Lentini sulle orme di Jacopo, tra poesie e banchetti

Un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, con musiche e danze per celebrare il poeta

di Alessia Franco

Quando parlano di lui, lo chiamano semplicemente Jacopo: perché, per loro, quel “da Lentini” che connota il “notaro” della Scuola poetica siciliana è in qualche modo superfluo. “Jacopo è uno di noi: ha le nostre stesse radici e continua a incantarci con la sua poesia. In un certo senso, è come se fossimo suoi figli”: lo dice Corinne Valenti, storica dell’arte e docente che per insegnare è dovuta andare lontano dal suo amatissimo paese. E come lei anche altri due prof: Cristina Stuto, architetto, e Christian Vecchio, graphic designer: sono loro (insieme a Giovanni Bonfiglio, che però è insegnante in pensione e vive a Lentini), gli ideatori della manifestazione “Meravigliosamente… Jacopo”, che sabato 7 e domenica 8 settembre invaderà per la terza edizione il centro storico della cittadina, fino ad arrivare al castellaccio.

Il corteo itinerante per Jacopo da Lentini

“Abbiamo voluto riprendere il titolo della canzone in cui il letterato dichiara inequivocabilmente la propria terra natale (Lo vostro amor, ch’è caro, donatelo al Notaro ch’è nato da Lentino) – dice Corinne Valenti – e allo stesso tempo richiamare l’idea di meraviglioso nella sua accezione medievale: in grado di destare stupore”. La manifestazione è pensata come un corteo itinerante che arriva al castello federiciano passando tra vicoli, locande e botteghe, tra musiche e danze che improvvisamente si interrompono per dare spazio alla lettura dei componimenti di Jacopo da Lentini. “È stato l’inventore del sonetto, una figura di primo piano nella scuola poetica siciliana e ha ricevuto la consacrazione da Dante, nel suo De vulgari eloquentia – dice la studiosa – ma per noi è tutto questo e molto altro ancora. Volevamo fare uscire la sua figura dalle scuole, e riempire un vuoto nella nostra città, nella sua città, in cui non era ricordato”.

Un momento di una passata edizione

Tra gli appuntamenti della due giorni, una conferenza su Jacopo e il suo tempo e l’istituzione del premio nazionale di poesia “sonetto d’argento”, ma soprattutto un tuffo nel Medioevo coinvolgendo tutti i sensi. Anche il gusto: i piatti del banchetto medievale e quelli che si troveranno nelle locande sono tratti dal Liber de coquina (da alcuni attribuito a Federico II). Tra questi, un raviolo fritto a base di carne e spezie (ma ovviamente senza pomodoro, ancora sconosciuto sulle nostre tavole) e… i “cavoli dell’imperatore”.

“Meravigliosamente Jacopo” a Lentini

“Era uno dei piatti preferiti del sovrano, che per i tempi era piuttosto attento all’alimentazione – conclude Corinne – e questa ricetta, probabilmente scritta da lui stesso, lo dimostra. I cavoli sono infatti soffritti con il finocchio, che ha il compito di ‘togliere l’aria’ che questo vegetale provoca allo stomaco, e con la mela. E poi c’è lo zafferano, spezia regina dei tempi”. Per organizzare questa e altre iniziative, Corinne, Cristina e Christian rinunciano alle ferie estive e macinano chilometri su chilometri facendo la spola tra un lavoro (troppo) distante e Lentini. Casa loro: casa di Jacopo.

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I turisti cinesi sono pronti a invadere la Sicilia

Siglata un’intesa tra Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online asiatica, e Sicindustria. L’obiettivo è d’incrementare gli arrivi nell’Isola dal Paese del Dragone

di Alessia Franco

Nonostante i luoghi comuni portino spesso a immaginare frotte di turisti cinesi invadere benevolmente la Sicilia di sorrisi e macchine fotografiche, c’è ancora molto da fare per rendere appetibile l’isola. I dati parlano, è vero, di un aumento del 25 per cento nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma si tratta comunque di una cifra irrisoria se tarata sui 3 milioni di visitatori cinesi che decidono di fare dell’Italia la meta delle proprie vacanze.

La firma dell’intesa

Però gli ingredienti per crescere ci sono tutti, a partire dalla scommessa di Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online dell’Asia (l’equivalente, per intenderci, di booking.com) che coopererà con la Sicilia per incrementare la domanda turistica. Un protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina all’assessorato regionale al Turismo, dal colosso cinese e Sicindustria. Un percorso – avviato da Uccio Missineo, già assessore regionale ai Beni Culturali, che di questa cooperazione è il padre nobile – e portato avanti da Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia; Alessandro Albanese, presidente di Sicindustria, e Francesco Picarella, a capo di Confcommercio Sicilia.

Un momento dell’incontro

A suggellare la collaborazione tra Sicilia e Cina non potevano mancare Bo Sun, responsabile marketing di Ctrip, e Michele Geraci, sottosegretario di Stato per il commercio internazionale e l’attrazione per gli investimenti al Ministero della sviluppo economico. In questi giorni, una delegazione siculo-cinese sta attraversando l’Isola in lungo e in largo: dai porti alle zone turistiche, dagli agrumeti, a caccia delle preziose arance rosse, alle Spa di eccellenza, dai borghi ai vigneti.

“Il turista medio cinese spende in shopping dai quattro ai cinquemila euro – sottolinea Michele Geraci – ma detesta i contanti e non vede di buon occhio nemmeno la carta di credito. Paga dal cellulare, e la Sicilia deve attrezzarsi con queste modalità di pagamento e buoni collegamenti wifi innanzi tutto. Ovviamente non basta, è necessario che l’offerta sia adeguata, che ogni cosa possa raccontare una storia e che il turista torni a casa diventando testimone di un’esperienza”.

Una prima scadenza c’è: il 2020, l’anno della cultura e del turismo Italia-Cina, un’occasione che la Sicilia non può perdere.

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L’eredità di Sebastiano Tusa nel suo libro postumo

Il volume, presentato nei giardini del Palazzo Reale di Palermo, ripercorre le tappe della Battaglia delle Egadi e delle importanti scoperte nei fondali

di Alessia Franco

Un libro postumo, che riassume il gigantesco lavoro fatto da Sebastiano Tusa in questi decenni: non soltanto da assessore e da studioso ma soprattutto da uomo di mare. È stato presentato ieri (la vigilia di quel suo compleanno che da anniversario è diventato ricorrenza con lo schianto dell’aereo che lo trasportava a Nairobi lo scorso 10 marzo) nei giardini del Palazzo Reale di Palermo. Un volume, edito da L’erma di Bretschneider, disponibile al momento in inglese e a tiratura limitata di 150 copie, curato da Tusa e da Jeffrey Royal: “Il sito della battaglia delle Egadi alla fine della prima guerra punica”.

Un momento della presentazione

Un argomento molto caro all’archeologo palermitano, che ci si dedicò anima e corpo e a cui non volle rinunciare nemmeno dopo essere diventato assessore: “Il progetto è nel mio cuore”. Rassicurò così i colleghi internazionali con cui condivideva molto più che un progetto e a cui – sono parole del loro commosso ricordo – insegnò l’importanza della condivisione in un mondo, come quello scientifico (ahimè, non solo quello) troppo spesso minato da interessi personali. Sarà per questo che gli studiosi intervenuti hanno preferito ricordarlo come “Seb”, uomo dalla grande mente e dal grande cuore, vulcanico e impegnato su mille fronti.

Sebastiano Tusa con uno dei rostri recuperati nei fondali delle Egadi

La battaglia delle Egadi – raccontata nel corso della presentazione da William M. Murray dell’Egadi Project, in collaborazione con Rpm Nautical Foundation e l’università americana del South Florida Tampa – fu insieme rompicapo, croce e delizia (il cui sito si rivela sempre di più unico al mondo) di Sebastiano Tusa. Ma come dimenticare la straordinaria esperienza di quella Soprintendenza del Mare da cui tutto partì. Oppure missioni come quella del relitto di Marzamemi, ricordata da Justin Leedwangler dell’università statunitense di Stanford, che, da ritrovamenti di colonne bizantine, nei lontani anni Cinquanta, sta rivelando l’esistenza di una chiesa “prefabbricata” e pronta a essere ricostruita, non solo virtualmente. Un patrimonio sterminato di gradini, colonne, pigmenti, perfino vetri colorati per le finestre, e il maestoso ambone. Tutto trasportato da una o più navi “lapidarie”, abituate cioè a sopportare grandi pesi, e naufragate prima di terminare il trasporto.

Presentazione del libro di Tusa nei giardini del Palazzo Reale

O come le avventure del relitto di Gela, di cui hanno parlato Alessia Mistretta e da Lorenz E. Baumer dell’Università di Ginevra, o del relitto delle colonne di Kamarina, narrata da Massimo Capulli, dell’Università di Udine. Tutte operazioni che richiedono un’alta specializzazione e apparecchiature di grande precisione, viste le profondità a cui spesso si trovano i reperti. Ma anche, hanno tenuto a sottolineare gli esploratori subacquei Mario Arena e Francesco Spaggiari – che hanno curato interventi di supporto all’archeologia in acque profonde alle Egadi e delle Eolie – in cui la macchina non può sostituirsi all’uomo, alle sue riflessioni, alla tecnica, ai suoi valori e alla passione. Il messaggio lasciato in eredità da Sebastiano Tusa è proprio questo: competenza e valore umano non possono essere scisse. Perché quando mancano l’una o l’altro, prima o poi, viene a galla. È proprio il caso di dirlo.

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Vucciria mosaico scolorito, un piano per la rinascita

Tavola rotonda dedicata ai progetti per il rilancio dello storico mercato di Palermo, a partire dalla riqualificazione di piazza Garraffello

di Alessia Franco

“Apriti Vucciria”. Suona un po’ come quell’”apriti Sesamo” con cui Alì Baba schiude l’ingresso della caverna in cui è nascosto un tesoro immenso, il nome della tavola rotonda di riqualificazione, nel cuore della Vucciria. Un cammino – quello della rigenerazione urbana dello storico mercato che incantò, fra gli altri, Renato Guttuso – già avviato con iniziative come quella del 21 giugno scorso, con l’incontro sul progetto europeo dedicato ai centri storici di Palermo e La Valletta.

Piazza Caracciolo

Anche in questo secondo passo del 29 luglio all’Istituto Cervantes, nel cuore della Vucciria, si è parlato del progetto europeo Interreg Italia-Malta I-access, di cui l’Università di Palermo è capofila. “La nostra città è sempre più una laboratorio e questo dev’essere il suo punto di forza. La Vucciria – ha detto Mario Zito, direttore dell’Accademia di Belle Arti, riferendosi proprio al celebre dipinto di Guttuso – non è più quella ritratta nel quadro, bisogna prenderne atto. Ma conserva intatti il suo fascino, la sua storia. Servono parole e concetti nuovi per reinterpretarla e farla rivivere”.

Un momento dell’incontro

Un progetto che passa ovviamente anche per la riqualificazione urbana, di cui piazza Garraffello è il simbolo, con la ristrutturazione di edifici come i palazzi Mazzarino, Sperlinga e Rammacca, solo per citare i più noti. Ma anche con la ripresa di una vocazione, quella di mercato storico, che negli ultimi tempi era stata molto trascurata in favore di una vita notturna mordi e fuggi, con un trascurabile rispetto nei riguardi di persone e cose. Un atteggiamento che, alla lunga, stava finendo per decretare l’abbandono della vita diurna di un mercato così alacre che le sue “balate”, secondo la tradizione, non si asciugavano mai.

Uno scorcio della Vucciria

A fare il punto, tra gli altri, Renata Prescia della Fondazione Salvare Palermo; Maria Concetta Prestigiacomo, assessore comunale alla Rigenerazione; Fabio Giambrone, vicesindaco e assessore al Decoro urbano; Pamela Villoresi, direttore artistico del Teatro Biondo; Lina Bellanca, soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Palermo e i rappresentanti di associazioni come il comitato Vucciria. Una valorizzazione che non riguarda solo il mercato storico in senso stretto, ma anche le zone limitrofe: “A partire dalla piazzetta dedicata a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia vicino al Biondo – dice Villoresi – che vorremmo dotare di un giardino per dare spazio alla poesia, per esempio, e ai bambini”.

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Le coperte dei migranti trasformate in una barca

È la nuova installazione di Sandro Bracchitta che campeggia sulle pareti del Met di Marina di Ragusa. Un’opera che cambia volto tra giorno e notte

di Alessia Franco

Quando s’illumina, al calare delle sere d’estate, il mare al led pensato da Sandro Bracchitta per la sua ultima installazione al Met di Marina di Ragusa ha un sapore ambiguo. A volte, più che una distesa azzurra, rimanda alle luci nevrotiche delle grandi città, ma anche a quell’acqua fluorescente (e malata, e senza vita) che il gruppo dei Righeira canticchiava negli anni Ottanta con “Vamos a la plaja”. Scalava le vette delle classifiche, quella canzonetta così orecchiabile, e tradiva ben altre riflessioni.

Sandro Bracchitta

“Ho voluto essere ambiguo anche nel titolo di questa mia installazione – dice Sandro Bracchitta – che campeggia nella la parete frontale del Met di Marina di Ragusa. Si chiama ‘Un sogno nel blu’: il mare è il luogo in cui andiamo a riprendere fiato, in cui molti di noi pensano le proprie vacanze. Ma è anche l’ultima sfida, la parte finale del viaggio dei disperati che stipati nei barconi, spesso diventa anche il loro sudario”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu”

E la barca è un guscio, un elemento ricorrente nella poetica di Bracchitta, incisore e pittore ragusano. Contenitore di vite e di speranze, come contenitori di anime e di attese sono stati, rispettivamente, gli abiti femminili e le sedie sghembe in altri suoi lavori. La barca-guscio ha la consistenza e il colore dorato delle coperte isotermiche: il primo vero tesoro in cui, allo sbarco, vengono avvolti quei corpi stremati dal freddo, dalle privazioni, sferzati dalle torture. Segni evidenti, che chi sparge odio gratis si ostina a non voler vedere.

“E nemmeno la nave si scorge bene quando scende la sera, devi cercarla, mentre le onde fluorescenti si vedono benissimo. Invece – commenta l’artista – di giorno la prospettiva è completamente rovesciata. Il led si spegne e le onde diventano ombre grigie; i contorni dell’imbarcazione, con il sole, risplendono, quasi accecano. Non possono essere ignorati”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu” sulla parete del Met

“Un sogno nel blu” sarà al Met di Marina di Ragusa fino al 30 settembre. Un locale notturno che ogni anno, ormai da otto estati, porta in riva al mare il progetto #met2b – Urban Art Meeting 2019: un modo per raccontare l’arte contemporanea e anche per riflettere. Su come il mare, per esempio, possa essere l’ultima prova o un luogo in cui rilassarsi, perfino un “divertimentificio”. Tutto dipende da dove si è nati: se dalla parte giusta del mondo o da quella sbagliata.

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Spunta Sant’Erasmo, il pescatore di naufraghi

Il nuovo grande murales di Igor Scalisi Palminteri è stato realizzato nella borgata marinara di Palermo, oggi in via di riqualificazione

di Alessia Franco

Quando si è messo a dipingere quel gigantesco Sant’Erasmo, coadiuvato da camion e da un braccio di gru di 40 metri, le reazioni della gente dell’omonima borgata marinara di Palermo sono state in generale positive. C’era la signora che portava a tutti caffè e acqua fresca, e chi stava a guardare il suo lavoro con ammirazione.

Igor Scalisi Palminteri durante l’incontro

“Nessuno ha chiesto come mai il mio santo indossasse il giubbotto salvagente, né perché impugnasse i remi”, dice Igor Scalisi Palminteri, artista palermitano che si è più volte confrontato con murales agiografici. Come quello di San Benedetto il Moro, il santo nero ritratto a Ballarò: “In quell’occasione, un paio di anziani mi chiesero che ci facesse là un turco, e semplicemente gliel’ho spiegato. Qua, invece, la gente del porticciolo in via di riqualificazione ha voluto conto e ragione delle fattezze di Sant’Erasmo. Insomma, siamo finiti a parlare di iconografia e di storia dell’arte – dice Scalisi Palminteri – ma mai nessuno ha obiettato sull’abito del santo”.

Il murales di Sant’Erasmo (foto Antonio Curcio)

Nel murales che guarda il mare, Erasmo il pescatore di uomini con il suo sguardo – e il suo giubbotto arancione, e i suoi remi – sembra accogliere i naviganti esattamente come fa l’artista che lo ha creato: senza chiedere la provenienza né il perché della partenza. “Tutte domande inutili – taglia corto Palminteri – che immobilizzano, in un momento in cui bisognerebbe invece prendere posizione”.

Il progetto di riqualificazione della borgata marinara (ve ne abbiamo parlato qui) parte anche dalla volontà delle associazioni che insistono sul territorio. Dai fasti al degrado, Sant’Erasmo ha oggi una gran voglia di rinascere e di riprendersi il suo spazio di fronte al mare in una città chiamata “tutto porto”, voglia che si incunea nelle strade con la mostra “Ulysses”, del fotografo Umberto Santoro, curata da Valentina Sansone.

“Ulysses” di Umberto Santoro

Fotografie e affissioni urbane, come pannelli pubblicitari, descrivono un viaggio di pescatori che, dalle acque di Castellammare, Isola delle Femmine, Terrasini, si sposta verso un quartiere a forte vocazione marittima. Come fu Sant’Erasmo nell’immaginario collettivo: quella degli stabilimenti balneari e della pesca, della Real fonderia Oretea e delle botteghe degli artigiani. Quella che, con i dovuti distinguo temporali, vuole tornare a essere.

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I fasti della Palermo del ‘700 in un antico libro restaurato

Torna a risplendere il volume “La felicità in trono”, commissionato dal senato di Palermo per l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans

di Alessia Franco

C’era un tempo in cui, per celebrare i fasti di Palermo e diramare fuori dalle mura cittadine la bellezza dei ricevimenti e delle feste pubbliche, si ricorreva ai migliori letterati. Attraverso una strategia di comunicazione mirata, il senato nominava un segretario di cancelleria che lavorava agli atti e li diffondeva con l’arte sapiente della scrittura: da qui la necessità che fosse un uomo di penna e di lettere.

Un momento della presentazione

Racconta questa storia il volume, datato 1714, scritto da Pietro Vitale e oggi restaurato dalla Fondazione Salvare Palermo onlus attraverso i fondi del cinque per mille e presentato alla biblioteca di Casa Professa. “La felicità in trono” venne commissionato dal senato palermitano allo stampatore reale Agostino Epiro, in occasione dell’incoronazione a Palermo di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans, re e regina di Sicilia.

Restaurato il libro “La felicità in trono”

Un volume prezioso non soltanto per le incisioni – di Francesco Cichè, Paolo Amato, Andrea Palma e Antonino Grano, su disegno di Antonino Grano – ma anche per la storia che racconta. Ci si aspettava grandi cose dai Savoia (a rivelarlo è già il titolo del volume), e Vittorio Amedeo era il primo sovrano eletto in Sicilia da 300 anni. “Il libro che da oggi torna in vita è una testimonianza della letteratura encomiastica di Palermo – racconta Eliana Calandra, direttrice della biblioteca comunale di Palermo – che ha dei precedenti illustri neiragguagli di solennità cruciali per la città, come il Festino. A vergare il primo, nel 1625, fu addirittura Filippo Paruta, anche se il testo venne pubblicato postumo, nel 1631, a firma del figlio Onofrio”.

La biblioteca comunale

Quello del segretario di cancelleria era un lavoro di alta responsabilità: a questa figura era demandato il compito di fare da cassa di risonanza sugli avvenimenti importanti di Palermo. Era una sorta di ufficio stampa ante litteram, insomma. “Il restauro del volume è importante per tutti questi aspetti – afferma Calandra – ma anche perché dimostra una volta di più l’importanza di una rete tra pubblico e privato, come in questo caso. Grazie alla collaborazione con Salvare Palermo, ma anche con tante altre realtà, abbiamo la possibilità di portare alla luce frammenti di vita altrimenti sepolti”.

A proposito del prestigio del ruolo di segretario di cancelleria: anche il leggendario Antonino Mongitore venne nominato. Ma pare che non resistette più di un mese.

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Palermo ritrova il “Vecchio porto”: regalo alla Gam

Il quadro di Ettore De Maria Bergler, in mostra a Venezia nel 1909 nel corso dell’ottava esposizione d’arte, è stato donato da Luigi Naselli di Gela e andrà ad arricchire la collezione del museo

di Alessia Franco

Arriva come un regalo di quelli che non ti aspetti, a completare una collezione già molto ricca e ammirata. Forse addirittura per esserne il pezzo forte. Da oggi, il dipinto “Vecchio porto (Marina di Palermo)” di Ettore De Maria Bergler fa parte della collezione della Galleria d’arte moderna della città. Un regalo di Luigi Naselli di Gela, Gran Priore dell’Ordine di Malta. Ricorda bene, l’anziano donatore, le trasformazioni crudeli che condussero la città da gioiello della Belle Époque a cumulo di palazzoni che la sventrarono, con il sacco di Palermo. L’intento di Naselli è conservare la bellezza, perché magari aiuti a produrne dell’altra.

Il quadro “Vecchio porto” di Ettore De Maria Bergler donato alla Gam

Il dipinto che arricchirà la collezione della Gam venne esposto a Venezia, nel 1909, nel corso dell’ottava esposizione d’arte. De Maria Bergler vi partecipò con ben 26 opere, che gli valsero il riconoscimento di “pittore più importante del Meridione”. Un’arte appassionata, la sua, carica di luce e di spirito isolano, ma senza cedere alla tentazione del bozzetto.

Un momento dell’incontro

Anche in questo caso, riprende un topos molto noto, ma sempre attraverso il suo personalissimo filtro: testimonianza del periodo straordinario in cui visse. E che lo portò, esponente della borghesia palermitana fin de siècle, a sperimentarsi come vedutista, decoratore, ritrattista: celebre e straziante, fra tutti, quel suo ritratto di Giovannuzza Florio già scolorita dalla morte ma con gli occhi ancora (tenacemente, dolcemente) spalancati sul mondo. Quella del 1909 fu l’esposizione che diede maggiore risalto all’autore: una personale nel padiglione 37, “Le bellezze di Sicilia” che segna il culmine della sua carriera. Ma anche una sorta di chiusura del cerchio: le decorazioni del padiglione e i mobili che l’arredavano erano stati eseguiti da Vittorio Ducrot su disegno di Ernesto Basile.

“Dopo varie vicissitudini – afferma la direttrice della Galleria, Antonella Purpura – questo importante tassello della storia artistica siciliana entra a far parte della collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna di Palermo, che già possiede diverse testimonianze pittoriche dello stesso autore”.

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Palazzo Alliata si mette in vetrina: aprono nuove stanze

Nel piano nobile della dimora palermitana visitabili la sala rosa, con la sua moquette storica e il prezioso ritratto di Marianna Ucria, il salottino giallo e l’ex alcova

di Alessia Franco

È stata un’impresa tutt’altro che facile, a più riprese e con notevoli sforzi economici. Ma alla fine, il piano nobile di Palazzo Alliata di Villafranca è visitabile per intero, pronto a stupire turisti, ma anche palermitani (da venerdì a lunedì, dalle 10.30 alle 17.30 con visite guidate).

“Le sale chiuse al pubblico erano diverse – osserva Claudia Miceli, socia della onlus che porta il nome della dimora nobiliare – e sicuramente daranno un nuovo volto all’edificio”. Il primo ostacolo è stato aprire la sala rosa, con la sua caratteristica moquette del 1840, della prestigiosa marca Braquenié, la prima ad arrivare dalla Francia. “Ovviamente – continua Miceli – la delicatezza del tessuto non la rende calpestabile. Abbiamo lavorato secondo le direttive della Soprintendenza, predisponendo una guida in tessuto perché si potesse attraversare l’ambiente”.

Ritratto di Marianna Ucria (foto: Carmelo Fornaro)

Un gioiello, la sala rosa, e non solo per la moquette storica: contiene infatti il prezioso ritratto di Marianna Ucria, antenata degli Alliata e di Dacia Maraini, che ispirò la scrittrice nel romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria”, in cui riprese un’antica storia di famiglia. Un altro ambiente che sarà possibile visitare è la sala gialla, così chiamata per il colore oro che illumina le pareti, le sedute, le poltrone. “Non esiste una pubblicazione organica – osserva Claudia Miceli – ma diversi documenti. Probabilmente questo intimo ambiente era destinato al ricamo delle donne”.

Che la sala da pranzo fosse un’ex alcova, invece, è dimostrabile dalla dimensione raccolta e dalla presenza di un altare reclinabile. La sala da pranzo conserva ancora un preziosissimo servizio in porcellana bianca a fiori. Infine, l’ex boudoir: lo spogliatoio, anch’esso ritornato visitabile dopo che la proprietaria del palazzo, la principessa Rosaria Correale Santacroce, decise di donare l’intero palazzo al seminario arcivescovile negli anni Ottanta del secolo scorso. Da lì si gode di una vista che mozza il fiato, con la chiesa di San Giuseppe dei Teatini e Palazzo Ugo delle Favare in bella mostra.

Boudoir (foto: Carmelo Fornaro)

Tasselli preziosissimi, che si incastonano in altri ambienti già aperti ai visitatori: il salone dei musici o delle poste in stile neogotico (adibito a quadreria, o sala concerti). I due saloni da ballo: quello dello Stemma (con il blasone della famiglia Alliata, realizzato con maioliche settecentesche, a parete); e il salone del principe Fabrizio Alliata e Colonna, che custodisce due rari dipinti del pittore olandese Matthias Stomer.

Evidentemente, le donne di casa Alliata dovevano amare il giallo: è il colore dominante anche di un altro spazio dedicato alle presenze femminili, la sala da té, ricavata da un’altra ex alcova. Ecco il salottino barocco, con il maestoso lampadario in vetro di Murano e le sete verdi damascate: probabilmente una cappella privata per la recita del rosario, dove ancora si conservano una Crocefissione di Antoon van Dyck e un’Annunziata di Pietro Novelli. E poi, il fumoir, con le pareti in cuoio impresso, decorate con il pirografo, tra i più grandi d’Europa. Ha gli stemmi della famiglia Alliata e dei cileni Ortuzar. Perché? Enrico Maria Alliata incontrò Sonia Amelia Ortuzar a Roma: entrambi studiavano canto lirico. Si sposarono: pare fosse un matrimonio d’amore, il loro, da cui nacque Topazia Alliata, madre di Dacia Maraini. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

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