Qanat, un avventuroso viaggio nel tempo

Col cappello da speleologo alla scoperta di un pezzo di città sotterranea di mille anni fa

di Redazione

Quando ci si cala (solidamente imbracati) per quegli otto metri di profondità è come se si effettuasse un viaggio nel tempo. E in effetti ci si ritrova in un manufatto realizzato mille anni addietro dagli arabi. Si è nei qanat, acquedotti sotterranei che captavano le sorgenti dalle zone della Conca d’Oro e trasportavano ovunque l’acqua attraverso gallerie con una pendenza minima. Capolavori dell’ingegneria idraulica che consentivano a una città come Palermo, che in quell’epoca era una delle più popolose d’Europa, di avere acqua fresca e potabile nella sua gran parte.
Quello che si può visitare è il qanat Gesuitico Alto, promosso da Gerardo Alliata, cavaliere di Malta. Vi si cammina per 110 metri fino al pozzo di alimentazione, quindi si scende ancora di livello, per altri due metri, e si percorrono altri 120 metri in un scenario delicato e quasi incantato, fra stretti passaggi, gradini e “fontanelle”.
I “viaggiatori nel tempo” si ritrovano così a procedere mentre un flusso d’acqua scorre costantemente ai loro piedi, raggiungendo al massimo 40 centimetri di altezza. Acqua fresca da cui ci si “difende” grazie a un paio di solide calosce, mentre un caschetto da speleologo, con tanto di regolare lampadina anteriore, protegge la testa. Nella gran parte del percorso il condotto ha un’altezza di almeno 2 metri, ma in piccoli tratti si abbassa sino a un metro e settanta centimetri o si innalza sino ai 3 metri. Se volete farvi un’idea, guardate questo video: https://youtu.be/zoTOboMF7xM
In quella Palermo che sapeva di gelsomini e limoni, alcuni qanat scorrevano in prossimità o addirittura al di sotto delle case dei più facoltosi. E così quelle dimore, proprio per la presenza di acqua corrente, potevano godere di un abbassamento della temperatura che offriva sollievo nelle calde giornate estive, soprattutto in quelle in cui la città era battuta dallo scirocco.
Il qanat visitabile è di proprietà dell’Amap, la società che si occupa di distribuzione dell’acqua a Palermo, ed è affidata da una ventina d’anni agli speleologi del Cai che lo curano e tutelano, conducendo anche il fascinoso “viaggio nel tempo”.

Col cappello da speleologo alla scoperta di un pezzo di città sotterranea di mille anni fa

di Redazione

Quando ci si cala (solidamente imbracati) per quegli otto metri di profondità è come se si effettuasse un viaggio nel tempo. E in effetti ci si ritrova in un manufatto realizzato mille anni addietro dagli arabi. Si è nei qanat, acquedotti sotterranei che captavano le sorgenti dalle zone della Conca d’Oro e trasportavano ovunque l’acqua attraverso gallerie con una pendenza minima. Capolavori dell’ingegneria idraulica che consentivano a una città come Palermo, che in quell’epoca era una delle più popolose d’Europa, di avere acqua fresca e potabile nella sua gran parte.
Quello che si può visitare è il qanat Gesuitico Alto, promosso da Gerardo Alliata, cavaliere di Malta. Vi si cammina per 110 metri fino al pozzo di alimentazione, quindi si scende ancora di livello, per altri due metri, e si percorrono altri 120 metri in un scenario delicato e quasi incantato, fra stretti passaggi, gradini e “fontanelle”.
I “viaggiatori nel tempo” si ritrovano così a procedere mentre un flusso d’acqua scorre costantemente ai loro piedi, raggiungendo al massimo 40 centimetri di altezza. Acqua fresca da cui ci si “difende” grazie a un paio di solide calosce, mentre un caschetto da speleologo, con tanto di regolare lampadina anteriore, protegge la testa. Nella gran parte del percorso il condotto ha un’altezza di almeno 2 metri, ma in piccoli tratti si abbassa sino a un metro e settanta centimetri o si innalza sino ai 3 metri. Se volete farvi un’idea, guardate questo video: https://youtu.be/zoTOboMF7xM
In quella Palermo che sapeva di gelsomini e limoni, alcuni qanat scorrevano in prossimità o addirittura al di sotto delle case dei più facoltosi. E così quelle dimore, proprio per la presenza di acqua corrente, potevano godere di un abbassamento della temperatura che offriva sollievo nelle calde giornate estive, soprattutto in quelle in cui la città era battuta dallo scirocco.
Il qanat visitabile è di proprietà dell’Amap, la società che si occupa di distribuzione dell’acqua a Palermo, ed è affidata da una ventina d’anni agli speleologi del Cai che lo curano e tutelano, conducendo anche il fascinoso “viaggio nel tempo”.

Art brut a Sciacca

Spesso non ci accorgiamo dello straordinario che abbiamo sotto gli occhi. Ecco un viaggio attraverso luoghi e storie inconsuete dell’Isola condotto da una giornalista mezza siciliana e mezza francese, innamorata dell’Isola, autrice del Dictionnaire insolite de la Sicile e del blog SiciliaBellissima.com

A Sciacca, sulla costa meridionale della Sicilia, c’è un museo molto particolare, con un nome altrettanto speciale: il Castello Incantato. In un ambiente naturale di grande bellezza, sospeso su un cielo blu e affacciato su un mare turchese, circa 3000 teste di pietra guardano come sentinelle silenziose sugli ulivi, i mandorli e i fichi d’india che ci sono intorno. È la straordinaria storia dell’artista, la stranezza delle sue opere, questo luogo improbabile? Una cosa è certa, regna sul Castello incantato un’atmosfera impressa da una grande poesia che immerge il visitatore in un universo fuori dal tempo. Secondo alcuni, Filippo Bentivegna, noto anche come Filippo delle Teste, era un originale, per altri un pazzo, per altri ancora un grande artista. Dal suo ritorno dagli Stati Uniti nel 1919, dove aveva cercato di emigrare, fino alla sua morte nel 1967, questo scultore autodidatta, nato a Sciacca nel 1888 e da un background molto modesto, ha creato un esercito di tutte le dimensioni, che a volte sono isolate, a volte formano masse piramidali o incassate nelle pareti. Alcuni hanno un nome: Mussolini, Garibaldi, Napoleone, Dante, Leonardo da Vinci …

L’artista ha sempre rifiutato di vendere le sue opere. Alcuni, tuttavia, sono riusciti a raggiungere la collezione Art Brut di Losanna, avviata da Jean Dubuffet. Secondo Giuseppe Gulino, a capo dell’Associazione Agorà, responsabile della gestione del sito, sarebbero addirittura i pezzi preferiti della sua collezione. Ma perché questa ossessione di scolpire solo le teste? La spiegazione verrebbe dal caso medico. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, Filippo Bentivegna subisce un grave trauma cranico, durante un combattimento iniziato, si dice, da un rivale innamorato. Il colpo è così violento che il giovane rimane incosciente per diversi giorni e successivamente subisce gravi perdite di memoria. Giudicato inadatto al lavoro, deve tornare a casa in Sicilia. Atterrato a malapena il giorno dopo la Grande Guerra, viene arrestato per diserzione e condannato a tre anni di prigione. Tuttavia, i medici che lo esaminano lo considerano “disabile mentale” e viene rilasciato. Con i suoi risparmi e la sua pensione d’invalidità, compra il suo pezzo di terra e si impegna a intagliare le teste all’infinito.

Spesso non ci accorgiamo dello straordinario che abbiamo sotto gli occhi. Ecco un viaggio attraverso luoghi e storie inconsuete dell’Isola condotto da una giornalista mezza siciliana e mezza francese, innamorata dell’Isola, autrice del Dictionnaire insolite de la Sicile e del blog SiciliaBellissima.com

A Sciacca, sulla costa meridionale della Sicilia, c’è un museo molto particolare, con un nome altrettanto speciale: il Castello Incantato. In un ambiente naturale di grande bellezza, sospeso su un cielo blu e affacciato su un mare turchese, circa 3000 teste di pietra guardano come sentinelle silenziose sugli ulivi, i mandorli e i fichi d’india che ci sono intorno. È la straordinaria storia dell’artista, la stranezza delle sue opere, questo luogo improbabile? Una cosa è certa, regna sul Castello incantato un’atmosfera impressa da una grande poesia che immerge il visitatore in un universo fuori dal tempo.

Secondo alcuni, Filippo Bentivegna, noto anche come Filippo delle Teste, era un originale, per altri un pazzo, per altri ancora un grande artista. Dal suo ritorno dagli Stati Uniti nel 1919, dove aveva cercato di emigrare, fino alla sua morte nel 1967, questo scultore autodidatta, nato a Sciacca nel 1888 e da un background molto modesto, ha creato un esercito di tutte le dimensioni, che a volte sono isolate, a volte formano masse piramidali o incassate nelle pareti. Alcuni hanno un nome: Mussolini, Garibaldi, Napoleone, Dante, Leonardo da Vinci … L’artista ha sempre rifiutato di vendere le sue opere. Alcuni, tuttavia, sono riusciti a raggiungere la collezione Art Brut di Losanna, avviata da Jean Dubuffet. Secondo Giuseppe Gulino, a capo dell’Associazione Agorà, responsabile della gestione del sito, sarebbero addirittura i pezzi preferiti della sua collezione.

Ma perché questa ossessione di scolpire solo le teste? La spiegazione verrebbe dal caso medico. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, Filippo Bentivegna subisce un grave trauma cranico, durante un combattimento iniziato, si dice, da un rivale innamorato. Il colpo è così violento che il giovane rimane incosciente per diversi giorni e successivamente subisce gravi perdite di memoria. Giudicato inadatto al lavoro, deve tornare a casa in Sicilia. Atterrato a malapena il giorno dopo la Grande Guerra, viene arrestato per diserzione e condannato a tre anni di prigione. Tuttavia, i medici che lo esaminano lo considerano “disabile mentale” e viene rilasciato. Con i suoi risparmi e la sua pensione d’invalidità, compra il suo pezzo di terra e si impegna a intagliare le teste all’infinito.

L’ora blu

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non è proprio un’ora, è solo un minuto. Un po’ prima dell’aurora, c’è un minuto di silenzio. Gli uccelli del giorno non sono ancora svegli e gli uccelli notturni sono già a dormire. Ed ecco … scende il silenzio. Se un giorno ci fosse la fine del mondo, sarebbe in quel preciso minuto e sai perché? Perché è l’unico momento in cui hai l’impressione che la natura cessi di respirare e questo … questo fa paura.”

Dal film “Reinette e Mirabelle” di Eric Rohmer  Primo episodio: L’heure bleue

Palermo si avviluppa e si crogiola pigramente nella sua luce. Chiunque abbia goduto di un tramonto a Isola delle Femmine o abbia atteso il sorgere del sole a sant’Erasmo, sa di cosa si parla. Questo scatto ritrae una via intorno a piazza del Garraffello, in uno dei suoi momenti più belli. Nessuno per la strada e il cielo che trascolora dal nero più profondo all’azzurro chiaro, passando per un blu intenso.

Catturare l’ora blu a Palermo non è particolarmente difficile. È come pescare, bisogna conoscere i luoghi e saper attendere.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non è proprio un’ora, è solo un minuto. Un po’ prima dell’aurora, c’è un minuto di silenzio. Gli uccelli del giorno non sono ancora svegli e gli uccelli notturni sono già a dormire. Ed ecco … scende il silenzio. Se un giorno ci fosse la fine del mondo, sarebbe in quel preciso minuto e sai perché? Perché è l’unico momento in cui hai l’impressione che la natura cessi di respirare e questo … questo fa paura.”

Dal film “Reinette e Mirabelle” di Eric Rohmer  Primo episodio: L’heure bleue

Palermo si avviluppa e si crogiola pigramente nella sua luce. Chiunque abbia goduto di un tramonto a Isola delle Femmine o abbia atteso il sorgere del sole a sant’Erasmo, sa di cosa si parla. Questo scatto ritrae una via intorno a piazza del Garraffello, in uno dei suoi momenti più belli. Nessuno per la strada e il cielo che trascolora dal nero più profondo all’azzurro chiaro, passando per un blu intenso.

Catturare l’ora blu a Palermo non è particolarmente difficile. È come pescare, bisogna conoscere i luoghi e saper attendere.

Il Gattopardo e il palazzo che non c’è

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Il confronto fra un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale è da sempre un elemento di grande suggestione. E allora vorrei proporre alcune di queste interessanti “sovrapposizioni” . Partendo da alcune molto singolari: quelle che ripropongono immagini del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e il luogo del set adesso.

Iniziamo con un’inquadratura del film (da me ottenuta giuntando più fotogrammi) e, sotto, la medesima vista oggi. Siamo a piazza Matrice, a Ciminna, in provincia di Palermo.
Si nota subito che, sulla sinistra, al posto del “palazzo Salina”, sorgono delle case. Non si pensi che Palazzo Salina a “Donnafugata” sia stato abbattuto!
Il fatto è che quel palazzo – semplicemente – non è mai esistito.
Dovendo girare gli esterni ambientati nell’immaginario borgo di Donnafugata, Luchino Visconti considerò, dapprima, l’ipotesi di effettuare le riprese a Palma di Montechiaro (palazzo dei Lampedusa), o nel ragusano (castello di Donnafugata), ovvero ancora a Santa Margherita Belice (palazzo Filangeri Cutò).
Ma, per un motivo o per un altro, tutti e tre quei siti non gli andavano a genio.
Si innamorò, alla fine, di piazza Matrice, a Ciminna, ma c’era un piccolo problema: lì, non esisteva nessun palazzo.
Oggi, certamente lo avrebbero creato al computer ma, nel 1962, gli scenari si costruivano fisicamente.
Detto e fatto. In soli 45 giorni, sotto la direzione dello scenografo Mario Garbuglia, venne costruita, a ridosso del caseggiato, la facciata di un finto palazzo Salina!
Visconti, uomo per un verso sicuramente geniale, non poneva limiti alle spese, tanto che fece fallire il produttore. Con centinaia di bellissime ville, castelli, masserie e bagli sparsi in giro per la Sicilia, c’era in effetti bisogno di andare a costruire la facciata d’un finto palazzo, spendendo cifre da capogiro? Nel 1962, da oltre oceano, in Italia arrivava l’eco delle megaproduzioni hollywoodiane e Visconti, probabilmente, si illuse che anche lui avrebbe potuto non badare a spese, fidando su formidabili futuri incassi, tali da coprire costi di produzione anche spropositati.
Realizzò il capolavoro che tutti conosciamo, ma Goffredo Lombardo e la Titanus (i produttori), ci rimisero le penne.

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Il confronto fra un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale è da sempre un elemento di grande suggestione. E allora vorrei proporre alcune di queste interessanti “sovrapposizioni” . Partendo da alcune molto singolari: quelle che ripropongono immagini del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e il luogo del set adesso.
Iniziamo con un’inquadratura del film (da me ottenuta giuntando più fotogrammi) e, sotto, la medesima vista oggi. Siamo a piazza Matrice, a Ciminna, in provincia di Palermo.
Si nota subito che, sulla sinistra, al posto del “palazzo Salina”, sorgono delle case. Non si pensi che Palazzo Salina a “Donnafugata” sia stato abbattuto!
Il fatto è che quel palazzo – semplicemente – non è mai esistito.
Dovendo girare gli esterni ambientati nell’immaginario borgo di Donnafugata, Luchino Visconti considerò, dapprima, l’ipotesi di effettuare le riprese a Palma di Montechiaro (palazzo dei Lampedusa), o nel ragusano (castello di Donnafugata), ovvero ancora a Santa Margherita Belice (palazzo Filangeri Cutò).
Ma, per un motivo o per un altro, tutti e tre quei siti non gli andavano a genio.
Si innamorò, alla fine, di piazza Matrice, a Ciminna, ma c’era un piccolo problema: lì, non esisteva nessun palazzo.
Oggi, certamente lo avrebbero creato al computer ma, nel 1962, gli scenari si costruivano fisicamente.
Detto e fatto. In soli 45 giorni, sotto la direzione dello scenografo Mario Garbuglia, venne costruita, a ridosso del caseggiato, la facciata di un finto palazzo Salina!
Visconti, uomo per un verso sicuramente geniale, non poneva limiti alle spese, tanto che fece fallire il produttore. Con centinaia di bellissime ville, castelli, masserie e bagli sparsi in giro per la Sicilia, c’era in effetti bisogno di andare a costruire la facciata d’un finto palazzo, spendendo cifre da capogiro? Nel 1962, da oltre oceano, in Italia arrivava l’eco delle megaproduzioni hollywoodiane e Visconti, probabilmente, si illuse che anche lui avrebbe potuto non badare a spese, fidando su formidabili futuri incassi, tali da coprire costi di produzione anche spropositati.
Realizzò il capolavoro che tutti conosciamo, ma Goffredo Lombardo e la Titanus (i produttori), ci rimisero le penne.

Le Vie dei Tesori: un racconto lungo tutto l’anno

Le Vie dei Tesori: un racconto lungo tutto l’anno

di Laura Anello

Quando, ormai dodici anni fa, Le Vie dei Tesori partì per celebrare il Bicentenario dell’Università di Palermo, l’idea di aprire i luoghi dell’Ateneo alla città fu per me la naturale evoluzione del lavoro di comunicazione che conducevo all’interno di quell’istituzione. Luoghi che raccontavano storie straordinarie: la cripta delle Repentite, le prostitute diventate monache, con la tomba della Madre Badessa dai lunghi capelli e la pergamena misteriosa in un’ampolla che portai trepidante all’Istituto di patologia del libro di Roma, gli struggenti graffiti delle carceri dell’Inquisizione che vidi disseppellire dal passato uno per uno in giorni e notti che non dimenticherò, il mulino di Sant’Antonino che pezzo per pezzo tornò a vivere. Storie. Storie straordinarie da raccontare, capaci di trasformare anche un rudere in un luogo imperdibile. Passare dallo scrivere al proporre un’esperienza di visita raccontata alla città fu un passaggio obbligato, un toccare con mano lo straordinario potere della divulgazione, la prova dell’antico convincimento che l’arte, la bellezza, la storia non sono patrimonio esclusivo degli addetti ai lavori.

Adesso che Le Vie dei Tesori è diventato il principale Festival italiano dedicato al patrimonio di una città, con oltre trecentomila visitatori in quindici giorni – e quest’anno si allarga a quasi tutti i capoluoghi siciliani e a quattro città del Nord Italia – adesso che tutte le istituzioni dell’Isola collaborano per mostrare e valorizzare i propri tesori, l’inaugurazione di questo portale è in qualche modo un ritorno alle origini e il compimento di un ciclo. Quel patrimonio Sicilia che apriamo una volta all’anno in occasione del Festival verrà raccontato tutto l’anno qui. Scoperte, misteri, restauri, documenti, personaggi che sono tesori anch’essi. Troppe storie abbiamo incrociato in questi anni, troppe storie incontriamo ancora, troppe preziose fotografie ci sono in archivi e biblioteche per non tirarle fuori e farne materia viva di scrittura. Troppe sorprese ci riserva la Sicilia – paesaggi, borghi, artigiani, tesori subacquei – per non farne un racconto continuo.

A chi da dodici anni ci chiede perché il Festival Le Vie dei Tesori duri soltanto un mese all’anno (un evento si apre e si conclude, altrimenti non sarebbe un evento), possiamo finalmente rispondere che Le Vie dei Tesori adesso non chiude mai. Vivrà tutto l’anno, attraverso questo portale che nasce in collaborazione con “Gattopardo”, il magazine della Sicilia che cresce e che da un anno dirigo, con l’ambizione di comporre passo dopo passo, tassello dopo tassello, il mosaico immenso del patrimonio siciliano. Perché, come scrisse Guy de Maupassant, “quel che fa della Sicilia una terra necessaria a vedersi e unica al mondo è il fatto che da un’estremità all’altra si può definire uno strano e divino museo di architettura”.

Nei segreti dell’Archivio di Stato

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Il senso dei siciliani per la Storia

Dopo anni passati a vedere e a recensire spettacoli (e qualche volta anche a esserne autore), adesso preferisce soprattutto frequentare il suo divano. Dal quale osserva la Sicilia vista dalla tv. Luoghi comuni, pregiudizi, innamoramenti esotici.

La rivolta scoppiò appena fu toccata la Storia. Esegeti del racconto televisivo ma all’occorrenza anche annalisti pignoli, i siciliani che una settimana prima avevano innalzato lodi al commissario Montalbano della contemporanea Vigata si trovarono a tuonare (come fosse un impegno imprescindibile, un dovere etico-morale) contro il sommo autore che aveva sfiorato con la propria fantasia il loro passato trasportando l’immaginario paese a quasi 150 anni prima e intrecciando una vicenda in verità bellissima, anche se non originale, su un groviglio ben concertato di mafia e delegati di polizia corrotti, occhiuti notabili di paese e proprietari terrieri corruttori, un giovane e adamantino funzionario della finanza capitato in quel covo di vipere prima fatto vittima e poi giustiziere, col grimaldello dell’astuzia, in nome della verità. “La mossa del cavallo”, una roba a metà tra Pirandello e Sciascia, tra la signora Frola e l’abate Vella, tra la pazzia e l’impostura. Apriti cielo! Questa non era la Sicilia di quei tempi! E giù a dottrinare, citare, puntualizzare con l’ausilio di note a piè pagina, cavillare. E menomale che in una nota introduttiva delle sue – una di quelle in cui appare come un divertito ed innocuo Tiresia – Camilleri li aveva avvertiti: non vi allarmate, ci ho messo anche di mio, ho confuso i registri, spinto magari un po’ sull’acceleratore: che da un uomo di teatro e televisione, ancor prima che di letteratura, ce lo si può certo aspettare. Ma loro no, il senso dei siciliani per la Storia è granitico, il grottesco non è modello applicabile a un passato ormai remoto ma sempre lì, aleggiante nella mitologia, immobile sul piedistallo, irradiante da un altare. Non si fa farsa, della Storia. La si scredita, per dirla sommessamente, la si rende poco credibile. Poco credibili l’ispettore Bovara e l’avvocato Fasulo, poco credibili veleno e contravveleno, torti e ragioni. Come se le storie, anche quelle piccole, con la “s” minuscola, che si avvinghiano a quella ufficiale, con la “s” maiuscola, e in parte la fanno, avessero necessariamente bisogno, oltre che di un’autorevolezza accademica, di una credibilità quotidiana e pedissequa, mentre non avessero necessità o urgenza di questa certificazione le storie contemporanee di Montalbano, come se l’appuntato Catarella si potesse davvero trovare, oggi, in un qualsiasi commissariato, come se Ibla fosse davvero Porto Empedocle, come se la domestica terrazza sul mare del poliziotto più famoso d’Italia, a Punta Secca, nel Ragusano, fosse davvero Marinella. Che a Porto Empedocle, però, guarda caso esiste davvero ed è ugualmente bellissima.

Dopo anni passati a vedere e a recensire spettacoli (e qualche volta anche a esserne autore), adesso preferisce soprattutto frequentare il suo divano. Dal quale osserva la Sicilia vista dalla tv. Luoghi comuni, pregiudizi, innamoramenti esotici.

La rivolta scoppiò appena fu toccata la Storia. Esegeti del racconto televisivo ma all’occorrenza anche annalisti pignoli, i siciliani che una settimana prima avevano innalzato lodi al commissario Montalbano della contemporanea Vigata si trovarono a tuonare (come fosse un impegno imprescindibile, un dovere etico-morale) contro il sommo autore che aveva sfiorato con la propria fantasia il loro passato trasportando l’immaginario paese a quasi 150 anni prima e intrecciando una vicenda in verità bellissima, anche se non originale, su un groviglio ben concertato di mafia e delegati di polizia corrotti, occhiuti notabili di paese e proprietari terrieri corruttori, un giovane e adamantino funzionario della finanza capitato in quel covo di vipere prima fatto vittima e poi giustiziere, col grimaldello dell’astuzia, in nome della verità. “La mossa del cavallo”, una roba a metà tra Pirandello e Sciascia, tra la signora Frola e l’abate Vella, tra la pazzia e l’impostura. Apriti cielo! Questa non era la Sicilia di quei tempi! E giù a dottrinare, citare, puntualizzare con l’ausilio di note a piè pagina, cavillare. E menomale che in una nota introduttiva delle sue – una di quelle in cui appare come un divertito ed innocuo Tiresia – Camilleri li aveva avvertiti: non vi allarmate, ci ho messo anche di mio, ho confuso i registri, spinto magari un po’ sull’acceleratore: che da un uomo di teatro e televisione, ancor prima che di letteratura, ce lo si può certo aspettare. Ma loro no, il senso dei siciliani per la Storia è granitico, il grottesco non è modello applicabile a un passato ormai remoto ma sempre lì, aleggiante nella mitologia, immobile sul piedistallo, irradiante da un altare. Non si fa farsa, della Storia. La si scredita, per dirla sommessamente, la si rende poco credibile. Poco credibili l’ispettore Bovara e l’avvocato Fasulo, poco credibili veleno e contravveleno, torti e ragioni. Come se le storie, anche quelle piccole, con la “s” minuscola, che si avvinghiano a quella ufficiale, con la “s” maiuscola, e in parte la fanno, avessero necessariamente bisogno, oltre che di un’autorevolezza accademica, di una credibilità quotidiana e pedissequa, mentre non avessero necessità o urgenza di questa certificazione le storie contemporanee di Montalbano, come se l’appuntato Catarella si potesse davvero trovare, oggi, in un qualsiasi commissariato, come se Ibla fosse davvero Porto Empedocle, come se la domestica terrazza sul mare del poliziotto più famoso d’Italia, a Punta Secca, nel Ragusano, fosse davvero Marinella. Che a Porto Empedocle, però, guarda caso esiste davvero ed è ugualmente bellissima.

San Nicola l’Arena, l’ufficio postale e l’impiegata

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri…

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi. Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito. Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco. D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. È talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti. Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “È anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso. Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi.

Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito.

Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco.

D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. E’ talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti.

Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “E’ anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso.

Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

Masculino, il pesce che gradiva Omero

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

Il pesce, che nei poemi omerici viene menzionato solo come disperata alternativa alla carne, era un piatto prelibato già per Archestrato di Gela, autore del poema Gastronomia quasi interamente dedicato ai pesci; non a caso molte città puniche e greche di Sicilia hanno coniato monete con pesci o molluschi. Dal sapore, questa sorta di ispettore Michelin del IV secolo a.C., diceva di saper distinguere in quale stagione era stato pescato, e suggeriva di cucinare con formaggio e aceto il pesce di inferiore qualità, ma che solo olio e sale era sufficiente per il pesce migliore perché «contiene già in sé la ricompensa della gioia». È proverbiale la propensione dei siciliani per pesci, crostacei, molluschi e frutti di mare, che vengono generalmente cucinati in modo molto semplice e il cui sapore, se sono freschi, non deve essere oscurato da salse o intingoli di alcun altro tipo. I siciliani preferiscono potenziarne il sapore con il semplice salmoriglio (cioè un pinzimonio di olio di oliva, succo di limone e origano), che è ritenuto più che sufficiente per il pesce arrosto. Al contrario gli anglosassoni in genere fanno di tutto per mascherare odore e sapore del pesce con salse complicate e chiamano fishy qualcosa di cui è bene sospettare in quanto losco o poco chiaro.

I catanesi stravedono per i masculini (acciughe o alici) dichiarati Presidio da Slow Food che ne ha anche organizzato il commercio sotto sale. C’è un fattore che misteriosamente migliora la qualità del pescato: «Tutti sanno che il pesce del golfo di Catania, – sostiene Raimondo Piazza, pescivendolo a Lentini, – è più sodo e citrigno e quindi più buono, se pescato quando le piogge dilavano in mare le sabbie laviche dell’Etna, e si forma sul fondo marino un’erbetta detta manna perché è come un dono di Dio». Avere entrambe le branchie leggermente spezzate, si dice a Catania, è sicuro segno che i masculini, detti anche anciuvazzu dai pescatori locali, siano stati pescati con la rete menaide (o tratta), la tecnica è quella che veniva praticata in tutto il Mediterraneo già al tempo di Omero. L’imprigionamento nelle maglie della rete della testa dell’alice (che per questo motivo si chiama masculina da magghia) provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e pregiato. Ciò è scientificamente provato, e ben lo sanno i catanesi che a caro prezzo comprano i mascolini freschi al mercato della Piscarìa vicino alla loro Cattedrale. Da notizie raccolte sul campo, risulta che alcuni pescivendoli senza scrupoli del mercato palermitano del Capo, non esitino a eseguire ad arte sui pesci la piccola mutilazione e a portarli in macchina a Catania, pur di ottenere con l’inganno un prezzo almeno triplo del normale.

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

Il pesce, che nei poemi omerici viene menzionato solo come disperata alternativa alla carne, era un piatto prelibato già per Archestrato di Gela, autore del poema Gastronomia quasi interamente dedicato ai pesci; non a caso molte città puniche e greche di Sicilia hanno coniato monete con pesci o molluschi. Dal sapore, questa sorta di ispettore Michelin del IV secolo a.C., diceva di saper distinguere in quale stagione era stato pescato, e suggeriva di cucinare con formaggio e aceto il pesce di inferiore qualità, ma che solo olio e sale era sufficiente per il pesce migliore perché «contiene già in sé la ricompensa della gioia». È proverbiale la propensione dei siciliani per pesci, crostacei, molluschi e frutti di mare, che vengono generalmente cucinati in modo molto semplice e il cui sapore, se sono freschi, non deve essere oscurato da salse o intingoli di alcun altro tipo. I siciliani preferiscono potenziarne il sapore con il semplice salmoriglio (cioè un pinzimonio di olio di oliva, succo di limone e origano), che è ritenuto più che sufficiente per il pesce arrosto. Al contrario gli anglosassoni in genere fanno di tutto per mascherare odore e sapore del pesce con salse complicate e chiamano fishy qualcosa di cui è bene sospettare in quanto losco o poco chiaro.

I catanesi stravedono per i masculini (acciughe o alici) dichiarati Presidio da Slow Food che ne ha anche organizzato il commercio sotto sale. C’è un fattore che misteriosamente migliora la qualità del pescato: «Tutti sanno che il pesce del golfo di Catania, – sostiene Raimondo Piazza, pescivendolo a Lentini, – è più sodo e citrigno e quindi più buono, se pescato quando le piogge dilavano in mare le sabbie laviche dell’Etna, e si forma sul fondo marino un’erbetta detta manna perché è come un dono di Dio». Avere entrambe le branchie leggermente spezzate, si dice a Catania, è sicuro segno che i masculini, detti anche anciuvazzu dai pescatori locali, siano stati pescati con la rete menaide (o tratta), la tecnica è quella che veniva praticata in tutto il Mediterraneo già al tempo di Omero. L’imprigionamento nelle maglie della rete della testa dell’alice (che per questo motivo si chiama masculina da magghia) provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e pregiato. Ciò è scientificamente provato, e ben lo sanno i catanesi che a caro prezzo comprano i mascolini freschi al mercato della Piscarìa vicino alla loro Cattedrale. Da notizie raccolte sul campo, risulta che alcuni pescivendoli senza scrupoli del mercato palermitano del Capo, non esitino a eseguire ad arte sui pesci la piccola mutilazione e a portarli in macchina a Catania, pur di ottenere con l’inganno un prezzo almeno triplo del normale.

Quelle antiche navi sul lettino del radiologo

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui reperti dell’imbarcazione punica e di quella romana custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui due importanti reperti custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

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