Quella chiesa sconosciuta ridotta a un rudere

Del Santissimo Croficisso all’Albergheria resta solo la volta cinquecentesca, un tempo custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”

di Emanuele Drago *  

Esiste ancora una chiesa a Palermo la cui storia è ai più sconosciuta; un sito che è anche un tipico esempio di come nella nostra città, per via delle notevoli stratificazioni storiche, ogni luogo sia legato e rimandi ad altro luogo. La chiesa è dedicata al Santissimo Crocifisso e si trova all’inizio di via Albergheria.

È paradossale dover constatare che se non fosse per il vicino murales – realizzato appena un anno fa da Igor Scalisi Palminteri – e in cui è effigiato Benedetto il Moro, di questo sito religioso non si accorgerebbe più nessuno. E infatti la chiesa è quasi un rudere, circondata da mura di contenimento che ne fanno solo intravedere la bella volta cinquecentesca. Eppure, prima che venisse presa di mira dalle fortezze volanti americani, essa custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”.

La sua vicenda artistica si lega a quella del viceré D’Albadelista, il quale, essendo rimasto uno dei pochi superstiti del rovinoso crollo della passerella in legno che era stata realizzata per accoglierlo dal suo ritorno da Messina, decise di commissionargli un quadro in cui era effigiata l’Immacolata Concezione. Il quadro venne collocato dentro la chiesa di Santa Maria di Piedrigrotta, un tempo ubicata tra l’antico porto della Cala ed il Castello a mare.

Oggi di quella chiesa, così come la chiesa Santissimo Crocifisso, non rimane che la cripta, nascosta in una zona ribassata del mercato Ittico. Ci auguriamo che la nuova riconfigurazione della zona del Castello a mare possa rendere fruibile questo luogo, magari ricollocandovi la decorazione in legno (che ricorda la tragedia del Castello a mare e che è attualmente custodita all’interno di Palazzo Abatellis) che si trovava sotto il quadro dell’Albina; e perché no, anche un’urna con le spoglie del Sozzo, che vennero ritrovate dalla Soprintendenza nella chiesa del Santissimo Crocifisso all’Albergheria.

* docente e scrittore

Del Santissimo Croficisso all’Albergheria resta solo la volta cinquecentesca, un tempo custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”

di Emanuele Drago *

Esiste ancora una chiesa a Palermo la cui storia è ai più sconosciuta; un sito che è anche un tipico esempio di come nella nostra città, per via delle notevoli stratificazioni storiche, ogni luogo sia legato e rimandi ad altro luogo. La chiesa è dedicata al Santissimo Crocifisso e si trova all’inizio di via Albergheria.

È paradossale dover constatare che se non fosse per il vicino murales – realizzato appena un anno fa da Igor Scalisi Palminteri – e in cui è effigiato Benedetto il Moro, di questo sito religioso non si accorgerebbe più nessuno. E infatti la chiesa è quasi un rudere, circondata da mura di contenimento che ne fanno solo intravedere la bella volta cinquecentesca. Eppure, prima che venisse presa di mira dalle fortezze volanti americani, essa custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”.

La sua vicenda artistica si lega a quella del viceré D’Albadelista, il quale, essendo rimasto uno dei pochi superstiti del rovinoso crollo della passerella in legno che era stata realizzata per accoglierlo dal suo ritorno da Messina, decise di commissionargli un quadro in cui era effigiata l’Immacolata Concezione. Il quadro venne collocato dentro la chiesa di Santa Maria di Piedrigrotta, un tempo ubicata tra l’antico porto della Cala ed il Castello a mare.

Oggi di quella chiesa, così come la chiesa Santissimo Crocifisso, non rimane che la cripta, nascosta in una zona ribassata del mercato Ittico. Ci auguriamo che la nuova riconfigurazione della zona del Castello a mare possa rendere fruibile questo luogo, magari ricollocandovi la decorazione in legno (che ricorda la tragedia del Castello a mare e che è attualmente custodita all’interno di Palazzo Abatellis) che si trovava sotto il quadro dell’Albina; e perché no, anche un’urna con le spoglie del Sozzo, che vennero ritrovate dalla Soprintendenza nella chiesa del Santissimo Crocifisso all’Albergheria.

* docente e scrittore

Il palazzo dimenticato dove nacque il beato Geremia

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

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