I misteri del Riparo Cassataro tra pitture, riti e sciamani

Il sito archeologico vicino a Centuripe, conosciuto sin dall’antichità, custodisce pitture rupestri di età neolitica tra le più enigmatiche della Sicilia

di Emanuele Drago*

La Sicilia è piena di luoghi nascosti, siti archeologici presi costantemente di mira da tombaroli, o scoperti per caso da archeologi e appassionati, nonostante siano continuamente indicati nelle opere dei grandi autori classici. Uno di questi si trova in una rocca nella parte interna della Sicilia orientale, un luogo attorno al quale gravitano i paesi di Centuripe, Adrano e Biancavilla. Il sito è conosciuto come Rifugio o Riparo Cassataro e trova la propria collocazione a ridosso dell’argine destro del fiume Simeto, a circa tre chilometri della Valle delle Muse.

Riparo Cassataro (foto Diego Barucco – www.siciliafotografica.it)

Indicato come un luogo carico di mistero nel De Divinazione di Marco Tullio Cicerone, il Riparo non è altro che una sorta di galleria, un antro, una sorprendente frattura nella roccia che nacque dall’accostamento di tre blocchi di pietra arenaria la cui struttura ricorda un po’ quella dei dolmen. Tuttavia, la sorprendente particolarità del sito è legata alla presenza, su una delle pareti della roccia, di interessanti pitture rupestri, alcune in ocra rossa, altre di colore più scuro.

Figura antropomorfa (foto Diego Barucco – www.siciliafotografica.it)

Si tratta di figure antropomorfe raffigurate senza arti, sebbene di non facile interpretazione. Sulla destra s’intravede un volto con le braccia alzate, evidentemente intento a svolgere un qualche particolare rito, mentre sulla sinistra delle immagini di un uomo che abbraccia un tamburello e di un bue con lunghe corna. Ma è indubbiamente la parte centrale del blocco in questione che sembra costituire il fulcro di tutta quanta la rappresentazione. Si tratta di una specie di reticolo che gli studiosi hanno interpretato in due diversi modi: nella prima ipotesi alcuni vi hanno scorto una sorta di capanna, mentre una seconda ipotesi tende a interpretare il reticolo come il particolarissimo abito zigrinato di un sovrano, di uno sciamano o di una qualche divinità venerata durante il neolitico (l’immagine dell’uomo con l’arto alzato, proprio perché più stilizzata e meno astratta viene considerata meno tarda, ovvero collocabile durante l’età del Bronzo).

Pitture rupestri (foto Diego Barucco – www.siciliafotografica.it)

Ma perché questo antro prese il nome di rifugio Cassataro? La soluzione si trova in una rivista di archeologia che è coeva alla stessa scoperta, nonostante, come già detto, il luogo veniva già stato indicato in un’opera di Cicerone. Nella Rivista di Scienze Preistoriche diretta da Paolo Graziosi, in un’edizione del 1976, si afferma che “in un riparo lungo il fiume Simeto, presso Centuripe, il dott. G. Cassataro ha scoperto delle pitture parietali di ocra rossa, ormai poco leggibili, di probabile età neolitica. La più evidente rappresenta una figura umana alta 18 centimetri con le braccia allargate, forse provvista di una gonnellina”. Si tratta di una descrizione didascalica e molto approssimativa che tuttavia rinnovò l’interesse verso questo misterioso sito, che solo a partire dal 1993 fu sottoposto a studi da parte dall’archeologo Giacomo Biondi.

* Docente e scrittore

(Foto Diego Barucco – www.siciliafotografica.it)

Palermo ieri e oggi, un foto-racconto della città che cambia

Palazzi, strade, ville, scorci del centro storico che si rinnova. Le fotografie scandiscono il tempo che passa, tra nostalgia e rinascita

di Emanuele Drago*

Le fotografie catturano un momento che è finito per sempre. Questo è ciò che affermava Karl Otto Lagerfeld, stilista e fotografo tedesco morto nel 2019. Sembra che questa frase si attagli perfettamente alla Palermo liberty, e soprattutto alle stupende ville che si trovavano disseminate tra le vie Libertà e Notarbartolo, le stesse che la grande speculazione edilizia negli anni del “sacco” ha cancellato per sempre.

Palazzo Statella Niscemi in largo dei Cavalieri di Malta

Ma questa frase può anche essere utilizzata in un altro modo, aggiungendo, alla fine, “per fortuna”. Insomma, è doverosa questa premessa, soprattutto quando ci si trova per le mani – a volte capita quasi per caso – foto che hanno a che fare con importanti luoghi della città. Luoghi che all’indomani dell’ultimo conflitto mondiale furono abbandonati, poi recintati e infine saccheggiati, sebbene mai demoliti del tutto. E nonostante dovettero subire l’onta della guerra e di una ricostruzione resa lenta da una certa insensibilità culturale, a distanza di cinquant’anni appaiono oggi, dopo un accurato restauro, in tutto il loro incredibile splendore.

Palazzo Belmonte Riso

Una bellezza che è la stessa fotografia a far riemergere, quella stessa arte che ha salvaguardato, tra nostalgia e rimpianti, i ricordi di ciò che non c’è più. Dunque, oggi grazie alla fotografia è possibile comparare importanti siti che subito dopo la fine della guerra erano completamente abbandonati al loro destino. Stiamo parlando dell’oratorio dei Bianchi, di piazza Magione, di via Bambinai, di piazza Cavalieri di Malta; o anche dei palazzi Custos, Lungarini e Riso. Sono tanti i luoghi che, se paragonati alle foto del tempo, oggi ritornano a rivivere in tutto il loro splendore. A dimostrazione che il vuoto a perdere che ha caratterizzato la storia del centro storico della città, a un certo punto è stato bloccato, determinando una costante controtendenza al progressivo e costante risanamento che non può non essere riconosciuta.

Lo Spasimo

Certo, spesso questo lavoro di ricostruzione di alcuni angoli del centro storico non è stato affatto semplice. Sempre troppo esigue, se non addirittura rare, erano le foto che i cittadini e i reporter, attratti dalle mattanze e dagli omicidi di mafia – o concentrati a raccontare l’opulenza consumistica della città post-bellica che si dipanava tra le trafficate strade extramoenia – scattavano all’interno del “pericolosissimo e invivibile” centro storico. E visto che le foto sono davvero poche, spesso sono anche venuti in soccorso film come “Il Gattopardo” o “Dimenticare Palermo”, pellicole che hanno utilizzato il centro storico come dei veri e propri set, permettendoci oggi di rivivere pezzi di città davvero irriconoscibili.

*Docente e scrittore

 

ORATORIO DEI BIANCHI


RESIDENZA UNIVERSITARIA SANTISSIMA ANNUNZIATA IN PIAZZA CASA PROFESSA


PALAZZO CUSTOS, VICINO ALLA REAL FONDERIA 


PALAZZO LUNGARINI


LA CATTEDRALE


ATTUALE AREA QUARONI DOVE SORGEVA LA CHIESA DI SANTA CROCE


IL RETRO NEOCLASSICO DELL’ORATORIO DEI BIANCHI

La grande pietra millenaria terrazza sulla Valle del Belice

Vicino a Castelvetrano si trova un banco roccioso scavato dall’acqua, che ha svolto per secoli la funzione di vedetta sul territorio

di Emanuele Drago*

A pochi chilometri a Castelvetrano, non distante dall’area costiera del territorio sudoccidentale della Sicilia, si trova un banco roccioso dal caratteristico profilo. Si tratta di una possente formazione costituita da calcarenite molto friabile che viene anche impropriamente chiamato castello della valle del Belice. Ma come è stato possibile questo miracolo della natura?

Uno scorcio del banco roccioso

Nelle varie ere geologiche, l’emersione del fondo marino ha esposto questo territorio a profonde trasformazioni, mutazioni favorite dall’azione erosiva del mare, dei venti e del corso dei fiume. Così, il corso del basso fiume Belice, oltre ad aver scavato un’ampia vallata, ha anche intersecato un affluente che nei mesi invernali diventava un vero e proprio violento torrente.  Questo corso d’acqua, che si trova a circa dieci chilometri dalla costa e dalla foce del fiume, nei millenni ha scavato un profondissimo e stretto vallone che oltre ad avere isolato la parte del territorio compreso tra i due corsi fluviali, ha anche creato una penisola terrestre dalla particolare forma a sella di cavallo, che ha svolto per secoli la funzione di vedetta sull’intera vallata, tant’è che fin dalla preistoria gruppi umani l’avevano scelta come luogo dove abitare in piena sicurezza.

La roccia in un’immagine satellitare

Proprio per questo suo particolare aspetto, più che per quello che era stato costruito sopra, il sito viene chiamato castello del Belice, in seguito mutato in Castello della Pietra. Un luogo strategico a strapiombo sulla valle che venne citato intorno al 1140 dallo stesso Idrisi nella sua Geografia. L’ultima e più recente notizia documentale proviene dalle pagine delle carte pubbliche della città di Castelvetrano, che furono redatte nel 18esimo secolo. Qui il suggestivo luogo viene indicato prima come Pietra, poi come castello del Belice e infine come castello della Pietra.

Il Castello della Pietra

Raggiungerlo è un po’ complicato, poiché ricade nell’area privata denominata Baglio Vecchio. Chi avesse la fortuna di accedervi, magari tramite la tenuta privata (a quanto pare la strada sterrata interpoderale conduce a un cancello) si accorgerà che in prossimità della rocca il panorama cambia improvvisamente, offrendo alla vista una vegetazione spontanea ricca di piante selvatiche. Superati arbusti e la sterpaglia si giunge a una cordonata da cui è possibile iniziare la faticosa risalita verso la zona sommitale della grande terrazza che dà sulla valle del Belice. Ancora una volta, ci piace rimarcare il fatto che il luogo, proprio per il grande fascino, meriterebbe di essere valorizzato e incluso tra gli itinerari culturali e naturalistici più insoliti della nostra Isola.

(La prima foto grande in alto è stata concessa dal sito www.castelvetranoselinunte.it)

*Docente e scrittore

Quelle tombe misteriose nel leggendario regno di Kokalos

A Sant’Angelo Muxaro, borgo inerpicato sopra una collina, si trova una vasta necropoli dove, secondo tradizioni mitiche, fu sepolto il sovrano dei sicani

di Emanuele Drago*

Osservando le caratteristiche morfologiche del sito che accoglie il paese di Sant’Angelo Muxaro, così isolato dal resto del sistema collinare a ridosso del fiume Platani e naturalmente difeso su tutti i versanti da un calco gessoso alto oltre trecento metri sopra il livello del mare, viene naturale supporre che possa effettivamente trattarsi della città sicana di Camino.

Sant’Angelo Muxaro

Infatti, nonostante alcuni archeologi tendano a estendere l’area su cui individuare la vecchia città del grande re Kokalos nel vicino monte castello, la struttura gessosa e le numerose tombe trovate sulle pareti su cui si poggia il centro di Sant’Angelo Muxaro rendono ancora rilevante la tesi originaria. Già, perché lo scenario che si scorge sul versante orientale della collina è davvero affascinante: uno sfondo costituito da vari tipi di tombe. Mentre sulla parte più bassa della collina gessosa solo presenti delle tombe a forno, al contrario, nella parte più alta (che poi è anche quella più ardua da raggiungere) sono presenti dalle vere e proprie tombe monumentali.

Tombe a grotticella

Una di queste si raggiunge percorrendo una strada carraia che una targa indica come l’ingresso in una vasta necropoli. Si tratta di un luogo davvero straordinario: una cavità profonda e oscura caratterizzata da due ambienti circolari a calotta ribassata che sono collegati tra loro. Insomma, una struttura che ricorda il tholos del sito rupestre della Gurfa, sebbene in questa circostanza i due ambienti, l’anticamera e la camera sepolcrale, non raggiungono la considerevole altezza che invece raggiunge il tholos che si trova a pochi chilometri da Alia.

Tomba del Principe

Dunque, anche in questo caso si tratta di un luogo che venne ricavato scavando nella roccia, al fine di deporvi il corpo di un importante personaggio dal livello sociale elevatissimo. Anche in virtù di ciò, dopo la grande scoperta archeologica fatta nel 1931 dal roveretano Paolo Orsi, il luogo venne denominata come la “grotta del Principe”, sebbene nella tradizione religiosa locale veniva anche indicata come la grotta in cui alla fine del XII secolo il carmelitano Angelo da Gerusalemme si rifugiò come eremita non prima di aver scacciato parecchi demoni.

Le tombe a grotticella della Necropoli Preistorica

La grotta, considerata la più grande tomba a tholos della Sicilia protostorica, è una grande camera ormai completamente saccheggiata dai suoi numerosi tesori, ma la cui ricchezza dovette superare quella di un’altra tomba vicina, anche se più piccola e ad un solo ambiente, il cui corredo venne catalogato e descritto negli appunti lasciati nel 1932 sempre dallo stesso Orsi. Un letto funebre sotto la cui coltre ormai pietrificata si trovavano due scheletri, di cui uno di essi possedeva un anello tipico dell’oreficeria micenea e su cui era intarsiato un lupo (oggi l’anello è esposto nel museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa).

Patera aurea proveniente da Sant’Angelo Muxaro

Inoltre, sempre secondo il resoconto fattone da Orsi, ai piedi del letto si trovavano numerosi vasi in terracotta e altri scheletri ridotti in briciole. Insomma, la prova del fatto che il sito, già fin dal Settecento, dovette essere preso di mira oltre che da tombaroli, anche da altri appassionati archeologi di origine inglese. E non è un caso che alcuni di essi affermarono di aver visto nel palazzo del vescovo di Agrigento, monsignor Lucchesi Palli, quattro patere aurea, due delle quali, secondo il racconto del vescovo, gli erano state donate allora da prelati di Sant’Angelo Muxaro. Oggi delle quattro patere aurea ne esiste soltanto una, sulla quale sono ritratti sei torelli in circolo e che, in seguito a una donazione avvenuta alla fine del XVIII secolo, raggiunse Londra per essere definitivamente custodita al British Museum.

Ci auguriamo che il sito possa essere potenziato e migliorato, rendendolo accessibile al maggior numero di turisti. Perché, al di là dell’esatta localizzazione del luogo in cui dovette essere stato seppellito lo stesso Kokalos, comprova la notevole influenza che la cultura minoica e micenea ebbe sulle popolazioni pregreche della Sicilia. E ciò è anche avvalorato dai racconti leggendari che ne stabiliscono l’influenza culturale. Un’influenza che si manifesta nel mito stesso, quando si narra che a Camino arrivò l’architetto Dedalo, fuggito da Creta e dalla furia vendicativa del re Minosse e che divenne una sorta di mecenate dello stesso del re sicano Kokalos.

*Docente e scrittore

Viaggio nella Cattedrale di Palermo: maestoso tesoro di luce

La chiesa è il risultato di una fusione di stili e culture differenti, scrigno di opere d’arte e sorprendenti architetture

di Emanuele Drago *

Chi vede per la prima volta la Cattedrale di Palermo stagliarsi sul punto più alto dell’antico Cassaro non può che rimanerne abbagliato. Non solo per maestosità, ma anche per quella luminosità che la particolare pietra con cui è stata costruita riesce a conferirgli, sebbene ulteriormente impreziosita dalla grande balaustrata in marmo in cui fanno bella mostra le state delle sante palermitane, dei due vescovi palermitani che divennero Papi (Agatone e Sergio) e dei primi cristiani, Eustorgio, Procolo e Golbedeo, seguaci del martire Mamiliano.

La cattedrale di Palermo

Quello che è possibile ammirare in questo capolavoro architettonico è frutto di uno straordinario e involontario sincretismo, che è stato capace, nei secoli, di sovrapporre stile differenti che ne hanno accresciuto il fascino: la cupola neoclassica, il portale gotico catalano, le cupolette in maiolica barocche, la struttura stereometrica normanna, le fondamenta araba, le torri tardo medievali e il campanile neogotico. E pensare che sorge sui resti di un cimitero paleocristiano che in origine era addossato alla chiesa dell’Assunta (attuale cripta) poi inglobata all’interno della grande moschea (Gami) che gli arabi costruirono subito dopo la loro occupazione (decimo secolo).

Pagina del Corano

Come non rimanere estasiati davanti al grande loggiato in cui sul timpano, su tarsie di marmo nero, è rappresentato l’albero della vita con al centro il Dio benedicente; oppure nello scoprire, sempre nello stesso portale, ciò che resta dell’antica moschea in un’unica colonnina in cui vengono riportate le seguenti parole del Corano: “Egli copre il giorno del velo della notte che avida l’insegue; e il sole e la luna e le stelle creò, soggiogate dal Suo comando. Non è a lui che appartengono la creazione e l’Ordine? Sia benedetto Iddio, il Signore del creato!”.

Tomba di Federico II

Certo, una volta varcato l’ingresso, si storce un po’ il naso nel cogliere la repentina difformità stilistica rispetto alla facciata esterna, soprattutto se prima si è visitata la Cappella Palatina e Santa Maria dell’Ammiraglio. Ma basterà abituarsi alla nuova flebile luce che domina l’interno per riscoprire, cappella dopo cappella, gli straordinari tesori che anche l’interno possiede. A cominciare dalle tombe reali, luogo in cui è sepolto lo Stupor Mundi, Federico II, la madre, Costanza d’Altavilla, Ruggero II ed Enrico VI.

La cappella delle reliquie delle quattro sante

Altri tesori sono la meridiana, la cappella che custodisce le reliquie delle quattro sante (manca Sant’Oliva sepolta nella chiesa di San Francesco di Paola) e i primi vescovi cristiani, a cominciare da quel Mamiliano, martire decapitato che oggi è patrono dell’isola del Giglio, luogo in cui si era rifugiato dentro una grotta. Ma molto bello appare anche il fonte battesimale sotto cui sembra sgorghi ancora l’acqua del Papireto, o la raffinata Madonna “Liberi Inferni” di Francesco Laurana.

Affresco di Mariano Rossi

Sul transetto lasciano senza fiato, oltre la cappella di Santa Rosalia, dentro cui è esposta l’urna della Sinibaldi (seicento chili di argento), il crocifisso che la famiglia Chiaramonte donò alla Cattedrale, ma anche l’altare in lapislazzuli del Santissimo Sacramento, gli scanni d’impronta catalana e, sul calotta dell’abside, l’affresco in cui il saccense Mariano Rossi volle rappresentare la cacciata dei Saraceni e la relativa consegna della vecchia moschea Gamì al nuovo vescovo Nicodemo, sancita tra l’altro alla presenza di Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero.

Tiara di Costanza d’Altavilla

Tra le varie cappelle si può fare la scoperta, tra le tante altre cose, oltre che della tomba del Beato Giuseppe Puglisi, dei pezzi che componevano la smembrata tribuna dei Gagini; sciagurata scelta fatta nel Settecento da un Neoclassicismo incomprensibilmente insensibile a un’opera dal gusto rinascimentale. Per fortuna, nella nuova configurazione degli interni furono salvate le due splendide acquasantiere poste proprio sui pilastri che danno sull’ingresso dei due portici (Domenico Gagini, Spadafora e Giovanni Dell’Orto).

La cripta

Ma addentrandoci dentro gli ambienti del tesoro, lo stupore continua osservando gli eleganti portali di Vincenzo Gagini, i numerosi ostensori, gli abiti talari e soprattutto, al centro della stanza, la preziosissima tiara appartenuta a Costanza D’Altavilla. Attraversi dei gradini è poi possibile accedere alla cripta – che poi è l’originaria chiesa dell’Assunta risalente al VI secolo – un affascinante scrigno sotterraneo che custodisce, tra le arcate, delimitata da colonne di granito egizio sormontato da capitelli corinzi, ben ventitré sarcofagi in stile differente, dal rinascimentale al normanno fino al romanico. 

Sarcofago dell’arcivescovo Paternò

La storia della chiesa è tutta qui: nei suoi gendarmi, Gualtiero Offamilio e Simone da Bologna, sebbene le tombe più belle appartengano indubbiamente gli arcivescovi Tagliavia e Paternò. Ad esempio, il sarcofago di quest’ultimo è stato scolpito da Antonello Gagini in abiti solenni, mentre sembra dormire. Insomma, è inutile forzarne il contenuto per scoprirne le fattezze: lui è lì, davanti a noi, estatico e ieratico.

* Docente e scrittore

La cupola del Carmine Maggiore e la storia di Sant’Alberto

È una delle chiese più belle del centro storico di Palermo, la cui facciata domina il mercato di Ballarò. Custodisce capolavori del Serpotta e del Gagini

di Emanuele Drago*

Chi arriva a Palermo dal mare non può certo non notare la presenza sullo sfondo della Conca d’Oro di diverse cupole: quella della Cattedrale, di Santa Caterina d’Alessandria, della chiesa di San Saverio e Sant’Ignazio all’Olivella, della Chiesa del Gesù e quella in maiolica realizzata da Giuseppe Mariani nella chiesa dei Teatini. Ma indubbiamente, tra tutte quelle che dominano la Conca d’Oro, la più affascinante è la cupola della chiesa del Carmine Maggiore, progettata alla fine del XVII secolo da Angelo La Rosa e che si affaccia sull’omonima piazza del grande mercato di Ballarò.

La cupola del Carmine Maggiore

Si tratta di un’opera architettonica la cui bellezza, più che essere legata alla dimensione, sta nel fatto che sia stata realizzata completamente in maiolica smaltata, dando vita a un complesso e vivace disegno diviso in quattro sezioni in cui su ogni spicchio, dentro scaglie di mattonelle verdi e blu, vi è inciso il simbolo dell’ordine dei carmelitani. Della struttura, oltre alla cupola e al lanternino, colpisce l’eleganza del tamburo sottostante, nel quale le figure di quattro talamoni – intervallando quattro eleganti finestre e otto colonne doriche – sembrano volerla sorreggere.

Volta di epoca normanna

La sua edificazione, come già detto, avvenne alla fine del Seicento, sebbene la presenza dei carmelitani in città risalga al periodo normanno, ovvero quando l’originaria chiesa era collocata in quella che è l’attuale Cappella della Pietà, donata dalla Contessa Adelasia, allora anche regina di Gerusalemme, ai pellegrini che seguivano le tracce del profeta Elia sul monte Carmelo.  La originaria chiesa, che in seguito ne inglobò una più ampia dedicata all’Annunziata, aveva la facciata rivolta sul lato opposto della piazza del Carmine.

Madonna del Gagini

Ancora oggi è possibile ammirare ciò che resta dell’originaria struttura normanna nella suggestiva volta a crociera le cui vele affrescate convergono tutte in una chiave di volta che ha come simbolo l’agnello. L’attuale chiesa risale al 1626, quando venne riconfigurata in dimensioni più maestose e con la facciata rivolta su piazza Carmine, tra l’altro in una posizione soprelevata rispetto al livello della strada. Tra le opere significative della chiesa, oltre alla cappella della Madonna del Carmine, vanno segnalate le cappelle di Santa Caterina d’Alessandria (statua scolpita da Antonello Gagini) e la cappella della Vergine delle Udienze, realizzata da Domenico Gagini.

Particolari degli stucchi del Serpotta

Ma ciò che lascia esterrefatti i visitatori sono le Cappelle della Madonna del Carmine e del Santissimo Crocifisso che si trovano ai lati del transetto. Siamo in presenza di due veri capolavori del solito Giacomo Serpotta, il quale, insieme a Giuseppe Serpotta, sembra essersi cimentato in un’altra delle sue innumerevoli imprese creative. Infatti, con queste due opere sembra sia riuscito a plasmare lo stucco in forme volumetriche contenute, ma non per questo meno sbalorditive. Si tratta di due doppie colonne tortili sui cui girali ha narrato la vicenda della nascita dell’ordine carmelitano e la Passione di Cristo; un bianco vortice, un mulinello di fogliame e putti dentro cui, tra le tante rappresentazioni, a un attento osservatore non può certo sfuggire un chiaro omaggio allo Spasimo di Sicilia, dipinto che Raffaello Sanzio aveva realizza due secoli prima.

La Chiesa di Sant’Alberto

Tra le altre opere presenti nella chiesa va segnalata la notevole tavola in cui è rappresentata la Madonna del Carmelo (opera di Tommaso de Vigilia) gli eleganti scanni del coro absidale (l’agnello con i sette sigilli) e due tele che raffigurano due celebri carmelitani figli di Sicilia: Sant’Angelo da Licata e Sant’Alberto degli Abbati. A proposito di Sant’Alberto vorremmo sottolineare il forte legame che egli ebbe con la chiesa e col quartiere dell’Albergaria. Figlio di Benedetto Abbate, ammiraglio della flotta di Federico II, si narra che dopo essere partito da Trapani (avrebbe dovuto insediarsi a Messina per volontà degli stessi superiori dell’ordine carmelitano) avesse sostato per alcune notti in questa chiesa, ma anche nella piccola chiesa che poi fu a lui dedicata e che si trova sul lato opposto, accanto al palazzo che fu dei Miano.

Immagine di Sant’Alberto nel Carmine Maggiore

Quando questo avvenne erano ormai lontani i tempi in cui acquisì fama di santità, dopo che ebbe liberato la città dello Stretto dall’assedio del Duca di Calabria, ma soprattutto dalla fame, quando riuscì a far transitare alcune navi cariche di vettovaglie tra gli assedianti. Trent’anni dopo la sua morte, avvenuta a Messina il 7 agosto del 1307, il luogo e la cella in cui aveva soggiornato a Palermo venne trasformata prima in cappella e poi in una vera e propria chiesa. Purtroppo, nell’ultimo secolo la chiesa è stata sottoposta a saccheggio, non solo dalle maioliche del pavimento, ma anche di un quadro e di una reliquia del Santo. Ci auguriamo che con la nuova riconfigurazione della piazza se ne possa valorizzare l’importanza storica, sottolineando il forte legame che essa ha da sempre avuto con la chiesa del Carmine Maggiore.

*Docente e scrittore

Quella stanza di casa Lampedusa sopravvissuta alle bombe

All’interno del palazzo ristrutturato si trova ancora il boudoir della madre di Giuseppe Tomasi che mantiene intatto il fascino di un tempo

di Emanuele Drago*

Talvolta può accadere che neppure un restauro, per quanto realizzato con la massima cura, riesca a salvare gli irreversibili danni che i bombardamenti provocano in un palazzo storico. Ma per fortuna, accade anche che venga in nostro soccorso un libro, che ha il grande merito di far rivivere il passato, descrivendo angoli e luoghi non più esistenti.

Il boudoir di Palazzo Lampedusa

Il palazzo a cui facciamo riferimento è Palazzo Lampedusa, che si trova nell’omonima via nel centro di Palermo, ad angolo con via Bara all’Olivella e adiacente all’oratorio di Santa Cita; mentre il libro, invece, è quello dei “Racconti”, testo in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nella prima parte intitolata “Ricordi d’infanzia”, descrisse con dovizia di particolari ogni angolo della sua dimora; palazzo che nel 2015 è tornato a nuova vita grazie a una cordata di 35 privati. Per la verità, più che di palazzo o dimora dovremmo parlare di “casa”, così come si preoccupò di rimarcare più volte lo stesso Tomasi nelle pagine del libro appena citato. Un luogo in cui lo scrittore passò gran parte della propria infanzia, prima che il 5 aprile del 1943, in seguito all’attacco delle fortezze volanti angloamericane, venisse raso al suolo e egli fuggisse con la famiglia in quel di Capo d’Orlando.

La volta del boudoir prima del restauro

Una dimora il cui originale numero civico 17 fu onusto di cattivi presagi, benché – così come venne descritto con un tono quasi beffardo dallo stesso Tomasi – la sorte dello stesso mutò tragicamente proprio quando la famiglia chiese che il vecchio numero (visto che nel frattempo le scuderie erano state trasformate in magazzini) venisse sostituito col 23.

Citazione sulla parete del boudoir

Eppure, nonostante l’impossibile corsa a fare rivivere ciò che del passato si è completamente perso, al suo interno sopravvive ancora un angolo che allora Tomasi descrisse con le seguenti parole: “E dopo v’era il boudoir di mia Madre che era molto bello col suo soffitto tutto a fiori e rami di stucchi colorati antichi, di un disegno soave e corposo come una musica mozartiana”. L’angolo, che per fortuna è rimasto integro, è lo splendido boudoir che scandì gran parte dell’infanzia del piccolo Giuseppe e dentro il quale – mentre la madre, Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, si pettinava ed egli era intento a giocare sul tappeto – apprese sia dell’assassino di re Umberto I, sia della tragica morte degli zii, durante il terremoto di Messina del 1908.

Ancora oggi, grazie alle decorazioni e al cromatismo della piccola cupola, il boudoir (che si trova all’intero di una abitazione privata) riesce a mantenere tutto il fascino di un tempo; complice anche quella pagina del libro che è stata riprodotta sulla parete di destra, accanto all’apertura che dà su un balcone e dal quale si possono scorgere le grate dell’oratorio di Santa Cita.

(Le foto sono state concesse dallo Studio PL5 Architettura)

* Docente e scrittore

Quel trittico rubato e il suo tortuoso viaggio per l’Italia

L’opera di Jan Gossaert è uno dei pezzi più pregiati di Palazzo Abatellis. La storia del suo arrivo nel museo palermitano è preceduta da un lungo peregrinare di città in città

di Emanuele Drago*

Al centro della sala dei trittici di scuola fiamminga, sacrificato dal riflesso del vetro protettivo, si trova una delle perle di Palazzo Abatellis, ovvero il trittico Malvagna, noto anche come trittico Mabuse, dallo pseudonimo con cui si faceva chiamare il pittore che lo ha realizzato, Jan Gossaert. La storia del suo arrivo nel museo palermitano è preceduta da un lungo peregrinare in altri luoghi, in una vicenda che un po’ ricalca la storia dello splendido ariete in bronzo presente al museo archeologico Salinas di piazza Olivella. È probabile che il trittico già nel Cinquecento si trovasse a Palermo; e ciò è avvalorato dal fatto che il massimo protettore del pittore fosse quel Jan Carondelet, ritratto dallo stesso Mabuse in un dittico esposto al Louvre, il cui figlio divenne arcivescovo di Palermo, ma che non mise mai piede in città; sebbene ciò non gli impedì di costruire a Mechelen, una località in provincia di Anversa, la sua dimora a cui diede proprio il nome di Hof van Palermo.

Jan Gossaert, particolare del ritratto di Jan Carondelet

Ma due secoli dopo, questa intensa miniatura che presenta una scrupolosa cura nei dettagli e nei colori, si trovava nuovamente a Palermo, dopo varie peregrinazioni, all’interno della dimora di via Lungarini, nel palazzo di don Alessandro Migliaccio e Galletti, principe di Malvagna, il quale lo aveva riottenuto e fatto rientrare da Messina, per via dotale, dalla dimora di Pietro Lanza di Trabia, palermitano imparentato con le più illustri famiglie aristocratiche della città dello Stretto. Sembra che in origine il quadro avesse iniziato il suo lungo e tortuoso giro per l’Italia, a causa di un domestico di casa Malvagna, il quale, dopo averlo trafugato dovette venderlo a qualche “segreto” committente.

Il Hof van Palermo di Mechelen

Fu così che il prezioso trittico raggiunse prima Roma e poi Firenze, città in cui venne accolto dal Granduca di toscana, Cosimo III, all’interno della collezione medicea. Poi, come già accennato, dopo la parentesi messinese il trittico tornò a Palermo finché, a partire dal 1866, Alessandro Migliaccio non decise di donarlo al Museo Nazionale della città.

Trittico Malvagna, particolare

 

Ma andiamo all’opera. La straordinarietà del trittico del Mabuse sta tutta quanta nella delicata eleganza dei particolari. Una scena di “maniera” nella quale, dentro una cornice in legno distinta in tre diversi scomparti, è possibile scorgere al centro la Vergine col bambino, attorniata da angioletti e musici (le cui fattezze rimandano all’altra Vergine che lo stesso Mabuse ritrasse ne l’Adorazione dei Magi e che oggi si trova esposta presso la National Gallery di Londra) e ai lati, sulla destra Santa Dorotea e sulla sinistra Santa Caterina. A loro volta le tre figure si trovano incastonate dentro una struttura in oro, una sorta di pagoda posticcia che ha come chiaro intento quello di accentuare la dimensione prospettica, in una sorta di 3D ante litteram, della tavola dipinta.

Retro del trittico con lo stemma dei Lanza

È evidente come il trittico del museo Abatellis sia un’opera in cui i valori cristiani vengono mediati da un raffinato contesto alto borghese: la scena ha infatti come protagoniste tre figure femminili, che alludono alle tre Grazie, agghindate con vesti pregiate e dall’acceso cromatismo. Le due sante e la Vergine, in uno sfondo paradisiaco solo intuito, oltre a pregare, sono chiaramente intente a svolgere le attività del loro proficuo passatempo: far giocare i bambini, esercitare l’arte del ricamo o raccogliere i frutti e tutto quel bendidìo che i possedimenti terrieri offrivano loro. Insomma, uno scenario davvero paradisiaco che, paradosso dell’arte vuole, sembra contrapporsi a quella scena che invece viene rappresentata sul retro del trittico (la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso); scena che fu fatta aggiungere, con tanto di stemma del casato dei Lanza, il leone rampante, da Pietro Lanza di Trabia, traendo spunto da una xilografia che era stata realizzata dal celeberrimo Albrecht Dürer.

*Docente e scrittore

Il gran cancelliere, Celso e la moschea

Seguendo l’antico corso del fiume Papireto, nel cuore del centro storico, c’è una piazza e un incrocio di strade, che rimandano a vicende sovrapposte nei secoli

di Emanuele Drago*

La recente alluvione di Palermo sembra aver rimesso al centro, soprattutto tra i semplici appassionati e i curiosi, la conoscenza del sottosuolo palermitano; un intreccio di canali, sorgenti e soprattutto di due importanti fiumi, il Papireto e il Kemonia, entrambi da secoli tombati. Uno di questi fiumi, tutt’oggi ancora esistente, sebbene ormai da cinque secoli incanalato, è il Papireto. Proprio seguendo l’ansa di questo antico fiume è possibile dar vita a un itinerario che in superficie si rivela sempre colmo d’inedite sorprese. Storie curiose, intricate, che in virtù della loro secolare stratificazione rivelano sempre un elemento nuovo.

Mura puniche a Palazzo Trabia

Oggi la parte interna su cui si affacciavano le antiche mura, inglobate per lunghi tratti da una serie di palazzi dalla notevole altimetria, si dipana nelle attuali via Celso, salita Castellana e Sant’Antonino. Ma se il toponimo della via Castellana prende il nome dall’omonimo palazzo Bonanno Castellana (oggi in fase di restauro) e la salita Sant’Antonino dal fatto che sboccasse e ancora sbocca in prossimità della chiesa di Sant’Antonio Abate; più problematico, almeno fino a pochissimi anni fa, era invece comprendere l’origine del toponimo Celso.

La moschea tunisina

In un primo tempo, come spesso accade quando nella nostra città qualcosa appare incomprensibile, si era creduto di spiegarne il significato come il risultato della corruzione del termine Shera (in arabo “terrazza”). Va detto infatti che la via, fino al XVI secolo, veniva chiamata Strada del Cancelliere o “Shera Cancellorum” in quanto in essa si trovava l’abitazione di Matteo D’Ajello, il cancelliere normanno di Guglielmo II, oltre ad altre abitazioni terrazzate che davano sul fiume e che presidiavano la città murata.

La chiesa di San Paolino dei Giardinieri

Ma qualche anno fa, mentre si cercava di ricostruire l’antica origine storica dell’attuale moschea, è stato possibile scoprire che il toponimo in realtà ha un’altra origine, legata alla chiesa cristiana che vi era allocata e che venne sostituita dall’attuale moschea tunisina. Infatti, dove oggi si trova la moschea si trovava la chiesa di San Paolino dei Giardinieri, edificata nel 1571 e dedicata al vescovo di Nola. Il santo era nato a Bordeaux e si era convertito al Cristianesimo grazie all’azione svolta dalla moglie Theresia. È stato sorprendente scoprire che il vescovo (conosciuto anche come il protettore dei giardinieri e dei campanari) avesse completato il proprio processo di conversione anche in seguito della morte, in tenerissima età, del figlio, il cui nome era appunto Celso.

Mura puniche in via Celso

La scoperta agiografica ha così rimesso tutto a posto, facendo chiarezza sul perché sul finire del Cinquecento il nome Celso (che per una strana coincidenza significa “elevato”, proprio come l’altimetria della zona) avesse sostituito quello di Shera Cancellorum. In buona sostanza, si trattava evidentemente di un atto di devozione che la città e la comunità dei giardinieri e campanari di Palermo volle fare nei riguardi del figlio del Santo.

L’area dove prima si trovava la chiesa di Santa Maria dei Latini

E visto che ci siamo, è anche opportuno ricordare che il grande slargo su cui si affaccia l’attuale moschea di Palermo è un coacervo di storie che si susseguono nei secoli. Ad esempio, al centro della piazza, oggi v’è un grosso complesso scolastico, prima che venisse distrutta dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale, si trovava il monastero del gran cancelliere del regno di Guglielmo, ovvero quel Matteo D’Ajello a cui prima abbiamo accennato. Al monastero benedettino era annessa anche una chiesa, prima dedicata a Santa Maria dei Latini e poi rinominata del Cancelliere, la quale divenne nota in quanto custodì una preziosissima opera: una “icona magna” donata da Matteo D’Ajello al monastero, ricca di ben millecinquecento perle, che venne ribattezzata nel Seicento come “La Santissima Vergine imperlata di Palermo”

La Madonna imperlata di Palermo

Invece, sul versante settentrionale della scuola e della moschea, per intenderci su via del Celso, dove oggi sorge un grande palazzo adibito a struttura alberghiera (tra l’altro restaurato grazie alla Fondazione Benetton e che ha portato alla luce importanti tracce della Palermo punica) furono rasi al suolo i palazzi Lanza, San Giacinto e San Gregorio. Il primo dei tre, a quanto pare, prima di passare ai Branciforti Lanza, nel Cinquecento era appartenuto al pisano Giorgio Bracco, pretore della città. Si narra che la domenica del 30 maggio del 1527, il palazzo fu al centro di un tragico evento. Durante le nozze del conte Giovanni Ventimiglia di Geraci, nipote di Giorgio Bracco, con Elisabetta Moncada Santocanale, il pavimento della sala da ballo cedette irreparabilmente, provocando la morte di decine di persone. E fu solo un caso che i giovani sposi, insieme al viceré Ettore Pignatelli, invitato per l’occasione, non si ritrovarono anch’essi sotto le macerie.

Palazzo Vanni di San Vincenzo

Un altro importante edificio che si affaccia ormai faticosamente sulla piazza è Palazzo Vanni di San Vincenzo. Ubicato di fronte ai palazzi Gualbes e Giardina, nel Settecento fu fra i più sontuosi, in quanto, in particolari circostanze, la facciata veniva agghindata a festa dal proprietario, il principe ed erudito Alessandro Vanni di San Vincenzo.

*Docente e scrittore

Quando Sant’Erasmo era avamposto dei pittori

La rinascita di un tratto di litorale palermitano restituisce in parte gli scorci di paesaggio dipinti dai vedutisti dell’Ottocento

di Emanuele Drago*

La recente riqualificazione del porticciolo di Sant’Erasmo, con la relativa dismissione del distributore di carburante (ve ne abbiamo parlato qui), ha ulteriormente contribuito e fatto in modo che i palermitani riscoprissero una parte di costa di levante ai più sconosciuta. La rinascita del litorale, infatti, oltre che essere un fatto concreto che è possibile toccare con mano, giorno dopo giorno, ha anche un grande valore simbolico, in quanto, insieme al recupero dello Stand Florio può e deve rappresentare il punto di partenza per la rinascita dell’intera costa di levante della città (impropriamente chiamata costa sud).

Veduta di Lo Jacono

Perché l’importanza di questo lembo di mare, come d’altronde tutti i sette chilometri di costa, non è il frutto dell’invenzione di vecchi romantici, ma trova importanti testimonianze nella stessa pittura siciliana della metà dell’Ottocento. La costa di levante e Sant’Erasmo costituirono un avamposto privilegiato per illustri vedutisti quali furono Francesco Lo Jacono e Francesco Zerilli, ma anche Andrea Sottile e Anton Sminck van Pitloo. Certo, oggi, a gran parte della città, la cosa apparirà inverosimile, visto che proprio in questa zona prospiciente il porticciolo nacque, durante gli anni del sacco edilizio, la prima grande discarica di materiali inerti (lo scaricatore di Palermo).

Particolare di un quadro di Lo Jacono

Eppure, per chi ama spulciare tra i cataloghi e le riviste di storia dell’arte, così non è. Infatti, come nella prima metà dell’Ottocento il golfo di Marsiglia (in particolar modo il piccolo borgo di pescatori dell’Estaque) aveva i trovato i suo illustri pittori in Cézanne e Renoir e Napoli nella cosiddetta “Scuola di Posillipo”, lo stesso in quegli anni accadeva per la costa di Palermo. Sono, infatti, diverse e splendide le raffigurazioni che risalgono a quello stesso periodo, in cui è possibile scorgere pescatori e bambini in mare o nell’ampia scogliera, mentre sullo sfondo domina estatico come un bisonte addormentato monte Pellegrino.

Foto d’epoca con la pesca dei tonni e l’Astrachello sullo sfondo

E uno dei luoghi privilegiati, come già detto, era appunto il piccolo porticciolo di Sant’Erasmo, in cui, a partire dal 1440 Tommaso Mastrantonio (su concessione del re Alfonso d’Aragona) aveva fondato una tonnara conosciuta come la “Tonnarazza”. Un piccolo braccio di mare in cui operavano costantemente pescatori, calafati, maestri d’ascia e carrettieri, che dalla caletta (conosciuta come Capicello) distribuivano i tonni e il pescato alle borgate circostanti. La tonnara rimase in funzione fino al 1788, ma nonostante fosse ormai stata dismessa, nel piccolo porto era possibile ancora ammirare, da un lato la casina dei marchesi di San Giacinto (oggi ubicata sul lato prospiciente il mare, la cui visuale è occultata dallo scheletro di un grande edificio i cui lavori sono fermi dal 2008) e dall’altro l’Astrachello di Cutò, una deliziosa casina in stile Impero edificata all’inizio dell’Ottocento da Alessandro Filangeri di Cutò senior, nonno del Alessandro Tasca principe di Cutò, noto anche come “il barone rosso”.

Un tratto del porticciolo riqualificato

Sembra che nel 1843 la casina avesse ospitato il musicista Giovanni Pacini, il quale, al suo interno vi compose l’opera in tre atti dal titolo “Maria Regina d’Inghilterra”, che poi venne rappresentata al Teatro Carolino di Palermo l’11 febbraio dello stesso anno. Oggi quel vecchio Astrachello non esiste più, poiché, all’inizio del Novecento, insieme alla chiesetta seicentesca dedicata a Sant’Erasmo, venne inglobata all’interno della “Casa Lavoro e Preghiera” per l’infanzia abbandonata creata dal sacerdote Giovanni Messina.

Discarica vicino al fiume Oreto

Eppure, tanta gente ha ripreso a passeggiargli attorno; magari in attesa che possa inoltrarsi anche oltre, dalla foce dell’Oreto fino allo Stand Florio. E se anche non potrà ritornare a vedere le scogliere di un tempo, va comunque detto che il mare è sempre lì, ad aspettare che qualcuno lo renda fruibile; se non ai pennelli o ai bagnanti, certamente agli appassionati di fotografia, che potranno far riscoprire nuovi angoli e nuove prospettive fino adesso rese inaccessibili da montagne di detriti e manufatti industriali di ogni tipo. L’auspicio è che l’opera di risanamento della costa di levante divenga una vera priorità, soprattutto in una città che ha nel suo stesso etimo “tutto porto” e magari in tempi che non siano troppo incerti. L’abbattimento di edifici abusivi o manufatti fatiscenti sul mare, sarebbe un ottimo punto di partenza per la creazione di grande parco naturale costiero, così come d’altronde è previsto nel Piano di utilizzazione delle aree del Demanio marittimo.

* Docente e scrittore

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