Quella pittrice giapponese innamorata di Palermo

Restaurate le opere di O’Tama Kiyohara, l’artista che creò un ponte tra oriente e occidente e a cui adesso è dedicata una mostra a Palazzo Reale

di Antonio Schembri

Nella gestione dei beni culturali siciliani, la parola d’ordine è “sinergie”. Sia quelle tecnico-operative, sia quelle legate alla comunicazione del patrimonio artistico, architettonico e ambientale dell’isola più grande e culturalmente più variegata del Mediterraneo. Alcune di queste sono in corso da mesi e sono ormai pronte a esporre i loro risultati in seno a importanti eventi prossimi venturi.

O’Tama Kiyohara a Palermo (1882-1883 circa)

Come la retrospettiva su O’Tama Kiyohara, l’artista giapponese vissuta a Palermo dal 1882 al 1933: una mostra che, dal 7 dicembre fino al 6 aprile 2020, arricchirà il percorso turistico del complesso monumentale di Palazzo Reale e il cui allestimento vive in questi giorni i suoi step conclusivi. Un’operazione concepita dalla storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro, già curatrice di una mostra dedicata alla pittrice di Tokyo e al giapponismo tenutasi due anni fa a Palazzo Sant’Elia e gestita dalla Fondazione Federico II, organo culturale dell’Assemblea Regionale Siciliana, con cui si punta a restituire a Palermo la storia di una grande pittrice, diventata palermitana a tutti gli effetti, che nel mezzo secolo di vita trascorso a fianco del marito, lo scultore Vincenzo Ragusa, portò una ventata di rinnovamento nell’arte siciliana, combinando il grafismo tipico della tradizione nipponica al naturalismo occidentale.

La locandina della mostra

A caratterizzare il “dietro le quinte” di questo atteso momento culturale, che narra la fantastica storia d’arte e di amore di O’Tama, conosciuta anche col nome di Eleonora Ragusa, c’è la convenzione tra il Centro regionale per il restauro e l’istituto “Vincenzo Ragusa e Otama Kiyoara”, il più antico liceo artistico di Palermo (fondato nel 1882 dallo scultore). Una collaborazione che – spiega la preside Giuseppina Attinasi“ha riguardato il ripristino di acquarelli, corredi, ceramiche, cartoni e tessuti creati dall’artista nipponica o a lei attribuiti, parte della cui collezione è custodita proprio nella scuola”. Gli studenti dell’istituto sono stati coinvolti nella preparazione dei pannelli biografici dell’artista mentre la delicata operazione di recupero dei campionari dei tessuti è stata svolta dal Centro per il restauro in tandem con gli allievi del tirocinio in Conservazione e restauro dei beni culturali della facoltà di Magistero dell’ateneo palermitano.

Ventagli

Questa attività finalizzata alla mostra di dicembre si inquadra nel protocollo d’intesa che il Centro regionale per il restauro ha recentemente stipulato con la Fondazione Federico II. “Abbiamo anzitutto svolto un’accurata documentazione, sia preliminare che successiva al recupero dei reperti di O’Tama, soprattutto per quanto riguarda le ceramiche – precisa Stefano Biondo, direttore del Centro per il restauro – . Per quanto riguarda i tessuti, una piccola parte arriva anche da Roma: in particolare dal museo etnografico Luigi Pigorini dove è esposta una ricca collezione di reperti giapponesi, tra cui diverse opere di O’Tama Kiyohara. Tra quelle che si potranno ammirare a Palazzo Reale, un favoloso kimono decorato”.

Vaso di vimini

Un’appassionante ponte culturale tra oriente e occidente che poggia sulla vicenda dell’artista originaria di Tokyo che a Palermo vive e crea fino alla morte del marito, per poi rientrare in patria con la lingua madre ormai claudicante, dove viene però accolta come una celebrità perché nel frattempo la stampa nipponica la aveva scoperta e fatta conoscere ai lettori. Proprio nella “terra del sole nascente” avviene il suo incontro fatale con Vincenzo Ragusa. Lo scultore palermitano, che tra l’altro partecipò alla spedizione dei Mille, arriva in Giappone nel 1876, fresco di diploma ad honorem all’Accademia di Brera.

A chiamarlo è il conte e diplomatico bresciano Alessandro Fé d’Ostiani, al quale l’Imperatore Mutsuhito aveva chiesto di selezionare un artista italiano per far conoscere l’arte europea in Giappone, fino a quel periodo paese rimasto culturalmente isolato da tre secoli. Ragusa nota la giovane O’Tama e, accorgendosi delle sue potenzialità, la aiuta avviandola alla pittura realistica. È l’inizio di una vicenda destinata a arricchire la cultura italiana a partire da Palermo.

(La foto grande in alto è di Chiara Ferrara, da Wikipedia)  

Corpi umani in mostra sospesi tra arte e scienza

Arriva a Palermo Body Worlds Vital, l’esposizione ideata dall’anatomista Gunther Von Hagen. Un allestimento di 150 cadaveri trattati con la plastinazione

di Antonio Schembri

Entrare nel corpo umano per osservarlo nei particolari della sua complessità, nelle sue fragilità, nelle sue enormi capacità di autoripararsi. Uno dei più grandi sogni dell’uomo da sempre, che cominciò a essere realizzato soprattutto a partire dal periodo tra la fine del 15esimo e l’inizio del 16esimo secolo, quando si afferma il cosiddetto Rinascimento anatomico, ovvero il cambio di rotta metodologico che rivoluzionò la medicina e anticipò, segnandone la strada, il Rinascimento artistico a partire dalle ricerche, le scoperte e le realizzazioni di un genio come Leonardo e le sperimentazioni di Andrea Vesalio, il primo medico a praticare la dissezione dei cadaveri con intento scientifico. Un desiderio rappresentato nel cinema. In particolare da uno spettacolare film di fantascienza di poco più di 50 anni fa, “Viaggio allucinante”, che racconta l’odissea di un sottomarino miniaturizzato, inoculato attraverso la carotide all’interno del corpo di un malato.

Angelina Whalley

Adesso l’emozione di penetrare e comprendere il corpo umano passa dall’armonica unione tra arte e scienza offerta dalla plastinazione, tecnica che permette di conservare i cadaveri mediante la sostituzione dei loro liquidi con polimeri di silicone, così da rendere ossa e muscoli, organi e tessuti nervosi rigidi, inodori e inalterati nei colori. Un connubio che è possibile ammirare a Body Worlds Vital, l’esposizione ideata nel 1995 dall’anatomista Gunther Von Hagen, approdata ieri a Palermo nei locali dell’Albergo delle Povere e in programma fino al 31 marzo.

Il funzionamento dei muscoli

La mostra, curata sin dal suo inizio e portata in giro per il mondo da Angelina Whalley, medico, designer concettuale nonché moglie dello scienziato tedesco, si presenta con un allestimento di 150 plastinazioni: un’alternanza di corpi a figura intera, singoli organi e sezioni corporee trasparenti. Una nuova concezione d’arte con un focus preciso: la salvaguardia della salute, il buon funzionamento del nostro organismo e la prevenzione dalle malattie. Organizzata da Nimphea, in collaborazione con la Regione Siciliana e Culturitaly, la mostra invita a visualizzare, in maniera chiara e diretta, le posizioni degli organi all’interno del corpo umano e le intricate configurazioni dei vasi sanguigni, mostrando dal vero la complessità della rete capillare che alimenta tutto il nostro corpo.

La Ballerina

“Attraverso un confronto diretto tra organi sani e affetti da patologie riconoscibili, diviene immediato comprendere che cosa accade quando il corpo si ammala e come invece sia possibile, attraverso uno stile di vita sano, poter prevenire pericolosi problemi di salute”, illustra Angelina Whalley. Quando la mostra partì a metà degli anni Novanta si trattò di una esposizione di anatomia ancora freddamente scientifica. “Oggi è accessibile e più comprensibile al pubblico, grazie alla maniera di spiegare l’anatomia anche attraverso posizioni plastiche, dinamiche che, dal momento che i corpi esposti sono reali, appartenuti a persone che hanno già vissuto la propria vita, annullano di fatto il significato tetro della morte. Il risultato è un riscontro internazionale sempre più entusiastico”, aggiunge Fabio Di Gioia, organizzatore di Body Worlds in Italia.

La Donna che fa Yoga

Tutti i corpi esposti in Body Worlds Vital – suggestivi quelli dell’ostacolista mentre valica la barriera in corsa, dei ballerini che si piegano stando sulle punte dei piedi, della donna mentre pratica lo yoga – sono stati resi disponibili grazie a un programma certificato di donazione: “Ad oggi oltre 19mila donatori in tutto il mondo, a partire dalla Germania, hanno lasciato post vitam i loro corpi all’Istituto per la plastinbazione di Von Hagens presso l’Università di Heidelberg”, spiega Angelina Whalley, che sottolinea il valore educativo di questa operazione: “Dalle ricerche successive alle ormai tante tappe nel modo di questa mostra è emerso che importanti percentuali di visitatori si siano convinte a rivedere del tutto il loro atteggiamento verso la propria salute, a cominciare dall’alimentazione, una migliore igiene di vita e l’incremento dell’attività sportiva”.

Il Giocatore di scacchi

Un appuntamento che mancava a una città come Palermo, storicamente legata alla ricerca medica attraverso la dissezione dei corpi dei morti, introdotta dal medico cinquecentesco Gian Filippo Ingrassia; e alla mummificazione dei cadaveri, come dimostra l’esposizione delle Catacombe dei Cappuccini, a poca distanza dall’Albergo delle Povere, che impressionarono nei secoli passati anche scrittori come Alexandre Dumas e Guy de Maupassant e che tutt’oggi sono censite tra i luoghi più raccapriccianti da visitare al mondo.

Alessandro Cecchi Paone

“In Body World però non c’è nulla di macabro, anzi si tratta di una autentica avventura conoscitiva, dal valore altamente educativo e scientificamente inattaccabile quindi adatta alle scuole, ai bambini, alle famiglie, da venire a visitare in compagnia perché fa discutere e ragionare soprattutto con i messaggi che diffonde sugli stili di vita”, sostiene Alessandro Cecchi Paone, presente all’inaugurazione. “È infatti possibile osservare nei più minuti dettagli cosa succede ai polmoni quando si fuma o agli organi dell’apparato digerente quando ci si alimenta scorrettamente”. Il tutto grazie alla dimensione dinamica di questi corpi e organi, che permette di vedere cosa ci succede davvero quando saltiamo, corriamo, solleviamo pesi e svolgiamo attività da seduti.

La mostra è visitabile fino al 31 marzo 2020, da mercoledì a lunedì, dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19). Giorno di chiusura: martedì ad eccezione di gruppi e scuole su prenotazione e per eventi privati.Serale: tutti i sabati fino alle 23 (ultimo ingresso alle 22). Gli orari possono essere soggetti a variazioni. Per altre informazioni visitare il sito www.bodyworlds.it.

Rinasce Sant’Erasmo, ecco il nuovo porticciolo

Il progetto realizzato in 9 mesi dall’Autorità di sistema portuale della Sicilia Occidentale, punta a recuperare funzioni e usi di un importante segmento della costa palermitana

di Antonio Schembri

Per recuperare e affermare la bellezza nel territorio, a cominciare dagli spazi urbani, occorrono sinergie: tra le istituzioni, chiamate a armonizzare le rispettive progettualità. E tra queste e i cittadini, chiamati a salvaguardare la bellezza. Messaggio e invito che sono arrivati ieri dalla presentazione del nuovo porticciolo di Sant’Erasmo, pittoresco affaccio a mare situato tra le mura orientali di Palermo e il fiume Oreto.

Il taglio del nastro (foto Antonio Schembri)

Un momento di festa per il capoluogo siciliano che in queste settimane, fino al 3 novembre, sta vivendo anche il clou de Le Vie dei Tesori, il festival dedicato alla valorizzazione del patrimonio culturale, monumentale e artistico. Un intervento di riqualificazione, quello sul Piano di Sant’Erasmo, come la toponomastica storica denomina quest’area fortemente identitaria della relazione tra Palermo e il suo mare, con cui l’Autorità di sistema portuale ufficializza il primo step di una serie di impegnativi lavori per restituire a Palermo visuali e fruizione del suo chilometrico waterfront che tra l’800 e il ‘900, concorse a caratterizzare con eleganti lidi e passeggiate l’apice del suo splendore.

Uno dei nuovi edifici (foto Antonio Schembri)

Il progetto voluto dall’Autorità di sistema portuale della Sicilia Occidentale, costato 2,8 milioni di euro e realizzato in 9 mesi, punta a recuperare funzioni e usi di questo importante segmento costiero. “Si è trattato di un intervento a basso impatto ambientale senza opere di dragaggio marittimo o di protezione idraulica dell’invaso, bensì limitato a una nuova pavimentazione, con il recupero di tratti di basolato originario per un totale di 6mila metri quadrati di spazio calpestabile e alla costruzione di tre edifici destinati all’esercizio di un ristorante, di una gelateria e di un welcome center, mentre circa 1.500 metri quadrati dell’area sono occupati dal verde”, illustra Pasqualino Monti, presidente della Port Authority.

Pasqualino Monti, Leoluca Orlando e Nello Musumeci (foto Antonio Schembri)

“Con questa operazione siamo andati oltre la competenza di una autorità portuale, che è quello di operare in un mercato chiuso, in cui promuovere il traffico marittimo, investendo per questo anche su nuove infrastrutture – aggiunge Monti – . Si tratta infatti di una essenziale operazione culturale che contribuisce a ricomporre una frattura tra porto e centro storico che per Palermo ha rappresentato per lunghi decenni l’idea di una città con le spalle voltate al mare”.

L’area riqualificata

Il Piano di Sant’Erasmo fu l’approdo più importante fuori le mura di Palermo. Un luogo produttivo, legato a una cultura marinara ormai del tutto dispersa. Fino ai primi anni del Novecento vi prosperava infatti la pesca del tonno. Poi l’abbandono e il degrado, sorte comune a tutto il sistema costiero della città durante il periodo tra la Seconda guerra mondiale e il primo decennio del nuovo millennio. Adesso quest’opera sottolinea il cambiamento di rotta di Palermo. “Abbiamo costruito un sistema di condivisione tra istituzioni differenti, a dimostrazione che solo attraverso questa logica di collaborazione è possibile trasformare le competenze in richiami alle responsabilità piuttosto che in alibi per le inefficienze”, sottolinea il sindaco Leoluca Orlando.

L’area riqualificata

Palermo è una citta che ha 8 porti, la cui competenza gestionale non è però del Comune, ma della Port Authority. Fino a poco tempo fa queste due istituzioni non hanno neanche sostanzialmente dialogato, con la conseguenza di lunghe cesure sugli obiettivi da perseguire. È così che una borgata marinara come Sant’Erasmo ha cessato di essere tale, perdendo pezzi della sua storia lungo la via del degrado. Sul solco delle sinergie istituzionali, oltre a una progettualità molto variegata che include, a Palermo, il recupero dei porti dell’Acquasanta e dell’Arenella e che si combina con i lavori del porto di Termini Imerese, l’autorità portuale lavorerà anche con la Fondazione Casa Lavoro e Preghiera dell’ex istituto di Padre Messina, situato tra il porticciolo di Sant’Erasmo e la Villa a mare.

Il lungomare riqualificato (foto Antonio Schembri)

Il progetto, finanziato dalla Fondazione con il Sud, è l’avvio del primo ostello sociale di comunità in Italia. Sarà l’avamposto sull’iter di recupero dei 7 chilometri della costa sud palermitana e coinvolgerà i quartieri della periferia palermitana al di là del fiume Oreto, ovvero Romagnolo, Settecannoli e Brancaccio, allo scopo di creare nuovi approdi contro la povertà educativa minorile e una nuova consapevolezza rispetto alle potenzialità del territorio, a partire dal mare.

La riqualificazione del piano di Sant’Erasmo, dunque, per una fortunata coincidenza, si inaugura proprio in contemporanea con il festival Le Vie dei Tesori. Vale quindi la pena di una passeggiata che includa anche i siti vicini del festival. Tra questi, proprio la casa museo di Padre Messina, sul lato occidentale del porticciolo, l’istituto dove il sacerdote palermitano creò una casa d’accoglienza per gli orfani della borgata che apriva Palermo al mare, prendendo in affitto la grande struttura appartenuta ai principi di Cutò. Da non mancare, sempre in zona, la visita a Palazzo Zingone-Trabia (sulla via Lincoln), quella allo Spasimo e, riavvicinandosi al mare, quella a Porta felice, al Loggiato San Bartolomeo e al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino.

I segreti del principe egizio del Museo Salinas

Esposta nella saletta che si affaccia sull’atrio minore, la statua di Bes è un “assaggio” delle mostre che saranno allestite al primo e secondo piano

di Antonio Schembri

Una figura misteriosa, scura, dal fascino onirico. Scolpita nel granito grigio venato di rosso, raffigura il volto imperturbabile di un alto dignitario egizio di nome Bes, giovane principe che sarebbe vissuto a Mendes, la capitale del Basso Egitto sul Delta del Nilo, al tempo del faraone Psammetico I, fondatore della 26esima dinastia tra il 672 al 525 avanti Cristo: ovvero il periodo corrispondente all’età arcaica, quello in cui in Sicilia prosperarono le colonie greche. È il piccolo busto che, solitario e altero, resterà esposto nella nuova Project Room del Museo Salinas, così come è stata ribattezzata la saletta attigua al chiostro minore dello spazio espositivo palermitano, quello che accoglie il visitatore con la ormai famosa “Fontana delle tartarughe”.

La statua del Principe di Mendes

Starà lì, come ad annunciare le novità prossime venture che caratterizzeranno la nuova fase gestionale del museo archeologico regionale, adesso affidata all’archeologa Caterina Greco, ex direttore del Centro per il Catalogo. “Stiamo lavorando al progetto di una mostra che metterà in relazione contesti molto antichi con l’arte contemporanea”, spega. L’idea, al momento comunicata senza altri particolari in quanto l’allestimento del museo Salinas è in fase di gara, ha in effetti da qualche anno in Italia un suo antesignano luogo sperimentale: quello del Man, il Museo Archeologico di Napoli. “Ma qui a Palermo – sottolinea Greco – assume una grande importanza, legata proprio alla specificità di questo museo che sin dalla sua nascita (voluta nel 1814 dal numismatico e archeologo Antonio Salinas, ndr) offre una lettura della storia, non solo quella d’Italia, ma dell’intero Mediterraneo, anche attraverso la narrazione di alcuni reperti antichissimi, non solo dell’antico Egitto ma anche della civilizzazione etrusca”.

Caterina Greco

Più in dettaglio, il busto di Bes è la parte superiore di una statua scolpita in posizione seduta, con un rotolo di papiro tra le mani: postura tipica dello scriba, figura tenuta in alta considerazione al tempo dei faraoni. Sul dorso reca un’iscrizione in geroglifici, che continua nella parte inferiore della scultura che si trova però al Museo Egizio del Cairo. A acquistare la preziosa porzione, a Roma alla fine del 1700, fu il monaco palermitano Salvatore Maria di Blasi per il museo dell’Abbazia di San Martino delle Scale, da dove poi confluì nelle collezioni del Salinas. “In quegli anni questo busto assunse subito un grande rilievo, al punto da trovarsi raffigurato in un quadro dell’architetto e pittore francese Jean Houel, tra i protagonisti del Gran Tour in Sicilia”, illustra Greco.

La Pietra di Palermo

Ma sul fronte dell’antichità più remota il museo Salinas conserva anche altri reperti. Come la cosiddetta Pietra Nera di Palermo, anche questa un frammento: è parte infatti di una larga lastra basaltica sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie egizie. Risale infatti a qualcosa come 5mila anni fa. E a questi oggetti se ne aggiungono di ancora più misteriosi, come quelli della collezione etrusca Bonci Casuccini, acquistata per il Museo di Palermo alla fine dell’800 dall’allora ministro della Cultura, Michele Amari: “Un compendio di reperti, tutti raccolti nel territorio toscano di Chiusi, una delle più antiche città etrusche, che non si trovano in nessun altro museo della Sicilia”, rimarca Greco.

Al momento, l’obiettivo è “fornire al pubblico, nello spazio della Project Room, un ‘assaggio’ delle mostre che presto verranno allestite al primo e al secondo piano del museo Salinas”. Top secret, nell’attuale fase, sia riguardo alle tematiche di questi progetti espositivi, che si avvalgono della collaborazione della critica d’arte e curatrice di mostre Helga Marsala; sia ai tempi di realizzazione, dipendenti dallo sblocco dei finanziamenti che la Regione dovrà erogare sulla base del capitolo di spesa relativo alla valorizzazione dei beni culturali.

Nuove scoperte a Himera, tra feste e terremoti

Ritrovate tracce di un santuario con tre altari dedicati alla preparazione dei cibi e segni di un sisma avvenuto in epoca tardo antica

di Antonio Schembri

Il patrimonio archeologico siciliano si arricchisce di altre piccole ma rilevanti novità. Stavolta arrivano dall’area dell’antica Himera, la colonia greca situata nell’area dell’odierna Campofelice di Roccella, a 6 chilometri da Termini Imerese e a 19 da Cefalù. Alle vestigia di questa pòlis – le cui origini risalgono alla metà del VII secolo avanti Cristo, definita da Eschilo come “la città dagli alti dirupi” per il suo particolare impianto urbanistico distribuito tra il piano costiero solcato dall’omonimo fiume (dove sorse la città bassa), il Piano Lungo e il Piano del Tamburino (dove si estendeva la città alta), nonché sui pendii intermedi – si aggiunge adesso il recente ritrovamento di un santuario con tre altari e i relativi oggetti votivi, soprattutto vasi di terracotta decorati.

Un momento della presentazione degli scavi

La particolarità di questo risultato, frutto dell’ultima di otto campagne di scavi che il Parco archeologico di Himera ha portato avanti con la collaborazione dell’Università di Berna, sta anzitutto nell’area in cui è stato ottenuto: proprio quella superiore della città, dove, sebbene non ci siano fonti storiche a confermarlo, un forte terremoto avrebbe sconvolto l’assetto urbanistico, spostando all’esterno parte delle mura.

Ricostruzione dell’antica Himera

“Questa operazione ha riguardato un’area che si estende per almeno 40 dei complessivi 100 ettari di Himera su un pianoro panoramico situato circa 100 metri sopra il livello del mare”, illustra Francesca Spatafora, dallo scorso giugno alla direzione della struttura che, con il recente riordino degli archeo-parchi siciliani, è stata accorpata con altre due importanti aree della Sicilia antica, come il sito punico di Solunto e quello del Monte Iato, insieme con altri siti più piccoli, quali i centri indigeni di Marineo e di Roccamena e il villaggio preistorico di Ustica. “Si tratta – aggiunge Spatafora – di un risultato che pone le ragioni di ulteriori scavi in aree limitrofe e approfondimenti su quelli conclusi di recente. Possiamo intanto dire che in questa zona di Himera ci fossero almeno due aree sacre”. Più nel dettaglio “oltre al vasellame, sono stati portati alla luce anche spazi con ogni probabilità dedicati alla preparazione dei cibi per le feste religiose”. D’ora in avanti– sottolinea – “occorrerà approfondire le ricerche per accertare se quest’area abbia avuto una cinta muraria sua propria oppure rientrasse in quella dell’abitato della città alta, modificata dal sisma”.

La presentazione della campagna di scavi a Himera

Attualmente Himera, patria del poeta Stesicoro e di atleti vincitori ai Giochi Olimpici, viaggia su numeri ben inferiori alle sue potenzialità sul fronte del turismo culturale. Situazione legata alla raggiungibilità dell’area archeologica soltanto con un mezzo proprio: stando ai dati del 2018 il flusso dei visitatori non ha superato le 5.400 presenze, riscontro in buona parte legato agli accessi delle scolaresche e, comunque, “cresciuto del 10 per cento rispetto all’anno precedente”, puntualizza Spatafora.

Reperti all’Antiquarium di Himera

Nel processo di riorganizzazione del Parco si fa strada adesso anche l’idea di attivare specifiche navette turistiche, collegate alle stazioni di Termini Imerese, a 6 chilometri dal sito e di Cefalù. Si tratterebbe – rimarca la direttrice – “di uno strategico diversivo all’interno del percorso arabo-normanno che unisce Palermo alla cittadina del duomo voluto da Ruggero II”. Il valore culturale di questo parco archeologico poggia anzitutto sulla struttura monumentale del Tempio della Vittoria, esempio di architettura dorica edificato per celebrare l’esito della battaglia di Himera contro i Cartaginesi (di cui restano il basamento e la parte inferiore del suo sistema di colonne). Ma a aumentare l’importanza ci sono anche due poli espositivi: il museo Pirri Marconi, a fianco del tempio, realizzato tre anni fa con fondi europei all’interno di un caseggiato rurale e l’Antiquarium, costruito nel 1984 su progetto di Franco Minissi, tra i più importanti esperti di adattamento di antichi edifici all’utilizzo museale. “Una struttura complessa, quindi, che – dice Spatafora – difficilmente si riscontra in altre aree archeologiche del sud Italia. E che speriamo di arricchire anche con un terzo piccolo museo, dedicato alla Battaglia di Himera”.

Valle dei Templi, il futuro tra nuovi scavi e restyling

Il neodirettore del Parco archeologico Roberto Sciarratta parla della riorganizzazione dell’ente, che ingloberà l’intero settore dei beni culturali agrigentini

di Antonio Schembri

Una tomba, ricoperta da coppi di terracotta, contenente lo scheletro in posizione fetale di un neonato di poche settimane di vita. È l’ultimo ritrovamento della campagna di scavi che sta interessando un gruppo di sepolture costituite da fosse antropoidi nell’area che fronteggia il lato orientale del Tempio della Concordia, monumento simbolo di quell’unicum archeologico e paesaggistico che è la Valle dei Templi di Agrigento. L’operazione si inquadra nel progetto “La Valle dopo gli antichi”, avviato con la nuova governance del Parco Archeologico che con i suoi quasi 1.400 ettari è uno tra i siti antichi più estesi, oltre che meglio conservati del mondo.

Lo scheletro del neonato

Sull’area in cui nel 580 avanti Cristo i coloni provenienti da Gela e da Rodi edificarono Akràgas, definita dal poeta Pindaro “la più bella città dei mortali”, questa pianificazione prevede l’indagine e la valorizzazione ai fini della fruizione delle evidenze archeologiche presenti lungo le mura meridionali della città greca: area in cui, durante l’epoca tardo antica, cioè quella di transizione verso il Medioevo,si impiantò una necropoli paleocristiana.

L’area dello scavo vicino al Tempio della Concordia

Le campagne di ricerca, affiancate da interventi finalizzati alla conservazione, alla tutela e all’incremento della fruizione del patrimonio archeologico, costituiscono linee guida già segnate dalla legge 20 del 2000 che istituì il Parco della Valle dei Templi.  D’ora in avanti però saranno inquadrate in un organigramma dell’ente regionale molto più ampio: “Oltre alla Valle dei Templi, – illustra a Le Vie dei Tesori News il neodirettore Roberto Sciarratta – le competenze gestionali del Parco ingloberanno l’intero settore dei beni culturali della provincia di Agrigento, lungo un ambito territoriale che da Montevago e Sambuca di Sicilia, include Sciacca, le Isole Pelagie e arrivare fino a Licata, includendo ben 38 siti museali, tra questi, la Casa natale di Luigi Pirandello e la Biblioteca Pirandelliana, nonché diverse aree archeologiche, alcune famose, come Eraclea Minoa e altre più piccole ma rilevanti, come quelle di Monte Saraceno, a Ravanusa e di Sant’Angelo Muxaro”.

Roberto Sciarratta

Nella riorganizzazione dell’ente, che con l’accorpamento delle strutture conta all’incirca 250 dipendenti, la questione centrale sarà adesso il dosaggio delle risorse finanziarie: quelle proprie del Parco, costituite dagli introiti degli ingressi dei visitatori e quelle che arriveranno attraverso nuovi finanziamenti regionali, ministeriali e comunitari.  “Stiamo intanto cercando di ampliare l’offerta turistico-culturale con iniziative di valorizzazione – continua Sciarratta – . Una di queste è ‘l’Alba nella Valle’, manifestazione che si ripete all’alba di ogni settimana nella zona centrale accanto al Tempio della Concordia. Inoltre stiamo migliorando alcuni percorsi di visita, per esempio in aree come la Tomba di Terone e la zona a valle delle Via Sacra dove si trova il Santuario di Esculapio, nel quale i lavori di illuminazione e di ampliamento dell’accessibilità sono in via di completamento”.

Maggiore attenzione, inoltre, alla fruibilità dei percorsi da parte delle persone con disabilità motorie. L’ente Parco ha infatti acquistato carrozzine elettrificate, messe a disposizione all’ingresso di Porta Quinta. “A tutto questo – dice Sciarratta – si aggiungono gli interventi di ordinaria manutenzione: dalla pulizia al decoro delle aree archeologiche e la continuazione di attività di ricerca scientifica già avviate”. Fronte, questo, in cui spiccano le vestigia adesso più importanti su cui lavorare: quelle del Teatro Greco della Valle dei Templi, di cui alcune tracce sono state fatte affiorare tre anni fa. Dal 2016 i saggi archeologici condotti dal Politecnico di Bari sull’agorà dell’Akràgas ellenistica, confermano l’esistenza di un teatro situato a sud-est dell’area del museo archeologico.

Una delle tombe scoperte

Si tratterebbe di una struttura risalente alla fine del III secolo avanti Cristo, ovvero il periodo alle soglie della conquista romana di Agrigento. A dimostrarlo il fatto che non è scavata nella roccia, come a Siracusa o Segesta, ma si caratterizza con una cavea sorretta da una serie di muri: ovvero il modello costruttivo dei teatri ellenistico-romani. Una scoperta di notevole importanza – sottolineano all’unità archeologica del Parco, perché rivela finalmente che Akràgas ha avuto a tutti gli effetti il suo teatro, monumentale e peraltro di dimensioni notevoli (pare che il diametro dell’edificio sia stato di circa 100 metri), con il quale la città si collocava in maniera profonda nel contesto culturale del Mediterraneo. Gli scavi in questa zona della Valle si sono interrotti lo scorso anno e dovrebbero essere riattivati nel 2020. Lo stesso vale per quelli nell’area collinare del santuario di Demetra. “Per tutti questi interventi, i finanziamenti sono pronti, 2 milioni di euro, attingibili dalle risorse del Patto per il Sud”.

Oggi il Parco archeologico della Valle dei Templi – informano dall’Ente – fa segnare numeri in aumento: circa 960mila i visitatori nel 2018, per un incasso di poco inferiore ai 6 milioni di euro. Dati che, a fronte dell’inadeguatezza delle infrastrutture di collegamento con Agrigento, continuano a crescere. “Rispetto a 19 anni fa, quando nacque il Parco archeologico, le presenze – puntualizza Sciaratta – sono quasi raddoppiate”.

Ancore e lingotti sommersi, nuove scoperte nei fondali

Proseguono i ritrovamenti al largo di San Leone, ad Agrigento, potrebbero essere i resti di un naufragio. Intervenuti i sub della Soprintendenza del Mare

di Antonio Schembri

Un mare di sorprese, quello siciliano. L’ultima regalata nei giorni scorsi dalle acque di Agrigento: quelle dell’area – al momento indicabile in maniera generica per ragioni di cautela – situata davanti al segmento costiero che include le spiagge di San Leone, quelle di Cannatello e la non distante foce del fiume Naro. Un lungo tratto marino molto caratterizzato da correnti e sospensione sabbiosa.

Una delle ancore litiche ritrovate

Si tratta del ritrovamento di cinque ancore litiche e di due lingotti di piombo risalenti all’epoca romana, con ogni probabilità al periodo compreso nei primi tre secoli dell’Età Imperiale (di una prima scoperta vi avevamo parlato qui). A compierlo è stato Francesco Urso, appassionato apneista agrigentino che esplora questo areale marino ormai da più di cinque anni, cioè da quando, anche durante battute di pesca subacquea al termine di mareggiate, ha cominciato a notare, sparsi sul fondo, diversi frammenti di oggetti apparentemente antichi che suggeriscono l’idea che sul litorale al cospetto dei Templi potesse funzionare un approdo o un piccolo porto commerciale a cavallo di epoche storiche diverse.

Il team della Soprintendenza del mare e di BCsicilia

“Prima di questi ultimi reperti – racconta Urso – nell’estate del 2017 avevo individuato, affioranti dalla sabbia, tre ancore in ferro e un cannone, tempestivamente segnalati alla Soprintendenza del Mare e rispettivamente attribuibili, secondo l’allora soprintendente Sebastiano Tusa, all’epoca bizantina e a quella tardo quattrocentesca”. Il riferimento storico del cannone, trovato per metà insabbiato – spiega Urso, che da allora è un segnalatore ufficiale dell’organismo regionale di ricerca e tutela del patrimonio archeologico subacqueo siciliano – sarebbe legato al fatto che presenta una sorta di supporto di legno, collegato alla culatta dell’arma, tipico di quel periodo.

I due lingotti di piombo

Tornando agli ultimi ritrovamenti, il sopralluogo effettuato lo scorso venerdì da uno staff composto da subacquei della Soprintendenza del Mare e di BCsicilia, l’associazione di volontari che si occupa della salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, ha consentito di chiarire alcuni punti salienti: “I lingotti di piombo presentano dei bolli indicanti la famiglia armatoriale romana che li commerciava – illustra l’archeologa Francesca Oliveri, responsabile di zona per la Soprintendenza del Mare – . Durante l’Impero, su oggetti di questo genere si sviluppava un intenso business. Il piombo era infatti la materia prima per costruire tubature idrauliche e fognarie, nonché per realizzare stoviglie, visto che all’epoca si ignorava la tossicità di questo metallo pesante. Il fatto che questi reperti riguardino una zona non distante dalla costa, peraltro incisa dallo sbocco in mare di un fiume, lascia supporre che sotto Agrigento funzionasse forse uno scalo marittimo romano, collegato alle rotte delle navi onerarie provenienti dalla penisola iberica, dove dall’Età Augustea in avanti funzionarono miniere per l’estrazione del piombo”.

La prima ancora litica trovata a San Leone

Altra ipotesi è che i reperti sparpagliati sul fondo siano legati al naufragio di una o più navi. “Siccome anni addietro abbiamo trovato lingotti di piombo simili anche nelle acque di Siracusa, uno dei più grossi porti commerciali del Mediterraneo, pensiamo che questi ultimi ritrovamenti potrebbero collegarsi anche all’affondamento di una o più navi trovatesi fuori rotta”, aggiunge Oliveri. Per quanto riguarda invece le ancore di pietra, rimaste sul fondo per via del peso, la loro datazione è aleatoria. Farebbero pensare a epoche antichissime, pre-greche, ma – specificano alla Soprintendenza del Mare – oggetti nautici di questo genere furono usati dai pescatori in un arco temporale lunghissimo, che parte da epoche preistoriche per fermarsi a non più di due secoli fa. Ciò induce a ipotizzare che l’origine di queste ancora litiche sia la stessa di quella a cui apparterrebbero gli altri reperti rinvenuti nella loro vicinanze.

La nuova vita di Segesta, il parco si proietta nel futuro

Spettacoli, scavi, restauri e tanti interventi di manutenzione per la rinascita dell’area archeologica, che punta a un milione di visitatori

di Antonio Schembri

Il futuro si disegna salvaguardando, valorizzando e promuovendo la fruizione dei reperti dell’antichità. È stato l’obiettivo di Sebastiano Tusa, l’archeologo delle culture mediterranee, che nel suo breve assessorato regionale ha aperto la strada dell’autonomia amministrativa e finanziaria ai parchi archeologici di Sicilia, istituendone ex novo altri 15. Tra questi l’area di Segesta, famosa per il suo tempio in stile dorico e il suo teatro, uno tra i più rilevanti del mondo ellenistico sotto il profilo dell’acustica e del panorama. A circa un anno dal varo di questo Parco, sono adesso maturi i tempi per avviare l’impegnativa fase dei progetti, sotto il controllo e la vigilanza della Regione. Con un obiettivo ambizioso: incrementare il numero dei visitatori, dai poco meno di 636 mila totalizzati negli ultimi due anni, a un milione.

Un momento della conferenza stampa

Tutto dipenderà da tempi ed efficacia d’attuazione del programma di interventi presentato oggi a Palazzo d’Orleans dal governatore Nello Musumeci che, all’indomani della prematura scomparsa di Tusa, ha assunto l’interim dell’assessorato ai Beni culturali. Un piano che, a cominciare dall’organizzazione della struttura del parco segestano, abbraccia non solo interventi di ordinaria manutenzione dei beni architettonici, ma anche attività di studio e di ricerca idonee a produrre ricadute, oltre che sul piano scientifico, anche, nei limiti del possibile, su quello economico per un territorio, quello della provincia di Trapani, alle prese con i contraccolpi della crisi del suo aeroporto.

Il tempio di Segesta

“Sarà prioritario portare avanti l’attività scientifica e divulgativa con il coinvolgimento di scuole, licei, conservatori e università, nonché incrementare le relazioni con i comuni limitrofi al territorio di Calatafimi e Segesta per un utilizzo condiviso e consapevole delle sue risorse”, sottolinea l’archeologa Rossella Giglio, direttore del Parco di Segesta. Ma c’è anche una lunga lista di interventi tecnici da attuare: da nuovi scavi a operazioni di recupero architettonico, passando per ulteriori migliorie alla pubblica fruizione del teatro.

Più in dettaglio – spiega Giglio – “recupereremo la Casa del Navarca, una tra i più rilevanti complessi architettonici di Segesta (citato anche da Cicerone) che dall’area della Porta di Valle guarda al Golfo di Castellammare, Ma si tratterà anche di intervenire sulla casa rupestre e sulle rovine di un castello medievale”. Solo alcuni tra i luoghi della splendida città fondata dagli antichi elimi a cui si aggiungono la grande Agorà, che con i suoi edifici occupava una superficie di oltre mezzo ettaro circondata da portici e un’ulteriore area di almeno 1.800 metri quadrati occupata dalla sala del consiglio e dal ginnasio.

Il castello

Nei progetti dell’ente parco, c’è anche l’approfondimento degli scavi sul sito di contrada Mango, sotto il monte Barbaro, dove sono affiorate le rovine di un santuario rettangolare circondato da un muro monumentale con i resti di due templi dorici del VI e V secolo avanti Cristo e altri edifici di minore rilevanza. E, aggiunge Giglio, “altri piccoli interventi per migliorare la fruibilità del teatro, la cui massima capienza si attesta oggi sui mille posti a sedere. In particolare cuscini per le sedute, gradinate di legno e ulteriori ampliamenti per facilitare l’accesso a ridosso dell’area dell’orchestra per i portatori di handicap”. Tutte operazioni pronte insomma a partire, visto che il bilancio è già approvato.

Mura medievali

Sul fronte degli spettacoli, anche quest’anno la rassegna delle Dionisiache, da metà luglio ai primi di settembre (il programma verrà reso noto a giorni) costituirà il principale contenitore culturale. Nel quale quest’anno protagoniste saranno anche le stelle. Grazie all’assenza di inquinamento luminoso e alla collaborazione dell’astronoma Violette Impellizzeri, nativa di Alcamo, oggi componente del gruppo internazionale di scienziati del più grande radiotelescopio del mondo, nel deserto di Atacama in Cile, il Parco proporrà infatti eventi dedicati all’osservazione di pianeti e costellazioni con alcuni telescopi posizionati nell’area del tempio.

“Per la Sicilia, la scommessa è puntare con decisione sul turismo culturale – dice il governatore Nello Musumeci – . Per vincerla, articolati piani di recupero, come questo per il Parco di Segesta, sono indispensabili e devono tradursi nella pulizia e nella salvaguardia dei siti, nell’incremento della loro fruibilità e nella loro promozione continua”.

Il valore economico generato dal turismo culturale e paesaggistico in Italia nel 2018 ammonta a 21 miliardi di euro, ossia il 66 per cento della spesa totale dei viaggiatori internazionali nel Belpaese. Stando alle più recenti rilevazioni, da soli, i beni culturali statali attirano 55milioni di visitatori e alimentano un giro d’affari di 229 milioni di euro. Numeri che fotografano un appeal forte, in continua crescita, non più sottovalutabile. “A quasi vent’anni dalla legge che ha istituito i parchi archeologici – conclude Musumeci – l’obiettivo è adesso quello di metterli tutti a disposizione di studiosi e visitatori nel giro di 3-4 mesi”.

Palermo ferita dalle bombe, tra degrado e rinascita

Al rinnovamento del centro storico, fanno da contraltare i ruderi dell’ultimo conflitto mondiale. Pezzi di una città ancora da risanare

di Antonio Schembri

Vicoli tornati sicuri e percorribili anche in orari notturni. Nuove aree pedonalizzate. Un’esplosione di locali gastronomici e punti d’aggregazione che pulsano non solo nelle ore notturne e nel fine settimana. E, finalmente, turisti, tanti, da mezzo mondo. Segnali del rinnovamento avviato a Palermo, a cui fanno da contraltare i numerosi che ancora si attendono da troppo tempo su altri fronti. Ma se si prova a ricordare come il centro storico del capoluogo siciliano, uno tra i più vasti e complessi d’Europa, si presentava fino a meno di 20 anni fa, è ormai facile riconoscere il cambio di direzione e i non pochi limiti già superati dalla città più sincretica d’Italia.

Bombardamenti su Palermo in una foto storica

Uno, ancora grosso, perdura però da 76 anni. Ovvero dal 9 maggio del 1943, data del bombardamento più terribile subito da Palermo. È lo scenario di una parte del centro storico dove aree rase al suolo si avvicendano con edifici sventrati. Un paesaggio urbano ancora legato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale che oggi conferma il fascino di una città capace di mescolare, con contraddizioni macroscopiche, rinnovamento e stasi, segnali d’Europa e atmosfere da Medio Oriente; e che offre anche una bellezza tragica, che giace insepolta e impietosamente esposta da così tanto tempo che molti cittadini vi si sono come assuefatti, senza farci quasi più caso. Una situazione su cui occorre accendere i riflettori: chiedendo al Comune nuovi interventi su ciò che attiene al patrimonio immobiliare pubblico e favorire, sul resto, le iniziative dei privati. È il messaggio rilanciato nei giorni scorsi al convegno “Palermo al Centro”, allestito dall’Ance, l’associazione confindustriale dei costruttori edili, nella sede di palazzo Forcella De Seta.

Un momento dell’incontro

Un’occasione che ha riunito vecchie e nuove leve palermitane del mondo della progettazione, a cui è seguita un’escursione – una sorta di “pellegrinaggio” aperto a tutti – tra le rovine, a rischio di crollo, con tanto di caschi di protezione. Tra i promotori, Marcello Panzarella, ordinario (oggi in pensione) di composizione architettonica e urbana all’Ateneo di Palermo: “Il patrimonio di bellezza della città conta purtroppo molti esempi di abbandono. Edifici che furono meravigliosi, come il Palazzo Papé Valdina, a 80 passi dal sagrato della Cattedrale, distrutto, mai più recuperato, nonché svariati spazi annientati dalle bombe a scoppio ritardato e case in perenne rovina, con famiglie che convivono col rischio di crolli, balconi senza lastra e finestre senza vetri”.Complessivamente, specifica il progettista, “del vasto centro storico di Palermo, più di 11 ettari sono ancora in rovina, una superficie pari al 4,5 per cento dell’intera area”. Una ferita aperta che “riguarda ampie aree storiche che includono Piazza Garraffello, Piazzetta Artale, la salita Castellana, brevi tratti di via Alloro e ancora la via del Celso, la via del Protonotaro di fronte alla Cattedrale e diversi vicoli dell’Albergheria, per diversi chilometri di lunghezza lineare”.

Ruderi in via Alloro (foto Marcello Panzarella)

Negli ultimi anni il progettista ha portato avanti anni un’analisi tecnica sull’area bombardata del centro storico: “Se consideriamo un’altezza media degli edifici distrutti o pericolanti pari a 10 metri, cioè un piano terra e due elevazioni (ma ce ne sono anche fino a 5 o 6 elevazioni), otterremmo una volumetria complessiva di almeno 1 milione e 100mila metri cubi”. Insieme alla prospettiva di un ulteriore incremento di appeal del centro storico, “tutto ciò si tradurrebbe in qualcosa come 1.900 nuove unità abitative, di superficie compresa tra i 50 e i 60 metri quadrati. E la possibilità di attivare nuova occupazione nel ramo delle ristrutturazioni, per almeno 1.800 architetti”, ipotizza Panzarella.

Questione problematica, però. Perché – come evidenziato durante l’evento Ance – investe l’argomento del Ppe, il piano particolareggiato per il centro storico di Palermo, commissionato 26 anni fa all’urbanista bolognese Pier Luigi Cervellati. Strumento considerato da molti architetti palermitani inadeguato alla complessità di un centro storico come quello della città chiamata “tutto porto” dagli antichi. A differenza del Piano programma progettato nel 1979 da Giuseppe Samonà, tra le figure più importanti dell’architettura italiana del Novecento, che, una volta redatto – erano gli anni in cui il “sacco di Palermo” aveva già prodotto il grosso della sua scellerata speculazione edilizia – venne del tutto ignorato, come rievocato nel corso del convegno. Il Piano di Cervellati – lamentano gli architetti – non avrebbe favorito un reale sviluppo del centro storico, nel quale si contano occasionali iniziative portate avanti da cordate di investitori e sviluppatori privati.

Giusto Catania

Posizione non condivisa dall’assessore comunale all’Urbanistica Giusto Catania: “Il Piano del centro storico andrebbe invece armonizzato con il nuovo Piano regolatore di Palermo, sul quale lavoriamo – ha detto l’assessore a Le Vie dei Tesori News – . Va sottolineato che proprio grazie a questo Ppe, che ha pur i suoi limiti come tutti gli strumenti pubblici concepiti in decenni precedenti, l’amministrazione di Palermo ha potuto tutelare il centro storico, evitando speculazioni edilizie. È vero che ci sono parecchi interventi da effettuare e l’Ance e gli architetti fanno bene a sollevarne la necessità. Ma adesso questa è una scommessa che si colloca soprattutto nella dimensione imprenditoriale privata. Il Comune è già intervenuto in ampia parte delle operazioni di risanamento attinenti al patrimonio immobiliare pubblico”.

Palazzo Bonagia

Se in molte porzioni del centro storico di Palermo si contano tristi esempi di degrado, legato soprattutto a una ancora poco diffusa coscienza civica, “è incontestabile – conclude Catania – che la città ha già un suo nuovo volto, su cui puntare ulteriormente: una più estesa pedonalità, tanti bellissimi palazzi risanati e nuovi musei, da quello di Palazzo Sant’Elia alla Gam, trasferitasi dagli angusti spazi del ridotto del Politeama nel complesso formato dall’ex convento francescano della chiesa barocca di Sant’Anna la Misericordiae dall’attiguo Palazzo Bonet”.

Luoghi, come diversi altri della Palermo storica, in cui oggi passeggiano frotte di turisti. Ma che potrebbero aumentare di numero. Sull’esempio di realtà che, pur in contesti molto differenti, hanno vissuto momenti anche peggiori. Dalla britannica Coventry, distrutta dalla Luftwaffe di Hitler e ricostruita secondo gli originari criteri a Hiroshima, oggi avveniristica città con un’ordinata viabilità e grattacieli in vetrocemento. Passando per Beirut, dove molti quartieri che la resero tra le più belle città del mondo, oggi vanno recuperando il loro splendore offeso dalla guerra.

La Palermo degli Ahrens, dagli anni d’oro alla diaspora

La storia della famiglia ebreo-tedesca, raccontat a nel libro “La luce è là” di Agata Bazzi, è stata ripercorsa in quella che un tempo era la loro dimora e da qualche anno è sede della Dia

di Antonio Schembri

Mezzo secolo, anno più anno meno. È la stagione compresa tra la fine dell’Ottocento e gli anni ‘30 del Novecento, quando la follia del nazifascismo toccò il culmine in Italia col varo delle leggi razziali, in cui Palermo, città di corti e di governi, visse la sua prolifica e mai più riaffacciatasi stagione industriale. Grandi famiglie, tutte arrivate da fuori, vi trovarono terreno fertile per svariate attività produttive, poi devastate o spinte verso il declino dalle bombe della Seconda Guerra mondiale.

Johanna Benjamin e Albert Ahrens

Dai Florio ai Ducrot, passando per la lunga cordata britannica capitanata dai Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse. Ma a trapiantarsi nella terra “chiave di tutto”, come la cantò Goethe fu anche una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens appunto, grande baglio situato a fianco della Villa Adriana nel quadrante nord di Palermo, fu una delle più belle e vivaci tra quelle che punteggiavano la piana dei Colli in quegli anni. Durante il regime fascista venne requisita dal governo e oggi, dopo un restauro che le ha riconsegnato l’antico fascino, è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia). Con le leggi razziali, la famiglia Ahrens la abbandonò, per sparpagliarsi in mezza Europa e non solo.

A ricostruire il mondo che ha pulsato dentro questa dimora e che ha incrociato una congiuntura politica, una situazione economica e un clima culturale particolarissimi per Palermo, è “La Luce è là”, libro scritto da Agata Bazzi, discendente della famiglia. Una saga in cui le vicende personali dei componenti di questa dinastia produttiva si mescolano con la storia. “È di fatto un libro sulla città, osservata in un periodo riguardo al quale, ancora oggi, non si scioglie il dubbio se quel suo creativo e transitorio sviluppo industriale sia stato determinato dall’arrivo di famiglie straniere con tanto di capitali da investire; oppure dal fatto che industriale Palermo in quegli anni lo fosse già, al punto da calamitare quelle famiglie da diverse zone d’Europa”, considera l’autrice, che di mestiere fa l’urbanista pubblico e che anni fa ricoprì la carica di assessore comunale.

Questione aperta e avvincente, nella quale Palermo emerge anche sotto aspetti meno conosciuti. A fine Ottocento, il capoluogo siciliano fu infatti centro di intrighi e complotti: “Chi poteva immaginare – dice Bazzi – che Mata Hari, la conturbante spia, fosse arrivata fin qui, così come i Rothschild, il Kaiser Guglielmo II e tante altre personalità della politica e della cultura internazionale. Tutti approdati a Palermo non certo per il sole e per il mare, ma per avviare complotti e stringere alleanze determinanti per la costruzione della storia d’Europa”.

Un momento della presentazione del libro

Il libro di Agata Bazzi, presentato ieri nel corso di una animata conferenza, narra la storia di una famiglia che origina da un pragmatico e promettente “Ja”: fu la risposta affermativa, fatta pervenire per telegramma dalla Germania dall’avvenente Johanna Benjamin a Albert Ahrens, giovane e intraprendente ebreo che le propose il matrimonio da Palermo, dove era arrivato per conto proprio come emigrante dalla regione di Amburgo, in cui sin da giovanissimo lavorava in una fabbrica di bottoni.

“Albert era un uomo di grande curiosità intellettuale e capacità manageriale diremmo oggi”, racconta il nipote Gabriele “Gabì” Morello, noto economista, oggi novantunenne, fondatore dell’Isida e una lunga trafila di consulenze per capi di governo di diversi stati, inclusa Cuba, dove Fidel Castro lo invitò a animare la cattedra di economia all’Università dell’Avana. A Palermo Ahrens arrivò spinto proprio dalle suggestioni letterarie di Goethe e impiantò una fiorente fabbrica di mobili, non solo in stile Biedermeier ma anche di oggetti innovativi. “Si deve a lui l’invenzione della sedia a sdraio”, tiene a precisare Morello. Ma, riprende Agata Bazzi, “fece sviluppare anche una produzione di tessuti e, come altre grandi famiglie siciliane, di vino, a cui aggiunse anche un’agenzia di cambio e una compagnia d’assicurazioni. Ma si dedicò anche all’attività diplomatica, come console dell’Uruguay”.

Villa Ahrens

Il libro trae il titolo dalla frase Lik dör, la Luce è là, iscritta sulla facciata della villa. A ispirare la scrittrice “è stato soprattutto il ritrovamento di un diario di famiglia, conservato dallo zio Gabì, pieno di racconti vergati in tedesco e yiddish”. La saga familiare che ne è venuta fuori fotografa una Palermo operosa e prospera, ormai cancellata dal tempo e in cui fondamentale fu il ruolo delle figure femminili della famiglia Ahrens: oltre all’intrepida Johanna, chiamata vezzeggiativamente Hänschen (Annuccia), saggia costruttrice di fortuna accanto al marito, le sei figlie e i due figli maschi morti giovani. Un piccolo mondo a trazione femminile, quindi, di donne di carattere e grande sensibilità nel cogliere le direzioni della società e nel governare, sull’esempio del padre, gli affari familiari, unite attorno a valori come coraggio, dignità, rigore e speranza.

Il mondo di questa famiglia ebrea fu sempre a stretto contatto con la popolazione di Palermo. Per volere di donna Johanna, molto attiva sul fronte della beneficienza, i cancelli della villa rimanevano aperti ogni giovedì per accogliere e sfamare la povera gente. Quando morì, a 105 anni, al suo funerale c’erano migliaia di persone, in larga parte del popolo. “Sebbene la diaspora ci abbia sparpagliati un po’ dappertutto, tra Parigi, Berlino, in Inghilterra a Newcastle, mentre in Italia soprattutto a Milano e a Savona, rimaniamo unitissimi”, dice Bazzi.

“C’è addirittura un componente della nostra famiglia che raggiunse la Cina per integrarvisi al punto da non tornare più in Europa e far perdere le tracce: vorremmo ritrovarlo”, conclude Morello. Ebrei erranti, ma anche intimamente palermitani. Oggi da dentro la Villa Ahrens, si inseguono prove per sgretolare la mafia. Ma tra i giardini e le mura degli ex appartamenti padronali e delle scuderie, la prova della cultura di questa famiglia e il suo contributo alla storia di Palermo non smette di aleggiare.

Le Vie dei Tesori News

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