Le antiche iscrizioni greche e latine specchio di Segesta

Un libro che indaga sulle epigrafi nelle indagini storiche sugella la sinergia tra il Parco archeologico e la Scuola Normale di Pisa

di Alessia Franco

Un prezioso tassello in più per ricostruire la vita delle popolazioni che insistevano nella cosiddetta “area elima”. Ma anche il prosieguo di una ricerca appassionata che, dopo un periodo di stasi, continua con una collaborazione importante: quella tra il Parco archeologico di Segesta e la Scuola Normale di Pisa. Una sinergia che risale al tempo in cui Vincenzo Tusa avviò gli scavi avvalendosi della direzione di Giuseppe Nenci.

Un momento dell’incontro

A suggellare la ripresa della storica collaborazione è il volume “Inscriptiones Segestanae. Le iscrizioni greche e latine di Segesta”, di Carmine Ampolo e Donatella Erdas, edito dalla Normale, appunto, e presentato a Palermo ieri pomeriggio a Villa Malfitano Whitaker da Piera Anello e Antonietta Brugnone, dell’ateneo palermitano e Flavia Frisone dell’Università del Salento. Una sinergia che va oltre e si estende alla collaborazione tra i diversi parchi, come ha sottolineato Francesca Spatafora, direttore del Parco archeologico di Solunto, Himera e Monte Jato, che ha messo in evidenza l’importanza di scavi e ricerche. “Anche l’autonomia che ci è stata concessa – le ha fatto eco il direttore del Parco di Segesta, Rossella Giglio – ha portato una ventata di energie nuove e di collaborazioni proficue, che non intendiamo disperdere”.

Iscrizione pavimentale (dal libro “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

Sull’importanza delle epigrafi nelle indagini storiche si è già discusso moltissimo, e il corpus di quelle elime è già venuto alla luce. Stavolta lo studio riportato nel libro riguarda invece quelle greche e latine dell’antica Segesta, analizzate nel loro contesto storico, commentate, tradotte e illustrate. Sono 54 i testi inediti, mentre, in appendice, sei riguardano il territorio e la sua storia. Un tuffo nel passato di una civiltà che insisteva su una vasta area, rigogliosa e di respiro mediterranea, nel senso di apertura verso le realtà che vi approdavano.

Il teatro antico di Segesta

Le iscrizioni riportate nel libro di Carmine Ampolo e Donatella Erdas restituiscono nozioni importanti sull’urbanistica del tempo, sulla storia e sulle istituzioni. Ma anche sullo stato dei lavori pubblici. Le epigrafi relative ai lavori sul teatro, l’agorà e suoi edifici, piazze e strade, per esempio, erano spesso caratterizzate da testi celebrativi. Una cerimonia che non di rado si concretizzava nella realizzazione di una statua. E ci sarà ancora molto da scoprire su Onasus, personaggio di rilievo che appare sulle epigrafi, noto perfino a Cicerone.

(La foto grande in alto è tratta dalla pubblicazione “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

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Il Parco archeologico di Segesta si apre al territorio

Una giornata di incontro per rilanciare la rete dei siti storici degli elimi: da Contessa Entellina a Poggioreale, fino a Salemi e Custonaci

di Alessia Franco

I parchi come centri in cui la storia torna a respirare, a farsi viva, a essere condivisa dalla comunità. È stato questo il senso di una giornata dedicata al territorio che insiste sul Parco archeologico di Segesta, organizzata dal suo direttore, Rossella Giglio. “È stato un momento di incontro con le realtà del territorio, che comprende, oltre a Calatafami-Segesta anche i siti archeologici di Contessa Entellina, Poggioreale, Salemi e Custonaci. Tutti luoghi in cui hanno vissuto e lasciato tracce gli elimi”, dice Giglio.

Salemi

Gli elimi: il popolo simbolo della Sicilia occidentale, lo zoccolo duro, la radice dell’identità culturale di questa fetta di territorio, di cui ancora si sa troppo poco. “Ne abbiamo parlato molto, con il compianto assessore Sebastiano Tusa – afferma il direttore del Parco archeologico – e non soltanto della loro identità, ma anche della loro capacità di dialogo con i popoli che vennero dopo a stabilirsi in Sicilia. Eravamo d’accordo sull’importanza della prosecuzione delle attività di scavo e ricerca che facessero nuova luce su questo popolo. È una promessa che ho fatto a Tusa e che intendo mantenere”.

Poggioreale Antica (foto: Emilio Messina)

La parola d’ordine è il coinvolgimento degli altri territori interessati dai siti archeologici, ma anche quello delle scuole e della comunità in generale. E se le ricerche su questo antico popolo confluiranno in un convegno internazionale, previsto orientativamente per il 2020, le attività in cantiere sono tante. “Non soltanto la valorizzazione del teatro antico di Segesta e la proposta di un’offerta culturale che si estenda e dialoghi con il territorio, ma anche la promozione di luoghi assolutamente unici al mondo. Un esempio – osserva l’archeologa – è Poggioreale, bella da togliere il fiato”.

Grotta Mangiapane (foto: Tato Grasso da Wikipedia)

E poi c’è la grotta Mangiapane, a Custonaci, sede del presepe vivente: “Purtroppo affidata alla buona volontà di privati a cui non deve mancare il nostro sostegno. La grotta ha un forte valore etnoantropologico, e può e deve essere un centro di promozione di attività agro-silvo-pastorale tutto l’anno. Insomma, è importante tornare a essere comunità. Direi fondamentale”.

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Lentini sulle orme di Jacopo, tra poesie e banchetti

Un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, con musiche e danze per celebrare il poeta

di Alessia Franco

Quando parlano di lui, lo chiamano semplicemente Jacopo: perché, per loro, quel “da Lentini” che connota il “notaro” della Scuola poetica siciliana è in qualche modo superfluo. “Jacopo è uno di noi: ha le nostre stesse radici e continua a incantarci con la sua poesia. In un certo senso, è come se fossimo suoi figli”: lo dice Corinne Valenti, storica dell’arte e docente che per insegnare è dovuta andare lontano dal suo amatissimo paese. E come lei anche altri due prof: Cristina Stuto, architetto, e Christian Vecchio, graphic designer: sono loro (insieme a Giovanni Bonfiglio, che però è insegnante in pensione e vive a Lentini), gli ideatori della manifestazione “Meravigliosamente… Jacopo”, che sabato 7 e domenica 8 settembre invaderà per la terza edizione il centro storico della cittadina, fino ad arrivare al castellaccio.

Il corteo itinerante per Jacopo da Lentini

“Abbiamo voluto riprendere il titolo della canzone in cui il letterato dichiara inequivocabilmente la propria terra natale (Lo vostro amor, ch’è caro, donatelo al Notaro ch’è nato da Lentino) – dice Corinne Valenti – e allo stesso tempo richiamare l’idea di meraviglioso nella sua accezione medievale: in grado di destare stupore”. La manifestazione è pensata come un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, tra musiche e danze che improvvisamente si interrompono per dare spazio alla lettura dei componimenti di Jacopo da Lentini. “È stato l’inventore del sonetto, una figura di primo piano nella scuola poetica siciliana e ha ricevuto la consacrazione da Dante, nel suo De vulgari eloquentia – dice la studiosa – ma per noi è tutto questo e molto altro ancora. Volevamo fare uscire la sua figura dalle scuole, e riempire un vuoto nella nostra città, nella sua città, in cui non era ricordato”.

Un momento di una passata edizione

Tra gli appuntamenti della due giorni, una conferenza su Jacopo e il suo tempo e l’istituzione del premio nazionale di poesia “sonetto d’argento”, ma soprattutto un tuffo nel Medioevo coinvolgendo tutti i sensi. Anche il gusto: i piatti del banchetto medievale e quelli che si troveranno nelle locande sono tratti dal Liber de coquina (da alcuni attribuito a Federico II). Tra questi, un raviolo fritto a base di carne e spezie (ma ovviamente senza pomodoro, ancora sconosciuto sulle nostre tavole) e… i “cavoli dell’imperatore”.

“Meravigliosamente Jacopo” a Lentini

“Era uno dei piatti preferiti del sovrano, che per i tempi era piuttosto attento all’alimentazione – conclude Corinne – e questa ricetta, probabilmente scritta da lui stesso, lo dimostra. I cavoli sono infatti soffritti con il finocchio, che ha il compito di ‘togliere l’aria’ che questo vegetale provoca allo stomaco, e con la mela. E poi c’è lo zafferano, spezia regina dei tempi”. Per organizzare questa e altre iniziative, Corinne, Cristina e Christian rinunciano alle ferie estive e macinano chilometri su chilometri facendo la spola tra un lavoro (troppo) distante e Lentini. Casa loro: casa di Jacopo.

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I turisti cinesi sono pronti a invadere la Sicilia

Siglata un’intesa tra Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online asiatica, e Sicindustria. L’obiettivo è d’incrementare gli arrivi nell’Isola dal Paese del Dragone

di Alessia Franco

Nonostante i luoghi comuni portino spesso a immaginare frotte di turisti cinesi invadere benevolmente la Sicilia di sorrisi e macchine fotografiche, c’è ancora molto da fare per rendere appetibile l’isola. I dati parlano, è vero, di un aumento del 25 per cento nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma si tratta comunque di una cifra irrisoria se tarata sui 3 milioni di visitatori cinesi che decidono di fare dell’Italia la meta delle proprie vacanze.

La firma dell’intesa

Però gli ingredienti per crescere ci sono tutti, a partire dalla scommessa di Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online dell’Asia (l’equivalente, per intenderci, di booking.com) che coopererà con la Sicilia per incrementare la domanda turistica. Un protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina all’assessorato regionale al Turismo, dal colosso cinese e Sicindustria. Un percorso – avviato da Uccio Missineo, già assessore regionale ai Beni Culturali, che di questa cooperazione è il padre nobile – e portato avanti da Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia; Alessandro Albanese, presidente di Sicindustria, e Francesco Picarella, a capo di Confcommercio Sicilia.

Un momento dell’incontro

A suggellare la collaborazione tra Sicilia e Cina non potevano mancare Bo Sun, responsabile marketing di Ctrip, e Michele Geraci, sottosegretario di Stato per il commercio internazionale e l’attrazione per gli investimenti al Ministero della sviluppo economico. In questi giorni, una delegazione siculo-cinese sta attraversando l’Isola in lungo e in largo: dai porti alle zone turistiche, dagli agrumeti, a caccia delle preziose arance rosse, alle Spa di eccellenza, dai borghi ai vigneti.

“Il turista medio cinese spende in shopping dai quattro ai cinquemila euro – sottolinea Michele Geraci – ma detesta i contanti e non vede di buon occhio nemmeno la carta di credito. Paga dal cellulare, e la Sicilia deve attrezzarsi con queste modalità di pagamento e buoni collegamenti wifi innanzi tutto. Ovviamente non basta, è necessario che l’offerta sia adeguata, che ogni cosa possa raccontare una storia e che il turista torni a casa diventando testimone di un’esperienza”.

Una prima scadenza c’è: il 2020, l’anno della cultura e del turismo Italia-Cina, un’occasione che la Sicilia non può perdere.

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L’eredità di Sebastiano Tusa nel suo libro postumo

Il volume, presentato nei giardini del Palazzo Reale di Palermo, ripercorre le tappe della Battaglia delle Egadi e delle importanti scoperte nei fondali

di Alessia Franco

Un libro postumo, che riassume il gigantesco lavoro fatto da Sebastiano Tusa in questi decenni: non soltanto da assessore e da studioso ma soprattutto da uomo di mare. È stato presentato ieri (la vigilia di quel suo compleanno che da anniversario è diventato ricorrenza con lo schianto dell’aereo che lo trasportava a Nairobi lo scorso 10 marzo) nei giardini del Palazzo Reale di Palermo. Un volume, edito da L’erma di Bretschneider, disponibile al momento in inglese e a tiratura limitata di 150 copie, curato da Tusa e da Jeffrey Royal: “Il sito della battaglia delle Egadi alla fine della prima guerra punica”.

Un momento della presentazione

Un argomento molto caro all’archeologo palermitano, che ci si dedicò anima e corpo e a cui non volle rinunciare nemmeno dopo essere diventato assessore: “Il progetto è nel mio cuore”. Rassicurò così i colleghi internazionali con cui condivideva molto più che un progetto e a cui – sono parole del loro commosso ricordo – insegnò l’importanza della condivisione in un mondo, come quello scientifico (ahimè, non solo quello) troppo spesso minato da interessi personali. Sarà per questo che gli studiosi intervenuti hanno preferito ricordarlo come “Seb”, uomo dalla grande mente e dal grande cuore, vulcanico e impegnato su mille fronti.

Sebastiano Tusa con uno dei rostri recuperati nei fondali delle Egadi

La battaglia delle Egadi – raccontata nel corso della presentazione da William M. Murray dell’Egadi Project, in collaborazione con Rpm Nautical Foundation e l’università americana del South Florida Tampa – fu insieme rompicapo, croce e delizia (il cui sito si rivela sempre di più unico al mondo) di Sebastiano Tusa. Ma come dimenticare la straordinaria esperienza di quella Soprintendenza del Mare da cui tutto partì. Oppure missioni come quella del relitto di Marzamemi, ricordata da Justin Leedwangler dell’università statunitense di Stanford, che, da ritrovamenti di colonne bizantine, nei lontani anni Cinquanta, sta rivelando l’esistenza di una chiesa “prefabbricata” e pronta a essere ricostruita, non solo virtualmente. Un patrimonio sterminato di gradini, colonne, pigmenti, perfino vetri colorati per le finestre, e il maestoso ambone. Tutto trasportato da una o più navi “lapidarie”, abituate cioè a sopportare grandi pesi, e naufragate prima di terminare il trasporto.

Presentazione del libro di Tusa nei giardini del Palazzo Reale

O come le avventure del relitto di Gela, di cui hanno parlato Alessia Mistretta e da Lorenz E. Baumer dell’Università di Ginevra, o del relitto delle colonne di Kamarina, narrata da Massimo Capulli, dell’Università di Udine. Tutte operazioni che richiedono un’alta specializzazione e apparecchiature di grande precisione, viste le profondità a cui spesso si trovano i reperti. Ma anche, hanno tenuto a sottolineare gli esploratori subacquei Mario Arena e Francesco Spaggiari – che hanno curato interventi di supporto all’archeologia in acque profonde alle Egadi e delle Eolie – in cui la macchina non può sostituirsi all’uomo, alle sue riflessioni, alla tecnica, ai suoi valori e alla passione. Il messaggio lasciato in eredità da Sebastiano Tusa è proprio questo: competenza e valore umano non possono essere scisse. Perché quando mancano l’una o l’altro, prima o poi, viene a galla. È proprio il caso di dirlo.

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Vucciria mosaico scolorito, un piano per la rinascita

Tavola rotonda dedicata ai progetti per il rilancio dello storico mercato di Palermo, a partire dalla riqualificazione di piazza Garraffello

di Alessia Franco

“Apriti Vucciria”. Suona un po’ come quell’”apriti Sesamo” con cui Alì Baba schiude l’ingresso della caverna in cui è nascosto un tesoro immenso, il nome della tavola rotonda di riqualificazione, nel cuore della Vucciria. Un cammino – quello della rigenerazione urbana dello storico mercato che incantò, fra gli altri, Renato Guttuso – già avviato con iniziative come quella del 21 giugno scorso, con l’incontro sul progetto europeo dedicato ai centri storici di Palermo e La Valletta.

Piazza Caracciolo

Anche in questo secondo passo del 29 luglio all’Istituto Cervantes, nel cuore della Vucciria, si è parlato del progetto europeo Interreg Italia-Malta I-access, di cui l’Università di Palermo è capofila. “La nostra città è sempre più una laboratorio e questo dev’essere il suo punto di forza. La Vucciria – ha detto Mario Zito, direttore dell’Accademia di Belle Arti, riferendosi proprio al celebre dipinto di Guttuso – non è più quella ritratta nel quadro, bisogna prenderne atto. Ma conserva intatti il suo fascino, la sua storia. Servono parole e concetti nuovi per reinterpretarla e farla rivivere”.

Un momento dell’incontro

Un progetto che passa ovviamente anche per la riqualificazione urbana, di cui piazza Garraffello è il simbolo, con la ristrutturazione di edifici come i palazzi Mazzarino, Sperlinga e Rammacca, solo per citare i più noti. Ma anche con la ripresa di una vocazione, quella di mercato storico, che negli ultimi tempi era stata molto trascurata in favore di una vita notturna mordi e fuggi, con un trascurabile rispetto nei riguardi di persone e cose. Un atteggiamento che, alla lunga, stava finendo per decretare l’abbandono della vita diurna di un mercato così alacre che le sue “balate”, secondo la tradizione, non si asciugavano mai.

Uno scorcio della Vucciria

A fare il punto, tra gli altri, Renata Prescia della Fondazione Salvare Palermo; Maria Concetta Prestigiacomo, assessore comunale alla Rigenerazione; Fabio Giambrone, vicesindaco e assessore al Decoro urbano; Pamela Villoresi, direttore artistico del Teatro Biondo; Lina Bellanca, soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Palermo e i rappresentanti di associazioni come il comitato Vucciria. Una valorizzazione che non riguarda solo il mercato storico in senso stretto, ma anche le zone limitrofe: “A partire dalla piazzetta dedicata a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia vicino al Biondo – dice Villoresi – che vorremmo dotare di un giardino per dare spazio alla poesia, per esempio, e ai bambini”.

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Le coperte dei migranti trasformate in una barca

È la nuova installazione di Sandro Bracchitta che campeggia sulle pareti del Met di Marina di Ragusa. Un’opera che cambia volto tra giorno e notte

di Alessia Franco

Quando s’illumina, al calare delle sere d’estate, il mare al led pensato da Sandro Bracchitta per la sua ultima installazione al Met di Marina di Ragusa ha un sapore ambiguo. A volte, più che una distesa azzurra, rimanda alle luci nevrotiche delle grandi città, ma anche a quell’acqua fluorescente (e malata, e senza vita) che il gruppo dei Righeira canticchiava negli anni Ottanta con “Vamos a la plaja”. Scalava le vette delle classifiche, quella canzonetta così orecchiabile, e tradiva ben altre riflessioni.

Sandro Bracchitta

“Ho voluto essere ambiguo anche nel titolo di questa mia installazione – dice Sandro Bracchitta – che campeggia nella la parete frontale del Met di Marina di Ragusa. Si chiama ‘Un sogno nel blu’: il mare è il luogo in cui andiamo a riprendere fiato, in cui molti di noi pensano le proprie vacanze. Ma è anche l’ultima sfida, la parte finale del viaggio dei disperati che stipati nei barconi, spesso diventa anche il loro sudario”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu”

E la barca è un guscio, un elemento ricorrente nella poetica di Bracchitta, incisore e pittore ragusano. Contenitore di vite e di speranze, come contenitori di anime e di attese sono stati, rispettivamente, gli abiti femminili e le sedie sghembe in altri suoi lavori. La barca-guscio ha la consistenza e il colore dorato delle coperte isotermiche: il primo vero tesoro in cui, allo sbarco, vengono avvolti quei corpi stremati dal freddo, dalle privazioni, sferzati dalle torture. Segni evidenti, che chi sparge odio gratis si ostina a non voler vedere.

“E nemmeno la nave si scorge bene quando scende la sera, devi cercarla, mentre le onde fluorescenti si vedono benissimo. Invece – commenta l’artista – di giorno la prospettiva è completamente rovesciata. Il led si spegne e le onde diventano ombre grigie; i contorni dell’imbarcazione, con il sole, risplendono, quasi accecano. Non possono essere ignorati”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu” sulla parete del Met

“Un sogno nel blu” sarà al Met di Marina di Ragusa fino al 30 settembre. Un locale notturno che ogni anno, ormai da otto estati, porta in riva al mare il progetto #met2b – Urban Art Meeting 2019: un modo per raccontare l’arte contemporanea e anche per riflettere. Su come il mare, per esempio, possa essere l’ultima prova o un luogo in cui rilassarsi, perfino un “divertimentificio”. Tutto dipende da dove si è nati: se dalla parte giusta del mondo o da quella sbagliata.

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Spunta Sant’Erasmo, il pescatore di naufraghi

Il nuovo grande murales di Igor Scalisi Palminteri è stato realizzato nella borgata marinara di Palermo, oggi in via di riqualificazione

di Alessia Franco

Quando si è messo a dipingere quel gigantesco Sant’Erasmo, coadiuvato da camion e da un braccio di gru di 40 metri, le reazioni della gente dell’omonima borgata marinara di Palermo sono state in generale positive. C’era la signora che portava a tutti caffè e acqua fresca, e chi stava a guardare il suo lavoro con ammirazione.

Igor Scalisi Palminteri durante l’incontro

“Nessuno ha chiesto come mai il mio santo indossasse il giubbotto salvagente, né perché impugnasse i remi”, dice Igor Scalisi Palminteri, artista palermitano che si è più volte confrontato con murales agiografici. Come quello di San Benedetto il Moro, il santo nero ritratto a Ballarò: “In quell’occasione, un paio di anziani mi chiesero che ci facesse là un turco, e semplicemente gliel’ho spiegato. Qua, invece, la gente del porticciolo in via di riqualificazione ha voluto conto e ragione delle fattezze di Sant’Erasmo. Insomma, siamo finiti a parlare di iconografia e di storia dell’arte – dice Scalisi Palminteri – ma mai nessuno ha obiettato sull’abito del santo”.

Il murales di Sant’Erasmo (foto Antonio Curcio)

Nel murales che guarda il mare, Erasmo il pescatore di uomini con il suo sguardo – e il suo giubbotto arancione, e i suoi remi – sembra accogliere i naviganti esattamente come fa l’artista che lo ha creato: senza chiedere la provenienza né il perché della partenza. “Tutte domande inutili – taglia corto Palminteri – che immobilizzano, in un momento in cui bisognerebbe invece prendere posizione”.

Il progetto di riqualificazione della borgata marinara (ve ne abbiamo parlato qui) parte anche dalla volontà delle associazioni che insistono sul territorio. Dai fasti al degrado, Sant’Erasmo ha oggi una gran voglia di rinascere e di riprendersi il suo spazio di fronte al mare in una città chiamata “tutto porto”, voglia che si incunea nelle strade con la mostra “Ulysses”, del fotografo Umberto Santoro, curata da Valentina Sansone.

“Ulysses” di Umberto Santoro

Fotografie e affissioni urbane, come pannelli pubblicitari, descrivono un viaggio di pescatori che, dalle acque di Castellammare, Isola delle Femmine, Terrasini, si sposta verso un quartiere a forte vocazione marittima. Come fu Sant’Erasmo nell’immaginario collettivo: quella degli stabilimenti balneari e della pesca, della Real fonderia Oretea e delle botteghe degli artigiani. Quella che, con i dovuti distinguo temporali, vuole tornare a essere.

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I fasti della Palermo del ‘700 in un antico libro restaurato

Torna a risplendere il volume “La felicità in trono”, commissionato dal senato di Palermo per l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans

di Alessia Franco

C’era un tempo in cui, per celebrare i fasti di Palermo e diramare fuori dalle mura cittadine la bellezza dei ricevimenti e delle feste pubbliche, si ricorreva ai migliori letterati. Attraverso una strategia di comunicazione mirata, il senato nominava un segretario di cancelleria che lavorava agli atti e li diffondeva con l’arte sapiente della scrittura: da qui la necessità che fosse un uomo di penna e di lettere.

Un momento della presentazione

Racconta questa storia il volume, datato 1714, scritto da Pietro Vitale e oggi restaurato dalla Fondazione Salvare Palermo onlus attraverso i fondi del cinque per mille e presentato alla biblioteca di Casa Professa. “La felicità in trono” venne commissionato dal senato palermitano allo stampatore reale Agostino Epiro, in occasione dell’incoronazione a Palermo di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans, re e regina di Sicilia.

Restaurato il libro “La felicità in trono”

Un volume prezioso non soltanto per le incisioni – di Francesco Cichè, Paolo Amato, Andrea Palma e Antonino Grano, su disegno di Antonino Grano – ma anche per la storia che racconta. Ci si aspettava grandi cose dai Savoia (a rivelarlo è già il titolo del volume), e Vittorio Amedeo era il primo sovrano eletto in Sicilia da 300 anni. “Il libro che da oggi torna in vita è una testimonianza della letteratura encomiastica di Palermo – racconta Eliana Calandra, direttrice della biblioteca comunale di Palermo – che ha dei precedenti illustri neiragguagli di solennità cruciali per la città, come il Festino. A vergare il primo, nel 1625, fu addirittura Filippo Paruta, anche se il testo venne pubblicato postumo, nel 1631, a firma del figlio Onofrio”.

La biblioteca comunale

Quello del segretario di cancelleria era un lavoro di alta responsabilità: a questa figura era demandato il compito di fare da cassa di risonanza sugli avvenimenti importanti di Palermo. Era una sorta di ufficio stampa ante litteram, insomma. “Il restauro del volume è importante per tutti questi aspetti – afferma Calandra – ma anche perché dimostra una volta di più l’importanza di una rete tra pubblico e privato, come in questo caso. Grazie alla collaborazione con Salvare Palermo, ma anche con tante altre realtà, abbiamo la possibilità di portare alla luce frammenti di vita altrimenti sepolti”.

A proposito del prestigio del ruolo di segretario di cancelleria: anche il leggendario Antonino Mongitore venne nominato. Ma pare che non resistette più di un mese.

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