Laurea honoris causa a Moni Ovadia, artista in cammino

L’Università di Palermo ha conferito il titolo di dottore in musicologia e scienze dello spettacolo all’eclettico intellettuale molto legato alla Sicilia

di Alessia Franco

Da oggi, il corso di laurea magistrale in musicologia e scienze dello spettacolo ha un nuovo laureato. Si chiama Moni Ovadia, è già cittadino onorario di Palermo, e ha fatto della parola, della musica, del canto e del suono la sua poetica.

Fabrizio Micari e Moni Ovadia

Artista poliedrico, uno dei pochi che spaziano con la disinvoltura della preparazione dal teatro alla scrittura, dal cinema alla musica, a Moni Ovadia si deve anche un grande impegno civile. Per tutti questi motivi, il rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari, ha parlato della laurea di Ovadia come di opportunità della cultura di commuovere e comprendere, e di farsi inclusiva: unico modo possibile per costruire un’identità collettiva e non violenta.

Un linguaggio, quello dell’artista, in cui, osserva la coordinatrice del corso di laurea magistrale interclasse in musicologia e scienze dello spettacolo, Anna Tedesco, si coniugano ricerca storica ed etnomusicologia, impegno politico e una profonda conoscenza della cultura yiddish e della musica klezmer. A Sergio Bonanzinga, docente di antropologia della musica dell’Ateneo, il compito della laudatio e della motivazione di questa laurea magistrale che, ha detto: “Vuole sancire l’itinerario esemplare di un artista e di un intellettuale ancora in cammino: che ha saputo ascoltare, che ha saputo vedere e che ha saputo maieuticamente restituire quanto ha visto e ascoltato”.

Un momento della cerimonia

Di nascita bulgara ma di famiglia ebraico-sefardita poi approdata a Milano, Moni Ovadia ha insistito molto sui temi dell’esilio, del linguaggio e della musica nella sua lectio magistralis, che ha chiamato significativamente “In cammino per il canto”. Tra i ricordi che affiorano c’è quindi la marea calma di un insieme di lingue che si sedimentano nella sua sensibilità di uomo e di artista, ma anche i ricordi, alcuni dei quali legati alla Sicilia.

“Nei primi tempi in cui ero a Milano – ha ricordato Moni Ovadia – ho fatto amicizia con un altro bambino. Veniva da Messina, ne combinavamo di tutti i colori. E sua nonna ci rimproverava con ogni genere di insulti. Io non li capivo, ma mi sembrava che componessero una melodia fantastica”. Un rapporto, quello con la Sicilia, con Palermo, antico e profondo. In sala delle Capriate non c’erano soltanto accademici ed esponenti della cultura, ma anche studenti, concittadini, musicisti, amici, teatranti: lo stesso panorama umano che l’artista chiama “casa di volti”, possibilità di fare progetti. E a proposito, anche questa laurea honoris causa è il trampolino per un’iniziativa: promuovere all’Unesco le lingue siciliane come patrimonio immateriale dell’umanità. Moni, del resto, è avvantaggiato: il suo siciliano gli consente di parlare per più di dieci minuti della sua lectio nella nostra lingua. Ormai anche la sua.

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“Cadaveri eccellenti”, via crucis tra i delitti irrisolti

Articoli, foto, testi e appunti in una mostra sugli omicidi che hanno segnato la storia di Palermo: da Piersanti Mattarella a Mauro De Mauro, da Pietro Scaglione a Gaetano Costa, fino a Nino Agostino e Peppino Impastato

di Alessia Franco

Tutto è nato quando, per un caso, il giornalista Salvo Palazzolo scoprì, nel mare magnum del web, le “buste” del giornale L’Ora conservate alla Biblioteca regionale di Palermo. Frammenti di vita, e di morte, di uomini di Stato ma anche di comuni cittadini “che per la Sicilia coltivavano un progetto – sono le parole di Palazzolo – e che per questo pagarono a caro prezzo”. Si chiama “Cadaveri eccellenti. I delitti irrisolti di Palermo: nell’archivio del giornale L’Ora tracce e indizi” la mostra inaugurata ieri alla sala consultazione della biblioteca, dove resterà fino al 19 luglio.

Un momento della presentazione

Un’occasione per ricostruire pezzi importanti della memoria collettiva, ma anche per riflettere sul ruolo dell’informazione in un’epoca di grandi flussi di dati, ma di poco approfondimento. Ad aprire la mostra curata da Palazzolo, il vicedirettore dello storico giornale, Franco Nicastro, il prefetto di Palermo Antonella De Miro, e alcuni familiari delle vittime, Enzo Agostino, Giovanni Impastato e Antonio Scaglione.

Un viaggio, quello raccontato dai nove pannelli esposti, in cui testi, foto, agenzie, ma anche tratti di pennarello e post-it, ripercorrono, come in una via crucis laica, un tessuto fatto di memoria collettiva. C’è il delitto Piersanti Mattarella, con la foto della Fiat 127 utilizzata dai killer, ancora senza nome; ci sono le immagini della scena del delitto Impastato. Ecco il servizio sul mancato attentato al giudice Falcone, all’Addaura, e poi ancora tutti gli altri omicidi rimasti senza un colpevole: Mauro De Mauro, Pietro Scaglione, Gaetano Costa, Nino Agostino, Paolo Giaccone. “Sono foto spesso crude, che oggi non si pubblicherebbero più, ma sono necessarie”, ha detto Palazzotto.

Pagine de L’Ora sul fallito attentato a Falcone

“L’Ora è stato il primo quotidiano ad avviare una grande inchiesta sulla mafia, nel ’58 – conclude Franco Nicastro – e a pagare queste ricerche con un attentato. Non si piegò, titolando il giorno dopo in prima pagina: ‘La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua’. Era un quotidiano che dalla periferia dell’Italia parlava a tutto il Paese, e non solo di mafia: di politica, di costume, di cultura. È per questo che ancora, a ventisette anni dalla chiusura, resta un punto di riferimento, soprattutto in un’epoca di informazione liquida”.

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Teatro Biondo, inizia l’era di Pamela Villoresi

Il nuovo direttore artistico, da oggi ufficialmente in carica, ha presentato la prossima stagione dello stabile palermitano, con tanti progetti in cantiere

di Alessia Franco

Si è presentata in conferenza stampa parlando di sogni, con un vestito bianco (“Come una sposa, spero che questo matrimonio con il teatro duri a lungo”) e adornata di coralli (“Mi hanno raccontato che si regalassero alle spose, come augurio di prosperità”). Nel giorno del suo insediamento ufficiale come nuovo direttore del Teatro Biondo, Pamela Villoresi, attrice di lungo corso, non si stanca di sorridere, coinvolgere, sciorinare idee e progetti. E ribadisce di essere stata invitata a partecipare al bando proprio dai lavoratori del teatro, con una sola motivazione: “lassasti ciavuru”, ovvero “hai lasciato profumo” in vernacolo siciliano.

Da sinistra Nello Musumeci, Pamela Villoresi, Gianni Puglisi e Leoluca Orlando

Quello della Villoresi con Palermo è un rapporto antico, ma che oggi si apre con presupposti diversi: è la prima donna a ricoprire il ruolo di direttore, sottolinea il presidente del consiglio di amministrazione Gianni Puglisi. Il cartellone, in parte già predisposto dal direttore uscente, Roberto Alajmo, è stato integrato e ha come tema “Traghetti”. Che cosa significhi è la stessa Villoresi a spiegarlo: “Umanità in movimento… per fame, per paura, verso la pace, la dignità. Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: traghetti”. Palermo come luogo da partire e a cui approdare, nel segno del teatro. Anzi: di un teatro, come il Biondo, che aspira a diventare nazionale, come sottolineano, insieme a Villoresi e Puglisi, anche in sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e il presidente della Regione Nello Musumeci.

Vanno in questa direzione i numerosissimi progetti in cantiere: dalla collaborazione con l’università di Palermo per una laurea triennale che formi attori, registi e drammaturghi alla formazione direttamente con le nuove maestranze del teatro per imparare i mestieri di scena fino ai progetti di ecoteatro. Tra le collaborazioni, Emma Dante – che continuerà a capitanare la scuola di arti e mestieri – ma anche Alajmo, Collovà, Briguglia, Andò, Di Pasquale, Enia.

Presentata la nuova stagione del Teatro Biondo

Per il cartellone, la nuova direttrice rimanda a una presentazione più ampia all’intera città, ma si lascia sfuggire la ripresa dell’“Isola degli schiavi”, di Marivaux e a suo tempo diretto da Strehler, in esclusiva europea. In programma per la stagione 2019-2020 ci saranno 34 spettacoli, autori e attori siciliani, ma anche dal resto d’Italia e di respiro internazionale; una celebrazione di Leonardo con la danza di Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu. E poi spazio al teatro per ragazzi, alle comunità, con Swayambhu, della danzatrice indiana Shantala Shivalingappa e con un progetto, prodotto dal Biondo, che riguarda la comunità bengalese a Palermo.

Spazio anche ai grandi nomi del teatro: Lavia, Scimone, Mauri, Fabre, Imma Villa (premiatissima interprete di “Scannasurice”), i fratelli Crippa, Elisabetta Pozzi. E anche lei, Pamela Villoresi, in scena, nei panni di Frida Khalo nell’applauditissimo spettacolo “Viva la vida”, diretto da Gigi di Luca, dal libro di Pino Cacucci. Cita Shakespeare, la neo direttrice: non bisogna sognare troppo, se no si rischia che i sogni si avverino e colgano di sorpresa. Magari, per il Biondo, quello di essere promosso teatro nazionale.

Il nuovo direttore artistico, da oggi ufficialmente in carica, ha presentato la prossima stagione dello stabile palermitano, con tanti progetti in cantiere

di Alessia Franco

Si è presentata in conferenza stampa parlando di sogni, con un vestito bianco (“Come una sposa, spero che questo matrimonio con il teatro duri a lungo”) e adornata di coralli (“Mi hanno raccontato che si regalassero alle spose, come augurio di prosperità”). Nel giorno del suo insediamento ufficiale come nuovo direttore del Teatro Biondo, Pamela Villoresi, attrice di lungo corso, non si stanca di sorridere, coinvolgere, sciorinare idee e progetti. E ribadisce di essere stata invitata a partecipare al bando proprio dai lavoratori del teatro, con una sola motivazione: “lassasti ciavuru”, ovvero “hai lasciato profumo” in vernacolo siciliano.

Da sinistra Nello Musumeci, Pamela Villoresi, Gianni Puglisi e Leoluca Orlando

Quello della Villoresi con Palermo è un rapporto antico, ma che oggi si apre con presupposti diversi: è la prima donna a ricoprire il ruolo di direttore, sottolinea il presidente del consiglio di amministrazione Gianni Puglisi. Il cartellone, in parte già predisposto dal direttore uscente, Roberto Alajmo, è stato integrato e ha come tema “Traghetti”. Che cosa significhi è la stessa Villoresi a spiegarlo: “Umanità in movimento… per fame, per paura, verso la pace, la dignità. Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: traghetti”. Palermo come luogo da partire e a cui approdare, nel segno del teatro. Anzi: di un teatro, come il Biondo, che aspira a diventare nazionale, come sottolineano, insieme a Villoresi e Puglisi, anche in sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e il presidente della Regione Nello Musumeci.

Vanno in questa direzione i numerosissimi progetti in cantiere: dalla collaborazione con l’università di Palermo per una laurea triennale che formi attori, registi e drammaturghi alla formazione direttamente con le nuove maestranze del teatro per imparare i mestieri di scena fino ai progetti di ecoteatro. Tra le collaborazioni, Emma Dante – che continuerà a capitanare la scuola di arti e mestieri – ma anche Alajmo, Collovà, Briguglia, Andò, Di Pasquale, Enia.

Presentata la nuova stagione del Teatro Biondo

Per il cartellone, la nuova direttrice rimanda a una presentazione più ampia all’intera città, ma si lascia sfuggire la ripresa dell’“Isola degli schiavi”, di Marivaux e a suo tempo diretto da Strehler, in esclusiva europea. In programma per la stagione 2019-2020 ci saranno 34 spettacoli, autori e attori siciliani, ma anche dal resto d’Italia e di respiro internazionale; una celebrazione di Leonardo con la danza di Emiliano Pellisari e Mariana Porceddu. E poi spazio al teatro per ragazzi, alle comunità, con Swayambhu, della danzatrice indiana Shantala Shivalingappa e con un progetto, prodotto dal Biondo, che riguarda la comunità bengalese a Palermo.

Spazio anche ai grandi nomi del teatro: Lavia, Scimone, Mauri, Fabre, Imma Villa (premiatissima interprete di “Scannasurice”), i fratelli Crippa, Elisabetta Pozzi. E anche lei, Pamela Villoresi, in scena, nei panni di Frida Khalo nell’applauditissimo spettacolo “Viva la vida”, diretto da Gigi di Luca, dal libro di Pino Cacucci. Cita Shakespeare, la neo direttrice: non bisogna sognare troppo, se no si rischia che i sogni si avverino e colgano di sorpresa. Magari, per il Biondo, quello di essere promosso teatro nazionale.

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Palermo e la sua icona urbana: torna l’effetto Basile

A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale dell’architetto come simbolo laico della città, si fa il punto sul progetto di valorizzazione della sua opera

di Alessia Franco

Lo hanno chiamato “effetto Basile”. Con queste due parole, gli architetti palermitani Giulia Argiroffi e Danilo Maniscalco hanno ideato nel 2015 progetto che ha al centro Ernesto Basile, costruttore di bellezza e simbolo di quell’Art Nouveau che fece di Palermo il centro del mondo. A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale di Palermo dell’architetto come nuova icona urbana, un breve ciclo di tre incontri, all’interno della Settimana delle Culture, racconta il progetto, articolato in quattordici fasi operative, e fa il punto sulla bellezza di cui è disseminata la città in tre luoghi-simbolo.

Villino Gregorietti a Mondello

Dopo la sala Onu del teatro Massimo, edificio legato a doppio filo all’opera di Basile padre e figlio, stamattina, alle 11 sarà la volta di San Domenico, con il priore della basilica, Sergio Catalano (anche lui architetto), e la visita ad autentiche meraviglie: come leopere basiliane per la cappella Majorca-Francavilla, la lapide commemorativa dedicata a Gioacchino di Marzo, gli elementi a corredo della cripta di Francesco Crispi e le altre opere floreali ed eclettiche presenti tra le navate laterali.

Il discorso sul lessico floreale di Ernesto Basile si concluderà domani alle 17 a Casa Lemos, oggi sede della Banca Credem di via Quintino Sella, custode discreta di sinergie armoniche floreali che legano gli arredi lignei fissi Ducrot, le policromie degli intrecci fitomorfici delle decorazioni del soffitto di Salvatore Gregorietti. La “regia”, neanche a dirlo, è dell’architetto siciliano.

Cappella Lanza di Scalea nel cimitero di Santa Maria di Gesù

Molto più che una commemorazione, quella promossa da Giulia Argiroffi, Danilo Maniscalco, Massimiliano Marafon Pecoraro e Maria Antonietta Spadaro: un vero e proprio progetto che include anche la costituzione di una casa-museo proprio a Villa Ida, casa di Ernesto Basile. Adottato dalla città come nuova icona urbana, come lo è Gaudì di Barcellona. Non una rievocazione dei bei tempi andati fine a se stessa, ma uno studio approfondito di questa figura che seppe amalgamare rigore morale e leggiadria delle forme.

Uomo di grande modernità a lungimiranza, Basile era molto legato al concetto mitteleuropeo di Gesamtkustwerk, l’opera d’arte integrale. Proprio ispirato a questo ideale, l’architetto palermitano ripensò Montecitorio – di cui la storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro ha messo in luce le affinità con il grand hotel di Piazza Borsa – disegnando personalmente arredi fissi e mobili. Dalla commemorazione del centenario della prima seduta del Parlamento, celebrata a Roma e a Palermo, il 20 novembre dello scorso anno, è partito il documento approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, per tradurre in azioni concrete l’”Effetto Basile”. Tra i progetti in cantiere – tutti gravitanti attorno a quel periodo straordinario che fu la Belle Epoque – un percorso ciclabile intitolato a Donna Franca Florio proprio nell’area in cui visse e che probabilmente amò di più nella sua vita, il recupero dell’area di villa Deliella (emblema del “sacco” che deturpò irrimediabilmente Palermo) e quello dei chioschi Ribaudo, nei pressi del Politeama e del Massimo e Vicari.

A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale dell’architetto come simbolo laico della città, si fa il punto sul progetto di valorizzazione della sua opera

di Alessia Franco

Lo hanno chiamato “effetto Basile”. Con queste due parole, gli architetti palermitani Giulia Argiroffi e Danilo Maniscalco hanno ideato nel 2015 progetto che ha al centro Ernesto Basile, costruttore di bellezza e simbolo di quell’Art Nouveau che fece di Palermo il centro del mondo. A sei mesi dall’adozione da parte del Consiglio comunale di Palermo dell’architetto come nuova icona urbana, un breve ciclo di tre incontri, all’interno della Settimana delle Culture, racconta il progetto, articolato in quattordici fasi operative, e fa il punto sulla bellezza di cui è disseminata la città in tre luoghi-simbolo.

Villino Gregorietti a Mondello

Dopo la sala Onu del teatro Massimo, edificio legato a doppio filo all’opera di Basile padre e figlio, stamattina, alle 11 sarà la volta di San Domenico, con il priore della basilica, Sergio Catalano (anche lui architetto), e la visita ad autentiche meraviglie: come leopere basiliane per la cappella Majorca-Francavilla, la lapide commemorativa dedicata a Gioacchino di Marzo, gli elementi a corredo della cripta di Francesco Crispi e le altre opere floreali ed eclettiche presenti tra le navate laterali.

Il discorso sul lessico floreale di Ernesto Basile si concluderà domani alle 17 a Casa Lemos, oggi sede della Banca Credem di via Quintino Sella, custode discreta di sinergie armoniche floreali che legano gli arredi lignei fissi Ducrot, le policromie degli intrecci fitomorfici delle decorazioni del soffitto di Salvatore Gregorietti. La “regia”, neanche a dirlo, è dell’architetto siciliano.

Cappella Lanza di Scalea nel cimitero di Santa Maria di Gesù

Molto più che una commemorazione, quella promossa da Giulia Argiroffi, Danilo Maniscalco, Massimiliano Marafon Pecoraro e Maria Antonietta Spadaro: un vero e proprio progetto che include anche la costituzione di una casa-museo proprio a Villa Ida, casa di Ernesto Basile. Adottato dalla città come nuova icona urbana, come lo è Gaudì di Barcellona. Non una rievocazione dei bei tempi andati fine a se stessa, ma uno studio approfondito di questa figura che seppe amalgamare rigore morale e leggiadria delle forme.

Uomo di grande modernità a lungimiranza, Basile era molto legato al concetto mitteleuropeo di Gesamtkustwerk, l’opera d’arte integrale. Proprio ispirato a questo ideale, l’architetto palermitano ripensò Montecitorio – di cui la storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro ha messo in luce le affinità con il grand hotel di Piazza Borsa – disegnando personalmente arredi fissi e mobili. Dalla commemorazione del centenario della prima seduta del Parlamento, celebrata a Roma e a Palermo, il 20 novembre dello scorso anno, è partito il documento approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, per tradurre in azioni concrete l’”Effetto Basile”. Tra i progetti in cantiere – tutti gravitanti attorno a quel periodo straordinario che fu la Belle Epoque – un percorso ciclabile intitolato a Donna Franca Florio proprio nell’area in cui visse e che probabilmente amò di più nella sua vita, il recupero dell’area di villa Deliella (emblema del “sacco” che deturpò irrimediabilmente Palermo) e quello dei chioschi Ribaudo, nei pressi del Politeama e del Massimo e Vicari.

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La Passione in chiaroscuro negli scatti di Toni Campo

Un viaggio fotografico lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore. Scene di sofferenza universale e insieme soggettiva in mostra a Comiso

di Alessia Franco

Un percorso aspro e insieme di grande dolcezza e vigore espressivo. Si chiama “The Passion” la mostra fotografica di Toni Campo, allestita fino al 24 aprile al mercato civico di piazza delle Erbe a Comiso.

Seconda stazione

Un viaggio lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore, in tutte le sue declinazioni di umanità. Negli scatti, Campo non fa nulla per dissimulare la lunga esperienza come fotografo di moda, che lo ha portato su riviste del calibro di Vogue. Esalta, anzi, una profonda tecnica nel ritrarre quei corpi avvolti da tutte le sfumature che passano tra il bianco e il nero, corpi che nella loro dolce e tremenda fisicità denunciano una sofferenza tutta umana.

Quarta stazione

Sarà per questo che nei quadri di questa Passione siciliana non c’è spazio per nessun oggetto: anche la Croce, segno di una sofferenza universale e insieme soggettiva, è sottintesa, mimata, e proprio per questo forse ancora più presente. Così come invisibili e inudibili, eppure eccezionalmente vividi, sono le percosse, il palo a cui il Cristo è legato. Inudibili sono gli insulti: ma chi guarda percepisce il mondo in quello spazio e in quel tempo lontani, quando il cielo si fece livido e la terra pianse.

La forza della mostra di Campo sta proprio nel ricreare archetipi – la madre, il figlio, la vita, la morte – che plasmandosi su corpi veri diventano dolore fisico universale, che si scioglie nel riposo finale del Cristo, avvolto finalmente nel sudario. Da non perdere.

Un viaggio fotografico lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore. Scene di sofferenza universale e insieme soggettiva in mostra a Comiso

di Alessia Franco

Un percorso aspro e insieme di grande dolcezza e vigore espressivo. Si chiama “The Passion” la mostra fotografica di Toni Campo, allestita fino al 24 aprile al mercato civico di piazza delle Erbe a Comiso.

Seconda stazione

Un viaggio lungo quattordici stazioni in cui il protagonista assoluto è il dolore, in tutte le sue declinazioni di umanità. Negli scatti, Campo non fa nulla per dissimulare la lunga esperienza come fotografo di moda, che lo ha portato su riviste del calibro di Vogue. Esalta, anzi, una profonda tecnica nel ritrarre quei corpi avvolti da tutte le sfumature che passano tra il bianco e il nero, corpi che nella loro dolce e tremenda fisicità denunciano una sofferenza tutta umana.

Quarta stazione

Sarà per questo che nei quadri di questa Passione siciliana non c’è spazio per nessun oggetto: anche la Croce, segno di una sofferenza universale e insieme soggettiva, è sottintesa, mimata, e proprio per questo forse ancora più presente. Così come invisibili e inudibili, eppure eccezionalmente vividi, sono le percosse, il palo a cui il Cristo è legato. Inudibili sono gli insulti: ma chi guarda percepisce il mondo in quello spazio e in quel tempo lontani, quando il cielo si fece livido e la terra pianse.

La forza della mostra di Campo sta proprio nel ricreare archetipi – la madre, il figlio, la vita, la morte – che plasmandosi su corpi veri diventano dolore fisico universale, che si scioglie nel riposo finale del Cristo, avvolto finalmente nel sudario. Da non perdere.

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Palermo avanguardia della danza contemporanea

Tutto pronto per il festival ConFormazioni, cinque giorni di spettacoli itineranti, incontri e workshop con artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio e Francia

di Alessia Franco

Far diventare Palermo, e la Sicilia tutta, un polo d’eccellenza per la danza e i linguaggi contemporanei. Una vera e propria missione, quella del festival ConFormazioni, promosso da Muxarte, diretto da Giuseppe Muscarello e arrivato alla terza edizione. Cinque giorni di spettacoli, dal 24 al 28 aprile, ma anche di incontri e di workshop per un festival itinerante, che ha ricevuto il sostegno del ministero per i Beni e le attività culturali e la collaborazione del Comune di Palermo, Teatro Massimo, Spazio Franco, Cre.Zi Plus e museo archeologico Salinas.

“Un modo per aprire il territorio alle arti performative – dice Giuseppe Muscarello – ma anche per ribadire con decisione la necessità di costruzione di un dialogo indispensabile, soprattutto oggi. La danza diventa cioè linguaggio capace di interpretare la forza e insieme la fragilità dell’umano: è il paradigma di questa edizione”.

Un’edizione “nomade”, dunque, in cui gli spettacoli si terranno al Teatro Massimo, al Salinas, allo Spazio Franco, al Cre.Zi Plus e alla Sala Perriera dei Cantieri culturali alla Zisa e che accoglierà artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio, Francia. “Vogliamo – continua il direttore artistico – che il festival intercetti anche i turisti che si troveranno in città in occasione del 25 aprile. Molti coreografi saranno in scena, e questo renderà ancora più preziose le performance”.

Abbondanza/Bertoni, Collettivo Cinetico, Daniele Ninarello, Luna Cenere e Davide Valrosso, e ancora Natiscalzi DT e Simona Argentieri. Quattro saranno invece gli artisti stranieri, con due prime nazionali: ad aprire il festival sarà il francese Alexandre Fandard, seguito dal coreografo spagnolo Diego Sinniger. Chiuderanno l’ultima giornata i danzatori greci Martha Pasakopoulou e Aris Papadopoulos e, dal Belgio, la coreografa Karine Ponties della compagnia Dame De Pic, con uno spettacolo al confine tra teatro e danza. Ammesso che questo confine sia mai esistito.

Tutto pronto per il festival ConFormazioni, cinque giorni di spettacoli itineranti, incontri e workshop con artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio e Francia

di Alessia Franco

Far diventare Palermo, e la Sicilia tutta, un polo d’eccellenza per la danza e i linguaggi contemporanei. Una vera e propria missione, quella del festival ConFormazioni, promosso da Muxarte, diretto da Giuseppe Muscarello e arrivato alla terza edizione. Cinque giorni di spettacoli, dal 24 al 28 aprile, ma anche di incontri e di workshop per un festival itinerante, che ha ricevuto il sostegno del ministero per i Beni e le attività culturali e la collaborazione del Comune di Palermo, Teatro Massimo, Spazio Franco, Cre.Zi Plus e museo archeologico Salinas.

“Un modo per aprire il territorio alle arti performative – dice Giuseppe Muscarello – ma anche per ribadire con decisione la necessità di costruzione di un dialogo indispensabile, soprattutto oggi. La danza diventa cioè linguaggio capace di interpretare la forza e insieme la fragilità dell’umano: è il paradigma di questa edizione”.

Un’edizione “nomade”, dunque, in cui gli spettacoli si terranno al Teatro Massimo, al Salinas, allo Spazio Franco, al Cre.Zi Plus e alla Sala Perriera dei Cantieri culturali alla Zisa e che accoglierà artisti provenienti da tutta Italia e da Grecia, Spagna, Belgio, Francia. “Vogliamo – continua il direttore artistico – che il festival intercetti anche i turisti che si troveranno in città in occasione del 25 aprile. Molti coreografi saranno in scena, e questo renderà ancora più preziose le performance”.

In programma lavori di compagnie storiche ma anche giovani formazioni attente ai linguaggi contemporanei: Abbondanza/Bertoni, Collettivo Cinetico, Daniele Ninarello, Luna Cenere e Davide Valrosso, e ancora Natiscalzi DT e Simona Argentieri. Quattro saranno invece gli artisti stranieri, con due prime nazionali: ad aprire il festival sarà il francese Alexandre Fandard, seguito dal coreografo spagnolo Diego Sinniger. Chiuderanno l’ultima giornata i danzatori greci Martha Pasakopoulou e Aris Papadopoulos e, dal Belgio, la coreografa Karine Ponties della compagnia Dame De Pic, con uno spettacolo al confine tra teatro e danza. Ammesso che questo confine sia mai esistito.

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Bellezze siciliane in vetrina dopo il restyling

Un tour di due giorni rivolto a “travel blogger” provenienti da tutta Italia, alla scoperta dei fiori all’occhiello di Siracusa e Taormina

di Alessia Franco

Un’esperienza che non dimenticheranno facilmente, quella dei blogger che da tutta Italia si sono dati appuntamento in Sicilia orientale, alla scoperta di Siracusa e Taormina. Un tour di due giorni, quello dal 15 al 16 febbraio – organizzato dall’assessorato regionale dei Beni Culturali, diretto da Sebastiano Tusa, e dalla società di servizi aggiuntivi Aditus – essenzialmente rivolto a loro, proprio perché sempre più spesso una parte consistente di nuovi viaggiatori preferisce affidarsi a racconti piuttosto che ai consigli e ai “pacchetti” dell’agenzia sotto casa.

Il Museo Paolo Orsi di Siracusa

“Volevamo mostrare la straordinarietà di alcuni luoghi di cui gestiamo le biglietterie – dice Andrea Benedino, amministratore delegato della società – e allo stesso tempo dimostrare come i servizi aggiuntivi siano fondamentali nella fruizione di un sito. Tutto questo senza intermediari, attraverso l’esperienza diretta dei blogger. Non è un caso che ci siamo rivolti principalmente ai canali digitali: fino all’anno scorso – continua Benedino – era impossibile fare lo sbigliettamento online in questi siti”.

A “rifarsi il trucco” sono stati il parco archeologico della Neapolis, il museo archeologico regionale Paolo Orsi e la galleria regionale di palazzo Bellomo a Siracusa, mentre a Taormina il teatro antico e il museo e area archeologica di Naxos. Gli interventi riguardano essenzialmente le nuova segnaletica interna ed esterna (al teatro di Taormina, ma si sta lavorando anche su Naxos e Neapolis) in modo da rispondere essenzialmente a tre requisiti: chiarezza, resistenza alle intemperie e senso estetico.

La Tomba di Archimede a Siracusa

E poi ci sono le caffetterie, con un passato spesso piuttosto pesante da scontare, in cui erano luoghi di transito anche piuttosto veloce, di rapido consumo di prodotti scadenti. “I nostri ospiti hanno assaggiato i loro primi cannoli proprio nella caffetteria della Neapolis – dice Bendino – che ha anche ospitato la prima cena del tour. La caffetteria diventa vetrina del territorio, con un’attenzione molto forte alla filiera corta e ai prodotti locali”.

In ultimo, nuovo look anche per le biglietterie: quella del teatro antico di Taormina sarà sostituita e al suo posto arriverà una struttura più funzionale, insieme a una seconda biglietteria, per eliminare o sfoltire le code d’ingresso. Blogger e giornalisti hanno potuto godere di una chicca nella loro due giorni: la visita degli interni del castello Maniace. Chissà che cosa racconteranno di questa Sicilia orientale che riparte dalla qualità, e che hanno visto, sentito e assaggiato.

Un tour di due giorni rivolto a “travel blogger” provenienti da tutta Italia, alla scoperta dei fiori all’occhiello di Siracusa e Taormina

di Alessia Franco

Un’esperienza che non dimenticheranno facilmente, quella dei blogger che da tutta Italia si sono dati appuntamento in Sicilia orientale, alla scoperta di Siracusa e Taormina. Un tour di due giorni, quello dal 15 al 16 febbraio – organizzato dall’assessorato regionale dei Beni Culturali, diretto da Sebastiano Tusa, e dalla società di servizi aggiuntivi Aditus – essenzialmente rivolto a loro, proprio perché sempre più spesso una parte consistente di nuovi viaggiatori preferisce affidarsi a racconti piuttosto che ai consigli e ai “pacchetti” dell’agenzia sotto casa.

Il Museo Paolo Orsi di Siracusa

“Volevamo mostrare la straordinarietà di alcuni luoghi di cui gestiamo le biglietterie – dice Andrea Benedino, amministratore delegato della società – e allo stesso tempo dimostrare come i servizi aggiuntivi siano fondamentali nella fruizione di un sito. Tutto questo senza intermediari, attraverso l’esperienza diretta dei blogger. Non è un caso che ci siamo rivolti principalmente ai canali digitali: fino all’anno scorso – continua Benedino – era impossibile fare lo sbigliettamento online in questi siti”.

A “rifarsi il trucco” sono stati il parco archeologico della Neapolis, il museo archeologico regionale Paolo Orsi e la galleria regionale di palazzo Bellomo a Siracusa, mentre a Taormina il teatro antico e il museo e area archeologica di Naxos. Gli interventi riguardano essenzialmente le nuova segnaletica interna ed esterna (al teatro di Taormina, ma si sta lavorando anche su Naxos e Neapolis) in modo da rispondere essenzialmente a tre requisiti: chiarezza, resistenza alle intemperie e senso estetico.

La Tomba di Archimede a Siracusa

E poi ci sono le caffetterie, con un passato spesso piuttosto pesante da scontare, in cui erano luoghi di transito anche piuttosto veloce, di rapido consumo di prodotti scadenti. “I nostri ospiti hanno assaggiato i loro primi cannoli proprio nella caffetteria della Neapolis – dice Bendino – che ha anche ospitato la prima cena del tour. La caffetteria diventa vetrina del territorio, con un’attenzione molto forte alla filiera corta e ai prodotti locali”.

In ultimo, nuovo look anche per le biglietterie: quella del teatro antico di Taormina sarà sostituita e al suo posto arriverà una struttura più funzionale, insieme a una seconda biglietteria, per eliminare o sfoltire le code d’ingresso. Blogger e giornalisti hanno potuto godere di una chicca nella loro due giorni: la visita degli interni del castello Maniace. Chissà che cosa racconteranno di questa Sicilia orientale che riparte dalla qualità, e che hanno visto, sentito e assaggiato.

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Scene da un naufragio, Danisinni diventa teatro

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

Un momento del laboratorio teatrale

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Un momento del laboratorio

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

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Quelle fiabe che conquistano gli adulti

Partito da una ricerca sul racconto, Alberto Nicolino oggi organizza laboratori di narrazione per un pubblico trasversale. E alla Zisa ci sarà un incontro per fare un regalo di natale speciale

di Alessia Franco

Dici fiaba e pensi a mondi incantati, abitati da streghe con pozioni magiche, da fate e da bambini che si perdono nel bosco per poi ritrovarsi – cambiati e spesso anche più ricchi di quando si erano smarriti – sulla strada di casa. Pensi, soprattutto, ai bambini, naturali destinatari della fiaba. O no?
In realtà, la storia non è proprio così: basti pensare ai conte de fée che spopolavano nelle corti francesi (e che quindi erano pensate, scritte e narrate per un pubblico di adulti), ma anche alla funzione del racconto come momento di coesione delle comunità rurali.

Proprio da questo assunto è partito Alberto Nicolino, attore e narratore milanese a cui, più di dieci anni fa, venne in mente di tornare in Sicilia, a Camporeale, la terra dei suoi genitori, per raccogliere le fiabe del luogo dagli anziani. Ne restò totalmente affascinato, e da questa prima iniziativa scaturì un progetto triennale in cui tutta la comunità era coinvolta, giovani compresi.
“Mi sono trasferito in Sicilia perché questo tipo di narrazione mi aveva preso completamente – dice Nicolino – da tempo gravitavo in questo mondo. Ho collaborato molto con la radio svizzera, per cui ho realizzato delle trasmissioni sul racconto rivolte a tutta la famiglia. Poi sono arrivato in Sicilia e pensavo di starci un paio d’anni: ne sono passati quattordici e come vedete sono ancora qua”.

E da ormai sei anni Nicolino organizza con successo laboratori di narrazione di fiabe rivolte ad adulti: in genere genitori, ma anche insegnanti, psicologi, formatori. Un pubblico attento che vuole avvicinarsi al mondo dell’infanzia e imparare le tecniche della narrazione. E che, soprattutto, sa bene che l’equazione fiaba uguale infanzia è davvero troppo semplicistica.

“In questo laboratorio che organizzerò dal 14 al 16 dicembre ai cantieri culturali alla Zisa ho pensato anche a una variante, che può trasformarsi in un regalo di Natale speciale. Chi vorrà – dice il narratore – potrà presentarmi un racconto su cui lavorare che “confezioneremo” insieme, in modo da trasformarlo in un dono da destinare a una o più persone”.

Un dono di Natale decisamente fuori dal comune, che però ha moltissimi pregi: l’originalità innanzi tutto. E poi l’importanza di regalare del tempo da passare insieme e di donare qualcosa che non sia soggetto all’usura. Anzi: la storia, più si racconta e più diventa bella.

Partito da una ricerca sul racconto, Alberto Nicolino oggi organizza laboratori di narrazione per un pubblico trasversale. E alla Zisa ci sarà un incontro per fare un regalo di natale speciale

di Alessia Franco

Dici fiaba e pensi a mondi incantati, abitati da streghe con pozioni magiche, da fate e da bambini che si perdono nel bosco per poi ritrovarsi – cambiati e spesso anche più ricchi di quando si erano smarriti – sulla strada di casa. Pensi, soprattutto, ai bambini, naturali destinatari della fiaba. O no?
In realtà, la storia non è proprio così: basti pensare ai conte de fée che spopolavano nelle corti francesi (e che quindi erano pensate, scritte e narrate per un pubblico di adulti), ma anche alla funzione del racconto come momento di coesione delle comunità rurali.

Proprio da questo assunto è partito Alberto Nicolino, attore e narratore milanese a cui, più di dieci anni fa, venne in mente di tornare in Sicilia, a Camporeale, la terra dei suoi genitori, per raccogliere le fiabe del luogo dagli anziani. Ne restò totalmente affascinato, e da questa prima iniziativa scaturì un progetto triennale in cui tutta la comunità era coinvolta, giovani compresi.
“Mi sono trasferito in Sicilia perché questo tipo di narrazione mi aveva preso completamente – dice Nicolino – da tempo gravitavo in questo mondo. Ho collaborato molto con la radio svizzera, per cui ho realizzato delle trasmissioni sul racconto rivolte a tutta la famiglia. Poi sono arrivato in Sicilia e pensavo di starci un paio d’anni: ne sono passati quattordici e come vedete sono ancora qua”.

E da ormai sei anni Nicolino organizza con successo laboratori di narrazione di fiabe rivolte ad adulti: in genere genitori, ma anche insegnanti, psicologi, formatori. Un pubblico attento che vuole avvicinarsi al mondo dell’infanzia e imparare le tecniche della narrazione. E che, soprattutto, sa bene che l’equazione fiaba uguale infanzia è davvero troppo semplicistica.

“In questo laboratorio che organizzerò dal 14 al 16 dicembre ai cantieri culturali alla Zisa ho pensato anche a una variante, che può trasformarsi in un regalo di Natale speciale. Chi vorrà – dice il narratore – potrà presentarmi un racconto su cui lavorare che “confezioneremo” insieme, in modo da trasformarlo in un dono da destinare a una o più persone”.

Un dono di Natale decisamente fuori dal comune, che però ha moltissimi pregi: l’originalità innanzi tutto. E poi l’importanza di regalare del tempo da passare insieme e di donare qualcosa che non sia soggetto all’usura. Anzi: la storia, più si racconta e più diventa bella.

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Istantanee sopra i tetti di Palermo

Dall’incontro tra il celebre fotografo Pucci Scafidi con l’artista Marck Art nasce una mostra che esalta cupole e piazze della città raccontandone bellezza e colori

di Alessia Franco

C’è il fotografo di Palermo: quello che definiresti più il ritrattista di una bellissima e anziana signora che sul corpo ha tracce barocche, gotiche, normanne e che in alcuni periodi storici sembra ringiovanire della propria antica bellezza. E c’è l’artista visionario, nato 37 anni fa a Favara e votato alla musica e alla composizione, riflessivo e acuto, con un rapporto particolare con la malattia che lo fa svoltare quando, colpito da un arresto cardiaco, affronta l’esperienza di coma profondo. Ne esce trasformato, e decide di dedicarsi a un altro tipo di armonia, quella che ha a che fare con l’immagine. Con la visione, appunto.

Dall’incontro tra queste due anime così diverse e così simili – che all’anagrafe sono Pucci Scafidi e Marck Art – nasce la mostra “Sopra i tetti”, che sarà inaugurata domani alle 11.30, nel piano nobile di Palazzo Drago Ajroldi, altra bellezza di Palermo “scoperta” in occasione delle attività della biennale nomade Manifesta. 
In mostra, curata da Celeste Bertolino, trentacinque opere di diverse dimensioni, realizzate con tecnica mista, acrilico su fotografia.

Un gioco complice, fatto di botta e risposta quello dei due artisti, in cui le immagini dall’alto di Scafidi vengono “imbrattate” – nel senso che si darebbe a un’operazione di Pollock – dal tratto gioioso e angelico di Art, che riesce anche a rintracciare senza sforzo, mentre percorre il suo cammino, Picasso e altri grandi, in un percorso che insieme è universale e personale.

Così i tetti, e le cupole, e le piazze e il mare respirano di nuova vita, che non cancella la loro storia, ma la esalta. Un incontro felice, quello tra Pucci Scafidi e Marck Art, che non poteva avvenire se non per immagini. E in aria: “Sopra i tetti” appunto.

Dall’incontro tra il celebre fotografo Pucci Scafidi con l’artista Marck Art nasce una mostra che esalta cupole e piazze della città raccontandone bellezza e colori

di Alessia Franco

C’è il fotografo di Palermo: quello che definiresti più il ritrattista di una bellissima e anziana signora che sul corpo ha tracce barocche, gotiche, normanne e che in alcuni periodi storici sembra ringiovanire della propria antica bellezza. E c’è l’artista visionario, nato 37 anni fa a Favara e votato alla musica e alla composizione, riflessivo e acuto, con un rapporto particolare con la malattia che lo fa svoltare quando, colpito da un arresto cardiaco, affronta l’esperienza di coma profondo. Ne esce trasformato, e decide di dedicarsi a un altro tipo di armonia, quella che ha a che fare con l’immagine. Con la visione, appunto.

Dall’incontro tra queste due anime così diverse e così simili – che all’anagrafe sono Pucci Scafidi e Marck Art – nasce la mostra “Sopra i tetti”, che sarà inaugurata domani alle 11.30, nel piano nobile di Palazzo Drago Ajroldi, altra bellezza di Palermo “scoperta” in occasione delle attività della biennale nomade Manifesta. 
In mostra, curata da Celeste Bertolino, trentacinque opere di diverse dimensioni, realizzate con tecnica mista, acrilico su fotografia.

Un gioco complice, fatto di botta e risposta quello dei due artisti, in cui le immagini dall’alto di Scafidi vengono “imbrattate” – nel senso che si darebbe a un’operazione di Pollock – dal tratto gioioso e angelico di Art, che riesce anche a rintracciare senza sforzo, mentre percorre il suo cammino, Picasso e altri grandi, in un percorso che insieme è universale e personale.

Così i tetti, e le cupole, e le piazze e il mare respirano di nuova vita, che non cancella la loro storia, ma la esalta. Un incontro felice, quello tra Pucci Scafidi e Marck Art, che non poteva avvenire se non per immagini. E in aria: “Sopra i tetti” appunto.

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