Nel cuore sotterraneo del Palazzo Reale: inaugurato nuovo percorso archeologico

Diventa accessibile un’altra area del bastione normanno di Palermo. Visitabili le mura fenicie e reperti punici, islamici e svevi

di Antonio Schembri

Palermo svela i suoi misteri sotterranei all’insegna della fruibilità. Da questo fine settimana lo fa in particolare consegnando definitivamente a cittadini e turisti (numerosi quelli di questo fine settimana nel capoluogo siciliano) i sotterranei del suo Palazzo Reale con una ricca collezione di reperti affiorati proprio da queste fondamenta. A cominciare dalle vestigia puniche della città, risalenti a 25 secoli fa.

L’itinerario archeologico del Palazzo Reale

È l’itinerario archeologico “Radici Ritrovate”, aperto al pubblico ieri pomeriggio dalla Fondazione Federico II, che gestisce gli spazi espositivi del complesso monumentale di cui fa parte anche la Cappella Palatina. Un’altra area del bastione normanno diventa così accessibile ai visitatori per un viaggio che consente di ammirare una parte delle possenti mura difensive erette dai fondatori fenici probabilmente già dalla seconda metà del sesto secolo avanti Cristo, quando cominciavano a inasprirsi i conflitti con le popolazioni greche.

Reperti in mostra

Ma non solo. Nell’itinerario archeologico di Palazzo Reale lo sguardo viene catturato anche dalle teche che mostrano tanti altri reperti punici, islamici, normanno-svevi: testimonianze della complessità storica e culturale di Palermo, espressa in particolare dai ritrovamenti in questa specifica porzione del suo centro storico. Si va dall’intero corredo funerario di una delle tombe della necropoli punica, rinvenuto durante gli scavi del 1953, a reperti, come le monete di Caracalla e la “Pietra di paragone” affiorati, sempre dalle fondamenta del bastione normanno, grazie alle ricerche condotte nel 1984 dell’archeologa siciliana Roa Camerata Scovazzo.

La Mappa della Sicilia e di Palermo dell’XI secolo

A rappresentare il periodo della dominazione islamica una mappa della Sicilia e di Palermo dell’undicesimo secolo, acquisita dalla Fondazione Federico II dall’Università di Oxford. Si tratta di una parte di un ampio trattato cosmografico stilato da un autore anonimo tra il 1020 e il 1050, intitolato “Il libro delle curiosità delle scienze e delle meraviglie per gli occhi”. E a narrare Palermo come una tra le città più evolute del Mediterraneo, anche una rassegna di ceramiche medievali.

Patrizia Monterosso

“L’apertura di questo itinerario archeologico è frutto di un’ampia collaborazione interistituzionale che ci ha impegnato per oltre un anno, mobilitando un nutrito team di archeologi e di musei con l’obiettivo di consentire al visitatore uno sguardo d’insieme del palazzo e un viaggio lungo l’intera storia di Palermo, uno spaccato di oltre 2500 anni in cui si sono susseguite e hanno convissuto culture completamente diverse – dice la direttrice della Fondazione, Patrizia Monterosso – . Per questo progetto di musealizzazione la Fondazione Federico II si è avvalsa in particolare del supporto scientifico del Museo archeologico Antonio Salinas e della Soprintendenza di Palermo”.

Mura puniche

L’esposizione permanente dei reperti fornisce ai visitatori una chiave di interpretazione completa sulla storia della città attraverso pannelli didattici e mappe tematiche. L’evoluzione urbica e militare rappresentata offre una lettura anche dell’organizzazione socio-culturale di Palermo sin dalle origini puniche. Questa visita immersiva si aggiunge alle esperienze rese possibili da altre recenti aperture al pubblico di spazi espositivi all’interno del bastione normanno: dal portone monumentale alla Sala di Re Ruggero, dal corridoio medievale con l’accesso al cortile Maqueda ai Giardini reali, passando per la riqualificazione della Sala Duca di Montalto, adibita a mostre di livello internazionale.

Patrizia Monterosso e Gianfranco Miccichè

“La sistemazione delle mura puniche del Palazzo Reale, che riapriamo dopo almeno dieci anni, era già stata ultimata nel 2020, ma siamo stati costretti a rinviarne l’apertura a causa dell’emergenza sanitaria” ha detto il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, nel corso della visita in anteprima per la stampa – . La valorizzazione museale di questo complesso monumentale dovrà continuare. E un altro step sarà il recupero e l’apertura delle segrete del Palazzo Reale”.

Le carceri dell’Inquisizione a portata di app: la tecnologia entra allo Steri

Uno strumento inedito renderà per la prima volta accessibile in formato digitale il repertorio dei graffiti sulle pareti delle 14 celle del bastione seicentesco di piazza Marina

di Antonio Schembri

Innovazione e tecnologia per agevolare, da una parte, la fruizione dei beni monumentali anche attraverso percorsi museali virtuali e supportare, dall’altra, la ricerca scientifica e artistica. È l’iniziativa condotta da un partenariato accademico internazionale capitanato dal Simua, il Sistema museale di Ateneo dell’Università di Palermo, nel quale si inquadra il progetto di una nuova app, quella dedicata alle Carceri dell’Inquisizione dello Steri di Palermo. Uno strumento inedito che renderà per la prima volta accessibile in formato digitale lo straordinario repertorio dei graffiti sulle pareti delle 14 celle del bastione seicentesco di piazza Marina.

I graffiti dello Steri

Luoghi dove dal 1605 al 1782 vennero recluse quasi 7mila persone: da letterati a commercianti, da artigiani a schiavi, e poi “streghe”, negromanti, guaritori in grado di applicare la propria conoscenza della chimica, in particolare quella legata alle piante e al loro utilizzo non ufficiale e in ragione di questo, bollati come eretici dalla Chiesa. Ma anche tanti frati, appartenenti però a correnti mistiche distanti dalla morale del tempo e perciò avversati e perseguitati. Le loro tracce incise sui muri compongono una grande opera collettiva che testimonia gli abomini del Tribunale dell’Inquisizione spagnola durante quei quasi 200 anni di repressione sanguinosa.

Un momento della conferenza stampa

Con i suoi contenuti storici, scientifici e artistici, la app “Carceri dell’Inquisizione” è già scaricabile gratuitamente da Appstore, la piattaforma di Apple e nei prossimi giorni anche da Google Play. Inoltre grazie a un QRcode è direttamente utilizzabile all’interno delle Carceri. “La realizzazione di questo strumento tecnologicamente avanzato, che offre un’esperienza di visita immersiva, è il risultato delle politiche di valorizzazione del patrimonio museale portate avanti dal nostro Ateneo verso l’obiettivo di una sua completa fruizione – dice Fabrizio Micari, rettore dell’Università di Palermo – . Tenevamo a riaprire gli spazi del complesso monumentale dello Steri nel segno di una ripartenza necessaria. Turisti e cittadini possono adesso riscoprire qui un luogo carico di storia, di emozione e di bellezze come il soffitto ligneo della sala magna, la Vucciria di Guttuso, a cui prestissimo si affiancheranno il viridarium trecentesco e il nuovo Museo dell’Università, e che rappresenta un vero unicum nel panorama nazionale ed internazionale.”

Le carceri dell’Inquisizione allo Steri

Il progetto dell’applicazione digitale, che funzionerà anche con contenuti tradotti in inglese, è stato ideato da una compagine interdisciplinare composta da storici, storici dell’arte, informatici e esperti di didattica museale. E costituisce una costola di una più complessa attività scientifica collegata al progetto triennale Erasmus + Gap Graffiti Arti in Prison. “Si tratta di un repertorio iconografico immenso che era sì aperto ma non valorizzato e se un sito culturale non viene valorizzato non può funzionare”, afferma Laura Barreca, responsabile artistica di Gap Graffiti Arti in Prison. Il progetto ha richiesto 6 mesi di lavoro e un investimento di poco più di 7mila euro. Ammonta invece a 450mila euro quello della progettualità finanziata dal programma europeo Erasmus Plus, nella quale verranno coinvolti 20 dottorandi di 4 atenei.

Le sale dei graffiti

“Otto verranno scelti tra studiosi di arte e di beni culturali dell’Università di Palermo (la call per la selezione scade il 19 luglio, ndr) mentre il resto arriverà dagli altri 3 atenei aderenti al progetto, ovvero la sede di Firenze del Max Plank Institut di Monaco di Baviera, il dipartimento di Storia dell’arte dell’Università di Saragozza e la Abadir, l’Accademia di Design e Comunicazione Visiva di Catania – spiega Gemma La Sita, una delle progettiste del Gap Grafiti Art in Prison – . Questi studenti  saranno coinvolti in una attività di ricerca intensiva di 6 mesi suddivisa nei suddetti atenei in linea con la mobilità promossa da Erasmus. Il finanziamento coprirà le spese di soggiorno dei dottorandi selezionati, l’attività dei docenti, che includerà anche le pubblicazioni nel corso dei 3 anni, nonché il complesso di interventi che saranno curati portati aventi da artisti veri”.

Visite delle Vie dei Tesori alle Carceri dello Steri

Sempre riguardo alla app, questa offre un percorso di visita per gli adulti prestabilito all’interno delle celle ed un percorso di visita dedicato ai bambini, che saranno visivamente accompagnati da una mascotte con quiz e cacce al tesoro. I contenuti vengono completati da un ampio repertorio descrittivo e fotografico, approfondimenti e notizie storiche sul periodo dell’Inquisizione tra cinema, letteratura, arte dell’epoca.

Trifora con rosoni a Palazzo Chiaramonte

“Non possiamo immaginare che un patrimonio come lo Steri, a pochissima distanza dall’antico mercato della Vucciria, contraltare della parola negata bensì espressa, con ogni tono, anche urlato, resti confinato – sostiene Paolo Inglese, direttore del sistema museale dell’Ateneo di Palermo – . Questo luogo deve invece entrare nella coscienza dei palermitani, perché profondamente intriso di modernità: in tante parti del mondo la parola è ancora incarcerata, negata, mutilata. Così come avveniva nelle celle di questo carcere, dove quei graffiti erano un mezzo di espressione, di protesta, una risorsa, un metalinguaggio censurato”.

Rinasce a Favignana il resort che stregò Vittorio Gassman

Il gruppo Aeroviaggi scommette sulla storica struttura di Punta Fanfalo per la ripartenza del turismo, anche se una vera ripresa è ancora lontana

di Antonio Schembri

Gastronomia d’alto livello, wellness all’aria aperta e escursioni nel paradiso delle Egadi, a cominciare dalle insenature e i manufatti storici dell’isola più grande dell’arcipelago. Si impernia su questa combinazione la “stagione zero” del gruppo Aeroviaggi a Favignana dopo l’avvio, lo scorso fine maggio, del nuovo Favignana Resort, l’albergo da 173 camere situato a Punta Fànfalo, propaggine a sud-ovest della più grande e delle tre isole al largo di Trapani.

Punta Fanfalo (foto Aeroviaggi)

Un passato problematico quello della più capiente struttura ricettiva dell’isola del favonio, il vento di ponente amato dai velisti: 10 ettari d’estensione, suddivisi in un albergo, un villaggio turistico con bungalow e una dependance di lusso. A volerla alla fine degli anni ’60 fu Vittorio Gassman, che la idealizzò come un luogo innovativo in cui ricordare e rinnovare fasti e fortune delle attività dei Florio, anche attraverso spettacoli teatrali di alto livello. Per metterla in piedi occorse investire 6 miliardi di lire, concessi in forma di mutui da una cordata composta dalla ex Cassa per il Mezzogiorno, il Banco di Sicilia, l’Irfis e la Banca del Sud.

Vista sul porto di Favignana dal mare (foto Antonio Schembri)

Negli anni successivi la società che gestì la struttura non fu però in grado di onorarli, finendo per fallire nel 1986. Passato in mano al Banco di Sicilia, per il Punta Fanfalo Village si aprì da allora una serie di vendite all’asta e cambi di gestione culminata a fine anni ‘90 nel controverso acquisto da parte della Valtur mediante un’offerta di 9 miliardi di lire avanzata da una giovanissima e sconosciuta imprenditrice. Fu così che il gruppo capitanato da Carmelo Patti poté battere una concorrenza composta, oltre che da Aeroviaggi (che offrì due miliardi di lire) anche dal Gruppo Marcegaglia.

L’ingresso del Favignana Resort (foto mangias.it)

Le cronache degli anni successivi parlano di problematiche operazioni di ristrutturazione portate avanti dalla Valtur e poi del fallimento della società turistica nel 2018 e l’assoggettamento del complesso a misure di prevenzione. Fino all’ultimo pubblico incanto, la scorsa estate, a seguito del quale Aeroviaggi si è aggiudicata la gestione della struttura per 12 anni. “Non avevamo mai smesso di credere in quest’isola: Favignana è un brand importante e adesso si pone in linea con la nostra fiducia in una ripartenza”, dice Marcello Mangia, presidente di Aeroviaggi.

Porto e stabilimento Florio

Con 4 milioni di euro investiti dalla società, il Favignana Resort va così a aggiungersi alla collezione di alberghi del gruppo palermitano, composta oggi da 14 strutture, quattro delle quali si trovano in Sardegna. Delle 10 distribuite in Sicilia – tra le quali i 4 alberghi del complesso Sciacca Mare, 800 posti letto in totale, il cui processo di acquisizione si concluse nel 2002 e il Pollina Premium Resort (345 camere) rilevato nel 2017 dopo 9 anni di chiusura – il resort egadino è la seconda struttura, dopo il Borgo Rio Favara di Ispica, a essere soltanto gestita da Aeroviaggi.

Cave di tufo e sfondo di Cala Rossa (foto Antonio Schembri)

“Progettavamo questa operazione sin dall’inizio dell’anno scorso in base a una formula di ricettività basata su nuovi modi di fruizione dei luoghi, a loro volta improntati sulle esigenze di sicurezza e qualità suggerite, se non imposte, dalla pandemia – riprende l’ad di Aeroviaggi – . Non più la pensione completa ma la mezza pensione, orientata su una ristorazione di qualità alta; non più l’animazione ma l’intrattenimento e, soprattutto, le esperienze all’aria aperta, lo sport e l’escursionismo sia a Favignana che nelle altre due isole ‘sorelle’”.  I risultati – continua Mangia- “ci stanno dando ragione: dall’apertura del 28 maggio Favignana si è andata riempiendo e il numero degli ospiti sull’isola è quasi triplicato al confronto con l’anno scorso, quando il calo nel comparto alberghiero dell’isola sfiorò il 70 per cento. Quel che più conta comunque è che ad oggi il dato rispetto al 2019 si è ridotto al meno 35 per cento. Significa che di certo non sarà questa estate, bensì quella del 2022, la stagione per correre verso il completo recupero dei precedenti standard turistici mediante questa formula di prodotto”.

Peppe Giuffrè

In circa 80 giorni, informano da Aeroviaggi, si è comunque riusciti a ristrutturare l’impiantistica del resort, buona parte dei suoi arredi e a completare la sistemazione degli ambienti esterni con due campi di padel, uno di tennis e un altro di calcio a 5. “La fiducia poggia adesso su prenotazioni molto sostenute per il mese in corso e sul tutto esaurito che già registriamo per agosto”. Punto di forza del resort sarà la gastronomia. Insieme con l’ampliamento del ristorante originario dell’albergo, ne è stato attivato un altro, il Donna Flora, che dal 15 luglio verrà aperto anche ai non alloggiati nella struttura. La direzione è affidata allo chef trapanese Peppe Giuffrè che porta avanti un progetto per il recupero della tradizione culinaria favignanese, anche rivisitata in versione gourmet, con la collaborazione di Maria Guccione, storica ristoratrice e gastronoma dell’isola.

Favignana dall’alto

“Il tonno sarà il primattore di questo percorso gastronomico – spiega – . Dal salato di tonnara al rocher (la polpetta) di tonno. Ma la cucina favignanese spazia dal cous cous alla sua variante locale, le frascatule, che si ottengono dal riutilizzo della semola di risulta del tipico piatto nordafricano, dalla pasta al pesto di erbe, alla ‘ghiutta’ ovvero la zuppa di pesce, senza dimenticare salamureci, altra zuppa ‘povera’ ma a base di pomodoro, pane raffermo, acciughe e aromi”. Dalle cucine del nuovo ristorante del resort rivitalizzato, Giuffré propone anche una prima colazione favignanese a base di pane fritto, latte e zucchero, biscotti di frolla alla cannella e i cosiddetti pagghiazzi, sorta di pancakes isolani guarniti di miele. Specialità di una cucina oggi sommersa, quasi del tutto dimenticata. Quindi da recuperare. “Con il suo patrimonio agricolo – conclude Giuffré – Favignana, come altre isole siciliane, è una vera e propria palestra culinaria”.

Addio a Franco Battiato, musicista filosofo sempre un passo avanti

Il cantautore si è spento nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna. È stato tra i più grandi sperimentatori della musica d’autore italiana

di Antonio Schembri

Nel 1980 Franco Battiato arrivò come ospite a una puntata di Domenica In di piena primavera, emaciato e coperto da un trasandato impermeabile. Pippo Baudo, grande talent-scout che in quel momento non aveva però fatto in tempo a cogliere senso e significati dei testi di quell’artista trentenne dall’espressione stralunata che già viaggiava a qualche anno luce di distanza dalle banalità nazional-popolari della contemporaneità, scherzò sull’apparente incongruità e la “tristezza” di quel soprabito, ricevendo in timida e impacciata risposta questa asciutta puntualizzazione dal cantautore: “fuori è instabile e sono di passaggio”.

Battiato durante una esibizione

Il passaggio terreno di Franco Battiato si è concluso stamattina, a 76 anni, nella sua residenza di Milo, ai piedi dell’Etna. Già da tempo, sebbene la sua famiglia tacesse sulle sue condizioni di salute, era noto che queste non fossero buone. Le ultime notizie risalgono al brutto incidente domestico di quattro anni fa, costato al cantautore la frattura di femore e bacino. Un viaggio lungo 50 anni, il suo, che lo ha visto spaziare tra generi musicali diversi: dal pop elettronico di inizio carriera – la fase “milanese” caratterizzata da canzoni di protesta, che lo vide apparire in tv per la prima volta nel programma “Diamoci del Tu” condotto da Giorgio Gaber, diventato suo grande amico – a lavori di sapore romantico, con profonde immersioni nella musica sperimentale. Un avanguardista, sempre.

Battiato nel 1972

Un maestro del libero pensiero, con note e parole, spesso ironiche e provocatorie, come quelle contro l’imbecillità diffusa e le immondizie musicali evocate nel suo “Up Patriots to Arms”, pezzo del 1980. E a volte durissime, dagli effetti burrascosi. Quelle pronunciate a appena cinque mesi dall’incarico di assessore alla Cultura della giunta regionale siciliana costrinsero l’allora neopresidente Rosario Crocetta a revocargli l’incarico: “Nelle casse dell’assessorato – disse Battiato –  non c’è più un euro, hanno rubato tutto”. Per poi alzare il tiro e rincarare la dose contro una certa destra italiana e, in questo caso indipendentemente dalle bandiere di partito, contro la diffusa attitudine al compromesso e al mercimonio politico dentro i palazzi del potere, a cominciare dal Parlamento.

Franco Battiato

Fondati incidenti di percorso, da molti frettolosamente bollati come inopportuni; ma che si annullano di fronte alla sua cifra di compositore geniale, di poeta, filosofo, uomo di cultura sterminata incline alle suggestioni dell’Oriente. Talento precoce, quello di Franco Battiato, nato a Ionia, come negli anni ‘40 era ancora chiamato il verghiano centro costiero di Giarre-Riposto. Una passione musicale mostrata sin da bambino, un sogno diventato totalizzante in giovinezza al punto da indurlo a abbandonare gli studi universitari per diventare il solco di un repertorio straordinario, nel quale è davvero difficile eleggere canzoni migliori di altre.

La copertina dell’album “L’era del cinghiale bianco”

Resteranno incise nella memoria dei suoi tantissimi appassionati brani come “L’era del Cinghiale Bianco”, riferimento alla cultura celtica di cui questo animale era simbolo, perduta età dell’oro da vagheggiare al posto di una modernità senza più riferimenti spirituali; così come i testi di “Bandiera Bianca”, che prendono di mira l’immoralità del terrorismo e della politica e di “Centro di gravità permanente”, sull’urgenza di superare il senso di smarrimento contemporaneo attraverso la ricerca di una dimensione intima del sé. Canzoni  perno queste ultime, de “La voce del padrone”, album di 40 anni fa, il primo in Italia a superare il milione di copie vendute. Tutti testi affascinanti, ricchi di riferimenti eruditi. Uno su tantissimi, (proprio in “Centro di gravità permanente”), quello sui “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi alla corte della dinastia dei Ming” rimanda alla figura di Matteo Ricci, l’avventuroso esponente della Compagnia di Gesù giunto fino in Cina nella sua azione evangelizzatrice.

L’Etna caro al cantautore

E canzoni epocali come “La Cura”, celebrazione dell’amore nella sua forma più alta e “E ti vengo a cercare”, pezzo uscito nel 1988, uno degli emblemi della traiettoria spirituale del maestro etneo: “Questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà. Emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’Uno al di sopra del bene e del male”. Franco Battiato non si è mai staccato dalla sua Sicilia, gli scenari del vulcano e della costa verghiana sono stati il cuore del suo pianeta musicale. “Il suo inconfondibile stile – frutto di intenso studio e febbrile sperimentazione – ha dichiarato a caldo stamattina il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – ha affascinato un vasto pubblico, al di là dei confini nazionali”.

Sull’Etna tra bici e trekking: si rinnova la rete dei sentieri

Finanziato il progetto di riqualificazione dei tracciati pedonali e ciclabili del vulcano, lavori su almeno 120 chilometri di percorsi

di Antonio Schembri

Ristrutturazione, manutenzione e messa in sicurezza dei sentieri. Il Parco dell’Etna si apre agli auspici di una bella stagione bloccata dal Covid come l’anno scorso, con una progettualità da 627mila euro che verrà finanziata da fondi comunitari del Po Fesr Sicilia 2014-2020. Il piano dell’ente che dal 1987 sovraintende alla salvaguardia del Parco si è classificato al primo posto nella graduatoria provvisoria stilata dall’assessorato regionale Territorio e Ambiente, che riguarda le operazioni valutate come ammissibili e finanziabili.

I crateri sommitali dell’Etna

Il progetto che riguarda i sentieri pedonali e ciclabili dell’Etna muoverà lavori su almeno 120 chilometri di tracciati, alcuni molto antichi, da rendere più fruibili per il trekking e l’escursionismo in mountain bike: poco meno del 40 per cento della complessiva lunghezza lineare di tutti e 50 i sentieri censiti sulle spalle del vulcano più alto d’Europa. Un ecosistema esteso su un’area di poco meno di 60mila ettari, un terzo della quale protetta in regime di riserva integrale e da 8 anni incluso nella Heritage List dell’Unesco per l’unicità dei suoi aspetti geologici e vulcanologici.

Piano Provenzana, colata lavica del 2002 (foto Antonio Schembri)

“Si tratta di opere tecnicamente semplici ma attese da lungo tempo su tutti i versanti dell’Etna – spiega Carlo Caputo, presidente del Parco – . Riguarderanno in particolare la segnatura dei tracciati, l’apposizione di cartelloni a partire dai singoli Comuni per indicare l’attacco dei sentieri, la realizzazione di staccionate e, dove necessario, la sistemazione del fondo con l’utilizzo di pietrisco”.

Colata lavica nella zona dei monti Sartorius (foto Mathia Coco)

Quello presentato dal Parco dell’Etna costituisce il primo progetto di infrastrutturazione che considera nel loro insieme le vie destinate alla mobilità lenta sul vulcano. Risultato finora mai raggiunto data la complessità di una sentieristica inclusa in proprietà differenti: dal demanio forestale a quello dei 20 Comuni del Parco dell’Etna, passando per numerosi proprietari privati. “Questa progettualità intende unificarli per sviluppare una organica rete sentieristica – dice Caputo – . I tragitti inclusi nel progetto sono almeno 25 e si snodano su distanze molto varie, da alcune decine di chilometri a poche centinaia di metri dentro un contesto ambientale e agricolo unico”.

Betulla e panorama dai monti Sartorius (foto Mathia Coco)

La rete complessiva dei tracciati pedo-ciclistici del vulcano è da 5 mesi consultabile mediante la app del Parco dell’Etna, attivata anche in versione Lis per i non udenti. Uno strumento per dispositivi Apple e Android concepito per preparare al meglio le passeggiate con informazioni sui sentieri, rifugi, punti naturalistici e panoramici, a cui è possibile connettersi attraverso i beacon, i trasmettitori radio a tecnologia Bluetooth per monitorare la presenza di smartphone fino a un raggio fra i 30 e i 50 metri. Ad oggi il Parco dell’Etna ne ha installati in tutto 90. Un sistema ancora da potenziare la cui utilità per la libera fruizione dei sentieri stride con i dubbi, in termini di impatto sull’ambiente e di effettiva sicurezza personale, suscitati proprio dalle camminate senza l’accompagnamento di guide specializzate.

Grotta dei Lamponi (foto Antonio Schembri)

L’Etna rappresenta l’ambiente di maggior riferimento delle attività escursionistiche in Sicilia. Un primato rafforzato anche in tempo di pandemia, come ha dimostrato la riapertura dei sentieri con le nuove regole di distanziamento personale all’indomani del primo lockdown generale, nel maggio del 2020. “Malgrado la riduzione delle visite guidate – aggiunge Caputo – il numero delle persone che, in risposta alla pressione causata dai necessari limiti imposti dalla pandemia, sono andate scoprendo o riconoscendo sempre più valore al contatto diretto con la natura, è aumentato visibilmente sotto forma di presenze individuali o di gruppi composti da pochi escursionisti debitamente distanziati tra loro”.

Rilievi dell’Etna

Tra gli altri progetti su cui lavora adesso il Parco dell’Etna c’è anche la definizione di un marchio di qualità. “In questa maniera – conclude Caputo – intendiamo allinearci a tanti altri parchi italiani. Tale certificazione punterà inizialmente a distinguere e valorizzare la produzione agricola del vulcano, per essere poi estesa al settore dei servizi”.

Quegli antichi sarcofagi tornati a casa dopo 55 anni

Il rientro delle quattro opere d’arte di epoca romana e greca nella Cattedrale di Agrigento, segna una tappa del rilancio del centro storico

di Antonio Schembri

Quando quella mattina del 19 luglio di 55 anni fa una frana spaventosa, provocata dallo sconsiderato boom edilizio degli anni ‘60, dissestò ampia parte della collina occidentale di Agrigento, insieme all’emergenza di evacuare migliaia di cittadini dalle abitazioni crollate o danneggiate, si trattò di trovare in fretta dimore alternative anche per le opere d’arte custodite nelle chiese del centro storico coinvolte nel sinistro.

La Cattedrale di San Gerlando

Soprattutto quel patrimonio di sculture, affreschi e intarsi custoditi nella Cattedrale di San Gerlando, straordinario edificio di stili amalgamati situato sul punto più alto della città. Nella chiesa madre dell’Arcidiocesi agrigentina, c’erano in particolare quattro sarcofagi di manifattura romana e greca, tutti splendidi, uno più degli altri: quello dedicato al mito di Ippolito e Fedra, datato al secondo-terzo secolo dopo Cristo. Un’opera che alla fine del 1700 sbalordì Wolfgang Goethe al punto che nel suo “Viaggio in Italia”, scritto al ritorno dal Grand Tour nella penisola, il grande poeta tedesco così la magnificò: “Credo di non aver mai veduto cosa più stupenda in fatto di bassorilievi, né più perfettamente conservata”.

La sala dei sarcofagi

Una miscela di storia e bellezza artistica, mito, mistero e fede, presente anche negli altri sarcofagi: quello delle “donne coronarie”, risalente allo stesso periodo del primo, chiamato così perché rappresenta due figure femminili impegnate nell’intreccio di corone d’alloro. E gli altri due, più semplici, di età greca, realizzati nel V secolo avanti Cristo, il periodo che precede di poco il massimo fulgore raggiunto dall’antica Akràgas, “la più bella città dei mortali” per Pindaro: uno, in marmo bianco monolitico; l’altro, ancora munito di coperchio, con tracce di decori policromi sui bordi.

La Cattedrale di Agrigento (foto Domenico Piccione)

Dopo la frana il sarcofago di Ippolito e Fedra era stato trasferito nella Chiesa di San Nicola, all’ingresso del Parco della Valle dei Templi. Gli altri avevano invece trovato posto nella sezione nel Museo archeologico regionale accessibile solo agli studiosi. Dopo oltre mezzo secolo, questo “poker” di bellezza antica ha fatto ritorno alla casa originaria: la cattedrale costruita da Gerlando di Besançon, nominato vescovo da Ruggero I d’Altavilla nel 1088 tre anni prima dello strappo di Agrigento alla dominazione islamica da parte dei Normanni. Ma in uno spazio nuovo di zecca: una sala dedicata, realizzata durante i lavori di messa in sicurezza ultimati nel 2019 e allestita con supporti multimediali.

Particolare di uno dei sarcofagi

Dopo gli stop per l’emergenza sanitaria, l’operazione sarcofagi torna a rappresentare la punta di diamante di una progettualità di rilancio culturale che nella Città dei Templi era pronta a partire a inizio 2020, con le celebrazioni per i suoi 2.600 anni e, dopo gli stop della pandemia, ha ripreso a funzionare su due solchi. “Uno è il progetto Arte e Fede, promosso dall’Arcidiocesi con l’intento di recuperare il patrimonio culturale ecclesiastico ubicato sul colle della città, anche attraverso lo spazio rinnovato del Mudia (il museo diocesano di Agrigento) e i restauri delle chiese di Santa Maria dei Greci e di San Lorenzo, edifici che, con la Cattedrale, narrano la storia del secondo millennio, dall’arrivo di San Gerlando a Girgenti fino ai nostri giorni”, spiega Giuseppe Pontillo, direttore dell’ufficio Beni culturali al Museo diocesano. “L’altro programma di valorizzazione – continua il prelato –  è Arkeo & Fede, basato sul recupero degli elementi classici che permetteranno di ricostruire il legame storico tra il Colle di Girgenti, odierno centro storico della città, e la Valle”.

Sarcofago di Ippolito e Fedra

L’aver riportato questi manufatti in Cattedrale, sottolineano all’Arcidiocesi, è importante anche perché riduce la frattura culturale, morale e spirituale subita dal popolo agrigentino a causa della frana del 1966. Lo ha dimostrato, lo scorso novembre, l’emozione manifestata da diverse persone anziane presenti al rientro dei sarcofagi nella Cattedrale di San Gerlando, memori del momento in cui, neanche due anni dopo quel disastro si dovette far cambiare sede a queste opere d’arte: un evento lacerante, che venne percepito quasi come un segno della fine del centro storico di Agrigento.

La sala dei sarcofagi

A parte la loro datazione indicativa, sono scarse e poco precise le notizie su questo tesoro archeologico. Il sarcofago di Ippolito e Fedra fu donato alla cattedrale di San Gerlando intorno al 1730 dal canonico Libertino Sciacca, che lo rinvenne in un fondo da lui posseduto a poca distanza dalla città. Incerta invece la provenienza (forse un’area anch’essa vicina a Agrigento) e la data della scoperta di quello delle ‘coronarie’, mentre ancora più fitto è il mistero di quelli greci, il cui marmo però dovette provenire con molta probabilità dall’Egeo. Certo è che tra la seconda metà del 1700 e alla fine del 1800 i due manufatti più famosi, insieme con un altro prezioso reperto, un piccolo elefante di marmo adesso conservato nel Museo Diocesano, costituirono il fonte battesimale della Cattedrale.

I sarcofagi rientrati in Cattedrale

Storia struggente quella rappresentata nel sarcofago più famoso. Narra di Fedra, sposa del re Teseo, che s’innamorò follemente di Ippolito, figlio di un precedente matrimonio del marito. Il giovane però la respinse e lei, umiliata, si uccise. Quando Teseo scoprì il cadavere e un biglietto in cui la moglie accusava Ippolito di averla violentata, lanciò un anatema mortale nei confronti del figlio innocente, che si mise in fuga, ma inutilmente. “Vicenda mitologica che del resto si combina con il mistero cristiano – aggiunge Pontillo – . Al contrario della matrigna Fedra, Ippolito simboleggia la fedeltà alla purezza dell’uomo che resiste alla tentazione”.

 

Il monastero di Santo Spirito

Il binomio mito – religione, alimentato dal collegamento tra il Colle di Girgenti con i Templi, segna di fatto una pianificazione ben più larga. “Stiamo intanto lavorando anche al recupero dell’ex aula capitolare che fu la sede del primo museo in cui i sarcofagi vennero custoditi – indica Pontillo – . Ma particolarmente significativo è il recupero della torre normanna chiaramontana, sul lato sud della cattedrale, dove i lavori saranno ultimati a metà aprile”. Restauri nella Cattedrale ma anche delle chiese di Santa Maria dei Greci e del monastero di Santo Spirito. È il percorso che curia e Soprintendenza di Agrigento seguono per preservare l’identità del centro storico. Un quadrante dal grande fascino che si era quasi del tutto svuotato di abitanti e che adesso va reso ancora più fruibile.

Agrigento

“Intanto – riprende Pontillo – abbiamo allestito una nuova sala, molto bella e funzionale, all’interno della Cattedrale. Prima della chiusura per restauri, questo spazio, risultato di un intervento di recupero ad hoc per ospitare i sarcofagi, costituiva una delle sezioni del Museo diocesano, che con l’inizio dei lavori in Cattedrale è stato trasferito nel palazzo vescovile”. Nel 2019 la Cattedrale e il Museo diocesano della città dei Templi hanno fatto totalizzare 100mila visitatori: numeri tutt’altro che bassi rispetto a tanti altri spazi museali siciliani. Inoltre, tra la riapertura della Cattedrale e l’inizio della pandemia sono nati sei nuovi bed & breakfast. A Agrigento la necessità di custodire e valorizzare il patrimonio culturale è diventata consapevolezza.

Solunto guarda al futuro tra restauri, scavi e spettacoli

Il Parco archeologico studia interventi sulla casa delle Maschere e su quella di Leda, ma in programma anche concerti e recital tra le rovine

di Antonio Schembri

Quindici chilometri a est di Palermo ci sono 21 ettari di splendore architettonico e panoramico che costituiscono uno dei parchi archeologici più celebri della Sicilia. Il sito di Solùnto, ubicato tra Bagheria e Santa Flavia, è uno dei tre centri in cui si ritirarono i Fenici quando nel 368 avanti Cristo i greci di Siracusa (dominati dal tiranno Dioniso I), distrussero la sede originaria della città che, stando alle testimonianze di Tucidide, si trovava tra il promontorio di Sòlanto, dove per secoli ha funzionato una delle principali tonnare della Sicilia settentrionale e il pianoro di San Cristoforo.

Panorama di Solunto

La Solùnto greco-ellenistica venne quindi ricostruita sulle pendici orientali del Monte Catalfano, per passare, un secolo dopo la sua riedificazione, sotto il controllo di Roma nel 245 avanti Cristo: proprio l’anno della prima delle tre guerre puniche, scenario bellico protrattosi per oltre un secolo prima di decretare l’egemonia dei romani sul Mediterraneo a danno dei fenici.  Suggestivo passeggiare sulla spianata dell’agorà, così come percorrere le scalinate delle case più prestigiose e di ciò che resta dei templi greci, sia di ordine dorico che ionico. Solùnto è un’immersione non solo nei riferimenti di una intensa fase storica, di grandi traffici e battaglie per la difesa di spazi marittimi in cui commerciare, ma anche in uno scenario naturale molto suggestivo.

La vetta di Monte Catalfano

Oggi infatti il Monte Catalfano è un’area naturalistica protetta, le cui rupi fanno parte della rete ecologica Natura 2000. Attorno al Punto Trigonometrico, situato sulla sommità della montagna, si estende un meraviglioso balcone naturale, da raggiungere con un trekking poco impegnativo. Mozzafiato la vista sui golfi di Palermo, a occidente fino al Capo Gallo e di Termini, a oriente fino a Cefalù, divisi proprio al centro dal Capo Zafferano, o Mongerbino, il ripido promontorio che per la sua forma è chiamato anche “cappello di Napoleone”.

Mosaico nella Casa di Leda

In attesa della riapertura delle visite, se e quando la curva pandemica allenterà il morso, l’amministrazione del Parco sta elaborando una serie di progetti di restauro. Anzitutto quello di due tra le dimore più prestigiose della città: la Casa delle Maschere e la Casa di Leda, dove nella stanza ad ovest del vestibolo è conservato il mosaico che rappresenta un astrolabio, col globo terrestre circondato dalle sfere celesti.

Rovine di Solunto

“Ma sono in programma – spiega il direttore del Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Jato, Stefano Zangara – anche interventi di ripristino degli impianti antincendio e elettrici lungo il percorso e il recupero delle ex Case De Lisi, la struttura colonica situata poco al di fuori del recinto dell’area archeologica, che ospitò a lungo gli uffici amministrativi dell’area archeologica e dove intendiamo ricollocare l’attività direzionale del Parco”. Il valore complessivo di questi lavori oscilla intorno ai 400mila euro.

La necropoli

Pianificazione a parte è invece quella del restauro e gli adeguamenti in chiave multimediale dei due padiglioni dell’Antiquarium. “Intervento più impegnativo, da svolgere in step successivi, di cui solo il primo richiederà un importo stimato in almeno 500mila euro – indica Zangara – . Siamo attualmente in una fase ancora interlocutoria per potere accedere a finanziamenti regionali”.

Altare sacro con vasca

Fino a prima dell’emergenza sanitaria il sito archeologico di Solùnto faceva totalizzare circa 7mila visitatori all’anno. Le chiusure imposte dal Covid e dalle nuove norme di fruizione hanno ridotto di molto il numero delle visite nel 2020. “Contiamo di recuperare quest’anno non appena la morsa della pandemia si allenterà un pò, – prosegue il direttore – riproponendo anche concerti, rappresentazioni teatrali e presentazioni di libri tra le rovine, con la speranza, stavolta, di partire non più tardi della prima settimana di luglio”. L’amministrazione del Parco è al lavoro in particolare su due programmi: uno concertistico, con l’associazione Palermo Classica, e un altro di rappresentazioni teatrali e recital di poesie con la direzione di Angelo Butera.

Intanto, sul fronte dei nuovi scavi, il Parco archeologico di Solunto aveva riaperto a fine 2020 un protocollo di intesa con l’Università di Palermo: nessuna specifica indicazione, ancora, sulle zone da indagare. Si sa solo che la topografia del Parco ne individua numerose.

Un porto per la nave di Gela: prende forma il Museo dei relitti greci

Al via i lavori per la struttura espositiva nel Bosco Littorio che custodirà uno dei più importanti ritrovamenti subacquei del patrimonio archeologico del Mediterraneo

di Antonio Schembri

Le operazioni erano partite quattro mesi fa, con l’elaborazione del progetto esecutivo e le successive indagini archeologiche preventive. Adesso, i tanto attesi lavori per costruire il Museo regionale dei relitti greci a Gela prendono concretamente il via e, se il corso della pandemia non causerà nuove interruzioni, verranno ultimati, come stabilito nel piano, alla fine di quest’anno.

I lavori per il Museo dei relitti greci

Dal 2022 la Sicilia e il mondo della cultura potranno contare su una struttura espositiva di oltre 2mila metri quadrati, concepita per custodire in maniera permanente uno dei più emblematici ritrovamenti subacquei del patrimonio archeologico del Mediterraneo. Ovvero, la nave arcaica di Gela, la più antica imbarcazione greca mai riportata alla luce fino ad oggi. Risale infatti a 2.500 anni fa, epoca in cui la città fondata nel 688 avanti Cristo da coloni di Rodi e Creta era già una tra le maggiori potenze della Magna Grecia.

Campagna di ricerca a Gela

Appaltatrice dei lavori una Ati (associazione temporanea di imprese) che ha come capofila l’impresa edile catanese Euroinfrastrutture. L’operazione, dal costo di 2,9 milioni di euro, viene finanziata dalla Regione Siciliana con una dote complessiva di 5 milioni di euro. La parte restante servirà soprattutto all’allestimento di eventi: sia mostre dedicate a questa grossa trireme (che, stando al modello delle navi greche, navigava anche con la spinta di due vele) rinvenuta nelle acque di Bulala, località a breve distanza dal tratto di costa oggi occupato dalla bio-raffineria dell’Eni, sia sulle altre due navi greche – di dimensioni più piccole – che giacciono invece ancora sott’acqua, coperte da sabbia e grotto: una, ben conservata, a breve distanza dal punto di recupero del primo relitto, l’altra individuata durante i lavori per la posa del gasdotto libico, davanti alla foce del fiume Dirillo, che segna il confine tra le province di Caltanissetta e Ragusa.

La nave di Gela esposta a Forlì

“Se la pandemia non imporrà stop, puntiamo a organizzare la prima di queste esposizioni sulla nave recuperata per la prossima estate, in un’apposita struttura che verrà realizzata a fianco del futuro museo” dice Daniela Vullo, soprintendente ai Beni culturali di Caltanissetta. “Il modello di questa mostra – spiega – verrà concepito come prologo alla futura apertura del museo gelese e ricalcherà l’evento intitolato ‘Ulisse. L’arte e il mito’, tenutosi proprio un anno fa ai Musei San Domenico di Forlì”. Quella mostra ha segnato la prima ufficiale “uscita” pubblica dell’ossatura lignea del relitto greco di Gela.

Lingotti in oricalco provenienti dai fondali di Gela

Un recupero complesso, quello della nave lunga 17 metri, ma il cui “fuori tutto” era di certo un po’ più lungo, visto che non è mai stato ritrovato il dritto di prua, disperso dalle correnti marine insieme con altri componenti dello scafo. Dopo tre complesse campagne di scavo subacqueo dal 1989 al 2007, la Soprintendenza di Caltanissetta, allora guidata da Rosalba Panvini, ha curato anche le operazioni di restauro eseguite a Portsmourth, la città affacciata sulla Manica, dove ha sede il laboratorio della marina militare britannica specializzato nel recupero del legno bagnato (è qui che venne recuperata e musealizzata la Mary Rose, la nave ammiraglia della flotta di Enrico VIII). Si trattava quindi di trovare un degno spazio per un museo che potesse accogliere il relitto.

Lingotti e elmi recuperati a Gela

La Soprintendenza nissena l’ha individuato in una porzione del Bosco Littorio, uno degli almeno 20 siti di primario valore archeologico sparpagliati attorno all’odierno abitato di Gela: “Questa porzione del bosco era stata stralciata dal piano paesaggistico e classificata come area di recupero, visto che nei decenni è stata occupata da capannoni industriali. Tuttavia vi abbiamo svolto indagini archeologiche che confermano l’importanza anche di questa zona”, aggiunge la soprintendente.

Un iter quello dei lavori per il museo delle navi in cui non sono mancate difficoltà anche d’ordine giuridico. La gara d’appalto fu espletata cinque anni fa e la ditta aggiudicataria dei lavori fu la stessa compagnia di costruzioni etnea. Quell’esito venne però impugnato da un’impresa concorrente ed è toccato attendere fino al 2019 la decisione del Cga che ha confermato l’aggiudicazione a Euroinfrastrutture. “Da allora si sono dovute rimodulare le procedure d’accesso ai finanziamenti”, specifica Vullo.

La scelta di allocare il nuovo museo proprio nel Bosco Littorio ha – sottolineano alla Soprintendenza – un grande valore simbolico. Quest’area si trova infatti alla base della collina dell’Acropoli che digrada verso l’antico Emporion di Gela, l’area commerciale davanti al mare dove con ogni probabilità la nave oneraria proveniente dall’Egeo era diretta per scaricare oggetti e derrate. “Adesso – conclude Vullo – è come se quella nave ritornasse, dopo 25 secoli, laddove non riuscì ad approdare”.

Giustizia, verità e passione: cento anni fa nasceva Sciascia

Tanti appuntamenti per ricordare lo scrittore di Racalmuto e il suo impegno civile, racchiuso in romanzi, racconti, saggi e articoli

di Antonio Schembri

Lo scetticismo e la passione. Il dubbio laico, costantemente affiancato dal culto religioso della ragione. E i chiodi fissi dello stato di diritto, della giustizia e della verità: da cercare e affermare sempre, anche quando è scomoda e urta ipocrisie di Stato e scenari basati su menzogne. Oggi, 8 gennaio, è un secolo dalla nascita di Leonardo Sciascia, l’ex maestro di scuola diventato con la sua scrittura limpida, precisa, spesso venata di ironia, maestro di impegno civile e figura centrale tra i narratori e i saggisti del Novecento letterario italiano e europeo.

Leonardo Sciascia

Un lascito, quello dello scrittore di Racalmuto scomparso poco più di 30 anni fa, che si quantifica in 11 romanzi, 7 racconti, 22 saggi e tante altre opere sotto forma di testi teatrali, sceneggiature e raccolte di poesie. Alle quali si aggiunge la mole impressionante di articoli pubblicati su quotidiani e periodici, nazionali e esteri. Un mondo, il giornalismo, non così prediletto da Sciascia che detestava i refusi di stampa, inevitabili quando da una tastiera si deve raccontare il presente in velocità. Ma sono proprio i suoi pezzi sul Giornale di Sicilia, il quotidiano che gli offrì il praticantato giornalistico e poi su L’Ora, su grandi testate nazionali come La Stampa e Il Corriere della Sera e su quelle estere, soprattutto El Pais, Le Monde e Le Nouvel Observateur, a confermarlo sia come grande testimone del suo tempo sia come intellettuale senza tempo, cioè sempre attuale. E libero da ogni logica d’appartenenza a tende o tribù.

Un scorcio di Racalmuto

Proprio Racalmuto, il borgo agricolo circondato da pietre, vigne e uliveti a 22 chilometri da Agrigento, da lui stesso affettuosamente definito “paese straordinario” per i tanti personaggi in cerca d’autore che lo abitano, sarà la grancassa dei ricordi e delle riflessioni sullo scrittore. In particolare Casa Sciascia, l’appartamento nel centro del paese, adiacente al Palazzo Mantia e a due passi dalla Chiesa del Monte, dove lo scrittore visse da bambino accudito anche da due zie e tornò a abitare per un altro decennio con la moglie, con la quale condivise per un po’ il delicato mestiere di maestro di scuola. Attività svolta senza vocazione da Sciascia, che prima di fare il concorso per insegnare, lavorò all’ufficio dell’ammasso del grano.

Bronzo di Sciascia a Racalmuto

Da questo luogo, acquisito e trasformato in museo e archivio dal mecenate racalmutese Pippo Di Falco, si articola un lungo evento online, la Maratona Sciascia, appunto, per l’intero fine settimana a partire dalla tarda mattinata di oggi. A allestirlo è La Strada degli Scrittori, il progetto di turismo culturale diretto da Felice Cavallaro, nota firma del Corriere della Sera (originario di Grotte, paese antistante a quello di Sciascia e figlio di uno degli amici più vicini allo scrittore) che punta a valorizzare l’itinerario tra Caltanissetta e Agrigento, punteggiato dai luoghi vissuti e descritti nelle pagine di diversi scrittori siciliani: oltre all’autore de Le Parrochie di Regalpetra, di Todo Modo e dell’Affaire Moro, tutti gli altri grandi agrigentini come Luigi  Pirandello (nato nel capoluogo), Andrea Camilleri (di Porto Empedocle), Giuseppe Tomasi di Lampedusa (palermitano di nascita, ma legato a questo territorio tramite la sua famiglia aristocratica originaria di Palma di Montechiaro),  Antonio Russello, di Favara e il nisseno Pier Maria Rosso di San Secondo.

Ricordo di Sciascia a Racalmuto

Nel dettaglio, la Maratona Sciascia coinvolge su Facebook, Youtube e sul sito www.stradadegliscrittori.it  più di cento personalità del mondo della cultura che si avvicenderanno in una staffetta di aneddoti riflessioni e letture. Tutti nomi di spicco: da editorialisti come Paolo Mieli, Ferruccio De Bortoli, Marco Damilano, Marcello Sorgi, Francesco Merlo, Pierluigi Battista, Marco Tarquinio, a autori come Stefania Auci, Walter Veltroni, Giuseppina Torregrossa, l’agrigentino Matteo Collura, Gaetano Savatteri (racalmutese anche lui) e tanti altri. Ampia, altresì, la rappresentanza sia del mondo accademico, con cattedratici come Eva Cantarella, Valeria Della Valle, i rettori Fabrizio Micari e Gianni Puglisi, sociologi e giuristi come Nando dalla Chiesa e Giovanni Fiandaca, che del teatro, con attori come Pamela Villoresi, Luigi Lo Cascio, Vincenzo Pirrotta, Mario Incudine, Alessio Vassallo, Salvo Piparo. Solo una parte, questa, tra quanti offriranno anche interpretazioni inedite.

Sciascia con alcuni amici a Racalmuto

“In questa fitta trama di interventi, un momento particolare sarà, sempre da Casa Sciascia alle 18.30 di venerdì 8 gennaio, la diretta dell’intervista di Gaetano Savatteri allo scrittore Maurizio De Giovanni – illustra Salvatore Picone, tra gli organizzatori dell’evento e autore insieme con Gigi Restivo del libro ‘Dalle parti di Leonardo Sciascia’ -.   Sarà varia – aggiunge – anche la gamma dei collegamenti con la cascina di Contrada Noce, il luogo appena fuori il paese in cui lo scrittore amava trascorrere le estati ricevendo anche molti personaggi della cultura e con la Fondazione Sciascia”. Spazio, quest’ultimo, creato nella ex centrale elettrica di Racalmuto, da dove oggi a partire dalle 19, viene trasmessa in diretta una tavola rotonda con alcuni degli studiosi più assidui dello scrittore che mai si schierò con il potere. In parallelo al lungo evento virtuale de La Strada degli Scrittori, se ne svolgeranno altri due, sempre su Facebook. Il primo, in programma oggi alle 17 dall’Università di Catania, è la tavola rotonda su “L’eredità di Leonardo Sciascia”, l’altro, domani dalle 18, sulla pagina dell’assessorato comunale alla Cultura di Caltanissetta.

Lettera di Sciascia

Nella ricostruzione dell’appassionante avventura letteraria di Leonardo Sciascia non mancheranno le fotografie. Su tutte, la trentina di scatti inediti dell’amico fotografo Pietro Tulumello, raccolti nella mostra “Leonardo da Regalpetra”, inaugurata a fine 2020 nella Stanza dello Scirocco, spazio espositivo all’interno di un antico palazzo nobiliare di Racalmuto. Bisognerà attendere l’abbassamento della curva dei contagi e la riapertura dei musei per indugiare di presenza di fronte a queste immagini che oltre alle espressioni tipiche di Sciascia, silenziose, pensose, accigliate, talvolta con la Chesterfield pendula dalle labbra, raramente sorridenti, fermano anche momenti privati, distesi, familiari oppure durante incontri estivi in campagna con diversi personaggi.

Ritratto di Sciascia di Totò Bonanno

Vita drammatica, in infanzia e in gioventù, quella di Sciascia. Il fratello, dal carattere allegro, si suicida e il padre muore dopo essere finito in carcere per avere sparato, senza colpirlo, a un avvocato dal quale si era sentito tradito. Entrambi pezzi di famiglia devastati dall’esperienza del lavoro in una vicina miniera di zolfo. Dal fragile mondo di miseria e di paura, quello dei “carusi” nelle zolfare e dei braccianti nelle campagne, agli ideali di libertà e giustizia che in Sciascia si accendono, da studente, a Caltanissetta, la città da lui definita la piccola Atene per il fermento culturale e le possibilità di incontri con insegnanti e intellettuali destinati a influire molto sulla sua formazione.

Tomba di Sciascia

Su tutti Vitaliano Brancati, per un periodo insegnante a Caltanissetta, ma che Sciascia per timidezza non avvicina: resterà la sua figura guida di scrittore. Leggendo, scrivendo e pubblicando, Leonardo Sciascia matura i suoi più forti punti di coerenza: la lotta alla mafia, come dimostra Il Giorno della Civetta, il libro che rompe l’omertà costante sull’argomento in tutta la stampa italiana fino all’epoca della sua pubblicazione, il 1961; e la questione della giustizia e della verità. Le sue contestazioni sulla linea della fermezza da parte dello Stato durante lo scontro con le Brigate Rosse, che diventa duro e pesante nei giorni del rapimento Moro, furono motivate – spiegherà – soltanto dalla speranza di salvare la vita al presidente democristiano, rinnegato dagli stessi uomini del suo partito che non lo riconoscevano più nelle lettere che inviava dalla prigione dei terroristi. La posizione di Leonardo Sciascia di non stare né con lo Stato, né con le Br, gli costerà polemiche e rotture di rapporti, come l’amicizia con Italo Calvino.

E sempre in tema di giustizia, la questione dell’innocenza, che può arrivare a significare nulla se, anche per una futile stupidità, si arriva a scivolare in certi ingranaggi. Come quello che dall’inizio dell’estate del 1983 imprigiona e stritola il povero Enzo Tortora, accusato d’essere un camorrista spacciatore di droga. A due mesi dall’arresto dell’amato presentatore televisivo, lo scrittore siciliano affermerà sul Corriere della Sera: “Non mi chiedo: ‘E se Tortora fosse innocente?’: sono certo che lo è”.

Il greco antico è più vivo che mai, boom di iscritti a un corso online

Ci sono attori, guide turistiche, insegnanti e anche un medico che vive in Australia tra i 95 partecipanti alle lezioni del Parco Naxos-Taormina

di Antonio Schembri

Si fa presto a liquidarle come “lingue morte” o “inutili”. Come tante definizioni convenzionali, questa, specie se riferita all’antico greco e al latino, va banalmente fuori bersaglio. Difficile, infatti, eludere il mondo di significati e messaggi vitali che da millenni pulsa dal loro vocabolario. Ecco allora che, come in controtendenza all’attuale spirito del tempo, oggi si assiste anche alla rivalutazione di queste lingue antiche. Fonti del sapere universale e della logica e antidoti al crescente degrado delle lingue europee che proprio da greco e latino traggono fraseologia, grammatica e fonetica.

Appunti degli allievi

Soprattutto per quanto riguarda l’apprendimento del greco, questo approccio culturale sta incontrando un’esigenza più diffusa di quanto si creda: quella di allargare gli orizzonti verso modi di ragionare che rivelano numerose aderenze alla realtà contemporanea. Col valore aggiunto di aiutare a leggerla meglio, scongiurandone lo scollamento dai valori che, a partire dalla civilizzazione ellenica, hanno improntato le basi della convivenza civile e alzato il velo sulla complessità dei rapporti umani, nonché sulle relazioni tra uomo, natura e mondo trascendente. Lo conferma, adesso, in pieno tunnel pandemico, lo strumento della didattica a distanza (Dad), sperimentato lungo lo Stivale da scuole, università e, a piccoli passi, anche da altre “centrali” di cultura. In Sicilia una di queste è il Parco archeologico di Naxos-Taormina.

Le sessioni online del corso

Da tre anni l’ente territoriale messinese organizza un corso gratuito di greco su iniziativa di Naxos Legge, il festival annuale del libro e delle narrazioni e in collaborazione con l’Archeo Club delle medesime cittadine che costituirono la prima colonia greca a occidente di Atene. A causa del Covid le lezioni frontali che si tenevano nei locali dello stesso Ente Parco, arricchite da periodici incontri con filosofi e filologi in prestigiosi contesti esterni (dal Teatro Antico di Taormina all’Odèon e i sentieri nel verde dell’area archeologica equidistante tra Messina e Catania), sono stati traslati nella piattaforma Zoom. Scelta che ha fatto decollare il numero delle iscrizioni.

Fulvia Toscano

“Se già durante gli inverni precedenti il riscontro di lezioni e seminari in presenza era lusinghiero, con almeno una quindicina di iscritti, la prudenza imposta dal Covid e il conseguente adattamento del corso alla comunicazione via web, si è tradotto in poche settimane in 95 iscritti, tutti coinvolti da questa proposta di utilizzo costruttivo e anche esteticamente bello del tempo che siamo costretti a vivere dentro le mura domestiche – spiega la grecista e docente Fulvia Toscano, animatrice dell’iniziativa – . Gli allievi si connettono non solo da varie parti della Sicilia e d’Italia, ma anche dall’estero: valga il caso del medico siciliano che vive in Australia e che per collegarsi alle nostre lezioni da laggiù, con un fuso orario di 10 ore, si sveglia in piena notte”.

Appunti degli allievi

Trasversale l’utenza del corso, per fasce d’età e categorie professionali: dai 25 ai 70 anni, con una prevalenza di docenti nei licei e negli atenei nonché di guide turistiche. Una di loro è la belga Martine Fender, da 35 anni stanziale nell’area di Naxos e Taormina, tra le cui vestigia accompagna i visitatori utilizzando 5 lingue. “Sono stata tra i primi iscritti e trovo che anche via web l’apprendimento del greco sia uno strumento prezioso per ‘viaggiare’ nell’etimologia delle parole, per me funzionale alla qualità del servizio che noi guide dovremo prima o poi tornare a offrire ai turisti di presenza”.

Gabriella Tigano

Questo corso fa parte del progetto “Pensare Greco”, iniziativa promossa dal Parco di Naxos in linea con l’idea di rendere siti archeologici e musei spazi sempre più partecipati dalla collettività, per offrire occasioni d’incontro con il sapere del mondo antico. “Se i limiti imposti dalla pandemia costringono per ora a chiudere le sale, è anche vero che la Dad sta funzionando per abbattere i tradizionali perimetri di divulgazione della bellezza. Per luoghi simbolo della cultura antica, come Naxos e Taormina, questo è un valore aggiunto “, afferma la presidente del Parco, Gabriella Tigano.

Appunti degli allievi

Non più solo taccuini, quindi, ma anche le pagine aperte sui monitor per comporre e tradurre frasi con le 24 lettere del sistema di scrittura risalente al IX secolo avanti Cristo. La versione wired del corso sta coinvolgendo anche esponenti del mondo dello spettacolo, soprattutto del teatro. Come Gaspare Balsamo, discepolo di Mimmo Cuticchio, oggi tra i principali “cuntisti” siciliani; e Elio Crifò, attore e sceneggiatore romano originario di Capo d’Orlando. “Per me che ho scelto di perseguire mediante la recitazione e la scrittura di testi l’obiettivo di dare contemporaneità al passato, tuffarsi nel greco significa condividere l’anima di quei grandi colonizzatori culturali, entrare nei meandri dei loro ragionamenti – dice l’attore – . Adoperare direttamente la loro lingua agevola la comprensione più profonda di filosofi e drammaturghi di quell’epoca aurea”. Un atto in sé rivoluzionario, il recupero del greco, considerando soprattutto la diffusione pervasiva dell’inglese, una delle lingue più povere di vocabolario al mondo: “Imposta dappertutto, con danni su molte antiche culture, a seguito del piano di imperialismo linguistico attivato da Winston Churchill all’indomani della Seconda Guerra Mondiale”, sottolinea Crifò.

Laboratorio didattico al Parco Naxos Taormina

Mondi diversi, insomma. Da una parte l’ormai automatico abuso di anglicismi iper concreti, sintetici, materialistici; dall’altra il fascino dell’astrazione, di cui è invece ricco il greco. La sfida è farli comunicare. Il corso web ha inoltre attivato molti contatti tra i partecipanti, indipendenti dal consueto appuntamento settimanale con le lezioni (ogni mercoledì). Soprattutto quelli privi delle basi grammaticali offerte dal liceo manifestano – informano gli organizzatori – il bisogno di un confronto più frequente con i colleghi.

Uno dei corsi delle precedenti edizioni

“Non ci aspettavamo affatto che questa iniziativa ottenesse un successo così rapido, oltre al fatto che si sta anche rivelando un efficace e divertente mezzo di socializzazione all’insegna della cultura antica. Purtroppo dovremo fermare le iscrizioni al corso a 100 partecipanti, che è del resto il numero massimo consentito per le conferenze su Zoom”, conclude Fulvia Toscano. Le parole, come le persone, in definitiva vivono, hanno una storia. E la scoperta del loro significato avviene attraverso la scholé, il termine che ha formato quello italiano di scuola. Per i greci indicava il “tempo libero”, in cui dedicarsi a fare le cose desiderate. Tra queste lo studio, la filosofia: ovvero la passione del sapere.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend