Arte tra oriente e occidente nel Duomo di Monreale

In corso una mostra con le installazioni di Navid Azimi Sajadi e fotografie che raccontano i simboli degli oltre cento capitelli intarsiati del chiostro benedettino

di Antonio Schembri

Una produzione artistica geniale frutto del dialogo tra culture diverse. In questo aspetto della relazione tra mondo occidentale e mondo arabo, Palermo e la Sicilia sono celebri. Un laboratorio di straordinaria creatività realizzato nel periodo tra l’occupazione dell’isola da parte dei normanni nel 1061 e l’inizio del Regnum Siciliae, da questi fondato nella prima metà del 1.100, tre secoli dopo l’inizio della colonizzazione araba, alla cui tradizione artistica i conquistatori venuti dal nord mescolarono il proprio stile architettonico. Un’operazione generata dalla continua collaborazione sia con gli artisti formatisi in Sicilia nei due secoli di dominazione islamica sia con capi cantiere islamici e bizantini fatti arrivare appositamente dai paesi di origine, in particolare dalla Siria. Fase storica, quella di 900 anni fa, in cui Palermo mostrava già la sua collezione di strutture palaziali – tra chiese, cappelle e castelli votati ai sollazzi – dagli stilemi unici.

Il Duomo di Monreale

Stando solo ai grandi edifici della capitale di quello stato sovrano destinato a durare sette secoli, la carrellata dei più rilevanti va da San Giovanni dei Lebbrosi, la prima chiesa normanna costruita a Palermo alla più gloriosa Santa Maria dell’Ammiraglio (o della Martorana), fatta costruire dal generale siriano Giorgio d’Antiochia per conto del re normanno Ruggero II e la adiacente San Cataldo, edificata poco tempo dopo; dal palazzo della Zisa, top della suggestione architettonica con i giochi d’acqua dei suoi giardini all’interno del Genoardo, l’esoticoparco chiamato dagli Arabi “paradiso della terra”, al complesso monastico di Monreale, con il Duomo arabo normanno fatto costruire a tempo di record da Guglielmo II: ovvero il monumento più grande dello stile arabo-normanno, dominante Palermo dall’alto della Rocca, ma anche quello che rappresenta il “canto del cigno” di questa forma d’arte tra le più sincretiche del mondo.

Una delle installazioni in mostra

È proprio all’interno di questo complesso monumentale che è appena partita “Oriente e Occidente. Allegorie e simboli della tradizione mediterranea”, eclettica mostra organizzata dalla Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Monreale e con Mondo Mostre, tra i gruppi italiani capofila nell’ambito dell’organizzazione di eventi culturali. Un’esposizione che ruota su due poli d’attrazione: le installazioni di Navid Azimi Sajadi, trentottenne artista iraniano da tempo basato a Roma e le storie e i simboli degli oltre 100 capitelli intarsiati del chiostro benedettino adiacente al Duomo, rappresentati da 2 particolari sequenze di fotografie: uno è quella proveniente dall’archivio del Kunsthistorisches Institut in Florenz–Max Planck Institut mentre l’altra è un sorprendente allestimento di riletture fotografiche stampate su intonaco bagnato: una tecnica innovativa capace di rendere l’effetto di un affresco vero e proprio, sviluppata dal concept designer Francesco Ferla.

Ceramiche di Navid Azimi Sajadi

Ispirate all’iconografia del complesso monumentale, le opere di Navid Azimi Sajadi sono tre. Si possono guardare, nell’ordine, all’interno del Chiostro di Monreale, nella Cappella di San Benedetto ubicata dentro il Duomo normanno e in una sala del Museo Diocesano. Più in dettaglio si tratta, per quanto riguarda la prima installazione, di due pannelli adiacenti ispirati alle geometrie della Cappella Palatina, sopra i quali sono appese 10 ceramiche dette “a stella e a croce” con disegni che rimandano a forme e storie rappresentate nei capitelli del Chiostro (Mitra, Pavone, Fenice). Due le tecniche utilizzate da Sajadi per realizzarli: quella mediterranea dello sgraffito e quella persiana basata sugli smalti.

Installazioni fotografiche di Francesco Ferla

L’installazione della cappella benedettina, invece, è costituita da due pezzi incastrati ispirati ai serafini e agli angeli raffigurati nella cupola e da blocchi di polistirolo che richiamano l’immagine stilizzata della grande chiesa a sud ovest di Palermo. Riferimento principale di quest’opera è proprio il capitello che raffigura re Guglielmo nell’atto di donare la cattedrale alla Madonna con il Bambino. La terza opera, fa infine riferimento alle maschere funebri greche e alla cultura dei vasi siciliani con la geometria delle muqarnas della Cappella Palatina.

Una delle opere di Navid Azimi Sajadi

“Ho voluto creare un dialogo contemporaneo tra l’arte mediorientale e il mondo occidentale mediterraneo, utilizzando legno, ferro e soprattutto la ceramica, materiale che accomuna molto la Sicilia all’arte persiana”. spiega Navid Azimi Sajadi. “A febbraio di quest’anno, poco prima del lockdown – continua l’artista – sono venuto qui a Palermo per studiare a fondo l’arte arabo-normanna: uno stile che definisco ‘polifonico’, un’incredibile mescolanza di suoni e linguaggi diversi. Qui a Monreale ho immaginato questo mondo come qualcosa che fuoriesce, perfettamente amalgamata, come da un grande armadio con tanti cassetti, ciascuno contenente un proprio mondo. E ho cercato di declinare in chiave contemporanea il ‘sogno’ di Guglielmo II: realizzare una grandiosa cattedrale attraverso l’apertura, la comunicazione tra popoli differenti. Un messaggio che parte 9 secoli fa e che trovo ancora più contemporaneo dello stesso ambito di riferimento della mia formazione di artista concettuale”.

Navid Azimi Sajadi

Del resto – aggiunge – “anch’io vengo da un Paese che ha raggiunto il massimo livello del suo patrimonio artistico a causa delle numerose ‘invasioni culturali’ a cui è stato sottoposto, quindi reputo naturale la sovrapposizione di stili. Specie quando questa è capace di produrre una bellezza dal così favoloso equilibrio, come è quella che si trova a Monreale”. L’esposizione dell’artista di Teheran costituisce lo step iniziale di un percorso espositivo che sfocerà a Palermo, proprio al palazzo della Zisa con un evento ancora più particolare. Dal 24 novembre, infatti, nella Al Aziz ovvero “la splendida” residenza dei sollazzi costruita nel XII secolo fuori dalle mura della città, Sajadi creerà opere in situ coinvolgendo i visitatori durante le fasi della loro realizzazione. Ci saranno workshop e performance organizzate anche con altri artisti e giovani studenti che manipoleranno le sue ceramiche smaltate, le superfici in polvere d’oro e tutti i materiali con cui si creerà – spiega – “un ambiente metaforico che darà occasione di comprendere ‘live’ l’uso dei linguaggi artistici che testimoniano il sincretismo culturale durante il regno normanno di Sicilia”.

Il chiostro

Per fruire meglio la mostra di Monreale è stata Mondo Mostre ha approntato una app scaricabile dagli store di Apple e di Google. Si chiama Momo e consente a chi si trova nel chiostro di esplorare e leggere i dettagli delle quattro facce di alcuni capitelli puntando lo smartphone sul simbolo posto sulla colonna. Per chi invece non si trova a Monreale, l’app da remoto proporrà una visita virtuale del chiostro con focus sui capitelli accompagnati dalle note del maestro Pinuccio Pirazzoli.

I mille volti di David Bowie negli scatti di Sukita

Si inaugura a Palermo una mostra fotografica che ripercorre la carriera artistica del “Duca Bianco”, ritratto dal maestro giapponese

di Antonio Schembri

Nel periodo in cui lui consolida il suo ruolo sul proscenio del rock, gli anni ’70, non sono stati pochi i musicisti che, pur con intensità molto differenti, hanno incendiato la scena artistica con la rapidità di asteroidi. La carriera di David Bowie, al secolo David Robert Jones, decollata alla fine degli anni ’60 da Brixton, malfamata area del South East di Londra, è durata invece mezzo secolo e si è conclusa solo con la sua scomparsa, poco meno di 4 anni fa a New York senza essere mai sceso dai piani più altolocati dell’iconografia pop.

A ripercorrerla sono i 103 scatti di Masayoshi Sukita, l’unico tra i tanti fotografi con cui Bowie abbia mai stretto e coltivato uno speciale sodalizio professionale, che da domani fino al 31 gennaio 2021 sono distribuiti in 8 saloni di Palazzo Sant’Elia, una delle sedi simboliche della difficile rinascita culturale di Palermo. Intitolata “Heroes – Bowie by Sukita”, la mostra è una retrospettiva avvincente anche per l’ambientazione: in mezzo alla bellezza barocca degli interni dell’edificio ubicato in fondo alla via Maqueda, contrasta il tratto visionario e intimistico delle fotografie, il 60 per cento delle quali sono in bianco e nero, con cui l’artista giapponese scandaglia la rutilante parabola creativa della rock star britannica.

Promossa e organizzata da Oeo Firenze Art e Le Nozze di Figaro, insieme con Fondazione Sant’Elia e patrocinata dal Comune e della Città Metropolitana di Palermo, la mostra è uno degli appuntamenti centrali del festival Le Vie dei Tesori (visite nei weekend, sabato e domenica, dalle 10 alle 17,30, qui per prenotare).

I fermi immagine di Sukita rivelano un rapporto speciale di collaborazione e amicizia con il Duca Bianco. Un dialogo praticamente muto ma direttissimo andato avanti per oltre 40 anni, solo con sguardi e silenzi, con rare incursioni di traduttori, dato che il fotografo originario di Fukuoka non parla l’inglese. Una storia che parte nel 1972 quando il fotoreporter, originario di una famiglia molto indigente e avvicinatosi alla fotografia durante l’adolescenza grazie al regalo di una modesta fotocamera ricevuto dalla madre, arriva a Londra per immortalare la band dei T-Rex, capitanata da Marc Bolan: sono i precursori del genere glam rock , quello che in seguito Bowie perfezionerà col suo talento visionario.

Sukita non conosce ancora l’eccentrico Mod in continua ascesa nella scena rock internazionale. Sa che, come tanti altri, si esibisce spesso nei più famosi spazi per eventi musicali del West End londinese, dall’Hammersmith Odeon all’Astoria. Rimane colpito dal manifesto promozionale di un concerto di Bowie che lo raffigura con una gamba alzata su uno sfondo nero e decide di andare a sentirlo. Grazie alla mediazione della stylist Yasuko Takahashi si accorda col cantautore per uno shooting. Da quel momento Sukita sosterrà sempre che “David Bowie non era un normale performer. In lui c’era tanta più profondità e immaginazione rispetto a un regolare musicista”.

Da quel primo incontro comincia una relazione artistica, protrattasi fino alla morte di Bowie. Provando ancora a definire la sua vita con immagini mutuate dallo Spazio – ciò che per la rock star è stato nel contempo mania e giacimento d’ispirazione (“Space Oddity”, è considerata da molti la sua migliore canzone, composta, si dice, di getto dopo aver visto al cinema “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick) – la voce e le composizioni di David Bowie hanno illuminato l’arte contemporanea come una intensa stella cometa: duratura e capace di dettare direzioni, ma, nel suo specifico caso, anche di disorientare, sorprendere, innovare a colpi di anticonformismo, continua ricerca dell’effetto e mutazioni così svariate e frequenti da rendere impossibile incasellarlo in uno stile. Molti sono stati i fotografi famosi che hanno puntato l’obiettivo sulle sue multiformi espressioni di uomo onnivoro anche di letture e dalla vasta conoscenza di arti e filosofie orientali.

Per Masayoshi Sukita quel viso dai lineamenti aristocratici, gli occhi gelidi dai colori spaiati (risultato, si dice, di una rissa giovanile per una ragazza), nonché le acconciature e i costumi coloratissimi, sono stati quasi un’ossessione: “Da quando ho cominciato a ritrarlo, non ho mai smesso di cercare David Bowie”. Lo dichiara, ancora oggi, Sukita, a 82 anni. Uno spaccato emozionante, questa mostra, di pezzi di vita di una delle più controverse leggende del rock. “Difficile scegliere la foto più suggestiva, lo sono tutte – dice la curatrice della mostra Vittoria Mainoldi – una però ha un retroscena singolare, quella che Sukita gli scatta nel periodo degli anni ’90 in cui Bowie porta la barba, look per lui inusuale. Bowie gli accorda l’appuntamento a condizione che il fotografo di moda, arrivando da Tokyo, gli procurasse in anteprima l’ultima opera prodotta in quel periodo da Ryuki Sakamoto, di cui sono entrambi amici stretti. Durante lo shooting, la rock star sta ascoltando la musica del compositore giapponese alle cuffiette, che non entrano nell’inquadratura e fissa l’obiettivo in trance da oltre mezz’ora. È la foto di Bowie rapito da Sakamoto”.

C’è anche uno scatto inedito: si intitola “Clock” e raffigura il cantante al centro di un orologio su cui sono segnate soltanto 10 ore, a simboleggiare l’esiguità del tempo. Di sé David Bowie usava dire, minimizzando: “Io sono una faccia e una voce”. Espressioni dolci e fragili, dure e ciniche di un talento immenso, manifestato con testi, strumenti (era capace di suonarne 11, a cominciare da sassofono e violoncello) ma anche mediante apprezzate incursioni nel cinema e nel teatro. Presenza scenica esplosiva, con tanti alter ego: dal personaggio di inizio carriera, abile a dare di sé un’immagine androgina e decadente, a Ziggy Stardust, l’alieno proveniente da Marte con i suoi capelli verde arancio: lo stesso che Bowie impersona nel film “Un uomo caduto sulla Terra”; per ritrovare, più avanti, il dandy, ancora più raffinato e ambiguo, al punto da rappresentare ormai anche un’icona gay, del suo periodo berlinese: il triennio 1977- 79, trascorso con Iggy Pop in una abitazione vicina al Muro, nel quale i due si disintossicano dalle droghe e lavorano assieme sul pentagramma.

Avviene lo stesso, sempre a Berlino Ovest, con un altro collaboratore d’eccezione, Brian Eno. Sinergie che portano Bowie a realizzare altri 3 album iconici, “Low”, “Heroes” e “Lodger”. E a rientrare nel mondo della celluloide: sulle note di alcuni suoi brani, tra cui lo stesso “Heroes”, il suo pezzo più celebre, lo si ricorda in alcuni spezzoni di ‘”Christiane F. – Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino”, scioccante film-documento del 1981 sulla diffusione delle droghe pesanti tra i giovanissimi. Una carriera in cui si susseguono svariati momenti artistici contrassegnati da partnership prestigiose. Con Nile Rodgers degli Chic e di nuovo con Iggy Pop, sfociati in hit inconfondibili rimasti a lungo ai vertici delle classifiche discografiche, come Let’s Dance e China Girl.

Pezzi che, insieme con moltissimi altri, accompagnano la visita davanti alla carrellata fotografica su sguardi espressioni e posture di questo artista dalla personalità straripante; espressa anche, come se non bastasse, sul proscenio dell’immagine e della pubblicità con Andy Warhol, della cui “Factory”, nel cuore della Grande Mela, Bowie è stato assiduo. Romantico, decadente, poliedrico, totalmente anticonformista: un universo a sé stante quello posto da David Bowie nella storia del rock e nella cultura pop. Un astro dalla luce irriducibile, alla formazione del cui mito le messe a fuoco di Masayoshi Sukita sono state essenziali.

Turismo tra crisi e ripresa, la Sicilia sul podio

L’Isola si piazza al terzo posto, dopo Toscana e Puglia, tra le regioni più ricercate dell’estate. Ma la ripartenza è tutta in salita

di Antonio Schembri

Se l’aggiornamento dei dati su prenotazioni e arrivi in questa anomala estate mostra adesso un’intonazione alla risalita, è certo che, quando a fine anno si raccoglieranno quelli definitivi, l’impatto della pandemia sul turismo italiano nel 2020 risulterà duro in ogni caso. Lo conferma l’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo, secondo le cui previsioni per l’anno in corso il totale dei visitatori (l’aggregato internazionale e nazionale) diminuirà del 44 per cento rispetto all’anno precedente. Significa 51 milioni di turisti in meno, con una diminuzione di 165 milioni di notti e un decremento di 67 miliardi di euro di spese legate a trasferte turistiche nel Belpaese.

Turisti in via Vittorio Emanuele a Palermo

Numeri che chiamano governo nazionale e regioni a ripensare il modello di uno sviluppo turistico che oggi appare squinternato dalla crisi causata dal coronavirus. A cominciare dal sistema dei trasporti. Quelli aerei, soprattutto, per la Sicilia “ponti” principali del traffico turistico. Occorreranno pianificazioni orientate sulla promozione del turismo di prossimità, quello che conduce verso mete vicine a casa, possibilmente non affollate, da estendersi al territorio nazionale e a quei paesi europei che presenteranno condizioni di maggiore sicurezza in termini di controllo su eventuali nuovi cluster di contagio. Imprescindibile rafforzare il brand Sicilia. Parola d’ordine adesso è “comunicare”, promuovere le destinazioni siciliane.

Toti Piscopo

Obiettivi del Programma triennale di Sviluppo Turistico 2020-2022 presentato nei giorni scorsi dal Dipartimento regionale del Turismo, saranno da una parte l’immagine unitaria dell’offerta culturale, naturale e turistica dell’Isola nel mercato interno; dall’altra la destagionalizzazione dei flussi e l’offerta di un turismo “esperienziale”. Concetto, quest’ultimo, contrapposto alturismo di massa e indicanteattività dal forte impatto personale con ciò che i luoghi contengono. Un ambito che dovrà fare i conti con i nuovi scenari condizionati dalla crisi. “Inutile ignorarlo: fermo restando che nei mercati internazionali la Sicilia mantiene alto il suo livello d’attrattività, anche se con servizi di non eccelsa qualità, ormai l’agenda del turismo la scrive il Covid e non più le programmazioni dei tour operator”, afferma Toti Piscopo, presidente di Federturismo Sicindustria Palermo. “Non c’è dubbio che il crollo del turismo sia stato determinato dall’annullamento dei voli, così come gli attuali cenni di ripresa sono determinati dal loro ripristino – aggiunge – . Ma si tratta di una risalita ancora rallentata dal prevalente senso di ansia dei passeggeri. Fino a un mese fa, compagnie aeree avvezze a riempimenti fino a oltre l’80 per cento dei propri velivoli, viaggiavano con 4-5 passeggeri a bordo”.

Turisti davanti alla Cattedrale di Catania

L’estate calda sta determinando nette modifiche di questi scenari. Ma occorre attendere almeno la fine della stagione per trarre riscontri più credibili. Punto fermo di questi giorni, attestato da Skyscanner e Trivago, motori di ricerca online che monitorano e comparano rispettivamente prezzi dei voli e le tariffe delle strutture ricettive, è che la Sicilia si colloca sul podio delle mete attualmente preferite dagli italiani, preceduta dalla Toscana e dalla Puglia (dominatrice della classifica). La ripresa dei voli che da e verso gli aeroporti siciliani tornano a riempirsi su livelli tra il 50 e il 60 per cento, indica spostamenti solo da parte di turisti individuali, cioè non legati a gruppi organizzati. Anche il mercato internazionale sembra rimettersi lentamente in carreggiata, ma le criticità che adesso pesano su ambiti strategici dell’incoming, come quelli dei turisti americani, tedeschi e spagnoli, a detta degli esperti dell’economia del turismo non si smaltiranno certo nel giro di un anno: “Le previsioni indicano una crisi che continuerà sino al 2022 – riprende Piscopo – e che di effettiva ripresa si potrà parlare non prima del 2023, se non nel 2024”.

L’aeroporto di Birgi

Nel generale clima di sofferenza, arrivano comunque segnali di ripartenza. Anche dai piccoli aeroporti siciliani. A Trapani, grazie a contributi regionali per poco meno di 10 milioni di euro, lo scalo Vincenzo Florio di Birgi, trovatosi in ulteriori difficoltà a causa dell’abbandono di Alitalia, sempre a giugno ha potuto siglare due accordi: con Albastar, aerolinea fondata a Palma di Maiorca nel 2009 da una joint venture tra imprenditori britannici e siciliani per sostituire la compagnia di bandiera nelle tratte da e per Roma e con Ryanair che, in attesa della soluzione del debito verso la compagnia irlandese da parte di alcuni comuni trapanesi inadempienti, assicura anche alcuni voli internazionali: su Malta, Praga e Baden-Baden.

L’aeroporto di Comiso

In Sicilia orientale, l’aeroporto degli Iblei, gestito dalla Soaco spa, di cui oggi il Comune di Comiso, fino al 2007 proprietario unico, detiene il 35 per cento delle quota sociale (caso unico in Italia), è rimasto chiuso per tutto il periodo del lockdown. “Dalla riapertura, il 21 giugno, l’attuale tabella di marcia prevede voli per 5 giorni alla settimana verso Pisa Malpensa, Bruxelles e Francoforte, operati da Ryanair – spiega il presidente Giuseppe Mistretta –. A questi si aggiungono i charter verso Parigi Orly, operati da Transavia e dal primo agosto, il collegamento per Bologna assicurato da Tajaran Jet (compagnia bulgara con capitali anche italiani, ndr)”.

L’aeroporto di Palermo

Riguardo a Palermo, prosegue da un mese all’aeroporto Falcone e Borsellino la campagna promozionale “Fly to Palermo, book 4 nights, get 1 night free” (vola a Palermo, prenota 4 notti, una è gratis), generata dall’intesa tra Federalberghi e la Gesap. I dati attuali dello scalo di Punta Raisi indicano un recupero. Chiusosi male il mese di luglio, con un totale di 321.565 viaggiatori contro i 775.265 del 2019, adesso il traffico si attesta su una media di 16mila passeggeri al giorno e un indice medio di riempimento nell’ordine di poco meno di 120 passeggeri a volo. Molti alberghi hanno riaperto e, sul gioco delle percentuali, la Sicilia viaggi su livelli migliori di tante altre regioni italiane. “Le perdite però sono comunque gravi – riprende Piscopo – se si analizzano i dati dalla primavera del 2019 a quella del 2020, il blocco pandemico ha causato un crollo di quasi il 70 per cento delle prenotazioni”.

Il porto di Palermo

Va ancora peggio sul mare: per il mercato crocieristico, di cui il 90 per cento passa attraverso le agenzie di viaggio, che vendono anche con un anno di anticipo e dove tutto ciò che non si riesce a realizzare nei periodi programmati si traduce in perdite secche, “le dimensioni del danno economico subito dal comparto, sono enormi – riprende Piscopo – . Facile del resto immaginarlo, visto che prima del Covid nel Mediterraneo si muovevano ogni giorno almeno 60 navi da crociera, con almeno 350mila posti letto”. Per questo due settimane fa Pasqualino Monti, presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia occidentale, ha fatto appello al Ministro della Salute, Roberto Speranza,per evitare ulteriori rinvii al via libera alle crociere nei porti italiani: “Urge riaprirli al più presto, per scongiurare danni, diretti e indotti, che risulterebbero insanabili”.

Uno scorcio di Trapani dalla Colombaia

“Ci attende un lungo periodo di transizione sul quale costruire una progettualità turistica diversa, orientata soprattutto verso target nazionali – dice Rosalia D’Alì, presidente del Distretto turistico della Sicilia Occidentale – . Abbiamo intanto lavorato sul potenziamento dei trasporti su strada tra lo scalo di Trapani e l’aeroporto internazionale di Palermo che distano tra loro poco più di 80 chilometri. Le corse dei bus, offerte dalla ditta Segesta, sono state raddoppiate, 8 da Birgi e verso Punta Raisi e viceversa. Un passo in avanti l’integrazione tra i due scali”.

Rosalia D’Alì

“Di certo – considera D’Alì – se avessimo un sistema ferroviario aggiornato e efficiente, il passo verso l’intermodalità reale sarebbe assai più spedito”. Il distretto turistico della Sicilia Occidentale coinvolge 17 comuni della provincia trapanese, dieci dei quali hanno finanziato due campagne di comunicazione: l’iniziativa “Caraibi? No, Sicilia Occidentale”, portata avanti con il sito nonsonoicaraibi.it e la campagna “viaggia in sicurezza, vieni in Sicilia Occidentale”, il cui concept, specifica D’Alì, “è invitare gli italiani a vivere le numerose e diversificate suggestioni e esperienze assicurate da una vacanza in Sicilia Occidentale” .

Viaggiatori in aeroporto (foto Rudy and Peter Skitterians, da Pixabay)

Scenario difficile, in definitiva; dove l’ottimismo stride con dati da profondo rosso. Al punto da alimentare polemiche da parte delle principali associazioni di operatori turistici (Federalberghi, Federturismo e Assoturismo) verso l’Enit, il cui ultimo bollettino di monitoraggio parlava di un’Italia quasi “sold out” a Ferragosto. L’Agenzia nazionale del turismo ha però risposto sottolineando la criticità della situazione italiana, in linea con le rilevazioni della stessa Federalberghi: -82 per cento per cento degli arrivi aeroportuali internazionali, -90,3 per cento delle prenotazioni aeroportuali internazionali fino a settembre e un calo degli arrivi stimato fino alla fine dell’anno nel -55 per cento per gli stranieri e nel -31 per cento per gli italiani. Per l’assenza dei turisti d’oltreoceano, a pagare di più in Italia sono le città d’arte e anche molte destinazioni balneari. “Il dato sulle prenotazioni online per la settimana di Ferragosto (diramato da Booking.com) – si legge in un comunicato dell’Enit – si inserisce in un contesto fortemente influenzato dalle compensazioni delle partenze da parte degli italiani per le tradizionali vacanze estive ed è comunque un segnale positivo che continueremo a monitorare e evidenziare”.

Così tornerà in piedi un telamone tra i templi

Una delle enormi statue del Tempio di Zeus sarà innalzata con l’appoggio di una struttura metallica. Previsto anche il restauro di altri reperti della stessa area

di Antonio Schembri

Erano svariate già dalla fine del 2019 le iniziative annunciate per festeggiare quest’anno un evento che è in sé una sfida al tempo. Il duemilaseicentesimo compleanno della Valle dei Templi, l’area dell’antica Akràgas, definita da Pindaro la più bella città dei mortali nel suo periodo più fulgido: quello successivo al completamento delle ambiziose opere pubbliche promosse dal tiranno Terone all’indomani della vittoria contro Himera, con cui la pianta urbana venne punteggiata dai magnifici monumenti in calcarenite che oggi ipnotizzano lo sguardo in un paesaggio aggredito dalla cementificazione. Poi tutto si è paralizzato con l’emergenza sanitaria dei mesi scorsi.

Il telamone del Museo archeologico di Agrigento

Tra le azioni previste, la ricostruzione in posizione verticale di uno dei 38 telamoni – le enormi statue con le braccia piegate attorno alla testa rievocanti la figura mitologica dell’Atlante – che attorniavano e sorreggevano al posto delle colonne la trabeazione del Tempio di Giove Olimpio, il principale dell’area e tra i più maestosi del mondo ellenistico (più grande dello stesso Partenone di Atene). Tempio di cui però nella Valle dei Templi si possono osservare solo le macerie. Oggi di queste statue (alte oltre 7 metri e mezzo) si conoscono due esemplari all’interno del Parco archeologico agrigentino: uno originale, esposto nel Museo archeologico e una copia “coricata” vicino alle vestigia del Tempio di Giove, poche centinaia di metri in linea d’aria dalla Via Sacra, il camminamento dall’ingresso nella Valle che conduce al Tempio della Concordia.

La copia del telamone

Nei giorni scorsi l’iniziativa di ricomporre e mettere in piedi un telamone ha sollevato polemiche. Tutte legate al dubbio che a dovere essere tirata su fosse proprio la copia. A confermare la scarsa gittata di questa fake news che non ha comunque mancato di girare veloce nel web creando confusione, è lo stesso direttore del Parco Archeologico, Roberto Sciarratta: “Quella che vogliamo rimettere in piedi non è affatto la copia della statua, ma un altro telamone originale, i cui pezzi, situati a poca distanza, vennero ritrovati e ricomposti grazie agli scavi condotti nel 1920 dall’archeologo Pirro Marconi”. L’attuale operazione, puntualizza, “è lo step finale di uno studio che il Parco porta avanti dal 2005 in collaborazione con l’Istituto Germanico di Roma, sotto la guida del professor Heinz Beste, grazie al quale è stato possibile finalizzare i risultati acquisiti durante gli scavi di un secolo fa”. Ricerche, quelle di Pirro Marconi, che in effetti di telamoni ne individuarono in tutto sette.

Rovine del Tempio di Zeus (foto José Luiz Bernardes Ribeiro, da Wikipedia)

L’attuale progetto, oggi alla fase finale, prevede l’innalzamento e la sistemazione del telamone con l’appoggio di una struttura metallica fissa: una lastra di sostegno con mensole in acciaio corten (resistente alla corrosione e alla trazione), sulle quali il peso del gigante di pietra verrà in pratica scaricato. Ma, tengono a precisare al Parco, questa operazione non è isolata. Si inquadra invece in un più ampio progetto di restauro e musealizzazione di tanti altri reperti (catalogati sempre con l’Istituto Germanico) all’interno della stessa area del grande tempio. Più in dettaglio, questi interventi riguarderanno anche il recupero di una novantina di frammenti di telamoni, il rimontaggio e la ricollocazione di parte della trabeazione del Tempio di Giove e infine la liberazione dell’antistante spazio orientale per collegare l’altare di Giove con lo stesso tempio. “Entro la fine dell’estate pubblicheremo in un apposito libro tutti gli studi e i restauri fatti su quest’area”, dice Sciarratta.

Rovine del Tempio di Zeus (foto Palickap, da Wikipedia)

Un immenso ammasso di calcarenite, le rovine del tempio di Zeus: simile, come scrisse Goethe, “agli ossami d’un gigantesco scheletro”. Probabilmente utilizzato come cava di pietra per la ricostruzione del molo di Ponente dello scalo marittimo di Porto Empedocle. “Un’area che a questo punto merita di essere recuperata e valorizzata – riprende Sciarratta – Il suo collegamento con la Via Sacra viene oggi facilitato da una passerella, ma puntiamo a liberare l’intera area dell’altare di Giove dai massi crollati durante gli scavi degli anni ’20 così da far riguadagnare dal punto di visto percettivo proprio il collegamento tra altare e tempio. Vogliamo insomma dare continuità di fruizione a tutta la collina dei Templi, fino al Tempio dei Dioscuri e al sottostante bacino della Kolymbetra, includendo i vari ettari in cui sono sparpagliate le rovine del tempio di Giove. Significa visite più lunghe, che indurrebbero i turisti a uscire dalla logica dai sopralluoghi ‘mordi e fuggi’ alla Valle”.

Turisti nella Valle dei Templi

Da giugno dell’anno scorso fino al lockdown partito a marzo, la Valle dei templi ha fatto registrare una lunga “volata” di presenze in aumento. “Difficile recuperare quei risultati in tempi brevi, ma – conclude Sciarratta – dopo la riapertura i flussi turistici stanno tornando vivaci, con una media di mille visitatori al giorno: turismo di prossimità, ma adesso anche con l’arrivo di stranieri”.

Addio a Morricone, raccontò la Sicilia attraverso la musica

Il grande compositore romano, scomparso a 92 anni, era molto legato all’Isola. Fu autore di indimenticabili colonne sonore che hanno segnato la storia del cinema

di Antonio Schembri

Se n’è andato stanotte a 92 anni, patendo la recente rottura di un femore. Ma il fatto che abbia salutato la vita terrena è solo una dolorosa formalità. Già da molto tempo Ennio Morricone era un “immortale” della scena artistica mondiale. Da quando il suo sodalizio con Sergio Leone ha consegnato alla storia della cinematografia una sfilza di gioielli iconici, oggi fonte di ispirazione per altri mostri sacri americani della regia.

Ennio Morricone al Festival di Cannes del 2012

Tra tanti film lavorati in tandem col regista romano, scomparso invece troppo presto, basti ricordare la cosiddetta “trilogia del tempo”, composta da “C’era una volta il West”, con l’inconfondibile suono dell’armonica che parte dal primo piano delle labbra di Charles Bronson (pellicola che dal 2009 occupa il primo posto nelNational Film Registry alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti), seguita da “Giù la testa”, film manifesto sulla rivoluzione messicana e l’evocazione di quella irlandese dell’Ira, con la ricorrente melodia di “Sean Sean” (il nome “irish” del protagonista bombarolo interpretato da James Coburn), e, infine, da “C’era una volta in America”, l’ultimo film di Leone: minuzioso affresco, anche grazie alle note di Morricone, sull’impasto umano e criminale a New York tra ebrei, irlandesi e italiani d’origine siciliana.

Nuovo Cinema Paradiso

La Sicilia, appunto, che Morricone, premio Oscar nel 2016 per la colonna sonora di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino (altro autore che lo ha sempre considerato come un faro), ha successivamente narrato con note favolose, grazie alla fortunata collaborazione con Giuseppe Tornatore. Da quel capolavoro che è “Nuovo Cinema Paradiso”, le cui scene esterne fanno viaggiare tra Bagheria, Cefalù, Castelbuono, Lascari e ancora Chiusa Sclafani, Palazzo Adriano (set della piazza del cinema) e la spianata della Tonnara di Solanto, tra Santa Flavia e Casteldaccia; a un’altra grande opera come “L’Uomo delle Stelle”, ambientato tra Ragusa Ibla e Monterosso Almo. Non dimenticando film, anche contestati, come “Malena”, girato tra Noto e Siracusa, Catania, la Scala dei Turchi e i ruderi di Poggioreale e il kolossal “Baarìa”, solo ambientato nella cittadina delle maestose ville barocche vicina a Palermo, ma girato in Tunisia.

Baarìa

Artista inscindibile dalla “sua” Roma, ma con un legame molto forte con la Sicilia. Sul pentagramma Ennio Morricone ha fissato momenti indimenticabili da accoppiare a campi lunghi e primi piani sui dolori, le speranze, i riscatti e la bellezza unica dell’Isola. Proprio a Bagheria, il cui Consiglio comunale gli conferì la cittadinanza onoraria nel 2006, le sue inconfondibili melodie hanno risuonato più volte tra le mura di maestose dimore dell’area urbana: omaggio di tanti musicisti, non solo locali. La seduta in cui gli venne assegnato il riconoscimento viene ricordata come un momento straordinario, anche perché tale fu la sede nella quale si svolse, ossia Villa Cattolica, sede del museo permanente dedicato a Renato Guttuso. Perdere un riferimento come Ennio Morricone, adesso, impoverisce in maniera pesante l’attuale panorama culturale del Paese. Lascia, però, eternamente ricchi.

Pantalica: paradiso verde tra canyon, grotte e misteri

Pronto un piano per rilanciare uno dei siti archeologici più antichi del Mediterraneo. Saranno riqualificati i sentieri e migliorati i servizi turistici

di Antonio Schembri

Natura e storia millenaria. Per un sito come Pantalica, paradiso nel verde protetto da due fiumi e eclissato dietro una coltre di mistero, questa combinazione è un paradigma. Nell’entroterra a 30 chilometri dalla costiera di Siracusa, l’Anapo – nome che in greco antico significa invisibileperché in molti tratti del suo percorso questo fiume scompare nel sottosuolo – ha inciso, con il suo affluente Calcinara, spettacolari canyon nella roccia calcarea. Ed è in quest’area incastonata nell’altopiano ibleoche, secondo gli storici, nacque la cosiddetta “civiltà di Pantalica”, la comunità sviluppatasi a partire dal XIII secolo avanti Cristo, durante l‘Età del Bronzo, con l’insediamento di popolazioni costrette a tenersi distanti dai litorali per via delle incursioni di genti che arrivavano dal mare.

Tombe rupestri (foto Paolo Cavarra)

Uno dei siti archeologici più antichi del mondo mediterraneo, di cui ancora poco si conosce. E dove, a detta degli archeologi, un’ipotetica campagna di scavi potrebbe scoperchiare chissà quante sorprese sui probabili contatti intercorsi tra indigeni e civiltà pre-ellenistiche, come quella cretese e la micenea. Con la Valle dell’Anapo e la Cava Grande del Calcinara, Pantalica fa parte dal 1997 della quarta Riserva più estesa della Sicilia (3.700 ettari) e dal 2005, anche del Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco. Un luogo unico e complesso che, a detta di guide e tour operator, non ha finora mai giovato di una organica programmazione di interventi per valorizzarlo sul fronte del turismo culturale, né di una promozione turistica adeguata al suo prestigio.

Indicazioni turistiche

In linea con la recente ripresa delle attività outdoor, l’Azienda Foreste ha avviato dal 3 giugno la pulizia dei sentieri di Pantalica. E adesso annuncia anche un piano per migliorarne la fruizione. Saranno le risorse del Fesr (il Fondo europeo per lo sviluppo regionale) afinanziare gli interventi per migliorare la sicurezza dei sentieri e di avviare riparazioni sui manufatti ristrutturati anni addietro grazie alle progettazioni, portate avanti in un arco temporale di 18 anni da due Gal (gruppi di azione locale): il Val d’Anapo, poi diventato Agenzia di sviluppo degli Iblei e l’omologo Gal Natiblei. Queste operazioni consentirono in particolare la conversione in pista per la mobilità lenta del sedime della ex ferrovia a scartamento ridotto Siracusa-Ragusa-Vizzini,  che attraversa la riserva per 13 chilometri, il recupero di alcuni caselli, uno dei quali adibito a museo della civiltà contadina e della Villa delle Rose, caseggiato nobiliare ubicato nel mezzo dell’area protetta, destinato a ospitare convegni scientifici ma mai utilizzato.

Pantalica (foto Giulio Giallombardo)
Vegetazione della riserva (foto Giulio Giallombardo)

Manufatti che oggi attendono finanziamenti per nuovi interventi per non farli scivolare di nuovo nel degrado da cui vennero salvati. Lo stesso vale per le necessarie riparazioni della copertura wi-fi a banda larga della riserva di Pantalica e della Valle dell’Anapo: un’infrastruttura indispensabile per la crescita di un turismo escursionistico da praticare in sicurezza. “Valorizzare un eco-contesto come quello di Pantalica è un passaggio strategico nell’attuale fase in cui si sta registrando un incremento di nuove modalità di turismo ‘plein air’ che richiedono servizi integrati”, dice Sebastiano Di Mauro, direttore del Gal Natiblei. “L’importo attualmente richiesto ammonta a 600mila euro”, specifica Giancarlo Perrotta, dirigente dell’ufficio provinciale dell’Azienda Foreste, che aggiunge: “Stiamo intanto mettendo a punto nuove modalità d’accesso in riserva per evitare assembramenti agli ingressi (per file di singole persone e con la rilevazione della temperatura corporea). Contiamo di mandare a regime l’attività a partire dal 1 luglio”.

Anaktoron

Le vestigia di Pantalica, l’antichissima Hybla, vennero alla luce con gli scavi condotti da Paolo Orsi tra il 1895 e il 1910 e ripresi a metà del secolo scorso da Luigi Bernabò Brea. Su tutte l’Anaktoron, la residenza del leader della comunità, comunemente indicata come il Palazzo del Principe, di cui sono visibili solo le pietre megalitiche del basamento. Le attrattive più iconiche rimangono però le 5 necropoli rupestri, con il fitto alveare di grotte scavate lungo i costoni di roccia calcarea: qualcosa come 5mila cavità, utilizzate come tombe. Un numero mai definitivamente accertato. A prendersi la briga di catalogarle è stato di recente l’archeologo scozzese Robert Leighton. Ne ha censito 3.300, ammettendo però la parzialità della sua ricerca, che non è riuscita a includere i tanti altri “buchi” coperti dalla vegetazione e quelli trasformati in abitazioni durante la colonizzazione bizantina.

Necropoli rupestre

Furono gli arabi a ribattezzare quest’area col nome di Buntarigah, che vuol dire appunto “grotte”. “Pantalica è l’emblema della monumentalizzazione della morte – spiega Paolo Uccello, decano tra le guide naturalistiche siracusane – . Per gli indigeni dei tempi remoti, scavare tombe sulle falesie appesi a corde dovette comportare grossi rischi da affrontare, come avvenne per le piramidi egizie o il sito di Stonehenge, con l’altissimo livello di sacralità riconosciuto a quanto percepito come senza rimedio”. Però, aggiunge, “Pantalica non celebra solo il ‘regno dei morti’. Le sue rupi, i boschi e le acque cristalline dell’Anapo costituiscono un vivido scenario colmo di storia, misticismo e leggende, proprio perché venne abitato a lungo, abbandonato per secoli e colonizzato di nuovo, come testimoniano le tre chiesette bizantine di San Nicolicchio, San Micidiario e del Crocifisso”.

La Grotta dei Pipistrelli (foto Giulio Giallombardo)

Un luogo da scoprire a piedi o in bici. Gli appassionati di trekking (ma anche di trail running e nordic walking) possono contare su una sentieristica di 8 tracciati, di cui 5 segnalati, che collegano la parte bassa con quella alta della vallata (dove si concentrarono gli antichi insediamenti). Tra questi molto belli sono quello della Schiena d’Asino che dall’ingresso di contrada Fusco, sotto Sortino, fiancheggia il panorama della vallata e incrocia la deviazione verso la Grotta dei Pipistrelli, “area frequentata dagli appassionati di arrampicata – indica Paolo Cavarra, guida turistica locale – . Così come i saliscendi del sentiero che, entrando da Sortino, segue il corso del Calcinara, guada il torrente, risale sul versante di Ferla, dove si incontra l’Anaktoron, per poi tornare a scendere in direzione della ferrovia e risalire verso la necropoli di Filiporto”.

Percorso cicloturistico

Anche se il caldo è un ostacolo, l’estate è la stagione ideale per scoprire la riserva. Anche con l’acqua trekking. “Si tratta di escursioni dentro la riserva alternando tratti a piedi dentro e fuori dall’acqua con momenti di canyoning su alcune pareti sopra il fiume”, riprende Cavarra. Gli scenari dell’area sono appetiti anche dagli appassionati di mountain bike. Tra i tracciati pedalabili il più interessante inizia a est di Ferla dove si trova un centro della Forestale in cui anni addietro funzionò un servizio di noleggio biciclette, presto smantellato e attraversa la parte alta della valle con il bosco di Giarranauti.

La necropoli di notte (foto Pietro Columba, Wikipedia)

Si tratta di un percorso ad anello che consente di arrivare al canyon di Fiumara, in direzione di Sortino, percorribile per intero fino all’uscita sulla strada che unisce questo piccolo centro, famoso anche per la produzione del miele ibleo narrato da Tucidide, a Buccheri. Giù a valle, scenografico ma molto più semplice per la pendenza quasi nulla, è lo stesso sentiero della ferrovia dismessa. Data la presenza di diverse gallerie, alcune molto brevi altre lunghe centinaia di metri, condizione necessaria è però munire la bici di fari e lampeggianti.

Chiesa del Crocifisso

La riserva è un grande contenitore di specie botaniche. Dal Platano Orientale, albero diffuso tra Grecia e Turchia e di cui Pantalica costituisce l’areale più a ovest del bacino Mediterraneo a endemismi come la urtica rupestris, un’ortica classificata come relitto glaciale, il trachelium lanceolatum, pianta campanulacea di colore viola e ben 40 delle sessanta specie di orchidee complessivamente presenti in Sicilia. Riguardo alla fauna, il corso dell’Anapo è il regno della trota macrostigma, pesce che si distingue per grossi punti scuri che ne pigmentano la livrea. Ma questo ecosistema accoglie anche specie ornitologiche come il codibugnolo, minuscolo passero endemico del territorio siciliano, il rarissimo Falco Lanario e, recente novità, il Picchio Rosso maggiore, tornato tra i boschi di Pantalica dopo essere scomparso per molto tempo. Altra “chicca”, le libellule. Il librarsi di questi insetti sulla superficie del fiume, con i loro colori rosso, blu e nero, segna l’inizio dell’estate.

Alla scoperta dell’Etna, dove la natura dà spettacolo

Viaggio tra sentieri, grotte e crateri del vulcano attivo più alto d’Europa, che si prepara ad accogliere gli escursionisti dopo il lockdown

di Antonio Schembri

Pochi giorni ancora e, a meno di nuove restrizioni nel corso dell’attuale fase dei decreti, dal 18 maggio i sentieri escursionistici verranno riaperti alla fruizione. A condizionare le attività, soprattutto in montagna, sarà però la ridotta capacità d’intervento dei servizi di recupero e sanitari, assorbiti dall’emergenza coronavirus, oltre al fatto che, dopo due mesi di abbandono, le condizioni dei tracciati richiederanno molta più attenzione. Gradualità sarà insomma la parola d’ordine per la ripresa dei trekking, con l’obbligatorio distanziamento dei camminatori.

Nuovo pannello informativo

Saranno in particolare le piste dell’Etna a riproporre emozioni passo dopo passo. Sulle pendici del vulcano, che dalla fine di aprile è tornato a dare spettacolo stavolta con le esplosioni dal conetto formatosi l’anno scorso all’interno del cratere centrale, le passeggiate potranno comunque essere effettuate in condizioni di maggiore sicurezza. La Protezione civile della presidenza della Regione Siciliana ha completato nei giorni scorsi la sistemazione di pannelli luminosi a messaggio variabile per fornire notizie in tempo reale sulla situazione dell’Etna, insieme con gli avvisi, le disposizioni e le ordinanze sulle modalità d’accesso alle aree più a rischio. “Quello naturalistico è un segmento importante del turismo siciliano e proprio perché si svolge all’aperto e non prevede assembramenti, può ripartire subito”, così ha dichiarato il governatore Nello Musumeci.

I crateri sommitali

Da mezzo milione di anni l’Etna mostra una colossale rappresentazione del principio formulato tre secoli fa da Antoine de Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La vetta del vulcano più alto e attivo d’Europa supera oggi i 3.300 metri, ma accumuli e smottamenti di lava legati all’attività eruttiva determinano variazioni d’altitudine continue. Chiamato “Iddu”, lui, nel senso di padre che feconda nuova terra, ma anche “Idda”, vale a dire montagna-madre che la partorisce, l’Etna – il Mongibello, dal latino Mons e dall’arabo Jebel,“monte” – comunica l’incessante processo di mutazione che è la vita del Pianeta. Montagna che fa dannare. Ma che rigenera e alimenta, suscitando la gratitudine degli agricoltori attivi da millenni sui suoi terreni dibasalti, tufi, ceneri permeabili all’acqua, abbondante a valle grazie a diversi fiumi e ruscelli, sorgenti e pozzi. Uno straordinario laboratorio geologico, l’Etna, come lo qualificava Haroun Tazieff, pioniere della moderna vulcanologia.

Betulla e panorama dai monti Sartorius (foto Mathia Coco)

Dal 1987 il paesaggio dell’Etna, esteso su un’area di poco meno di 60mila ettari, è un Parco regionale, il primo istituito in Sicilia, un terzo del quale, poco più di 19mila ettari, comprensivi dell’intera parte sommitale, è protetto come riserva integrale. Vi sono infatti racchiusi valori geologici che, a detta degli studiosi, non hanno pari in nessun’altra zona del mondo. Ragion per cui dal 2013 questa sua porzione è stata inserita dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità. Non un singolo vulcano, ma un sistema complesso, definito “poligenico” perché combina, insieme e contemporaneamente, quasi tutti i fenomeni di risalita in superficie di materiale allo stato fuso e gassoso, con un paesaggio che ha fortemente condizionato la vita attorno al vulcano.

Crateri formati nel 2002 (foto Antonio Schembri)

“La sua prima fase di formazione è avvenuta in mare durante il Pleistocene Medio Inferiore (all’incirca 500 mila anni fa), dinanzi alla Costa dei Ciclopi, tra Aci Trezza e Aci Castello – spiega Salvo Caffo, responsabile dell’unità di ricerca vulcanologica del Parco – . L’ultima risale invece a 14mila anni addietro, quando crolla la parte più alta del vulcano (all’epoca giunto a 3.600 metri di quota) e si forma la Valle del Bove, l’enorme ‘catino’ che convoglia la maggior parte dei fiumi di lava. È questo lo stadio della creazione del Mongibello come suppergiù lo vediamo oggi”. Le ultime modifiche vicino al Cratere centrale risalgono invece al secolo scorso. Nell’ordine, l’apertura del cratere di nord-est nel 1911, la Voragine e la Bocca Nuova formatesi dentro il Cratere centrale nel 1945 e nel 1968 e il Cratere di sud-est, apertosi nel 1971, da allora il più turbolento. Una così disinibita esibizione della natura attira visitatori da tutto il mondo, in ogni stagione. Se a causa del coronavirus il loro numero si ridurrà di molto, le guide alpine e vulcanologiche sono comunque già sui blocchi di partenza: “Le richieste fanno registrare una ripresa, molti appassionati non vedono l’ora di tornare a camminare sulle spalle del vulcano, anche con escursioni all’imbrunire per assistere ai suoi parossismi”, dice Giuseppe La Favoci, titolare della Real Etna Excursions.

Piano Provenzana, colata lavica del 2002 (foto Antonio Schembri)

I sentieri – continua la guida – sono numerosi e alla portata di molti: “Sul versante nord c’è per esempio quello che da Linguaglossa attraversa la Pineta Ragabo, unicum millenario (è la pineta naturale più grande e più alta della Sicilia, estesa da 900 a 1.800 metri di quota) e conduce alla bottoniera di oltre 20 crateri formatisi con l’eruzione del 2002. Si sale da 1.800 a 2.100 metri di quota, si cammina sui bordi di questi coni e si possono osservare molte ‘bombe’ vulcaniche (frammenti di lava solidificati) e colate laviche”. La più lunga, risalente sempre a 18 anni fa, è quella che invase Piano Provenzana. Sempre sul versante settentrionale, particolarmente suggestivo è inoltre il trekking attorno ai Monti Sartorius, risultato dell’eruzione del 1869: prima di fiancheggiare i 7 coni vulcanici, si penetra in un grande bosco di betulle e si sfiora l’ingresso di una caverna (non accessibile).

Sentiero della Schiena dell’Asino (foto Antonio Schembri)

Sul versante sud, invece, bei trekking sono quello lungo la cosiddetta Schiena dell’Asino, che culmina su uno scenografico balcone sopra la Valle del Bove, al cospetto del cratere centrale e la passeggiata, sui bordi dei Crateri Silvestri, nei pressi del Rifugio Sapienza. E scenari lunari, ai quali si alternano fitti boschi di querce e distese di pini e abeti, si attraversano anche sulla pista forestale più lunga dell’Etna, la Altomontana, che unisce nord e sud del vulcano per 42 chilometri e con un dislivello di 300 metri. C’è comunque una variante meno impegnativa: il segmento della Galvarina, nei pressi dell’Osservatorio Astronomico: 12 chilometri di tragitto.

Grotta dei Lamponi (foto Antonio Schembri)

Altra attrattiva dell’Etna, ma più selettiva, sono le grotte, tutte di scorrimento lavico: a detta delle guide, se ne conoscono circa 400, almeno la metà esplorabili. Le più famose sono la Grotta del Gelo, a poco più di 2.000 metri su versante nord nel territorio di Maletto, così chiamata perché al suo interno si trova un piccolo ghiacciaio, il più meridionale d’Europa (in via di assottigliamento) e la Grotta dei Lamponi, a circa 1.700 metri nell’areale di Castiglione di Sicilia, tra le più lunghe del Parco.

Circumetnea tra Bronte e Randazzo (foto di Mathia Coco)

Ma la geografia del gigante di lava va scoperta viaggiando lentamente anche in auto o in moto. Oppure in treno. La ferrovia Circumetnea, linea a scartamento ridotto costruita alla fine del 1800 a servizio degli agricoltori, consente di vivere le suggestioni del vulcano a 35 chilometri all’ora. Il trenino copre i tre quarti del periplo per un totale di 111 chilometri con 40 fermate distribuite tra comuni e frazioni, alcune delle quali situate nel mezzo di ipnotici contesti agricoli e vulcanici. Ma nel carosello di scenari che scorrono dai finestrini affascinano anche le decine di gallerie, ponti e viadotti, manufatti di valore artistico, rimesse, case cantoniere e stazioni di sosta, colorate in rosso mattone o giallo ocra.

Colata lavica nella zona dei monti Sartorius (foto Mathia Coco)

Per quasi due mesi questa storica infrastruttura – ammodernata anche con motrici e vetture di ultima generazione (ma su alcune tratte, impiegate nel servizio turistico, funziona ancora una “littorina” del 1937) – è rimasta inattiva. Adesso si attende il ripristino dell’intera rete. Fino all’anno scorso, un’esperienza particolare mediante la Circumetnea era quella del Treno dei Vini, allestito dalla Strada del Vino e dei Sapori dell’Etna: un tragitto da “assaporare” in un’intera giornata, da Riposto, il “porto dell’Etna” su fino ai paesaggi di Rovittello, Solicchiata e Passopisciaro, tre delle sette frazioni di Castiglione di Sicilia, il comune più “vocato” al vino dell’intero comprensorio, e infine Randazzo, “da dove si prosegue per un piccolo tour enoculturale, con visita al borgo storico e degustazioni in due cantine”, illustra Marika Mannino, direttore dell’associazione. Anche questa iniziativa di enoturismo almeno per quest’anno cede il passo a primarie esigenze di sicurezza sanitaria. Dal canto suo, l’Etna continua imperterrito a ricordare che tutto non finisce ma rinasce.

Lassù tra grifoni e aquile sulla Dorsale dei Nebrodi

Il Parco è pronto ad affidare i lavori per la riqualificazione dei sentieri, un tracciato di 70 chilometri lungo i crinali più alti della catena montuosa siciliana

di Antonio Schembri

Una piccola Svizzera a 18 chilometri dal mare. È chiamato anche così il Parco dei Nebrodi, l’area naturale protetta più vasta della Sicilia. Un mix di boschi e laghi d’altura, valori faunistici e panorami stupefacenti, divisi tra vallate digradanti verso il Tirreno con lo sfondo delle Isole Eolie e, sul versante opposto, sormontate dal profilo dell’Etna. In questo scenario variegato, 24 comuni, 16 dei quali montani (19 inclusi nella Città metropolitana di Messina, i restanti tra quella di Catania e il Libero consorzio comunale di Enna) formano una cornice di piccole oasi di frescura montana, nonché un ricco patrimonio etnoantropologico.

Bosco di Scavioli (foto Gino Fabio)

Prima della paralisi delle attività seguita al conclamarsi della pandemia, l’Ente Parco era pronto a affidare i lavori per uno step importante sul fronte della valorizzazione territoriale: la funzionalizzazione della sentieristica lungo la Dorsale dei Nebrodi. Un intervento complesso, da 3,5 milioni di euro, che, come spiega il direttore del Parco, Filippo Testagrossa, “consisterà nella creazione di un tracciato di ben 70 chilometri lungo i crinali più alti della catena montuosa, a altitudini non inferiori ai 1.400 metri, che, sfruttando anche le molte antiche carrarecce presenti, congiungerà i paesi di Floresta e Mistretta attraversando gli agri di diversi altri comuni nebroidei, tra i quali Caronia, Tortorici, Capizzi, Longi e Galati Mamertino”. Nel dettaglio, si tratterà di opere di pulizia dei tracciati, di sistemazione della segnaletica, della dotazione dei sentieri di pannelli informativi, oltre a opere d’ingegneria naturalistica come la realizzazione di muretti, cunette e attraversamenti a sfioro di valloni.

Bosco di Mangalaviti (foto Gino Fabio)

Il percorso della dorsale dei Nebrodi coinciderà in gran parte con quello incluso nel Sentiero Italia, il progetto del Club alpino italiano, nato per collegare, tutte le regioni italiane con un tracciato di oltre 7000 chilometri, uno dei trekking più lunghi del mondo. E procederà in mezzo a un ecosistema che combina boschi, tutte le principali essenze vegetali di quest’area protetta e zone umide. Un’iniziativa per puntare in modo più deciso all’espansione di un turismo escursionistico che – continua Testagrossa – “in questa porzione di Sicilia ha basi profonde, ma tante potenzialità ancora da sviluppare mettendo in relazione i tanti tesori paesaggistici del Parco con i variegati aspetti culturali dei suoi borghi”.

Acero Montano (foto Gino Fabio)

Paesini poco distanti gli uni dagli altri ma caratterizzati da tradizioni e dialetti diversi (a San Fratello si parla ancora una lingua a parte, d’origine gallo-italica) e dotati di una buona ricettività extra alberghiera. Tra questi un esempio è Longi, 1.400 abitanti e una disponibilità di oltre 100 posti letto, a un tiro di schioppo dagli strapiombi rocciosi delle Rocche del Crasto. “Una base strategica per iniziare escursioni nell’area protetta, come ha confermato, fino al lockdown, il flusso dei visitatori appassionati di trekking sulla neve, ma che siamo abituati a veder crescere di molto soprattutto in primavera, quando i panorami sulle valli esplodono di colori”, sottolinea il naturalista Gino Fabio, uno dei funzionari del Parco.

Lago Biviere (foto Gino Fabio)

Bisognerà aspettare ancora un po’ per tornare a fruire la variegata ricchezza di queste montagne. E in attesa anche della realizzazione della lunga via montana sulla dorsale appenninica dei Nebrodi, vale la pena fermare l’attenzione sui luoghi più belli che si raggiungono mediante la rete dei numerosi sentieri esistenti, battuti dagli escursionisti a piedi e in mountain bike. Questi percorsi si snodano su lunghezze nell’ordine della decina di chilometri a altitudini tra i 600 e i 1.100 metri, senza dislivelli impegnativi, quindi con livelli di difficoltà non elevati. E quasi tutti, attraversando valli e altipiani verdissimi, conducono a due specchi d’acqua mozzafiato. Il principale è il Lago Biviere, insieme a quello di Pergusa, l’unico bacino naturale in Sicilia, situato a 1.270 metri di altitudine nel territorio di Cesarò: in buona parte ghiacciato durante l’inverno, questo lago, circondato da faggete, “è importante perché vi svernano molti uccelli acquatici, soprattutto i germani reali e diverse altre specie considerate ‘chicche’ dagli ornitologi, come i mestoloni”, spiega Fabio. Nei mesi estivi offre inoltre lo spettacolo della sua superficie che si chiazza di rosso: fenomeno dovuto alla fioritura di un’alga microscopica, la euglena sanguinea.

Suino Nero dei Nebrodi (foto G. Iorio)

Sullo stesso percorso sterrato si trova il Lago Maulazzo che, invece, è un invaso artificiale. Di superficie più piccola, in inverno ghiaccia del tutto, e, per via della sua posizione, costituisce una protezione naturale rispetto alla zona umida del Biviere. Quinte dominanti degli scenari dei Nebrodi sono i boschi e le rocce, sedi di eterogenei habitat faunistici. A dominare in termini di quantità e continua proliferazione – cosa che da qualche anno costituisce un serio grattacapo per la gestione del patrimonio forestale e agricolo del Parco – sono i suini neri, razza autoctona non domestica (né mansueta), allevata allo stato semibrado tra le faggete per lo sfruttamento della loro carne pregiata, poco più di due anni fa rientrata tra i presidi di Slow Food.

Grifone (foto G. Iorio)

Ma a riprendersi lo scettro di animali più prestigiosi e rappresentativi dei Nebrodi sono i grandi rapaci. Soprattutto i grifoni e le aquile reali che agevolati dalle correnti ascensionali, sono tornati a “veleggiare” maestosi di fronte o sopra creste pareti e dirupi. Luogo d’elezione per questi uccelli sono in particolare le Rocche del Crasto, rilievo prevalentemente calcareo antico di 200 milioni di anni che offre alcuni degli itinerari più spettacolari dei Nebrodi (è molto amato dagli appassionati di arrampicata), e costituisce uno straordinario laboratorio geologico. I grifoni, uccelli necrofagi che cioè si nutrono esclusivamente di carcasse di animali selvatici o domestici e la cui apertura alare negli individui adulti arriva a sfiorare i 3 metri di ampiezza, sono tornati a costituire una colonia numerosa in particolare nell’areale della Rocca di Traura, nel territorio di Alcara Li Fusi. “Ma altri nidi sono oggi presenti anche nei territori di San Marco d’Alunzio e Militello Rosmarino”, precisa Testagrossa. Un risultato reso possibile grazie a un progetto di ripopolamento gestito dall’Ente Parco, nato dal protocollo di intesa siglato nel 1998 con il confinante Parco delle Madonie e con la Lipu, ma anche per merito della costante collaborazione di associazioni e cittadini locali.

Grifone in volo (foto Gino Fabio)

“Soprattutto a Alcara Li Fusi, in molti sono cresciuti con il ricordo, personale o tramandato, di questi magnifici volatili, il cui ultimo esemplare venne avvistato nel 1967 – racconta il direttore del Parco – . I grifoni hanno ricominciato a farsi vedere in maniera sporadica solo alla fine degli anni ’90. Da allora la loro presenza è andata piano piano aumentando e nel 2005 abbiamo rilevato le prime 5 nidificazioni. Grazie anche al successivo allestimento di un carnaio e di una grande voliera per favorire l’acclimatamento sotto la falesia, l’escalation di questi magnifici rapaci è stata continua. Al punto che lo scorso fine anno abbiamo censito ben 42 nidi sulle pareti, per un totale di non meno di 160 grifoni”. Una colonia rilevante il cui numero sta peraltro crescendo ancora visto che, sottolineano al Parco, è stato recentemente notato l’ingresso di altri individui, tra i quali un esemplare di Grifone di Rueppel, specie di avvoltoio proveniente dall’Africa centrale, oggi a rischio di estinzione.

Lago Maulazzo (foto Gino Fabio)

Il successo del Progetto Grifoni ha convinto i naturalisti del Parco a puntare anche sul ripopolamento delle aquile reali. Delle 18 coppie di questi predatori che sarebbero state oggi individuate in Sicilia, almeno due volano tra i Nebrodi e di certo una coppia nidifica, anch’essa, sulle pareti delle Rocche del Crasto, a non grande distanza dai ricoveri dei grifoni: “Si tratta di un nido ‘storico’ di aquile, presente cioè da molti anni, periodicamente ricomposto da questi uccelli per la cova delle uova”, dice Testagrossa. Sia su uno dei nidi dei grifoni, sia sull’unico individuato delle aquile reali il personale del Parco ha sistemato una telecamera per monitorarli in tempo reale, alla quale è possibile accedere in qualsiasi momento attraverso la gallery del sito ufficiale del Parco. L’emozione di osservare da remoto la natura che non si ferma è l’invito a tornare presto a respirare l’aria sottile dei Nebrodi.

(Nella prima immagine grande in alto Piano Batessa, foto P. Berté)

A Salina è pronto a rinascere il sentiero del “Postino”

Nell’isola più verde delle Eolie, tanti i progetti di riqualificazione in cantiere da portare avanti quando la pandemia allenterà la presa

di Antonio Schembri

C’è il mare, che custodisce millenni di storia. E ci sono i monti, scuri di lava, tappezzati di macchia mediterranea e solcati da mulattiere oggi calpestate da amanti del trekking. Binomio naturalistico che identifica, con connotazioni diverse, ciascuna delle isole Eolie. Ma che a Salina, la seconda più grande tra le 7 sorelle del Tirreno, è speciale.

Il Monte dei Porri visto da Serro del Capo – Monte Fossa delle Felci

Quando si parla della ricchezza naturalistica dell’antica Dydime, come la chiamavano i Greci, l’isola dei “gemelli”, per via dei suoi due coni vulcanici quasi identici che si stagliano con la loro sensuale silhouette a ridosso della fossa più profonda del Mediterraneo, non si fa riferimento solo ai colori e agli aromi di cespugli e arbusti di bassa quota come l’euforbia, il lentisco, l’erica e i corbezzoli, che qui sono piante vere e proprie, talvolta alte più di 4 metri; ma anche a alberi ultrasecolari: pini e ontani, querce e lecci e ancora castagni, eucalipti e felci, queste ultime fitte soprattutto nel cratere sommitale del monte più alto e botanicamente più ricco delle Eolie, il Fossa delle Felci, 962 metri di altitudine, 100 in più del fratello, il Monte dei Porri, che però vince sul piano scenografico. “Bosco misto”, lo chiamano i naturalisti: un unicum, per una piccola isola come questa. Come lo è la sua agricoltura millenaria esaltata dal suolo vulcanico, vocata al vino Malvasia (ben 9 le cantine attive sull’isola) e alla raccolta dei capperi, parte integrante del paesaggio e fulcro dell’economia isolana fino all’avvento del turismo.

Le “Balate” di Pollara

Ma nel patrimonio di Salina c’è anche la componente faunistica. Ornitologica, in particolare. Proprio su questa il Comune di Malfa, uno dei tre di Salina punta per un rilancio turistico basato su ambiente e cultura. Combinazione che, secondo gli psicologi, in questo periodo di forte tensione per le conseguenze della pandemia mondiale, orienta già per molti i desideri sulle tipologie di viaggio da intraprendere quando questa morsa condizionante si allenterà. Uno dei simboli dell’isola è infatti il Falco Eleonorae, più noto come Falco della Regina, rapace che si può ammirare soprattutto al tramonto mentre volteggia, prima di gettarsi in picchiata su altri uccelli, sopra lo scenario di Pollara, il vasto cratere collassato in mare sotto il Monte dei Porri. In quest’area spettacolare, incorniciata dagli scogli a pelo d’acqua delle “Balate”, dal suggestivo arco del Perciato e dalla spiaggia cara a Massimo Troisi che poco prima di morire vi interpretò alcune delle scene più belle de “Il Postino”, c’è anche un sentiero pronto per essere riqualificato.

La spiaggia di Pollara

È quello che parte dal pianoro di Pollara bassa, dove si trova l’abitato dell’omonima frazione di Malfa, a circa 150 metri sul livello del mare e, dopo avere fiancheggiato la famosa casa rosa in cui il portalettere rappresentato da Troisi incontra Pablo Neruda impersonato da Philippe Noiret, conduce, attraverso una mulattiera di terra battuta e scalini di lava, fino alla falesia di Filo di Branda, prosegue fino al Pizzo del Corvo, a 450 metri sul mare e si arresta infine sugli strapiombi super panoramici della Praiola, dove nidifica il Falco della Regina.

Salina

Proprio su questo affascinante e non facile tracciato che, senza raggiungere le cime, incide i versanti delle due montagne collegando Pollara col borgo di Leni, il progetto del comune di Malfa ha previsto l’installazione di una stazione fissa per l’osservazione di questi rapaci, di cui attualmente si contano circa 20 coppie. “La parte del camminamento inclusa nel territorio di Malfa è quella più lunga, 3 chilometri e mezzo e verrà interamente ripulita, messa in sicurezza e dotata di un capanno di legno da cui sarà possibile anche fotografare i falchi e diverse altre specie di uccelli”, spiega Arturo Ciampi, uno dei due progettisti dell’ufficio tecnico. Spesa prevista per l’intervento, 1 milione e 138 mila euro. L’amministrazione di Malfa ha già trasmesso all’assessorato regionale Territorio e Ambiente anche l’istanza di finanziamento. “Entro la scadenza fissata per l’11 aprile, a meno di nuove proroghe legate all’emergenza sanitaria in corso, invieremo anche la richiesta della Valutazione di incidenza ambientale”, informano al Comune di Malfa.

Tunnel di rami sul percorso verso la cime del Monte Fossa delle Felci

Per l’isola più verde delle Eolie, “il progetto del sentiero di Pollara è strategico per allungare e qualificare una stagionalità turistica che a Salina va da Pasqua ai primi di novembre, con flussi però concentrati nei mesi centrali dell’estate – sottolinea il sindaco Clara Rametta, proprietaria di un noto albergo nella zona – . Alle scogliere mozzafiato la nostra isola abbina anche un entroterra montano protetto in regime di riserva: un patrimonio molto idoneo a uno sviluppo turistico basato sull’escursionismo”.

L’Arco naturale di Punta Perciato

In effetti Salina offre una sentieristica composta da 11 tracciati, di diversa difficoltà. Oltre a quello da riqualificare si contano altri due sentieri lungo i costoni dei monti gemelli. A questi si aggiungono i sei che portano sulla cima del Monte Fossa delle Felci e le due mulattiere che salgono sulla sommità del Monte dei Porri. La via più lunga e battuta verso il “tetto” delle Eolie è la “rotabile” della Forestale, strada chiamata così per la sua larghezza che consente ai soli addetti al parco di percorrerla con i fuoristrada: dall’attacco del sentiero, appena dietro il santuario della Madonna del Terzito, il più antico edificio sacro di Salina nel borgo di Valdichiesa, ci vogliono 8 chilometri e due ore e mezza di cammino. Sforzo ripagato dall’atmosfera incantata dell’enorme catino, largo 600 metri e profondo un centinaio, circondato da alberi secolari e solcato da viottoli che conducono a una distesa di grandi felci al centro del cratere e a un castagneto appena a fianco.

Il Monte dei Porri

Da non mancare, poco prima, la sosta sui crinali del Monte Rivi, a 800 metri di quota, da cui la vista dell’abitato di Malfa è d’impatto. Ma è altrettanto imperdibile, in discesa, la deviazione verso la balconata naturale di Serro del Capo, dalla quale lo sguardo spazia sull’intero arcipelago. Più impegnativi, invece, i tracciati che, sempre sul Fossa delle Felci, salgono da Santa Marina e dal borgo di Lingua. Per raggiungere il Monte dei Porri, al consueto punto di partenza da Valdichiesa si aggiunge anche quello del cosiddetto Semaforo, l’antico faro di Pollara. “La pandemia mondiale ha al momento azzerato l’intero indotto turistico dell’isola – riprende Rametta – . Il danno è enorme sia per le attività ricettive sia per i ristoranti che impiegano decine di lavoratori stagionali locali”.

Capofaro

E lo stesso vale per altri progetti. Come il recupero della spiaggia di Pollara. Per il meraviglioso arenile, da diversi anni inaccessibile per il rischio di caduta massi dalla soprastante falesia, la giunta comunale di Malfa ha approvato nel 2017 un progetto di messa in sicurezza e salvaguardia dall’erosione marina, che ne ha assottigliato la larghezza in maniera preoccupante. Un intervento da 4,2 milioni di euro, la cui progettazione è ancora alla fase preliminare. Per approdare alla gara della progettazione esecutiva il Comune di Malfa sta valutando l’ipotesi di richiedere un mutuo alla Cassa Depositi e Prestiti, pari a circa 400mila euro.

Salina vista dall’alto

Adesso che la primavera è cominciata le attività agricole dell’isola si preparano a operazioni improrogabili anche con l’emergenza sanitaria. La potatura e i trattamenti fitosanitari con lo zolfo tra i vigneti, per esempio, che si cominciano a eseguire in aprile. E la raccolta dei capperi, a maggio. Il metodo e la pazienza con cui vengono svolte da secoli dovranno, si spera solo per quest’anno, includere le nuove regole sul distanziamento personale e l’utilizzo della mascherina. “L’auspicio – conclude Rametta – è che la tragica e incerta situazione in corso inverta la sua tendenza tra pochi mesi così da consentire agli operatori turistici di riattivarsi”.

La città del Gattopardo che rinasce con la cultura

Palma di Montechiaro si candida al riconoscimento del Mibact, puntando sulla sua storia e sulle bellezze monumentali e ambientali

di Antonio Schembri

Anche quando, dal dopoguerra alla fine del Novecento, degrado e abbandono raggiunsero quel punto estremo di assurdità che forse nessuno riuscì a descrivere meglio di Giuseppe Fava ne “I Siciliani”, il saggio – inchiesta sulla bellezza offesa della Sicilia, pubblicato dal grande cronista e drammaturgo catanese pochi anni prima d’essere ucciso dalla mafia a Catania, il patrimonio monumentale di Palma di Montechiaro non ha comunque mai cessato di meravigliare. Quattro secoli di storia e di sicilianità: dal fascino barocco delle sue chiese seicentesche alle atmosfere del Gattopardo, quelle legate al tramonto dell’aristocrazia e alla proterva affermazione della borghesia agricola all’indomani delle imprese garibaldine.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Riferimento concreto, quest’ultimo, legato alle origini palmesi della nobile famiglia dei Tomasi che, mescolato con i valori naturalistici di prim’ordine di un territorio due secoli fa suddiviso in vasti feudi adibiti a agricoltura e pastorizia, con ogni probabilità ispirò alcune tra le pagine più emozionanti del grande romanzo scritto dal loro più illustre discendente, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un tesoro raccontato la scorsa estate durante l’esclusivo evento di Dolce e Gabbana per le vie del centro storico e dalla recente puntata dedicata a Palma di Montechiaro da Ulisse, il programma Rai di Alberto Angela.

La Chiesa Madre di Maria Santissima del Rosario

Su questi valori oggi la cittadina situata a 21 chilometri da Agrigento punta per concorrere al titolo di Capitale italiana della cultura 2021, insieme alle siciliane Trapani, Modica e Scicli. Lo fa con requisiti di peso, illustrati nel dossier la cui presentazione al Mibact, prevista questo mese, è stata rimandata a fine giugno per l’emergenza sanitaria in corso. Dal trecentesco Castello chiaramontano, appena fuori dal paese, che sovrasta una delle baie più belle dei 136 chilometri del litorale provinciale, ai luoghi ed edifici addensati nel centro storico di Palma di Montechiaro, come la superba scalinata che conduce in cima alla collina dove si erge la facciata barocca della Chiesa Madre, il Palazzo Ducale e l’adiacente Monastero delle Benedettine.

Piazza Provenzani

Luoghi, questi ultimi due, legati proprio alla storia dei Tomasi. Il capostipite, il duca Giulio I, fondatore di Palma di Montechiaro, investì ingenti risorse economiche nella creazione di questa comunità. A animarlo fu la forte fede religiosa, trasmessa all’intera sua famiglia. Tra i suoi figli, Giuseppe Maria Tomasi, cardinale e teologo di fine 1600 fu proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1986 mentre Isabella, suora di clausura, sepolta nel monastero, fu proprio la personalità locale che, sempre nel Gattopardo, ispirò al grande scrittore palermitano il personaggio della Beata Corbera. Un edificio, il monastero di Palma, la cui fama è peraltro ancora oggi legata ai favolosi biscotti ricci alla mandorla aromatizzati al limone, preparati dalle sapienti mani di generazioni di suore e resi famosi dalle pagine del romanzo.

Santuario di Monte Calvario

Tutto questo e non solo. Palma di Montechiaro ha infatti anche una complessa storia archeologica. Lo prova il sito di Monte Calvario, con la Grotta della Zubbia frequentata dall’uomo nell’era Neolitica fra il VI e il V millennio avanti Cristo. Inoltre è uno dei territori siciliani più legati alla vicenda delle miniere di zolfo. Immancabili gli eventi folkloristici, dove si fondono sacro e profano, come la Festa della Madonna del Castello, col suo chilometrico corteo di cavalieri e carretti siciliani. E c’è la cornice di ambiente naturale tipicamente mediterraneo: “Diciassette chilometri di costa, con un mare pressoché incontaminato, un’area Sic dalle caratteristiche uniche in termini di flora e fauna e diverse spiagge e insenature stupende, a cominciare da quelle di Punta Bianca, con candide falesie simili a quelle dei più famosi siti di Scala dei Turchi e Torre Salsa”, tiene a sottolineare il sindaco Stefano Castellino. In questi giorni anche per i 23mila abitanti di Palma di Montechiaro la vita scorre con sofferenza all’interno degli spazi domestici. Fuori, tra viuzze e scalinate al cospetto delle splendide facciate di chiese e palazzi storici tutto è deserto, come un impianto scenografico momentaneamente surreale e triste.

Un tratto del litorale

“Ma vogliamo che rinasca presto – riprende Castellino – . Ci stiamo provando del resto già da qualche anno, con l’apertura di cantieri su più fronti (più di 10 quelli in corso d’opera per una spesa complessiva superiore a 20 milioni di euro, informano al comune, ndr), a cominciare dalle ristrutturazioni immobiliari e il miglioramento della viabilità”. Nel documento elaborato per la candidatura a capitale della cultura c’è una caparbia voglia di riscatto economico e sociale. Tutto adesso è legato a quando e come si allenterà la morsa della paura della pandemia. La via, però, è già segnata. “Per Palma di Montechiaro – conclude il sindaco – è quella della valorizzazione turistica e culturale”.

Le Vie dei Tesori News

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