La chiesa “spagnola” e il misterioso crocifisso rubato

Sant’Eulalia dei Catalani, oggi sede dell’Istituto Cervantes, è uno scrigno di storie che intrecciano arte e letteratura

di Emanuele Drago*

Nel centro storico di Palermo, in via Argenteria Nuova, all’inizio della strada che conduce al vecchio porto della Cala, si trova un’antica elegante facciata d’impianto plateresco. Al centro del portale d’ingresso, sotto ghirlande che riproducono al loro interno i busti di alcuni sovrani, spicca un’aquila aragonese in tufo, la quale, oltre a racchiudere l’immagine di un lingotto d’argento, raffigura anche le antiche colonne d’Ercole; un simbolo che sembra sposarsi benissimo col nome della via, essendo in quel periodo Palermo una fucina di “specializzati” argentieri che lavoravano l’argento che gli spagnoli estraevano dalle miniere boliviane di Potosì.

L’interno della chiesa

Nel luogo, appena oltre la facciata, dove adesso ha sede l’Instituto Cervantes, si trova la chiesa di Sant’Eulalia, cuore nevralgico della folta comunità di mercanti catalani che operavano a Palermo. Da quanto è dato sapere, la chiesa venne edificata già nel XV secolo e venne dedicata alla giovane martire barcellonese, appunto Sant’Eulalia. L’edificio religioso, ormai da tempo sconsacrato, venne più volte riconfigurato; ma ancora oggi è possibile ammirare l’antica struttura a croce greca, oltre ai quattro pilastri in marmo broccatello maculato che giunsero alla Vucciria da una cava spagnola. La chiesa, dopo essere stata abbandonata per diversi anni all’incuria e al degrado, nel 1991 venne ristrutturata e consegnata ai reali di Spagna.

Il Cristo di Barcelò

L’unica opera che ancora qualche anno fa vi si trovava era un affascinante e misterioso crocifisso seicentesco, poi trafugato; così, su quello spazio vuoto, l’estroso artista maiorchino, Miquel Barcelò, presente negli anni Novanta a Palermo, durante il Festival del Novecento, aveva pensato bene di realizzarvi una sua inquietante opera: un disegno in carboncino in cui era raffigurato un somaro crocifisso, ma appeso all’ingiù. L’artista, trovandosi davanti a un luogo ormai spoglio di ogni cosa (come già detto il bel crocifisso ligneo era stato da poco trafugato) lo trasformò nel suo personale atelier. Così, grazie a Barcelò, tra teschi a forma di vaso e altre sculture potentemente allusive, riprese vita (seppur sotto altre sembianze) il Cristo trafugato.

Un ritratto di Cervantes

Mi sembra opportuno fare riferimento alla nascita dell’Istituto di lingua e cultura spagnola “Cervantes” (uno dei quattro presenti in Italia) avvenuta non a caso nel 2005, anno in cui ricorrevano i quattro secoli dalla comparsa del “Don Chisciotte” di Cervantes, il grande letterato spagnolo che nel 1574 aveva visitato Palermo e che quattro anni dopo dovette condividere la sua cella algerina col più importante poeta siciliano del XVI secolo: Antonio Veneziano. A quanto pare il grande poeta castigliano rimase così affascinato dalla personalità del monrealese, che gli volle dedicare alcune lettere, alle quali il Veneziano rispose con dei versi, oggi custodite nel Museo Diocesano di Barcellona.

Infine, va ricordato che, in un importante testo di letteratura moderna si fa a anche riferimento alla chiesa di Sant’Eulalia di Palermo. Infatti, nelle ultime pagine dello splendido libro “Oublier Palerme” scritto nel 1966 dalla compianta Edmonde Charles Roux, il protagonista della storia, l’italoamericano Carmine Bonavia, prima di essere ucciso, si troverà a fianco del venditore di gelsomini, proprio sotto i ruderi della chiesa, negli anni Sessanta ancora in stato di totale abbandono.

*Docente e scrittore

La chiesa di San Matteo e il mistero dei Beati Paoli

Il gioiello del barocco palermitano che si affaccia sul Cassaro è uno scrigno d’arte, tra tombe di personaggi illustri e passaggi segreti

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo una chiesa la cui sontuosa facciata sembra essere sacrificata all’assenza di una adeguata prospettiva, questa è indubbiamente la chiesa di San Matteo al Cassaro. La facciata fu realizzata da Mariano Smiriglio e presenta sulle nicchie laterali, oltre alla statua di San Matteo, anche quella dedicata a San Mattia. Va detto che in origine questa chiesa si trovava sul lato opposto della strada, accanto alla Salita dei Musici, ed era proprietà del convento di Santa Caterina d’Alessandria. Tuttavia, a partire dal Seicento, grazie alla raccolta di donativi ed elemosine fatte all’ordine dei Miserenimi, che si prefiggeva la salvezza delle anime del Purgatorio, a partire dal 1633 venne ricostruita in forme più maestose.

La cripta di San Matteo

All’interno della chiesa, oltre a un bel bassorilievo in stucco realizzato da Giacomo Serpotta, e agli eleganti medaglioni con cui Bartolomeo Sanseverino decorò la navata centrale, meritano una particolare attenzione le quattro statue che raffiguravano la Giustizia, la Fede, la Speranza e la Carità, poste sui pilastri del transetto, e soprattutto la bella volta del soffitto in cui si può ammirare un’Apoteosi di San Matteo e Mattia e una Liberazione delle anime purganti realizzata dal pittore palermitano Vito D’Anna.

La porticina segreta

Ma, oltre che per le sue opere, la chiesa è ricordata come uno dei luoghi in cui gli adepti di una sedicente setta, conosciuta come Beati Paoli (di cui vennero narrate le vicende nell’omonimo romanzo d’appendice scritto da Luigi Natoli) per mezzo di una porticina segreta presente dietro il genuflessorio della sacrestia, dopo aver attraversato gli stretti cunicoli del centro storico, come fantasmi si dileguavano per poi ricomparire indisturbati in altri luoghi della città. Ma la chiesa è anche il luogo in cui un tempo, dentro fosse comuni, vennero sepolti due grandi artisti palermitani: lo scultore Giacomo Serpotta, il più grande stuccatore di tutti i tempi e il pittore Vito D’Anna, il più raffinato interprete del Rococò palermitano.

La tomba dell’abate Vella

Ma le storie che custodisce la chiesa di San Matteo non finiscono certo qui; ad esempio, vicino l’ingresso, sulla navata sinistra è possibile ammirare il monumento funerario dedicato a Rosario Gregorio, l’importante storiografo che contribuì a smascherare quella che gli storici chiamarono “arabica impostura” o “minzogna saracina”. Una vicenda di cui parlò lungamemente, in un noto romanzo dal titolo “Il Consiglio D’Egitto”, lo scrittore Leonardo Sciascia. Una vicenda che si colloca nel 1782, quando era viceré di Sicilia l’illuminato Domenico Caracciolo e che vide come protagonista monsignor Giuseppe Vella. Il prelato maltese millantò di aver tradotto un testo arabo, presente nell’abbazia di San Martino delle Scale, che rivelava l’assoluta autonomia della monarchia e del diritto siciliano.

La tomba di Rosario Gregorio

Ma il falso storico venne svelato da Rosario Gregorio e dall’arabista viennese Joseph Hager. I due scoprirono che i codici tradotti dal Vella (Il Consiglio di Sicilia e Il Consiglio d’Egitto) in realtà erano stati palesemente contraffatti; addirittura, nel caso del primo manoscritto, più che della storia della Sicilia, si trattava della manomissione della storia del profeta Maometto. Così, il Vella, dopo uno storico processo, fu condannato a quindici anni di prigionia e venne rinchiuso presso un casolare vicino a Monreale. Oggi, per un beffardo gioco del destino, il suo corpo si trova sepolto in questa chiesa, proprio di fronte alla lapide di Rosario Gregorio, ovvero colui che lo smascherò. Ci auguriamo che al più presto, visto il potenziale storico, oltre che artistico che la chiesa custodisce, si possa mettere mano a un completo restauro.

*Docente e scrittore

Da gioiello a rudere: quella ferita nel cuore di Palermo

Era un tempo la dimora dei Papè, principi di Valdina, un edificio sfarzoso nel cuore di Palermo, che custodiva all’interno anche una chiesa normanna

di Emanuele Drago*

C’è ancora un rudere che sembra non voler abbandonare il centro storico di Palermo e che lascia i turisti, ogni volta che vi passano accanto, interdetti. Stiamo parlando di ciò che resta del palazzo Papè Valdina, una dimora che si trova sul Cassaro, appena oltre palazzo Castrone e che in origine possedeva un elegantissimo piano nobile. La nascita del palazzo risale al XV secolo, quando la proprietà di un certo Nicolò Leonforte venne aggregata alla chiesa di San Tommaso Cautauriense. Poi, dopo essere passata al Barone di Fiumesalato, pervenne ai Valdina che provvidero a restaurarlo.

Ingresso su via del Protonotaro

Cristoforo Papè Valdina (e poi il figlio Ugo e il nipote Giuseppe) acquistò la prestigiosa carica di Protonotaro del Regno, ovvero una importantissima funzione che lo pose a capo dei notai della Cancelleria Regia. Prima dello scempio prodotto dalla Seconda guerra mondiale, durante la quale una bomba lo distrusse, il palazzo possedeva nella volta dell’ampio salone alcuni affreschi realizzati dal pittore Antonio Manno. Ma altre stanze erano una sala rossa, chiamata anche stanza del re; una sala completamente addobbata con vasi di Sperlinga; un salone da ballo rivestito con tappezzerie di seta gialla e oro zecchino e un’ampia pinacoteca.

Il palazzo era anche conosciuto per via di una piccola chiesa che si trovava sul retro; una chiesa normanna dedicata a San Tommaso di Canterbury. Sembra infatti che, in seguito dell’assassinio del Santo, ordinato dal re Enrico II Plantageneto, molti seguaci e parenti furono costretti a lasciare l’Inghilterra, trovando ospitalità nella Palermo normanna. Qualche anno dopo, in seguito alla diffusione del culto del Santo, la regina Giovanna si fece promotrice e protettrice dei suoi compatrioti: fu in quel contesto che nel 1173 i profughi inglesi promossero l’edificazione della chiesa.

Statua del Cristo sull’ex Ospizio Artale

Ma la strada del Protonotaro del Regno, un tempo conosciuta come “Ruga di la Djmonia”, oltre a conservare ancora oggi tracce delle bifore medievali dell’Ospizio Grande in cui abitava la famiglia Artale, presenta proprio all’inizio, su uno spigolo, ad angolo con via Vittorio Emanuele, una statuetta in cui è raffigurato un Cristo con sotto un imprecisato stemma gentilizio. La statuetta, a quanto pare, essere sarebbe stata collocata come gesto di devozione compiuto dalle famiglie della prestigiosa strada, appunto gli Artale.

*Docente e scrittore

Un viaggio nel tempo tra le ville di Partanna Mondello

Nel quartiere a nord di Palermo antichi bagli furono trasformati nel Settecento in eleganti dimore nobiliari, alcune diventate anche set per riprese cinematografiche

di Emanuele Drago*

Il quartiere di Partanna, a Palermo, posto a ridosso della nota località balneare di Mondello, ha un’antichissima storia. Abitato fin dall’età preistorica, nel XVIII secolo divenne feudo della famiglia Grifeo, la quale aveva acquistato il titolo di principi di Partanna, località in provincia di Trapani in cui il prestigioso casato possedeva un castello. È singolare scoprire che Girolamo Grifeo, principe di Partanna, all’inizio del Settecento avesse sposato una certa Laura La Grua, omonima parente della disgraziata baronessa di Carini, morta tragicamente due secoli prima per mano del padre.

Villa Partanna

Oltre a Villa Partanna – il cui impianto planimetrico e la scala a tenaglia ricordano alcune ville di Bagheria – la zona possiede anche altre ville, molte delle quali si trovano in via Castelforte, la lunga e tortuosa arteria che ricongiunge Partanna Mondello con Pallavicino. Stiamo parlando di antichi bagli trasformati nel Settecento in ville (ci piace menzionare anche i villini Politi, Anca e Procida) ed a cui erano addossati importanti torri di avvistamento che avevano la funzione di difendere le costa a nord della città dalle scorrerie saracene.

Ninfeo di Villa Scalea

Ora, oltre alla villa appartenuta ai Mercadante ed agli Oriales, principi di Castelforte (sebbene poi quest’ultima dimora sia stata riconfigurata nella seconda metà dell’Ottocento in stile neogotico dal principe di Granatelli), la zona custodisce anche un’altra sontuosa dimora che nel 1714 venne acquistata da Giuseppe Branciforti, principe di Scordia, e poi ancora dai Lanza di Scalea. Villa Scalea, appunto, appartenuta nel XVI secolo alla famiglia Bologna, nel Settecento transitò dai gesuiti a Giuseppe Lanza Branciforte, e poi da quest’ultimo al principe di Scordia. Ma fu sotto i Lanza di Scalea che sul finire dell’Ottocento venne riconfigurata. Infatti, al posto dello scalone a doppia rampa venne realizzato un ingresso porticato. Ma la villa, oltre che per la sala ottagonale e il giardino d’inverno d’ispirazione liberty, è conosciuta soprattutto per il suo affascinante parco e ninfeo, spesso utilizzato come set cinematografico, come avvenne nei film “Il viaggio” di Vittorio De Sica e “Mario e il mago” del regista austriaco Klaus Maria Brandauer. Il particolarissimo ninfeo è una sorta di piccolo arco di trionfo barocco che, a quanto pare, il principe di Scordia aveva fatto trasportare dall’altra villa che possedeva in contrada Mezzomonreale, e cioè Villa Camastra, oggi più nota come Villa Tasca di Almerita.

Villa Wirz

Ma certamente, oltre a Villa Scalea, la più affascinate villa di Partanna è Villa Wirz, non soltanto perché viene considerata la più antica dell’intera piana dei Colli, ma anche perché ad essa è anche legato il soggiorno a Palermo dell’ammiraglio Nelson e dell’amata Emma Hamilton. Nata in origine come baglio fortificato di proprietà della famiglia Castrone, dopo alcuni passaggi di proprietà pervenne agli Achates, la cui ultima discendente s’imparentò con i Wirz. Villa De Simone Wirz è un luogo davvero affascinante e che riserva tante sorprese, a cominciare dalla grande facciata: un prospetto interamente realizzato in pietra grigia, dalle cui due ali corre giù uno scalone dalla particolarissima elegante. Ma anche le sorprese che custodisce l’interno non sono da meno; due su tutte: il grande salone con lo splendido tetto a cassettoni e il preziosissimo pavimento della sala da ballo, un lucido acciottolato interamente ricoperto da nitide mattonelle in maiolica.

*Docente e scrittore

(Nella foto grande Villa Castelforte, dal sito mondello.ilglicine.net)

C’è una Zisa anche a Londra e si nasconde in un museo

La Arab Hall della casa di Frederic Leighton, artista preraffaelita, ricorda la Sala della Fontana del monumento di Palermo

di Emanuele Drago*

Spesso sotto l’intonaco dei palazzi di Palermo, ancora oggi capita di scoprire nuove stanze che rivelano una bellezza insospettata e che ritornano a destare l’interesse di architetti o studiosi. In alcuni casi, come è avvenuto nel 2013 dopo la scoperta della Camera delle Meraviglie di via Porta di Castro, critici e studiosi vengono un po’ da tutto il mondo, non solo con l’intento di ammirarne la bellezza e decifrarne i misteri, ma anche di veder riprodotta dentro una comune casa del centro storico di Palermo, un pezzo d’oriente.

La Arab Hall

Ma a volte può accadere anche il contrario; ovvero, di trovarci noi lontani da Palermo come turisti, e scoprire una stanza che sembra riprodurre la Sala della Fontana del palazzo della Zisa. Il luogo di cui stiamo parlando è la Arab Hall, la più sorprendente stanza che si trova presso il museo Frederic Leighton di Londra, a pochi passi da Hollard Park Road, un luogo conosciuto per le sue architetture vittoriane. Si tratta di un’opera che l’artista preraffaellita Frederic Leighton, cavaliere a Windson e baronetto dalla vita sregolata, commissionò nel 1860 all’architetto, nonché amico, George Aitcheson.

Frederic Leighton

Non sappiamo se l’artista o l’architetto furono mai a Palermo, ma appare evidente l’influenza della Sala della Fontana del palazzo della Zisa. La Arab Hall è coperta da una splendida cupola d’oro con tamburo ottagonale; inoltre, tutte quante le pareti sono impreziosite da piccole piastrelle policrome smaltate, che probabilmente Leighton comprò durante i suoi numerosi viaggi. Dopo la sua morte, ciò che era presente nella sua casa fu venduto alla Società delle Belle Arti e poi da lì confluì nella collezione del nuovo Leighton House Museum. Una nota conclusiva: ammirando la Arab Hall, forse anche per via del cromatismo, al visitatore non potrà che venire in mente, oltre che la sala della millenaria Zisa, la Camera delle Meraviglie dell’Albergheria.

*Docente e scrittore

(Foto Leighton House Museum www.rbkc.gov.uk)

Quel vicolo dove nacque il padre di Frank Sinatra

La famiglia di “The Voice” si trasferì alla fine dell’Ottocento da Lercara Friddi nel capoluogo per poi imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti

di Emanuele Drago*

C’è un quartiere a Palermo che fa da cerniera ai rioni di Romagnolo e di Brancaccio e che si dipana lungo la strada che era la naturale prosecuzione, extra moenia, di via Garibaldi (un tempo nota come via Porta Thermarum). Stiamo parlando della lunga strada da cui i Mille, guidati dall’eroe dei due mondi, ebbero accesso alla città; appunto, del corso dei Mille e del quartiere chiamato Settecannoli.

La chiesa del Santissimo Salvatore in corso dei Mille

La zona, anticamente, era ricca di sorgenti, tant’è che, ancora oggi, oltre ai numerosi mulini che servivano alla molatura del sale, si possono scorgere, seppur nascoste tra le strette stradine, delle antiche strutture che fungevano da lavatoi pubblici. Uno di questi lavatoi si trova ancora sul retro della chiesa del Santissimo Salvatore, in via Cirrincione. Subito oltre la chiesa v’era una locanda, conosciuta come “Musica d’Orfeo”, che diede il toponimo alla zona, in quanto presentava all’esterno un affresco in cui era ritratto il poeta Orfeo con la lira. Inoltre, sotto l’immagine, v’era anche un pubblico abbeveratoio con sette “cannoli” (termine che in siciliano significa fontane). Fu proprio in seguito allo spostamento del corso del fiume Oreto che il quartiere si espanse. Ma il rione era anche conosciuto per via di una pietanza che lo aveva reso celebre, un piatto povero che veniva preparato soffriggendo la zucca rossa, insieme all’aglio e all’aceto: il cosiddetto “fegato dei Settecannoli”. D’altro canto, non è la prima volta che le classi più umili della città facevano di necessità virtù, trasformando i variegati ingredienti di cui disponeva la cucina mediterranea in nuove gustose pietanze.

Frank Sinatra

A proposito del quartiere Settacannoli, appare sorprendente ciò che recentemente è stato scoperto. Infatti, proprio in vicolo Musica d’Orfeo, che un tempo faceva parte della tortuosa via Settecannoli, esattamente all’allora civico 591 nacque Antonino Sinatra, il padre di “The Voice”, il grande Frank Sinatra. La scoperta è stata fatta all’ufficio anagrafe di Palermo, ed ha definitivamente fatto chiarezza su una diatriba durata parecchi anni. Quindi, contrariamente a quanto si è creduto fino a pochi anni fa, il padre di Frank Sinatra non era originario di Palagonia.

Vicolo Musica d’Orfeo a Settecannoli

La falsa origine catanese è stata svelata agli inizi del duemila da due giornalisti irlandesi, Anthony Summers e Robbyn Swan, quando, dovendo scrivere una biografia sul mitico Frank, scoprirono nei registri di Ellis Island l’origine lercarese del nonno. Ma non contenti di quanto avevano svelato, i due ricercatori irlandesi si recarono a Lercara e, grazie all’aiuto dello storico Nicolò Sangiorgio, oltre a visionare il certificato di matrimonio dei nonni di Frank, appresero un’altra notizia: che alla fine dell’Ottocento tutta quanta la famiglia Sinatra si era trasferita nel capoluogo dell’Isola. 

Certificato di nascita di Antonino Sinatra

Non passò molto che dal Comune di Palermo venne fuori l’estratto di nascita di tre dei cinque figli di Francesco Sinatra, il nonno calzolaio di “The Voice”. Ebbene, nel certificato anagrafico si evinceva che uno dei tre, ovvero Antonino – il padre di Frank Sinatra – era nato a Settecannoli il 4 maggio del 1894. Per la verità, quella di Antonino a Palermo dovette essere una permanenza breve e tormentata, se è vero che un bel giorno, ancora giovanissimo, decise d’imbarcarsi con moglie e i figli alla volta dell’America.

*Docente e scrittore

Alla scoperta di Mondello, il borgo del cane che dorme

La borgata marinara di Palermo sorge dove prima si trovava un vecchio pantano, poi prosciugato, abitato da una piccola comunità di contadini

di Emanuele Drago*

Su un ampio braccio di mare, tra le azzurre increspature delle onde, si scorge un angolo di paradiso. Un luogo che sorse su quello che un tempo era un vecchio pantano denominato piano del Gallo e che era abitato, fin dal XII secolo – per la verità, tracce umane sono state attestate fin dalla preistoria – da una piccola comunità di contadini. Tuttavia, fu soprattutto grazie all’inurbamento dei fondi appartenuti alle famiglie Catalano e La Barbera che l’antico pantano conobbe un notevole sviluppo.

Mondello

La zona in origine possedeva – in prossimità di via Castelforte – numerosi qanat, cunicoli che convogliavano le acque dolci della sorgente Ayguade in uno preciso punto. Fu proprio lì che si generò il lago artificiale, un luogo al quale si legarono tutte le future attività di quasi cento famiglie di contadini. Oltre all’allevamento bovino e ovino, si estraeva il sale, ma anche il tannino, sostanza che veniva utilizzata per la concia delle pelli. Tuttavia, tra il XVII e il XIX secolo, l’aria salubre del lago venne contaminata dagli animali, ragion per cui, il pescoso laghetto divenne di fatto un pantano. Ma, intorno al 1890, grazie all’azione svolta dall’amministrazione comunale guidata da Emanuele Paternò – ma anche grazie al contributo del principe di Scalea – l’enorme pantano venne colmato con la terra rossa estratta dal Monte Pellegrino; inoltre, anche l’acqua salmastra venne convogliata a mare per mezzo di una conduttura sotterrata chiamata ferro di cavallo.

Monte Pellegrino e lo Stabilimento

Fu così che a partire dal 1916, la zona, ormai divenuta proprietà demaniale, venne lottizzata e oltre alle numerose ville liberty nacque anche uno stabilimento con ristorante in riva al mare. Così nacque Mondello, il simbolo della Palermo Liberty, nata alle spalle del Monte Pellegrino, la cui sagoma vista dalla spiaggia fa pensare a un cane che dorme. Una borgata marinara lontana dalle mortificazioni edilizie e dalle drastiche trasformazioni che stavano caratterizzando la città. Ma da dove deriva il termine Mondello? Ora, sembra che in origine fosse chiamata Mars at tin, ossia porto di fango, mentre il termine non deriverebbe altro che da un’unità di misura utilizzata dai pescatori della zona per gli scambi commerciali.

Foto d’epoca dal libro “Mondello ieri e oggi” di Riccardo Agnello

Per giungervi bisogna superare viale Regina Margherita, non prima di aver ammirato piazzetta Caboto, un giardino in cui si trova una stele dedicata a Clemente Ravetto, il primo uomo che all’inizio del secolo sorvolò la città. Ma tutta quanta Mondello è piena di villette i cui nomi risuonavano nella mente come una danzante cantilena. Prima di costeggiare il lungomare, si giunge in un’altra piazza denominata Valdesi, il cui nome è legato alla famiglia spagnola dei Valdez, la quale, nel XVII secolo, grazie ai cospicui guadagni ottenuti durante il periodo dell’inquisizione – don Ferdinando Alvarez Valdes era un noto inquisitore – vi aveva edificato un proprio baglio agricolo, poi convertito in villa.

Villino Gregorietti

Come già accennato, la zona venne lottizzata grazie a un progetto redatto da una società belga che realizzò, oltre a un sistema tranviario di collegamento tra la località di mare e la città, l’edificazione di una serie di ville liberty che facevano da cornice all’ambito golfo. Tra queste ville ricordiamo il villino Gregorietti e Lentini, ma anche, sul versante opposto – presso Punta Celesi e il circolo canottieri “Ruggero di Lauria” – la villa dei Ducrot, l’originaria residenza degli ebanisti e industriali che abbellirono gli interni dei villini e dei palazzi liberty della città.

Lo Stabilimento

Percorrendo invece via Regina Elena, si può ammirare uno dei simboli di Mondello: il grande stabilimento che dà sul mare e che venne costruito dall’impresa Rutelli, su progetto di Rudolf Stualker. Possiede all’ingresso un’elegante esedra a piloni con piastrelle maiolicate; quest’ultima dà l’accesso al pontile che, attraversando il mare, giunge fin all’elegante stabilimento balneare con annesso un ristorante. Prima di raggiungere la piazza, appena di fronte al mare, si trova una torre di difesa alta oltre venti metri, mentre, poco oltre, proprio dentro la piazza, è allocata una fontana con la statua bronzea di una sirena.

Esedra all’ingresso dello Stabilimento

Ora, sembra nei pressi dello slargo, nella metà del XV, vi fosse una tonnara e un baglio attorno al quale nacque il primo nucleo abitativo della borgata, con relativa chiesa dedicata della Madonna delle Grazie. La tonnara, a partire dal Seicento, fu acquistata da Alfonso Guiglia che si fregiò del titolo di barone di Mondello. I successivi proprietari furono i Gerbino, baroni di Gulfotta e, prima della completa chiusura avvenuta nel 1955, i fratelli D’Acquisto e Caputo. Ed era proprio su questo punto che si trovava l’antico stenditoio in cui i pescatori facevano asciugare le proprie reti. Superata la chiesa, sempre costeggiando il mare, si giunge nei pressi di un pianoro, luogo in cui è presente un albergo. Nei pressi del pianoro e dell’albergo si trova una seconda torre, denominata Torre del Fico d’india, struttura attorno alla quale, durante la costruzione dell’albergo, furono rinvenuti reperti archeologici risalenti al Paleolitico superiore.

Torre del Fico d’India

Da via Gallo, inoltre, è possibile accedere alla riserva naturale e marina che si estende fino a punta Barcarello, ricca, per oltre sei chilometri, di sentieri e grotte marine. Il monte Gallo è alto 562 metri e deriva il proprio nome dall’arabo “Galh”, termine che, ponendolo in relazione altimetrica col Pellegrino, indica quello “più piccolo”. La zona in passato fu anche meta di pellegrinaggi religiosi, come d’altronde attestano alcuni ritrovamenti avvenuti dentro la fossa del Gallo; luogo presso cui, in una grotta denominata “della Regina”, sono state rinvenute raffigurazioni di tre navi puniche. Ma altre importanti grotte si trovano in località “Marinella”: tra esse grande rilievo hanno le grotte della Perciata, Vitelli, Capraio, Vaccari e Caramula.

*Docente e scrittore

Da Sferracavallo a Tommaso Natale: un tuffo nel passato

Le due borgate di Palermo erano ricche di ville, chiese e torri, alcune delle quali ancora oggi nascoste tra i palazzi della nuova città

di Emanuele Drago*

La contrada di Tommaso Natale, a Palermo, sorse a metà del Settecento su un’ampia area ricca di vigneti e boschi. Per giungervi si percorre via San Lorenzo e Cardillo, tortuose arterie in cui fanno bella mostra numerose e sontuose dimore quali Villa Boscogrande – tra l’altro nel 1962 set privilegiato da Luchino Visconti per l’ambientazione de Il Gattopardo – Villa De Cordova – anch’essa divenuta nel 2007 set per una fiction sulla Baronessa di Carini – Villa Amari, Bonocore Maletto e Montalbano.

Tommaso Natale

Il cuore dell’antico borgo di Tommaso Natale è una piazza un tempo dotata di una fontana, oggi non più esistente, e di una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la quale, a partire dal 1901 sostituì l’antica chiesa “Nostra Signora dei Sette Dolori”. Dalla piazza si diparte la via marchese Natale, che per mezzo di un arco conduce alla settecentesca dimora dell’omonimo commerciante. A quanto pare, in origine, la chiesa del borgo non era altro che uno degli edifici presenti nella corte della villa, che venne adibito a cappella e per questo conosciuta come chiesa di Natale. Successivamente, l’abitazione signorile venne ereditata da un altro Tommaso Natale, marchese di Monterosato, noto filosofo e giurista. Di costui – che allora possedeva anche il palazzo in via porta di Termini, nel centro storico di Palermo – va menzionato un libro dal titolo “Riflessioni politiche intorno all’efficacia e necessità delle pene” che anticipò di ben otto anni il più celebre “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria.

Ingresso con arco a Villa Natale

Per la verità, Tommaso Natale aveva scritto anche altro: da un poema sulla filosofia di Leibniz esposta in versi, fino alla traduzione della stessa Iliade. Benché avesse girato le corti europee, esponendo agli amici quanto elaborato nelle sue “Riflessioni”, non volle mai pubblicare l’opera, perché ebbe il timore di incappare in possibili azioni da parte del Sant’Uffizio. Ma egli, oltre a distinguersi come consigliere di Stato, membro del catasto e delle Regie Poste, fu anche tra i primi a sostenere la laicizzazione dell’insegnamento

Lungomare di Sferracavallo

Dalla piazza Tommaso Natale, superate le ville Parisi e Rossi, si arriva alla località marinara di Sferracavallo. Leggendo i racconti del Villabianca si apprende che il nome della strada era dovuto al fatto che fosse ritenuta infelicissima, date le scabre selci che vi teneva e la sua pessima qualità, tanto che i cavalli a percorrerla perdevano il loro ferri, da cui ne derivò il toponimo di Sferracavallo. Alla metà del Settecento le aguzze felci vennero eliminate e venne realizzata una nuova strada dedicata al viceré Eustachio di Laviefuille.

Villa Natale in una foto d’epoca

La borgata, che si affaccia sul mare della costa nord ovest, tra Capo Gallo e Isola delle Femmine, era costellata da diverse torri di guardia che facevano parte del sistema difensivo contro le scorrerie piratesche. Da punta Matese fino a Barcarello vi erano allocate ben quattro diverse torri, alcune delle quali sono ormai dei ruderi (purtroppo, due di queste torri furono distrutte per costruire l’autostrada che porta a Trapani). Ma la costa è anche ricca di grotte; tra esse spiccano la Grotta Conza, sotto pizzo Monolfo. Ora, a partire dal 1350, la borgata venne anche denominata Calandria, in quanto l’omonima famiglia aveva deciso di edificarvi una grossa tonnara; tonnara accanto a cui, circa tre secoli dopo, sorse un agglomerato di case – la chiusa degli Amorello – il cui toponimo derivò dalla corruzione dei primi proprietari: ovvero, Anna e Giuseppe Morello.

Villa Arezzo Trifiletti in una foto d’epoca

Nella loro chiusa, alla fine del Seicento, la stessa famiglia decise di edificarvi “la chiesa dei tre vescovi” così chiamata per via del fatto che era nata vicino a tre diverse Diocesi (Palermo, Monreale e Mazara). Ma già nel 1840, non potendo più contenere l’enorme numero di fedeli, venne ampliata e sostituita da una nuova chiesa dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Questi due ex medici, divenuti santi protettori dei pescatori, ancora oggi vengono festeggiati il 26 settembre di ogni anno; i due simulacri lignei, che ritraggono le loro fattezze, vengono portati in processione e fatti ballare per le strade della contrada marinara. Oggi ciò che rimane dell’antica tonnara di Calandria – posta sul versante più a nord del porticciolo di Sferracavallo – è stato inglobato all’interno della villa Arezzo di Trifiletti.

Sulla parte opposta al braccio di mare, in direzione di Capo Gallo, si trovava invece la villa del Maggiore Amari. Tra le ville presenti vanno menzionate Villa Maniscalco Basile, Donzelli e Palazzotto. E fu grazie quest’ultima famiglia che a partire dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, prima con Giovan Battista e poi con Emanuele e Franceso Paolo, che la borgata venne lottizzata. Infine, non va dimenticato che il borgo marinaro, a partire dal 1913, ebbe anche un certo sviluppo turistico, in quanto, nella parte nord – occidentale venne edificato uno stabilimento balneare con palafitte e chalet.

*Docente e scrittore

C’era una volta Brancaccio, dove due mari si guardavano

Oggi è un popoloso quartiere di Palermo, ma un tempo era una fra le più fertili terre della Conca d’Oro, ricca di bagli, mulini e sorgenti d’acqua

di Emanuele Drago*

“Quale visione tu offri, Favara, eccelso palazzo! Oh tu soggiorno di voluttà, alle rive dei due mari. In te l’acqua si dipana in nove ruscelli, e tra gli alberi e il verde inumidisce i giardini…”. Leggendo questi versi del poeta Abd Ar Rahman, sembra davvero incredibile che il tempo buio della storia della città di Palermo, soprattutto durante le due guerre di mafia, sia riuscito a trasformare un luogo un tempo incantevole, quale fu appunto Brancaccio e Maredolce, in centro nevralgico in cui, fino a un quarantennio fa, ebbero luogo loschi maneggi e omicidi.

Ricostruzione dello specchio d’acqua di Maredolce sotto Ruggero II

Ma adesso che quei tristi tempi sono lontani, grazie anche alla voglia di riscatto di molta gente del luogo, oltre all’azione meritoria di varie associazioni laiche e religiose, diventa ancora più importante riscoprire la storia di una delle zone più fertili della Conca d’Oro, quale fu appunto Brancaccio. Il feudo di Brancaccio, fin dal Medioevo, era conosciuto come “Cassarorum” e constava di antichi ruderi o bagli agricoli (Bagli Alliata, Di Pisa, Molone di Sopra, Alici, Inguaggiato e soprattutto il baglio Federico) di alcune ville (Casa Buffa, villa Vignivales e Gallo) oltre a una torre posta ridosso della linea ferrata che collega Messina al capoluogo. Ma tutta quanta la zona era disseminata di mulini, macine in cui veniva lavorato il grano, e che venivano alimentate da numerose sorgenti e dai qanat di cui era ricca la zona. E d’altronde tutta quanta la corona di monti della Conca D’oro, a fronte di un tessuto urbano davvero esiguo, racchiudeva tre grandi parchi: il Genoardo, il Parco Nuovo che venne realizzato nella zona di Altofonte e l’antico parco della Fawwara.

Il Castello di Maredolce

Fu proprio su quest’ultimo parco che, a partire dalla metà del Settecento, grazie all’opera di don Antonio Brancaccio, potente amministratore della città di Monreale, di origini napoletane, la zona iniziò a popolarsi: risale infatti a quel periodo l’edificazione della chiesa di Sant’Anna, poi denominata del “Divino amore”, dedicata a San Gaetano di Thiene. Oltre ad Antonio Brancaccio, un altro personaggio che diede impulso allo sviluppo del quartiere fu il conte Federico, barone di San Giorgio e Villalba. Il conte, che già possedeva un palazzo all’Albergaria, edificò a pochi metri dal castello di Maredolce il proprio baglio agricolo. Alla fine di via Conte Federico, sulla piazza che prende il nome dell’Emiro Ja’far, si trova il castello di Maredolce. Costruito dalla dinastia Kalbita, dentro una più ampia cittadella fortificata e sui resti di un caravanserraglio, fu in seguito profondamente rimaneggiato dai normanni. Sembra che il Qasr possedesse anche un hammam, dotato di laconicum, calidarium e frigidarium; un luogo che è ormai impossibile rintracciare, in quanto le strutture del bagno termale sono state inglobate dentro una palazzina privata.

Una delle vasche alimentate della sorgente della Fawwara

Ruggero II si era talmente innamorato del luogo che, a partire dal 1071, al suadente palazzo di Ja’far al Kalbi II aveva deciso di far incorporare una cappella reale che venne consacrata ai santi Filippo e Giacomo. Ma il sovrano non volle limitarsi a ciò; infatti, oltre ad abbellire la struttura del palazzo, si occupò anche dei giardini che davano sulla parte interna della solatia. Così, per evitare che le copiose acque che scendevano dalla sorgente della Fawwara (68 litri al secondo) e precisamente dagli Archi di San Ciro, si disperdessero tra le campagne, decise di farvi edificare un grande muro di contenimento che, oltre a fungere da diga, finiva per creare un voluto effetto magico: chi si fosse posto alle pendici del monte Grifone, tra la verdeggiante campagna di Ciaculli, avrebbe ammirato due mari, il mare di acqua dolce creato artificialmente, e il mare Tirreno che bagnava la costa sud di Palermo.

Gli archi di San Ciro

Ma la bellezza del luogo, decantata da Ibn Hawqal e da Ibs Guibayr, era anche impreziosita dalla presenza sul grande lago di un isolotto creato artificialmente. Sembra che alla base dell’opera vi fosse una necessità estetica: far emergere dall’acqua dei ciuffi d’erba che, specchiandosi insieme agli alberi di agrumi sul lago, dessero vita a una profusione di colori. Insomma, una sorta di agdal siculo non dissimile da quello di Marrakesh.

Interni del Castello di Maredolce dopo il restauro

Recentemente lo studioso Josè Tito Rojo ha anche scoperto che l’isolotto, esteso per circa due ettari, non riproducesse altro che la forma della Sicilia stessa, così come veniva disegnate nelle immagini cartografiche del geografo Idrisi. Oggi del lago non v’è più traccia ma, a quanto pare, s’era già prosciugato al tempo di Federico II d’Aragona; tant’è che venne riutilizzato dai nuovi proprietari, – prima i Bologna e poi gli Agraz – come tenuta agricola. Col tempo l’intero manufatto cadde in uno stato di totale abbandono, finché, seppur con grande lentezza, a partire dagli inizi del Novecento e poi negli anni Trenta ebbero inizio i lavori di recupero dell’edificio. Lavori grazie ai quali il palazzo è stato liberato, non solo dalle numerose superfetazioni, ma perfino da edifici abusivi edificati fin dentro l’aula porticata.

La cupola dei Santi Filippo e Giacomo

Grazie ad altre tre ricognizioni archeologiche – avvenute tra l’inizio degli anni Novanta e nel 2011, guidate dai professori Amedeo Tullio e Emanuele Canzoneri – è stato anche possibile scoprire, oltre alle diverse stratificazioni presenti nel piano del calpestio, l’esistenza di ben tre fornaci, sotto il pavimento dell’aula porticata. Fornaci che evidentemente servivano alla produzione di oggetti in coccio per la lavorazione delle cannamele. In conclusione, ci auguriamo che in tempi brevissimi anche Maredolce venga ufficialmente annoverato tra i principali luoghi che costituiscono l’itinerario arabo normanno di Palermo. Non solo per le enormi stratificazioni storiche che il sito in sé ingloba, ma anche per il valore culturale, essendo stato uno dei principali luoghi in cui, durante il regno di Federico II Hohenstaufen, si riunì la Scuola poetica siciliana.

*Docente e scrittore

Gli affreschi di Borremans, il fiammingo di Sicilia

Sono tante le opere del pittore che arricchiscono chiese, conventi e palazzi sparsi in tutta l’Isola, alcune poco conosciute o da riscoprire

di Emanuele Drago*

Se il Serpotta può essere considerato il più alto rappresentate della scultura siciliana, con la sua innovativa lucentezza dello stucco; lo stesso, per quanto riguarda la pittura della prima metà del Settecento, può dirsi per il fiammingo Guglielmo Borremans. Nato ad Anversa, dopo una parentesi napoletana si trasferì in Sicilia, luogo in cui diede vita ad una copiosa produzione pittorica, sia su affresco, sia su tela. Tra le tante bellezze sparse per Palermo e per la Sicilia, ce ne sono ancora molte che non hanno avuto il giusto rilievo che meriterebbero. Affreschi i cui colori sono stati spenti, oltre che dall’incuria, dal potere corrosivo dell’umidità. Ma tutta quanta la Sicilia è piena della sua copiosa produzione: da Alcamo a Palermo, da Bagheria – passando per Ciminna, Caccamo, Caltanissetta, Leonforte e Nicosia – fino dentro al duomo di Catania. E poi ancora: Agrigento, Patti, Tindari, Siracusa, Buccheri.

Sala Borremans nel Museo Diocesano

È ormai da oltre due secoli assodato che il segreto per cui Guglielmo Borremans venne apprezzato e ricercato da diversi committenti può essere riassunto in una parola: cromatismo festoso. Egli infatti ebbe il merito di rinnovare la pittura, dandole nuovo impulso e liberandola dai giochi chiaroscurali degli epigoni del Caravaggio, in primis gli eccellenti Pietro Novelli e Mattia Preti. Egli, inoltre, all’amore per il dettaglio che aveva caratterizzato il realismo, antepose un gaio e festoso pittoricismo (tipico nella pittura del napoletano Luca Giordani), ma soprattutto la necessità di dare una particolare evidenza al colore.

Estasi di Santa Teresa (foto Effems, da Wikipedia)

Non sappiamo fino a che punto Guglielmo Borremans sembra avesse voluto riproporre in pittura ciò che in quegli anni stava realizzando Giacomo Serpotta con lo stucco; tuttavia, a un occhio attento, appare chiaro che, al di là dello schiarimento dei colori, abbia reso più leggere le forme rappresentate; tanto che, le sue vergini, i suoi dei e suoi santi, come gli angeli del Serpotta, sembrano levitare dolcemente dentro le volte dei palazzi e delle chiese. A Palermo sono tante le opere pittoriche attribuite al Borremans che sono andate perdute. Però ugualmente numerose sono quelle ancora visibili (segnaliamo tra le tante l’Estasi di Santa Teresa, nella chiesa di Santa Teresa alla Kalsa e la Visitazione della Vergine nell’oratorio del Rosario).

Volta della chiesa di San Ranieri e dei Quaranta Martiri Pisani

Ma di Borremans, oltre che le tele, non possiamo non ricordare soprattutto le volte, in quanto fu proprio questa sua capacità di trasformare le volte dei conventi e delle chiese in sontuosi drappeggi colorati, uno dei suoi punti di forza. Come già accennato precedentemente, se è vero che molto di Borremans abbiamo perso, tuttavia, va anche detto che tanto ancora ci rimane, anche se – forse – non adeguatamente valorizzato, tanto che si potrebbe dare vita ad un vero e proprio percorso borremansiano.

Volta del coro della Martorana

Oltre agli straordinari affreschi della Martorana, degli oratori di San Pietro ai Crociferi e dei Santi Elena e Costantino, meritano attenzione tre vere perle che, se adeguatamente veicolate, non potrebbero che lasciare palermitani e non a bocca aperta. La prima riguarda il sontuoso spettacolo che è nascosto nella volta del coro della chiesa della Martorana, e che allo stato attuale è inaccessibile al pubblico: un tripudio di angeli in mezzo a un portico decorato a trompe l’oeil, dai vivacissimi e delicati colori. La seconda spettacolare volta è quella realizzata da Borremans, ma probabilmente anche da aiuti, nella chiesa di San Ranieri e dei Santi Quaranta Martiri Pisani, alla Guilla. Infine, come non parlare della Sala Borremans che si trova all’interno del Museo Diocesano? Una sala che, come affermò negli anni Settanta il critico Maurizio Calvaresi, va annoverata e promossa al rango di una delle più preziose gemme d’arte della città di Palermo.

*Docente e scrittore

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