Addio a Franco Battiato, musicista filosofo sempre un passo avanti

Il cantautore si è spento nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna. È stato tra i più grandi sperimentatori della musica d’autore italiana

di Antonio Schembri

Nel 1980 Franco Battiato arrivò come ospite a una puntata di Domenica In di piena primavera, emaciato e coperto da un trasandato impermeabile. Pippo Baudo, grande talent-scout che in quel momento non aveva però fatto in tempo a cogliere senso e significati dei testi di quell’artista trentenne dall’espressione stralunata che già viaggiava a qualche anno luce di distanza dalle banalità nazional-popolari della contemporaneità, scherzò sull’apparente incongruità e la “tristezza” di quel soprabito, ricevendo in timida e impacciata risposta questa asciutta puntualizzazione dal cantautore: “fuori è instabile e sono di passaggio”.

Battiato durante una esibizione

Il passaggio terreno di Franco Battiato si è concluso stamattina, a 76 anni, nella sua residenza di Milo, ai piedi dell’Etna. Già da tempo, sebbene la sua famiglia tacesse sulle sue condizioni di salute, era noto che queste non fossero buone. Le ultime notizie risalgono al brutto incidente domestico di quattro anni fa, costato al cantautore la frattura di femore e bacino. Un viaggio lungo 50 anni, il suo, che lo ha visto spaziare tra generi musicali diversi: dal pop elettronico di inizio carriera – la fase “milanese” caratterizzata da canzoni di protesta, che lo vide apparire in tv per la prima volta nel programma “Diamoci del Tu” condotto da Giorgio Gaber, diventato suo grande amico – a lavori di sapore romantico, con profonde immersioni nella musica sperimentale. Un avanguardista, sempre.

Battiato nel 1972

Un maestro del libero pensiero, con note e parole, spesso ironiche e provocatorie, come quelle contro l’imbecillità diffusa e le immondizie musicali evocate nel suo “Up Patriots to Arms”, pezzo del 1980. E a volte durissime, dagli effetti burrascosi. Quelle pronunciate a appena cinque mesi dall’incarico di assessore alla Cultura della giunta regionale siciliana costrinsero l’allora neopresidente Rosario Crocetta a revocargli l’incarico: “Nelle casse dell’assessorato – disse Battiato –  non c’è più un euro, hanno rubato tutto”. Per poi alzare il tiro e rincarare la dose contro una certa destra italiana e, in questo caso indipendentemente dalle bandiere di partito, contro la diffusa attitudine al compromesso e al mercimonio politico dentro i palazzi del potere, a cominciare dal Parlamento.

Franco Battiato

Fondati incidenti di percorso, da molti frettolosamente bollati come inopportuni; ma che si annullano di fronte alla sua cifra di compositore geniale, di poeta, filosofo, uomo di cultura sterminata incline alle suggestioni dell’Oriente. Talento precoce, quello di Franco Battiato, nato a Ionia, come negli anni ‘40 era ancora chiamato il verghiano centro costiero di Giarre-Riposto. Una passione musicale mostrata sin da bambino, un sogno diventato totalizzante in giovinezza al punto da indurlo a abbandonare gli studi universitari per diventare il solco di un repertorio straordinario, nel quale è davvero difficile eleggere canzoni migliori di altre.

La copertina dell’album “L’era del cinghiale bianco”

Resteranno incise nella memoria dei suoi tantissimi appassionati brani come “L’era del Cinghiale Bianco”, riferimento alla cultura celtica di cui questo animale era simbolo, perduta età dell’oro da vagheggiare al posto di una modernità senza più riferimenti spirituali; così come i testi di “Bandiera Bianca”, che prendono di mira l’immoralità del terrorismo e della politica e di “Centro di gravità permanente”, sull’urgenza di superare il senso di smarrimento contemporaneo attraverso la ricerca di una dimensione intima del sé. Canzoni  perno queste ultime, de “La voce del padrone”, album di 40 anni fa, il primo in Italia a superare il milione di copie vendute. Tutti testi affascinanti, ricchi di riferimenti eruditi. Uno su tantissimi, (proprio in “Centro di gravità permanente”), quello sui “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi alla corte della dinastia dei Ming” rimanda alla figura di Matteo Ricci, l’avventuroso esponente della Compagnia di Gesù giunto fino in Cina nella sua azione evangelizzatrice.

L’Etna caro al cantautore

E canzoni epocali come “La Cura”, celebrazione dell’amore nella sua forma più alta e “E ti vengo a cercare”, pezzo uscito nel 1988, uno degli emblemi della traiettoria spirituale del maestro etneo: “Questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà. Emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’Uno al di sopra del bene e del male”. Franco Battiato non si è mai staccato dalla sua Sicilia, gli scenari del vulcano e della costa verghiana sono stati il cuore del suo pianeta musicale. “Il suo inconfondibile stile – frutto di intenso studio e febbrile sperimentazione – ha dichiarato a caldo stamattina il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – ha affascinato un vasto pubblico, al di là dei confini nazionali”.

Sull’Etna tra bici e trekking: si rinnova la rete dei sentieri

Finanziato il progetto di riqualificazione dei tracciati pedonali e ciclabili del vulcano, lavori su almeno 120 chilometri di percorsi

di Antonio Schembri

Ristrutturazione, manutenzione e messa in sicurezza dei sentieri. Il Parco dell’Etna si apre agli auspici di una bella stagione bloccata dal Covid come l’anno scorso, con una progettualità da 627mila euro che verrà finanziata da fondi comunitari del Po Fesr Sicilia 2014-2020. Il piano dell’ente che dal 1987 sovraintende alla salvaguardia del Parco si è classificato al primo posto nella graduatoria provvisoria stilata dall’assessorato regionale Territorio e Ambiente, che riguarda le operazioni valutate come ammissibili e finanziabili.

I crateri sommitali dell’Etna

Il progetto che riguarda i sentieri pedonali e ciclabili dell’Etna muoverà lavori su almeno 120 chilometri di tracciati, alcuni molto antichi, da rendere più fruibili per il trekking e l’escursionismo in mountain bike: poco meno del 40 per cento della complessiva lunghezza lineare di tutti e 50 i sentieri censiti sulle spalle del vulcano più alto d’Europa. Un ecosistema esteso su un’area di poco meno di 60mila ettari, un terzo della quale protetta in regime di riserva integrale e da 8 anni incluso nella Heritage List dell’Unesco per l’unicità dei suoi aspetti geologici e vulcanologici.

Piano Provenzana, colata lavica del 2002 (foto Antonio Schembri)

“Si tratta di opere tecnicamente semplici ma attese da lungo tempo su tutti i versanti dell’Etna – spiega Carlo Caputo, presidente del Parco – . Riguarderanno in particolare la segnatura dei tracciati, l’apposizione di cartelloni a partire dai singoli Comuni per indicare l’attacco dei sentieri, la realizzazione di staccionate e, dove necessario, la sistemazione del fondo con l’utilizzo di pietrisco”.

Colata lavica nella zona dei monti Sartorius (foto Mathia Coco)

Quello presentato dal Parco dell’Etna costituisce il primo progetto di infrastrutturazione che considera nel loro insieme le vie destinate alla mobilità lenta sul vulcano. Risultato finora mai raggiunto data la complessità di una sentieristica inclusa in proprietà differenti: dal demanio forestale a quello dei 20 Comuni del Parco dell’Etna, passando per numerosi proprietari privati. “Questa progettualità intende unificarli per sviluppare una organica rete sentieristica – dice Caputo – . I tragitti inclusi nel progetto sono almeno 25 e si snodano su distanze molto varie, da alcune decine di chilometri a poche centinaia di metri dentro un contesto ambientale e agricolo unico”.

Betulla e panorama dai monti Sartorius (foto Mathia Coco)

La rete complessiva dei tracciati pedo-ciclistici del vulcano è da 5 mesi consultabile mediante la app del Parco dell’Etna, attivata anche in versione Lis per i non udenti. Uno strumento per dispositivi Apple e Android concepito per preparare al meglio le passeggiate con informazioni sui sentieri, rifugi, punti naturalistici e panoramici, a cui è possibile connettersi attraverso i beacon, i trasmettitori radio a tecnologia Bluetooth per monitorare la presenza di smartphone fino a un raggio fra i 30 e i 50 metri. Ad oggi il Parco dell’Etna ne ha installati in tutto 90. Un sistema ancora da potenziare la cui utilità per la libera fruizione dei sentieri stride con i dubbi, in termini di impatto sull’ambiente e di effettiva sicurezza personale, suscitati proprio dalle camminate senza l’accompagnamento di guide specializzate.

Grotta dei Lamponi (foto Antonio Schembri)

L’Etna rappresenta l’ambiente di maggior riferimento delle attività escursionistiche in Sicilia. Un primato rafforzato anche in tempo di pandemia, come ha dimostrato la riapertura dei sentieri con le nuove regole di distanziamento personale all’indomani del primo lockdown generale, nel maggio del 2020. “Malgrado la riduzione delle visite guidate – aggiunge Caputo – il numero delle persone che, in risposta alla pressione causata dai necessari limiti imposti dalla pandemia, sono andate scoprendo o riconoscendo sempre più valore al contatto diretto con la natura, è aumentato visibilmente sotto forma di presenze individuali o di gruppi composti da pochi escursionisti debitamente distanziati tra loro”.

Rilievi dell’Etna

Tra gli altri progetti su cui lavora adesso il Parco dell’Etna c’è anche la definizione di un marchio di qualità. “In questa maniera – conclude Caputo – intendiamo allinearci a tanti altri parchi italiani. Tale certificazione punterà inizialmente a distinguere e valorizzare la produzione agricola del vulcano, per essere poi estesa al settore dei servizi”.

Quegli antichi sarcofagi tornati a casa dopo 55 anni

Il rientro delle quattro opere d’arte di epoca romana e greca nella Cattedrale di Agrigento, segna una tappa del rilancio del centro storico

di Antonio Schembri

Quando quella mattina del 19 luglio di 55 anni fa una frana spaventosa, provocata dallo sconsiderato boom edilizio degli anni ‘60, dissestò ampia parte della collina occidentale di Agrigento, insieme all’emergenza di evacuare migliaia di cittadini dalle abitazioni crollate o danneggiate, si trattò di trovare in fretta dimore alternative anche per le opere d’arte custodite nelle chiese del centro storico coinvolte nel sinistro.

La Cattedrale di San Gerlando

Soprattutto quel patrimonio di sculture, affreschi e intarsi custoditi nella Cattedrale di San Gerlando, straordinario edificio di stili amalgamati situato sul punto più alto della città. Nella chiesa madre dell’Arcidiocesi agrigentina, c’erano in particolare quattro sarcofagi di manifattura romana e greca, tutti splendidi, uno più degli altri: quello dedicato al mito di Ippolito e Fedra, datato al secondo-terzo secolo dopo Cristo. Un’opera che alla fine del 1700 sbalordì Wolfgang Goethe al punto che nel suo “Viaggio in Italia”, scritto al ritorno dal Grand Tour nella penisola, il grande poeta tedesco così la magnificò: “Credo di non aver mai veduto cosa più stupenda in fatto di bassorilievi, né più perfettamente conservata”.

La sala dei sarcofagi

Una miscela di storia e bellezza artistica, mito, mistero e fede, presente anche negli altri sarcofagi: quello delle “donne coronarie”, risalente allo stesso periodo del primo, chiamato così perché rappresenta due figure femminili impegnate nell’intreccio di corone d’alloro. E gli altri due, più semplici, di età greca, realizzati nel V secolo avanti Cristo, il periodo che precede di poco il massimo fulgore raggiunto dall’antica Akràgas, “la più bella città dei mortali” per Pindaro: uno, in marmo bianco monolitico; l’altro, ancora munito di coperchio, con tracce di decori policromi sui bordi.

La Cattedrale di Agrigento (foto Domenico Piccione)

Dopo la frana il sarcofago di Ippolito e Fedra era stato trasferito nella Chiesa di San Nicola, all’ingresso del Parco della Valle dei Templi. Gli altri avevano invece trovato posto nella sezione nel Museo archeologico regionale accessibile solo agli studiosi. Dopo oltre mezzo secolo, questo “poker” di bellezza antica ha fatto ritorno alla casa originaria: la cattedrale costruita da Gerlando di Besançon, nominato vescovo da Ruggero I d’Altavilla nel 1088 tre anni prima dello strappo di Agrigento alla dominazione islamica da parte dei Normanni. Ma in uno spazio nuovo di zecca: una sala dedicata, realizzata durante i lavori di messa in sicurezza ultimati nel 2019 e allestita con supporti multimediali.

Particolare di uno dei sarcofagi

Dopo gli stop per l’emergenza sanitaria, l’operazione sarcofagi torna a rappresentare la punta di diamante di una progettualità di rilancio culturale che nella Città dei Templi era pronta a partire a inizio 2020, con le celebrazioni per i suoi 2.600 anni e, dopo gli stop della pandemia, ha ripreso a funzionare su due solchi. “Uno è il progetto Arte e Fede, promosso dall’Arcidiocesi con l’intento di recuperare il patrimonio culturale ecclesiastico ubicato sul colle della città, anche attraverso lo spazio rinnovato del Mudia (il museo diocesano di Agrigento) e i restauri delle chiese di Santa Maria dei Greci e di San Lorenzo, edifici che, con la Cattedrale, narrano la storia del secondo millennio, dall’arrivo di San Gerlando a Girgenti fino ai nostri giorni”, spiega Giuseppe Pontillo, direttore dell’ufficio Beni culturali al Museo diocesano. “L’altro programma di valorizzazione – continua il prelato –  è Arkeo & Fede, basato sul recupero degli elementi classici che permetteranno di ricostruire il legame storico tra il Colle di Girgenti, odierno centro storico della città, e la Valle”.

Sarcofago di Ippolito e Fedra

L’aver riportato questi manufatti in Cattedrale, sottolineano all’Arcidiocesi, è importante anche perché riduce la frattura culturale, morale e spirituale subita dal popolo agrigentino a causa della frana del 1966. Lo ha dimostrato, lo scorso novembre, l’emozione manifestata da diverse persone anziane presenti al rientro dei sarcofagi nella Cattedrale di San Gerlando, memori del momento in cui, neanche due anni dopo quel disastro si dovette far cambiare sede a queste opere d’arte: un evento lacerante, che venne percepito quasi come un segno della fine del centro storico di Agrigento.

La sala dei sarcofagi

A parte la loro datazione indicativa, sono scarse e poco precise le notizie su questo tesoro archeologico. Il sarcofago di Ippolito e Fedra fu donato alla cattedrale di San Gerlando intorno al 1730 dal canonico Libertino Sciacca, che lo rinvenne in un fondo da lui posseduto a poca distanza dalla città. Incerta invece la provenienza (forse un’area anch’essa vicina a Agrigento) e la data della scoperta di quello delle ‘coronarie’, mentre ancora più fitto è il mistero di quelli greci, il cui marmo però dovette provenire con molta probabilità dall’Egeo. Certo è che tra la seconda metà del 1700 e alla fine del 1800 i due manufatti più famosi, insieme con un altro prezioso reperto, un piccolo elefante di marmo adesso conservato nel Museo Diocesano, costituirono il fonte battesimale della Cattedrale.

I sarcofagi rientrati in Cattedrale

Storia struggente quella rappresentata nel sarcofago più famoso. Narra di Fedra, sposa del re Teseo, che s’innamorò follemente di Ippolito, figlio di un precedente matrimonio del marito. Il giovane però la respinse e lei, umiliata, si uccise. Quando Teseo scoprì il cadavere e un biglietto in cui la moglie accusava Ippolito di averla violentata, lanciò un anatema mortale nei confronti del figlio innocente, che si mise in fuga, ma inutilmente. “Vicenda mitologica che del resto si combina con il mistero cristiano – aggiunge Pontillo – . Al contrario della matrigna Fedra, Ippolito simboleggia la fedeltà alla purezza dell’uomo che resiste alla tentazione”.

 

Il monastero di Santo Spirito

Il binomio mito – religione, alimentato dal collegamento tra il Colle di Girgenti con i Templi, segna di fatto una pianificazione ben più larga. “Stiamo intanto lavorando anche al recupero dell’ex aula capitolare che fu la sede del primo museo in cui i sarcofagi vennero custoditi – indica Pontillo – . Ma particolarmente significativo è il recupero della torre normanna chiaramontana, sul lato sud della cattedrale, dove i lavori saranno ultimati a metà aprile”. Restauri nella Cattedrale ma anche delle chiese di Santa Maria dei Greci e del monastero di Santo Spirito. È il percorso che curia e Soprintendenza di Agrigento seguono per preservare l’identità del centro storico. Un quadrante dal grande fascino che si era quasi del tutto svuotato di abitanti e che adesso va reso ancora più fruibile.

Agrigento

“Intanto – riprende Pontillo – abbiamo allestito una nuova sala, molto bella e funzionale, all’interno della Cattedrale. Prima della chiusura per restauri, questo spazio, risultato di un intervento di recupero ad hoc per ospitare i sarcofagi, costituiva una delle sezioni del Museo diocesano, che con l’inizio dei lavori in Cattedrale è stato trasferito nel palazzo vescovile”. Nel 2019 la Cattedrale e il Museo diocesano della città dei Templi hanno fatto totalizzare 100mila visitatori: numeri tutt’altro che bassi rispetto a tanti altri spazi museali siciliani. Inoltre, tra la riapertura della Cattedrale e l’inizio della pandemia sono nati sei nuovi bed & breakfast. A Agrigento la necessità di custodire e valorizzare il patrimonio culturale è diventata consapevolezza.

Solunto guarda al futuro tra restauri, scavi e spettacoli

Il Parco archeologico studia interventi sulla casa delle Maschere e su quella di Leda, ma in programma anche concerti e recital tra le rovine

di Antonio Schembri

Quindici chilometri a est di Palermo ci sono 21 ettari di splendore architettonico e panoramico che costituiscono uno dei parchi archeologici più celebri della Sicilia. Il sito di Solùnto, ubicato tra Bagheria e Santa Flavia, è uno dei tre centri in cui si ritirarono i Fenici quando nel 368 avanti Cristo i greci di Siracusa (dominati dal tiranno Dioniso I), distrussero la sede originaria della città che, stando alle testimonianze di Tucidide, si trovava tra il promontorio di Sòlanto, dove per secoli ha funzionato una delle principali tonnare della Sicilia settentrionale e il pianoro di San Cristoforo.

Panorama di Solunto

La Solùnto greco-ellenistica venne quindi ricostruita sulle pendici orientali del Monte Catalfano, per passare, un secolo dopo la sua riedificazione, sotto il controllo di Roma nel 245 avanti Cristo: proprio l’anno della prima delle tre guerre puniche, scenario bellico protrattosi per oltre un secolo prima di decretare l’egemonia dei romani sul Mediterraneo a danno dei fenici.  Suggestivo passeggiare sulla spianata dell’agorà, così come percorrere le scalinate delle case più prestigiose e di ciò che resta dei templi greci, sia di ordine dorico che ionico. Solùnto è un’immersione non solo nei riferimenti di una intensa fase storica, di grandi traffici e battaglie per la difesa di spazi marittimi in cui commerciare, ma anche in uno scenario naturale molto suggestivo.

La vetta di Monte Catalfano

Oggi infatti il Monte Catalfano è un’area naturalistica protetta, le cui rupi fanno parte della rete ecologica Natura 2000. Attorno al Punto Trigonometrico, situato sulla sommità della montagna, si estende un meraviglioso balcone naturale, da raggiungere con un trekking poco impegnativo. Mozzafiato la vista sui golfi di Palermo, a occidente fino al Capo Gallo e di Termini, a oriente fino a Cefalù, divisi proprio al centro dal Capo Zafferano, o Mongerbino, il ripido promontorio che per la sua forma è chiamato anche “cappello di Napoleone”.

Mosaico nella Casa di Leda

In attesa della riapertura delle visite, se e quando la curva pandemica allenterà il morso, l’amministrazione del Parco sta elaborando una serie di progetti di restauro. Anzitutto quello di due tra le dimore più prestigiose della città: la Casa delle Maschere e la Casa di Leda, dove nella stanza ad ovest del vestibolo è conservato il mosaico che rappresenta un astrolabio, col globo terrestre circondato dalle sfere celesti.

Rovine di Solunto

“Ma sono in programma – spiega il direttore del Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Jato, Stefano Zangara – anche interventi di ripristino degli impianti antincendio e elettrici lungo il percorso e il recupero delle ex Case De Lisi, la struttura colonica situata poco al di fuori del recinto dell’area archeologica, che ospitò a lungo gli uffici amministrativi dell’area archeologica e dove intendiamo ricollocare l’attività direzionale del Parco”. Il valore complessivo di questi lavori oscilla intorno ai 400mila euro.

La necropoli

Pianificazione a parte è invece quella del restauro e gli adeguamenti in chiave multimediale dei due padiglioni dell’Antiquarium. “Intervento più impegnativo, da svolgere in step successivi, di cui solo il primo richiederà un importo stimato in almeno 500mila euro – indica Zangara – . Siamo attualmente in una fase ancora interlocutoria per potere accedere a finanziamenti regionali”.

Altare sacro con vasca

Fino a prima dell’emergenza sanitaria il sito archeologico di Solùnto faceva totalizzare circa 7mila visitatori all’anno. Le chiusure imposte dal Covid e dalle nuove norme di fruizione hanno ridotto di molto il numero delle visite nel 2020. “Contiamo di recuperare quest’anno non appena la morsa della pandemia si allenterà un pò, – prosegue il direttore – riproponendo anche concerti, rappresentazioni teatrali e presentazioni di libri tra le rovine, con la speranza, stavolta, di partire non più tardi della prima settimana di luglio”. L’amministrazione del Parco è al lavoro in particolare su due programmi: uno concertistico, con l’associazione Palermo Classica, e un altro di rappresentazioni teatrali e recital di poesie con la direzione di Angelo Butera.

Intanto, sul fronte dei nuovi scavi, il Parco archeologico di Solunto aveva riaperto a fine 2020 un protocollo di intesa con l’Università di Palermo: nessuna specifica indicazione, ancora, sulle zone da indagare. Si sa solo che la topografia del Parco ne individua numerose.

Un porto per la nave di Gela: prende forma il Museo dei relitti greci

Al via i lavori per la struttura espositiva nel Bosco Littorio che custodirà uno dei più importanti ritrovamenti subacquei del patrimonio archeologico del Mediterraneo

di Antonio Schembri

Le operazioni erano partite quattro mesi fa, con l’elaborazione del progetto esecutivo e le successive indagini archeologiche preventive. Adesso, i tanto attesi lavori per costruire il Museo regionale dei relitti greci a Gela prendono concretamente il via e, se il corso della pandemia non causerà nuove interruzioni, verranno ultimati, come stabilito nel piano, alla fine di quest’anno.

I lavori per il Museo dei relitti greci

Dal 2022 la Sicilia e il mondo della cultura potranno contare su una struttura espositiva di oltre 2mila metri quadrati, concepita per custodire in maniera permanente uno dei più emblematici ritrovamenti subacquei del patrimonio archeologico del Mediterraneo. Ovvero, la nave arcaica di Gela, la più antica imbarcazione greca mai riportata alla luce fino ad oggi. Risale infatti a 2.500 anni fa, epoca in cui la città fondata nel 688 avanti Cristo da coloni di Rodi e Creta era già una tra le maggiori potenze della Magna Grecia.

Campagna di ricerca a Gela

Appaltatrice dei lavori una Ati (associazione temporanea di imprese) che ha come capofila l’impresa edile catanese Euroinfrastrutture. L’operazione, dal costo di 2,9 milioni di euro, viene finanziata dalla Regione Siciliana con una dote complessiva di 5 milioni di euro. La parte restante servirà soprattutto all’allestimento di eventi: sia mostre dedicate a questa grossa trireme (che, stando al modello delle navi greche, navigava anche con la spinta di due vele) rinvenuta nelle acque di Bulala, località a breve distanza dal tratto di costa oggi occupato dalla bio-raffineria dell’Eni, sia sulle altre due navi greche – di dimensioni più piccole – che giacciono invece ancora sott’acqua, coperte da sabbia e grotto: una, ben conservata, a breve distanza dal punto di recupero del primo relitto, l’altra individuata durante i lavori per la posa del gasdotto libico, davanti alla foce del fiume Dirillo, che segna il confine tra le province di Caltanissetta e Ragusa.

La nave di Gela esposta a Forlì

“Se la pandemia non imporrà stop, puntiamo a organizzare la prima di queste esposizioni sulla nave recuperata per la prossima estate, in un’apposita struttura che verrà realizzata a fianco del futuro museo” dice Daniela Vullo, soprintendente ai Beni culturali di Caltanissetta. “Il modello di questa mostra – spiega – verrà concepito come prologo alla futura apertura del museo gelese e ricalcherà l’evento intitolato ‘Ulisse. L’arte e il mito’, tenutosi proprio un anno fa ai Musei San Domenico di Forlì”. Quella mostra ha segnato la prima ufficiale “uscita” pubblica dell’ossatura lignea del relitto greco di Gela.

Lingotti in oricalco provenienti dai fondali di Gela

Un recupero complesso, quello della nave lunga 17 metri, ma il cui “fuori tutto” era di certo un po’ più lungo, visto che non è mai stato ritrovato il dritto di prua, disperso dalle correnti marine insieme con altri componenti dello scafo. Dopo tre complesse campagne di scavo subacqueo dal 1989 al 2007, la Soprintendenza di Caltanissetta, allora guidata da Rosalba Panvini, ha curato anche le operazioni di restauro eseguite a Portsmourth, la città affacciata sulla Manica, dove ha sede il laboratorio della marina militare britannica specializzato nel recupero del legno bagnato (è qui che venne recuperata e musealizzata la Mary Rose, la nave ammiraglia della flotta di Enrico VIII). Si trattava quindi di trovare un degno spazio per un museo che potesse accogliere il relitto.

Lingotti e elmi recuperati a Gela

La Soprintendenza nissena l’ha individuato in una porzione del Bosco Littorio, uno degli almeno 20 siti di primario valore archeologico sparpagliati attorno all’odierno abitato di Gela: “Questa porzione del bosco era stata stralciata dal piano paesaggistico e classificata come area di recupero, visto che nei decenni è stata occupata da capannoni industriali. Tuttavia vi abbiamo svolto indagini archeologiche che confermano l’importanza anche di questa zona”, aggiunge la soprintendente.

Un iter quello dei lavori per il museo delle navi in cui non sono mancate difficoltà anche d’ordine giuridico. La gara d’appalto fu espletata cinque anni fa e la ditta aggiudicataria dei lavori fu la stessa compagnia di costruzioni etnea. Quell’esito venne però impugnato da un’impresa concorrente ed è toccato attendere fino al 2019 la decisione del Cga che ha confermato l’aggiudicazione a Euroinfrastrutture. “Da allora si sono dovute rimodulare le procedure d’accesso ai finanziamenti”, specifica Vullo.

La scelta di allocare il nuovo museo proprio nel Bosco Littorio ha – sottolineano alla Soprintendenza – un grande valore simbolico. Quest’area si trova infatti alla base della collina dell’Acropoli che digrada verso l’antico Emporion di Gela, l’area commerciale davanti al mare dove con ogni probabilità la nave oneraria proveniente dall’Egeo era diretta per scaricare oggetti e derrate. “Adesso – conclude Vullo – è come se quella nave ritornasse, dopo 25 secoli, laddove non riuscì ad approdare”.

Giustizia, verità e passione: cento anni fa nasceva Sciascia

Tanti appuntamenti per ricordare lo scrittore di Racalmuto e il suo impegno civile, racchiuso in romanzi, racconti, saggi e articoli

di Antonio Schembri

Lo scetticismo e la passione. Il dubbio laico, costantemente affiancato dal culto religioso della ragione. E i chiodi fissi dello stato di diritto, della giustizia e della verità: da cercare e affermare sempre, anche quando è scomoda e urta ipocrisie di Stato e scenari basati su menzogne. Oggi, 8 gennaio, è un secolo dalla nascita di Leonardo Sciascia, l’ex maestro di scuola diventato con la sua scrittura limpida, precisa, spesso venata di ironia, maestro di impegno civile e figura centrale tra i narratori e i saggisti del Novecento letterario italiano e europeo.

Leonardo Sciascia

Un lascito, quello dello scrittore di Racalmuto scomparso poco più di 30 anni fa, che si quantifica in 11 romanzi, 7 racconti, 22 saggi e tante altre opere sotto forma di testi teatrali, sceneggiature e raccolte di poesie. Alle quali si aggiunge la mole impressionante di articoli pubblicati su quotidiani e periodici, nazionali e esteri. Un mondo, il giornalismo, non così prediletto da Sciascia che detestava i refusi di stampa, inevitabili quando da una tastiera si deve raccontare il presente in velocità. Ma sono proprio i suoi pezzi sul Giornale di Sicilia, il quotidiano che gli offrì il praticantato giornalistico e poi su L’Ora, su grandi testate nazionali come La Stampa e Il Corriere della Sera e su quelle estere, soprattutto El Pais, Le Monde e Le Nouvel Observateur, a confermarlo sia come grande testimone del suo tempo sia come intellettuale senza tempo, cioè sempre attuale. E libero da ogni logica d’appartenenza a tende o tribù.

Un scorcio di Racalmuto

Proprio Racalmuto, il borgo agricolo circondato da pietre, vigne e uliveti a 22 chilometri da Agrigento, da lui stesso affettuosamente definito “paese straordinario” per i tanti personaggi in cerca d’autore che lo abitano, sarà la grancassa dei ricordi e delle riflessioni sullo scrittore. In particolare Casa Sciascia, l’appartamento nel centro del paese, adiacente al Palazzo Mantia e a due passi dalla Chiesa del Monte, dove lo scrittore visse da bambino accudito anche da due zie e tornò a abitare per un altro decennio con la moglie, con la quale condivise per un po’ il delicato mestiere di maestro di scuola. Attività svolta senza vocazione da Sciascia, che prima di fare il concorso per insegnare, lavorò all’ufficio dell’ammasso del grano.

Bronzo di Sciascia a Racalmuto

Da questo luogo, acquisito e trasformato in museo e archivio dal mecenate racalmutese Pippo Di Falco, si articola un lungo evento online, la Maratona Sciascia, appunto, per l’intero fine settimana a partire dalla tarda mattinata di oggi. A allestirlo è La Strada degli Scrittori, il progetto di turismo culturale diretto da Felice Cavallaro, nota firma del Corriere della Sera (originario di Grotte, paese antistante a quello di Sciascia e figlio di uno degli amici più vicini allo scrittore) che punta a valorizzare l’itinerario tra Caltanissetta e Agrigento, punteggiato dai luoghi vissuti e descritti nelle pagine di diversi scrittori siciliani: oltre all’autore de Le Parrochie di Regalpetra, di Todo Modo e dell’Affaire Moro, tutti gli altri grandi agrigentini come Luigi  Pirandello (nato nel capoluogo), Andrea Camilleri (di Porto Empedocle), Giuseppe Tomasi di Lampedusa (palermitano di nascita, ma legato a questo territorio tramite la sua famiglia aristocratica originaria di Palma di Montechiaro),  Antonio Russello, di Favara e il nisseno Pier Maria Rosso di San Secondo.

Ricordo di Sciascia a Racalmuto

Nel dettaglio, la Maratona Sciascia coinvolge su Facebook, Youtube e sul sito www.stradadegliscrittori.it  più di cento personalità del mondo della cultura che si avvicenderanno in una staffetta di aneddoti riflessioni e letture. Tutti nomi di spicco: da editorialisti come Paolo Mieli, Ferruccio De Bortoli, Marco Damilano, Marcello Sorgi, Francesco Merlo, Pierluigi Battista, Marco Tarquinio, a autori come Stefania Auci, Walter Veltroni, Giuseppina Torregrossa, l’agrigentino Matteo Collura, Gaetano Savatteri (racalmutese anche lui) e tanti altri. Ampia, altresì, la rappresentanza sia del mondo accademico, con cattedratici come Eva Cantarella, Valeria Della Valle, i rettori Fabrizio Micari e Gianni Puglisi, sociologi e giuristi come Nando dalla Chiesa e Giovanni Fiandaca, che del teatro, con attori come Pamela Villoresi, Luigi Lo Cascio, Vincenzo Pirrotta, Mario Incudine, Alessio Vassallo, Salvo Piparo. Solo una parte, questa, tra quanti offriranno anche interpretazioni inedite.

Sciascia con alcuni amici a Racalmuto

“In questa fitta trama di interventi, un momento particolare sarà, sempre da Casa Sciascia alle 18.30 di venerdì 8 gennaio, la diretta dell’intervista di Gaetano Savatteri allo scrittore Maurizio De Giovanni – illustra Salvatore Picone, tra gli organizzatori dell’evento e autore insieme con Gigi Restivo del libro ‘Dalle parti di Leonardo Sciascia’ -.   Sarà varia – aggiunge – anche la gamma dei collegamenti con la cascina di Contrada Noce, il luogo appena fuori il paese in cui lo scrittore amava trascorrere le estati ricevendo anche molti personaggi della cultura e con la Fondazione Sciascia”. Spazio, quest’ultimo, creato nella ex centrale elettrica di Racalmuto, da dove oggi a partire dalle 19, viene trasmessa in diretta una tavola rotonda con alcuni degli studiosi più assidui dello scrittore che mai si schierò con il potere. In parallelo al lungo evento virtuale de La Strada degli Scrittori, se ne svolgeranno altri due, sempre su Facebook. Il primo, in programma oggi alle 17 dall’Università di Catania, è la tavola rotonda su “L’eredità di Leonardo Sciascia”, l’altro, domani dalle 18, sulla pagina dell’assessorato comunale alla Cultura di Caltanissetta.

Lettera di Sciascia

Nella ricostruzione dell’appassionante avventura letteraria di Leonardo Sciascia non mancheranno le fotografie. Su tutte, la trentina di scatti inediti dell’amico fotografo Pietro Tulumello, raccolti nella mostra “Leonardo da Regalpetra”, inaugurata a fine 2020 nella Stanza dello Scirocco, spazio espositivo all’interno di un antico palazzo nobiliare di Racalmuto. Bisognerà attendere l’abbassamento della curva dei contagi e la riapertura dei musei per indugiare di presenza di fronte a queste immagini che oltre alle espressioni tipiche di Sciascia, silenziose, pensose, accigliate, talvolta con la Chesterfield pendula dalle labbra, raramente sorridenti, fermano anche momenti privati, distesi, familiari oppure durante incontri estivi in campagna con diversi personaggi.

Ritratto di Sciascia di Totò Bonanno

Vita drammatica, in infanzia e in gioventù, quella di Sciascia. Il fratello, dal carattere allegro, si suicida e il padre muore dopo essere finito in carcere per avere sparato, senza colpirlo, a un avvocato dal quale si era sentito tradito. Entrambi pezzi di famiglia devastati dall’esperienza del lavoro in una vicina miniera di zolfo. Dal fragile mondo di miseria e di paura, quello dei “carusi” nelle zolfare e dei braccianti nelle campagne, agli ideali di libertà e giustizia che in Sciascia si accendono, da studente, a Caltanissetta, la città da lui definita la piccola Atene per il fermento culturale e le possibilità di incontri con insegnanti e intellettuali destinati a influire molto sulla sua formazione.

Tomba di Sciascia

Su tutti Vitaliano Brancati, per un periodo insegnante a Caltanissetta, ma che Sciascia per timidezza non avvicina: resterà la sua figura guida di scrittore. Leggendo, scrivendo e pubblicando, Leonardo Sciascia matura i suoi più forti punti di coerenza: la lotta alla mafia, come dimostra Il Giorno della Civetta, il libro che rompe l’omertà costante sull’argomento in tutta la stampa italiana fino all’epoca della sua pubblicazione, il 1961; e la questione della giustizia e della verità. Le sue contestazioni sulla linea della fermezza da parte dello Stato durante lo scontro con le Brigate Rosse, che diventa duro e pesante nei giorni del rapimento Moro, furono motivate – spiegherà – soltanto dalla speranza di salvare la vita al presidente democristiano, rinnegato dagli stessi uomini del suo partito che non lo riconoscevano più nelle lettere che inviava dalla prigione dei terroristi. La posizione di Leonardo Sciascia di non stare né con lo Stato, né con le Br, gli costerà polemiche e rotture di rapporti, come l’amicizia con Italo Calvino.

E sempre in tema di giustizia, la questione dell’innocenza, che può arrivare a significare nulla se, anche per una futile stupidità, si arriva a scivolare in certi ingranaggi. Come quello che dall’inizio dell’estate del 1983 imprigiona e stritola il povero Enzo Tortora, accusato d’essere un camorrista spacciatore di droga. A due mesi dall’arresto dell’amato presentatore televisivo, lo scrittore siciliano affermerà sul Corriere della Sera: “Non mi chiedo: ‘E se Tortora fosse innocente?’: sono certo che lo è”.

Il greco antico è più vivo che mai, boom di iscritti a un corso online

Ci sono attori, guide turistiche, insegnanti e anche un medico che vive in Australia tra i 95 partecipanti alle lezioni del Parco Naxos-Taormina

di Antonio Schembri

Si fa presto a liquidarle come “lingue morte” o “inutili”. Come tante definizioni convenzionali, questa, specie se riferita all’antico greco e al latino, va banalmente fuori bersaglio. Difficile, infatti, eludere il mondo di significati e messaggi vitali che da millenni pulsa dal loro vocabolario. Ecco allora che, come in controtendenza all’attuale spirito del tempo, oggi si assiste anche alla rivalutazione di queste lingue antiche. Fonti del sapere universale e della logica e antidoti al crescente degrado delle lingue europee che proprio da greco e latino traggono fraseologia, grammatica e fonetica.

Appunti degli allievi

Soprattutto per quanto riguarda l’apprendimento del greco, questo approccio culturale sta incontrando un’esigenza più diffusa di quanto si creda: quella di allargare gli orizzonti verso modi di ragionare che rivelano numerose aderenze alla realtà contemporanea. Col valore aggiunto di aiutare a leggerla meglio, scongiurandone lo scollamento dai valori che, a partire dalla civilizzazione ellenica, hanno improntato le basi della convivenza civile e alzato il velo sulla complessità dei rapporti umani, nonché sulle relazioni tra uomo, natura e mondo trascendente. Lo conferma, adesso, in pieno tunnel pandemico, lo strumento della didattica a distanza (Dad), sperimentato lungo lo Stivale da scuole, università e, a piccoli passi, anche da altre “centrali” di cultura. In Sicilia una di queste è il Parco archeologico di Naxos-Taormina.

Le sessioni online del corso

Da tre anni l’ente territoriale messinese organizza un corso gratuito di greco su iniziativa di Naxos Legge, il festival annuale del libro e delle narrazioni e in collaborazione con l’Archeo Club delle medesime cittadine che costituirono la prima colonia greca a occidente di Atene. A causa del Covid le lezioni frontali che si tenevano nei locali dello stesso Ente Parco, arricchite da periodici incontri con filosofi e filologi in prestigiosi contesti esterni (dal Teatro Antico di Taormina all’Odèon e i sentieri nel verde dell’area archeologica equidistante tra Messina e Catania), sono stati traslati nella piattaforma Zoom. Scelta che ha fatto decollare il numero delle iscrizioni.

Fulvia Toscano

“Se già durante gli inverni precedenti il riscontro di lezioni e seminari in presenza era lusinghiero, con almeno una quindicina di iscritti, la prudenza imposta dal Covid e il conseguente adattamento del corso alla comunicazione via web, si è tradotto in poche settimane in 95 iscritti, tutti coinvolti da questa proposta di utilizzo costruttivo e anche esteticamente bello del tempo che siamo costretti a vivere dentro le mura domestiche – spiega la grecista e docente Fulvia Toscano, animatrice dell’iniziativa – . Gli allievi si connettono non solo da varie parti della Sicilia e d’Italia, ma anche dall’estero: valga il caso del medico siciliano che vive in Australia e che per collegarsi alle nostre lezioni da laggiù, con un fuso orario di 10 ore, si sveglia in piena notte”.

Appunti degli allievi

Trasversale l’utenza del corso, per fasce d’età e categorie professionali: dai 25 ai 70 anni, con una prevalenza di docenti nei licei e negli atenei nonché di guide turistiche. Una di loro è la belga Martine Fender, da 35 anni stanziale nell’area di Naxos e Taormina, tra le cui vestigia accompagna i visitatori utilizzando 5 lingue. “Sono stata tra i primi iscritti e trovo che anche via web l’apprendimento del greco sia uno strumento prezioso per ‘viaggiare’ nell’etimologia delle parole, per me funzionale alla qualità del servizio che noi guide dovremo prima o poi tornare a offrire ai turisti di presenza”.

Gabriella Tigano

Questo corso fa parte del progetto “Pensare Greco”, iniziativa promossa dal Parco di Naxos in linea con l’idea di rendere siti archeologici e musei spazi sempre più partecipati dalla collettività, per offrire occasioni d’incontro con il sapere del mondo antico. “Se i limiti imposti dalla pandemia costringono per ora a chiudere le sale, è anche vero che la Dad sta funzionando per abbattere i tradizionali perimetri di divulgazione della bellezza. Per luoghi simbolo della cultura antica, come Naxos e Taormina, questo è un valore aggiunto “, afferma la presidente del Parco, Gabriella Tigano.

Appunti degli allievi

Non più solo taccuini, quindi, ma anche le pagine aperte sui monitor per comporre e tradurre frasi con le 24 lettere del sistema di scrittura risalente al IX secolo avanti Cristo. La versione wired del corso sta coinvolgendo anche esponenti del mondo dello spettacolo, soprattutto del teatro. Come Gaspare Balsamo, discepolo di Mimmo Cuticchio, oggi tra i principali “cuntisti” siciliani; e Elio Crifò, attore e sceneggiatore romano originario di Capo d’Orlando. “Per me che ho scelto di perseguire mediante la recitazione e la scrittura di testi l’obiettivo di dare contemporaneità al passato, tuffarsi nel greco significa condividere l’anima di quei grandi colonizzatori culturali, entrare nei meandri dei loro ragionamenti – dice l’attore – . Adoperare direttamente la loro lingua agevola la comprensione più profonda di filosofi e drammaturghi di quell’epoca aurea”. Un atto in sé rivoluzionario, il recupero del greco, considerando soprattutto la diffusione pervasiva dell’inglese, una delle lingue più povere di vocabolario al mondo: “Imposta dappertutto, con danni su molte antiche culture, a seguito del piano di imperialismo linguistico attivato da Winston Churchill all’indomani della Seconda Guerra Mondiale”, sottolinea Crifò.

Laboratorio didattico al Parco Naxos Taormina

Mondi diversi, insomma. Da una parte l’ormai automatico abuso di anglicismi iper concreti, sintetici, materialistici; dall’altra il fascino dell’astrazione, di cui è invece ricco il greco. La sfida è farli comunicare. Il corso web ha inoltre attivato molti contatti tra i partecipanti, indipendenti dal consueto appuntamento settimanale con le lezioni (ogni mercoledì). Soprattutto quelli privi delle basi grammaticali offerte dal liceo manifestano – informano gli organizzatori – il bisogno di un confronto più frequente con i colleghi.

Uno dei corsi delle precedenti edizioni

“Non ci aspettavamo affatto che questa iniziativa ottenesse un successo così rapido, oltre al fatto che si sta anche rivelando un efficace e divertente mezzo di socializzazione all’insegna della cultura antica. Purtroppo dovremo fermare le iscrizioni al corso a 100 partecipanti, che è del resto il numero massimo consentito per le conferenze su Zoom”, conclude Fulvia Toscano. Le parole, come le persone, in definitiva vivono, hanno una storia. E la scoperta del loro significato avviene attraverso la scholé, il termine che ha formato quello italiano di scuola. Per i greci indicava il “tempo libero”, in cui dedicarsi a fare le cose desiderate. Tra queste lo studio, la filosofia: ovvero la passione del sapere.

Quel baglio del Cinquecento dimenticato tra cemento e clacson

Sulla circonvallazione di Palermo, in via Scorzadenaro, c’è un’antica villa che versa da tempo in condizioni di abbandono. Diversi gli appelli per la riqualificazione

di Antonio Schembri

Una vicenda di abbandono e poi di recupero che nel giro di pochi anni diventa di nuovo una storia di degrado e di oblìo. Ciò che oggi resta del Baglio Scorzadenaro, gioiello palermitano del tardo Cinquecento a due passi dal carcere di Pagliarelli e quasi sfiorato dal cavalcavia che incrocia viale della Regione Siciliana, è un esempio di bellezza architettonica negletta. Ridotta pressoché all’invisibilità da una modernità avanzata in funzione della rapidità dei collegamenti di una città diventata policentrica; ma che, come in molti casi, non ha tenuto conto delle testimonianze che connettono Palermo a periodi storici contrassegnati dalla diffusione di grande bellezza architettonica nel suo tessuto topografico. Pezzi pregiati di patrimonio immobiliare, in questo caso dimenticati nella frenesia e nel frastuono di autoveicoli in transito continuo.

Baglio Scorzadenaro

Proprio a cavallo tra la fine del ‘500 e il ‘600 il capoluogo siciliano accolse infatti importanti operazioni urbanistiche, accompagnate, nelle aree periferiche, dalla costruzione di sontuose residenze di campagna circondate da vasti giardini coltivati. Il Baglio Scorzadenaro fu una di queste. Il movimento terra per la costruzione della nuova casa circondariale nei primi anni ’80 del secolo scorso ha risparmiato solo il palazzetto nobiliare in stile liberty, ottenuto, nel primo scorcio del Novecento, dalla ristrutturazione dell’antica vaccheria secondo la volontà degli ultimi proprietari privati, i Giuffrè, che utilizzarono questa porzione di residenza per lo più a scopo di villeggiatura. Nessuna traccia, pare, dei discendenti di questa famiglia nobiliare. Così come del resto del grande agglomerato agricolo, attorno al cui cortile si trovavano anche costruzioni settecentesche, inclusa una chiesetta dedicata a Sant’Anna, ubicato appunto alla fine della via Scorzadenaro, antica strada legata al mercato di bestiame, chiamata così perché – si tramanda – i compratori ingenui venivano fregati (scorzati) con prezzi gonfiati oppure con animali scadenti.

Vista dai balconi sulla circonvallazione

“Per sottrarre questo bene al degrado l’unica via è restituirlo ai cittadini. Se no, ci metterà poco a perdersi definitivamente come è successo per tanti altri antichi immobili palermitani dal dopoguerra a oggi”. Lo affermano Concetta Amella e Mirko Dentici, rispettivamente consigliere comunale e consigliere della Quarta Circoscrizione per il Movimento 5 Stelle, che hanno di recente richiamato l’attenzione di prefettura e amministrazione comunale per individuare un percorso di valorizzazione di questo plesso, oggi di proprietà del Comune.

Porte finestre del piano superiore

Abbiamo fatto un sopralluogo nei due livelli dell’immobile. Appena sufficienti le torce dei telefoni, dato che in alcuni ambienti (soprattutto i saloni del piano terra) si procede nel buio pesto. Per accedere al piano superiore, dove passa qualche spiraglio di luce da finestre danneggiate è stato invece necessario arrampicarsi, in quanto la parte più bassa della scala è stata eliminata su provvedimento della prefettura per scoraggiare squatters e tossici che hanno frequentato la struttura per periodi più o meno lunghi.

 

Nella penombra, uno scenario di decadimento. Sia nella parte bassa, a partire dall’ingresso attuale (che non corrisponde al portale principale dell’edificio), sia in quella superiore dove le finestre sono state sigillate da mattoni e pannelli di compensato, il lockdown protettivo dell’edificio ha finito di fatto quasi per fossilizzare uno stato di degrado ancora adesso sotto forma di infissi e vetrate in pezzi sul pavimento, affreschi e greche liberty sbrecciati, graffiti incomprensibili su pareti affrescate. “Prima del provvedimento erano stati trovati anche diversi materassi e mucchi di indumenti”, aggiunge Dentici.

Sala al primo piano

A un’iniziale azione di recupero Baglio Scorzadenaro era già stato in effetti sottoposto. Tredici anni fa il Comune di Palermo intervenne per adeguare il palazzetto ai criteri di sicurezza antisismica: un’operazione da 520mila euro, finanziata con fondi Por. Subito dopo, però, questo bene è rimpiombato nell’indifferenza. Troppo salati i costi per recuperarlo e valorizzarlo per intero. “Non disponendo di altre risorse da investirvi, l’amministrazione comunale  pensò inizialmente di affidarlo al corpo di polizia municipale, che rinunciò a allestirvi una propria sede; ente individuato come il più accreditato per rilevare l’immobile fu poi l’Avis, grazie a un affidamento di 12 anni. Ma anche l’associazione nazionale per le donazioni del sangue si tirò indietro di fronte alla prospettiva di investire quasi 400mila euro. “Importo che oggi, con il peggioramento del degrado, sarebbe più esoso, almeno corrispondente a quello già speso oltre un decennio fa”, spiega Concetta Amella.

Infissi distrutti

Di recente, riferiscono i due consiglieri, sono arrivate richieste d’affidamento da parte qualche altra associazione, anche sportiva. Pure loro interessate a fare di Baglio Scorzadenaro il loro centro di rappresentanza. “Ma finora è stato un continuo punto e a capo: tutti si tirano indietro quando si accenna alle pessime condizioni in cui versano gli interni della struttura”, ribadisce Amella. “La prima cosa da fare, intanto, sarebbe vincolare quest’area, tra l’altro ricca di verde – riprende Dentici – . E avviare un ragionamento sulla destinazione più consona alla storia di questo immobile pregiato: ovvero quella di spazio espositivo o da utilizzare per convegni. La conversione in questo senso del Baglio Scorzadenaro sarebbe funzionale alla crescita culturale di una macro area periferica ma densamente abitata come quella di Pagliarelli-Villagrazia”.

Una triste situazione di stasi, insomma, quella attuale, che rischia di vanificare le risorse impiegate a suo tempo dal Comune. Resterà in ogni caso ad aleggiare la domanda su come, 40 anni fa, si sia potuta concedere l’autorizzazione ai lavori di sopraelevazione stradale senza tenere conto almeno della presenza di questa villa d’epoca. Dando quasi per scontata, prima o dopo, la sua fine sotto i caterpillar.

(Foto Antonio Schembri)

Arte tra oriente e occidente nel Duomo di Monreale

In corso una mostra con le installazioni di Navid Azimi Sajadi e fotografie che raccontano i simboli degli oltre cento capitelli intarsiati del chiostro benedettino

di Antonio Schembri

Una produzione artistica geniale frutto del dialogo tra culture diverse. In questo aspetto della relazione tra mondo occidentale e mondo arabo, Palermo e la Sicilia sono celebri. Un laboratorio di straordinaria creatività realizzato nel periodo tra l’occupazione dell’isola da parte dei normanni nel 1061 e l’inizio del Regnum Siciliae, da questi fondato nella prima metà del 1.100, tre secoli dopo l’inizio della colonizzazione araba, alla cui tradizione artistica i conquistatori venuti dal nord mescolarono il proprio stile architettonico. Un’operazione generata dalla continua collaborazione sia con gli artisti formatisi in Sicilia nei due secoli di dominazione islamica sia con capi cantiere islamici e bizantini fatti arrivare appositamente dai paesi di origine, in particolare dalla Siria. Fase storica, quella di 900 anni fa, in cui Palermo mostrava già la sua collezione di strutture palaziali – tra chiese, cappelle e castelli votati ai sollazzi – dagli stilemi unici.

Il Duomo di Monreale

Stando solo ai grandi edifici della capitale di quello stato sovrano destinato a durare sette secoli, la carrellata dei più rilevanti va da San Giovanni dei Lebbrosi, la prima chiesa normanna costruita a Palermo alla più gloriosa Santa Maria dell’Ammiraglio (o della Martorana), fatta costruire dal generale siriano Giorgio d’Antiochia per conto del re normanno Ruggero II e la adiacente San Cataldo, edificata poco tempo dopo; dal palazzo della Zisa, top della suggestione architettonica con i giochi d’acqua dei suoi giardini all’interno del Genoardo, l’esoticoparco chiamato dagli Arabi “paradiso della terra”, al complesso monastico di Monreale, con il Duomo arabo normanno fatto costruire a tempo di record da Guglielmo II: ovvero il monumento più grande dello stile arabo-normanno, dominante Palermo dall’alto della Rocca, ma anche quello che rappresenta il “canto del cigno” di questa forma d’arte tra le più sincretiche del mondo.

Una delle installazioni in mostra

È proprio all’interno di questo complesso monumentale che è appena partita “Oriente e Occidente. Allegorie e simboli della tradizione mediterranea”, eclettica mostra organizzata dalla Soprintendenza per i Beni culturali di Palermo, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Monreale e con Mondo Mostre, tra i gruppi italiani capofila nell’ambito dell’organizzazione di eventi culturali. Un’esposizione che ruota su due poli d’attrazione: le installazioni di Navid Azimi Sajadi, trentottenne artista iraniano da tempo basato a Roma e le storie e i simboli degli oltre 100 capitelli intarsiati del chiostro benedettino adiacente al Duomo, rappresentati da 2 particolari sequenze di fotografie: uno è quella proveniente dall’archivio del Kunsthistorisches Institut in Florenz–Max Planck Institut mentre l’altra è un sorprendente allestimento di riletture fotografiche stampate su intonaco bagnato: una tecnica innovativa capace di rendere l’effetto di un affresco vero e proprio, sviluppata dal concept designer Francesco Ferla.

Ceramiche di Navid Azimi Sajadi

Ispirate all’iconografia del complesso monumentale, le opere di Navid Azimi Sajadi sono tre. Si possono guardare, nell’ordine, all’interno del Chiostro di Monreale, nella Cappella di San Benedetto ubicata dentro il Duomo normanno e in una sala del Museo Diocesano. Più in dettaglio si tratta, per quanto riguarda la prima installazione, di due pannelli adiacenti ispirati alle geometrie della Cappella Palatina, sopra i quali sono appese 10 ceramiche dette “a stella e a croce” con disegni che rimandano a forme e storie rappresentate nei capitelli del Chiostro (Mitra, Pavone, Fenice). Due le tecniche utilizzate da Sajadi per realizzarli: quella mediterranea dello sgraffito e quella persiana basata sugli smalti.

Installazioni fotografiche di Francesco Ferla

L’installazione della cappella benedettina, invece, è costituita da due pezzi incastrati ispirati ai serafini e agli angeli raffigurati nella cupola e da blocchi di polistirolo che richiamano l’immagine stilizzata della grande chiesa a sud ovest di Palermo. Riferimento principale di quest’opera è proprio il capitello che raffigura re Guglielmo nell’atto di donare la cattedrale alla Madonna con il Bambino. La terza opera, fa infine riferimento alle maschere funebri greche e alla cultura dei vasi siciliani con la geometria delle muqarnas della Cappella Palatina.

Una delle opere di Navid Azimi Sajadi

“Ho voluto creare un dialogo contemporaneo tra l’arte mediorientale e il mondo occidentale mediterraneo, utilizzando legno, ferro e soprattutto la ceramica, materiale che accomuna molto la Sicilia all’arte persiana”. spiega Navid Azimi Sajadi. “A febbraio di quest’anno, poco prima del lockdown – continua l’artista – sono venuto qui a Palermo per studiare a fondo l’arte arabo-normanna: uno stile che definisco ‘polifonico’, un’incredibile mescolanza di suoni e linguaggi diversi. Qui a Monreale ho immaginato questo mondo come qualcosa che fuoriesce, perfettamente amalgamata, come da un grande armadio con tanti cassetti, ciascuno contenente un proprio mondo. E ho cercato di declinare in chiave contemporanea il ‘sogno’ di Guglielmo II: realizzare una grandiosa cattedrale attraverso l’apertura, la comunicazione tra popoli differenti. Un messaggio che parte 9 secoli fa e che trovo ancora più contemporaneo dello stesso ambito di riferimento della mia formazione di artista concettuale”.

Navid Azimi Sajadi

Del resto – aggiunge – “anch’io vengo da un Paese che ha raggiunto il massimo livello del suo patrimonio artistico a causa delle numerose ‘invasioni culturali’ a cui è stato sottoposto, quindi reputo naturale la sovrapposizione di stili. Specie quando questa è capace di produrre una bellezza dal così favoloso equilibrio, come è quella che si trova a Monreale”. L’esposizione dell’artista di Teheran costituisce lo step iniziale di un percorso espositivo che sfocerà a Palermo, proprio al palazzo della Zisa con un evento ancora più particolare. Dal 24 novembre, infatti, nella Al Aziz ovvero “la splendida” residenza dei sollazzi costruita nel XII secolo fuori dalle mura della città, Sajadi creerà opere in situ coinvolgendo i visitatori durante le fasi della loro realizzazione. Ci saranno workshop e performance organizzate anche con altri artisti e giovani studenti che manipoleranno le sue ceramiche smaltate, le superfici in polvere d’oro e tutti i materiali con cui si creerà – spiega – “un ambiente metaforico che darà occasione di comprendere ‘live’ l’uso dei linguaggi artistici che testimoniano il sincretismo culturale durante il regno normanno di Sicilia”.

Il chiostro

Per fruire meglio la mostra di Monreale è stata Mondo Mostre ha approntato una app scaricabile dagli store di Apple e di Google. Si chiama Momo e consente a chi si trova nel chiostro di esplorare e leggere i dettagli delle quattro facce di alcuni capitelli puntando lo smartphone sul simbolo posto sulla colonna. Per chi invece non si trova a Monreale, l’app da remoto proporrà una visita virtuale del chiostro con focus sui capitelli accompagnati dalle note del maestro Pinuccio Pirazzoli.

I mille volti di David Bowie negli scatti di Sukita

Si inaugura a Palermo una mostra fotografica che ripercorre la carriera artistica del “Duca Bianco”, ritratto dal maestro giapponese

di Antonio Schembri

Nel periodo in cui lui consolida il suo ruolo sul proscenio del rock, gli anni ’70, non sono stati pochi i musicisti che, pur con intensità molto differenti, hanno incendiato la scena artistica con la rapidità di asteroidi. La carriera di David Bowie, al secolo David Robert Jones, decollata alla fine degli anni ’60 da Brixton, malfamata area del South East di Londra, è durata invece mezzo secolo e si è conclusa solo con la sua scomparsa, poco meno di 4 anni fa a New York senza essere mai sceso dai piani più altolocati dell’iconografia pop.

A ripercorrerla sono i 103 scatti di Masayoshi Sukita, l’unico tra i tanti fotografi con cui Bowie abbia mai stretto e coltivato uno speciale sodalizio professionale, che da domani fino al 31 gennaio 2021 sono distribuiti in 8 saloni di Palazzo Sant’Elia, una delle sedi simboliche della difficile rinascita culturale di Palermo. Intitolata “Heroes – Bowie by Sukita”, la mostra è una retrospettiva avvincente anche per l’ambientazione: in mezzo alla bellezza barocca degli interni dell’edificio ubicato in fondo alla via Maqueda, contrasta il tratto visionario e intimistico delle fotografie, il 60 per cento delle quali sono in bianco e nero, con cui l’artista giapponese scandaglia la rutilante parabola creativa della rock star britannica.

Promossa e organizzata da Oeo Firenze Art e Le Nozze di Figaro, insieme con Fondazione Sant’Elia e patrocinata dal Comune e della Città Metropolitana di Palermo, la mostra è uno degli appuntamenti centrali del festival Le Vie dei Tesori (visite nei weekend, sabato e domenica, dalle 10 alle 17,30, qui per prenotare).

I fermi immagine di Sukita rivelano un rapporto speciale di collaborazione e amicizia con il Duca Bianco. Un dialogo praticamente muto ma direttissimo andato avanti per oltre 40 anni, solo con sguardi e silenzi, con rare incursioni di traduttori, dato che il fotografo originario di Fukuoka non parla l’inglese. Una storia che parte nel 1972 quando il fotoreporter, originario di una famiglia molto indigente e avvicinatosi alla fotografia durante l’adolescenza grazie al regalo di una modesta fotocamera ricevuto dalla madre, arriva a Londra per immortalare la band dei T-Rex, capitanata da Marc Bolan: sono i precursori del genere glam rock , quello che in seguito Bowie perfezionerà col suo talento visionario.

Sukita non conosce ancora l’eccentrico Mod in continua ascesa nella scena rock internazionale. Sa che, come tanti altri, si esibisce spesso nei più famosi spazi per eventi musicali del West End londinese, dall’Hammersmith Odeon all’Astoria. Rimane colpito dal manifesto promozionale di un concerto di Bowie che lo raffigura con una gamba alzata su uno sfondo nero e decide di andare a sentirlo. Grazie alla mediazione della stylist Yasuko Takahashi si accorda col cantautore per uno shooting. Da quel momento Sukita sosterrà sempre che “David Bowie non era un normale performer. In lui c’era tanta più profondità e immaginazione rispetto a un regolare musicista”.

Da quel primo incontro comincia una relazione artistica, protrattasi fino alla morte di Bowie. Provando ancora a definire la sua vita con immagini mutuate dallo Spazio – ciò che per la rock star è stato nel contempo mania e giacimento d’ispirazione (“Space Oddity”, è considerata da molti la sua migliore canzone, composta, si dice, di getto dopo aver visto al cinema “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick) – la voce e le composizioni di David Bowie hanno illuminato l’arte contemporanea come una intensa stella cometa: duratura e capace di dettare direzioni, ma, nel suo specifico caso, anche di disorientare, sorprendere, innovare a colpi di anticonformismo, continua ricerca dell’effetto e mutazioni così svariate e frequenti da rendere impossibile incasellarlo in uno stile. Molti sono stati i fotografi famosi che hanno puntato l’obiettivo sulle sue multiformi espressioni di uomo onnivoro anche di letture e dalla vasta conoscenza di arti e filosofie orientali.

Per Masayoshi Sukita quel viso dai lineamenti aristocratici, gli occhi gelidi dai colori spaiati (risultato, si dice, di una rissa giovanile per una ragazza), nonché le acconciature e i costumi coloratissimi, sono stati quasi un’ossessione: “Da quando ho cominciato a ritrarlo, non ho mai smesso di cercare David Bowie”. Lo dichiara, ancora oggi, Sukita, a 82 anni. Uno spaccato emozionante, questa mostra, di pezzi di vita di una delle più controverse leggende del rock. “Difficile scegliere la foto più suggestiva, lo sono tutte – dice la curatrice della mostra Vittoria Mainoldi – una però ha un retroscena singolare, quella che Sukita gli scatta nel periodo degli anni ’90 in cui Bowie porta la barba, look per lui inusuale. Bowie gli accorda l’appuntamento a condizione che il fotografo di moda, arrivando da Tokyo, gli procurasse in anteprima l’ultima opera prodotta in quel periodo da Ryuki Sakamoto, di cui sono entrambi amici stretti. Durante lo shooting, la rock star sta ascoltando la musica del compositore giapponese alle cuffiette, che non entrano nell’inquadratura e fissa l’obiettivo in trance da oltre mezz’ora. È la foto di Bowie rapito da Sakamoto”.

C’è anche uno scatto inedito: si intitola “Clock” e raffigura il cantante al centro di un orologio su cui sono segnate soltanto 10 ore, a simboleggiare l’esiguità del tempo. Di sé David Bowie usava dire, minimizzando: “Io sono una faccia e una voce”. Espressioni dolci e fragili, dure e ciniche di un talento immenso, manifestato con testi, strumenti (era capace di suonarne 11, a cominciare da sassofono e violoncello) ma anche mediante apprezzate incursioni nel cinema e nel teatro. Presenza scenica esplosiva, con tanti alter ego: dal personaggio di inizio carriera, abile a dare di sé un’immagine androgina e decadente, a Ziggy Stardust, l’alieno proveniente da Marte con i suoi capelli verde arancio: lo stesso che Bowie impersona nel film “Un uomo caduto sulla Terra”; per ritrovare, più avanti, il dandy, ancora più raffinato e ambiguo, al punto da rappresentare ormai anche un’icona gay, del suo periodo berlinese: il triennio 1977- 79, trascorso con Iggy Pop in una abitazione vicina al Muro, nel quale i due si disintossicano dalle droghe e lavorano assieme sul pentagramma.

Avviene lo stesso, sempre a Berlino Ovest, con un altro collaboratore d’eccezione, Brian Eno. Sinergie che portano Bowie a realizzare altri 3 album iconici, “Low”, “Heroes” e “Lodger”. E a rientrare nel mondo della celluloide: sulle note di alcuni suoi brani, tra cui lo stesso “Heroes”, il suo pezzo più celebre, lo si ricorda in alcuni spezzoni di ‘”Christiane F. – Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino”, scioccante film-documento del 1981 sulla diffusione delle droghe pesanti tra i giovanissimi. Una carriera in cui si susseguono svariati momenti artistici contrassegnati da partnership prestigiose. Con Nile Rodgers degli Chic e di nuovo con Iggy Pop, sfociati in hit inconfondibili rimasti a lungo ai vertici delle classifiche discografiche, come Let’s Dance e China Girl.

Pezzi che, insieme con moltissimi altri, accompagnano la visita davanti alla carrellata fotografica su sguardi espressioni e posture di questo artista dalla personalità straripante; espressa anche, come se non bastasse, sul proscenio dell’immagine e della pubblicità con Andy Warhol, della cui “Factory”, nel cuore della Grande Mela, Bowie è stato assiduo. Romantico, decadente, poliedrico, totalmente anticonformista: un universo a sé stante quello posto da David Bowie nella storia del rock e nella cultura pop. Un astro dalla luce irriducibile, alla formazione del cui mito le messe a fuoco di Masayoshi Sukita sono state essenziali.

Le Vie dei Tesori News

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