Alla scoperta di Mondello, il borgo del cane che dorme

La borgata marinara di Palermo sorge dove prima si trovava un vecchio pantano, poi prosciugato, abitato da una piccola comunità di contadini

di Emanuele Drago*

Su un ampio braccio di mare, tra le azzurre increspature delle onde, si scorge un angolo di paradiso. Un luogo che sorse su quello che un tempo era un vecchio pantano denominato piano del Gallo e che era abitato, fin dal XII secolo – per la verità, tracce umane sono state attestate fin dalla preistoria – da una piccola comunità di contadini. Tuttavia, fu soprattutto grazie all’inurbamento dei fondi appartenuti alle famiglie Catalano e La Barbera che l’antico pantano conobbe un notevole sviluppo.

Mondello

La zona in origine possedeva – in prossimità di via Castelforte – numerosi qanat, cunicoli che convogliavano le acque dolci della sorgente Ayguade in uno preciso punto. Fu proprio lì che si generò il lago artificiale, un luogo al quale si legarono tutte le future attività di quasi cento famiglie di contadini. Oltre all’allevamento bovino e ovino, si estraeva il sale, ma anche il tannino, sostanza che veniva utilizzata per la concia delle pelli. Tuttavia, tra il XVII e il XIX secolo, l’aria salubre del lago venne contaminata dagli animali, ragion per cui, il pescoso laghetto divenne di fatto un pantano. Ma, intorno al 1890, grazie all’azione svolta dall’amministrazione comunale guidata da Emanuele Paternò – ma anche grazie al contributo del principe di Scalea – l’enorme pantano venne colmato con la terra rossa estratta dal Monte Pellegrino; inoltre, anche l’acqua salmastra venne convogliata a mare per mezzo di una conduttura sotterrata chiamata ferro di cavallo.

Monte Pellegrino e lo Stabilimento

Fu così che a partire dal 1916, la zona, ormai divenuta proprietà demaniale, venne lottizzata e oltre alle numerose ville liberty nacque anche uno stabilimento con ristorante in riva al mare. Così nacque Mondello, il simbolo della Palermo Liberty, nata alle spalle del Monte Pellegrino, la cui sagoma vista dalla spiaggia fa pensare a un cane che dorme. Una borgata marinara lontana dalle mortificazioni edilizie e dalle drastiche trasformazioni che stavano caratterizzando la città. Ma da dove deriva il termine Mondello? Ora, sembra che in origine fosse chiamata Mars at tin, ossia porto di fango, mentre il termine non deriverebbe altro che da un’unità di misura utilizzata dai pescatori della zona per gli scambi commerciali.

Foto d’epoca dal libro “Mondello ieri e oggi” di Riccardo Agnello

Per giungervi bisogna superare viale Regina Margherita, non prima di aver ammirato piazzetta Caboto, un giardino in cui si trova una stele dedicata a Clemente Ravetto, il primo uomo che all’inizio del secolo sorvolò la città. Ma tutta quanta Mondello è piena di villette i cui nomi risuonavano nella mente come una danzante cantilena. Prima di costeggiare il lungomare, si giunge in un’altra piazza denominata Valdesi, il cui nome è legato alla famiglia spagnola dei Valdez, la quale, nel XVII secolo, grazie ai cospicui guadagni ottenuti durante il periodo dell’inquisizione – don Ferdinando Alvarez Valdes era un noto inquisitore – vi aveva edificato un proprio baglio agricolo, poi convertito in villa.

Villino Gregorietti

Come già accennato, la zona venne lottizzata grazie a un progetto redatto da una società belga che realizzò, oltre a un sistema tranviario di collegamento tra la località di mare e la città, l’edificazione di una serie di ville liberty che facevano da cornice all’ambito golfo. Tra queste ville ricordiamo il villino Gregorietti e Lentini, ma anche, sul versante opposto – presso Punta Celesi e il circolo canottieri “Ruggero di Lauria” – la villa dei Ducrot, l’originaria residenza degli ebanisti e industriali che abbellirono gli interni dei villini e dei palazzi liberty della città.

Lo Stabilimento

Percorrendo invece via Regina Elena, si può ammirare uno dei simboli di Mondello: il grande stabilimento che dà sul mare e che venne costruito dall’impresa Rutelli, su progetto di Rudolf Stualker. Possiede all’ingresso un’elegante esedra a piloni con piastrelle maiolicate; quest’ultima dà l’accesso al pontile che, attraversando il mare, giunge fin all’elegante stabilimento balneare con annesso un ristorante. Prima di raggiungere la piazza, appena di fronte al mare, si trova una torre di difesa alta oltre venti metri, mentre, poco oltre, proprio dentro la piazza, è allocata una fontana con la statua bronzea di una sirena.

Esedra all’ingresso dello Stabilimento

Ora, sembra nei pressi dello slargo, nella metà del XV, vi fosse una tonnara e un baglio attorno al quale nacque il primo nucleo abitativo della borgata, con relativa chiesa dedicata della Madonna delle Grazie. La tonnara, a partire dal Seicento, fu acquistata da Alfonso Guiglia che si fregiò del titolo di barone di Mondello. I successivi proprietari furono i Gerbino, baroni di Gulfotta e, prima della completa chiusura avvenuta nel 1955, i fratelli D’Acquisto e Caputo. Ed era proprio su questo punto che si trovava l’antico stenditoio in cui i pescatori facevano asciugare le proprie reti. Superata la chiesa, sempre costeggiando il mare, si giunge nei pressi di un pianoro, luogo in cui è presente un albergo. Nei pressi del pianoro e dell’albergo si trova una seconda torre, denominata Torre del Fico d’india, struttura attorno alla quale, durante la costruzione dell’albergo, furono rinvenuti reperti archeologici risalenti al Paleolitico superiore.

Torre del Fico d’India

Da via Gallo, inoltre, è possibile accedere alla riserva naturale e marina che si estende fino a punta Barcarello, ricca, per oltre sei chilometri, di sentieri e grotte marine. Il monte Gallo è alto 562 metri e deriva il proprio nome dall’arabo “Galh”, termine che, ponendolo in relazione altimetrica col Pellegrino, indica quello “più piccolo”. La zona in passato fu anche meta di pellegrinaggi religiosi, come d’altronde attestano alcuni ritrovamenti avvenuti dentro la fossa del Gallo; luogo presso cui, in una grotta denominata “della Regina”, sono state rinvenute raffigurazioni di tre navi puniche. Ma altre importanti grotte si trovano in località “Marinella”: tra esse grande rilievo hanno le grotte della Perciata, Vitelli, Capraio, Vaccari e Caramula.

*Docente e scrittore

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Da Sferracavallo a Tommaso Natale: un tuffo nel passato

Le due borgate di Palermo erano ricche di ville, chiese e torri, alcune delle quali ancora oggi nascoste tra i palazzi della nuova città

di Emanuele Drago*

La contrada di Tommaso Natale, a Palermo, sorse a metà del Settecento su un’ampia area ricca di vigneti e boschi. Per giungervi si percorre via San Lorenzo e Cardillo, tortuose arterie in cui fanno bella mostra numerose e sontuose dimore quali Villa Boscogrande – tra l’altro nel 1962 set privilegiato da Luchino Visconti per l’ambientazione de Il Gattopardo – Villa De Cordova – anch’essa divenuta nel 2007 set per una fiction sulla Baronessa di Carini – Villa Amari, Bonocore Maletto e Montalbano.

Tommaso Natale

Il cuore dell’antico borgo di Tommaso Natale è una piazza un tempo dotata di una fontana, oggi non più esistente, e di una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la quale, a partire dal 1901 sostituì l’antica chiesa “Nostra Signora dei Sette Dolori”. Dalla piazza si diparte la via marchese Natale, che per mezzo di un arco conduce alla settecentesca dimora dell’omonimo commerciante. A quanto pare, in origine, la chiesa del borgo non era altro che uno degli edifici presenti nella corte della villa, che venne adibito a cappella e per questo conosciuta come chiesa di Natale. Successivamente, l’abitazione signorile venne ereditata da un altro Tommaso Natale, marchese di Monterosato, noto filosofo e giurista. Di costui – che allora possedeva anche il palazzo in via porta di Termini, nel centro storico di Palermo – va menzionato un libro dal titolo “Riflessioni politiche intorno all’efficacia e necessità delle pene” che anticipò di ben otto anni il più celebre “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria.

Ingresso con arco a Villa Natale

Per la verità, Tommaso Natale aveva scritto anche altro: da un poema sulla filosofia di Leibniz esposta in versi, fino alla traduzione della stessa Iliade. Benché avesse girato le corti europee, esponendo agli amici quanto elaborato nelle sue “Riflessioni”, non volle mai pubblicare l’opera, perché ebbe il timore di incappare in possibili azioni da parte del Sant’Uffizio. Ma egli, oltre a distinguersi come consigliere di Stato, membro del catasto e delle Regie Poste, fu anche tra i primi a sostenere la laicizzazione dell’insegnamento

Lungomare di Sferracavallo

Dalla piazza Tommaso Natale, superate le ville Parisi e Rossi, si arriva alla località marinara di Sferracavallo. Leggendo i racconti del Villabianca si apprende che il nome della strada era dovuto al fatto che fosse ritenuta infelicissima, date le scabre selci che vi teneva e la sua pessima qualità, tanto che i cavalli a percorrerla perdevano il loro ferri, da cui ne derivò il toponimo di Sferracavallo. Alla metà del Settecento le aguzze felci vennero eliminate e venne realizzata una nuova strada dedicata al viceré Eustachio di Laviefuille.

Villa Natale in una foto d’epoca

La borgata, che si affaccia sul mare della costa nord ovest, tra Capo Gallo e Isola delle Femmine, era costellata da diverse torri di guardia che facevano parte del sistema difensivo contro le scorrerie piratesche. Da punta Matese fino a Barcarello vi erano allocate ben quattro diverse torri, alcune delle quali sono ormai dei ruderi (purtroppo, due di queste torri furono distrutte per costruire l’autostrada che porta a Trapani). Ma la costa è anche ricca di grotte; tra esse spiccano la Grotta Conza, sotto pizzo Monolfo. Ora, a partire dal 1350, la borgata venne anche denominata Calandria, in quanto l’omonima famiglia aveva deciso di edificarvi una grossa tonnara; tonnara accanto a cui, circa tre secoli dopo, sorse un agglomerato di case – la chiusa degli Amorello – il cui toponimo derivò dalla corruzione dei primi proprietari: ovvero, Anna e Giuseppe Morello.

Villa Arezzo Trifiletti in una foto d’epoca

Nella loro chiusa, alla fine del Seicento, la stessa famiglia decise di edificarvi “la chiesa dei tre vescovi” così chiamata per via del fatto che era nata vicino a tre diverse Diocesi (Palermo, Monreale e Mazara). Ma già nel 1840, non potendo più contenere l’enorme numero di fedeli, venne ampliata e sostituita da una nuova chiesa dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Questi due ex medici, divenuti santi protettori dei pescatori, ancora oggi vengono festeggiati il 26 settembre di ogni anno; i due simulacri lignei, che ritraggono le loro fattezze, vengono portati in processione e fatti ballare per le strade della contrada marinara. Oggi ciò che rimane dell’antica tonnara di Calandria – posta sul versante più a nord del porticciolo di Sferracavallo – è stato inglobato all’interno della villa Arezzo di Trifiletti.

Sulla parte opposta al braccio di mare, in direzione di Capo Gallo, si trovava invece la villa del Maggiore Amari. Tra le ville presenti vanno menzionate Villa Maniscalco Basile, Donzelli e Palazzotto. E fu grazie quest’ultima famiglia che a partire dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, prima con Giovan Battista e poi con Emanuele e Franceso Paolo, che la borgata venne lottizzata. Infine, non va dimenticato che il borgo marinaro, a partire dal 1913, ebbe anche un certo sviluppo turistico, in quanto, nella parte nord – occidentale venne edificato uno stabilimento balneare con palafitte e chalet.

*Docente e scrittore

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C’era una volta Brancaccio, dove due mari si guardavano

Oggi è un popoloso quartiere di Palermo, ma un tempo era una fra le più fertili terre della Conca d’Oro, ricca di bagli, mulini e sorgenti d’acqua

di Emanuele Drago*

“Quale visione tu offri, Favara, eccelso palazzo! Oh tu soggiorno di voluttà, alle rive dei due mari. In te l’acqua si dipana in nove ruscelli, e tra gli alberi e il verde inumidisce i giardini…”. Leggendo questi versi del poeta Abd Ar Rahman, sembra davvero incredibile che il tempo buio della storia della città di Palermo, soprattutto durante le due guerre di mafia, sia riuscito a trasformare un luogo un tempo incantevole, quale fu appunto Brancaccio e Maredolce, in centro nevralgico in cui, fino a un quarantennio fa, ebbero luogo loschi maneggi e omicidi.

Ricostruzione dello specchio d’acqua di Maredolce sotto Ruggero II

Ma adesso che quei tristi tempi sono lontani, grazie anche alla voglia di riscatto di molta gente del luogo, oltre all’azione meritoria di varie associazioni laiche e religiose, diventa ancora più importante riscoprire la storia di una delle zone più fertili della Conca d’Oro, quale fu appunto Brancaccio. Il feudo di Brancaccio, fin dal Medioevo, era conosciuto come “Cassarorum” e constava di antichi ruderi o bagli agricoli (Bagli Alliata, Di Pisa, Molone di Sopra, Alici, Inguaggiato e soprattutto il baglio Federico) di alcune ville (Casa Buffa, villa Vignivales e Gallo) oltre a una torre posta ridosso della linea ferrata che collega Messina al capoluogo. Ma tutta quanta la zona era disseminata di mulini, macine in cui veniva lavorato il grano, e che venivano alimentate da numerose sorgenti e dai qanat di cui era ricca la zona. E d’altronde tutta quanta la corona di monti della Conca D’oro, a fronte di un tessuto urbano davvero esiguo, racchiudeva tre grandi parchi: il Genoardo, il Parco Nuovo che venne realizzato nella zona di Altofonte e l’antico parco della Fawwara.

Il Castello di Maredolce

Fu proprio su quest’ultimo parco che, a partire dalla metà del Settecento, grazie all’opera di don Antonio Brancaccio, potente amministratore della città di Monreale, di origini napoletane, la zona iniziò a popolarsi: risale infatti a quel periodo l’edificazione della chiesa di Sant’Anna, poi denominata del “Divino amore”, dedicata a San Gaetano di Thiene. Oltre ad Antonio Brancaccio, un altro personaggio che diede impulso allo sviluppo del quartiere fu il conte Federico, barone di San Giorgio e Villalba. Il conte, che già possedeva un palazzo all’Albergaria, edificò a pochi metri dal castello di Maredolce il proprio baglio agricolo. Alla fine di via Conte Federico, sulla piazza che prende il nome dell’Emiro Ja’far, si trova il castello di Maredolce. Costruito dalla dinastia Kalbita, dentro una più ampia cittadella fortificata e sui resti di un caravanserraglio, fu in seguito profondamente rimaneggiato dai normanni. Sembra che il Qasr possedesse anche un hammam, dotato di laconicum, calidarium e frigidarium; un luogo che è ormai impossibile rintracciare, in quanto le strutture del bagno termale sono state inglobate dentro una palazzina privata.

Una delle vasche alimentate della sorgente della Fawwara

Ruggero II si era talmente innamorato del luogo che, a partire dal 1071, al suadente palazzo di Ja’far al Kalbi II aveva deciso di far incorporare una cappella reale che venne consacrata ai santi Filippo e Giacomo. Ma il sovrano non volle limitarsi a ciò; infatti, oltre ad abbellire la struttura del palazzo, si occupò anche dei giardini che davano sulla parte interna della solatia. Così, per evitare che le copiose acque che scendevano dalla sorgente della Fawwara (68 litri al secondo) e precisamente dagli Archi di San Ciro, si disperdessero tra le campagne, decise di farvi edificare un grande muro di contenimento che, oltre a fungere da diga, finiva per creare un voluto effetto magico: chi si fosse posto alle pendici del monte Grifone, tra la verdeggiante campagna di Ciaculli, avrebbe ammirato due mari, il mare di acqua dolce creato artificialmente, e il mare Tirreno che bagnava la costa sud di Palermo.

Gli archi di San Ciro

Ma la bellezza del luogo, decantata da Ibn Hawqal e da Ibs Guibayr, era anche impreziosita dalla presenza sul grande lago di un isolotto creato artificialmente. Sembra che alla base dell’opera vi fosse una necessità estetica: far emergere dall’acqua dei ciuffi d’erba che, specchiandosi insieme agli alberi di agrumi sul lago, dessero vita a una profusione di colori. Insomma, una sorta di agdal siculo non dissimile da quello di Marrakesh.

Interni del Castello di Maredolce dopo il restauro

Recentemente lo studioso Josè Tito Rojo ha anche scoperto che l’isolotto, esteso per circa due ettari, non riproducesse altro che la forma della Sicilia stessa, così come veniva disegnate nelle immagini cartografiche del geografo Idrisi. Oggi del lago non v’è più traccia ma, a quanto pare, s’era già prosciugato al tempo di Federico II d’Aragona; tant’è che venne riutilizzato dai nuovi proprietari, – prima i Bologna e poi gli Agraz – come tenuta agricola. Col tempo l’intero manufatto cadde in uno stato di totale abbandono, finché, seppur con grande lentezza, a partire dagli inizi del Novecento e poi negli anni Trenta ebbero inizio i lavori di recupero dell’edificio. Lavori grazie ai quali il palazzo è stato liberato, non solo dalle numerose superfetazioni, ma perfino da edifici abusivi edificati fin dentro l’aula porticata.

La cupola dei Santi Filippo e Giacomo

Grazie ad altre tre ricognizioni archeologiche – avvenute tra l’inizio degli anni Novanta e nel 2011, guidate dai professori Amedeo Tullio e Emanuele Canzoneri – è stato anche possibile scoprire, oltre alle diverse stratificazioni presenti nel piano del calpestio, l’esistenza di ben tre fornaci, sotto il pavimento dell’aula porticata. Fornaci che evidentemente servivano alla produzione di oggetti in coccio per la lavorazione delle cannamele. In conclusione, ci auguriamo che in tempi brevissimi anche Maredolce venga ufficialmente annoverato tra i principali luoghi che costituiscono l’itinerario arabo normanno di Palermo. Non solo per le enormi stratificazioni storiche che il sito in sé ingloba, ma anche per il valore culturale, essendo stato uno dei principali luoghi in cui, durante il regno di Federico II Hohenstaufen, si riunì la Scuola poetica siciliana.

*Docente e scrittore

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Gli affreschi di Borremans, il fiammingo di Sicilia

Sono tante le opere del pittore che arricchiscono chiese, conventi e palazzi sparsi in tutta l’Isola, alcune poco conosciute o da riscoprire

di Emanuele Drago*

Se il Serpotta può essere considerato il più alto rappresentate della scultura siciliana, con la sua innovativa lucentezza dello stucco; lo stesso, per quanto riguarda la pittura della prima metà del Settecento, può dirsi per il fiammingo Guglielmo Borremans. Nato ad Anversa, dopo una parentesi napoletana si trasferì in Sicilia, luogo in cui diede vita ad una copiosa produzione pittorica, sia su affresco, sia su tela. Tra le tante bellezze sparse per Palermo e per la Sicilia, ce ne sono ancora molte che non hanno avuto il giusto rilievo che meriterebbero. Affreschi i cui colori sono stati spenti, oltre che dall’incuria, dal potere corrosivo dell’umidità. Ma tutta quanta la Sicilia è piena della sua copiosa produzione: da Alcamo a Palermo, da Bagheria – passando per Ciminna, Caccamo, Caltanissetta, Leonforte e Nicosia – fino dentro al duomo di Catania. E poi ancora: Agrigento, Patti, Tindari, Siracusa, Buccheri.

Sala Borremans nel Museo Diocesano

È ormai da oltre due secoli assodato che il segreto per cui Guglielmo Borremans venne apprezzato e ricercato da diversi committenti può essere riassunto in una parola: cromatismo festoso. Egli infatti ebbe il merito di rinnovare la pittura, dandole nuovo impulso e liberandola dai giochi chiaroscurali degli epigoni del Caravaggio, in primis gli eccellenti Pietro Novelli e Mattia Preti. Egli, inoltre, all’amore per il dettaglio che aveva caratterizzato il realismo, antepose un gaio e festoso pittoricismo (tipico nella pittura del napoletano Luca Giordani), ma soprattutto la necessità di dare una particolare evidenza al colore.

Estasi di Santa Teresa (foto Effems, da Wikipedia)

Non sappiamo fino a che punto Guglielmo Borremans sembra avesse voluto riproporre in pittura ciò che in quegli anni stava realizzando Giacomo Serpotta con lo stucco; tuttavia, a un occhio attento, appare chiaro che, al di là dello schiarimento dei colori, abbia reso più leggere le forme rappresentate; tanto che, le sue vergini, i suoi dei e suoi santi, come gli angeli del Serpotta, sembrano levitare dolcemente dentro le volte dei palazzi e delle chiese. A Palermo sono tante le opere pittoriche attribuite al Borremans che sono andate perdute. Però ugualmente numerose sono quelle ancora visibili (segnaliamo tra le tante l’Estasi di Santa Teresa, nella chiesa di Santa Teresa alla Kalsa e la Visitazione della Vergine nell’oratorio del Rosario).

Volta della chiesa di San Ranieri e dei Quaranta Martiri Pisani

Ma di Borremans, oltre che le tele, non possiamo non ricordare soprattutto le volte, in quanto fu proprio questa sua capacità di trasformare le volte dei conventi e delle chiese in sontuosi drappeggi colorati, uno dei suoi punti di forza. Come già accennato precedentemente, se è vero che molto di Borremans abbiamo perso, tuttavia, va anche detto che tanto ancora ci rimane, anche se – forse – non adeguatamente valorizzato, tanto che si potrebbe dare vita ad un vero e proprio percorso borremansiano.

Volta del coro della Martorana

Oltre agli straordinari affreschi della Martorana, degli oratori di San Pietro ai Crociferi e dei Santi Elena e Costantino, meritano attenzione tre vere perle che, se adeguatamente veicolate, non potrebbero che lasciare palermitani e non a bocca aperta. La prima riguarda il sontuoso spettacolo che è nascosto nella volta del coro della chiesa della Martorana, e che allo stato attuale è inaccessibile al pubblico: un tripudio di angeli in mezzo a un portico decorato a trompe l’oeil, dai vivacissimi e delicati colori. La seconda spettacolare volta è quella realizzata da Borremans, ma probabilmente anche da aiuti, nella chiesa di San Ranieri e dei Santi Quaranta Martiri Pisani, alla Guilla. Infine, come non parlare della Sala Borremans che si trova all’interno del Museo Diocesano? Una sala che, come affermò negli anni Settanta il critico Maurizio Calvaresi, va annoverata e promossa al rango di una delle più preziose gemme d’arte della città di Palermo.

*Docente e scrittore

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C’era una volta la grande sinagoga di Palermo

Nel capoluogo siciliano si trovava una delle più numerose comunità ebraiche d’Italia. Ancora oggi sono visibili tracce del loro quartiere

di Emanuele Drago*

La presenza di una consistente comunità di ebrei a Palermo è attestata fin VI secolo, in alcune lettere scritte da Papa Gregorio I. Si tratta spesso di ebrei sefarditi, che provenivano dal Magreb, e che avevano forti contatti, sia economici, sia culturali con i musulmani. E in tal senso si spiegherebbe come mai avessero finito per chiamare Meschita il luogo in cui venne edificata la loro sinagoga.

Cortile del Notaro

Quella ebraica, fin dal periodo normanno, era una comunità fiorente. Si stima che, così come venne appurato tra il 1170 e 1173 dal mercante Benjamin da Tudela, in visita in quegli anni nel capoluogo, nella sola Palermo ne risiedessero ben 8000; insomma, era certamente la più grande comunità della Sicilia se non d’Italia. Un numero destinato ad aumentare, se si considera che prima della promulgazione nel 1492 dell’Editto di Granada – che di fatto ne decretò l’espulsione – il loro numero raggiunse addirittura le 30mila unità.

Tipiche abitazioni ebraiche in vicolo Meschita

Una testimonianza della grandezza della sinagoga – quella che oggi noi conosciamo come la Meschita di Palermo – ce la fornì il Rabbì Obadia di Bertinoro, in una lettera scritta appena quattro anni prima che entrasse in vigore l’Editto di Granada; descrizione che qui è opportuno ricordare: “La sinagoga a Palermo – scriveva Ovadia di Bertinoro – è senza paragone nel paese e tra i popoli, e viene lodata da tutti. Nel cortile crescono le viti su pilastri di pietra. Non hanno pari: ho misurato una vite che aveva uno spessore di cinque palmi. Di là una scala porta alla corte di fronte alla sinagoga, circondato da tre lati da un portico, fornito di sedie per quelli che non vogliono entrare alla sinagoga per un motivo o l’altro. V’è un pozzo, distinto e bello. Sul quarto lato v’è il portale della sinagoga. L’oratorio è quadrato, quaranta su quaranta braccia. In oriente v’è un santuario. Una struttura bella di pietra come una cappella, perché non vogliono mettere i rotoli della Legge in un Aron […] La comunità ha assunto cinque hazzanim. Recitano il sabato e le feste con voci e melodie dolci. Non ho visto cose simili tra gli ebrei da nessuna parte. I giorni feriali pochi frequentano la sinagoga, un ragazzo può contarli. Vi sono molti vani intorno alla sinagoga, come per esempio l’ospizio con letto per gli ammalati ed i vagabondi forastieri da parti lontane; il miqweh; la grande e bella sala dei funzionari; dove amministrano giustizia e deliberano su affari pubbliche…”.

Prospetto tipico di una sinagoga ricostruito sul retro dell’Aula Almeyda

A quanto pare, secondo alcuni studi, l’atrio esterno non dava sull’attuale piazza della Meschita, ma era arretrato di alcuni metri, cadendo di fatto dove oggi si trova l’aula Almeyda dell’Archivio comunale. Certo, oggi non è facile immaginare come dovette presentarsi il quartiere ebraico appena oltre le mura; tuttavia, con un po’ di fantasia, l’operazione potrebbe apparire non così impervia. Il quartiere, infatti, aveva forma oblunga, e accorpava due diversi insediamenti: la Guzzetta e la Meschita. Sembra che proprio nella Guzzetta, dove oggi sorge il Teatro Santa Cecilia, vi fosse il grande macello e che da lì, tramite la via Ruggero Mastrangelo, si giungesse presso il quartiere della Meschita; ovviamente, non prima di aver attraversato la via Calderai, i cosiddetti “quararari”, una strada in cui venivano, e vengono ancora oggi lavorati e venduti gli oggetti di latta (quasi sempre pentole, appunto “quarare”) di stagno e di lamiera, oltre naturalmente al ferro. E in effetti il nome “Ferreria vecchia” fu l’altra denominazione che veniva usata per indicare il quartiere della Giudecca di Palermo.

L’arco in cui si apriva una delle porte del quartiere della sinagoga

Sulla Meschita si aprivano quattro diverse porte, anche se la porta d’accesso all’intero quartiere avveniva dalla Porta di Ferro o Judica, comunicante col Cassaro. La prima la porta d’accesso al quartiere della sinagoga era l’arco della Meschita, la seconda invece dava su via Lampionelli; infine, le altre due, erano ubicate dove adesso sorge l’Arco del Notaro e il cortile San Nicola, quest’ultimo posto all’inizio di via Giardinaccio.

Il quartiere sottostava ai capricci del Kemonia, tant’è che nei punti in cui durante le piene l’ansa del fiume si ingrossava, vennero realizzati tre diversi ponti. Il primo ponte si trovava in via Ponticello, dove sorgeva la porta Judica, il secondo dove confluiscono le vie Lampionelli, Calderai e via Giovanni da Procida, e il terzo in via Divisi. Le abitazioni ebraiche si sviluppavano su più piani, inoltre, sui piani bassi venivano ricavate – così come ancora visibile nel vicolo Viola, in prossimità di piazza Ponticello e piazza Quaranta Martiri al Casalotto, le cosiddette Ghenize, delle incanalature in cui gli abitanti depositavano degli scritti in lingua ebraica di carattere religioso.

*Docente e scrittore

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Sulle tracce dei Pallavicino, precursori dei Florio

Il quartiere di Palermo prende il nome dell’abate Pietro dei conti di Favignana, discendente dell’illustre famiglia di finanzieri genovesi

di Emanuele Drago*

Ogni quartiere che si sviluppò al di fuori del vecchio tracciato murario, a Palermo, prende quasi sempre il nome da illustri feudatari; baroni, principi o duchi che dir si voglia, i quali, volendosi allontanare dalla città, per godere della frescura e della bellezza della campagna circostante, finirono per favorirne, seppur indirettamente, l’inurbamento. Uno di questi quartieri extra moenia, fu il rione chiamato Pallavicino.

Villa Pallavicino Speziale

A quanto pare, il toponimo della contrada è legato all’omonima villa in cui abitò, alla fine del Seicento, l’abate Pietro Pallavicino dei conti di Favignana. Costui, aveva ottenuto dalla famiglia Santocanale un baglio agricolo con torre e magazzini, divenuta poi di fatto la dimora seicentesca, e alla quale venne anche aggregata una chiesetta dedicata alla Madonna della Toccia (sul sito dell’attuale chiesa dedicata alla Madonna Addolorata). Nella chiesa vi era anche una cripta in cui venivano sepolti gli abitanti del contado. In seguito, la villa – che ancora oggi fa bella mostra in via Mater Dolorosa – dopo diversi cambiamenti di destinazione d’uso passò alla famiglia Speziale.

Statua di Maddalena Pallavicino con i figli

In riferimento ai Pallavicino, va ricordato che questa illustre famiglia di finanzieri genovesi arrivò a Palermo intorno al 1637, dopo che, in cambio di una grossa somma di denaro prestata alla Corona, ottennero da Filippo IV l’investitura della contea della Egadi. A tal proposito, nel Palazzo Sant’Elia, in via Maqueda, alla fine della prima rampa dello scalone d’ingresso, è possibile ammirare una statua in cui sono scolpiti sia la moglie, sia i figli di un altro erede dei Pallavicino, ovvero, Camillo Pallavicini. La scultura venne realizzata nella prima metà dell’Ottocento da Lorenzo Bertolini, e raffigura Maddalena Pallavicino Balbi, contessa di Favignana, con a fianco i suoi due pargoli, Giacomo e Guidobaldi.

Palazzo Sant’Elia (foto Stendhal 55, da Wikipedia)

Si narra che il neo conte, in seguito a quella investitura, avesse avviato una massiccia opera di bonifica nell’isola di Favignana e che avesse, inoltre, provveduto a urbanizzarla mediante il trasferimento di oltre trecento famiglie. In seguito, sembra che avesse anche acquisito l’isola di Levanzo, riuscendovi a realizzare un grosso vigneto costituito da oltre novemila piante. Ma il periodo d’oro dei Pallavicino era destinato a concludersi, sotto la spinta dell’accresciuto potere finanziario dei Florio. Infatti, a partire dal 1845, sia una quota dell’ampio vigneto, sia una grossa fetta delle tonnare, furono cedute alla famiglia Florio. Non passò molto che i Pallavicino cedettero a Ignazio Florio l’intero pacchetto azionario.

*Docente e scrittore

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Altarello e la chiesetta che ricorda i borghi del nord

Il quartiere sulle pendici dei monti di Palermo ha origini antiche. Sorto nel Cinquecento, era ricco di botteghe artigiane, cappelle e mulini. Nell’Ottocento vi andava spesso Ferdinando III

di Emanuele Drago*

Fin dalle origini la contrada Altarello di Palermo era ricca di bagli, trappeti, taverne, fondaci, mulini e cappelle devozionali, che cadevano sotto la sfera d’influenza del Casale di Baida. In seguito, però, venne concessa da Guglielmo il Buono all’arcivescovo di Palermo, tant’è che da allora prese il nome di “Contrada dei Mulini dell’Arcivescovo”. I mulini venivano alimentati dalle sorgenti del Gabriele, oppure dalle paludi che nascevano dal ristagno delle acque (non è un caso che questa parte della città viene anche conosciuta come Margifaraci, dall’arabo Marg ossia palude).

Chiesa di Santa Maria del Soccorso

Fin da allora le acque scendevano dalle montagne e dopo essere intrappolate dentro le rocce porose della calcarenite, venivano – tramite degli appositi canali sotterranei chiamati saie – convogliate a valle. Questi sistemi di canalizzazione, chiamati qanat, vennero utilizzati anche dopo il periodo della dominazione araba, ovvero durante il florido periodo della coltivazione delle cannamele, pianta da cui si estraeva la canna da zucchero.

Ma Altarello era anche conosciuta, come tutta l’area pedemontana, per la ricchezza degli insediamenti archeologici risalenti al Neolitico superiore. E d’altronde, in diverse circostanze, vennero ritrovate tombe risalenti a un antico villaggio. Nel Settecento la zona venne devastata dalle truppe spagnole, in quanto, durante la guerra contro le truppe austriache, ne avevano fatto il proprio accampamento militare. Tuttavia, nei primi anni dell’Ottocento, questa parte della città subì una riorganizzazione, soprattutto quando entrò a far parte della Riserva Reale creata nel 1799 da Francesco il Borbone. Fu infatti in quel periodo che venne anche unificata in un unico Comune con Baida e Boccadifalco. E questo per rispondere ad esigenze daziarie, visto che era stata creata una strada che attraversava i vari mulini agricoli. Non passò neanche un secolo e l’autonomia della zona cessò, così Altarello tornò ad essere a tutti gli effetti una borgata e uno dei futuri venticinque quartieri di Palermo.

Ingresso della chiesa

Sembra che il borgo fosse nato nel Cinquecento, lungo lo stradone che porta a Baida. In origine si trattava di un piccolo agglomerato agricolo di case dislocate tra via Casuzze e Micciulla. Un borgo che ricordava quelli nordici, soprattutto per quanto concerne la chiesa, un piccolo gioiellino con torretta ed orologio, attorno al quale si erano sviluppate una serie di attività artigianali: dai fabbri, ai maniscalchi e finanche i maestri ferrai, i quali si prendevano cura dei viandanti che da lì transitavano per raggiungere le località di San Martino delle Scale e Baida, soprattutto durante la festa di San Giovanni Battista. In tal senso va ricordata l’allusione che la nostra lingua siciliana spesso fa alla cosiddetta “Calata di Baida”, detto con cui si suole ricordare un’antica usanza; ovvero, una scanzonata e libertina discesa a cui molti giovani, col pretesto del pellegrinaggio, si lasciavano andare.

Villa Savagnone

Ma come spiegare il toponimo Altarello? A quanto pare, sembra che esso sia legato alla presenza di un altare (altre fonti parlano anche di diversi altarini in legno dislocati lungo la salita per Baida) il quale era stato posto esattamente nel luogo in cui oggi sorse la chiesa della Madonna del Soccorso. Dunque, fu proprio attorno a quella antica cappella con altare, del quale rimane ancora un arco quattrocentesco, che il borgo si sviluppò. Fonti recenti ci ricordano che nel XIX secolo, durante i primi anni del loro esilio in Sicilia, la chiesetta fosse costantemente visitata da Ferdinando III e dalla moglie Maria Carolina. Ma la zona, oltre che per la chiesa, è ricordata anche per la malmessa Villa Savagnone, dentro il cui esteso giardino si trova ancora una delle più grandi camere dello scirocco presenti nelle campagne palermitane. La camera, che ricorda un’altra camera un tempo presente a Brancaccio (il Bagno della Regina Costanza) ha forma circolare ed è parecchio profonda. Inoltre, il suo sistema di refrigerazione è ancora in parte alimentato dalle sorgenti che scendendo dalle montagne vicine irrigavano i campi.

*Docente e scrittore

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Il Politeama Garibaldi e l’ultimo sipario di Totò

Tra le tante storie legate al monumento palermitano c’è quella del principe Antonio De Curtis che lì fu costretto a interrompere la sua carriera teatrale

di Emanuele Drago*

Una delle caratteristiche che non passa inosservata ai turisti che vengono in visita a Palermo, è la presenza, a cosi breve distanza, di due teatri così suggestivi e imponenti quali sono il Teatro Massimo e il Politeama Garibaldi. In riferimento a quest’ultimo, sarà bene ricordarne la storia. Inaugurato il 7 giugno del 1874 con “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini, venne progettato all’architetto napoletano Damiani Almeyda, rifacendosi allo stile pompeiano, seppur inizialmente ancora privo di copertura.

Il Semperoper di Dresda

Il termine Politeama – dal greco polys theama, che indica un luogo in cui si svolgono molti spettacoli di varia maniera – già indica il fatto che, contrariamente al Teatro Massimo, esso fosse stato concepito affinché potesse svolgere una vera e propria funzione sociale. In buona sostanza, si trattava di un teatro del popolo, ovvero un luogo in cui la borghesia avrebbe potuto potuto assistere, dentro la grande sala a ferro di cavallo che poteva contenere fino a cinquemila spettatori, ad una varietà di manifestazioni che andavano dalle manifestazioni circensi, di danza, di musica, per arrivare finanche allo svolgimento di importanti incontri di boxe. A confermare ciò, v’era il fatto che inizialmente fosse stato progettato privo di copertura.

L’esposizione della quadriga prima di essere collocata in cima al teatro

Lo stile pompeiano, i cui colonnati semicircolari alludono al Colosseo (unico e raro esempio insieme al Semperoper di Dresda) è ulteriormente arricchito, oltre che a una sorta di arco di trionfo centrale, all’imponente copertura realizzata dalla Fonderia Oretea, considerata già allora un’opera assolutamente innovativa. Ma è indubbio che alla base del grande fascino di questo monumento (che tuttavia avrebbe bisogno di un pronto e vivace restyling, almeno all’esterno) vi sia soprattutto la grande quadriga bronzea con al centro gli dei della musica Apollo e della lirica Euterpe, opera realizzata da Mario Rutelli, con accanto agli altri due sontuosi cavalli realizzati Benedetto Civiletti. Sembra che questa quadriga attrasse così tanti curiosi e palermitani, che prima di venire collocata sopra l’arco, rimase circa un mese al centro della piazza per essere ammirata.

Tra le tante storie legate al Politeama ci piace ricordare quella del principe Antonio De Curtis, in arte Totò, (raccontata nel libro “L’ultimo sipario” di Giuseppe Bagnati) che proprio in questo teatro, dopo sei anni d’assenza dal palcoscenico, il 3 maggio del 1957 tornò sul palco con lo spettacolo “A prescindere”. Tuttavia, dopo le repliche del 4 e 5 maggio fu costretto bruscamente a interrompere la propria carriera teatrale, in quanto, durante lo spettacolo, si accorse di aver perso per sempre la vista. La vicenda di Totò, apparve a molti un segno del destino, soprattutto a tutti coloro che conoscevano la storia della madre, quella Anna Clemente – la Nannina del rione Sanità di Napoli – che era a Palermo nel 1881 e che all’età di quattordici anni s’era dovuta imbarcare per Napoli, insieme ai genitori Vincenza e Teresa Ambrosino, in cerca di fortuna.

*Docente e scrittore

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Viaggio nel tempo sulla costa dimenticata

Da Romagnolo allo Sperone, un itinerario attraverso luoghi oggi scomparsi, tra stabilimenti balneari, ristoranti e anche un antico acquario

di Emanuele Drago*

C’è una strada a Palermo che costeggia l’intero litorale posto a sud di Monte Pellegrino. La strada è tortuosa e passa in rassegna oltre che il mare, ormai visibile per pochissimi tratti, le montagne che chiudono la Conca D’oro. La strada un tempo prese il nome de “la Corsa per Messina” in quanto era una delle otto strade di Posta che consentivano il collegamento delle principali città della Sicilia. Al termine “strada di Corsa” si aggiunse poi “per le vie Marine”, al fine di distinguerla da “per la via delle montagne”, così col tempo queste due denominazioni vennero sintetizzate nel toponimo via Messina Marine e via Messina Montagne.

La colonnetta di Romagnolo in un dipinto

Superando la foce del fiume Oreto, il primo rione a cui la via ci conduce è quello di Romagnolo. Ancora oggi una cartina topografica di Domenico Scinà ci attesta che in origine la zona veniva denominata “le Mustacciole”, forse per via delle frastagliate scogliere che davano sul mare; nome che a partire dal Settecento mutò in “Romagnolo” grazie all’omonimo senatore Corradino Romagnolo, il quale vi possedeva la propria villa e che contribuì a inurbare la zona (oggi parte dell’ospedale, tra l’altro adiacente a un’altra villa che appartenne ai marchesi Pietro ed Ugo delle Favare, coincide con il nucleo più antico della villa edificata dal senatore Romagnolo).

Ciò che restava dell’acquario negli anni ’80

Quasi di fronte alla villa sorgeva una piccola stazione di sosta per naviganti e viaggiatori: una colonna alla cui sommità si stagliava, e per fortuna ancora si staglia, l’immagine della Madonna Immacolata. Intorno ai primi anni Novecento nella borgata marinara iniziarono anche a sorgere i primi stabilimenti balneari, si ricordano in particolar modo i Bagni “Trieste Virzì” e “Delizie Petrucci”; inoltre, sempre in prossimità del mare, vennero impiantati una serie di prestigiosi ristoranti come Di Filippo, Santopalato, Spanò; luoghi che possedevano lunghe passerelle in legno che giungevano fino al mare e che consentivano nel buio della sera di ammirare tramonti o lune bianchissime.

Antica stampa della colonnetta

Oltre il rione Romagnolo si estende la contrada dello Sperone. La zona fin dal Settecento consentiva di raggiungere la neonata cittadina di Bagheria. A quanto pare il toponimo era dovuto al fatto che, un tempo, vi fosse allocato uno sperone sui cui numerosi uncini venivano appesi i corpi dei vari condannati a morte. Lo sperone venne in seguito soppresso dal viceré Caramanico e ciò perché, a detta di molti testimoni, provocava ribrezzo ai nobili che erano diretti a Bagheria.

Vicino alla piazza, oltre all’elegante ristorante da “Renato” – al secolo Gian Rodolfo Botto – la cui pregiata cantina faceva già invidia a molti ristoratori del nord, vi si trovava la casa del noto pittore Eustachio Catalano, allievo del Lo Jacono che fu per molti anni direttore dell’Accademia di belle Arti di Palermo. La villa ospitava, come una sorta di arca di Noè, una serie di animali. Poi uno dei figli dello stesso Eustachio, Eliodoro Catalano – conosciuto anche come l’uomo pesce – riuscì a realizzarvi un acquario assolutamente inedito; una struttura di circa 150 metri quadrati dotata di oltre venti vasche e in cui, oltre ad essere raccolte varie specie, venne anche riprodotto il fondale marino.

Ampolle dell’acquario

Negli anni del “sacco”, quando i camion avevano iniziato a sversare tutti i detriti nella costa sud, quello dello Sperone era un acquario sui generis, antesignano dei moderni acquari e che attrasse la curiosità e l’interesse di biologi marini e studiosi che giungevano da diverse parti del mondo, finanche dall’India e dal Giappone. In attesa che le varie autorità preposte si risveglino da questo lungo sonno dogmatico e, anche in virtù della loro invigilata negligenza, risarciscano la costa sud, non ci resta che aspettare, magari sfogliando qualche album dei ricordi di famiglia o le splendide pagine de “L’isola appassionata” in cui Bonaventura Tecchi descrisse la luna di Romagnolo.

*Docente e scrittore

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La Palermo di Cagliostro, tra vicoli e misfatti

Sono tanti i luoghi della città legati al controverso personaggio, ma ancora manca un itinerario tematico che ne recuperi la memoria

di Emanuele Drago*

Se non si è in grado di muoversi e districarsi tra i vicoli più reconditi di Palermo, risulta ancor più arduo percorrere le strade e i luoghi che vengono indicati da Luigi Natoli in “Cagliostro”, uno dei suoi più fortunati romanzi. Alcuni turisti avveduti e informati ne cercano i luoghi. Ma quando poi arrivano pieni di aspettative nel luogo in cui nacque, in vicolo della Perciata, oggi vicolo Cagliostro, all’Albergheria, rimangono profondamente delusi. Si aspetterebbero come a San Leo un museo; eppure, oltre a una discutibile sagoma, disegnata accanto all’abitazione in cui il chiacchierato personaggio nacque, altro non trovano.

La Rocca di San Leo

Chissà perché i palermitani ogni qualvolta si parla di Cagliostro sembrano essere pervasi da un vis etica, da un perbenismo che i cittadini di Pesaro – che della rocca di San Leo hanno fatto un vero e proprio luogo di pellegrinaggio – non sembrano neanche lontanamente provare. Per cui sarebbe ora, vista la nomea internazionale e la copiosa letteratura in cui gode il personaggio, realizzare un itinerario tematico – magari facendo affiggere alcune piccole targhe – nei luoghi citati nel romanzo. A tal proposito, in questa particolare full immersion turistica vi segnaliamo, oltre alla già citata casa di vicolo della Perciata, il San Rocco di via Maqueda, il collegio da cui, dopo esser ricorso ad uno dei suoi soliti travestimenti, il Balsamo fuggì il giorno di un Carnevale; o ancora, sempre accanto alla casa di vicolo della Perciata, la finestra da cui da ragazzo spiava gli speziali dell’ordine dei Benfratelli di San Giovanni di Dio, oggi sede del Benedetto Croce, ordine a cui rimase affiliato, seppur per poco tempo.

Via Terra delle Mosche

Un altro luogo citato nel romanzo di Natoli si trova in via del Bosco. Qui il giovane Balsamo andava a lezioni private, ma venne cacciato dal prelato che gli impartiva lezioni, perché scoperto in effusioni sconvenienti con la nipote Rosalba. Poi non va dimenticata la casa di via Terra delle Mosche, alla Vucciria, luogo in cui andò a trovare la madre e la sorella, dopo esser tornato a distanza di vent’anni a Palermo con la compagna Lorenza Feliciani. E proprio quest’ultimo luogo, oltre al vicolo in cui nacque, fu quello in si recò alcuni anni dopo il grande Goethe, per conoscere da vicino il contesto in cui viveva la famiglia d’origine.

Il Teatro Santa Cecilia

Ma un luogo particolarmente importante, in quanto legato ad una delle più esilaranti “malefatte” realizzate da Giuseppe Balsamo a Palermo, è indubbiamente il teatro di Santa Cecilia. Ma andiamo ai fatti. Egli, dopo un apprendistato di due anni presso il cavaliere e pittore Vito D’Anna, era talmente bravo a eseguire disegni incisi sul rame che ebbe la geniale idea di falsificare alcuni biglietti. Ma lo fece non per bramosia di danaro, ma per un’altra “nobile” ragione: moriva dalla voglia di vedere, ed era la prima volta, uno spettacolo teatrale eseguito per l’occasione dalla Compagnia del Gusto. Così vendette i biglietti falsi, spacciandoli per veri, tramite un intermediario, e poi si godette seduto in prima fila il caos che aveva arrecato, ovvero la lite tra molti degli spettatori che si contendevano lo stesso posto.

Cagliostro ritratto in una scultura

Inviso da un popolano della Vucciria, a cui aveva rubato dei soldi per un tesoro sulle falde di Monte Pellegrino mai trovato, ma anche da un nobile a cui, dopo aver millantato il ritrovamento di un testamento introvabile, gli aveva spillato del danaro, Cagliostro era fuggito una prima volta da Palermo. Tuttavia, anche dopo il suo ritorno a Palermo con la sua inseparabile Lorenza, nessuno aveva ancora dimenticato quella sue malefatte. Così, dopo essere stato imprigionato e portato alla Vicaria, riuscì ad essere scarcerato grazie all’intercessione presso il principe di Butera della stessa compagna Lorenza. Ma ad una precisa condizione: avrebbe dovuto abbandonare per sempre Palermo. Così Balsamo andò via dalla sua città natia, pur sapendo che ogni angolo era intriso della sua infanzia e della sua vita, più di San Leo. Ma molti a Palermo ancora non lo sanno o un po’ se ne vergognano. Eppure, dovrebbero sapere che il turismo non si nutre solo di monumenti o di eroi, ma di storie e bizzarrie.

*Docente e scrittore

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