Quella sconvolgente festa pastorale che diventa rito di fertilità

In alcuni paesi dell’entroterra agrigentino, nel giorno dell’Epifania, va in scena una testimonianza della Sicilia arcaica che resiste inviolata

di Beniamino Biondi

Se non fossimo in Sicilia, il termine pastorale ci farebbe immediatamente pensare al paesaggio trasfigurato e a certe atmosfere idilliache e mitiche della letteratura inglese. Villaggi brumosi di campagna, processioni di animali al pascolo, forme romantiche di arcadia, e in alcuni casi la rozza brutalità di una vita difficile, come nel (bellissimo) romanzo “Il viaggio più lungo” di Edward Forster.  In Sicilia, però, nessuno si prende la briga di scomodare la compassata Inghilterra, e la pastorale richiama all’epoca ellenistica e al poeta siracusano Teocrito, che potrebbe aver tratto ispirazione dalle leggende e dalle tradizioni della popolazione locale. I poemi sono ambientati in un meraviglioso paesaggio rurale, il locus amoenus per eccellenza, e i pastori trascorrono il tempo in dolce indolenza, spesso componendo musica e versi.

Un momento della pastorale (foto Carmelo Bellaccomo)

Calata e circoscritta nel contesto del Natale, la pastorale è una delle più arcaiche e particolari forme di rappresentazione popolare siciliana – di piazza e di strada – della Natività, celebrata nell’Isola da tempo immemore, che va in scena per l’Epifania in particolare. Le cosiddette “Pastorali di Nardu”, che nell’Agrigentino hanno luogo il 6 gennaio, nei comuni dell’entroterra agricolo (Joppolo Giancaxio, Raffadali, Sant’Angelo Muxaro, Santa Elisabetta), costituiscono più d’altre una vera e propria testimonianza di Sicilia arcaica che resiste inviolata e preziosa. A sottolineare l’importanza della pastorale per il territorio – afferma il sindaco di Santa Elisabetta, Domenico Gueli – “stiamo lavorando da tempo per l’iscrizione al Reis, il Registro delle eredità immateriali della Sicilia”.

Antica rappresentazione

U Nardu è una farsa popolare pagana, di carattere pastorale e contadino, imperniata sull’arte della mimica – come in un’azione scenica allucinata e panica, dai tratti anche simbolicamente violenti – la vita bucolica e il lavoro nei campi delle antiche plebi siciliane, in un’idea sacrificale della comunità, che solo successivamente si innesta dentro la cornice del dramma sacro e religioso. Protagonista delle azioni, che scandiscono la rappresentazione pagana, è Nardu, il servo pigro e indolente che incarna lu sfacinnatu (“il fannullone”).

Nella complessa gerarchia pastorale, Nardu è una figura marginale che si è elevata a maschera dalle fortissime caratterizzazioni che si avvale di un codice linguistico prelogico e pregrammaticale, cioè improntato a una ritualità gestuale e mimica di assoluta non prevedibilità, come in uno stato alterato di coscienza. Nel potere del disordine, cioè del rovesciamento dei rapporti sociali, Nardu metaforizza l’idea stessa di trasgressione, e in questo è forse il suo aspetto più interessante, quale strumento di riscatto degli ultimi in una forma di rozzo ma incisivo millenarismo pagano.

Un pastore dà da mangiare a Nardu

Il suo stesso corpo lo aliena e lo qualifica: la finta gobba che porta sulle spalle, il volto impiastricciato di bianco, il vestito lacero composto da una sacca di juta tenuta da una cintura di ddisa (un’erba molto forte che cresce copiosa nei prati incolti e che, comunemente, si usa per legare la vite al portatore o per legare i fasci di grano o i covoni dopo il raccolto), il caratteristico copricapo ricavato da una calza terminante con un peso, e infine il tipico bastone da pecoraio. Nardu si trascina – tra pause estenuate e ricreazioni neghittose, inseguimenti spasmodici e balzi improvvisi – continuamente rimbrottato, umiliato e (sovente) bastonato per la sua indolenza e inettitudine dai pastori, protagonisti della transumanza scenica che si svolge per le vie del paese. In un clima caotico e disubbidiente, Nardu inscena repentini scatti panici, allusioni erotiche e mosse scurrili, sputi di pasta e ricotta sulla folla degli astanti, girando su se stesso e piegando goffamente da ogni lato.

Pastore prepara la ricotta durante la festa (foto Carmelo Bellaccomo)

Di fianco a lui si muovono i cardunara, che portano un bastone con un fascio di cardi selvatici, e altri pastori che gli danno da mangiare, rozzamente, imboccandogli con le mani il cibo che Nardu mastica e sputa irriverente sulla folla posta ai lati della strada e del corteo, intanto che le varie stazioni si susseguono vorticando intorno alla maschera ghignante del servo ingobbito, nei diversi momenti che mettono in scena la vita tipica di una masseria: la transumanza delle greggi, la preparazione della ricotta, la raccolta dell’erba e della legna, il trasporto dell’acqua, la caccia al coniglio, la cattura del ladro di arance, l’uccisione del lupo che minaccia l’agnello.

Compromessi e rovesciati gli immutabili canoni sociali, quale figura simbolica – dai caratteri precipuamente ctonii – Nardu reinventa e sublima una sorta di caos primigenio, un arcaico gesto rituale che propizia la fertilità della natura in un contesto agro-pastorale, che, relato ai significati pagani del solstizio d’inverno, sembra condurre alle origini di un tempo remoto, a forme preletterarie greche quali il mimo di Sofrone e i prodromi della commedia nata in Sicilia con Epicarmo.

Musici

Esaurito questo momento, che è il più interessante, la pastorale acquisisce un sembiante religioso consacrato e ortodosso, cioè a dire mimetico, con l’arrivo alla grotta, che ospita la Sacra Famiglia, dei Re Magi, dove giunge, inconsapevole e prima degli altri, Nardu che pone fine, nello stupore incantato dell’adorazione del Bambino Gesù, a questo carnevale mascherato, comico, osceno, rituale, ossessivo, inafferrabile, ostacolato, snervante e mitico. Insomma, un momento esemplare e tra i più sconcertanti della ricca tradizione pastorale siciliana, tra le feste più bizzarre cui sia possibile ancora oggi assistere, pressoché intatta nelle carni di una storia che muore.

Rinasce la casa-museo di Sant’Alfonso nel cuore di Agrigento

Alla scoperta dell’ex sede dei padri liguorini, che custodisce gli arredi e le collezioni d’arte dei missionari redentoristi

di Beniamino Biondi

Se la Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, una delle più antiche e prestigiose istituzioni culturali della Sicilia, rappresenta un tassello ineguagliabile di quel mosaico di preziosità storiche e identitarie che è la via Duomo, dove il profilo della città sconfina al cielo più azzurro e a un’idea di abbraccio urbano dell’intero centro storico, ciò lo si deve di certo alla figura di monsignor Andrea Lucchesi Palli dei principi di Campofranco, che la fondò nel 1765.

Dipinti in mostra

Sorretto da profondo spirito cristiano e da una notevole cultura, nel solco di quel cosmopolitismo umanistico sensibile al pensiero illuminista e all’educazione popolare come strumento di affrancamento sensibile, Lucchesi Palli costituì una immensa raccolta erudita e antiquaria che oggi offre all’uomo l’idea di un sapere progressivo e dialettico – speculare, com’è del resto nella collocazione dei volumi su ampie librerie contrapposte -, grazie anche alle cure fervide e doviziose del suo direttore, don Angelo Chillura. Fu proprio monsignor Andrea Lucchesi Palli, vescovo della Diocesi, a invitare ad Agrigento i redentoristi, che, alloggiati nei primi anni presso lo stabilimento gioenino, ebbero diversi incarichi pastorali e missionari fondando nella città una delle loro prime e più importanti case.

Antichi volumi custoditi nel museo

A loro venne affidato il delicato compito di aver cura della biblioteca che aveva cominciato a realizzare e che con un testamento donò al pubblico, e nel 1840 i padri liguorini avviarono i lavori per la costruzione di una chiesa dedicata a Sant’Alfonso, erigendola accanto al Palazzo Vescovile, prima chiesa del mondo dedicata a questo santo. Nella seconda metà dell’800 l’edificio è stato decorato con stucchi di Vincenzo Signorello e con il ciclo pittorico dell’artista siciliano Giovanni Patricolo, e all’inizio del secolo successivo è stato costruito il campanile che oggi rappresenta il punto più alto di Agrigento.

Panorama sui tetti di Agrigento

Nel luglio del 1966 la Chiesa di Sant’Alfonso, come molte altre chiese del centro storico, subisce seri danni a causa della frana del 14 luglio, rimanendo soprattutto lesionata la volta della navata. Con lettera datata 31 maggio 2019, il superiore provinciale della Provincia Napoletana della Congregazione del Santissimo Redentore, della quale la comunità dei padri redentoristi di Agrigento fa parte, comunicava all’arcivescovo di Agrigento che, per la penuria di vocazioni e l’età avanzata dei padri della comunità redentorista della città, il Capitolo provinciale aveva definitivamente deciso la chiusura della comunità.

Opere in mostra

Viene meno la lunga e felice stagione di padre Giuseppe Russo, che in venti anni di servizio nella comunità redentorista di Agrigento ha svolto un’importante opera pastorale, culturale e di qualificazione delle strutture, e rimane vivo il rammarico del cardinale Francesco Montenegro per “una storia di amore e di servizio” interrotta dopo secoli con l’auspicio che tempi migliori possano riannodare quel legame forte – oggi interrotto – con una nuova presenza redentorista nell’Arcidiocesi. La storia muta, per un suo preciso diritto, e rimangono i luoghi sacri, che non sono mai materia muta ma custodi di pietra della finitudine dell’uomo e della fede in Dio.

Uno scorcio del percorso all’aperto

La casa-museo di Sant’Alfonso custodisce gli arredi e le collezioni d’arte dei missionari redentoristi di Agrigento, così come sono presenti in una pregiatissima pubblicazione dal titolo “Arredi e Collezioni dei Padri Liguorini di Agrigento. Tutela e Conservazione”, un’opera che fa storia con la densa scrittura di Gabriella Costantino, soprintendente di Agrigento ora a riposo. Il ripensamento degli spazi, e soprattutto la rifunzionalizzazione dei luoghi in termini di decoro vero e di armonia spirituale, si inserisce nel solco del lavoro compiuto con chiarezza di intenti e rigorosa meticolosità da don Giuseppe Pontillo, direttore dell’Ufficio Beni culturali ecclesiastici della Diocesi, ed è per buona parte merito e opera di un giovane parroco, don Gero Manganello, che ha dalla sua lucidità di pensiero e grande forza di volontà.

Il giardino

Proprio durante i primi mesi della pandemia, ha profittato di un tempo di clausura sociale per tradurre in una maggiore salvaguardia il senso più nobile di questa casa-museo, a segno dello stupore che questi luoghi offrono al visitatore che ne varca le soglie, nell’auspicio – com’è della Diocesi – che un giorno sia reso possibile l’accesso alla Biblioteca Lucchesiana proprio da questo luogo, cioè riconfigurando il prestigio dell’ingresso originario di questo ampio percorso dentro l’enorme palazzo, che nel punto più alto da una porticina conduce sul bellissimo terrazzo di quello che fu l’antico castello di Agrigento.

Il giardino

È impossibile non citare il lavoro di sistemazione di un bellissimo giardino interno, una sorta di oasi in un recinto di tufo, in cui il silenzio s’indora del profumo degli aranci, e una stanza riposta, interna, con arco a volta, che fino a poco tempo prima era stata un magazzino di cianfrusaglie disordinate e ora ha assunto la forma di luogo di preghiera, quasi una sosta di ristoro spirituale. La casa-museo di Sant’Alfonso in qualche maniera inizia proprio da questa stanza; e sì che è meno pregiata del resto, con le sue pareti nude e un romantico altarino sul fondo, ma concentra le sue emozioni su un crocifisso, in una solitudine assoluta, nel mistero di quella fede che è possibile ritrovare anche laddove giacevano minutaglie e roba vecchia.

Il Giardino botanico di Agrigento e i suoi tunnel nella roccia

Nell’area verde sono presenti circa 20mila piante di oltre 300 colture diverse, un erbario, ipogei, reperti fossili e caverne naturali visitabili

di Beniamino Biondi

Francesco Lojacono, considerato il più importante paesaggista dell’Ottocento siciliano, è stato tra i primi pittori ad utilizzare la fotografia come riferimento per realizzare le sue opere, alla ricerca di una resa pittorica più aderente della realtà. Tra i suoi quadri – custoditi per buona parte a Villa Malfitano e nella Galleria d’Arte Moderna di Palermo, e al Museo dei Padri Filippini di Agrigento come parte della collezione Sinatra – ce n’è uno, bellissimo, dal titolo “Orto botanico di Palermo, Viale delle Palme”. Declinato sul rapporto del minimo passaggio fra incantevoli cromatismi verdi, in una irrequieta tensione impressionista, laddove il pallore di certe pennellate cede il passo a un’intensità stentorea, sul dipinto campeggia un’ordinata fila di vasi che segna l’incrocio tra due vialetti, e, sul fondo, esplodono come un fuoco d’artificio le foglie di una palma che copre in parte un ampio varco colonnato immerso a più cupi ceppi frondosi.

L’ingresso del Giardino botanico

È l’Orto botanico di Palermo, straordinario, ma potrebbe essere l’immagine dello stesso luogo situata ad Agrigento, dove più che un orto – che storicamente ha una funzione di produzione di sostanze medicamentose – esiste un meraviglioso Giardino botanico, cioè un ambiente naturale ricreato artificialmente che raccoglie una grande varietà di piante categorizzate per scopi scientifici. Situato dentro la città, a poca distanza dalla Valle dei Templi, vicino al Cimitero monumentale, per qualche strano motivo questo luogo è meno conosciuto di quel che dovrebbe; gli si passa a fianco, in una strada di grande traffico, e lo si scorge dai grandi cancelli in ferro battuto che si aprono su un lungo muro di cinta che ha il colore tipico dell’arenaria.

Rocce calcarenitiche

E tuttavia le soste sono sporadiche, come se patisse di non essere né centro storico, né area archeologica; un’anomalia, insomma, che ha finito per rendersi nascosta lasciando che si ignorasse un luogo che non ha eguali per bellezza di paesaggio e per condizione di armonia spirituale con la natura. Chi preferisce l’inferno quotidiano a questo piccolo Eden irrelato dal tempo storico, non sa che qui sono presenti circa ventimila piante riferibili a oltre 300 colture ed essenze diverse, espressioni tipiche della macchia mediterranea, e che sono presenti pregevoli testimonianze archeologiche, quali ipogei e caverne naturali visitabili, reperti fossili, e fenomeni calcarenitici di suggestiva bellezza.

Panorama sulla Valle

All’interno del giardino sono presenti, inoltre, una serie di “terrazze” che sorgono su banchi in tufo, offrendo ai visitatori un’ineguagliabile vista su tutta la Valle dei Templi, un “erbario” con diverse centinaia di essenze erbacee essiccate e catalogate, di cui alcune risalenti al XIX secolo, e una fitta rete di sentieri che si intersecano a varie differenze di quota con una disposizione vagamente dedalea. Gli edifici e i percorsi turistici coprono circa due ettari, dando forma a un vero e proprio museo a cielo aperto, che, al di là delle bellezze presenti in superficie, percepibili con l’immediatezza di uno sguardo, nasconde all’interno del sottosuolo spunti di notevole interesse storico e speleologico.

Piazzale del giardino

“Agrigento Sotterranea”, l’associazione che si occupa del tentativo di riscoperta della città speculare, non disgiungendo dai suoi propositi anche l’esito rigoroso degli studi, ha effettuato una ricerca all’interno dell’area, per una precisa e puntuale catalogazione degli imbocchi delle cavità presenti, tracciando un quadro puntuale delle emergenze speleologiche presenti. In particolare, l’area del Giardino botanico è caratterizzata dalla componente calcarenitico-sabbiosa della “Formazione di Agrigento” che, lungo le pareti che delimitano il settore settentrionale della struttura, è ampiamente rappresentata dai fronti risparmiati dalla notevole attività di cava che in questa zona era fortemente presente in periodi precedenti a quello attuale.

Scalinata

Tale contesto geologico ha determinato la possibilità di potere realizzare, in epoche passate, strutture cunicolari – gli ipogei – per il reperimento delle acque in falda, come nel caso dell’Ipogeo di Bonamorone, che proprio all’interno della porzione più orientale del Giardino botanico presenta un pozzo di aerazione. L’area del giardino ha delle peculiarità morfologiche legate all’attività che l’uomo, per lunghi periodi, ha portato avanti attraverso lo sfruttamento sia degli affioramenti di roccia per l’estrazione dei conci di calcarenite sia, in un periodo successivo, della colonia agricola dell’ex Ospedale Psichiatrico; la presenza di un elevato numero di pozzi per l’emungimento delle acque dal sottosuolo viene ricondotto alle notevoli pratiche agricole portate avanti all’interno di quest’area.

Uno dei viali del giardino

Le cavità artificiali censite durante i rilievi sono state diverse, e, in particolare, sono state classificate secondo due tipologie, ovvero “opere idrauliche” e “cavità stanziali”. Nelle prime rientrano tutte le cavità realizzate per il reperimento e l’emungimento delle acque, siano esse superficiali che sotterranee; mentre nelle seconde rientrano tutte le strutture ipogeiche realizzate come abitazioni, stalle o magazzini e adibite, in periodi differenti, ad usi diversi. Le dimensioni e le forme delle stesse cavità variano in funzione di quelli che erano gli usi per cui erano state realizzate: nella quasi totalità dei casi le stesse si presentano sub-orizzontali o con dislivelli minimi. In tutto le cavità censite sono risultate essere sedici, di cui nove cavità stanziali e sette opere idrauliche: queste ultime sono rappresentate essenzialmente da pozzi ad andamento verticale in cui le profondità rinvenute oscillano da dieci a più di venti metri.

Palme cycas

Insomma, un patrimonio enorme, come tutta quella rete sotterranea che ha una sua vita sotto il centro storico di Agrigento e che attende la sua rigenerazione; e se lì, però, le cavità talvolta sfiorano slarghi angusti e occasionali, mortificati dal cemento o da certe forme di imbarazzante disarmonia urbana, al Giardino botanico accade il miracolo di una perfezione sensibile, nella luce di un bel sole che spegne i suoi raggi fra cavità e anfratti, mentre al di là dei suoi cancelli il mondo si priva dell’immaginazione.

(Foto: Libero Consorzio Comunale di Agrigento)

Mazara segreta, storie e leggende tra i vicoli della casbah

Nel centro storico della città c’è un vicolo dedicato a un bandito non violento, una scala dove sedevano i poveri e un cortile tutto da scoprire

di Beniamino Biondi

“Mazara del Vallo città di mare, di vento e di sole. Di storie antiche e di sapori senza tempo. Città di spazi e di vuoti assoluti. Città di gabbiani e di cani randagi, di santi, di marinai e di contadini. Città di vino e di logori rimpianti. Di vecchi oltre il tempo, di pietre arse di sudore, di parole e di segni senza ali. Città dell’infinito e del muro senza scampo, di pini leggeri e di foglie passate.  Città di fenici venuti dal mare, di arabi senza terra, di popoli nutriti dalla storia. Città di miti e di illusioni, di musica e di silenzi nascosti. Città sazia di mistero e di futuro”. 

Uno scorcio di Mazara

Questa Mazara lirica, dal marcato tratto favolistico, è l’immagine che la città stessa si è data in cima a una breve scalinata; quasi un prologo al viaggio ideale che conduce alla città vecchia, alla casbah, a quei luoghi restituiti ai mazaresi dagli arabi e infine posseduti da coloro i quali, ancora una volta attraversando il mare, sono giunti in Sicilia recuperando uno spazio dell’abitare perduto, nel dedalo di cortili e viuzze che costituiscono il nucleo della più araba fra le città italiane.

Il lungomare

Mazara del Vallo è l’idea del Mediterraneo, il senso più nobile di un recupero identitario tradotto al tempo presente, in un processo di libera armonia e di meticciato progressivo. Questa spontanea condizione sociale ha trovato, fortunatamente, un riscontro nell’attività di decoro urbano e di recupero sostenuta dall’amministrazione civica. Per incanto, questo labirinto di strade, coronato dagli odori speziati della cucina maghrebina e dagli aromi di mandorla dei dolci delle monache del convento di clausura di San Michele, muta a una vertigine urbana fatta di vicoli decorati con ceramiche locali, sui fianchi delle case, che raccontano la toponomastica insieme ad alcuni aspetti della vita quotidiana mazarese.

L’ingresso del Cortile dell’Inferno

Un vicolo è dedicato al bandito non violento “Sataliviti”, il cui nome gli deriva dalla sua agilità di fuga attraverso i vigneti, e una scala è detta “del serraglio” o “dei poverelli” perché in essa sedevano i poveri del paese in attesa che qualche pescatore lasciasse loro una cassetta di pesce. Per certi aspetti, in relazione alla storia che racconta, il momento più curioso del centro storico è “u curtigghiu di lù ‘nfernu”, di cui un ampio pannello in ceramica testualmente recita: “Questo luogo è detto ‘il cortile dell’inferno’”.

Mattonelle in ceramica al Cortile dell’Inferno

Secondo la leggenda, anticamente, “questo sito – si legge sulle mattonelle in ceramica all’ingresso del cortile – era abitato da due famiglie originariamente amiche ma che, col tempo, erano passate a momenti di grande inimicizia. Tutto cominciò per una donna negata in sposa al figlio maggiore della famiglia ‘amica’. Quando in altro luogo della città si verificavano litigi tra opposte fazioni familiari, la gente per dire di una lite violenta diceva: ‘roba da cortile dell’inferno’. Ogni motivo anche futile era la scusa per una lite che vedeva protagonisti tutti i componenti delle due famiglie. La vita, ogni sera, nel cortile, era un ‘inferno'”.

Statua di San Vito con le cupole del Duomo

Come si vede, è uno spaccato insolito di una dinamica siciliana piuttosto consueta, e del rapporto fra un matrimonio negato e il senso dell’onore. I pannelli in ceramica e le decorazioni che si incontrano sui muri e per le strade sono opera di artisti locali, cui hanno contribuito anche i singoli abitanti decorando con grande gusto gli spazi antistanti alle loro residenze private.

Il Teatro Garibaldi

A pochi passi da questi vicoli si giunge a un’ampia strada, ariosa e rilucente, nel desiderio del mare che si fa sempre più vicino, che ospita uno dei luoghi più belli di Mazara del Vallo, e, per chi ama l’arte, senza mezzi termini irrinunciabile. Per scoprirlo, nella sua storia, si può partire da molto lontano, cioè dalla rappresentazione – durante la seconda metà dell’800 – de “La tempesta” di William Shakespeare, portata dall’attore italiano Tommaso Salvini nel piccolissimo teatro della cittadina siciliana.

Non il più piccolo – quello si trova a Ragusa Ibla nel fastoso Palazzo Donnafugata e conta 97 posti – ma di certo lì a contenderne il primato, perché il Teatro Garibaldi di Mazara, con i suoi 99 posti, è un autentico gioiello. Nato come “Teatro del Popolo” – e davvero fu tale, in quanto era un teatro a ingresso unico e senza ordini di posto, cioè fieramente democratico – fu costruito dopo i moti rivoluzionari del 1848 per volontà di comitato cittadino che volle dotare la città di una struttura teatrale.

Il teatro dal palco (foto dapal, Wikipedia)

Il canonico Gaspare Viviani fu incaricato di progettare una struttura simile al Teatro Garibaldi di Trapani, e in tre mesi venne realizzato grazie a un fondo lasciato dal vescovo Scalabrini per la ricostruzione del porto. Il teatro si cela dentro la facciata semplice di un palazzotto, mostrando un portoncino sormontato da un architrave in pietra locale decorato da due volute corinzie e un festone di ghirlande in rilievo appena sotto il cornicione dell’ultimo piano. Nel piccolo foyer, in una dimensione sospesa a un tempo remoto, si ritaglia il piccolo spazio della biglietteria in legno, e, sulla sinistra, il guardaroba.

Varcata la porta, fra pesanti drappi color porpora, ecco la platea a ferro di cavallo, con un piccolo accesso a due scale che conducono a un duplice ordine di palchetti tramezzati e con accessi separati, e al loggione. Sul boccascena campeggia una Trinacria, e dal piccolo palco si ammirano doviziosamente le belle poltroncine in legno e velluto rosso. Ma l’elemento che ancora oggi desta maggiore stupore è il fatto che l’intero teatro sia stato costruito con elementi provenienti da demolizioni navali, sfruttando le sagome curve del legno di rovere che favoriscono la spazialità convergente del luogo.

Mazara del Vallo

Inaugurato il 12 gennaio 1849, e dedicato a Giuseppe Garibaldi con una delibera del 5 marzo 1862, il teatro ha ospitato opere liriche, operette e rappresentazioni ludiche fino al 1930, anno dal quale l’attività andò diminuendo fino a cessare del tutto. Falliti i tentativi di un restauro nel 1981, solamente nel 2006 – cioè a ottant’anni dal suo abbandono – questo luogo è tornato al suo respiro artistico e al suo pregio culturale, e chi oggi calca quelle assi di legno attraversa la storia compiendo un’esperienza che non ha eguali, mentre Mazara del Vallo vive alla luce, tra le epifanie cromatiche del mare, smarrita nei suoi vicoli, dedita a un immaginario soave e personalissimo. “La Sicilia, il suo cuore”, per dirla con Leonardo Sciascia.

Il Belice oltre il terremoto: tra utopie, lotte sociali e ricostruzione

A Gibellina l’EpiCentro della Memoria Viva, un museo sempre in divenire, custodisce video, documenti e fotografie, che rappresentano la coscienza storica della gente del territorio

di Beniamino Biondi

“Con tutto il rispetto, l’affetto e la gratitudine per chi ha faticato e pensato prima di noi cercando di rendere più civile il mondo, migliorare la vita, non possiamo non vedere che un nuovo mondo ci occorre”. Sono le parole di un poeta, pronunciate da Danilo Dolci in piazza Kalsa a Palermo l’11 marzo 1967, a conclusione della Marcia della Speranza e della Protesta. Il nuovo mondo che occorre si riferisce alla Sicilia e si interseca con le vicenda della Valle del Belìce, che, prima ancora del terremoto che la rese famosa nel 1968, fu un attivissimo laboratorio di pratiche di lotta civile e di partecipazione, noto già dagli anni ‘50 tra le avanguardie sociali di tutta Europa.

Una tendopoli dopo il sisma

La gente del Belìce seppe lottare contro la mafia e il latifondo chiedendo la costruzione di dighe e infrastrutture minime per la sopravvivenza, in un tempo in cui in Sicilia l’analfabetismo era la regola e la luce elettrica un privilegio. Le rivendicazioni e le lotte popolari si intrecciano dopo il terremoto con le vicende della ricostruzione, con il malaffare e le sperimentazioni urbanistiche, le utopie artistiche e la corruzione politica. È una storia intensa e affascinante, e, soprattutto, poco conosciuta dai siciliani stessi.

L’EpiCentro della Memoria Viva

Esiste però un luogo che racconta la storia del Belìce nelle sue complesse declinazioni sociali, ed è uno dei posti più belli che ci siano in Sicilia; si trova a Gibellina Nuova e ha un nome curiosamente geniale: EpiCentro della Memoria Viva. Un museo sempre “in costruzione” che nasce come luogo aperto e vissuto dalla gente, un luogo che narra la storia di una Sicilia che sorprende, che attrae e ispira. Lo spazio contiene e offre alla fruizione video, racconti, disegni, fotografie, documenti che rappresentano la coscienza storica della gente del territorio belicino e raccontano storie importanti e poco conosciute di lotte e di mobilitazione popolare prima e dopo il terremoto del 1968.

Danilo Dolci nel 1992

In questo sito il viaggiatore scopre la storia di un territorio, la Valle del Belìce, e del suo popolo, che a partire dagli anni ‘60 produsse uno dei più interessanti esperimenti di democrazia partecipativa in Italia. Gli “scioperi alla rovescia”, le denunce sociali, le inchieste, i digiuni di Danilo Dolci e del suo Centro per la Piena Occupazione, i Comitati Cittadini per lo sviluppo del Belìce, il terremoto del 1968 e le lotte popolari per la ricostruzione del Belìce. Tutto questo è il racconto dell’EpiCentro della Memoria Viva, un itinerario inedito e originale che ha il suo evento soglia nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando un violentissimo terremoto colpisce la Valle del Belìce distruggendo interi paesi.

Ruderi di uno dei centri colpiti dal sisma

Le vittime sono più di 400. Migliaia le persone rimaste senza una casa. La vita difficile in tendopoli contro l’impreparazione istituzionale, tra mille disagi: il freddo, il fango, la mancanza di servizi igienici. I primi giorni dopo il terremoto sono i giorni dei “ministri” che scendono dal cielo con elicotteri: a dispetto delle tante promesse elargite tra una stretta di mano e l’altra, le istituzioni (Stato e Regione) si dimostrano completamente impreparate a gestire l’emergenza. Il caos spinge la popolazione a riprendere le forme di autorganizzazione e protesta: nascono i comitati di tendopoli che, per prima cosa chiedono l’espulsione dei militari.

Una mostra allestita all’EpiCentro della Memoria Viva

La grande mobilitazione. A spingerla, c’è anche lo sdegno generale di fronte al palese incoraggiamento da parte delle istituzioni all’emigrazione. Il 24 gennaio, durante una sessione speciale all’aperto del Consiglio comunale di Santa Ninfa, vengono esortate le persone a non lasciare il paese e unirsi per ricostruirlo. I tentativi di pianificazione partecipata. Grazie all’esperienza di progettazione partecipata che aveva preceduto il terremoto, le richieste della popolazione del Belìce vanno oltre la semplice assistenza, ma guardano, ancora una volta, al problema dello sviluppo locale come fatto centrale per la rinascita del territorio; i comitati lavorano alla redazione di un piano comune in cui vengono indicate le azioni prioritarie da compiere per far si che la ricostruzione sia occasione di sviluppo democratico.

Una strada di Poggioreale Antica

I comitati popolari in lotta per la ricostruzione continuano a trovare modalità nuove, provocatorie ed efficaci per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e del governo sulla drammatica situazione nel Belìce. A Roccamena si decide di intentare un pubblico processo contro lo Stato colpevole di non aver rispettato gli impegni presi per la ricostruzione. Il Belice diventa campo per la sperimentazione urbanistica.

Il Teatro di Consagra a Gibellina

Nonostante precise esigenze della popolazione, il dibattito nazionale sull’urbanismo fa della valle del Belìce un esperimento sul campo delle più illuminate teorie di pianificazione, che si esprimono sia nel percorso di costruzione del “Piano città-territorio”, a cura del Centro Studi e Iniziative con il coinvolgimento dei più illustri esponenti della pianificazione organica (Zevi, Carta, tanto per citarne alcuni); sia nel percorso di pianificazione istituzionale centralizzata, che si articola nei diversi livelli territoriale, comprensoriale e comunale (Piani di ricostruzione parziale e totale). Entrambi i percorsi risentono delle stesse matrici culturali, che sono quelle predominanti dell’epoca (zonizzazione delle funzioni, gerarchizzazione della viabilità).

Una sala dell’EpiCentro della Memoria Viva

Di tutto questo, l’EpiCentro della Memoria Viva offre un percorso suggestivo ed esplorativo in cui è possibile tracciare un vero e proprio viaggio di questi luoghi e paesaggi attraversati dal tempo, dai movimenti popolari e dagli eventi naturali. Il progetto di allestimento tiene conto di come una determinata area territoriale possa riconquistare un diverso interesse culturale mediante una operazione di salvaguardia e di valorizzazione posta in relazione con “la coscienza e la memoria” dell’intero popolo belicino, attraverso le testimonianze materiali o le esperienze raccontate.

La “Porta del Belice” di Consagra

Il passaggio nel Belìce – tra marce, scosse naturali ed umane – diventa così un passaggio delle coscienze, un itinerario che dalle città distrutte arriva alle città ricostruite, all’idea di società estetica e di città utopica che questo pezzo di Sicilia deve all’incontro con l’arte e l’architettura contemporanea realizzato da Ludovico Corrao. Così che ancora oggi la Stella d’ingresso al Belice, la grande opera di Pietro Consagra che troneggia all’ingresso di Gibellina Nuova, è il cammino a un grande sogno che si trova nello splendido altrove della provincia di Trapani, in un pezzo delle cento Sicilie che ci ricordano orgogliosamente chi siamo stati.

I bevai di campagna, pezzi di storia contadina da salvare

Luoghi di sosta per braccianti e animali, sono tantissimi in Sicilia gli antichi abbeveratoi che stanno scomparendo, specchio di una cultura in declino

di Beniamino Biondi

Il termine abbeveratoio, per la sua genericità, circoscrive un elemento che è determinato per le sue funzioni, quanto indeterminato per la sua stessa immagine, differente per il modo proprio in cui ciascuno lo pensa: cioè che a pensarlo, un abbeveratoio, ognuno di noi ne avrà un’idea irriconducibile a elementi invarianti e a una forma comune. Per molti è tale la Granfonte di Leonforte, che invece è una fontana monumentale, per certi aspetti la più bella della Sicilia, nel suo stile rinascimentale-barocco voluto dal principe Nicolò Placido Branciforti che la fece costruire sui resti di un’antica fontana araba chiamata “Fonte di Tavi”.

La Granfonte a Leonforte

La Granfonte era anche un bevaio pubblico, ma soprattutto il genius loci di una comunità, il luogo di ritrovo – e cioè di scambio, di civiltà – di un intero paese. È una fontana di rara bellezza, che, attribuibile all’architetto palermitano Mariano Smiriglio – protagonista di una preziosa stagione dell’arte siciliana -, si rifà alle numerose creazioni di artisti fiamminghi allora molto diffuse nell’Isola. Con le sue arcatelle aperte a tutto sesto che lasciano intravedere il paesaggio agreste sottostante, dalla Granfonte sboccano 24 cannelle di bronzo da cui sgorga un’acqua limpidissima che si raccoglie – tranne che per il Venerdì Santo, in segno di lutto per la morte di Cristo – nella sottostante vasca rettangolare.

La Granfonte

Per i leonfortesi, che pare custodiscano tutti nelle loro case una riproduzione della fontana, questo luogo è il simbolo della stessa memoria del paese, il segno materiale di un rapporto intenso con le proprie radici. Fatto questo riferimento prezioso alla Granfonte, è solo per escludere la tipologia delle fontane monumentali, cioè tipicamente urbane, dalle vere e proprie “brivature”, tipiche degli ambienti rurali e di solito caratterizzate da una grossa vasca in pietra utilizzata per il ristoro gli animali. Se dentro i paesi assumevano spesso la funzione di lavatoi pubblici, ubicate all’interno dei nuclei urbani come luoghi aperti di aggregazione sociale, più spesso in aperta campagna erano luoghi di raccolta di acque sorgive limitrofe a proprietà private o ad aree di servitù. Con la realizzazione dei primi acquedotti, molte “brivature” sono state progressivamente abbandonate e in diversi casi demolite per allargamenti stradali o rimosse per obsolescenza, conservando le altre – quasi per caso, senza intenzione – come singoli elementi puntuali ancora in uso.

Bevaio nelle campagne di Raffadali

Questi bevai sono la testimonianza più nobile, e per molti aspetti poetica, della civiltà contadina, come luoghi di sosta per gli animali da soma (soprattutto muli e asini, come capre, pecore e buoi) e per gli stessi braccianti che rientravano dal faticoso lavoro nei campi; e per le donne, che lì riempivano le “lancedde” e i “bummuli” di preziosa acqua. Insomma, le “brivature” sono ancora oggi un elemento della storia sociale della civiltà agricola – costruite grazie alle maestranze artigiane locali, che hanno dato grande prova della loro capacità di sapere lavorare la pietra locale -, e, nel loro attuale abbandono, nella solitudine che li costringe alla resa, dentro i varchi incorrotti dell’entroterra più caratteristico, si fanno esemplari di pietra di un’antica cultura che ha negato sé stessa, disfacendo le comunità.

Il bevaio cinquecentesco a Raffadali

È l’immagine della astoricità contadina, della rinunzia a una civiltà che ha coinciso con l’eclisse della cultura umanistica, cioè con quelle “culture particolari” intorno a cui ha scritto pagine illuminanti Pier Paolo Pasolini. Così le “brivature”, che pochissimo hanno ottenuto in termini di studi storiografici rigorosi e documentati, si sono lastricate di melma e depredate dalle erbacce, sono solamente un antico ricordo, squisitamente povero, della vecchia riforma agraria in Sicilia. Ecco, è proprio un’immagine mitica dell’Isola: come in un film di Pietro Germi, nel bianco e nero contrastato dalla luce, entro i campi lunghi di un paesaggio desolato e taciturno, in una pausa secolare della storia, lì appaiono le “brivature”. Ne portiamo ad esempio una, posta in aperta campagna, vicino a Raffadali, laddove la terra incolta sembra un tragico ritorno del latifondo.

Gebbia nelle campagne siciliane

È posta nell’angolo di un vallone, a pochi passi da un anfratto, vicino a una vecchia masseria abbandonata che richiama una vita intensa e operosa di cui non rimane più alcuna traccia visibile. Eppure questo bevaio è lì, schiacciato dalla natura, con l’acqua che scorre a filo tenue resistendo alle stagioni, ed è un vero e proprio monumento che andrebbe subito recuperato, insieme a tutti gli altri, a futura memoria della dignità del lavoro contadino. In più, ha due caratteristiche che lo rendono unico: la sua costruzione risale al 1500, ed ha una forma vagamente antropomorfa, ricordando un essere umano con le braccia e le gambe composte che dal busto ai piedi si compone di vasche sempre più piccole. È un vero e proprio capolavoro, senza mezzi termini; e la Sicilia, nella sua ansia labiale di tutela e di valorizzazione dei beni culturali e ambientali, troppo spesso non si pone il problema di dove sia la bellezza autentica e di dove si trova la cultura, guardando altrove.

Abbeveratoio a Niscemi

L’abbandono di questa meravigliosa “brivatura” pone un problema serissimo agli enti pubblici e alle soprintendenze – per estensione, di tutta l’Isola -, perché si dovrebbe salvare la nostra storia anche quando essa rimane lì dov’è, non traslata scenograficamente in qualche museo. L’abbandono di questo luogo sottende un lungo senso di colpa, un esemplare triste e magnifico del modo in cui si perde il nostro patrimonio, sconfitto dalla pedagogia di massa e dal silenzio dell’amore.

Il mistero di Monte Guastanella e la tomba del re Minosse

Nell’Agrigentino, tra Santa Elisabetta, Raffadali e Sant’Angelo Muxaro, c’è una montagna ricca di ambienti rupestri, che alcuni studi ritengono essere il luogo dove morì il sovrano cretese

di Beniamino Biondi

“Il Monte Guastanella è un enigma”. Sono parole granitiche e lapidarie – che quasi accertano la verità di una verità impossibile – di Paolo Orsi, l’eminente archeologo roveretano la cui “vita austera, d’una semplicità francescana, che rifuggiva dagli onori e da ogni teatrale popolarità, gli ha permesso di operare in silenzio in luoghi disagiati”. E così è stato, in effetti, al tempo in cui Orsi, pioniere nell’individuazione dei rapporti della Sikania con le civiltà egee, si recò nel territorio di Agrigento per alcune esplorazioni insieme al conte Umberto Zanotti Bianco e al principe Ruffo della Scaletta.

Già nel 1901 l’archeologo aveva rilevato, nella zona di Sant’Angelo Muxaro e delle campagne vicine, i primi indizi ed evidenze dei suoi studi. Intuizioni, verrebbe da dire, forme nobilissime di epifania dell’intelligenza, calate alle tracce materiali degli scavi. A rimanere enigmatico, però, secondo le parole del taccuino vergate il 28 maggio 1931, è il Monte Guastanella, in territorio di Sant’Elisabetta, vero genius loci di una più ampia zona che da Raffadali conduce a Sant’Angelo Muxaro.

Monte Guastanella visto da Raffadali

È quasi irriferibile, se non addirittura monca, la storia di queste zone se mai si dovesse prescindere dalla Guastanella; e del resto sarebbe impossibile, perché questa montagna, con la sua forma di cuspide magmatica, irregolare ma ferma, scenografia fatale di un intero paesaggio – che non è solo storico, ma di più culturale – su cui torreggia nobile e perentoria. In anni più recenti, la studiosa di archeologia Rosamaria Rita Lombardo riporta alla luce una ricca documentazione orsiana inedita, con il rinvenimento fortuito di alcune rare foto degli anni ’30 che ritraggono il sito di Monte Guastanella, a corredo di un articolo comparso sulla rivista “Le Vie d’Italia” nel 1932.

Panorama dal Monte Guastanella

L’estensore del pezzo, che lo firma con lo pseudonimo di “Viator”, è proprio Paolo Orsi, e così nella Lombardo si fa sempre più forte un’ipotesi archeologica di grande fascino, irrobustita dal ritrovamento accidentale di un materiale tanto prezioso per lo studio, nel solco delle intuizioni di Orsi sulla straordinaria ricchezza archeologica preistorica nascosta in questo territorio dominato dal Monte Guastanella. Rosamaria Rita Lombardo, insomma, secondo le sue ricerche, ritiene che la dedalica città di Camico, di cui narrano le fonti classiche, e la stessa tomba del re cretese Minosse, ucciso – secondo il racconto di Diodoro Siculo – in una vasca da bagno in Sicilia mentre era ospite nella rocca del re sicano Cocalo, siano entrambe identificabili con il suggestivo insediamento agrigentino del Monte Guastanella, sinora ritenuto di esclusiva matrice araba.

Santa Elisabetta

L’autrice fa diretto riferimento alle sue “consistenti e incessanti ricerche condotte al riguardo in questi ultimi anni su tale sito, un superbo santuario-sepolcro di vetta di verosimile matrice minoico-micenea, per molti anni negletto e quasi sconosciuto”, grazie alle quali si è giunti a un convegno per la candidatura Unesco del sito sul quale il compianto professore Sebastiano Tusa avrebbe voluto effettuare un sopralluogo per verificare la possibilità di un’azione di scavi. L’infelice saga di Minosse avrebbe forse potuto assumere un destino meno opaco; e però, proprio la mitologizzazione del re, divenuto giudice degli inferi, se da un lato rende incerta la verificazione storica, dall’altro la assume come affascinante e sostanziata non solo sulla funzione dell’intelligenza, ma sul principio – creativo, non già arbitrario – dell’intuizione, che secondo il filosofo Henri Bergson è “la simpatia per la quale ci trasportiamo all’interno di un oggetto”.

Monte Guastanella (foto Ignazio Catalano)

Rosamaria Rita Lombardo è partita dalle testimonianze di molti autori antichi – tra i quali Erodoto, Aristotele e Strabone – che riferiscono della morte violenta di Minosse in Sicilia, riconoscendo piena veridicità storica ai miti antichi e alla loro tradizione orale, segnalando a suo favore la memoria in dialetto siciliano che così recita: “Lu re Mini – Minosse è drivucato intra la muntagna di Guastanedda. È tuttu chinu d’oru e quannu lu scoprinu iddu addiventa un crastu d’oro e unu av’arriminari”. Ad avvalorare ancora di più la sua tesi, l’autrice ha consultato anche fonti antiche minori effettuando di seguito un’indagine topografica, toponomastica e idrografica sul territorio in questione, i cui risultati ha pubblicato nel volume “L’ultima dimora del re. Una millenaria narrazione siciliana ‘svela’ la tomba di Minosse”.

Quale che sia la verità, che pur sempre rimane un enigma, il monte Guastanella è lì che offre un paesaggio stupendo che volge dall’entroterra alla costa mediterranea, con i suoi 350 gradini che portano fino alla prima terrazza da dove – su uno stretto percorso sterrato – si arriva alla sommità, con gli ambienti rupestri della cima e il camerone del castello, usato dai musulmani come lungo di deportazione (vi fu imprigionato anche il vescovo di Agrigento Ursone), e soprattutto con la sua pietra bianca e vetrosa di gesso che riluce in un caleidoscopio di natura, fra suggestioni della storia e ritrovamento di sé.

(La prima foto grande in alto è di Ignazio Catalano)

Libri d’artista nel cuore della Sicilia: l’archivio che non ti aspetti

A San Cataldo, a pochi passi da Caltanissetta, c’è una collezione di oltre 500 tra rari volumi e riviste d’arte, dagli anni ’60 del Novecento sino a oggi

di Beniamino Biondi

Come giustamente sostiene Aleida Assmann, che ha compiuto studi fondamentali sull’antropologia e sulla memoria culturale e comunicativa, “controllare gli archivi è controllare la memoria”. Ciò equivale a dire che questi luoghi, bene al di là della funzione più propriamente conservativa, si configurano per la presenza simultanea dell’”aspetto politico e quello mnestico”. Chi è preda del furore archivistico e dello slancio tassonomico, ha un potente desiderio di ordine e di ricerca identitaria: nei casi più banali, dal sapore impiegatizio, il desiderio si risolve nel compimento di un triste protocollo di classificazione; nei casi più squisitamente liberi e creativi, invece, si compie nel bisogno di restituire una logica più profonda a relitti e tracce: prelevati, assemblati e reimmessi in un nuovo contesto, essi si caricano di un valore inatteso.

Un volume di Andy Wahrol (Foto Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista)

Se nella prima ipotesi l’archivio rimane un cumulo inerte di documenti, rassicurante proprio perché ingessato, nella seconda diventa un dispositivo critico capace di rigenerare le consuete logiche di salvaguardia, utilizzo e diffusione del sapere, riattivando così la memoria e la coscienza politica. Gli archivi sono sempre impossibili, perché non possono mai contenere e classificare il tutto, cioè un’idea di assoluto che è pensabile concettualmente ma non verificata in atto, ed è proprio in questa sua impossibilità che la pratica archivistica può assumere l’aspetto di opera d’arte, in certi casi perfino di happening culturale.

In Italia, al di là degli archivi pubblici, sono molti i privati che hanno impiegato parte della loro vita a circoscrivere entro il progetto di una classificazione ragionata alcune forme oggettuali di cultura specifica: in uno spazio chiuso che non ammette estranei, come una setta di un solo membro, o aprendo le porte a chi coltiva interessi affini, e in molti casi dando luogo alla creazione di veri e propri musei raffinatissimi.

Panorama di San Cataldo

Uno di questi luoghi, tra i più significativi per l’importanza e l’unicità dei materiali raccolti, si trova in Sicilia, a Caltanissetta, e più precisamente a San Cataldo. È l’Archivio di Comunicazione Visiva e libri d’Artista, che raccoglie una selezione di rari libri d’artista-libri oggetto e riviste d’arte a livello internazionale. Iniziato negli anni ’90 nel secolo scorso e recentemente istituito come luogo di studio e ricerca, la collezione annovera oltre 500 libri d’artista, opere in assembling box e riviste d’arte, opere sculture in forma di libri raccolti dall’archivio-collezione, che, da anni, si interessa di questo singolare mezzo espressivo di comunicazione estetica.

Massimo Palumbo (Foto Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista)

La raccolta costituisce senza dubbio una delle collezioni private più originali dell’entroterra siciliano, non solo per la grande quantità di opere, ma principalmente per la loro specificità e rarità. A fondarlo, e ancora oggi a dirigerlo e ad implementarne i materiali, è stato Calogero Barba, artista e collezionista, noto per il suo fondamentale contributo nell’ambito del libro d’artista. Questo luogo di studio e ricerca, emanazione dell’associazione culturale Qal’at, di cui Barba è il presidente, ospita una preziosa collezione siciliana, eccezionale sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. La raccolta rappresenta una fondamentale testimonianza storica della produzione di artist’s books, a partire dagli anni ’60 del Novecento sino ad oggi.

Franco Spena (Foto Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista)

I volumi che compongono il fondo nisseno sono eseguiti da personalità di spicco come Andy Warhol, Ed Ruscha, Alighiero Boeti, Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Bruno Munari e Damien Hirst, solo per citarne alcuni. Negli anni ‘70, durante il suo periodo di formazione a San Cataldo, Barba comincia a raccogliere un numero considerevole di pubblicazioni d’arte: riviste, cataloghi e brochures, che conserva e ordina per un utilizzo futuro. In maniera quasi inconsapevole, nasce nell’artista l’esigenza di creare una memoria storica da tramandare, e, nel decennio successivo, Barba scopre il libro d’artista quale originale mezzo espressivo, grazie al critico siciliano Francesco Carbone, amico dei due tra i maggiori esponenti della poesia visiva quali Eugenio Miccini e il palermitano lgnazio Apolloni, che lo indirizza nella ricerca di questo nuovo ambito ancora inesplorato.

Francesco Antonio Caporale (Foto Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista)

La raccolta possiede diversi esemplari concepiti e realizzati dalle maggiori figure artistiche delle neoavanguardie internazionali. Autori che hanno fatto parte dei fenomeni artistici e delle correnti artistiche degli anni 1960-1980, dall’arte povera italiana, alla poesia concreta, poesia visiva e visuale, alla pop art, all’arte antropologica, alla body art, al fluxus, alla transavanguardia e all’arte programmata. Barba cura le prime esposizioni pubbliche con significativi omaggi a John Cage, a Joseph Beuys e a Bruno Munari, lasciando che dall’Italia giungano appassionati d’arte per vedere, vicino a Caltanissetta, i piccoli capolavori in copia unica o in edizioni limitate, le riviste più eccentriche dell’avanguardia internazionale, e gli esperimenti di quelle stagioni felici della poesia concreta e della poesia visiva.

Italo Medda (Foto Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista)

È un vero e proprio azzardo, che ha finito per diventare esperienza artistica, quello di Calogero Barba e della sua raccolta che impreziosisce un pezzo di storia culturale italiana – difficile, rischiosa, slegata dall’idea di mercato – e pone San Cataldo al centro di un piccolo mondo ideale, che i siciliani più d’altri possono godere profittando della squisita disponibilità dell’uomo e del racconto oramai mitico di un tempo in cui arte e libertà erano la medesima cosa.

Le miniere abbandonate, patrimonio siciliano da riscoprire

Le zolfare furono da un lato risorsa, ma dall’altro causa di sofferenze e lutti, come quella di Gibellini, tra Racalmuto e Montedoro. Luoghi che oggi potrebbero diventare mete turistiche e culturali

di Beniamino Biondi

Il racconto delle miniere nella Sicilia occidentale, soprattutto nella parte di territorio che copre le province di Agrigento e di Caltanissetta, è la pagina più drammatica della storia sociale ed economica di tutta l’Isola, segnata per quasi due secoli dall’attività estrattiva dello zolfo. Le miniere hanno condizionato il costume, emendato i comportamenti, corretto le abitudini, intessuto la vita quotidiana e le tensioni soffocate della lotta, apparendo come una cornice tragica nella grande letteratura siciliana.

Carusi in miniera in una foto d’epoca

Lo zolfo respira, acre e pungente, nelle pagine di Pirandello, ed esala fino alla tragedia nelle dolorose vicende familiari di Sciascia. Non a caso i nomi dei due scrittori, radiografi della più profonda psicologia isolana, esistono un po’ perché sono esistite le miniere. Le zolfare furono fonte di sostentamento per le popolazioni, ma, soprattutto, causa di sofferenze, tragedie e lutti.  L’estrazione dello zolfo dalle viscere della terra fu possibile solo grazie al lavoro massacrante e disumano degli uomini e, ancor di più, dei cosiddetti “carusi”, che partivano all’alba e tornavano con il buio, restando sepolti vivi per tutto il giorno. Lo sfruttamento dei lavoratori e l’assenza di garanzie agli anziani furono fenomeni che produssero grave disagio sociale e giustificati fermenti sindacali. Eppure, la storia dello zolfo in Sicilia non riuscì a liberarsi dalle condizioni disumane con cui si lavorava in miniera.

Edifici della miniera di Gibellini (foto Facebook)

Di quel patrimonio minerario – e di quella storia – oggi rimangono strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistenti in mezzo alle campagne dell’entroterra quasi con un senso di vergogna, e, certamente, di solitudine immensa. Le storie delle miniere si somigliano tutte, nella misura in cui ognuna a suo modo costituisce un racconto a sé, attingendo alla farsa o declinando in tragedia. È farsa quella del romanzo “La miniera occupata” di Angelo Petix, che Mondadori pubblica nel 1952, che descrive il mondo della miniera Gibellini e dei minatori del vicino paese di Montedoro dopo la Seconda guerra mondiale, raccontando di un minatore – Salvatore Frischetta – che era oggetto dello scherno dei suoi compagni per le “corna” notturne che gli faceva la moglie Teresa.

Cristalli di zolfo dell’Agrigentino

È tragedia quella della cava di salgemma di Racalmuto, il paese di Sciascia, con la morte dell’operaio Angelo Brunetto, del figlio del concessionario della miniera, l’insegnante Michelangelo Cardillo, e del minatore Filippo Villa, asfissiati in un incendio sviluppatosi all’interno della cava che con un denso fumo di vapori ha tolto il respiro ai poveri cristi ridotti, per la cronaca, a un secco elenco di nomi: ecco come si muore per oltre dieci ore al giorno di lavoro e un misero salario di mille lire. Racalmuto è stato uno dei primi centri della Sicilia per l’industria estrattiva dello zolfo, del salgemma e dei sali potassici.

Area della miniera Gibellini (foto Facebook)

Una delle più grandi miniere, ora dismessa, è stata quella di Gibellini, nata dopo la scoperta di un grande giacimento di zolfo nel 1852. Fu chiusa nel 1975, con l’abbandono definitivo di tutta l’attività mineraria e a causa della svalutazione dello zolfo per la concorrenza americana (lo zolfo americano, infatti, veniva estratto con la sonda Frasch molto più rapidamente e a costi bassi). Il 1868, anno di apertura formale della miniera, e il 1975, anno della chiusura: più di un secolo di condizioni schiavistiche del lavoro e di quasi totale assenza di diritti sindacali e di garanzie sociali. Schiavi e padroni, antiche definizioni che però rendono il senso della più brutale differenza di classe. La miniera di Gibellini è sita nel territorio di Racalmuto, ma di fatto è più vicina al paese di Montedoro.

Galleria di una miniera

Oggi risulta evidente lo stato di abbandono e il degrado dei fabbricati, a seguito della dismissione della miniera, dislocati in vari punti dell’aria e adibiti a diversi usi: direzione, foresterie, depositi esplosivi, spogliatoi, lampisteria. Sul posto è visibile il pozzo principale tappato e colpisce l’ammasso di ferraglia di valore pressoché nullo, ossia quel che resta del “Forno Roma”, progettato, negli anni Cinquanta, da Francesco Roma, ingegnere docente dell’Università di Bologna e la cui realizzazione venne appaltata alla Ansaldo di Genova. La finalità del progetto era quella di superare i vecchi sistemi di estrazione dello zolfo, basati fino ad allora sulla fusione minerale con i forni Gill o sistemi analoghi. Ultimate le prove di funzionamento, tra la fine del ‘57 e l’inizio del ’58, l’impianto è rimasto fermo, per la difficoltà di messa a punto di alcune parti e per il costo di gestione particolarmente gravoso.

Miniera abbandonata a Cianciana

Questo luogo, come molti altri, conserva intatti il suo fascino e la sua bellezza, anche se prevale il senso della rovina. In Sicilia, alcune Soprintendenze si sono spese per salvaguardare una parte significativa di tutto questo patrimonio minerario, che ha così fortemente marcato la nostra storia. Per garantirne la conservazione nel tempo, alcuni di questi beni sono stati sottoposti a tutela, ma a ciò non sempre sono seguite iniziative volte alla loro valorizzazione. E invece le aree minerarie come Gibellini andrebbero recuperate e riqualificate, e soprattutto restituite alla pubblica fruizione dentro percorsi specifici.

Monumento del lavoro in miniera a Caltanissetta

Prima che imbellettati ad uso dei turisti, questi luoghi dovrebbero diventare mete di coscienza civile per tutti i siciliani, nella stessa sobrietà e nel silenzio con cui in Polonia si entra nei campi di concentramento. La forma più alta di turismo culturale per i siciliani dovrebbe ripartire proprio dalle miniere abbandonate, e cittadini e amministrazioni dovrebbero richiederlo a gran forza, anche per una forma di riscatto sociale che riparta proprio dalla pagina più buia della nostra storia recente: la memoria dei minatori caduti, l’innocenza perduta dei “carusi” e la dignità negata del lavoro. Ecco, ripartire dalla dignità della Sicilia.

L’altro volto della Valle dei Templi in un santuario nascosto

Verso il recupero del sito rupestre dedicato a Demetra e Persefone, il più antico luogo sacro di Agrigento, che adesso si prepara a rinascere

di Beniamino Biondi

Ogni luogo chiaro ha il suo contrappasso di oscurità; se non di vero e proprio mistero, certamente di una solitudine appartata e incorrotta, non violata da passi frequenti. Sono luoghi fuori vista, marginali, scanditi nell’austerità che gli dona il lunghissimo silenzio che li avvolge. Agrigento e la sua Valle dei Templi: nulla è più iconico e decodificato, e cioè anche decodificabile, del Tempio della Concordia, non solo in termini storici e culturali, ma come struttura di richiamo a un immaginario collettivo che non nasconde oramai più alcun segreto.

La chiesa di San Biagio dove sorgeva il tempio di Demetra (foto Parco Valle dei Templi)

Di contro questa chiarità sublime, disvelata e confortante, si fa strada l’idea di un tracciato esoterico, di luoghi destinati a pochi e ritirati a un’esistenza data e non goduta, e infine recuperati a un gioioso senso della scoperta. Nel rapporto con la Valle, il sito che ha le caratteristiche più enigmatiche è con indubbia plausibilità il Tempio cosiddetto di Demetra (risalente a un periodo tra il 480 e il 460 avanti Cristo), costruito in calcarenite locale, sulla pianta del quale è stata edificata dai normanni la Chiesa di San Biagio. Come riferisce il professore Carmelo Capraro, docente di Beni Culturali e Ambientali all’Accademia di Belle Arti di Agrigento, questo tempio ha una collocazione anomala rispetto agli altri templi greci, generalmente orientati al sorgere del sole.

Reperti nell’area del santuario rupestre (foto Salvatore Indelicato)

Quello di Demetra è invece rivolto al tramonto della luna piena più vicina al solstizio d’inverno. Un allineamento singolare, dunque, cui i ricercatori stanno cercando di dare una risposta attraverso le pagine di mitologia che suggeriscono che il posizionamento anomalo possa essere attribuito a un particolare rito religioso per celebrare la riunione di Demetra con la figlia Persefone, rapita da Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla. Il rito si celebrava – con molta probabilità – nelle ore notturne, cioè nel momento in cui si poteva apprezzare lo spettacolo della luna piena che tramontava sulla collina dell’acropoli.

L’esterno del santuario rupestre (foto Salvatore Indelicato)

Della Chiesa di San Biagio, invece, si ha notizia anche attraverso il tabulario della Magione (pergamena 116 dell’aprile 1267). In essa domina assoluto lo stile cistercense, con una facciata particolarmente curata nel taglio a faccia vista, nuda, vasta, monocuspidata a capanna, e un portale a sesto acuto sormontato in asse con l’oculo fiancheggiato da due monofore. L’edificio sacro, eretto nella minorità di Federico II, appartiene ai valori estetici “dell’architettura mendicante” delle “chiese capannone” e “chiese a granaio” destinate ai fedeli. Alla sontuosità delle maggiori chiese abbaziali, la Chiesa di San Biagio contrappone la semplicità della forma popolare con cui esercitava un’azione apostolica diretta e persuasiva sull’animo dei fedeli. In epoca romana era proibito l’accesso a questo posto sacro, perché “si udivano le voci dei Coribandes, dei baccoi che avevano celebrato secoli prima”, e – lo rammenta ancora Carmelo Capraro – ancora oggi è possibile ascoltare questi rumori, accostandosi con l’orecchio vicino all’abside del santuario rupestre, forse il vento notturno, che attraverso la caverna e le mura, emette un susseguirsi di sibili simili alle grida umane.

Il santuario rupestre con la struttura di protezione (foto Salvatore Indelicato)

Ma il vero mistero, il luogo più autenticamente occulto in una specie di isolamento arcano, è quello cui si giunge dal terrazzo del Tempio di Demetra attraverso una scalinata incavata nella roccia. È una discesa ripida, quasi precipitosa, nell’intorno di un paesaggio di indubitabile pregio naturalistico, che conduce al Santuario rupestre di Demetra e Persefone (del VI-V secolo avanti Cristo), il più antico sito sacro di Agrigento che precede, quindi, la fondazione di Akragas da parte dei greci. Ignoto ai più, anche perché non direttamente accessibile né visitabile, è sconosciuto anche ai molti che per un percorso più indiretto e laterale l’avrebbero potuto raggiungere. Che una nuova idea di Valle sia necessaria, comincia ad apparire a molti, e forse si potrebbe proprio ripartire da questo luogo per tracciare una nuova direzione di cammino.

Il santuario di Demetra è il più antico luogo di culto di Agrigento (foto Salvatore Indelicato)

Ciò non è da subito sfuggito, con lungimiranza non sospetta, al direttore del Parco archeologico Valle dei Templi, l’architetto Roberto Sciarratta, preceduto nei suoi incarichi pubblici da una conoscenza ampia dei luoghi e da un’arditezza di pensiero non comuni. Nell’idea di ricomporre la struttura del tempio – smontata una decina di anni fa, dopo che si evidenziarono dei chiari segni di cedimento della stessa, in parte dovuti agli interventi di restauro realizzati negli anni ’80 – il Parco archeologico ha messo a gara un progetto per collocare tra un blocco e un altro dei “cuscinetti” realizzati in materiale molto resistente alla pressione che hanno il vantaggio di essere facilmente removibili, a cui si aggiungeranno degli interventi di manutenzione finalizzati a migliorare la fruibilità del sito da un punto di vista turistico.

Reperti nell’area del santuario (foto Salvatore Indelicato)

È l’occasione attesa, nel segno paradossale della scoperta di ciò che da lunghissimo tempo esiste non veduto, per restituire questo sito alla collettività, e anche a questo fine, come ci ha riferito lo stesso Roberto Sciarratta in una lunga e piacevolissima conversazione, che ha toccato anche il tema del rapporto fra la Valle e il colle di Girgenti. “Il progetto è quello di rendere il sito fruibile alle visite in un immediato futuro – ha detto Sciarratta – in maniera da poter leggere anche questa parte del Parco. Il recupero del Santuario rupestre permetterà di ‘sanare’ un intervento avviato ma mai completato nell’ultimo decennio”. Una Valle dei Templi che anche da qui, ancora più robustamente, prosegue il suo percorso di sito archeologico diffuso e non solo musealmente radunato.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend