World Press Photo, a Palermo l’Oscar del fotogiornalismo

C’è ancora tempo fino al 6 ottobre, a Palazzo Drago, per visitare gli scatti premiati dal più prestigioso concorso fotografico e realizzati da centinaia di reporter in giro per il mondo

di Claudia Cecilia Pessina

“Connettere il mondo alle storie che contano” è il concept del World Press Photo, il più prestigioso concorso di fotogiornalismo, nato nel 1955 con base ad Amsterdam, sbarcato anche quest’anno, per la terza volta, a Palermo. Un lavoro immenso: 4738 fotografi da 129 paesi hanno partecipato alle selezioni. Di questi, 66 sono stati premiati nelle categorie Ambiente, Spot News, Notizie generali, Storie d’attualità, Sport, Natura, Ritratti, Progetti a lungo termine.

La foto dell’anno di John Moore

Con i loro scatti raccontano la vita in giro per il globo nell’anno passato. È come sfogliare un gigantesco giornale planetario ed entrare ad ogni pagina nell’orrore, stravaganza, a volte redenzione, e quasi sempre, nonostante tutto, anche bellezza, di ciò che l’essere umano dona o infligge a se stesso agli altri o alla natura. Si tratta di produzioni destinate a lasciare un segno, che creano consapevolezza e attirano l’attenzione sulle gravi questioni politiche del nostro tempo.

Foto di Diana Markosian (Magnum Photos)

L’intento è quello di invitare a fermarci, sentire, riflettere, e infine, forse, anche ad agire di conseguenza. Magari cambiando prospettiva su avvenimenti lontani o anche approccio alla nostra vita quotidiana. Per questo World Press organizza anche le iniziative DevelopExplore, la rivista online “Witness” e il concorso di narrazione digitale che premia le storie innovative realizzate sui canali online e le rende disponibili sul sito worldpressphoto.org.

Nell’ambito di un tour mondiale che tocca 100 città e 45 paesi, a Palermo la mostra delle 144 immagini vincitrici è visitabile fino al 6 ottobre a Palazzo Drago in via Vittorio Emanuele 382, dove è possibile anche assistere a una serie di public lecture con fotoreporter italiani di spicco.

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Al mercato del pesce, vera passione siciliana

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

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Le meraviglie della Sicilia in sette entusiasmanti giorni

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

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Quel pasticcere giapponese che ama le mandorle siciliane

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

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