La storia della chiesa che visse tre volte

Santa Maria della Pinta, nel centro di Palermo, col passare dei secoli ha conosciuto diverse collocazioni. È famosa per il soffitto in legno dipinto e per aver ospitato un atto sacro di Teofilo Folengo

di Emanuele Drago*

C’è una chiesa a Palermo che ha una storia particolarissima, e nonostante mantenga ancora l’antica denominazione, conobbe col passare dei secoli ben tre diverse collocazioni. La chiesa a cui facciamo riferimento è quella di Santa Maria della Pinta, edificata durante il dominio bizantino dal generale Belisario e che veniva denominata dell’Annunziata.

L’attuale soffitto ligneo della Pinta

L’appellativo “Pinta” gli venne aggiunto poiché la bella basilica possedeva delle strutture in legno, tra cui il tetto, completamente dipinto. Tuttavia, alla fine del XIV secolo, la chiesa venne riedificata, ma divenne soprattutto famosa quando il letterato e monaco mantovano, Teofilo Folengo, conterraneo dell’allora vicerè Ferrante Gonzaga, decise di realizzarvi una rappresentazione sacra dal titolo “La Creazione del mondo”, conosciuta anche, da quel momento in poi come “L’Atto della Pinta”.

La Galca con i bastioni del 1648

La chiesa, come attesta l’antica topografia della Galca (oggi ricadente sull’attuale villa Bonanno, ma un tempo il centro direzionale del potere politico) si trovava sul piano del Palazzo Reale. In verità, nello stesso luogo, oltre alla chiesa dedicata a Santa Maria della Pinta, si trovavano altre chiese quali la basilica di Santa Barbara la Soprana e San Giovanni la Galca. Tuttavia, in seguito al tumulto popolare del 1648, guidato da Giuseppe D’Alessi e poi soppresso repentinamente, l’allora Cardinale Teodoro Trivulzio – viceré di Sicilia e presidente del Regno – per rendere il palazzo del potere più sicuro, aveva deciso di farvi edificare due grossi bastioni per la difesa.

Ritratto di Teofilo Folengo

La scellerata decisione comportò anche l’abbattimento delle chiese che si trovavano nella Galca; ragion per cui, da quel momento in poi, il titolo della chiesa de La Pinta venne trasferito a un’altra chiesa, denominata Santa Maria dell’Itria, che si trovava presso la strada dei Tedeschi, non distante da quella odierna. Ma, a partire dal 1670, per far spazio alla nuova via Porta di Castro, la chiesa venne abbattuta e ricostruita proprio di fronte, esattamente nel luogo in cui si trova adesso.

Nonostante i ripetuti spostamenti della chiesa, le confraternite non vollero rinunciare al titolo di Pinta, tant’è che nell’edificare il nuovo tetto ligneo ne riprodussero le antiche eleganti fattezze.

*Docente e scrittore

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La Favorita e quella nobildonna dimenticata

Il grande parco di Palermo creato da Ferdinando III di Borbone cela il ricordo della bella Lucia Migliaccio, conosciuta dal re nella cerchia dell’aristocrazia cittadina

di Emanuele Drago*

Il parco della Favorita con i suoi circa 400 ettari è indubbiamente uno dei polmoni verdi più grandi d’Italia. Creato nel 1799 per volontà dell’allora re Ferdinando III il Borbone, esule da Napoli in seguito alla nascita della Repubblica Partenopea, nacque col preciso intento di voler riprodurre le bellezze della tenuta che il sovrano aveva fatto impiantare a Portici.

Ritratto di Lucia Migliaccio

Eppure, ancora oggi spesso si fa confusione o si tende superficialmente a non indagare cosa realmente si nasconda dietro il significato di “Real tenuta Favorita”. Insomma, anziché interpretare il termine “Favorita” come un aggettivo che venne attribuito a una donna, lo si usa come se fosse stato riferito alla natura della tenuta stessa; divenendo, così facendo, sinonimo di luogo speciale e privilegiato dal re. Grazie ad alcune ricerche storiche, è apparso sempre più evidente come da parte del sovrano era la chiara volontà di applicare l’aggettivo in questione, per appunto Favorita, non tanto a un luogo ma alla nobildonna che conobbe e che amò durante i suoi due esili in Sicilia. A svelare e chiarire questa vicenda sono stati gli scrittori Vittorio Lojacono e Carmen Zanda in un testo dal titolo “I Borbone in Sicilia. Palermo, Ficuzza e dintorni” edito nelle edizioni l’Epos.

Il distrutto palazzo Partanna Grifeo di piazza Marina a Palermo

Ma chi era dunque questa Favorita a cui il sovrano aveva dedicato il parco? Ebbene, si tratterebbe di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e Partanna, una bellissima donna che re “nasone” conobbe nella cerchia dell’aristocrazia palermitana, e la cui grazia era talmente nota che il poeta Meli le volle dedicare una poesia dal titolo “Occhiuzzi niuri”. È assodato che il sovrano l’avesse già conosciuta durante il primo breve esilio tra il 1799 e il 1801, tuttavia fu solo durante il secondo esilio, durato ben nove anni, dal 1805 al 1816, che tra Ferdinando e Lucia era nata una vera e propria relazione amorosa. È presumibile che la cautela di non dedicare alla Migliaccio apertamente il parco fosse dovuta al fatto che il sovrano era sposato con Maria Carolina, una donna risoluta ed autoritaria che mai avrebbe gradito che la sua rivale venisse menzionata – e diremo noi anche onorata – così apertamente. A ciò va aggiunto che Lucia Migliaccio era sposata con uno dei più influenti uomini dell’aristocrazia siciliana, Benedetto Grifeo di Partanna, per cui quella aperta dedica sarebbe risultata a dir poco sconveniente, oltre che irrispettosa nei confronti del casato dei Grifeo.

Palazzo Partanna a Napoli

Così il sovrano, per evitare impicci, decise di usare il gioco e l’allusione, e il parco dedicato alla favorita Lucia divenne la Real tenuta Favorita. D’altronde la conferma di ciò viene supportata dalla storia stessa, se è vero come è vero che dopo appena 80 giorni dalla morte di Maria Carolina – dopo un matrimonio in gran segreto celebrato nella Cappella Palatina – Ferdinando sposò la di lei vedova Lucia Migliaccio (anche Benedetto Grifeo frattanto era morto). Ma altre evidenti prove che sembrano avvalorare l’idea che la Favorita fosse stata proprio lei, le abbiamo sia a Ficuzza, sia a Napoli. Se nella tenuta vicino a Marineo è possibile ammirare una stanza a lei interamente dedicata, a Napoli tutto diventa palesemente chiaro. È infatti nella capitale del Regno delle Due Sicilie che la bella Lucia passò la seconda parte della propria vita: in inverno nel quartiere Chiaia, luogo in cui è ancora possibile ammirare Palazzo Partanna (residenza invernale); in estate nella splendida villa del Vomero denominata appunto Floridiana (tra l’altro la villa conserva uno splendido dipinto di Vincenzo Camuccini in cui la Migliaccio è ritratta in tutto il suo aristocratico splendore).

Villa Floridiana al Vomero

Certo, quello tra la Migliaccio e Ferdinando fu un matrimonio morganatico, per cui la bella Lucia non poté aspirare a diventare mai regina. Tuttavia, a lei quel tipo di legame bastò. Anche perché il sovrano per condurla insieme a lui a Napoli dovette sfidare lo stesso futuro erede al trono, quel Francesco che aveva concepito con Maria Carolina. In conclusione ci sembra opportuno fare una considerazione. Perché a partire dalla prossima edizione de “La Domenica Favorita”, evento che si svolge ogni anno nel parco, oltre a rendere fruibili al pubblico sentieri e luoghi, liberando la lunga strada carreggiabile dalle automobili, non creare qualcosa che ricordi la donna a cui il parco è dedicato? In fondo almeno una fontanella in bronzo la meriterebbe. Basterebbe poco per farla uscire dall’anonimato storico in cui è stata relegata da Palermo e dai palermitani.

*Docente e scrittore

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Il Teatro marmoreo e l’equivoco dei due re

Il monumento in origine celebrava Filippo IV, ma dopo il 1848 venne scolpita un’altra statua che ancora oggi viene erroneamente associata a Filippo V

di Emanuele Drago*

La storia della statua che fa bella mostra dal versante sinistro del piano del Palazzo Reale di Palermo, ancora oggi si fonda su un grande equivoco. Stiamo ovviamente parlando della macchina marmorea che celebra la grandiosidad spagnola e che probabilmente, in un luogo meno defilato e più angusto accrescerebbe notevolmente il proprio fascino. La macchina in origine celebrava il sovrano Filippo IV, la cui statua era completamente in bronzo. Ma più che la statua, ciò che rese grande l’impianto architettonico, noto anche come teatro marmoreo, furono il piedistallo e i quattro personaggi che la attorniavano, e ancora l’attorniano, in posizione genuflessa.

Ritratto di Filippo IV

Se sulle quattro facce del piedistallo vi sono rappresentate l’Africa, l’Asia, l’America e l’Europa, ovvero le quattro parti del mondo conquistate dall’allora impero su cui non tramontava mai il sole, le figure genuflesse invece non rappresentano altro che il re di Granada, Moamad Babdelin, il re di Mauritania, Tremiser, il generale dei Cacicchi, Capoulicano, e il tiranno del Mindanao di nome Carralat. A quanto pare, dopo i moti del 1848, la statua in bronzo venne completamente distrutta, tant’è che la municipalità affidò allo scultore Nunzio Morello la realizzazione di una nuova statua completamente in marmo. Una statua che non si sa per quale strano motivo venne identificata come la statua di Filippo V.

Ritratto di Filippo V

Ora, da un’attenta analisi della fisionomia del volto del sovrano spagnolo, appare evidente che in realtà più che esservi stato scolpito Filippo V, vi sia scolpito invece Filippo IV. D’altronde, questa tesi sembra essere confermata dall’altra statua di Filippo IV che si staglia sulla nicchia del cantone di Sant’Agata, ai Quattro Canti di città. Infatti, se si mettono a confronto le due statue con il ritratto del sovrano asburgico, si noterà che la foggia dei capelli e la forma dei baffi sono identiche e che nulla hanno a che fare con il volto di Filippo V d’Orleans.

Statua di Filippo IV ai Quattro Canti

In questa diatriba è la stessa storia che in qualche modo ci viene in aiuto. Infatti, la guerra di successione spagnola, causata dalla morte senza eredi dell’ultimo re di Spagna Carlo II, e il successivo Trattato dell’Aja, sanciva la fine di un tormentato interregno che vide a capo gli invisi spagnoli filofrancesi (il designato sovrano Filippo V era infatti il nipote di Luigi XIV, quindi non solo un Orleans, ma anche il primo sovrano Borbone). In questo precario quindicennio dell’inizio del Settecento, per una dominazione che non lasciò nulla di significativo a Palermo, è davvero difficile immaginare che potesse essere issata una statua dedicata a Filippo V. D’altronde, a comprovare ciò vi furono i successivi eventi; ovvero, la repentina cessione, pattuita all’interno del trattato dell’Aja, della Sicilia ai Savoia.

Statua di Filippo IV scambiata per Filippo V

Ma perché molti libri continuano a indicare la statua del piano del Palazzo Reale come quella di Filippo V d’Orleans? Potremmo azzardate il fatto che si sia trattato di un semplice errore di copiatura di fonti errate, magari non supportata da una attenta verifica dei tratti somatici e della fisionomia espressa dalle stesse opere artistiche. Insomma, una copiatura fondata sull’esclusivo principio di autorità a cui si sono richiamati molti storici. Non vi è dubbio che colui a cui venne commissionata l’opera, ovvero lo scultore Nunzio Morello, sapesse benissimo che si trattava del volto di Filippo IV (egli si richiamò al Filippo seicentesco dei Quattro Canti) ragion per cui l’errore va addebitato ad alcuni storici del tempo. Forse una epigrafe posta ai piedi della grande macchina marmorea avrebbe diradato ogni dubbio.

*Docente e scrittore

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Il cimitero gentilizio ai piedi del Monte Grifone

Nei tanti monumenti sepolcrali di Santa Maria di Gesù, riposano gli illustri personaggi che hanno fatto la storia di Palermo

di Emanuele Drago *

Ogni città ha il suo cimitero gentilizio, il suo Père–Lachaise. Tuttavia, non tutti i cimiteri monumentali hanno il privilegio di possedere anche una postazione panoramica privilegiata. Questa sorta di Gianicolo palermitano, che a partire dall’Ottocento svolse la funzione che a Marsiglia ebbe il quartiere dell’Estaque per i pittori impressionisti, è il cimitero di Santa Maria di Gesù.

Teca con il beato Matteo Gallo

Ubicato ai piedi del Monte Grifone, tra i quartieri Brancaccio, Ciaculli e Belmonte Chiavelli, sorse per volontà del beato Matteo Gallo. A quanto pare, prima che della nascita del convento francescano, sembra che vi si trovasse un piccolo oratorio – edificato dai mezzadri del tempo – sullo stesso luogo che un tempo aveva accolto Sant’Antonio da Padova. Non passò neanche un secolo che, sia la chiesa che il convento furono affidati all’ordine dei francescani. Si racconta che, per individuare l’area in cui sarebbe sorto il loro convento, i frati minori con a capo il beato Matteo Gallo Guimerà, fecero scodinzolare un asinello, il quale, dopo un lungo peregrinare, si fermò nel luogo in cui sarebbe sorto il convento. Oggi quell’episodio è ricordato da una Croce in tufo che si trova in prossimità del piazzale che conduce al cimitero.

Croce del Calvario sul piazzale davanti al cimitero

Fu proprio durante quel periodo che attorno alla splendida cappella gotico catalana, di proprietà della famiglia Bonet, nacque il monumentale camposanto, che a partire dal XIV secolo iniziò ad accogliere le cappelle di altre prestigiose famiglie come gli Alliata, i La Grua Talamanca, i Pellegra Gravina e Bonanno; oppure, le splendide cappelle liberty delle famiglie Nicosia e Lanza di Scalea. Di notevole fattura sono anche cippi, steli e monumenti sepolcrali in cui sono sepolti gli illustri personaggi che hanno fatto la storia della città.

L’elenco dei personaggi seppelliti a Santa Maria di Gesù è davvero lungo, e va dai coniugi Ingrassia a Pietro Riso, dal patriota Mariano Stabile al medico di Garibaldi Enrico Albanese. Ma non mancano le sorprese: ad esempio, tra le tante lapidi si può cogliere quella di Luigi Mercantini, il garibaldino autore de “La Spigolatrice di Sapri”, la celeberrima poesia che molti di noi ancora recitano a memoria. Ma indubbiamente, oltre alla tomba del giudice Paolo Borsellino, la cappella che attrae maggiormente i visitatori è quella dei Florio; progettata dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda – come d’altronde gran parte delle tombe gentilizie presenti del camposanto – possiede davanti al pronao il simbolo della famiglia; ovvero, il leone bibens intento a succhiare la corteccia del chinino.

Fontana del chiostro con l’episodio del ponte Ammiraglio

Ma il convento è anche noto per essere stato guidato, nella seconda metà del Cinquecento, dal frate Benedetto da San Fratello. Figlio di genitori di origini etiopi, dopo aver vissuto a lungo da eremita, giunse in questo luogo e ne divenne superiore. Si narra che Benedetto, conosciuto come “il moro” per via della sua scura carnagione, compì vari prodigi. Grazie a questi miracolosi eventi si guadagnò, insieme a Santa Rosalia, il titolo di compatrono della città di Palermo. Come Santa Rosalia il suo nome superò i confini italiani e ancora oggi è venerato in America Latina, in particolar modo in Venezuela ed in Argentina. Durante la l’ultima visita del Papa a Palermo, il Santo padre ha anche ricordato l’enorme devozione di cui gode San Benido da Palermo nel Barrio Palermo, uno dei principali quartieri di Buenos Aires.

Ma torniamo alla storia del convento. Prima di accedere al chiostro, all’interno della chiesa è possibile ammirare, posti l’uno di fronte all’altro, le teche dentro cui giacciono i corpi imbalsamati, sia del Beato Matteo Gallo, sia di San Benedetto il Moro. Nella fontana posta al centro del chiostro, un affresco ed una piccola scultura ci illustrano la storia legata alla disputa che, dopo la morte del beato Matteo Gallo, si ebbe fra gli stessi francescani per accaparrarsi la custodia delle spoglie dell’illustre vescovo agrigentino. Sembra infatti che, una notte, le spoglie del seguace di Bernardino da Siena vennero trafugate dal convento di San Francesco D’Assisi, luogo in cui erano custodite, per essere portate dai frati minori riformati a Santa Maria di Gesù. Saputa la notizia per tempo, i francescani di San Francesco D’Assisi si misero ad inseguirli; tuttavia, prima che i due ordini venissero quasi alle mani, nei pressi del Ponte Ammiraglio si verificò un eccezionale acquazzone. Un temporale che i contendenti interpretarono come un vero e proprio responso divino. Fu così che i francescani di Palermo lasciarono ai frati di Santa Maria di Gesù la custodia delle spoglie del beato di Girgenti.

Cipresso di san Benedetto il moro

Infine, prima di uscire dal camposanto nobiliare è possibile, mediante un sentiero raggiungere il cipresso di San Benedetto. L’albero secolare, alto circa venti metri, si trova sul monte Grifone, a circa duecento metri sopra il livello del mare, e da molti viene considerato il più vecchio di Palermo. Inoltre, secondo la tradizione, crebbe sul medesimo luogo in cui il santo aveva lasciato infilzato il proprio bastone, accanto all’eremo in cui era solito andare a pregare. Dal cipresso, il panorama che si riesce a scorgere è davvero mozzafiato, ci dà l’idea di come, prima della cementificazione, fosse straordinariamente verde e davvero d’oro la Conca di Palermo.

*Docente e scrittore

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La grotta dell’Acquasanta e quell’antico tempio sul mare

La presenza di un insediamento punico nella borgata palermitana ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte

di Emanuele Drago*

Lo sviluppo delle borgate marinare della costa palermitana a nord dell’antico porto della Cala, sono in qualche modo legate allo sviluppo dei primi insediamenti antichi che sorsero nella parte pedemontana del monte Ercta, l’attuale monte Pellegrino. Fu infatti proprio su quel rilievo, poi definito “feudo di Barca”, che si era asserragliato il generale Amilcare Barca, per ben tre anni, insieme al suo esercito, con preciso intento di riconquistare la città che era caduta in mano ai romani.

Stabilimento Fratelli Pandolfo

La presenza di un antico insediamento punico ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte, ma anche nelle incisioni trovate dentro alcune grotte prospicienti il mare. Le grotte in questa zona della città sono principalmente quattro e dal punto di vista morfologico richiamano alla mente altri insediamenti punico fenici presenti a Gozo, a Gibilterra e nelle isole Baleari. Complessi archeologici relativi a un tipo di santuario, il tempio costiero – come ha approfondito Giovanni Purpura nei suoi studi – , principalmente extraurbano e legati a riti oracolari connessi alla navigazione.

In questa serie di grotte a schiera, la prima che s’incontra è quella che poi ha dato il nome ad un intero quartiere, denominata appunto grotta dell’Acquasanta e che nel Settecento fu al centro dell’interesse e dell’attenzione di molti viaggiatori provenienti da tutta Europa. Alla grotta si accede dal porticciolo dell’Acquasanta, di fronte al quale, nella piazzetta, si trova la villa appartenuta Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con annessa chiesa dedicata alla Madonna della Lettera. Orbene, nella grotta, dentro cui scorreva acqua dalla grande funzione terapeutica, a partire dal Seicento, il barone Mariano Lanterna Gravina edificò la sua villa, la quale divenne in nucleo abitativo attorno al quale si sviluppò l’intera contrada marinara. Successivamente la villa venne ceduta ai fratelli Pandolfo, due sacerdoti che sfruttando la presenza della vicina fonte, decisero di impiantare accanto ad essa uno stabilimento balneare con acque curative, negli ultimi anni poi caduto in disuso. Ma accanto alla grotta è anche presente la grande peschiera voluta dai Borbone, all’interno della quale si trova anche la cosiddetta “nave di pietra”, ovvero una terrazza a forma di piroscafo, fatta costruire nel 1775 dal filantropo monsignor Giuseppe Gioeni Trabia, per istruire alla navigazione i giovani del neonato collegio nautico.

Villa Lanterna

Ma torniamo al sistema di grotte in serie. Ebbene, la seconda grotta, denominata della Giarraffa, è stata in parte erosa da una tempesta che si abbatté sulla costa palermitana negli anni Settanta, e che oggi si trova quasi del tutto sommersa, appena sotto il tempietto di Villa Igiea. La terza grotta venne denominata la Grotta del bagno della Regina Carolina, per distinguerla da una “grotta della Regina” che è ancora presente a Capo Gallo. La grotta alla fine del Settecento, durante l’esilio palermitano, fu spesso utilizzata dalla consorte di Ferdinando il Borbone, come luogo in cui spesso si abbandonava nell’acqua marina e ai vapori che trasudavano dalla roccia, seduta all’interno della vasca naturale che venne ricavata per l’occorrenza.

Chiesa di Maria Santissima della Lettera

La quarta grotta, conosciuta come grotta dell’Arenella o del Ninfeo, ricade nel quartiere dell’Arenella e oggi si trova inglobata all’interno del porticciolo della Lega Navale. Infine, un’ultima considerazione: fin dal XIV secolo la contrada era ricca di tonnare la cui produzione di pesce essiccato sostentava i conventi e i ceti più poveri. Inoltre, le tonnare, quasi sempre – a partire dalla tonnara di San Giorgio che era posta all’estremità del nuovo molo – vennero impiantate vicino a quelle che erano le torri di avvistamento, le quali svolgevano a loro volta una vera e propria funzione difensiva nei confronti delle navi nemiche, in particolar modo contro le navi saracene. Ben cinque furono le torri, alcune poi riconvertite in mulini, che erano presenti in questa parte di costa: Arenella, Vergine Maria, Rotolo, Punta Priola e Addaura. Si trattava di un sistema ben collaudato, la cui progressiva accensione di fuochi, permetteva di comunicare per tempo la presenza di navi nemiche sulla rada, garantendo così l’immediata difesa della città.

*Docente e scrittore

La presenza di un insediamento punico nella borgata palermitana ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte

di Emanuele Drago*

Lo sviluppo delle borgate marinare della costa palermitana a nord dell’antico porto della Cala, sono in qualche modo legate allo sviluppo dei primi insediamenti antichi che sorsero nella parte pedemontana del monte Ercta, l’attuale monte Pellegrino. Fu infatti proprio su quel rilievo, poi definito “feudo di Barca”, che si era asserragliato il generale Amilcare Barca, per ben tre anni, insieme al suo esercito, con preciso intento di riconquistare la città che era caduta in mano ai romani.

Stabilimento Fratelli Pandolfo

La presenza di un antico insediamento punico ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte, ma anche nelle incisioni trovate dentro alcune grotte prospicienti il mare. Le grotte in questa zona della città sono principalmente quattro e dal punto di vista morfologico richiamano alla mente altri insediamenti punico fenici presenti a Gozo, a Gibilterra e nelle isole Baleari. Complessi archeologici relativi a un tipo di santuario, il tempio costiero – come ha approfondito Giovanni Purpura nei suoi studi – , principalmente extraurbano e legati a riti oracolari connessi alla navigazione.

Villa Lanterna

In questa serie di grotte a schiera, la prima che s’incontra è quella che poi ha dato il nome ad un intero quartiere, denominata appunto grotta dell’Acquasanta e che nel Settecento fu al centro dell’interesse e dell’attenzione di molti viaggiatori provenienti da tutta Europa. Alla grotta si accede dal porticciolo dell’Acquasanta, di fronte al quale, nella piazzetta, si trova la villa appartenuta Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con annessa chiesa dedicata alla Madonna della Lettera. Orbene, nella grotta, dentro cui scorreva acqua dalla grande funzione terapeutica, a partire dal Seicento, il barone Mariano Lanterna Gravina edificò la sua villa, la quale divenne in nucleo abitativo attorno al quale si sviluppò l’intera contrada marinara. Successivamente la villa venne ceduta ai fratelli Pandolfo, due sacerdoti che sfruttando la presenza della vicina fonte, decisero di impiantare accanto ad essa uno stabilimento balneare con acque curative, negli ultimi anni poi caduto in disuso. Ma accanto alla grotta è anche presente la grande peschiera voluta dai Borbone, all’interno della quale si trova anche la cosiddetta “nave di pietra”, ovvero una terrazza a forma di piroscafo, fatta costruire nel 1775 dal filantropo monsignor Giuseppe Gioeni Trabia, per istruire alla navigazione i giovani del neonato collegio nautico.

Chiesa di Maria Santissima della Lettera

Ma torniamo al sistema di grotte in serie. Ebbene, la seconda grotta, denominata della Giarraffa, è stata in parte erosa da una tempesta che si abbatté sulla costa palermitana negli anni Settanta, e che oggi si trova quasi del tutto sommersa, appena sotto il tempietto di Villa Igiea. La terza grotta venne denominata la Grotta del bagno della Regina Carolina, per distinguerla da una “grotta della Regina” che è ancora presente a Capo Gallo. La grotta alla fine del Settecento, durante l’esilio palermitano, fu spesso utilizzata dalla consorte di Ferdinando il Borbone, come luogo in cui spesso si abbandonava nell’acqua marina e ai vapori che trasudavano dalla roccia, seduta all’interno della vasca naturale che venne ricavata per l’occorrenza.

La quarta grotta, conosciuta come grotta dell’Arenella o del Ninfeo, ricade nel quartiere dell’Arenella e oggi si trova inglobata all’interno del porticciolo della Lega Navale. Infine, un’ultima considerazione: fin dal XIV secolo la contrada era ricca di tonnare la cui produzione di pesce essiccato sostentava i conventi e i ceti più poveri. Inoltre, le tonnare, quasi sempre – a partire dalla tonnara di San Giorgio che era posta all’estremità del nuovo molo – vennero impiantate vicino a quelle che erano le torri di avvistamento, le quali svolgevano a loro volta una vera e propria funzione difensiva nei confronti delle navi nemiche, in particolar modo contro le navi saracene. Ben cinque furono le torri, alcune poi riconvertite in mulini, che erano presenti in questa parte di costa: Arenella, Vergine Maria, Rotolo, Punta Priola e Addaura. Si trattava di un sistema ben collaudato, la cui progressiva accensione di fuochi, permetteva di comunicare per tempo la presenza di navi nemiche sulla rada, garantendo così l’immediata difesa della città.

*Docente e scrittore

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I Quattro Pizzi che stregarono gli zar di Russia

La palazzina dei Florio, nella borgata dell’Arenella di Palermo, piacque tanto a Nicola I che volle costruirne una identica vicino alla residenza di Peterhof

di Emanuele Drago*

La smania di prendere a modello le virtù degli altri, è stata sempre un’indole connaturata agli abitanti della città di Palermo, soprattutto in quest’ultimo secolo in cui la mafia e la speculazione edilizia hanno sempre posto in secondo piano la conoscenza e la cura della propria storia. Così, ad esempio, alcune curiosità, se non fossero supportate da un solido lavoro di ricerca storica, potrebbero apparire inverosimili, o soli illusori racconti degli appassionati di storia locale.

Questa necessaria premessa è volta ad evidenziare come, appena un secolo fa, questa strana e problematica città riuscì a fornire modelli architettonici e paesaggistici che conquistarono corti e sovrani provenienti da lande lontane. Infatti, durante il loro viaggio in Sicilia, avvenuto tra il 1846 e 1947, ci fu un luogo che lasciò di stucco i sovrani di Russia. Stiamo parlando di villa Quattro Pizzi, la splendida dimora ubicata nel malandato porticciolo del rione Arenella, vicino alla tonnara e al mulino a vento in cui avveniva la molitura del sommacco, da cui veniva estratto il tannino.

Renella a Peterhof

La villa era stata acquistata nel 1830 da Vincenzo Florio senior e poi nel 1844 era stata trasformata dall’architetto padovano Carlo Giachery in una graziosa dimora che s’ispirava al gotico inglese. Dunque, la villa dovette così tanto affascinare lo zar Nicola I e zarina Alessandra Fedorovna, a tal punto che quando fecero ritorno a San Pietroburgo decisero di riprodurla nell’isoletta che si scorgeva da Peterhof, la località non distante dalla capitale in cui si trovava la loro reggia. La villetta era una copia quasi perfetta di villa Quattro Pizzi, tant’è che veniva denominata anche casetta italiana o Olivuzza (dal nome della zona in cui erano stati ospitati dalla seconda moglie del Duca di Serradifalco). Sembra anche che, in un primo tempo, alla stessa isoletta (Snamenka) in cui sorgeva la “Renella” fosse stato dato il nome di “isola di Palermo”, anche se oggi si chiama Olga, in onore alla principessina che a causa di una malattia respiratoria era stata la vera involontaria artefice di quello straordinario viaggio, nel del clima mite dell’Italia meridionale.

La Renella di Peterhof in un dipinto

Ma la Renella veniva anche ricordata da Nicola II, lo sfortunato Romanov ucciso con la famiglia dai bolscevichi, come il luogo in cui aveva passato gran parte della propria infanzia. Se è assodato che all’esterno la villa riproducesse le fattezze di villa Quattro Pizzi, non altrettanto semplice è comprendere se ne fossero stati riprodotti anche interni. Invero, molte fonti parlano di una saletta che gli Zar tornati in Russia vollero riprodurre; ma, contrariamente agli esterni, per gli interni non possediamo foto che possano avvalorare questa ipotesi. Anche perché, a partire dal 1928, la Renella venne smontata.

Sarebbe interessante poter scoprire se prima della demolizione la villa possedesse, come per i Quattro Pizzi, quel repertorio fantasioso che sintetizza le suggestioni araldiche della Cappella Palatina, con la colorita tradizione dei creatori di carretti siciliani. Ma la nomea di villa Quattro Pizzi sembra che avesse raggiunto anche il mondo anglosassone, se è vero come è vero che nel 1953 il porticciolo venne utilizzato come set cinematografico di un noto film di cappa e spada. Il titolo del film era “Il principe di Scozia” e il protagonista era il noto attore Errol Flynn, il quale impersonava il patriota James Durie in esilio.

Quadro di Vernet che raffigura il porto di Palermo

In questa sorta di viaggio omerico alla riconquista della corona, tra le tante traversie, proprio all’Arenella l’eroe Errol-James cadde nella trappola che venne ordita dal pirata Mendoza. Per la verità, oggi quella affascinante baia, chiamata nel film “Tortuga”, avrebbe bisogno di una profonda risistemazione; e, a quanto pare, così sembra sia previsto dal piano di recupero dei porticcioli che è stato redatto dell’Autorità portuale di Palermo.

Oggi a Peterhof, al posto della Rinella, c’è un’altra villa. Eppure, non distante da essa, dentro il museo dell’Ermitage, un pregevole quadro del pittore Vernet lega ancora quell’affascinante luogo alla città di Palermo; si tratta della riproduzione del Castello a mare. Insomma, grazie al pittore dei porti, la città di Palermo è ancora vicina ad Olga e all’isola che è a lei dedicata.

*Docente e scrittore

La palazzina dei Florio, nella borgata dell’Arenella di Palermo, piacque tanto a Nicola I che volle costruirne una identica vicino alla residenza di Peterhof

di Emanuele Drago*

La smania di prendere a modello le virtù degli altri, è stata sempre un’indole connaturata agli abitanti della città di Palermo, soprattutto in quest’ultimo secolo in cui la mafia e la speculazione edilizia hanno sempre posto in secondo piano la conoscenza e la cura della propria storia. Così, ad esempio, alcune curiosità, se non fossero supportate da un solido lavoro di ricerca storica, potrebbero apparire inverosimili, o soli illusori racconti degli appassionati di storia locale.

Questa necessaria premessa è volta ad evidenziare come, appena un secolo fa, questa strana e problematica città riuscì a fornire modelli architettonici e paesaggistici che conquistarono corti e sovrani provenienti da lande lontane. Infatti, durante il loro viaggio in Sicilia, avvenuto tra il 1846 e 1947, ci fu un luogo che lasciò di stucco i sovrani di Russia. Stiamo parlando di villa Quattro Pizzi, la splendida dimora ubicata nel malandato porticciolo del rione Arenella, vicino alla tonnara e al mulino a vento in cui avveniva la molitura del sommacco, da cui veniva estratto il tannino.

Renella a Peterhof

La villa era stata acquistata nel 1830 da Vincenzo Florio senior e poi nel 1844 era stata trasformata dall’architetto padovano Carlo Giachery in una graziosa dimora che s’ispirava al gotico inglese. Dunque, la villa dovette così tanto affascinare lo zar Nicola I e zarina Alessandra Fedorovna, a tal punto che quando fecero ritorno a San Pietroburgo decisero di riprodurla nell’isoletta che si scorgeva da Peterhof, la località non distante dalla capitale in cui si trovava la loro reggia. La villetta era una copia quasi perfetta di villa Quattro Pizzi, tant’è che veniva denominata anche casetta italiana o Olivuzza (dal nome della zona in cui erano stati ospitati dalla seconda moglie del Duca di Serradifalco). Sembra anche che, in un primo tempo, alla stessa isoletta (Snamenka) in cui sorgeva la “Renella” fosse stato dato il nome di “isola di Palermo”, anche se oggi si chiama Olga, in onore alla principessina che a causa di una malattia respiratoria era stata la vera involontaria artefice di quello straordinario viaggio, nel del clima mite dell’Italia meridionale.

La Renella di Peterhof in un dipinto

Ma la Renella veniva anche ricordata da Nicola II, lo sfortunato Romanov ucciso con la famiglia dai bolscevichi, come il luogo in cui aveva passato gran parte della propria infanzia. Se è assodato che all’esterno la villa riproducesse le fattezze di villa Quattro Pizzi, non altrettanto semplice è comprendere se ne fossero stati riprodotti anche interni. Invero, molte fonti parlano di una saletta che gli Zar tornati in Russia vollero riprodurre; ma, contrariamente agli esterni, per gli interni non possediamo foto che possano avvalorare questa ipotesi. Anche perché, a partire dal 1928, la Renella venne smontata.

Sarebbe interessante poter scoprire se prima della demolizione la villa possedesse, come per i Quattro Pizzi, quel repertorio fantasioso che sintetizza le suggestioni araldiche della Cappella Palatina, con la colorita tradizione dei creatori di carretti siciliani. Ma la nomea di villa Quattro Pizzi sembra che avesse raggiunto anche il mondo anglosassone, se è vero come è vero che nel 1953 il porticciolo venne utilizzato come set cinematografico di un noto film di cappa e spada. Il titolo del film era “Il principe di Scozia” e il protagonista era il noto attore Errol Flynn, il quale impersonava il patriota James Durie in esilio.

Quadro di Vernet che raffigura il porto di Palermo

In questa sorta di viaggio omerico alla riconquista della corona, tra le tante traversie, proprio all’Arenella l’eroe Errol-James cadde nella trappola che venne ordita dal pirata Mendoza. Per la verità, oggi quella affascinante baia, chiamata nel film “Tortuga”, avrebbe bisogno di una profonda risistemazione; e, a quanto pare, così sembra sia previsto dal piano di recupero dei porticcioli che è stato redatto dell’Autorità portuale di Palermo.

Oggi a Peterhof, al posto della Rinella, c’è un’altra villa. Eppure, non distante da essa, dentro il museo dell’Ermitage, un pregevole quadro del pittore Vernet lega ancora quell’affascinante luogo alla città di Palermo; si tratta della riproduzione del Castello a mare. Insomma, grazie al pittore dei porti, la città di Palermo è ancora vicina ad Olga e all’isola che è a lei dedicata.

*Docente e scrittore

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La magia di Ballarò tra passato e presente

Con i suoi murales colorati e le tipiche “abbanniate” dei venditori, l’antico mercato nel centro storico di Palermo è diventato negli anni sempre più attrattivo e frequentato

di Emanuele Drago*

Camminare in mezzo al ritmo cantilenante delle “abbanniate”, ovvero il tipico vociare dei mercati, per il turista che giunge a Palermo è un vero spasso. E se prima per i turisti il monopolio dei mercati, complice il quadro realizzato da Guttuso, era esercitato dalla Vucciria, con gli anni quello che per grandezza e colori ha acquistato una sempre maggiore attrattiva e notorietà è il mercato di Ballarò, che si trova nel quartiere dell’Albergheria.

Per quanto concerne quest’ultimo, dopo una fase in cui venne denominato Daysin, per la cospicua originaria presenza di ebrei che lavoravano il cordame, a cui poi si aggiunsero dopo il X secoli anche i musulmani, il quartiere fu soggetto a fronteggiare continue e cicliche inondazioni del torrente Kemonia, che insieme ad altre cause endemiche provocò una forte contrazione demografica. Tuttavia, agli inizi del XIII secolo venne ripopolato da Federico II grazie agli esuli deportati dalla città di Certorbe (Enna) e Capizzi. Da allora divenne Albelgaria Centurbi et Capicii, per poi, col passare dei secoli, come nel caso di Caput Seralcadì, essere denominato con la semplice contrazione “Albergaria”.

Uno scorcio del mercato

Per quanto concerne invece l’origine del termine Ballarò, si è dibattuto a lungo quale fosse il motivo, ma in questo caso, complice anche la mancanza di atti e documenti ufficiali, non si è ancora giunti a una soluzione condivisa. C’è chi afferma che derivi da Segel Ballarat, ovvero una piazza del mercato in cui si stanziavano i venditori di specchi. Altri fanno derivare il termine da Balalah, ovvero confusione; fatto davvero singolare se si pensa che per anni si è sempre associato il termine confusione al mercato Vucciria, che invero è un termine che non ha nulla che vedere con la confusione, ma bensì con Bocceria, ovvero il luogo in cui si macellava la carne.

Un’altra interpretazione sembra voglia ricondurre l’origine del termine a Bel Rom, che altro non è che la contrazione del latino bellum romanorum, in ossequio e onore alla nuova dominazione romana. Tra le interpretazioni più plausibili e consolidatesi nel tempo sembra esserci quella che leghi il termine ad una piccola località posta vicino Monreale, denominata Bahlara, da cui provenivano i venditori di frutta che giungevano poi a Palermo.

Vicolo Cagliostro

Ma al di là di quale sia la soluzione in questa intricata storia etimologica, Ballarò non ha ancora perso il suo grande fascino. Il modo più semplice per accedervi dal centro è quello di percorrere la via del Ponticello, a pochi passi da piazza Pretoria, ovviamente non prima di aver visitato l’incredibile chiesa del Gesù e la biblioteca della Casa appartenuta all’ordine dei Gesuiti. Proprio subito dopo la casa, sulla destra, un murales in cui v’e scritto “Ballarò è magia” dà il benvenuto a turisti e passanti.

Superate le “sgarrupate” case, rimaste ancora in piedi grazie a delle squallide strutture in ferro, si giunge presso uno slargo in cui è possibile ammirare una suggestiva torre medievale, la torre di San Nicolò. Mentre la strada posta a destra della piazza conduce in via Porta di Castro – magari passando dal vicolo in cui nacque quel genio fannullone di Giuseppe Balsamo, più noto come conte di Cagliostro – percorrendo invece la strada posta a sinistra ci si immette nel cuore del mercato. Ebbene, quasi a metà del percorso, in mezzo all’odore di fritto e tra i negozietti di spezie e quant’altro, si giunge in una piazzetta con un muro su cui vi sono disegnate alcune pecorelle che camminano tra stelle e cielo. La piazzetta si chiama PR3 e dopo essere stata ripulita dal degrado e dall’immondizia, è stata dedicata al poeta di strada Giuseppe Schiera; uomo arguto e autoironico, che non aveva mai dimenticato le sue umili origini, tanto che amava definirsi “a fabbrica ru pitittu” (“la fabbrica della fame”) ma che era allo stesso tempo capace, grazie alla sua satira tagliente, di mettere in discussione durante il Fascismo il potere costituito.

Murales in piazza Mediterraneo

Insomma, ecco un po’ spiegato il senso di quel murales realizzato dai bambini del quartiere, e a cui è stato dato il nome di “Peppe Senza Suola” (poi diventato anche un libro di Alberto Nicolino e Igor Scalisi Palminteri). Si tratta di un’operazione che ha anticipato i murales realizzati l’anno successivo nel quartiere dallo stesso Scalisi Palminteri. Ma forse il più affascinante di tutti è quello che si trova in piazzetta Mediterraneo (un luogo posto tra via Porta di Castro e via San Nicolò). Il murales ritrae un bimbo su uno sfondo celeste, mentre tiene nelle mani una scatola di cartone con delle verdure che gridano sul silenzioso e ignaro fanciullo. Il messaggio è chiaro: qui a Ballarò anche la merce “abbannia”.

*Docente e scrittore

Con i suoi murales colorati e le tipiche “abbanniate” dei venditori, l’antico mercato nel centro storico di Palermo è diventato negli anni sempre più attrattivo e frequentato

di Emanuele Drago*

Camminare in mezzo al ritmo cantilenante delle “abbanniate”, ovvero il tipico vociare dei mercati, per il turista che giunge a Palermo è un vero spasso. E se prima per i turisti il monopolio dei mercati, complice il quadro realizzato da Guttuso, era esercitato dalla Vucciria, con gli anni quello che per grandezza e colori ha acquistato una sempre maggiore attrattiva e notorietà è il mercato di Ballarò, che si trova nel quartiere dell’Albergheria.

Per quanto concerne quest’ultimo, dopo una fase in cui venne denominato Daysin, per la cospicua originaria presenza di ebrei che lavoravano il cordame, a cui poi si aggiunsero dopo il X secoli anche i musulmani, il quartiere fu soggetto a fronteggiare continue e cicliche inondazioni del torrente Kemonia, che insieme ad altre cause endemiche provocò una forte contrazione demografica. Tuttavia, agli inizi del XIII secolo venne ripopolato da Federico II grazie agli esuli deportati dalla città di Certorbe (Enna) e Capizzi. Da allora divenne Albelgaria Centurbi et Capicii, per poi, col passare dei secoli, come nel caso di Caput Seralcadì, essere denominato con la semplice contrazione “Albergaria”.

Uno scorcio del mercato

Per quanto concerne invece l’origine del termine Ballarò, si è dibattuto a lungo quale fosse il motivo, ma in questo caso, complice anche la mancanza di atti e documenti ufficiali, non si è ancora giunti a una soluzione condivisa. C’è chi afferma che derivi da Segel Ballarat, ovvero una piazza del mercato in cui si stanziavano i venditori di specchi. Altri fanno derivare il termine da Balalah, ovvero confusione; fatto davvero singolare se si pensa che per anni si è sempre associato il termine confusione al mercato Vucciria, che invero è un termine che non ha nulla che vedere con la confusione, ma bensì con Bocceria, ovvero il luogo in cui si macellava la carne.

Un’altra interpretazione sembra voglia ricondurre l’origine del termine a Bel Rom, che altro non è che la contrazione del latino bellum romanorum, in ossequio e onore alla nuova dominazione romana. Tra le interpretazioni più plausibili e consolidatesi nel tempo sembra esserci quella che leghi il termine ad una piccola località posta vicino Monreale, denominata Bahlara, da cui provenivano i venditori di frutta che giungevano poi a Palermo.

Vicolo Cagliostro

Ma al di là di quale sia la soluzione in questa intricata storia etimologica, Ballarò non ha ancora perso il suo grande fascino. Il modo più semplice per accedervi dal centro è quello di percorrere la via del Ponticello, a pochi passi da piazza Pretoria, ovviamente non prima di aver visitato l’incredibile chiesa del Gesù e la biblioteca della Casa appartenuta all’ordine dei Gesuiti. Proprio subito dopo la casa, sulla destra, un murales in cui v’e scritto “Ballarò è magia” dà il benvenuto a turisti e passanti.

Superate le “sgarrupate” case, rimaste ancora in piedi grazie a delle squallide strutture in ferro, si giunge presso uno slargo in cui è possibile ammirare una suggestiva torre medievale, la torre di San Nicolò. Mentre la strada posta a destra della piazza conduce in via Porta di Castro – magari passando dal vicolo in cui nacque quel genio fannullone di Giuseppe Balsamo, più noto come conte di Cagliostro – percorrendo invece la strada posta a sinistra ci si immette nel cuore del mercato. Ebbene, quasi a metà del percorso, in mezzo all’odore di fritto e tra i negozietti di spezie e quant’altro, si giunge in una piazzetta con un muro su cui vi sono disegnate alcune pecorelle che camminano tra stelle e cielo. La piazzetta si chiama PR3 e dopo essere stata ripulita dal degrado e dall’immondizia, è stata dedicata al poeta di strada Giuseppe Schiera; uomo arguto e autoironico, che non aveva mai dimenticato le sue umili origini, tanto che amava definirsi “a fabbrica ru pitittu” (“la fabbrica della fame”) ma che era allo stesso tempo capace, grazie alla sua satira tagliente, di mettere in discussione durante il Fascismo il potere costituito.

Murales in piazza Mediterraneo

Insomma, ecco un po’ spiegato il senso di quel murales realizzato dai bambini del quartiere, e a cui è stato dato il nome di “Peppe Senza Suola” (poi diventato anche un libro di Alberto Nicolino e Igor Scalisi Palminteri). Si tratta di un’operazione che ha anticipato i murales realizzati l’anno successivo nel quartiere dallo stesso Scalisi Palminteri. Ma forse il più affascinante di tutti è quello che si trova in piazzetta Mediterraneo (un luogo posto tra via Porta di Castro e via San Nicolò). Il murales ritrae un bimbo su uno sfondo celeste, mentre tiene nelle mani una scatola di cartone con delle verdure che gridano sul silenzioso e ignaro fanciullo. Il messaggio è chiaro: qui a Ballarò anche la merce “abbannia”.

*Docente e scrittore

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La Vucciria, antico regno dell’aromataio guaritore

Giovanni Luigi Garillo diventò famoso per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo

di Emanuele Drago*

Quando Sciascia parlava della Vucciria di Guttuso la descriveva come il sogno di un affamato. Per la verità, anche se il termine deriva dal francese boucherie – luogo in cui si macellava la carne – l’attuale Vucciria era in realtà indicata come la Bocceria della frutta, da distinguersi dalla Bocceria propriamente detta, la quale era ubicata più a nord, in un’area compresa tra le attuali piazza Venezia e piazza Sant’Onofrio.

Eppure, il destino del mercato in cui le balate non si asciugavano mai sembra essere stato scandito da un’altra attività commerciale, che nulla aveva a che fare né con la carne, né col pesce, e neppure con la frutta. L’attività a cui vogliamo riferirci è quella degli aromatai, un mestiere che era assimilabile agli antichi speziali medievali, ma anche ai moderni farmacisti. Un’aromateria che a Palermo divenne celebre fu quella che nel 1793, in via Materassai, impiantarono – dopo essere giunti da giunti da Bagnara in seguito al terribile terremoto che aveva devastato la cittadina calabra – Paolo Florio e il cognato Barbaro.

La chiesa di Sant’Andrea

Ma, come già accennato precedentemente, quando i Florio s’imbatterono in questa nuova attività probabilmente non seppero che in realtà Palermo, appena due secoli prima, aveva avuto in ciò un illustre antesignano, un uomo d’ingegno quale fu appunto Giovanni Luigi Garillo. E d’altronde è la stessa chiesa di Sant’Andrea, detta appunto degli aromatai, sorta ancor prima che nascesse l’attività dei Florio e ubicata a pochi passi da piazza San Domenico che comprova quanto appena affermato.

Da alcune ricerche risulta che Giovanni Luigi Garillo svolgesse la propria attività in via Coltellieri, strada che nel 1543 gli era intitolata per volontà del “Salutifero Collegio della Felice Città di Palermo”, dopo che per ben 47 anni si era distinto nella preparazione di medicamenti e pozioni “salutifere”, che vendeva nella sua bottega della Vucciria. Fu infatti dopo quella fatidica data che la stretta viuzza, che ancora oggi corre quasi parallela alla Discesa dei Maccheronai, fu conosciuta appunto come la “la strada di Garillo”.

Vaso con ritratto di Giovanni Luigi Garillo

Ora, per comprendere l’importanza svolta da questo speziale antesignano dei moderni farmacisti, basterà ricordare le lodi che ad esso riservò il protomedico Gian Filippo Ingrassia. Infatti, secondo quest’ultimo, Garillo diventò famoso in tutta la Penisola per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto. Ad esempio, tra i tanti si ricordano soprattutto “l’olio di scorpione” ed alcune particolari “pillole della vita”, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo. Ma la specialità con la quale il Garillo ottenne i massimi riconoscimenti presso gli accademici del tempo fu una sua personale elaborazione della Theriaca o Triaca, farmaco che risale al tempo di Mitridate re del Ponto e che accrebbe nei secoli la propria fama. La Theriaca arrivò ad essere, ancora a metà dell’Ottocento, panacea universale, capace, se sapientemente somministrata, di curare praticamente ogni male. Sembra che Garillo componesse questo contravveleno regolarmente in pubblico, sotto la sorveglianza del citato Collegio Salutifero e col costante supporto dell’Ingrassia.

Oggi è davvero desolante muoversi in mezzo al degrado della zona, senza tra l’altro riuscire a cogliere alcun riferimento né all’antica strada dei Coltellieri, né all’aromateria del Garillo. Sarebbe allora interessante poter scoprire, magari tramite ulteriori studi e approfondimenti, quale fosse l’esatto punto in cui era ubicata l’aromateria. Per adesso, in attesa di un positivo riscontro, non ci resta che accontentarci di scoprire quale fosse il volto del Garillo. Lo si può ammirare dipinto in un vaso che fa parte della collezione della famiglia Scalea.

*Docente e scrittore

Giovanni Luigi Garillo diventò famoso per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo

di Emanuele Drago*

Quando Sciascia parlava della Vucciria di Guttuso la descriveva come il sogno di un affamato. Per la verità, anche se il termine deriva dal francese boucherie – luogo in cui si macellava la carne – l’attuale Vucciria era in realtà indicata come la Bocceria della frutta, da distinguersi dalla Bocceria propriamente detta, la quale era ubicata più a nord, in un’area compresa tra le attuali piazza Venezia e piazza Sant’Onofrio.

Eppure, il destino del mercato in cui le balate non si asciugavano mai sembra essere stato scandito da un’altra attività commerciale, che nulla aveva a che fare né con la carne, né col pesce, e neppure con la frutta. L’attività a cui vogliamo riferirci è quella degli aromatai, un mestiere che era assimilabile agli antichi speziali medievali, ma anche ai moderni farmacisti. Un’aromateria che a Palermo divenne celebre fu quella che nel 1793, in via Materassai, impiantarono – dopo essere giunti da giunti da Bagnara in seguito al terribile terremoto che aveva devastato la cittadina calabra – Paolo Florio e il cognato Barbaro.

La chiesa di Sant’Andrea

Ma, come già accennato precedentemente, quando i Florio s’imbatterono in questa nuova attività probabilmente non seppero che in realtà Palermo, appena due secoli prima, aveva avuto in ciò un illustre antesignano, un uomo d’ingegno quale fu appunto Giovanni Luigi Garillo. E d’altronde è la stessa chiesa di Sant’Andrea, detta appunto degli aromatai, sorta ancor prima che nascesse l’attività dei Florio e ubicata a pochi passi da piazza San Domenico che comprova quanto appena affermato.

Da alcune ricerche risulta che Giovanni Luigi Garillo svolgesse la propria attività in via Coltellieri, strada che nel 1543 gli era intitolata per volontà del “Salutifero Collegio della Felice Città di Palermo”, dopo che per ben 47 anni si era distinto nella preparazione di medicamenti e pozioni “salutifere”, che vendeva nella sua bottega della Vucciria. Fu infatti dopo quella fatidica data che la stretta viuzza, che ancora oggi corre quasi parallela alla Discesa dei Maccheronai, fu conosciuta appunto come la “la strada di Garillo”.

Vaso con ritratto di Giovanni Luigi Garillo

Ora, per comprendere l’importanza svolta da questo speziale antesignano dei moderni farmacisti, basterà ricordare le lodi che ad esso riservò il protomedico Gian Filippo Ingrassia. Infatti, secondo quest’ultimo, Garillo diventò famoso in tutta la Penisola per una serie di preparati che aveva inventato e prodotto. Ad esempio, tra i tanti si ricordano soprattutto “l’olio di scorpione” ed alcune particolari “pillole della vita”, antidoti che vendette in grande quantità all’aristocrazia del tempo. Ma la specialità con la quale il Garillo ottenne i massimi riconoscimenti presso gli accademici del tempo fu una sua personale elaborazione della Theriaca o Triaca, farmaco che risale al tempo di Mitridate re del Ponto e che accrebbe nei secoli la propria fama. La Theriaca arrivò ad essere, ancora a metà dell’Ottocento, panacea universale, capace, se sapientemente somministrata, di curare praticamente ogni male. Sembra che Garillo componesse questo contravveleno regolarmente in pubblico, sotto la sorveglianza del citato Collegio Salutifero e col costante supporto dell’Ingrassia.

Oggi è davvero desolante muoversi in mezzo al degrado della zona, senza tra l’altro riuscire a cogliere alcun riferimento né all’antica strada dei Coltellieri, né all’aromateria del Garillo. Sarebbe allora interessante poter scoprire, magari tramite ulteriori studi e approfondimenti, quale fosse l’esatto punto in cui era ubicata l’aromateria. Per adesso, in attesa di un positivo riscontro, non ci resta che accontentarci di scoprire quale fosse il volto del Garillo. Lo si può ammirare dipinto in un vaso che fa parte della collezione della famiglia Scalea.

*Docente e scrittore

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Palermo e i suoi fantasmi tra storia e leggenda

La vecchia dell’aceto, il figlio del re di Tunisi, la suora del Capo e quella del Teatro Massimo, sono alcuni degli “spettri” illustri della città

di Emanuele Drago*

“Una gaia casetta in via Papireto, all’ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette col pavimento di mattoni di Valenza. Marta aveva trovato questa casa guidata da un lontano ricordo”. Questa è la descrizione che nel romanzo “L’esclusa”, Luigi Pirandello faceva della dimora palermitana della famiglia Ayala. Oggi viene un po’ da sorridere nel ripensare che proprio in quello stesso esatto punto si trovava alcuni secoli prima un’altra casa che nell’immaginario palermitano divenne altrettanto famosa. Posta al centro di un luogo malsano e maleodorante, secondo alcune leggende era stata utilizzata da molti mariti per far ammalare o sbarazzarsi delle rispettive mogli. Infatti, l’esposizione prolungata ai miasmi del fiume Papireto non lasciava scampo ai polmoni delle giovani mogli.

Vicolo di Colluzio

Ora, per una sorte di legge del contrappasso, proprio in quei paraggi – esattamente in via Gioiamia – quasi due secoli dopo la megera Giovanna Bonanno aveva trovato a sua volta il rimedio per vendicare le molte mogli tradite dai mariti fedifraghi. Fu infatti in questa via che la donna nota come la vecchia dell’aceto, acquistava, in un negozio, l’acido per pidocchi che avrebbe addizionato con l’arsenico. La leggenda vuole che il fantasma della stessa Bonanno – dopo la tragica esecuzione avvenuta nelle forche più alte issate ai Quattro Canti nel giugno del 1789 – la notte si aggiri ancora in vicolo de’ Colluzio, nel quartiere dell’Albergheria.

Per chi non conosce nel dettaglio la storia della Bonanno, la cosa può apparire strana: che ci fa infatti la vecchia dell’aceto all’Albergheria, visto che aveva sempre operato tra i quartieri della Zisa e del Noviziato? Ma c’è chi giura che non si tratti di un fatto per niente strano, in quanto le prime apparizioni – secondo la tradizione – avvennero fin subito dopo la sua condanna a morte, ed esattamente in prossimità della chiesa dell’Annunziata alle Balate. In buona sostanza, c’è chi afferma che ella voleva impaurire gli “sbirri” che insieme al Santo Uffizio la condussero al patibolo e che proprio all’interno della chiesa dell’Annunziata avevano la propria confraternita.

Palazzo Molinelli di Santa Rosalia

Ma se la storia dei fantasmi avvistati a Palermo è essenzialmente stata declinata al femminile – basta ricordare la vicenda delle Sette Fate nell’omonima piazza o del fantasma della suora del Teatro Massimo e del palazzo Molinelli di Santa Rosalia – esiste tuttavia almeno un caso in cui il fantasma avvistato non solo è un uomo, ma addirittura un sovrano, e per giunta di colore. Molti cronisti del tempo, lo indicarono come il fantasma del turco, termine con cui, nell’immaginario palermitano, si era soliti riferirsi non tanto agli abitanti della Turchia, bensì ai musulmani o alle persone di colore in generale.

Dunque, secondo la leggenda – ma anche Folco di Verdura ce ne parla in “Estati Felici” – questo cosiddetto turco si aggirava in piena notte tra le stanze del palazzo De Castillo dei Marchesi di Sant’Isodoro, in piazza Guilla. Ma qual era la vera identità di questo misterioso turco? E per quale motivo si aggirava proprio in quel palazzo? Ebbene, sembra che l’uomo non fosse altro che il figlio del re di Tunisi Mulay Amida, ovvero Amida II, da alcuni indicato anche col nome di Ajajà. Quest’ultimo, a quanto pare, si era convertito al Cristianesimo, tant’è che il suo corpo prima di essere sepolto presso il cimitero dei Cappuccini, era stato conservato nel giardino di palazzo De Castillo, diviso dalla dimora signorile mediante un cavalcavia ancora oggi visibile. E d’altronde c’è chi ancora all’inizio del XIX secolo affermava che – così ad esempio fece Gaspare Palermo nella sua “Guida della città” – il corpo del sovrano di colore, mummificato in un angolo delle Catacombe, fosse proprio quello di Ajajà.

La suora del Capo

Ma a Palermo il tour per i “ghostbusters” potrebbe non limitarsi a queste storie. Ad esempio, potrebbe proseguire facendo una visita all’interno di villa Caboto, a Mondello, oppure nella chiesa della Madonna della Mercede al Capo. In questa chiesa infatti nel 2016, per uno strano effetto prodotto dall’umidità delle pareti del campanile, sembrò affacciarsi una suora. C’è chi giura che ogni fenomeno, se razionalizzato, ha sempre una spiegazione. Ma c’è chi afferma anche il contrario: ovvero che le anime si avvalgono dell’astuzia della ragione per manifestarsi al mondo.

Così a quanto pare, per chi crede a questa vicenda, sembra abbia fatto la donna di servizio di casa Serenario, la quale dopo essere stata violata, fu costretta a farsi suora e da quel giorno ancora si affacci dal campanile della chiesa per scorgere la piccola figlia che abitava nel vicino palazzo in cui per anni aveva prestato servizio. Leggende – direte voi – come quella della suora del teatro Massimo, che per vendicarsi dell’abbattimento del monastero di San Giuliano e delle Stimmate, o della profanazione della sua tomba, di tanto in tanto si diverte a sgambettare, davanti al primo gradino della prima rampa di scale, tutti quegli scettici visitatori che non sanno che anche Palermo ha i suoi fantasmi.

*Docente e scrittore

La vecchia dell’aceto, il figlio del re di Tunisi, la suora del Capo e quella del Teatro Massimo, sono alcuni degli “spettri” illustri della città

di Emanuele Drago*

“Una gaia casetta in via Papireto, all’ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette col pavimento di mattoni di Valenza. Marta aveva trovato questa casa guidata da un lontano ricordo”. Questa è la descrizione che nel romanzo “L’esclusa”, Luigi Pirandello faceva della dimora palermitana della famiglia Ayala. Oggi viene un po’ da sorridere nel ripensare che proprio in quello stesso esatto punto si trovava alcuni secoli prima un’altra casa che nell’immaginario palermitano divenne altrettanto famosa. Posta al centro di un luogo malsano e maleodorante, secondo alcune leggende era stata utilizzata da molti mariti per far ammalare o sbarazzarsi delle rispettive mogli. Infatti, l’esposizione prolungata ai miasmi del fiume Papireto non lasciava scampo ai polmoni delle giovani mogli.

Vicolo di Colluzio

Ora, per una sorte di legge del contrappasso, proprio in quei paraggi – esattamente in via Gioiamia – quasi due secoli dopo la megera Giovanna Bonanno aveva trovato a sua volta il rimedio per vendicare le molte mogli tradite dai mariti fedifraghi. Fu infatti in questa via che la donna nota come la vecchia dell’aceto, acquistava, in un negozio, l’acido per pidocchi che avrebbe addizionato con l’arsenico. La leggenda vuole che il fantasma della stessa Bonanno – dopo la tragica esecuzione avvenuta nelle forche più alte issate ai Quattro Canti nel giugno del 1789 – la notte si aggiri ancora in vicolo de’ Colluzio, nel quartiere dell’Albergheria.

Per chi non conosce nel dettaglio la storia della Bonanno, la cosa può apparire strana: che ci fa infatti la vecchia dell’aceto all’Albergheria, visto che aveva sempre operato tra i quartieri della Zisa e del Noviziato? Ma c’è chi giura che non si tratti di un fatto per niente strano, in quanto le prime apparizioni – secondo la tradizione – avvennero fin subito dopo la sua condanna a morte, ed esattamente in prossimità della chiesa dell’Annunziata alle Balate. In buona sostanza, c’è chi afferma che ella voleva impaurire gli “sbirri” che insieme al Santo Uffizio la condussero al patibolo e che proprio all’interno della chiesa dell’Annunziata avevano la propria confraternita.

Palazzo Molinelli di Santa Rosalia

Ma se la storia dei fantasmi avvistati a Palermo è essenzialmente stata declinata al femminile – basta ricordare la vicenda delle Sette Fate nell’omonima piazza o del fantasma della suora del Teatro Massimo e del palazzo Molinelli di Santa Rosalia – esiste tuttavia almeno un caso in cui il fantasma avvistato non solo è un uomo, ma addirittura un sovrano, e per giunta di colore. Molti cronisti del tempo, lo indicarono come il fantasma del turco, termine con cui, nell’immaginario palermitano, si era soliti riferirsi non tanto agli abitanti della Turchia, bensì ai musulmani o alle persone di colore in generale.

Dunque, secondo la leggenda – ma anche Folco di Verdura ce ne parla in “Estati Felici” – questo cosiddetto turco si aggirava in piena notte tra le stanze del palazzo De Castillo dei Marchesi di Sant’Isodoro, in piazza Guilla. Ma qual era la vera identità di questo misterioso turco? E per quale motivo si aggirava proprio in quel palazzo? Ebbene, sembra che l’uomo non fosse altro che il figlio del re di Tunisi Mulay Amida, ovvero Amida II, da alcuni indicato anche col nome di Ajajà. Quest’ultimo, a quanto pare, si era convertito al Cristianesimo, tant’è che il suo corpo prima di essere sepolto presso il cimitero dei Cappuccini, era stato conservato nel giardino di palazzo De Castillo, diviso dalla dimora signorile mediante un cavalcavia ancora oggi visibile. E d’altronde c’è chi ancora all’inizio del XIX secolo affermava che – così ad esempio fece Gaspare Palermo nella sua “Guida della città” – il corpo del sovrano di colore, mummificato in un angolo delle Catacombe, fosse proprio quello di Ajajà.

La suora del Capo

Ma a Palermo il tour per i “ghostbusters” potrebbe non limitarsi a queste storie. Ad esempio, potrebbe proseguire facendo una visita all’interno di villa Caboto, a Mondello, oppure nella chiesa della Madonna della Mercede al Capo. In questa chiesa infatti nel 2016, per uno strano effetto prodotto dall’umidità delle pareti del campanile, sembrò affacciarsi una suora. C’è chi giura che ogni fenomeno, se razionalizzato, ha sempre una spiegazione. Ma c’è chi afferma anche il contrario: ovvero che le anime si avvalgono dell’astuzia della ragione per manifestarsi al mondo.

Così a quanto pare, per chi crede a questa vicenda, sembra abbia fatto la donna di servizio di casa Serenario, la quale dopo essere stata violata, fu costretta a farsi suora e da quel giorno ancora si affacci dal campanile della chiesa per scorgere la piccola figlia che abitava nel vicino palazzo in cui per anni aveva prestato servizio. Leggende – direte voi – come quella della suora del teatro Massimo, che per vendicarsi dell’abbattimento del monastero di San Giuliano e delle Stimmate, o della profanazione della sua tomba, di tanto in tanto si diverte a sgambettare, davanti al primo gradino della prima rampa di scale, tutti quegli scettici visitatori che non sanno che anche Palermo ha i suoi fantasmi.

*Docente e scrittore

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Porta Felice, tra albe d’equinozio e corna alla luna

Una delle antiche vie d’accesso più importanti di Palermo, in un preciso momento dell’anno, diventa palcoscenico per un affascinante fenomeno naturale

di Emanuele Drago*

C’è un momento dell’anno in cui una porta storica di Palermo diventa il palcoscenico per un fenomeno naturale affascinante ed unico. Il monumento a cui ci riferiamo è la sontuosa Porta Felice e il fenomeno, che si verifica durante l’equinozio di primavera, è il sorgere del sole dal mare in un perfetto allineamento con la più antica strada di Palermo, appunto il Cassaro.

Porta Felice

Il fenomeno è davvero suggestivo ed ha un che di magico ed esoterico, in quanto, intorno alle sei del mattino, il sole sembra emergere dal mare per poi porsi al centro dei due piloni della porta. E si tratta di un fenomeno che, in questo periodo dell’anno, desta l’interesse di turisti e palermitani appassionati di fotografia, conoscitori dei segreti della luce della città, più di molti ignari passanti. È davvero emozionante ciò che si presenta in quelle ore del mattino nel Cassaro morto; un tratto di strada che, per la mancanza di attività commerciali, sembra riscattarsi da quell’ingenerosa nomea di esser senza vita.

Ma qual è la storia di questa elegante porta ormai da secoli conosciuta come Porta Felice? Edificata nel 1582, per volontà dall’allora viceré di Sicilia Marcantonio Colonna di Lanuvio, venne dedicata alla moglie Donna Felice Orsini. Ora, la cosa strana è che, proprio non distante dal pilone di sinistra, gli venne collocata la cosiddetta fontana della sirena, le cui fattezze, secondo alcune malelingue del tempo, ricordavano il volto e le movenze dell’amante dello stesso vicerè, la bella Eufrosina Valdaura, baronessa di Miserendino. La porta di fatto era stata realizzata in seguito al raddrizzamento e al prolungamento fino al mare della più antica strada di Palermo, la strada marmorea.

Aquila coronata su Porta Felice

Ma essa, oltre ad essere una delle poche realizzate con piloni monumentali e non in pietra d’Aspra, a volte, soprattutto durante la festa di Santa Rosalia, veniva trasformata in arco trionfale mediante la collocazione di decorazioni posticce che univano alla sommità i due piloni. Inoltre, per l’aristocrazia di metà Settecento iniziò a rappresentare una sorta di zona franca, il luogo da cui uscire dall’asfittico centro storico, fatto di vicoli e trazzere, per concedersi qualche licenza, o semplicemente un paio d’ore di vero e proprio libertinaggio.

Tant’è che in seguito a ciò ne nacque un detto popolare, che ironizzando sul fatto che la porta oltre a garantire la sicurezza, avrebbe dovuto garantire la morale pubblica, si domandasse “Cu’ fussi lu mastru quali fabbricau lu catinazzu di porta Felici?”. Infatti, Porta Felice era l’unica porta civica che dopo il suono delle campane dell’Avemaria rimaneva aperta. Questa consuetudine – unita all’ormai noto tradimento consumato dal committente Marcantonio Colonna – fece sì che la porta a partire dal Settecento venisse denominata allusivamente “i corna a luna”.

Il Cassaro visto da Porta Felice

Ma il caso volle che questa maligna allusione finisse per mimetizzarsi in un altro celebre evento: la cosiddetta festa dei cornuti. Si badi bene, questa denominazione non aveva nulla di ufficiale né di libertino; anzi, al contrario, era una ricorrenza di carattere religioso che coincideva con la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, che cadeva quasi sempre a maggio, quaranta giorni dopo la Pasqua. In quella circostanza, infatti, una massa di pastori e storpi, con al seguito i loro rumorosi armenti – da qui appunto i cornuti – partivano dal piano del Palazzo Reale e scendevano a valle, in direzione del mare, per poi immergersi a mezzanotte in punto in acqua. La processione era legata ad un’antica credenza popolare, secondo la quale, in quel particolarissimo giorno dell’anno, le acque avessero un carattere catartico e salvifico.

Di questa antica processione la pittrice Kiyohara Tama ce ne ha lasciato un’affascinante rappresentazione, in un suo quadro che si trova all’interno del museo Pitrè, dal titolo appunto “La notte dell’Ascensione”. Oggi Porta Felice, più che per questa particolare festa, viene ricordata come il luogo dell’apoteosi della Santa Patrona di Palermo. È qui che il quattordici luglio di ogni anno – da tempo ormai ben oltre la mezzanotte – il carro trionfale di Santa Rosalia giunge in prossimità del mare. Ed è sempre qui che superati i due piloni viene accolta da assordanti e scintillanti giochi d’artificio. Oggi come tre secoli fa, quando il viaggiatore scozzese Patrick Brydone la considerava la più bella d’Europa.

*Docente e scrittore

La foto dell’alba a Porta Felice in alto è di Zoran Mariovic

Una delle antiche vie d’accesso più importanti di Palermo, in un preciso momento dell’anno, diventa palcoscenico per un affascinante fenomeno naturale

di Emanuele Drago*

C’è un momento dell’anno in cui una porta storica di Palermo diventa il palcoscenico per un fenomeno naturale affascinante ed unico. Il monumento a cui ci riferiamo è la sontuosa Porta Felice e il fenomeno, che si verifica durante l’equinozio di primavera, è il sorgere del sole dal mare in un perfetto allineamento con la più antica strada di Palermo, appunto il Cassaro.

Porta Felice

Il fenomeno è davvero suggestivo ed ha un che di magico ed esoterico, in quanto, intorno alle sei del mattino, il sole sembra emergere dal mare per poi porsi al centro dei due piloni della porta. E si tratta di un fenomeno che, in questo periodo dell’anno, desta l’interesse di turisti e palermitani appassionati di fotografia, conoscitori dei segreti della luce della città, più di molti ignari passanti. È davvero emozionante ciò che si presenta in quelle ore del mattino nel Cassaro morto; un tratto di strada che, per la mancanza di attività commerciali, sembra riscattarsi da quell’ingenerosa nomea di esser senza vita.

Ma qual è la storia di questa elegante porta ormai da secoli conosciuta come Porta Felice? Edificata nel 1582, per volontà dall’allora viceré di Sicilia Marcantonio Colonna di Lanuvio, venne dedicata alla moglie Donna Felice Orsini. Ora, la cosa strana è che, proprio non distante dal pilone di sinistra, gli venne collocata la cosiddetta fontana della sirena, le cui fattezze, secondo alcune malelingue del tempo, ricordavano il volto e le movenze dell’amante dello stesso vicerè, la bella Eufrosina Valdaura, baronessa di Miserendino. La porta di fatto era stata realizzata in seguito al raddrizzamento e al prolungamento fino al mare della più antica strada di Palermo, la strada marmorea.

Aquila coronata su Porta Felice

Ma essa, oltre ad essere una delle poche realizzate con piloni monumentali e non in pietra d’Aspra, a volte, soprattutto durante la festa di Santa Rosalia, veniva trasformata in arco trionfale mediante la collocazione di decorazioni posticce che univano alla sommità i due piloni. Inoltre, per l’aristocrazia di metà Settecento iniziò a rappresentare una sorta di zona franca, il luogo da cui uscire dall’asfittico centro storico, fatto di vicoli e trazzere, per concedersi qualche licenza, o semplicemente un paio d’ore di vero e proprio libertinaggio.

Tant’è che in seguito a ciò ne nacque un detto popolare, che ironizzando sul fatto che la porta oltre a garantire la sicurezza, avrebbe dovuto garantire la morale pubblica, si domandasse “Cu’ fussi lu mastru quali fabbricau lu catinazzu di porta Felici?”. Infatti, Porta Felice era l’unica porta civica che dopo il suono delle campane dell’Avemaria rimaneva aperta. Questa consuetudine – unita all’ormai noto tradimento consumato dal committente Marcantonio Colonna – fece sì che la porta a partire dal Settecento venisse denominata allusivamente “i corna a luna”.

Il Cassaro visto da Porta Felice

Ma il caso volle che questa maligna allusione finisse per mimetizzarsi in un altro celebre evento: la cosiddetta festa dei cornuti. Si badi bene, questa denominazione non aveva nulla di ufficiale né di libertino; anzi, al contrario, era una ricorrenza di carattere religioso che coincideva con la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, che cadeva quasi sempre a maggio, quaranta giorni dopo la Pasqua. In quella circostanza, infatti, una massa di pastori e storpi, con al seguito i loro rumorosi armenti – da qui appunto i cornuti – partivano dal piano del Palazzo Reale e scendevano a valle, in direzione del mare, per poi immergersi a mezzanotte in punto in acqua. La processione era legata ad un’antica credenza popolare, secondo la quale, in quel particolarissimo giorno dell’anno, le acque avessero un carattere catartico e salvifico.

Di questa antica processione la pittrice Kiyohara Tama ce ne ha lasciato un’affascinante rappresentazione, in un suo quadro che si trova all’interno del museo Pitrè, dal titolo appunto “La notte dell’Ascensione”. Oggi Porta Felice, più che per questa particolare festa, viene ricordata come il luogo dell’apoteosi della Santa Patrona di Palermo. È qui che il quattordici luglio di ogni anno – da tempo ormai ben oltre la mezzanotte – il carro trionfale di Santa Rosalia giunge in prossimità del mare. Ed è sempre qui che superati i due piloni viene accolta da assordanti e scintillanti giochi d’artificio. Oggi come tre secoli fa, quando il viaggiatore scozzese Patrick Brydone la considerava la più bella d’Europa.

*Docente e scrittore

La foto dell’alba a Porta Felice in alto è di Zoran Mariovic

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