L’ultimo discorso di Borsellino a Casa Professa

L’attore Alessio Vassallo ha portato in scena nell’atrio della Biblioteca comunale una performance dedicata al magistrato ucciso dalla mafia

di Alessia Franco

Gli piacevano i film di Bud Spencer e Terence Hill, che amava guardare con i figli, e poi il ciclismo e il calcio. È stato un giudice Borsellino nella sua dimensione più privata, più umana, quello di “I giorni di Giuda – intervista marziana a Paolo Borsellino”, performance di Alessio Vassallo, scritta dal giornalista del Tg2, Francesco Vitale, e dal figlio del magistrato Manfredi Borsellino, andata in scena il 19 luglio nell’atrio della Biblioteca comunale di Casa Professa. In quello stesso luogo in cui il magistrato tenne il suo ultimo discorso prima di essere ucciso.

Un momento della performance

“Ho vissuto un’esperienza simile, in questo posto imbevuto di significati storici e di impegno civile, anni fa, quando venne proiettato dal vivo (e in diretta su Raiuno) il film su Libero Grassi. Stavolta – dice Alessio Vassallo – l’impatto è stato in me ancora più grande, perché ho messo in voce i pensieri di Borsellino”. Non si tratta di un’interpretazione, tiene a precisare Vassallo. Piuttosto una restituzione. “Tra me e Francesco Vitale c’è solo l’agenda rossa. La mia gratitudine va al giornalista e a Manfredi Borsellino, il figlio di Paolo – dice l’attore – che ci ha aperto il cassetto della memoria. Un cassetto da cui emerge anche il rapporto che Giovanni Falcone aveva con i figli dell’amico, il suo rapporto con la famiglia e con la vita. Per questo abbiamo ritenuto che non era il caso di vestire i panni del giudice, ma di restituirne i pensieri”.

Francesco Vitale e Alessio Vassallo

Un percorso di parole e di pensieri da cui emerge la figura di un uomo con una profonda solidità morale, per certi versi ancora da riscoprire: “Se dovessi definire il giudice Borsellino – conclude Vassallo – per me sarebbe l’uomo del sacrificio: quello che si è fatto da solo, che da giovane ha mantenuto la famiglia, che ha fatto una gavetta enorme e che mai, mai si è voltato dall’altra parte. Fino all’ultimo giorno della sua vita”.

Le reliquie della Santuzza esposte all’Oratorio Quaroni

Per la prima volta, le spoglie della patrona di Palermo lasciano la chiesa di Santa Caterina. In mostra anche un bozzetto di cera plastica di Filippo Pennino

di Alessia Franco

C’è sempre una prima volta, si dice spesso. E mai come in tempi così provvisori – una post-pandemia che non si sa quanto ci siamo lasciati alle spalle – queste parole si rivelano vere. Anche, soprattutto, per questo Festino che ha dovuto essere, come quasi ogni cosa, ripensato, rimodulato, cambiato. Che ha dovuto rinunciare a essere festa di popolo, ma non festa di devozione popolare.

L’allestimento all’Oratorio Quaroni

E per la prima volta, in questa atipica edizione numero 369, le reliquie della Santuzzasi spostano: dalla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto (dove sono abitualmente custodite) all’Oratorio Quaroni di via Maqueda. L’occasione è l’esposizione “Dive Rosaliae pro peste repulsa”, che si è inaugurata questo pomeriggio. Uno spostamento dal significato altamente simbolico, in tempi di “peste 2.0”. Per la prima volta nella storia, infatti, la piccola e preziosissima teca contenente le spoglie donate alle monache di Santa Caterina subito dopo la proclamazione di Rosalia come unica e principale patrona della città, chiusa dal sigillo del cardinale Giannettino Doria, ha varcato le soglie del monastero per incontrare la comunità dei devoti palermitani.

Bozzetto in cera plastica di Filippo Pennino

La teca non è l’unico elemento che suggella il rapporto tra la santa e i suoi fedeli: fino al 28 agosto (tutti giorni, tranne il lunedì, dalle 10 alle 20 con ingresso gratuito) si potrà ammirare anche un prezioso bozzetto di cera plastica su Santa Rosalia realizzato dallo scultore Filippo Pennino (l’opera finale si trova nell’altare maggiore dell’eremo della Quisquina). Verranno inoltre riproposti i pannelli della mostra “Eris in peste Patrona”, e ancora saranno trasmessi video delle precedenti edizioni del festino, e sarà allestita una mostra di foto in bianco e nero.

La teca che contiene le reliquie di Santa Rosalia

L’esposizione “Dive Rosaliae pro peste repulsa” è stata ideata e realizzata dall’associazione La Coccinella Onlus di Vincenzo Montanelli, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Palermo. Nel pieno rispetto delle norme di sicurezza anti Covid-10, verrà consentito l’ingresso ad un massimo di 30 persone alla volta, dopo la misurazione della temperatura, indossando la mascherina. “L’esposizione Dive Rosaliae pro peste repulsa – spiega Giuseppe Bucaro, direttore dell’ufficio Beni culturali della Diocesi di Palermo – risponde alle indicazioni del nostro arcivescovo: fare di questo Festino un’occasione di raccoglimenti, di interiorità, di preghiera e di celebrazione del legame tra Rosalia e la città. La posizione dell’Oratorio Quaroni testimonia l’incontro tra la diocesi e la città, abbracciate idealmente dalla patrona”.

La mostra delle reliquie di Santa Rosalia all’Oratorio Quaroni

“Quello che stiamo vivendo è un Festino anomalo, particolare – conclude Montanelli – che sarà ricordato per tutto ciò che non si è potuto fare. Abbiamo deciso di essere presenti a fianco della Diocesi di Palermo per dare il nostro contributo all’organizzazione di questa esposizione. Speriamo che questa esperienza unica possa essere il primo passo per la valorizzazione dell’Oratorio Quaroni”.

(Foto Alessia Franco)

“Palermo sospesa”, un film per il Festino che non c’è

Presentato il programma delle celebrazioni in onore di Santa Rosalia, spariscono le tradizionali processioni sostituite da iniziative simboliche

di Alessia Franco

Un festino spirituale, forse il più spirituale degli ultimi tempi. Così lo ha definito l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che ha presentato stamattina in Curia l’edizione 2020 delle celebrazioni in onore di Santa Rosalia, insieme al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e all’assessore comunale alle Culture, Adham Darawsha. Celebrazioni per lo più di carattere religioso, che non potranno non tenere conto delle norme anti-Covid, con tutto quello che ne consegue. “Palermo – ha detto Lorefice – ha attraversato questa peste e con Rosalia l’ha superata. La città, il Festino, la Santa sono fortemente interconnessi. Non possiamo dimenticare il carico di morte di questi mesi, ma neanche il canto d’amore in cui moltissimi si sono annullati per gli altri. Il cuore di Rosalia è il luogo in cui celebrare questa festa, è questo che deve darci gioia”.

Un momento della presentazione

Saranno celebrazioni di natura prevalentemente religiosa, dunque, e rispettando le regole di distanziamento: “La scommessa è proprio questa – ha detto Orlando – fare comunità senza assembramenti. Il distanziamento non è sociale: è solo, finché sarà necessario, di natura fisica. Questo Festino, che preferisco chiamare ‘ventiventi’, è senza dubbio atipico, sospeso come la nostra vita in questi mesi, in cui le coordinate spazio-temporali sono state completamente scardinate. Ma è comunque un momento di gioia, di gioia consapevole, che abbiamo deciso di raccontare in un film”.

L’urna argentea di Santa Rosalia in processione

Si intitola “Palermo Sospesa – C’è il Festino che non c’è”, e andrà in onda la sera del 14 luglio, alle 22, contemporaneamente su diverse emittenti televisive locali e nazionali. Un lavoro affidato al Centro sperimentale di cinematografia diretto da Costanza Quatriglio, la cui realizzazione è in corso in questi giorni e che si avvale di un’ampia rete di collaborazioni con partner istituzionali, tecnici e artistici. “Un film nato da sé – ha dichiarato la regista – da un’urgenza, e dalla collaborazione di numerosissime istituzioni. Un’urgenza trova sempre risposte. Oggi cominciamo le riprese nel luogo simbolo, la Cattedrale. Rosalia c’è, il messaggio è questo. C’è anche oggi. E i linguaggi per raccontarla sono molteplici”.

Folla ai Quattro Canti durante una precedente edizione del Festino

Alla realizzazione del film, che durerà circa 75 minuti suddivisi in tre parti, contribuiscono anche l’Istituto Luce e Rai Teche che hanno messo a disposizione il proprio materiale d’archivio, così come hanno fatto tanti fotografi e cineasti, a sottolineare il contributo collettivo e di comunità da cui nasce questo progetto. “Il Centro sperimentale di cinematografia non è la sola istituzione scesa in campo per questo festino – afferma l’assessore alle cultura Adham Darawsha – ci sono il Teatro Biondo, il Massimo, l’Orchestra sinfonica siciliana, il Conservatorio, l’Accademia di belle arti, la Fondazione Sant’Elia. Persone, realtà, risorse con cui abbiamo lavorato intensamente e a cui non rinuncerò più”.

La cattedrale di Palermo

Il programma delle celebrazioni religiose, illustrato dal parroco della Cattedrale, Filippo Sarullo, prevede un momento dedicato all’“affidamento della città alla Santa” che si svolgerà nella cappella di Santa Rosalia a Palazzo delle Aquile e che sostituirà la tradizionale messa. Previsto anche un incontro comunitario sul sagrato della Cattedrale al posto della processione. Inoltre, durante la messa del 10 luglio un cero sarà acceso in memoria delle vittime del Covid-19. Tra le iniziative laiche anche mostre fotografiche, proiezioni e giochi per i più piccoli.

Le antiche iscrizioni greche e latine specchio di Segesta

Un libro che indaga sulle epigrafi nelle indagini storiche sugella la sinergia tra il Parco archeologico e la Scuola Normale di Pisa

di Alessia Franco

Un prezioso tassello in più per ricostruire la vita delle popolazioni che insistevano nella cosiddetta “area elima”. Ma anche il prosieguo di una ricerca appassionata che, dopo un periodo di stasi, continua con una collaborazione importante: quella tra il Parco archeologico di Segesta e la Scuola Normale di Pisa. Una sinergia che risale al tempo in cui Vincenzo Tusa avviò gli scavi avvalendosi della direzione di Giuseppe Nenci.

Un momento dell’incontro

A suggellare la ripresa della storica collaborazione è il volume “Inscriptiones Segestanae. Le iscrizioni greche e latine di Segesta”, di Carmine Ampolo e Donatella Erdas, edito dalla Normale, appunto, e presentato a Palermo ieri pomeriggio a Villa Malfitano Whitaker da Piera Anello e Antonietta Brugnone, dell’ateneo palermitano e Flavia Frisone dell’Università del Salento. Una sinergia che va oltre e si estende alla collaborazione tra i diversi parchi, come ha sottolineato Francesca Spatafora, direttore del Parco archeologico di Solunto, Himera e Monte Jato, che ha messo in evidenza l’importanza di scavi e ricerche. “Anche l’autonomia che ci è stata concessa – le ha fatto eco il direttore del Parco di Segesta, Rossella Giglio – ha portato una ventata di energie nuove e di collaborazioni proficue, che non intendiamo disperdere”.

Iscrizione pavimentale (dal libro “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

Sull’importanza delle epigrafi nelle indagini storiche si è già discusso moltissimo, e il corpus di quelle elime è già venuto alla luce. Stavolta lo studio riportato nel libro riguarda invece quelle greche e latine dell’antica Segesta, analizzate nel loro contesto storico, commentate, tradotte e illustrate. Sono 54 i testi inediti, mentre, in appendice, sei riguardano il territorio e la sua storia. Un tuffo nel passato di una civiltà che insisteva su una vasta area, rigogliosa e di respiro mediterranea, nel senso di apertura verso le realtà che vi approdavano.

Il teatro antico di Segesta

Le iscrizioni riportate nel libro di Carmine Ampolo e Donatella Erdas restituiscono nozioni importanti sull’urbanistica del tempo, sulla storia e sulle istituzioni. Ma anche sullo stato dei lavori pubblici. Le epigrafi relative ai lavori sul teatro, l’agorà e suoi edifici, piazze e strade, per esempio, erano spesso caratterizzate da testi celebrativi. Una cerimonia che non di rado si concretizzava nella realizzazione di una statua. E ci sarà ancora molto da scoprire su Onasus, personaggio di rilievo che appare sulle epigrafi, noto perfino a Cicerone.

(La foto grande in alto è tratta dalla pubblicazione “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

Il Parco archeologico di Segesta si apre al territorio

Una giornata di incontro per rilanciare la rete dei siti storici degli elimi: da Contessa Entellina a Poggioreale, fino a Salemi e Custonaci

di Alessia Franco

I parchi come centri in cui la storia torna a respirare, a farsi viva, a essere condivisa dalla comunità. È stato questo il senso di una giornata dedicata al territorio che insiste sul Parco archeologico di Segesta, organizzata dal suo direttore, Rossella Giglio. “È stato un momento di incontro con le realtà del territorio, che comprende, oltre a Calatafami-Segesta anche i siti archeologici di Contessa Entellina, Poggioreale, Salemi e Custonaci. Tutti luoghi in cui hanno vissuto e lasciato tracce gli elimi”, dice Giglio.

Salemi

Gli elimi: il popolo simbolo della Sicilia occidentale, lo zoccolo duro, la radice dell’identità culturale di questa fetta di territorio, di cui ancora si sa troppo poco. “Ne abbiamo parlato molto, con il compianto assessore Sebastiano Tusa – afferma il direttore del Parco archeologico – e non soltanto della loro identità, ma anche della loro capacità di dialogo con i popoli che vennero dopo a stabilirsi in Sicilia. Eravamo d’accordo sull’importanza della prosecuzione delle attività di scavo e ricerca che facessero nuova luce su questo popolo. È una promessa che ho fatto a Tusa e che intendo mantenere”.

Poggioreale Antica (foto: Emilio Messina)

La parola d’ordine è il coinvolgimento degli altri territori interessati dai siti archeologici, ma anche quello delle scuole e della comunità in generale. E se le ricerche su questo antico popolo confluiranno in un convegno internazionale, previsto orientativamente per il 2020, le attività in cantiere sono tante. “Non soltanto la valorizzazione del teatro antico di Segesta e la proposta di un’offerta culturale che si estenda e dialoghi con il territorio, ma anche la promozione di luoghi assolutamente unici al mondo. Un esempio – osserva l’archeologa – è Poggioreale, bella da togliere il fiato”.

Grotta Mangiapane (foto: Tato Grasso da Wikipedia)

E poi c’è la grotta Mangiapane, a Custonaci, sede del presepe vivente: “Purtroppo affidata alla buona volontà di privati a cui non deve mancare il nostro sostegno. La grotta ha un forte valore etnoantropologico, e può e deve essere un centro di promozione di attività agro-silvo-pastorale tutto l’anno. Insomma, è importante tornare a essere comunità. Direi fondamentale”.

Lentini sulle orme di Jacopo, tra poesie e banchetti

Un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, con musiche e danze per celebrare il poeta

di Alessia Franco

Quando parlano di lui, lo chiamano semplicemente Jacopo: perché, per loro, quel “da Lentini” che connota il “notaro” della Scuola poetica siciliana è in qualche modo superfluo. “Jacopo è uno di noi: ha le nostre stesse radici e continua a incantarci con la sua poesia. In un certo senso, è come se fossimo suoi figli”: lo dice Corinne Valenti, storica dell’arte e docente che per insegnare è dovuta andare lontano dal suo amatissimo paese. E come lei anche altri due prof: Cristina Stuto, architetto, e Christian Vecchio, graphic designer: sono loro (insieme a Giovanni Bonfiglio, che però è insegnante in pensione e vive a Lentini), gli ideatori della manifestazione “Meravigliosamente… Jacopo”, che sabato 7 e domenica 8 settembre invaderà per la terza edizione il centro storico della cittadina, fino ad arrivare al castellaccio.

Il corteo itinerante per Jacopo da Lentini

“Abbiamo voluto riprendere il titolo della canzone in cui il letterato dichiara inequivocabilmente la propria terra natale (Lo vostro amor, ch’è caro, donatelo al Notaro ch’è nato da Lentino) – dice Corinne Valenti – e allo stesso tempo richiamare l’idea di meraviglioso nella sua accezione medievale: in grado di destare stupore”. La manifestazione è pensata come un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, tra musiche e danze che improvvisamente si interrompono per dare spazio alla lettura dei componimenti di Jacopo da Lentini. “È stato l’inventore del sonetto, una figura di primo piano nella scuola poetica siciliana e ha ricevuto la consacrazione da Dante, nel suo De vulgari eloquentia – dice la studiosa – ma per noi è tutto questo e molto altro ancora. Volevamo fare uscire la sua figura dalle scuole, e riempire un vuoto nella nostra città, nella sua città, in cui non era ricordato”.

Un momento di una passata edizione

Tra gli appuntamenti della due giorni, una conferenza su Jacopo e il suo tempo e l’istituzione del premio nazionale di poesia “sonetto d’argento”, ma soprattutto un tuffo nel Medioevo coinvolgendo tutti i sensi. Anche il gusto: i piatti del banchetto medievale e quelli che si troveranno nelle locande sono tratti dal Liber de coquina (da alcuni attribuito a Federico II). Tra questi, un raviolo fritto a base di carne e spezie (ma ovviamente senza pomodoro, ancora sconosciuto sulle nostre tavole) e… i “cavoli dell’imperatore”.

“Meravigliosamente Jacopo” a Lentini

“Era uno dei piatti preferiti del sovrano, che per i tempi era piuttosto attento all’alimentazione – conclude Corinne – e questa ricetta, probabilmente scritta da lui stesso, lo dimostra. I cavoli sono infatti soffritti con il finocchio, che ha il compito di ‘togliere l’aria’ che questo vegetale provoca allo stomaco, e con la mela. E poi c’è lo zafferano, spezia regina dei tempi”. Per organizzare questa e altre iniziative, Corinne, Cristina e Christian rinunciano alle ferie estive e macinano chilometri su chilometri facendo la spola tra un lavoro (troppo) distante e Lentini. Casa loro: casa di Jacopo.

I turisti cinesi sono pronti a invadere la Sicilia

Siglata un’intesa tra Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online asiatica, e Sicindustria. L’obiettivo è d’incrementare gli arrivi nell’Isola dal Paese del Dragone

di Alessia Franco

Nonostante i luoghi comuni portino spesso a immaginare frotte di turisti cinesi invadere benevolmente la Sicilia di sorrisi e macchine fotografiche, c’è ancora molto da fare per rendere appetibile l’isola. I dati parlano, è vero, di un aumento del 25 per cento nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma si tratta comunque di una cifra irrisoria se tarata sui 3 milioni di visitatori cinesi che decidono di fare dell’Italia la meta delle proprie vacanze.

La firma dell’intesa

Però gli ingredienti per crescere ci sono tutti, a partire dalla scommessa di Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online dell’Asia (l’equivalente, per intenderci, di booking.com) che coopererà con la Sicilia per incrementare la domanda turistica. Un protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina all’assessorato regionale al Turismo, dal colosso cinese e Sicindustria. Un percorso – avviato da Uccio Missineo, già assessore regionale ai Beni Culturali, che di questa cooperazione è il padre nobile – e portato avanti da Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia; Alessandro Albanese, presidente di Sicindustria, e Francesco Picarella, a capo di Confcommercio Sicilia.

Un momento dell’incontro

A suggellare la collaborazione tra Sicilia e Cina non potevano mancare Bo Sun, responsabile marketing di Ctrip, e Michele Geraci, sottosegretario di Stato per il commercio internazionale e l’attrazione per gli investimenti al Ministero della sviluppo economico. In questi giorni, una delegazione siculo-cinese sta attraversando l’Isola in lungo e in largo: dai porti alle zone turistiche, dagli agrumeti, a caccia delle preziose arance rosse, alle Spa di eccellenza, dai borghi ai vigneti.

“Il turista medio cinese spende in shopping dai quattro ai cinquemila euro – sottolinea Michele Geraci – ma detesta i contanti e non vede di buon occhio nemmeno la carta di credito. Paga dal cellulare, e la Sicilia deve attrezzarsi con queste modalità di pagamento e buoni collegamenti wifi innanzi tutto. Ovviamente non basta, è necessario che l’offerta sia adeguata, che ogni cosa possa raccontare una storia e che il turista torni a casa diventando testimone di un’esperienza”.

Una prima scadenza c’è: il 2020, l’anno della cultura e del turismo Italia-Cina, un’occasione che la Sicilia non può perdere.

L’eredità di Sebastiano Tusa nel suo libro postumo

Il volume, presentato nei giardini del Palazzo Reale di Palermo, ripercorre le tappe della Battaglia delle Egadi e delle importanti scoperte nei fondali

di Alessia Franco

Un libro postumo, che riassume il gigantesco lavoro fatto da Sebastiano Tusa in questi decenni: non soltanto da assessore e da studioso ma soprattutto da uomo di mare. È stato presentato ieri (la vigilia di quel suo compleanno che da anniversario è diventato ricorrenza con lo schianto dell’aereo che lo trasportava a Nairobi lo scorso 10 marzo) nei giardini del Palazzo Reale di Palermo. Un volume, edito da L’erma di Bretschneider, disponibile al momento in inglese e a tiratura limitata di 150 copie, curato da Tusa e da Jeffrey Royal: “Il sito della battaglia delle Egadi alla fine della prima guerra punica”.

Un momento della presentazione

Un argomento molto caro all’archeologo palermitano, che ci si dedicò anima e corpo e a cui non volle rinunciare nemmeno dopo essere diventato assessore: “Il progetto è nel mio cuore”. Rassicurò così i colleghi internazionali con cui condivideva molto più che un progetto e a cui – sono parole del loro commosso ricordo – insegnò l’importanza della condivisione in un mondo, come quello scientifico (ahimè, non solo quello) troppo spesso minato da interessi personali. Sarà per questo che gli studiosi intervenuti hanno preferito ricordarlo come “Seb”, uomo dalla grande mente e dal grande cuore, vulcanico e impegnato su mille fronti.

Sebastiano Tusa con uno dei rostri recuperati nei fondali delle Egadi

La battaglia delle Egadi – raccontata nel corso della presentazione da William M. Murray dell’Egadi Project, in collaborazione con Rpm Nautical Foundation e l’università americana del South Florida Tampa – fu insieme rompicapo, croce e delizia (il cui sito si rivela sempre di più unico al mondo) di Sebastiano Tusa. Ma come dimenticare la straordinaria esperienza di quella Soprintendenza del Mare da cui tutto partì. Oppure missioni come quella del relitto di Marzamemi, ricordata da Justin Leedwangler dell’università statunitense di Stanford, che, da ritrovamenti di colonne bizantine, nei lontani anni Cinquanta, sta rivelando l’esistenza di una chiesa “prefabbricata” e pronta a essere ricostruita, non solo virtualmente. Un patrimonio sterminato di gradini, colonne, pigmenti, perfino vetri colorati per le finestre, e il maestoso ambone. Tutto trasportato da una o più navi “lapidarie”, abituate cioè a sopportare grandi pesi, e naufragate prima di terminare il trasporto.

Presentazione del libro di Tusa nei giardini del Palazzo Reale

O come le avventure del relitto di Gela, di cui hanno parlato Alessia Mistretta e da Lorenz E. Baumer dell’Università di Ginevra, o del relitto delle colonne di Kamarina, narrata da Massimo Capulli, dell’Università di Udine. Tutte operazioni che richiedono un’alta specializzazione e apparecchiature di grande precisione, viste le profondità a cui spesso si trovano i reperti. Ma anche, hanno tenuto a sottolineare gli esploratori subacquei Mario Arena e Francesco Spaggiari – che hanno curato interventi di supporto all’archeologia in acque profonde alle Egadi e delle Eolie – in cui la macchina non può sostituirsi all’uomo, alle sue riflessioni, alla tecnica, ai suoi valori e alla passione. Il messaggio lasciato in eredità da Sebastiano Tusa è proprio questo: competenza e valore umano non possono essere scisse. Perché quando mancano l’una o l’altro, prima o poi, viene a galla. È proprio il caso di dirlo.

Vucciria mosaico scolorito, un piano per la rinascita

Tavola rotonda dedicata ai progetti per il rilancio dello storico mercato di Palermo, a partire dalla riqualificazione di piazza Garraffello

di Alessia Franco

“Apriti Vucciria”. Suona un po’ come quell’”apriti Sesamo” con cui Alì Baba schiude l’ingresso della caverna in cui è nascosto un tesoro immenso, il nome della tavola rotonda di riqualificazione, nel cuore della Vucciria. Un cammino – quello della rigenerazione urbana dello storico mercato che incantò, fra gli altri, Renato Guttuso – già avviato con iniziative come quella del 21 giugno scorso, con l’incontro sul progetto europeo dedicato ai centri storici di Palermo e La Valletta.

Piazza Caracciolo

Anche in questo secondo passo del 29 luglio all’Istituto Cervantes, nel cuore della Vucciria, si è parlato del progetto europeo Interreg Italia-Malta I-access, di cui l’Università di Palermo è capofila. “La nostra città è sempre più una laboratorio e questo dev’essere il suo punto di forza. La Vucciria – ha detto Mario Zito, direttore dell’Accademia di Belle Arti, riferendosi proprio al celebre dipinto di Guttuso – non è più quella ritratta nel quadro, bisogna prenderne atto. Ma conserva intatti il suo fascino, la sua storia. Servono parole e concetti nuovi per reinterpretarla e farla rivivere”.

Un momento dell’incontro

Un progetto che passa ovviamente anche per la riqualificazione urbana, di cui piazza Garraffello è il simbolo, con la ristrutturazione di edifici come i palazzi Mazzarino, Sperlinga e Rammacca, solo per citare i più noti. Ma anche con la ripresa di una vocazione, quella di mercato storico, che negli ultimi tempi era stata molto trascurata in favore di una vita notturna mordi e fuggi, con un trascurabile rispetto nei riguardi di persone e cose. Un atteggiamento che, alla lunga, stava finendo per decretare l’abbandono della vita diurna di un mercato così alacre che le sue “balate”, secondo la tradizione, non si asciugavano mai.

Uno scorcio della Vucciria

A fare il punto, tra gli altri, Renata Prescia della Fondazione Salvare Palermo; Maria Concetta Prestigiacomo, assessore comunale alla Rigenerazione; Fabio Giambrone, vicesindaco e assessore al Decoro urbano; Pamela Villoresi, direttore artistico del Teatro Biondo; Lina Bellanca, soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Palermo e i rappresentanti di associazioni come il comitato Vucciria. Una valorizzazione che non riguarda solo il mercato storico in senso stretto, ma anche le zone limitrofe: “A partire dalla piazzetta dedicata a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia vicino al Biondo – dice Villoresi – che vorremmo dotare di un giardino per dare spazio alla poesia, per esempio, e ai bambini”.

Le Vie dei Tesori News

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