Un’elsa medievale spunta dal sottosuolo di Palermo

È una delle recenti scoperte fatte in occasione degli scavi nell’area di Casa Martorana. Trovata anche una preziosa lapide e una strada romana

di Antonio Schembri

Uno scrigno che cela i segni di 2.800 anni di storia, sovrapposti, mescolati, pronti a affiorare da pochi metri di profondità, in quasi ogni occasione di scavo per lavori di consolidamento di edifici o adeguamenti di fognature o gasdotti. È ciò che rappresenta l’intero sottosuolo del centro storico di Palermo, in particolare l’area che digrada verso il porto fenicio della Cala dall’attuale piazza Bellini, quella su cui si affacciano le chiese di Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) e di San Cataldo.

Un momento dell’incontro a Palazzo Ajutamicristo

Tema affascinante, di cui si è discusso recentemente in un seminario organizzato dalla Soprintendenza ai Beni culturali nella nuova sede di palazzo Ajutamicristo. In questa zona della città, a due passi dal Municipio, sono recentemente venuti alla luce diversi reperti di grande pregio. L’ultimo ritrovamento riguarda in particolare l’area di Casa Martorana, l’edificio di proprietà dell’Università di Palermo dove per molti anni ha avuto sede la facoltà di Architettura. Qui, grazie agli scavi della Soprintendenza ai Beni culturali, da una tomba sotterranea, probabilmente appartenuta a un noto militare dell’epoca, è stata rinvenuta, sorprendentemente integra, l’elsa di una spada medievale risalente al periodo Aragonese.

Iscrizioni sull’elsa restaurata

“È un reperto databile alla fine del 1.200, che si caratterizza per le dorature a mercurio e le iscrizioni di versi del Nuovo Testamento – illustra Stefano Vassallo, dirigente dell’unità archeologica della Soprintendenza – . Questo reperto, unico nel suo genere, che segna il ritorno agli scavi nel cuore di Palermo dopo almeno quarant’anni, verrà esposto prossimamente al Castello della Zisa”. Il restauro dell’elsa, condotto da Francesco Bertolino, è stato parzialmente sostenuto dai contributi dalle due sezioni palermitane della Inner Wheel, l’associazione culturale femminile legata al Rotary Club.

Ma questo quadrante della Palermo antica ha di recente offerto altre sorprese, di pari se non di superiore rilevanza, tutte risultato della combinazione tra lavori di restauro e indagini archeologiche. Ossia quelle che “in ottemperanza alla legge sugli appalti la soprintendenza è tenuta a compiere in fase di indagini archeologiche, preliminari a progettazioni definitive di interventi d’altro genere – spiega la soprintendente ai Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca –. E questo perché non poche volte è accaduto di interrompere lavori già in corso, con i conseguenti disagi, quando si rinvengono oggetti o strutture antiche”.

L’elsa prima del restauro

Tra questi recenti ritrovamenti, c’è quello della lapide funerea, con iscrizione greca, dedicata a Irene, la dotta moglie dell’ammiraglio bizantino Giorgio di Antiochia, comandante della flotta del Regno di Sicilia all’epoca di Ruggero II e fondatore della Chiesa della Martorana. “Si tratta di reperto molto particolare perché lavorato anche sul retro, segno che la lapide venne scolpita utilizzando una struttura d’epoca precedente su cui era stato realizzato un bassorilievo – afferma Bellanca – . Singolare di questo reperto è proprio la modalità del suo ritrovamento, fatto in tre fasi diverse, una per ciascuno dei frammenti che insieme compongono la lapide. E in più il fatto che questi pezzi siano stati trovati in altrettanti punti diversi all’interno del quadrante in cui è ubicato il Palazzo Bellini”.

Particolare dell’elsa prima del restauro

Altro risultato di grande rilievo lo hanno regalato gli scavi, sempre legati a interventi di cosiddetta archeologia urbana, nelle fondamenta di Palazzo Santamarina, sulla via del Celso: “Una strada di epoca romana – spiega Vassallo – ma che in realtà è ancora più antica, visto che le epoche storiche che vi si sovrappongono partono da quella fenicia del IV secolo avanti Cristo per fermarsi al Medioevo”.

Palermo è insomma un vasto deposito di testimonianze storiche che inevitabilmente verranno alla luce. “Finora si è trattato di scavi non programmati ma appunto legati a operazioni di diversa finalità finanziate da privati”, specifica Vassallo. Tre le novità più rilevanti dell’ultimo anno, il rinvenimento della necropoli, nel sottosuolo di via Guardione, a seguito dei lavori sul collettore fognario, inizialmente scambiato per un ipotetico cimitero di mafia, ma che gli accertamenti delle Soprintendenza hanno consentito di collocare tra il IV e l’VIII secolo dopo Cristo.

“Attualmente – conclude la soprintendente Bellanca – l’unica operazione pianificata riguarda la chiesa di San Giovanni degli Eremiti ed è finalizzata a migliorare l’esposizione del preesistente scavo archeologico. I lavori, già assegnati, partiranno a breve”.

Grandi lavori al Parco di Selinunte, ecco le novità

Tanti gli interventi previsti nell’area archeologica trapanese: nuovi scavi, una mostra dedicata all’Agorà, restauri e illuminazioni rinnovate

di Antonio Schembri

Duecentosettanta ettari di spazio, una posizione straordinaria che guarda il mare da un balcone naturale lungo più di due chilometri e mezzo e 2.500 anni di storia, raccontati non solo dai resti visibili dei suoi templi dorici, ma anche da vestigia fenicie e bizantine. Quello di Selinunte è il più grande parco archeologico d’Europa. E con gli scavi svolti negli ultimi 5 secoli, cioè da quando nel 1501 lo storico Tommaso Fazello riuscì a recuperarne la memoria dopo un lunghissimo oblio, ha svelato importanti testimonianze sulla colonia magno-greca che giocò per molti secoli un ruolo strategico nel Mediterraneo, come potenza agricola e militare. Adesso che sono pronte a partire nuove campagne archeologiche, altre sorprese potrebbero affiorare dalla gialla calcarenite dell’area situata tra Agrigento e Trapani.

Il Tempio E

Il primo start è per lunedì 10 giugno, e riguarderà i Templi C e R, tra loro adiacenti e rispettivamente dedicati a Apollo e a Demetra. Si tratta di un’operazione congiunta della New York University e dalla Università degli Studi di Milano. Una missione che fa segnare una ripartenza, in quanto un primo suo modulo era già stato completato proprio nel giugno del 2018. A condurla, in rappresentanza dei rispettivi atenei, gli archeologi Clemente Marconi e Rosalia Pumo. “Si tratta di interventi finanziati con fondi delle due università che movimenteranno una forza lavoro di decine di addetti, in larga parte studenti e dottorandi di archeologia”, spiega Enrico Caruso, fino a oggi direttore del Parco di Selinunte, che andrà a dirigere il Parco Lilibeo di Marsala, come previsto dalla recente maxi rotazione disposta dal governatore Nello Musumeci.

Statua bronzea dell’Efebo

Insieme con l’Istituto Germanico di Roma, il Parco è inoltre al lavoro per l’allestimento di una mostra dedicata all’Agorà, in programma a ottobre nel Museo Baglio Florio. Questo spazio espositivo (dove fino a tre anni fa si poteva ammirare il famoso Efebo, poi trasferito nel Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano) è tornato del tutto fruibile nel 2017 dopo una serie di lavori diluitisi per decenni. “Oggi – illustra Caruso – questo museo offre un percorso su 6 ambiti di ricerca, che spaziano dall’architettura dorica ai reperti del Tempio R, dai tetti dei templi ai reperti della necropoli arcaica ricavata all’interno dell’Agorà, e ancora dai resti delle abitazioni più antiche ritrovate nella località di Manuzza, alle vestigia puniche soprattutto quelle della necropoli e del santuario dedicato alla dea Tanit”.

Dal canto suo, l’ente Parco avvierà, con fondi propri pari a 70mila euro, lavori di restauro e messa in sicurezza che oltre all’isolato di Manuzza interesseranno anche l’area dell’Acropoli e il battistero paleocristiano. Tra le spese del tutto a carico di finanziatori stranieri ci sono quelle del governo tedesco, sempre a sostegno dell’Istituto Germanico. Saranno destinate a due campagne di scavi. La prima partirà in agosto nel porto selinuntino, le cui pietre sono recentemente emerse nell’area in cui sfocia il gorgo Cottone, che attraversa l’acropoli. L’altra comincerà a settembre e, anche in questo caso, riguarderà l’Agorà dell’antica polis.

Strada sull’Acropoli

Ma molto altro è in programma per il miglioramento della fruibilità del Parco archeologico di Selinunte. In attesa di essere sbloccata c’è, infatti, una dote di 5 milioni di euro stanziata con il Patto per il Sud: verrà utilizzata soprattutto per ulteriori interventi di completamento del restauro del Baglio Florio e di altri due edifici del Parco, nonché per l’ultimazione dei lavori di recinzione dell’area archeologica e per la sistemazione degli impianti di videosorveglianza. Altri piccoli progetti verranno invece finanziati con fondi comunitari del programma Po Fesr, informano dall’amministrazione del Parco. Ultimo approvato, quello dell’illuminazione di alcuni punti dell’acropoli, dei templi della collina orientale e del percorso d’accesso al Tempio C, che sarà così possibile ammirare anche in notturna.

È invece pronto per l’inaugurazione il percorso pedonale adatto anche ai disabili, realizzato con una spesa di 120mila euro dal Parco di Selinunte con risorse proprie.

Fiorisce un giardino davanti al Palazzo Reale

Inaugurato un primo tassello di un’installazione “verde” in piazza del Parlamento. Saranno impiantate più di 50 specie botaniche, simbolo di diverse culture

di Antonio Schembri

Un giardino culturale dinamico come grancassa al messaggio di incontro e dialogo tra culture. È quello inaugurato oggi sul piano del Palazzo dei Normanni, sede di uno dei parlamenti più antichi del mondo. Battezzato “Passage to Mediterranean” costituisce, a distanza di un anno dalla riapertura dei Giardini reali, una preziosa testimonianza paesaggistica rappresentativa del contesto storico-architettonico della città, in un luogo in cui ha però dominato per lungo tempo l’asfalto.

Particolare del giardino

Un trionfo di verde con decine di specie botaniche, sia tipicamente mediterranee che provenienti da paesi lontani, ma perfettamente adattatesi al clima della Sicilia, distribuite in un’installazione con la forma di stella a otto punte, divisa da un corridoio in asse con il portone monumentale del castrum superius, ossia il Palazzo reale. L’idea, generata da un team di sei architetti paesaggisti di Istanbul è il risultato della sinergia tra la Fondazione Federico II, l’Assemblea regionale siciliana e Radicepura, la fondazione catanese che dal suo grande parco florovivaistico di Giarre promuove il binomio dello sviluppo della cultura ambientale, insieme con quello dell’arte legata al paesaggio.

Il tunnel di corde

“Si tratta di un allestimento dinamico perché questo spazio crescerà in dimensione, entro fine ottobre lo allargheremo di circa una quindicina di metri e l’intento è riuscire a fargli occupare nel tempo quanta più superficie possibile dello spazio antistante Palazzo dei Normanni – spiega il fondatore di Radicepura, Mario Faro – . La scelta di concentrare intanto qualcosa come 50 specie botaniche diverse, che diventeranno molte di più con lo sviluppo del progetto, punta a comunicare un’unità di linguaggio tra culture differenti in un territorio come la Sicilia, che, va sottolineato, può ben considerarsi come la regione con la più alta biodiversità d’Europa. E ciò grazie alla formidabile convivenza di piante mediterranee o che arrivano da climi più caldi, ma anche provenienti da climi freddi”.

Un esempio di adattamento che si può osservare nel giardino dinamico è il Metrosideros excelsus, arbusto d’origine australiana, ma che nel clima siciliano ha trovato un perfetto habitat naturale. “Questa opera ci parla dell’evoluzione e dell’inesorabile sviluppo della natura e quindi del tempo – aggiunge Faro – . Ed esprime valori ambientali leggibili anche in relazione al tema dell’immigrazione: si può arrivare da lontano ma gettare solide radici se ci si adatta bene al luogo ospitante”. Il corridoio costruito al centro del giardino rappresenta un tunnel. È coperto da corde, la cui maglia si restringe progressivamente fino a infittirsi al termine del passaggio: “Simboleggia da una parte l’oscurità, la fine della vita; non a caso, a fianco, si erge un cipresso. Ma anche la sua rigenerazione”.

Il giardino culturale in piazza del Parlamento

Il giardino dinamico diverrà un luogo di incontro subito dopo il prossimo Festino, perché all’inizio dell’estate il piano di palazzo dei Normanni viene tradizionalmente utilizzato per le prove della principale manifestazione popolare di Palermo. “Lo scopo è renderlo un trait d’union tra il Palazzo e il territorio – dice Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II – . Un luogo di bellezza autentica che svilupperemo ulteriormente, sistemandovi altre aiuole e sedute”. Sula stessa linea il presidente della Fondazione e dell’Ars, Gianfranco Miccichè: “Il cemento non appartiene alle origini del Palazzo Reale. Fino a due anni fa piazza del Parlamento era completamente al buio, adesso è uno spazio aperto alla città grazie ai lavori fatti all’interno del Palazzo, all’apertura del portone monumentale e alla nuova illuminazione. Questa iniziativa rappresenta un altro passo nel percorso di rinascita culturale di Palermo. Paesaggio e natura sono forme d’arte”.

Nuovi scavi a Pantelleria alla scoperta degli antichi sesi

Saranno studiate dagli archeologi le misteriose strutture funerarie dell’isola, su cui si concentrarono a lungo le ricerche di Sebastiano Tusa

di Antonio Schembri

L’ovale turchino dello Specchio di Venere e le insenature mozzafiato disegnate da colate laviche come la Cala Levante con l’Arco dell’Elefante e la Balata dei Turchi. Il vento implacabile, che costringe gli alberi più esposti a crescere piegati e un attivo vulcanismo che si manifesta dagli sfiatatoi delle “favare”, dai vapori del “bagno asciutto” di Benikulà e dalle sorgenti d’acqua calda di Nikà edella Grotta di Satarìa.

Pantelleria, il Laghetto delle Ondine

A Pantelleria, la “perla nera” del Mediterraneo situata a 60 miglia dalle coste siciliane e a 40 da Capo Mustafà in Tunisia, al movimento perpetuo della natura si affianca la storia: soprattutto il suo misterioso passato remoto, segnato da una presenza umana che a partire dal diciottesimo secolo avanti Cristo è diventata stanziale davanti la sua costa nord-occidentale, la meno scoscesa e più adatta alle coltivazioni. È l’area del villaggio risalente all’Età del Bronzo e dell’adiacente necropoli, situati nelle contrade di Mursìa e di Cimillìa.

È qui che si trovano i sesi, le enigmatiche strutture funerarie a forma di tronco di cono, censite per la prima volta alla fine dell’Ottocento dall’archeologo Paolo Orsi e diventate uno dei luoghi più significativi della ricerca sulle civiltà mediterranee portata avanti da Sebastiano Tusa. Dopo oltre 10 anni, su questo sito misterioso si sta per tornare a scavare. Un piccolo ma significativo step incluso nel piano recentemente annunciato dalla Regione per la ripresa, dopo oltre un decennio, dei finanziamenti a cantieri di restauro, scavo e messa in sicurezza dei siti archeologici in Sicilia (ve ne abbiamo parlato anche qui). Un risultato a lungo inseguito e infine ottenuto dal grande archeologo nel ruolo di assessore regionale ai Beni culturali, interrottosi con la sua tragica scomparsa in Kenya, due mesi e mezzo fa; e legato alla carta archeologica di Pantelleria da lui voluta per mappare luoghi e reperti storici dell’antica Cossyra, per i romani e Bent el Riah (Figlia del Vento) per gli arabi.

Uno dei sesi di Pantelleria

I lavori sull’area dei sesi, assegnati nei giorni scorsi all’impresa agrigentina Elcal, “partiranno a breve e verranno ultimati nel giro di una quarantina di giorni, al massimo entro la fine dell’estate”, assicura Riccardo Guazzelli, soprintendente ai Beni culturali di Trapani. “L’operazione – spiega – è finanziata con una dote regionale di 37mila euro e sarà focalizzata sulla tomba monumentale più vicina al mare, conosciuta come ‘Sese rosso’ (per il colore rossiccio della sua pietra vulcanica, ndr), la cui struttura, danneggiata da un bombardamento della seconda guerra mondiale, non andò distrutta in quanto i militari la sfruttarono come postazione difensiva. Più in dettaglio, verranno restaurati alcuni corridoi interni di questo monumento funerario”.

Proprio le caratteristiche costruttive dei sesi, termine dialettale usato dai contadini panteschi per indicare i cumuli di pietre laviche, fanno di questo sito archeologico un unicum in tutto il bacino Mediterraneo. Alte fino a 4 metri e con un diametro variabile tra i 10 e i 20 metri, queste strutture mostrano alcune analogie con i nuraghidella Sardegna, le torri in pietra della Corsica e i talaiotsdelle Isole Baleari. Ma a differenza di questi monumenti che erano del tutto vuoti all’interno, i sesi non lo sono. Gli scavi hanno infatti evidenziato la presenza di cunicoli alla loro base che conducono a una piccola grotta centrale. Nel Sese del Re, il più grande e tra quelli meglio recuperati, se ne contano dodici. Da questi canali i defunti venivano introdotti in posizione fetale, con i piedi rivolti verso l’uscita e un corredo funerario attorno. Probabile segno che gli antichi “sesioti” credessero in una rinascita dopo la morte.

Area archeologica di Pantelleria

“Questa comunità, ancora molto misteriosa, aveva di certo cognizioni artigianali, dimestichezza con la navigazione sufficiente a fargli sfruttare bene la posizione di Pantelleria al centro del Mediterraneo e capacità di sviluppare un’economia legata all’agricoltura e all’allevamento, che praticava proprio attorno ai sesi – illustra Maurizio Cattani, docente di preistoria all’Università di Bologna e una collaborazione più che ventennale con il professore Tusa in questi scavi – . Gli oggetti in vetro e in ceramica rinvenuti nel villaggio testimoniano probabili commerci con la Sicilia e Malta”.

Pantelleria costituisce un fiore all’occhiello dell’archeologia siciliana. “Dal 1996 la ricerca scientifica sull’isola ha raccolto risultati di eccezionale rilievo – rievoca l’archeologa Rossella Giglio, in forza alla soprintendenza trapanese fino al 2018, oggi direttrice del Parco di Segesta – . Adesso Pantelleria potrà tornare a valorizzare un patrimonio di antichità che al sito preistorico associa anche l’Acropoli punico-romana sulle alture di San Marco, l’insediamento tardo romano di Scauri e il santuario d’epoca punica, ellenistica e romana recentemente venuto alla luce davanti allo Specchio di Venere”. Tutti siti inclusi nel Parco Archeologico di Pantelleria, istituito l’anno scorso. Adesso, si spera, in via di pronta attivazione.

Il nuovo Orto botanico si colora d’arte

Pronto il Culture Concept Store, con biglietteria e bookshop rinnovati, sale con specie botaniche del passato e un’opera del collettivo Fallen Fruit

di Antonio Schembri

Un’esplosione di colori stampata su carta da parati. Quelli dei fiori, dei frutti, delle piante e dei volatili, un variopinto carosello di uccelli e farfalle, che da stasera cattureranno la meraviglia dei visitatori dell’Orto Botanico di Palermo sin dai suoi spazi d’ingresso. È l’opera d’arte che, nel nuovo Culture Concept Store dello straordinario museo all’aperto che da 230 anni mostra migliaia di specie vegetali, molte provenienti da regioni tropicali e subtropicali, si srotola in un unico avvolgente percorso, dalla biglietteria alle prime due sale espositive.

Una delle sale decorate da Fallen Fruit

Si intitola “Spektro Completo/Iridescenza” ed è l’esempio di “arte immersiva” concepito dai Fallen Fruit, duo composto dai californiani David Burns e Austin Young. Artisti già affacciatisi sulla scena palermitana l’anno scorso quando per Manifesta 12 presentarono a Palazzo Butera “Theatre of the Sun”, l’installazione, anch’essa fatta da carta da parati, insieme con una Public Fruit Map che localizzava gli alberi da frutto della città di Palermo: parte, questa, di “Endless Orchard”, progetto globale con cui Burns e Young si propongono di mappare la presenza urbana di frutti commestibili nelle città di tutto il mondo, offrendo una riflessione sul tema degli spazi pubblici, contenitori di storia locale in continuo rinnovamento.

David Burns ed Austin Young

Nel nuovo hub dell’Orto, che unisce front office, biglietteria e bookshop a tema botanico (tra gli scaffali si contano decine di pubblicazioni su piante e fiori e teche con specie botaniche del passato) l’opera, che copre i muri con un rivestimento di cotone biodegradabile per un totale di 230 metri quadrati, realizzato da una manifattura coreana su disegno dei Fallen Fruit, mostra tre ambienti: il Mezzogiorno, con un predominante colore giallo- chiaro; la Mezzanotte, con un fondo scuro e l’Iridescenza, che declina i temi preferiti dei due artisti nei colori cangianti dell’iride. “Abbiamo trascorso molto tempo tra l’Orto Botanico e il vicinissimo museo zoologico Doderlein, un altro spazio sorprendente qui a Palermo, studiando le piante con i botanici e mettendole a confronto con specie californiane simili”, spiegano Burns e Young che da lunedì illustreranno al Victoria & Albert Museum di Londra il loro progetto artistico sul patrimonio botanico floreale della capitale inglese.

I Fallen Fruit hanno eseguito la loro opera a titolo gratuito, mentre a sostenere le spese vive dell’installazione è stata Coop Culture. “Questo spazio innovativo, di ultima generazione, è in linea con il lavoro di che già da alcuni anni orientiamo verso la gestione integrata degli spazi culturali – spiega il direttore Letizia Casuccio – . Ci siamo strutturati per sostenere enti locali e privati affinché gli spazi culturali diventino un moltiplicatore di ricchezza culturale, economica e occupazionale”.

La sala Mezzanotte

“Grazie a questa estrosa opera il sistema museale di Palermo fa un significativo passo in avanti sul fronte della fruibilità – sottolinea Paolo Inglese direttore del SiMua – . Il lussureggiante giardino palermitano è uno spazio vivo che racconta la storia di questa città. Grazie al sostegno dei privati lo stiamo rendendo all’avanguardia con nuovi servizi, biglietti integrati e attività insolite”.

Avere reso così accogliente e gioioso lo spazio d’ingresso dell’Orto Botanico, con i suoi oltre 150mila visitatori annui il secondo luogo più visitato di Palermo dopo la Cappella Palatina a Palazzo dei Normanni,  “rappresenta un modello davvero ‘europeo’ di fruizione degli spazi culturali, – dice il rettore della Università di Palermo, Fabrizio Micari – . Il risultato è qualcosa di ben diverso da un anonimo ‘scatolone’ votato solo al merchandising. Tra qualche mese contiamo di replicarlo a Palazzo Steri”.

Palermo lancia la sfida della mobilità sostenibile

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

Palermo e il suo parco: alla scoperta della Favorita

Un fine settimana organizzato da Italia Nostra tra conferenze, dibattiti e passeggiate per conoscere meglio la storica area verde

di Antonio Schembri

Più vasto del Central Park a New York. Qualche ettaro in più della Foresta di Sherwood a Nottingham, legata alla leggenda di Robin Hood. E, per restare nel confronto con gli spazi verdi della terra d’Albione, grande più del doppio del londinese Hyde Park. Eppure quel prezioso polmone urbano che è il Parco della Favorita, la “Real Tenuta” voluta nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone, è un patrimonio ancora troppo poco conosciuto e vissuto da molti palermitani che se lo lasciano sfilare dai finestrini delle auto in marcia rapida verso la spiaggia e l’abitato di Mondello.

Un contenitore non solo di antichi valori botanici e faunistici ma anche ricco di fascino architettonico, che racconta oltre due secoli di storia attraverso il delizioso gioco di percorsi, tra boschetti e agrumeti, un tempo anche curati vigneti, romantiche passeggiate e viali che inquadravano punti prospettici fino a quattro chilometri di distanza, fin dove cioè l’occhio umano riesce a percorrere in profondità. Un’area che reclama d’essere valorizzata nella sua indiscutibile bellezza. Cominciando dai restauri urgenti di alcuni tra i manufatti sparpagliati nel suo interno e da più efficaci iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza a un uso rispettoso del Parco, incluso nei 1.050 ettari della Riserva di Monte Pellegrino.

Bosco Niscemi

Un appello lanciato tante volte nei decenni dalla società civile. E in questi giorni reiterato da Italia Nostra. Se ne discuterà questo fine settimana nel corso di un evento che la sezione di Palermo dell’associazione attiva da oltre 60 anni sul fronte della tutela del patrimonio storico artistico e naturale del Paese, promuove nell’ambito della Settimana del Patrimonio culturale. Il titolo è “La Nostra Favorita” e si articolerà su tre appuntamenti: una conferenza-dibattito sulle prospettive, la tutela e la fruizione del Parco, in programma venerdì 10 maggio a Villa Niscemi, a partire dalle 16; e due diverse passeggiate guidate: una lungo un percorso storico-artistico, l’altra prettamente naturalistica, entrambe previste tra le 10 e le 13 di sabato 11 e di domenica 12, con partenza dal piazzale della Palazzina Cinese.

Un’azione, questa di Italia Nostra, che punta a coinvolgere tante altre associazioni culturali cittadine per rilanciare con energia l’ennesimo appello sia alla Regione Siciliana, nel cui demanio il Parco della Favorita è stato trasferito dal 2010, sia all’amministrazione comunale di Palermo, che ne ha avuto concesso l’uso, a raccordarsi sul fronte decisionale per realizzare un ventaglio di interventi, alcuni dei quali già avviati: da opere di restauro a migliorie per la fruizione degli spazi verdi, passando per  l’incremento dei livelli di sicurezza tra sentieri e viali alberati.

“Va precisato che oggi la Favorita versa tutt’altro che in una situazione di totale abbandono – dice Adriana Chirco, presidente della sezione palermitana di Italia Nostra -. Il Comune di Palermo si è dotato di un accurato piano particolareggiato su cui programmare azioni di recupero e salvaguardia, gli operatori della Rap intervengono quando il Parco viene aperto alla popolazione e i Rangers d’Italia (5 in tutto), che gestiscono la Riserva Naturale Orientata di Monte Pellegrino fanno del loro meglio per salvaguardarne la biodiversità”.

Cartello d’ingresso a Bosco Niscemi

Negli anni si sono in effetti compiuti passi in avanti sul fronte della fruizione dell’area: “Un tempo tra i viali sterrati potevano circolare le auto con conseguenti impatti inquinanti, oggi questo non è più possibile e il Parco è molto frequentato dagli appassionati di corsa e ciclismo fuori strada”, spiega Giovanni Provinzano, direttore della Riserva di Monte Pellegrino di cui la Favorita occupa ampia parte della zona B e una porzione della zona A con il Bosco Niscemi (ve ne abbiamo parlato anche qui). Si tratta inoltre di un’area preziosa per la sua biodiversità. Insieme con tipiche piante mediterranee, sono presenti varie tipologie di orchidee e appena dietro la fontana d’Ercole si trova un monumentale ulivo, la cui età stimata è di 1.000 anni. “Sotto il profilo faunistico – aggiunge Provinzano – vi nidificano 30 specie di uccelli, a cui si aggiungono i tanti rapaci, come poiane gheppi e falchi pecchiaioli, che dalle falesie del Monte Pellegrino piombano nella boscaglia del Parco per cacciare”.

Cresce comunque il grado di fruibilità della Favorita. E grazie al recente spostamento del campo nomadi si attendono miglioramenti nei prossimi mesi. Tra le opere di recupero, è stata realizzata quella dei cancelli di ingresso da Villa Niscemi e sono in via di completamento i lavori su beni monumentali come le Scuderie Reali con i loro torrioni d’avvistamento, ubicati sotto la Valle del Porco di Monte Pellegrino. Inoltre, il Comune sta effettuando la manutenzione straordinaria degli agrumeti e il recupero delle strutture dell’antico impianto di irrigazione di modello arabo, adattati dagli architetti del re Ferdinando a questo particolare paesaggio agricolo. Ma, riprende Chirco, “urge sollecitare gli enti territoriali a fare molto di più, affinché la cittadinanza di Palermo possa riappropriarsi del tutto e definitivamente del suo grande polmone verde. Iniziative come le chiusure domenicali al traffico dei mezzi motorizzati stanno segnando una direzione giusta, ma occorre accelerare il recupero dei manufatti presenti nel Parco, alcuni dei quali necessitano di immediato restauro”.

La colonna della fontana di Ercole

Punto nodale è infatti l’ancora insufficiente sinergia tra Comune e Regione. Si tratta quindi di facilitare le procedure autorizzative da parte dell’assessorato regionale al Territorio e allestire campagne di sensibilizzazione e di informazione più mirate e efficaci.  “Fondamentale sarà l’organizzazione di escursioni, come quelle di sabato e domenica, guidate da esperti per far scoprire un nuovo modo di fruizione della tenuta e del suo patrimonio storico, artistico e botanico”, aggiunge la naturalista Ernesta Morabito, anche lei attivista di Italia Nostra.

Nel dettaglio, il percorso storico-artistico partirà dal piazzale della Palazzina Cinese, dopo la descrizione della suggestiva dimore del re delle due Sicilie progettata da Giuseppe Venanzio Marvuglia, e del Museo Pitrè e imboccando il sentiero che ha inizio nei pressi della piazza ellittica, si inoltrerà lungo il sentiero battuto che conduce alla pineta artificiale. Proseguendo si incontreranno la Colonna d’Acqua, parte dell’antico sistema di irrigazione del giardino, la Fontana d’Ercole con la vasca dotata di un gioco d’acqua formato da 176 getti e la splendida colonna dorica che si erge dal suo centro, culminante con la statua dell’eroe e, infine, l’antico abbeveratoio in muratura con decorazioni in stucco e il vicino obelisco, altro elegante manufatto che nasconde una torre piezometrica per la risalita dell’acqua. “L’itinerario naturalistico, condurrà alla medesima meta finale, partendo però dal Bosco di Niscemi, dove si osserveranno la variegata flora Mediterranea e la fauna sia terrestre che arboricola”, specifica Morabito.

Il Gorgo di Santa Rosalia su Monte Pellegrino

Attirare la popolazione verso la bellezza di questo spazio naturalistico di oltre 400 ettari – sottolineano a Italia Nostra – significherebbe finalmente debellare il triste fenomeno della prostituzione, oggi comunque più limitato, che ha segnato la Favorita da troppo tempo. “Italia Nostra ha scelto come punti d’interesse l’Abbeveratoio e l’Obelisco, a pochi metri dalla Fontana d’Ercole, entrambi parte dell’impianto originario di irrigazione del vasto giardino – conclude Chirco – . Le loro caratteristiche ornamentali sono esempi significativi del gusto neoclassico che caratterizza il progetto ottocentesco della tenuta borbonica. Vanno restaurati al più presto”.

Un fine settimana organizzato da Italia Nostra tra conferenze, dibattiti e passeggiate per conoscere meglio la storica area verde

di Antonio Schembri

Più vasto del Central Park a New York. Qualche ettaro in più della Foresta di Sherwood a Nottingham, legata alla leggenda di Robin Hood. E, per restare nel confronto con gli spazi verdi della terra d’Albione, grande più del doppio del londinese Hyde Park. Eppure quel prezioso polmone urbano che è il Parco della Favorita, la “Real Tenuta” voluta nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone, è un patrimonio ancora troppo poco conosciuto e vissuto da molti palermitani che se lo lasciano sfilare dai finestrini delle auto in marcia rapida verso la spiaggia e l’abitato di Mondello.

Un contenitore non solo di antichi valori botanici e faunistici ma anche ricco di fascino architettonico, che racconta oltre due secoli di storia attraverso il delizioso gioco di percorsi, tra boschetti e agrumeti, un tempo anche curati vigneti, romantiche passeggiate e viali che inquadravano punti prospettici fino a quattro chilometri di distanza, fin dove cioè l’occhio umano riesce a percorrere in profondità. Un’area che reclama d’essere valorizzata nella sua indiscutibile bellezza. Cominciando dai restauri urgenti di alcuni tra i manufatti sparpagliati nel suo interno e da più efficaci iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza a un uso rispettoso del Parco, incluso nei 1.050 ettari della Riserva di Monte Pellegrino.

Bosco Niscemi

Un appello lanciato tante volte nei decenni dalla società civile. E in questi giorni reiterato da Italia Nostra. Se ne discuterà questo fine settimana nel corso di un evento che la sezione di Palermo dell’associazione attiva da oltre 60 anni sul fronte della tutela del patrimonio storico artistico e naturale del Paese promuove nell’ambito della Settimana del Patrimonio culturale. Il titolo è “La Nostra Favorita” e si articolerà su tre appuntamenti: una conferenza-dibattito sulle prospettive, la tutela e la fruizione del Parco, in programma venerdì 10 maggio a Villa Niscemi, a partire dalle 16; e due diverse passeggiate guidate: una lungo un percorso storico-artistico, l’altra prettamente naturalistica, entrambe previste tra le 10 e le 13 di sabato 11 e di domenica 12, con partenza dal piazzale della Palazzina Cinese.

Un’azione, questa di Italia Nostra, che punta a coinvolgere tante altre associazioni culturali cittadine per rilanciare con energia l’ennesimo appello sia alla Regione Siciliana, nel cui demanio il Parco della Favorita è stato trasferito dal 2010, sia all’amministrazione comunale di Palermo, che ne ha avuto concesso l’uso, a raccordarsi sul fronte decisionale per realizzare un ventaglio di interventi, alcuni dei quali già avviati: da opere di restauro a migliorie per la fruizione degli spazi verdi, passando per  l’incremento dei livelli di sicurezza tra sentieri e viali alberati.

Cartello d’ingresso a Bosco Niscemi

“Va precisato che oggi la Favorita versa tutt’altro che in una situazione di totale abbandono – dice Adriana Chirco, presidente della sezione palermitana di Italia Nostra -. Il Comune di Palermo si è dotato di un accurato piano particolareggiato su cui programmare azioni di recupero e salvaguardia, gli operatori della Rap intervengono quando il Parco viene aperto alla popolazione e i Rangers d’Italia (5 in tutto), che gestiscono la Riserva Naturale Orientata di Monte Pellegrino fanno del loro meglio per salvaguardarne la biodiversità”.

Negli anni si sono in effetti compiuti passi in avanti sul fronte della fruizione dell’area: “Un tempo tra i viali sterrati potevano circolare le auto con conseguenti impatti inquinanti, oggi questo non è più possibile e il Parco è molto frequentato dagli appassionati di corsa e ciclismo fuori strada”, spiega Giovanni Provinzano, direttore della Riserva di Monte Pellegrino di cui la Favorita occupa ampia parte della zona B e una porzione della zona A con il Bosco Niscemi (ve ne abbiamo parlato anche qui). Si tratta inoltre di un’area preziosa per la sua biodiversità. Insieme con tipiche piante mediterranee, sono presenti varie tipologie di orchidee e appena dietro la fontana d’Ercole si trova un monumentale ulivo, la cui età stimata è di 1.000 anni. “Sotto il profilo faunistico – aggiunge Provinzano – vi nidificano 30 specie di uccelli, a cui si aggiungono i tanti rapaci, come poiane gheppi e falchi pecchiaioli, che dalle falesie del Monte Pellegrino piombano nella boscaglia del Parco per cacciare”.

La colonna della fontana di Ercole

Cresce comunque il grado di fruibilità della Favorita. E grazie al recente spostamento del campo nomadi si attendono miglioramenti nei prossimi mesi. Tra le opere di recupero, è stata realizzata quella dei cancelli di ingresso da Villa Niscemi e sono in via di completamento i lavori su beni monumentali come le Scuderie Reali con i loro torrioni d’avvistamento, ubicati sotto la Valle del Porco di Monte Pellegrino. Inoltre, il Comune sta effettuando la manutenzione straordinaria degli agrumeti e il recupero delle strutture dell’antico impianto di irrigazione di modello arabo, adattati dagli architetti del re Ferdinando a questo particolare paesaggio agricolo. Ma, riprende Chirco, “urge sollecitare gli enti territoriali a fare molto di più, affinché la cittadinanza di Palermo possa riappropriarsi del tutto e definitivamente del suo grande polmone verde. Iniziative come le chiusure domenicali al traffico dei mezzi motorizzati stanno segnando una direzione giusta, ma occorre accelerare il recupero dei manufatti presenti nel Parco, alcuni dei quali necessitano di immediato restauro”.

Punto nodale è infatti l’ancora insufficiente sinergia tra Comune e Regione. Si tratta quindi di facilitare le procedure autorizzative da parte dell’assessorato regionale al Territorio e allestire campagne di sensibilizzazione e di informazione più mirate e efficaci.  “Fondamentale sarà l’organizzazione di escursioni, come quelle di sabato e domenica, guidate da esperti per far scoprire un nuovo modo di fruizione della tenuta e del suo patrimonio storico, artistico e botanico”, aggiunge la naturalista Ernesta Morabito, anche lei attivista di Italia Nostra.

Il Gorgo di Santa Rosalia su Monte Pellegrino

Nel dettaglio, il percorso storico-artistico partirà dal piazzale della Palazzina Cinese, dopo la descrizione della suggestiva dimore del re delle due Sicilie progettata da Giuseppe Venanzio Marvuglia, e del Museo Pitrè e imboccando il sentiero che ha inizio nei pressi della piazza ellittica, si inoltrerà lungo il sentiero battuto che conduce alla pineta artificiale. Proseguendo si incontreranno la Colonna d’Acqua, parte dell’antico sistema di irrigazione del giardino, la Fontana d’Ercole con la vasca dotata di un gioco d’acqua formato da 176 getti e la splendida colonna dorica che si erge dal suo centro, culminante con la statua dell’eroe e, infine, l’antico abbeveratoio in muratura con decorazioni in stucco e il vicino obelisco, altro elegante manufatto che nasconde una torre piezometrica per la risalita dell’acqua. “L’itinerario naturalistico, condurrà alla medesima meta finale, partendo però dal Bosco di Niscemi, dove si osserveranno la variegata flora Mediterranea e la fauna sia terrestre che arboricola”, specifica Morabito.

Attirare la popolazione verso la bellezza di questo spazio naturalistico di oltre 400 ettari – sottolineano a Italia Nostra – significherebbe finalmente debellare il triste fenomeno della prostituzione, oggi comunque più limitato, che ha segnato la Favorita da troppo tempo. “Italia Nostra ha scelto come punti d’interesse l’Abbeveratoio e l’Obelisco, a pochi metri dalla Fontana d’Ercole, entrambi parte dell’impianto originario di irrigazione del vasto giardino – conclude Chirco – . Le loro caratteristiche ornamentali sono esempi significativi del gusto neoclassico che caratterizza il progetto ottocentesco della tenuta borbonica. Vanno restaurati al più presto”.

Che emozione le immersioni con Tusa

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il creatore del Festival dell’Immagine Sottomarina di Antibes che ha a lungo collaborato con l’oceanografo Jean Michel Cousteau, primo figlio del comandante Jacques Yves Cousteau, pioniere delle esplorazioni subacquee con lo staff della Calypso, la nave laboratorio con cui avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

Antonio Schembri, giornalista e sub, racconta il fascino di quell’esperienza. “Anche in immersione, il professore comunicava a gesti l’emozione legata al tempo delle navi romane nel Mediterraneo”

di Antonio Schembri

“È un enorme e misterioso museo, il Mare Nostrum”. Un concetto che per Sebastiano Tusa è stato un obiettivo programmatico già raggiunto con l’istituzione di ben 23 itinerari archeologici subacquei istituiti dalla sua Soprintendenza del Mare; ma da ampliare ancora.

Insisteva a affermarlo a ogni occasione utile, anche in occasione di qualche immersione che ho avuto la possibilità di condividere con lui. Uno di questi tuffi fu a Ustica nel 2003, quando nel corso della rassegna delle attività subacquee più antica del mondo, venne inaugurato il primo percorso archeologico lungo i fondali sotto il faro di Punta Gavazzi: una allegra e un po’ confusionaria cordata di subacquei composta da giornalisti come me, biologi marini, sommozzatori dei carabinieri e capitanata proprio da lui e da Daniel Mercier, il creatore del Festival dell’Immagine Sottomarina di Antibes che ha a lungo collaborato con l’oceanografo Jean Michel Cousteau, primo figlio del comandante Jacques Yves Cousteau, pioniere delle esplorazioni subacquee con lo staff della Calypso, la nave laboratorio con cui avviò l’epopea della documentaristica sul Mondo del Silenzio.

Tra colonne di bolle si sorvolarono gli oggetti posizionati sui gradoni rocciosi a una ventina di metri di profondità. Indimenticabile l’interesse suscitato dall’accostarsi a anfore e ceppi d’ancora con tanto di descrizioni su tabelle plastificate, scritte proprio da Sebastiano Tusa. Anche in immersione, il professore comunicava a gesti il fascino legato al tempo dei traffici delle navi onerarie romane nel Mediterraneo.

Ma ricordo soprattutto un’altra occasione, appena fresco di primo brevetto, avvenuta alla fine degli anni ’90 sulla Secca della Formica, al largo di Porticello. Con l’amico comune Alfonso Santoro, uno dei subacquei più noti in Sicilia, Tusa volle farsi portare giù a visionare il ceppo d’ancora rinvenuto dallo stesso Santoro qualche giorno prima a 50 metri di profondità sul versante nord-ovest del terzo scoglio della secca: proprio dove comincia a distendersi una rara colonia di corallo nero, oggi ampliatasi in maniera sorprendente. Non essendo allora abilitato a raggiungere quella profondità, fermandomi a pinneggiare a circa venti metri sotto la superficie, potei solo veder scomparire nel blu il gruppetto di subacquei con Tusa e Santoro. A fine immersione, una volta a bordo e liberati da bombole e zavorra, il resoconto: l’archeologo traboccava entusiasmo, non solo perché quello era stato per lui il tuffo più profondo mai effettuato, concluso con una lunga decompressione prima di riemergere, ma soprattutto perché quel ceppo d’ancora era senza alcun dubbio d’epoca romana. Ragion per cui – come disse emozionato – bisognava sbrigarsi a fare in modo di mettere sotto tutela il sito della Formica.

Un provvedimento che arrivò a neanche una settimana da quella immersione, emanato dalla Capitaneria di Porto di Porticello in ragione della rilevanza biologica e, appunto, archeologica di quella piccola area marina. Grazie a quell’ordinanza furono interdetti sia l’ancoraggio sia ogni attività di pesca fino a 150 metri dal punto affiorante della secca. Col risultato di consegnare agli appassionati della subacquea il sito più emozionante dell’intera costiera settentrionale della Sicilia, dove oggi branchi di grossi pesci pelagici scorrazzano in scenari di acqua in genere molto limpida. E dove è successo ancora di reperire altri oggetti di probabile valore storico.

Del resto – diceva l’archeologo – “su questa secca si sono schiantate molte navi antiche e visto che ci troviamo a un miglio dal Monte Catalfano e le rovine di Solunto, c’è da aspettarsi tante altre sorprese”. Dentro la sua muta Tusa l’ho rivisto altre volte sul tubolare del gommone di Fofò Santoro, mischiato a tanti altri diportisti della subacquea.

Il contemporaneo in mostra tra ego e denuncia

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.
Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale. “Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale.

“In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.

Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale.
“Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale. “In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

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