Nasce un museo per l’Abete delle Madonie

Inaugurato a Polizzi Generosa, è dedicato ai pochissimi esemplari rimasti di questi alberi inclusi nella lista delle cinquanta specie più minacciate del Mediterraneo

di Alessandra Turrisi

Polizzi Generosa diventa la città dell’Abies nebrodensis, detto anche l’Abete delle Madonie, e gli dedica un museo in centro. Un viaggio virtuale e sensoriale nel bosco che custodisce gli unici esemplari al mondo di questa conifera inclusa nella lista delle cinquanta specie botaniche più minacciate del Mediterraneo.

Uno degli Abies Nebrodensis

Quest’albero era stato considerato estinto, ma nel 1957 un gruppo di botanici lo ritrovarono in un’area del territorio di Polizzi, oggi zona A di riserva integrale del Parco delle Madonie, tra il Vallone Madonna degli Angeli, Monte Cavallo, Monte Pene e Monte Scalone, attorno ai 1600 metri di quota. Era l’inizio di un percorso di ricerca e di sensibilizzazione, ad opera di studiosi italiani e internazionali, di investimenti pubblici e progetti per la conservazione e la valorizzazione di questo tesoro verde diventato simbolo della Sicilia.

Teche del museo

La realizzazione del museo nel Palazzo municipale di Polizzi, il Collegio dei Gesuiti, è il fiore all’occhiello di questo cammino. “In cinque sale è stato ricostruito l’habitat in cui vive da sempre l’Abies nebrodensis – racconta con orgoglio il sindaco di Polizzi, Giuseppe Lo Verde – . Si viene risucchiati in un ambiente naturale virtuale, accompagnati dal canto degli uccelli. Tramite testi, immagini e video è possibile conoscere la storia di questo patrimonio che noi custodiamo da millenni. C’è anche un’aula didattica con una ricca banca dati”.

“Il progetto Life Natura e il successivo Apq ‘Conservazione di Abies nebrodensis e ripristino torbiere di Geraci Siculo’, attuato dall’ente Parco delle Madonie, dal dipartimento Saaf dell’Università di Palermo, dal Comune di Polizzi e dal Comune di Geraci – spiega il direttore dell’Orto botanico di Palermo, Rosario Schicchi, in una relazione – hanno sviluppato diverse azioni tecnico-scientifiche finalizzate sia alla salvaguardia degli individui della popolazione nativa, sia a favorire il processo di rinnovazione naturale”. Il risultato è che nel vivaio forestale di Piano Noce sono state prodotte alcune migliaia di piantine e ci sono concrete speranze di incrementare la popolazione di Abete delle Madonie sia in contesti forestali naturali, sia in ambienti antropizzati.

“Abbiamo intenzione di chiedere al vivaio del Parco 50 piantine dell’Abies per darle in adozione agli abitanti di via Garibaldi, che le metteranno in balcone, nel giardino – annuncia il sindaco – . Anche questo è un modo per animare il nostro territorio”.

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Le nocciole dei Nebrodi in Giappone in cerca d’identità

È arrivato a Osaka uno studio della Banca vivente del germoplasma di Ucrìa per individuare le diverse varietà di frutti presenti nel territorio

di Alessandra Turrisi

Non ha nulla da invidiare alle sorelle piemontesi, ma la nocciola dei Nebrodi non riesce ad affermarsi sul mercato perché finora non è stata messa a punto una metodologia che garantisca la tracciabilità del prodotto. Adesso gli studiosi siciliani stanno correndo ai ripari per conoscere le varietà esistenti sul territorio e scriverne una sorta di carta d’identità. È sbarcato a Osaka in Giappone, al terzo congresso mondiale “Plant Genomics and Plant Science”, lo studio elaborato dalla Banca vivente del germoplasma di Ucrìa e mirato a sviluppare una metodologia per la certificazione varietale del germoplasma coricolo dei Nebrodi.

Banca del germoplasma di Ucrìa

La Banca del germoplasma, nata con un progetto del Parco dei Nebrodi finanziato con 400mila euro con i fondi strutturali della Comunità europea, ha sede in un bel caseggiato con sala conferenze e laboratorio, ma può vantare anche un giardino botanico dedicato a padre Bernardino da Ucrìa, vissuto nel Settecento e celebre per le sue ricerche e per avere curato l’allestimento storico delle collezioni dell’Orto Botanico di Palermo.

Uno scorcio del Parco dei Nebrodi da Cesarò

Il lavoro scientifico, coordinato da Anna Scialabba del dipartimento Stebicef dell’Università di Palermo e da Maria Carola Fiore del Crea-Dc di Bagheria, ha portato avanti l’obiettivo di individuare le cultivar di nocciolo del territorio nebroideo. “Nel campo sperimentale della Banca di Ucrìa ci sono 41 piante diverse, per le quali si sta procedendo con l’identificazione dopo l’analisi genetica – spiega Anna Scialabba – . Adesso dobbiamo conoscere le proprietà organolettiche dal punto di vista biochimico per garantire la tracciabilità del prodotto lavorato”.

La coltivazione del nocciolo nei Nebrodi dal 1800 rappresenta un elemento cruciale per sostenere lo sviluppo economico locale e salvaguardare il territorio dal dissesto idrogeologico. Attualmente la produzione tradizionale è basata su antiche cultivar con frutti molto pregiati e apprezzati per l’aroma, il profumo e il sapore. L’analisi molecolare ha evidenziato un’elevata diversità genetica del nocciolo nel territorio nebroideo. Il presidente della Banca vivente del germoplasma dei Nebrodi, Gianluca Ferlito, sottolinea che “la genotipizzazione è uno strumento innovativo importante per sviluppare una strategia di recupero, salvaguardia e valorizzazione della produzione corilicola siciliana”.

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Tempo di Festino, così Palermo saluterà la Santuzza

Presentata l’edizione numero 395 che avrà come tema l’inquietudine. Il carro, ideato da Fabrizio Lupo, sarà realizzato dai detenuti. Torna lo spettacolo de La Fura dels Baus

di Alessandra Turrisi

Per il Festino di Santa Rosalia numero 395 è l’anno dell’inquietudine, quella che riesce a diventare motore del cambiamento, che riesce a superare l’eterno duello tra bene e male, che suscita attese e speranze, senza dimenticare chi vive ai margini della società.

Fabrizio Lupo illustra il carro

Ci saranno artisti palermitani, nazionali e internazionali, a dare vita la sera del 14 luglio alla storia della Santuzza, che liberò Palermo dalla peste nel 1624 e che attraverserà trionfante il Cassaro verso il mare, non su un vascello ma su un enorme carro decorato secondo la tradizione siciliana, ideato dallo scenografo Fabrizio Lupo e realizzato, per la prima volta nella storia, all’interno della casa di reclusione Ucciardone dai detenuti, dagli allievi dell’Accademia di belle arti e dalle maestranze della VM Agency. Un carro “dinamico”, che si svelerà aprendosi lungo la strada, con in cima la statua della vergine in abiti mondani, ma strappate dall’anelito verso l’eremitaggio, che sarà la sua vocazione.

Un momento della conferenza stampa

È pronto il programma del Festino targato ancora una volta Lollo Franco e Letizia Battaglia, presentato al Palazzo arcivescovile dal sindaco Leoluca Orlando e dall’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice. La manifestazione di popolo avvolgerà il centro, da Palazzo dei Normanni a Porta Felice, passando per la Cattedrale e i Quattro canti, in un grande melodramma. Cantanti, ballerini, musicisti, attori riempiranno le quattro tappe di atmosfere d’altri tempi.

Riproduzione del carro trionfale

Si comincerà alle 21, sul piano di Palazzo Reale, col grande spettacolo che rievocherà, in chiave simbolica, la nascita di Rosalia. Si esibirà la compagnia catalana La Fura dels Baus, che sarà protagonista anche ai Quattro canti con una performance aerea inedita in Italia, presentata a Palermo in prima nazionale dopo la prima mondiale in Corea. Sul piano della Cattedrale, debutta al Festino la compagnia Transe Express, pionieri dell’arte di strada che dal 1982 si sono esibiti in 50 Paesi del mondo: presenteranno una performance che sarà un dialogo tra cielo e terra. Qui un confronto, per la prima volta, tra la Santa e il Genio di Palermo, emblema della città. A Porta Felice l’acrobata Stefania Controneo e il Ballo delle vergini con Miriam Palma, il coro e gli attori-detenuti dell’Ucciardone.

Ma il Festino non è soltanto la notte del 14, è anche il programma religioso che dall’8 luglio culmina nella processione delle reliquie della Patrona di Palermo, custodite nell’urna argentea in Cattedrale, nel pomeriggio del 15 luglio. E, ancora, il Festinello a piazza Monte di Pietà, dal 10 al 13 luglio, con gli attori-detenuti protagonisti, concerti e danze lungo l’itinerario arabo-normanno.

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Un gioiello barocco torna splendere all’Abatellis

Il dipinto che raffigura “Perseo e Andromeda”, realizzato dal Cavalier d’Arpino, ha riacquistato i suoi colori originari dopo il restauro

di Alessandra Turrisi

Formatore di alcuni fuoriclasse come Guido Reni e Caravaggio, impegnato nella decorazione delle Logge Vaticane, della sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio, delle chiese di San Luigi de’ Francesi, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e San Pietro a Roma, il Cavalier d’Arpino ha un posto d’onore nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis.

Perseo e Andromeda

Con un restauro finanziato dal Rotaract Palermo Agorà, presieduto da Tiziana Di Trapani, è tornato a splendere nei suoi colori originari, il dipinto su tavola di “Perseo e Andromeda”, uno della decina di esemplari oggi distribuiti tra Europa e Stati Uniti che, tra fine Cinquecento e inizio Seicento, il conterraneo di Cicerone decide di dedicare al mito raccontato da Ovidio. Forse per la celebre traduzione in italiano delle Metamorfosi ad opera di Giovanni Andrea dell’Anguillara, l’impresa di Perseo che, folgorato dalla bellezza di Andromeda incatenata ad uno scoglio, decide di salvarla dalle grinfie di un mostro marino inviato da Poseidone per vendicarsi della vanità di Cassiopea, madre della sfortunata giovane, diventa di moda nei salotti della nobiltà europea del tempo. Alcuni committenti la vogliono realizzata in miniatura su lapislazzuli o su pietra paesina.

Il restauratore Franco Fazzio col quadro

L’opera custodita a Palermo è una tavoletta di 52 centimetri per 38, “probabilmente di legno africano di grande compattezza e qualità, tanto che il Cavalier d’Arpino non sente la necessità di creare uno strato preparatorio in gesso – spiega il restauratore Franco Fazzio – Osservandola nel dettaglio, si vede che ogni pennellata è al punto giusto”. Un’affermazione che rivela la perizia artistica di Giuseppe Cesari, molto apprezzato da papa Clemente VIII Aldobrandini, chiamato a lavorare anche in Francia e a cui Rodolfo II d’Asburgo chiede di realizzare proprio una interpretazione di “Perseo e Andromeda”, che oggi è custodita a Vienna, come raccontano Conny Catalano, segretario del Rotaract Palermo Agorà e storica dell’arte, e Valeria Sola di Palazzo Abatellis.

Un momento della presentazione a Palazzo Abatellis

Il quadro, liberato dalla patina di vernice di un precedente restauro ottocentesco, è stato collocato nella stanza numero 17 della galleria regionale di via Alloro, dove è giunto parecchi anni fa da collezione privata. “Il restauro è una forma di conoscenza approfondita di un’opera – sottolinea Evelina De Castro, direttore di Palazzo Abatellis – Il fatto che la sponsorizzazione da parte di associazioni e club service diventi un evento che si ripete è davvero un bel segnale per il mondo dell’arte e della cultura”.

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Restauro in arrivo per i tetti della Cattedrale

Prevista la sostituzione di un’intera capriata, la manutenzione delle cupolette delle navate e interventi di tinteggiatura delle pareti

di Alessandra Turrisi

Pronto un progetto da circa 2 milioni di euro per il restauro delle coperture della Cattedrale di Palermo, dedicata a Maria Santissima Assunta. L’occasione per sintetizzare in 26 gigantografie esposte nella navata sinistra della chiesa il “tempio” come non è mai stato ammirato prima. I tetti della principale chiesa della diocesi, inserita dal 2015 nell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco, soffrono di cedimenti, avvallamenti, infiltrazioni d’acqua, umidità diffusa.

Interno del tetto della Cattedrale

Il finanziamento del ministero dei Beni culturali e di quello delle Infrastrutture sarà utilizzato per la sostituzione di un’intera capriata fortemente danneggiata, di un’ampiezza di circa undici metri, la sistemazione delle cupolette delle navate laterali sia all’esterno dove ci sono maioliche danneggiate, sia all’interno; uno studio dettagliato delle quindici capriate; la tinteggiatura delle pareti interne della Cattedrale, risolvendo anche i problemi di umidità nelle cappelle laterali.

Abside della Cattedrale

Questi importanti interventi promossi dal Provveditorato delle Opere pubbliche Sicilia e Calabria si presentano oggi, assieme alla ditta appaltatrice, nel salone Filangeri del Palazzo Arcivescovile, alla presenza dei ministri delle Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli, e dei Beni culturali, Alberto Bonisoli.

Copertina del volume “Divino Tempio”

Il grande piano di restauro è stato redatto da un pool di professionisti, col contributo dell’Ateneo palermitano, della Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo e dell’autorità ecclesiastica. Ma il progetto è diventato occasione per una pubblicazione d’arte, “Divino Tempio. Un pezzo di cielo in terra”, edito da Panastudio, 230 pagine con tavole e foto esclusive. E in Cattedrale è allestita e visitabile da oggi la mostra fotografica e di rilievi scientifici intitolata “Palermo19/The Cathedral”.

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Il tesoro della Cattedrale come non l’avete mai visto

I preziosi ori, argenti e paramenti sacri vengono presentati in un nuovo percorso espositivo. Si potrà ammirare l’antica abside sinistra della chiesa, mai aperta finora

di Alessandra Turrisi

La corona dell’imperatrice torna nei luoghi che usava frequentare all’inizio del 1200. È la calotta coperta di filigrana d’oro e decorata con gemme preziose e perle il pezzo più prezioso del tesoro della Cattedrale di Palermo, che dedica a questo monile realizzato nell’opificio di Palazzo Reale per Costanza d’Aragona, la prima moglie di Federico II, la nuova sala del nuovo allestimento.

Calice e mitra (foto: Salvo Gravano)

La teca espositiva è posta al centro dell’antica abside sinistra dell’edificio normanno, mai aperta fino a questo momento, perché per secoli vietata alla vista da solai e superfetazioni. È questa la scoperta più bella che troveranno i visitatori del percorso che dalla cripta conduce al tesoro, passando dall’abside che il grande restauro in stile neoclassico di Ferdinando Fuga avviato nel 1781 ha tagliato fuori, nascondendola dietro alla cappella del Santissimo Sacramento. Il nuovo percorso espositivo viene presentato oggi alle 18,30 alla presenza, tra gli altri, dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Recenti opere di restauro della Soprintendenza ai beni culturali di Palermo e i lavori voluti e finanziati dal parroco della Cattedrale, monsignor Filippo Sarullo, hanno consentito di riscoprire pitture normanne negli archetti di un alto loggiato, riaprire le grandi finestre sulla parete che guarda via dell’Incoronazione, recuperare ed esporre porzioni dell’originale trono normanno e altri reperti dell’epoca a cui risale l’impianto del monumento inserito nell’itinerario arabo-normanno patrimonio dell’Unesco.

Maria Concetta Di Natale, Filippo Sarullo e Lina Bellanca (foto: Salvo Gravano)

“In questo modo si potranno visitare i tetti, la cripta, il tesoro e le absidi dell’epoca normanna senza dover tornare indietro una volta avviato il percorso”, afferma la soprintendente Lina Bellanca. E sarà d’obbligo immergersi nello splendore di calici, reliquiari e ostensori, esposti nelle sale del tesoro dedicate principalmente al culto di Santa Rosalia, la patrona di Palermo, con un filo conduttore pensato dalla curatrice scientifica Maria Concetta Di Natale, che esclama: “Abbiamo svuotato le casseforti della Cattedrale”.

I preziosi ori, argenti e paramenti sacri vengono presentati in un nuovo percorso espositivo. Si potrà ammirare l’antica abside sinistra della chiesa, mai aperta finora

di Alessandra Turrisi

La corona dell’imperatrice torna nei luoghi che usava frequentare all’inizio del 1200. È la calotta coperta di filigrana d’oro e decorata con gemme preziose e perle il pezzo più prezioso del tesoro della Cattedrale di Palermo, che dedica a questo monile realizzato nell’opificio di Palazzo Reale per Costanza d’Aragona, la prima moglie di Federico II, la nuova sala del nuovo allestimento.

Calice e mitra (foto: Salvo Gravano)

La teca espositiva è posta al centro dell’antica abside sinistra dell’edificio normanno, mai aperta fino a questo momento, perché per secoli vietata alla vista da solai e superfetazioni. È questa la scoperta più bella che troveranno i visitatori del percorso che dalla cripta conduce al tesoro, passando dall’abside che il grande restauro in stile neoclassico di Ferdinando Fuga avviato nel 1781 ha tagliato fuori, nascondendola dietro alla cappella del Santissimo Sacramento. Il nuovo percorso espositivo viene presentato oggi alle 18,30 alla presenza, tra gli altri, dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Maria Concetta Di Natale, Filippo Sarullo e Lina Bellanca (foto: Salvo Gravano)

Recenti opere di restauro della Soprintendenza ai beni culturali di Palermo e i lavori voluti e finanziati dal parroco della Cattedrale, monsignor Filippo Sarullo, hanno consentito di riscoprire pitture normanne negli archetti di un alto loggiato, riaprire le grandi finestre sulla parete che guarda via dell’Incoronazione, recuperare ed esporre porzioni dell’originale trono normanno e altri reperti dell’epoca a cui risale l’impianto del monumento inserito nell’itinerario arabo-normanno patrimonio dell’Unesco.

“In questo modo si potranno visitare i tetti, la cripta, il tesoro e le absidi dell’epoca normanna senza dover tornare indietro una volta avviato il percorso”, afferma la soprintendente Lina Bellanca. E sarà d’obbligo immergersi nello splendore di calici, reliquiari e ostensori, esposti nelle sale del tesoro dedicate principalmente al culto di Santa Rosalia, la patrona di Palermo, con un filo conduttore pensato dalla curatrice scientifica Maria Concetta Di Natale, che esclama: “Abbiamo svuotato le casseforti della Cattedrale”.

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Franzella e Tripi, i pionieri del souvenir

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

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Le meraviglie di cera tra argenti e coralli

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

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Il cioccolato di Modica alla conquista dell’Igp

Sarà l’unico prodotto dolciario italiano ad avere il riconoscimento. Un successo a lungo agognato, come racconta Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte e custode per il Consorzio di tradizione ed esperienza. La stessa che consigliava di utilizzarlo come medicina naturale a chi era febbricitante…

di Alessandra Turrisi

Dopo undici anni di lotte, sul cioccolato di Modica sta per arrivare il marchio Igp, Indicazione geografica protetta. Un risultato che, al di là della semplice sigla, rappresenta una conquista per tutti quei produttori che hanno fatto grande nel mondo il nome di questa leccornia. Trascorsi tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea della domanda di registrazione della Igp, alla data del 7 agosto nessuna obiezione è stata sollevata dagli Stati membri dell’Ue. Dunque, via libera all’inserimento nel registro europeo.

Grande soddisfazione è stata espressa dal direttore del Consorzio tutela cioccolato di Modica, Nino Scivoletto: “Il cioccolato di Modica diventa l’unico prodotto dolciario italiano a potersi fregiare dell’Igp. Esce dai suoi confini regionali ed entra in quelli internazionali, grazie anche all’attività di promozione a cui aderiremo attraverso i fondi stanziati dal Ministero per il 2019″. Un risultato legato alla scomparsa di una donna-simbolo della lotta alla mafia e della diffusione della cultura della legalità e della bellezza della Sicilia, Rita Borsellino, europarlamentare nel 2012, quando a Strasburgo fu approvata la norma che avrebbe aperto le porte al riconoscimento Igp. “La ricorderemo con una apposita iniziativa in occasione della prossima edizione di Chocomodica in programma dal 25 al 28 ottobre” afferma Scivoletto.

Del consorzio fanno parte una ventina di aziende e tante altre chiederanno di essere inserite. Tutto passerà attraverso un’attenta valutazione dell’applicazione del disciplinare di produzione effettuata dagli organismi competenti. Ci sono regole ferree da rispettare perché quel cioccolato leggermente granuloso, aromatizzato in mille modi, venga realizzato secondo i crismi tramandati di padre in figlio. Indispensabile, per esempio, che il profumatissimo “lingotto” con misure standard pesi 100 grammi, suddiviso in sezioni da 25 grammi, che corrispondono alla quantità necessaria per preparare una tazza di cioccolata. La pasta di cacao deve essere lavorata “a freddo”, a una temperatura compresa tra i 35 e i 40°C, che consente ai cristalli di zucchero di sciogliersi solo in parte. 

Risale al 1746 il primo attestato ufficiale di produzione del cioccolato di Modica, al Palazzo Grimaldi. Gli spagnoli appresero dagli Aztechi l’arte della lavorazione delle fave di cacao, ottenendo una pasta che veniva successivamente mescolata a spezie e lavorata su una pietra ricurva chiamata “metate” con uno speciale matterello anch’esso di pietra. Quest’arte venne importata dagli spagnoli nella contea di Modica, dove furono aggiunti lo zucchero e le spezie (vaniglia e cannella) ottenendo così un prodotto nutriente, energetico, ma ricco anche di numerose proprietà medicali.

Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte nel centro di Modica, è componente del direttivo del Consorzio e custode di tradizione ed esperienza. Un’arte appresa sin da ragazzino e poi affinata con perizia, fino a raggiungere risultati importanti, con la lavorazione e il confezionamento di circa 50 quintali di cioccolato all’anno. “Il riconoscimento Igp – afferma – servirà a dare una mossa a tutti coloro che producono il cioccolato onestamente, con competenza, dignità e nel rispetto del disciplinare”. A 75 anni si muove con grande dimestichezza tra gli attrezzi del mestiere ed è una fucina di curiosità: non tutti sanno, per esempio, che la carta che si pone sul tavolo per lavorare in maniera artigianale la materia prima, viene da sempre applicata sul petto febbricitante dei malati, a piccoli quadrati, affinché il cioccolato rimasto, sciogliendosi col calore del corpo, agisca da espettorante e liberi le vie respiratorie.

(Foto di Salvo Gravano)

Sarà l’unico prodotto dolciario italiano ad avere il riconoscimento. Un successo a lungo agognato, come racconta Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte e custode per il Consorzio di tradizione ed esperienza. La stessa che consigliava di utilizzarlo come medicina naturale a chi era febbricitante…

di Alessandra Turrisi

Dopo undici anni di lotte, sul cioccolato di Modica sta per arrivare il marchio Igp, Indicazione geografica protetta. Un risultato che, al di là della semplice sigla, rappresenta una conquista per tutti quei produttori che hanno fatto grande nel mondo il nome di questa leccornia. Trascorsi tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea della domanda di registrazione della Igp, alla data del 7 agosto nessuna obiezione è stata sollevata dagli Stati membri dell’Ue. Dunque, via libera all’inserimento nel registro europeo.

Grande soddisfazione è stata espressa dal direttore del Consorzio tutela cioccolato di Modica, Nino Scivoletto: “Il cioccolato di Modica diventa l’unico prodotto dolciario italiano a potersi fregiare dell’Igp. Esce dai suoi confini regionali ed entra in quelli internazionali, grazie anche all’attività di promozione a cui aderiremo attraverso i fondi stanziati dal Ministero per il 2019″. Un risultato legato alla scomparsa di una donna-simbolo della lotta alla mafia e della diffusione della cultura della legalità e della bellezza della Sicilia, Rita Borsellino, europarlamentare nel 2012, quando a Strasburgo fu approvata la norma che avrebbe aperto le porte al riconoscimento Igp. “La ricorderemo con una apposita iniziativa in occasione della prossima edizione di Chocomodica in programma dal 25 al 28 ottobre” afferma Scivoletto.

Del consorzio fanno parte una ventina di aziende e tante altre chiederanno di essere inserite. Tutto passerà attraverso un’attenta valutazione dell’applicazione del disciplinare di produzione effettuata dagli organismi competenti. Ci sono regole ferree da rispettare perché quel cioccolato leggermente granuloso, aromatizzato in mille modi, venga realizzato secondo i crismi tramandati di padre in figlio. Indispensabile, per esempio, che il profumatissimo “lingotto” con misure standard pesi 100 grammi, suddiviso in sezioni da 25 grammi, che corrispondono alla quantità necessaria per preparare una tazza di cioccolata. La pasta di cacao deve essere lavorata “a freddo”, a una temperatura compresa tra i 35 e i 40°C, che consente ai cristalli di zucchero di sciogliersi solo in parte. 

Risale al 1746 il primo attestato ufficiale di produzione del cioccolato di Modica, al Palazzo Grimaldi. Gli spagnoli appresero dagli Aztechi l’arte della lavorazione delle fave di cacao, ottenendo una pasta che veniva successivamente mescolata a spezie e lavorata su una pietra ricurva chiamata “metate” con uno speciale matterello anch’esso di pietra. Quest’arte venne importata dagli spagnoli nella contea di Modica, dove furono aggiunti lo zucchero e le spezie (vaniglia e cannella) ottenendo così un prodotto nutriente, energetico, ma ricco anche di numerose proprietà medicali.

Ignazio Iacono, proprietario del Caffè dell’arte nel centro di Modica, è componente del direttivo del Consorzio e custode di tradizione ed esperienza. Un’arte appresa sin da ragazzino e poi affinata con perizia, fino a raggiungere risultati importanti, con la lavorazione e il confezionamento di circa 50 quintali di cioccolato all’anno. “Il riconoscimento Igp – afferma – servirà a dare una mossa a tutti coloro che producono il cioccolato onestamente, con competenza, dignità e nel rispetto del disciplinare”. A 75 anni si muove con grande dimestichezza tra gli attrezzi del mestiere ed è una fucina di curiosità: non tutti sanno, per esempio, che la carta che si pone sul tavolo per lavorare in maniera artigianale la materia prima, viene da sempre applicata sul petto febbricitante dei malati, a piccoli quadrati, affinché il cioccolato rimasto, sciogliendosi col calore del corpo, agisca da espettorante e liberi le vie respiratorie.

 

(Foto di Salvo Gravano)

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