Nuovi tatuaggi dipinti sulla pelle di Palermo

La street art prende sempre più piede in città. Da Danisinni a Ballarò, fino a Borgo Vecchio, le strade si riempiono di colorate opere d’arte

di Emanuele Drago *

Negli ultimi anni anche Palermo ha scoperto la grande potenzialità di cui può farsi portatrice la street art. Nella nostra città il fenomeno ha raggiunto la massima visibilità a partire dal luglio del 2017, grazie alla realizzazione del grande murales in cui sono ritratti i giudici Falcone e Borsellino (riproduzione di una foto di Tony Gentile) realizzato dagli artisti siciliani Rosk e Loste sulla facciata dell’istituto nautico Gioeni Trabia, che dà sul vecchio porto della Cala.

Da allora in poi, altri murales sono stati realizzati all’interno del quartiere Danisinni, con il progetto Rambla Papireto, culminato con la realizzazione del grande murales da parte dall’artista argentino Guido Palmadessa, posto sul retro della chiesa di Sant’Agnese. E ancora all’Albergheria, grazie agli artisti Igor Scalisi Palminteri, Alessandro Bazan, Fulvio Di Piazza, Andrea Buglisi e CrazyOne (ve ne abbiamo parlato qui), e alla Kalsa, quartiere in cui si stagliano tre bei murales sulle pareti di edifici di edilizia popolare.

Il murales dedicato a Pippo Fava

In quest’ultimo caso, i murales sono nati nell’ambito del progetto denominato “Pangrel 2018”, col preciso intento di sensibilizzare i fruitori sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. Tuttavia, è bene precisare che questo fenomeno a Palermo non è nato come semplice fatto estemporaneo, ma ha visto la propria genesi nel 2014, proprio all’interno del quartiere meno battuto dai turisti e dagli stessi palermitani, ovvero Borgo Vecchio. Infatti, i murales che si possono ammirare tra i vicoli e gli edifici sgarrupati di questo quartiere, sono tra i più insoliti e giocosi.

Si tratta di opere nate grazie al progetto “Frequenza 200” e che ha visto protagonisti, nel corso di laboratori pomeridiani di pittura, i bambini della zona. Fautore dell’iniziativa fu Ema Jones, artista comasco residente a Palermo. Ma nel progetto vennero anche coinvolti altri artisti, come il viareggino Aris, l’abruzzese Alleg e i palermitani Bloom e Nemo’s. L’iniziale invenzione della onlus Arteca si era trasformata in una grande fattoria a cielo aperto (Borgo Vecchio Factory) i cui esiti sono ancora visibili in un documentario che è stato esportato anche all’estero.

Tuttavia, l’apice di questa grande operazione di street art presente al Borgo, oggi è visibile in prossimità della via Crispi, alle spalle del ristrutturato hotel Ibis; infatti, dentro il posteggio della struttura alberghiera, sette artisti di levatura internazionale hanno realizzato, in 800 metri quadrati, cinque grandi opere che affrontano il tema della liberazione da tutte le forme di sopraffazione. Il primo murales, realizzato da Corn79, intende commemorare il trentennale della morte del giornalista catanese Pippo Fava, facendo dissolvere la figura di un anonimo mafioso in geometrie colorate e in un mandala, simboli del divenire e della speranza.

Particolare di un’opera di Borgo Vecchio Factory

La seconda immagine è stata realizzata da DMS, un artista di Belo Horizonte che ha raffigurato il dittatore coreano Kim Jong, come simbolo della violazione dei diritti umani, per il controllo delle multinazionali delle case farmaceutiche e per gli atteggiamenti maschilisti. Il terzo murales è un vero manifesto iperrealista; in esso, il romano Thom e il fiorentino Zed1, hanno dato vita ad una grande matriosca russa in forma tentacolare, quasi a voler dimostrare, in chiave grottesca, la condizione in cui si trova a vivere nella contemporaneità l’uomo, costretto, come accade ai pupi siciliani, ad essere soggiogato da chi detiene il potere di controllo.

La quarta immagine è opera del londinese Hunto, il quale ha prodotto su un muro un gioco d’incastri con elementi nascosti e da scoprire, in cui la vivacità dei colori rappresentano la fiducia nella volontà umana di poter affrancarsi dal grigio meccanismo del controllo. Infine, un vero e proprio piccolo capolavoro è quello che è stato realizzato dalla forza creativa del nisseno Rosk. Il murales rappresenta in maniera plastica delle mani che tentano di opprimere il volto di uomo. Il messaggio è chiaro: la libertà è un dovere, una legge morale interiore a cui l’uomo non può sfuggire, anche se è spesso soggiogato nel corpo e nella mente.

*Docente e scrittore

La street art prende sempre più piede in città. Da Danisinni a Ballarò, fino a Borgo Vecchio, le strade si riempiono di colorate opere d’arte

di Emanuele Drago *

Negli ultimi anni anche Palermo ha scoperto la grande potenzialità di cui può farsi portatrice la street art. Nella nostra città il fenomeno ha raggiunto la massima visibilità a partire dal luglio del 2017, grazie alla realizzazione del grande murales in cui sono ritratti i giudici Falcone e Borsellino (riproduzione di una foto di Tony Gentile) realizzato dagli artisti siciliani Rosk e Loste sulla facciata dell’istituto nautico Gioeni Trabia, che dà sul vecchio porto della Cala.

Da allora in poi, altri murales sono stati realizzati all’interno del quartiere Danisinni, con il progetto Rambla Papireto, culminato con la realizzazione del grande murales da parte dall’artista argentino Guido Palmadessa, posto sul retro della chiesa di Sant’Agnese. E ancora all’Albergheria, grazie agli artisti Igor Scalisi Palminteri, Alessandro Bazan, Fulvio Di Piazza, Andrea Buglisi e CrazyOne (ve ne abbiamo parlato qui), e alla Kalsa, quartiere in cui si stagliano tre bei murales sulle pareti di edifici di edilizia popolare.

Il murales dedicato a Pippo Fava

In quest’ultimo caso, i murales sono nati nell’ambito del progetto denominato “Pangrel 2018”, col preciso intento di sensibilizzare i fruitori sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza. Tuttavia, è bene precisare che questo fenomeno a Palermo non è nato come semplice fatto estemporaneo, ma ha visto la propria genesi nel 2014, proprio all’interno del quartiere meno battuto dai turisti e dagli stessi palermitani, ovvero Borgo Vecchio. Infatti, i murales che si possono ammirare tra i vicoli e gli edifici sgarrupati di questo quartiere, sono tra i più insoliti e giocosi.

Si tratta di opere nate grazie al progetto “Frequenza 200” e che ha visto protagonisti, nel corso di laboratori pomeridiani di pittura, i bambini della zona. Fautore dell’iniziativa fu Ema Jones, artista comasco residente a Palermo. Ma nel progetto vennero anche coinvolti altri artisti, come il viareggino Aris, l’abruzzese Alleg e i palermitani Bloom e Nemo’s. L’iniziale invenzione della onlus Arteca si era trasformata in una grande fattoria a cielo aperto (Borgo Vecchio Factory) i cui esiti sono ancora visibili in un documentario che è stato esportato anche all’estero.

Particolare di un’opera di Borgo Vecchio Factory

Tuttavia, l’apice di questa grande operazione di street art presente al Borgo, oggi è visibile in prossimità della via Crispi, alle spalle del ristrutturato hotel Ibis; infatti, dentro il posteggio della struttura alberghiera, sette artisti di levatura internazionale hanno realizzato, in 800 metri quadrati, cinque grandi opere che affrontano il tema della liberazione da tutte le forme di sopraffazione. Il primo murales, realizzato da Corn79, intende commemorare il trentennale della morte del giornalista catanese Pippo Fava, facendo dissolvere la figura di un anonimo mafioso in geometrie colorate e in un mandala, simboli del divenire e della speranza.

La seconda immagine è stata realizzata da DMS, un artista di Belo Horizonte che ha raffigurato il dittatore coreano Kim Jong, come simbolo della violazione dei diritti umani, per il controllo delle multinazionali delle case farmaceutiche e per gli atteggiamenti maschilisti. Il terzo murales è un vero manifesto iperrealista; in esso, il romano Thom e il fiorentino Zed1, hanno dato vita ad una grande matriosca russa in forma tentacolare, quasi a voler dimostrare, in chiave grottesca, la condizione in cui si trova a vivere nella contemporaneità l’uomo, costretto, come accade ai pupi siciliani, ad essere soggiogato da chi detiene il potere di controllo.

La quarta immagine è opera del londinese Hunto, il quale ha prodotto su un muro un gioco d’incastri con elementi nascosti e da scoprire, in cui la vivacità dei colori rappresentano la fiducia nella volontà umana di poter affrancarsi dal grigio meccanismo del controllo. Infine, un vero e proprio piccolo capolavoro è quello che è stato realizzato dalla forza creativa del nisseno Rosk. Il murales rappresenta in maniera plastica delle mani che tentano di opprimere il volto di uomo. Il messaggio è chiaro: la libertà è un dovere, una legge morale interiore a cui l’uomo non può sfuggire, anche se è spesso soggiogato nel corpo e nella mente.

*Docente e scrittore

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Villa Giulia, il magico set omerico di Goethe

Lo scrittore tedesco amò particolarmente questo giardino, dove ebbe l’ispirazione per un dramma sulla figura di Nausicaa, però rimasto incompiuto

di Emanuele Drago*

Quando Johann Wolfgang Goethe fece il suo ingresso per la prima volta dentro Villa Giulia, a Palermo, capì sin da subito che essa, oltre a una inusuale bellezza estetica, possedeva anche una profonda ricchezza concettuale; ricchezza che avrebbe accresciuto spiritualmente tutti coloro che si fossero messi ad indagare ciò che si celava dietro alle apparenze.

Pianta di Villa Giulia

E fu proprio in virtù di ciò che nel suo diario personale la definì “il più bell’angolo della terra”. D’altronde, lo scrittore conosceva bene le simbologie di matrice massonica che l’aristocrazia palermitana, committente e finanziatrice del progetto, aveva audacemente collocato in particolari punti del grande giardino all’italiana. Se si osserva attentamente dall’alto la planimetria, ci si rende conto, fin da subito, che è stata concepita come una grande rosa dei venti; un mandala che si espande come un fiore quando si schiude, ma che tuttavia finisce sempre per ricondurre ogni visitatore dai punti periferici della circonferenza a un unico centro: l’orologio solare o dodecaedro che scandisce il tempo umano.

Tuttavia, c’è un altro motivo che ha fatto sì che ancora oggi la villa rappresenti un luogo pieno di fascino; ovvero, l’improvviso capovolgimento della sua destinazione d’uso. Infatti, l’area – utilizzata inizialmente come grande spianata in cui i pescatori della Kalsa lasciavano asciugare le proprie reti – tra il XVII e XVIII secolo divenne il luogo in cui vennero celebrate da parte del Tribunale dell’Inquisizione alcune esecuzioni pubbliche (tra esse divennero tristemente note quelle di fra Diego La Matina, fra Romualdo e suor Geltrude).

Ma a partire dal 1775, la spianata venne trasformata da luogo di morte in un luogo di vita; a riprova, ancora una volta, che la storia di Palermo è stata sempre avvezza a certe funamboliche giravolte. E ciò appare ancora più sorprendente se si considera che, appena dieci anni dopo la sua edificazione, nel passeggiare all’interno dei suoi viali, Goethe avesse considerato quel luogo, come già accennato prima, il più bell’angolo della terra. Talmente bello che divenne fonte d’ispirazione per un famoso frammento poetico che scrisse mentre era seduto su una panchina.

Copertina del frammento Nausicaa

Ora, sembra che Goethe avesse concepito il suo viaggio in Italia come una sorta di “odissea dello spirito” per cui, quando si ritrovò a riflettere tra questi viali carichi di suggestioni e simbolismi, non poté che ripensare a quella parte dell’opera di Omero in cui Ulisse approdava nell’isola dei Feaci. Fu dunque dentro Villa Giulia che Goethe, ormai sulla via del ritorno, proprio com’era avvenuto a Ulisse, ebbe l’ispirazione per il concepimento di un dramma (di fatto poi rimasto incompiuto) incentrato sulla figura di Nausicaa, la figlia di Alcinoo che si era invaghita di Ulisse.

Villa Giulia rimase per lui, tra i ricordi del gran tour, la sua isola dei Feaci, un luogo magico, incantevole e incantato che non riuscì più a dimenticare. E a leggere bene le pagine di altri libri di autori che dopo Goethe la visitarono, non da ultimo “L’isola appassionata” di Bonaventura Tecchi, questo fascino – nonostante per molti anni sia stata oggetto di atti vandalici e d’incuria – rimane ancora oggi inalterato.

*Docente e scrittore

Lo scrittore tedesco amò particolarmente questo giardino, dove ebbe l’ispirazione per un dramma sulla figura di Nausicaa, però rimasto incompiuto

di Emanuele Drago*

Quando Johann Wolfgang Goethe fece il suo ingresso per la prima volta dentro Villa Giulia, a Palermo, capì sin da subito che essa, oltre a una inusuale bellezza estetica, possedeva anche una profonda ricchezza concettuale; ricchezza che avrebbe accresciuto spiritualmente tutti coloro che si fossero messi ad indagare ciò che si celava dietro alle apparenze.

Pianta di Villa Giulia

E fu proprio in virtù di ciò che nel suo diario personale la definì “il più bell’angolo della terra”. D’altronde, lo scrittore conosceva bene le simbologie di matrice massonica che l’aristocrazia palermitana, committente e finanziatrice del progetto, aveva audacemente collocato in particolari punti del grande giardino all’italiana. Se si osserva attentamente dall’alto la planimetria, ci si rende conto, fin da subito, che è stata concepita come una grande rosa dei venti; un mandala che si espande come un fiore quando si schiude, ma che tuttavia finisce sempre per ricondurre ogni visitatore dai punti periferici della circonferenza a un unico centro: l’orologio solare o dodecaedro che scandisce il tempo umano.

Tuttavia, c’è un altro motivo che ha fatto sì che ancora oggi la villa rappresenti un luogo pieno di fascino; ovvero, l’improvviso capovolgimento della sua destinazione d’uso. Infatti, l’area – utilizzata inizialmente come grande spianata in cui i pescatori della Kalsa lasciavano asciugare le proprie reti – tra il XVII e XVIII secolo divenne il luogo in cui vennero celebrate da parte del Tribunale dell’Inquisizione alcune esecuzioni pubbliche (tra esse divennero tristemente note quelle di fra Diego La Matina, fra Romualdo e suor Geltrude).

Ma a partire dal 1775, la spianata venne trasformata da luogo di morte in un luogo di vita; a riprova, ancora una volta, che la storia di Palermo è stata sempre avvezza a certe funamboliche giravolte. E ciò appare ancora più sorprendente se si considera che, appena dieci anni dopo la sua edificazione, nel passeggiare all’interno dei suoi viali, Goethe avesse considerato quel luogo, come già accennato prima, il più bell’angolo della terra. Talmente bello che divenne fonte d’ispirazione per un famoso frammento poetico che scrisse mentre era seduto su una panchina.

Copertina del frammento Nausicaa

Ora, sembra che Goethe avesse concepito il suo viaggio in Italia come una sorta di “odissea dello spirito” per cui, quando si ritrovò a riflettere tra questi viali carichi di suggestioni e simbolismi, non poté che ripensare a quella parte dell’opera di Omero in cui Ulisse approdava nell’isola dei Feaci. Fu dunque dentro Villa Giulia che Goethe, ormai sulla via del ritorno, proprio com’era avvenuto a Ulisse, ebbe l’ispirazione per il concepimento di un dramma (di fatto poi rimasto incompiuto) incentrato sulla figura di Nausicaa, la figlia di Alcinoo che si era invaghita di Ulisse.

Villa Giulia rimase per lui, tra i ricordi del gran tour, la sua isola dei Feaci, un luogo magico, incantevole e incantato che non riuscì più a dimenticare. E a leggere bene le pagine di altri libri di autori che dopo Goethe la visitarono, non da ultimo “L’isola appassionata” di Bonaventura Tecchi, questo fascino – nonostante per molti anni sia stata oggetto di atti vandalici e d’incuria – rimane ancora oggi inalterato.

*Docente e scrittore

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Lo Spasimo, scrigno di bellezza orfano del nome

La chiesa di Santa Maria degli Olivetani, nel quartiere della Kalsa a Palermo, un tempo custodiva la Salita al Calvario di Raffaello Sanzio. Presto sarà ricollocata una copia del dipinto dentro l’originaria cornice realizzata da Gagini

di Emanuele Drago*

Quando si parla di Rinascimento a Palermo, sarebbe opportuno rimarcare che, se non fosse stato per il pretore di origine toscane, Pietro Speciale, probabilmente la città non avrebbe mai conosciuto le prime forme di Rinascimento così come le conobbe. Va ricordato che, tra i maggiori studiosi di quell’epoca vi fu un altro toscano, quel Giorgio Vasari che aveva considerato la fontana Pretoria – che in quegli anni venne acquistata dalla municipalità di Palermo – come la più bella fontana che Firenze allora possedeva. Tuttavia, nella sua “Vita degli artisti”, l’aretino menzionò anche un’altra opera che, forse con eccessiva enfasi, a suo dire era conosciuta all’esterno più del Mongibello (nome con cui veniva anticamente indicato l’Etna).

Lo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio

L’opera di cui parlava Vasari era la Salita al Calvario del Cristo, noto anche come “Lo Spasimo di Sicilia”, un dipinto realizzato nel 1517 dall’urbinate Raffaello Sanzio su commissione dei frati Olivetani che erano alloggiati presso il convento della chiesa gotico catalana del quartiere della Kalsa. Ormai è storicamente assodato che per raggiungere Palermo, il dipinto fu al centro di alcune traversie. Recuperato in mare dopo un naufragio, giunse finalmente incolume nella chiesa di Santa Maria degli Olivetani alla Kalsa. Dopo oltre un secolo e mezzo, il dipinto venne donato dal parroco Jacopo Basilicò a Filippo IV di Spagna, col preciso scopo di ottenere le grazie del sovrano, oltre ad alcune concessioni per il suo ordine religioso. Fu così che l’affascinante chiesa senza volta, pur perdendo il quadro che custodiva (il dipinto oggi si trova al museo del Prado di Madrid), mantenne il nome del dipinto di Raffaello.

Oggi, chi visita lo Spasimo non può che rimanere affascinato dalla originalità del sito. Un luogo accartocciato su sé stesso, nascosto nel cuore quartiere della Kalsa, ma che da solo assurge a simbolo, a metafora dell’inestimabile ricchezza che, dietro catapecchie e palazzi ormai per fortuna in fase di ristrutturazione, possiede il centro storico della città. Un luogo che fu sede del primo teatro cittadino e in cui, fin dal 1582, sotto il vicereame di Marco Antonio Colonna di Lanuvio, venne rappresentata l’Aminta di Torquato Tasso.

I frammenti della cornice di Gagini

Ma c’è un evento che presto impreziosirà ulteriormente lo Spasimo di Palermo: la ricollocazione di una copia del quadro, dentro l’originaria cornice realizzata da Antonello Gagini. Sappiamo che la cornice, che per secoli è rimasta in frantumi dentro i magazzini della Soprintendenza, presto, grazie a un attento restauro (di cui vi abbiamo parlato qui), potrà ospitare la copia del quadro che si trova al Prado di Madrid. Infatti, così com’è accaduto per Natività di Caravaggio, la stessa operazione sta per essere realizzata per lo Spasimo di Sicilia di Raffaello. Ma questa volta con l’indubbio vantaggio che la riproduzione non avverrà sulla scorta di semplici fotografie, ma del dipinto originale esposto a Madrid.

* Docente e scrittore

La chiesa di Santa Maria degli Olivetani, nel quartiere della Kalsa a Palermo, un tempo custodiva la Salita al Calvario di Raffaello Sanzio. Presto sarà ricollocata una copia del dipinto dentro l’originaria cornice realizzata da Gagini

di Emanuele Drago*

Quando si parla di Rinascimento a Palermo, sarebbe opportuno rimarcare che, se non fosse stato per il pretore di origine toscane, Pietro Speciale, probabilmente la città non avrebbe mai conosciuto le prime forme di Rinascimento così come le conobbe. Va ricordato che, tra i maggiori studiosi di quell’epoca vi fu un altro toscano, quel Giorgio Vasari che aveva considerato la fontana Pretoria – che in quegli anni venne acquistata dalla municipalità di Palermo – come la più bella fontana che Firenze allora possedeva. Tuttavia, nella sua “Vita degli artisti”, l’aretino menzionò anche un’altra opera che, forse con eccessiva enfasi, a suo dire era conosciuta all’esterno più del Mongibello (nome con cui veniva anticamente indicato l’Etna).

Lo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio

L’opera di cui parlava Vasari era la Salita al Calvario del Cristo, noto anche come “Lo Spasimo di Sicilia”, un dipinto realizzato nel 1517 dall’urbinate Raffaello Sanzio su commissione dei frati Olivetani che erano alloggiati presso il convento della chiesa gotico catalana del quartiere della Kalsa. Ormai è storicamente assodato che per raggiungere Palermo, il dipinto fu al centro di alcune traversie. Recuperato in mare dopo un naufragio, giunse finalmente incolume nella chiesa di Santa Maria degli Olivetani alla Kalsa. Dopo oltre un secolo e mezzo, il dipinto venne donato dal parroco Jacopo Basilicò a Filippo IV di Spagna, col preciso scopo di ottenere le grazie del sovrano, oltre ad alcune concessioni per il suo ordine religioso. Fu così che l’affascinante chiesa senza volta, pur perdendo il quadro che custodiva (il dipinto oggi si trova al museo del Prado di Madrid), mantenne il nome del dipinto di Raffaello.

Oggi, chi visita lo Spasimo non può che rimanere affascinato dalla originalità del sito. Un luogo accartocciato su sé stesso, nascosto nel cuore quartiere della Kalsa, ma che da solo assurge a simbolo, a metafora dell’inestimabile ricchezza che, dietro catapecchie e palazzi ormai per fortuna in fase di ristrutturazione, possiede il centro storico della città. Un luogo che fu sede del primo teatro cittadino e in cui, fin dal 1582, sotto il vicereame di Marco Antonio Colonna di Lanuvio, venne rappresentata l’Aminta di Torquato Tasso.

I frammenti della cornice del Gagini

Ma c’è un evento che presto impreziosirà ulteriormente lo Spasimo di Palermo: la ricollocazione di una copia del quadro, dentro l’originaria cornice realizzata da Antonello Gagini. Sappiamo che la cornice, che per secoli è rimasta in frantumi dentro i magazzini della Soprintendenza, presto, grazie a un attento restauro (di cui vi abbiamo parlato qui), potrà ospitare la copia del quadro che si trova al Prado di Madrid. Infatti, così com’è accaduto per Natività di Caravaggio, la stessa operazione sta per essere realizzata per lo Spasimo di Sicilia di Raffaello. Ma questa volta con l’indubbio vantaggio che la riproduzione non avverrà sulla scorta di semplici fotografie, ma del dipinto originale esposto a Madrid.

* Docente e scrittore

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I misteriosi sotterranei di Villa Ventimiglia ai Colli

Sono tante le storie che nasconde la settecentesca Casena Grande. L’edificio, che oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura, conserva ancora lo storico giardino e il viale d’ingresso ornato di palme

di Emanuele Drago*

Se è vero che sono tante le ville che costellano Palermo, ce n’è una che per la sua particolarissima storia potrebbe diventare un suggestivo set per scenografi e registi appassionati di storie misteriose. Stiamo parlando della Casena Grande ai Colli, che si trova in via San Lorenzo e oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura.

La Casena Grande in una foto d’epoca

La villa, che ancora oggi possiede il suo settecentesco giardino, oltre all’elegante viale d’ingresso ornato di palme, venne edificata nel 1683 da donna Felice Marchese e Valdina, marchesa di Geraci e vedova di Giovanni Ventimiglia, principe di Castelbuono. A quanto pare, fin dalla posa della prima pietra, venne anche denominata come Casena Grande, in quanto faceva parte di un vasto tenimento agricolo. Di essa gli storici ricordano il fatto che possedesse al proprio interno una cappella dedicata a Sant’Anna, a cui i Ventimiglia erano particolarmente legati, in quanto custodi, fin dal tempo delle Crociate, di gran parte della reliquia del cranio della madre di Maria (Sant’Anna viene tutt’oggi venerata a Castelbuono, antico feudo dei Ventimiglia di Geraci).

Ancora oggi una dettagliata descrizione della villa ci è stata lasciata dallo storiografo ed abate basiliano Francesco Majo, ospite nella metà del XVII secolo della proprietaria, la bellissima marchesa Donna Felice. L’abate, nel parlare della sontuosa dimora, indugiò nel descrivere le sale per i ricevimenti, il baglio, e soprattutto le enormi stanze sotterranee di cui non si conosceva né l’entrata né l’uscita. Ora a cosa servissero le stanze di cui parlò Majo, ancora non è dato saperlo, anche perché sembrano ormai non essere più visitabili. Tuttavia, avendo allora deciso la marchesa di approvvigionare l’ampia zona agricola con apposite canalizzazioni che convogliavano le acque provenienti delle lontane sorgenti di Baida, è ipotizzabile che alcune di queste stanze fossero in qualche modo legate ai cunicoli che vennero a suo tempo realizzati.

Reliquia del cranio di Sant’Anna nel duomo di Castelbuono

Ma le stranezze della villa non finiscono certo qui. Infatti, essa, oltre ad aver portato sfortuna alla bella donna Felice (perse tragicamente i suoi due unici eredi, caduti giù dal grande e bel loggiato), la Casena dei Ventimiglia viene anche ricordata come il luogo in cui nel 1720, dopo essere passata ai Moncada di Paternò, fu al centro di uno scontro militare che vide contrapposte milizie spagnole e austriache. Scontro che determinò la morte di diversi soldati, tra cui anche il conte D’Aspremont, le cui spoglie, per uno strano caso, vennero poi custodite nella già citata cappella dedicata a Sant’Anna. Oggi, dopo i diversi usi a cui negli anni è stata destinata la villa, sarebbe bene aprirla ai cittadini, per far conoscere una storia a molti sconosciuta.

*Docente e scrittore

Sono tante le storie che nasconde la settecentesca Casena Grande. L’edificio, che oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura, conserva ancora lo storico giardino e il viale d’ingresso ornato di palme

di Emanuele Drago*

Se è vero che sono tante le ville che costellano Palermo, ce n’è una che per la sua particolarissima storia potrebbe diventare un suggestivo set per scenografi e registi appassionati di storie misteriose. Stiamo parlando della Casena Grande ai Colli, che si trova in via San Lorenzo e oggi è sede dell’ufficio immigrazione della Questura.

La Casena Grande in una foto d’epoca

La villa, che ancora oggi possiede il suo settecentesco giardino, oltre all’elegante viale d’ingresso ornato di palme, venne edificata nel 1683 da donna Felice Marchese e Valdina, marchesa di Geraci e vedova di Giovanni Ventimiglia, principe di Castelbuono. A quanto pare, fin dalla posa della prima pietra, venne anche denominata come Casena Grande, in quanto faceva parte di un vasto tenimento agricolo. Di essa gli storici ricordano il fatto che possedesse al proprio interno una cappella dedicata a Sant’Anna, a cui i Ventimiglia erano particolarmente legati, in quanto custodi, fin dal tempo delle Crociate, di gran parte della reliquia del cranio della madre di Maria (Sant’Anna viene tutt’oggi venerata a Castelbuono, antico feudo dei Ventimiglia di Geraci).

Ancora oggi una dettagliata descrizione della villa ci è stata lasciata dallo storiografo ed abate basiliano Francesco Majo, ospite nella metà del XVII secolo della proprietaria, la bellissima marchesa Donna Felice. L’abate, nel parlare della sontuosa dimora, indugiò nel descrivere le sale per i ricevimenti, il baglio, e soprattutto le enormi stanze sotterranee di cui non si conosceva né l’entrata né l’uscita. Ora a cosa servissero le stanze di cui parlò Majo, ancora non è dato saperlo, anche perché sembrano ormai non essere più visitabili. Tuttavia, avendo allora deciso la marchesa di approvvigionare l’ampia zona agricola con apposite canalizzazioni che convogliavano le acque provenienti delle lontane sorgenti di Baida, è ipotizzabile che alcune di queste stanze fossero in qualche modo legate ai cunicoli che vennero a suo tempo realizzati.

Reliquia del cranio di Sant’Anna nel duomo di Castelbuono

Ma le stranezze della villa non finiscono certo qui. Infatti, essa, oltre ad aver portato sfortuna alla bella donna Felice (perse tragicamente i suoi due unici eredi, caduti giù dal grande e bel loggiato), la Casena dei Ventimiglia viene anche ricordata come il luogo in cui nel 1720, dopo essere passata ai Moncada di Paternò, fu al centro di uno scontro militare che vide contrapposte milizie spagnole e austriache. Scontro che determinò la morte di diversi soldati, tra cui anche il conte D’Aspremont, le cui spoglie, per uno strano caso, vennero poi custodite nella già citata cappella dedicata a Sant’Anna. Oggi, dopo i diversi usi a cui negli anni è stata destinata la villa, sarebbe bene aprirla ai cittadini, per far conoscere una storia a molti sconosciuta.

*Docente e scrittore

 

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Da Sofonisba ad Adelaide, pennelli rosa su Palermo

Tante sono state le pittrici che hanno legato la loro storia a quella della città: a partire dall’Anguissola, una delle prime esponenti femminili più in vista nelle corti europee, oggi sepolta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi

di Emanuele Drago*

Un singolare feeling ha sempre legato Palermo alle pittrici. La storia in fondo ha avuto inizio alla fine del Cinquecento, quando la città, durante la lunga dominazione spagnola, accolse la più grande pittrice di corte, Sofonisba Anguissola, oggi sepolta (purtroppo non con l’attenzione che meriterebbe) nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi.

Ma, come già premesso, oltre a Sofonisba ci furono altre figure di pittrici che in qualche modo hanno scandito la storia della città. Tra esse val la pena di ricordare, oltre a Rosalia Novelli, la figlia del celebre pittore monrealese, anche Otama Kyohara; quell’Eleonora Ragusa che grazie al matrimonio contratto con lo scultore Vincenzo Ragusa, ebbe il merito di diffondere un certo amore per l’esotismo.

Autoritratto di Sofonisba Anguissola

Ma in questa nostra carrellata, oltre alla già conosciuta e apprezzata Lia Pasqualino Noto (che insieme a Guttuso, Barbera e Tranchina fece parte del Gruppo dei quattro) merita attenzione una pittrice che è stata riscoperta solo negli ultimi decenni. Si tratta di Adelaide Atramblè, una giovane aristocratica d’origine franco partenopea, vissuta a metà del XIX secolo, che venne ad abitare a Palermo in seguito al matrimonio contratto con l’armatore di origine genovese Domenico Sommariva Gamelin.

Ebbene, due furono i luoghi in cui giunta a Palermo andò ad abitare la signora Atramblè: la casa di via dell’Orologio e la villa in contrada Terre Rosse. A quanto pare, soprattutto in quest’ultima dimora, ella amava dipingere e conversare con gli amici artisti del tempo, a contatto diretto con le piante e la natura. Oggi dell’antica villa di via Cusmano (dove si trova la casa di riposo dedicata a Vincenzina Cusmano) non rimane più nulla che possa ricordarci la cara Adelaide, anche perché frattanto, nella stratificazione degli eventi storici, l’opera meritoria del beato Giacomo ha preso il sopravvento.

Eppure, la giovane pittrice lo meriterebbe; non foss’altro per un suggestivo quadro che realizzò dentro una grotta vicino al paesino di Torretta, e in cui venne ritratto il panorama di Capaci. E già, a ripensarci bene, l’arte ha un grande potere. In questo caso nel riuscire a riscattare un luogo e un panorama che è stato duramente segnato dalla strage del maggio del 1992.

* Docente e scrittore

Tante sono state le pittrici che hanno legato la loro storia a quella della città: a partire dall’Anguissola, una delle prime esponenti femminili più in vista nelle corti europee, oggi sepolta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi

di Emanuele Drago*

Un singolare feeling ha sempre legato Palermo alle pittrici. La storia in fondo ha avuto inizio alla fine del Cinquecento, quando la città, durante la lunga dominazione spagnola, accolse la più grande pittrice di corte, Sofonisba Anguissola, oggi sepolta (purtroppo non con l’attenzione che meriterebbe) nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi.

Ma, come già premesso, oltre a Sofonisba ci furono altre figure di pittrici che in qualche modo hanno scandito la storia della città. Tra esse val la pena di ricordare, oltre a Rosalia Novelli, la figlia del celebre pittore monrealese, anche Otama Kyohara; quell’Eleonora Ragusa che grazie al matrimonio contratto con lo scultore Vincenzo Ragusa, ebbe il merito di diffondere un certo amore per l’esotismo.

Autoritratto di Sofonisba Anguissola

Ma in questa nostra carrellata, oltre alla già conosciuta e apprezzata Lia Pasqualino Noto (che insieme a Guttuso, Barbera e Tranchina fece parte del Gruppo dei quattro) merita attenzione una pittrice che è stata riscoperta solo negli ultimi decenni. Si tratta di Adelaide Atramblè, una giovane aristocratica d’origine franco partenopea, vissuta a metà del XIX, che venne ad abitare a Palermo in seguito al matrimonio contratto con l’armatore di origine genovese Domenico Sommariva Gamelin.

Ebbene, due furono i luoghi in cui giunta a Palermo andò ad abitare la signora Atramblè: la casa di via dell’Orologio e la villa in contrada Terre Rosse. A quanto pare, soprattutto in quest’ultima dimora, ella amava dipingere e conversare con gli amici artisti del tempo, a contatto diretto con le piante e la natura. Oggi dell’antica villa di via Cusmano (dove si trova la casa di riposo dedicata a Vincenzina Cusmano) non rimane più nulla che possa ricordarci la cara Adelaide, anche perché frattanto, nella stratificazione degli eventi storici, l’opera meritoria del beato Giacomo ha preso il sopravvento.

Eppure, la giovane pittrice lo meriterebbe; non foss’altro per un suggestivo quadro che realizzò dentro una grotta vicino al paesino di Torretta, e in cui venne ritratto il panorama di Capaci. E già, a ripensarci bene, l’arte ha un grande potere. In questo caso nel riuscire a riscattare un luogo e un panorama che è stato duramente segnato dalla strage del maggio del 1992.

* Docente e scrittore

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Quella villa dove passeggiava Wagner

Il compositore tedesco, durante il suo soggiorno a Palermo, diede vita ad un particolare brano dalla tonalità incerta, che poi donò a Beatrice Tasca

di Emanuele Drago*

In queste giornate di frenetica attività culturale nella nostra città, ci può capitare di imbatterci in un sito che non tutti conoscono in maniera adeguata, ovvero Villa Tasca. Ebbene, aggirandoci all’interno degli splendidi giardini, un grande ammiratore di Richard Wagner non potrà non ricordare che in questo parco egli amava passeggiare e rilassarsi.

Tant’è che possiamo affermare che Villa Tasca rappresentò per Wagner ciò che circa un secolo prima Villa Giulia aveva rappresentato per un altro intellettuale tedesco quale fu appunto Goethe. Il compositore del Parsifal e dell’Oro del Reno giungeva infatti presso l’attuale villa da un’altra vicina piccola villa che si trovava in contrada Porrazzi (aria adiacente alle vie Altofonte e Generale Turba) e in cui la famiglia Gangi, durante il suo lungo soggiorno palermitano, aveva deciso di ospitarlo insieme ai figli e alla moglie.

Ora, se l’ultimo conflitto mondiale ha mantenuto integra Villa Tasca, lo stesso purtroppo non è accaduto per la villetta di contrada Porrazzi, distrutta dalle bombe delle fortezze volanti americane. Eppure in quel luogo – che Wagner tra l’altro descrisse come particolarmente umido – il musicista di Lipsia diede vita a una strana composizione, una melodia che il 20 marzo del 1882 egli stesso donò a Beatrice Tasca. In realtà si tratta di un breve ma intenso brano, ai più sconosciuto, che non si sa in quale tonalità debba essere eseguito. Qualcuno parla di do maggiore, alla maniera di Chopin. Qualcun altro afferma che se ne ricorda solo qualche flauto. Chissà che qualche cultore ed ammiratore del grande compositore non possa mettere mano alla composizione “Tempo di Porazzi”, magari al solo scopo di restituirla al nostro smemorato tempo.

* Docente e scrittore

Il compositore tedesco, durante il suo soggiorno a Palermo, diede vita ad un particolare brano dalla tonalità incerta, che poi donò a Beatrice Tasca

di Emanuele Drago*

In queste giornate di frenetica attività culturale nella nostra città, ci può capitare di imbatterci in un sito che non tutti conoscono in maniera adeguata, ovvero Villa Tasca. Ebbene, aggirandoci all’interno degli splendidi giardini, un grande ammiratore di Richard Wagner non potrà non ricordare che in questo parco egli amava passeggiare e rilassarsi.

Tant’è che possiamo affermare che Villa Tasca rappresentò per Wagner ciò che circa un secolo prima Villa Giulia aveva rappresentato per un altro intellettuale tedesco quale fu appunto Goethe. Il compositore del Parsifal e dell’Oro del Reno giungeva infatti presso l’attuale villa da un’altra vicina piccola villa che si trovava in contrada Porrazzi (aria adiacente alle vie Altofonte e Generale Turba) e in cui la famiglia Gangi, durante il suo lungo soggiorno palermitano, aveva deciso di ospitarlo insieme ai figli e alla moglie.

Ora, se l’ultimo conflitto mondiale ha mantenuto integra Villa Tasca, lo stesso purtroppo non è accaduto per la villetta di contrada Porrazzi, distrutta dalle bombe delle fortezze volanti americane. Eppure in quel luogo – che Wagner tra l’altro descrisse come particolarmente umido – il musicista di Lipsia diede vita a una strana composizione, una melodia che il 20 marzo del 1882 egli stesso donò a Beatrice Tasca. In realtà si tratta di un breve ma intenso brano, ai più sconosciuto, che non si sa in quale tonalità debba essere eseguito. Qualcuno parla di do maggiore, alla maniera di Chopin. Qualcun altro afferma che se ne ricorda solo qualche flauto. Chissà che qualche cultore ed ammiratore del grande compositore non possa mettere mano alla composizione “Tempo di Porazzi”, magari al solo scopo di restituirla al nostro smemorato tempo.

* Docente e scrittore

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Quella statua di Psiche amata da Folco di Verdura

La copia della scultura di Valerio Villareale, che si trova in un salone di Palazzo Fatta, a Palermo, è la stessa descritta nel libro “Estati Felici” scritto dal creatore di gioielli

di Emanuele Drago*

I legami letterari che la nostra città è in grado di offrirci, possono essere occasione di stupore e meraviglia. Spesso li scopriamo casualmente, magari mentre ci troviamo a visitare un palazzo, oppure mentre contempliamo un quadro o ammiriamo una scultura. A tal proposito, uno di questi rimandi letterari è presente all’interno di Palazzo Fatta, in uno degli angoli del salone affrescato da Antonio Manno.

Si tratta della bella Psiche scolpita da Valerio Villareale – considerato il Canova di Palermo – e che un tempo era ubicata nel palazzo Benso di Verdura, in via Montevergini. Invero, della stessa Psiche (che tiene in mano l’ampolla donatele da Proserpina) se ne può ammirare un’identica copia nel palazzo Francavilla di via Ruggero Settimo; tuttavia, la peculiarità della copia che si trova a Palazzo Fatta, come ho già accennato prima, è eminentemente “letteraria”.

Si tratta della stessa statua che solo fino ad alcuni anni prima faceva bella mostra sopra la prima rampa di scale del palazzo di via Montevergini, e di cui aveva parlato, con una certa vena malinconica, il giovane Fulco di Verdura nel suo ormai quasi introvabile libro pubblicato nel 1977 e dal titolo “Estati Felici”. Per una volta l’opera d’arte ci stupisce non tanto per il valore in sé, ma per il vissuto letterario che essa riesce a trasmettere e custodire. Per rendervene conto basta leggere il raro libro del grande creatore di gioielli, nonché cugino di Tomasi di Lampedusa, Fulco Santostefano della Cerda, Duca di Verdura.

* Docente e scrittore

La copia della scultura di Valerio Villareale, che si trova in un salone di Palazzo Fatta, a Palermo, è la stessa descritta nel libro “Estati Felici” scritto dal creatore di gioielli

di Emanuele Drago*

I legami letterari che la nostra città è in grado di offrirci, possono essere occasione di stupore e meraviglia. Spesso li scopriamo casualmente, magari mentre ci troviamo a visitare un palazzo, oppure mentre contempliamo un quadro o ammiriamo una scultura. A tal proposito, uno di questi rimandi letterari è presente all’interno di Palazzo Fatta, in uno degli angoli del salone affrescato da Antonio Manno.

Si tratta della bella Psiche scolpita da Valerio Villareale – considerato il Canova di Palermo – e che un tempo era ubicata nel palazzo Benso di Verdura, in via Montevergini. Invero, della stessa Psiche (che tiene in mano l’ampolla donatele da Proserpina) se ne può ammirare un’identica copia nel palazzo Francavilla di via Ruggero Settimo; tuttavia, la peculiarità della copia che si trova a Palazzo Fatta, come ho già accennato prima, è eminentemente “letteraria”.

Si tratta della stessa statua che solo fino ad alcuni anni prima faceva bella mostra sopra la prima rampa di scale del palazzo di via Montevergini, e di cui aveva parlato, con una certa vena malinconica, il giovane Fulco di Verdura nel suo ormai quasi introvabile libro pubblicato nel 1977 e dal titolo “Estati Felici”. Per una volta l’opera d’arte ci stupisce non tanto per il valore in sé, ma per il vissuto letterario che essa riesce a trasmettere e custodire. Per rendervene conto basta leggere il raro libro del grande creatore di gioielli, nonché cugino di Tomasi di Lampedusa, Fulco Santostefano della Cerda, Duca di Verdura.

* Docente e scrittore

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Quella chiesa sconosciuta ridotta a un rudere

Del Santissimo Croficisso all’Albergheria resta solo la volta cinquecentesca, un tempo custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”

di Emanuele Drago *  

Esiste ancora una chiesa a Palermo la cui storia è ai più sconosciuta; un sito che è anche un tipico esempio di come nella nostra città, per via delle notevoli stratificazioni storiche, ogni luogo sia legato e rimandi ad altro luogo. La chiesa è dedicata al Santissimo Crocifisso e si trova all’inizio di via Albergheria.

È paradossale dover constatare che se non fosse per il vicino murales – realizzato appena un anno fa da Igor Scalisi Palminteri – e in cui è effigiato Benedetto il Moro, di questo sito religioso non si accorgerebbe più nessuno. E infatti la chiesa è quasi un rudere, circondata da mura di contenimento che ne fanno solo intravedere la bella volta cinquecentesca. Eppure, prima che venisse presa di mira dalle fortezze volanti americani, essa custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”.

La sua vicenda artistica si lega a quella del viceré D’Albadelista, il quale, essendo rimasto uno dei pochi superstiti del rovinoso crollo della passerella in legno che era stata realizzata per accoglierlo dal suo ritorno da Messina, decise di commissionargli un quadro in cui era effigiata l’Immacolata Concezione. Il quadro venne collocato dentro la chiesa di Santa Maria di Piedrigrotta, un tempo ubicata tra l’antico porto della Cala ed il Castello a mare.

Oggi di quella chiesa, così come la chiesa Santissimo Crocifisso, non rimane che la cripta, nascosta in una zona ribassata del mercato Ittico. Ci auguriamo che la nuova riconfigurazione della zona del Castello a mare possa rendere fruibile questo luogo, magari ricollocandovi la decorazione in legno (che ricorda la tragedia del Castello a mare e che è attualmente custodita all’interno di Palazzo Abatellis) che si trovava sotto il quadro dell’Albina; e perché no, anche un’urna con le spoglie del Sozzo, che vennero ritrovate dalla Soprintendenza nella chiesa del Santissimo Crocifisso all’Albergheria.

* docente e scrittore

Del Santissimo Croficisso all’Albergheria resta solo la volta cinquecentesca, un tempo custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”

di Emanuele Drago *

Esiste ancora una chiesa a Palermo la cui storia è ai più sconosciuta; un sito che è anche un tipico esempio di come nella nostra città, per via delle notevoli stratificazioni storiche, ogni luogo sia legato e rimandi ad altro luogo. La chiesa è dedicata al Santissimo Crocifisso e si trova all’inizio di via Albergheria.

È paradossale dover constatare che se non fosse per il vicino murales – realizzato appena un anno fa da Igor Scalisi Palminteri – e in cui è effigiato Benedetto il Moro, di questo sito religioso non si accorgerebbe più nessuno. E infatti la chiesa è quasi un rudere, circondata da mura di contenimento che ne fanno solo intravedere la bella volta cinquecentesca. Eppure, prima che venisse presa di mira dalle fortezze volanti americani, essa custodiva le spoglie del pittore Giuseppe Albina, conosciuto per via bella sua bassa statura con l’appellativo di “sozzo”.

La sua vicenda artistica si lega a quella del viceré D’Albadelista, il quale, essendo rimasto uno dei pochi superstiti del rovinoso crollo della passerella in legno che era stata realizzata per accoglierlo dal suo ritorno da Messina, decise di commissionargli un quadro in cui era effigiata l’Immacolata Concezione. Il quadro venne collocato dentro la chiesa di Santa Maria di Piedrigrotta, un tempo ubicata tra l’antico porto della Cala ed il Castello a mare.

Oggi di quella chiesa, così come la chiesa Santissimo Crocifisso, non rimane che la cripta, nascosta in una zona ribassata del mercato Ittico. Ci auguriamo che la nuova riconfigurazione della zona del Castello a mare possa rendere fruibile questo luogo, magari ricollocandovi la decorazione in legno (che ricorda la tragedia del Castello a mare e che è attualmente custodita all’interno di Palazzo Abatellis) che si trovava sotto il quadro dell’Albina; e perché no, anche un’urna con le spoglie del Sozzo, che vennero ritrovate dalla Soprintendenza nella chiesa del Santissimo Crocifisso all’Albergheria.

* docente e scrittore

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Il palazzo dimenticato dove nacque il beato Geremia

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

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