A rischio la “Cappella Sistina di Sicilia”

Per restaurare la chiesa il rettore ha donato parte del suo Tfr da preside. Infiltrazioni e incuria hanno messo a dura prova gli affreschi del fiammingo Borremans

di Antonella Lombardi

Dietro le mura austere della chiesa, eretta su un antico oratorio del 1361, si nasconde un trionfo di colori vibranti e intarsi lignei del tardobarocco che hanno indotto Vittorio Sgarbi a definirla la “Cappella Sistina di Sicilia”: è la chiesa di San Giovanni Evangelista a Piazza Armerina, salvata dall’incuria e dalle infiltrazioni d’acqua con certosina dedizione da monsignor Antonino Scarcione, rettore della Chiesa. A lui si devono i ripetuti appelli alla Sovrintendenza e alle autorità per salvare dall’umidità i preziosi affreschi realizzati dal pittore fiammingo Borremans nel suo lungo soggiorno in Sicilia. La chiesa fa parte del Fec, il patrimonio del fondo degli edifici di culto che ha origine dalle leggi della seconda metà del 1800 con le quali lo Stato italiano soppresse le proprietà ecclesiastiche. Il proprietario, pertanto, è il ministero dell’Interno (ma sono in corso trattative per concedere alla diocesi il comodato d’uso) ma negli anni pur di salvare la chiesa, tra le inevitabili inerzie burocratiche, Scarcione non ha esitato ad autotassarsi devolvendo parte del suo Tfr da preside per finanziare alcuni lavori di restauro.

Risale all’incirca al 1721 il completamento dei lavori a cura delle suore benedettine che, grazie a una generosa eredità ricevuta (intorno a 400 onze) possono così dedicarsi alla chiesa. È la badessa Angelica Cremona a commissionare al Borremans – al lavoro in quel periodo nel duomo di Caltanissetta – gli affreschi. Nella cupola il pittore di Anversa dipinge il mistero dell’Eucaristia, nelle pareti laterali dell’altare maggiore la Natività e l’Epifania, mentre nella volta sceglie di rappresentare la visione apocalittica di San Giovanni. Nella parete di sinistra, invece, è raffigurata l’apoteosi di San Benedetto e la regola benedettina, mentre sul lato destro c’è il martirio di San Placido con, sullo sfondo, il golfo di Messina. Sui piloni della cupola e nelle lunette paiono quasi volteggiare le figure di donne simboleggianti le virtù, il tutto in un tripudio di nuvolette, rami intrecciati e ghirlande di fiori che sembrano un inno alla primavera. L’altare maggiore, successivo all’incendio del 1722, è opera dei marmisti catanesi, i fratelli Marino, mentre ai lati si stagliano due statue in marmo bianco di Carrara che rappresentano la Fede e l’Innocenza. A fianco spicca l’imponente pulpito in legno intarsiato in argento dorato del XVIII secolo, di autore ignoto. Negli anni le infiltrazioni d’acqua hanno messo a rischio la chiesa di San Giovanni, ma i “Restauri effettuati fin qui (quasi 70mila euro i fondi stanziati dal ministero dell’Interno nel tempo, ndr) hanno consentito di intervenire sui due pannelli con l’Apoteosi di San Benedetto e su quello con le fasi antecedenti il martirio di San Placido e Flavia”, spiega monsignore Scarcione, che negli anni ha anche presieduto un “comitato pro affreschi” per salvare la chiesa dall’incuria. “Sono state anche ripristinate le colonnine lignee danneggiate dalle tarme che reggono il soppalco dei musici – aggiunge il rettore – i lavori futuri più urgenti riguardano l’affresco sull’Adorazione dei Magi e quello sull’Adorazione dei pastori. La chiesa è pronta per essere fruita dai turisti che possono prenotare una visita contattandomi al cellulare 3335323239. Adesso sto cercando di far ultimare i restauri dei due portoni, ho chiesto tramite raccomandata alla Sovrintendenza di intervenire sui pannelli nel presbiterio, spero si provveda quanto prima per salvare questo luogo”.

Per restaurare la chiesa il rettore ha donato parte del suo Tfr da preside. Infiltrazioni e incuria hanno messo a dura prova gli affreschi del fiammingo Borremans

di Antonella Lombardi

Dietro le mura austere della chiesa, eretta su un antico oratorio del 1361, si nasconde un trionfo di colori vibranti e intarsi lignei del tardobarocco che hanno indotto Vittorio Sgarbi a definirla la “Cappella Sistina di Sicilia”: è la chiesa di San Giovanni Evangelista a Piazza Armerina, salvata dall’incuria e dalle infiltrazioni d’acqua con certosina dedizione da monsignor Antonino Scarcione, rettore della Chiesa. A lui si devono i ripetuti appelli alla Sovrintendenza e alle autorità per salvare dall’umidità i preziosi affreschi realizzati dal pittore fiammingo Borremans nel suo lungo soggiorno in Sicilia. La chiesa fa parte del Fec, il patrimonio del fondo degli edifici di culto che ha origine dalle leggi della seconda metà del 1800 con le quali lo Stato italiano soppresse le proprietà ecclesiastiche. Il proprietario, pertanto, è il ministero dell’Interno (ma sono in corso trattative per concedere alla diocesi il comodato d’uso) ma negli anni pur di salvare la chiesa, tra le inevitabili inerzie burocratiche, Scarcione non ha esitato ad autotassarsi devolvendo parte del suo Tfr da preside per finanziare alcuni lavori di restauro.

Risale all’incirca al 1721 il completamento dei lavori a cura delle suore benedettine che, grazie a una generosa eredità ricevuta (intorno a 400 onze) possono così dedicarsi alla chiesa. È la badessa Angelica Cremona a commissionare al Borremans – al lavoro in quel periodo nel duomo di Caltanissetta – gli affreschi. Nella cupola il pittore di Anversa dipinge il mistero dell’Eucaristia, nelle pareti laterali dell’altare maggiore la Natività e l’Epifania, mentre nella volta sceglie di rappresentare la visione apocalittica di San Giovanni. Nella parete di sinistra, invece, è raffigurata l’apoteosi di San Benedetto e la regola benedettina, mentre sul lato destro c’è il martirio di San Placido con, sullo sfondo, il golfo di Messina. Sui piloni della cupola e nelle lunette paiono quasi volteggiare le figure di donne simboleggianti le virtù, il tutto in un tripudio di nuvolette, rami intrecciati e ghirlande di fiori che sembrano un inno alla primavera. L’altare maggiore, successivo all’incendio del 1722, è opera dei marmisti catanesi, i fratelli Marino, mentre ai lati si stagliano due statue in marmo bianco di Carrara che rappresentano la Fede e l’Innocenza. A fianco spicca l’imponente pulpito in legno intarsiato in argento dorato del XVIII secolo, di autore ignoto. Negli anni le infiltrazioni d’acqua hanno messo a rischio la chiesa di San Giovanni, ma i “Restauri effettuati fin qui (quasi 70mila euro i fondi stanziati dal ministero dell’Interno nel tempo, ndr) hanno consentito di intervenire sui due pannelli con l’Apoteosi di San Benedetto e su quello con le fasi antecedenti il martirio di San Placido e Flavia”, spiega monsignore Scarcione, che negli anni ha anche presieduto un “comitato pro affreschi” per salvare la chiesa dall’incuria. “Sono state anche ripristinate le colonnine lignee danneggiate dalle tarme che reggono il soppalco dei musici – aggiunge il rettore – i lavori futuri più urgenti riguardano l’affresco sull’Adorazione dei Magi e quello sull’Adorazione dei pastori. La chiesa è pronta per essere fruita dai turisti che possono prenotare una visita contattandomi al cellulare 3335323239. Adesso sto cercando di far ultimare i restauri dei due portoni, ho chiesto tramite raccomandata alla Sovrintendenza di intervenire sui pannelli nel presbiterio, spero si provveda quanto prima per salvare questo luogo”.

Il regista Schlöndorff nella giuria dell’Efebo

Vincitore della Palma d’oro a Cannes e dell’Oscar per il miglior film straniero con “Il tamburo di latta”, sarà nel riconoscimento internazionale assegnato a un film tratto da un’opera letteraria

di Redazione

C’è anche il celebre regista tedesco Volker Schlöndorff nella giuria internazionale dell’ “Efebo d’Oro”, il riconoscimento internazionale che ogni anno premia un film tratto da un’opera letteraria e che è organizzato dal Centro di Ricerca per la Narrativa e il Cinema. Per l’edizione 2018 del premio sono previste due diverse giurie che assegneranno alcuni dei premi in programma.

Oltre che da Schlöndorff, la Giuria Efebo d’Oro per il miglior film tratto da un’ opera letteraria è composta anche dal regista e direttore della fotografia Daniele Ciprì, dalla fotografa Letizia Battaglia, da Egle Palazzolo, giornalista, e da Nicoletta Vallorani, docente di letteratura inglese e angloamericana. La Giuria Efebo speciale per il miglior regista esordiente è animata da Daniela Tornatore, giornalista, dalla scrittrice Daniela Gambino e da Francesco Romeo, docente, scrittore ed editore.

Schlöndorff è stato un grande frequentatore delle trasposizioni sul grande schermo di romanzi letterari. Non a caso il suo esordio alla regia è del 1966, con “I turbamenti del giovane Torless” tratto da Musil. Nel 1969 sposa la regista Margarethe von Trotta, con cui nel 1975 gira “Il caso dei Katharina Blum”. Deve la sua notorietà al riconoscimento internazionale ricevuto per “Il tamburo di latta”, tratto dal romanzo di Günther Grass con cui vince la Palma d’oro a Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero.

Vincitore della Palma d’oro a Cannes e dell’Oscar per il miglior film straniero con “Il tamburo di latta”, sarà nel riconoscimento internazionale assegnato a un film tratto da un’opera letteraria

di Redazione

C’è anche il celebre regista tedesco Volker Schlöndorff nella giuria internazionale dell’ “Efebo d’Oro”, il riconoscimento internazionale che ogni anno premia un film tratto da un’opera letteraria e che è organizzato dal Centro di Ricerca per la Narrativa e il Cinema. Per l’edizione 2018 del premio sono previste due diverse giurie che assegneranno alcuni dei premi in programma.

Oltre che da Schlöndorff, la Giuria Efebo d’Oro per il miglior film tratto da un’ opera letteraria è composta anche dal regista e direttore della fotografia Daniele Ciprì, dalla fotografa Letizia Battaglia, da Egle Palazzolo, giornalista, e da Nicoletta Vallorani, docente di letteratura inglese e angloamericana. La Giuria Efebo speciale per il miglior regista esordiente è animata da Daniela Tornatore, giornalista, dalla scrittrice Daniela Gambino e da Francesco Romeo, docente, scrittore ed editore.

Schlöndorff è stato un grande frequentatore delle trasposizioni sul grande schermo di romanzi letterari. Non a caso il suo esordio alla regia è del 1966, con “I turbamenti del giovane Torless” tratto da Musil. Nel 1969 sposa la regista Margarethe von Trotta, con cui nel 1975 gira “Il caso dei Katharina Blum”. Deve la sua notorietà al riconoscimento internazionale ricevuto per “Il tamburo di latta”, tratto dal romanzo di Günther Grass con cui vince la Palma d’oro a Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero.

Sullo Stretto a caccia di “feluche”

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque. I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi. Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque.

I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Un nuovo “pezzo” di museo inaugurato a Caltagirone

Inaugurata la sezione di archeologia preistorica all’ex Convento di Sant’Agostino. L’assessore Tusa: “Un luogo chiuso è un luogo che muore”

di Redazione

Apre i battenti la sezione di archeologia preistorica del Museo regionale della Ceramica a Caltagirone. E’ a piano terra e in parte del primo piano dell’ex convento di Sant’Agostino. L’edificio è stato interessato da consistenti interventi di ristrutturazione ed è già nelle condizioni, senza attendere che comincino e vengano conclusi gli ulteriori lavori previsti, di ospitare alcune delle collezioni preistoriche. 

“Un luogo di cultura chiuso alla pubblica fruizione, è un luogo che muore – ha dichiarato l’assessore ai Beni Culturali regionale Sebastiano Tusa – e quindi questa inaugurazione consente a questa pregevole struttura di essere vissuta dai cittadini e dai tanti turisti stranieri presenti. Il dialogo tra enti locali, regione, privati, associazioni e curia, è la risposta al desiderio dei turisti che non vogliono sapere chi detiene il bene ma vogliono capire il contesto culturale che stanno visitando”.

I lavori per il ripristino definitivo della struttura paiono a un punto di svolta: entro il 2018 dovrebbe essere individuata l’impresa aggiudicataria. Poi previsti 36 mesi di lavoro per una spesa di 8,6 milioni di euro.

Inaugurata la sezione di archeologia preistorica all’ex Convento di Sant’Agostino. L’assessore Tusa: “Un luogo chiuso è un luogo che muore”

di Redazione

Apre i battenti la sezione di archeologia preistorica del Museo regionale della Ceramica a Caltagirone. E’ a piano terra e in parte del primo piano dell’ex convento di Sant’Agostino. L’edificio è stato interessato da consistenti interventi di ristrutturazione ed è già nelle condizioni, senza attendere che comincino e vengano conclusi gli ulteriori lavori previsti, di ospitare alcune delle collezioni preistoriche.

“Un luogo di cultura chiuso alla pubblica fruizione, è un luogo che muore – ha dichiarato l’assessore ai Beni Culturali regionale Sebastiano Tusa – e quindi questa inaugurazione consente a questa pregevole struttura di essere vissuta dai cittadini e dai tanti turisti stranieri presenti. Il dialogo tra enti locali, regione, privati, associazioni e curia, è la risposta al desiderio dei turisti che non vogliono sapere chi detiene il bene ma vogliono capire il contesto culturale che stanno visitando”.

I lavori per il ripristino definitivo della struttura paiono a un punto di svolta: entro il 2018 dovrebbe essere individuata l’impresa aggiudicataria. Poi previsti 36 mesi di lavoro per una spesa di 8,6 milioni di euro.

 

Luci d’artista a Casa Florio

Milleseicento lampadine per rendere visibile anche dal mare l’ultima casa di Vincenzo Florio, simbolo della città. L’installazione di Domenico Pellegrino è ispirata alle decorazioni dei soffitti e sarà attiva fino al 30 novembre, è inserita nel calendario di Palermo Capitale della Cultura Italiana 2018

di Antonella Lombardi

Si ispira alle decorazioni dei soffitti della palazzina in stile neogotico l’installazione di Domenico Pellegrino che da questa sera campeggerà su uno dei Quattro Pizzi della Tonnara Florio di Palermo. Ben 1600 lampadine renderanno visibile anche dal mare l’ultima casa di Vincenzo Florio, simbolo della città. Un’opera che, come le altre di Pellegrino, rimanda alla tradizione (in questo caso l’approdo per i naviganti) guardando al futuro.  L’installazione, attiva fino al 30 novembre, è inserita nel calendario di Palermo Capitale della Cultura Italiana 2018.

Il villino dei Quattro Pizzi fu edificato per scelta di Vincenzo Florio tra il 1840 e il 1844 dall’architetto e amico Carlo Giachery, attingendo allo stile neogotico inglese, scoperto probabilmente in uno dei numerosi viaggi dell’imprenditore all’estero. Questa dimora di famiglia all’Arenella costituiva un’alternativa alla casa cittadina di via dei Materassai, come consuetudine per le famiglie agiate. Ma l’intuizione di Florio ha dato un’impronta decisiva alla fisionomia del porticciolo, trasformato così in un luogo esemplare e di grande gusto estetico. Non a caso a esserne colpito fu lo zar Zar Nicola I, ospite a Palermo nel 1845 con la moglie Alexandra Fjodorovna per problemi di salute dell’imperatrice. Tale era la bellezza della costruzione dalle guglie svettanti e delle decorazioni interne da volerne acquisire i disegni progettuali dall’architetto Giachery e da replicarne una simile al suo rientro in Russia nella residenza estiva di Snamenka a Peterhof, chiamandola “Renel”, in memoria del viaggio palermitano. L’iniziativa artistica si iscrive nel progetto Casa Florio, voluto dagli ultimi eredi di Vincenzo Florio, Chico Paladino Florio e la moglie Ana Paula Mancino con l’obiettivo di realizzare un percorso di conoscenza e valorizzazione dei luoghi e dei personaggi che hanno reso possibile la nascita del mito dei Florio.

1600 lampadine per rendere visibile anche dal mare l’ultima casa di Vincenzo Florio, simbolo della città. L’installazione di Domenico Pellegrino è ispirata alle decorazioni dei soffitti e sarà attiva fino al 30 novembre, è inserita nel calendario di Palermo Capitale della Cultura Italiana 2018

di Antonella Lombardi

Si ispira alle decorazioni dei soffitti della palazzina in stile neogotico l’installazione di Domenico Pellegrino che da questa sera campeggerà su uno dei Quattro Pizzi della Tonnara Florio di Palermo.

Ben 1600 lampadine renderanno visibile anche dal mare l’ultima casa di Vincenzo Florio, simbolo della città. Un’opera che, come le altre di Pellegrino, rimanda alla tradizione (in questo caso l’approdo per i naviganti) guardando al futuro. L’installazione, attiva fino al 30 novembre, è inserita nel calendario di Palermo Capitale della Cultura Italiana 2018.

Il villino dei Quattro Pizzi fu edificato per scelta di Vincenzo Florio tra il 1840 e il 1844 dall’architetto e amico Carlo Giachery, attingendo allo stile neogotico inglese, scoperto probabilmente in uno dei numerosi viaggi dell’imprenditore all’estero. Questa dimora di famiglia all’Arenella costituiva un’alternativa alla casa cittadina di via dei Materassai, come consuetudine per le famiglie agiate. Ma l’intuizione di Florio ha dato un’impronta decisiva alla fisionomia del porticciolo, trasformato così in un luogo esemplare e di grande gusto estetico. Non a caso ad esserne colpito fu lo zar Zar Nicola I, ospite a Palermo nel 1845 con la moglie Alexandra Fjodorovna per problemi di salute dell’imperatrice. Tale era la bellezza della costruzione dalle guglie svettanti e delle decorazioni interne da volerne acquisire i disegni progettuali dall’architetto Giachery e da replicarne una simile al suo rientro in Russia nella residenza estiva di Snamenka a Peterhof, chiamandola “Renel”, in memoria del viaggio palermitano. L’iniziativa di oggi si iscrive nel progetto Casa Florio, voluto dagli ultimi eredi di Vincenzo Florio, Chico Paladino Florio e la moglie Ana Paula Mancino con l’obiettivo di realizzare un percorso di conoscenza e valorizzazione dei luoghi e dei personaggi che hanno reso possibile la nascita del mito dei Florio.

“Case chiuse”, luci rosse a Palermo

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse. Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse e ha organizzato una “passeggiata” di due ore e mezza alla scoperta dei vicoli, delle strade e dei palazzi dove si vendevano le prostitute palermitane. L’appuntamento è per domenica 23, a partire dalle 20.30. Iscrizioni aperte fino alle 16 del 22, chiamando il numero 320-2267975. Contributo libero.
Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Le tante vite di due antichi dipinti

Attraverso un lungo percorso per l’Italia e per varie collezioni sono arrivati a Palazzo Abatellis due tavole che nel Trecento facevano parte di un polittico poi fatto a pezzi.

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Sos per il ponte Normanno “Salvatelo o crollerà”

Un ponte normanno di importanza strategica e dalle probabili origini romane, lungo l’antico asse viario della via Valeria, una delle arterie di traffico più importanti del Mediterraneo e alternativa alla rotta marittima durante il dominio romano in Sicilia.

di Antonella Lombardi

Un ponte normanno di importanza strategica e dalle probabili origini romane, lungo l’antico asse viario della via Valeria, una delle arterie di traffico più importanti del Mediterraneo e alternativa alla rotta marittima durante il dominio romano in Sicilia. È il ponte di san Michele di Campogrosso, raggiungibile dalla statale 113, all’altezza del comune di Altavilla Milicia, lungo un itinerario che da Palermo procedeva verso Termini Imerese e che però oggi versa in uno stato di abbandono. A segnalarlo sono stati Nino Vitelli e Gaetano Lino, componenti di “Bc Sicilia”, l’associazione che si occupa di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali nella regione. “Il ponte si trova a cento metri dai piloni dell’autostrada, è a schiena d’asino a una sola arcata ogivale con duplice ghiera – spiega Vitelli, trekker per passione che da anni monitora luoghi da scoprire o abbandonati in Sicilia – per la muratura interna furono utilizzati gli stessi ciottoli del fiume, mentre i paramenti sono in conci di tufo ben squadrati. Purtroppo all’incuria degli anni si sono sommati i danni e gli sgretolamenti causati dalle infiltrazioni delle ultime piogge”.

Per questo, Bc Sicilia e il Comune di Altavilla si sono mossi con l’iniziativa “Salviamo il ponte San Michele”, un appello lanciato a tutto il territorio con un’iniziativa che lo scorso dicembre ha avviato la pulizia dell’alveo del fiume nella zona del ponte e si è articolata poi in un concerto d’arpa con la musicista Romina Copernico e Mario Crispi, fondatore degli Agricantus. Adesso, la Soprintendenza di Palermo ha stanziato dei fondi per una perizia e a breve procederà alla messa in sicurezza per finanziare i lavori più urgenti di consolidamento. “Il sito ha un’importanza strategica, basti pensare che poco distante si trova la chiesa di santa Maria di Campogrosso, detta chiesazza, e dove sono state fatte delle campagne di scavo da un’equipe del dipartimento di archeologia dell’università polacca – aggiunge Vitelli – La chiesa è stata costruita subito dopo la vittoria normanna contro i presidi musulmani nelle campagne di Misilmeri, nel 1068, poco prima della conquista di Palermo. C’è una certa analogia con un altro ponte siciliano, a Cerami, in provincia di Enna, una struttura più o meno coeva che presenta stesse criticità e problemi di consolidamento. Secondo la leggenda, il ponte di Cerami, detto anche ponte Vecchio, sarebbe legato alla visita di Cicerone in Sicilia, e si trova lungo la regia trazzera che collega Palermo a Messina”.

“Nel suo aspetto il ponte di san Michele rimanda all’epoca medievale, ma non si può escludere che sia stato costruito su un basamento preesistente di epoca romana, secondo un’antica consuetudine – spiega Salvatore Brancato, insegnante e ricercatore della storia di Altavilla Milicia – Nelle fonti storiche viene documentato per la prima volta nella seconda metà del 1200, e fino a poco tempo fa sul ponte erano visibili i segni lasciati dalle maestranze che hanno costruito la chiesa di Campogrosso, un marchio inciso nella pietra attesterebbe quindi che gli stessi operai hanno lavorato al ponte. Pochi però sanno che è anche detto Ponte Cannamasca, dove masca vuol dire secca, e ciò si deve al fatto che le canne di questo fiume seccassero prima di quelle del fiume Milicia”.

Ma a ignorare l’esistenza e l’importanza del ponte sono in tanti, soprattutto tra i residenti, per questo Brancato ha voluto coinvolgere i propri studenti dell’istituto turistico: “Hanno analizzato le fonti storiche, i documenti di archivio e alcune testimonianze dell’abate Rocco Pirri, facendo un lavoro sul campo che li ha appassionati. Una sorta di adozione del monumento che li ha spinti a pulire il sito e che a breve li porterà a fare da guida per la riscoperta turistica del luogo. È un ponte molto importante per il territorio, perché quando scompare l’antica città di Solunto, il paesaggio intorno ormai incolto riparte con i normanni che fanno costruire sia la chiesa che il ponte, simboli di una rinascita”.

“La nostra identità si basa su beni monumentali come questo – dice Alfonso Lo Cascio, presidente regionale di Bc Sicilia – riuscire a salvarlo vuol dire recuperare la memoria storica e non abbandonare le tracce del nostro passato. Per la comunità rappresenta un pezzo importante delle proprie radici. Purtroppo si trova in condizioni disastrose, sarebbe auspicabile un maggiore attaccamento ai luoghi del territorio, più avanti cercheremo di capire se, dopo l’intervento urgente della Soprintendenza, sarà necessario lanciare una sottoscrizione per avviare una raccolta fondi”.

Un ponte normanno di importanza strategica e dalle probabili origini romane, lungo l’antico asse viario della via Valeria, una delle arterie di traffico più importanti del Mediterraneo e alternativa alla rotta marittima durante il dominio romano in Sicilia.

di Antonella Lombardi

Un ponte normanno di importanza strategica e dalle probabili origini romane, lungo l’antico asse viario della via Valeria, una delle arterie di traffico più importanti del Mediterraneo e alternativa alla rotta marittima durante il dominio romano in Sicilia. È il ponte di san Michele di Campogrosso, raggiungibile dalla statale 113, all’altezza del comune di Altavilla Milicia, lungo un itinerario che da Palermo procedeva verso Termini Imerese e che però oggi versa in uno stato di abbandono. A segnalarlo sono stati Nino Vitelli e Gaetano Lino, componenti di “Bc Sicilia”, l’associazione che si occupa di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali nella regione. “Il ponte si trova a cento metri dai piloni dell’autostrada, è a schiena d’asino a una sola arcata ogivale con duplice ghiera – spiega Vitelli, trekker per passione che da anni monitora luoghi da scoprire o abbandonati in Sicilia – per la muratura interna furono utilizzati gli stessi ciottoli del fiume, mentre i paramenti sono in conci di tufo ben squadrati. Purtroppo all’incuria degli anni si sono sommati i danni e gli sgretolamenti causati dalle infiltrazioni delle ultime piogge”.

Per questo, Bc Sicilia e il Comune di Altavilla si sono mossi con l’iniziativa “Salviamo il ponte San Michele”, un appello lanciato a tutto il territorio con un’iniziativa che lo scorso dicembre ha avviato la pulizia dell’alveo del fiume nella zona del ponte e si è articolata poi in un concerto d’arpa con la musicista Romina Copernico e Mario Crispi, fondatore degli Agricantus. Adesso, la Soprintendenza di Palermo ha stanziato dei fondi per una perizia e a breve procederà alla messa in sicurezza per finanziare i lavori più urgenti di consolidamento. “Il sito ha un’importanza strategica, basti pensare che poco distante si trova la chiesa di santa Maria di Campogrosso, detta chiesazza, e dove sono state fatte delle campagne di scavo da un’equipe del dipartimento di archeologia dell’università polacca – aggiunge Vitelli – La chiesa è stata costruita subito dopo la vittoria normanna contro i presidi musulmani nelle campagne di Misilmeri, nel 1068, poco prima della conquista di Palermo. C’è una certa analogia con un altro ponte siciliano, a Cerami, in provincia di Enna, una struttura più o meno coeva che presenta stesse criticità e problemi di consolidamento. Secondo la leggenda, il ponte di Cerami, detto anche ponte Vecchio, sarebbe legato alla visita di Cicerone in Sicilia, e si trova lungo la regia trazzera che collega Palermo a Messina”.

“Nel suo aspetto il ponte di san Michele rimanda all’epoca medievale, ma non si può escludere che sia stato costruito su un basamento preesistente di epoca romana, secondo un’antica consuetudine – spiega Salvatore Brancato, insegnante e ricercatore della storia di Altavilla Milicia – Nelle fonti storiche viene documentato per la prima volta nella seconda metà del 1200, e fino a poco tempo fa sul ponte erano visibili i segni lasciati dalle maestranze che hanno costruito la chiesa di Campogrosso, un marchio inciso nella pietra attesterebbe quindi che gli stessi operai hanno lavorato al ponte. Pochi però sanno che è anche detto Ponte Cannamasca, dove masca vuol dire secca, e ciò si deve al fatto che le canne di questo fiume seccassero prima di quelle del fiume Milicia”.

Ma a ignorare l’esistenza e l’importanza del ponte sono in tanti, soprattutto tra i residenti, per questo Brancato ha voluto coinvolgere i propri studenti dell’istituto turistico: “Hanno analizzato le fonti storiche, i documenti di archivio e alcune testimonianze dell’abate Rocco Pirri, facendo un lavoro sul campo che li ha appassionati. Una sorta di adozione del monumento che li ha spinti a pulire il sito e che a breve li porterà a fare da guida per la riscoperta turistica del luogo. È un ponte molto importante per il territorio, perché quando scompare l’antica città di Solunto, il paesaggio intorno ormai incolto riparte con i normanni che fanno costruire sia la chiesa che il ponte, simboli di una rinascita”.

“La nostra identità si basa su beni monumentali come questo – dice Alfonso Lo Cascio, presidente regionale di Bc Sicilia – riuscire a salvarlo vuol dire recuperare la memoria storica e non abbandonare le tracce del nostro passato. Per la comunità rappresenta un pezzo importante delle proprie radici. Purtroppo si trova in condizioni disastrose, sarebbe auspicabile un maggiore attaccamento ai luoghi del territorio, più avanti cercheremo di capire se, dopo l’intervento urgente della Soprintendenza, sarà necessario lanciare una sottoscrizione per avviare una raccolta fondi”.

Il gusto di viaggiare a bordo di un treno storico

Torna la manifestazione realizzata dalla fondazione Ferrovie dello Stato e dalla regione siciliana, con la partecipazione di Slow Food  e che racconta il territorio a bordo di treni d’epoca

di Redazione

C’è il treno dei pani votivi che collega la valle dei templi di Agrigento a Porto Empedocle e racconta la devozione scaramantica a san Calogero e ai suoi “muffuletti”, neri come il santo dell’agrigentino al quale il pane per sfamare i poveri veniva lanciato dai balconi dai ricchi terrorizzati e barricati in casa durante l’epidemia di peste; o quello del cioccolato e delle dolcezze dei territori iblei, dei dolci conventuali, fino al treno della cucina di strada e dei riti di mare che da Catania raggiunge le Gole dell’Alcantara; o, ancora, quello del “Barocco”, lungo la direttrice Siracusa-Noto-Ragusa; il treno

dei paesaggi dello Ionio e delle arance, del pistacchio etneo o del cibo povero delle zolfare, con centinaia di miniere aperte che impegnavano fino a 40mila lavoratori agli inizi del ‘900. Sono i “Treni storici del gusto”, manifestazione realizzata dalla fondazione Ferrovie dello Stato e dalla regione siciliana, grazie a un finanziamento di 700mila euro di fondi comunitari e con la partecipazione di Slow Food  per raccontare il territorio a bordo di treni d’epoca degli anni ’20 e ’30, tra saline, mulini, tonnare, luoghi Unesco e siti monumentali.

La manifestazione, che secondo gli ultimi dati Fs in Sicilia ha coinvolto oltre 7700 viaggiatori, piazzando la regione al terzo posto, dopo Abruzzo e Toscana, tra quelle con più viaggiatori sui treni d’epoca, partirà il 28 luglio e si articolerà in 23 itinerari e 50 corse. A presentarla oggi è stato il governatore Nello Musumeci, insieme all’assessore regionale al turismo, Sandro Pappalardo e al direttore di Fondazione Fs, Luigi Cantamessa. Destagionalizzare e puntare a un turismo di qualità sono i due obiettivi principali della manifestazione che punta però a lanciare altre iniziative, come annunciato dal presidente Musumeci: “Il prossimo anno saremo nelle condizione di utilizzare i percorsi delle dismesse Ferrovie a scartamento ridotto per trasformarle in piste ciclabili – ha detto –

inoltre, intendiamo chiedere al ministero dei trasporti di creare dei veri Orient Express siciliani, dei treni notturni per una traversata dello Stretto che sia una nuova esperienza, sulle tratte che vanno, ad esempio da Roma a Siracusa e da Roma a Palermo con dei vagoni ristoranti, e altri adibiti al trasporto delle bici”. “Una delle prime linee ad esclusivo uso turistico recuperate nel 2014 per il progetto “Binari senza Tempo” è siciliana – ha precisato Catamessa – è la Agrigento Bassa – Porto Empedocle, conosciuta come Ferrovia dei Templi. La legge 128 dell’agosto anno scorso individua ben 4 Ferrovie storiche in Sicilia – ha aggiunto – Iniziamo con 30 corse, stiamo lavorando al 2019, probabilmente la regione siciliana amplierà il servizio e riusciremo a raddoppiarle, gestendo interi fine settimana e prevedendo così la possibilità di pernottamenti. È un turismo per un viaggiatore colto, che studia e che che torna, e la Sicilia diventerà un consolidato segmento di business”.

Torna la manifestazione realizzata dalla fondazione Ferrovie dello Stato e dalla regione siciliana, con la partecipazione di Slow Food  e che racconta il territorio a bordo di treni d’epoca

di Redazione

C’è il treno dei pani votivi che collega la valle dei templi di Agrigento a Porto Empedocle e racconta la devozione scaramantica a san Calogero e ai suoi “muffuletti”, neri come il santo dell’agrigentino al quale il pane per sfamare i poveri veniva lanciato dai balconi dai ricchi terrorizzati e barricati in casa durante l’epidemia di peste; o quello del cioccolato e delle dolcezze dei territori iblei, dei dolci conventuali, fino al treno della cucina di strada e dei riti di mare che da Catania raggiunge le Gole dell’Alcantara; o, ancora, quello del “Barocco”, lungo la direttrice Siracusa-Noto-Ragusa; il treno

dei paesaggi dello Ionio e delle arance, del pistacchio etneo o del cibo povero delle zolfare, con centinaia di miniere aperte che impegnavano fino a 40mila lavoratori agli inizi del ‘900. Sono i “Treni storici del gusto”, manifestazione realizzata dalla fondazione Ferrovie dello Stato e dalla regione siciliana, grazie a un finanziamento di 700mila euro di fondi comunitari e con la partecipazione di Slow Food  per raccontare il territorio a bordo di treni d’epoca degli anni ’20 e ’30, tra saline, mulini, tonnare, luoghi Unesco e siti monumentali.

La manifestazione, che secondo gli ultimi dati Fs in Sicilia ha coinvolto oltre 7700 viaggiatori, piazzando la regione al terzo posto, dopo Abruzzo e Toscana, tra quelle con più viaggiatori sui treni d’epoca, partirà il 28 luglio e si articolerà in 23 itinerari e 50 corse. A presentarla oggi è stato il governatore Nello Musumeci, insieme all’assessore regionale al turismo, Sandro Pappalardo e al direttore di Fondazione Fs, Luigi Cantamessa. Destagionalizzare e puntare a un turismo di qualità sono i due obiettivi principali della manifestazione che punta però a lanciare altre iniziative, come annunciato dal presidente Musumeci: “Il prossimo anno saremo nelle condizione di utilizzare i percorsi delle dismesse Ferrovie a scartamento ridotto per trasformarle in piste ciclabili – ha detto –

inoltre, intendiamo chiedere al ministero dei trasporti di creare dei veri Orient Express siciliani, dei treni notturni per una traversata dello Stretto che sia una nuova esperienza, sulle tratte che vanno, ad esempio da Roma a Siracusa e da Roma a Palermo con dei vagoni ristoranti, e altri adibiti al trasporto delle bici”. “Una delle prime linee ad esclusivo uso turistico recuperate nel 2014 per il progetto “Binari senza Tempo” è siciliana – ha precisato Catamessa – è la Agrigento Bassa – Porto Empedocle, conosciuta come Ferrovia dei Templi. La legge 128 dell’agosto anno scorso individua ben 4 Ferrovie storiche in Sicilia – ha aggiunto – Iniziamo con 30 corse, stiamo lavorando al 2019, probabilmente la regione siciliana amplierà il servizio e riusciremo a raddoppiarle, gestendo interi fine settimana e prevedendo così la possibilità di pernottamenti. È un turismo per un viaggiatore colto, che studia e che che torna, e la Sicilia diventerà un consolidato segmento di business”.

“Ccà semu” di Luca Vullo approda a Taofilmfest

Attraverso i racconti degli abitanti, il film si sofferma sui cambiamenti della vita a Lampedusa da quando gli sbarchi sono diventati un aspetto della quotidianità

di Redazione

Si intitola “Ccà semu” (siamo qui), come l’espressione utilizzata dagli abitanti di Lampedusa per spiegare il loro posto nel mondo, tra orgoglio e rassegnazione, ed è il documentario del regista nisseno Luca Vullo selezionato al 64° Taormina Film Fest. L’opera, già apprezzata alla 21° edizione del Festival CinemAmbiente di Torino, sarà proiettata il 20 luglio nella sala B del Palazzo dei congressi, alle 16, alla presenza del regista e del produttore. Girato a Lampedusa e prodotto dall’Università UCL di Londra, il documentario è il risultato di una ricerca socio-antropologica della professoressa Michela Franceschelli e della ricercatrice Adele Galipò che analizza gli effetti dell’emigrazione sui lampedusani e sulla piccola isola “porta d’Europa”, stretta nel doppio ruolo di centro simbolico dell’attuale crisi migratoria mediterranea e di comunità isolata alla periferia dell’Unione. Attraverso i racconti degli abitanti, il film si sofferma sui cambiamenti della vita a Lampedusa da quando gli sbarchi sono diventati un aspetto della quotidianità. Vullo lavora da tempo al tema della migrazione, dal documentario “Dallo zolfo al carbone” sui minatori e contadini siciliani diretti alle miniere di carbone del Belgio, fino all’ultimo Influx sui siciliani a Londra, ora on line su Netflix.

Attraverso i racconti degli abitanti, il film si sofferma sui cambiamenti della vita a Lampedusa da quando gli sbarchi sono diventati un aspetto della quotidianità

di Redazione

Si intitola “Ccà semu” (siamo qui), come l’espressione utilizzata dagli abitanti di Lampedusa per spiegare il loro posto nel mondo, tra orgoglio e rassegnazione, ed è il documentario del regista nisseno Luca Vullo selezionato al 64° Taormina Film Fest. L’opera, già apprezzata alla 21° edizione del Festival CinemAmbiente di Torino, sarà proiettata il 20 luglio nella sala B del Palazzo dei congressi, alle 16, alla presenza del regista e del produttore. Girato a Lampedusa e prodotto dall’Università UCL di Londra, il documentario è il risultato di una ricerca socio-antropologica della professoressa Michela Franceschelli e della ricercatrice Adele Galipò che analizza gli effetti dell’emigrazione sui lampedusani e sulla piccola isola “porta d’Europa”, stretta nel doppio ruolo di centro simbolico dell’attuale crisi migratoria mediterranea e di comunità isolata alla periferia dell’Unione. Attraverso i racconti degli abitanti, il film si sofferma sui cambiamenti della vita a Lampedusa da quando gli sbarchi sono diventati un aspetto della quotidianità. Vullo lavora da tempo al tema della migrazione, dal documentario “Dallo zolfo al carbone” sui minatori e contadini siciliani diretti alle miniere di carbone del Belgio, fino all’ultimo Influx sui siciliani a Londra, ora on line su Netflix.

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