trovava la cassa principale. Alla fine del 16esimo secolo risale lo splendido chiostro, che ha mantenuto pressoché intatto il portico e la porta dell’antico convento, sormontata dall’effige della Missione dei monaci della mercede, un pellicano che imbocca il suo piccolo. Ed è dello stesso periodo lo scalone monumentale, che mostra ancora i riflessi del marmo rosso di Piana degli Albanesi.

La struttura venne ampliata nella prima metà del ‘700, quando i padri mercedari acquisirono anche l’attigua dimora dei principi Cattolica Briuccia, collegandola ai locali del convento con tre passaggi lunghi circa 20 metri, sorretti da colonne di marmo. Questo intricato sistema di fabbricati venne ulteriormente allargato nel 1912 con l’edificio prospiciente la piazza: i tre “passetti”, quasi tre ponticelli dall’aria sognante, romantica, saranno attraversati dai visitatori delle Vie dei tesori nel tragitto da un palazzo all’altro.

“L’idea di queste visite guidate – spiega Eugenia Di Giovanni, responsabile della corporate communication per la società proprietaria dell’hotel – è quella di celebrare il complesso come un vero e proprio monumento, farlo conoscere ai palermitani e ai turisti come uno dei luoghi più suggestivi della città, che ha conservato nel tempo il suo valore storico e artistico”.

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L’Istituto Florio-Salamone, scrigno d’arte e accoglienza

È una sorpresa e una scoperta con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto in via d’Angiò: sarà tra le visite guidate di questa edizione de Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

Alcune informazioni di servizio su come acquistare i coupon, dove effettuare le prenotazioni e come scegliere le visite ai siti con Le Vie dei Tesori a Palermo

di Redazione

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

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Il pozzo dei miracoli sulle tracce di Sant’Oliva

Nella chiesa di San Francesco di Paola, a Palermo, c’è una cappella dedicata a una delle antiche patrone della città. È qui che si pensa fossero stati sepolti i suoi resti, che però non vennero mai ritrovati. È uno dei luoghi visitabili del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Navata sinistra, terza campata, cappella di Sant’Oliva: c’è una botola, e sotto la botola un cunicolo profondo dieci metri, che vira a sinistra e si apre in un antro buio e nero come la pece. È qui che – secondo la tradizione cristiana – sono state custodite per secoli le spoglie di Oliva, la giovane martire decapitata a Tunisi nel 463 dopo Cristo, amorevolmente trasportata dai suoi fedeli a Palermo per essere tumulata avvolta in pelli di cammello dentro un pozzo, dove i suoi resti, però, non vennero mai ritrovati. Ancora nel tardo Medioevo, a Palermo, di patrone ce n’erano quattro, prima del miracolo della guarigione dalla peste, prima del ritrovamento delle spoglie di Rosalia Sinibaldi nell’eremo di Montepellegrino.

E Oliva era una di queste, pregata e venerata tanto da edificare una cappella nel luogo che era ritenuto sede della sua sepoltura. Tanto da credere che l’acqua, sgorgata un giorno da quel pozzo buio, avesse poteri prodigiosi. Una cappella piccola, modesta, affidata alla congregazione dei sarti, destinata a diventare il nucleo fondativo di una delle chiese più imponenti e opulente di Palermo, San Francesco di Paola, nella piazza che prende il nome dalla santa che convertiva i pagani, sfidava i vandali di Genserico, addomesticava dragoni, leoni e serpenti, beffava la fame e resisteva incolume alle torture con il fuoco, l’aculeo, l’olio bollente, la frusta.

Due campioni dell’agiografia cristiana, Oliva e Francesco, due luoghi di culto, la cappella e la chiesa, che incrociano le tappe della loro genesi e scandiscono le vicende dell’ordine dei frati Minimi fondato dal santo calabrese, che quest’anno, proprio tra ottobre e novembre, celebra il cinquecentenario dell’arrivo a Palermo, mezzo millennio da quel giorno d’autunno in cui i sarti palermitani cedettero la malridotta cappella e il terreno circostante ai frati con atto notarile redatto a Sant’Eulalia dei Catalani, dando il via alla fondazione del primo convento a Palermo.

La chiesa di piazza Sant’Oliva ne conserva memoria, e visitarla nei 40 minuti di percorso guidato per la nuova edizione de Le Vie dei tesori, è una scoperta e un viaggio nella devozione e negli intrecci della storia religiosa della città, nel potere della fede e delle predizioni del fraticello calabrese, che, quando aveva incontrato in Francia il futuro viceré Ettore Pignatelli gli aveva preconizzato un fortunato regno lungo 18 anni e un ruolo fondamentale per l’avvento dei frati minori nel capoluogo.

Oggi, dopo il restauro durato un anno e mezzo e finanziato con 1 milione di euro dal Fondo governativo per gli edifici di culto, San Francesco di Paola rivela i suoi tesori rinati: gli stucchi di scuola serpottiana, gli affreschi rinvenuti sulle arcate delle colonne, eseguiti da Antonio Grano, e quelli settecenteschi scoperti nella cappella di San Giuseppe, già cappella della Pietà, che raffigurano la spoliazione di Cristo e l’innalzamento della Croce.

Ancora, gli interventi di recupero hanno riportato alla luce l’affresco dei Magi al cospetto di Erode, precedentemente coperto da una tela, nella cappella del Cuore di Gesù, già cappella dedicata ai re d’Oriente, e l’affresco di Gesù che si desta dal sepolcro, nella cappella del Crocifisso. Infine i lavori di pulitura hanno fatto riemergere la superficie in oro zecchino sulle volte che sovrastano l’altare maggiore, dal 1934 rozzamente ricoperta da una patina color pesca.

“Ricordiamo anche – sottolinea padre Antonio Porretta, co-parroco in solidum, con padre Saverio e padre Giorgio – che San Francesco di Paola, dal 1739, è patrono della Sicilia, insieme all’Immacolata. Alla consacrazione è dedicata la seconda cappella a sinistra del transetto, la cappella del Patronato, dove si trovano l’altare in legno costruito in onore del Santo e il cartiglio con l’iscrizione latina. Nella cappella delle reliquie, invece – prosegue il frate – a destra dell’altare maggiore, si trovano la statua in argento di Francesco, realizzata dai fratelli argentieri Carini, che al suo interno custodisce un pezzo della costola, e, ai piedi del simulacro, un pezzo del bastone del santo, conservato in una teca di cristallo”.

Poetico e visionario, il racconto del miracolo di Francesco sulle acque dello Stretto di Messina. “Nel 1464 il frate – racconta Alessandro Cusimano, sacrista e superiore della confraternita – aveva chiesto passaggio ad un barcaiolo per raggiungere Milazzo dalle coste calabresi e fondare lì il primo convento dei Minimi. L’uomo, però, si era rifiutato, e allora Francesco, per superare l’ostacolo del mare aperto, distese il suo mantello sull’acqua e issò il bastone come albero maestro della vela. Così riuscì a fare la traversata”.

Dopo l’alienazione dei beni ecclesiastici nel 1868, in seguito al processo di unificazione dell’Italia, il convento dei frati Minimi, attiguo alla chiesa, fu acquisito dallo Stato sabaudo e adibito a caserma e circolo ufficiali delle Forze armate. Trentasette anni dopo, nel 1905, i frati sono tornati in possesso di una piccola parte del complesso, e oggi in quattro abitano in una porzione dell’antico noviziato sulla volta della Chiesa.

Padre Antonio, ex bancario che dieci anni fa ha deciso di cambiare vita e da cinque ha indossato il saio francescano, lo ha trasformato in un luogo aperto alla città: “In estate – spiega – c’è il cineforum allestito sulla terrazza accessibile da via Sant’Oliva, mentre in occasione della festa dei morti, a novembre, vendiamo al pubblico dolci artigianali. Il ricavato di entrambe le attività viene inviato alle nostre missioni in Congo”.

Nella chiesa di San Francesco di Paola, a Palermo, c’è una cappella dedicata a una delle antiche patrone della città. È qui che si pensa fossero stati sepolti i suoi resti, che però non vennero mai ritrovati. È uno dei luoghi visitabili del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Navata sinistra, terza campata, cappella di Sant’Oliva: c’è una botola, e sotto la botola un cunicolo profondo dieci metri, che vira a sinistra e si apre in un antro buio e nero come la pece. È qui che – secondo la tradizione cristiana – sono state custodite per secoli le spoglie di Oliva, la giovane martire decapitata a Tunisi nel 463 dopo Cristo, amorevolmente trasportata dai suoi fedeli a Palermo per essere tumulata avvolta in pelli di cammello dentro un pozzo, dove i suoi resti, però, non vennero mai ritrovati. Ancora nel tardo Medioevo, a Palermo, di patrone ce n’erano quattro, prima del miracolo della guarigione dalla peste, prima del ritrovamento delle spoglie di Rosalia Sinibaldi nell’eremo di Montepellegrino.

E Oliva era una di queste, pregata e venerata tanto da edificare una cappella nel luogo che era ritenuto sede della sua sepoltura. Tanto da credere che l’acqua, sgorgata un giorno da quel pozzo buio, avesse poteri prodigiosi. Una cappella piccola, modesta, affidata alla congregazione dei sarti, destinata a diventare il nucleo fondativo di una delle chiese più imponenti e opulente di Palermo, San Francesco di Paola, nella piazza che prende il nome dalla santa che convertiva i pagani, sfidava i vandali di Genserico, addomesticava dragoni, leoni e serpenti, beffava la fame e resisteva incolume alle torture con il fuoco, l’aculeo, l’olio bollente, la frusta.

Due campioni dell’agiografia cristiana, Oliva e Francesco, due luoghi di culto, la cappella e la chiesa, che incrociano le tappe della loro genesi e scandiscono le vicende dell’ordine dei frati Minimi fondato dal santo calabrese, che quest’anno, proprio tra ottobre e novembre, celebra il cinquecentenario dell’arrivo a Palermo, mezzo millennio da quel giorno d’autunno in cui i sarti palermitani cedettero la malridotta cappella e il terreno circostante ai frati con atto notarile redatto a Sant’Eulalia dei Catalani, dando il via alla fondazione del primo convento a Palermo.

La chiesa di piazza Sant’Oliva ne conserva memoria, e visitarla nei 40 minuti di percorso guidato per la nuova edizione de Le Vie dei tesori, è una scoperta e un viaggio nella devozione e negli intrecci della storia religiosa della città, nel potere della fede e delle predizioni del fraticello calabrese, che, quando aveva incontrato in Francia il futuro viceré Ettore Pignatelli gli aveva preconizzato un fortunato regno lungo 18 anni e un ruolo fondamentale per l’avvento dei frati minori nel capoluogo.

Oggi, dopo il restauro durato un anno e mezzo e finanziato con 1 milione di euro dal Fondo governativo per gli edifici di culto, San Francesco di Paola rivela i suoi tesori rinati: gli stucchi di scuola serpottiana, gli affreschi rinvenuti sulle arcate delle colonne, eseguiti da Antonio Grano, e quelli settecenteschi scoperti nella cappella di San Giuseppe, già cappella della Pietà, che raffigurano la spoliazione di Cristo e l’innalzamento della Croce.

Ancora, gli interventi di recupero hanno riportato alla luce l’affresco dei Magi al cospetto di Erode, precedentemente coperto da una tela, nella cappella del Cuore di Gesù, già cappella dedicata ai re d’Oriente, e l’affresco di Gesù che si desta dal sepolcro, nella cappella del Crocifisso. Infine i lavori di pulitura hanno fatto riemergere la superficie in oro zecchino sulle volte che sovrastano l’altare maggiore, dal 1934 rozzamente ricoperta da una patina color pesca.

“Ricordiamo anche – sottolinea padre Antonio Porretta, co-parroco in solidum, con padre Saverio e padre Giorgio – che San Francesco di Paola, dal 1739, è patrono della Sicilia, insieme all’Immacolata. Alla consacrazione è dedicata la seconda cappella a sinistra del transetto, la cappella del Patronato, dove si trovano l’altare in legno costruito in onore del Santo e il cartiglio con l’iscrizione latina. Nella cappella delle reliquie, invece – prosegue il frate – a destra dell’altare maggiore, si trovano la statua in argento di Francesco, realizzata dai fratelli argentieri Carini, che al suo interno custodisce un pezzo della costola, e, ai piedi del simulacro, un pezzo del bastone del santo, conservato in una teca di cristallo”.

Poetico e visionario, il racconto del miracolo di Francesco sulle acque dello Stretto di Messina. “Nel 1464 il frate – racconta Alessandro Cusimano, sacrista e superiore della confraternita – aveva chiesto passaggio ad un barcaiolo per raggiungere Milazzo dalle coste calabresi e fondare lì il primo convento dei Minimi. L’uomo, però, si era rifiutato, e allora Francesco, per superare l’ostacolo del mare aperto, distese il suo mantello sull’acqua e issò il bastone come albero maestro della vela. Così riuscì a fare la traversata”.

Dopo l’alienazione dei beni ecclesiastici nel 1868, in seguito al processo di unificazione dell’Italia, il convento dei frati Minimi, attiguo alla chiesa, fu acquisito dallo Stato sabaudo e adibito a caserma e circolo ufficiali delle Forze armate. Trentasette anni dopo, nel 1905, i frati sono tornati in possesso di una piccola parte del complesso, e oggi in quattro abitano in una porzione dell’antico noviziato sulla volta della Chiesa.

Padre Antonio, ex bancario che dieci anni fa ha deciso di cambiare vita e da cinque ha indossato il saio francescano, lo ha trasformato in un luogo aperto alla città: “In estate – spiega – c’è il cineforum allestito sulla terrazza accessibile da via Sant’Oliva, mentre in occasione della festa dei morti, a novembre, vendiamo al pubblico dolci artigianali. Il ricavato di entrambe le attività viene inviato alle nostre missioni in Congo”.

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L’Albergo delle Povere svela i suoi segreti

Si potrà visitare l’ala del complesso monumentale palermitano mai aperta al pubblico, con la chiesa, il chiostro, il crocifisso e gli antichi lavatoi. Porte aperte nel corso del festival Le Vie dei Tesori, a partire dal prossimo weekend

di Federica Certa

Emarginazione sociale travestita da beneficenza, propaganda mascherata da autentico afflato umanitario, un palazzo barocco da 12mila metri quadri come regalo della città per garantire un letto e un tetto ai più poveri, che si era rivelato, in realtà, l’avamposto di un ghetto; grandi aspettative e roboanti entusiasmi, a fronte di un esito incompiuto.

C’è una storia di promesse e delusioni, di assistenzialismo in salsa borbonica e di elargizioni reali presentate quasi come epifanie divine, scritta tra le pietre, i tre cortili, la facciata e gli spazi più remoti del complesso a due piani dell’Albergo delle Povere.

Un luogo vecchio di oltre due secoli – iniziato nel 1772 su progetto di Orazio Furetto e concluso solo agli inizi dell’800 da Venanzio Marvuglia, con l’arrivo dei finanziamenti da 5000 scudi annui concessi da Carlo III e dal figlio Ferdinando fino al completamento dei lavori – che dalla nascita al 1898 aveva ospitato insieme uomini e donne indigenti, portati qui in solenne processione dal Serraglio Vecchio di corso dei Mille; poi solo donne, con tutti gli altri trasferiti nel Ricovero della mendicità di contrada Malaspina. Infine, opificio e convento di monache.

Fino alla destinazione attuale: una parte dell’edificio, di proprietà della Regione Sicilia, ospita da anni convegni, cerimonie, mostre e manifestazioni culturali, mentre l’ala sinistra, gestita dall’Istituto di assistenza per i bisognosi (Ipab) “Principe di Palagonia e Conte Ventimiglia” offre assistenza e riparo a 24 anziani.

È questa l’ala dell’edificio più misteriosa, mai aperta al pubblico e svelata quest’anno, per la prima volta, in occasione de Le Vie dei tesori, in un circuito virtuoso di spazi conosciuti e altri inediti che raccoglie 130 siti del capoluogo.

Con i giovani “ciceroni” impegnati nelle visite guidate, si potranno vedere i due refettori – quello maschile e quello femminile – con la loro serrata teoria di pilastri, e il prospetto della chiesa di Maria Santissima della Purificazione, consacrata nel 1779, prima che l’edificio venisse ultimato, con il suo stile eclettico che mescola influssi barocchi e neoclassici, le sei cappelle, il presbiterio e le due cancellate.

“In ogni cappella – spiega Severino Richiusa, commissario dell’Istituto – è custodito un dipinto realizzato da artisti dell’epoca, mentre l’altare maggiore e il pavimento sono opera dello scultore e ‘marmoraro’ Salvatore Allegra. Nell’abside, decorata con il motivo di un finto colonnato, campeggia il Trionfo della croce con Cristo risorto, dipinto da Gioacchino Martorana”. A dare il nome alla chiesa, la tela di forma ovale che raffigura la Madonna Santissima della Purificazione, collocata sull’altare principale.

Il viaggio prosegue lungo i due scaloni monumentali che due secoli fa erano calpestati dal passo strascicato di un’umanità dolente e stropicciata: erano i poveri di Palermo confinati fuori dalle mura della città, che avevano esultato alla notizia di un nuovo ricovero marciando in pellegrinaggio dal vecchio ospizio di corso dei Mille – circondato da desolate campagne e dal cimitero per le salme degli ultimi – fino al cantiere ancora inattivo sullo stradone di Mezzomonreale. E qui, nutriti dalla speranza stracciona di una vita meno precaria, avevano piantato una croce per prendere idealmente possesso del loro piccolo provvidenziale posto nel mondo.

Su fino ai piani superiori, lo sguardo abbraccia la prospettiva dell’ampio ballatoio: sulla scala a sinistra, il grande crocifisso in marmo, sulla destra l’imponente quadro dedicato a San Francesco. A testimoniare un’epoca di giustizia sociale prosaica, sommaria, ma molto concreta, che sembra così estranea e lontana, rimangono anche i lavatoi al coperto, costruiti sulla scorta di una delibera della giunta comunale che regolamentava gli spazi pubblici dove le massaie delle classi più modeste potevano lavare la biancheria al riparo delle intemperie: si tratta di 48 vasche con acqua corrente, realizzate fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, 32 allineate su una doppia fila centrale e le restanti 16 addossate alla parete.

I percorsi guidati, della durata di 40 minuti, sono in programma il venerdì, sabato e domenica, dalle 10 alle 17.20. Informazioni sui coupon (10 tagliandi danno diritto a dieci ingressi), su leviedeitesori.com.

Si potrà visitare l’ala del complesso monumentale palermitano mai aperta al pubblico, con la chiesa, il chiostro, il crocifisso e gli antichi lavatoi. Porte aperte nel corso del festival Le Vie dei Tesori, a partire dal prossimo weekend

di Federica Certa

Emarginazione sociale travestita da beneficenza, propaganda mascherata da autentico afflato umanitario, un palazzo barocco da 12mila metri quadri come regalo della città per garantire un letto e un tetto ai più poveri, che si era rivelato, in realtà, l’avamposto di un ghetto; grandi aspettative e roboanti entusiasmi, a fronte di un esito incompiuto.

C’è una storia di promesse e delusioni, di assistenzialismo in salsa borbonica e di elargizioni reali presentate quasi come epifanie divine, scritta tra le pietre, i tre cortili, la facciata e gli spazi più remoti del complesso a due piani dell’Albergo delle Povere.

Un luogo vecchio di oltre due secoli – iniziato nel 1772 su progetto di Orazio Furetto e concluso solo agli inizi dell’800 da Venanzio Marvuglia, con l’arrivo dei finanziamenti da 5000 scudi annui concessi da Carlo III e dal figlio Ferdinando fino al completamento dei lavori – che dalla nascita al 1898 aveva ospitato insieme uomini e donne indigenti, portati qui in solenne processione dal Serraglio Vecchio di corso dei Mille; poi solo donne, con tutti gli altri trasferiti nel Ricovero della mendicità di contrada Malaspina. Infine, opificio e convento di monache.

Fino alla destinazione attuale: una parte dell’edificio, di proprietà della Regione Sicilia, ospita da anni convegni, cerimonie, mostre e manifestazioni culturali, mentre l’ala sinistra, gestita dall’Istituto di assistenza per i bisognosi (Ipab) “Principe di Palagonia e Conte Ventimiglia” offre assistenza e riparo a 24 anziani.

È questa l’ala dell’edificio più misteriosa, mai aperta al pubblico e svelata quest’anno, per la prima volta, in occasione de Le Vie dei tesori, in un circuito virtuoso di spazi conosciuti e altri inediti che raccoglie 130 siti del capoluogo.

Con i giovani “ciceroni” impegnati nelle visite guidate, si potranno vedere i due refettori – quello maschile e quello femminile – con la loro serrata teoria di pilastri, e il prospetto della chiesa di Maria Santissima della Purificazione, consacrata nel 1779, prima che l’edificio venisse ultimato, con il suo stile eclettico che mescola influssi barocchi e neoclassici, le sei cappelle, il presbiterio e le due cancellate.

“In ogni cappella – spiega Severino Richiusa, commissario dell’Istituto – è custodito un dipinto realizzato da artisti dell’epoca, mentre l’altare maggiore e il pavimento sono opera dello scultore e ‘marmoraro’ Salvatore Allegra. Nell’abside, decorata con il motivo di un finto colonnato, campeggia il Trionfo della croce con Cristo risorto, dipinto da Gioacchino Martorana”. A dare il nome alla chiesa, la tela di forma ovale che raffigura la Madonna Santissima della Purificazione, collocata sull’altare principale.

Il viaggio prosegue lungo i due scaloni monumentali che due secoli fa erano calpestati dal passo strascicato di un’umanità dolente e stropicciata: erano i poveri di Palermo confinati fuori dalle mura della città, che avevano esultato alla notizia di un nuovo ricovero marciando in pellegrinaggio dal vecchio ospizio di corso dei Mille – circondato da desolate campagne e dal cimitero per le salme degli ultimi – fino al cantiere ancora inattivo sullo stradone di Mezzomonreale. E qui, nutriti dalla speranza stracciona di una vita meno precaria, avevano piantato una croce per prendere idealmente possesso del loro piccolo provvidenziale posto nel mondo.

Su fino ai piani superiori, lo sguardo abbraccia la prospettiva dell’ampio ballatoio: sulla scala a sinistra, il grande crocifisso in marmo, sulla destra l’imponente quadro dedicato a San Francesco. A testimoniare un’epoca di giustizia sociale prosaica, sommaria, ma molto concreta, che sembra così estranea e lontana, rimangono anche i lavatoi al coperto, costruiti sulla scorta di una delibera della giunta comunale che regolamentava gli spazi pubblici dove le massaie delle classi più modeste potevano lavare la biancheria al riparo delle intemperie: si tratta di 48 vasche con acqua corrente, realizzate fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, 32 allineate su una doppia fila centrale e le restanti 16 addossate alla parete.

I percorsi guidati, della durata di 40 minuti, sono in programma il venerdì, sabato e domenica, dalle 10 alle 17.20. Informazioni sui coupon (10 tagliandi danno diritto a dieci ingressi), su leviedeitesori.com.

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Il mulino ritrovato nelle Vie dei Tesori

È quello di Sant’Antonino, qui si macinava il grano per produrre il pane destinato alle caserme di tutta la Sicilia: ora questo avamposto di archeologia industriale sarà visitabile nel corso del Festival, con due eventi speciali a cura di Maurizio Carta

di Federica Certa

Francesco De Gregori cantava “La storia siamo noi. Siamo noi questo piatto di grano”. E c’è un luogo a Palermo – uno dei 130 spazi della città inseriti nel circuito del festival Le Vie dei Tesori 2018 – dove la memoria ha la forma e la fragranza del pane, la consistenza prosaica, terrena, di quel miracolo di lievito, acqua e farina che nutre il corpo e lo spirito, che può essere il pretesto di una rivoluzione, linguaggio universale, simbolo di tutti i diritti presenti e futuri. Il pane e la sua creazione, un processo di pazienza e fatica, che a Palermo, agli inizi del Novecento, cominciava ogni giorno nel Mulino di Sant’Antonino, nell’ex convento seicentesco di Sant’Antonio da Padova degli Osservanti riformati di San Francesco, all’imbocco di corso Tukory, a pochi metri dalla stazione centrale. Uno spazio dal fascino intatto, che è stato luogo di culto e di devozione – con l’omonima chiesa attigua – e centro di macinazione del grano per produrre il pane destinato alle caserme di tutta la Sicilia.

Che è stato anche, e continua ad essere, un cantiere, oggetto di un ambizioso progetto di restauro – promosso dall’Università di Palermo, proprietaria della struttura dal 2004, su progetto dell’Ufficio tecnico – che ha portato al risanamento di tutta l’ala sud-est del complesso, trasformata in aule didattiche, laboratori linguistici per l’Ateneo e per la scuola di italiano per stranieri e in una biblioteca. Il gigantesco mulino in legno, invece, è stato recuperato nel pieno rispetto del manufatto originale, uno dei pochi in Europa così ben conservati, e rivive oggi con la sua aura di operosa, rustica bellezza, insieme ai macchinari che servivano per trasformare i chicchi in farina.

“Abbiamo restituito alla città un luogo di grande suggestione – commenta Maurizio Carta, presidente della Scuola politecnica e responsabile di PalermoLab, collettivo di cinque laboratori di architettura di Unipa – che a breve conquisterà ulteriori nuovi spazi: la parte sottostante, dove un tempo si trovavano i forni, e gli ambienti attorno al cortile, parte dell’ex convento, che diventeranno un polo museale per la conservazione delle collezioni etnico-antropologiche e umanistiche dell’Università, sala-conferenze e aule per le lezioni”. 

L’antico mulino, protagonista di uno dei percorsi più curiosi del festival culturale d’autunno, verrà mostrato e raccontato attraverso le vicende, spesso sanguinose – come l’assedio della folla affamata e la strage del pane, nell’ottobre del 1944, che costò la vita a 24 incolpevoli manifestanti stremati dalla guerra e dalla supponenza dei governanti – che hanno avuto come epicentro un luogo solo apparentemente banale e ordinario, in realtà teatro minimo, ma a suo modo cruciale, della cronaca spicciola della quotidianità novecentesca.

Ad accompagnare il pubblico, i Ciceroni delle Vie dei Tesori, mentre il professore Carta sarà presente a due eventi speciali organizzati all’interno del complesso. “Parte fondamentale della visita al Mulino – spiega ancora il docente – è la mostra realizzata nell’ambito della dodicesima edizione della biennale nomade europea d’arte contemporanea Manifesta, che ha visto la città protagonista assoluta. Per tutto lo scorso anno accademico gli studenti di PalermoLab hanno lavorato con i colleghi della scuola di Architettura e del Royal college di Londra e con gli studenti dell’University of technology di Delft, per un totale di 300 giovani impegnati nel progetto Hyper City – Augmented Palermo”.

Decine e decine di disegni, plastici, installazioni che rappresentano i possibili scenari, tutti realizzabili con risorse limitate ed eco-sostenibili, per “amplificare”, allargare, ripensare, spingere ‘oltre’ le aree urbanistiche della città. Con piani di riqualificazione del Waterfront e della circonvallazione, del centro storico e della VII circoscrizione, quella del quartiere San Filippo Neri e dintorni. Nella prospettiva di una città che dialoga con la natura e il commercio, con gli spazi per la cultura e l’arte. Gli studenti inglesi e olandesi hanno lavorato sull’idea di nuove anime per Palermo, una come territorio “sospeso”, dove è possibile ripensare persino Pizzo Sella, un’altra come città-giardino, e la terza, infine, come centro di condivisione della vita politica e istituzionale della comunità.

Ma prima della trasformazione in caserma l’edificio di piazza Sant’Antonino fu per tre secoli il convento dei francescani più vicino alla città, rispetto al più remoto complesso di Santa Maria di Gesù. Costruito nel 1630 da Mariano Smiriglio, nome molto attivo a Palermo per le committenze religiose dell’epoca, fu definito dallo storico dell’arte Gaspare Palermo come “un insieme di magnifiche fabbriche”. E in effetti il grande cortile quadrato, con un porticato scandito da colonne di billiemi, e i grandi saloni con volte a botta e a crociera, conferivano al complesso un’atmosfera di solenne imponenza, a dimostrazione dell’intenzione originaria di costruire il convento come fondale prospettico del lungo viale alberato aperto nel 1635, lo stradone di Alcalà, oggi via Lincoln, che risaliva dal mare.

Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei loro beni, il complesso divenne sede militare. Alla fine di questo secolo risalgono l’abbandono e lo smembramento delle sculture, quando i piani urbanistici della città cambiarono radicalmente con la costruzione della Stazione centrale e della grande piazza antistante. Il convento rischiò la demolizione, per fare spazio a nuove costruzioni attorno la stazione, ma alla fine rimase al suo posto, insieme con la chiesa.

Nei primi anni del Novecento, quindi, la trasformazione in “caserma della sussistenza” e l’installazione di un mulino. L’edificio fu modificato per essere adattato al nuovo uso: il loggiato chiuso con muratura per ricavarne magazzini, le grandi sale percorse da binari su cui correvano i carrelli che trasportavano da una parte all’altra prima il grano e poi il pane, le pareti innalzate e le scale spostate, le strutture di copertura in legno sostituite con solai in cemento armato. Infine, la rinascita, fino a diventare uno degli avamposti di archeologia industriale più significativi della città.

È quello di Sant’Antonino, qui si macinava il grano per produrre il pane destinato alle caserme di tutta la Sicilia: ora questo avamposto di archeologia industriale sarà visitabile nel corso del Festival, con due eventi speciali a cura di Maurizio Carta

di Federica Certa

Francesco De Gregori cantava “La storia siamo noi. Siamo noi questo piatto di grano”. E c’è un luogo a Palermo – uno dei 130 spazi della città inseriti nel circuito del festival Le Vie dei Tesori 2018 – dove la memoria ha la forma e la fragranza del pane, la consistenza prosaica, terrena, di quel miracolo di lievito, acqua e farina che nutre il corpo e lo spirito, che può essere il pretesto di una rivoluzione, linguaggio universale, simbolo di tutti i diritti presenti e futuri. Il pane e la sua creazione, un processo di pazienza e fatica, che a Palermo, agli inizi del Novecento, cominciava ogni giorno nel Mulino di Sant’Antonino, nell’ex convento seicentesco di Sant’Antonio da Padova degli Osservanti riformati di San Francesco, all’imbocco di corso Tukory, a pochi metri dalla stazione centrale. Uno spazio dal fascino intatto, che è stato luogo di culto e di devozione – con l’omonima chiesa attigua – e centro di macinazione del grano per produrre il pane destinato alle caserme di tutta la Sicilia.

Che è stato anche, e continua ad essere, un cantiere, oggetto di un ambizioso progetto di restauro – promosso dall’Università di Palermo, proprietaria della struttura dal 2004, su progetto dell’Ufficio tecnico – che ha portato al risanamento di tutta l’ala sud-est del complesso, trasformata in aule didattiche, laboratori linguistici per l’Ateneo e per la scuola di italiano per stranieri e in una biblioteca. Il gigantesco mulino in legno, invece, è stato recuperato nel pieno rispetto del manufatto originale, uno dei pochi in Europa così ben conservati, e rivive oggi con la sua aura di operosa, rustica bellezza, insieme ai macchinari che servivano per trasformare i chicchi in farina.

“Abbiamo restituito alla città un luogo di grande suggestione – commenta Maurizio Carta, presidente della Scuola politecnica e responsabile di PalermoLab, collettivo di cinque laboratori di architettura di Unipa – che a breve conquisterà ulteriori nuovi spazi: la parte sottostante, dove un tempo si trovavano i forni, e gli ambienti attorno al cortile, parte dell’ex convento, che diventeranno un polo museale per la conservazione delle collezioni etnico-antropologiche e umanistiche dell’Università, sala-conferenze e aule per le lezioni”. 

L’antico mulino, protagonista di uno dei percorsi più curiosi del festival culturale d’autunno, verrà mostrato e raccontato attraverso le vicende, spesso sanguinose – come l’assedio della folla affamata e la strage del pane, nell’ottobre del 1944, che costò la vita a 24 incolpevoli manifestanti stremati dalla guerra e dalla supponenza dei governanti – che hanno avuto come epicentro un luogo solo apparentemente banale e ordinario, in realtà teatro minimo, ma a suo modo cruciale, della cronaca spicciola della quotidianità novecentesca.

Ad accompagnare il pubblico, i Ciceroni delle Vie dei Tesori, mentre il professore Carta sarà presente a due eventi speciali organizzati all’interno del complesso. “Parte fondamentale della visita al Mulino – spiega ancora il docente – è la mostra realizzata nell’ambito della dodicesima edizione della biennale nomade europea d’arte contemporanea Manifesta, che ha visto la città protagonista assoluta. Per tutto lo scorso anno accademico gli studenti di PalermoLab hanno lavorato con i colleghi della scuola di Architettura e del Royal college di Londra e con gli studenti dell’University of technology di Delft, per un totale di 300 giovani impegnati nel progetto Hyper City – Augmented Palermo”.

Decine e decine di disegni, plastici, installazioni che rappresentano i possibili scenari, tutti realizzabili con risorse limitate ed eco-sostenibili, per “amplificare”, allargare, ripensare, spingere ‘oltre’ le aree urbanistiche della città. Con piani di riqualificazione del Waterfront e della circonvallazione, del centro storico e della VII circoscrizione, quella del quartiere San Filippo Neri e dintorni. Nella prospettiva di una città che dialoga con la natura e il commercio, con gli spazi per la cultura e l’arte. Gli studenti inglesi e olandesi hanno lavorato sull’idea di nuove anime per Palermo, una come territorio “sospeso”, dove è possibile ripensare persino Pizzo Sella, un’altra come città-giardino, e la terza, infine, come centro di condivisione della vita politica e istituzionale della comunità.

Ma prima della trasformazione in caserma l’edificio di piazza Sant’Antonino fu per tre secoli il convento dei francescani più vicino alla città, rispetto al più remoto complesso di Santa Maria di Gesù. Costruito nel 1630 da Mariano Smiriglio, nome molto attivo a Palermo per le committenze religiose dell’epoca, fu definito dallo storico dell’arte Gaspare Palermo come “un insieme di magnifiche fabbriche”. E in effetti il grande cortile quadrato, con un porticato scandito da colonne di billiemi, e i grandi saloni con volte a botta e a crociera, conferivano al complesso un’atmosfera di solenne imponenza, a dimostrazione dell’intenzione originaria di costruire il convento come fondale prospettico del lungo viale alberato aperto nel 1635, lo stradone di Alcalà, oggi via Lincoln, che risaliva dal mare.

Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei loro beni, il complesso divenne sede militare. Alla fine di questo secolo risalgono l’abbandono e lo smembramento delle sculture, quando i piani urbanistici della città cambiarono radicalmente con la costruzione della Stazione centrale e della grande piazza antistante. Il convento rischiò la demolizione, per fare spazio a nuove costruzioni attorno la stazione, ma alla fine rimase al suo posto, insieme con la chiesa.

Nei primi anni del Novecento, quindi, la trasformazione in “caserma della sussistenza” e l’installazione di un mulino. L’edificio fu modificato per essere adattato al nuovo uso: il loggiato chiuso con muratura per ricavarne magazzini, le grandi sale percorse da binari su cui correvano i carrelli che trasportavano da una parte all’altra prima il grano e poi il pane, le pareti innalzate e le scale spostate, le strutture di copertura in legno sostituite con solai in cemento armato. Infine, la rinascita, fino a diventare uno degli avamposti di archeologia industriale più significativi della città.

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I volontari che vi guidano tra Le Vie dei Tesori

Raccontare il territorio vuol dire passare anche dai tanti giovani che fanno scoprire le bellezze in mostra con il festival. Oggi vi facciamo conoscere le storie di chi vi ha accompagnato durante le visite tra Agrigento, Messina e Trapani

di Federica Certa

Sono tornata in Sicilia. E ci tengo a fare qualcosa di buono per la mia città. Siamo noi la migliore pubblicità per la nostra terra”. Cristina Cartera non è una stratega del marketing, ma una specialista nissena di biotecnologia medica, 24 anni, laurea a Viterbo con tesi sul glioblastoma, rimbalzata a Catania per completare gli studi e decisa a non lasciarsi scivolare le cose belle addosso, ma afferrarle, padroneggiarle, segnarle con la propria impronta. Anche se, per il pubblico in attesa di entrare nel prezioso diorama delle Vie dei tesori 2018, Cristina è solo la ragazza dei coupon, che smarca i biglietti e scansiona i codici elettronici, inviando i dati al quartier generale di Palermo. Quella che sorride dietro un gran paio di occhiali da eterna liceale, ultimo banco in fondo a sinistra, e dà il benvenuto all’ingresso dell’ex Palazzo della Provincia, gioiello liberty che smentisce l’aspetto austero da edificio amministrativo e svela una sorpresa dopo l’altra.
Cristina è una delle decine di volontari, non solo esperti e appassionati d’arte, che si sono trasformati in ciceroni per mostrare quadri e aprire musei, raccontare storie sepolte sotto strati di smemoratezza, rianimare chiese rimaste sbarrate, condurre il pubblico alla scoperta di tanti inattesi arcipelaghi delle meraviglie, come satelliti di un sistema solare che si alimenta con le preziose particelle della cura, della curiosità, della dedizione.

“É il secondo anno che partecipo al festival – spiega la studentessa – Qui siamo in 14, ed è davvero entusiasmante vedere gente che arriva da tutta la provincia per scoprire i tesori di una città non propriamente turistica come Caltanissetta. Abbiamo 15 siti nel circuito e stiamo orgogliosamente tenendo testa ai centri più grandi”. Circa 3800 le presenze registrate nei primi due week end in tutta la città, 480 gli ingressi all’ex Palazzo della Provincia nei due fine settimana. Dal museo pedagogico nella scuola di San Giusto al Palazzo delle Poste, da Palazzo Testasecca al Museo dell’amaro Averna, Caltanissetta fiorisce come un giardino d’autunno, grazie soprattutto al tam tam via social e al vecchio, intramontabile passaparola. “Il Palazzo – conclude Cristina – è davvero una rivelazione. Con il bellissimo atrio interno, lo scalone affrescato, un luogo speciale che non ti aspetti”.

Non è arrivato per caso a Villa Grazia, l’architetto Carlo Mastrosimone, neolaureato alla sua prima esperienza con le Vie dei tesori, ventisettenne nisseno impegnato, in coppia, ad accompagnare il pubblico in pellegrinaggio in via Messina. “Alla Villa ho dedicato la mia tesi – racconta – che ha dato origine anche ad una pagina Facebook. Tramite questo canale mi hanno contattato i ragazzi dell’associazione Creative Spaces, che gestiscono la logistica della manifestazione in città, e così ho avuto la possibilità di parlare a centinaia di visitatori di questo luogo per me tanto significativo”. Che è un vero punto di riferimento a Caltanissetta, perché occhieggiato, forse un po’ svogliatamente, da generazioni di locali, di passaggio sul confine che separa il centro storico dai quartieri edificati dopo la guerra.

E soprattutto rappresenta, da oltre un secolo, l’unico esempio di architettura liberty di scuola palermitana in città, ispirato allo stile e alle composizioni del maestro Ernesto Basile, ma purtroppo, ancora oggi, di autore ignoto.
“Finora abbiamo registrato 650 ingressi – aggiunge Carlo – anche visitatori provenienti dal capoluogo. E per il prossimo week end aspettiamo un gruppo di 70 catanesi”. Che faranno tappa al museo Averna e poi varcheranno i cancelli della Villa commissionata nell’anno della Grande Depressione dal commendatore Marchese Arduino.
“Una bellissima congiuntura, avere tanto studiato la Villa e poterla mostrare oggi al pubblico – sorride Mastrosimone – Ma anche qualcosa di più grande del singolo spazio, della singola esperienza. Che riguarda la nostra città e il suo futuro”.

Il “pezzo” forte? “È buffo, ma quasi tutti restano colpiti dal calorifero di inizio Novecento che si trova nella zona un tempo utilizzata dalla servitù, nel piano della torre. C’è uno sportellino e una nicchia per scaldare le vivande. Un dettaglio che incuriosisce e fa sorridere tanti visitatori”.
“Smazza” i biglietti, accoglie gli ospiti e intanto impara cose nuove, come in un caleidoscopio di storie, personaggi, scampoli di passato che ritornano, Valentina Paci. È la lezione quotidiana delle Vie dei tesori, viva, fresca, democratica e senza puzza sotto al naso. Alla ventiduenne di Agrigento – prossima alla laurea in Scienze e tecnologie agrarie a Palermo, il sogno di trasferirsi in Giappone, “ma andrebbero bene anche l’Olanda o la Danimarca” – è toccato in sorte il teatro Pirandello con l’ipogeo, uno dei 17 siti selezionati in città. E qui ha scoperto un mondo. “Le guide che si alternano tutti i giorni si prendono una pausa per lasciare campo libero a noi operatori del festival, e così trovano il tempo per raccontarci aneddoti curiosi sul teatro, su Pirandello, su Agrigento.

È un’esperienza culturale di grande crescita personale – dice Valentina – che mi ha permesso anche di mettere in gioco il mio inglese, visto che gli ospiti sono per la maggior parte francesi, tedeschi, spagnoli e australiani”.
Alle 10 di venerdì, sabato e domenica, a partire dal 14 settembre, la squadra prende possesso della plancia dei comandi: 2 cassieri, una guida, 9 studenti del progetto alternanza scuola-lavoro, di cui 6 scarrozzati in pullman da Ribera dopo la prima ora di lezione in classe.
Siamo molto motivati e disciplinati – aggiunge Valentina- in teatro non si mangia e non si scherza. Quando si aprono le porte siamo tutti pronti. Colazione fatta in casa prima di andare”.

Ha il non facile compito di illustrare stranezze, retaggi e simboli della chiesa di S.Maria delle Scale di Ragusa, in corso Mazzini, fra la città vecchia e la città nuova, la ventottenne Beatrice Cannì, arrivata alle Vie dei tesori nel 2017 su suggerimento di un amico. Una missione impegnativa, visto che l’edificio è un libro stratificato di stili, architetture, decori, dall’originale impianto medioevale ai fregi gotici sulle arcate, fra sculture in pietra e motivi ornamentali pittorici. “E’ la chiesa antica che ha resistito meglio all’impatto del terremoto del 1693 – racconta Beatrice, laurea triennale al Dams di Bologna e gli allori della magistrale, lo scorso marzo, con tesi sull’artista tardo gotico Luca da Perugia – Ed è affascinante spiegare al pubblico le sue peculiarità, come la mancanza di un abside nel senso classico del termine, o i vari passaggi compositivi che hanno stravolto la pianta originale”. Progetti per il futuro? “Vorrei restare in Italia, anche se so che l’estero mi offrirebbe molto. E tornare in Sicilia. Vorrei che il lavoro fosse anche qui, nella terra dove sono nata e cresciuta”.

Palma d’oro, nel bilancio provvisorio del festival, per numero di presenze, con 29 siti in carnet, Messina ha un emblema indiscusso, il forte SS. Salvatore, approdo ancestrale, mitico, favoloso. Qui tutti i sabati e le domeniche fino al 30 settembre, Roberto Cammaroto – infermiere di 31 anni, volontario della guardia costiera, “professore” per passione nelle campagne didattiche, una passione per le rievocazioni storiche che porta in giro con la Compagnia d’armi rinascimentale delle stelle di Messina e la ferma convinzione che non si può andare avanti senza conoscere ciò che ci precede – sta alla cassa, gestisce l’accoglienza insieme alle giovanissime volontarie Claudia e Miriana e fa da tutor ai 7 studenti-ciceroni. 
“Abbiamo registrato circa 520 ingressi – dice Roberto – per la stragrande maggioranza con riscontri più che positivi. Il Forte è un simbolo, per i messinesi e non solo, ma visitandolo tanti cittadini e turisti restano meravigliati dalla sua bellezza e dalla splendida cornice naturale in cui è inserito”.

Per Roberto è il secondo anno sui sentieri dei Tesori: nel 2017 “adottò” la chiesa di S. Tommaso il Vecchio e S. Elia, oggi fa da “custode” del cinquecentesco complesso di proprietà della Marina Militare, con la stele della Madonnina eretta nel 1934 che sembra governare e proteggere uomini e cose dal mare.
“L’anno prossimo – aggiunge – mi piacerebbe che entrassero nel circuito della manifestazione i forti umbertini, in particolare forte Cavalli, alla Larderia inferiore, dove si trova un interessante museo della I e II guerra mondiale.
E’ un luogo di grande fascino situato in una posizione strategica, aperto al pubblico ma poco pubblicizzato e frequentato”.

Ha toccato quota 7700 visitatori, la debuttante Trapani, che con i suoi 19 siti si piazza ad un meritatissimo secondo posto nella classifica dell’affluenza di pubblico, e insidia il primato della Città dello Stretto, più avanti di misura.
“Siamo orgogliosi del successo che sta avendo la Colombaia – dice Pietro Barraco, una delle tre guide in servizio e presidente dell’associazione ArcheoAegates – Moltissimi trapanesi approfittano dell’apertura eccezionale per visitarla, ma sono venuti anche tanti turisti del Nord Italia e da altri paesi europei, e persino una famiglia di messicani”.
I vacanzieri che soggiornano in città sono invogliati dalla pubblicità per strada, i due info-point di via Garibaldi e via Torrearsa fanno il resto. Funzionano, manco a dirlo, il passaparola e la condivisione social.

“Per il prossimo anno? Ho un sogno nel cassetto, che ha già ottime premesse per realizzarsi – conclude Barraco – Aprire i tanti splendidi palazzi storici del centro, che in quest’edizione non siamo riusciti a coinvolgere. I proprietari ci hanno già manifestato il loro interesse. Del resto, il successo della manifestazione è l’arma più convincente”.

Raccontare il territorio vuol dire passare anche dai tanti giovani che fanno scoprire le bellezze in mostra con il festival. Oggi vi facciamo conoscere le storie di chi vi ha accompagnato durante le visite tra Agrigento, Messina e Trapani

di Federica Certa

Sono tornata in Sicilia. E ci tengo a fare qualcosa di buono per la mia città. Siamo noi la migliore pubblicità per la nostra terra”. Cristina Cartera non è una stratega del marketing, ma una specialista nissena di biotecnologia medica, 24 anni, laurea a Viterbo con tesi sul glioblastoma, rimbalzata a Catania per completare gli studi e decisa a non lasciarsi scivolare le cose belle addosso, ma afferrarle, padroneggiarle, segnarle con la propria impronta. Anche se, per il pubblico in attesa di entrare nel prezioso diorama delle Vie dei tesori 2018, Cristina è solo la ragazza dei coupon, che smarca i biglietti e scansiona i codici elettronici, inviando i dati al quartier generale di Palermo. Quella che sorride dietro un gran paio di occhiali da eterna liceale, ultimo banco in fondo a sinistra, e dà il benvenuto all’ingresso dell’ex Palazzo della Provincia, gioiello liberty che smentisce l’aspetto austero da edificio amministrativo e svela una sorpresa dopo l’altra.
Cristina è una delle decine di volontari, non solo esperti e appassionati d’arte, che si sono trasformati in ciceroni per mostrare quadri e aprire musei, raccontare storie sepolte sotto strati di smemoratezza, rianimare chiese rimaste sbarrate, condurre il pubblico alla scoperta di tanti inattesi arcipelaghi delle meraviglie, come satelliti di un sistema solare che si alimenta con le preziose particelle della cura, della curiosità, della dedizione.

“É il secondo anno che partecipo al festival – spiega la studentessa – Qui siamo in 14, ed è davvero entusiasmante vedere gente che arriva da tutta la provincia per scoprire i tesori di una città non propriamente turistica come Caltanissetta. Abbiamo 15 siti nel circuito e stiamo orgogliosamente tenendo testa ai centri più grandi”. Circa 3800 le presenze registrate nei primi due week end in tutta la città, 480 gli ingressi all’ex Palazzo della Provincia nei due fine settimana. Dal museo pedagogico nella scuola di San Giusto al Palazzo delle Poste, da Palazzo Testasecca al Museo dell’amaro Averna, Caltanissetta fiorisce come un giardino d’autunno, grazie soprattutto al tam tam via social e al vecchio, intramontabile passaparola. “Il Palazzo – conclude Cristina – è davvero una rivelazione. Con il bellissimo atrio interno, lo scalone affrescato, un luogo speciale che non ti aspetti”.

Non è arrivato per caso a Villa Grazia, l’architetto Carlo Mastrosimone, neolaureato alla sua prima esperienza con le Vie dei tesori, ventisettenne nisseno impegnato, in coppia, ad accompagnare il pubblico in pellegrinaggio in via Messina. “Alla Villa ho dedicato la mia tesi – racconta – che ha dato origine anche ad una pagina Facebook. Tramite questo canale mi hanno contattato i ragazzi dell’associazione Creative Spaces, che gestiscono la logistica della manifestazione in città, e così ho avuto la possibilità di parlare a centinaia di visitatori di questo luogo per me tanto significativo”. Che è un vero punto di riferimento a Caltanissetta, perché occhieggiato, forse un po’ svogliatamente, da generazioni di locali, di passaggio sul confine che separa il centro storico dai quartieri edificati dopo la guerra.

E soprattutto rappresenta, da oltre un secolo, l’unico esempio di architettura liberty di scuola palermitana in città, ispirato allo stile e alle composizioni del maestro Ernesto Basile, ma purtroppo, ancora oggi, di autore ignoto.
“Finora abbiamo registrato 650 ingressi – aggiunge Carlo – anche visitatori provenienti dal capoluogo. E per il prossimo week end aspettiamo un gruppo di 70 catanesi”. Che faranno tappa al museo Averna e poi varcheranno i cancelli della Villa commissionata nell’anno della Grande Depressione dal commendatore Marchese Arduino.
“Una bellissima congiuntura, avere tanto studiato la Villa e poterla mostrare oggi al pubblico – sorride Mastrosimone – Ma anche qualcosa di più grande del singolo spazio, della singola esperienza. Che riguarda la nostra città e il suo futuro”.

Il “pezzo” forte? “È buffo, ma quasi tutti restano colpiti dal calorifero di inizio Novecento che si trova nella zona un tempo utilizzata dalla servitù, nel piano della torre. C’è uno sportellino e una nicchia per scaldare le vivande. Un dettaglio che incuriosisce e fa sorridere tanti visitatori”.
“Smazza” i biglietti, accoglie gli ospiti e intanto impara cose nuove, come in un caleidoscopio di storie, personaggi, scampoli di passato che ritornano, Valentina Paci. È la lezione quotidiana delle Vie dei tesori, viva, fresca, democratica e senza puzza sotto al naso. Alla ventiduenne di Agrigento – prossima alla laurea in Scienze e tecnologie agrarie a Palermo, il sogno di trasferirsi in Giappone, “ma andrebbero bene anche l’Olanda o la Danimarca” – è toccato in sorte il teatro Pirandello con l’ipogeo, uno dei 17 siti selezionati in città. E qui ha scoperto un mondo. “Le guide che si alternano tutti i giorni si prendono una pausa per lasciare campo libero a noi operatori del festival, e così trovano il tempo per raccontarci aneddoti curiosi sul teatro, su Pirandello, su Agrigento.

È un’esperienza culturale di grande crescita personale – dice Valentina – che mi ha permesso anche di mettere in gioco il mio inglese, visto che gli ospiti sono per la maggior parte francesi, tedeschi, spagnoli e australiani”.
Alle 10 di venerdì, sabato e domenica, a partire dal 14 settembre, la squadra prende possesso della plancia dei comandi: 2 cassieri, una guida, 9 studenti del progetto alternanza scuola-lavoro, di cui 6 scarrozzati in pullman da Ribera dopo la prima ora di lezione in classe.
Siamo molto motivati e disciplinati – aggiunge Valentina- in teatro non si mangia e non si scherza. Quando si aprono le porte siamo tutti pronti. Colazione fatta in casa prima di andare”.

Ha il non facile compito di illustrare stranezze, retaggi e simboli della chiesa di S.Maria delle Scale di Ragusa, in corso Mazzini, fra la città vecchia e la città nuova, la ventottenne Beatrice Cannì, arrivata alle Vie dei tesori nel 2017 su suggerimento di un amico. Una missione impegnativa, visto che l’edificio è un libro stratificato di stili, architetture, decori, dall’originale impianto medioevale ai fregi gotici sulle arcate, fra sculture in pietra e motivi ornamentali pittorici. “E’ la chiesa antica che ha resistito meglio all’impatto del terremoto del 1693 – racconta Beatrice, laurea triennale al Dams di Bologna e gli allori della magistrale, lo scorso marzo, con tesi sull’artista tardo gotico Luca da Perugia – Ed è affascinante spiegare al pubblico le sue peculiarità, come la mancanza di un abside nel senso classico del termine, o i vari passaggi compositivi che hanno stravolto la pianta originale”. Progetti per il futuro? “Vorrei restare in Italia, anche se so che l’estero mi offrirebbe molto. E tornare in Sicilia. Vorrei che il lavoro fosse anche qui, nella terra dove sono nata e cresciuta”.

Palma d’oro, nel bilancio provvisorio del festival, per numero di presenze, con 29 siti in carnet, Messina ha un emblema indiscusso, il forte SS. Salvatore, approdo ancestrale, mitico, favoloso. Qui tutti i sabati e le domeniche fino al 30 settembre, Roberto Cammaroto – infermiere di 31 anni, volontario della guardia costiera, “professore” per passione nelle campagne didattiche, una passione per le rievocazioni storiche che porta in giro con la Compagnia d’armi rinascimentale delle stelle di Messina e la ferma convinzione che non si può andare avanti senza conoscere ciò che ci precede – sta alla cassa, gestisce l’accoglienza insieme alle giovanissime volontarie Claudia e Miriana e fa da tutor ai 7 studenti-ciceroni. 
“Abbiamo registrato circa 520 ingressi – dice Roberto – per la stragrande maggioranza con riscontri più che positivi. Il Forte è un simbolo, per i messinesi e non solo, ma visitandolo tanti cittadini e turisti restano meravigliati dalla sua bellezza e dalla splendida cornice naturale in cui è inserito”.

Per Roberto è il secondo anno sui sentieri dei Tesori: nel 2017 “adottò” la chiesa di S. Tommaso il Vecchio e S. Elia, oggi fa da “custode” del cinquecentesco complesso di proprietà della Marina Militare, con la stele della Madonnina eretta nel 1934 che sembra governare e proteggere uomini e cose dal mare.
“L’anno prossimo – aggiunge – mi piacerebbe che entrassero nel circuito della manifestazione i forti umbertini, in particolare forte Cavalli, alla Larderia inferiore, dove si trova un interessante museo della I e II guerra mondiale.
E’ un luogo di grande fascino situato in una posizione strategica, aperto al pubblico ma poco pubblicizzato e frequentato”.

Ha toccato quota 7700 visitatori, la debuttante Trapani, che con i suoi 19 siti si piazza ad un meritatissimo secondo posto nella classifica dell’affluenza di pubblico, e insidia il primato della Città dello Stretto, più avanti di misura.
“Siamo orgogliosi del successo che sta avendo la Colombaia – dice Pietro Barraco, una delle tre guide in servizio e presidente dell’associazione ArcheoAegates – Moltissimi trapanesi approfittano dell’apertura eccezionale per visitarla, ma sono venuti anche tanti turisti del Nord Italia e da altri paesi europei, e persino una famiglia di messicani”.
I vacanzieri che soggiornano in città sono invogliati dalla pubblicità per strada, i due info-point di via Garibaldi e via Torrearsa fanno il resto. Funzionano, manco a dirlo, il passaparola e la condivisione social.

“Per il prossimo anno? Ho un sogno nel cassetto, che ha già ottime premesse per realizzarsi – conclude Barraco – Aprire i tanti splendidi palazzi storici del centro, che in quest’edizione non siamo riusciti a coinvolgere. I proprietari ci hanno già manifestato il loro interesse. Del resto, il successo della manifestazione è l’arma più convincente”.

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