Quando l’arte mostra i limiti di ‘una questione di pelle’

Un’installazione di Igor Scalisi Palminteri in un liceo linguistico di Palermo racconta, a partire dalla tecnica utilizzata, il tratto comune a individui diversi. L’opera sarà svelata venerdì ed è dedicata all’intercultura

di Antonella Lombardi

“A volte è solo una questione di pelle. Soltanto un colore che purtroppo, ancora oggi, discrimina”. A parlare è Igor Scalisi Palminteri, artista che con la sua tavolozza di colori ha contribuito a salvare dal degrado il quartiere di Ballarò, raccontandone l’anima multietnica. Ora il suo appello all’accoglienza si rivolge a un’altra comunità: quella degli studenti del liceo linguistico Keynes di Palermo, dove venerdì, in occasione dell’Open day dell’istituto, sarà inaugurata una sua installazione pittorica dedicata all’intercultura e intitolata “Una questione di pelle”.

“Quando conosci la lingua di qualcuno quella persona diventa meno straniera, perché hai un codice che ti permette di entrare in contatto con l’altro e abbattere le barriere – spiega Palminteri. Mentre parla a Le Vie dei Tesori News si trova ad Alcamo, dove sta realizzando un murales per l’associazione ‘Mediterraneo di pace’.

“Mi è sembrata un’occasione importante realizzare un’opera sull’intercultura in un liceo linguistico, permette di evidenziare l’importanza della lingua del mondo. E proprio per questo la mia installazione doveva trovarsi in un luogo visibile a tutti e di passaggio, come i corridoi dell’istituto. Per ricordare a tutti l’importanza della ricchezza, il valore della diversità, il rispetto per chi conosce luoghi diversi dai tuoi ed è comunque portatore di un’altra storia. Spesso lavoro anche con i bambini perché credo che questi percorsi vadano avviati nell’infanzia e da grandi portano dei frutti meravigliosi. Non dobbiamo mai smettere di parlare ai nostri ragazzi e bambini dell’importanza e della ricchezza della diversità, soprattutto oggi”.

Il progetto finale sarà svelato soltanto venerdì (l’inaugurazione alle 11 in via Marchese Ugo, 6) ma l’artista anticipa che si tratterà di “un’installazione pittorica su dodici tele 40 x 50 che si svilupperà come un unicuum”. Un numero non casuale il 12, un tributo a quelle “12 tribù di Israele dalle quali, secondo la versione biblica, sarebbero partiti tutti i popoli del mondo – dice Igor Scalisi Palminteri – io sono cristiano e credo innanzitutto nel principio per cui si possa essere tutti diversi e costruire comunque un percorso insieme, evitare di pensare che l’altro sia un nemico, perché siamo tutti della stessa razza, quella umana, siamo persone”.

Un’affermazione di principio che si rivela anche nella tecnica pittorica utilizzata: l’artista, infatti, ha usato soltanto sei colori per dipingere persone dal colore di pelle diverso: “c’è chi ha la pelle chiarissima e chi ce l’ha ebano – spiega – eppure ho voluto usare le stesse tinteseppure con dosaggi diversi. Perché siamo tutti diversi, ma parte dello stesso ceppo. E non può essere una ‘questione di pelle’. Mai”.

Un’installazione di Igor Scalisi Palminteri in un liceo linguistico di Palermo racconta, a partire dalla tecnica utilizzata, il tratto comune a individui diversi. L’opera sarà svelata venerdì ed è dedicata all’intercultura

di Antonella Lombardi

“A volte è solo una questione di pelle. Soltanto un colore che purtroppo, ancora oggi, discrimina”. A parlare è Igor Scalisi Palminteri, artista che con la sua tavolozza di colori ha contribuito a salvare dal degrado il quartiere di Ballarò, raccontandone l’anima multietnica. Ora il suo appello all’accoglienza si rivolge a un’altra comunità: quella degli studenti del liceo linguistico Keynes di Palermo, dove venerdì, in occasione dell’Open day dell’istituto, sarà inaugurata una sua installazione pittorica dedicata all’intercultura e intitolata “Una questione di pelle”.

“Quando conosci la lingua di qualcuno quella persona diventa meno straniera, perché hai un codice che ti permette di entrare in contatto con l’altro e abbattere le barriere – spiega Palminteri. Mentre parla a Le Vie dei Tesori News si trova ad Alcamo, dove sta realizzando un murales per l’associazione ‘Mediterraneo di pace’.

“Mi è sembrata un’occasione importante realizzare un’opera sull’intercultura in un liceo linguistico, permette di evidenziare l’importanza della lingua del mondo. E proprio per questo la mia installazione doveva trovarsi in un luogo visibile a tutti e di passaggio, come i corridoi dell’istituto. Per ricordare a tutti l’importanza della ricchezza, il valore della diversità, il rispetto per chi conosce luoghi diversi dai tuoi ed è comunque portatore di un’altra storia. Spesso lavoro anche con i bambini perché credo che questi percorsi vadano avviati nell’infanzia e da grandi portano dei frutti meravigliosi. Non dobbiamo mai smettere di parlare ai nostri ragazzi e bambini dell’importanza e della ricchezza della diversità, soprattutto oggi”.

Il progetto finale sarà svelato soltanto venerdì (l’inaugurazione alle 11 in via Marchese Ugo, 6) ma l’artista anticipa che si tratterà di “un’installazione pittorica su dodici tele 40 x 50 che si svilupperà come un unicuum”. Un numero non casuale il 12, un tributo a quelle “12 tribù di Israele dalle quali, secondo la versione biblica, sarebbero partiti tutti i popoli del mondo – dice Igor Scalisi Palminteri – io sono cristiano e credo innanzitutto nel principio per cui si possa essere tutti diversi e costruire comunque un percorso insieme, evitare di pensare che l’altro sia un nemico, perché siamo tutti della stessa razza, quella umana, siamo persone”.

Un’affermazione di principio che si rivela anche nella tecnica pittorica utilizzata: l’artista, infatti, ha usato soltanto sei colori per dipingere persone dal colore di pelle diverso: “c’è chi ha la pelle chiarissima e chi ce l’ha ebano – spiega – eppure ho voluto usare le stesse tinteseppure con dosaggi diversi. Perché siamo tutti diversi, ma parte dello stesso ceppo. E non può essere una ‘questione di pelle’. Mai”.

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In Sicilia la Divina Commedia secondo Dalì

È tra le 10 collezioni al mondo più complete: una rivisitazione surreale del poema, con un percorso multisensoriale, in mostra a Palazzo Moncada, a Caltanissetta, grazie alla passione di un collezionista

di Antonella Lombardi

La passione di un collezionista ha portato Salvador Dalì in Sicilia, con una raccolta preziosa che è tra le poche complete al mondo. A Palazzo Moncada, a Caltanissetta, sono esposte 110 xilografie a colori per l’esposizione intitolata “Viaggio surreale nella Divina Commedia”, con un percorso multisensoriale. Patrocinata dal Comune e dalla Camera di commercio nisseni, la mostra è stata organizzata dall’associazione “Creative Spaces”, presieduta dall’architetto Eros Di Prima che ha curato l’allestimento delle opere: “Colori, suoni e profumi guidano il visitatore dagli abissi dell’Inferno allo splendore del Paradiso – spiega Eros – Dalì, infatti, rispetto ad altri suoi predecessori che si sono cimentati nell’illustrazione del poema dantesco, abbandona il metodo realistico.

Sono xilografie realizzate tra il 1951 e il 1960 che superano il dettaglio e dove si ritrovano le caratteristiche del suo stile surreale: le figure molli, la dissoluzione delle forme, la crudezza e il macabro, le sagome allungate all’inverosimile, apparentemente estranee, troviamo persino i cassetti. Il tutto in un’alternanza di definizione e fluidità che si adatta alla lezione dantesca, con le scene estremamente definite dell’Inferno e quelle rarefatte e impossibili da descrivere del Paradiso”.

Una raccolta privata di grande pregio, nata dall’amore di un collezionista nisseno, come racconta il curatore: “Si chiama Angelo Tramontana, vive da anni a Milano ma ha scelto di condividere questa collezione con la sua comunità di origine – spiega Di Prima – Dopo essere stato folgorato dalla bellezza delle opere di Dalì, Angelo ha deciso di approfondire la conoscenza di questa serie legata alla Divina Commedia e ha individuato una galleria di Parigi con la quale ha avviato una trattativa per acquistare l’opera completa. Ne esistono solo 10 al mondo, e la sua è tra queste”.
“L’obiettivo del progetto è rendere gli spazi espositivi fruiti da fasce trasversali di visitatori, per questo abbiamo previsto una serie di attività collaterali, come le degustazioni di the in tema con la Divina commedia, gli aperitalk, con incontri legati all’arte curati da relatori esperti, laboratori per bambini, interattivi e di danza – teatro con coreografie dedicate a Dalì”.

Un’ottica di condivisione sposata dall’associazione culturale Creative Spaces fondata due anni fa: “La nostra idea di cultura è una forma di attività sul territorio partecipata in grado di creare benefici reali – specifica Eros – per questo ci siamo occupati volentieri de Le Vie dei Tesori a Caltanissetta, coinvolgendo privati, scuole e giovani, nello spirito del Festival. La cultura e l’arte possono generare mobilità, sviluppo, creatività e abbiamo tanti progetti in cantiere. L’obiettivo è andare oltre l’evento temporaneo per ripensare le città e immaginare il futuro insieme”.


La mostra delle xilografie di Dalì nelle tre sale della Galleria civica di Palazzo Moncada sarà aperta fino al 24 febbraio, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, da martedi a domenica.

Inoltre, grazie a un accordo con Trenitalia, i viaggiatori che arrivano in treno a Caltanissetta centrale possono avere uno sconto all’ingresso esibendo il biglietto ferroviario al botteghino. Per ulteriori informazioni e prenotazioni, è possibile contattare l’associazione a questi recapiti: creativespaces@libero.it o ai numeri 3299497756 – 3388574784 – 3275396202.

È tra le 10 collezioni al mondo più complete: una rivisitazione surreale del poema, con un percorso multisensoriale, in mostra a Palazzo Moncada, a Caltanissetta, grazie alla passione di un collezionista

di Antonella Lombardi

La passione di un collezionista ha portato Salvador Dalì in Sicilia, con una raccolta preziosa che è tra le poche complete al mondo. A Palazzo Moncada, a Caltanissetta, sono esposte 110 xilografie a colori per l’esposizione intitolata “Viaggio surreale nella Divina Commedia”, con un percorso multisensoriale. Patrocinata dal Comune e dalla Camera di commercio nisseni, la mostra è stata organizzata dall’associazione “Creative Spaces”, presieduta dall’architetto Eros Di Prima che ha curato l’allestimento delle opere: “Colori, suoni e profumi guidano il visitatore dagli abissi dell’Inferno allo splendore del Paradiso – spiega Eros – Dalì, infatti, rispetto ad altri suoi predecessori che si sono cimentati nell’illustrazione del poema dantesco, abbandona il metodo realistico.

Sono xilografie realizzate tra il 1951 e il 1960 che superano il dettaglio e dove si ritrovano le caratteristiche del suo stile surreale: le figure molli, la dissoluzione delle forme, la crudezza e il macabro, le sagome allungate all’inverosimile, apparentemente estranee, troviamo persino i cassetti. Il tutto in un’alternanza di definizione e fluidità che si adatta alla lezione dantesca, con le scene estremamente definite dell’Inferno e quelle rarefatte e impossibili da descrivere del Paradiso”.

Una raccolta privata di grande pregio, nata dall’amore di un collezionista nisseno, come racconta il curatore: “Si chiama Angelo Tramontana, vive da anni a Milano ma ha scelto di condividere questa collezione con la sua comunità di origine – spiega Di Prima – Dopo essere stato folgorato dalla bellezza delle opere di Dalì, Angelo ha deciso di approfondire la conoscenza di questa serie legata alla Divina Commedia e ha individuato una galleria di Parigi con la quale ha avviato una trattativa per acquistare l’opera completa. Ne esistono solo 10 al mondo, e la sua è tra queste”.
“L’obiettivo del progetto è rendere gli spazi espositivi fruiti da fasce trasversali di visitatori, per questo abbiamo previsto una serie di attività collaterali, come le degustazioni di the in tema con la Divina commedia, gli aperitalk, con incontri legati all’arte curati da relatori esperti, laboratori per bambini, interattivi e di danza – teatro con coreografie dedicate a Dalì”.

Un’ottica di condivisione sposata dall’associazione culturale Creative Spaces fondata due anni fa: “La nostra idea di cultura è una forma di attività sul territorio partecipata in grado di creare benefici reali – specifica Eros – per questo ci siamo occupati volentieri de Le Vie dei Tesori a Caltanissetta, coinvolgendo privati, scuole e giovani, nello spirito del Festival. La cultura e l’arte possono generare mobilità, sviluppo, creatività e abbiamo tanti progetti in cantiere. L’obiettivo è andare oltre l’evento temporaneo per ripensare le città e immaginare il futuro insieme”.


La mostra delle xilografie di Dalì nelle tre sale della Galleria civica di Palazzo Moncada sarà aperta fino al 24 febbraio, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, da martedi a domenica.

Inoltre, grazie a un accordo con Trenitalia, i viaggiatori che arrivano in treno a Caltanissetta centrale possono avere uno sconto all’ingresso esibendo il biglietto ferroviario al botteghino. Per ulteriori informazioni e prenotazioni, è possibile contattare l’associazione a questi recapiti: creativespaces@libero.it o ai numeri 3299497756 – 3388574784 – 3275396202.

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Se il torrone è nato a Caltanissetta

Un festival celebrerà il dolce tipico delle feste, con incontri, una maxi scultura e persino un processo alle sue origini: che hanno radici antichissime e che pochi conoscono

di Antonella Lombardi

Nell’immaginario comune è un dolce associato all’area del Settentrione, eppure le sue origini, antichissime, hanno radici in Sicilia, più precisamente a Caltanissetta: è il torrone, al quale ora la città nissena dedica un festival che da venerdi 14 a domenica 16 animerà le vie del centro con degustazioni, incontri e persino un processo con esperti della gastronomia e personaggi nell’insolito ruolo di giurati, avvocati e testimoni per discutere le origini del dolce, fino a una maxi scultura di torrone lunga circa 6 metri e raffigurante l’Italia.

“Ci sarà anche un incontro per capire come lavorare per ottenere il riconoscimento Igp e rendere il torrone un prodotto identitario della città – spiega l’assessore alla Creatività e partecipazione Pasquale Tornatore – Abbiamo in corso un gemellaggio con la città di Cremona, e a Caltanissetta si celebreranno tutte le espressioni italiane del dolce, ma è qui che ci sono diverse testimonianze e documenti, a partire da quel legame tra la pittrice Sofonisba Anguissola e i Moncada”. La cremonese Sofonisba lascia infatti la corte spagnola di Filippo II e Isabella per sposare Fabrizio Moncada, fratello del vicerè di Sicilia, “E proprio al palazzo dei Moncada viene chiesto di recapitare a natale un quantitativo di cubaita per tutte le nobili del palazzo, come attestano dei documenti storici della fine del 500”, racconta la storica Rosanna Zaffuto Rovello che da una ricerca in archivio ha trovato il termine “cubaita” per indicare l’impasto del torrone dove, però, manca l’albume d’uovo.

“Nel 500 e nel 600 si faceva un censimento della popolazione, una sorta di dichiarazione dei redditi chiamata ‘riveli‘ – prosegue l’esperta che sta studiando la mole di documenti notarili – In uno dei riveli del 1623 troviamo le dichiarazioni di un artigiano, Michele Bisco, che dichiara di avere nella sua bottega di Caltanissetta, poco dietro la Cattedrale, ‘8 salme di mandorle, pari a circa 2200 kg, 15 kg di miele e varie attrezzature per la preparazione”. Altri documenti attestano inoltre la tipicità del dolce per le feste natalizie, come spiega la storica Zaffuto: “Nel 1617 troviamo traccia dell’imposizione del prezzo da parte dei giurati nisseni, prezzo stabilito poco prima del natale”.

Dalla denominazione di cubaita si passa a quella di torrone, con “Altri documenti d’archivio del 1838 che riportano acquisti da parte dei frati del convento di santa Maria degli Angeli di cannella, chiodi di garofano e spezie per fare il torrone”, incalza Daniela Vullo, altra storica che insieme alla Zaffuto si è imbattuta casualmente in queste notizie sul dolce da una ricerca: “I frati lo confezionavano come oggi, avvolgendolo in una carta colorata – prosegue Vullo – che mettevano in delle cassette per regalarlo ad esempio ai confratelli di Palermo”.

Le attività di vendita in città risalgono al 1860 “ma una fonte ci riporta indietro fino al 300 a.C. quando un filosofo aristotelico, Clearco di Soli, parla di un dolce a base di frutta secca e miele chiamato koptè che presto invase tutto il Mediterraneo, con nomi che si trasformano via via in cuppedia e poi nell’arabo cubaita – dice Salvatore Farina, presidente dell’associazione culturale Duciezio – questo ha generato l’equivoco che confonde il torrone orgoglio di Caltanissetta con il comune croccante di mandorle che può essere preparato in casa, ma la preparazione è diversa e il vero torrone richiede una cottura di ben 8 ore in una caldaia che allora era in rame e che raggiunge temperature altissime”.

Il filo rosso che lega fonti storiche così diverse e stratificate negli anni è la presenza di mandorleti e pistacchieti nell’entroterra, al punto da far vincere al torrone di Caltanissetta il primo posto sul podio dell’Esposizione generale italiana del 1884 di Torino per la sezione ‘torroni e panforte’ lasciando di stucco torronai di Cremona, Caserta e Siena. “A vincere era stato il concittadino Salvatore Amico – spiega Farina – e altri due nisseni, Luigi Giannone e Giuseppe Infantolino avevano ottenuto la menzione d’onore. Erano anni in cui in città c’erano ben 8 torronifici e questa è sempre stata una zona fertile con prodotti di eccellenza a chilometro zero. Purtroppo le specialità delle altre regioni hanno sorpassato presto il dolce tipico nisseno”, dice con una punta di amarezza Farina.

Oggi la tradizione di Caltanissetta viene portata avanti dal torronificio fondato nel 1870 da Michele Geraci e ora arrivato alla quarta generazione. La storia, ancora una volta, irrompe nelle vicende di questo dolce: il caffè geraci era infatti un luogo di ritrovo degli antifascisti siciliani, e uno dei figli di Michele, Calogero Geraci, paga la sua opposizione al regime prima con un confino nel 1944 ad Ustica e poi con i celebri ‘fatti di Villalba’, quando decide di far parte del gruppo comunista di Girolamo Li Causi contro il quale il mafioso don Calogero Vizzini ingaggia una sparatoria.

Geraci viene tenuto sotto sequestro per sei mesi e la famiglia è costretta a pagare un enorme riscatto (pari circa a un milione di euro di oggi) che frena lo sviluppo dell’azienda che si trasforma così in una ditta individuale specializzata nella produzione del torrone. Una tradizione conosciuta solo da una nicchia di nisseni e che ora si spera sia condivisa con il resto dei siciliani, per custodire una storia tanto preziosa quanto semisconisciuta.

Un festival celebrerà il dolce tipico delle feste, con incontri, una maxi scultura e persino un processo alle sue origini: che hanno radici antichissime e che pochi conoscono

di Antonella Lombardi

Nell’immaginario comune è un dolce associato all’area del Settentrione, eppure le sue origini, antichissime, hanno radici in Sicilia, più precisamente a Caltanissetta: è il torrone, al quale ora la città nissena dedica un festival che da venerdi 14 a domenica 16 animerà le vie del centro con degustazioni, incontri e persino un processo con esperti della gastronomia e personaggi nell’insolito ruolo di giurati, avvocati e testimoni per discutere le origini del dolce, fino a una maxi scultura di torrone lunga circa 6 metri e raffigurante l’Italia.

“Ci sarà anche un incontro per capire come lavorare per ottenere il riconoscimento Igp e rendere il torrone un prodotto identitario della città – spiega l’assessore alla Creatività e partecipazione Pasquale Tornatore – Abbiamo in corso un gemellaggio con la città di Cremona, e a Caltanissetta si celebreranno tutte le espressioni italiane del dolce, ma è qui che ci sono diverse testimonianze e documenti, a partire da quel legame tra la pittrice Sofonisba Anguissola e i Moncada”. La cremonese Sofonisba lascia infatti la corte spagnola di Filippo II e Isabella per sposare Fabrizio Moncada, fratello del vicerè di Sicilia, “E proprio al palazzo dei Moncada viene chiesto di recapitare a natale un quantitativo di cubaita per tutte le nobili del palazzo, come attestano dei documenti storici della fine del 500”, racconta la storica Rosanna Zaffuto Rovello che da una ricerca in archivio ha trovato il termine “cubaita” per indicare l’impasto del torrone dove, però, manca l’albume d’uovo.

“Nel 500 e nel 600 si faceva un censimento della popolazione, una sorta di dichiarazione dei redditi chiamata ‘riveli‘ – prosegue l’esperta che sta studiando la mole di documenti notarili – In uno dei riveli del 1623 troviamo le dichiarazioni di un artigiano, Michele Bisco, che dichiara di avere nella sua bottega di Caltanissetta, poco dietro la Cattedrale, ‘8 salme di mandorle, pari a circa 2200 kg, 15 kg di miele e varie attrezzature per la preparazione”. Altri documenti attestano inoltre la tipicità del dolce per le feste natalizie, come spiega la storica Zaffuto: “Nel 1617 troviamo traccia dell’imposizione del prezzo da parte dei giurati nisseni, prezzo stabilito poco prima del natale”.

Dalla denominazione di cubaita si passa a quella di torrone, con “Altri documenti d’archivio del 1838 che riportano acquisti da parte dei frati del convento di santa Maria degli Angeli di cannella, chiodi di garofano e spezie per fare il torrone”, incalza Daniela Vullo, altra storica che insieme alla Zaffuto si è imbattuta casualmente in queste notizie sul dolce da una ricerca: “I frati lo confezionavano come oggi, avvolgendolo in una carta colorata – prosegue Vullo – che mettevano in delle cassette per regalarlo ad esempio ai confratelli di Palermo”.

Le attività di vendita in città risalgono al 1860 “ma una fonte ci riporta indietro fino al 300 a.C. quando un filosofo aristotelico, Clearco di Soli, parla di un dolce a base di frutta secca e miele chiamato koptè che presto invase tutto il Mediterraneo, con nomi che si trasformano via via in cuppedia e poi nell’arabo cubaita – dice Salvatore Farina, presidente dell’associazione culturale Duciezio – questo ha generato l’equivoco che confonde il torrone orgoglio di Caltanissetta con il comune croccante di mandorle che può essere preparato in casa, ma la preparazione è diversa e il vero torrone richiede una cottura di ben 8 ore in una caldaia che allora era in rame e che raggiunge temperature altissime”.

Il filo rosso che lega fonti storiche così diverse e stratificate negli anni è la presenza di mandorleti e pistacchieti nell’entroterra, al punto da far vincere al torrone di Caltanissetta il primo posto sul podio dell’Esposizione generale italiana del 1884 di Torino per la sezione ‘torroni e panforte’ lasciando di stucco torronai di Cremona, Caserta e Siena. “A vincere era stato il concittadino Salvatore Amico – spiega Farina – e altri due nisseni, Luigi Giannone e Giuseppe Infantolino avevano ottenuto la menzione d’onore. Erano anni in cui in città c’erano ben 8 torronifici e questa è sempre stata una zona fertile con prodotti di eccellenza a chilometro zero. Purtroppo le specialità delle altre regioni hanno sorpassato presto il dolce tipico nisseno”, dice con una punta di amarezza Farina.

Oggi la tradizione di Caltanissetta viene portata avanti dal torronificio fondato nel 1870 da Michele Geraci e ora arrivato alla quarta generazione. La storia, ancora una volta, irrompe nelle vicende di questo dolce: il caffè geraci era infatti un luogo di ritrovo degli antifascisti siciliani, e uno dei figli di Michele, Calogero Geraci, paga la sua opposizione al regime prima con un confino nel 1944 ad Ustica e poi con i celebri ‘fatti di Villalba’, quando decide di far parte del gruppo comunista di Girolamo Li Causi contro il quale il mafioso don Calogero Vizzini ingaggia una sparatoria.

Geraci viene tenuto sotto sequestro per sei mesi e la famiglia è costretta a pagare un enorme riscatto (pari circa a un milione di euro di oggi) che frena lo sviluppo dell’azienda che si trasforma così in una ditta individuale specializzata nella produzione del torrone. Una tradizione conosciuta solo da una nicchia di nisseni e che ora si spera sia condivisa con il resto dei siciliani, per custodire una storia tanto preziosa quanto semisconisciuta.

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Ecco le erbe che mangiavano gli antichi Greci

Un libro di Mary Taylor Simeti ricostruisce le varietà spontanee nate in alcuni siti archeologici siciliani. Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico di Palermo, analizza alcune loro proprietà: “Benefiche e utilizzate da secoli”

di Antonella Lombardi

Resistenti, preziose e antiche più dell’uomo: la loro caparbietà si ripete a ogni stagione, al punto da abituare il nostro sguardo alla loro presenza. Sono le piante spontanee che nascono a ogni ciclo lungo i siti archeologici del nostro territorio, cambiando il volto ai templi a seconda del periodo.

Una presenza che ha affascinato una scrittrice come Mary Taylor Simeti, americana trapiantata in Sicilia, autrice anche del celebre “Mandorle amare” scritto insieme a Maria Grammatico. Ora è alle stampe l’ultima sua opera, illustrata da Susan Pettee, che sarà anticipata da una mostra di acquerelli all’orto botanico di Palermo il 14 dicembre intitolata “The Garlands of the Gods”, 79 dipinti sulla flora che caratterizza le rovine greche della Sicilia e di cui vi abbiamo parlato qui

“Una pubblicazione illustrata e con un testo bilingue che ci rende particolarmente orgogliosi – dice Paolo Inglese, esperto di agraria, studioso e direttore del centro servizi del Sistema Museale d’Ateneo – nella sala Tineo dell’Orto appena restaurata ci sarà la mostra di acquerelli che anticipa l’uscita del libro”.

A curare alcune parti del volume della Simeti sono stati proprio Inglese e Rosario Schicchi, direttore dell’orto botanico, esperto di varietà spontanee che anticipa e approfondisce alcuni aspetti della ricerca: “Delle 124 specie di cui parla Taylor Simeti almeno 40 erano consumate dal popolo siciliano per la propria alimentazione, e nel 98 per cento dei casi si tratta di piante preesistenti alla comparsa dell’uomo. Sono piante caratteristiche del nostro territorio, come la borragine o l’asfodelo, il cui bulbo crudo ha sostanze tossiche che però sono termolabili, cioè si perdono con la cottura. Fino al dopoguerra le persone lo consumavano al posto delle patate”.

E poi ci sono i fiori, coloratissimi, che rompono il riposo invernale tingendo i nostri campi, come “l’acetosella, dal tipico fiore giallo e dal sapore agrodolce e che non interferisce con i cicli delle colture, spesso masticata dai bambini – ricostruisce Schicchi – sotto il terreno crescono i suoi tubercoli che venivano arrostiti sul fuoco e consumati a mo’ di castagne, o i papaveri, dalle foglie commestibili”.

Diverse le proprietà medicinali che hanno reso alcune varietà care agli dei e preziose agli uomini, come il timo, pianta mellifera che “rende il miele particolarmente utile nel contrasto alle affezioni respiratorie.

Ma immaginiamo cosa potesse comportare – osserva Schicchi – la costruzione dei templi: ferite, escoriazioni alle mani, ad esempio. Allora in assenza di emostatici e cerotti si ricorreva a una pianta come l’Inula viscosa, nota come “erba santa”, per le sue foglie vischiose che, una volta applicate sulle ferite, bloccano la fuoriuscita di sangue. Una pianta che fa anche un buon odore, e che bruciata allontana i parassiti”.

Una sezione a parte del libro è dedicata alle piante più comuni della nostra macchia mediterranea, con nozioni mitologiche, storiche e letterarie che completano la descrizione. Eterne, oggi come allora.

Un libro di Mary Taylor Simeti ricostruisce le varietà spontanee nate in alcuni siti archeologici siciliani. Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico di Palermo, analizza alcune loro proprietà: “Benefiche e utilizzate da secoli”

di Antonella Lombardi

Resistenti, preziose e antiche più dell’uomo: la loro caparbietà si ripete a ogni stagione, al punto da abituare il nostro sguardo alla loro presenza. Sono le piante spontanee che nascono a ogni ciclo lungo i siti archeologici del nostro territorio, cambiando il volto ai templi a seconda del periodo.

Una presenza che ha affascinato una scrittrice come Mary Taylor Simeti, americana trapiantata in Sicilia, autrice anche del celebre “Mandorle amare” scritto insieme a Maria Grammatico. Ora è alle stampe l’ultima sua opera, illustrata da Susan Pettee, che sarà anticipata da una mostra di acquerelli all’orto botanico di Palermo il 14 dicembre intitolata “The Garlands of the Gods”, 79 dipinti sulla flora che caratterizza le rovine greche della Sicilia e di cui vi abbiamo parlato qui

“Una pubblicazione illustrata e con un testo bilingue che ci rende particolarmente orgogliosi – dice Paolo Inglese, esperto di agraria, studioso e direttore del centro servizi del Sistema Museale d’Ateneo – nella sala Tineo dell’Orto appena restaurata ci sarà la mostra di acquerelli che anticipa l’uscita del libro”.

A curare alcune parti del volume della Simeti sono stati proprio Inglese e Rosario Schicchi, direttore dell’orto botanico, esperto di varietà spontanee che anticipa e approfondisce alcuni aspetti della ricerca: “Delle 124 specie di cui parla Taylor Simeti almeno 40 erano consumate dal popolo siciliano per la propria alimentazione, e nel 98 per cento dei casi si tratta di piante preesistenti alla comparsa dell’uomo. Sono piante caratteristiche del nostro territorio, come la borragine o l’asfodelo, il cui bulbo crudo ha sostanze tossiche che però sono termolabili, cioè si perdono con la cottura. Fino al dopoguerra le persone lo consumavano al posto delle patate”.

E poi ci sono i fiori, coloratissimi, che rompono il riposo invernale tingendo i nostri campi, come “l’acetosella, dal tipico fiore giallo e dal sapore agrodolce e che non interferisce con i cicli delle colture, spesso masticata dai bambini – ricostruisce Schicchi – sotto il terreno crescono i suoi tubercoli che venivano arrostiti sul fuoco e consumati a mo’ di castagne, o i papaveri, dalle foglie commestibili”.

Diverse le proprietà medicinali che hanno reso alcune varietà care agli dei e preziose agli uomini, come il timo, pianta mellifera che “rende il miele particolarmente utile nel contrasto alle affezioni respiratorie.

Ma immaginiamo cosa potesse comportare – osserva Schicchi – la costruzione dei templi: ferite, escoriazioni alle mani, ad esempio. Allora in assenza di emostatici e cerotti si ricorreva a una pianta come l’Inula viscosa, nota come “erba santa”, per le sue foglie vischiose che, una volta applicate sulle ferite, bloccano la fuoriuscita di sangue. Una pianta che fa anche un buon odore, e che bruciata allontana i parassiti”.

Una sezione a parte del libro è dedicata alle piante più comuni della nostra macchia mediterranea, con nozioni mitologiche, storiche e letterarie che completano la descrizione. Eterne, oggi come allora.

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I misteri di Himera in arrivo a Palermo

C’è il sacrificio della battaglia, il rebus delle iscrizioni e le usanze del quotidiano nei reperti che per anni sono stati custoditi in decine di container a Termini Imerese e che ora saranno trasferiti nei magazzini dell’Albergo delle Povere

di Antonella Lombardi

La ferocia della battaglia è ancora impressa sulle fragili ossa perforate dalle armi e arrivate a noi come reperti, testimonianza ulteriore di quelle pagine scritte da Erodoto e Diodoro Siculo. Himera, avamposto greco a Nord della Sicilia occidentale, sorgeva in quello che oggi è un luogo trasfigurato dall’autostrada e dalla ferrovia, non molto distante dall’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese. Un sito dall’importanza strategica che ha rivelato con la sua vasta necropoli usanze, abitudini e massacri consumati nei due grandi scontri tra Greci e Cartaginesi. Ora quei reperti archeologici, conservati per anni in decine di container di Termini Imerese, saranno trasferiti nei magazzini dell’Albergo delle povere, a Palermo.

“L’auspicio è che presto si possa allestire un’esposizione a Palermo per aprire al pubblico questi tesori e farli conoscere in attesa del loro ritorno al sito di provenienza in una sede stabile”, spiega Francesca Spatafora, a capo del polo museale regionale. Con un’esperienza pregressa da direttrice del parco archeologico di Himera, Spatafora ha anche seguito i lavori che portarono alla luce quei reperti: “Alcuni dei ritrovamenti più curiosi sono già esposti al museo Pirro Marconi di Termini Imerese, all’interno dell’area archeologica di Imera. Ma ci sono ancora tanti misteri da chiarire”.

Perché in questa pianura che lambiva un fiume navigabile come l’Imera, Greci e Cartaginesi hanno dato il via a due feroci assedi: il primo nel 480 avanti Cristo, quando a vincere sono i Greci, e il secondo del 409, con un epilogo finale che vede stavolta trionfare i Punici, e con un prezzo altissimo per gli abitanti della colonia. Soltanto alcuni anni un gruppo di superstiti riuscirà a fondare, insieme agli stessi Cartaginesi, Thermai Himeraiai, cioè l’attuale Termini Imerese.

Storie emerse per caso, durante i lavori del raddoppio ferroviario della Palermo – Messina con una campagna di scavi durata anni alla quale ha contribuito Rfi e con una quantità di sepolture e resti archeologici emersi di grande rilievo: “Si tratta di circa 20mila reperti e quasi 10mila sepolture – ricostruisce Spatafora – alcune di cavalli, un’usanza non comune alle necropoli greche, per cui abbiamo ipotizzato dalle fonti a disposizione che si potesse trattare della famosa cavalleria di Gelone, tiranno di Siracusa”.

Circa il 40 per cento delle tombe ha poi restituito corredi funebri che raccontano lo stile di vita ma anche usanze a noi ancora sconosciute, come racconta la direttrice: “Accanto ai tipici vasi e guttus, cioè sorta di biberon di terracotta utilizzati per i bambini e caratteristici dei corredi funerari dei piccoli, ci sono delle tavolette con iscrizioni misteriose – racconta – sono le Defixiones, scritte su lamina di piombo con delle vere e proprie maledizioni, erano dirette a delle persone alle quali si voleva del male e venivano così affidate al mondo degli inferi. Non sappiamo ancora molto, ne conosciamo alcune dai ritrovamenti di Selinunte, ci sono degli studi in corso”.

Un patrimonio immenso, fatto di tesori in parte ancora negati, e che si spera presto potrà essere decifrato e condiviso.

C’è il sacrificio della battaglia, il rebus delle iscrizioni e le usanze del quotidiano nei reperti che per anni sono stati custoditi in decine di container a Termini Imerese e che ora saranno trasferiti nei magazzini dell’Albergo delle Povere

di Antonella Lombardi

La ferocia della battaglia è ancora impressa sulle fragili ossa perforate dalle armi e arrivate a noi come reperti, testimonianza ulteriore di quelle pagine scritte da Erodoto e Diodoro Siculo. Himera, avamposto greco a Nord della Sicilia occidentale, sorgeva in quello che oggi è un luogo trasfigurato dall’autostrada e dalla ferrovia, non molto distante dall’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese. Un sito dall’importanza strategica che ha rivelato con la sua vasta necropoli usanze, abitudini e massacri consumati nei due grandi scontri tra Greci e Cartaginesi. Ora quei reperti archeologici, conservati per anni in decine di container di Termini Imerese, saranno trasferiti nei magazzini dell’Albergo delle povere, a Palermo.

“L’auspicio è che presto si possa allestire un’esposizione a Palermo per aprire al pubblico questi tesori e farli conoscere in attesa del loro ritorno al sito di provenienza in una sede stabile”, spiega Francesca Spatafora, a capo del polo museale regionale. Con un’esperienza pregressa da direttrice del parco archeologico di Himera, Spatafora ha anche seguito i lavori che portarono alla luce quei reperti: “Alcuni dei ritrovamenti più curiosi sono già esposti al museo Pirro Marconi di Termini Imerese, all’interno dell’area archeologica di Imera. Ma ci sono ancora tanti misteri da chiarire”.

Perché in questa pianura che lambiva un fiume navigabile come l’Imera, Greci e Cartaginesi hanno dato il via a due feroci assedi: il primo nel 480 avanti Cristo, quando a vincere sono i Greci, e il secondo del 409, con un epilogo finale che vede stavolta trionfare i Punici, e con un prezzo altissimo per gli abitanti della colonia. Soltanto alcuni anni un gruppo di superstiti riuscirà a fondare, insieme agli stessi Cartaginesi, Thermai Himeraiai, cioè l’attuale Termini Imerese.

Storie emerse per caso, durante i lavori del raddoppio ferroviario della Palermo – Messina con una campagna di scavi durata anni alla quale ha contribuito Rfi e con una quantità di sepolture e resti archeologici emersi di grande rilievo: “Si tratta di circa 20mila reperti e quasi 10mila sepolture – ricostruisce Spatafora – alcune di cavalli, un’usanza non comune alle necropoli greche, per cui abbiamo ipotizzato dalle fonti a disposizione che si potesse trattare della famosa cavalleria di Gelone, tiranno di Siracusa”.

Circa il 40 per cento delle tombe ha poi restituito corredi funebri che raccontano lo stile di vita ma anche usanze a noi ancora sconosciute, come racconta la direttrice: “Accanto ai tipici vasi e guttus, cioè sorta di biberon di terracotta utilizzati per i bambini e caratteristici dei corredi funerari dei piccoli, ci sono delle tavolette con iscrizioni misteriose – racconta – sono le Defixiones, scritte su lamina di piombo con delle vere e proprie maledizioni, erano dirette a delle persone alle quali si voleva del male e venivano così affidate al mondo degli inferi. Non sappiamo ancora molto, ne conosciamo alcune dai ritrovamenti di Selinunte, ci sono degli studi in corso”.

Un patrimonio immenso, fatto di tesori in parte ancora negati, e che si spera presto potrà essere decifrato e condiviso.

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E il muretto a secco divenne patrimonio mondiale

L’Unesco ha annunciato in un tweet l’iscrizione di un sapere antichissimo che ha diversi esempi in Sicilia. L’esperto Giuseppe Barbera: “Tutela fondamentale, è una tecnica che rischia di estinguersi”

di Antonella Lombardi

“Era la contea un piccolo regno nel regno, una storia leggibile in modo inconfondibile mediante l’interminabile linea dei muri di pietra a secco che consiglierei dovrebbero essere tutelati come parte integrante e caratteristica del paesaggio”. A dirlo era Leonardo Sciascia, nel libro “La contea di Modica”, accompagnato dalle foto di Giuseppe Leone; a esaudire quella richiesta corale – per anni rimasta inascoltata – ora è l’Unesco. L’organizzazione, infatti, ha annunciato con un tweet sul proprio profilo internazionale che l’arte dei muretti a secco, o “Art of dry stone walling” è stata iscritta nella lista del patrimonio immateriale da tutelare.

Tra gli otto paesi europei che hanno presentato la candidatura c’è anche l’Italia e la nostra regione è tra quelle che si contraddistinguono per la presenza di tali manufatti, scuri quando a essere utilizzata è la pietra lavica, chiari quando si tratta di rocce calcaree. Le pietre vengono posate una sopra l’altra a “secco” appunto, cioè senza l’utilizzo di altri materiale, se non un po’ di terra. “È un’usanza che ha origini antichissime – spiega Giuseppe Barbera, agronomo, professore di Colture arboree all’Università di Palermo e autore di diversi libri – nata con l’idea di proteggere un giardino, parola che, sin dalle sue origini etimologiche nella radice indoeuropea ‘garthr‘ o ‘gord‘ indica l’idea di uno spazio recintato, chiuso, come sarà con l’hortus.

Ha origini millenarie, alcuni muretti ritrovati risalgono infatti all’età del bronzo. In Sicilia si trovano fin dalle origini dell’agricoltura e sono un tratto distintivo del nostro paesaggio, scuri sull’Etna dove è facile reperire la pietra lavica, in pietra bianca calcarea nelle zone più a Sud. Pantelleria o il Ragusano sono zone dove se ne trovano diversi, come le famose chiuse attorno all’albero di carrubo per tenere gli animali al pascolo”.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli”, ha commentato il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio. La pratica rurale dell’arte dei muretti a secco appartiene oltre che all’Italia, a Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera, Paesi che hanno presentato la propria candidatura all’Unesco.
Le ragioni che hanno portato nei secoli gli uomini a costruire queste barriere tanto faticose da realizzare quanto durature sono diverse, e sottolineate anche dall’Unesco: fini abitativi o scopi legati all’agricoltura “in perfetta armonia con l’ambiente – afferma l’organizzazione – con un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”. 

“Sono preziosi anche per la biodiversità perché offrono l’habitat e rifugio ideale a piante che non sono presenti altrove e animali come le lucertole – prosegue Barbera – è una tecnica molto legata al sapere tradizionale, perché dopo la fatica della pulitura del terreno, spietrandolo, c’è l’arte della costruzione del muretto a secco: un’operazione che richiede una tecnica particolare perché ogni tipo di pietra è diversa dall’altra, occorre trovare la stabilità e l’equilibrio giusto, le pietre possono essere grezze o sagomate, ma devono essere poste in un incastro perfetto. Un’opera a prova di intemperie e tempo, che ripara dal vento o dagli animali le colture o rende maggiormente coltivabile una superficie. Una tecnica che ‘trasforma la montagna in pianura’”.

Ma questo sapere antico e faticoso è fatalmente legato all’età dei pochi che ancora lo sanno realizzare. Un patrimonio di esperienze che difficilmente si tramanda. “Anni fa a Pantelleria abbiamo organizzato dei corsi per trasmettere di padre in figlio quest’arte- spiega l’esperto – occorrono anche degli attrezzi particolari per tagliare la pietra nel modo corretto. Questo riconoscimento Unesco finalmente incontra l’interesse collettivo del nostro paesaggio, certo occorre un piano di gestione di politiche a livello locale per salvaguardare e valorizzare i muri a secco, la tutela non può essere esclusiva dell’agricoltore”.

L’Unesco ha annunciato in un tweet l’iscrizione di un sapere antichissimo che ha diversi esempi in Sicilia. L’esperto Giuseppe Barbera: “Tutela fondamentale, è una tecnica che rischia di estinguersi”

di Antonella Lombardi

“Era la contea un piccolo regno nel regno, una storia leggibile in modo inconfondibile mediante l’interminabile linea dei muri di pietra a secco che consiglierei dovrebbero essere tutelati come parte integrante e caratteristica del paesaggio”. A dirlo era Leonardo Sciascia, nel libro “La contea di Modica”, accompagnato dalle foto di Giuseppe Leone; a esaudire quella richiesta corale – per anni rimasta inascoltata – ora è l’Unesco. L’organizzazione, infatti, ha annunciato con un tweet sul proprio profilo internazionale che l’arte dei muretti a secco, o “Art of dry stone walling” è stata iscritta nella lista del patrimonio immateriale da tutelare.

Tra gli otto paesi europei che hanno presentato la candidatura c’è anche l’Italia e la nostra regione è tra quelle che si contraddistinguono per la presenza di tali manufatti, scuri quando a essere utilizzata è la pietra lavica, chiari quando si tratta di rocce calcaree. Le pietre vengono posate una sopra l’altra a “secco” appunto, cioè senza l’utilizzo di altri materiale, se non un po’ di terra. “È un’usanza che ha origini antichissime – spiega Giuseppe Barbera, agronomo, professore di Colture arboree all’Università di Palermo e autore di diversi libri – nata con l’idea di proteggere un giardino, parola che, sin dalle sue origini etimologiche nella radice indoeuropea ‘garthr‘ o ‘gord‘ indica l’idea di uno spazio recintato, chiuso, come sarà con l’hortus.

Ha origini millenarie, alcuni muretti ritrovati risalgono infatti all’età del bronzo. In Sicilia si trovano fin dalle origini dell’agricoltura e sono un tratto distintivo del nostro paesaggio, scuri sull’Etna dove è facile reperire la pietra lavica, in pietra bianca calcarea nelle zone più a Sud. Pantelleria o il Ragusano sono zone dove se ne trovano diversi, come le famose chiuse attorno all’albero di carrubo per tenere gli animali al pascolo”.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli”, ha commentato il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio. La pratica rurale dell’arte dei muretti a secco appartiene oltre che all’Italia, a Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera, Paesi che hanno presentato la propria candidatura all’Unesco.
Le ragioni che hanno portato nei secoli gli uomini a costruire queste barriere tanto faticose da realizzare quanto durature sono diverse, e sottolineate anche dall’Unesco: fini abitativi o scopi legati all’agricoltura “in perfetta armonia con l’ambiente – afferma l’organizzazione – con un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”. 

“Sono preziosi anche per la biodiversità perché offrono l’habitat e rifugio ideale a piante che non sono presenti altrove e animali come le lucertole – prosegue Barbera – è una tecnica molto legata al sapere tradizionale, perché dopo la fatica della pulitura del terreno, spietrandolo, c’è l’arte della costruzione del muretto a secco: un’operazione che richiede una tecnica particolare perché ogni tipo di pietra è diversa dall’altra, occorre trovare la stabilità e l’equilibrio giusto, le pietre possono essere grezze o sagomate, ma devono essere poste in un incastro perfetto. Un’opera a prova di intemperie e tempo, che ripara dal vento o dagli animali le colture o rende maggiormente coltivabile una superficie. Una tecnica che ‘trasforma la montagna in pianura’”.

Ma questo sapere antico e faticoso è fatalmente legato all’età dei pochi che ancora lo sanno realizzare. Un patrimonio di esperienze che difficilmente si tramanda. “Anni fa a Pantelleria abbiamo organizzato dei corsi per trasmettere di padre in figlio quest’arte- spiega l’esperto – occorrono anche degli attrezzi particolari per tagliare la pietra nel modo corretto. Questo riconoscimento Unesco finalmente incontra l’interesse collettivo del nostro paesaggio, certo occorre un piano di gestione di politiche a livello locale per salvaguardare e valorizzare i muri a secco, la tutela non può essere esclusiva dell’agricoltore”.

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Il Festival che apre i luoghi e ne racconta l’identità

All’interno del carcere Ucciardone la conferenza stampa finale di questa edizione de Le Vie dei Tesori. “Una manifestazione che crea coesione sociale e unisce patrimonio materiale e immateriale”

di Antonella Lombardi

Un festival che aiuta a leggere e raccontare le città, un successo che nel capoluogo siciliano, da dove tutto è partito 12 anni fa, è stato condiviso e raccontato in uno dei luoghi che hanno registrato più ingressi e consensi dai visitatori: il carcere Ucciardone di Palermo, custode di storia, memoria e riscatto, e dove oggi si è tenuta la conferenza stampa conclusiva con il bilancio su questa edizione de Le Vie dei Tesori. Un modello di crescita e sviluppo esportato nel resto della Sicilia e ora anche oltre lo Stretto. “Le Vie dei Tesori rientreranno, grazie al decreto che sarà firmato proprio oggi, nel cartellone dei grandi eventi della regione siciliana”, ha annunciato l’assessore regionale al turismo, Alessandro Pappalardo, che ha sottolineato l’importanza strategica del festival per i tour operator e la collaborazione tra pubblico e privato. 

Dopo i saluti della direttrice del carcere, Rita Barbera – che ha ricordato le attività di crescita e rieducazione sociale portate avanti all’interno dell’istituto penale, come i laboratori di pittura, teatro, e il pastificio – è stata Laura Anello, presidente de Le Vie dei Tesori, a raccontare uno dei momenti del percorso guidato più emozionanti all’interno dell’ex fortezza borbonica: “Lollo Franco ha fatto un lavoro straordinario e generoso durante queste visite teatralizzate con i detenuti che vestivano i panni delle guardie carcerarie gridando ‘meglio un giorno da Borsellino che 100 da Ciancimino’, mentre gli altri reclusi guardavano, un ulteriore segno di cambiamento profondo di questa città”.

“L’idea del Festival di mettere insieme il patrimonio materiale a quello immateriale è il dato che racconta meglio un’energia in crescita – ha detto l’assessore comunale alla cultura, Andrea Cusumano – in un anno comunque particolare per Palermo va preso atto che questa manifestazione, grazie alla cultura, è riuscita a creare coesione sociale”.

“L’Ucciardone è Palermo, e Palermo è l’Ucciardone – ha detto il sindaco, Leoluca Orlando – cioè tutto il bene e il male sono condensati in questo luogo. Noi oggi pretendiamo l’umanizzazione della pena, per questo l’Ucciardone continuerà la sua collaborazione con la città. Grazie infatti a una convenzione stipulata con la direzione penitenziaria e il ministero di Grazia e giustizia la collaborazione con i detenuti troverà un risvolto lavorativo nella nuova edizione del carro di Santa Rosalia: non solo vi lavoreranno ma spero anche che per la prossima edizione del festino 2019 il carro possa andare incontro alla città uscendo proprio da qui”.

Tanti i presenti alla conferenza stampa di oggi, da Lollo Franco a Bernardo Tortorici di Raffadali dell’associazione Amici dei musei siciliani, fino a Gds media e ai rappresentanti delle altre amministrazioni comunali che hanno partecipato a questa edizione, ma anche volontari e tanti partner che hanno aderito. Tra loro, anche l’assessore alla cultura del comune di Caltanissetta, Pasquale Tornatore, che ha sottolineato “l’effetto positivo del Festival non solo sulla città di Caltanissetta, ma anche il grande ausilio arrivato alle aree interne che hanno tanto da offrire e fare conoscere nel loro patrimonio culturale. Il Festival ha avuto una ricaduta anche sull’occupazione giovanile, perché nel nostro territorio, ad esempio, è stata coinvolta una giovane associazione di circa 20 ragazzi”. “Siamo orgogliosi aver contribuito al festival con un finanziamento di 200mila euro come governo regionale – ha poi aggiunto Pappalardo – perché poche manifestazioni come questa possono dire di aver raggiunto traguardi e cifre simili, con oltre l’85% delle persone che rilascia un feedback positivo. Il grande merito è anche quello di aver contribuito a fare un senso di appartenenza alla comunità”.

Da un luogo ad alto valore simbolico come l’Ucciardone, a un altro, lo scalo di Boccadifalco, altro sito aperto per la prima volta con il Festival e che ha registrato un boom di visite tra il battesimo del volo e i due percorsi via terra. A rappresentare lo scalo sono intervenuti Giuseppe Lo Cicero, vice presidente dell’Aeroclub che ha raccontato “le testimonianze entusiaste rilasciate sul libro dei voli – tesori, ma anche l’emozione di chi ha superato a bordo del piper la paura di volare” e Valeria Cangelosi, dirigente del IV reparto volo Polizia di Stato e motore dell’iniziativa che ha permesso di “far conoscere ai palermitani un posto a loro stessi ignoto. Con Boccadifalco condividiamo un pezzo di storia recente e importante della nostra città, non possiamo infatti dimenticare che questo è lo scalo che ha visto partire per l’ultima volta dalla città boss come Riina e Provenzano – ha sottolineato Valeria – il nostro reparto volo è intitolato ai poliziotti Ninni Cassarà, Beppe Montana e Roberto Antiochia e questo per noi è un onore e una vittoria”.

Infine, a rappresentare la direttrice dell’Usr Altomonte è stata Lorena Giudice che ha sottolineato la grande soddisfazione dei ragazzi dell’Alternanza scuola lavoro che “hanno acquisito durante il festival delle competenze sui luoghi che ora saranno al centro di un monitoraggio: Le Vie dei Tesori sono già una buona pratica segnalata sul sito del ministero e coinvolgere studenti alla scoperta dei tesori delle proprie città è un traguardo importante”. Un’ulteriore conferma di una rete che funziona tra turisti e residenti entusiasti, come ha rilevato con le sue statistiche Giovanni Ruggeri, presidente Otie: “I turisti stranieri spesso dicono ‘non mi aspettavo tutto questo’ e persino il portale de Le Vie dei Tesori, con un magazine costantemente aggiornato, è stato visitato da fine agosto a fine ottobre da 700mila utenti unici con un totale di quasi 5 milioni di pagine viste”. Un racconto che su questo sito ora prosegue tutto l’anno.

All’interno del carcere Ucciardone la conferenza stampa finale di questa edizione de Le Vie dei Tesori. “Una manifestazione che crea coesione sociale e unisce patrimonio materiale e immateriale”

di Antonella Lombardi

Un festival che aiuta a leggere e raccontare le città, un successo che nel capoluogo siciliano, da dove tutto è partito 12 anni fa, è stato condiviso e raccontato in uno dei luoghi che hanno registrato più ingressi e consensi dai visitatori: il carcere Ucciardone di Palermo, custode di storia, memoria e riscatto, e dove oggi si è tenuta la conferenza stampa conclusiva con il bilancio su questa edizione de Le Vie dei Tesori. Un modello di crescita e sviluppo esportato nel resto della Sicilia e ora anche oltre lo Stretto. “Le Vie dei Tesori rientreranno, grazie al decreto che sarà firmato proprio oggi, nel cartellone dei grandi eventi della regione siciliana”, ha annunciato l’assessore regionale al turismo, Alessandro Pappalardo, che ha sottolineato l’importanza strategica del festival per i tour operator e la collaborazione tra pubblico e privato. 

Dopo i saluti della direttrice del carcere, Rita Barbera – che ha ricordato le attività di crescita e rieducazione sociale portate avanti all’interno dell’istituto penale, come i laboratori di pittura, teatro, e il pastificio – è stata Laura Anello, presidente de Le Vie dei Tesori, a raccontare uno dei momenti del percorso guidato più emozionanti all’interno dell’ex fortezza borbonica: “Lollo Franco ha fatto un lavoro straordinario e generoso durante queste visite teatralizzate con i detenuti che vestivano i panni delle guardie carcerarie gridando ‘meglio un giorno da Borsellino che 100 da Ciancimino’, mentre gli altri reclusi guardavano, un ulteriore segno di cambiamento profondo di questa città”.

“L’idea del Festival di mettere insieme il patrimonio materiale a quello immateriale è il dato che racconta meglio un’energia in crescita – ha detto l’assessore comunale alla cultura, Andrea Cusumano – in un anno comunque particolare per Palermo va preso atto che questa manifestazione, grazie alla cultura, è riuscita a creare coesione sociale”.

“L’Ucciardone è Palermo, e Palermo è l’Ucciardone – ha detto il sindaco, Leoluca Orlando – cioè tutto il bene e il male sono condensati in questo luogo. Noi oggi pretendiamo l’umanizzazione della pena, per questo l’Ucciardone continuerà la sua collaborazione con la città. Grazie infatti a una convenzione stipulata con la direzione penitenziaria e il ministero di Grazia e giustizia la collaborazione con i detenuti troverà un risvolto lavorativo nella nuova edizione del carro di Santa Rosalia: non solo vi lavoreranno ma spero anche che per la prossima edizione del festino 2019 il carro possa andare incontro alla città uscendo proprio da qui”.

Tanti i presenti alla conferenza stampa di oggi, da Lollo Franco a Bernardo Tortorici di Raffadali dell’associazione Amici dei musei siciliani, fino a Gds media e ai rappresentanti delle altre amministrazioni comunali che hanno partecipato a questa edizione, ma anche volontari e tanti partner che hanno aderito. Tra loro, anche l’assessore alla cultura del comune di Caltanissetta, Pasquale Tornatore, che ha sottolineato “l’effetto positivo del Festival non solo sulla città di Caltanissetta, ma anche il grande ausilio arrivato alle aree interne che hanno tanto da offrire e fare conoscere nel loro patrimonio culturale. Il Festival ha avuto una ricaduta anche sull’occupazione giovanile, perché nel nostro territorio, ad esempio, è stata coinvolta una giovane associazione di circa 20 ragazzi”. “Siamo orgogliosi aver contribuito al festival con un finanziamento di 200mila euro come governo regionale – ha poi aggiunto Pappalardo – perché poche manifestazioni come questa possono dire di aver raggiunto traguardi e cifre simili, con oltre l’85% delle persone che rilascia un feedback positivo. Il grande merito è anche quello di aver contribuito a fare un senso di appartenenza alla comunità”.

Da un luogo ad alto valore simbolico come l’Ucciardone, a un altro, lo scalo di Boccadifalco, altro sito aperto per la prima volta con il Festival e che ha registrato un boom di visite tra il battesimo del volo e i due percorsi via terra. A rappresentare lo scalo sono intervenuti Giuseppe Lo Cicero, vice presidente dell’Aeroclub che ha raccontato “le testimonianze entusiaste rilasciate sul libro dei voli – tesori, ma anche l’emozione di chi ha superato a bordo del piper la paura di volare” e Valeria Cangelosi, dirigente del IV reparto volo Polizia di Stato e motore dell’iniziativa che ha permesso di “far conoscere ai palermitani un posto a loro stessi ignoto. Con Boccadifalco condividiamo un pezzo di storia recente e importante della nostra città, non possiamo infatti dimenticare che questo è lo scalo che ha visto partire per l’ultima volta dalla città boss come Riina e Provenzano – ha sottolineato Valeria – il nostro reparto volo è intitolato ai poliziotti Ninni Cassarà, Beppe Montana e Roberto Antiochia e questo per noi è un onore e una vittoria”.

Infine, a rappresentare la direttrice dell’Usr Altomonte è stata Lorena Giudice che ha sottolineato la grande soddisfazione dei ragazzi dell’Alternanza scuola lavoro che “hanno acquisito durante il festival delle competenze sui luoghi che ora saranno al centro di un monitoraggio: Le Vie dei Tesori sono già una buona pratica segnalata sul sito del ministero e coinvolgere studenti alla scoperta dei tesori delle proprie città è un traguardo importante”. Un’ulteriore conferma di una rete che funziona tra turisti e residenti entusiasti, come ha rilevato con le sue statistiche Giovanni Ruggeri, presidente Otie: “I turisti stranieri spesso dicono ‘non mi aspettavo tutto questo’ e persino il portale de Le Vie dei Tesori, con un magazine costantemente aggiornato, è stato visitato da fine agosto a fine ottobre da 700mila utenti unici con un totale di quasi 5 milioni di pagine viste”. Un racconto che su questo sito ora prosegue tutto l’anno.

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Si torna a volare su Palermo con Le Vie dei Tesori

Librarsi in piper sulla città dallo scalo di Boccadifalco: un’esperienza emozionante che adesso torna possibile per due giorni

di Antonella Lombardi

Guardare la propria città con occhi diversi, da un’altra prospettiva: dall’alto ad esempio, a bordo di un piper, librandosi in volo su Palermo guidati dallo staff dell’Aero club dello scalo di Boccadifalco, uno dei luoghi in cui si è fatta la storia dell’aviazione del Sud Italia.

Questa esperienza, una delle novità dell’edizione appena conclusa del festival de Le Vie dei Tesori, è piaciuta talmente tanto da subissare di richieste ogni turno di prenotazione. Oltre 800 sono state le persone che hanno fatto con Le Vie dei Tesori il battesimo del volo. E a manifestazione conclusa in tanti hanno chiesto come fare per provare questa esperienza, ripercorrendo i passi, davvero pionieristici, di quel piemontese Clemente Ravetto che per qualche metrò si alzò in volo, conquistando così fama e successo.

Adesso chi è rimasto a terra a novembre potrà rifarsi, approfittando dei nuovi turni messi a disposizione sabato 1 e domenica 2 dicembre dalle 10 alle 14 e che si possono prenotare cliccando su questo link.

Venti minuti di pura emozione, tre passeggeri alla volta, magari pensando a quel 1 maggio del 1910 quando prese avvio l’avventura dell’imprenditore Vincenzo Florio che promosse la prima grande settimana dell’aviazione. 

Adesso ecco altre occasioni per effettuare il “battesimo del volo”. Un’esperienza emozionante che è piaciuta a tutti, grandi e piccini, conquistando sia chi ha avuto la possibilità di viaggiare diverse volte in aereo, sia chi non aveva mai messo piede su un velivolo. La gioia e il gusto della scoperta sono assicurati per tutti, come attestano i numerosi messaggi lasciati dai visitatori nel libro dei voli-tesori che il vice presidente dell’Aeroclub, Giuseppe Lo Cicero, ha rivelato.

Sarà cosi possibile sorvolare Mondello, virare sull’acqua, e poi ancora scorgere Montepellegrino e il santuario di Santa Rosalia, castello Utveggio, il parco della Favorita, piazza Caboto con la stele che ricorda Ravetto, per poi rientrare a Boccadifalco.

In quello scalo che ha visto atterrare personaggi famosi come Ingrid Bergman e Greta Garbo come abbiamo raccontato qui si potrà conoscere da vicino la storia del proprio territorio, imparando anche a conoscere i valori dell’aeronautica.

Librarsi in piper sulla città dallo scalo di Boccadifalco: un’esperienza emozionante che adesso torna possibile per due giorni

di Antonella Lombardi

Guardare la propria città con occhi diversi, da un’altra prospettiva: dall’alto ad esempio, a bordo di un piper, librandosi in volo su Palermo guidati dallo staff dell’Aero club dello scalo di Boccadifalco, uno dei luoghi in cui si è fatta la storia dell’aviazione del Sud Italia.

Questa esperienza, una delle novità dell’edizione appena conclusa del festival de Le Vie dei Tesori, è piaciuta talmente tanto da subissare di richieste ogni turno di prenotazione. Oltre 800 sono state le persone che hanno fatto con Le Vie dei Tesori il battesimo del volo. E a manifestazione conclusa in tanti hanno chiesto come fare per provare questa esperienza, ripercorrendo i passi, davvero pionieristici, di quel piemontese Clemente Ravetto che per qualche metrò si alzò in volo, conquistando così fama e successo.

Adesso chi è rimasto a terra a novembre potrà rifarsi, approfittando dei nuovi turni messi a disposizione sabato 1 e domenica 2 dicembre dalle 10 alle 14 e che si possono prenotare cliccando su questo link.

Venti minuti di pura emozione, tre passeggeri alla volta, magari pensando a quel 1 maggio del 1910 quando prese avvio l’avventura dell’imprenditore Vincenzo Florio che promosse la prima grande settimana dell’aviazione. 

Adesso ecco altre occasioni per effettuare il “battesimo del volo”. Un’esperienza emozionante che è piaciuta a tutti, grandi e piccini, conquistando sia chi ha avuto la possibilità di viaggiare diverse volte in aereo, sia chi non aveva mai messo piede su un velivolo. La gioia e il gusto della scoperta sono assicurati per tutti, come attestano i numerosi messaggi lasciati dai visitatori nel libro dei voli-tesori che il vice presidente dell’Aeroclub, Giuseppe Lo Cicero, ha rivelato.

Sarà cosi possibile sorvolare Mondello, virare sull’acqua, e poi ancora scorgere Montepellegrino e il santuario di Santa Rosalia, castello Utveggio, il parco della Favorita, piazza Caboto con la stele che ricorda Ravetto, per poi rientrare a Boccadifalco.

In quello scalo che ha visto atterrare personaggi famosi come Ingrid Bergman e Greta Garbo come abbiamo raccontato qui si potrà conoscere da vicino la storia del proprio territorio, imparando anche a conoscere i valori dell’aeronautica.

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A Castelbuono la curiosità è un diritto che si fa in accademia

C’è un posto in provincia di Palermo dove si esercita un diritto: cercare il confronto e aprirsi agli altri, con incontri, laboratori e attività che hanno conquistato un pubblico trasversale

di Antonella Lombardi

Esercitare la curiosità è un diritto, ma se non si hanno gli stimoli o gli strumenti necessari per farlo c’è un’accademia che può aiutare. Sembra una boutade, eppure a Castelbuono, in provincia di Palermo, c’è una vera e propria Accademia dei curiosi che allestisce mostre, conferenze, presenta libri e organizza incontri pensati per grandi e piccini. I mezzi sono quelli forniti dalla filosofia, insieme all’entusiasmo e alla fantasia necessari in ogni avventura; l’obiettivo lo racconta la sua presidente, Francesca Cicero Bellizza, una laurea in Filosofia alle spalle, insieme alla direzione del museo civico di Castelbuono, e ora a capo di un’associazione culturale che nel paese madonita conta 160 soci: “L’obiettivo è offrire opportunità e stimoli al nostro territorio e contrastare lo spopolamento del paese con una serie di attività e laboratori trasversali – spiega – qui i tablet non si usano, cerchiamo di incoraggiare la libertà di espressione e anche i più timidi alla fine ammettono ‘peccato che è finito’. 

Qualche esempio? Abbiamo creato dei laboratori di filosofia per adulti sulla ricerca della felicità o di antropologia su gesti e usi sacri da cui è nata anche una mostra, “Riti” che ha rappresentato tra le altre cose gli artigiani di oggetti sacri come l’ultimo ceroplasta siciliano, ma abbiamo anche avviato incontri nelle scuole contro la violenza femminile, promuovendo uno sportello che opera a Castelbuono. Sabato alle 20 ci interrogheremo anche sul senso del labirinto, dal mito alla realtà, perché sembra che nei secoli l’uomo non sia riuscito a farne a meno.
All’attivo abbiamo anche un gemellaggio con il museo archeologico virtuale di Bompietro, cerchiamo di promuovere le peculiarità del territorio”.

Perché la sfida, nell’era della connessione e della reperibilità globale, è quella di vincere le diffidenze, “incontrarsi, porsi domande, aprire un libro – spiega Francesca – per questo incoraggiamo il confronto. Nei paesi è più difficile perché c’è chi ha un preconcetto iniziale, distanze anche politiche forti con l’altro, ma alla fine viviamo come una grande ricchezza avere gente qui che frequenta l’accademia e che può avere un’opinione diametralmente opposta alla nostra su certi aspetti. Con i bambini è più facile lavorare perché non sono strutturati come gli adulti, ma alla fine qui convivono felicemente giovani, bambini, vecchine che magari amano le piante grasse e organizzano scambi di talee, amanti degli amici a quattro zampe, persone che preferiscono l’accademia per delle presentazioni di libri”.

Un’organizzazione che conta solo sull’aiuto dei volontari e sui fondi derivanti da bandi e tesseramenti.
“Perché la scelta è stata quella di mettersi al servizio degli altri e all’Accademia dei curiosi conta solo chi sei davvero, al di là del tuo nome, come abbiamo mostrato ai più piccoli durante un laboratorio – conclude Francesca – e conta la volontà di aprirsi all’esterno”. Perché la curiosità è trasversale. E va coltivata.

C’è un posto in provincia di Palermo dove si esercita un diritto: cercare il confronto e aprirsi agli altri, con incontri, laboratori e attività che hanno conquistato un pubblico trasversale

di Antonella Lombardi

Esercitare la curiosità è un diritto, ma se non si hanno gli stimoli o gli strumenti necessari per farlo c’è un’accademia che può aiutare. Sembra una boutade, eppure a Castelbuono, in provincia di Palermo, c’è una vera e propria Accademia dei curiosi che allestisce mostre, conferenze, presenta libri e organizza incontri pensati per grandi e piccini. I mezzi sono quelli forniti dalla filosofia, insieme all’entusiasmo e alla fantasia necessari in ogni avventura; l’obiettivo lo racconta la sua presidente, Francesca Cicero Bellizza, una laurea in Filosofia alle spalle, insieme alla direzione del museo civico di Castelbuono, e ora a capo di un’associazione culturale che nel paese madonita conta 160 soci: “L’obiettivo è offrire opportunità e stimoli al nostro territorio e contrastare lo spopolamento del paese con una serie di attività e laboratori trasversali – spiega – qui i tablet non si usano, cerchiamo di incoraggiare la libertà di espressione e anche i più timidi alla fine ammettono ‘peccato che è finito’. 

Qualche esempio? Abbiamo creato dei laboratori di filosofia per adulti sulla ricerca della felicità o di antropologia su gesti e usi sacri da cui è nata anche una mostra, “Riti” che ha rappresentato tra le altre cose gli artigiani di oggetti sacri come l’ultimo ceroplasta siciliano, ma abbiamo anche avviato incontri nelle scuole contro la violenza femminile, promuovendo uno sportello che opera a Castelbuono. Sabato alle 20 ci interrogheremo anche sul senso del labirinto, dal mito alla realtà, perché sembra che nei secoli l’uomo non sia riuscito a farne a meno.
All’attivo abbiamo anche un gemellaggio con il museo archeologico virtuale di Bompietro, cerchiamo di promuovere le peculiarità del territorio”.

Perché la sfida, nell’era della connessione e della reperibilità globale, è quella di vincere le diffidenze, “incontrarsi, porsi domande, aprire un libro – spiega Francesca – per questo incoraggiamo il confronto. Nei paesi è più difficile perché c’è chi ha un preconcetto iniziale, distanze anche politiche forti con l’altro, ma alla fine viviamo come una grande ricchezza avere gente qui che frequenta l’accademia e che può avere un’opinione diametralmente opposta alla nostra su certi aspetti. Con i bambini è più facile lavorare perché non sono strutturati come gli adulti, ma alla fine qui convivono felicemente giovani, bambini, vecchine che magari amano le piante grasse e organizzano scambi di talee, amanti degli amici a quattro zampe, persone che preferiscono l’accademia per delle presentazioni di libri”.

Un’organizzazione che conta solo sull’aiuto dei volontari e sui fondi derivanti da bandi e tesseramenti.
“Perché la scelta è stata quella di mettersi al servizio degli altri e all’Accademia dei curiosi conta solo chi sei davvero, al di là del tuo nome, come abbiamo mostrato ai più piccoli durante un laboratorio – conclude Francesca – e conta la volontà di aprirsi all’esterno”. Perché la curiosità è trasversale. E va coltivata.

Hai letto questi articoli?

Scoprire Palermo attraverso i Qanat

Il pubblico de Le Vie dei Tesori può tornare a esplorare un sito molto amato e davvero particolare per la sua finezza ingegneristica. Abbiamo chiesto alla responsabile del Cai di raccontarne il senso

di Antonella Lombardi

La prima reazione è di stupore: per un siciliano, l’acqua è, da generazioni, ricchezza e risorsa rara allo stesso tempo, che non ci si aspetta di trovare in abbondanza dopo essersi calati per una scala a pioli. Indosso si ha il casco di ordinanza e intorno quel tipico gorgoglio che allontana i rumori della strada a cui siamo ormai assuefatti. E poi il buio, e quel senso di quiete sconosciuto ai più, complici le luci artificiali che scandiscono tutte le ore del nostro quotidiano. I Qanat sono una sorpresa continua e non a caso sono uno dei siti più amati dal pubblico de Le Vie dei Tesori. Appena riaperti, potranno essere visitati nei tre giorni a disposizione: sabato 17 e sabato 24 novembre dalle 9 alle 17 (4 turni da 20 persone ciascuno) e domenica 25 dalle ore 9 alle 14.

Ma per scoprire meglio uno dei più affascinanti lasciti del mondo arabo, ci siamo fatti raccontare il senso di questo luogo da Silvia Sammataro, referente del gruppo speleologico Cai per la sezione di Palermo, che da anni incontra cittadini e curiosi tra le “radici” del nostro sottosuolo. “Come ogni ipogeo artificiale che insiste all’interno di una città questo sito ha le sue peculiarità e fragilità – spiega – ma grazie a una convenzione con l’Amap possiamo raccontarlo a chi non lo hai mai visto e non può immaginarne la preziosità. Un bene conosciuto è sempre un bene salvaguardato”. 

Nella Conca d’Oro l’acqua delle sorgenti veniva convogliata attraverso gallerie e cunicoli in grado di sfruttare una pendenza minima: i pozzi, nel centro urbano, potevano così pescare a una profondità notevolmente inferiore rispetto a quella in cui si trovava il livello della falda, con poco dispendio di energia. “In giro si vedono ancora i catusi, dei cilindri di terracotta che fino ai primi del ‘900 portavano l’acqua nelle case – spiega Silvia Sammataro – ma i Qanat di Palermo sono davvero unici, ad esempio per l’orografia del territorio che mostra da una parte le sorgenti e dall’altra il loro utilizzo, e poi per delle accortezze utilizzate nella loro costruzione, come il rivestimento delle pareti in alcuni tratti. Una finezza predisposta per ottenere due risultati: preservare la purezza dell’acqua, che così non si sporcava nel momento in cui il flusso attraversava dei banchi friabili, e dare consistenza allo scavo prevenendo gli smottamenti”.

Non ci sono esempi altrettanto estesi in altre zone della Sicilia, un tratto che rende questo opera di alta ingegneria araba un unicum in città. A esserne stregati sono soprattutto i bambini, 9-10 anni l’età consigliata per la visita, accompagnati ovviamente dai genitori. “Ma tutti, da grandi a piccini sono affascinati dai Qanat – racconta l’esperta – ci si avvicina a questo sito con molta fantasia e circospezione allo stesso tempo. Gli ipogei sono noti spesso attraverso film, ma una volta dentro ci si lascia trasportare dalle emozioni e dalla penombra, sperimentando lo spazio confinato rispetto all’esterno, il rumore delle sorgenti e, allo stesso tempo, il silenzio che convive in questi anfratti. Quando poi spegniamo ogni luce per fare la ‘prova del buio’ si rimane spesso spiazzati, e dopo l’iniziale smarrimento sono tutti entusiasti per questa esperienza, non siamo più abituati all’assenza di luce, al silenzio, ma proprio cosi si scopre un bene prezioso per tutti”.

Un bene che ora lo staff del Cai è pronto a fare esplorare a tutti: per partecipare basterà seguire questo link, scegliere orario e giorno, prenotare, e poi presentarsi una mezz’ora prima a fondo Micciulla, zona Corso Calatafimi alta. Sono consigliati abbigliamento comodo e un cambio di abiti perché ci si potrebbe bagnare.

Il pubblico de Le Vie dei Tesori può tornare a esplorare un sito molto amato e davvero particolare per la sua finezza ingegneristica. Abbiamo chiesto alla responsabile del Cai di raccontarne il senso

di Antonella Lombardi

La prima reazione è di stupore: per un siciliano, l’acqua è, da generazioni, ricchezza e risorsa rara allo stesso tempo, che non ci si aspetta di trovare in abbondanza dopo essersi calati per una scala a pioli. Indosso si ha il casco di ordinanza e intorno quel tipico gorgoglio che allontana i rumori della strada a cui siamo ormai assuefatti. E poi il buio, e quel senso di quiete sconosciuto ai più, complici le luci artificiali che scandiscono tutte le ore del nostro quotidiano. I Qanat sono una sorpresa continua e non a caso sono uno dei siti più amati dal pubblico de Le Vie dei Tesori. Appena riaperti, potranno essere visitati nei tre giorni a disposizione: sabato 17 e sabato 24 novembre dalle 9 alle 17 (4 turni da 20 persone ciascuno) e domenica 25 dalle ore 9 alle 14.

Ma per scoprire meglio uno dei più affascinanti lasciti del mondo arabo, ci siamo fatti raccontare il senso di questo luogo da Silvia Sammataro, referente del gruppo speleologico Cai per la sezione di Palermo, che da anni incontra cittadini e curiosi tra le “radici” del nostro sottosuolo. “Come ogni ipogeo artificiale che insiste all’interno di una città questo sito ha le sue peculiarità e fragilità – spiega – ma grazie a una convenzione con l’Amap possiamo raccontarlo a chi non lo hai mai visto e non può immaginarne la preziosità. Un bene conosciuto è sempre un bene salvaguardato”. 

Nella Conca d’Oro l’acqua delle sorgenti veniva convogliata attraverso gallerie e cunicoli in grado di sfruttare una pendenza minima: i pozzi, nel centro urbano, potevano così pescare a una profondità notevolmente inferiore rispetto a quella in cui si trovava il livello della falda, con poco dispendio di energia. “In giro si vedono ancora i catusi, dei cilindri di terracotta che fino ai primi del ‘900 portavano l’acqua nelle case – spiega Silvia Sammataro – ma i Qanat di Palermo sono davvero unici, ad esempio per l’orografia del territorio che mostra da una parte le sorgenti e dall’altra il loro utilizzo, e poi per delle accortezze utilizzate nella loro costruzione, come il rivestimento delle pareti in alcuni tratti. Una finezza predisposta per ottenere due risultati: preservare la purezza dell’acqua, che così non si sporcava nel momento in cui il flusso attraversava dei banchi friabili, e dare consistenza allo scavo prevenendo gli smottamenti”.

Non ci sono esempi altrettanto estesi in altre zone della Sicilia, un tratto che rende questo opera di alta ingegneria araba un unicum in città. A esserne stregati sono soprattutto i bambini, 9-10 anni l’età consigliata per la visita, accompagnati ovviamente dai genitori. “Ma tutti, da grandi a piccini sono affascinati dai Qanat – racconta l’esperta – ci si avvicina a questo sito con molta fantasia e circospezione allo stesso tempo. Gli ipogei sono noti spesso attraverso film, ma una volta dentro ci si lascia trasportare dalle emozioni e dalla penombra, sperimentando lo spazio confinato rispetto all’esterno, il rumore delle sorgenti e, allo stesso tempo, il silenzio che convive in questi anfratti. Quando poi spegniamo ogni luce per fare la ‘prova del buio’ si rimane spesso spiazzati, e dopo l’iniziale smarrimento sono tutti entusiasti per questa esperienza, non siamo più abituati all’assenza di luce, al silenzio, ma proprio cosi si scopre un bene prezioso per tutti”.

Un bene che ora lo staff del Cai è pronto a fare esplorare a tutti: per partecipare basterà seguire questo link, scegliere orario e giorno, prenotare, e poi presentarsi una mezz’ora prima a fondo Micciulla, zona Corso Calatafimi alta. Sono consigliati abbigliamento comodo e un cambio di abiti perché ci si potrebbe bagnare.

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