Creativi allo scoperto, al via il Ciciri Festival

Tutto pronto per la seconda edizione della rassegna di illustrazione, grafica e editoria indipendente nel centro storico di Palermo. Sinergie e contaminazioni che mostrano un nuovo modo di fare rete

di Alli Traina

Artisti e designer che tornano ad aprire i loro studi, atelier, laboratori nel centro storico di Palermo. Antiche botteghe artigiane che rinascono grazie all’estro di giovani creativi realizzando, dopo anni di saracinesche abbassate e abbandono, l’originaria vocazione artigianale di molte strade. Finalmente la parte più creativa della città “esce allo scoperto” dando avvio a sinergie, contaminazioni, collaborazioni che mostrano un nuovo modo di fare rete: dalle nuove e raffinate fanzine ai murales che caratterizzano diversi quartieri cittadini.

Tutto ciò, insieme a molte altre innovative produzioni provenienti da diverse realtà europee, sarà raccontato e mostrato in occasione del Ciciri Festival che si svolgerà nel centro storico di Palermo dal 27 al 30 settembre. Si tratta della seconda edizione del festival di illustrazione, grafica e editoria indipendente che non a caso per il suo esordio nel 2017 aveva scelto come tema fondante il concetto di “fatto a mano”, a sottolineare il valore creativo e artistico del mestiere dell’artigiano.

Quest’anno, invece, si declinerà il concetto di “spazio” nei suoi significati legati alla città, all’astronomia, all’ortografia ma anche alla descrizione di quel luogo – unico perché personale – in cui l’artista si esprime, il suo studio reale o ideale.

Un festival urbano organizzato dall’Associazione CaravanSerai e Studio Pica con la collaborazione di Press Press che richiama artisti da diverse parti d’Italia e d’Europa con l’obiettivo di promuovere l’arte e la cultura dell’autoproduzione attraverso esposizioni, talk, workshop, proiezioni, performance audiovisive. Un’interazione tra arte, design e artigianato artistico che si sintetizza nei luoghi scelti per il festival: museo Riso, Edizioni Precarie, Insula Studio, Stato Brado, Église, Crossing Over Design, Bisso Bistrot diventeranno punto di incontro artistico culturale per realtà indipendenti locali e sovralocali.

Tutto pronto per la seconda edizione della rassegna di illustrazione, grafica e editoria indipendente nel centro storico di Palermo. Sinergie e contaminazioni che mostrano un nuovo modo di fare rete

di Alli Traina

Artisti e designer che tornano ad aprire i loro studi, atelier, laboratori nel centro storico di Palermo. Antiche botteghe artigiane che rinascono grazie all’estro di giovani creativi realizzando, dopo anni di saracinesche abbassate e abbandono, l’originaria vocazione artigianale di molte strade. Finalmente la parte più creativa della città “esce allo scoperto” dando avvio a sinergie, contaminazioni, collaborazioni che mostrano un nuovo modo di fare rete: dalle nuove e raffinate fanzine ai murales che caratterizzano diversi quartieri cittadini.

Tutto ciò, insieme a molte altre innovative produzioni provenienti da diverse realtà europee, sarà raccontato e mostrato in occasione del Ciciri Festival che si svolgerà nel centro storico di Palermo dal 27 al 30 settembre. Si tratta della seconda edizione del festival di illustrazione, grafica e editoria indipendente che non a caso per il suo esordio nel 2017 aveva scelto come tema fondante il concetto di “fatto a mano”, a sottolineare il valore creativo e artistico del mestiere dell’artigiano.

Quest’anno, invece, si declinerà il concetto di “spazio” nei suoi significati legati alla città, all’astronomia, all’ortografia ma anche alla descrizione di quel luogo – unico perché personale – in cui l’artista si esprime, il suo studio reale o ideale.

Un festival urbano organizzato dall’Associazione CaravanSerai e Studio Pica con la collaborazione di Press Press che richiama artisti da diverse parti d’Italia e d’Europa con l’obiettivo di promuovere l’arte e la cultura dell’autoproduzione attraverso esposizioni, talk, workshop, proiezioni, performance audiovisive. Un’interazione tra arte, design e artigianato artistico che si sintetizza nei luoghi scelti per il festival: museo Riso, Edizioni Precarie, Insula Studio, Stato Brado, Église, Crossing Over Design, Bisso Bistrot diventeranno punto di incontro artistico culturale per realtà indipendenti locali e sovralocali.

Tutti i segreti del “semenzaro” di Ballarò

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Il leggendario chiosco dei Beati Paoli

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni. In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni.

In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

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