I segreti del principe egizio del Museo Salinas

Esposta nella saletta che si affaccia sull’atrio minore, la statua di Bes è un “assaggio” delle mostre che saranno allestite al primo e secondo piano

di Antonio Schembri

Una figura misteriosa, scura, dal fascino onirico. Scolpita nel granito grigio venato di rosso, raffigura il volto imperturbabile di un alto dignitario egizio di nome Bes, giovane principe che sarebbe vissuto a Mendes, la capitale del Basso Egitto sul Delta del Nilo, al tempo del faraone Psammetico I, fondatore della 26esima dinastia tra il 672 al 525 avanti Cristo: ovvero il periodo corrispondente all’età arcaica, quello in cui in Sicilia prosperarono le colonie greche. È il piccolo busto che, solitario e altero, resterà esposto nella nuova Project Room del Museo Salinas, così come è stata ribattezzata la saletta attigua al chiostro minore dello spazio espositivo palermitano, quello che accoglie il visitatore con la ormai famosa “Fontana delle tartarughe”.

La statua del Principe di Mendes

Starà lì, come ad annunciare le novità prossime venture che caratterizzeranno la nuova fase gestionale del museo archeologico regionale, adesso affidata all’archeologa Caterina Greco, ex direttore del Centro per il Catalogo. “Stiamo lavorando al progetto di una mostra che metterà in relazione contesti molto antichi con l’arte contemporanea”, spega. L’idea, al momento comunicata senza altri particolari in quanto l’allestimento del museo Salinas è in fase di gara, ha in effetti da qualche anno in Italia un suo antesignano luogo sperimentale: quello del Man, il Museo Archeologico di Napoli. “Ma qui a Palermo – sottolinea Greco – assume una grande importanza, legata proprio alla specificità di questo museo che sin dalla sua nascita (voluta nel 1814 dal numismatico e archeologo Antonio Salinas, ndr) offre una lettura della storia, non solo quella d’Italia, ma dell’intero Mediterraneo, anche attraverso la narrazione di alcuni reperti antichissimi, non solo dell’antico Egitto ma anche della civilizzazione etrusca”.

Caterina Greco

Più in dettaglio, il busto di Bes è la parte superiore di una statua scolpita in posizione seduta, con un rotolo di papiro tra le mani: postura tipica dello scriba, figura tenuta in alta considerazione al tempo dei faraoni. Sul dorso reca un’iscrizione in geroglifici, che continua nella parte inferiore della scultura che si trova però al Museo Egizio del Cairo. A acquistare la preziosa porzione, a Roma alla fine del 1700, fu il monaco palermitano Salvatore Maria di Blasi per il museo dell’Abbazia di San Martino delle Scale, da dove poi confluì nelle collezioni del Salinas. “In quegli anni questo busto assunse subito un grande rilievo, al punto da trovarsi raffigurato in un quadro dell’architetto e pittore francese Jean Houel, tra i protagonisti del Gran Tour in Sicilia”, illustra Greco.

La Pietra di Palermo

Ma sul fronte dell’antichità più remota il museo Salinas conserva anche altri reperti. Come la cosiddetta Pietra Nera di Palermo, anche questa un frammento: è parte infatti di una larga lastra basaltica sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie egizie. Risale infatti a qualcosa come 5mila anni fa. E a questi oggetti se ne aggiungono di ancora più misteriosi, come quelli della collezione etrusca Bonci Casuccini, acquistata per il Museo di Palermo alla fine dell’800 dall’allora ministro della Cultura, Michele Amari: “Un compendio di reperti, tutti raccolti nel territorio toscano di Chiusi, una delle più antiche città etrusche, che non si trovano in nessun altro museo della Sicilia”, rimarca Greco.

Al momento, l’obiettivo è “fornire al pubblico, nello spazio della Project Room, un ‘assaggio’ delle mostre che presto verranno allestite al primo e al secondo piano del museo Salinas”. Top secret, nell’attuale fase, sia riguardo alle tematiche di questi progetti espositivi, che si avvalgono della collaborazione della critica d’arte e curatrice di mostre Helga Marsala; sia ai tempi di realizzazione, dipendenti dallo sblocco dei finanziamenti che la Regione dovrà erogare sulla base del capitolo di spesa relativo alla valorizzazione dei beni culturali.

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Nuove scoperte a Himera, tra feste e terremoti

Ritrovate tracce di un santuario con tre altari dedicati alla preparazione dei cibi e segni di un sisma avvenuto in epoca tardo antica

di Antonio Schembri

Il patrimonio archeologico siciliano si arricchisce di altre piccole ma rilevanti novità. Stavolta arrivano dall’area dell’antica Himera, la colonia greca situata nell’area dell’odierna Campofelice di Roccella, a 6 chilometri da Termini Imerese e a 19 da Cefalù. Alle vestigia di questa pòlis – le cui origini risalgono alla metà del VII secolo avanti Cristo, definita da Eschilo come “la città dagli alti dirupi” per il suo particolare impianto urbanistico distribuito tra il piano costiero solcato dall’omonimo fiume (dove sorse la città bassa), il Piano Lungo e il Piano del Tamburino (dove si estendeva la città alta), nonché sui pendii intermedi – si aggiunge adesso il recente ritrovamento di un santuario con tre altari e i relativi oggetti votivi, soprattutto vasi di terracotta decorati.

Un momento della presentazione degli scavi

La particolarità di questo risultato, frutto dell’ultima di otto campagne di scavi che il Parco archeologico di Himera ha portato avanti con la collaborazione dell’Università di Berna, sta anzitutto nell’area in cui è stato ottenuto: proprio quella superiore della città, dove, sebbene non ci siano fonti storiche a confermarlo, un forte terremoto avrebbe sconvolto l’assetto urbanistico, spostando all’esterno parte delle mura.

Ricostruzione dell’antica Himera

“Questa operazione ha riguardato un’area che si estende per almeno 40 dei complessivi 100 ettari di Himera su un pianoro panoramico situato circa 100 metri sopra il livello del mare”, illustra Francesca Spatafora, dallo scorso giugno alla direzione della struttura che, con il recente riordino degli archeo-parchi siciliani, è stata accorpata con altre due importanti aree della Sicilia antica, come il sito punico di Solunto e quello del Monte Iato, insieme con altri siti più piccoli, quali i centri indigeni di Marineo e di Roccamena e il villaggio preistorico di Ustica. “Si tratta – aggiunge Spatafora – di un risultato che pone le ragioni di ulteriori scavi in aree limitrofe e approfondimenti su quelli conclusi di recente. Possiamo intanto dire che in questa zona di Himera ci fossero almeno due aree sacre”. Più nel dettaglio “oltre al vasellame, sono stati portati alla luce anche spazi con ogni probabilità dedicati alla preparazione dei cibi per le feste religiose”. D’ora in avanti– sottolinea – “occorrerà approfondire le ricerche per accertare se quest’area abbia avuto una cinta muraria sua propria oppure rientrasse in quella dell’abitato della città alta, modificata dal sisma”.

La presentazione della campagna di scavi a Himera

Attualmente Himera, patria del poeta Stesicoro e di atleti vincitori ai Giochi Olimpici, viaggia su numeri ben inferiori alle sue potenzialità sul fronte del turismo culturale. Situazione legata alla raggiungibilità dell’area archeologica soltanto con un mezzo proprio: stando ai dati del 2018 il flusso dei visitatori non ha superato le 5.400 presenze, riscontro in buona parte legato agli accessi delle scolaresche e, comunque, “cresciuto del 10 per cento rispetto all’anno precedente”, puntualizza Spatafora.

Reperti all’Antiquarium di Himera

Nel processo di riorganizzazione del Parco si fa strada adesso anche l’idea di attivare specifiche navette turistiche, collegate alle stazioni di Termini Imerese, a 6 chilometri dal sito e di Cefalù. Si tratterebbe – rimarca la direttrice – “di uno strategico diversivo all’interno del percorso arabo-normanno che unisce Palermo alla cittadina del duomo voluto da Ruggero II”. Il valore culturale di questo parco archeologico poggia anzitutto sulla struttura monumentale del Tempio della Vittoria, esempio di architettura dorica edificato per celebrare l’esito della battaglia di Himera contro i Cartaginesi (di cui restano il basamento e la parte inferiore del suo sistema di colonne). Ma a aumentare l’importanza ci sono anche due poli espositivi: il museo Pirri Marconi, a fianco del tempio, realizzato tre anni fa con fondi europei all’interno di un caseggiato rurale e l’Antiquarium, costruito nel 1984 su progetto di Franco Minissi, tra i più importanti esperti di adattamento di antichi edifici all’utilizzo museale. “Una struttura complessa, quindi, che – dice Spatafora – difficilmente si riscontra in altre aree archeologiche del sud Italia. E che speriamo di arricchire anche con un terzo piccolo museo, dedicato alla Battaglia di Himera”.

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Valle dei Templi, il futuro tra nuovi scavi e restyling

Il neodirettore del Parco archeologico Roberto Sciarratta parla della riorganizzazione dell’ente, che ingloberà l’intero settore dei beni culturali agrigentini

di Antonio Schembri

Una tomba, ricoperta da coppi di terracotta, contenente lo scheletro in posizione fetale di un neonato di poche settimane di vita. È l’ultimo ritrovamento della campagna di scavi che sta interessando un gruppo di sepolture costituite da fosse antropoidi nell’area che fronteggia il lato orientale del Tempio della Concordia, monumento simbolo di quell’unicum archeologico e paesaggistico che è la Valle dei Templi di Agrigento. L’operazione si inquadra nel progetto “La Valle dopo gli antichi”, avviato con la nuova governance del Parco Archeologico che con i suoi quasi 1.400 ettari è uno tra i siti antichi più estesi, oltre che meglio conservati del mondo.

Lo scheletro del neonato

Sull’area in cui nel 580 avanti Cristo i coloni provenienti da Gela e da Rodi edificarono Akràgas, definita dal poeta Pindaro “la più bella città dei mortali”, questa pianificazione prevede l’indagine e la valorizzazione ai fini della fruizione delle evidenze archeologiche presenti lungo le mura meridionali della città greca: area in cui, durante l’epoca tardo antica, cioè quella di transizione verso il Medioevo,si impiantò una necropoli paleocristiana.

L’area dello scavo vicino al Tempio della Concordia

Le campagne di ricerca, affiancate da interventi finalizzati alla conservazione, alla tutela e all’incremento della fruizione del patrimonio archeologico, costituiscono linee guida già segnate dalla legge 20 del 2000 che istituì il Parco della Valle dei Templi.  D’ora in avanti però saranno inquadrate in un organigramma dell’ente regionale molto più ampio: “Oltre alla Valle dei Templi, – illustra a Le Vie dei Tesori News il neodirettore Roberto Sciarratta – le competenze gestionali del Parco ingloberanno l’intero settore dei beni culturali della provincia di Agrigento, lungo un ambito territoriale che da Montevago e Sambuca di Sicilia, include Sciacca, le Isole Pelagie e arrivare fino a Licata, includendo ben 38 siti museali, tra questi, la Casa natale di Luigi Pirandello e la Biblioteca Pirandelliana, nonché diverse aree archeologiche, alcune famose, come Eraclea Minoa e altre più piccole ma rilevanti, come quelle di Monte Saraceno, a Ravanusa e di Sant’Angelo Muxaro”.

Roberto Sciarratta

Nella riorganizzazione dell’ente, che con l’accorpamento delle strutture conta all’incirca 250 dipendenti, la questione centrale sarà adesso il dosaggio delle risorse finanziarie: quelle proprie del Parco, costituite dagli introiti degli ingressi dei visitatori e quelle che arriveranno attraverso nuovi finanziamenti regionali, ministeriali e comunitari.  “Stiamo intanto cercando di ampliare l’offerta turistico-culturale con iniziative di valorizzazione – continua Sciarratta – . Una di queste è ‘l’Alba nella Valle’, manifestazione che si ripete all’alba di ogni settimana nella zona centrale accanto al Tempio della Concordia. Inoltre stiamo migliorando alcuni percorsi di visita, per esempio in aree come la Tomba di Terone e la zona a valle delle Via Sacra dove si trova il Santuario di Esculapio, nel quale i lavori di illuminazione e di ampliamento dell’accessibilità sono in via di completamento”.

Maggiore attenzione, inoltre, alla fruibilità dei percorsi da parte delle persone con disabilità motorie. L’ente Parco ha infatti acquistato carrozzine elettrificate, messe a disposizione all’ingresso di Porta Quinta. “A tutto questo – dice Sciarratta – si aggiungono gli interventi di ordinaria manutenzione: dalla pulizia al decoro delle aree archeologiche e la continuazione di attività di ricerca scientifica già avviate”. Fronte, questo, in cui spiccano le vestigia adesso più importanti su cui lavorare: quelle del Teatro Greco della Valle dei Templi, di cui alcune tracce sono state fatte affiorare tre anni fa. Dal 2016 i saggi archeologici condotti dal Politecnico di Bari sull’agorà dell’Akràgas ellenistica, confermano l’esistenza di un teatro situato a sud-est dell’area del museo archeologico.

Una delle tombe scoperte

Si tratterebbe di una struttura risalente alla fine del III secolo avanti Cristo, ovvero il periodo alle soglie della conquista romana di Agrigento. A dimostrarlo il fatto che non è scavata nella roccia, come a Siracusa o Segesta, ma si caratterizza con una cavea sorretta da una serie di muri: ovvero il modello costruttivo dei teatri ellenistico-romani. Una scoperta di notevole importanza – sottolineano all’unità archeologica del Parco, perché rivela finalmente che Akràgas ha avuto a tutti gli effetti il suo teatro, monumentale e peraltro di dimensioni notevoli (pare che il diametro dell’edificio sia stato di circa 100 metri), con il quale la città si collocava in maniera profonda nel contesto culturale del Mediterraneo. Gli scavi in questa zona della Valle si sono interrotti lo scorso anno e dovrebbero essere riattivati nel 2020. Lo stesso vale per quelli nell’area collinare del santuario di Demetra. “Per tutti questi interventi, i finanziamenti sono pronti, 2 milioni di euro, attingibili dalle risorse del Patto per il Sud”.

Oggi il Parco archeologico della Valle dei Templi – informano dall’Ente – fa segnare numeri in aumento: circa 960mila i visitatori nel 2018, per un incasso di poco inferiore ai 6 milioni di euro. Dati che, a fronte dell’inadeguatezza delle infrastrutture di collegamento con Agrigento, continuano a crescere. “Rispetto a 19 anni fa, quando nacque il Parco archeologico, le presenze – puntualizza Sciaratta – sono quasi raddoppiate”.

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Ancore e lingotti sommersi, nuove scoperte nei fondali

Proseguono i ritrovamenti al largo di San Leone, ad Agrigento, potrebbero essere i resti di un naufragio. Intervenuti i sub della Soprintendenza del Mare

di Antonio Schembri

Un mare di sorprese, quello siciliano. L’ultima regalata nei giorni scorsi dalle acque di Agrigento: quelle dell’area – al momento indicabile in maniera generica per ragioni di cautela – situata davanti al segmento costiero che include le spiagge di San Leone, quelle di Cannatello e la non distante foce del fiume Naro. Un lungo tratto marino molto caratterizzato da correnti e sospensione sabbiosa.

Una delle ancore litiche ritrovate

Si tratta del ritrovamento di cinque ancore litiche e di due lingotti di piombo risalenti all’epoca romana, con ogni probabilità al periodo compreso nei primi tre secoli dell’Età Imperiale (di una prima scoperta vi avevamo parlato qui). A compierlo è stato Francesco Urso, appassionato apneista agrigentino che esplora questo areale marino ormai da più di cinque anni, cioè da quando, anche durante battute di pesca subacquea al termine di mareggiate, ha cominciato a notare, sparsi sul fondo, diversi frammenti di oggetti apparentemente antichi che suggeriscono l’idea che sul litorale al cospetto dei Templi potesse funzionare un approdo o un piccolo porto commerciale a cavallo di epoche storiche diverse.

Il team della Soprintendenza del mare e di BCsicilia

“Prima di questi ultimi reperti – racconta Urso – nell’estate del 2017 avevo individuato, affioranti dalla sabbia, tre ancore in ferro e un cannone, tempestivamente segnalati alla Soprintendenza del Mare e rispettivamente attribuibili, secondo l’allora soprintendente Sebastiano Tusa, all’epoca bizantina e a quella tardo quattrocentesca”. Il riferimento storico del cannone, trovato per metà insabbiato – spiega Urso, che da allora è un segnalatore ufficiale dell’organismo regionale di ricerca e tutela del patrimonio archeologico subacqueo siciliano – sarebbe legato al fatto che presenta una sorta di supporto di legno, collegato alla culatta dell’arma, tipico di quel periodo.

I due lingotti di piombo

Tornando agli ultimi ritrovamenti, il sopralluogo effettuato lo scorso venerdì da uno staff composto da subacquei della Soprintendenza del Mare e di BCsicilia, l’associazione di volontari che si occupa della salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, ha consentito di chiarire alcuni punti salienti: “I lingotti di piombo presentano dei bolli indicanti la famiglia armatoriale romana che li commerciava – illustra l’archeologa Francesca Oliveri, responsabile di zona per la Soprintendenza del Mare – . Durante l’Impero, su oggetti di questo genere si sviluppava un intenso business. Il piombo era infatti la materia prima per costruire tubature idrauliche e fognarie, nonché per realizzare stoviglie, visto che all’epoca si ignorava la tossicità di questo metallo pesante. Il fatto che questi reperti riguardino una zona non distante dalla costa, peraltro incisa dallo sbocco in mare di un fiume, lascia supporre che sotto Agrigento funzionasse forse uno scalo marittimo romano, collegato alle rotte delle navi onerarie provenienti dalla penisola iberica, dove dall’Età Augustea in avanti funzionarono miniere per l’estrazione del piombo”.

La prima ancora litica trovata a San Leone

Altra ipotesi è che i reperti sparpagliati sul fondo siano legati al naufragio di una o più navi. “Siccome anni addietro abbiamo trovato lingotti di piombo simili anche nelle acque di Siracusa, uno dei più grossi porti commerciali del Mediterraneo, pensiamo che questi ultimi ritrovamenti potrebbero collegarsi anche all’affondamento di una o più navi trovatesi fuori rotta”, aggiunge Oliveri. Per quanto riguarda invece le ancore di pietra, rimaste sul fondo per via del peso, la loro datazione è aleatoria. Farebbero pensare a epoche antichissime, pre-greche, ma – specificano alla Soprintendenza del Mare – oggetti nautici di questo genere furono usati dai pescatori in un arco temporale lunghissimo, che parte da epoche preistoriche per fermarsi a non più di due secoli fa. Ciò induce a ipotizzare che l’origine di queste ancora litiche sia la stessa di quella a cui apparterrebbero gli altri reperti rinvenuti nella loro vicinanze.

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La nuova vita di Segesta, il parco si proietta nel futuro

Spettacoli, scavi, restauri e tanti interventi di manutenzione per la rinascita dell’area archeologica, che punta a un milione di visitatori

di Antonio Schembri

Il futuro si disegna salvaguardando, valorizzando e promuovendo la fruizione dei reperti dell’antichità. È stato l’obiettivo di Sebastiano Tusa, l’archeologo delle culture mediterranee, che nel suo breve assessorato regionale ha aperto la strada dell’autonomia amministrativa e finanziaria ai parchi archeologici di Sicilia, istituendone ex novo altri 15. Tra questi l’area di Segesta, famosa per il suo tempio in stile dorico e il suo teatro, uno tra i più rilevanti del mondo ellenistico sotto il profilo dell’acustica e del panorama. A circa un anno dal varo di questo Parco, sono adesso maturi i tempi per avviare l’impegnativa fase dei progetti, sotto il controllo e la vigilanza della Regione. Con un obiettivo ambizioso: incrementare il numero dei visitatori, dai poco meno di 636 mila totalizzati negli ultimi due anni, a un milione.

Un momento della conferenza stampa

Tutto dipenderà da tempi ed efficacia d’attuazione del programma di interventi presentato oggi a Palazzo d’Orleans dal governatore Nello Musumeci che, all’indomani della prematura scomparsa di Tusa, ha assunto l’interim dell’assessorato ai Beni culturali. Un piano che, a cominciare dall’organizzazione della struttura del parco segestano, abbraccia non solo interventi di ordinaria manutenzione dei beni architettonici, ma anche attività di studio e di ricerca idonee a produrre ricadute, oltre che sul piano scientifico, anche, nei limiti del possibile, su quello economico per un territorio, quello della provincia di Trapani, alle prese con i contraccolpi della crisi del suo aeroporto.

Il tempio di Segesta

“Sarà prioritario portare avanti l’attività scientifica e divulgativa con il coinvolgimento di scuole, licei, conservatori e università, nonché incrementare le relazioni con i comuni limitrofi al territorio di Calatafimi e Segesta per un utilizzo condiviso e consapevole delle sue risorse”, sottolinea l’archeologa Rossella Giglio, direttore del Parco di Segesta. Ma c’è anche una lunga lista di interventi tecnici da attuare: da nuovi scavi a operazioni di recupero architettonico, passando per ulteriori migliorie alla pubblica fruizione del teatro.

Più in dettaglio – spiega Giglio – “recupereremo la Casa del Navarca, una tra i più rilevanti complessi architettonici di Segesta (citato anche da Cicerone) che dall’area della Porta di Valle guarda al Golfo di Castellammare, Ma si tratterà anche di intervenire sulla casa rupestre e sulle rovine di un castello medievale”. Solo alcuni tra i luoghi della splendida città fondata dagli antichi elimi a cui si aggiungono la grande Agorà, che con i suoi edifici occupava una superficie di oltre mezzo ettaro circondata da portici e un’ulteriore area di almeno 1.800 metri quadrati occupata dalla sala del consiglio e dal ginnasio.

Il castello

Nei progetti dell’ente parco, c’è anche l’approfondimento degli scavi sul sito di contrada Mango, sotto il monte Barbaro, dove sono affiorate le rovine di un santuario rettangolare circondato da un muro monumentale con i resti di due templi dorici del VI e V secolo avanti Cristo e altri edifici di minore rilevanza. E, aggiunge Giglio, “altri piccoli interventi per migliorare la fruibilità del teatro, la cui massima capienza si attesta oggi sui mille posti a sedere. In particolare cuscini per le sedute, gradinate di legno e ulteriori ampliamenti per facilitare l’accesso a ridosso dell’area dell’orchestra per i portatori di handicap”. Tutte operazioni pronte insomma a partire, visto che il bilancio è già approvato.

Mura medievali

Sul fronte degli spettacoli, anche quest’anno la rassegna delle Dionisiache, da metà luglio ai primi di settembre (il programma verrà reso noto a giorni) costituirà il principale contenitore culturale. Nel quale quest’anno protagoniste saranno anche le stelle. Grazie all’assenza di inquinamento luminoso e alla collaborazione dell’astronoma Violette Impellizzeri, nativa di Alcamo, oggi componente del gruppo internazionale di scienziati del più grande radiotelescopio del mondo, nel deserto di Atacama in Cile, il Parco proporrà infatti eventi dedicati all’osservazione di pianeti e costellazioni con alcuni telescopi posizionati nell’area del tempio.

“Per la Sicilia, la scommessa è puntare con decisione sul turismo culturale – dice il governatore Nello Musumeci – . Per vincerla, articolati piani di recupero, come questo per il Parco di Segesta, sono indispensabili e devono tradursi nella pulizia e nella salvaguardia dei siti, nell’incremento della loro fruibilità e nella loro promozione continua”.

Il valore economico generato dal turismo culturale e paesaggistico in Italia nel 2018 ammonta a 21 miliardi di euro, ossia il 66 per cento della spesa totale dei viaggiatori internazionali nel Belpaese. Stando alle più recenti rilevazioni, da soli, i beni culturali statali attirano 55milioni di visitatori e alimentano un giro d’affari di 229 milioni di euro. Numeri che fotografano un appeal forte, in continua crescita, non più sottovalutabile. “A quasi vent’anni dalla legge che ha istituito i parchi archeologici – conclude Musumeci – l’obiettivo è adesso quello di metterli tutti a disposizione di studiosi e visitatori nel giro di 3-4 mesi”.

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Palermo ferita dalle bombe, tra degrado e rinascita

Al rinnovamento del centro storico, fanno da contraltare i ruderi dell’ultimo conflitto mondiale. Pezzi di una città ancora da risanare

di Antonio Schembri

Vicoli tornati sicuri e percorribili anche in orari notturni. Nuove aree pedonalizzate. Un’esplosione di locali gastronomici e punti d’aggregazione che pulsano non solo nelle ore notturne e nel fine settimana. E, finalmente, turisti, tanti, da mezzo mondo. Segnali del rinnovamento avviato a Palermo, a cui fanno da contraltare i numerosi che ancora si attendono da troppo tempo su altri fronti. Ma se si prova a ricordare come il centro storico del capoluogo siciliano, uno tra i più vasti e complessi d’Europa, si presentava fino a meno di 20 anni fa, è ormai facile riconoscere il cambio di direzione e i non pochi limiti già superati dalla città più sincretica d’Italia.

Bombardamenti su Palermo in una foto storica

Uno, ancora grosso, perdura però da 76 anni. Ovvero dal 9 maggio del 1943, data del bombardamento più terribile subito da Palermo. È lo scenario di una parte del centro storico dove aree rase al suolo si avvicendano con edifici sventrati. Un paesaggio urbano ancora legato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale che oggi conferma il fascino di una città capace di mescolare, con contraddizioni macroscopiche, rinnovamento e stasi, segnali d’Europa e atmosfere da Medio Oriente; e che offre anche una bellezza tragica, che giace insepolta e impietosamente esposta da così tanto tempo che molti cittadini vi si sono come assuefatti, senza farci quasi più caso. Una situazione su cui occorre accendere i riflettori: chiedendo al Comune nuovi interventi su ciò che attiene al patrimonio immobiliare pubblico e favorire, sul resto, le iniziative dei privati. È il messaggio rilanciato nei giorni scorsi al convegno “Palermo al Centro”, allestito dall’Ance, l’associazione confindustriale dei costruttori edili, nella sede di palazzo Forcella De Seta.

Un momento dell’incontro

Un’occasione che ha riunito vecchie e nuove leve palermitane del mondo della progettazione, a cui è seguita un’escursione – una sorta di “pellegrinaggio” aperto a tutti – tra le rovine, a rischio di crollo, con tanto di caschi di protezione. Tra i promotori, Marcello Panzarella, ordinario (oggi in pensione) di composizione architettonica e urbana all’Ateneo di Palermo: “Il patrimonio di bellezza della città conta purtroppo molti esempi di abbandono. Edifici che furono meravigliosi, come il Palazzo Papé Valdina, a 80 passi dal sagrato della Cattedrale, distrutto, mai più recuperato, nonché svariati spazi annientati dalle bombe a scoppio ritardato e case in perenne rovina, con famiglie che convivono col rischio di crolli, balconi senza lastra e finestre senza vetri”.Complessivamente, specifica il progettista, “del vasto centro storico di Palermo, più di 11 ettari sono ancora in rovina, una superficie pari al 4,5 per cento dell’intera area”. Una ferita aperta che “riguarda ampie aree storiche che includono Piazza Garraffello, Piazzetta Artale, la salita Castellana, brevi tratti di via Alloro e ancora la via del Celso, la via del Protonotaro di fronte alla Cattedrale e diversi vicoli dell’Albergheria, per diversi chilometri di lunghezza lineare”.

Ruderi in via Alloro (foto Marcello Panzarella)

Negli ultimi anni il progettista ha portato avanti anni un’analisi tecnica sull’area bombardata del centro storico: “Se consideriamo un’altezza media degli edifici distrutti o pericolanti pari a 10 metri, cioè un piano terra e due elevazioni (ma ce ne sono anche fino a 5 o 6 elevazioni), otterremmo una volumetria complessiva di almeno 1 milione e 100mila metri cubi”. Insieme alla prospettiva di un ulteriore incremento di appeal del centro storico, “tutto ciò si tradurrebbe in qualcosa come 1.900 nuove unità abitative, di superficie compresa tra i 50 e i 60 metri quadrati. E la possibilità di attivare nuova occupazione nel ramo delle ristrutturazioni, per almeno 1.800 architetti”, ipotizza Panzarella.

Questione problematica, però. Perché – come evidenziato durante l’evento Ance – investe l’argomento del Ppe, il piano particolareggiato per il centro storico di Palermo, commissionato 26 anni fa all’urbanista bolognese Pier Luigi Cervellati. Strumento considerato da molti architetti palermitani inadeguato alla complessità di un centro storico come quello della città chiamata “tutto porto” dagli antichi. A differenza del Piano programma progettato nel 1979 da Giuseppe Samonà, tra le figure più importanti dell’architettura italiana del Novecento, che, una volta redatto – erano gli anni in cui il “sacco di Palermo” aveva già prodotto il grosso della sua scellerata speculazione edilizia – venne del tutto ignorato, come rievocato nel corso del convegno. Il Piano di Cervellati – lamentano gli architetti – non avrebbe favorito un reale sviluppo del centro storico, nel quale si contano occasionali iniziative portate avanti da cordate di investitori e sviluppatori privati.

Giusto Catania

Posizione non condivisa dall’assessore comunale all’Urbanistica Giusto Catania: “Il Piano del centro storico andrebbe invece armonizzato con il nuovo Piano regolatore di Palermo, sul quale lavoriamo – ha detto l’assessore a Le Vie dei Tesori News – . Va sottolineato che proprio grazie a questo Ppe, che ha pur i suoi limiti come tutti gli strumenti pubblici concepiti in decenni precedenti, l’amministrazione di Palermo ha potuto tutelare il centro storico, evitando speculazioni edilizie. È vero che ci sono parecchi interventi da effettuare e l’Ance e gli architetti fanno bene a sollevarne la necessità. Ma adesso questa è una scommessa che si colloca soprattutto nella dimensione imprenditoriale privata. Il Comune è già intervenuto in ampia parte delle operazioni di risanamento attinenti al patrimonio immobiliare pubblico”.

Palazzo Bonagia

Se in molte porzioni del centro storico di Palermo si contano tristi esempi di degrado, legato soprattutto a una ancora poco diffusa coscienza civica, “è incontestabile – conclude Catania – che la città ha già un suo nuovo volto, su cui puntare ulteriormente: una più estesa pedonalità, tanti bellissimi palazzi risanati e nuovi musei, da quello di Palazzo Sant’Elia alla Gam, trasferitasi dagli angusti spazi del ridotto del Politeama nel complesso formato dall’ex convento francescano della chiesa barocca di Sant’Anna la Misericordiae dall’attiguo Palazzo Bonet”.

Luoghi, come diversi altri della Palermo storica, in cui oggi passeggiano frotte di turisti. Ma che potrebbero aumentare di numero. Sull’esempio di realtà che, pur in contesti molto differenti, hanno vissuto momenti anche peggiori. Dalla britannica Coventry, distrutta dalla Luftwaffe di Hitler e ricostruita secondo gli originari criteri a Hiroshima, oggi avveniristica città con un’ordinata viabilità e grattacieli in vetrocemento. Passando per Beirut, dove molti quartieri che la resero tra le più belle città del mondo, oggi vanno recuperando il loro splendore offeso dalla guerra.

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La Palermo degli Ahrens, dagli anni d’oro alla diaspora

La storia della famiglia ebreo-tedesca, raccontat a nel libro “La luce è là” di Agata Bazzi, è stata ripercorsa in quella che un tempo era la loro dimora e da qualche anno è sede della Dia

di Antonio Schembri

Mezzo secolo, anno più anno meno. È la stagione compresa tra la fine dell’Ottocento e gli anni ‘30 del Novecento, quando la follia del nazifascismo toccò il culmine in Italia col varo delle leggi razziali, in cui Palermo, città di corti e di governi, visse la sua prolifica e mai più riaffacciatasi stagione industriale. Grandi famiglie, tutte arrivate da fuori, vi trovarono terreno fertile per svariate attività produttive, poi devastate o spinte verso il declino dalle bombe della Seconda Guerra mondiale.

Johanna Benjamin e Albert Ahrens

Dai Florio ai Ducrot, passando per la lunga cordata britannica capitanata dai Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse. Ma a trapiantarsi nella terra “chiave di tutto”, come la cantò Goethe fu anche una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens appunto, grande baglio situato a fianco della Villa Adriana nel quadrante nord di Palermo, fu una delle più belle e vivaci tra quelle che punteggiavano la piana dei Colli in quegli anni. Durante il regime fascista venne requisita dal governo e oggi, dopo un restauro che le ha riconsegnato l’antico fascino, è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia). Con le leggi razziali, la famiglia Ahrens la abbandonò, per sparpagliarsi in mezza Europa e non solo.

A ricostruire il mondo che ha pulsato dentro questa dimora e che ha incrociato una congiuntura politica, una situazione economica e un clima culturale particolarissimi per Palermo, è “La Luce è là”, libro scritto da Agata Bazzi, discendente della famiglia. Una saga in cui le vicende personali dei componenti di questa dinastia produttiva si mescolano con la storia. “È di fatto un libro sulla città, osservata in un periodo riguardo al quale, ancora oggi, non si scioglie il dubbio se quel suo creativo e transitorio sviluppo industriale sia stato determinato dall’arrivo di famiglie straniere con tanto di capitali da investire; oppure dal fatto che industriale Palermo in quegli anni lo fosse già, al punto da calamitare quelle famiglie da diverse zone d’Europa”, considera l’autrice, che di mestiere fa l’urbanista pubblico e che anni fa ricoprì la carica di assessore comunale.

Questione aperta e avvincente, nella quale Palermo emerge anche sotto aspetti meno conosciuti. A fine Ottocento, il capoluogo siciliano fu infatti centro di intrighi e complotti: “Chi poteva immaginare – dice Bazzi – che Mata Hari, la conturbante spia, fosse arrivata fin qui, così come i Rothschild, il Kaiser Guglielmo II e tante altre personalità della politica e della cultura internazionale. Tutti approdati a Palermo non certo per il sole e per il mare, ma per avviare complotti e stringere alleanze determinanti per la costruzione della storia d’Europa”.

Un momento della presentazione del libro

Il libro di Agata Bazzi, presentato ieri nel corso di una animata conferenza, narra la storia di una famiglia che origina da un pragmatico e promettente “Ja”: fu la risposta affermativa, fatta pervenire per telegramma dalla Germania dall’avvenente Johanna Benjamin a Albert Ahrens, giovane e intraprendente ebreo che le propose il matrimonio da Palermo, dove era arrivato per conto proprio come emigrante dalla regione di Amburgo, in cui sin da giovanissimo lavorava in una fabbrica di bottoni.

“Albert era un uomo di grande curiosità intellettuale e capacità manageriale diremmo oggi”, racconta il nipote Gabriele “Gabì” Morello, noto economista, oggi novantunenne, fondatore dell’Isida e una lunga trafila di consulenze per capi di governo di diversi stati, inclusa Cuba, dove Fidel Castro lo invitò a animare la cattedra di economia all’Università dell’Avana. A Palermo Ahrens arrivò spinto proprio dalle suggestioni letterarie di Goethe e impiantò una fiorente fabbrica di mobili, non solo in stile Biedermeier ma anche di oggetti innovativi. “Si deve a lui l’invenzione della sedia a sdraio”, tiene a precisare Morello. Ma, riprende Agata Bazzi, “fece sviluppare anche una produzione di tessuti e, come altre grandi famiglie siciliane, di vino, a cui aggiunse anche un’agenzia di cambio e una compagnia d’assicurazioni. Ma si dedicò anche all’attività diplomatica, come console dell’Uruguay”.

Villa Ahrens

Il libro trae il titolo dalla frase Lik dör, la Luce è là, iscritta sulla facciata della villa. A ispirare la scrittrice “è stato soprattutto il ritrovamento di un diario di famiglia, conservato dallo zio Gabì, pieno di racconti vergati in tedesco e yiddish”. La saga familiare che ne è venuta fuori fotografa una Palermo operosa e prospera, ormai cancellata dal tempo e in cui fondamentale fu il ruolo delle figure femminili della famiglia Ahrens: oltre all’intrepida Johanna, chiamata vezzeggiativamente Hänschen (Annuccia), saggia costruttrice di fortuna accanto al marito, le sei figlie e i due figli maschi morti giovani. Un piccolo mondo a trazione femminile, quindi, di donne di carattere e grande sensibilità nel cogliere le direzioni della società e nel governare, sull’esempio del padre, gli affari familiari, unite attorno a valori come coraggio, dignità, rigore e speranza.

Il mondo di questa famiglia ebrea fu sempre a stretto contatto con la popolazione di Palermo. Per volere di donna Johanna, molto attiva sul fronte della beneficienza, i cancelli della villa rimanevano aperti ogni giovedì per accogliere e sfamare la povera gente. Quando morì, a 105 anni, al suo funerale c’erano migliaia di persone, in larga parte del popolo. “Sebbene la diaspora ci abbia sparpagliati un po’ dappertutto, tra Parigi, Berlino, in Inghilterra a Newcastle, mentre in Italia soprattutto a Milano e a Savona, rimaniamo unitissimi”, dice Bazzi.

“C’è addirittura un componente della nostra famiglia che raggiunse la Cina per integrarvisi al punto da non tornare più in Europa e far perdere le tracce: vorremmo ritrovarlo”, conclude Morello. Ebrei erranti, ma anche intimamente palermitani. Oggi da dentro la Villa Ahrens, si inseguono prove per sgretolare la mafia. Ma tra i giardini e le mura degli ex appartamenti padronali e delle scuderie, la prova della cultura di questa famiglia e il suo contributo alla storia di Palermo non smette di aleggiare.

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Un’elsa medievale spunta dal sottosuolo di Palermo

È una delle recenti scoperte fatte in occasione degli scavi nell’area di Casa Martorana. Trovata anche una preziosa lapide e una strada romana

di Antonio Schembri

Uno scrigno che cela i segni di 2.800 anni di storia, sovrapposti, mescolati, pronti a affiorare da pochi metri di profondità, in quasi ogni occasione di scavo per lavori di consolidamento di edifici o adeguamenti di fognature o gasdotti. È ciò che rappresenta l’intero sottosuolo del centro storico di Palermo, in particolare l’area che digrada verso il porto fenicio della Cala dall’attuale piazza Bellini, quella su cui si affacciano le chiese di Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) e di San Cataldo.

Un momento dell’incontro a Palazzo Ajutamicristo

Tema affascinante, di cui si è discusso recentemente in un seminario organizzato dalla Soprintendenza ai Beni culturali nella nuova sede di palazzo Ajutamicristo. In questa zona della città, a due passi dal Municipio, sono recentemente venuti alla luce diversi reperti di grande pregio. L’ultimo ritrovamento riguarda in particolare l’area di Casa Martorana, l’edificio di proprietà dell’Università di Palermo dove per molti anni ha avuto sede la facoltà di Architettura. Qui, grazie agli scavi della Soprintendenza ai Beni culturali, da una tomba sotterranea, probabilmente appartenuta a un noto militare dell’epoca, è stata rinvenuta, sorprendentemente integra, l’elsa di una spada medievale risalente al periodo Aragonese.

Iscrizioni sull’elsa restaurata

“È un reperto databile alla fine del 1.200, che si caratterizza per le dorature a mercurio e le iscrizioni di versi del Nuovo Testamento – illustra Stefano Vassallo, dirigente dell’unità archeologica della Soprintendenza – . Questo reperto, unico nel suo genere, che segna il ritorno agli scavi nel cuore di Palermo dopo almeno quarant’anni, verrà esposto prossimamente al Castello della Zisa”. Il restauro dell’elsa, condotto da Francesco Bertolino, è stato parzialmente sostenuto dai contributi dalle due sezioni palermitane della Inner Wheel, l’associazione culturale femminile legata al Rotary Club.

Ma questo quadrante della Palermo antica ha di recente offerto altre sorprese, di pari se non di superiore rilevanza, tutte risultato della combinazione tra lavori di restauro e indagini archeologiche. Ossia quelle che “in ottemperanza alla legge sugli appalti la soprintendenza è tenuta a compiere in fase di indagini archeologiche, preliminari a progettazioni definitive di interventi d’altro genere – spiega la soprintendente ai Beni culturali di Palermo, Lina Bellanca –. E questo perché non poche volte è accaduto di interrompere lavori già in corso, con i conseguenti disagi, quando si rinvengono oggetti o strutture antiche”.

L’elsa prima del restauro

Tra questi recenti ritrovamenti, c’è quello della lapide funerea, con iscrizione greca, dedicata a Irene, la dotta moglie dell’ammiraglio bizantino Giorgio di Antiochia, comandante della flotta del Regno di Sicilia all’epoca di Ruggero II e fondatore della Chiesa della Martorana. “Si tratta di reperto molto particolare perché lavorato anche sul retro, segno che la lapide venne scolpita utilizzando una struttura d’epoca precedente su cui era stato realizzato un bassorilievo – afferma Bellanca – . Singolare di questo reperto è proprio la modalità del suo ritrovamento, fatto in tre fasi diverse, una per ciascuno dei frammenti che insieme compongono la lapide. E in più il fatto che questi pezzi siano stati trovati in altrettanti punti diversi all’interno del quadrante in cui è ubicato il Palazzo Bellini”.

Particolare dell’elsa prima del restauro

Altro risultato di grande rilievo lo hanno regalato gli scavi, sempre legati a interventi di cosiddetta archeologia urbana, nelle fondamenta di Palazzo Santamarina, sulla via del Celso: “Una strada di epoca romana – spiega Vassallo – ma che in realtà è ancora più antica, visto che le epoche storiche che vi si sovrappongono partono da quella fenicia del IV secolo avanti Cristo per fermarsi al Medioevo”.

Palermo è insomma un vasto deposito di testimonianze storiche che inevitabilmente verranno alla luce. “Finora si è trattato di scavi non programmati ma appunto legati a operazioni di diversa finalità finanziate da privati”, specifica Vassallo. Tre le novità più rilevanti dell’ultimo anno, il rinvenimento della necropoli, nel sottosuolo di via Guardione, a seguito dei lavori sul collettore fognario, inizialmente scambiato per un ipotetico cimitero di mafia, ma che gli accertamenti delle Soprintendenza hanno consentito di collocare tra il IV e l’VIII secolo dopo Cristo.

“Attualmente – conclude la soprintendente Bellanca – l’unica operazione pianificata riguarda la chiesa di San Giovanni degli Eremiti ed è finalizzata a migliorare l’esposizione del preesistente scavo archeologico. I lavori, già assegnati, partiranno a breve”.

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Grandi lavori al Parco di Selinunte, ecco le novità

Tanti gli interventi previsti nell’area archeologica trapanese: nuovi scavi, una mostra dedicata all’Agorà, restauri e illuminazioni rinnovate

di Antonio Schembri

Duecentosettanta ettari di spazio, una posizione straordinaria che guarda il mare da un balcone naturale lungo più di due chilometri e mezzo e 2.500 anni di storia, raccontati non solo dai resti visibili dei suoi templi dorici, ma anche da vestigia fenicie e bizantine. Quello di Selinunte è il più grande parco archeologico d’Europa. E con gli scavi svolti negli ultimi 5 secoli, cioè da quando nel 1501 lo storico Tommaso Fazello riuscì a recuperarne la memoria dopo un lunghissimo oblio, ha svelato importanti testimonianze sulla colonia magno-greca che giocò per molti secoli un ruolo strategico nel Mediterraneo, come potenza agricola e militare. Adesso che sono pronte a partire nuove campagne archeologiche, altre sorprese potrebbero affiorare dalla gialla calcarenite dell’area situata tra Agrigento e Trapani.

Il Tempio E

Il primo start è per lunedì 10 giugno, e riguarderà i Templi C e R, tra loro adiacenti e rispettivamente dedicati a Apollo e a Demetra. Si tratta di un’operazione congiunta della New York University e dalla Università degli Studi di Milano. Una missione che fa segnare una ripartenza, in quanto un primo suo modulo era già stato completato proprio nel giugno del 2018. A condurla, in rappresentanza dei rispettivi atenei, gli archeologi Clemente Marconi e Rosalia Pumo. “Si tratta di interventi finanziati con fondi delle due università che movimenteranno una forza lavoro di decine di addetti, in larga parte studenti e dottorandi di archeologia”, spiega Enrico Caruso, fino a oggi direttore del Parco di Selinunte, che andrà a dirigere il Parco Lilibeo di Marsala, come previsto dalla recente maxi rotazione disposta dal governatore Nello Musumeci.

Statua bronzea dell’Efebo

Insieme con l’Istituto Germanico di Roma, il Parco è inoltre al lavoro per l’allestimento di una mostra dedicata all’Agorà, in programma a ottobre nel Museo Baglio Florio. Questo spazio espositivo (dove fino a tre anni fa si poteva ammirare il famoso Efebo, poi trasferito nel Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano) è tornato del tutto fruibile nel 2017 dopo una serie di lavori diluitisi per decenni. “Oggi – illustra Caruso – questo museo offre un percorso su 6 ambiti di ricerca, che spaziano dall’architettura dorica ai reperti del Tempio R, dai tetti dei templi ai reperti della necropoli arcaica ricavata all’interno dell’Agorà, e ancora dai resti delle abitazioni più antiche ritrovate nella località di Manuzza, alle vestigia puniche soprattutto quelle della necropoli e del santuario dedicato alla dea Tanit”.

Dal canto suo, l’ente Parco avvierà, con fondi propri pari a 70mila euro, lavori di restauro e messa in sicurezza che oltre all’isolato di Manuzza interesseranno anche l’area dell’Acropoli e il battistero paleocristiano. Tra le spese del tutto a carico di finanziatori stranieri ci sono quelle del governo tedesco, sempre a sostegno dell’Istituto Germanico. Saranno destinate a due campagne di scavi. La prima partirà in agosto nel porto selinuntino, le cui pietre sono recentemente emerse nell’area in cui sfocia il gorgo Cottone, che attraversa l’acropoli. L’altra comincerà a settembre e, anche in questo caso, riguarderà l’Agorà dell’antica polis.

Strada sull’Acropoli

Ma molto altro è in programma per il miglioramento della fruibilità del Parco archeologico di Selinunte. In attesa di essere sbloccata c’è, infatti, una dote di 5 milioni di euro stanziata con il Patto per il Sud: verrà utilizzata soprattutto per ulteriori interventi di completamento del restauro del Baglio Florio e di altri due edifici del Parco, nonché per l’ultimazione dei lavori di recinzione dell’area archeologica e per la sistemazione degli impianti di videosorveglianza. Altri piccoli progetti verranno invece finanziati con fondi comunitari del programma Po Fesr, informano dall’amministrazione del Parco. Ultimo approvato, quello dell’illuminazione di alcuni punti dell’acropoli, dei templi della collina orientale e del percorso d’accesso al Tempio C, che sarà così possibile ammirare anche in notturna.

È invece pronto per l’inaugurazione il percorso pedonale adatto anche ai disabili, realizzato con una spesa di 120mila euro dal Parco di Selinunte con risorse proprie.

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Fiorisce un giardino davanti al Palazzo Reale

Inaugurato un primo tassello di un’installazione “verde” in piazza del Parlamento. Saranno impiantate più di 50 specie botaniche, simbolo di diverse culture

di Antonio Schembri

Un giardino culturale dinamico come grancassa al messaggio di incontro e dialogo tra culture. È quello inaugurato oggi sul piano del Palazzo dei Normanni, sede di uno dei parlamenti più antichi del mondo. Battezzato “Passage to Mediterranean” costituisce, a distanza di un anno dalla riapertura dei Giardini reali, una preziosa testimonianza paesaggistica rappresentativa del contesto storico-architettonico della città, in un luogo in cui ha però dominato per lungo tempo l’asfalto.

Particolare del giardino

Un trionfo di verde con decine di specie botaniche, sia tipicamente mediterranee che provenienti da paesi lontani, ma perfettamente adattatesi al clima della Sicilia, distribuite in un’installazione con la forma di stella a otto punte, divisa da un corridoio in asse con il portone monumentale del castrum superius, ossia il Palazzo reale. L’idea, generata da un team di sei architetti paesaggisti di Istanbul è il risultato della sinergia tra la Fondazione Federico II, l’Assemblea regionale siciliana e Radicepura, la fondazione catanese che dal suo grande parco florovivaistico di Giarre promuove il binomio dello sviluppo della cultura ambientale, insieme con quello dell’arte legata al paesaggio.

Il tunnel di corde

“Si tratta di un allestimento dinamico perché questo spazio crescerà in dimensione, entro fine ottobre lo allargheremo di circa una quindicina di metri e l’intento è riuscire a fargli occupare nel tempo quanta più superficie possibile dello spazio antistante Palazzo dei Normanni – spiega il fondatore di Radicepura, Mario Faro – . La scelta di concentrare intanto qualcosa come 50 specie botaniche diverse, che diventeranno molte di più con lo sviluppo del progetto, punta a comunicare un’unità di linguaggio tra culture differenti in un territorio come la Sicilia, che, va sottolineato, può ben considerarsi come la regione con la più alta biodiversità d’Europa. E ciò grazie alla formidabile convivenza di piante mediterranee o che arrivano da climi più caldi, ma anche provenienti da climi freddi”.

Un esempio di adattamento che si può osservare nel giardino dinamico è il Metrosideros excelsus, arbusto d’origine australiana, ma che nel clima siciliano ha trovato un perfetto habitat naturale. “Questa opera ci parla dell’evoluzione e dell’inesorabile sviluppo della natura e quindi del tempo – aggiunge Faro – . Ed esprime valori ambientali leggibili anche in relazione al tema dell’immigrazione: si può arrivare da lontano ma gettare solide radici se ci si adatta bene al luogo ospitante”. Il corridoio costruito al centro del giardino rappresenta un tunnel. È coperto da corde, la cui maglia si restringe progressivamente fino a infittirsi al termine del passaggio: “Simboleggia da una parte l’oscurità, la fine della vita; non a caso, a fianco, si erge un cipresso. Ma anche la sua rigenerazione”.

Il giardino culturale in piazza del Parlamento

Il giardino dinamico diverrà un luogo di incontro subito dopo il prossimo Festino, perché all’inizio dell’estate il piano di palazzo dei Normanni viene tradizionalmente utilizzato per le prove della principale manifestazione popolare di Palermo. “Lo scopo è renderlo un trait d’union tra il Palazzo e il territorio – dice Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II – . Un luogo di bellezza autentica che svilupperemo ulteriormente, sistemandovi altre aiuole e sedute”. Sula stessa linea il presidente della Fondazione e dell’Ars, Gianfranco Miccichè: “Il cemento non appartiene alle origini del Palazzo Reale. Fino a due anni fa piazza del Parlamento era completamente al buio, adesso è uno spazio aperto alla città grazie ai lavori fatti all’interno del Palazzo, all’apertura del portone monumentale e alla nuova illuminazione. Questa iniziativa rappresenta un altro passo nel percorso di rinascita culturale di Palermo. Paesaggio e natura sono forme d’arte”.

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