Scorbuto, limoni e mafia

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Cosa non perdere di Manifesta

Mostre, performance, installazioni per la Biennale internazionale di arte contemporanea che fino al prossimo 4 novembre riempirà i luoghi di Palermo. Ecco la top ten della manifestazione. Una guida a quel che non bisogna perdere.

di Paola Nicita

1- Masbedo
Videomobile, Palazzo Costantino
Protocol no. 90/6 Archivio di Stato, Cortile della Gancia

I Masbedo, duo di videoartisti formato da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, hanno realizzato i loro lavori espressamente per questa edizione di Manifesta12: Protocol no.90/6 è in uno dei luoghi più suggestivi dell’itinerario, un’installazione con un grande videowall tra faldoni secolari, che racconta un storia sul regista Vittorio de Seta, rintracciata tra i documenti dell’archivio. Il Videomobile è un camion posteggiato nell’atrio di Palazzo Costantino, che si muoverà tra vari luoghi della città, offrendo i suoi film al pubblico, girati a Palermo con personaggi e storie della città, per arrivare a tutti.

2- Soundwalk Collective
La Sindrome di Ulisse
Ex Oratorio di Santa Maria del Sabato

Chiudete gli occhi e ascoltate: questi sono i suoni, i rumori, forse le musiche che hanno accompagnato Ulisse lungo le sue lunghe peregrinazioni. I Soundwalk Colettive hanno ricreato un panorama sonoro del Mediterraneo, seguendo la rotta di Ulisse con una barca, alla quale hanno applicato antenne, scanner e registratori. Nell’oratorio vedrete installati degli speaker e potete sedervi sulle antiche panche lignee, circondati da luce blu: il viaggio è iniziato, lasciatevi trasportare dalle onde sonore.

3- Lia Pasqualino Noto
Prego, si accomodi- Casa privata e studio, via Dante

Una visita alla casa-studio di Lia Pasqualino Noto, pittrice palermitana del Gruppo dei Quattro, è un viaggio nella storia, dell’arte ma anche della città; l’emozione di entrare, vent’anni dopo la chiusura, a casa della pittrice, nelle stanze di via Dante, e scoprire quanto siano realmente contemporanee le sue pitture è immediata. L’idea è di un percorso domestico dove, insieme a pitture su tela e legno, ceramiche e disegni della Pasqualino- molti i ritratti- si possano scoprire anche opere di artisti ospiti. Visite solo su prenotazione, liapasqualinonoto@mail.com

4-Ignazio Moncada
Attraverso Palermo
Palazzo Branciforte, Palermo; Villa Trabia, Villa Cattolica, Bagheria
Museo di Castelbuono; ex Convento del Carmine, Marsala

Un percorso che metta in relazione una serie di opere di Ignazio Moncada, diffuse sul territorio siciliano: si parte da Palermo, per ammirare il grande affresco sul soffitto della Biblioteca di Palazzo Branciforte, si prosegue a Bagheria: a Villa Trabia, casa della famiglia Moncada, si può ammirare la Stanza dell’Irrequieto, interamente realizzata in ceramica; a Villa Cattolica è esposto “Le rappresentazioni”, al Museo Civico di Castelbuono è entrata in collezione l’opera “La maga Circe”; all’ex Convento del Carmine a Marsala invece è visibile “Attraverso il colore”, un’antologica dedicata a Moncada, curata da Sergio Troisi.

5- AES+F
Mare Mediterraneum
Teatro Massimo, Sala Pompeiana
Il tema è centrale, mediatico, oggetto di quotidiane riflessioni e notizie incessanti, e perciò complesso, perché sovraesposto. Il gruppo di artisti russi AES+F (Tatiana Armazosova, Lev Evzovich, Evgeny Svyatsky, Vladimir Fridkes) sceglie una strada differente rispetto a quelle finora percorse, e decide di realizzare un’installazione formata da nove statuine di porcellana di Capodimonte, allestite a raggiera intorno a un video che mostra un mare che, in loop, si placa e torna in tempesta. Le statuine, oggetto borghese ben raccontato in Utz di Chatwin, raffigura un compendio di gesti politically uncorrect: giovani biondi abbracciati a ragazze di colore seminude, abbigliati con vestiti alla moda, surfiste dalla pelle di latte, coppie di ragazzi sul materassino di salvataggio. Un nuovo presepe dell’anticolonialismo e della libertà che passa dal salotto, con il rumore del mare.

6- Forensic Oceanography
Liquid Violence – Palazzo Forcella de Seta

La trasformazione del Mar Mediterraneo in una zona militarizzata e di confine traccia un’anatomia del controllo e della violenza, che Forensic Oceanography – duo fondato nel 2011 da Charles Heller e Lorenzo Pezzani- racconta con una videoinstallazione espressamente realizzata per questa esposizione attraverso tre casi reali accaduti negli ultimi anni. Liquid Traces racconta la rotta di una nave abbandonata in mare durante gli interventi militari della Nato in Libia; Death by Rescue ricostruisce gli effetti derivanti delle decisioni dell’Italia e dell’Unione Europea di limitare i soccorsi in mare; Mare Clausum indaga la duplice strategia di chiusura del mare attualmente adottata dal governo italiano, che criminalizza le attività delle Ong e sostiene le azioni delle autorità libiche atte a prevenire le partenze dei migranti.

7- Massimo Bartolini
Caudu e fridu
Palazzo Oneto, via Bandiera

L’ opera site specific pensata per gli spazi privati di Palazzo Oneto, che riapre al pubblico in questa occasione dopo un importante restauro, è concepita in relazione con la storia della città. Il caldo e il freddo che danno il titolo all’opera di Bartolini, una sorta di doppia installazione comunicante, curata da Claudia Gioia per la Fondazione Volume! di Roma, sono estratti da un graffito ritrovato sulle pareti delle celle di Palazzo Chiaramonte Steri, un tempo sede del tribunale dell’Inquisizione. Caldo e freddo delle febbri dei condannati a morte, tracciati ora sul muro in neon rosso; nella stanza contigua, il volume della stanza sormontata da un grande affresco è ridisegnata con delle luminarie spente e affastellate, silenzioso ricamo di grande respiro.

8- Eugeny Antufiev
Quando l’arte diventa parte del paesaggio
Museo archeologico Salinas

Come possiamo riconoscere l’opera dell’artista, e qual è il suo arco cronologico di riferimento, quali gli elementi che ci permettono di identificarlo? Eugeny Antufiev, nel progetto curato da Giusi Diana, propone una sorta di caccia al tesoro con tanto di mappa che viene fornita all’ingresso del museo, tra le sale del Salinas, le teche, nelle stanze con le sculture, e sin dall’atrio all’aperto che accoglie il pubblico rivolge queste domande al visitatore. Così le sculture in legno, di antiche divinità inesistenti, le maschere, le terracotte, si mimetizzano con le opere della collezione, costringendoci, tra l’altro, a osservare bene anche opere conosciute.

9- Per Barclay
Cavallerizza di Palazzo Mazzarino

Le colonne di marmo bianco della cavallerizza di Palazzo Mazzarino, gioiello di architettura e bellezza nel cuore della città, si rispecchiano in una superficie nera, una pavimentazione d’olio esausto che l’artista norvegese Per Barclay racchiude in una vasca che copre quasi per intero la superficie di circa duecento metri quadrati. Dopo aver realizzato pavimentazioni in latte per gli oratori serpottiani dagli stucchi bianchi, Barclay, con la cura di Agata Polizzi, crea un sistema di visione che permette al pubblico una visione ravvicinata e coinvolgente della superficie nerissima e lucente, sulla quale si specchiano le quattordici colonne che sostengono le volte a crociera, capovolgendo la visione.

10-Alterazioni Video
Incompiuto Siciliano
Ex chiesa di San Mattia ai Crociferi

Da molti anni Alterazioni Video lavora intorno al tema dell’ incompiuto come emblema, visibile, delle storture sociali e politiche che accadono dietro le quinte: l’Incompiuto Siciliano, che ha un suo manifesto ed è stato oggetto di mostre, commenti e riflessioni – anche di Paul Virilio – è, in tal senso, emblema massimo della denuncia che passa attraverso la visione. Così, nei video in mostra, si susseguono piscine olimpioniche abbandonate, campi di cricket e ippodromi mai terminati a Giarre, palazzoni in cemento dai pilastri irti di tondini di ferro, mostri architettonici mai finiti, per l’appunto, che divengono monumenti al degrado e memoria del presente. Al Centro internazionale di Fotografia alla Zisa è allestita la mostra fotografica “Incompiuto: nascita di uno stile”:

Mostre, performance, installazioni per la Biennale internazionale di arte contemporanea che fino al prossimo 4 novembre riempirà i luoghi di Palermo. Ecco la top ten della manifestazione. Una guida a quel che non bisogna perdere.

di Paola Nicita

1- Masbedo
Videomobile, Palazzo Costantino
Protocol no. 90/6 Archivio di Stato, Cortile della Gancia

I Masbedo, duo di videoartisti formato da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, hanno realizzato i loro lavori espressamente per questa edizione di Manifesta12: Protocol no.90/6 è in uno dei luoghi più suggestivi dell’itinerario, un’installazione con un grande videowall tra faldoni secolari, che racconta un storia sul regista Vittorio de Seta, rintracciata tra i documenti dell’archivio. Il Videomobile è un camion posteggiato nell’atrio di Palazzo Costantino, che si muoverà tra vari luoghi della città, offrendo i suoi film al pubblico, girati a Palermo con personaggi e storie della città, per arrivare a tutti.

2- Soundwalk Collective
La Sindrome di Ulisse
Ex Oratorio di Santa Maria del Sabato

Chiudete gli occhi e ascoltate: questi sono i suoni, i rumori, forse le musiche che hanno accompagnato Ulisse lungo le sue lunghe peregrinazioni. I Soundwalk Colettive hanno ricreato un panorama sonoro del Mediterraneo, seguendo la rotta di Ulisse con una barca, alla quale hanno applicato antenne, scanner e registratori. Nell’oratorio vedrete installati degli speaker e potete sedervi sulle antiche panche lignee, circondati da luce blu: il viaggio è iniziato, lasciatevi trasportare dalle onde sonore.

3- Lia Pasqualino Noto
Prego, si accomodi- Casa privata e studio, via Dante

Una visita alla casa-studio di Lia Pasqualino Noto, pittrice palermitana del Gruppo dei Quattro, è un viaggio nella storia, dell’arte ma anche della città; l’emozione di entrare, vent’anni dopo la chiusura, a casa della pittrice, nelle stanze di via Dante, e scoprire quanto siano realmente contemporanee le sue pitture è immediata. L’idea è di un percorso domestico dove, insieme a pitture su tela e legno, ceramiche e disegni della Pasqualino- molti i ritratti- si possano scoprire anche opere di artisti ospiti. Visite solo su prenotazione, liapasqualinonoto@mail.com

4-Ignazio Moncada
Attraverso Palermo
Palazzo Branciforte, Palermo; Villa Trabia, Villa Cattolica, Bagheria
Museo di Castelbuono; ex Convento del Carmine, Marsala

Un percorso che metta in relazione una serie di opere di Ignazio Moncada, diffuse sul territorio siciliano: si parte da Palermo, per ammirare il grande affresco sul soffitto della Biblioteca di Palazzo Branciforte, si prosegue a Bagheria: a Villa Trabia, casa della famiglia Moncada, si può ammirare la Stanza dell’Irrequieto, interamente realizzata in ceramica; a Villa Cattolica è esposto “Le rappresentazioni”, al Museo Civico di Castelbuono è entrata in collezione l’opera “La maga Circe”; all’ex Convento del Carmine a Marsala invece è visibile “Attraverso il colore”, un’antologica dedicata a Moncada, curata da Sergio Troisi.

5- AES+F
Mare Mediterraneum
Teatro Massimo, Sala Pompeiana
Il tema è centrale, mediatico, oggetto di quotidiane riflessioni e notizie incessanti, e perciò complesso, perché sovraesposto. Il gruppo di artisti russi AES+F (Tatiana Armazosova, Lev Evzovich, Evgeny Svyatsky, Vladimir Fridkes) sceglie una strada differente rispetto a quelle finora percorse, e decide di realizzare un’installazione formata da nove statuine di porcellana di Capodimonte, allestite a raggiera intorno a un video che mostra un mare che, in loop, si placa e torna in tempesta. Le statuine, oggetto borghese ben raccontato in Utz di Chatwin, raffigura un compendio di gesti politically uncorrect: giovani biondi abbracciati a ragazze di colore seminude, abbigliati con vestiti alla moda, surfiste dalla pelle di latte, coppie di ragazzi sul materassino di salvataggio. Un nuovo presepe dell’anticolonialismo e della libertà che passa dal salotto, con il rumore del mare.

6- Forensic Oceanography
Liquid Violence – Palazzo Forcella de Seta

La trasformazione del Mar Mediterraneo in una zona militarizzata e di confine traccia un’anatomia del controllo e della violenza, che Forensic Oceanography – duo fondato nel 2011 da Charles Heller e Lorenzo Pezzani- racconta con una videoinstallazione espressamente realizzata per questa esposizione attraverso tre casi reali accaduti negli ultimi anni. Liquid Traces racconta la rotta di una nave abbandonata in mare durante gli interventi militari della Nato in Libia; Death by Rescue ricostruisce gli effetti derivanti delle decisioni dell’Italia e dell’Unione Europea di limitare i soccorsi in mare; Mare Clausum indaga la duplice strategia di chiusura del mare attualmente adottata dal governo italiano, che criminalizza le attività delle Ong e sostiene le azioni delle autorità libiche atte a prevenire le partenze dei migranti.

7- Massimo Bartolini
Caudu e fridu
Palazzo Oneto, via Bandiera

L’ opera site specific pensata per gli spazi privati di Palazzo Oneto, che riapre al pubblico in questa occasione dopo un importante restauro, è concepita in relazione con la storia della città. Il caldo e il freddo che danno il titolo all’opera di Bartolini, una sorta di doppia installazione comunicante, curata da Claudia Gioia per la Fondazione Volume! di Roma, sono estratti da un graffito ritrovato sulle pareti delle celle di Palazzo Chiaramonte Steri, un tempo sede del tribunale dell’Inquisizione. Caldo e freddo delle febbri dei condannati a morte, tracciati ora sul muro in neon rosso; nella stanza contigua, il volume della stanza sormontata da un grande affresco è ridisegnata con delle luminarie spente e affastellate, silenzioso ricamo di grande respiro.

8- Eugeny Antufiev
Quando l’arte diventa parte del paesaggio
Museo archeologico Salinas

Come possiamo riconoscere l’opera dell’artista, e qual è il suo arco cronologico di riferimento, quali gli elementi che ci permettono di identificarlo? Eugeny Antufiev, nel progetto curato da Giusi Diana, propone una sorta di caccia al tesoro con tanto di mappa che viene fornita all’ingresso del museo, tra le sale del Salinas, le teche, nelle stanze con le sculture, e sin dall’atrio all’aperto che accoglie il pubblico rivolge queste domande al visitatore. Così le sculture in legno, di antiche divinità inesistenti, le maschere, le terracotte, si mimetizzano con le opere della collezione, costringendoci, tra l’altro, a osservare bene anche opere conosciute.

9- Per Barclay
Cavallerizza di Palazzo Mazzarino

Le colonne di marmo bianco della cavallerizza di Palazzo Mazzarino, gioiello di architettura e bellezza nel cuore della città, si rispecchiano in una superficie nera, una pavimentazione d’olio esausto che l’artista norvegese Per Barclay racchiude in una vasca che copre quasi per intero la superficie di circa duecento metri quadrati. Dopo aver realizzato pavimentazioni in latte per gli oratori serpottiani dagli stucchi bianchi, Barclay, con la cura di Agata Polizzi, crea un sistema di visione che permette al pubblico una visione ravvicinata e coinvolgente della superficie nerissima e lucente, sulla quale si specchiano le quattordici colonne che sostengono le volte a crociera, capovolgendo la visione.

10-Alterazioni Video
Incompiuto Siciliano
Ex chiesa di San Mattia ai Crociferi

Da molti anni Alterazioni Video lavora intorno al tema dell’ incompiuto come emblema, visibile, delle storture sociali e politiche che accadono dietro le quinte: l’Incompiuto Siciliano, che ha un suo manifesto ed è stato oggetto di mostre, commenti e riflessioni – anche di Paul Virilio – è, in tal senso, emblema massimo della denuncia che passa attraverso la visione. Così, nei video in mostra, si susseguono piscine olimpioniche abbandonate, campi di cricket e ippodromi mai terminati a Giarre, palazzoni in cemento dai pilastri irti di tondini di ferro, mostri architettonici mai finiti, per l’appunto, che divengono monumenti al degrado e memoria del presente. Al Centro internazionale di Fotografia alla Zisa è allestita la mostra fotografica “Incompiuto: nascita di uno stile”:

Due o tre cose per iniziare…

Cos’è per un bambino la bellezza, come gli può “arrivare”, come la può interpretare? Bellezza intesa nelle forme tradizionali di una dimora o di un bosco, ma pure in un senso altro, ossia nella relazione con gli esseri viventi che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetalI). Con questo spirito di scoperta verrà individuato un luogo ricco di stimoli per bambini e si proverà a visitarlo – virtualmente – assieme a loro.

Questo è il nostro primo appuntamento con “Bambino e bello” e quindi vorremmo innanzitutto comunicarvi di cosa parleremo nel nostro blog.  Partiamo dal titolo, che vuole mettere insieme  l’idea della bellezza di essere bambini e il rapporto dei bambini con la bellezza, in tutte le sue forme: culturali e  naturali  nel senso dei luoghi , ma anche nel senso della relazione con gli altri esseri viventi  che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetali…).

Ogni volta individueremo un luogo che ricco di stimoli per  bambini e lo visiteremo idealmente insieme, provando ad attivare la curiosità e il desiderio della scoperta e immaginando anche attività possibili.

E a questo punto ci sembra importante  dare alcune indicazioni di fondo che accompagneranno ogni nostro appuntamento: quello che conta con i bambini, al di là di quello che facciamo insieme, è la qualità della nostra  mediazione, come cioè ci poniamo nella relazione con loro e con i loro modi di conoscere, quali strade scegliamo per coinvolgerli e per promuovere la loro esplorazione e il loro desiderio di entrare in contatto con il mondo, come manteniamo viva la loro attenzione e come accresciamo le possibilità di fare connessioni tra le cose.

Possiamo anche andare in un luogo bellissimo e adatto ai bambini ma non riuscire a suscitare il loro interesse, così come  non è detto che  anche i piccolissimi non possano appassionarsi a luoghi che ci sembrano “difficili” o dove  immaginiamo che possano annoiarsi.

Vi sono quindi alcune modalità di base che sono essenziali per far sì che le nostre visite risultino appassionanti, divertenti e condivise. Si tratta di una specie di grammatica che  questa volta enunciamo per punti e  in astratto, ma che proveremo and applicare in ciascuna delle prossime proposte: non giudicare; essere presenti nel qui ed ora; permettere ai bambini di esprimersi, ascoltarli e connettersi con loro; seguire le loro curiosità senza imporre le nostre; giocare insieme senza indicare la strada, piuttosto rilanciare provando ad arricchire dall’interno delle azioni dei bambini,  non “fare per loro”, lasciare il controllo e dare fiducia; cercare di fare proprio il loro sguardo provando ad abbandonare, anche per un attimo, il nostro.  Si tratta di un esercizio di decentramento arricchente anche per gli adulti, che  permetterà  di fare nuove scoperte anche rispetto a se stessi. Bambini e adulti insieme, dunque, è bello (stavolta usiamo di proposito la voce del verbo essere).

Concludiamo invitandovi a partecipare: se avete idee su luoghi da visitare, se avete voglia di raccontare una vostra esperienza, o se avete domande, curiosità o dubbi non esitate a scriverci; questo blog potrà diventare così una occasione di scambio e anche di costruzione in comune.

Cos’è per un bambino la bellezza, come gli può “arrivare”, come la può interpretare? Bellezza intesa nelle forme tradizionali di una dimora o di un bosco, ma pure in un senso altro, ossia nella relazione con gli esseri viventi che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetalI). Con questo spirito di scoperta verrà individuato un luogo ricco di stimoli per bambini e si proverà a visitarlo – virtualmente – assieme a loro.

Questo è il nostro primo appuntamento con “Bambino e bello” e quindi vorremmo innanzitutto comunicarvi di cosa parleremo nel nostro blog.  Partiamo dal titolo, che vuole mettere insieme  l’idea della bellezza di essere bambini e il rapporto dei bambini con la bellezza, in tutte le sue forme: culturali e  naturali  nel senso dei luoghi , ma anche nel senso della relazione con gli altri esseri viventi  che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetali…).

Ogni volta individueremo un luogo che ricco di stimoli per  bambini e lo visiteremo idealmente insieme, provando ad attivare la curiosità e il desiderio della scoperta e immaginando anche attività possibili.

E a questo punto ci sembra importante  dare alcune indicazioni di fondo che accompagneranno ogni nostro appuntamento: quello che conta con i bambini, al di là di quello che facciamo insieme, è la qualità della nostra  mediazione, come cioè ci poniamo nella relazione con loro e con i loro modi di conoscere, quali strade scegliamo per coinvolgerli e per promuovere la loro esplorazione e il loro desiderio di entrare in contatto con il mondo, come manteniamo viva la loro attenzione e come accresciamo le possibilità di fare connessioni tra le cose.

Possiamo anche andare in un luogo bellissimo e adatto ai bambini ma non riuscire a suscitare il loro interesse, così come  non è detto che  anche i piccolissimi non possano appassionarsi a luoghi che ci sembrano “difficili” o dove  immaginiamo che possano annoiarsi.

Vi sono quindi alcune modalità di base che sono essenziali per far sì che le nostre visite risultino appassionanti, divertenti e condivise. Si tratta di una specie di grammatica che  questa volta enunciamo per punti e  in astratto, ma che proveremo and applicare in ciascuna delle prossime proposte: non giudicare; essere presenti nel qui ed ora; permettere ai bambini di esprimersi, ascoltarli e connettersi con loro; seguire le loro curiosità senza imporre le nostre; giocare insieme senza indicare la strada, piuttosto rilanciare provando ad arricchire dall’interno delle azioni dei bambini,  non “fare per loro”, lasciare il controllo e dare fiducia; cercare di fare proprio il loro sguardo provando ad abbandonare, anche per un attimo, il nostro.  Si tratta di un esercizio di decentramento arricchente anche per gli adulti, che  permetterà  di fare nuove scoperte anche rispetto a se stessi. Bambini e adulti insieme, dunque, è bello (stavolta usiamo di proposito la voce del verbo essere).

Concludiamo invitandovi a partecipare: se avete idee su luoghi da visitare, se avete voglia di raccontare una vostra esperienza, o se avete domande, curiosità o dubbi non esitate a scriverci; questo blog potrà diventare così una occasione di scambio e anche di costruzione in comune.

Nuova Presenza, l’esproprio proletario in libreria

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

Un ritorno a regola d’arte

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

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La Sicilia? Ve la cucina un milanese

Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

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Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

Il circolo dei diciotto aristocratici

Il circolo di conversazione di Ragusa Ibla è stato realizzato nel 1830 da diciotto soci delle più importanti famiglie nobili della città. Ancora adesso è di loro proprietà e riservato ai loro discendenti

di Antonella Lombardi

Quando il commissario Montalbano interrompe – con grande disappunto dell’interessato – la partita a carte del medico legale Pasquano ne “L’odore della notte”, “viola” l’ingresso del Circolo di conversazione di Ragusa Ibla, luogo esclusivo utilizzato dall’aristocrazia iblea per tessere rapporti sociali e riscoprire l’esercizio del tempo libero sul modello ottocentesco dei club britannici. Affacciato sul corso principale, su uno degli angoli di piazza Duomo, Il circolo è stato realizzato da 18 soci fondatori delle più importanti famiglie di Ibla. Al suo interno, una volta varcato l’ingresso e superato lo stupore per gli arredi originali, le specchiere dorate, i divani e i tendaggi di damasco rosso, i soffitti affrescati e i sontuosi lampadari del salone del feste, si può scorrere ancora il documento originale del 12 ottobre 1830 che riporta la quota individuale (in onze) versata dai baroni Francesco Arezzo di Donnafugata o Carmelo Arezzo di Trefiletti, dai nobili Pasquale Di Quattro,dal cavaliere Giuseppe Arezzi o da Vincenzo Arestia La Rocca, tra i 18 fondatori. Oggi il circolo di conversazione, noto anche come “caffè dei cavalieri” conta in tutto 235 soci, tra effettivi (cioè discendenti dei soci fondatori) e frequentatori, iscritti successivamente. L’ingresso alle donne è stato concesso nel 1974, e lo status di socio effettivo si trasmette alla moglie soltanto quando il consorte ha maturato 10 anni di iscrizione. A guardare la facciata in stile neoclassico, con lo stemma cittadino dell’aquila ragusana e l’inno alle arti e alle scienze nel soffitto affrescato dal ragusano Tino Del Campo con agli angoli i 4 medaglioni con Dante, Galileo, Michelangelo e Vincenzo Bellini, verrebbe da dire che vale la pena aspettare. Fondato nel 1838 (con l’ingresso ristretto a un massimo di 90 soci, dopo i moti del 1820-21), chiuso, come tutti i circoli, dal regime fascista nel 1939 e riaperto l’anno successivo, è uno dei rari edifici siciliani costruiti ad hoc. Oltre a una splendida sala da gioco dove ogni venerdi le socie ragusane si sfidano a burraco, e a serate di tango, spettacoli, cene ed eventi, ospita un giardino interno dove, tra palme, agrumi e varietà locali c’è ancora una storica “ghiacciaia”. Si chiama ‘a nivera, “Qui si stipava la neve mista a paglia e sale portata dal Monte Lauro, il più alto dei Monti Iblei, intorno a gennaio- febbraio – spiega Michelangelo Arezzo, attuale presidente del circolo che si è preso cura di questo scrigno – fino all’arrivo dei moderni refrigeratori le bibite stavano al fresco cosi”. Per questo insegnante nato a Milano, “a un numero civico di distanza da Manzoni, in via Statuto”, tornato in Sicilia con la famiglia dopo la guerra, refrattario alle cariche ma eletto all’unanimità per la seconda volta presidente, la rinascita del circolo è una “sfida quotidiana, fatta umilmente con l’aiuto dei soci”.

Il circolo di conversazione di Ragusa Ibla è stato realizzato nel 1830 da diciotto soci delle più importanti famiglie nobili della città. Ancora adesso è di loro proprietà e riservato ai loro discendenti

di Antonella Lombardi

Quando il commissario Montalbano interrompe – con grande disappunto dell’interessato – la partita a carte del medico legale Pasquano ne “L’odore della notte”, “viola” l’ingresso del Circolo di conversazione di Ragusa Ibla, luogo esclusivo utilizzato dall’aristocrazia iblea per tessere rapporti sociali e riscoprire l’esercizio del tempo libero sul modello ottocentesco dei club britannici. Affacciato sul corso principale, su uno degli angoli di piazza Duomo, Il circolo è stato realizzato da 18 soci fondatori delle più importanti famiglie di Ibla. Al suo interno, una volta varcato l’ingresso e superato lo stupore per gli arredi originali, le specchiere dorate, i divani e i tendaggi di damasco rosso, i soffitti affrescati e i sontuosi lampadari del salone del feste, si può scorrere ancora il documento originale del 12 ottobre 1830 che riporta la quota individuale (in onze) versata dai baroni Francesco Arezzo di Donnafugata o Carmelo Arezzo di Trefiletti, dai nobili Pasquale Di Quattro,dal cavaliere Giuseppe Arezzi o da Vincenzo Arestia La Rocca, tra i 18 fondatori. Oggi il circolo di conversazione, noto anche come “caffè dei cavalieri” conta in tutto 235 soci, tra effettivi (cioè discendenti dei soci fondatori) e frequentatori, iscritti successivamente. L’ingresso alle donne è stato concesso nel 1974, e lo status di socio effettivo si trasmette alla moglie soltanto quando il consorte ha maturato 10 anni di iscrizione. A guardare la facciata in stile neoclassico, con lo stemma cittadino dell’aquila ragusana e l’inno alle arti e alle scienze nel soffitto affrescato dal ragusano Tino Del Campo con agli angoli i 4 medaglioni con Dante, Galileo, Michelangelo e Vincenzo Bellini, verrebbe da dire che vale la pena aspettare. Fondato nel 1838 (con l’ingresso ristretto a un massimo di 90 soci, dopo i moti del 1820-21), chiuso, come tutti i circoli, dal regime fascista nel 1939 e riaperto l’anno successivo, è uno dei rari edifici siciliani costruiti ad hoc. Oltre a una splendida sala da gioco dove ogni venerdi le socie ragusane si sfidano a burraco, e a serate di tango, spettacoli, cene ed eventi, ospita un giardino interno dove, tra palme, agrumi e varietà locali c’è ancora una storica “ghiacciaia”. Si chiama ‘a nivera, “Qui si stipava la neve mista a paglia e sale portata dal Monte Lauro, il più alto dei Monti Iblei, intorno a gennaio- febbraio – spiega Michelangelo Arezzo, attuale presidente del circolo che si è preso cura di questo scrigno – fino all’arrivo dei moderni refrigeratori le bibite stavano al fresco cosi”. Per questo insegnante nato a Milano, “a un numero civico di distanza da Manzoni, in via Statuto”, tornato in Sicilia con la famiglia dopo la guerra, refrattario alle cariche ma eletto all’unanimità per la seconda volta presidente, la rinascita del circolo è una “sfida quotidiana, fatta umilmente con l’aiuto dei soci”.

Nel museo dove i vecchi computer tornano in vita

La passione di un gruppo di “smanettoni” di tutta Europa con incarichi tra Google, Amazon e Facebook, si è trasformata in un centro espositivo e interattivo dove si viaggia nella storia dell’informatica. Fino alla sfida del restauro di un gigantesco dinosauro tecnologico…

di Antonella Lombardi

Steve Jobs aveva fondato la Apple nel suo garage, loro hanno iniziato a raccogliere vecchi computer nel centro sociale Auro di Catania per rimetterli in funzione. E se il genio visionario di Jobs ha anticipato il futuro con la sua “mela”, qui un gruppo di appassionati ha realizzato un’idea guardando invece al passato tecnologico. Non è certo l’unica differenza, ma a unire le due storie è la passione per l’informatica e la sfida della sperimentazione continua. Dagli anni ’90 a oggi, infatti, hanno racimolato e riparato oltre 2000 macchine che ora espongono a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, nel Museo dell’Informatica funzionante (MIF), sono gemellati con il museo interattivo di Archeologia informatica (MIAI) di Cosenza, godono della fiducia Unesco e della Free software Foundation, e hanno raccolto intorno a sé una folta comunità internazionale di ricercatori, scienziati e semplici appassionati che li supporta in molti progetti. “Loro” sono una ventina di attivisti sparsi in giro per l’Europa con diversi incarichi tra Google, Amazon, Facebook, e forniscono il sostegno economico alle loro attività che, precisano, “non hanno ricevuto alcun aiuto o interesse dalle amministrazioni locali”.
Il MIF è nato nel 1994 da un’idea di Gabriele Zaverio, siracusano, e inizialmente doveva essere una collezione di pezzi “vintage” da riutilizzare. “Ma non un museo tradizionale con oggetti immobili in teche di vetro dove i visitatori passano e se ne vanno. Man mano che i pezzi aumentavano, però, – racconta Gabriele, direttore del museo – è arrivato il coinvolgimento di tre organizzazioni diverse, il Freaknet medialab che è stato il primo laboratorio in Italia che forniva gratuitamente email e accessi ad internet ed era ospitato al centro sociale di Catania, un gruppo di programmatori di software libero, Dyne.org, e altri informatici del Poetry Hacklab. La gente iniziava a portarci macchine molto vecchie, anche periferiche e manuali, la nostra sfida era rimetterle in funzione, accenderle, caricare i programmi, un po’ come fanno i bambini quando smontano un giocattolo. Del resto, l’imperativo degli hackers è sempre stato ‘hands on’! Cioè ‘metterci le mani sopra’, per cui pensavamo a un museo dove le persone potessero provare dal vivo i computer storici, e cosi è stato: per quelli più complessi e delicati lo si può fare sotto la supervisione dei nostri tecnici”.
Ma i progetti non si sono fermati al museo di Palazzolo, dove si organizzano anche corsi di formazione e di recupero dati da media obsoleti. Grazie alla rete di contatti che negli anni si sono costruiti, i promotori hanno realizzato un’impresa quasi titanica: trasferire in Italia un enorme e storico computer, “un sistema GE-120 prodotto nel 1969 dalla General Electric Information Systems Italia che era utilizzato all’interno dell’aeroporto di Zurigo – ricorda Gabriele – Per noi una bella sfida, perché la General Electric si stava fondendo con la Olivetti, ci sono quattro marchi diversi sulla macchina e su quella sono stati fatti i primi esperimenti di musica elettronica. Il proprietario, Markus, che lavorava come tecnico in aeroporto, aveva conservato per anni nella sua casa di campagna questo dinosauro tecnologico che alla fine è pesato cinque tonnellate, abbiamo dovuto riempire due camion e mezzo per portarlo dalla Svizzera”. Un imprevisto, quello del peso, che non avevano calcolato, al punto da dovere lanciare una raccolta di crowdfunding per reperire i fondi necessari e trovare una sede alternativa a quelle, già affollate, di Palazzolo e Cosenza. “Alla fine abbiamo raccolto i 3500 euro necessari, tra investitori on line e sul territorio. “Per fortuna c’è la documentazione della macchina, abbiamo intervistato il progettista, che era di Milano, e, ora tenteremo il restauro, anche se sarà complicato”.
Insieme a Emiliano Russo, dell’associazione “Verde Binario” che gestisce il MIAI di Cosenza, tentano poi di ricostruire la genesi di quello che hanno chiamato un “Rimbaud virtuale”, esplorando i rapporti tra scienza e letteratura. L’esperimento poetico era stato fatto nel 1961 da Nanni Balestrini, “che aveva utilizzato un pc per ricombinare in modo imprevisto frammenti di altre poesie di autori diversi – dice Gabriele – in una sorta di happening avvenuto nei sotterranei della cassa di risparmio delle province lombarde, alla presenza di Umberto Eco e del musicista Luciano Berio, a Milano. Il nome della poesia ricavata alla fine era preso da uno dei nastri magnetici del computer IBM 7070, un processo ricostruito nell’ ‘Almanacco letterario Bompiani – le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura’ pubblicato nel 1962”.
Il gruppo riesce a ricostruire l’algoritmo in grado di riprodurre l’esperimento su un moderno computer. “Ci siamo interrogati su questa operazione e su quale alla fine fosse la vera opera, se l’evento del 1961 o la poesia scelta da metri e metri di tabulato… alla fine abbiamo regalato a Balestrini un piccolo box/tv di legno che riproduce su un tubo catodico in bianco e nero le poesie generate dal nostro software”. A realizzarlo, oltre Gabriele ed Emiliano anche Vittorio Bellanich, ed è piaciuto cosi tanto al poeta da “averlo esposto nella sua mostra personale allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie, centro per l’arte e la tecnologia dei media di Karlsruhe, ndr) in Germania. Tutto ciò che facciamo è frutto di volontariato, crediamo profondamente nel valore della ricerca e del sapere condiviso, in fondo cerchiamo di salvare la storia dell’informatica dalle discariche”.

La passione di un gruppo di “smanettoni” di tutta Europa con incarichi tra Google, Amazon e Facebook, è diventato un centro espositivo e interattivo dove si viaggia nella storia dell’informatica. Ora la sfida del restauro di un gigantesco dinosauro tecnologico…

di Antonella Lombardi

Steve Jobs aveva fondato la Apple nel suo garage, loro hanno iniziato a raccogliere vecchi computer nel centro sociale Auro di Catania per rimetterli in funzione. E se il genio visionario di Jobs ha anticipato il futuro con la sua “mela”, qui un gruppo di appassionati ha realizzato un’idea guardando invece al passato tecnologico. Non è certo l’unica differenza, ma a unire le due storie è la passione per l’informatica e la sfida della sperimentazione continua. Dagli anni ’90 a oggi, infatti, hanno racimolato e riparato oltre 2000 macchine che ora espongono a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, nel Museo dell’Informatica funzionante (MIF), sono gemellati con il museo interattivo di Archeologia informatica (MIAI) di Cosenza, godono della fiducia Unesco e della Free software Foundation, e hanno raccolto intorno a sé una folta comunità internazionale di ricercatori, scienziati e semplici appassionati che li supporta in molti progetti. “Loro” sono una ventina di attivisti sparsi in giro per l’Europa con diversi incarichi tra Google, Amazon, Facebook, e forniscono il sostegno economico alle loro attività che, precisano, “non hanno ricevuto alcun aiuto o interesse dalle amministrazioni locali”.
Il MIF è nato nel 1994 da un’idea di Gabriele Zaverio, siracusano, e inizialmente doveva essere una collezione di pezzi “vintage” da riutilizzare. “Ma non un museo tradizionale con oggetti immobili in teche di vetro dove i visitatori passano e se ne vanno. Man mano che i pezzi aumentavano, però, – racconta Gabriele, direttore del museo – è arrivato il coinvolgimento di tre organizzazioni diverse, il Freaknet medialab che è stato il primo laboratorio in Italia che forniva gratuitamente email e accessi ad internet ed era ospitato al centro sociale di Catania, un gruppo di programmatori di software libero, Dyne.org, e altri informatici del Poetry Hacklab. La gente iniziava a portarci macchine molto vecchie, anche periferiche e manuali, la nostra sfida era rimetterle in funzione, accenderle, caricare i programmi, un po’ come fanno i bambini quando smontano un giocattolo. Del resto, l’imperativo degli hackers è sempre stato ‘hands on’! Cioè ‘metterci le mani sopra’, per cui pensavamo a un museo dove le persone potessero provare dal vivo i computer storici, e cosi è stato: per quelli più complessi e delicati lo si può fare sotto la supervisione dei nostri tecnici”.
Ma i progetti non si sono fermati al museo di Palazzolo, dove si organizzano anche corsi di formazione e di recupero dati da media obsoleti. Grazie alla rete di contatti che negli anni si sono costruiti, i promotori hanno realizzato un’impresa quasi titanica: trasferire in Italia un enorme e storico computer, “un sistema GE-120 prodotto nel 1969 dalla General Electric Information Systems Italia che era utilizzato all’interno dell’aeroporto di Zurigo – ricorda Gabriele – Per noi una bella sfida, perché la General Electric si stava fondendo con la Olivetti, ci sono quattro marchi diversi sulla macchina e su quella sono stati fatti i primi esperimenti di musica elettronica. Il proprietario, Markus, che lavorava come tecnico in aeroporto, aveva conservato per anni nella sua casa di campagna questo dinosauro tecnologico che alla fine è pesato cinque tonnellate, abbiamo dovuto riempire due camion e mezzo per portarlo dalla Svizzera”. Un imprevisto, quello del peso, che non avevano calcolato, al punto da dovere lanciare una raccolta di crowdfunding per reperire i fondi necessari e trovare una sede alternativa a quelle, già affollate, di Palazzolo e Cosenza. “Alla fine abbiamo raccolto i 3500 euro necessari, tra investitori on line e sul territorio. “Per fortuna c’è la documentazione della macchina, abbiamo intervistato il progettista, che era di Milano, e, ora tenteremo il restauro, anche se sarà complicato”.
Insieme a Emiliano Russo, dell’associazione “Verde Binario” che gestisce il MIAI di Cosenza, tentano poi di ricostruire la genesi di quello che hanno chiamato un “Rimbaud virtuale”, esplorando i rapporti tra scienza e letteratura. L’esperimento poetico era stato fatto nel 1961 da Nanni Balestrini, “che aveva utilizzato un pc per ricombinare in modo imprevisto frammenti di altre poesie di autori diversi – dice Gabriele – in una sorta di happening avvenuto nei sotterranei della cassa di risparmio delle province lombarde, alla presenza di Umberto Eco e del musicista Luciano Berio, a Milano. Il nome della poesia ricavata alla fine era preso da uno dei nastri magnetici del computer IBM 7070, un processo ricostruito nell’ ‘Almanacco letterario Bompiani – le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura’ pubblicato nel 1962”.
Il gruppo riesce a ricostruire l’algoritmo in grado di riprodurre l’esperimento su un moderno computer. “Ci siamo interrogati su questa operazione e su quale alla fine fosse la vera opera, se l’evento del 1961 o la poesia scelta da metri e metri di tabulato… alla fine abbiamo regalato a Balestrini un piccolo box/tv di legno che riproduce su un tubo catodico in bianco e nero le poesie generate dal nostro software”. A realizzarlo, oltre Gabriele ed Emiliano anche Vittorio Bellanich, ed è piaciuto cosi tanto al poeta da “averlo esposto nella sua mostra personale allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie, centro per l’arte e la tecnologia dei media di Karlsruhe, ndr) in Germania. Tutto ciò che facciamo è frutto di volontariato, crediamo profondamente nel valore della ricerca e del sapere condiviso, in fondo cerchiamo di salvare la storia dell’informatica dalle discariche”.

Una lucina accesa sulle grotte dell’Addaura

Il ventennale oblio delle grotte dell’Addaura, con le loro misteriose incisioni rupestri risalenti almeno a quattordicimila anni fa, potrebbe finalmente finire.

di Federica Certa

Il ventennale oblio delle grotte dell’Addaura, con le loro misteriose incisioni rupestri risalenti almeno a quattordicimila anni fa, potrebbe finalmente finire. Lo ha annunciato l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Sebastiano Tusa, nel corso del primo incontro della seconda edizione del Mudd Festival, la rassegna dedicata alle eccellenze culturali, archeologiche, storiche e gastronomiche di Mondello, in programma fino al 14 luglio.
“Il progetto di risanamento e di protezione civile è quasi pronto – ha spiegato Tusa – ed è firmato dal professore Fabio Cafiso, che ha accettato di donarlo gratuitamente alla Regione”. I lavori, per un costo previsto di circa settecentomila euro, porterebbero alla riduzione del rischio geologico oltre a prevedere una serie di interventi strutturali per ripristinare sentieri e camminamenti.
Da una parte, quindi la soluzione del problema sicurezza, che ha di fatto comportato e perpetuato la chiusura del sito; dall’altra la manutenzione di un luogo che per troppo tempo è stato infestato dal degrado, immondizia, rifiuti, un cancello di ferro a sbarrare il passaggio, tanti proclami al vento e l’impegno civile di associazioni come “Salvare Palermo”, “Salviamo l’Addaura”, SiciliAntica, Wwf, Italia Nostra, Fai, “Legambiente”, che non hanno mai abbassato la guarda.
Ma la vera novità sta nelle modalità di finanziamento dell’operazione di recupero: “Abbiamo intenzione di procedere con il sistema dell’art bonus – dice Sergio Alessandro – dirigente generale dei Beni culturali – grazie ad una legge nazionale che permette ad uno o più mecenati di finanziare il progetto con sgravi fiscali fino al sessanta per cento”.
Le grotte dell’Addaura potrebbero così conquistare la fama che meritano, a fianco di siti come Altamira, in Spagna, e Lascaux, in Francia, che il turismo da tempo ha scoperto e premiato e che l’Unesco protegge con il suo sigillo.
“Ma senza dimenticare – puntualizza l’assessore Tusa – che si tratterebbe sempre di una fruizione ragionata, e di non massa”.

Il ventennale oblio delle grotte dell’Addaura, con le loro misteriose incisioni rupestri risalenti almeno a quattordicimila anni fa, potrebbe finalmente finire.

di Federica Certa

Il ventennale oblio delle grotte dell’Addaura, con le loro misteriose incisioni rupestri risalenti almeno a quattordicimila anni fa, potrebbe finalmente finire. Lo ha annunciato l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Sebastiano Tusa, nel corso del primo incontro della seconda edizione del Mudd Festival, la rassegna dedicata alle eccellenze culturali, archeologiche, storiche e gastronomiche di Mondello, in programma fino al 14 luglio.
“Il progetto di risanamento e di protezione civile è quasi pronto – ha spiegato Tusa – ed è firmato dal professore Fabio Cafiso, che ha accettato di donarlo gratuitamente alla Regione”. I lavori, per un costo previsto di circa settecentomila euro, porterebbero alla riduzione del rischio geologico oltre a prevedere una serie di interventi strutturali per ripristinare sentieri e camminamenti.
Da una parte, quindi la soluzione del problema sicurezza, che ha di fatto comportato e perpetuato la chiusura del sito; dall’altra la manutenzione di un luogo che per troppo tempo è stato infestato dal degrado, immondizia, rifiuti, un cancello di ferro a sbarrare il passaggio, tanti proclami al vento e l’impegno civile di associazioni come “Salvare Palermo”, “Salviamo l’Addaura”, SiciliAntica, Wwf, Italia Nostra, Fai, “Legambiente”, che non hanno mai abbassato la guarda.
Ma la vera novità sta nelle modalità di finanziamento dell’operazione di recupero: “Abbiamo intenzione di procedere con il sistema dell’art bonus – dice Sergio Alessandro – dirigente generale dei Beni culturali – grazie ad una legge nazionale che permette ad uno o più mecenati di finanziare il progetto con sgravi fiscali fino al sessanta per cento”.
Le grotte dell’Addaura potrebbero così conquistare la fama che meritano, a fianco di siti come Altamira, in Spagna, e Lascaux, in Francia, che il turismo da tempo ha scoperto e premiato e che l’Unesco protegge con il suo sigillo.
“Ma senza dimenticare – puntualizza l’assessore Tusa – che si tratterebbe sempre di una fruizione ragionata, e di non massa”.

Camilleri: vi svelo il più grande tesoro della Sicilia

Un’intervista inedita, rilasciata tre anni fa, dal padre del commissario Montalbano

di Marcello Barbaro

La battuta e la lucidità nell’analisi sono quelle di sempre. Qualche esempio? “Un consiglio ai giovani che vogliono scrivere? Evitino accuratamente le scuole di scrittura”; “la Sicilia nei miei libri è memorabile? In realtà leggo la cronaca che la riguarda e poi la dimentico, altrimenti non sarebbe così memorabile…”. Insomma è sempre lui, Andrea Camilleri con i suoi oltre 90 anni e il suo commissario Montalbano del quale, ammette, di “essere prigioniero” seppure gli deve molto “perché ha fatto da apripista in tutto il mondo ai romanzi storici”.

Maestro, a più riprese ha affermato di non apprezzare il termine sicilitudine. Preferisce certamente sicilianità…

“Trovo che quello sia un modo abbastanza superficiale per definire alcuni caratteri dei siciliani e della Sicilia. Sono naturalmente termini generici e contenitori di elementi opposti che in altre regioni o in altri paesi finirebbero per annullarsi mentre in Sicilia, misteriosamente, convivono”.

Ha ancora un senso parlare oggi di intellettuali, di intellettuali impegnati? Che ruolo per loro, se ce n’è uno che non sia di megafono del potente di turno, in questa Italia e in questa Sicilia?

“Non posso parlare per gli altri. Se dovessi scegliere di definirmi un intellettuale, cosa che mi dà molto fastidio, o intellettuale impegnato, ancora più fastidioso, preferirei definirmi un cittadino che si occupa del suo paese. Cosa che ritengo da sempre, al di là dello schieramento politico, degli studi, del sesso e delle possibilità economiche, un diritto e un dovere di ogni essere umano, intellettuale o meno”.

La Sicilia è un enorme giacimento culturale abbandonato a se stesso: fatto inevitabile visto lo stato di crisi o scritto nel Dna di una popolazione troppo chiusa nel proprio “particulare” e per nulla incline nel riconoscersi nella “res publica”?

“Sarà anche questo, io vivo a Roma, patria della res pubblica e città capolavoro, e non per questo la cultura è in primo piano. Certo che il carattere siciliano estremamente individualista comporta una difficoltà ad aprirsi a un’azione comune culturale, ma non può essere solo questo. La Sicilia è ormai la memoria di una cultura, gli sforzi culturali sono timidi, diseguali non connessi tra di loro e quindi destinati al poco richiamo. Non si può chiedere ogni giorno agli uomini di essere uomini di buona volontà. La cultura si sviluppa, come dimostrato storicamente, come nel V secolo avanti Cristo, attraverso una situazione socio-economica perfetta, gli schiavi lavorano e quelli che non lavorano si occupano di cultura. Ricreare queste condizioni nel mondo di oggi è impossibile”.

Sono tanto frequenti gli episodi di corruttela e gli esempi di cattivo uso del potere, che in un’inchiesta di Montalbano di qualche anno addietro “Piramide di fango”, lei stesso ha parlato di “punto di non ritorno”. Insomma è giunto anche lei al concetto tutto sciasciano di “irredimibilità”?

“No. Il concetto sciasciano si riferiva solo alla Sicilia, ora le cose di cui stiamo parlando sono, purtroppo, valide e riscontrabili tanto in Sicilia quanto in Piemonte e Lombardia. Quindi non si tratta di ‘irredimibilità’ e se invece c’è è italiana e non solo isolana”.

Un’ultima domanda: quale tesoro siciliano, materiale o immateriale, ancora non sufficientemente scoperto vorrebbe portare alla luce, far conoscere, trarre dall’oblio?

“Vorrei portare alla luce un sentimento, una vera ricchezza dei siciliani. Sono anni che sulle nostre coste sbarcano migliaia e migliaia di profughi, di poveri, di gente costretta a scappare dalle loro case e a dispetto della totale disattenzione dell’Europa in primis e del governo italiano, in buona parte. Spesso questi disperati vengono accolti nelle case dei siciliani, vestiti con i vestiti dei siciliani e trattati come gente di casa”.

Un’intervista inedita, rilasciata tre anni fa, al padre del commissario Montalbano

di Marcello Barbaro

La battuta e la lucidità nell’analisi sono quelle di sempre. Qualche esempio? “Un consiglio ai giovani che vogliono scrivere? Evitino accuratamente le scuole di scritture”; “la Sicilia nei miei libri è memorabile? In realtà leggo la cronaca che la riguarda e poi la dimentico, altrimenti non sarebbe così memorabile…”.

Insomma è sempre lui, Andrea Camilleri con i suoi oltre 90 anni e il suo commissario Montalbano del quale, ammette, di “essere prigioniero” seppure gli deve molto “perché ha fatto da apripista in tutto il mondo ai romanzi storici”.

Maestro, a più riprese ha affermato di non apprezzare il termine sicilitudine. Preferisce certamente sicilianità…

“Trovo che quello sia un modo abbastanza superficiale per definire alcuni caratteri dei siciliani e della Sicilia. Sono naturalmente termini generici e contenitori di elementi opposti che in altre regioni o in altri paesi finirebbero per annullarsi mentre in Sicilia, misteriosamente, convivono”.

Ha ancora un senso parlare oggi di intellettuali, di intellettuali impegnati? Che ruolo per loro, se ce n’è uno che non sia di megafono del potente di turno, in questa Italia e in questa Sicilia?

“Non posso parlare per gli altri. Se dovessi scegliere di definirmi un intellettuale, cosa che mi dà molto fastidio, o intellettuale impegnato, ancora più fastidioso, preferirei definirmi un cittadino che si occupa del suo paese. Cosa che ritengo da sempre, al di là dello schieramento politico, degli studi, del sesso e delle possibilità economiche, un diritto e un dovere di ogni essere umano, intellettuale o meno”.

La Sicilia è un enorme giacimento culturale abbandonato a se stesso: fatto inevitabile visto lo stato di crisi o scritto nel Dna di una popolazione troppo chiusa nel proprio “particulare” e per nulla incline nel riconoscersi nella “res publica”?

“Sarà anche questo, io vivo a Roma, patria della res pubblica e città capolavoro, e non per questo la cultura è in primo piano. Certo che il carattere siciliano estremamente individualista comporta una difficoltà ad aprirsi a un’azione comune culturale, ma non può essere solo questo. La Sicilia è ormai la memoria di una cultura, gli sforzi culturali sono timidi, diseguali non connessi tra di loro e quindi destinati al poco richiamo. Non si può chiedere ogni giorno agli uomini di essere uomini di buona volontà. La cultura si sviluppa, come dimostrato storicamente, come nel V secolo avanti Cristo, attraverso una situazione socio-economica perfetta, gli schiavi lavorano e quelli che non lavorano si occupano di cultura. Ricreare queste condizioni nel mondo di oggi è impossibile”.

Sono tanto frequenti gli episodi di corruttela e gli esempi di cattivo uso del potere, che in un’inchiesta di Montalbano di qualche anno addietro “Piramide di fango”, lei stesso ha parlato di “punto di non ritorno”. Insomma è giunto anche lei al concetto tutto sciasciano di “irredimibilità”?

“No. Il concetto sciasciano si riferiva solo alla Sicilia, ora le cose di cui stiamo parlando sono, purtroppo, valide e riscontrabili tanto in Sicilia quanto in Piemonte e Lombardia. Quindi non si tratta di ‘irredimibilità’ e se invece c’è è italiana e non solo isolana”.

Un’ultima domanda: quale tesoro siciliano, materiale o immateriale, ancora non sufficientemente scoperto vorrebbe portare alla luce, far conoscere, trarre dall’oblio?

“Vorrei portare alla luce un sentimento, una vera ricchezza dei siciliani. Sono anni che sulle nostre coste sbarcano migliaia e migliaia di profughi, di poveri, di gente costretta a scappare dalle loro case e a dispetto della totale disattenzione dell’Europa in primis e del governo italiano, in buona parte. Spesso questi disperati vengono accolti nelle case dei siciliani, vestiti con i vestiti dei siciliani e trattati come gente di casa”.

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