Le coperte dei migranti trasformate in una barca

È la nuova installazione di Sandro Bracchitta che campeggia sulle pareti del Met di Marina di Ragusa. Un’opera che cambia volto tra giorno e notte

di Alessia Franco

Quando s’illumina, al calare delle sere d’estate, il mare al led pensato da Sandro Bracchitta per la sua ultima installazione al Met di Marina di Ragusa ha un sapore ambiguo. A volte, più che una distesa azzurra, rimanda alle luci nevrotiche delle grandi città, ma anche a quell’acqua fluorescente (e malata, e senza vita) che il gruppo dei Righeira canticchiava negli anni Ottanta con “Vamos a la plaja”. Scalava le vette delle classifiche, quella canzonetta così orecchiabile, e tradiva ben altre riflessioni.

Sandro Bracchitta

“Ho voluto essere ambiguo anche nel titolo di questa mia installazione – dice Sandro Bracchitta – che campeggia nella la parete frontale del Met di Marina di Ragusa. Si chiama ‘Un sogno nel blu’: il mare è il luogo in cui andiamo a riprendere fiato, in cui molti di noi pensano le proprie vacanze. Ma è anche l’ultima sfida, la parte finale del viaggio dei disperati che stipati nei barconi, spesso diventa anche il loro sudario”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu”

E la barca è un guscio, un elemento ricorrente nella poetica di Bracchitta, incisore e pittore ragusano. Contenitore di vite e di speranze, come contenitori di anime e di attese sono stati, rispettivamente, gli abiti femminili e le sedie sghembe in altri suoi lavori. La barca-guscio ha la consistenza e il colore dorato delle coperte isotermiche: il primo vero tesoro in cui, allo sbarco, vengono avvolti quei corpi stremati dal freddo, dalle privazioni, sferzati dalle torture. Segni evidenti, che chi sparge odio gratis si ostina a non voler vedere.

“E nemmeno la nave si scorge bene quando scende la sera, devi cercarla, mentre le onde fluorescenti si vedono benissimo. Invece – commenta l’artista – di giorno la prospettiva è completamente rovesciata. Il led si spegne e le onde diventano ombre grigie; i contorni dell’imbarcazione, con il sole, risplendono, quasi accecano. Non possono essere ignorati”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu” sulla parete del Met

“Un sogno nel blu” sarà al Met di Marina di Ragusa fino al 30 settembre. Un locale notturno che ogni anno, ormai da otto estati, porta in riva al mare il progetto #met2b – Urban Art Meeting 2019: un modo per raccontare l’arte contemporanea e anche per riflettere. Su come il mare, per esempio, possa essere l’ultima prova o un luogo in cui rilassarsi, perfino un “divertimentificio”. Tutto dipende da dove si è nati: se dalla parte giusta del mondo o da quella sbagliata.

Spunta Sant’Erasmo, il pescatore di naufraghi

Il nuovo grande murales di Igor Scalisi Palminteri è stato realizzato nella borgata marinara di Palermo, oggi in via di riqualificazione

di Alessia Franco

Quando si è messo a dipingere quel gigantesco Sant’Erasmo, coadiuvato da camion e da un braccio di gru di 40 metri, le reazioni della gente dell’omonima borgata marinara di Palermo sono state in generale positive. C’era la signora che portava a tutti caffè e acqua fresca, e chi stava a guardare il suo lavoro con ammirazione.

Igor Scalisi Palminteri durante l’incontro

“Nessuno ha chiesto come mai il mio santo indossasse il giubbotto salvagente, né perché impugnasse i remi”, dice Igor Scalisi Palminteri, artista palermitano che si è più volte confrontato con murales agiografici. Come quello di San Benedetto il Moro, il santo nero ritratto a Ballarò: “In quell’occasione, un paio di anziani mi chiesero che ci facesse là un turco, e semplicemente gliel’ho spiegato. Qua, invece, la gente del porticciolo in via di riqualificazione ha voluto conto e ragione delle fattezze di Sant’Erasmo. Insomma, siamo finiti a parlare di iconografia e di storia dell’arte – dice Scalisi Palminteri – ma mai nessuno ha obiettato sull’abito del santo”.

Il murales di Sant’Erasmo (foto Antonio Curcio)

Nel murales che guarda il mare, Erasmo il pescatore di uomini con il suo sguardo – e il suo giubbotto arancione, e i suoi remi – sembra accogliere i naviganti esattamente come fa l’artista che lo ha creato: senza chiedere la provenienza né il perché della partenza. “Tutte domande inutili – taglia corto Palminteri – che immobilizzano, in un momento in cui bisognerebbe invece prendere posizione”.

Il progetto di riqualificazione della borgata marinara (ve ne abbiamo parlato qui) parte anche dalla volontà delle associazioni che insistono sul territorio. Dai fasti al degrado, Sant’Erasmo ha oggi una gran voglia di rinascere e di riprendersi il suo spazio di fronte al mare in una città chiamata “tutto porto”, voglia che si incunea nelle strade con la mostra “Ulysses”, del fotografo Umberto Santoro, curata da Valentina Sansone.

“Ulysses” di Umberto Santoro

Fotografie e affissioni urbane, come pannelli pubblicitari, descrivono un viaggio di pescatori che, dalle acque di Castellammare, Isola delle Femmine, Terrasini, si sposta verso un quartiere a forte vocazione marittima. Come fu Sant’Erasmo nell’immaginario collettivo: quella degli stabilimenti balneari e della pesca, della Real fonderia Oretea e delle botteghe degli artigiani. Quella che, con i dovuti distinguo temporali, vuole tornare a essere.

I fasti della Palermo del ‘700 in un antico libro restaurato

Torna a risplendere il volume “La felicità in trono”, commissionato dal senato di Palermo per l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans

di Alessia Franco

C’era un tempo in cui, per celebrare i fasti di Palermo e diramare fuori dalle mura cittadine la bellezza dei ricevimenti e delle feste pubbliche, si ricorreva ai migliori letterati. Attraverso una strategia di comunicazione mirata, il senato nominava un segretario di cancelleria che lavorava agli atti e li diffondeva con l’arte sapiente della scrittura: da qui la necessità che fosse un uomo di penna e di lettere.

Un momento della presentazione

Racconta questa storia il volume, datato 1714, scritto da Pietro Vitale e oggi restaurato dalla Fondazione Salvare Palermo onlus attraverso i fondi del cinque per mille e presentato alla biblioteca di Casa Professa. “La felicità in trono” venne commissionato dal senato palermitano allo stampatore reale Agostino Epiro, in occasione dell’incoronazione a Palermo di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans, re e regina di Sicilia.

Restaurato il libro “La felicità in trono”

Un volume prezioso non soltanto per le incisioni – di Francesco Cichè, Paolo Amato, Andrea Palma e Antonino Grano, su disegno di Antonino Grano – ma anche per la storia che racconta. Ci si aspettava grandi cose dai Savoia (a rivelarlo è già il titolo del volume), e Vittorio Amedeo era il primo sovrano eletto in Sicilia da 300 anni. “Il libro che da oggi torna in vita è una testimonianza della letteratura encomiastica di Palermo – racconta Eliana Calandra, direttrice della biblioteca comunale di Palermo – che ha dei precedenti illustri neiragguagli di solennità cruciali per la città, come il Festino. A vergare il primo, nel 1625, fu addirittura Filippo Paruta, anche se il testo venne pubblicato postumo, nel 1631, a firma del figlio Onofrio”.

La biblioteca comunale

Quello del segretario di cancelleria era un lavoro di alta responsabilità: a questa figura era demandato il compito di fare da cassa di risonanza sugli avvenimenti importanti di Palermo. Era una sorta di ufficio stampa ante litteram, insomma. “Il restauro del volume è importante per tutti questi aspetti – afferma Calandra – ma anche perché dimostra una volta di più l’importanza di una rete tra pubblico e privato, come in questo caso. Grazie alla collaborazione con Salvare Palermo, ma anche con tante altre realtà, abbiamo la possibilità di portare alla luce frammenti di vita altrimenti sepolti”.

A proposito del prestigio del ruolo di segretario di cancelleria: anche il leggendario Antonino Mongitore venne nominato. Ma pare che non resistette più di un mese.

Palermo ritrova il “Vecchio porto”: regalo alla Gam

Il quadro di Ettore De Maria Bergler, in mostra a Venezia nel 1909 nel corso dell’ottava esposizione d’arte, è stato donato da Luigi Naselli di Gela e andrà ad arricchire la collezione del museo

di Alessia Franco

Arriva come un regalo di quelli che non ti aspetti, a completare una collezione già molto ricca e ammirata. Forse addirittura per esserne il pezzo forte. Da oggi, il dipinto “Vecchio porto (Marina di Palermo)” di Ettore De Maria Bergler fa parte della collezione della Galleria d’arte moderna della città. Un regalo di Luigi Naselli di Gela, Gran Priore dell’Ordine di Malta. Ricorda bene, l’anziano donatore, le trasformazioni crudeli che condussero la città da gioiello della Belle Époque a cumulo di palazzoni che la sventrarono, con il sacco di Palermo. L’intento di Naselli è conservare la bellezza, perché magari aiuti a produrne dell’altra.

Il quadro “Vecchio porto” di Ettore De Maria Bergler donato alla Gam

Il dipinto che arricchirà la collezione della Gam venne esposto a Venezia, nel 1909, nel corso dell’ottava esposizione d’arte. De Maria Bergler vi partecipò con ben 26 opere, che gli valsero il riconoscimento di “pittore più importante del Meridione”. Un’arte appassionata, la sua, carica di luce e di spirito isolano, ma senza cedere alla tentazione del bozzetto.

Un momento dell’incontro

Anche in questo caso, riprende un topos molto noto, ma sempre attraverso il suo personalissimo filtro: testimonianza del periodo straordinario in cui visse. E che lo portò, esponente della borghesia palermitana fin de siècle, a sperimentarsi come vedutista, decoratore, ritrattista: celebre e straziante, fra tutti, quel suo ritratto di Giovannuzza Florio già scolorita dalla morte ma con gli occhi ancora (tenacemente, dolcemente) spalancati sul mondo. Quella del 1909 fu l’esposizione che diede maggiore risalto all’autore: una personale nel padiglione 37, “Le bellezze di Sicilia” che segna il culmine della sua carriera. Ma anche una sorta di chiusura del cerchio: le decorazioni del padiglione e i mobili che l’arredavano erano stati eseguiti da Vittorio Ducrot su disegno di Ernesto Basile.

“Dopo varie vicissitudini – afferma la direttrice della Galleria, Antonella Purpura – questo importante tassello della storia artistica siciliana entra a far parte della collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna di Palermo, che già possiede diverse testimonianze pittoriche dello stesso autore”.

Palazzo Alliata si mette in vetrina: aprono nuove stanze

Nel piano nobile della dimora palermitana visitabili la sala rosa, con la sua moquette storica e il prezioso ritratto di Marianna Ucria, il salottino giallo e l’ex alcova

di Alessia Franco

È stata un’impresa tutt’altro che facile, a più riprese e con notevoli sforzi economici. Ma alla fine, il piano nobile di Palazzo Alliata di Villafranca è visitabile per intero, pronto a stupire turisti, ma anche palermitani (da venerdì a lunedì, dalle 10.30 alle 17.30 con visite guidate).

“Le sale chiuse al pubblico erano diverse – osserva Claudia Miceli, socia della onlus che porta il nome della dimora nobiliare – e sicuramente daranno un nuovo volto all’edificio”. Il primo ostacolo è stato aprire la sala rosa, con la sua caratteristica moquette del 1840, della prestigiosa marca Braquenié, la prima ad arrivare dalla Francia. “Ovviamente – continua Miceli – la delicatezza del tessuto non la rende calpestabile. Abbiamo lavorato secondo le direttive della Soprintendenza, predisponendo una guida in tessuto perché si potesse attraversare l’ambiente”.

Ritratto di Marianna Ucria (foto: Carmelo Fornaro)

Un gioiello, la sala rosa, e non solo per la moquette storica: contiene infatti il prezioso ritratto di Marianna Ucria, antenata degli Alliata e di Dacia Maraini, che ispirò la scrittrice nel romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria”, in cui riprese un’antica storia di famiglia. Un altro ambiente che sarà possibile visitare è la sala gialla, così chiamata per il colore oro che illumina le pareti, le sedute, le poltrone. “Non esiste una pubblicazione organica – osserva Claudia Miceli – ma diversi documenti. Probabilmente questo intimo ambiente era destinato al ricamo delle donne”.

Che la sala da pranzo fosse un’ex alcova, invece, è dimostrabile dalla dimensione raccolta e dalla presenza di un altare reclinabile. La sala da pranzo conserva ancora un preziosissimo servizio in porcellana bianca a fiori. Infine, l’ex boudoir: lo spogliatoio, anch’esso ritornato visitabile dopo che la proprietaria del palazzo, la principessa Rosaria Correale Santacroce, decise di donare l’intero palazzo al seminario arcivescovile negli anni Ottanta del secolo scorso. Da lì si gode di una vista che mozza il fiato, con la chiesa di San Giuseppe dei Teatini e Palazzo Ugo delle Favare in bella mostra.

Boudoir (foto: Carmelo Fornaro)

Tasselli preziosissimi, che si incastonano in altri ambienti già aperti ai visitatori: il salone dei musici o delle poste in stile neogotico (adibito a quadreria, o sala concerti). I due saloni da ballo: quello dello Stemma (con il blasone della famiglia Alliata, realizzato con maioliche settecentesche, a parete); e il salone del principe Fabrizio Alliata e Colonna, che custodisce due rari dipinti del pittore olandese Matthias Stomer.

Evidentemente, le donne di casa Alliata dovevano amare il giallo: è il colore dominante anche di un altro spazio dedicato alle presenze femminili, la sala da té, ricavata da un’altra ex alcova. Ecco il salottino barocco, con il maestoso lampadario in vetro di Murano e le sete verdi damascate: probabilmente una cappella privata per la recita del rosario, dove ancora si conservano una Crocefissione di Antoon van Dyck e un’Annunziata di Pietro Novelli. E poi, il fumoir, con le pareti in cuoio impresso, decorate con il pirografo, tra i più grandi d’Europa. Ha gli stemmi della famiglia Alliata e dei cileni Ortuzar. Perché? Enrico Maria Alliata incontrò Sonia Amelia Ortuzar a Roma: entrambi studiavano canto lirico. Si sposarono: pare fosse un matrimonio d’amore, il loro, da cui nacque Topazia Alliata, madre di Dacia Maraini. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

Raccontare i beni culturali al tempo dei social network

Accademici, editori e scrittori si confrontano al Parco archeologico di Naxos Taormina sulle strategie di comunicazione di musei e ricerca scientifica, tra vecchi e nuovi media

di Alessia Franco

Archeologia e storytelling: due temi su cui il mondo della cultura e del cosiddetto turismo emozionale si stanno confrontando molto di questi tempi. E da queste premesse debutta al Parco archeologico di Naxos Taormina, l’1 e il 2 giugno, la prima edizione del festival “Leggere l’antico”.

Reperto esposto al Museo Naxos

Come si racconta un museo? Come si comunicano la ricerca scientifica e i beni culturali? Quali libri e quali mezzi – inclusi blog e social network – sono indispensabili per raccontare il mondo antico alla community reale e virtuale? A queste domande risponderanno accademici, editori, scrittori – perfino narratori 2.0 come “archeoblogger” – che si confronteranno sulle nuove modalità di raccontare e divulgare le attività di musei e ricerca scientifica, utilizzando in parallelo vecchi e nuovi media.

Campagna di scavo a Naxos

Più che al mondo dell’archeologia, a cui è comunque legato a doppio filo, il festival “Leggere l’antico” è quindi incentrato sulla cosiddetta “archeologia pubblica o sociale”: cioè la gestione, la diffusione e infine la condivisione con il pubblico di quel macrocosmo immenso che sono beni culturali, soprattutto in Italia. “Indagheremo sulla filiera di questi beni assolutamente unici – promette la direttrice del Parco archeologico di Naxos Taormina, Vera Greco – con il supporto di università, istituti di ricerca, case editrici e giornalisti, per individuare un circuito virtuoso che produce saperi e sviluppo culturale e socio-economico per la comunità”. Tante le iniziative in cantiere del festival “Leggere l’antico” (in cui il parco è in partnership con il festival di letteratura “Naxos legge”, Civita Sicilia e la locale sezione dell’Archeoclub): dalle archeostorie allo storytelling, dalle passeggiate filosofiche fra gli scavi del parco fino alle attività per bambini, dai film di animazione ai laboratori didattici sulle favole antiche e sugli erbari.

“Questa manifestazione va di pari passo con la manifestazione Comunicare l’antico, che esiste già da due anni. Si tratta – dice Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxos Legge – di un ciclo annuale di seminari che si propone di accorciare le distanze tra gli studi sull’antichità e il grande pubblico, attraverso eventi e ospiti di eccezione. Il mondo antico e le ricerche correlate hanno molto da rivelare, insomma: si tratta di trovare le modalità giuste per raccontarlo e condividerlo”.

Laurea honoris causa a Moni Ovadia, artista in cammino

L’Università di Palermo ha conferito il titolo di dottore in musicologia e scienze dello spettacolo all’eclettico intellettuale molto legato alla Sicilia

di Alessia Franco

Da oggi, il corso di laurea magistrale in musicologia e scienze dello spettacolo ha un nuovo laureato. Si chiama Moni Ovadia, è già cittadino onorario di Palermo, e ha fatto della parola, della musica, del canto e del suono la sua poetica.

Fabrizio Micari e Moni Ovadia

Artista poliedrico, uno dei pochi che spaziano con la disinvoltura della preparazione dal teatro alla scrittura, dal cinema alla musica, a Moni Ovadia si deve anche un grande impegno civile. Per tutti questi motivi, il rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari, ha parlato della laurea di Ovadia come di opportunità della cultura di commuovere e comprendere, e di farsi inclusiva: unico modo possibile per costruire un’identità collettiva e non violenta.

Un linguaggio, quello dell’artista, in cui, osserva la coordinatrice del corso di laurea magistrale interclasse in musicologia e scienze dello spettacolo, Anna Tedesco, si coniugano ricerca storica ed etnomusicologia, impegno politico e una profonda conoscenza della cultura yiddish e della musica klezmer. A Sergio Bonanzinga, docente di antropologia della musica dell’Ateneo, il compito della laudatio e della motivazione di questa laurea magistrale che, ha detto: “Vuole sancire l’itinerario esemplare di un artista e di un intellettuale ancora in cammino: che ha saputo ascoltare, che ha saputo vedere e che ha saputo maieuticamente restituire quanto ha visto e ascoltato”.

Un momento della cerimonia

Di nascita bulgara ma di famiglia ebraico-sefardita poi approdata a Milano, Moni Ovadia ha insistito molto sui temi dell’esilio, del linguaggio e della musica nella sua lectio magistralis, che ha chiamato significativamente “In cammino per il canto”. Tra i ricordi che affiorano c’è quindi la marea calma di un insieme di lingue che si sedimentano nella sua sensibilità di uomo e di artista, ma anche i ricordi, alcuni dei quali legati alla Sicilia.

“Nei primi tempi in cui ero a Milano – ha ricordato Moni Ovadia – ho fatto amicizia con un altro bambino. Veniva da Messina, ne combinavamo di tutti i colori. E sua nonna ci rimproverava con ogni genere di insulti. Io non li capivo, ma mi sembrava che componessero una melodia fantastica”. Un rapporto, quello con la Sicilia, con Palermo, antico e profondo. In sala delle Capriate non c’erano soltanto accademici ed esponenti della cultura, ma anche studenti, concittadini, musicisti, amici, teatranti: lo stesso panorama umano che l’artista chiama “casa di volti”, possibilità di fare progetti. E a proposito, anche questa laurea honoris causa è il trampolino per un’iniziativa: promuovere all’Unesco le lingue siciliane come patrimonio immateriale dell’umanità. Moni, del resto, è avvantaggiato: il suo siciliano gli consente di parlare per più di dieci minuti della sua lectio nella nostra lingua. Ormai anche la sua.

“Cadaveri eccellenti”, via crucis tra i delitti irrisolti

Articoli, foto, testi e appunti in una mostra sugli omicidi che hanno segnato la storia di Palermo: da Piersanti Mattarella a Mauro De Mauro, da Pietro Scaglione a Gaetano Costa, fino a Nino Agostino e Peppino Impastato

di Alessia Franco

Tutto è nato quando, per un caso, il giornalista Salvo Palazzolo scoprì, nel mare magnum del web, le “buste” del giornale L’Ora conservate alla Biblioteca regionale di Palermo. Frammenti di vita, e di morte, di uomini di Stato ma anche di comuni cittadini “che per la Sicilia coltivavano un progetto – sono le parole di Palazzolo – e che per questo pagarono a caro prezzo”. Si chiama “Cadaveri eccellenti. I delitti irrisolti di Palermo: nell’archivio del giornale L’Ora tracce e indizi” la mostra inaugurata ieri alla sala consultazione della biblioteca, dove resterà fino al 19 luglio.

Un momento della presentazione

Un’occasione per ricostruire pezzi importanti della memoria collettiva, ma anche per riflettere sul ruolo dell’informazione in un’epoca di grandi flussi di dati, ma di poco approfondimento. Ad aprire la mostra curata da Palazzolo, il vicedirettore dello storico giornale, Franco Nicastro, il prefetto di Palermo Antonella De Miro, e alcuni familiari delle vittime, Enzo Agostino, Giovanni Impastato e Antonio Scaglione.

Un viaggio, quello raccontato dai nove pannelli esposti, in cui testi, foto, agenzie, ma anche tratti di pennarello e post-it, ripercorrono, come in una via crucis laica, un tessuto fatto di memoria collettiva. C’è il delitto Piersanti Mattarella, con la foto della Fiat 127 utilizzata dai killer, ancora senza nome; ci sono le immagini della scena del delitto Impastato. Ecco il servizio sul mancato attentato al giudice Falcone, all’Addaura, e poi ancora tutti gli altri omicidi rimasti senza un colpevole: Mauro De Mauro, Pietro Scaglione, Gaetano Costa, Nino Agostino, Paolo Giaccone. “Sono foto spesso crude, che oggi non si pubblicherebbero più, ma sono necessarie”, ha detto Palazzotto.

Pagine de L’Ora sul fallito attentato a Falcone

“L’Ora è stato il primo quotidiano ad avviare una grande inchiesta sulla mafia, nel ’58 – conclude Franco Nicastro – e a pagare queste ricerche con un attentato. Non si piegò, titolando il giorno dopo in prima pagina: ‘La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua’. Era un quotidiano che dalla periferia dell’Italia parlava a tutto il Paese, e non solo di mafia: di politica, di costume, di cultura. È per questo che ancora, a ventisette anni dalla chiusura, resta un punto di riferimento, soprattutto in un’epoca di informazione liquida”.

Teatro Biondo, inizia l’era di Pamela Villoresi

Il nuovo direttore artistico, da oggi ufficialmente in carica, ha presentato la prossima stagione dello stabile palermitano, con tanti progetti in cantiere

di Alessia Franco

Si è presentata in conferenza stampa parlando di sogni, con un vestito bianco (“Come una sposa, spero che questo matrimonio con il teatro duri a lungo”) e adornata di coralli (“Mi hanno raccontato che si regalassero alle spose, come augurio di prosperità”). Nel giorno del suo insediamento ufficiale come nuovo direttore del Teatro Biondo, Pamela Villoresi, attrice di lungo corso, non si stanca di sorridere, coinvolgere, sciorinare idee e progetti. E ribadisce di essere stata invitata a partecipare al bando proprio dai lavoratori del teatro, con una sola motivazione: “lassasti ciavuru”, ovvero “hai lasciato profumo” in vernacolo siciliano.

Da sinistra Nello Musumeci, Pamela Villoresi, Gianni Puglisi e Leoluca Orlando

Quello della Villoresi con Palermo è un rapporto antico, ma che oggi si apre con presupposti diversi: è la prima donna a ricoprire il ruolo di direttore, sottolinea il presidente del consiglio di amministrazione Gianni Puglisi. Il cartellone, in parte già predisposto dal direttore uscente, Roberto Alajmo, è stato integrato e ha come tema “Traghetti”. Che cosa significhi è la stessa Villoresi a spiegarlo: “Umanità in movimento… per fame, per paura, verso la pace, la dignità. Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: traghetti”. Palermo come luogo da partire e a cui approdare, nel segno del teatro. Anzi: di un teatro, come il Biondo, che aspira a diventare nazionale, come sottolineano, insieme a Villoresi e Puglisi, anche in sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e il presidente della Regione Nello Musumeci.

Vanno in questa direzione i numerosissimi progetti in cantiere: dalla collaborazione con l’università di Palermo per una laurea triennale che formi attori, registi e drammaturghi alla formazione direttamente con le nuove maestranze del teatro per imparare i mestieri di scena fino ai progetti di ecoteatro. Tra le collaborazioni, Emma Dante – che continuerà a capitanare la scuola di arti e mestieri – ma anche Alajmo, Collovà, Briguglia, Andò, Di Pasquale, Enia.

Presentata la nuova stagione del Teatro Biondo

Per il cartellone, la nuova direttrice rimanda a una presentazione più ampia all’intera città, ma si lascia sfuggire la ripresa dell’“Isola degli schiavi”, di Marivaux e a suo tempo diretto da Strehler, in esclusiva europea. In programma per la stagione 2019-2020 ci saranno 34 spettacoli, autori e attori siciliani, ma anche dal resto d’Italia e di respiro internazionale; una celebrazione di Leonardo con la danza di Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu. E poi spazio al teatro per ragazzi, alle comunità, con Swayambhu, della danzatrice indiana Shantala Shivalingappa e con un progetto, prodotto dal Biondo, che riguarda la comunità bengalese a Palermo.

Spazio anche ai grandi nomi del teatro: Lavia, Scimone, Mauri, Fabre, Imma Villa (premiatissima interprete di “Scannasurice”), i fratelli Crippa, Elisabetta Pozzi. E anche lei, Pamela Villoresi, in scena, nei panni di Frida Khalo nell’applauditissimo spettacolo “Viva la vida”, diretto da Gigi di Luca, dal libro di Pino Cacucci. Cita Shakespeare, la neo direttrice: non bisogna sognare troppo, se no si rischia che i sogni si avverino e colgano di sorpresa. Magari, per il Biondo, quello di essere promosso teatro nazionale.

Il nuovo direttore artistico, da oggi ufficialmente in carica, ha presentato la prossima stagione dello stabile palermitano, con tanti progetti in cantiere

di Alessia Franco

Si è presentata in conferenza stampa parlando di sogni, con un vestito bianco (“Come una sposa, spero che questo matrimonio con il teatro duri a lungo”) e adornata di coralli (“Mi hanno raccontato che si regalassero alle spose, come augurio di prosperità”). Nel giorno del suo insediamento ufficiale come nuovo direttore del Teatro Biondo, Pamela Villoresi, attrice di lungo corso, non si stanca di sorridere, coinvolgere, sciorinare idee e progetti. E ribadisce di essere stata invitata a partecipare al bando proprio dai lavoratori del teatro, con una sola motivazione: “lassasti ciavuru”, ovvero “hai lasciato profumo” in vernacolo siciliano.

Da sinistra Nello Musumeci, Pamela Villoresi, Gianni Puglisi e Leoluca Orlando

Quello della Villoresi con Palermo è un rapporto antico, ma che oggi si apre con presupposti diversi: è la prima donna a ricoprire il ruolo di direttore, sottolinea il presidente del consiglio di amministrazione Gianni Puglisi. Il cartellone, in parte già predisposto dal direttore uscente, Roberto Alajmo, è stato integrato e ha come tema “Traghetti”. Che cosa significhi è la stessa Villoresi a spiegarlo: “Umanità in movimento… per fame, per paura, verso la pace, la dignità. Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: traghetti”. Palermo come luogo da partire e a cui approdare, nel segno del teatro. Anzi: di un teatro, come il Biondo, che aspira a diventare nazionale, come sottolineano, insieme a Villoresi e Puglisi, anche in sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e il presidente della Regione Nello Musumeci.

Vanno in questa direzione i numerosissimi progetti in cantiere: dalla collaborazione con l’università di Palermo per una laurea triennale che formi attori, registi e drammaturghi alla formazione direttamente con le nuove maestranze del teatro per imparare i mestieri di scena fino ai progetti di ecoteatro. Tra le collaborazioni, Emma Dante – che continuerà a capitanare la scuola di arti e mestieri – ma anche Alajmo, Collovà, Briguglia, Andò, Di Pasquale, Enia.

Presentata la nuova stagione del Teatro Biondo

Per il cartellone, la nuova direttrice rimanda a una presentazione più ampia all’intera città, ma si lascia sfuggire la ripresa dell’“Isola degli schiavi”, di Marivaux e a suo tempo diretto da Strehler, in esclusiva europea. In programma per la stagione 2019-2020 ci saranno 34 spettacoli, autori e attori siciliani, ma anche dal resto d’Italia e di respiro internazionale; una celebrazione di Leonardo con la danza di Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu. E poi spazio al teatro per ragazzi, alle comunità, con Swayambhu, della danzatrice indiana Shantala Shivalingappa e con un progetto, prodotto dal Biondo, che riguarda la comunità bengalese a Palermo.

Spazio anche ai grandi nomi del teatro: Lavia, Scimone, Mauri, Fabre, Imma Villa (premiatissima interprete di “Scannasurice”), i fratelli Crippa, Elisabetta Pozzi. E anche lei, Pamela Villoresi, in scena, nei panni di Frida Khalo nell’applauditissimo spettacolo “Viva la vida”, diretto da Gigi di Luca, dal libro di Pino Cacucci. Cita Shakespeare, la neo direttrice: non bisogna sognare troppo, se no si rischia che i sogni si avverino e colgano di sorpresa. Magari, per il Biondo, quello di essere promosso teatro nazionale.

Palermo e la sua icona urbana: torna l’effetto Basile

A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale dell’architetto come simbolo laico della città, si fa il punto sul progetto di valorizzazione della sua opera

di Alessia Franco

Lo hanno chiamato “effetto Basile”. Con queste due parole, gli architetti palermitani Giulia Argiroffi e Danilo Maniscalco hanno ideato nel 2015 progetto che ha al centro Ernesto Basile, costruttore di bellezza e simbolo di quell’Art Nouveau che fece di Palermo il centro del mondo. A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale di Palermo dell’architetto come nuova icona urbana, un breve ciclo di tre incontri, all’interno della Settimana delle Culture, racconta il progetto, articolato in quattordici fasi operative, e fa il punto sulla bellezza di cui è disseminata la città in tre luoghi-simbolo.

Villino Gregorietti a Mondello

Dopo la sala Onu del teatro Massimo, edificio legato a doppio filo all’opera di Basile padre e figlio, stamattina, alle 11 sarà la volta di San Domenico, con il priore della basilica, Sergio Catalano (anche lui architetto), e la visita ad autentiche meraviglie: come leopere basiliane per la cappella Majorca-Francavilla, la lapide commemorativa dedicata a Gioacchino di Marzo, gli elementi a corredo della cripta di Francesco Crispi e le altre opere floreali ed eclettiche presenti tra le navate laterali.

Il discorso sul lessico floreale di Ernesto Basile si concluderà domani alle 17 a Casa Lemos, oggi sede della Banca Credem di via Quintino Sella, custode discreta di sinergie armoniche floreali che legano gli arredi lignei fissi Ducrot, le policromie degli intrecci fitomorfici delle decorazioni del soffitto di Salvatore Gregorietti. La “regia”, neanche a dirlo, è dell’architetto siciliano.

Cappella Lanza di Scalea nel cimitero di Santa Maria di Gesù

Molto più che una commemorazione, quella promossa da Giulia Argiroffi, Danilo Maniscalco, Massimiliano Marafon Pecoraro e Maria Antonietta Spadaro: un vero e proprio progetto che include anche la costituzione di una casa-museo proprio a Villa Ida, casa di Ernesto Basile. Adottato dalla città come nuova icona urbana, come lo è Gaudì di Barcellona. Non una rievocazione dei bei tempi andati fine a se stessa, ma uno studio approfondito di questa figura che seppe amalgamare rigore morale e leggiadria delle forme.

Uomo di grande modernità a lungimiranza, Basile era molto legato al concetto mitteleuropeo di Gesamtkustwerk, l’opera d’arte integrale. Proprio ispirato a questo ideale, l’architetto palermitano ripensò Montecitorio – di cui la storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro ha messo in luce le affinità con il grand hotel di Piazza Borsa – disegnando personalmente arredi fissi e mobili. Dalla commemorazione del centenario della prima seduta del Parlamento, celebrata a Roma e a Palermo, il 20 novembre dello scorso anno, è partito il documento approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, per tradurre in azioni concrete l’”Effetto Basile”. Tra i progetti in cantiere – tutti gravitanti attorno a quel periodo straordinario che fu la Belle Epoque – un percorso ciclabile intitolato a Donna Franca Florio proprio nell’area in cui visse e che probabilmente amò di più nella sua vita, il recupero dell’area di villa Deliella (emblema del “sacco” che deturpò irrimediabilmente Palermo) e quello dei chioschi Ribaudo, nei pressi del Politeama e del Massimo e Vicari.

A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale dell’architetto come simbolo laico della città, si fa il punto sul progetto di valorizzazione della sua opera

di Alessia Franco

Lo hanno chiamato “effetto Basile”. Con queste due parole, gli architetti palermitani Giulia Argiroffi e Danilo Maniscalco hanno ideato nel 2015 progetto che ha al centro Ernesto Basile, costruttore di bellezza e simbolo di quell’Art Nouveau che fece di Palermo il centro del mondo. A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale di Palermo dell’architetto come nuova icona urbana, un breve ciclo di tre incontri, all’interno della Settimana delle Culture, racconta il progetto, articolato in quattordici fasi operative, e fa il punto sulla bellezza di cui è disseminata la città in tre luoghi-simbolo.

Villino Gregorietti a Mondello

Dopo la sala Onu del teatro Massimo, edificio legato a doppio filo all’opera di Basile padre e figlio, stamattina, alle 11 sarà la volta di San Domenico, con il priore della basilica, Sergio Catalano (anche lui architetto), e la visita ad autentiche meraviglie: come leopere basiliane per la cappella Majorca-Francavilla, la lapide commemorativa dedicata a Gioacchino di Marzo, gli elementi a corredo della cripta di Francesco Crispi e le altre opere floreali ed eclettiche presenti tra le navate laterali.

Il discorso sul lessico floreale di Ernesto Basile si concluderà domani alle 17 a Casa Lemos, oggi sede della Banca Credem di via Quintino Sella, custode discreta di sinergie armoniche floreali che legano gli arredi lignei fissi Ducrot, le policromie degli intrecci fitomorfici delle decorazioni del soffitto di Salvatore Gregorietti. La “regia”, neanche a dirlo, è dell’architetto siciliano.

Cappella Lanza di Scalea nel cimitero di Santa Maria di Gesù

Molto più che una commemorazione, quella promossa da Giulia Argiroffi, Danilo Maniscalco, Massimiliano Marafon Pecoraro e Maria Antonietta Spadaro: un vero e proprio progetto che include anche la costituzione di una casa-museo proprio a Villa Ida, casa di Ernesto Basile. Adottato dalla città come nuova icona urbana, come lo è Gaudì di Barcellona. Non una rievocazione dei bei tempi andati fine a se stessa, ma uno studio approfondito di questa figura che seppe amalgamare rigore morale e leggiadria delle forme.

Uomo di grande modernità a lungimiranza, Basile era molto legato al concetto mitteleuropeo di Gesamtkustwerk, l’opera d’arte integrale. Proprio ispirato a questo ideale, l’architetto palermitano ripensò Montecitorio – di cui la storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro ha messo in luce le affinità con il grand hotel di Piazza Borsa – disegnando personalmente arredi fissi e mobili. Dalla commemorazione del centenario della prima seduta del Parlamento, celebrata a Roma e a Palermo, il 20 novembre dello scorso anno, è partito il documento approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, per tradurre in azioni concrete l’”Effetto Basile”. Tra i progetti in cantiere – tutti gravitanti attorno a quel periodo straordinario che fu la Belle Epoque – un percorso ciclabile intitolato a Donna Franca Florio proprio nell’area in cui visse e che probabilmente amò di più nella sua vita, il recupero dell’area di villa Deliella (emblema del “sacco” che deturpò irrimediabilmente Palermo) e quello dei chioschi Ribaudo, nei pressi del Politeama e del Massimo e Vicari.

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