Ancore e lingotti sommersi, nuove scoperte nei fondali

Proseguono i ritrovamenti al largo di San Leone, ad Agrigento, potrebbero essere i resti di un naufragio. Intervenuti i sub della Soprintendenza del Mare

di Antonio Schembri

Un mare di sorprese, quello siciliano. L’ultima regalata nei giorni scorsi dalle acque di Agrigento: quelle dell’area – al momento indicabile in maniera generica per ragioni di cautela – situata davanti al segmento costiero che include le spiagge di San Leone, quelle di Cannatello e la non distante foce del fiume Naro. Un lungo tratto marino molto caratterizzato da correnti e sospensione sabbiosa.

Una delle ancore litiche ritrovate

Si tratta del ritrovamento di cinque ancore litiche e di due lingotti di piombo risalenti all’epoca romana, con ogni probabilità al periodo compreso nei primi tre secoli dell’Età Imperiale (di una prima scoperta vi avevamo parlato qui). A compierlo è stato Francesco Urso, appassionato apneista agrigentino che esplora questo areale marino ormai da più di cinque anni, cioè da quando, anche durante battute di pesca subacquea al termine di mareggiate, ha cominciato a notare, sparsi sul fondo, diversi frammenti di oggetti apparentemente antichi che suggeriscono l’idea che sul litorale al cospetto dei Templi potesse funzionare un approdo o un piccolo porto commerciale a cavallo di epoche storiche diverse.

Il team della Soprintendenza del mare e di BCsicilia

“Prima di questi ultimi reperti – racconta Urso – nell’estate del 2017 avevo individuato, affioranti dalla sabbia, tre ancore in ferro e un cannone, tempestivamente segnalati alla Soprintendenza del Mare e rispettivamente attribuibili, secondo l’allora soprintendente Sebastiano Tusa, all’epoca bizantina e a quella tardo quattrocentesca”. Il riferimento storico del cannone, trovato per metà insabbiato – spiega Urso, che da allora è un segnalatore ufficiale dell’organismo regionale di ricerca e tutela del patrimonio archeologico subacqueo siciliano – sarebbe legato al fatto che presenta una sorta di supporto di legno, collegato alla culatta dell’arma, tipico di quel periodo.

I due lingotti di piombo

Tornando agli ultimi ritrovamenti, il sopralluogo effettuato lo scorso venerdì da uno staff composto da subacquei della Soprintendenza del Mare e di BCsicilia, l’associazione di volontari che si occupa della salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, ha consentito di chiarire alcuni punti salienti: “I lingotti di piombo presentano dei bolli indicanti la famiglia armatoriale romana che li commerciava – illustra l’archeologa Francesca Oliveri, responsabile di zona per la Soprintendenza del Mare – . Durante l’Impero, su oggetti di questo genere si sviluppava un intenso business. Il piombo era infatti la materia prima per costruire tubature idrauliche e fognarie, nonché per realizzare stoviglie, visto che all’epoca si ignorava la tossicità di questo metallo pesante. Il fatto che questi reperti riguardino una zona non distante dalla costa, peraltro incisa dallo sbocco in mare di un fiume, lascia supporre che sotto Agrigento funzionasse forse uno scalo marittimo romano, collegato alle rotte delle navi onerarie provenienti dalla penisola iberica, dove dall’Età Augustea in avanti funzionarono miniere per l’estrazione del piombo”.

La prima ancora litica trovata a San Leone

Altra ipotesi è che i reperti sparpagliati sul fondo siano legati al naufragio di una o più navi. “Siccome anni addietro abbiamo trovato lingotti di piombo simili anche nelle acque di Siracusa, uno dei più grossi porti commerciali del Mediterraneo, pensiamo che questi ultimi ritrovamenti potrebbero collegarsi anche all’affondamento di una o più navi trovatesi fuori rotta”, aggiunge Oliveri. Per quanto riguarda invece le ancore di pietra, rimaste sul fondo per via del peso, la loro datazione è aleatoria. Farebbero pensare a epoche antichissime, pre-greche, ma – specificano alla Soprintendenza del Mare – oggetti nautici di questo genere furono usati dai pescatori in un arco temporale lunghissimo, che parte da epoche preistoriche per fermarsi a non più di due secoli fa. Ciò induce a ipotizzare che l’origine di queste ancora litiche sia la stessa di quella a cui apparterrebbero gli altri reperti rinvenuti nella loro vicinanze.

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La nuova vita di Segesta, il parco si proietta nel futuro

Spettacoli, scavi, restauri e tanti interventi di manutenzione per la rinascita dell’area archeologica, che punta a un milione di visitatori

di Antonio Schembri

Il futuro si disegna salvaguardando, valorizzando e promuovendo la fruizione dei reperti dell’antichità. È stato l’obiettivo di Sebastiano Tusa, l’archeologo delle culture mediterranee, che nel suo breve assessorato regionale ha aperto la strada dell’autonomia amministrativa e finanziaria ai parchi archeologici di Sicilia, istituendone ex novo altri 15. Tra questi l’area di Segesta, famosa per il suo tempio in stile dorico e il suo teatro, uno tra i più rilevanti del mondo ellenistico sotto il profilo dell’acustica e del panorama. A circa un anno dal varo di questo Parco, sono adesso maturi i tempi per avviare l’impegnativa fase dei progetti, sotto il controllo e la vigilanza della Regione. Con un obiettivo ambizioso: incrementare il numero dei visitatori, dai poco meno di 636 mila totalizzati negli ultimi due anni, a un milione.

Un momento della conferenza stampa

Tutto dipenderà da tempi ed efficacia d’attuazione del programma di interventi presentato oggi a Palazzo d’Orleans dal governatore Nello Musumeci che, all’indomani della prematura scomparsa di Tusa, ha assunto l’interim dell’assessorato ai Beni culturali. Un piano che, a cominciare dall’organizzazione della struttura del parco segestano, abbraccia non solo interventi di ordinaria manutenzione dei beni architettonici, ma anche attività di studio e di ricerca idonee a produrre ricadute, oltre che sul piano scientifico, anche, nei limiti del possibile, su quello economico per un territorio, quello della provincia di Trapani, alle prese con i contraccolpi della crisi del suo aeroporto.

Il tempio di Segesta

“Sarà prioritario portare avanti l’attività scientifica e divulgativa con il coinvolgimento di scuole, licei, conservatori e università, nonché incrementare le relazioni con i comuni limitrofi al territorio di Calatafimi e Segesta per un utilizzo condiviso e consapevole delle sue risorse”, sottolinea l’archeologa Rossella Giglio, direttore del Parco di Segesta. Ma c’è anche una lunga lista di interventi tecnici da attuare: da nuovi scavi a operazioni di recupero architettonico, passando per ulteriori migliorie alla pubblica fruizione del teatro.

Più in dettaglio – spiega Giglio – “recupereremo la Casa del Navarca, una tra i più rilevanti complessi architettonici di Segesta (citato anche da Cicerone) che dall’area della Porta di Valle guarda al Golfo di Castellammare, Ma si tratterà anche di intervenire sulla casa rupestre e sulle rovine di un castello medievale”. Solo alcuni tra i luoghi della splendida città fondata dagli antichi elimi a cui si aggiungono la grande Agorà, che con i suoi edifici occupava una superficie di oltre mezzo ettaro circondata da portici e un’ulteriore area di almeno 1.800 metri quadrati occupata dalla sala del consiglio e dal ginnasio.

Il castello

Nei progetti dell’ente parco, c’è anche l’approfondimento degli scavi sul sito di contrada Mango, sotto il monte Barbaro, dove sono affiorate le rovine di un santuario rettangolare circondato da un muro monumentale con i resti di due templi dorici del VI e V secolo avanti Cristo e altri edifici di minore rilevanza. E, aggiunge Giglio, “altri piccoli interventi per migliorare la fruibilità del teatro, la cui massima capienza si attesta oggi sui mille posti a sedere. In particolare cuscini per le sedute, gradinate di legno e ulteriori ampliamenti per facilitare l’accesso a ridosso dell’area dell’orchestra per i portatori di handicap”. Tutte operazioni pronte insomma a partire, visto che il bilancio è già approvato.

Mura medievali

Sul fronte degli spettacoli, anche quest’anno la rassegna delle Dionisiache, da metà luglio ai primi di settembre (il programma verrà reso noto a giorni) costituirà il principale contenitore culturale. Nel quale quest’anno protagoniste saranno anche le stelle. Grazie all’assenza di inquinamento luminoso e alla collaborazione dell’astronoma Violette Impellizzeri, nativa di Alcamo, oggi componente del gruppo internazionale di scienziati del più grande radiotelescopio del mondo, nel deserto di Atacama in Cile, il Parco proporrà infatti eventi dedicati all’osservazione di pianeti e costellazioni con alcuni telescopi posizionati nell’area del tempio.

“Per la Sicilia, la scommessa è puntare con decisione sul turismo culturale – dice il governatore Nello Musumeci – . Per vincerla, articolati piani di recupero, come questo per il Parco di Segesta, sono indispensabili e devono tradursi nella pulizia e nella salvaguardia dei siti, nell’incremento della loro fruibilità e nella loro promozione continua”.

Il valore economico generato dal turismo culturale e paesaggistico in Italia nel 2018 ammonta a 21 miliardi di euro, ossia il 66 per cento della spesa totale dei viaggiatori internazionali nel Belpaese. Stando alle più recenti rilevazioni, da soli, i beni culturali statali attirano 55milioni di visitatori e alimentano un giro d’affari di 229 milioni di euro. Numeri che fotografano un appeal forte, in continua crescita, non più sottovalutabile. “A quasi vent’anni dalla legge che ha istituito i parchi archeologici – conclude Musumeci – l’obiettivo è adesso quello di metterli tutti a disposizione di studiosi e visitatori nel giro di 3-4 mesi”.

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Palermo ferita dalle bombe, tra degrado e rinascita

Al rinnovamento del centro storico, fanno da contraltare i ruderi dell’ultimo conflitto mondiale. Pezzi di una città ancora da risanare

di Antonio Schembri

Vicoli tornati sicuri e percorribili anche in orari notturni. Nuove aree pedonalizzate. Un’esplosione di locali gastronomici e punti d’aggregazione che pulsano non solo nelle ore notturne e nel fine settimana. E, finalmente, turisti, tanti, da mezzo mondo. Segnali del rinnovamento avviato a Palermo, a cui fanno da contraltare i numerosi che ancora si attendono da troppo tempo su altri fronti. Ma se si prova a ricordare come il centro storico del capoluogo siciliano, uno tra i più vasti e complessi d’Europa, si presentava fino a meno di 20 anni fa, è ormai facile riconoscere il cambio di direzione e i non pochi limiti già superati dalla città più sincretica d’Italia.

Bombardamenti su Palermo in una foto storica

Uno, ancora grosso, perdura però da 76 anni. Ovvero dal 9 maggio del 1943, data del bombardamento più terribile subito da Palermo. È lo scenario di una parte del centro storico dove aree rase al suolo si avvicendano con edifici sventrati. Un paesaggio urbano ancora legato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale che oggi conferma il fascino di una città capace di mescolare, con contraddizioni macroscopiche, rinnovamento e stasi, segnali d’Europa e atmosfere da Medio Oriente; e che offre anche una bellezza tragica, che giace insepolta e impietosamente esposta da così tanto tempo che molti cittadini vi si sono come assuefatti, senza farci quasi più caso. Una situazione su cui occorre accendere i riflettori: chiedendo al Comune nuovi interventi su ciò che attiene al patrimonio immobiliare pubblico e favorire, sul resto, le iniziative dei privati. È il messaggio rilanciato nei giorni scorsi al convegno “Palermo al Centro”, allestito dall’Ance, l’associazione confindustriale dei costruttori edili, nella sede di palazzo Forcella De Seta.

Un momento dell’incontro

Un’occasione che ha riunito vecchie e nuove leve palermitane del mondo della progettazione, a cui è seguita un’escursione – una sorta di “pellegrinaggio” aperto a tutti – tra le rovine, a rischio di crollo, con tanto di caschi di protezione. Tra i promotori, Marcello Panzarella, ordinario (oggi in pensione) di composizione architettonica e urbana all’Ateneo di Palermo: “Il patrimonio di bellezza della città conta purtroppo molti esempi di abbandono. Edifici che furono meravigliosi, come il Palazzo Papé Valdina, a 80 passi dal sagrato della Cattedrale, distrutto, mai più recuperato, nonché svariati spazi annientati dalle bombe a scoppio ritardato e case in perenne rovina, con famiglie che convivono col rischio di crolli, balconi senza lastra e finestre senza vetri”.Complessivamente, specifica il progettista, “del vasto centro storico di Palermo, più di 11 ettari sono ancora in rovina, una superficie pari al 4,5 per cento dell’intera area”. Una ferita aperta che “riguarda ampie aree storiche che includono Piazza Garraffello, Piazzetta Artale, la salita Castellana, brevi tratti di via Alloro e ancora la via del Celso, la via del Protonotaro di fronte alla Cattedrale e diversi vicoli dell’Albergheria, per diversi chilometri di lunghezza lineare”.

Ruderi in via Alloro (foto Marcello Panzarella)

Negli ultimi anni il progettista ha portato avanti anni un’analisi tecnica sull’area bombardata del centro storico: “Se consideriamo un’altezza media degli edifici distrutti o pericolanti pari a 10 metri, cioè un piano terra e due elevazioni (ma ce ne sono anche fino a 5 o 6 elevazioni), otterremmo una volumetria complessiva di almeno 1 milione e 100mila metri cubi”. Insieme alla prospettiva di un ulteriore incremento di appeal del centro storico, “tutto ciò si tradurrebbe in qualcosa come 1.900 nuove unità abitative, di superficie compresa tra i 50 e i 60 metri quadrati. E la possibilità di attivare nuova occupazione nel ramo delle ristrutturazioni, per almeno 1.800 architetti”, ipotizza Panzarella.

Questione problematica, però. Perché – come evidenziato durante l’evento Ance – investe l’argomento del Ppe, il piano particolareggiato per il centro storico di Palermo, commissionato 26 anni fa all’urbanista bolognese Pier Luigi Cervellati. Strumento considerato da molti architetti palermitani inadeguato alla complessità di un centro storico come quello della città chiamata “tutto porto” dagli antichi. A differenza del Piano programma progettato nel 1979 da Giuseppe Samonà, tra le figure più importanti dell’architettura italiana del Novecento, che, una volta redatto – erano gli anni in cui il “sacco di Palermo” aveva già prodotto il grosso della sua scellerata speculazione edilizia – venne del tutto ignorato, come rievocato nel corso del convegno. Il Piano di Cervellati – lamentano gli architetti – non avrebbe favorito un reale sviluppo del centro storico, nel quale si contano occasionali iniziative portate avanti da cordate di investitori e sviluppatori privati.

Giusto Catania

Posizione non condivisa dall’assessore comunale all’Urbanistica Giusto Catania: “Il Piano del centro storico andrebbe invece armonizzato con il nuovo Piano regolatore di Palermo, sul quale lavoriamo – ha detto l’assessore a Le Vie dei Tesori News – . Va sottolineato che proprio grazie a questo Ppe, che ha pur i suoi limiti come tutti gli strumenti pubblici concepiti in decenni precedenti, l’amministrazione di Palermo ha potuto tutelare il centro storico, evitando speculazioni edilizie. È vero che ci sono parecchi interventi da effettuare e l’Ance e gli architetti fanno bene a sollevarne la necessità. Ma adesso questa è una scommessa che si colloca soprattutto nella dimensione imprenditoriale privata. Il Comune è già intervenuto in ampia parte delle operazioni di risanamento attinenti al patrimonio immobiliare pubblico”.

Palazzo Bonagia

Se in molte porzioni del centro storico di Palermo si contano tristi esempi di degrado, legato soprattutto a una ancora poco diffusa coscienza civica, “è incontestabile – conclude Catania – che la città ha già un suo nuovo volto, su cui puntare ulteriormente: una più estesa pedonalità, tanti bellissimi palazzi risanati e nuovi musei, da quello di Palazzo Sant’Elia alla Gam, trasferitasi dagli angusti spazi del ridotto del Politeama nel complesso formato dall’ex convento francescano della chiesa barocca di Sant’Anna la Misericordiae dall’attiguo Palazzo Bonet”.

Luoghi, come diversi altri della Palermo storica, in cui oggi passeggiano frotte di turisti. Ma che potrebbero aumentare di numero. Sull’esempio di realtà che, pur in contesti molto differenti, hanno vissuto momenti anche peggiori. Dalla britannica Coventry, distrutta dalla Luftwaffe di Hitler e ricostruita secondo gli originari criteri a Hiroshima, oggi avveniristica città con un’ordinata viabilità e grattacieli in vetrocemento. Passando per Beirut, dove molti quartieri che la resero tra le più belle città del mondo, oggi vanno recuperando il loro splendore offeso dalla guerra.

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La Palermo degli Ahrens, dagli anni d’oro alla diaspora

La storia della famiglia ebreo-tedesca, raccontat a nel libro “La luce è là” di Agata Bazzi, è stata ripercorsa in quella che un tempo era la loro dimora e da qualche anno è sede della Dia

di Antonio Schembri

Mezzo secolo, anno più anno meno. È la stagione compresa tra la fine dell’Ottocento e gli anni ‘30 del Novecento, quando la follia del nazifascismo toccò il culmine in Italia col varo delle leggi razziali, in cui Palermo, città di corti e di governi, visse la sua prolifica e mai più riaffacciatasi stagione industriale. Grandi famiglie, tutte arrivate da fuori, vi trovarono terreno fertile per svariate attività produttive, poi devastate o spinte verso il declino dalle bombe della Seconda Guerra mondiale.

Johanna Benjamin e Albert Ahrens

Dai Florio ai Ducrot, passando per la lunga cordata britannica capitanata dai Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse. Ma a trapiantarsi nella terra “chiave di tutto”, come la cantò Goethe fu anche una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens appunto, grande baglio situato a fianco della Villa Adriana nel quadrante nord di Palermo, fu una delle più belle e vivaci tra quelle che punteggiavano la piana dei Colli in quegli anni. Durante il regime fascista venne requisita dal governo e oggi, dopo un restauro che le ha riconsegnato l’antico fascino, è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia). Con le leggi razziali, la famiglia Ahrens la abbandonò, per sparpagliarsi in mezza Europa e non solo.

A ricostruire il mondo che ha pulsato dentro questa dimora e che ha incrociato una congiuntura politica, una situazione economica e un clima culturale particolarissimi per Palermo, è “La Luce è là”, libro scritto da Agata Bazzi, discendente della famiglia. Una saga in cui le vicende personali dei componenti di questa dinastia produttiva si mescolano con la storia. “È di fatto un libro sulla città, osservata in un periodo riguardo al quale, ancora oggi, non si scioglie il dubbio se quel suo creativo e transitorio sviluppo industriale sia stato determinato dall’arrivo di famiglie straniere con tanto di capitali da investire; oppure dal fatto che industriale Palermo in quegli anni lo fosse già, al punto da calamitare quelle famiglie da diverse zone d’Europa”, considera l’autrice, che di mestiere fa l’urbanista pubblico e che anni fa ricoprì la carica di assessore comunale.

Questione aperta e avvincente, nella quale Palermo emerge anche sotto aspetti meno conosciuti. A fine Ottocento, il capoluogo siciliano fu infatti centro di intrighi e complotti: “Chi poteva immaginare – dice Bazzi – che Mata Hari, la conturbante spia, fosse arrivata fin qui, così come i Rothschild, il Kaiser Guglielmo II e tante altre personalità della politica e della cultura internazionale. Tutti approdati a Palermo non certo per il sole e per il mare, ma per avviare complotti e stringere alleanze determinanti per la costruzione della storia d’Europa”.

Un momento della presentazione del libro

Il libro di Agata Bazzi, presentato ieri nel corso di una animata conferenza, narra la storia di una famiglia che origina da un pragmatico e promettente “Ja”: fu la risposta affermativa, fatta pervenire per telegramma dalla Germania dall’avvenente Johanna Benjamin a Albert Ahrens, giovane e intraprendente ebreo che le propose il matrimonio da Palermo, dove era arrivato per conto proprio come emigrante dalla regione di Amburgo, in cui sin da giovanissimo lavorava in una fabbrica di bottoni.

“Albert era un uomo di grande curiosità intellettuale e capacità manageriale diremmo oggi”, racconta il nipote Gabriele “Gabì” Morello, noto economista, oggi novantunenne, fondatore dell’Isida e una lunga trafila di consulenze per capi di governo di diversi stati, inclusa Cuba, dove Fidel Castro lo invitò a animare la cattedra di economia all’Università dell’Avana. A Palermo Ahrens arrivò spinto proprio dalle suggestioni letterarie di Goethe e impiantò una fiorente fabbrica di mobili, non solo in stile Biedermeier ma anche di oggetti innovativi. “Si deve a lui l’invenzione della sedia a sdraio”, tiene a precisare Morello. Ma, riprende Agata Bazzi, “fece sviluppare anche una produzione di tessuti e, come altre grandi famiglie siciliane, di vino, a cui aggiunse anche un’agenzia di cambio e una compagnia d’assicurazioni. Ma si dedicò anche all’attività diplomatica, come console dell’Uruguay”.

Villa Ahrens

Il libro trae il titolo dalla frase Lik dör, la Luce è là, iscritta sulla facciata della villa. A ispirare la scrittrice “è stato soprattutto il ritrovamento di un diario di famiglia, conservato dallo zio Gabì, pieno di racconti vergati in tedesco e yiddish”. La saga familiare che ne è venuta fuori fotografa una Palermo operosa e prospera, ormai cancellata dal tempo e in cui fondamentale fu il ruolo delle figure femminili della famiglia Ahrens: oltre all’intrepida Johanna, chiamata vezzeggiativamente Hänschen (Annuccia), saggia costruttrice di fortuna accanto al marito, le sei figlie e i due figli maschi morti giovani. Un piccolo mondo a trazione femminile, quindi, di donne di carattere e grande sensibilità nel cogliere le direzioni della società e nel governare, sull’esempio del padre, gli affari familiari, unite attorno a valori come coraggio, dignità, rigore e speranza.

Il mondo di questa famiglia ebrea fu sempre a stretto contatto con la popolazione di Palermo. Per volere di donna Johanna, molto attiva sul fronte della beneficienza, i cancelli della villa rimanevano aperti ogni giovedì per accogliere e sfamare la povera gente. Quando morì, a 105 anni, al suo funerale c’erano migliaia di persone, in larga parte del popolo. “Sebbene la diaspora ci abbia sparpagliati un po’ dappertutto, tra Parigi, Berlino, in Inghilterra a Newcastle, mentre in Italia soprattutto a Milano e a Savona, rimaniamo unitissimi”, dice Bazzi.

“C’è addirittura un componente della nostra famiglia che raggiunse la Cina per integrarvisi al punto da non tornare più in Europa e far perdere le tracce: vorremmo ritrovarlo”, conclude Morello. Ebrei erranti, ma anche intimamente palermitani. Oggi da dentro la Villa Ahrens, si inseguono prove per sgretolare la mafia. Ma tra i giardini e le mura degli ex appartamenti padronali e delle scuderie, la prova della cultura di questa famiglia e il suo contributo alla storia di Palermo non smette di aleggiare.

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Un’elsa medievale spunta dal sottosuolo di Palermo

È una delle recenti scoperte fatte in occasione degli scavi nell’area di Casa Martorana. Trovata anche una preziosa lapide e una strada romana

di Antonio Schembri

Uno scrigno che cela i segni di 2.800 anni di storia, sovrapposti, mescolati, pronti a affiorare da pochi metri di profondità, in quasi ogni occasione di scavo per lavori di consolidamento di edifici o adeguamenti di fognature o gasdotti. È ciò che rappresenta l’intero sottosuolo del centro storico di Palermo, in particolare l’area che digrada verso il porto fenicio della Cala dall’attuale piazza Bellini, quella su cui si affacciano le chiese di Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) e di San Cataldo.

Un momento dell’incontro a Palazzo Ajutamicristo

Tema affascinante, di cui si è discusso recentemente in un seminario organizzato dalla Soprintendenza ai Beni culturali nella nuova sede di palazzo Ajutamicristo. In questa zona della città, a due passi dal Municipio, sono recentemente venuti alla luce diversi reperti di grande pregio. L’ultimo ritrovamento riguarda in particolare l’area di Casa Martorana, l’edificio di proprietà dell’Università di Palermo dove per molti anni ha avuto sede la facoltà di Architettura. Qui, grazie agli scavi della Soprintendenza ai Beni culturali, da una tomba sotterranea, probabilmente appartenuta a un noto militare dell’epoca, è stata rinvenuta, sorprendentemente integra, l’elsa di una spada medievale risalente al periodo Aragonese.

Iscrizioni sull’elsa restaurata

“È un reperto databile alla fine del 1.200, che si caratterizza per le dorature a mercurio e le iscrizioni di versi del Nuovo Testamento – illustra Stefano Vassallo, dirigente dell’unità archeologica della Soprintendenza – . Questo reperto, unico nel suo genere, che segna il ritorno agli scavi nel cuore di Palermo dopo almeno quarant’anni, verrà esposto prossimamente al Castello della Zisa”. Il restauro dell’elsa, condotto da Francesco Bertolino, è stato parzialmente sostenuto dai contributi dalle due sezioni palermitane della Inner Wheel, l’associazione culturale femminile legata al Rotary Club.

Ma questo quadrante della Palermo antica ha di recente offerto altre sorprese, di pari se non di superiore rilevanza, tutte risultato della combinazione tra lavori di restauro e indagini archeologiche. Ossia quelle che “in ottemperanza alla legge sugli appalti la soprintendenza è tenuta a compiere in fase di indagini archeologiche, preliminari a progettazioni definitive di interventi d’altro genere – spiega la soprintendente ai Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca –. E questo perché non poche volte è accaduto di interrompere lavori già in corso, con i conseguenti disagi, quando si rinvengono oggetti o strutture antiche”.

L’elsa prima del restauro

Tra questi recenti ritrovamenti, c’è quello della lapide funerea, con iscrizione greca, dedicata a Irene, la dotta moglie dell’ammiraglio bizantino Giorgio di Antiochia, comandante della flotta del Regno di Sicilia all’epoca di Ruggero II e fondatore della Chiesa della Martorana. “Si tratta di reperto molto particolare perché lavorato anche sul retro, segno che la lapide venne scolpita utilizzando una struttura d’epoca precedente su cui era stato realizzato un bassorilievo – afferma Bellanca – . Singolare di questo reperto è proprio la modalità del suo ritrovamento, fatto in tre fasi diverse, una per ciascuno dei frammenti che insieme compongono la lapide. E in più il fatto che questi pezzi siano stati trovati in altrettanti punti diversi all’interno del quadrante in cui è ubicato il Palazzo Bellini”.

Particolare dell’elsa prima del restauro

Altro risultato di grande rilievo lo hanno regalato gli scavi, sempre legati a interventi di cosiddetta archeologia urbana, nelle fondamenta di Palazzo Santamarina, sulla via del Celso: “Una strada di epoca romana – spiega Vassallo – ma che in realtà è ancora più antica, visto che le epoche storiche che vi si sovrappongono partono da quella fenicia del IV secolo avanti Cristo per fermarsi al Medioevo”.

Palermo è insomma un vasto deposito di testimonianze storiche che inevitabilmente verranno alla luce. “Finora si è trattato di scavi non programmati ma appunto legati a operazioni di diversa finalità finanziate da privati”, specifica Vassallo. Tre le novità più rilevanti dell’ultimo anno, il rinvenimento della necropoli, nel sottosuolo di via Guardione, a seguito dei lavori sul collettore fognario, inizialmente scambiato per un ipotetico cimitero di mafia, ma che gli accertamenti delle Soprintendenza hanno consentito di collocare tra il IV e l’VIII secolo dopo Cristo.

“Attualmente – conclude la soprintendente Bellanca – l’unica operazione pianificata riguarda la chiesa di San Giovanni degli Eremiti ed è finalizzata a migliorare l’esposizione del preesistente scavo archeologico. I lavori, già assegnati, partiranno a breve”.

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Grandi lavori al Parco di Selinunte, ecco le novità

Tanti gli interventi previsti nell’area archeologica trapanese: nuovi scavi, una mostra dedicata all’Agorà, restauri e illuminazioni rinnovate

di Antonio Schembri

Duecentosettanta ettari di spazio, una posizione straordinaria che guarda il mare da un balcone naturale lungo più di due chilometri e mezzo e 2.500 anni di storia, raccontati non solo dai resti visibili dei suoi templi dorici, ma anche da vestigia fenicie e bizantine. Quello di Selinunte è il più grande parco archeologico d’Europa. E con gli scavi svolti negli ultimi 5 secoli, cioè da quando nel 1501 lo storico Tommaso Fazello riuscì a recuperarne la memoria dopo un lunghissimo oblio, ha svelato importanti testimonianze sulla colonia magno-greca che giocò per molti secoli un ruolo strategico nel Mediterraneo, come potenza agricola e militare. Adesso che sono pronte a partire nuove campagne archeologiche, altre sorprese potrebbero affiorare dalla gialla calcarenite dell’area situata tra Agrigento e Trapani.

Il Tempio E

Il primo start è per lunedì 10 giugno, e riguarderà i Templi C e R, tra loro adiacenti e rispettivamente dedicati a Apollo e a Demetra. Si tratta di un’operazione congiunta della New York University e dalla Università degli Studi di Milano. Una missione che fa segnare una ripartenza, in quanto un primo suo modulo era già stato completato proprio nel giugno del 2018. A condurla, in rappresentanza dei rispettivi atenei, gli archeologi Clemente Marconi e Rosalia Pumo. “Si tratta di interventi finanziati con fondi delle due università che movimenteranno una forza lavoro di decine di addetti, in larga parte studenti e dottorandi di archeologia”, spiega Enrico Caruso, fino a oggi direttore del Parco di Selinunte, che andrà a dirigere il Parco Lilibeo di Marsala, come previsto dalla recente maxi rotazione disposta dal governatore Nello Musumeci.

Statua bronzea dell’Efebo

Insieme con l’Istituto Germanico di Roma, il Parco è inoltre al lavoro per l’allestimento di una mostra dedicata all’Agorà, in programma a ottobre nel Museo Baglio Florio. Questo spazio espositivo (dove fino a tre anni fa si poteva ammirare il famoso Efebo, poi trasferito nel Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano) è tornato del tutto fruibile nel 2017 dopo una serie di lavori diluitisi per decenni. “Oggi – illustra Caruso – questo museo offre un percorso su 6 ambiti di ricerca, che spaziano dall’architettura dorica ai reperti del Tempio R, dai tetti dei templi ai reperti della necropoli arcaica ricavata all’interno dell’Agorà, e ancora dai resti delle abitazioni più antiche ritrovate nella località di Manuzza, alle vestigia puniche soprattutto quelle della necropoli e del santuario dedicato alla dea Tanit”.

Dal canto suo, l’ente Parco avvierà, con fondi propri pari a 70mila euro, lavori di restauro e messa in sicurezza che oltre all’isolato di Manuzza interesseranno anche l’area dell’Acropoli e il battistero paleocristiano. Tra le spese del tutto a carico di finanziatori stranieri ci sono quelle del governo tedesco, sempre a sostegno dell’Istituto Germanico. Saranno destinate a due campagne di scavi. La prima partirà in agosto nel porto selinuntino, le cui pietre sono recentemente emerse nell’area in cui sfocia il gorgo Cottone, che attraversa l’acropoli. L’altra comincerà a settembre e, anche in questo caso, riguarderà l’Agorà dell’antica polis.

Strada sull’Acropoli

Ma molto altro è in programma per il miglioramento della fruibilità del Parco archeologico di Selinunte. In attesa di essere sbloccata c’è, infatti, una dote di 5 milioni di euro stanziata con il Patto per il Sud: verrà utilizzata soprattutto per ulteriori interventi di completamento del restauro del Baglio Florio e di altri due edifici del Parco, nonché per l’ultimazione dei lavori di recinzione dell’area archeologica e per la sistemazione degli impianti di videosorveglianza. Altri piccoli progetti verranno invece finanziati con fondi comunitari del programma Po Fesr, informano dall’amministrazione del Parco. Ultimo approvato, quello dell’illuminazione di alcuni punti dell’acropoli, dei templi della collina orientale e del percorso d’accesso al Tempio C, che sarà così possibile ammirare anche in notturna.

È invece pronto per l’inaugurazione il percorso pedonale adatto anche ai disabili, realizzato con una spesa di 120mila euro dal Parco di Selinunte con risorse proprie.

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Fiorisce un giardino davanti al Palazzo Reale

Inaugurato un primo tassello di un’installazione “verde” in piazza del Parlamento. Saranno impiantate più di 50 specie botaniche, simbolo di diverse culture

di Antonio Schembri

Un giardino culturale dinamico come grancassa al messaggio di incontro e dialogo tra culture. È quello inaugurato oggi sul piano del Palazzo dei Normanni, sede di uno dei parlamenti più antichi del mondo. Battezzato “Passage to Mediterranean” costituisce, a distanza di un anno dalla riapertura dei Giardini reali, una preziosa testimonianza paesaggistica rappresentativa del contesto storico-architettonico della città, in un luogo in cui ha però dominato per lungo tempo l’asfalto.

Particolare del giardino

Un trionfo di verde con decine di specie botaniche, sia tipicamente mediterranee che provenienti da paesi lontani, ma perfettamente adattatesi al clima della Sicilia, distribuite in un’installazione con la forma di stella a otto punte, divisa da un corridoio in asse con il portone monumentale del castrum superius, ossia il Palazzo reale. L’idea, generata da un team di sei architetti paesaggisti di Istanbul è il risultato della sinergia tra la Fondazione Federico II, l’Assemblea regionale siciliana e Radicepura, la fondazione catanese che dal suo grande parco florovivaistico di Giarre promuove il binomio dello sviluppo della cultura ambientale, insieme con quello dell’arte legata al paesaggio.

Il tunnel di corde

“Si tratta di un allestimento dinamico perché questo spazio crescerà in dimensione, entro fine ottobre lo allargheremo di circa una quindicina di metri e l’intento è riuscire a fargli occupare nel tempo quanta più superficie possibile dello spazio antistante Palazzo dei Normanni – spiega il fondatore di Radicepura, Mario Faro – . La scelta di concentrare intanto qualcosa come 50 specie botaniche diverse, che diventeranno molte di più con lo sviluppo del progetto, punta a comunicare un’unità di linguaggio tra culture differenti in un territorio come la Sicilia, che, va sottolineato, può ben considerarsi come la regione con la più alta biodiversità d’Europa. E ciò grazie alla formidabile convivenza di piante mediterranee o che arrivano da climi più caldi, ma anche provenienti da climi freddi”.

Un esempio di adattamento che si può osservare nel giardino dinamico è il Metrosideros excelsus, arbusto d’origine australiana, ma che nel clima siciliano ha trovato un perfetto habitat naturale. “Questa opera ci parla dell’evoluzione e dell’inesorabile sviluppo della natura e quindi del tempo – aggiunge Faro – . Ed esprime valori ambientali leggibili anche in relazione al tema dell’immigrazione: si può arrivare da lontano ma gettare solide radici se ci si adatta bene al luogo ospitante”. Il corridoio costruito al centro del giardino rappresenta un tunnel. È coperto da corde, la cui maglia si restringe progressivamente fino a infittirsi al termine del passaggio: “Simboleggia da una parte l’oscurità, la fine della vita; non a caso, a fianco, si erge un cipresso. Ma anche la sua rigenerazione”.

Il giardino culturale in piazza del Parlamento

Il giardino dinamico diverrà un luogo di incontro subito dopo il prossimo Festino, perché all’inizio dell’estate il piano di palazzo dei Normanni viene tradizionalmente utilizzato per le prove della principale manifestazione popolare di Palermo. “Lo scopo è renderlo un trait d’union tra il Palazzo e il territorio – dice Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II – . Un luogo di bellezza autentica che svilupperemo ulteriormente, sistemandovi altre aiuole e sedute”. Sula stessa linea il presidente della Fondazione e dell’Ars, Gianfranco Miccichè: “Il cemento non appartiene alle origini del Palazzo Reale. Fino a due anni fa piazza del Parlamento era completamente al buio, adesso è uno spazio aperto alla città grazie ai lavori fatti all’interno del Palazzo, all’apertura del portone monumentale e alla nuova illuminazione. Questa iniziativa rappresenta un altro passo nel percorso di rinascita culturale di Palermo. Paesaggio e natura sono forme d’arte”.

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Nuovi scavi a Pantelleria alla scoperta degli antichi sesi

Saranno studiate dagli archeologi le misteriose strutture funerarie dell’isola, su cui si concentrarono a lungo le ricerche di Sebastiano Tusa

di Antonio Schembri

L’ovale turchino dello Specchio di Venere e le insenature mozzafiato disegnate da colate laviche come la Cala Levante con l’Arco dell’Elefante e la Balata dei Turchi. Il vento implacabile, che costringe gli alberi più esposti a crescere piegati e un attivo vulcanismo che si manifesta dagli sfiatatoi delle “favare”, dai vapori del “bagno asciutto” di Benikulà e dalle sorgenti d’acqua calda di Nikà edella Grotta di Satarìa.

Pantelleria, il Laghetto delle Ondine

A Pantelleria, la “perla nera” del Mediterraneo situata a 60 miglia dalle coste siciliane e a 40 da Capo Mustafà in Tunisia, al movimento perpetuo della natura si affianca la storia: soprattutto il suo misterioso passato remoto, segnato da una presenza umana che a partire dal diciottesimo secolo avanti Cristo è diventata stanziale davanti la sua costa nord-occidentale, la meno scoscesa e più adatta alle coltivazioni. È l’area del villaggio risalente all’Età del Bronzo e dell’adiacente necropoli, situati nelle contrade di Mursìa e di Cimillìa.

È qui che si trovano i sesi, le enigmatiche strutture funerarie a forma di tronco di cono, censite per la prima volta alla fine dell’Ottocento dall’archeologo Paolo Orsi e diventate uno dei luoghi più significativi della ricerca sulle civiltà mediterranee portata avanti da Sebastiano Tusa. Dopo oltre 10 anni, su questo sito misterioso si sta per tornare a scavare. Un piccolo ma significativo step incluso nel piano recentemente annunciato dalla Regione per la ripresa, dopo oltre un decennio, dei finanziamenti a cantieri di restauro, scavo e messa in sicurezza dei siti archeologici in Sicilia (ve ne abbiamo parlato anche qui). Un risultato a lungo inseguito e infine ottenuto dal grande archeologo nel ruolo di assessore regionale ai Beni culturali, interrottosi con la sua tragica scomparsa in Kenya, due mesi e mezzo fa; e legato alla carta archeologica di Pantelleria da lui voluta per mappare luoghi e reperti storici dell’antica Cossyra, per i romani e Bent el Riah (Figlia del Vento) per gli arabi.

Uno dei sesi di Pantelleria

I lavori sull’area dei sesi, assegnati nei giorni scorsi all’impresa agrigentina Elcal, “partiranno a breve e verranno ultimati nel giro di una quarantina di giorni, al massimo entro la fine dell’estate”, assicura Riccardo Guazzelli, soprintendente ai Beni culturali di Trapani. “L’operazione – spiega – è finanziata con una dote regionale di 37mila euro e sarà focalizzata sulla tomba monumentale più vicina al mare, conosciuta come ‘Sese rosso’ (per il colore rossiccio della sua pietra vulcanica, ndr), la cui struttura, danneggiata da un bombardamento della seconda guerra mondiale, non andò distrutta in quanto i militari la sfruttarono come postazione difensiva. Più in dettaglio, verranno restaurati alcuni corridoi interni di questo monumento funerario”.

Proprio le caratteristiche costruttive dei sesi, termine dialettale usato dai contadini panteschi per indicare i cumuli di pietre laviche, fanno di questo sito archeologico un unicum in tutto il bacino Mediterraneo. Alte fino a 4 metri e con un diametro variabile tra i 10 e i 20 metri, queste strutture mostrano alcune analogie con i nuraghidella Sardegna, le torri in pietra della Corsica e i talaiotsdelle Isole Baleari. Ma a differenza di questi monumenti che erano del tutto vuoti all’interno, i sesi non lo sono. Gli scavi hanno infatti evidenziato la presenza di cunicoli alla loro base che conducono a una piccola grotta centrale. Nel Sese del Re, il più grande e tra quelli meglio recuperati, se ne contano dodici. Da questi canali i defunti venivano introdotti in posizione fetale, con i piedi rivolti verso l’uscita e un corredo funerario attorno. Probabile segno che gli antichi “sesioti” credessero in una rinascita dopo la morte.

Area archeologica di Pantelleria

“Questa comunità, ancora molto misteriosa, aveva di certo cognizioni artigianali, dimestichezza con la navigazione sufficiente a fargli sfruttare bene la posizione di Pantelleria al centro del Mediterraneo e capacità di sviluppare un’economia legata all’agricoltura e all’allevamento, che praticava proprio attorno ai sesi – illustra Maurizio Cattani, docente di preistoria all’Università di Bologna e una collaborazione più che ventennale con il professore Tusa in questi scavi – . Gli oggetti in vetro e in ceramica rinvenuti nel villaggio testimoniano probabili commerci con la Sicilia e Malta”.

Pantelleria costituisce un fiore all’occhiello dell’archeologia siciliana. “Dal 1996 la ricerca scientifica sull’isola ha raccolto risultati di eccezionale rilievo – rievoca l’archeologa Rossella Giglio, in forza alla soprintendenza trapanese fino al 2018, oggi direttrice del Parco di Segesta – . Adesso Pantelleria potrà tornare a valorizzare un patrimonio di antichità che al sito preistorico associa anche l’Acropoli punico-romana sulle alture di San Marco, l’insediamento tardo romano di Scauri e il santuario d’epoca punica, ellenistica e romana recentemente venuto alla luce davanti allo Specchio di Venere”. Tutti siti inclusi nel Parco Archeologico di Pantelleria, istituito l’anno scorso. Adesso, si spera, in via di pronta attivazione.

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Il nuovo Orto botanico si colora d’arte

Pronto il Culture Concept Store, con biglietteria e bookshop rinnovati, sale con specie botaniche del passato e un’opera del collettivo Fallen Fruit

di Antonio Schembri

Un’esplosione di colori stampata su carta da parati. Quelli dei fiori, dei frutti, delle piante e dei volatili, un variopinto carosello di uccelli e farfalle, che da stasera cattureranno la meraviglia dei visitatori dell’Orto Botanico di Palermo sin dai suoi spazi d’ingresso. È l’opera d’arte che, nel nuovo Culture Concept Store dello straordinario museo all’aperto che da 230 anni mostra migliaia di specie vegetali, molte provenienti da regioni tropicali e subtropicali, si srotola in un unico avvolgente percorso, dalla biglietteria alle prime due sale espositive.

Una delle sale decorate da Fallen Fruit

Si intitola “Spektro Completo/Iridescenza” ed è l’esempio di “arte immersiva” concepito dai Fallen Fruit, duo composto dai californiani David Burns e Austin Young. Artisti già affacciatisi sulla scena palermitana l’anno scorso quando per Manifesta 12 presentarono a Palazzo Butera “Theatre of the Sun”, l’installazione, anch’essa fatta da carta da parati, insieme con una Public Fruit Map che localizzava gli alberi da frutto della città di Palermo: parte, questa, di “Endless Orchard”, progetto globale con cui Burns e Young si propongono di mappare la presenza urbana di frutti commestibili nelle città di tutto il mondo, offrendo una riflessione sul tema degli spazi pubblici, contenitori di storia locale in continuo rinnovamento.

David Burns ed Austin Young

Nel nuovo hub dell’Orto, che unisce front office, biglietteria e bookshop a tema botanico (tra gli scaffali si contano decine di pubblicazioni su piante e fiori e teche con specie botaniche del passato) l’opera, che copre i muri con un rivestimento di cotone biodegradabile per un totale di 230 metri quadrati, realizzato da una manifattura coreana su disegno dei Fallen Fruit, mostra tre ambienti: il Mezzogiorno, con un predominante colore giallo- chiaro; la Mezzanotte, con un fondo scuro e l’Iridescenza, che declina i temi preferiti dei due artisti nei colori cangianti dell’iride. “Abbiamo trascorso molto tempo tra l’Orto Botanico e il vicinissimo museo zoologico Doderlein, un altro spazio sorprendente qui a Palermo, studiando le piante con i botanici e mettendole a confronto con specie californiane simili”, spiegano Burns e Young che da lunedì illustreranno al Victoria & Albert Museum di Londra il loro progetto artistico sul patrimonio botanico floreale della capitale inglese.

I Fallen Fruit hanno eseguito la loro opera a titolo gratuito, mentre a sostenere le spese vive dell’installazione è stata Coop Culture. “Questo spazio innovativo, di ultima generazione, è in linea con il lavoro di che già da alcuni anni orientiamo verso la gestione integrata degli spazi culturali – spiega il direttore Letizia Casuccio – . Ci siamo strutturati per sostenere enti locali e privati affinché gli spazi culturali diventino un moltiplicatore di ricchezza culturale, economica e occupazionale”.

La sala Mezzanotte

“Grazie a questa estrosa opera il sistema museale di Palermo fa un significativo passo in avanti sul fronte della fruibilità – sottolinea Paolo Inglese direttore del SiMua – . Il lussureggiante giardino palermitano è uno spazio vivo che racconta la storia di questa città. Grazie al sostegno dei privati lo stiamo rendendo all’avanguardia con nuovi servizi, biglietti integrati e attività insolite”.

Avere reso così accogliente e gioioso lo spazio d’ingresso dell’Orto Botanico, con i suoi oltre 150mila visitatori annui il secondo luogo più visitato di Palermo dopo la Cappella Palatina a Palazzo dei Normanni,  “rappresenta un modello davvero ‘europeo’ di fruizione degli spazi culturali, – dice il rettore della Università di Palermo, Fabrizio Micari – . Il risultato è qualcosa di ben diverso da un anonimo ‘scatolone’ votato solo al merchandising. Tra qualche mese contiamo di replicarlo a Palazzo Steri”.

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Palermo lancia la sfida della mobilità sostenibile

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

L’obiettivo è scoraggiare l’uso dell’auto in favore dei mezzi pubblici, elettrici e delle biciclette. Adesso arriva anche un torneo virtuale tra diverse città d’Europa

di Antonio Schembri

Mobilità sostenibile: ovvero un sistema dei trasporti idoneo a ridurre l’inquinamento, messo in pratica ormai da un numero crescente di città nel mondo; ma anche un combinato di desideri ancora lontano per molte altre realtà urbane. Perché presuppone progettualità pubbliche impegnative e cambi di mentalità, privati e collettivi. Dalla realizzazione di piste ciclabili vere e sicure, a comportamenti orientati verso la scelta di auto ibride o elettriche, l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici e, soprattutto, lo spostarsi a piedi o in bici. Opzioni fondamentali per salvaguardare la salute individuale e pubblica.

Un ambito in cui Palermo vuole fare la sua parte con un’accattivante iniziativa pilota: una competizione internazionale tra città sulla mobilità sostenibile. Si tratta del primo torneo al mondo con questa finalità, che ha anche l’utilità di raccogliere dati sulla reale coscienza ecologica e l’effettivo livello di mobilità sostenibile nelle città. Informazioni difficili da acquisire altrimenti, indispensabili per programmare il futuro.

Torneo del progetto Muv

È l’azione promossa dal laboratorio palermitano di design Push, in collaborazione con l’assessorato all’Ambiente e alla Mobilità urbana del Comune di Palermo, nell’ambito del Muv (Mobility Urban Values), progetto europeo di ricerca applicata finanziato da un fondo di Horizon 2020, il Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione. Dote assegnata per lo sviluppo del progetto, 4 milioni di euro, che verrà distribuita dalla Commissione europea tra i partner, 14 in tutto, distribuiti in 8 paesi dell’Ue: laboratori di innovazione, centri di ricerca, università e comuni. Dal canto loro, invece, gli sponsor palermitani (ristoranti, negozi, e tra gli altri, l’associazione culturale Civita), hanno scelto volontariamente di sposare il progetto per premiare gli utenti della app e ottenere una “revenue” in termini di comunicazione e relazioni con i clienti.

In questa prima edizione, che partirà il 3 giugno e si concluderà il 21 luglio, a sfidarsi saranno otto città, tra loro molto diverse per abitudini e sistemi di mobilità: con Palermo, la lista dei contendenti include Roma (grazie al coinvolgimento della sede capitolina della maltese Link Campus University), Amsterdam, Barcellona, Helsinki, la fiamminga Gent e la cittadina portoghese di Fundao. A queste realtà se ne aggiunge un’altra extraeuropea, la città di Teresina, nel centro-nord del Brasile.

Il tram di Palermo

Il gioco consisterà in scontri diretti tra due città, della durata di una settimana. I “match” si susseguiranno per sette settimane. Il primo vedrà competere Palermo con Barcellona. Una volta ultimata la raccolta dei dati, a settembre è prevista la seconda edizione del torneo, stavolta con 16 città in lizza e tanto di regular season e play off, mentre entro fine anno la medesima formula di competizione verrà rilanciata tra le università d’Europa. Tutti i cittadini possono sentirsi “squadra” e partecipare alla competizione. Per iscriversi basta scaricare gratuitamente l’app “Muv”, per Android e iOS. “Mediante questa formula competitiva, che trasforma i cittadini in atleti e campioni delle buone pratiche di mobilità, puntiamo a creare una efficiente rete di interazione tra le comunità locali – spiega Salvatore Di Dio, managing director di Push – . L’approccio è innovativo perché incoraggia i cittadini a muoversi in maniera sana secondo regole di un gioco che mescola esperienza reale e digitale e consente di arricchire il rapporto tra le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori locali e i loro clienti”. Un circolo virtuoso, insomma, il cui funzionamento si basa su una semplice meccanica di gioco: l’utente guadagna punti ogni qualvolta si muove in modo sostenibile, va cioè a piedi, usa la bici, rinuncia all’auto utilizzando il bus. E guadagna punta extra se lo fa durante le ore di punta oppure sfidando la pioggia.

Attraverso la app si registrano i propri spostamenti, aggiornando ogni settimana il proprio “ranking”, in base al cui punteggio è possibile accedere a premi e sconti offerti dai partner dell’iniziativa: “Per esempio – specifica Di Dio – l’aver consumato mille calorie camminando o pedalando può tradursi in un pranzo offerto da un ristorante pari allo stesso quantitativo d’energia bruciata. Lo prevede già un accordo che abbiamo concluso pochi giorni fa con la trattoria siculo-etnica Moltivolti, uno degli sponsor dell’iniziativa”. Naturalmente per ottenere questi risultati, non si improvvisa nulla: per sfidare altri utenti e rappresentare la propria città in tornei internazionali, occorre allenarsi su specifici task: per esempio prendere il bus almeno una volta alla settimana. Sempre per mezzo della app è inoltre possibile accedere alle informazioni di mobilità e ambientali raccolte dalle stazioni di monitoraggio che verranno presto collocate nei quartieri coinvolti.

L’app del Muv

Intanto alcuni dati ufficiali il progetto Muv li dispone già. A Palermo ci sono 560 profili, 160 utenti attivi e uno screening di 30mila chilometri sostenibilmente percorsi, il 76 per cento dei quali a piedi, il 18 per cento in bici e il 6 per cento con i mezzi di trasporto pubblico. “Perfomance destinate a migliorare”, afferma l’assessore alla Mobilità Giusto Catania, “allenatore” in carica della squadra palermitana. “Questo progetto – spiega – va nella direzione del piano urbano della mobilità sostenibile, nei prossimi giorni oggetto d’approvazione in Giunta ed è in linea con l’obiettivo del 50 per cento di mobilità sostenibile a Palermo entro il 2030. L’impegno è disincentivare l’uso dell’auto in favore dei vettori pubblici, della mobilità ciclabile e, naturalmente, a piedi. La prima partita la disputeremo contro Barcellona e di certo non sarà una sfida facile, visto che la capitale catalana ottiene da tempo risultati rilevanti sul fronte della sostenibilità. Ma, tanto per restare nella metafora calcistica, non ci lasceremo intimorire dal loro ‘tiki taka’, a cui risponderemo con lanci lunghi e tanta corsa, in questo caso camminate e pedalate. Scherzi e campanilismi a parte, si tratta di una seria scelta strategica, cioè un concreto investimento in modalità di trasporto capaci di ridurre di molto le emissioni nocive. Su questa linea, nei prossimi cinque anni contiamo di spostare oltre il 50 per cento dei passeggeri palermitani abituati a muoversi su mezzi privati verso l’utilizzo di quelli pubblici: il traguardo è attivare altre tre linee del tram entro il 2024”.

“L’aggettivo sostenibile ha tanti significati. Per me ha a che vedere col concetto di armonia, che rappresenta la sostanza di quanto Palermo sia cambiata – sottolinea il sindaco Leoluca Orlando –. Non certo nel suo scenario: i monumenti restano sempre dove sono, restaurati o sgarrupati che siano. Semmai è cambiata l’atmosfera a Palermo. E questo progetto ne è una dimostrazione ulteriore. C’è ancora tantissimo da fare sulla mobilità sostenibile, dagli spazi da percorrere a piedi, alle piste ciclabili, all’incentivo all’uso del car sharing. Ma va detto che su questo fronte anche tedeschi, francesi e spagnoli hanno ormai cominciato a apprezzarci”. Adesso la sfida di Muv è pronta a partire. “Palermo è motivata per battere Barcellona, – conclude Orlando – la sindaca blaugrana, l’amica Ada Colau, non canti vittoria troppo presto”.

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