Quando il cioccolato diventa arte

C’è un museo speciale a Forza D’Agrò, all’interno di un antico convento, dove si svolge un festival all’insegna della dolcezza. Quest’anno giovani chef e studenti realizzeranno nuove ricette e sculture al gusto di cacao

di Alessia Franco

Vivere il cioccolato come un’esperienza a tutto tondo: non solo come alimento, ma come elemento. Da gustare, certo, ma anche da odorare, da toccare, e da ammirare, plasmato com’è in meravigliose e profumatissime opere d’arte.

Questa è la mission del Cioccolart Sicily museum, che si trova nel cinquecentesco convento agostiniano di Forza D’Agrò, in provincia di Messina. E vale la pena spendere due parole su un edificio di grande bellezza, costruito come una piccola ma imponente fortezza, con mura possenti e rinforzate, ed ingresso ad arco in pietra dolomite, in cui i frati si installarono a partire dal 1609. Colpiscono inoltre i colori della struttura, insoliti per i tempi e per la funzione del luogo: colori vivaci con prevalenza del rosso, del grigio e dell’arancione.

Qui, dal 26 al 28 ottobre, prenderà il via l’edizione 2018 del CioccolArt Sicily Festival: il leitmotiv di quest’anno è “Il cioccolato incontra l’arte”. Molto più che una sfida tra maestri cioccolatieri, perché quest’anno la kermesse toccherà i temi dell’accoglienza e della multiculturalità: 25 ragazzi, provenienti da vari Paesi del Mediterraneo, porteranno infatti spezie e prodotti tipici dei Paesi di provenienza. Sapori e odori che gli chef amalgameranno sapientemente per dare nuove sfumature al cioccolato, re incontrastato del festival.

All’appuntamento di Forza D’Agrò collaborerà come in passato l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria con il workshop CioccoScultura, ideato e curato dal Filippo Malice, che in questa edizione, vede anche il coinvolgimento dell’accademia di Belle Arti di Catanzaro. Gli studenti delle due accademie saranno chiamati a realizzare vere e proprie sculture in cioccolato che saranno acquisite dal CioccolArt Sicily Museum per fare parte della collezione in progress di arte contemporanea, “Testimonianze”.

Sempre all’insegna del contemporaneo, un altro evento collaterale da non perdere è la mostra “Segni e materia, un viaggio nel contemporaneo”. Curata da Filippo Malice, è un tributo a Gennaro Cilento, giovane artista napoletano considerato il fondatore della Trip Art e scomparso prematuramente. La rassegna, che apre i battenti oggi e si concluderà domenica 28 ottobre, verrà ospitata alla galleria la Baronia di Forza d’Agrò, sotto la direzione di Roswitha Gruber.

Il messaggio del CioccolArt Sicily Festival, insomma, è inequivocabile. Quello che conta è fare (e sentire) arte, e le materie con cui realizzarla sono pressoché infinite. C’è perfino il cioccolato.

C’è un museo speciale a Forza D’Agrò, all’interno di un antico convento, dove si svolge un festival all’insegna della dolcezza. Quest’anno giovani chef e studenti realizzeranno nuove ricette e sculture al gusto di cacao

di Alessia Franco

Vivere il cioccolato come un’esperienza a tutto tondo: non solo come alimento, ma come elemento. Da gustare, certo, ma anche da odorare, da toccare, e da ammirare, plasmato com’è in meravigliose e profumatissime opere d’arte.

Questa è la mission del Cioccolart Sicily museum, che si trova nel cinquecentesco convento agostiniano di Forza D’Agrò, in provincia di Messina. E vale la pena spendere due parole su un edificio di grande bellezza, costruito come una piccola ma imponente fortezza, con mura possenti e rinforzate, ed ingresso ad arco in pietra dolomite, in cui i frati si installarono a partire dal 1609. Colpiscono inoltre i colori della struttura, insoliti per i tempi e per la funzione del luogo: colori vivaci con prevalenza del rosso, del grigio e dell’arancione.

Qui, dal 26 al 28 ottobre, prenderà il via l’edizione 2018 del CioccolArt Sicily Festival: il leitmotiv di quest’anno è “Il cioccolato incontra l’arte”. Molto più che una sfida tra maestri cioccolatieri, perché quest’anno la kermesse toccherà i temi dell’accoglienza e della multiculturalità: 25 ragazzi, provenienti da vari Paesi del Mediterraneo, porteranno infatti spezie e prodotti tipici dei Paesi di provenienza. Sapori e odori che gli chef amalgameranno sapientemente per dare nuove sfumature al cioccolato, re incontrastato del festival.

All’appuntamento di Forza D’Agrò collaborerà come in passato l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria con il workshop CioccoScultura, ideato e curato dal Filippo Malice, che in questa edizione, vede anche il coinvolgimento dell’accademia di Belle Arti di Catanzaro. Gli studenti delle due accademie saranno chiamati a realizzare vere e proprie sculture in cioccolato che saranno acquisite dal CioccolArt Sicily Museum per fare parte della collezione in progress di arte contemporanea, “Testimonianze”.

Sempre all’insegna del contemporaneo, un altro evento collaterale da non perdere è la mostra “Segni e materia, un viaggio nel contemporaneo”. Curata da Filippo Malice, è un tributo a Gennaro Cilento, giovane artista napoletano considerato il fondatore della Trip Art e scomparso prematuramente. La rassegna, che apre i battenti oggi e si concluderà domenica 28 ottobre, verrà ospitata alla galleria la Baronia di Forza d’Agrò, sotto la direzione di Roswitha Gruber.

Il messaggio del CioccolArt Sicily Festival, insomma, è inequivocabile. Quello che conta è fare (e sentire) arte, e le materie con cui realizzarla sono pressoché infinite. C’è perfino il cioccolato.

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Letterature migranti tra arte, teatro e musica

Linguaggi diversi si intrecceranno nella quarta edizione del festival diretto da Davide Camarrone. Appuntamento dal 17 al 21 ottobre, in alcuni luoghi-simbolo di Palermo

di Alessia Franco

Le letterature sono migranti, oppure non sono. Occorre prenderne coscienza soprattutto in tempi in cui è necessario più che mai essere testimoni del proprio quotidiano e raccontarlo. Il festival delle letterature migranti, diretto dal giornalista e scrittore Davide Camarrone, arriva alla sua quarta edizione e con il preciso intento di raccontare le differenze, i meticciati, le migrazioni.

“In tutti i sensi, anche nel senso fisico del viaggio e del diritto a ricostruire se stessi e la propria vita – dice Camarrone – perché il tempo a volte è una spirale, può avvilupparsi su se stesso”. Narrazione migrante, dunque, a cominciare dai diversi linguaggi che si intrecceranno in questi quattro giorni, dal 17 al 21 ottobre in alcuni luoghi-simbolo di Palermo (teatri, fondazioni, musei) non soltanto letteratura, ma anche arti visive, teatro, cinema e musica. E una migrazione di messaggi non può non passare per i social, mondo migrante per antonomasia, che assume le prospettive e i punti di vista di chi guarda, anche attraverso l’hashtag #raccontailFLM.

La sezione letteratura del festival, curata da Camarrone, è composta da otto scatole narrative, che custodiscono quaranta libri e che daranno il là per una riflessione sul contemporaneo. Le arti visive sono a cura di Agata Polizzi. “Fuga da Europa”: riflessione, provocatoria già dal titolo, su un continente che fatica a riconoscersi, e di conseguenza a rappresentarsi.

Dall’arte al teatro, curato da Giuseppe Cutino, che con il progetto “Il corpo delle storie” ha coinvolto i maggiori palcoscenici cittadini per raccontare come attraverso la messa in scena il messaggio migri continuamente dal testo alla gente, dalla parola scritta e quella parlata, da chi scrive a chi metter on scena e interpreti, in un perenne gioco di rimandi. “Il muto e il fuori campo” è invece il tema della sezione musica e audiovisivi, curata da Dario Oliveri e Andrea Inzerillo, dedicato alla memoria di Claude Lanzmann e del suo Shoah, che verrà messo a confronto con un altro capolavoro del cinema del Novecento, Intolerance, di David Griffith.

Sarà un festival in movimento, quello delle letterature migranti, che ruoterà anche attorno a incontri con “interpreti del nostro tempo” come François Beaune, Paolo Di Stefano, Chen He, Max Lobe, Valeria Luiselli, Nasim Marashi, Tamta Melašvili, Charif Majdalani,Wu Ming 2, Andrea Segre, Adriano Sofri, Vladimir Sorokin e Yanis Varoufakis.

In prospettiva, ma non troppo, anche il progetto di una casa delle letterature, che proprio a Palermo trovi una proprio sede e una propria stabilità. Un luogo in cui ospitare ma anche dare riparo, alle persone come alle parole. Un progetto che è un po’ meno che reale e un po’ più che un sogno, e che verrà presentato il 17 ottobre allo Steri: un luogo di mortificazione, tortura e morte. Ma questo accadeva una volta.

Linguaggi diversi si intrecceranno nella quarta edizione del festival diretto da Davide Camarrone. Appuntamento dal 17 al 21 ottobre, in alcuni luoghi-simbolo di Palermo

di Alessia Franco

Le letterature sono migranti, oppure non sono. Occorre prenderne coscienza soprattutto in tempi in cui è necessario più che mai essere testimoni del proprio quotidiano e raccontarlo. Il festival delle letterature migranti, diretto dal giornalista e scrittore Davide Camarrone, arriva alla sua quarta edizione e con il preciso intento di raccontare le differenze, i meticciati, le migrazioni.

“In tutti i sensi, anche nel senso fisico del viaggio e del diritto a ricostruire se stessi e la propria vita – dice Camarrone – perché il tempo a volte è una spirale, può avvilupparsi su se stesso”. Narrazione migrante, dunque, a cominciare dai diversi linguaggi che si intrecceranno in questi quattro giorni, dal 17 al 21 ottobre in alcuni luoghi-simbolo di Palermo (teatri, fondazioni, musei) non soltanto letteratura, ma anche arti visive, teatro, cinema e musica. E una migrazione di messaggi non può non passare per i social, mondo migrante per antonomasia, che assume le prospettive e i punti di vista di chi guarda, anche attraverso l’hashtag #raccontailFLM.

La sezione letteratura del festival, curata da Camarrone, è composta da otto scatole narrative, che custodiscono quaranta libri e che daranno il là per una riflessione sul contemporaneo. Le arti visive sono a cura di Agata Polizzi. “Fuga da Europa”: riflessione, provocatoria già dal titolo, su un continente che fatica a riconoscersi, e di conseguenza a rappresentarsi.

Dall’arte al teatro, curato da Giuseppe Cutino, che con il progetto “Il corpo delle storie” ha coinvolto i maggiori palcoscenici cittadini per raccontare come attraverso la messa in scena il messaggio migri continuamente dal testo alla gente, dalla parola scritta e quella parlata, da chi scrive a chi metter on scena e interpreti, in un perenne gioco di rimandi. “Il muto e il fuori campo” è invece il tema della sezione musica e audiovisivi, curata da Dario Oliveri e Andrea Inzerillo, dedicato alla memoria di Claude Lanzmann e del suo Shoah, che verrà messo a confronto con un altro capolavoro del cinema del Novecento, Intolerance, di David Griffith.

Sarà un festival in movimento, quello delle letterature migranti, che ruoterà anche attorno a incontri con “interpreti del nostro tempo” come François Beaune, Paolo Di Stefano, Chen He, Max Lobe, Valeria Luiselli, Nasim Marashi, Tamta Melašvili, Charif Majdalani,Wu Ming 2, Andrea Segre, Adriano Sofri, Vladimir Sorokin e Yanis Varoufakis.

In prospettiva, ma non troppo, anche il progetto di una casa delle letterature, che proprio a Palermo trovi una proprio sede e una propria stabilità. Un luogo in cui ospitare ma anche dare riparo, alle persone come alle parole. Un progetto che è un po’ meno che reale e un po’ più che un sogno, e che verrà presentato il 17 ottobre allo Steri: un luogo di mortificazione, tortura e morte. Ma questo accadeva una volta.

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Quei petali di rosa per donna Franca

È un pavimento più unico che raro quello acquistato da Ignazio Florio all’Esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie.

di Alessia Franco

Rimarranno sempre lì, pronti ad accogliere l’immaginazione e le suggestioni di chi può solo immaginare la vita che si conduceva a palazzo Florio. Loro, i petali di rosa che ornano il pavimento della stanza da letto di Donna Franca, sono ancora là, intonsi e freschi, a dispetto di più di un secolo di vita.

Un pavimento quasi più unico che raro, acquistato da Ignazio Florio all’esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie, e di cui si favoleggia esistano soltanto due esemplari oltre a quello palermitano: uno a Napoli e uno a Trieste. La particolarità delle piastrelle che compongono il pavimento sta proprio nel trompe l’oeil, un genere pittorico che induce in chi guarda l’illusione di trovarsi davanti a un oggetto tridimensionale. I petali sembrano poggiati sulle mattonelle (semplicissime, appena orlate di blu e con decorazioni molto sobrie), ora a piccoli gruppi ora invece come fossero stati sparsi a piene mani.


La stanza da letto di Franca Florio non si trova, come forse si sarebbe indotti a pensare, nel villino Florio dell’Olivuzza, ma nella sede del circolo Unione, in via Serradifalco: in zona, ma a una certa distanza. A spiegare il perché è proprio Benedetto Caffarelli, il presidente del circolo fondato nel 1750 con il nome “La conversazione della nobiltà”.

“Sono convinto, e molti come me – dice Caffarelli – che i Florio utilizzassero il cosiddetto villino dell’Olivuzza come una dépendance, per ricevere i numerosi ospiti con cui erano spesso in contatto. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza, proprio nel palazzo che ci ospita, della camera da letto con il celebre pavimento. La loro residenza era piuttosto qua – continua Caffarelli – questo edificio doveva fare parte di una tenuta immensa, che includeva anche la villa di viale Regina Margherita che doveva toccare parte di corso Alberto Amedeo, di via Dante, di piazza Principe di Camporeale”.

In effetti molto, in questi ambienti che sembrano cristallizzati nel tempo, sembra riportare alla presenza di quella dinastia che iniziò le sue fortune arrivando a Palermo da Bagnara Calabra. Nella stanza dei petali di rose campeggia un prezioso camino in marmo, con sculture e decori in legno, che tante volte avrà visto riscaldarsi la “Stella d’Italia”: così il Kaiser Guglielmo II chiamava Franca Florio, che in questo antico palazzo aveva i suoi salottini e le sue stanze private. Stanze che custodiscono ancora preziosi pavimenti di legno intarsiato, ricchissimi soffitti decorati in blu e oro, porte il legno e vetro in perfetto stile liberty.

Quella che ora è la sede dell’esclusivo circolo Unione venne acquistata nel 1847 da Vincenzo Florio, che la donò a Ignazio e Franca. Negli anni Venti, in pieno declino economico, la famiglia lo affittò (a patto che l’edificio venisse sottoposto a una puntuale manutenzione) e poi lo vendette a Girolamo Settimo, principe di Fitalia, che nel ’29 lo donò alla Curia. Palazzo Florio diventa allora la sede della congregazione delle figlie di San Giuseppe, che nel 2014 lo danno in affitto al circolo Unione di cui, nel 1908 fu presidente proprio Vincenzo Florio, fratello di Ignazio e inventore della Targa: sembra così che il cerchio si chiuda, e ancora una volta si ha la sensazione che i Florio, e l’immaginario collettivo di cui erano portatori da Palermo non se ne siano mai andati.

Così come i petali della stanza da letto di Donna Franca: sempre freschi e pronti a essere sospinti dal primo alito di vento. Eppure ancora là, tenacemente.

È un pavimento più unico che raro quello acquistato da Ignazio Florio all’Esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie

di Alessia Franco

Rimarranno sempre lì, pronti ad accogliere l’immaginazione e le suggestioni di chi può solo immaginare la vita che si conduceva a palazzo Florio. Loro, i petali di rosa che ornano il pavimento della stanza da letto di Donna Franca, sono ancora là, intonsi e freschi, a dispetto di più di un secolo di vita.

Un pavimento quasi più unico che raro, acquistato da Ignazio Florio all’esposizione universale del 1900 per farne dono alla moglie, e di cui si favoleggia esistano soltanto due esemplari oltre a quello palermitano: uno a Napoli e uno a Trieste. La particolarità delle piastrelle che compongono il pavimento sta proprio nel trompe l’oeil, un genere pittorico che induce in chi guarda l’illusione di trovarsi davanti a un oggetto tridimensionale. I petali sembrano poggiati sulle mattonelle (semplicissime, appena orlate di blu e con decorazioni molto sobrie), ora a piccoli gruppi ora invece come fossero stati sparsi a piene mani.


La stanza da letto di Franca Florio non si trova, come forse si sarebbe indotti a pensare, nel villino Florio dell’Olivuzza, ma nella sede del circolo Unione, in via Serradifalco: in zona, ma a una certa distanza. A spiegare il perché è proprio Benedetto Caffarelli, il presidente del circolo fondato nel 1750 con il nome “La conversazione della nobiltà”.

“Sono convinto, e molti come me – dice Caffarelli – che i Florio utilizzassero il cosiddetto villino dell’Olivuzza come una dépendance, per ricevere i numerosi ospiti con cui erano spesso in contatto. Non si spiegherebbe altrimenti la presenza, proprio nel palazzo che ci ospita, della camera da letto con il celebre pavimento. La loro residenza era piuttosto qua – continua Caffarelli – questo edificio doveva fare parte di una tenuta immensa, che includeva anche la villa di viale Regina Margherita che doveva toccare parte di corso Alberto Amedeo, di via Dante, di piazza Principe di Camporeale”.

In effetti molto, in questi ambienti che sembrano cristallizzati nel tempo, sembra riportare alla presenza di quella dinastia che iniziò le sue fortune arrivando a Palermo da Bagnara Calabra. Nella stanza dei petali di rose campeggia un prezioso camino in marmo, con sculture e decori in legno, che tante volte avrà visto riscaldarsi la “Stella d’Italia”: così il Kaiser Guglielmo II chiamava Franca Florio, che in questo antico palazzo aveva i suoi salottini e le sue stanze private. Stanze che custodiscono ancora preziosi pavimenti di legno intarsiato, ricchissimi soffitti decorati in blu e oro, porte il legno e vetro in perfetto stile liberty.

Quella che ora è la sede dell’esclusivo circolo Unione venne acquistata nel 1847 da Vincenzo Florio, che la donò a Ignazio e Franca. Negli anni Venti, in pieno declino economico, la famiglia lo affittò (a patto che l’edificio venisse sottoposto a una puntuale manutenzione) e poi lo vendette a Girolamo Settimo, principe di Fitalia, che nel ’29 lo donò alla Curia. Palazzo Florio diventa allora la sede della congregazione delle figlie di San Giuseppe, che nel 2014 lo danno in affitto al circolo Unione di cui, nel 1908 fu presidente proprio Vincenzo Florio, fratello di Ignazio e inventore della Targa: sembra così che il cerchio si chiuda, e ancora una volta si ha la sensazione che i Florio, e l’immaginario collettivo di cui erano portatori da Palermo non se ne siano mai andati.

Così come i petali della stanza da letto di Donna Franca: sempre freschi e pronti a essere sospinti dal primo alito di vento. Eppure ancora là, tenacemente.

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