Ballarò si proietta nel futuro aspettando il mercato coperto

Il progetto di risanamento si inquadra in un più ampio piano di riqualificazione dello storico quartiere di Palermo, tra alloggi sociali e nuova pavimentazione

di Antonio Schembri

Recupero della memoria storica e rilancio degli affari attraverso uno spazio coperto, sicuro, tecnologicamente aggiornato e ben integrato con l’ambiente e la monumentalità della vecchia Palermo. Sono le finalità che confluiscono nel progetto di rigenerazione di Ballarò, il più antico dei cinque mercati storici del capoluogo siciliano, oggi tra i luoghi di maggior richiamo per frotte di turisti a caccia di atmosfere pittoresche. A cominciare dal fascino di alcuni monumenti lungo i fianchi del suo percorso che solca longitudinalmente quasi tutto il quartiere dell’Albergheria, dal monastero di Santa Chiara al convento della Madonna del Carmine: edifici prestigiosi come i palazzi Conte Federico e Alliata di Villafranca, capolavori barocchi come le chiese di Casa Professa e del Carmine Maggiore, torri medievali e altri tesori, come l’oratorio del Carminello e la Camera delle Meraviglie.

Piazza del Carmine prima e dopo

Cuore aperto della città, Ballarò, con la sua “manna” d’arte e architettura mescolata dentro un degrado profondo, brodo di coltura dell’illegalità reso ancora più denso dalla persistente crisi economica che sta mettendo in ginocchio i “mercatari” dell’area. Ma dove pulsa sempre una forte vitalità, riempita dalle immancabili e teatrali “abbanniate” siculo-arabe dei commercianti palermitani nonché dai colori dell’ortofrutta della Conca d’Oro, dagli odori e afrori di carne e pesce e dai sapori di uno street food che colloca Palermo tra le prime dieci città del mondo specializzate in questa gastronomia a basso costo. Un micro mondo in cui si affaccendano anche tanti lavoratori stranieri, ormai diventato un brulicante coacervo etnico che accorpa Africa e Sud est Asiatico. Accoglienza e solidarietà da una parte; problemi e disagio dall’altra.

Il modello del mercato coperto

Il progetto del risanamento di questo mercato storico “informale”, proprio perché esercitato su spazi spesso esigui e caotici, si inquadra in un più ampio piano di rivitalizzazione dell’area di piazza del Carmine e di alcune più piccole zone limitari. Operazione su cui si appuntano molte speranze di riscatto per la popolazione del quartiere. Ma delicata, per i potenziali scossoni negativi che potrebbe innescare in un contesto sociale così critico. Un intervento comunque invocato dalla gran parte dei commercianti e abitanti del rione. Poco più di due anni fa questi si espressero attraverso l’assemblea pubblica “Sos Ballarò” promuovendo questa idea progettuale insieme con lo Iacp (l’Istituto autonomo case popolari) per intercettare le risorse disposte dal Fesr 2014 – 2020, il programma operativo regionale che dei 42 milioni di euro destinati ai 9 Iacp siciliani ne destina più di 8 a quello di Palermo allo scopo di recuperare e incrementare gli alloggi sociali. Da tale dote, oltre 6 milioni di euro sono stati specificamente assegnati a Ballarò, con l’obiettivo di realizzare 25 case popolari e, appunto, il mercato coperto. Struttura, questa, che assorbirà poco meno di un milione del contributo pubblico.

Lecardane con i “mercatari” di Ballarò

Nel popolare quartiere palermitano la copertura del mercato ha un precedente storico. Dal 1929 funzionò infatti un capannone in stile liberty per proteggere lo spazio vendite da sole e intemperie, realizzata in lamierino e supportato da colonne di ghisa, sul modello architettonico di tanti mercati coperti dell’epoca in diverse città europee, dal clima però meno caldo di Palermo. Fu proprio l’”effetto serra” causato dalle alte temperature estive sugli alimenti esposti e il progressivo deterioramento della struttura a indurre gli amministratori a smantellarla definitivamente nei primi anni ’70. Da allora l’idea di dotare l’area di un nuovo mercato coperto non ha però cessato di aleggiare. Fino a quando, nel 2017, i progettisti dello Iacp hanno voluto recuperare quello stesso progetto di copertura, intendendo però ingrandirne le dimensioni. Il diniego opposto all’iniziativa dalla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali ha spinto l’Istituto a cercare anche all’esterno competenze architettoniche qualificate per concepire un piano meglio combinato con la monumentalità di questo spicchio del centro storico palermitano. E a trovarle all’interno del Darch, il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, nel quale il gruppo Lab City, diretto da Renzo Lecardane, ha concluso nel 2019 un’attenta azione di ricerca sull’area, che ha generato il progetto attuale del mercato coperto.

Dettaglio in 3D della struttura della copertura

“La convenzione stipulata due anni fa con lo Iacp ci ha consentito di sviluppare un articolato progetto-azione, in cui l’allocazione di una copertura per il mercato non costituisce l’obiettivo centrale, che invece resta quello del ridisegno della pavimentazione della Piazza del Carmine, situata al centro di Ballarò – spiega Lecardane – . La struttura del mercato coperto verrà infatti allocata su uno dei lati della piazza, liberando così la facciata della Chiesa del Carmine, sulla quale oggi si addossano le bancarelle; ma costituisce un importante fattore di innovazione perché sarà costruita per intero con materiali a basso impatto, ossia strutture portanti in ferro bullonato e tessuti colorati in pvc, facilmente smontabili e riutilizzabili”.

Rendering del progetto

Un iter tutt’altro che scorrevole quello che ha caratterizzato le fasi della progettazione e sta ancora segnando i passaggi amministrativi. Anzitutto perché le strutture di copertura saranno due: “A quella concepita dal Darch, che si estenderà per 650 metri quadrati (alla quale ha collaborato anche uno staff di docenti e ricercatori della facoltà di Ingegneria per le verifiche strutturali), si aggiunge un capannone più piccolo, di circa 200 metri quadrati, interamente progettato dallo Iacp e da costruire sul lato opposto della piazza”, riprende Lecardane.

Modello del quartiere Albergheria

Lo stesso Istituto case popolari è altresì autore dei progetti delle cosiddette “gabbie”, ossia gli spazi all’interno della struttura più grande, che saranno da assegnare con apposita gara ai “mercatari”. C’è poi da considerare che, mentre la gara d’appalto per la realizzazione dello spazio più piccolo, non destinato ai banchi vendita, è già stata espletata, quella per costruire la copertura più ampia del mercato, il cui progetto ha comunque già ottenuto i pareri positivi di Soprintendenza, Genio Civile e Consiglio Comunale, non si è ancora tenuta, pur essendo stata indetta e poi rinviata tre volte dallo scorso novembre.

Il mercato

Al quadro burocratico si associa poi quello sociale. In particolare la situazione potenzialmente più problematica che potrebbe verificarsi durante i futuri lavori di complessiva rivitalizzazione di Ballarò. I quali – sostiene Lecardane – “quando partiranno e se non incontreranno intoppi potrebbero concludersi anche in meno di un anno”. Il riferimento è all’indicazione che dovrà dare il Comune di Palermo, ente committente dell’opera, di uno o più spazi alternativi e temporanei in cui invitare i commercianti a spostare banchi e tende durante i lavori dell’ancora ipotetico cantiere. Se questi andranno troppo per le lunghe il rischio di non vederli più tornare sul luogo originario diventa molto concreto. La vicenda della Vuccirìa fa purtroppo da sfondo.

Sistema strutturale del mercato coperto

Nell’attesa delle decisioni, la portata innovativa del piano elaborato dal LabCity del Dipartimento di Architettura palermitano non manca intanto di suscitare curiosità e apprezzamenti, anche internazionali. La scorsa primavera è stato presentato ufficialmente a Selinunte in occasione di un importante meeting di architetti, pianificatori e paesaggisti. A novembre invece ha raccolto consensi alla mostra di progetti innovativi tenutasi al Bugaik International Design Exhibition di Busan, in Sud Corea. “Presto – aggiunge Lecardane – lo riproporremo in una grande esposizione internazionale a Palermo con la partecipazione di due scuole di architettura europee. Oggi – conclude il docente – sono molte le città europee che hanno riconosciuto i mercati urbani come parte integrante delle economie locali, con grandi benefici anche a livello culturale e sociale. A Palermo, i mercati storici reclamano una trasformazione in questo senso, contro il permanente declino cui paiono destinati”. Oltre a essere, attraverso la regolare occupazione di spazi pubblici dietro il pagamento del relativo tributo, un efficace incentivo all’esercizio del commercio nell’alveo della legalità.

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Nuovi reperti normanni in mostra a Palazzo Reale

Prorogata l’esposizione “Castrum Superius” che si arricchisce di altri pezzi pregiati in collaborazione con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli

di Antonio Schembri

Arte e archeologia illustrati con percorsi “sensoriali” che permettono di attraversare secoli di storia grazie alle tecnologie digitali. Coinvolge e trasporta sempre di più questa nuova frontiera della comunicazione culturale. Lo confermano i numeri in crescita di mostre nella Penisola. Soprattutto in Sicilia lo sta dimostrando “Castrum Superius”, l’esposizione in corso da metà maggio 2019 nel Palazzo Reale di Palermo: in meno di 8 mesi, nelle sale Duca di Montalto all’interno della più antica residenza reale d’Europa, sede anche del primo parlamento del Continente, si sono soffermati quasi 406mila visitatori. Tra questi un numero in crescita di turisti stranieri, in larga parte concordi sull’apprezzamento della qualità degli allestimenti e la precisione delle descrizioni di questa mostra, indicata peraltro come evento imperdibile durante un fine settimana a Palermo anche dalle pagine dedicate ai viaggi di alcuni autorevoli magazine internazionali, come ha fatto recentemente il britannico The Telegraph.

La mostra Castrum Superius

Un’attenzione che ha indotto gli organizzatori di questo appassionante viaggio nel Regnum Siciliae – risultato di un progetto inter-istituzionale della Fondazione Federico II in collaborazione con l’Assemblea regionale siciliana, il Dipartimento regionale dei Beni culturali, la Soprintendenza per i Beni culturali e il Centro regionale per la Progettazione e il Restauro – a prorogare la sua durata fino al 23 febbraio. Con l’aggiunta di alcune rilevanti novità.

Capitello con aquile

Da lunedì 13 gennaio, la visita nel Castrum Superius sarà infatti arricchita da cinque nuovi reperti normanni. Si tratta anzitutto della preziosa statuetta effigiante Costanza d’Altavilla, di una testa leonina in porfido, simbolo del potere dei regnanti e di un capitello attorno al quale sono scolpite figure di aquile. A questi oggetti vanno ad aggiungersi anche un cammeo con testa maschile e un intaglio che rappresenta una maschera.

Busto di Costanza d’Altavilla

L’operazione è il risultato della nuova collaborazione tra l’ente culturale e informativo dell’Ars con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli. Si intensificano quindi le suggestioni di un viaggio tra gli svariati capolavori esposti nei locali alla base del grande edificio fondato su precedenti strutture islamiche, romane e fenicio-puniche. Oggetti che simboleggiano le culture bizantina, islamica, normanna, lombarda e latina che, convivendo durante quel regno illuminato, contribuirono al fasto dei sovrani normanni. Si viaggia tra frammenti di sarcofagi in porfido, stele marmoree, plutei, frammenti architettonici in opus sectile, mosaici nonché cofanetti in avorio, pergamene e documenti, frammenti lignei, opifici, reliquiari e monete.

Lapide sepolcrale
Lapide sepolcrale

Ci sono l’emblematica lapide sepolcrale con quattro iscrizioni in greco, latino, ebraico e arabo commissionata dal prete Grisanto per la madre defunta e la lastra che reca un’iscrizione araba in versi in carattere naskhi. Si viene poi irresistibilmente calamitati verso il piano superiore del bastione, dove la Cappella Palatina, una delle chiese più belle del mondo, offre, tra tanti altri capolavori, il mosaico del Cristo Pantocratore e il soffitto ligneo a muqarnas della sua navata centrale: tutti prodotti del lavoro di operai, artigiani e artisti legati alle tradizioni latina e bizantina, ma arrivati soprattutto dal mondo islamico del Medio Oriente per glorificare Ruggero II.

Uno dei reperti in mostra

Un successo, quello di “Castrum Superius”, legato anche al funzionamento di una curatela collegiale di respiro internazionale, composta da diversi tra medievalisti, critici d’arte e architetti (tra questi Henri Bresc, Vladimir Žorić, Maria Concetta Di Natale, Giuseppe Barbera, Maria Maddalena De Luca, Antonino Giuffrida e Stefano Vassallo). Palazzo dei Normanni si conferma quindi come simbolo del dialogo e della cooperazione tra popoli. Come fu a partire da nove secoli fa.

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Caravaggio e suoi fantasmi: viaggio tra pittura e teatro

Un racconto “digitale” sull’opera di Michelangelo Merisi con videoinstallazioni immersive, visite animate in costume e sonorità barocche

di Antonio Schembri

È l’uomo che crea l’arte. Ma è anche l’uomo a distruggerla. Se l’anima viva delle opere d’arte potesse manifestare il proprio sdegno per l’incuria e la stoltezza dell’essere umano e ribellarsi fuggendo via, probabilmente lo avrebbe già fatto da molto tempo, al punto da lasciare il mondo degli uomini totalmente arido. Troppi gli oltraggi subiti, causati da ignoranza, guerre, bassi ricatti. Come nel caso della Natività, l’olio su tela trafugato dalla mafia dall’Oratorio di San Lorenzo nell’ottobre del 1969. Un quadro mai ritrovato finora, mai restituito. Utilizzato, stando alle testimonianze di alcuni pentiti, come oggetto di scambio nella trattativa Stato-mafia. Cinquant’anni di oblio per quella che costituisce una delle opere più belle di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio.

Un momento di Caravaggio Experience

L’odioso furto della Natività, oggi tra le 10 opere d’arte più ricercate da tutte le polizie del mondo, è uno dei tasselli narrativi di Caravaggio Experience, la mostra “immersiva” appena inaugurata e in programma sino a fine aprile a Palazzo Sant’Elia, la settecentesca dimora aristocratica convertita da qualche anno in spazio espositivo di riferimento a Palermo. Un avvolgente racconto “digitale” – ma accompagnato anche da recitazioni di attori in carne e ossa e da musiche pre-barocche – della vita controversa e avventurosa dell’artista d’origine milanese che, dopo aver manifestato il suo talento tra le botteghe d’arte di Milano, Venezia e Firenze, giunge a Roma neanche ventenne alla fine del Cinquecento e comincia a ottenere le prime grandi commissioni che lo consacrano come un pittore unico.

Gli attori della Casa del Musical

È un ciclo continuo di quarantacinque minuti questo viaggio suggestivo che coinvolge il visitatore attraverso videoproiezioni di apparecchi digitali (messi a disposizione dalla Canon), suoni e antichi motivi musicali e racconti. Arte immersiva, appunto, perché mette effettivamente a bagno lo spettatore in una esperienza emozionale. In linea, del resto, con l’intento dello stesso Caravaggio di abbattere la barriera tra spazio dipinto e spazio reale. In questo happening ad alta tecnologia Caravaggio però non c’è: aleggia soltanto, come un’ombra, un fantasma. A comunicare sono anzitutto le immagini di 57 delle sue oltre 80 opere conosciute. Alle quali si aggiungono le testimonianze recitate dagli attori della Casa del Musical, innovativa compagnia teatrale diretta da Marco Savatteri, che danno vita a quanti nella loro vita ebbero a che fare, spesso scontrandovisi, con Merisi-Caravaggio: detrattori per la maggior parte, invidiosi della sua immensa capacità di far incontrare, senza dissonanze, luce e buio.

Video-proiezioni di Caravaggio Experience

Le proiezioni in alta risoluzione narrano le tappe di una vita in continua fuga. “Caravaggio che si crea e si autodistrugge e perciò non riesce a farsi amare anche da chi, in mezzo ai tanti che lo conobbero e non sopportarono il suo carattere instabile, sregolato, facinoroso, colsero il suo genio, gli vollero bene e tentarono di trattenerlo. Senza riuscirci”, illustra Savatteri.

In parallelo, c’è poi il “problema” dell’arte oggi. C’è il quadro della Natività sparito, la cui tela, a quanto si ipotizza, giace arrotolata e sgualcita in chissà quale deposito impolverato. Ecco allora che, a un certo punto dello spettacolo, tante opere d’arte prendono parola. Sono venute a sapere di quel furto e sono terrorizzate perché la stessa sorte potrebbe capitare anche a loro. C’è la Venere di Milo a cui, mentre dialoga con la Gioconda, cadono le braccia. Ci sono i Bronzi di Riace, la piccola Danzatrice di Edgar Degas, i surrealisti Orologi sciolti di Salvador Dalì e diversi altri capolavori senza tempo, che a un certo punto accerchiano il pubblico. E, con indignazione, lo interrogano su cosa il genere umano intenda fare: avvisandolo che, così continuando, finirà per non vederli mai più. Perché se non otterranno il rispetto che meritano, scapperanno dai musei. Un monito, e un Sos, lanciato a gran voce per tutta l’infilata di 6 stanze su cui si snoda la mostra-performance di Palazzo Sant’Elia.

Un momento della performance

“Gli ospiti verranno accolti come dentro a un gioco: insieme con i figuranti abbigliati con i vestiti seicenteschi potranno diventare loro stessi dei figuranti e scattare fotografie – spiega Antonio Ticali, soprintendente di Palazzo Sant’Elia – . Una maniera più ampia quindi di raccontare l’arte del Caravaggio, inserendola in un contesto storico molto più ampio”.

Un momento di Caravaggio Experience

In questo rutilante mix di situazioni, resta centrale il racconto della vita di Michelangelo Merisi. Nel suo soggiorno a Roma il pittore viene a contatto con le più importanti botteghe d’arte e, entrato nella protezione del cardinale Francesco Maria del Monte, ottiene la commissione pubblica delle tele della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, per il Giubileo del 1600. Caravaggio, ormai è conosciuto così, diventa famoso. Cominciano le invidie e i contrasti con gli artisti concorrenti, alimentati anche dal suo comportamento brusco e perentorio. Nel 1603 gli viene intentato un processo per diffamazione, ma la sua carriera procede a gonfie vele fino a quando i problemi non si acuiscono.

Davide con la testa di Golia

Il dipinto dedicato alla Morte della Vergine, una delle sue opere principali, viene rifiutato per indecenza; e, poco dopo, l’artista viene coinvolto in una rissa col suo vecchio nemico Ranuccio Tomassoni, che perde la vita durante lo scontro. Colpito dalla condanna a morte emessa dal tribunale ecclesiastico, Caravaggio fugge da Roma. Protetto dalla famiglia Colonna, riesce a arrivare a Napoli dove esegue le sette Opere di Misericordia, altro suo capolavoro. Qui, malgrado la condanna papale, apprende la notizia che l’Ordine dei Cavalieri di Malta è disposto ad accoglierlo. Caravaggio realizza così una sua vecchia aspirazione ma sull’isola, dove esegue la Decollazione del Battista (esposta nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta) scoppiano nuove rogne: trame mai chiarite e un ennesimo scontro, stavolta con un cavaliere, che fa scattare subito la prigione per l’artista dal carattere impossibile.

Gli attori della Casa del Musical

Riesce a evadere e, sulla via del ritorno a Napoli, soggiorna in Sicilia dove insieme con altri incarichi esegue a Siracusa il Seppellimento di Santa Lucia, dipinto custodito nella chiesa di Ortigia intitolata alla stessa Santa. A Napoli Caravaggio subisce una nuova aggressione. Nuova fuga, quindi, mentre viene raggiunto dalla notizia del perdono papale. Gli è quindi possibile rientrare a Roma. Ma la sua vicenda si oscura quando nell’estate del 1610 si imbarca su una feluca per Porto Ercole, presidio pontificio dove però viene misteriosamente arrestato. Non si sa se pagò una cauzione o riuscì a evadere. Fatto sta che stavolta, sempre inseguito dalla legge e dalle sue ossessioni, la sua fuga finisce: la morte, forse causata da un attacco di febbre malarica, lo agguanta su una spiaggia dell’Argentario.

Uno degli attori

Narrazione per immagini nella quale la parola passa poi agli attori: “Il loro ruolo è provocare, tenere in ostaggio il pubblico, lo fanno correre, arrivando a stancarlo anche – riprende Savatteri – . Del resto stare dietro a un uomo come Caravaggio non fu cosa semplice quattro secoli fa, come gli rinfacciarono sempre sia Costanza Colonna, la marchesa che molto lo amò, sia lo stesso cardinale Del Monte, sostenitore delle arti che, incantato dalla sua pittura, gli offrì ospitalità a Roma per tre anni. E continua a essere complicato oggi. In questa mostra virtuale la vita del pittore è raccontata soprattutto nella sua capacità di trasformare ciò che tocca, come una specie di Re Mida. In questo caso nel suo potere di contagiare con la sua arte tutte le persone con cui entrò in contatto, nonché di influenzare e ‘mobilitare’ anche tantissime altre opere di epoche precedenti e successive, in un messaggio corale agli uomini”. Il richiamo, appunto, al sacro rispetto della bellezza attraverso l’arte immortale di Caravaggio.

La mostra è visitabile a Palazzo Sant’Elia fino al 30 aprile, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 (ultimo ingresso alle 17); sabato e domenica dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19). La performance andrà in scena il 27, 29 e 30 dicembre, con repliche alle 17-18-19-20. Il 31 dicembre alle 12-13-14.

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I dinosauri invadono le sale del Museo Gemmellaro

Inaugurato un allestimento stabile dedicato ai grandi animali preistorici. In mostra calchi in resina che replicano fedelmente l’ossatura di alcuni esemplari

di Antonio Schembri

Un tuffo nel Giurassico. Un breve ma emozionante viaggio nella preistoria davanti agli scheletri di alcuni tra i più terrificanti dinosauri che scorrazzavano o volavano nel periodo compreso tra i 200 e i 70 milioni di anni fa, ovvero nel cuore dell’Era Mesozoica. È l’esperienza che d’ora in avanti è possibile vivere al Museo Gemmellaro, il prestigioso spazio espositivo dedicato alla geologia e alla paleontologia, oggi incluso nel Sistema museale dell’Università di Palermo. Non scheletri originali, va specificato. Bensì calchi in resina, attraversati da un’anima metallica che collega e tiene fermi i blocchi. Un percorso tematico alla scoperta di significati anche attuali sulla vita del nostro pianeta attraverso l’osservazione dei grandi rettili predatori. Che, va sottolineato anche questo, in Sicilia non vissero mai.

Lo scheletro di Carnotauro

“Nel Mesozoico, la nostra regione era sommersa dal mare, come testimoniano i tanti fossili marini qui esposti – spiega Carolina Di Patti, conservatrice dello spazio espositivo – . In linea con la funzione di divulgazione che caratterizza da sempre il museo Gemmellaro abbiamo acquisito da un museo privato olandese le strutture che replicano l’ossatura di alcuni tra i più famosi esemplari di questo gruppo di animali preistorici”.

Anhanguera

Il percorso, articolato dentro spazi non proprio ampi, rende comunque l’idea delle dimensioni reali di questi animali estintisi 65milioni di anni fa. Non sono grandi quelle dello scheletro del Thecodontosaurus, quadrupede vissuto circa 200 milioni di anni addietro e scoperto in una grotta nell’odierno territorio della Gran Bretagna: prima specie di dinosauro onnivoro come, secondo gli scienziati, dimostra la sua dentatura che proverebbe il passaggio dalla fase carnivora a quella erbivora. Sono invece immense le proporzioni del Carnotauro, rettile vissuto in Sud America (l’unico scheletro è stato trovato in Argentina) 70 milioni di anni fa. Chi ha visto al cinema Jurassic World può riconoscere nelle scene con questo enorme predatore, la cui parabola dura 5 milioni di anni, chiamato così anche per le temibili corna sulla testa, spaventoso al pari del T-Rex. Alzando lo sguardo, mentre nelle sale si diffondono suoni di ruggiti e stridii selvaggi, ecco l’Anhanguera, rettile volante (pterosauro) vissuto nel Cretaceo inferiore (circa 110 milioni di anni fa) in Sudamerica e, forse, in Europa. L’esemplare qui riprodotto è stato rinvenuto in Brasile.

Thecodontosaurus

Ma c’è anche un reperto di dinosauro vero, esteticamente meno rilevante ma importante dal punto di vista scientifico. “È il minuscolo frammento di omero probabilmente appartenuto a un Abelisauro, altra specie di dinosauro carnivoro, che è stato ritrovato proprio tra i reperti del museo”, dice Pietro Di Stefano, ordinario di geologia e attuale direttore del Gemmellaro. “Anche se la Sicilia non fu terra di dinosauri – spiega – il senso della loro presenza in una struttura museale come questa si allinea alla storia dei tanti fossili di animali sottomarini qui conservati, che vissero proprio nella loro stessa era geologica”. Il riferimento riguarda anzitutto le Ammoniti, molluschi marini protetti da grossa conchiglia, ma anche, tra tanto altro, microfossili di Foraminiferi (esseri unicellulari caratterizzati da un guscio) e spugne calcaree. Tutte specie di cui il Museo Gemmellaro custodisce ben un migliaio di preziosi olotipi, cioè gli esemplari su cui si basa la descrizione originale.

La testa dell’Anhanguera

“Questo museo – continua Di Stefano – ha nella paleontologia la sua anima più rilevante. Ma è ancora più importante per la geologia, scibile che ingloba la paleontologia perché sono le rocce a datare i fossili, non il contrario. I fossili non possono dare informazioni sufficienti se studiati fuori dal sedimento che li contiene. Ciò è importante anche in tema di dinosauri”. Soprattutto quando si indagano le cause, ancora piene di mistero, del come e del perché si siano estinti. Le ricostruzioni ufficiali parlano del famoso asteroide che colpi l’area caraibica dello Yucatan, lasciando un cratere dal raggio superiore a 100 chilometri, tra terra emersa e fondale sottomarino. “Ma molti scienziati – continua Di Stefano – vanno oggi oltre la teoria secondo la quale a determinare l’estinzione di questi super rettili fu solo quel cataclisma. Nelle ere geologiche estinzioni di massa furono legate a grandi incrementi di anidride carbonica. Questi, nel Mesozoico raggiunsero picchi paurosi a causa di eruzioni vulcaniche. E sono proprio le rocce a fornire le testimonianze di questi picchi”.

Thecodontosaurus

Suggestivi scenari evocati da un museo dalla lunga e complicata storia. Il paleontologo Gaetano Giorgio Gemmellaro, che fu anche senatore del Regno d’Italia lo istituì nel 1861, allestendolo nei locali del convento dei Teatini di via Maqueda (oggi sede della facoltà di Giurisprudenza). All’inizio del 1900 il Museo Gemmellaro era uno dei più prestigiosi spazi espositivi d’Europa, secondo molti studiosi secondo solo al Museo di Storia Naturale di Londra. A causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale i suoi allora mezzo milione di reperti finirono richiusi in casse, conservate in un angusto deposito fino alla fine degli anni ’70 quando il paleontologo Enzo Burgio ne rilancia l’allestimento espositivo nei locali di corso Tukory, diventati poi Dipartimento di Geologia e Geodesia.

Oggi il Museo Gemmellaro annovera ben 600mila reperti. Nel 2005, i suoi spazi sono stati allargati al secondo e al terzo piano del medesimo edificio. “Ma si tratta di un involucro che non valorizza affatto un gioiello come il Museo Gemmellaro, – dice Paolo Inglese, direttore del Sistema museale d’Ateneo – . Questa istituzione merita molta più attenzione per il suo ruolo culturale, centrale soprattutto sul fronte dell’educazione ambientale a partire dai più giovani”.

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Il Talmud in italiano, cronaca di un miracolo linguistico

Presentato allo Steri di Palermo il lavoro di traduzione e digitalizzazione del testo sacro dell’ebraismo. Impegnati 70 fra traduttori, giovani universitari e esperti in formazione

di Antonio Schembri

“I fogli bruciano ma le lettere volano”. Questa frase è incisa su una targa di Campo de’ Fiori, piazza romana famosa per i roghi, come ricorda la statua di Giordano Bruno. Ciò che in questo caso richiama alla memoria è però un’altra data tragica: quella della pubblica distruzione, ordinata nel 1553 da papa Giulio III, di molte copie del Talmud, tra le opere sacre dell’ebraismo la più vasta, profonda e controversa.

Il Talmud Babilonese

A quasi 5 secoli da quello sconvolgente atto di aggressione e di controllo, due anni dopo il quale il papa successivo, Paolo IV, istituì il Ghetto sulla riva sinistra del Tevere in cui recintare gli ebrei di Roma, il Talmud, la grande guida della vita ebraica, quella che compendia le note e i commenti rabbinici sulla Mishnah (la tradizione orale), è adesso sottoposto a una accurata opera di traduzione in italiano in forma digitalizzata. Un’operazione rivoluzionaria perché questo testo enciclopedico sarà reso accessibile a tantissimi attraverso il web; scaricabile cioè a condizioni determinate, che verranno specificamente individuate e rese note solo una volta ultimata l’impresa. Ossia non prima dei prossimi 10 anni.

La presentazione allo Steri

Questo progetto, dalle dimensioni colossali quanto quelle del testo – la cui versione originaria cominciò a essere redatta in Mesopotamia tra il III e il V secolo e che in ebraico significa “studio”, insegnamento –  è stato presentato nella Sala delle Capriate dello Steri, uno dei luoghi simbolo di Palermo e sede del Rettorato dell’Università. Un’operazione che combina l’alta tecnologia degli algoritmi al “fattore umano” lo stesso che animò la ricerca di Alan Turing, il grande matematico britannico inventore di Enigma, la macchina di decrittazione di informazioni cifrate, rivelatasi decisiva per le forze alleate durante quasi tutta la seconda guerra mondiale e alla quale, con le debite differenze, tanto somiglia il sistema utilizzato in questo progetto promosso dalla comunità ebraica italiana.

Clelia Piperno

“Grazie all’Istituto di Linguistica Computazionale del Cnr, abbiamo messo a punto un software di traduzione, battezzato ‘Traduco’ che ci permette di volgere i testi del Talmud babilonese, che è anche la sua versione più ricca, dall’aramaico antico all’italiano e di far comunicare tra loro traduttori sparsi sui cinque continenti – illustra Clelia Piperno, docente di diritto costituzionale comparato dell’Università di Teramo. È lei la donna che ha fortemente voluto e oggi coordina questa complessa impresa che impegna 70 fra traduttori, giovani universitari e esperti in formazione.

Talmud

L’operazione, finanziata con 11 milioni di euro dal Miur, sufficienti però a coprire l’attività per altri due anni, è partita nel 2011, anno dell’inizio della programmazione del software. “Ma, soprattutto a partire dagli ultimi tre-quattro anni, sta movimentando un formidabile insieme di conoscenze e competenze senza risparmio di tempo e passione intellettuale – sottolinea Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – . La traduzione italiana di questo scibile entrerà alla fine in 30 volumi digitali”. Fino ad ora ne sono stati completati 4. L’ultimo, presentato ieri, è il Qiddushin, ovvero il trattato giuridico sul matrimonio.

Tra le sue oltre 5.700 pagine, il Talmud raccoglie svariate tematiche religiose nonché un multiforme ordine di prescrizioni legali – dal diritto matrimoniale a quello immobiliare – e insegnamenti che spaziano dalla filosofia alla medicina, dalla matematicaalla fisica, passando per l’astronomiae l’agronomia. Un’opera universale, nella quale lo staff capitanato da Clelia Piperno marcia già a ritmi serrati su almeno altri tre volumi successivi.

Tefillin ebraico (Foto mig-ua, Pixabay)

“Tradurre il Talmud in digitale rappresenta una straordinaria sfida informatica, lanciata in un’attività tradizionalmente svolta con matita e gomma, per scrivere e correggere, come per esempio stanno ancora facendo i rabbini di Mosca – sottolinea Piperno. Il fatto di poter governare tale immenso sapere con questo software, orgoglio del genio italiano e con il supporto e l’assistenza dei nostri ricercatori ed esperti di ebraistica, ci consentirà di abbreviare notevolmente i tempi di lavorazione. In Francia ci sono voluti 30 anni per tradurre il Talmud, in America 40”.

“Ma quel che conta davvero però – aggiunge la studiosa – è che l’operazione che stiamo portando avanti costituisce un gesto di apertura per affermare e difendere la diffusione della conoscenza e quindi la democrazia e le relazioni pacifiche tra popoli di culture differenti in un momento molto delicato come quello che viviamo, in cui ignoranza e pregiudizio hanno ripreso la rincorsa”.

Lo Steri

Concetto espresso anche dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, intervenuto all’incontro allo Steri: “Le relazioni sono difficili proprio quando manca la conoscenza”. A questo riguardo Lorefice ha ricordato il messaggio di Papa Francesco durante la sua vista pastorale l’anno scorso in Lituania. Nella sua omelia a Vilnius, città famosa come la Gerusalemme del Nord per l’alta concentrazione di sinagoghe e chiese cristiane (nel cui territorio, insieme con quello della confinante Lettonia i nazisti trucidarono più di 100mila ebrei) il pontefice richiamava la necessità di salvaguardare la memoria delle sofferenze del popolo ebraico “per discernere e bloccare in tempo qualsiasi nuovo germe di quegli atteggiamenti perniciosi che atrofizzano il cuore delle generazioni, aprendole invece alla rincorsa di pericolosi ‘canti di sirena’”. Il Talmud – ha rimarcato Lorefice – “è una delle fonti principali della vita del popolo ebraico e in quanto tale uno straordinario strumento per costruire la pace”.

Clelia Piperno con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non è stato un caso che il progetto promosso dalla comunità ebraica sia stato presentato allo Steri. Tra queste mura dal 1602 al 1785 la Santa Inquisizione esercitò la più violenta intolleranza. “Oggi però in questo complesso monumentale lavoriamo per un ateneo aperto e accogliente – ha detto il rettore Fabrizio Micari – . L’Università di Palermo è stata la prima in Italia a redigere un regolamento per accogliere i richiedenti asilo. In questi giorni stiamo lavorando per avviare il centro interdipartimentale di ricerca sulle migrazioni: un organismo laico, nel senso di luogo d’analisi scientifica del fenomeno, basato sui suoi aspetti statistici e di evoluzione giuridica: l’esatto contrario del farlo a mezzo di slogan e apriorismi partitici”.

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Il Museo Salinas tra sogni e arte, si svela come mai prima

Opere contemporanee dialogano con gli antichi reperti esposti in sale inedite. In mostra l’Ariete bronzeo, le teste votive di Cales e altri pezzi conservati nei depositi

di Antonio Schembri

È il sogno, non lo stato di veglia, l’autentico atto creativo. Ed è la poesia il “ponte” che collega questi due stati così diversi, oltrepassando i confini tra l’uno e l’altro. Lo sosteneva Jorge Luis Borges, da quando la totale cecità, causata dalla malattia agli occhi ereditata dal padre, lo accompagnò dalla fine degli anni ’60 fino alla sua scomparsa, nel 1986. Il ragionamento del sommo scrittore e poeta argentino è alla base della mostra che, da oggi sino a fine marzo, apre al pubblico un’area mai vista prima del museo archeologico Salinas di Palermo.

Borges al Salinas ritratto da Ferdinando Scianna

Intitolato “Quando le statue sognano”, questo evento, in cui artisti contemporanei dialogano con antichi reperti d’arte etrusca, greca e romana, è non a caso introdotto da alcuni emblematici scatti che Ferdinando Scianna, primo fotoreporter italiano a entrare nell’agenzia fotografica internazionale Magnum, fece proprio a Borges in occasione della sua visita a Palermo nel 1984, accompagnato dalla moglie ed ex discepola, Maria Kodama. Fotografie che lo ritraggono mentre accarezza, “leggendone” i contorni, alcune delle statue che si possono ammirare nelle sale del museo adesso accessibili, in attesa del completamento del suo restauro.

Un’occasione, questo progetto espositivo curato dal direttore del Museo Salinas Caterina Greco e dalla critica d’arte Helga Marsala, in cui torna in mostra il famoso Ariete bronzeo, scultura del III secolo avanti Cristo attribuita alla scuola di Lisippo e vengono mostrate, per la prima volta, le Teste votive di Cales, insieme con altre opere a lungo conservate nei depositi del museo. Si può ammirare, inoltre, la statua in marmo policromo della Menade, detta Farnese perché rinvenuta nella metà del Cinquecento a Roma nelle Terme di Caracalla, grazie agli scavi promossi da Papa Paolo III (Alessandro Farnese): manufatto valorizzato al Salinas da una splendida scenografia sotto il soffitto seicentesco in legno dipinto, anche questo mai presentato prima. E ancora la scultura di Eracle che cattura la cerva, una delle 12 fatiche del semidio greco.

Da due secoli il Museo Salinas è un eccezionale contenitore di storia. Raccontata dalle Metope di Selinunte, il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d’Occidente; dalla Pietra Nera di Palermo, frammento egizio di 5mila anni fa sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie di faraoni; dalla raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini e da tanti altri reperti. Ma anche una struttura non ancora visitabile interamente, per via del complesso intervento di restauro a cui ha cominciato a sottoporsi. Imminente il via ai lavori per l’allestimento degli altri spazi del primo piano del museo. “La ditta che si aggiudicherà la gara di circa 1 milione e 700mila euro, prevista nei prossimi giorni, avrà 280 giorni per eseguirli – dice il presidente della Regione, Nello Musumeci – . Dall’autunno del 2020, quindi, sarà possibile fruire del Museo Salinas in una veste ancora più rinnovata”.

Ariete bronzeo

Tornando alla attuale mostra, gli schemi narrativi sono l’Uomo, la Natura e il Sacro. Si tratta di un insieme di reperti e documenti che raccontano e che sono in sé “l’occasione di vedere, come indica Borges, al di là: all’indietro, ripercorrendo la trama complessa della storia; in avanti, muovendosi sul solco della sperimentazione”, spiega Helga Marsala.

Il soffitto seicentesco

“’Quando le Statue sognano’ rappresenta – aggiunge la direttrice Greco – un teatro segreto con i corridoi silenziosi, le sale vuote e i depositi del museo che diventano serbatoi di spunti per produzioni contemporanee”. Il sottotitolo dell’esposizione è “Frammenti di un museo in transito”. Indica una serie di prossimi eventi collaterali che – specificano gli organizzatori – verranno adibiti in spazi dell’ex monastero dei benedettini mai aperti prima, nei quali verranno esposti anche manufatti di epoca borbonica finora conservati nel buio dei depositi.

La mostra è visitabile dal 29 novembre al 29 marzo, dal martedì al sabato dalle 9 alle 18 (ultimo ingresso alle 17,30). Domenica e festivi dalle 9 alle 13,30 (ultimo ingresso alle 13). Per informazioni telefonare allo 0917489995.

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Quella pittrice giapponese innamorata di Palermo

Restaurate le opere di O’Tama Kiyohara, l’artista che creò un ponte tra oriente e occidente e a cui adesso è dedicata una mostra a Palazzo Reale

di Antonio Schembri

Nella gestione dei beni culturali siciliani, la parola d’ordine è “sinergie”. Sia quelle tecnico-operative, sia quelle legate alla comunicazione del patrimonio artistico, architettonico e ambientale dell’isola più grande e culturalmente più variegata del Mediterraneo. Alcune di queste sono in corso da mesi e sono ormai pronte a esporre i loro risultati in seno a importanti eventi prossimi venturi.

O’Tama Kiyohara a Palermo (1882-1883 circa)

Come la retrospettiva su O’Tama Kiyohara, l’artista giapponese vissuta a Palermo dal 1882 al 1933: una mostra che, dal 7 dicembre fino al 6 aprile 2020, arricchirà il percorso turistico del complesso monumentale di Palazzo Reale e il cui allestimento vive in questi giorni i suoi step conclusivi. Un’operazione concepita dalla storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro, già curatrice di una mostra dedicata alla pittrice di Tokyo e al giapponismo tenutasi due anni fa a Palazzo Sant’Elia e gestita dalla Fondazione Federico II, organo culturale dell’Assemblea Regionale Siciliana, con cui si punta a restituire a Palermo la storia di una grande pittrice, diventata palermitana a tutti gli effetti, che nel mezzo secolo di vita trascorso a fianco del marito, lo scultore Vincenzo Ragusa, portò una ventata di rinnovamento nell’arte siciliana, combinando il grafismo tipico della tradizione nipponica al naturalismo occidentale.

La locandina della mostra

A caratterizzare il “dietro le quinte” di questo atteso momento culturale, che narra la fantastica storia d’arte e di amore di O’Tama, conosciuta anche col nome di Eleonora Ragusa, c’è la convenzione tra il Centro regionale per il restauro e l’istituto “Vincenzo Ragusa e Otama Kiyoara”, il più antico liceo artistico di Palermo (fondato nel 1882 dallo scultore). Una collaborazione che – spiega la preside Giuseppina Attinasi“ha riguardato il ripristino di acquarelli, corredi, ceramiche, cartoni e tessuti creati dall’artista nipponica o a lei attribuiti, parte della cui collezione è custodita proprio nella scuola”. Gli studenti dell’istituto sono stati coinvolti nella preparazione dei pannelli biografici dell’artista mentre la delicata operazione di recupero dei campionari dei tessuti è stata svolta dal Centro per il restauro in tandem con gli allievi del tirocinio in Conservazione e restauro dei beni culturali della facoltà di Magistero dell’ateneo palermitano.

Ventagli

Questa attività finalizzata alla mostra di dicembre si inquadra nel protocollo d’intesa che il Centro regionale per il restauro ha recentemente stipulato con la Fondazione Federico II. “Abbiamo anzitutto svolto un’accurata documentazione, sia preliminare che successiva al recupero dei reperti di O’Tama, soprattutto per quanto riguarda le ceramiche – precisa Stefano Biondo, direttore del Centro per il restauro – . Per quanto riguarda i tessuti, una piccola parte arriva anche da Roma: in particolare dal museo etnografico Luigi Pigorini dove è esposta una ricca collezione di reperti giapponesi, tra cui diverse opere di O’Tama Kiyohara. Tra quelle che si potranno ammirare a Palazzo Reale, un favoloso kimono decorato”.

Vaso di vimini

Un’appassionante ponte culturale tra oriente e occidente che poggia sulla vicenda dell’artista originaria di Tokyo che a Palermo vive e crea fino alla morte del marito, per poi rientrare in patria con la lingua madre ormai claudicante, dove viene però accolta come una celebrità perché nel frattempo la stampa nipponica la aveva scoperta e fatta conoscere ai lettori. Proprio nella “terra del sole nascente” avviene il suo incontro fatale con Vincenzo Ragusa. Lo scultore palermitano, che tra l’altro partecipò alla spedizione dei Mille, arriva in Giappone nel 1876, fresco di diploma ad honorem all’Accademia di Brera.

A chiamarlo è il conte e diplomatico bresciano Alessandro Fé d’Ostiani, al quale l’Imperatore Mutsuhito aveva chiesto di selezionare un artista italiano per far conoscere l’arte europea in Giappone, fino a quel periodo paese rimasto culturalmente isolato da tre secoli. Ragusa nota la giovane O’Tama e, accorgendosi delle sue potenzialità, la aiuta avviandola alla pittura realistica. È l’inizio di una vicenda destinata a arricchire la cultura italiana a partire da Palermo.

(La foto grande in alto è di Chiara Ferrara, da Wikipedia)  

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Corpi umani in mostra sospesi tra arte e scienza

Arriva a Palermo Body Worlds Vital, l’esposizione ideata dall’anatomista Gunther Von Hagen. Un allestimento di 150 cadaveri trattati con la plastinazione

di Antonio Schembri

Entrare nel corpo umano per osservarlo nei particolari della sua complessità, nelle sue fragilità, nelle sue enormi capacità di autoripararsi. Uno dei più grandi sogni dell’uomo da sempre, che cominciò a essere realizzato soprattutto a partire dal periodo tra la fine del 15esimo e l’inizio del 16esimo secolo, quando si afferma il cosiddetto Rinascimento anatomico, ovvero il cambio di rotta metodologico che rivoluzionò la medicina e anticipò, segnandone la strada, il Rinascimento artistico a partire dalle ricerche, le scoperte e le realizzazioni di un genio come Leonardo e le sperimentazioni di Andrea Vesalio, il primo medico a praticare la dissezione dei cadaveri con intento scientifico. Un desiderio rappresentato nel cinema. In particolare da uno spettacolare film di fantascienza di poco più di 50 anni fa, “Viaggio allucinante”, che racconta l’odissea di un sottomarino miniaturizzato, inoculato attraverso la carotide all’interno del corpo di un malato.

Angelina Whalley

Adesso l’emozione di penetrare e comprendere il corpo umano passa dall’armonica unione tra arte e scienza offerta dalla plastinazione, tecnica che permette di conservare i cadaveri mediante la sostituzione dei loro liquidi con polimeri di silicone, così da rendere ossa e muscoli, organi e tessuti nervosi rigidi, inodori e inalterati nei colori. Un connubio che è possibile ammirare a Body Worlds Vital, l’esposizione ideata nel 1995 dall’anatomista Gunther Von Hagen, approdata ieri a Palermo nei locali dell’Albergo delle Povere e in programma fino al 31 marzo.

Il funzionamento dei muscoli

La mostra, curata sin dal suo inizio e portata in giro per il mondo da Angelina Whalley, medico, designer concettuale nonché moglie dello scienziato tedesco, si presenta con un allestimento di 150 plastinazioni: un’alternanza di corpi a figura intera, singoli organi e sezioni corporee trasparenti. Una nuova concezione d’arte con un focus preciso: la salvaguardia della salute, il buon funzionamento del nostro organismo e la prevenzione dalle malattie. Organizzata da Nimphea, in collaborazione con la Regione Siciliana e Culturitaly, la mostra invita a visualizzare, in maniera chiara e diretta, le posizioni degli organi all’interno del corpo umano e le intricate configurazioni dei vasi sanguigni, mostrando dal vero la complessità della rete capillare che alimenta tutto il nostro corpo.

La Ballerina

“Attraverso un confronto diretto tra organi sani e affetti da patologie riconoscibili, diviene immediato comprendere che cosa accade quando il corpo si ammala e come invece sia possibile, attraverso uno stile di vita sano, poter prevenire pericolosi problemi di salute”, illustra Angelina Whalley. Quando la mostra partì a metà degli anni Novanta si trattò di una esposizione di anatomia ancora freddamente scientifica. “Oggi è accessibile e più comprensibile al pubblico, grazie alla maniera di spiegare l’anatomia anche attraverso posizioni plastiche, dinamiche che, dal momento che i corpi esposti sono reali, appartenuti a persone che hanno già vissuto la propria vita, annullano di fatto il significato tetro della morte. Il risultato è un riscontro internazionale sempre più entusiastico”, aggiunge Fabio Di Gioia, organizzatore di Body Worlds in Italia.

La Donna che fa Yoga

Tutti i corpi esposti in Body Worlds Vital – suggestivi quelli dell’ostacolista mentre valica la barriera in corsa, dei ballerini che si piegano stando sulle punte dei piedi, della donna mentre pratica lo yoga – sono stati resi disponibili grazie a un programma certificato di donazione: “Ad oggi oltre 19mila donatori in tutto il mondo, a partire dalla Germania, hanno lasciato post vitam i loro corpi all’Istituto per la plastinbazione di Von Hagens presso l’Università di Heidelberg”, spiega Angelina Whalley, che sottolinea il valore educativo di questa operazione: “Dalle ricerche successive alle ormai tante tappe nel modo di questa mostra è emerso che importanti percentuali di visitatori si siano convinte a rivedere del tutto il loro atteggiamento verso la propria salute, a cominciare dall’alimentazione, una migliore igiene di vita e l’incremento dell’attività sportiva”.

Il Giocatore di scacchi

Un appuntamento che mancava a una città come Palermo, storicamente legata alla ricerca medica attraverso la dissezione dei corpi dei morti, introdotta dal medico cinquecentesco Gian Filippo Ingrassia; e alla mummificazione dei cadaveri, come dimostra l’esposizione delle Catacombe dei Cappuccini, a poca distanza dall’Albergo delle Povere, che impressionarono nei secoli passati anche scrittori come Alexandre Dumas e Guy de Maupassant e che tutt’oggi sono censite tra i luoghi più raccapriccianti da visitare al mondo.

Alessandro Cecchi Paone

“In Body World però non c’è nulla di macabro, anzi si tratta di una autentica avventura conoscitiva, dal valore altamente educativo e scientificamente inattaccabile quindi adatta alle scuole, ai bambini, alle famiglie, da venire a visitare in compagnia perché fa discutere e ragionare soprattutto con i messaggi che diffonde sugli stili di vita”, sostiene Alessandro Cecchi Paone, presente all’inaugurazione. “È infatti possibile osservare nei più minuti dettagli cosa succede ai polmoni quando si fuma o agli organi dell’apparato digerente quando ci si alimenta scorrettamente”. Il tutto grazie alla dimensione dinamica di questi corpi e organi, che permette di vedere cosa ci succede davvero quando saltiamo, corriamo, solleviamo pesi e svolgiamo attività da seduti.

La mostra è visitabile fino al 31 marzo 2020, da mercoledì a lunedì, dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19). Giorno di chiusura: martedì ad eccezione di gruppi e scuole su prenotazione e per eventi privati.Serale: tutti i sabati fino alle 23 (ultimo ingresso alle 22). Gli orari possono essere soggetti a variazioni. Per altre informazioni visitare il sito www.bodyworlds.it.

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Rinasce Sant’Erasmo, ecco il nuovo porticciolo

Il progetto realizzato in 9 mesi dall’Autorità di sistema portuale della Sicilia Occidentale, punta a recuperare funzioni e usi di un importante segmento della costa palermitana

di Antonio Schembri

Per recuperare e affermare la bellezza nel territorio, a cominciare dagli spazi urbani, occorrono sinergie: tra le istituzioni, chiamate a armonizzare le rispettive progettualità. E tra queste e i cittadini, chiamati a salvaguardare la bellezza. Messaggio e invito che sono arrivati ieri dalla presentazione del nuovo porticciolo di Sant’Erasmo, pittoresco affaccio a mare situato tra le mura orientali di Palermo e il fiume Oreto.

Il taglio del nastro (foto Antonio Schembri)

Un momento di festa per il capoluogo siciliano che in queste settimane, fino al 3 novembre, sta vivendo anche il clou de Le Vie dei Tesori, il festival dedicato alla valorizzazione del patrimonio culturale, monumentale e artistico. Un intervento di riqualificazione, quello sul Piano di Sant’Erasmo, come la toponomastica storica denomina quest’area fortemente identitaria della relazione tra Palermo e il suo mare, con cui l’Autorità di sistema portuale ufficializza il primo step di una serie di impegnativi lavori per restituire a Palermo visuali e fruizione del suo chilometrico waterfront che tra l’800 e il ‘900, concorse a caratterizzare con eleganti lidi e passeggiate l’apice del suo splendore.

Uno dei nuovi edifici (foto Antonio Schembri)

Il progetto voluto dall’Autorità di sistema portuale della Sicilia Occidentale, costato 2,8 milioni di euro e realizzato in 9 mesi, punta a recuperare funzioni e usi di questo importante segmento costiero. “Si è trattato di un intervento a basso impatto ambientale senza opere di dragaggio marittimo o di protezione idraulica dell’invaso, bensì limitato a una nuova pavimentazione, con il recupero di tratti di basolato originario per un totale di 6mila metri quadrati di spazio calpestabile e alla costruzione di tre edifici destinati all’esercizio di un ristorante, di una gelateria e di un welcome center, mentre circa 1.500 metri quadrati dell’area sono occupati dal verde”, illustra Pasqualino Monti, presidente della Port Authority.

Pasqualino Monti, Leoluca Orlando e Nello Musumeci (foto Antonio Schembri)

“Con questa operazione siamo andati oltre la competenza di una autorità portuale, che è quello di operare in un mercato chiuso, in cui promuovere il traffico marittimo, investendo per questo anche su nuove infrastrutture – aggiunge Monti – . Si tratta infatti di una essenziale operazione culturale che contribuisce a ricomporre una frattura tra porto e centro storico che per Palermo ha rappresentato per lunghi decenni l’idea di una città con le spalle voltate al mare”.

L’area riqualificata

Il Piano di Sant’Erasmo fu l’approdo più importante fuori le mura di Palermo. Un luogo produttivo, legato a una cultura marinara ormai del tutto dispersa. Fino ai primi anni del Novecento vi prosperava infatti la pesca del tonno. Poi l’abbandono e il degrado, sorte comune a tutto il sistema costiero della città durante il periodo tra la Seconda guerra mondiale e il primo decennio del nuovo millennio. Adesso quest’opera sottolinea il cambiamento di rotta di Palermo. “Abbiamo costruito un sistema di condivisione tra istituzioni differenti, a dimostrazione che solo attraverso questa logica di collaborazione è possibile trasformare le competenze in richiami alle responsabilità piuttosto che in alibi per le inefficienze”, sottolinea il sindaco Leoluca Orlando.

L’area riqualificata

Palermo è una citta che ha 8 porti, la cui competenza gestionale non è però del Comune, ma della Port Authority. Fino a poco tempo fa queste due istituzioni non hanno neanche sostanzialmente dialogato, con la conseguenza di lunghe cesure sugli obiettivi da perseguire. È così che una borgata marinara come Sant’Erasmo ha cessato di essere tale, perdendo pezzi della sua storia lungo la via del degrado. Sul solco delle sinergie istituzionali, oltre a una progettualità molto variegata che include, a Palermo, il recupero dei porti dell’Acquasanta e dell’Arenella e che si combina con i lavori del porto di Termini Imerese, l’autorità portuale lavorerà anche con la Fondazione Casa Lavoro e Preghiera dell’ex istituto di Padre Messina, situato tra il porticciolo di Sant’Erasmo e la Villa a mare.

Il lungomare riqualificato (foto Antonio Schembri)

Il progetto, finanziato dalla Fondazione con il Sud, è l’avvio del primo ostello sociale di comunità in Italia. Sarà l’avamposto sull’iter di recupero dei 7 chilometri della costa sud palermitana e coinvolgerà i quartieri della periferia palermitana al di là del fiume Oreto, ovvero Romagnolo, Settecannoli e Brancaccio, allo scopo di creare nuovi approdi contro la povertà educativa minorile e una nuova consapevolezza rispetto alle potenzialità del territorio, a partire dal mare.

La riqualificazione del piano di Sant’Erasmo, dunque, per una fortunata coincidenza, si inaugura proprio in contemporanea con il festival Le Vie dei Tesori. Vale quindi la pena di una passeggiata che includa anche i siti vicini del festival. Tra questi, proprio la casa museo di Padre Messina, sul lato occidentale del porticciolo, l’istituto dove il sacerdote palermitano creò una casa d’accoglienza per gli orfani della borgata che apriva Palermo al mare, prendendo in affitto la grande struttura appartenuta ai principi di Cutò. Da non mancare, sempre in zona, la visita a Palazzo Zingone-Trabia (sulla via Lincoln), quella allo Spasimo e, riavvicinandosi al mare, quella a Porta felice, al Loggiato San Bartolomeo e al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino.

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I segreti del principe egizio del Museo Salinas

Esposta nella saletta che si affaccia sull’atrio minore, la statua di Bes è un “assaggio” delle mostre che saranno allestite al primo e secondo piano

di Antonio Schembri

Una figura misteriosa, scura, dal fascino onirico. Scolpita nel granito grigio venato di rosso, raffigura il volto imperturbabile di un alto dignitario egizio di nome Bes, giovane principe che sarebbe vissuto a Mendes, la capitale del Basso Egitto sul Delta del Nilo, al tempo del faraone Psammetico I, fondatore della 26esima dinastia tra il 672 al 525 avanti Cristo: ovvero il periodo corrispondente all’età arcaica, quello in cui in Sicilia prosperarono le colonie greche. È il piccolo busto che, solitario e altero, resterà esposto nella nuova Project Room del Museo Salinas, così come è stata ribattezzata la saletta attigua al chiostro minore dello spazio espositivo palermitano, quello che accoglie il visitatore con la ormai famosa “Fontana delle tartarughe”.

La statua del Principe di Mendes

Starà lì, come ad annunciare le novità prossime venture che caratterizzeranno la nuova fase gestionale del museo archeologico regionale, adesso affidata all’archeologa Caterina Greco, ex direttore del Centro per il Catalogo. “Stiamo lavorando al progetto di una mostra che metterà in relazione contesti molto antichi con l’arte contemporanea”, spega. L’idea, al momento comunicata senza altri particolari in quanto l’allestimento del museo Salinas è in fase di gara, ha in effetti da qualche anno in Italia un suo antesignano luogo sperimentale: quello del Man, il Museo Archeologico di Napoli. “Ma qui a Palermo – sottolinea Greco – assume una grande importanza, legata proprio alla specificità di questo museo che sin dalla sua nascita (voluta nel 1814 dal numismatico e archeologo Antonio Salinas, ndr) offre una lettura della storia, non solo quella d’Italia, ma dell’intero Mediterraneo, anche attraverso la narrazione di alcuni reperti antichissimi, non solo dell’antico Egitto ma anche della civilizzazione etrusca”.

Caterina Greco

Più in dettaglio, il busto di Bes è la parte superiore di una statua scolpita in posizione seduta, con un rotolo di papiro tra le mani: postura tipica dello scriba, figura tenuta in alta considerazione al tempo dei faraoni. Sul dorso reca un’iscrizione in geroglifici, che continua nella parte inferiore della scultura che si trova però al Museo Egizio del Cairo. A acquistare la preziosa porzione, a Roma alla fine del 1700, fu il monaco palermitano Salvatore Maria di Blasi per il museo dell’Abbazia di San Martino delle Scale, da dove poi confluì nelle collezioni del Salinas. “In quegli anni questo busto assunse subito un grande rilievo, al punto da trovarsi raffigurato in un quadro dell’architetto e pittore francese Jean Houel, tra i protagonisti del Gran Tour in Sicilia”, illustra Greco.

La Pietra di Palermo

Ma sul fronte dell’antichità più remota il museo Salinas conserva anche altri reperti. Come la cosiddetta Pietra Nera di Palermo, anche questa un frammento: è parte infatti di una larga lastra basaltica sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie egizie. Risale infatti a qualcosa come 5mila anni fa. E a questi oggetti se ne aggiungono di ancora più misteriosi, come quelli della collezione etrusca Bonci Casuccini, acquistata per il Museo di Palermo alla fine dell’800 dall’allora ministro della Cultura, Michele Amari: “Un compendio di reperti, tutti raccolti nel territorio toscano di Chiusi, una delle più antiche città etrusche, che non si trovano in nessun altro museo della Sicilia”, rimarca Greco.

Al momento, l’obiettivo è “fornire al pubblico, nello spazio della Project Room, un ‘assaggio’ delle mostre che presto verranno allestite al primo e al secondo piano del museo Salinas”. Top secret, nell’attuale fase, sia riguardo alle tematiche di questi progetti espositivi, che si avvalgono della collaborazione della critica d’arte e curatrice di mostre Helga Marsala; sia ai tempi di realizzazione, dipendenti dallo sblocco dei finanziamenti che la Regione dovrà erogare sulla base del capitolo di spesa relativo alla valorizzazione dei beni culturali.

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