Altarello e la chiesetta che ricorda i borghi del nord

Il quartiere sulle pendici dei monti di Palermo ha origini antiche. Sorto nel Cinquecento, era ricco di botteghe artigiane, cappelle e mulini. Nell’Ottocento vi andava spesso Ferdinando III

di Emanuele Drago*

Fin dalle origini la contrada Altarello di Palermo era ricca di bagli, trappeti, taverne, fondaci, mulini e cappelle devozionali, che cadevano sotto la sfera d’influenza del Casale di Baida. In seguito, però, venne concessa da Guglielmo il Buono all’arcivescovo di Palermo, tant’è che da allora prese il nome di “Contrada dei Mulini dell’Arcivescovo”. I mulini venivano alimentati dalle sorgenti del Gabriele, oppure dalle paludi che nascevano dal ristagno delle acque (non è un caso che questa parte della città viene anche conosciuta come Margifaraci, dall’arabo Marg ossia palude).

Chiesa di Santa Maria del Soccorso

Fin da allora le acque scendevano dalle montagne e dopo essere intrappolate dentro le rocce porose della calcarenite, venivano – tramite degli appositi canali sotterranei chiamati saie – convogliate a valle. Questi sistemi di canalizzazione, chiamati qanat, vennero utilizzati anche dopo il periodo della dominazione araba, ovvero durante il florido periodo della coltivazione delle cannamele, pianta da cui si estraeva la canna da zucchero.

Ma Altarello era anche conosciuta, come tutta l’area pedemontana, per la ricchezza degli insediamenti archeologici risalenti al Neolitico superiore. E d’altronde, in diverse circostanze, vennero ritrovate tombe risalenti a un antico villaggio. Nel Settecento la zona venne devastata dalle truppe spagnole, in quanto, durante la guerra contro le truppe austriache, ne avevano fatto il proprio accampamento militare. Tuttavia, nei primi anni dell’Ottocento, questa parte della città subì una riorganizzazione, soprattutto quando entrò a far parte della Riserva Reale creata nel 1799 da Francesco il Borbone. Fu infatti in quel periodo che venne anche unificata in un unico Comune con Baida e Boccadifalco. E questo per rispondere ad esigenze daziarie, visto che era stata creata una strada che attraversava i vari mulini agricoli. Non passò neanche un secolo e l’autonomia della zona cessò, così Altarello tornò ad essere a tutti gli effetti una borgata e uno dei futuri venticinque quartieri di Palermo.

Ingresso della chiesa

Sembra che il borgo fosse nato nel Cinquecento, lungo lo stradone che porta a Baida. In origine si trattava di un piccolo agglomerato agricolo di case dislocate tra via Casuzze e Micciulla. Un borgo che ricordava quelli nordici, soprattutto per quanto concerne la chiesa, un piccolo gioiellino con torretta ed orologio, attorno al quale si erano sviluppate una serie di attività artigianali: dai fabbri, ai maniscalchi e finanche i maestri ferrai, i quali si prendevano cura dei viandanti che da lì transitavano per raggiungere le località di San Martino delle Scale e Baida, soprattutto durante la festa di San Giovanni Battista. In tal senso va ricordata l’allusione che la nostra lingua siciliana spesso fa alla cosiddetta “Calata di Baida”, detto con cui si suole ricordare un’antica usanza; ovvero, una scanzonata e libertina discesa a cui molti giovani, col pretesto del pellegrinaggio, si lasciavano andare.

Villa Savagnone

Ma come spiegare il toponimo Altarello? A quanto pare, sembra che esso sia legato alla presenza di un altare (altre fonti parlano anche di diversi altarini in legno dislocati lungo la salita per Baida) il quale era stato posto esattamente nel luogo in cui oggi sorse la chiesa della Madonna del Soccorso. Dunque, fu proprio attorno a quella antica cappella con altare, del quale rimane ancora un arco quattrocentesco, che il borgo si sviluppò. Fonti recenti ci ricordano che nel XIX secolo, durante i primi anni del loro esilio in Sicilia, la chiesetta fosse costantemente visitata da Ferdinando III e dalla moglie Maria Carolina. Ma la zona, oltre che per la chiesa, è ricordata anche per la malmessa Villa Savagnone, dentro il cui esteso giardino si trova ancora una delle più grandi camere dello scirocco presenti nelle campagne palermitane. La camera, che ricorda un’altra camera un tempo presente a Brancaccio (il Bagno della Regina Costanza) ha forma circolare ed è parecchio profonda. Inoltre, il suo sistema di refrigerazione è ancora in parte alimentato dalle sorgenti che scendendo dalle montagne vicine irrigavano i campi.

*Docente e scrittore

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Il Politeama Garibaldi e l’ultimo sipario di Totò

Tra le tante storie legate al monumento palermitano c’è quella del principe Antonio De Curtis che lì fu costretto a interrompere la sua carriera teatrale

di Emanuele Drago*

Una delle caratteristiche che non passa inosservata ai turisti che vengono in visita a Palermo, è la presenza, a cosi breve distanza, di due teatri così suggestivi e imponenti quali sono il Teatro Massimo e il Politeama Garibaldi. In riferimento a quest’ultimo, sarà bene ricordarne la storia. Inaugurato il 7 giugno del 1874 con “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini, venne progettato all’architetto napoletano Damiani Almeyda, rifacendosi allo stile pompeiano, seppur inizialmente ancora privo di copertura.

Il Semperoper di Dresda

Il termine Politeama – dal greco polys theama, che indica un luogo in cui si svolgono molti spettacoli di varia maniera – già indica il fatto che, contrariamente al Teatro Massimo, esso fosse stato concepito affinché potesse svolgere una vera e propria funzione sociale. In buona sostanza, si trattava di un teatro del popolo, ovvero un luogo in cui la borghesia avrebbe potuto potuto assistere, dentro la grande sala a ferro di cavallo che poteva contenere fino a cinquemila spettatori, ad una varietà di manifestazioni che andavano dalle manifestazioni circensi, di danza, di musica, per arrivare finanche allo svolgimento di importanti incontri di boxe. A confermare ciò, v’era il fatto che inizialmente fosse stato progettato privo di copertura.

L’esposizione della quadriga prima di essere collocata in cima al teatro

Lo stile pompeiano, i cui colonnati semicircolari alludono al Colosseo (unico e raro esempio insieme al Semperoper di Dresda) è ulteriormente arricchito, oltre che a una sorta di arco di trionfo centrale, all’imponente copertura realizzata dalla Fonderia Oretea, considerata già allora un’opera assolutamente innovativa. Ma è indubbio che alla base del grande fascino di questo monumento (che tuttavia avrebbe bisogno di un pronto e vivace restyling, almeno all’esterno) vi sia soprattutto la grande quadriga bronzea con al centro gli dei della musica Apollo e della lirica Euterpe, opera realizzata da Mario Rutelli, con accanto agli altri due sontuosi cavalli realizzati Benedetto Civiletti. Sembra che questa quadriga attrasse così tanti curiosi e palermitani, che prima di venire collocata sopra l’arco, rimase circa un mese al centro della piazza per essere ammirata.

Tra le tante storie legate al Politeama ci piace ricordare quella del principe Antonio De Curtis, in arte Totò, (raccontata nel libro “L’ultimo sipario” di Giuseppe Bagnati) che proprio in questo teatro, dopo sei anni d’assenza dal palcoscenico, il 3 maggio del 1957 tornò sul palco con lo spettacolo “A prescindere”. Tuttavia, dopo le repliche del 4 e 5 maggio fu costretto bruscamente a interrompere la propria carriera teatrale, in quanto, durante lo spettacolo, si accorse di aver perso per sempre la vista. La vicenda di Totò, apparve a molti un segno del destino, soprattutto a tutti coloro che conoscevano la storia della madre, quella Anna Clemente – la Nannina del rione Sanità di Napoli – che era a Palermo nel 1881 e che all’età di quattordici anni s’era dovuta imbarcare per Napoli, insieme ai genitori Vincenza e Teresa Ambrosino, in cerca di fortuna.

*Docente e scrittore

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Viaggio nel tempo sulla costa dimenticata

Da Romagnolo allo Sperone, un itinerario attraverso luoghi oggi scomparsi, tra stabilimenti balneari, ristoranti e anche un antico acquario

di Emanuele Drago*

C’è una strada a Palermo che costeggia l’intero litorale posto a sud di Monte Pellegrino. La strada è tortuosa e passa in rassegna oltre che il mare, ormai visibile per pochissimi tratti, le montagne che chiudono la Conca D’oro. La strada un tempo prese il nome de “la Corsa per Messina” in quanto era una delle otto strade di Posta che consentivano il collegamento delle principali città della Sicilia. Al termine “strada di Corsa” si aggiunse poi “per le vie Marine”, al fine di distinguerla da “per la via delle montagne”, così col tempo queste due denominazioni vennero sintetizzate nel toponimo via Messina Marine e via Messina Montagne.

La colonnetta di Romagnolo in un dipinto

Superando la foce del fiume Oreto, il primo rione a cui la via ci conduce è quello di Romagnolo. Ancora oggi una cartina topografica di Domenico Scinà ci attesta che in origine la zona veniva denominata “le Mustacciole”, forse per via delle frastagliate scogliere che davano sul mare; nome che a partire dal Settecento mutò in “Romagnolo” grazie all’omonimo senatore Corradino Romagnolo, il quale vi possedeva la propria villa e che contribuì a inurbare la zona (oggi parte dell’ospedale, tra l’altro adiacente a un’altra villa che appartenne ai marchesi Pietro ed Ugo delle Favare, coincide con il nucleo più antico della villa edificata dal senatore Romagnolo).

Ciò che restava dell’acquario negli anni ’80

Quasi di fronte alla villa sorgeva una piccola stazione di sosta per naviganti e viaggiatori: una colonna alla cui sommità si stagliava, e per fortuna ancora si staglia, l’immagine della Madonna Immacolata. Intorno ai primi anni Novecento nella borgata marinara iniziarono anche a sorgere i primi stabilimenti balneari, si ricordano in particolar modo i Bagni “Trieste Virzì” e “Delizie Petrucci”; inoltre, sempre in prossimità del mare, vennero impiantati una serie di prestigiosi ristoranti come Di Filippo, Santopalato, Spanò; luoghi che possedevano lunghe passerelle in legno che giungevano fino al mare e che consentivano nel buio della sera di ammirare tramonti o lune bianchissime.

Antica stampa della colonnetta

Oltre il rione Romagnolo si estende la contrada dello Sperone. La zona fin dal Settecento consentiva di raggiungere la neonata cittadina di Bagheria. A quanto pare il toponimo era dovuto al fatto che, un tempo, vi fosse allocato uno sperone sui cui numerosi uncini venivano appesi i corpi dei vari condannati a morte. Lo sperone venne in seguito soppresso dal viceré Caramanico e ciò perché, a detta di molti testimoni, provocava ribrezzo ai nobili che erano diretti a Bagheria.

Vicino alla piazza, oltre all’elegante ristorante da “Renato” – al secolo Gian Rodolfo Botto – la cui pregiata cantina faceva già invidia a molti ristoratori del nord, vi si trovava la casa del noto pittore Eustachio Catalano, allievo del Lo Jacono che fu per molti anni direttore dell’Accademia di belle Arti di Palermo. La villa ospitava, come una sorta di arca di Noè, una serie di animali. Poi uno dei figli dello stesso Eustachio, Eliodoro Catalano – conosciuto anche come l’uomo pesce – riuscì a realizzarvi un acquario assolutamente inedito; una struttura di circa 150 metri quadrati dotata di oltre venti vasche e in cui, oltre ad essere raccolte varie specie, venne anche riprodotto il fondale marino.

Ampolle dell’acquario

Negli anni del “sacco”, quando i camion avevano iniziato a sversare tutti i detriti nella costa sud, quello dello Sperone era un acquario sui generis, antesignano dei moderni acquari e che attrasse la curiosità e l’interesse di biologi marini e studiosi che giungevano da diverse parti del mondo, finanche dall’India e dal Giappone. In attesa che le varie autorità preposte si risveglino da questo lungo sonno dogmatico e, anche in virtù della loro invigilata negligenza, risarciscano la costa sud, non ci resta che aspettare, magari sfogliando qualche album dei ricordi di famiglia o le splendide pagine de “L’isola appassionata” in cui Bonaventura Tecchi descrisse la luna di Romagnolo.

*Docente e scrittore

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La Palermo di Cagliostro, tra vicoli e misfatti

Sono tanti i luoghi della città legati al controverso personaggio, ma ancora manca un itinerario tematico che ne recuperi la memoria

di Emanuele Drago*

Se non si è in grado di muoversi e districarsi tra i vicoli più reconditi di Palermo, risulta ancor più arduo percorrere le strade e i luoghi che vengono indicati da Luigi Natoli in “Cagliostro”, uno dei suoi più fortunati romanzi. Alcuni turisti avveduti e informati ne cercano i luoghi. Ma quando poi arrivano pieni di aspettative nel luogo in cui nacque, in vicolo della Perciata, oggi vicolo Cagliostro, all’Albergheria, rimangono profondamente delusi. Si aspetterebbero come a San Leo un museo; eppure, oltre a una discutibile sagoma, disegnata accanto all’abitazione in cui il chiacchierato personaggio nacque, altro non trovano.

La Rocca di San Leo

Chissà perché i palermitani ogni qualvolta si parla di Cagliostro sembrano essere pervasi da un vis etica, da un perbenismo che i cittadini di Pesaro – che della rocca di San Leo hanno fatto un vero e proprio luogo di pellegrinaggio – non sembrano neanche lontanamente provare. Per cui sarebbe ora, vista la nomea internazionale e la copiosa letteratura in cui gode il personaggio, realizzare un itinerario tematico – magari facendo affiggere alcune piccole targhe – nei luoghi citati nel romanzo. A tal proposito, in questa particolare full immersion turistica vi segnaliamo, oltre alla già citata casa di vicolo della Perciata, il San Rocco di via Maqueda, il collegio da cui, dopo esser ricorso ad uno dei suoi soliti travestimenti, il Balsamo fuggì il giorno di un Carnevale; o ancora, sempre accanto alla casa di vicolo della Perciata, la finestra da cui da ragazzo spiava gli speziali dell’ordine dei Benfratelli di San Giovanni di Dio, oggi sede del Benedetto Croce, ordine a cui rimase affiliato, seppur per poco tempo.

Via Terra delle Mosche

Un altro luogo citato nel romanzo di Natoli si trova in via del Bosco. Qui il giovane Balsamo andava a lezioni private, ma venne cacciato dal prelato che gli impartiva lezioni, perché scoperto in effusioni sconvenienti con la nipote Rosalba. Poi non va dimenticata la casa di via Terra delle Mosche, alla Vucciria, luogo in cui andò a trovare la madre e la sorella, dopo esser tornato a distanza di vent’anni a Palermo con la compagna Lorenza Feliciani. E proprio quest’ultimo luogo, oltre al vicolo in cui nacque, fu quello in si recò alcuni anni dopo il grande Goethe, per conoscere da vicino il contesto in cui viveva la famiglia d’origine.

Il Teatro Santa Cecilia

Ma un luogo particolarmente importante, in quanto legato ad una delle più esilaranti “malefatte” realizzate da Giuseppe Balsamo a Palermo, è indubbiamente il teatro di Santa Cecilia. Ma andiamo ai fatti. Egli, dopo un apprendistato di due anni presso il cavaliere e pittore Vito D’Anna, era talmente bravo a eseguire disegni incisi sul rame che ebbe la geniale idea di falsificare alcuni biglietti. Ma lo fece non per bramosia di danaro, ma per un’altra “nobile” ragione: moriva dalla voglia di vedere, ed era la prima volta, uno spettacolo teatrale eseguito per l’occasione dalla Compagnia del Gusto. Così vendette i biglietti falsi, spacciandoli per veri, tramite un intermediario, e poi si godette seduto in prima fila il caos che aveva arrecato, ovvero la lite tra molti degli spettatori che si contendevano lo stesso posto.

Cagliostro ritratto in una scultura

Inviso da un popolano della Vucciria, a cui aveva rubato dei soldi per un tesoro sulle falde di Monte Pellegrino mai trovato, ma anche da un nobile a cui, dopo aver millantato il ritrovamento di un testamento introvabile, gli aveva spillato del danaro, Cagliostro era fuggito una prima volta da Palermo. Tuttavia, anche dopo il suo ritorno a Palermo con la sua inseparabile Lorenza, nessuno aveva ancora dimenticato quella sue malefatte. Così, dopo essere stato imprigionato e portato alla Vicaria, riuscì ad essere scarcerato grazie all’intercessione presso il principe di Butera della stessa compagna Lorenza. Ma ad una precisa condizione: avrebbe dovuto abbandonare per sempre Palermo. Così Balsamo andò via dalla sua città natia, pur sapendo che ogni angolo era intriso della sua infanzia e della sua vita, più di San Leo. Ma molti a Palermo ancora non lo sanno o un po’ se ne vergognano. Eppure, dovrebbero sapere che il turismo non si nutre solo di monumenti o di eroi, ma di storie e bizzarrie.

*Docente e scrittore

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La storia della chiesa che visse tre volte

Santa Maria della Pinta, nel centro di Palermo, col passare dei secoli ha conosciuto diverse collocazioni. È famosa per il soffitto in legno dipinto e per aver ospitato un atto sacro di Teofilo Folengo

di Emanuele Drago*

C’è una chiesa a Palermo che ha una storia particolarissima, e nonostante mantenga ancora l’antica denominazione, conobbe col passare dei secoli ben tre diverse collocazioni. La chiesa a cui facciamo riferimento è quella di Santa Maria della Pinta, edificata durante il dominio bizantino dal generale Belisario e che veniva denominata dell’Annunziata.

L’attuale soffitto ligneo della Pinta

L’appellativo “Pinta” gli venne aggiunto poiché la bella basilica possedeva delle strutture in legno, tra cui il tetto, completamente dipinto. Tuttavia, alla fine del XIV secolo, la chiesa venne riedificata, ma divenne soprattutto famosa quando il letterato e monaco mantovano, Teofilo Folengo, conterraneo dell’allora vicerè Ferrante Gonzaga, decise di realizzarvi una rappresentazione sacra dal titolo “La Creazione del mondo”, conosciuta anche, da quel momento in poi come “L’Atto della Pinta”.

La Galca con i bastioni del 1648

La chiesa, come attesta l’antica topografia della Galca (oggi ricadente sull’attuale villa Bonanno, ma un tempo il centro direzionale del potere politico) si trovava sul piano del Palazzo Reale. In verità, nello stesso luogo, oltre alla chiesa dedicata a Santa Maria della Pinta, si trovavano altre chiese quali la basilica di Santa Barbara la Soprana e San Giovanni la Galca. Tuttavia, in seguito al tumulto popolare del 1648, guidato da Giuseppe D’Alessi e poi soppresso repentinamente, l’allora Cardinale Teodoro Trivulzio – viceré di Sicilia e presidente del Regno – per rendere il palazzo del potere più sicuro, aveva deciso di farvi edificare due grossi bastioni per la difesa.

Ritratto di Teofilo Folengo

La scellerata decisione comportò anche l’abbattimento delle chiese che si trovavano nella Galca; ragion per cui, da quel momento in poi, il titolo della chiesa de La Pinta venne trasferito a un’altra chiesa, denominata Santa Maria dell’Itria, che si trovava presso la strada dei Tedeschi, non distante da quella odierna. Ma, a partire dal 1670, per far spazio alla nuova via Porta di Castro, la chiesa venne abbattuta e ricostruita proprio di fronte, esattamente nel luogo in cui si trova adesso.

Nonostante i ripetuti spostamenti della chiesa, le confraternite non vollero rinunciare al titolo di Pinta, tant’è che nell’edificare il nuovo tetto ligneo ne riprodussero le antiche eleganti fattezze.

*Docente e scrittore

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La Favorita e quella nobildonna dimenticata

Il grande parco di Palermo creato da Ferdinando III di Borbone cela il ricordo della bella Lucia Migliaccio, conosciuta dal re nella cerchia dell’aristocrazia cittadina

di Emanuele Drago*

Il parco della Favorita con i suoi circa 400 ettari è indubbiamente uno dei polmoni verdi più grandi d’Italia. Creato nel 1799 per volontà dell’allora re Ferdinando III il Borbone, esule da Napoli in seguito alla nascita della Repubblica Partenopea, nacque col preciso intento di voler riprodurre le bellezze della tenuta che il sovrano aveva fatto impiantare a Portici.

Ritratto di Lucia Migliaccio

Eppure, ancora oggi spesso si fa confusione o si tende superficialmente a non indagare cosa realmente si nasconda dietro il significato di “Real tenuta Favorita”. Insomma, anziché interpretare il termine “Favorita” come un aggettivo che venne attribuito a una donna, lo si usa come se fosse stato riferito alla natura della tenuta stessa; divenendo, così facendo, sinonimo di luogo speciale e privilegiato dal re. Grazie ad alcune ricerche storiche, è apparso sempre più evidente come da parte del sovrano era la chiara volontà di applicare l’aggettivo in questione, per appunto Favorita, non tanto a un luogo ma alla nobildonna che conobbe e che amò durante i suoi due esili in Sicilia. A svelare e chiarire questa vicenda sono stati gli scrittori Vittorio Lojacono e Carmen Zanda in un testo dal titolo “I Borbone in Sicilia. Palermo, Ficuzza e dintorni” edito nelle edizioni l’Epos.

Il distrutto palazzo Partanna Grifeo di piazza Marina a Palermo

Ma chi era dunque questa Favorita a cui il sovrano aveva dedicato il parco? Ebbene, si tratterebbe di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e Partanna, una bellissima donna che re “nasone” conobbe nella cerchia dell’aristocrazia palermitana, e la cui grazia era talmente nota che il poeta Meli le volle dedicare una poesia dal titolo “Occhiuzzi niuri”. È assodato che il sovrano l’avesse già conosciuta durante il primo breve esilio tra il 1799 e il 1801, tuttavia fu solo durante il secondo esilio, durato ben nove anni, dal 1805 al 1816, che tra Ferdinando e Lucia era nata una vera e propria relazione amorosa. È presumibile che la cautela di non dedicare alla Migliaccio apertamente il parco fosse dovuta al fatto che il sovrano era sposato con Maria Carolina, una donna risoluta ed autoritaria che mai avrebbe gradito che la sua rivale venisse menzionata – e diremo noi anche onorata – così apertamente. A ciò va aggiunto che Lucia Migliaccio era sposata con uno dei più influenti uomini dell’aristocrazia siciliana, Benedetto Grifeo di Partanna, per cui quella aperta dedica sarebbe risultata a dir poco sconveniente, oltre che irrispettosa nei confronti del casato dei Grifeo.

Palazzo Partanna a Napoli

Così il sovrano, per evitare impicci, decise di usare il gioco e l’allusione, e il parco dedicato alla favorita Lucia divenne la Real tenuta Favorita. D’altronde la conferma di ciò viene supportata dalla storia stessa, se è vero come è vero che dopo appena 80 giorni dalla morte di Maria Carolina – dopo un matrimonio in gran segreto celebrato nella Cappella Palatina – Ferdinando sposò la di lei vedova Lucia Migliaccio (anche Benedetto Grifeo frattanto era morto). Ma altre evidenti prove che sembrano avvalorare l’idea che la Favorita fosse stata proprio lei, le abbiamo sia a Ficuzza, sia a Napoli. Se nella tenuta vicino a Marineo è possibile ammirare una stanza a lei interamente dedicata, a Napoli tutto diventa palesemente chiaro. È infatti nella capitale del Regno delle Due Sicilie che la bella Lucia passò la seconda parte della propria vita: in inverno nel quartiere Chiaia, luogo in cui è ancora possibile ammirare Palazzo Partanna (residenza invernale); in estate nella splendida villa del Vomero denominata appunto Floridiana (tra l’altro la villa conserva uno splendido dipinto di Vincenzo Camuccini in cui la Migliaccio è ritratta in tutto il suo aristocratico splendore).

Villa Floridiana al Vomero

Certo, quello tra la Migliaccio e Ferdinando fu un matrimonio morganatico, per cui la bella Lucia non poté aspirare a diventare mai regina. Tuttavia, a lei quel tipo di legame bastò. Anche perché il sovrano per condurla insieme a lui a Napoli dovette sfidare lo stesso futuro erede al trono, quel Francesco che aveva concepito con Maria Carolina. In conclusione ci sembra opportuno fare una considerazione. Perché a partire dalla prossima edizione de “La Domenica Favorita”, evento che si svolge ogni anno nel parco, oltre a rendere fruibili al pubblico sentieri e luoghi, liberando la lunga strada carreggiabile dalle automobili, non creare qualcosa che ricordi la donna a cui il parco è dedicato? In fondo almeno una fontanella in bronzo la meriterebbe. Basterebbe poco per farla uscire dall’anonimato storico in cui è stata relegata da Palermo e dai palermitani.

*Docente e scrittore

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Il Teatro marmoreo e l’equivoco dei due re

Il monumento in origine celebrava Filippo IV, ma dopo il 1848 venne scolpita un’altra statua che ancora oggi viene erroneamente associata a Filippo V

di Emanuele Drago*

La storia della statua che fa bella mostra dal versante sinistro del piano del Palazzo Reale di Palermo, ancora oggi si fonda su un grande equivoco. Stiamo ovviamente parlando della macchina marmorea che celebra la grandiosidad spagnola e che probabilmente, in un luogo meno defilato e più angusto accrescerebbe notevolmente il proprio fascino. La macchina in origine celebrava il sovrano Filippo IV, la cui statua era completamente in bronzo. Ma più che la statua, ciò che rese grande l’impianto architettonico, noto anche come teatro marmoreo, furono il piedistallo e i quattro personaggi che la attorniavano, e ancora l’attorniano, in posizione genuflessa.

Ritratto di Filippo IV

Se sulle quattro facce del piedistallo vi sono rappresentate l’Africa, l’Asia, l’America e l’Europa, ovvero le quattro parti del mondo conquistate dall’allora impero su cui non tramontava mai il sole, le figure genuflesse invece non rappresentano altro che il re di Granada, Moamad Babdelin, il re di Mauritania, Tremiser, il generale dei Cacicchi, Capoulicano, e il tiranno del Mindanao di nome Carralat. A quanto pare, dopo i moti del 1848, la statua in bronzo venne completamente distrutta, tant’è che la municipalità affidò allo scultore Nunzio Morello la realizzazione di una nuova statua completamente in marmo. Una statua che non si sa per quale strano motivo venne identificata come la statua di Filippo V.

Ritratto di Filippo V

Ora, da un’attenta analisi della fisionomia del volto del sovrano spagnolo, appare evidente che in realtà più che esservi stato scolpito Filippo V, vi sia scolpito invece Filippo IV. D’altronde, questa tesi sembra essere confermata dall’altra statua di Filippo IV che si staglia sulla nicchia del cantone di Sant’Agata, ai Quattro Canti di città. Infatti, se si mettono a confronto le due statue con il ritratto del sovrano asburgico, si noterà che la foggia dei capelli e la forma dei baffi sono identiche e che nulla hanno a che fare con il volto di Filippo V d’Orleans.

Statua di Filippo IV ai Quattro Canti

In questa diatriba è la stessa storia che in qualche modo ci viene in aiuto. Infatti, la guerra di successione spagnola, causata dalla morte senza eredi dell’ultimo re di Spagna Carlo II, e il successivo Trattato dell’Aja, sanciva la fine di un tormentato interregno che vide a capo gli invisi spagnoli filofrancesi (il designato sovrano Filippo V era infatti il nipote di Luigi XIV, quindi non solo un Orleans, ma anche il primo sovrano Borbone). In questo precario quindicennio dell’inizio del Settecento, per una dominazione che non lasciò nulla di significativo a Palermo, è davvero difficile immaginare che potesse essere issata una statua dedicata a Filippo V. D’altronde, a comprovare ciò vi furono i successivi eventi; ovvero, la repentina cessione, pattuita all’interno del trattato dell’Aja, della Sicilia ai Savoia.

Statua di Filippo IV scambiata per Filippo V

Ma perché molti libri continuano a indicare la statua del piano del Palazzo Reale come quella di Filippo V d’Orleans? Potremmo azzardate il fatto che si sia trattato di un semplice errore di copiatura di fonti errate, magari non supportata da una attenta verifica dei tratti somatici e della fisionomia espressa dalle stesse opere artistiche. Insomma, una copiatura fondata sull’esclusivo principio di autorità a cui si sono richiamati molti storici. Non vi è dubbio che colui a cui venne commissionata l’opera, ovvero lo scultore Nunzio Morello, sapesse benissimo che si trattava del volto di Filippo IV (egli si richiamò al Filippo seicentesco dei Quattro Canti) ragion per cui l’errore va addebitato ad alcuni storici del tempo. Forse una epigrafe posta ai piedi della grande macchina marmorea avrebbe diradato ogni dubbio.

*Docente e scrittore

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Il cimitero gentilizio ai piedi del Monte Grifone

Nei tanti monumenti sepolcrali di Santa Maria di Gesù, riposano gli illustri personaggi che hanno fatto la storia di Palermo

di Emanuele Drago *

Ogni città ha il suo cimitero gentilizio, il suo Père–Lachaise. Tuttavia, non tutti i cimiteri monumentali hanno il privilegio di possedere anche una postazione panoramica privilegiata. Questa sorta di Gianicolo palermitano, che a partire dall’Ottocento svolse la funzione che a Marsiglia ebbe il quartiere dell’Estaque per i pittori impressionisti, è il cimitero di Santa Maria di Gesù.

Teca con il beato Matteo Gallo

Ubicato ai piedi del Monte Grifone, tra i quartieri Brancaccio, Ciaculli e Belmonte Chiavelli, sorse per volontà del beato Matteo Gallo. A quanto pare, prima che della nascita del convento francescano, sembra che vi si trovasse un piccolo oratorio – edificato dai mezzadri del tempo – sullo stesso luogo che un tempo aveva accolto Sant’Antonio da Padova. Non passò neanche un secolo che, sia la chiesa che il convento furono affidati all’ordine dei francescani. Si racconta che, per individuare l’area in cui sarebbe sorto il loro convento, i frati minori con a capo il beato Matteo Gallo Guimerà, fecero scodinzolare un asinello, il quale, dopo un lungo peregrinare, si fermò nel luogo in cui sarebbe sorto il convento. Oggi quell’episodio è ricordato da una Croce in tufo che si trova in prossimità del piazzale che conduce al cimitero.

Croce del Calvario sul piazzale davanti al cimitero

Fu proprio durante quel periodo che attorno alla splendida cappella gotico catalana, di proprietà della famiglia Bonet, nacque il monumentale camposanto, che a partire dal XIV secolo iniziò ad accogliere le cappelle di altre prestigiose famiglie come gli Alliata, i La Grua Talamanca, i Pellegra Gravina e Bonanno; oppure, le splendide cappelle liberty delle famiglie Nicosia e Lanza di Scalea. Di notevole fattura sono anche cippi, steli e monumenti sepolcrali in cui sono sepolti gli illustri personaggi che hanno fatto la storia della città.

L’elenco dei personaggi seppelliti a Santa Maria di Gesù è davvero lungo, e va dai coniugi Ingrassia a Pietro Riso, dal patriota Mariano Stabile al medico di Garibaldi Enrico Albanese. Ma non mancano le sorprese: ad esempio, tra le tante lapidi si può cogliere quella di Luigi Mercantini, il garibaldino autore de “La Spigolatrice di Sapri”, la celeberrima poesia che molti di noi ancora recitano a memoria. Ma indubbiamente, oltre alla tomba del giudice Paolo Borsellino, la cappella che attrae maggiormente i visitatori è quella dei Florio; progettata dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda – come d’altronde gran parte delle tombe gentilizie presenti del camposanto – possiede davanti al pronao il simbolo della famiglia; ovvero, il leone bibens intento a succhiare la corteccia del chinino.

Fontana del chiostro con l’episodio del ponte Ammiraglio

Ma il convento è anche noto per essere stato guidato, nella seconda metà del Cinquecento, dal frate Benedetto da San Fratello. Figlio di genitori di origini etiopi, dopo aver vissuto a lungo da eremita, giunse in questo luogo e ne divenne superiore. Si narra che Benedetto, conosciuto come “il moro” per via della sua scura carnagione, compì vari prodigi. Grazie a questi miracolosi eventi si guadagnò, insieme a Santa Rosalia, il titolo di compatrono della città di Palermo. Come Santa Rosalia il suo nome superò i confini italiani e ancora oggi è venerato in America Latina, in particolar modo in Venezuela ed in Argentina. Durante la l’ultima visita del Papa a Palermo, il Santo padre ha anche ricordato l’enorme devozione di cui gode San Benido da Palermo nel Barrio Palermo, uno dei principali quartieri di Buenos Aires.

Ma torniamo alla storia del convento. Prima di accedere al chiostro, all’interno della chiesa è possibile ammirare, posti l’uno di fronte all’altro, le teche dentro cui giacciono i corpi imbalsamati, sia del Beato Matteo Gallo, sia di San Benedetto il Moro. Nella fontana posta al centro del chiostro, un affresco ed una piccola scultura ci illustrano la storia legata alla disputa che, dopo la morte del beato Matteo Gallo, si ebbe fra gli stessi francescani per accaparrarsi la custodia delle spoglie dell’illustre vescovo agrigentino. Sembra infatti che, una notte, le spoglie del seguace di Bernardino da Siena vennero trafugate dal convento di San Francesco D’Assisi, luogo in cui erano custodite, per essere portate dai frati minori riformati a Santa Maria di Gesù. Saputa la notizia per tempo, i francescani di San Francesco D’Assisi si misero ad inseguirli; tuttavia, prima che i due ordini venissero quasi alle mani, nei pressi del Ponte Ammiraglio si verificò un eccezionale acquazzone. Un temporale che i contendenti interpretarono come un vero e proprio responso divino. Fu così che i francescani di Palermo lasciarono ai frati di Santa Maria di Gesù la custodia delle spoglie del beato di Girgenti.

Cipresso di san Benedetto il moro

Infine, prima di uscire dal camposanto nobiliare è possibile, mediante un sentiero raggiungere il cipresso di San Benedetto. L’albero secolare, alto circa venti metri, si trova sul monte Grifone, a circa duecento metri sopra il livello del mare, e da molti viene considerato il più vecchio di Palermo. Inoltre, secondo la tradizione, crebbe sul medesimo luogo in cui il santo aveva lasciato infilzato il proprio bastone, accanto all’eremo in cui era solito andare a pregare. Dal cipresso, il panorama che si riesce a scorgere è davvero mozzafiato, ci dà l’idea di come, prima della cementificazione, fosse straordinariamente verde e davvero d’oro la Conca di Palermo.

*Docente e scrittore

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La grotta dell’Acquasanta e quell’antico tempio sul mare

La presenza di un insediamento punico nella borgata palermitana ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte

di Emanuele Drago*

Lo sviluppo delle borgate marinare della costa palermitana a nord dell’antico porto della Cala, sono in qualche modo legate allo sviluppo dei primi insediamenti antichi che sorsero nella parte pedemontana del monte Ercta, l’attuale monte Pellegrino. Fu infatti proprio su quel rilievo, poi definito “feudo di Barca”, che si era asserragliato il generale Amilcare Barca, per ben tre anni, insieme al suo esercito, con preciso intento di riconquistare la città che era caduta in mano ai romani.

Stabilimento Fratelli Pandolfo

La presenza di un antico insediamento punico ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte, ma anche nelle incisioni trovate dentro alcune grotte prospicienti il mare. Le grotte in questa zona della città sono principalmente quattro e dal punto di vista morfologico richiamano alla mente altri insediamenti punico fenici presenti a Gozo, a Gibilterra e nelle isole Baleari. Complessi archeologici relativi a un tipo di santuario, il tempio costiero – come ha approfondito Giovanni Purpura nei suoi studi – , principalmente extraurbano e legati a riti oracolari connessi alla navigazione.

In questa serie di grotte a schiera, la prima che s’incontra è quella che poi ha dato il nome ad un intero quartiere, denominata appunto grotta dell’Acquasanta e che nel Settecento fu al centro dell’interesse e dell’attenzione di molti viaggiatori provenienti da tutta Europa. Alla grotta si accede dal porticciolo dell’Acquasanta, di fronte al quale, nella piazzetta, si trova la villa appartenuta Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con annessa chiesa dedicata alla Madonna della Lettera. Orbene, nella grotta, dentro cui scorreva acqua dalla grande funzione terapeutica, a partire dal Seicento, il barone Mariano Lanterna Gravina edificò la sua villa, la quale divenne in nucleo abitativo attorno al quale si sviluppò l’intera contrada marinara. Successivamente la villa venne ceduta ai fratelli Pandolfo, due sacerdoti che sfruttando la presenza della vicina fonte, decisero di impiantare accanto ad essa uno stabilimento balneare con acque curative, negli ultimi anni poi caduto in disuso. Ma accanto alla grotta è anche presente la grande peschiera voluta dai Borbone, all’interno della quale si trova anche la cosiddetta “nave di pietra”, ovvero una terrazza a forma di piroscafo, fatta costruire nel 1775 dal filantropo monsignor Giuseppe Gioeni Trabia, per istruire alla navigazione i giovani del neonato collegio nautico.

Villa Lanterna

Ma torniamo al sistema di grotte in serie. Ebbene, la seconda grotta, denominata della Giarraffa, è stata in parte erosa da una tempesta che si abbatté sulla costa palermitana negli anni Settanta, e che oggi si trova quasi del tutto sommersa, appena sotto il tempietto di Villa Igiea. La terza grotta venne denominata la Grotta del bagno della Regina Carolina, per distinguerla da una “grotta della Regina” che è ancora presente a Capo Gallo. La grotta alla fine del Settecento, durante l’esilio palermitano, fu spesso utilizzata dalla consorte di Ferdinando il Borbone, come luogo in cui spesso si abbandonava nell’acqua marina e ai vapori che trasudavano dalla roccia, seduta all’interno della vasca naturale che venne ricavata per l’occorrenza.

Chiesa di Maria Santissima della Lettera

La quarta grotta, conosciuta come grotta dell’Arenella o del Ninfeo, ricade nel quartiere dell’Arenella e oggi si trova inglobata all’interno del porticciolo della Lega Navale. Infine, un’ultima considerazione: fin dal XIV secolo la contrada era ricca di tonnare la cui produzione di pesce essiccato sostentava i conventi e i ceti più poveri. Inoltre, le tonnare, quasi sempre – a partire dalla tonnara di San Giorgio che era posta all’estremità del nuovo molo – vennero impiantate vicino a quelle che erano le torri di avvistamento, le quali svolgevano a loro volta una vera e propria funzione difensiva nei confronti delle navi nemiche, in particolar modo contro le navi saracene. Ben cinque furono le torri, alcune poi riconvertite in mulini, che erano presenti in questa parte di costa: Arenella, Vergine Maria, Rotolo, Punta Priola e Addaura. Si trattava di un sistema ben collaudato, la cui progressiva accensione di fuochi, permetteva di comunicare per tempo la presenza di navi nemiche sulla rada, garantendo così l’immediata difesa della città.

*Docente e scrittore

La presenza di un insediamento punico nella borgata palermitana ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte

di Emanuele Drago*

Lo sviluppo delle borgate marinare della costa palermitana a nord dell’antico porto della Cala, sono in qualche modo legate allo sviluppo dei primi insediamenti antichi che sorsero nella parte pedemontana del monte Ercta, l’attuale monte Pellegrino. Fu infatti proprio su quel rilievo, poi definito “feudo di Barca”, che si era asserragliato il generale Amilcare Barca, per ben tre anni, insieme al suo esercito, con preciso intento di riconquistare la città che era caduta in mano ai romani.

Stabilimento Fratelli Pandolfo

La presenza di un antico insediamento punico ha trovato conferma negli scavi archeologici fatti all’interno del parco di Villa Belmonte, ma anche nelle incisioni trovate dentro alcune grotte prospicienti il mare. Le grotte in questa zona della città sono principalmente quattro e dal punto di vista morfologico richiamano alla mente altri insediamenti punico fenici presenti a Gozo, a Gibilterra e nelle isole Baleari. Complessi archeologici relativi a un tipo di santuario, il tempio costiero – come ha approfondito Giovanni Purpura nei suoi studi – , principalmente extraurbano e legati a riti oracolari connessi alla navigazione.

Villa Lanterna

In questa serie di grotte a schiera, la prima che s’incontra è quella che poi ha dato il nome ad un intero quartiere, denominata appunto grotta dell’Acquasanta e che nel Settecento fu al centro dell’interesse e dell’attenzione di molti viaggiatori provenienti da tutta Europa. Alla grotta si accede dal porticciolo dell’Acquasanta, di fronte al quale, nella piazzetta, si trova la villa appartenuta Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con annessa chiesa dedicata alla Madonna della Lettera. Orbene, nella grotta, dentro cui scorreva acqua dalla grande funzione terapeutica, a partire dal Seicento, il barone Mariano Lanterna Gravina edificò la sua villa, la quale divenne in nucleo abitativo attorno al quale si sviluppò l’intera contrada marinara. Successivamente la villa venne ceduta ai fratelli Pandolfo, due sacerdoti che sfruttando la presenza della vicina fonte, decisero di impiantare accanto ad essa uno stabilimento balneare con acque curative, negli ultimi anni poi caduto in disuso. Ma accanto alla grotta è anche presente la grande peschiera voluta dai Borbone, all’interno della quale si trova anche la cosiddetta “nave di pietra”, ovvero una terrazza a forma di piroscafo, fatta costruire nel 1775 dal filantropo monsignor Giuseppe Gioeni Trabia, per istruire alla navigazione i giovani del neonato collegio nautico.

Chiesa di Maria Santissima della Lettera

Ma torniamo al sistema di grotte in serie. Ebbene, la seconda grotta, denominata della Giarraffa, è stata in parte erosa da una tempesta che si abbatté sulla costa palermitana negli anni Settanta, e che oggi si trova quasi del tutto sommersa, appena sotto il tempietto di Villa Igiea. La terza grotta venne denominata la Grotta del bagno della Regina Carolina, per distinguerla da una “grotta della Regina” che è ancora presente a Capo Gallo. La grotta alla fine del Settecento, durante l’esilio palermitano, fu spesso utilizzata dalla consorte di Ferdinando il Borbone, come luogo in cui spesso si abbandonava nell’acqua marina e ai vapori che trasudavano dalla roccia, seduta all’interno della vasca naturale che venne ricavata per l’occorrenza.

La quarta grotta, conosciuta come grotta dell’Arenella o del Ninfeo, ricade nel quartiere dell’Arenella e oggi si trova inglobata all’interno del porticciolo della Lega Navale. Infine, un’ultima considerazione: fin dal XIV secolo la contrada era ricca di tonnare la cui produzione di pesce essiccato sostentava i conventi e i ceti più poveri. Inoltre, le tonnare, quasi sempre – a partire dalla tonnara di San Giorgio che era posta all’estremità del nuovo molo – vennero impiantate vicino a quelle che erano le torri di avvistamento, le quali svolgevano a loro volta una vera e propria funzione difensiva nei confronti delle navi nemiche, in particolar modo contro le navi saracene. Ben cinque furono le torri, alcune poi riconvertite in mulini, che erano presenti in questa parte di costa: Arenella, Vergine Maria, Rotolo, Punta Priola e Addaura. Si trattava di un sistema ben collaudato, la cui progressiva accensione di fuochi, permetteva di comunicare per tempo la presenza di navi nemiche sulla rada, garantendo così l’immediata difesa della città.

*Docente e scrittore

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I Quattro Pizzi che stregarono gli zar di Russia

La palazzina dei Florio, nella borgata dell’Arenella di Palermo, piacque tanto a Nicola I che volle costruirne una identica vicino alla residenza di Peterhof

di Emanuele Drago*

La smania di prendere a modello le virtù degli altri, è stata sempre un’indole connaturata agli abitanti della città di Palermo, soprattutto in quest’ultimo secolo in cui la mafia e la speculazione edilizia hanno sempre posto in secondo piano la conoscenza e la cura della propria storia. Così, ad esempio, alcune curiosità, se non fossero supportate da un solido lavoro di ricerca storica, potrebbero apparire inverosimili, o soli illusori racconti degli appassionati di storia locale.

Questa necessaria premessa è volta ad evidenziare come, appena un secolo fa, questa strana e problematica città riuscì a fornire modelli architettonici e paesaggistici che conquistarono corti e sovrani provenienti da lande lontane. Infatti, durante il loro viaggio in Sicilia, avvenuto tra il 1846 e 1947, ci fu un luogo che lasciò di stucco i sovrani di Russia. Stiamo parlando di villa Quattro Pizzi, la splendida dimora ubicata nel malandato porticciolo del rione Arenella, vicino alla tonnara e al mulino a vento in cui avveniva la molitura del sommacco, da cui veniva estratto il tannino.

Renella a Peterhof

La villa era stata acquistata nel 1830 da Vincenzo Florio senior e poi nel 1844 era stata trasformata dall’architetto padovano Carlo Giachery in una graziosa dimora che s’ispirava al gotico inglese. Dunque, la villa dovette così tanto affascinare lo zar Nicola I e zarina Alessandra Fedorovna, a tal punto che quando fecero ritorno a San Pietroburgo decisero di riprodurla nell’isoletta che si scorgeva da Peterhof, la località non distante dalla capitale in cui si trovava la loro reggia. La villetta era una copia quasi perfetta di villa Quattro Pizzi, tant’è che veniva denominata anche casetta italiana o Olivuzza (dal nome della zona in cui erano stati ospitati dalla seconda moglie del Duca di Serradifalco). Sembra anche che, in un primo tempo, alla stessa isoletta (Snamenka) in cui sorgeva la “Renella” fosse stato dato il nome di “isola di Palermo”, anche se oggi si chiama Olga, in onore alla principessina che a causa di una malattia respiratoria era stata la vera involontaria artefice di quello straordinario viaggio, nel del clima mite dell’Italia meridionale.

La Renella di Peterhof in un dipinto

Ma la Renella veniva anche ricordata da Nicola II, lo sfortunato Romanov ucciso con la famiglia dai bolscevichi, come il luogo in cui aveva passato gran parte della propria infanzia. Se è assodato che all’esterno la villa riproducesse le fattezze di villa Quattro Pizzi, non altrettanto semplice è comprendere se ne fossero stati riprodotti anche interni. Invero, molte fonti parlano di una saletta che gli Zar tornati in Russia vollero riprodurre; ma, contrariamente agli esterni, per gli interni non possediamo foto che possano avvalorare questa ipotesi. Anche perché, a partire dal 1928, la Renella venne smontata.

Sarebbe interessante poter scoprire se prima della demolizione la villa possedesse, come per i Quattro Pizzi, quel repertorio fantasioso che sintetizza le suggestioni araldiche della Cappella Palatina, con la colorita tradizione dei creatori di carretti siciliani. Ma la nomea di villa Quattro Pizzi sembra che avesse raggiunto anche il mondo anglosassone, se è vero come è vero che nel 1953 il porticciolo venne utilizzato come set cinematografico di un noto film di cappa e spada. Il titolo del film era “Il principe di Scozia” e il protagonista era il noto attore Errol Flynn, il quale impersonava il patriota James Durie in esilio.

Quadro di Vernet che raffigura il porto di Palermo

In questa sorta di viaggio omerico alla riconquista della corona, tra le tante traversie, proprio all’Arenella l’eroe Errol-James cadde nella trappola che venne ordita dal pirata Mendoza. Per la verità, oggi quella affascinante baia, chiamata nel film “Tortuga”, avrebbe bisogno di una profonda risistemazione; e, a quanto pare, così sembra sia previsto dal piano di recupero dei porticcioli che è stato redatto dell’Autorità portuale di Palermo.

Oggi a Peterhof, al posto della Rinella, c’è un’altra villa. Eppure, non distante da essa, dentro il museo dell’Ermitage, un pregevole quadro del pittore Vernet lega ancora quell’affascinante luogo alla città di Palermo; si tratta della riproduzione del Castello a mare. Insomma, grazie al pittore dei porti, la città di Palermo è ancora vicina ad Olga e all’isola che è a lei dedicata.

*Docente e scrittore

La palazzina dei Florio, nella borgata dell’Arenella di Palermo, piacque tanto a Nicola I che volle costruirne una identica vicino alla residenza di Peterhof

di Emanuele Drago*

La smania di prendere a modello le virtù degli altri, è stata sempre un’indole connaturata agli abitanti della città di Palermo, soprattutto in quest’ultimo secolo in cui la mafia e la speculazione edilizia hanno sempre posto in secondo piano la conoscenza e la cura della propria storia. Così, ad esempio, alcune curiosità, se non fossero supportate da un solido lavoro di ricerca storica, potrebbero apparire inverosimili, o soli illusori racconti degli appassionati di storia locale.

Questa necessaria premessa è volta ad evidenziare come, appena un secolo fa, questa strana e problematica città riuscì a fornire modelli architettonici e paesaggistici che conquistarono corti e sovrani provenienti da lande lontane. Infatti, durante il loro viaggio in Sicilia, avvenuto tra il 1846 e 1947, ci fu un luogo che lasciò di stucco i sovrani di Russia. Stiamo parlando di villa Quattro Pizzi, la splendida dimora ubicata nel malandato porticciolo del rione Arenella, vicino alla tonnara e al mulino a vento in cui avveniva la molitura del sommacco, da cui veniva estratto il tannino.

Renella a Peterhof

La villa era stata acquistata nel 1830 da Vincenzo Florio senior e poi nel 1844 era stata trasformata dall’architetto padovano Carlo Giachery in una graziosa dimora che s’ispirava al gotico inglese. Dunque, la villa dovette così tanto affascinare lo zar Nicola I e zarina Alessandra Fedorovna, a tal punto che quando fecero ritorno a San Pietroburgo decisero di riprodurla nell’isoletta che si scorgeva da Peterhof, la località non distante dalla capitale in cui si trovava la loro reggia. La villetta era una copia quasi perfetta di villa Quattro Pizzi, tant’è che veniva denominata anche casetta italiana o Olivuzza (dal nome della zona in cui erano stati ospitati dalla seconda moglie del Duca di Serradifalco). Sembra anche che, in un primo tempo, alla stessa isoletta (Snamenka) in cui sorgeva la “Renella” fosse stato dato il nome di “isola di Palermo”, anche se oggi si chiama Olga, in onore alla principessina che a causa di una malattia respiratoria era stata la vera involontaria artefice di quello straordinario viaggio, nel del clima mite dell’Italia meridionale.

La Renella di Peterhof in un dipinto

Ma la Renella veniva anche ricordata da Nicola II, lo sfortunato Romanov ucciso con la famiglia dai bolscevichi, come il luogo in cui aveva passato gran parte della propria infanzia. Se è assodato che all’esterno la villa riproducesse le fattezze di villa Quattro Pizzi, non altrettanto semplice è comprendere se ne fossero stati riprodotti anche interni. Invero, molte fonti parlano di una saletta che gli Zar tornati in Russia vollero riprodurre; ma, contrariamente agli esterni, per gli interni non possediamo foto che possano avvalorare questa ipotesi. Anche perché, a partire dal 1928, la Renella venne smontata.

Sarebbe interessante poter scoprire se prima della demolizione la villa possedesse, come per i Quattro Pizzi, quel repertorio fantasioso che sintetizza le suggestioni araldiche della Cappella Palatina, con la colorita tradizione dei creatori di carretti siciliani. Ma la nomea di villa Quattro Pizzi sembra che avesse raggiunto anche il mondo anglosassone, se è vero come è vero che nel 1953 il porticciolo venne utilizzato come set cinematografico di un noto film di cappa e spada. Il titolo del film era “Il principe di Scozia” e il protagonista era il noto attore Errol Flynn, il quale impersonava il patriota James Durie in esilio.

Quadro di Vernet che raffigura il porto di Palermo

In questa sorta di viaggio omerico alla riconquista della corona, tra le tante traversie, proprio all’Arenella l’eroe Errol-James cadde nella trappola che venne ordita dal pirata Mendoza. Per la verità, oggi quella affascinante baia, chiamata nel film “Tortuga”, avrebbe bisogno di una profonda risistemazione; e, a quanto pare, così sembra sia previsto dal piano di recupero dei porticcioli che è stato redatto dell’Autorità portuale di Palermo.

Oggi a Peterhof, al posto della Rinella, c’è un’altra villa. Eppure, non distante da essa, dentro il museo dell’Ermitage, un pregevole quadro del pittore Vernet lega ancora quell’affascinante luogo alla città di Palermo; si tratta della riproduzione del Castello a mare. Insomma, grazie al pittore dei porti, la città di Palermo è ancora vicina ad Olga e all’isola che è a lei dedicata.

*Docente e scrittore

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