Il gran cancelliere, Celso e la moschea

Seguendo l’antico corso del fiume Papireto, nel cuore del centro storico, c’è una piazza e un incrocio di strade, che rimandano a vicende sovrapposte nei secoli

di Emanuele Drago*

La recente alluvione di Palermo sembra aver rimesso al centro, soprattutto tra i semplici appassionati e i curiosi, la conoscenza del sottosuolo palermitano; un intreccio di canali, sorgenti e soprattutto di due importanti fiumi, il Papireto e il Kemonia, entrambi da secoli tombati. Uno di questi fiumi, tutt’oggi ancora esistente, sebbene ormai da cinque secoli incanalato, è il Papireto. Proprio seguendo l’ansa di questo antico fiume è possibile dar vita a un itinerario che in superficie si rivela sempre colmo d’inedite sorprese. Storie curiose, intricate, che in virtù della loro secolare stratificazione rivelano sempre un elemento nuovo.

Mura puniche a Palazzo Trabia

Oggi la parte interna su cui si affacciavano le antiche mura, inglobate per lunghi tratti da una serie di palazzi dalla notevole altimetria, si dipana nelle attuali via Celso, salita Castellana e Sant’Antonino. Ma se il toponimo della via Castellana prende il nome dall’omonimo palazzo Bonanno Castellana (oggi in fase di restauro) e la salita Sant’Antonino dal fatto che sboccasse e ancora sbocca in prossimità della chiesa di Sant’Antonio Abate; più problematico, almeno fino a pochissimi anni fa, era invece comprendere l’origine del toponimo Celso.

La moschea tunisina

In un primo tempo, come spesso accade quando nella nostra città qualcosa appare incomprensibile, si era creduto di spiegarne il significato come il risultato della corruzione del termine Shera (in arabo “terrazza”). Va detto infatti che la via, fino al XVI secolo, veniva chiamata Strada del Cancelliere o “Shera Cancellorum” in quanto in essa si trovava l’abitazione di Matteo D’Ajello, il cancelliere normanno di Guglielmo II, oltre ad altre abitazioni terrazzate che davano sul fiume e che presidiavano la città murata.

La chiesa di San Paolino dei Giardinieri

Ma qualche anno fa, mentre si cercava di ricostruire l’antica origine storica dell’attuale moschea, è stato possibile scoprire che il toponimo in realtà ha un’altra origine, legata alla chiesa cristiana che vi era allocata e che venne sostituita dall’attuale moschea tunisina. Infatti, dove oggi si trova la moschea si trovava la chiesa di San Paolino dei Giardinieri, edificata nel 1571 e dedicata al vescovo di Nola. Il santo era nato a Bordeaux e si era convertito al Cristianesimo grazie all’azione svolta dalla moglie Theresia. È stato sorprendente scoprire che il vescovo (conosciuto anche come il protettore dei giardinieri e dei campanari) avesse completato il proprio processo di conversione anche in seguito della morte, in tenerissima età, del figlio, il cui nome era appunto Celso.

Mura puniche in via Celso

La scoperta agiografica ha così rimesso tutto a posto, facendo chiarezza sul perché sul finire del Cinquecento il nome Celso (che per una strana coincidenza significa “elevato”, proprio come l’altimetria della zona) avesse sostituito quello di Shera Cancellorum. In buona sostanza, si trattava evidentemente di un atto di devozione che la città e la comunità dei giardinieri e campanari di Palermo volle fare nei riguardi del figlio del Santo.

L’area dove prima si trovava la chiesa di Santa Maria dei Latini

E visto che ci siamo, è anche opportuno ricordare che il grande slargo su cui si affaccia l’attuale moschea di Palermo è un coacervo di storie che si susseguono nei secoli. Ad esempio, al centro della piazza, oggi v’è un grosso complesso scolastico, prima che venisse distrutta dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale, si trovava il monastero del gran cancelliere del regno di Guglielmo, ovvero quel Matteo D’Ajello a cui prima abbiamo accennato. Al monastero benedettino era annessa anche una chiesa, prima dedicata a Santa Maria dei Latini e poi rinominata del Cancelliere, la quale divenne nota in quanto custodì una preziosissima opera: una “icona magna” donata da Matteo D’Ajello al monastero, ricca di ben millecinquecento perle, che venne ribattezzata nel Seicento come “La Santissima Vergine imperlata di Palermo”

La Madonna imperlata di Palermo

Invece, sul versante settentrionale della scuola e della moschea, per intenderci su via del Celso, dove oggi sorge un grande palazzo adibito a struttura alberghiera (tra l’altro restaurato grazie alla Fondazione Benetton e che ha portato alla luce importanti tracce della Palermo punica) furono rasi al suolo i palazzi Lanza, San Giacinto e San Gregorio. Il primo dei tre, a quanto pare, prima di passare ai Branciforti Lanza, nel Cinquecento era appartenuto al pisano Giorgio Bracco, pretore della città. Si narra che la domenica del 30 maggio del 1527, il palazzo fu al centro di un tragico evento. Durante le nozze del conte Giovanni Ventimiglia di Geraci, nipote di Giorgio Bracco, con Elisabetta Moncada Santocanale, il pavimento della sala da ballo cedette irreparabilmente, provocando la morte di decine di persone. E fu solo un caso che i giovani sposi, insieme al viceré Ettore Pignatelli, invitato per l’occasione, non si ritrovarono anch’essi sotto le macerie.

Palazzo Vanni di San Vincenzo

Un altro importante edificio che si affaccia ormai faticosamente sulla piazza è Palazzo Vanni di San Vincenzo. Ubicato di fronte ai palazzi Gualbes e Giardina, nel Settecento fu fra i più sontuosi, in quanto, in particolari circostanze, la facciata veniva agghindata a festa dal proprietario, il principe ed erudito Alessandro Vanni di San Vincenzo.

*Docente e scrittore

Quando Sant’Erasmo era avamposto dei pittori

La rinascita di un tratto di litorale palermitano restituisce in parte gli scorci di paesaggio dipinti dai vedutisti dell’Ottocento

di Emanuele Drago*

La recente riqualificazione del porticciolo di Sant’Erasmo, con la relativa dismissione del distributore di carburante (ve ne abbiamo parlato qui), ha ulteriormente contribuito e fatto in modo che i palermitani riscoprissero una parte di costa di levante ai più sconosciuta. La rinascita del litorale, infatti, oltre che essere un fatto concreto che è possibile toccare con mano, giorno dopo giorno, ha anche un grande valore simbolico, in quanto, insieme al recupero dello Stand Florio può e deve rappresentare il punto di partenza per la rinascita dell’intera costa di levante della città (impropriamente chiamata costa sud).

Veduta di Lo Jacono

Perché l’importanza di questo lembo di mare, come d’altronde tutti i sette chilometri di costa, non è il frutto dell’invenzione di vecchi romantici, ma trova importanti testimonianze nella stessa pittura siciliana della metà dell’Ottocento. La costa di levante e Sant’Erasmo costituirono un avamposto privilegiato per illustri vedutisti quali furono Francesco Lo Jacono e Francesco Zerilli, ma anche Andrea Sottile e Anton Sminck van Pitloo. Certo, oggi, a gran parte della città, la cosa apparirà inverosimile, visto che proprio in questa zona prospiciente il porticciolo nacque, durante gli anni del sacco edilizio, la prima grande discarica di materiali inerti (lo scaricatore di Palermo).

Particolare di un quadro di Lo Jacono

Eppure, per chi ama spulciare tra i cataloghi e le riviste di storia dell’arte, così non è. Infatti, come nella prima metà dell’Ottocento il golfo di Marsiglia (in particolar modo il piccolo borgo di pescatori dell’Estaque) aveva i trovato i suo illustri pittori in Cézanne e Renoir e Napoli nella cosiddetta “Scuola di Posillipo”, lo stesso in quegli anni accadeva per la costa di Palermo. Sono, infatti, diverse e splendide le raffigurazioni che risalgono a quello stesso periodo, in cui è possibile scorgere pescatori e bambini in mare o nell’ampia scogliera, mentre sullo sfondo domina estatico come un bisonte addormentato monte Pellegrino.

Foto d’epoca con la pesca dei tonni e l’Astrachello sullo sfondo

E uno dei luoghi privilegiati, come già detto, era appunto il piccolo porticciolo di Sant’Erasmo, in cui, a partire dal 1440 Tommaso Mastrantonio (su concessione del re Alfonso d’Aragona) aveva fondato una tonnara conosciuta come la “Tonnarazza”. Un piccolo braccio di mare in cui operavano costantemente pescatori, calafati, maestri d’ascia e carrettieri, che dalla caletta (conosciuta come Capicello) distribuivano i tonni e il pescato alle borgate circostanti. La tonnara rimase in funzione fino al 1788, ma nonostante fosse ormai stata dismessa, nel piccolo porto era possibile ancora ammirare, da un lato la casina dei marchesi di San Giacinto (oggi ubicata sul lato prospiciente il mare, la cui visuale è occultata dallo scheletro di un grande edificio i cui lavori sono fermi dal 2008) e dall’altro l’Astrachello di Cutò, una deliziosa casina in stile Impero edificata all’inizio dell’Ottocento da Alessandro Filangeri di Cutò senior, nonno del Alessandro Tasca principe di Cutò, noto anche come “il barone rosso”.

Un tratto del porticciolo riqualificato

Sembra che nel 1843 la casina avesse ospitato il musicista Giovanni Pacini, il quale, al suo interno vi compose l’opera in tre atti dal titolo “Maria Regina d’Inghilterra”, che poi venne rappresentata al Teatro Carolino di Palermo l’11 febbraio dello stesso anno. Oggi quel vecchio Astrachello non esiste più, poiché, all’inizio del Novecento, insieme alla chiesetta seicentesca dedicata a Sant’Erasmo, venne inglobata all’interno della “Casa Lavoro e Preghiera” per l’infanzia abbandonata creata dal sacerdote Giovanni Messina.

Discarica vicino al fiume Oreto

Eppure, tanta gente ha ripreso a passeggiargli attorno; magari in attesa che possa inoltrarsi anche oltre, dalla foce dell’Oreto fino allo Stand Florio. E se anche non potrà ritornare a vedere le scogliere di un tempo, va comunque detto che il mare è sempre lì, ad aspettare che qualcuno lo renda fruibile; se non ai pennelli o ai bagnanti, certamente agli appassionati di fotografia, che potranno far riscoprire nuovi angoli e nuove prospettive fino adesso rese inaccessibili da montagne di detriti e manufatti industriali di ogni tipo. L’auspicio è che l’opera di risanamento della costa di levante divenga una vera priorità, soprattutto in una città che ha nel suo stesso etimo “tutto porto” e magari in tempi che non siano troppo incerti. L’abbattimento di edifici abusivi o manufatti fatiscenti sul mare, sarebbe un ottimo punto di partenza per la creazione di grande parco naturale costiero, così come d’altronde è previsto nel Piano di utilizzazione delle aree del Demanio marittimo.

* Docente e scrittore

L’antica patrona e la sua chiesa scrigno di storie

Santa Ninfa dei Croficeri fu il primo edificio a essere costruito in via Maqueda, custodisce numerose opere d’arte e due particolari monumenti funebri

di Emanuele Drago*

La Chiesa dedicata a Santa Ninfa dei Crociferi, con annessa Casa Professa dei padri Crociferi, oltre a essere stato il primo edificio che venne edificato sulla Strada Nuova (poi qualche anno dedicata al defunto viceré Maqueda) è anche un luogo in cui l’arte e la storia camminano di pari passo, spesso stratificandosi e sovrapponendosi; e infatti, già a partire dalla facciata esterna (per la verità in pessimo stato) è possibile ammirare dei riquadri con dei festosi rilievi in stucco che oltre a ricordare la posa della prima pietra, alla quale presenziò lo stesso Camillo De Lellis – padre abruzzese fondatore dell’ordine dei Crociferi – ricordano altresì il martirio di Santa Ninfa, una delle quattro Vergini patrone della città, alla quale la chiesa venne intitolata.

Gruppo scultoreo di Serpotta

Stando alle informazioni agiografiche, la piccola palermitana Ninfa, dopo essersi convertitasi al Cristianesimo e aver seguito nel suo lungo pellegrinare il vescovo San Mamiliano, subì il martirio a Roma, luogo in cui, nella chiesa di Santa Maria in Monticelli, fino alla fine del Cinquecento si trovavano le sue reliquie. Ma grazie all’interessamento della moglie dell’allora viceré De Olivares, le reliquie poterono ritornare in città per essere solennemente deposte nella Cattedrale.

Uno dei dipinti di Borremans

Quel solenne ritorno delle reliquie di Santa Ninfa (giunte su un carro trionfale) finirono per influenzare in maniera decisiva la stessa festa della futura patrona Rosalia. Infatti, sul finire del Seicento, per volontà del pretore del Bosco, anche Rosalia Sinibaldi poté aggirarsi per il Cassaro su un carro trionfale, proprio come era accaduto quel giorno a Santa Ninfa. Ma se la chiesa che fu a lei dedicata non poté accogliere le sue reliquie, ciò tuttavia non gli impedì, nonostante la lunga e travagliata edificazione, di arricchirsi di altri importanti manufatti: dai tre splendidi affreschi del Borremans in cui vi sono ritratti Gesù, Giuseppe e la Sacra Famiglia, al pregevole gruppo scultoreo della cappella del Crocifisso realizzato da Giacomo Serpotta.

Monumento funebre di Lord Acton

Un’altra particolarità della chiesa, oltre alla presenza sul transetto di una finta cupola realizzata dal Riolo, è la presenza sull’altare di uno splendido affresco (Santa Ninfa e le Sante Vergini palermitane) realizzato da Gioacchino Martorana e che sembra alludere chiaramente alla Pala della Madonna del Rosario che Van Dick realizzò per l’omonimo oratorio di via dei Bambinai. Ma le curiosità non finiscono qui. La chiesa infatti, ai lati delle porte d’ingresso, custodisce anche due particolarissimi monumenti funebri. Nel primo, che si trova addossato alla navata di sinistra, v’è sepolto Lord Acton, il comandante della flotta navale del Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, che giunse in Sicilia su richiesta della sorella dello stesso Granduca, la regina di Napoli, Maria Carolina.

Presbiterio della chiesa

Fu proprio grazie all’azione svolta da Acton che i Borbone poterono ottenere (in funzione antinapoleonica) l’appoggio navale degli inglesi. Quando i sovrani fuggirono da Napoli e giunsero a Palermo, ebbero al loro seguito l’intera corte, compreso Lord Acton. Fu proprio in quel contesto che maturarono storie e dicerie popolari su tresche e scandalosi amori: si parlò addirittura, oltre che di una relazione tra lo stesso Lord Acton e la regina, anche di una presunta tresca tra la stessa Maria Carolina e la moglie dell’ambasciatore Hamilton; tresca che tra l’altro venne anche rappresentata all’interno della Certosa di Bagheria, un bizzarro museo delle cere (oggi museo del giocattolo Piraino) voluto dall’eclettico Ercole Michele Branciforte Pignatelli alla fine del XVIII secolo. A quanto pare Acton aveva trovato a Palermo il modo per accomiatarsi dalla vita politica, avendo sposato a sessantaquattro anni la nipote di tredici anni, da cui tra l’altro ebbe tre figli.

Monumento funebre di Jurato

L’altro personaggio il cui monumento funebre si trova vicino l’ingresso della navata di destra della chiesa di Santa Ninfa ai Crociferi, è invece Giuseppe Maria Jurato, giudice della Gran Corte Civile e ricco borghese. Si narra che, dopo aver edificato il palazzo che oggi si affaccia ai Quattro Canti, sul cantone di Santa Ninfa (oggi conosciuto come palazzo Rudinì) il giudice se ne vantasse, soprattutto per disprezzare l’aristocrazia del tempo. Jurato, infatti, per farsi beffe dell’aristocratico dirimpettaio, il ricco Giuseppe Miserendino, una volta terminati i lavori sembra avesse fatto affiggere sul portone d’ingresso la scritta latina “remis et non velis” (“con remi e non con vele”) una chiara allusione al fatto che egli, contrariamente ai nobili, con abnegazione e sacrificio e senza illustri discendenti, fosse stato in grado di raggiungere gli stessi risultati.

*Docente e scrittore

L’antico Castello a mare e la nuova “marina bay”

Un quadrilatero di verde, acqua, sport e tempo libero nascerà nel molo trapezoidale, dove si trovano i resti della storica fortezza

di Emanuele Drago*

Non è la prima volta che ciò che un tempo veniva considerato inutile e obsoleto, possa essere recuperato, disseppellito e trasformato, magari dalle stesse mani di chi aveva deciso di disfarsene. Questo è il caso del Castello a mare di Palermo che, a quasi un secolo dalla distruzione avvenuta tra il 1922 e il 1923 per mezzo della dinamite, oggi, seppur indirettamente, sta per risorgere a nuova vita. E la riqualificazione di ciò che resta non potrà che passare dalla trasformazione del molo trapezoidale, un luogo per lungo tempo precluso a gran parte dei cittadini e che riconnetterà il porto della Cala con il nuovo terminal crociere del molo del Sammuzzo.

Render del progetto di riqualificazione del molo trapezoidale

Grazie a questa opera progettata e finanziata dalla Autorità di sistema portuale del mare della Sicilia occidentale, nascerà una “marina bay”, un quadrilatero di verde, acqua, sport, food e tempo libero, in cui sorgeranno bar, caffetterie, attività commerciali e anche un auditorium e una sala conferenze. Grazie alla creazione del nuovo molo trapezoidale, Palermo potrà riappropriarsi del sito archeologico e di ciò che rimane del suo secondo castello, chiamato in origine castello nuovo o castello inferiore.

Il bastione del Castello a Mare

Il Castello a mare ha origini antichissime. Venne edificato tra XI e XII secolo, se non addirittura alla fine del X secolo, ovvero quando le marinerie di Genova e di Pisa erano in completa ascesa e la città musulmana, non essendo più al sicuro dalle incursioni nemiche, aveva deciso di creare vicino al vecchio porto un grande avamposto difensivo. Un luogo in cui, durante il periodo viceregio, al mastio, alle vecchie mura e all’antica piccola necropoli si aggiunsero la Porta aragonese, il rivellino difensivo, il baluardo di San Giorgio, il bastione di San Pietro e un edificio porticato che si affacciava sul porto della Cala.

Il Castello a mare in una foto d’epoca

Ma va detto anche che, in prossimità del castello, si trovava la chiesa di San Pietro la Bagnara (così denominata perché fin dal Medioevo era divenuta luogo di culto di una nutrita comunità di calabresi) di cui ancora oggi rimane un’epigrafe greca, custodita a Palazzo Abatellis, che ne attesta l’origine normanna al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita. Un’altra chiesa posta dentro l’area del castello era la chiesa dedicata alla Madonna di Piedigrotta (oggi parte della chiesa si trova sotto il mercato ittico).

Le mura del castello

Ora il Castello a mare, nonostante abbia subito diversi oltraggi e danni, può rappresentare la metafora di una città che vuole disseppellire la sua storia, offrendo il meglio di sé ai turisti, con un ingresso che si preannuncia fin da subito pieno di suggestione. Perché, sebbene in gran parte distrutto e smantellato, prima nel giugno del 1860 per volontà del governo siciliano, ma soprattutto tra il giugno del 1922 e il dicembre 1923 dalla “discutibilissima” politica di riconfigurazione del porto, alcuni giorni fa, durante i lavori nel nuovo molo trapezoidale, sono riemerse parti del tracciato murario che si credevano perdute per sempre.

Il molo trapezoidale

Anche perché si tratta di un luogo che fu testimone di tante vicende che farebbero la fortuna di numerosi romanzi storici. Infatti, il Castello a mare, più dello stesso Palazzo Reale, fu una delle sedi privilegiate di Federico II, ma anche, per un certo periodo, sede della Santa Inquisizione, prigione politica e palazzo del governatore. Inoltre, custodì, sebbene per periodi circoscritti, importanti manufatti: ad esempio, i due arieti bronzei che provenivano dal Castello Maniace di Siracusa (oggi ne rimane una sola copia custodita al Salinas) e la statua di San Giovanni Nepomuceno (che si trova dentro la chiesa di San Giacomo dei Militari).

Resti dei bastioni del Castello a mare

Tante sono le storie che sono legate al castello: dalla disfatta di un grosso pontile che nel 1590 causò la morte di molti nobili del tempo, allo scoppio della polveriera, avvenuta esattamente tre anni dopo la caduta del pontile e che causò la morte di decine di persone, oltre che dei poeti Antonio Veneziano e Argisto Gioffredo. Per non considerare, poi, il fatto che, oltre ad essere uno dei siti privilegiati da cui si poté assistere alla battaglia navale di Palermo, che si svolse il 2 giugno del 1676, fu anche il sito in cui veniva fissata una delle due estremità della catena che chiudeva l’antico porto, così come si evince nel Liber ad honorem Augusti del 1196, la miniatura di Pietro Da Eboli che ancora oggi può essere considerata la più antica rappresentazione del Castello a mare di Palermo in nostro possesso.

*Docente e scrittore

Quelle notti a Palazzo Cesarò tra feste e intrighi

La dimora settecentesca sul Cassaro, nel centro storico di Palermo, fu sede del circolo della Grande conversazione della nobiltà del tempo

di Emanuele Drago*

Il Cassaro non è solo il cuore del centro storico di Palermo, ma anche il luogo in cui per ogni singolo palazzo è possibile scoprire una storia da raccontare. Tra le tante dimore che costellano il principale asse viario, ce n’è indubbiamente uno che se potesse parlare ci racconterebbe gran parte delle vicende della città. Si tratta di Palazzo Cesarò, conosciuto anche come il luogo in cui ebbe sede per gran parte del Settecento, dopo Palazzo Caccamisi, la Grande conversazione della nobiltà del tempo.

Ritratto di Marco Antonio Colonna di Stigliano

Edificato dalla famiglia Tetano e Giusino, intorno alla metà del Settecento, venne abbellito con affreschi eseguiti da Olivio Sozzi e custodisce un’affascinante cavallerizza, caratterizzata da una serie di colonne di pietra di Billiemi. Nella seconda metà del Settecento il palazzo divenne proprietà di Teodato Colonna, il fratello di Marcantonio Colonna di Stigliano, il vicerè che fece edificare Villa Giulia e che dedicò alla moglie, la principessa Giulia d’Avalos. In alcuni diari si racconta che il vicerè, a Carnevale, in segno di riconoscenza, amava gettare al volgo dei confetti, facendosi beffe di molti nobili che per avarizia, invece, si dilettavano nel distribuire confetti finti.

Prospetto di Palazzo Cesarò

La Grande conversazione della nobilità era una specie di club inglese o caffè pubblico in cui dame e cavalieri, oltre a giocare a carte, alimentavano intrighi, drammi e passioni. In diversi diari nobiliari si narra come a Palazzo Cesarò venissero accolti i più illustri viaggiatori, che dai balconi assistevano alle più importanti e solenni feste cittadine. Oltre alle conversazioni e ai balli, un momento centrale era quello del gioco, che si protraeva dal primo pomeriggio fino a tarda notte, anche se chi vi partecipava lo faceva con motivazioni diverse. Infatti, mentre le donne giocavano per galanteria, gli uomini invece si facevano prendere dall’idea di poter ottenere delle grosse vincite.

Una portantina dell’epoca

I giochi più in voga erano la “bassetta” o “biribissi”, quest’ultimo per gli accaniti fumatori e per i cultori del gioco d’azzardo. Ma altri giochi erano il “tressette”, la “primiera” e il “sette e mezzo”, mentre non trovavano spazio giochi come la “zecchinetta” e la “calabrisella”, perché considerati volgari.Sebbene il club rimanesse sempre aperto, i nobili iniziavano ad affluire solo intorno alle nove di sera. Poi il tutto si concludeva oltre l’una di notte, quando carrozze e portantine accompagnavano dame e cavalieri alla Strada Colonna, per la consueta passeggiata alla Marina.

Il Teatro Bellini

Queste consuetudini a Palazzo Cesarò durarono fino all’inizio dell’Ottocento, quando la vita sociale della città si spostò più a sud, in prossimità dei Quattro Canti, anche perché nel frattempo i nobili amavano frequentare il nuovo Real Teatro Carolino, sorto nel 1809 accanto al Palazzo Valguarnera dei Marchesi di Santa Lucia, su un preesistente teatro popolare conosciuto come “dei Travaglini”. E fu allora che la Grande conversazione assunse il nome di Circolo Bellini. Negli anni a seguire, Palazzo Cesarò passò a Stefano Tedeschi Oddo, medico che partecipò alla Seconda guerra d’Indipendenza e che fu uno dei quarantadue siciliani salpati da Quarto il 5 maggio del 1860. Un uomo che durante la battaglia di Calatafimi si prese si cura dei feriti, tanto da essere premiato dallo stesso Garibaldi con una medaglia d’argento.

*Docente e scrittore

Alla scoperta di Villa Giulia, viaggio tra simboli nascosti

Dalla geometria dei viali alle statue, dalle iscrizioni alle finte rovine, visitare il giardino nel centro di Palermo è come seguire un cammino iniziatico

di Emanuele Drago*

Villa Giulia, nel centro di Palermo, oltre ad essere amata per il suo profondo valore letterario (basta ricordare il riferimento a Nausica scritta da Goethe) veicola una serie di significati magico-simbolici che non lasciano di certo indifferenti i visitatori più avveduti. È opportuno, dunque, ritornare idealmente a visitarla, per mettere in evidenza il valore esoterico della planimetria, dei viali e delle finte rovine. E nel fare questo non possiamo che partire da quello che in origine era l’ingresso principale, il grande arco che si affaccia sul Foro Italico e ai cui lati, su due piedistalli, si trovano collocati due leoni in marmo, con accanto due grosse anfore. Le anfore si presentavano chiuse da due grossi coperti, ma, una volta valicato l’arco, il visitatore, all’inizio di ogni sentiero, ne ritroverà altre completamente in tufo.

Leone con anfore all’ingresso di Villa Giulia

Ora, agli amanti delle simbologie non sfuggirà certo il fatto che nella piccola piazzola le anfore – contrariamente a quelle che si trovano all’esterno – sono prive di coperchio. Un chiaro segno che allude all’esperienza del disvelamento dei segreti che la villa intende custodire. Sul versante occidentale, che sembra guardava a Monte Pellegrino, nel punto in cui si intersecano le due cancellate, si trova la base in cemento di un vecchio edificio di forma pentagonale. Il pentagono allude dell’antico pentagramma o pentalfa pitagorico che indica la strada agli iniziati. E si tratta di una strada che consiste nella progressiva presa di coscienza dello spirito, che come un bambino incosciente diventa pian piano adulto e consapevole. E d’altronde non è affatto casuale che in quella parte della villa si trovino le statue di due figure infantili: il pescatore di ricci di Benedetto Civiletti e una statua bronzea che raffigura un bambino di una popolazione d’oltremare.

Antica planimetria di Villa Giulia

Altri illuminanti simboli si trovano sulla parte opposta. Il primo è una piccola pigna che svolge la funzione di getto d’acqua e che rimanda al terzo occhio, l’”inneres auge” che possiede lo spirito e che sa cogliere l’eternità dell’anima. Non distante dalla pigna c’è una caffetteria, che dietro una delle colonne custodisce un’iscrizione latina molto esplicativa la quale recita “per lo zelo dei senatori, la piacevole sinfonia diletta il popolo, mentre i venti al calar della sera invitano verso il mare”. Insomma, un passo di Ovidio che riesce a sintetizzare perfettamente cause e finalità che i committenti, nell’edificare la Flora, – così era anche conosciuta Villa Giulia – vollero perseguire.

Ricostruzione di una rovina

In prossimità della caffetteria è possibile scorgere una montagnola, ai cui piedi si trova collocato un altro piccolo tempio; una ricostruzione di una rovina greco romana, al centro della quale si staglia il busto acefalo e privo di arti inferiori e superiori di una divinità. Il rimando all’Apollo di Piazza Armerina, oppure al Torso del Belvedere dei Musei Vaticani sembra evidente. Sopra il tempietto v’è un piccolo sentiero alla cui cima è possibile scorgere un orologio solare inciso sulla pietra; perché la luce, come il tempo, sono prerogative di Apollo, il figlio di Zeus, la divinità che protegge le arti e la poesia, discipline a cui l’intera planimetria della villa rimanda.

Il sacrario degli uomini illustri

Appena oltre la montagnola, sempre più a sud ovest, si trova il sacrario degli uomini illustri, coloro che hanno fatto grande la Sicilia durante l’età greco romana. Per la verità, non si tratta di un vero e proprio sacrario, ma di una sorta di luogo immaginario in cui sono disposte in circolo le riproduzioni delle tombe del primo drammaturgo Teocrito, del filosofo Empedocle, dello storico Diodoro Siculo, del letterato Calpurnio panormita (che ai tempi di Nerone era a servizio della famiglia dei Pisoni) e soprattutto del grande Archimede Pitagorico. Ora, proprio il cenotafio di Archimede è ciò che sorprende il visitatore più avveduto. Infatti, sebbene Archimede non risulti fosse stato sepolto a Palermo, tuttavia la riproduzione della tomba sembra corrispondere fedelmente a quella ritrovata casualmente al tempo di Cicerone e descritta nelle “Le Tusculanae”.

La fontana del Genio (foto Wikipedia)

Altre due tappe scandiscono la passeggiata dentro la villa: la vista della statua di Diogene e quella della straordinaria statua del Genio di Palermo. Ebbene, il grande filosofo cinico accovacciato su una roccia con ai piedi i simboli del suo magistero, una lanterna e un bastone, non rappresenta altro che un augurio, l’auspicio che anche lo sviluppo della Palermo extra moenia avvenisse e si fondasse su criteri di saggezza (Diogene di Sinope, nonostante la grande saggezza, visse ai margini di Atene). E non è un caso che proprio non distante dalla statua di Diogene si trovi la piazzola dentro cui fa bella mostra di sé la statua del Genio di Palermo, il Genius Loci, il nume tutelare della città, il vegliardo che prima della stessa Santa Rosalia aveva avuto il compito di proteggere il capoluogo dell’Isola dalle avversità e dai i peggiori mali; mali che vengono rappresentati da alcune statue allegoriche, poste in maniera semicircolare di fronte al genio. Si tratta della maldicenza, dello scisma religioso, del maomettanesimo, dell’ozio e dell’eresia, oltre naturalmente alla carestia.

Il putto che regge il dodecaedro

Dalla piazzola del genio si giunge poi al centro della villa, nel punto nevralgico del mandala e della rosa dei venti. Ma quel baricentro è anche il luogo in cui nell’Ottocento venivano celebrati i concerti, attorno alle quattro esedre in stile pompeiano ed a forma di orecchio. Ebbene, in quel preciso punto, non si può non rimanere affascinati da quel grosso putto, con una testa molto più grande del corpo, che sorregge un dodecaedro; un solido le cui facce, nell’arco della giornata, vengono riflesse dai raggi solari. Ancora una volta, nel fulcro della planimetria si ripresenta l’indissolubile e interscambiabile tema che lega l’uomo al tempo.

*Docente e scrittore

Due passi tra statue equestri e illustri leoni

Da Vittorio Emanuele II a Giuseppe Garibaldi, ogni scultura nasconde simboli e storie che raccontano eventi e personaggi legati alla città

di Emanuele Drago*

Non sono molte le statue equestri che abbelliscono le piazze di Palermo, eppure, a ognuna di esse, è legato un aneddoto o una qualche particolarità che una volta appresa rimane certamente impressa nella mente di chi, per una qualche ragione, vi passa vicino. La prima statua equestre a cui facciamo riferimento è quella che si trova in piazza Giulio Cesare e che venne collocata all’indomani dell’Unità d’Italia, proprio di fronte alla nuova stazione centrale di Palermo. La statua, realizzata da Benedetto Civiletti, ritrae Vittorio Emanuele II a cavallo sopra un grosso cippo in marmo, sui cui angoli sono scolpite quattro grosse aquile. Sembra che il cavallo si chiamasse Omar e che fosse stato regalato al sovrano da un illustre nobile siciliano durante il suo arrivo a Palermo; inoltre, quando dopo tanti anni il povero destriero morì, il sovrano si premurò di far pervenire da Torino – e di restituire al nobiluomo – gli zoccoli ferrati di Omar sotto forma di calamai.

Garibaldi a cavallo nella Villa Falcone Morvillo

Ma in città c’è anche un’altra statua equestre in cui è, invece, ritratto l’eroe dei due mondi, il generale Giuseppe Garibaldi, e si trova all’interno di Villa Falcone Morvillo, in quel giardino (chiamato anche parterre Garibaldi) che una tempo fu parte integrante – prima che venisse aperto il secondo troncone del viale della Libertà – del Giardino Inglese. Il fascino di questa statua equestre di eccelsa fattura, realizzata dallo scultore Vincenzo Ragusa, non è solo legato al fatto che ha fa da sfondo alla chiesa di Santa Rosalia, che dà su via Marchese Ugo e che è una delle ultime importanti opere – soprattutto per la pregevole cupola in maiolica – realizzata dall’architetto Ernesto Basile; ma anche per via del possente e plastico leone in bronzo che si trova collocato ai piedi della stessa statua.

Leone ai piedi della statua di Garibaldi

Va ricordato che questo, dopo i leoni che delimitano la scalinata del Teatro Massimo, è il terzo leone che venne realizzato per i monumenti della città; un suggestivo felino che completa la fantastica triade Civiletti, Rutelli e Ragusa (a cui spetta l’insolito primato di aver realizzato ognuno di essi almeno un felino per la città). Un felino le cui fauci sono intente a spezzare le possenti catene che simboleggiano la tirannia borbonica, ma anche una chiara allusione al leone di Caprera. L’opera venne collocata sul parterre il 27 maggio del 1892, a dieci anni esatti dalla morte dello stesso Garibaldi. In conclusione, va detto che i leoni per la città Palermo sono sempre stati forieri di benessere, prestigio e prosperità: ad esempio, il leone fu il simbolo con cui amava rappresentarsi la dinastia dei normanni, ma anche il simbolo che venne adottato dai Florio, sebbene, raffigurato, a partire dall’insegna dell’aromateria di via Materassai, mentre si nutre della corteccia dell’albero di china. Oggi è possibile ammirare una rappresentazione di questo illustre leone, sebbene in condizioni davvero deprecabili, davanti alla cappella della famiglia Florio, nel cimitero monumentale di Santa Maria di Gesù.

Leone dell’aromateria in via Materassai

Infine, c’è un leone che accomuna l’immaginario del popolo palermitano: quel “Chico Portobello” che tutti i bambini correvano ad ammirare dentro la gabbia che si trovava all’interno della Villa Giulia e che avevano finito per ribattezzare come “il leone Ciccio”. Anche per questo leone, qualcuno, quasi provocatoriamente, un paio di anni fa auspicava, come solenne omaggio, la realizzazione di una statua; ma questa è un’altra storia.

*Docente e scrittore

La storia di piazza Sett’Angeli e dei martiri di Palermo

Dalla scoperta di un affresco che riaccese un culto dimenticato alla celebrazione dell’eccidio di innocenti durante la Seconda guerra mondiale

di Emanuele Drago*

Nel cuore di Palermo, in via Simone da Bologna, a ridosso dello storico liceo Vittorio Emanuele II, e proprio di fronte al prospetto dell’absidale della Cattedrale, si trova piazzetta Sett’Angeli. Prende il nome dall’omonima Badia, con annessa chiesa normanna (chiamata anche dell’Angelo) che fino al XIII secolo si trovava in quella piazza. Si racconta anche che nello stesso luogo sorgessero le case natie delle sante Oliva e Ninfa. A partire dal 1516 la chiesa divenne famosa in quanto vi fu scoperto un affresco in cui erano dipinti i nomi dei sette arcangeli con i relativi attributi iconografici.

Il dipinto di Santa Maria dei Sette Arcangeli custodito nella Cattedrale

Si trattò di una scoperta straordinaria che riaccese il culto dei sette angeli, per secoli celati in quanto avevano dato vita a riti che la chiesa ritenne estranei all’ortodossia. Così, ai già noti Gabriele, Michele e Raffaele, si aggiunsero i nomi di Uriele, Gaudiele, Sealtiele e Barachiele. In seguito a quella scoperta, il culto dei sette angeli riprese a diffondersi in tutta Italia, anche grazie a padre Antonio Lo Duca, cappellano cefaludese che era stato a capo della chiesa di origini normanne. In seguito, il prelato, dopo essere giunto a Roma e aver avuto diverse visioni in cui venivano indicate le terme di Diocleziano come luogo in cui sarebbe dovuta sorgere la chiesa dei Sette Angeli Supremi, grazie all’intercessione dell’allora Papa Pio IV, riuscì a ottenerne finalmente l’edificazione. Va detto, tra l’altro, che al progetto che portò alla nascita della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri di Roma, partecipò il grande Michelangelo Buonarroti, oltre a un nipote dello stesso Lo Duca.

La Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma

La stranezza di questa storia sta nel fatto che, dopo alterne vicende, anche il luogo in cui si trovava la chiesa dei Sette Angeli di Palermo ebbe, anche se quattro secoli dopo, i suoi martiri. Infatti, sebbene di essa si fossero perse le tracce (era stata inglobata insieme ad altre chiese nel grande convento realizzato alla fine del Cinquecento dal viceré Pignatelli) ne rimaneva ancora vivo il nome, anche quando, dopo i moti garibaldini del 1860, il distrutto monastero edificato dal Pignatelli venne sostituito dal nuovo liceo dedicato alla poetessa Giuseppina Turrisi Colonna.

Piazza Sett’Angeli durante i bombarbamenti

Per uno strano scherzo del destino, dopo il bombardamento del 18 aprile del 1943 la piazza dedicata ai sette angeli di Palermo divenne, come quella di Roma, anche dei martiri. E i martiri furono tutti quei poveri innocenti che avevano trovavano rifugio nell’ospedale, che fungeva anche da rifugio sotterraneo, che si trovava nella piazza e che venne colpito dalle bombe delle fortezze volanti americane. I morti furono centinaia e tra essi vi fu anche Giuseppe Schiera, irriverente poeta popolare che amava satireggiare, come il romano Pasquino, contro l’allora regime fascista. Oggi quel martirio di civili viene ricordato ogni anno davanti alla colonnina che si trova al centro della piazza. Mentre parte dell’originario affresco della chiesa degli Angeli si trova riprodotto in un quadro che si trova all’interno della vicina Cattedrale, in una delle cappelle.

*Docente e scrittore

I Quattro Canti tra cabala ebraica e numerologia

Il progetto urbanistico del quadrivio nel cuore di Palermo, conosciuto anche come Teatro del Sole, si presta a diverse letture che incrociano suggestioni simboliche

di Emanuele Drago*

C’è un luogo di Palermo, che ne costituisce poi anche uno dei suoi principali simboli, che può essere indagato con occhi nuovi, non solo da parte dei turisti che ogni anno visitano la città, ma soprattutto dagli stessi palermitani. Ci riferiamo ai Quattro Canti, il quadrivio di forma ottagonale – per questo anche indicato come ottangolo – che viene anche conosciuto come il Teatro del Sole, in quanto, nei diversi momenti della giornata, il sole illumina uno dei diversi quattro angoli.

Scorcio dei Quattro Canti con Filippo II e Santa Ninfa

Questo quadrivio venne concepito dall’architetto fiorentino Giulio Lasso come un edificio costituito da quattro parti perfettamente uguali, poi conchiuso ed avvolto su se stesso e in cui non erano più distinguibili l’inizio e la fine. Orbene, le diverse quattro ali del palazzo, chiuso in un perfetto circolo, si slanciano in tre diversi ordini: sul primo ordine, al di sopra delle fontane, sono collocate le statue allegoriche delle quattro stagioni; nel secondo ordine le statue dei principali sovrani spagnoli (Carlo V, Filippo II, Filippo III e Filippo IV); nell’ultimo ordine le statue delle quattro sante della città (Cristina, Ninfa, Oliva, Agata). Infine, alla sommità dei cantoni, quattro grandi stemmi a forma d’aquila.

Antica piantina di Palermo con i quattro mandamenti

Fin qui nulla di diverso su quanto non sappiamo ormai da tempo, non solo grazie ai libri di storia dell’arte, ma grazie alle numerose guide turistiche. Ma c’è un aspetto dei Quattro Canti che vorremmo invece qui rimarcare e che venne approfondito e sviluppato in un testo specialistico del 1981, scritto dell’architetto Marcello Fagiolo e dal titolo “Il Teatro del Sole. La rifondazione di palermo nel Cinquecento e l’idea della città barocca”. Nel testo si evidenzia il fatto che i Quattro Canti, oltre a rappresentare il punto in cui ebbe inizio la rivoluzione urbanistica del Seicento, che trasformava la città bipartita d’impianto punico romano in città cruciforme (mediante l’apertura di una strada nuova, poi dedicata al duca Maqueda) sembrano anche chiamare in causa la Cabala della tradizione ebraica, che prevedeva la realizzazione ai confini della città celeste di quattro bastioni, uno per ogni lato, e altrettante porte.

La città con le dodici porte

In buona sostanza, se si tiene conto della numerologia ebraica, nel progetto urbanistico la ricorsività del numero dodici (dodici porte e dodici bastioni) non era casuale, ma si rifaceva alle dodici tribù che avevano fondato la Gerusalemme Celeste; d’altronde, la sacralità del dodici era corroborata, anche nel caso di Palermo, dai suoi sottomultipli: il quattro (le quattro Virtù teologali) e il tre (la Santissima Trinità). Dunque: quattro mandamenti, che sostituivano i cinque originari del periodo arabo, e quattro bastioni per ogni lato del quadrato sui quali si aprivano altrettante porte civiche.

I Quattro Canti

Il risultato di questo ardito disegno, che si ispirava al tardo Rinascimento o Manierismo romanico e fu, come già accennato, progettato dall’architetto Lasso, venne impreziosito poi dall’architetto palermitano Mariano Smiriglio, al quale spettò il gravoso compito di arricchirne gli ordini, i balconi e nicchie. E alla fine l’opera fu magnifica e sancì la nascita ordinata ed equanime dei quattro mandamenti, che si dipanano da questa splendida piazza che ancora oggi non può che lasciare a bocca aperta chiunque l’attraversi.

*Docente e scrittore

Gli stucchi di Serpotta, lo “scultore degli angeli”

Un documentario del 1957 di Aldo Franchi racconta l’opera dell’artista che decorò chiese e oratori barocchi con uno stile aperto alle suggestioni del tempo

di Emanuele Drago*

Una straordinaria descrizione dell’opera di Giacomo Serpotta è stata fornita da un documentario del lontano 1957 realizzato dal toscano Aldo Franchi. In fondo, tra i numerosi fiumi di parole che sono stati spesi su Serpotta, ritengo che questo resoconto dal titolo “Lo scultore degli angeli”, per l’immediata pregnanza, sia tra più belle descrizioni che si siano state scritte. E l’importanza di questo lavoro è anche legata al fatto che sembra anticipare gli stessi studi di Donald Garstang, il grande storico dell’arte statunitense, naturalizzato inglese, che fece degli stucchi di Serpotta un focus privilegiato per i suo lavoro; tanto che, dopo il primo viaggio in Sicilia datato 1976, otto anni dopo, esattamente nel 1984, diede alle stampe a Londra ed in inglese il suo più famoso volume su Giacomo Serpotta (“Giacomo Serpotta and the Stuccatori of Palermo 1550-1790”).

Busto di Serpotta realizzato da Antonio Ugo (foto Sicilarch, Wikipedia)

Franchi, già in questo articolo, afferma come siano diversi i nomi che si fanno comunemente come maestri del Serpotta. Poi, sempre facendo riferimento agli stucchi del Serpotta, aggiunge come “qualcuno potrebbe cogliere in alcune statue l’influenza del Bernini e nei bassorilievi l’influenza del Gagini, ma far ciò sarebbe opera di mera eduzione. Infatti, se Bernini è il magnifico principio, di un’arte estranea ai gusti accademici, ai freddi arcadici motivi del secolo del Barocco; Serpotta – osserva il giornalista – indubbiamente, ne rappresenta la geniale conclusione”.

Una delle sculture di Serpotta

Dopo questo puntuale preambolo di carattere generale, Franchi entra nello specifico, analizzando in maniera dettagliata le figure che costellano il mondo serpottiano. Infatti, arriva ad affermare che “le figure del suo mondo artistico, Serpotta le coglie per la via, alla Kalsa, il quartiere in cui è nato. Le madri e le fanciulle, che spesso sono allegorie di santi, ci evidenziano come il Serpotta sia sensibile alla vitalità, alla purezza dei sentimenti più semplici e casti….”. Ma poi, oltre alla strada, descrivendo il mondo serpottiano, Franchi mette in evidenza un’altra relazione, affermando che “nei suoi oratori talune statue allegoriche, come la Carità, richiamano alla mente alcune statue dei greci. Tuttavia, oltre a questo aspetto, non si può non ravvisare un altro momento dell’arte del Serpotta. Infatti, per queste allegorie, l’autore ha posato lo sguardo sulle dame palermitane della società elegante e aristocratica del Settecento”.

Oratorio di Santa Cita (foto Wikipedia)

Infatti, continua minuziosamente e quasi prosasticamente il noto giornalista toscano, a conferma di quanto affermato sopra: “Negli oratori c’è odore di cipria, fruscio di sete, area di teatro e di provvisorio, secondo il gusto dell’epoca. L’eloquenza dello stuccatore tocca toni raffinati; ha un suo tempo bloccato in forme squisite. Tra pizzi e merletti, l’artista rende sontuose le vesti e arricchisce i panneggi. E il carattere barocco della scultura, altrove quasi assente, si accentua con eleganza estrema, senza tradire il consueto equilibrio”. Ma alle influenze socio-culturali che caratterizzarono l’opera del nostro grande Giacomo, Franchi aggiunge considerazioni sia estetiche, sia di carattere tecnico, affermando come non vi sia però “imitazione in questa rappresentazione plastica piena di vita, la quale mantiene la materia nell’equilibrio della più felice arte statuaria… il Serpotta lavorò di getto, risolvendo ogni tema che si presentava, con particolare estro e fantasia. Perché lo stucco, facile a solidificarsi, non ammette errori, ma anzi una immediata perfezione”.

I putti di Serpotta

Ora, c’è una parte del resoconto, certamente la parte più emozionante, il cui Franchi riesce a cogliere perfettamente la grande rivoluzione che Serpotta compì in riferimento alle figure dei putti. Una rivoluzione artistica che portò il cronista ad affermare che “se è vero che il Serpotta è il grande interprete della donna, dove la sua arte appare insuperata, è nella rappresentazione dell’infanzia, nelle gioiose composizioni degli angeli, che scolpì in mille modi, in mille atteggiamenti. Sia nell’oratorio Lorenzo, sia nell’oratorio di Santa Cita e San Domenico, osservando i suoi putti, – prosegue il giornalista – già si vola in un mondo sorprendente. Se ne trovano ovunque: sui pilastri, sulle colonne, sugli aggetti. E sono putti allegri, pronti allo scherzo, imbronciati, impauriti, che partecipano alle vicende dei santi, o che chiedono qualcosa alle virtù. A volte sono angeli, altre volte bambini senza ali. Ma il Serpotta li fa volare ugualmente. Perché in quell’età della gioia, non c’è distinzione: sono tutti uguali”.

*Docente e scrittore

Le Vie dei Tesori News

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