La città del Gattopardo che rinasce con la cultura

Palma di Montechiaro si candida al riconoscimento del Mibact, puntando sulla sua storia e sulle bellezze monumentali e ambientali

di Antonio Schembri

Anche quando, dal dopoguerra alla fine del Novecento, degrado e abbandono raggiunsero quel punto estremo di assurdità che forse nessuno riuscì a descrivere meglio di Giuseppe Fava ne “I Siciliani”, il saggio – inchiesta sulla bellezza offesa della Sicilia, pubblicato dal grande cronista e drammaturgo catanese pochi anni prima d’essere ucciso dalla mafia a Catania, il patrimonio monumentale di Palma di Montechiaro non ha comunque mai cessato di meravigliare. Quattro secoli di storia e di sicilianità: dal fascino barocco delle sue chiese seicentesche alle atmosfere del Gattopardo, quelle legate al tramonto dell’aristocrazia e alla proterva affermazione della borghesia agricola all’indomani delle imprese garibaldine.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Riferimento concreto, quest’ultimo, legato alle origini palmesi della nobile famiglia dei Tomasi che, mescolato con i valori naturalistici di prim’ordine di un territorio due secoli fa suddiviso in vasti feudi adibiti a agricoltura e pastorizia, con ogni probabilità ispirò alcune tra le pagine più emozionanti del grande romanzo scritto dal loro più illustre discendente, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un tesoro raccontato la scorsa estate durante l’esclusivo evento di Dolce e Gabbana per le vie del centro storico e dalla recente puntata dedicata a Palma di Montechiaro da Ulisse, il programma Rai di Alberto Angela.

La Chiesa Madre di Maria Santissima del Rosario

Su questi valori oggi la cittadina situata a 21 chilometri da Agrigento punta per concorrere al titolo di Capitale italiana della cultura 2021, insieme alle siciliane Trapani, Modica e Scicli. Lo fa con requisiti di peso, illustrati nel dossier la cui presentazione al Mibact, prevista questo mese, è stata rimandata a fine giugno per l’emergenza sanitaria in corso. Dal trecentesco Castello chiaramontano, appena fuori dal paese, che sovrasta una delle baie più belle dei 136 chilometri del litorale provinciale, ai luoghi ed edifici addensati nel centro storico di Palma di Montechiaro, come la superba scalinata che conduce in cima alla collina dove si erge la facciata barocca della Chiesa Madre, il Palazzo Ducale e l’adiacente Monastero delle Benedettine.

Piazza Provenzani

Luoghi, questi ultimi due, legati proprio alla storia dei Tomasi. Il capostipite, il duca Giulio I, fondatore di Palma di Montechiaro, investì ingenti risorse economiche nella creazione di questa comunità. A animarlo fu la forte fede religiosa, trasmessa all’intera sua famiglia. Tra i suoi figli, Giuseppe Maria Tomasi, cardinale e teologo di fine 1600 fu proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1986 mentre Isabella, suora di clausura, sepolta nel monastero, fu proprio la personalità locale che, sempre nel Gattopardo, ispirò al grande scrittore palermitano il personaggio della Beata Corbera. Un edificio, il monastero di Palma, la cui fama è peraltro ancora oggi legata ai favolosi biscotti ricci alla mandorla aromatizzati al limone, preparati dalle sapienti mani di generazioni di suore e resi famosi dalle pagine del romanzo.

Santuario di Monte Calvario

Tutto questo e non solo. Palma di Montechiaro ha infatti anche una complessa storia archeologica. Lo prova il sito di Monte Calvario, con la Grotta della Zubbia frequentata dall’uomo nell’era Neolitica fra il VI e il V millennio avanti Cristo. Inoltre è uno dei territori siciliani più legati alla vicenda delle miniere di zolfo. Immancabili gli eventi folkloristici, dove si fondono sacro e profano, come la Festa della Madonna del Castello, col suo chilometrico corteo di cavalieri e carretti siciliani. E c’è la cornice di ambiente naturale tipicamente mediterraneo: “Diciassette chilometri di costa, con un mare pressoché incontaminato, un’area Sic dalle caratteristiche uniche in termini di flora e fauna e diverse spiagge e insenature stupende, a cominciare da quelle di Punta Bianca, con candide falesie simili a quelle dei più famosi siti di Scala dei Turchi e Torre Salsa”, tiene a sottolineare il sindaco Stefano Castellino. In questi giorni anche per i 23mila abitanti di Palma di Montechiaro la vita scorre con sofferenza all’interno degli spazi domestici. Fuori, tra viuzze e scalinate al cospetto delle splendide facciate di chiese e palazzi storici tutto è deserto, come un impianto scenografico momentaneamente surreale e triste.

Un tratto del litorale

“Ma vogliamo che rinasca presto – riprende Castellino – . Ci stiamo provando del resto già da qualche anno, con l’apertura di cantieri su più fronti (più di 10 quelli in corso d’opera per una spesa complessiva superiore a 20 milioni di euro, informano al comune, ndr), a cominciare dalle ristrutturazioni immobiliari e il miglioramento della viabilità”. Nel documento elaborato per la candidatura a capitale della cultura c’è una caparbia voglia di riscatto economico e sociale. Tutto adesso è legato a quando e come si allenterà la morsa della paura della pandemia. La via, però, è già segnata. “Per Palma di Montechiaro – conclude il sindaco – è quella della valorizzazione turistica e culturale”.

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“Palermo Capitale del Regno”, la mostra in un libro

Un viaggio attraverso saggi di critici dell’arte e immagini di circa un centinaio di opere, che raccontano i Borbone e l’archeologia a Palermo e Napoli

di Antonio Schembri

Paternalistico, conservatore, definito a lungo come ‘male assoluto’. In realtà, come va ricostruendo la storiografia attuale, il Regno dei Borboni alternò ombre e luci e uno degli aspetti costruttivi dei suoi 126 anni di dinastia sul trono di Napoli fu la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali. Un’attività di cui il Museo Salinas, fondato nel 1814, rappresenta uno storico “terminale”. È infatti in questo spazio espositivo nel centro storico di Palermo che sono custoditi e oggi mostrati all’interno di ambienti in via di ulteriore ampliamento numerosi reperti archeologici donati all’allora Museo di Palermo dai sovrani Francesco I e Ferdinando II.

La presentazione del libro al Salinas (foto Facebook)

Insieme con diverse opere tornate alla luce con gli scavi che i sovrani delle Due Sicilie finanziarono a Pompei, Ercolano e Torre del Greco e che, successivamente, vennero prestate al museo palermitano dal Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dai parchi archeologici di Pompei e Ercolano. Un patrimonio che è stato possibile ammirare lo scorso anno al Salinas con la mostra “Palermo Capitale del Regno”, svoltasi da dicembre 2018 fino a giugno dello scorso anno: un appuntamento incluso nel programma di eventi che hanno animato l’annata in cui il capoluogo siciliano è stato Capitale italiana della cultura e su cui il Salinas ha fondato il suo percorso di rilancio.

La mostra “Palermo Capitale del Regno” al Salinas (foto Facebook)

Adesso è possibile ammirare le collezioni di quei preziosi reperti anche nell’omonimo catalogo, edito da Palermo University Press, a cura dell’archeologa Francesca Spatafora, ex direttrice del museo palermitano e attualmente alla guida del Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato. “Come lo è stato di quella mostra che ha attirato molto pubblico, la finalità di questa pubblicazione è divulgare la conoscenza di queste collezioni che, prima di allora, non erano mai state esposte tutte insieme né contestualizzate per epoca storica e che troveranno finalmente una collocazione definitiva nelle sale dei due piani superiori del museo”, spiega la studiosa.

La mostra “Palermo Capitale del Regno” al Salinas (foto Facebook)

Un “viaggio”, attraverso saggi di critici dell’arte e immagini di circa un centinaio di opere, che racconta i Borbone e l’archeologia a Palermo e Napoli ma soprattutto tra Pompei, Ercolano e Torre del Greco. Una sezione dei reperti è dedicata all’intero complesso di opere e materiali provenienti dalla Casa di Sallustio, di Pompei, donati da Ferdinando II nel 1831. Tra questi la scultura bronzea di “Ercole in lotta con il cervo”, il grande plastico del teatro di Ercolano realizzato nel 1808 e varie pitture parietali e sculture provenienti dagli scavi ottocenteschi nella città che con Pompei venne rasa al suolo dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo. In particolare, sottolinea Spatafora “spicca la copia romana della statua del Satiro versante di Prassitele, rinvenuta grazie agli scavi borbonici nel 1797 all’interno della villa di contrada Sora a Torre del Greco”. Ovvero, l’opera considerata più rappresentativa della collezione esposta al Salinas. Un prestigioso spaccato di storia e archeologia. Adesso anche da sfogliare.

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Palermo e l’aeroporto del futuro tra ponti e aree verdi

Tanti i progetti in cantiere nello scalo, che entro quattro anni diventerà più grande, con nuove sale, un albergo, spazi all’aperto e più ristoranti

di Antonio Schembri

Grandi, efficienti e belli. Devono essere così gli aeroporti dei territori che vogliono fare del turismo un corpo portante della propria economia. Sull’onda della generale crescita del traffico aereo internazionale, il Falcone e Borsellino, lo scalo costruito poco più di 60 anni fa nella ventosa fascia a mare di Punta Raisi, a 32 chilometri da Palermo, vive da qualche anno una fase di espansione che entro il 2023 consegnerà all’aviazione civile nazionale un terminal ancora più ampio e migliorato nell’estetica, con un’area esterna fruibile dai passeggeri in attesa del loro volo, ma anche da quelli appena sbarcati e diretti in città.

L’aeroporto di Palermo

Perché tra i progetti, al momento solo in fase di ideazione, c’è anche la realizzazione di un piccolo scalo marittimo di connessione con quello di Palermo, per consentire ai turisti di raggiungere rapidamente le navi da crociera, nonché di collegare l’aerostazione direttamente con Ustica e Favignana. I piani più concreti su cui intanto lavora la Gesap, l’ente di gestione dell’aeroporto, saranno un parco naturale, con alberi panchine e servizi di ristorazione lungo la linea costiera antistante il terminal (zona in cui anticamente avrebbe funzionato un porto romano), a questo collegato da un ponte. “Niente di somigliante alle anonime strutture sopraelevate sulle corsie delle autostrade, ma un ponte di alta qualità architettonica, funzionale al far stare bene il passeggero e rappresentativo dell’accoglienza di Palermo – spiega l’amministratore delegato Giovan Battista Scalia – . Entro 4 anni, mediante l’abbattimento e la ricostruzione dei muri verso spazi oggi ancora esterni, la parte coperta dell’aeroporto sarà allargata del 30 per cento e includerà, per esempio, l’area in cui adesso sostano i taxi”.

Rendering dell’ingresso dell’aeroporto

Ci sarà un’altra nuova sala vip, una nuova area per i controlli di sicurezza e gli spazi destinati alle attività commerciali aumenteranno di oltre il 40 per cento. Più in dettaglio, aggiunge Scalia, “i ristoranti saranno in tutto 17 uno dei questi con la vista panoramica sul mare, mentre gli spazi destinati al retail ospiteranno 19 negozi (oggi se ne contano nove)”. La pianificazione della Gesap include, inoltre, un albergo con 40 camere, da allocare nei pressi del centro direzionale dell’aeroporto. “Tutti questi progetti, – specifica Scalia – hanno già ottenuto le necessarie autorizzazioni, a cominciare dalla valutazione di impatto ambientale e costituiscono la prima tranche di operazioni incluse nel piano quarantennale di investimenti pattuito dalla Gesap con l’Enac, l’ente di gestione del traffico aereo civile, da realizzare entro i prossimi 4 anni. Lo faremo senza alcun aiuto pubblico bensì con un autofinanziamento pari a 90 milioni di euro”. Non è possibile ancora valutare attraverso la grafica la rivoluzionaria riqualificazione degli spazi esterni dell’aerostazione: “Riguardo al ponte entro il 2022 indiremo un concorso di idee aperto anche a grandi studi internazionali di architettura. Lo scopo è costruire una struttura simbolica, che capace di rappresentare l’accoglienza della città”.

La pista dell’aeroporto

Sull’idea del piccolo scalo marittimo davanti all’aeroporto – fanno sapere alla Gesap – c’è comunque un’interlocuzione già in atto sia con la Port Authority della Sicilia occidentale sia con altri players che gestiscono i flussi turistici. I risultati degli ultimi due anni indicano netti incrementi di traffico per l’aeroporto palermitano: un aumento del 15 per cento nel 2018 e del 6 cento l’anno scorso. “Risultati derivati essenzialmente dall’aumento dei voli internazionali su Palermo (il 17 in più nel 2019 e circa il 30 per cento in più nel 2018) – specifica Scalia – . Flussi in prevalenza di turisti che arrivano per scoprire la Sicilia e entrare nel circuito turistico di Palermo, oggi più accogliente, e in quello arabo-normanno che unisce il capoluogo siciliano a Cefalù”.

Con poco più di 7 milioni di passeggeri, lo scalo di Punta Raisi è piazzato oggi al nono posto nella graduatoria degli aeroporti più trafficati d’Italia. Il traffico dei voli nazionali del 2019 ha fatto totalizzare per Palermo oltre 5 milioni di viaggiatori, dato che corrisponde a un incremento del 2,3 per cento. Il numero dei passeggeri internazionali ha rappresentato un boom: poco sotto i due milioni, con circa 300mila viaggiatori in più rispetto al 2018 e un incremento del 15,50 per cento. Ryanair, Alitalia, Volotea, EasyJet Group e Vueling si confermano nell’ordine come le prime cinque compagnie per volume di traffico su Palermo.

Viaggiatori in aeroporto (foto Rudy and Peter Skitterians, da Pixabay)

C’è attesa, adesso, per l’arrivo di un’altra grossa aerolinea: la United Airlines, quarta compagnia aerea del mondo per numero di passeggeri. Dal 21 maggio la compagnia statunitense opererà il nuovo volo giornaliero Palermo – New York, a bordo dei Boeing 767-300, versione allungata degli storici aeromobili. Hub di riferimento negli Stati Uniti sarà quello di Newark, nel New Jersey. “Oltre a favorire spostamenti più comodi dei siciliani verso il Nord America – conclude Scalia – questo vettore sarà strategico per la movimentazione di turisti americani intenzionati a scoprire le attrattive della Sicilia occidentale e quindi a spendere soldi tra alberghi, musei, parchi archeologici e ristoranti del territorio”.

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Nuovi voli e sinergie tra gli aeroporti: le sfide in Sicilia

Il futuro del turismo passa anche da gestioni congiunte tra gli scali dell’Isola. Se ne è discusso a Palermo nel corso del Forum economico del Mediterraneo

di Antonio Schembri

Che la Sicilia attiri i viaggiatori da molte parti del mondo è un dato di fatto sin dall’epoca romantica dei Grand Tour compiuti da artisti e aristocratici dalla fine del 1600. Un “magnete” che oggi potrebbe generare importanti effetti moltiplicatori sul turismo se la classe dirigente, quella della politica e delle grandi società private di gestione di infrastrutture, come aeroporti e stazioni marittime, ferrovie e autostrade, percorresse la via “virtuosa” delle integrazioni. È la riflessione basilare su cui ci si è confrontati a Palermo durante il MedCom, il Forum economico del Mediterraneo, che si è svolto ieri e oggi allo Steri. Un’altra occasione per affrontare temi e istanze dell’economia del Mare Nostrum, area tra le più complesse del mondo sotto il profilo geopolitico, ma anche tra quelle col più elevato tasso di interrelazione tra i paesi che vi si affacciano. Un enorme potenziale di crescita economica e sociale, quello del Mediterraneo, che potrebbe essere convertito in più innovazione e competitività e quindi più lavoro e maggiore ricchezza diffusa, se si pianificassero dinamiche di sviluppo dei trasporti volte a valorizzare non una singola area a discapito di altre, ma il “continente” Mediterraneo nel suo complesso.

Un momento del MedCom allo Steri

Molti segnali arrivano dallo scenario dei trasporti aerei. Stando agli ultimi rilievi della Iata e dell’Icao, le organizzazioni internazionali che rappresentano rispettivamente le aerolinee e l’aviazione civile, nell’attuale fase il baricentro si va spostando sempre di più dall’Europa verso l’Oriente, facendo base a metà strada, ovvero nei mega hub medio-orientali, come Istanbul, Abu Dhabi, Dubai e soprattutto il Qatar, dove per i prossimi campionati del mondo di calcio l’Aeroporto Hamad di Doha avrà una capacità di 100 milioni di passeggeri. Una situazione che chiama i territori del Mediterraneo, dove sbarcano enormi quantità di viaggiatori provenienti dalla Cina e dal Giappone, a attrezzarsi sempre di più sul fronte dei trasporti intermodali.

L’aeroporto di Catania (foto Carlo Dani, da Wikipedia)

Una sfida soprattutto per la Sicilia, regione seconda a nessun’altra per combinazione di cultura, patrimonio naturalistico e clima temperato, dove la chiave di volta non è certo la costruzione di nuovi aeroporti, bensì “la scelta delle società che li gestiscono di lavorare insieme” – sottolinea Marco Di Giugno, direttore dell’ufficio legale dell’Enac, l’ente nazionale per l’aviazione civile – . Se finora non ci si è riusciti è perché continuano a trionfare logiche particolaristiche, dalle quali è urgente uscire mediante la messa in rete degli aeroporti, sia tra di loro sia con i trasporti ferroviari e marittimi per attivare un sistema turistico sostenibile e capace di incrementare i propri numeri”.

Viaggiatori in aeroporto (foto Rudy and Peter Skitterians, da Pixabay)

Qualche esempio arriva dal centro-nord. Le società di gestione degli aeroporti di Firenze e di Pisa si sono fuse in un’unica compagine, la società Aeroporti di Toscana, riuscendo così a migliorare la gestione dei flussi, mentre in Emilia Romagna l’aeroporto di Bologna vede adesso aumentare la propria competitività grazie al People Mover, il treno monorotaia (di prossima inaugurazione) che collegherà l’aeroporto alla stazione ferroviaria del capoluogo in 7 minuti e mezzo. ”Anche in Sicilia sono stati fatti significativi passi in avanti – aggiunge Di Giugno – , l’aeroporto di Palermo ha la sua stazione ferroviaria proprio sotto l’area dei check e una infrastruttura simile sarà finalmente ultimata entro due anni anche in quello di Catania. Investimenti di questo tipo sono decisivi per incrementare il traffico aereo e attivare l’indotto turistico”. A questo proposito Giovanni Scalia, l’amministratore delegato di Gesap, la società di gestione dello scalo aereo palermitano, ha annunciato un progetto in cantiere che prevede un ponte pedonale che collegherà l’aeroporto ad un parco a mare lungo la costa di fronte allo scalo.

L’aeroporto di Palermo

Uno scenario, quello del traffico aereo, che cambia a gran velocità: “Tra i nostri compiti istituzionali – continua l’esponente dell’Enac – c’è quello di contrattare accordi bilaterali con vari paesi del mondo, soprattutto extra-europei e in particolare con Cina e Giappone. Pur restando preminenti, le destinazioni di Milano e Roma per far giungere viaggiatori dell’estremo oriente non saranno più le sole: si stanno aprendo possibilità di voli diretti per diversi altri aeroporti italiani e tra questi anche quelli di Palermo e Catania, entrambi in crescita ma con molte potenzialità inespresse. Per trasformarle in realtà effettive occorre valutare bene se il territorio è e sarà nel prossimo futuro pronto a accogliere nuovi flussi di passeggeri, soprattutto durante i periodi non tradizionalmente deputati al turismo, come i mesi autunnali e invernali”. E questo soprattutto in considerazione del fatto che i turisti giapponesi e cinesi, non così appassionati di sole e mare, scelgono l’Europa perché amano la sua cultura. Ecco perché – rimarca Di Giugno – “per la Sicilia è indispensabile creare servizi collegati alle aerostazioni, per facilitare e arricchire la mobilità verso le bellezze dell’Isola, attraverso un più capillare sistema di trasporti verso città d’arte e parchi archeologici, ma anche con un’offerta interessante di eventi e manifestazioni collaterali”.

Aumentano, intanto, i voli da e per l’Isola. In particolare quelli operati da Volotea. “In linea anche con l’esigenza di allungare i flussi turistici, voliamo ormai lungo l’intero arco dell’anno dall’Italia verso Palermo e Catania e offriamo tratte anche su paesi esteri – illustra Valeria Rebasti, manager commerciale della compagnia catalana per l’Europa sud-orientale – . È il caso dei collegamenti con la Francia: abbiamo allungato l’operatività con alcune città transalpine per nove mesi all’anno, quando fino al 2013, anno dell’apertura delle nostre basi in Sicilia, venivano offerti soltanto per non più di 5 mesi. Nel mercato dei trasporti aerei si comincia a comprendere che da e verso la Sicilia ci si può spostare a costi sostenibili. Ma le istituzioni dovrebbero insistere anche per attivare sinergie con i vettori marittimi e più mirate azioni di promozione turistica su tutti i 12 mesi”.

L’aeroporto di Trapani

L’urgenza di gestioni congiunte conduce all’attuale situazione dell’aeroporto di Trapani, dove l’interruzione delle tratte operate da Ryan Air ha determinato effetti pesanti sul turismo della provincia. Il governatore Nello Musumeci ha annunciato la pubblicazione del bando per la continuità territoriale: le tratte aeree inserite sono quelle da e verso Trieste, Brindisi, Parma, Ancona, Perugia e Napoli. A disposizione, per un triennio, – fanno sapere dalla Regione – ci sono oltre 22 milioni di euro, di cui quasi il 40 per cento a carico della Regione. L’avvio dei servizi è previsto per il 15 luglio. Infine, altre due nuove rotte sono intanto pronte per essere attivate: i voli Trapani-Bolzano e Trapani-Roma, che “entro l’estate verranno operati dalla Sky Alp con frequenza giornaliera”, dice Michele Bufo, direttore generale di Airgest, la società di gestione dello scalo di Birgi. Manifestazioni di apertura invece da parte di Ryanair, ma per la prossima stagione invernale e per un incremento del traffico nell’estate 2021.

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Turismo e beni culturali, croce e delizia della Sicilia

Esponenti delle istituzioni ed esperti del settore si sono confrontati all’Orto Botanico di Palermo sulle nuove strategie per il rilancio dell’Isola

di Antonio Schembri

Se l’economia della Sicilia non può basarsi solo sul turismo, quest’ultimo può comunque essere uno degli ambiti principali su cui impostare il suo modello di sviluppo. Sicuramente il più interessante e tra quelli in grado di generare posti lavoro per le nuove generazioni che scelgono di restare o di tornarvi. Occorre però cambiare strategie per attirare e trattenere più a lungo un modello di turista delineatosi negli anni sulle caratteristiche di quello straordinario “forziere” di beni culturali e tesori naturalistici che è l’isola più estesa del Mediterraneo. Ovvero un visitatore che esplora il territorio, a partire dalla sua enogastronomia, si appassiona alle antiche tradizioni recuperate e ama immergersi nel verde e nel mare straordinario della Sicilia.

Il Calidarium dell’Orto Botanico

Alta attrattività e densità turistica: obiettivi raggiungibili a condizione che si avviino sinergie tra pubblico e privato: il tanto evocato ma ancora poco o per nulla attuato “fare rete” tra istituzioni, operatori e imprese attraverso “best practice” capaci di utilizzare e valorizzare il grande capitale umano della regione. Su questa tematica si sono confrontati ieri nella sala conferenze dell’Orto Botanico di Palermo (dedicata a Domenico Lanza, tra i pochi professori italiani a rifiutare la sottomissione al regime fascista) operatori della cultura, i responsabili dei due maggiori aeroporti siciliani e l’assessore regionale al Turismo. Si è trattato del primo appuntamento del ciclo “TerraMatta”, organizzato da CulTurMedia, costola culturale di LegaCoop. Un’occasione per illustrare traguardi e prospettive del turismo siciliano. Ma anche le sue antiche e profonde lacune: quelle che identificano “un settore ancora acciaccato”, afferma Sebastiano Missineo, ex assessore regionale al Turismo nel biennio 2010-2012, oggi Ceo della società di marketing territoriale Strateghia.

Sebastiano Missineo

In Sicilia da 10 anni le statistiche non cambiano: 5 milioni di abitanti e 5 milioni di visitatori all’anno, che si trattengono per una media di 3 notti. “Per la sua dotazione di risorse culturali e naturalistiche, l’Isola potrebbe tranquillamente arrivare a 10 milioni di arrivi e 40 milioni di presenze annue. Se ciò non avviene vuol dire che qualcosa non va e va cambiato”. Va migliorato il cosiddetto storytelling, la narrazione, del territorio siciliano che, aggiunge Missineo, “non può limitarsi al racconto statico dei pannelli negli aeroporti”. E vanno realizzate anche altre forti scelte strategiche, che puntino al consolidamento delle risorse presenti.

Gli argenti di Morgantina

Il riferimento è ai 132 musei della Sicilia: numero eccessivo e dispersivo. “Occorrerebbe perciò – sottolinea il manager – puntare su un unico e grande museo regionale siciliano, capace di inglobare e raccontare la storia ultra millenaria dell’Isola, mettendo insieme opere come il Satiro Danzante, il Giovinetto di Mozia e la Dea di Morgantina”. Scultura, quest’ultima, che – ammette Missineo – “è stato un errore esporre nel museo di Aidone, a poca distanza dal luogo del suo ritrovamento, dopo averne ottenuto la restituzione dal Getty Museum di Malibu. Perché il museo del piccolo centro in provincia di Enna viaggia su medie non superiori ai 90 visitatori al giorno: pochissimi per giustificare la presenza di un’opera di quella rilevanza”.

Giovanni Ruggieri

Ma quali nuovi paradigmi seguire per lanciare con più forza il turismo della Sicilia nel mercato mondiale? L’Otie, l’Osservatorio turistico delle isole europee ha recentemente elaborato un decalogo. “La Sicilia – dice il rappresentante regionale Giovanni Ruggeri, docente di economia del turismo – dovrebbe anzitutto raddoppiare il numero di notti vendute. Tra sistema alberghiero e extralberghiero, il sistema turistico siciliano riesce oggi a realizzarne 13 milioni (contro i 30 milioni notti l’anno delle Canarie) pur avendo un potenziale di 50 milioni di notti da vendere. Entro i prossimi 5 anni si dovrebbe arrivare anche da noi a 30 milioni di notti vendute”. Sarà possibile se – dice Ruggeri – si lavorerà per creare una nuova stagionalità, da novembre a marzo e per incrementare il tasso di fidelizzazione dei visitatori, ossia la motivazione a tornare in Sicilia, al momento stanziale sull’1,5 per cento. Tra gli altri punti salienti dello studio Otie, la necessità di aumentare di almeno il 50 per cento l’offerta dei posti su aerei diretti in Sicilia. Ma non è tutto: “Occorre lavorare sul concept dell’insularità e sul fatto che la Sicilia sia sede di ben 7 siti Unesco, ‘marchio’ ancora inutilizzato a scopo promozionale”, specifica Ruggeri.

Turista a Palermo

Stando sempre all’analisi dell’osservatorio, sono altresì indispensabili un piano di investimenti per i poli turistici e molte più forze sul campo: almeno 100 operatori incoming specializzati in prodotti turistici diversi e programmi di specializzazione per 10mila soggetti tra quelli che già lavorano nel turismo e i giovani laureati in questo settore. Ultimo ma non meno importante punto, la creazione di un’authority di coordinamento del turismo regionale che rediga un adeguato piano di marketing.

Paolo Inglese

Sono molti i nuovi turismi su cui anche la Sicilia può puntare con più decisione. Il turismo congressuale e quello medico, per esempio. “Smettiamola con la panzana che la bellezza salverà il mondo. La metafora va rovesciata: siamo noi a dover salvare la bellezza”, dice Paolo Inglese, direttore del Sistema museale d’Ateneo di Palermo, citando una recente frase del critico d’arte Salvatore Settis. “Ma a cosa valgono tali propositi se all’Ars viene presentato un emendamento con cui ripristinare l’edificabilità entro i 150 metri dalla costa? Il fatto è che – sottolinea Inglese – il turismo non è un osso da spolpare, ma un organismo da nutrire. Per questo l’Università di Palermo lavora in direzione di un sistema pubblico-privato basato sulla corresponsabilità e capace di mettere in relazione sistema agricolo e sistema turistico. Per ottenerlo servono competenze, che vanno formate”. Da qualche anno l’Ateneo di Palermo offre un corso di laurea magistrale in turismo e un master in management per l’ospitalità turistica e il settore del food and beverage, in collaborazione con la Florida International University di Miami.

Le Madonie

In Italia non mancano esempi cui ispirarsi sul mettere in rete agricoltura, cultura e turismo. Quello del Trentino Alto Adige, per esempio, dove il valore di una mela prodotta dal consorzio Melinda (16 cooperative per un totale di 4mila soci) si forma non sull’immagine del frutto, ma su quella di montagne, valli, laghi dolomitici. Lo storytelling del territorio, appunto. “In Sicilia, invece – riprende Inglese – raccogliamo i fallimentari risultati dei parchi regionali, dove non è stato ancora assunto neanche un laureato in scienze agrarie né un vero professionista del turismo. Valga come esempio, Piano Battaglia, sulle Madonie, dopo l’Etna tradizionale punto di riferimento degli sport invernali in Sicilia, ma fermo ancora nella condizione di 75 anni fa. Impianti chiusi, non un solo posto letto”.

Il Palazzo Reale di Palermo

Una Sicilia “duale”, quella del turismo. A cominciare dal suo capoluogo. “Palermo – aggiunge Inglese – ha compiuto importanti passi in avanti dal tempo dei Vassallo, Gioia, Lima e Ciancimino, quando era una città senza identità, con un centro storico off limits”. Da quando nel 1967 l’Università di Palermo rilevò il Palazzo Steri, si è avviato un difficile percorso di ricucitura culturale nella Kalsa, il quartiere che rappresenta la porta d’ingresso di Palermo. Uno sforzo che punta a collegare in una rete di interessi e capacità comuni lo Spasimo, il Palazzo Butera, l’Abatellis, l’Oratorio dei Bianchi, i teatri della zona e l’Orto Botanico. Proprio quest’ultimo sito, il terzo più visitato di Palermo dopo il Palazzo Reale e il Teatro Massimo, ha fatto segnare nel 2019 168mila visitatori, l’8 per cento in più dell’anno precedente. Un dato che conferma il maggiore e crescente interesse del visitatore verso l’offerta turistica en plein air della Sicilia. Lo confermano del resto anche i dati di Siracusa, dove il Teatro Greco si attesta su 650mila visitatori mentre l’antistante museo archeologico non supera le 60mila presenze annue. E situazioni paradossali come, sempre a Siracusa, quella del Museo Bellomo, che qualche giorno fa ha chiuso una giornata con zero presenze.

Aeroporto di Palermo

Al convegno dell’Orto Botanico si sono snocciolati anche i dati del traffico aereo in Sicilia. Gli aeroporti di Palermo e Catania, insieme, nel 2019 hanno fatto registrare 18 milioni di passeggeri: dato in crescita ma ancora lontano da quello delle Isole Baleari, dove il solo aeroporto di Palma di Maiorca fa 29 milioni di passeggeri, e quello di Ibiza 11 milioni. Paragoni che possono fuorviare, non foss’altro che per le differenze tra modelli di sviluppo turistico. “Il fatto certo però è che la Sicilia ha un grande potenziale turistico inespresso – dice Natale Chieppa, direttore generale della Gesap, l’ente di gestione dell’aeroporto Falcone e Borsellino – . I due principali aeroporti siciliani stanno funzionando anche come vetrina del territorio regionale. Ma, come affermava il generale Patton (che prese parte allo sbarco alleato in Sicilia e fu tra gli inventori della logistica, settore nato proprio a supporto delle truppe), le battaglie dell’aria, in questo caso quelle dei flussi turistici a bordo di aerei, si vincono a terra. Allora occorre accelerare sullo sviluppo di collegamenti rapidi e integrati tra i luoghi più attrattivi della Sicilia”. A cominciare da quelli tra i parchi archeologici siciliani, i siti più appetiti dal “turista-tipo” che giunge in Sicilia.

Manlio Messina

I trasporti languono. Ma qualcosa, lentamente, si muove sul fronte ferroviario: “Nel 2025 avremo la tratta Palermo – Catania a doppio binario per treni di media velocità (quella economicamente più vantaggiosa per coprire poco più di 200 chilometri)”, dice l’assessore al turismo Manlio Messina. Riguardo ai collegamenti aerei – riprende Chieppa – “dal 21 maggio al 30 settembre Palermo sarà collegata con un volo diretto giornaliero a New York dalla United Ailines”. Resta il nodo della gestione dei rifiuti e del controllo sulle discariche abusive. Come le centinaia disseminate sulle pendici dell’Etna, sito Unesco.

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Il futuro di Ballarò in attesa del mercato coperto

Il progetto di risanamento si inquadra in un più ampio piano di riqualificazione dello storico quartiere di Palermo, tra alloggi sociali e nuova pavimentazione

di Antonio Schembri

Recupero della memoria storica e rilancio degli affari attraverso uno spazio coperto, sicuro, tecnologicamente aggiornato e ben integrato con l’ambiente e la monumentalità della vecchia Palermo. Sono le finalità che confluiscono nel progetto di rigenerazione di Ballarò, il più antico dei cinque mercati storici del capoluogo siciliano, oggi tra i luoghi di maggior richiamo per frotte di turisti a caccia di atmosfere pittoresche. A cominciare dal fascino di alcuni monumenti lungo i fianchi del suo percorso che solca longitudinalmente quasi tutto il quartiere dell’Albergheria, dal monastero di Santa Chiara al convento della Madonna del Carmine: edifici prestigiosi come i palazzi Conte Federico e Alliata di Villafranca, capolavori barocchi come le chiese di Casa Professa e del Carmine Maggiore, torri medievali e altri tesori, come l’oratorio del Carminello e la Camera delle Meraviglie.

Piazza del Carmine prima e dopo

Cuore aperto della città, Ballarò, con la sua “manna” d’arte e architettura mescolata dentro un degrado profondo, brodo di coltura dell’illegalità reso ancora più denso dalla persistente crisi economica che sta mettendo in ginocchio i “mercatari” dell’area. Ma dove pulsa sempre una forte vitalità, riempita dalle immancabili e teatrali “abbanniate” siculo-arabe dei commercianti palermitani nonché dai colori dell’ortofrutta della Conca d’Oro, dagli odori e afrori di carne e pesce e dai sapori di uno street food che colloca Palermo tra le prime dieci città del mondo specializzate in questa gastronomia a basso costo. Un micro mondo in cui si affaccendano anche tanti lavoratori stranieri, ormai diventato un brulicante coacervo etnico che accorpa Africa e Sud est Asiatico. Accoglienza e solidarietà da una parte; problemi e disagio dall’altra.

Il modello del mercato coperto

Il progetto del risanamento di questo mercato storico “informale”, proprio perché esercitato su spazi spesso esigui e caotici, si inquadra in un più ampio piano di rivitalizzazione dell’area di piazza del Carmine e di alcune più piccole zone limitari. Operazione su cui si appuntano molte speranze di riscatto per la popolazione del quartiere. Ma delicata, per i potenziali scossoni negativi che potrebbe innescare in un contesto sociale così critico. Un intervento comunque invocato dalla gran parte dei commercianti e abitanti del rione. Poco più di due anni fa questi si espressero attraverso l’assemblea pubblica “Sos Ballarò” promuovendo questa idea progettuale insieme con lo Iacp (l’Istituto autonomo case popolari) per intercettare le risorse disposte dal Fesr 2014 – 2020, il programma operativo regionale che dei 42 milioni di euro destinati ai 9 Iacp siciliani ne destina più di 8 a quello di Palermo allo scopo di recuperare e incrementare gli alloggi sociali. Da tale dote, oltre 6 milioni di euro sono stati specificamente assegnati a Ballarò, con l’obiettivo di realizzare 25 case popolari e, appunto, il mercato coperto. Struttura, questa, che assorbirà poco meno di un milione del contributo pubblico.

Lecardane con i “mercatari” di Ballarò

Nel popolare quartiere palermitano la copertura del mercato ha un precedente storico. Dal 1929 funzionò infatti un capannone in stile liberty per proteggere lo spazio vendite da sole e intemperie, realizzata in lamierino e supportato da colonne di ghisa, sul modello architettonico di tanti mercati coperti dell’epoca in diverse città europee, dal clima però meno caldo di Palermo. Fu proprio l’”effetto serra” causato dalle alte temperature estive sugli alimenti esposti e il progressivo deterioramento della struttura a indurre gli amministratori a smantellarla definitivamente nei primi anni ’70. Da allora l’idea di dotare l’area di un nuovo mercato coperto non ha però cessato di aleggiare. Fino a quando, nel 2017, i progettisti dello Iacp hanno voluto recuperare quello stesso progetto di copertura, intendendo però ingrandirne le dimensioni. Il diniego opposto all’iniziativa dalla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali ha spinto l’Istituto a cercare anche all’esterno competenze architettoniche qualificate per concepire un piano meglio combinato con la monumentalità di questo spicchio del centro storico palermitano. E a trovarle all’interno del Darch, il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, nel quale il gruppo Lab City, diretto da Renzo Lecardane, ha concluso nel 2019 un’attenta azione di ricerca sull’area, che ha generato il progetto attuale del mercato coperto.

Dettaglio in 3D della struttura della copertura

“La convenzione stipulata due anni fa con lo Iacp ci ha consentito di sviluppare un articolato progetto-azione, in cui l’allocazione di una copertura per il mercato non costituisce l’obiettivo centrale, che invece resta quello del ridisegno della pavimentazione della Piazza del Carmine, situata al centro di Ballarò – spiega Lecardane – . La struttura del mercato coperto verrà infatti allocata su uno dei lati della piazza, liberando così la facciata della Chiesa del Carmine, sulla quale oggi si addossano le bancarelle; ma costituisce un importante fattore di innovazione perché sarà costruita per intero con materiali a basso impatto, ossia strutture portanti in ferro bullonato e tessuti colorati in pvc, facilmente smontabili e riutilizzabili”.

Rendering del progetto

Un iter tutt’altro che scorrevole quello che ha caratterizzato le fasi della progettazione e sta ancora segnando i passaggi amministrativi. Anzitutto perché le strutture di copertura saranno due: “A quella concepita dal Darch, che si estenderà per 650 metri quadrati (alla quale ha collaborato anche uno staff di docenti e ricercatori della facoltà di Ingegneria per le verifiche strutturali), si aggiunge un capannone più piccolo, di circa 200 metri quadrati, interamente progettato dallo Iacp e da costruire sul lato opposto della piazza”, riprende Lecardane.

Modello del quartiere Albergheria

Lo stesso Istituto case popolari è altresì autore dei progetti delle cosiddette “gabbie”, ossia gli spazi all’interno della struttura più grande, che saranno da assegnare con apposita gara ai “mercatari”. C’è poi da considerare che, mentre la gara d’appalto per la realizzazione dello spazio più piccolo, non destinato ai banchi vendita, è già stata espletata, quella per costruire la copertura più ampia del mercato, il cui progetto ha comunque già ottenuto i pareri positivi di Soprintendenza, Genio Civile e Consiglio Comunale, non si è ancora tenuta, pur essendo stata indetta e poi rinviata tre volte dallo scorso novembre.

Il mercato

Al quadro burocratico si associa poi quello sociale. In particolare la situazione potenzialmente più problematica che potrebbe verificarsi durante i futuri lavori di complessiva rivitalizzazione di Ballarò. I quali – sostiene Lecardane – “quando partiranno e se non incontreranno intoppi potrebbero concludersi anche in meno di un anno”. Il riferimento è all’indicazione che dovrà dare il Comune di Palermo, ente committente dell’opera, di uno o più spazi alternativi e temporanei in cui invitare i commercianti a spostare banchi e tende durante i lavori dell’ancora ipotetico cantiere. Se questi andranno troppo per le lunghe il rischio di non vederli più tornare sul luogo originario diventa molto concreto. La vicenda della Vuccirìa fa purtroppo da sfondo.

Sistema strutturale del mercato coperto

Nell’attesa delle decisioni, la portata innovativa del piano elaborato dal LabCity del Dipartimento di Architettura palermitano non manca intanto di suscitare curiosità e apprezzamenti, anche internazionali. La scorsa primavera è stato presentato ufficialmente a Selinunte in occasione di un importante meeting di architetti, pianificatori e paesaggisti. A novembre invece ha raccolto consensi alla mostra di progetti innovativi tenutasi al Bugaik International Design Exhibition di Busan, in Sud Corea. “Presto – aggiunge Lecardane – lo riproporremo in una grande esposizione internazionale a Palermo con la partecipazione di due scuole di architettura europee. Oggi – conclude il docente – sono molte le città europee che hanno riconosciuto i mercati urbani come parte integrante delle economie locali, con grandi benefici anche a livello culturale e sociale. A Palermo, i mercati storici reclamano una trasformazione in questo senso, contro il permanente declino cui paiono destinati”. Oltre a essere, attraverso la regolare occupazione di spazi pubblici dietro il pagamento del relativo tributo, un efficace incentivo all’esercizio del commercio nell’alveo della legalità.

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Nuovi reperti normanni in mostra a Palazzo Reale

Prorogata l’esposizione “Castrum Superius” che si arricchisce di altri pezzi pregiati in collaborazione con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli

di Antonio Schembri

Arte e archeologia illustrati con percorsi “sensoriali” che permettono di attraversare secoli di storia grazie alle tecnologie digitali. Coinvolge e trasporta sempre di più questa nuova frontiera della comunicazione culturale. Lo confermano i numeri in crescita di mostre nella Penisola. Soprattutto in Sicilia lo sta dimostrando “Castrum Superius”, l’esposizione in corso da metà maggio 2019 nel Palazzo Reale di Palermo: in meno di 8 mesi, nelle sale Duca di Montalto all’interno della più antica residenza reale d’Europa, sede anche del primo parlamento del Continente, si sono soffermati quasi 406mila visitatori. Tra questi un numero in crescita di turisti stranieri, in larga parte concordi sull’apprezzamento della qualità degli allestimenti e la precisione delle descrizioni di questa mostra, indicata peraltro come evento imperdibile durante un fine settimana a Palermo anche dalle pagine dedicate ai viaggi di alcuni autorevoli magazine internazionali, come ha fatto recentemente il britannico The Telegraph.

La mostra Castrum Superius

Un’attenzione che ha indotto gli organizzatori di questo appassionante viaggio nel Regnum Siciliae – risultato di un progetto inter-istituzionale della Fondazione Federico II in collaborazione con l’Assemblea regionale siciliana, il Dipartimento regionale dei Beni culturali, la Soprintendenza per i Beni culturali e il Centro regionale per la Progettazione e il Restauro – a prorogare la sua durata fino al 23 febbraio. Con l’aggiunta di alcune rilevanti novità.

Capitello con aquile

Da lunedì 13 gennaio, la visita nel Castrum Superius sarà infatti arricchita da cinque nuovi reperti normanni. Si tratta anzitutto della preziosa statuetta effigiante Costanza d’Altavilla, di una testa leonina in porfido, simbolo del potere dei regnanti e di un capitello attorno al quale sono scolpite figure di aquile. A questi oggetti vanno ad aggiungersi anche un cammeo con testa maschile e un intaglio che rappresenta una maschera.

Busto di Costanza d’Altavilla

L’operazione è il risultato della nuova collaborazione tra l’ente culturale e informativo dell’Ars con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli. Si intensificano quindi le suggestioni di un viaggio tra gli svariati capolavori esposti nei locali alla base del grande edificio fondato su precedenti strutture islamiche, romane e fenicio-puniche. Oggetti che simboleggiano le culture bizantina, islamica, normanna, lombarda e latina che, convivendo durante quel regno illuminato, contribuirono al fasto dei sovrani normanni. Si viaggia tra frammenti di sarcofagi in porfido, stele marmoree, plutei, frammenti architettonici in opus sectile, mosaici nonché cofanetti in avorio, pergamene e documenti, frammenti lignei, opifici, reliquiari e monete.

Lapide sepolcrale
Lapide sepolcrale

Ci sono l’emblematica lapide sepolcrale con quattro iscrizioni in greco, latino, ebraico e arabo commissionata dal prete Grisanto per la madre defunta e la lastra che reca un’iscrizione araba in versi in carattere naskhi. Si viene poi irresistibilmente calamitati verso il piano superiore del bastione, dove la Cappella Palatina, una delle chiese più belle del mondo, offre, tra tanti altri capolavori, il mosaico del Cristo Pantocratore e il soffitto ligneo a muqarnas della sua navata centrale: tutti prodotti del lavoro di operai, artigiani e artisti legati alle tradizioni latina e bizantina, ma arrivati soprattutto dal mondo islamico del Medio Oriente per glorificare Ruggero II.

Uno dei reperti in mostra

Un successo, quello di “Castrum Superius”, legato anche al funzionamento di una curatela collegiale di respiro internazionale, composta da diversi tra medievalisti, critici d’arte e architetti (tra questi Henri Bresc, Vladimir Žorić, Maria Concetta Di Natale, Giuseppe Barbera, Maria Maddalena De Luca, Antonino Giuffrida e Stefano Vassallo). Palazzo dei Normanni si conferma quindi come simbolo del dialogo e della cooperazione tra popoli. Come fu a partire da nove secoli fa.

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Caravaggio e suoi fantasmi: viaggio tra pittura e teatro

Un racconto “digitale” sull’opera di Michelangelo Merisi con videoinstallazioni immersive, visite animate in costume e sonorità barocche

di Antonio Schembri

È l’uomo che crea l’arte. Ma è anche l’uomo a distruggerla. Se l’anima viva delle opere d’arte potesse manifestare il proprio sdegno per l’incuria e la stoltezza dell’essere umano e ribellarsi fuggendo via, probabilmente lo avrebbe già fatto da molto tempo, al punto da lasciare il mondo degli uomini totalmente arido. Troppi gli oltraggi subiti, causati da ignoranza, guerre, bassi ricatti. Come nel caso della Natività, l’olio su tela trafugato dalla mafia dall’Oratorio di San Lorenzo nell’ottobre del 1969. Un quadro mai ritrovato finora, mai restituito. Utilizzato, stando alle testimonianze di alcuni pentiti, come oggetto di scambio nella trattativa Stato-mafia. Cinquant’anni di oblio per quella che costituisce una delle opere più belle di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio.

Un momento di Caravaggio Experience

L’odioso furto della Natività, oggi tra le 10 opere d’arte più ricercate da tutte le polizie del mondo, è uno dei tasselli narrativi di Caravaggio Experience, la mostra “immersiva” appena inaugurata e in programma sino a fine aprile a Palazzo Sant’Elia, la settecentesca dimora aristocratica convertita da qualche anno in spazio espositivo di riferimento a Palermo. Un avvolgente racconto “digitale” – ma accompagnato anche da recitazioni di attori in carne e ossa e da musiche pre-barocche – della vita controversa e avventurosa dell’artista d’origine milanese che, dopo aver manifestato il suo talento tra le botteghe d’arte di Milano, Venezia e Firenze, giunge a Roma neanche ventenne alla fine del Cinquecento e comincia a ottenere le prime grandi commissioni che lo consacrano come un pittore unico.

Gli attori della Casa del Musical

È un ciclo continuo di quarantacinque minuti questo viaggio suggestivo che coinvolge il visitatore attraverso videoproiezioni di apparecchi digitali (messi a disposizione dalla Canon), suoni e antichi motivi musicali e racconti. Arte immersiva, appunto, perché mette effettivamente a bagno lo spettatore in una esperienza emozionale. In linea, del resto, con l’intento dello stesso Caravaggio di abbattere la barriera tra spazio dipinto e spazio reale. In questo happening ad alta tecnologia Caravaggio però non c’è: aleggia soltanto, come un’ombra, un fantasma. A comunicare sono anzitutto le immagini di 57 delle sue oltre 80 opere conosciute. Alle quali si aggiungono le testimonianze recitate dagli attori della Casa del Musical, innovativa compagnia teatrale diretta da Marco Savatteri, che danno vita a quanti nella loro vita ebbero a che fare, spesso scontrandovisi, con Merisi-Caravaggio: detrattori per la maggior parte, invidiosi della sua immensa capacità di far incontrare, senza dissonanze, luce e buio.

Video-proiezioni di Caravaggio Experience

Le proiezioni in alta risoluzione narrano le tappe di una vita in continua fuga. “Caravaggio che si crea e si autodistrugge e perciò non riesce a farsi amare anche da chi, in mezzo ai tanti che lo conobbero e non sopportarono il suo carattere instabile, sregolato, facinoroso, colsero il suo genio, gli vollero bene e tentarono di trattenerlo. Senza riuscirci”, illustra Savatteri.

In parallelo, c’è poi il “problema” dell’arte oggi. C’è il quadro della Natività sparito, la cui tela, a quanto si ipotizza, giace arrotolata e sgualcita in chissà quale deposito impolverato. Ecco allora che, a un certo punto dello spettacolo, tante opere d’arte prendono parola. Sono venute a sapere di quel furto e sono terrorizzate perché la stessa sorte potrebbe capitare anche a loro. C’è la Venere di Milo a cui, mentre dialoga con la Gioconda, cadono le braccia. Ci sono i Bronzi di Riace, la piccola Danzatrice di Edgar Degas, i surrealisti Orologi sciolti di Salvador Dalì e diversi altri capolavori senza tempo, che a un certo punto accerchiano il pubblico. E, con indignazione, lo interrogano su cosa il genere umano intenda fare: avvisandolo che, così continuando, finirà per non vederli mai più. Perché se non otterranno il rispetto che meritano, scapperanno dai musei. Un monito, e un Sos, lanciato a gran voce per tutta l’infilata di 6 stanze su cui si snoda la mostra-performance di Palazzo Sant’Elia.

Un momento della performance

“Gli ospiti verranno accolti come dentro a un gioco: insieme con i figuranti abbigliati con i vestiti seicenteschi potranno diventare loro stessi dei figuranti e scattare fotografie – spiega Antonio Ticali, soprintendente di Palazzo Sant’Elia – . Una maniera più ampia quindi di raccontare l’arte del Caravaggio, inserendola in un contesto storico molto più ampio”.

Un momento di Caravaggio Experience

In questo rutilante mix di situazioni, resta centrale il racconto della vita di Michelangelo Merisi. Nel suo soggiorno a Roma il pittore viene a contatto con le più importanti botteghe d’arte e, entrato nella protezione del cardinale Francesco Maria del Monte, ottiene la commissione pubblica delle tele della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, per il Giubileo del 1600. Caravaggio, ormai è conosciuto così, diventa famoso. Cominciano le invidie e i contrasti con gli artisti concorrenti, alimentati anche dal suo comportamento brusco e perentorio. Nel 1603 gli viene intentato un processo per diffamazione, ma la sua carriera procede a gonfie vele fino a quando i problemi non si acuiscono.

Davide con la testa di Golia

Il dipinto dedicato alla Morte della Vergine, una delle sue opere principali, viene rifiutato per indecenza; e, poco dopo, l’artista viene coinvolto in una rissa col suo vecchio nemico Ranuccio Tomassoni, che perde la vita durante lo scontro. Colpito dalla condanna a morte emessa dal tribunale ecclesiastico, Caravaggio fugge da Roma. Protetto dalla famiglia Colonna, riesce a arrivare a Napoli dove esegue le sette Opere di Misericordia, altro suo capolavoro. Qui, malgrado la condanna papale, apprende la notizia che l’Ordine dei Cavalieri di Malta è disposto ad accoglierlo. Caravaggio realizza così una sua vecchia aspirazione ma sull’isola, dove esegue la Decollazione del Battista (esposta nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta) scoppiano nuove rogne: trame mai chiarite e un ennesimo scontro, stavolta con un cavaliere, che fa scattare subito la prigione per l’artista dal carattere impossibile.

Gli attori della Casa del Musical

Riesce a evadere e, sulla via del ritorno a Napoli, soggiorna in Sicilia dove insieme con altri incarichi esegue a Siracusa il Seppellimento di Santa Lucia, dipinto custodito nella chiesa di Ortigia intitolata alla stessa Santa. A Napoli Caravaggio subisce una nuova aggressione. Nuova fuga, quindi, mentre viene raggiunto dalla notizia del perdono papale. Gli è quindi possibile rientrare a Roma. Ma la sua vicenda si oscura quando nell’estate del 1610 si imbarca su una feluca per Porto Ercole, presidio pontificio dove però viene misteriosamente arrestato. Non si sa se pagò una cauzione o riuscì a evadere. Fatto sta che stavolta, sempre inseguito dalla legge e dalle sue ossessioni, la sua fuga finisce: la morte, forse causata da un attacco di febbre malarica, lo agguanta su una spiaggia dell’Argentario.

Uno degli attori

Narrazione per immagini nella quale la parola passa poi agli attori: “Il loro ruolo è provocare, tenere in ostaggio il pubblico, lo fanno correre, arrivando a stancarlo anche – riprende Savatteri – . Del resto stare dietro a un uomo come Caravaggio non fu cosa semplice quattro secoli fa, come gli rinfacciarono sempre sia Costanza Colonna, la marchesa che molto lo amò, sia lo stesso cardinale Del Monte, sostenitore delle arti che, incantato dalla sua pittura, gli offrì ospitalità a Roma per tre anni. E continua a essere complicato oggi. In questa mostra virtuale la vita del pittore è raccontata soprattutto nella sua capacità di trasformare ciò che tocca, come una specie di Re Mida. In questo caso nel suo potere di contagiare con la sua arte tutte le persone con cui entrò in contatto, nonché di influenzare e ‘mobilitare’ anche tantissime altre opere di epoche precedenti e successive, in un messaggio corale agli uomini”. Il richiamo, appunto, al sacro rispetto della bellezza attraverso l’arte immortale di Caravaggio.

La mostra è visitabile a Palazzo Sant’Elia fino al 30 aprile, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 (ultimo ingresso alle 17); sabato e domenica dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19). La performance andrà in scena il 27, 29 e 30 dicembre, con repliche alle 17-18-19-20. Il 31 dicembre alle 12-13-14.

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I dinosauri invadono le sale del Museo Gemmellaro

Inaugurato un allestimento stabile dedicato ai grandi animali preistorici. In mostra calchi in resina che replicano fedelmente l’ossatura di alcuni esemplari

di Antonio Schembri

Un tuffo nel Giurassico. Un breve ma emozionante viaggio nella preistoria davanti agli scheletri di alcuni tra i più terrificanti dinosauri che scorrazzavano o volavano nel periodo compreso tra i 200 e i 70 milioni di anni fa, ovvero nel cuore dell’Era Mesozoica. È l’esperienza che d’ora in avanti è possibile vivere al Museo Gemmellaro, il prestigioso spazio espositivo dedicato alla geologia e alla paleontologia, oggi incluso nel Sistema museale dell’Università di Palermo. Non scheletri originali, va specificato. Bensì calchi in resina, attraversati da un’anima metallica che collega e tiene fermi i blocchi. Un percorso tematico alla scoperta di significati anche attuali sulla vita del nostro pianeta attraverso l’osservazione dei grandi rettili predatori. Che, va sottolineato anche questo, in Sicilia non vissero mai.

Lo scheletro di Carnotauro

“Nel Mesozoico, la nostra regione era sommersa dal mare, come testimoniano i tanti fossili marini qui esposti – spiega Carolina Di Patti, conservatrice dello spazio espositivo – . In linea con la funzione di divulgazione che caratterizza da sempre il museo Gemmellaro abbiamo acquisito da un museo privato olandese le strutture che replicano l’ossatura di alcuni tra i più famosi esemplari di questo gruppo di animali preistorici”.

Anhanguera

Il percorso, articolato dentro spazi non proprio ampi, rende comunque l’idea delle dimensioni reali di questi animali estintisi 65milioni di anni fa. Non sono grandi quelle dello scheletro del Thecodontosaurus, quadrupede vissuto circa 200 milioni di anni addietro e scoperto in una grotta nell’odierno territorio della Gran Bretagna: prima specie di dinosauro onnivoro come, secondo gli scienziati, dimostra la sua dentatura che proverebbe il passaggio dalla fase carnivora a quella erbivora. Sono invece immense le proporzioni del Carnotauro, rettile vissuto in Sud America (l’unico scheletro è stato trovato in Argentina) 70 milioni di anni fa. Chi ha visto al cinema Jurassic World può riconoscere nelle scene con questo enorme predatore, la cui parabola dura 5 milioni di anni, chiamato così anche per le temibili corna sulla testa, spaventoso al pari del T-Rex. Alzando lo sguardo, mentre nelle sale si diffondono suoni di ruggiti e stridii selvaggi, ecco l’Anhanguera, rettile volante (pterosauro) vissuto nel Cretaceo inferiore (circa 110 milioni di anni fa) in Sudamerica e, forse, in Europa. L’esemplare qui riprodotto è stato rinvenuto in Brasile.

Thecodontosaurus

Ma c’è anche un reperto di dinosauro vero, esteticamente meno rilevante ma importante dal punto di vista scientifico. “È il minuscolo frammento di omero probabilmente appartenuto a un Abelisauro, altra specie di dinosauro carnivoro, che è stato ritrovato proprio tra i reperti del museo”, dice Pietro Di Stefano, ordinario di geologia e attuale direttore del Gemmellaro. “Anche se la Sicilia non fu terra di dinosauri – spiega – il senso della loro presenza in una struttura museale come questa si allinea alla storia dei tanti fossili di animali sottomarini qui conservati, che vissero proprio nella loro stessa era geologica”. Il riferimento riguarda anzitutto le Ammoniti, molluschi marini protetti da grossa conchiglia, ma anche, tra tanto altro, microfossili di Foraminiferi (esseri unicellulari caratterizzati da un guscio) e spugne calcaree. Tutte specie di cui il Museo Gemmellaro custodisce ben un migliaio di preziosi olotipi, cioè gli esemplari su cui si basa la descrizione originale.

La testa dell’Anhanguera

“Questo museo – continua Di Stefano – ha nella paleontologia la sua anima più rilevante. Ma è ancora più importante per la geologia, scibile che ingloba la paleontologia perché sono le rocce a datare i fossili, non il contrario. I fossili non possono dare informazioni sufficienti se studiati fuori dal sedimento che li contiene. Ciò è importante anche in tema di dinosauri”. Soprattutto quando si indagano le cause, ancora piene di mistero, del come e del perché si siano estinti. Le ricostruzioni ufficiali parlano del famoso asteroide che colpi l’area caraibica dello Yucatan, lasciando un cratere dal raggio superiore a 100 chilometri, tra terra emersa e fondale sottomarino. “Ma molti scienziati – continua Di Stefano – vanno oggi oltre la teoria secondo la quale a determinare l’estinzione di questi super rettili fu solo quel cataclisma. Nelle ere geologiche estinzioni di massa furono legate a grandi incrementi di anidride carbonica. Questi, nel Mesozoico raggiunsero picchi paurosi a causa di eruzioni vulcaniche. E sono proprio le rocce a fornire le testimonianze di questi picchi”.

Thecodontosaurus

Suggestivi scenari evocati da un museo dalla lunga e complicata storia. Il paleontologo Gaetano Giorgio Gemmellaro, che fu anche senatore del Regno d’Italia lo istituì nel 1861, allestendolo nei locali del convento dei Teatini di via Maqueda (oggi sede della facoltà di Giurisprudenza). All’inizio del 1900 il Museo Gemmellaro era uno dei più prestigiosi spazi espositivi d’Europa, secondo molti studiosi secondo solo al Museo di Storia Naturale di Londra. A causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale i suoi allora mezzo milione di reperti finirono richiusi in casse, conservate in un angusto deposito fino alla fine degli anni ’70 quando il paleontologo Enzo Burgio ne rilancia l’allestimento espositivo nei locali di corso Tukory, diventati poi Dipartimento di Geologia e Geodesia.

Oggi il Museo Gemmellaro annovera ben 600mila reperti. Nel 2005, i suoi spazi sono stati allargati al secondo e al terzo piano del medesimo edificio. “Ma si tratta di un involucro che non valorizza affatto un gioiello come il Museo Gemmellaro, – dice Paolo Inglese, direttore del Sistema museale d’Ateneo – . Questa istituzione merita molta più attenzione per il suo ruolo culturale, centrale soprattutto sul fronte dell’educazione ambientale a partire dai più giovani”.

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Il Talmud in italiano, cronaca di un miracolo linguistico

Presentato allo Steri di Palermo il lavoro di traduzione e digitalizzazione del testo sacro dell’ebraismo. Impegnati 70 fra traduttori, giovani universitari e esperti in formazione

di Antonio Schembri

“I fogli bruciano ma le lettere volano”. Questa frase è incisa su una targa di Campo de’ Fiori, piazza romana famosa per i roghi, come ricorda la statua di Giordano Bruno. Ciò che in questo caso richiama alla memoria è però un’altra data tragica: quella della pubblica distruzione, ordinata nel 1553 da papa Giulio III, di molte copie del Talmud, tra le opere sacre dell’ebraismo la più vasta, profonda e controversa.

Il Talmud Babilonese

A quasi 5 secoli da quello sconvolgente atto di aggressione e di controllo, due anni dopo il quale il papa successivo, Paolo IV, istituì il Ghetto sulla riva sinistra del Tevere in cui recintare gli ebrei di Roma, il Talmud, la grande guida della vita ebraica, quella che compendia le note e i commenti rabbinici sulla Mishnah (la tradizione orale), è adesso sottoposto a una accurata opera di traduzione in italiano in forma digitalizzata. Un’operazione rivoluzionaria perché questo testo enciclopedico sarà reso accessibile a tantissimi attraverso il web; scaricabile cioè a condizioni determinate, che verranno specificamente individuate e rese note solo una volta ultimata l’impresa. Ossia non prima dei prossimi 10 anni.

La presentazione allo Steri

Questo progetto, dalle dimensioni colossali quanto quelle del testo – la cui versione originaria cominciò a essere redatta in Mesopotamia tra il III e il V secolo e che in ebraico significa “studio”, insegnamento –  è stato presentato nella Sala delle Capriate dello Steri, uno dei luoghi simbolo di Palermo e sede del Rettorato dell’Università. Un’operazione che combina l’alta tecnologia degli algoritmi al “fattore umano” lo stesso che animò la ricerca di Alan Turing, il grande matematico britannico inventore di Enigma, la macchina di decrittazione di informazioni cifrate, rivelatasi decisiva per le forze alleate durante quasi tutta la seconda guerra mondiale e alla quale, con le debite differenze, tanto somiglia il sistema utilizzato in questo progetto promosso dalla comunità ebraica italiana.

Clelia Piperno

“Grazie all’Istituto di Linguistica Computazionale del Cnr, abbiamo messo a punto un software di traduzione, battezzato ‘Traduco’ che ci permette di volgere i testi del Talmud babilonese, che è anche la sua versione più ricca, dall’aramaico antico all’italiano e di far comunicare tra loro traduttori sparsi sui cinque continenti – illustra Clelia Piperno, docente di diritto costituzionale comparato dell’Università di Teramo. È lei la donna che ha fortemente voluto e oggi coordina questa complessa impresa che impegna 70 fra traduttori, giovani universitari e esperti in formazione.

Talmud

L’operazione, finanziata con 11 milioni di euro dal Miur, sufficienti però a coprire l’attività per altri due anni, è partita nel 2011, anno dell’inizio della programmazione del software. “Ma, soprattutto a partire dagli ultimi tre-quattro anni, sta movimentando un formidabile insieme di conoscenze e competenze senza risparmio di tempo e passione intellettuale – sottolinea Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – . La traduzione italiana di questo scibile entrerà alla fine in 30 volumi digitali”. Fino ad ora ne sono stati completati 4. L’ultimo, presentato ieri, è il Qiddushin, ovvero il trattato giuridico sul matrimonio.

Tra le sue oltre 5.700 pagine, il Talmud raccoglie svariate tematiche religiose nonché un multiforme ordine di prescrizioni legali – dal diritto matrimoniale a quello immobiliare – e insegnamenti che spaziano dalla filosofia alla medicina, dalla matematicaalla fisica, passando per l’astronomiae l’agronomia. Un’opera universale, nella quale lo staff capitanato da Clelia Piperno marcia già a ritmi serrati su almeno altri tre volumi successivi.

Tefillin ebraico (Foto mig-ua, Pixabay)

“Tradurre il Talmud in digitale rappresenta una straordinaria sfida informatica, lanciata in un’attività tradizionalmente svolta con matita e gomma, per scrivere e correggere, come per esempio stanno ancora facendo i rabbini di Mosca – sottolinea Piperno. Il fatto di poter governare tale immenso sapere con questo software, orgoglio del genio italiano e con il supporto e l’assistenza dei nostri ricercatori ed esperti di ebraistica, ci consentirà di abbreviare notevolmente i tempi di lavorazione. In Francia ci sono voluti 30 anni per tradurre il Talmud, in America 40”.

“Ma quel che conta davvero però – aggiunge la studiosa – è che l’operazione che stiamo portando avanti costituisce un gesto di apertura per affermare e difendere la diffusione della conoscenza e quindi la democrazia e le relazioni pacifiche tra popoli di culture differenti in un momento molto delicato come quello che viviamo, in cui ignoranza e pregiudizio hanno ripreso la rincorsa”.

Lo Steri

Concetto espresso anche dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, intervenuto all’incontro allo Steri: “Le relazioni sono difficili proprio quando manca la conoscenza”. A questo riguardo Lorefice ha ricordato il messaggio di Papa Francesco durante la sua vista pastorale l’anno scorso in Lituania. Nella sua omelia a Vilnius, città famosa come la Gerusalemme del Nord per l’alta concentrazione di sinagoghe e chiese cristiane (nel cui territorio, insieme con quello della confinante Lettonia i nazisti trucidarono più di 100mila ebrei) il pontefice richiamava la necessità di salvaguardare la memoria delle sofferenze del popolo ebraico “per discernere e bloccare in tempo qualsiasi nuovo germe di quegli atteggiamenti perniciosi che atrofizzano il cuore delle generazioni, aprendole invece alla rincorsa di pericolosi ‘canti di sirena’”. Il Talmud – ha rimarcato Lorefice – “è una delle fonti principali della vita del popolo ebraico e in quanto tale uno straordinario strumento per costruire la pace”.

Clelia Piperno con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Non è stato un caso che il progetto promosso dalla comunità ebraica sia stato presentato allo Steri. Tra queste mura dal 1602 al 1785 la Santa Inquisizione esercitò la più violenta intolleranza. “Oggi però in questo complesso monumentale lavoriamo per un ateneo aperto e accogliente – ha detto il rettore Fabrizio Micari – . L’Università di Palermo è stata la prima in Italia a redigere un regolamento per accogliere i richiedenti asilo. In questi giorni stiamo lavorando per avviare il centro interdipartimentale di ricerca sulle migrazioni: un organismo laico, nel senso di luogo d’analisi scientifica del fenomeno, basato sui suoi aspetti statistici e di evoluzione giuridica: l’esatto contrario del farlo a mezzo di slogan e apriorismi partitici”.

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