Cappella Palatina, Int. 1890

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora.

Palermo-Cappella Palatina-Interno. Stampa all’albumina. (Fondo Ierardi)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora. Palermo-Cappella Palatina-Interno. Stampa all’albumina. (Fondo Ierardi)

Cappella Palatina, Ext. 1890

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Enrico Melendez.

Palermo-Palazzo Reale-Cappella Palatina-L’esterno. Stampa alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Prestipino)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Enrico Melendez. Palermo-Palazzo Reale-Cappella Palatina-L’esterno. Stampa alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Prestipino)

Via Cavour-Via Roma, 1935

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti, Palermo

Palermo ancora non toccata dalle bombe della guerra ma che si è già lasciata alle spalle la Belle époque dei Florio e dei Ducrot.

(Lastra alla gelatina bromuro d’argento N. inventario 91)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti, Palermo

Palermo ancora non toccata dalle bombe della guerra ma che si è già lasciata alle spalle la Belle époque dei Florio e dei Ducrot.

(Lastra alla gelatina bromuro d’argento N. inventario 91)

La Zisa, 1890

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora.

Palermo-La Zisa e albero di pino, 1890 ca, stampa all’albumina (Fondo Prestipino).

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora. Palermo-La Zisa e albero di pino, 1890 ca, stampa all’albumina (Fondo Prestipino).

Piazza Verdi, 1935

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti.

Palermo, Piazza Giuseppe Verdi, 1935 circa, lastra alla gelatina bromuro d’argento (Fondo Bronzetti)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti. Palermo, Piazza Giuseppe Verdi, 1935 circa, lastra alla gelatina bromuro d’argento (Fondo Bronzetti)

I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

La Martorana, 1929

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stabilimento Domenico Anderson. Palermo-Chiesa della Martorana col campanile, stampa alla gelatina bromuro d’argento (Fondo Prestipino).

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stabilimento Domenico Anderson. Palermo-Chiesa della Martorana col campanile, stampa alla gelatina bromuro d’argento (Fondo Prestipino).

La Cattedrale, 1875

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora.

Palermo-Il dietro della Cattedrale, stampa all’albumina (Fondo Ierardi).

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giuseppe Incorpora.

Palermo-Il dietro della Cattedrale, stampa all’albumina (Fondo Ierardi).

(Lastra alla gelatina bromuro d’argento N. inventario 91)

Il collezionista di carretti

A Gesso lo conoscono in tanti, perché è il solo ad avere 81 pupi antichi siciliani alti un metro e 30 catalogati dalla Sovrintendenza di Messina, 51 carretti da ogni parte della Sicilia, 70 campanelli da carrozze, 80 giare, 46 calessi con le ruote di ferro… una collezione unica

di Antonella Lombardi

La sua caccia ai tesori siciliani è iniziata quando aveva appena sei anni, impiegando i soldi della merenda da consumare a scuola per intavolare le prime trattative da piccolo collezionista: prima le monete, poi le cartoline con gli antichi mestieri siciliani, infine gli attrezzi degli artigiani o dei mestieri di strada fino ad arrivare ai pupi del teatro siciliano. Quando la madre lo ha scoperto, ha buttato con leggerezza le sue piccole refurtive, salvo scoprire poi che quell’amore per le tradizioni siciliane era ormai consolidato in Antonio Curcio: a Gesso, piccola frazione di Messina, in tanti lo conoscono e lo ricordano sin da bambino, sempre a caccia di tesori a ogni sgombero o trasloco, negli anni in cui tanti, invece, hanno scelto di liberarsi di molti ricordi che oggi vengono riscoperti (e venduti a caro prezzo) dagli amanti del vintage. Curcio, da sempre affascinato dalle bardature dei carretti comprate insieme al nonno, che di carretti siciliani ne aveva due, oggi ha trasformato la sua casa in un museo, con una collezione unica al mondo che conta, tra i vari pezzi: 81 pupi antichi siciliani alti un metro e 30 catalogati dalla Sovrintendenza di Messina, 51 carretti da ogni parte della Sicilia, 70 campanelli da carrozze, 80 giare, 46 calessi con le ruote di ferro, decine di targhe di carretto, spartiti che i cantastorie vendevano negli intervalli dei loro spettacoli per racimolare qualche soldo, 80 ferri da stiro a carbone e manifesti dell’opera dei Pupi. Il carretto più antico risale alla fine dell’800, proviene dalla provincia messinese e ha la targa originale. Una ricerca sedimentata negli anni, bussando alle porte di proprietari italiani e stranieri, che oggi vanta esemplari unici realizzati con pennello e scalpello da maestri artigiani e che raccontano la storia perduta di un territorio. Ogni pezzo raggiunto con l’ostinazione tipica del collezionista, come il carretto finito del 1925 in Francia e fatto arrivare a Gesso con un camion da Cuneo, o il calesse militare che era appartenuto al generale conte Calvi, lo stesso che nel 1928 sposa Iolanda di Savoia, primogenita del re Vittorio Emanuele III. A renderlo unico è anche la particolare ferratura che consentiva di percorrere i terreni più difficili e impervi.

Tale è poi la passione per i decori tipici della tradizione siciliana dei carradori, specialmente quella propria dello stile orientale, che Curcio ha persino fatto dipingere a mano una vecchia Fiat 500 dai maestri artigiani Biagio Castilletti e Damiano Rotella, della bottega “Rosso Cinabro” di Ragusa Ibla. Un’operazione che ha colpito persino il celebre fotoreporter Steve Mc Curry, di passaggio in Sicilia, che ha condiviso su Instagram la foto della 500 con su dipinta la storia della fondazione di Messina che affonda le sue radici nel mito dello scontro tra Crono e Urano. “La mia è una collezione lunga una vita – spiega Curcio – servono spazi imponenti per mostrare tutti i pezzi raccolti negli anni sulle tradizioni popolari, a me interessa far conoscere a quanta più gente possibile la cultura e la storia del popolo siciliano, raccontando una cultura ormai in via d’estinzione, tra carretti, manufatti, ma anche lavatrici a manovella, ricordo dei primi elettrodomestici arrivati in Sicilia”. Non mancano anche le cartoline dei carretti, “Sono almeno 500 – dice – datano dal 1890 al 1920, con pezzi rarissimi come quella del 1890 del governo trovata in Inghilterra con su scritto ‘affrancatura non autorizzata’. Lo spazio è così poco per tutto questo che posso organizzare visite su richiesta a gruppi di dieci persone al massimo”. Curcio vorrebbe realizzare un museo delle tradizioni popolari e del carretto siciliano in uno spazio apposito per aprire il sito alle visite: “Inizialmente era stata individuata nella zona periferica di Gesso una scuola ormai abbandonata – dice – un sito che, oltre a evitare il degrado ulteriore del plesso, consentiva spazi adeguati per la collezione, ma non se ne è più fatto nulla”. Ma i progetti di questo collezionista instancabile non si fermano qui. Fedele alla storia del suo territorio, Curcio ha addirittura comprato una cava di gesso in disuso. “Qui, come testimonia il nome, fino agli anni Sessanta era attiva una cava di gesso con le fornaci antiche – racconta – per caso sotto terra ho trovato dei piccoli carretti siciliani fatti in gesso. Il sito era abbandonato e io ho deciso di acquistarlo e restaurare i macchinari per trasformarlo in un polo culturale con esposizioni e mostre sulla storia dell’estrazione del gesso nel paese. Il Comune ha approvato il progetto, ora aspettiamo l’uscita di un bando Gal”. Intanto, per chi volesse visitare il museo del carretto o chiedere di mettere a disposizione la collezione per sfilate, eventi cinematografici, matrimoni o feste, è possibile contattare Curcio all’indirizzo e-mail ilconte102@virgilio.it.

A Gesso lo conoscono in tanti, perché è il solo ad avere 81 pupi antichi siciliani alti un metro e 30 catalogati dalla Sovrintendenza di Messina, 51 carretti da ogni parte della Sicilia, 70 campanelli da carrozze, 80 giare, 46 calessi con le ruote di ferro… una collezione unica

di Antonella Lombardi

La sua caccia ai tesori siciliani è iniziata quando aveva appena sei anni, impiegando i soldi della merenda da consumare a scuola per intavolare le prime trattative da piccolo collezionista: prima le monete, poi le cartoline con gli antichi mestieri siciliani, infine gli attrezzi degli artigiani o dei mestieri di strada fino ad arrivare ai pupi del teatro siciliano. Quando la madre lo ha scoperto, ha buttato con leggerezza le sue piccole refurtive, salvo scoprire poi che quell’amore per le tradizioni siciliane era ormai consolidato in Antonio Curcio: a Gesso, piccola frazione di Messina, in tanti lo conoscono e lo ricordano sin da bambino, sempre a caccia di tesori a ogni sgombero o trasloco, negli anni in cui tanti, invece, hanno scelto di liberarsi di molti ricordi che oggi vengono riscoperti (e venduti a caro prezzo) dagli amanti del vintage. Curcio, da sempre affascinato dalle bardature dei carretti comprate insieme al nonno, che di carretti siciliani ne aveva due, oggi ha trasformato la sua casa in un museo, con una collezione unica al mondo che conta, tra i vari pezzi: 81 pupi antichi siciliani alti un metro e 30 catalogati dalla Sovrintendenza di Messina, 51 carretti da ogni parte della Sicilia, 70 campanelli da carrozze, 80 giare, 46 calessi con le ruote di ferro, decine di targhe di carretto, spartiti che i cantastorie vendevano negli intervalli dei loro spettacoli per racimolare qualche soldo, 80 ferri da stiro a carbone e manifesti dell’opera dei Pupi. Il carretto più antico risale alla fine dell’800, proviene dalla provincia messinese e ha la targa originale. Una ricerca sedimentata negli anni, bussando alle porte di proprietari italiani e stranieri, che oggi vanta esemplari unici realizzati con pennello e scalpello da maestri artigiani e che raccontano la storia perduta di un territorio. Ogni pezzo raggiunto con l’ostinazione tipica del collezionista, come il carretto finito del 1925 in Francia e fatto arrivare a Gesso con un camion da Cuneo, o il calesse militare che era appartenuto al generale conte Calvi, lo stesso che nel 1928 sposa Iolanda di Savoia, primogenita del re Vittorio Emanuele III. A renderlo unico è anche la particolare ferratura che consentiva di percorrere i terreni più difficili e impervi.

Tale è poi la passione per i decori tipici della tradizione siciliana dei carradori, specialmente quella propria dello stile orientale, che Curcio ha persino fatto dipingere a mano una vecchia Fiat 500 dai maestri artigiani Biagio Castilletti e Damiano Rotella, della bottega “Rosso Cinabro” di Ragusa Ibla. Un’operazione che ha colpito persino il celebre fotoreporter Steve Mc Curry, di passaggio in Sicilia, che ha condiviso su Instagram la foto della 500 con su dipinta la storia della fondazione di Messina che affonda le sue radici nel mito dello scontro tra Crono e Urano. “La mia è una collezione lunga una vita – spiega Curcio – servono spazi imponenti per mostrare tutti i pezzi raccolti negli anni sulle tradizioni popolari, a me interessa far conoscere a quanta più gente possibile la cultura e la storia del popolo siciliano, raccontando una cultura ormai in via d’estinzione, tra carretti, manufatti, ma anche lavatrici a manovella, ricordo dei primi elettrodomestici arrivati in Sicilia”. Non mancano anche le cartoline dei carretti, “Sono almeno 500 – dice – datano dal 1890 al 1920, con pezzi rarissimi come quella del 1890 del governo trovata in Inghilterra con su scritto ‘affrancatura non autorizzata’. Lo spazio è così poco per tutto questo che posso organizzare visite su richiesta a gruppi di dieci persone al massimo”. Curcio vorrebbe realizzare un museo delle tradizioni popolari e del carretto siciliano in uno spazio apposito per aprire il sito alle visite: “Inizialmente era stata individuata nella zona periferica di Gesso una scuola ormai abbandonata – dice – un sito che, oltre a evitare il degrado ulteriore del plesso, consentiva spazi adeguati per la collezione, ma non se ne è più fatto nulla”. Ma i progetti di questo collezionista instancabile non si fermano qui. Fedele alla storia del suo territorio, Curcio ha addirittura comprato una cava di gesso in disuso. “Qui, come testimonia il nome, fino agli anni Sessanta era attiva una cava di gesso con le fornaci antiche – racconta – per caso sotto terra ho trovato dei piccoli carretti siciliani fatti in gesso. Il sito era abbandonato e io ho deciso di acquistarlo e restaurare i macchinari per trasformarlo in un polo culturale con esposizioni e mostre sulla storia dell’estrazione del gesso nel paese. Il Comune ha approvato il progetto, ora aspettiamo l’uscita di un bando Gal”. Intanto, per chi volesse visitare il museo del carretto o chiedere di mettere a disposizione la collezione per sfilate, eventi cinematografici, matrimoni o feste, è possibile contattare Curcio all’indirizzo e-mail ilconte102@virgilio.it.

“Una storia senza nome” di Roberto Andò va a Venezia

L’ultimo film del regista palermitano si occupa del misterioso furto del Caravaggio. Sarà presentato “Fuori concorso ” alla Mostra internazionale del cinema 

di Redazione

“Una storia senza nome”, il nuovo film del regista Roberto Andò incentrato sul misterioso furto della “Natività” di Caravaggio, trafugata all’oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969, verrà presentato nella selezione ufficiale “Fuori Concorso” alla 75° Mostra Internazionale del cinema di Venezia. L’opera, che ha visto vari set in Sicilia, uscirà in sala il 20 settembre per la 01 Distribution, e ha come interpreti, tra gli altri, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann, Laura Morante e Renato Carpentieri. “Una storia senza nome è un film sul cinema, e mi sembra particolarmente bene augurante e festoso che il suo battesimo avvenga a Venezia – ha detto il regista – nel luogo in cui è nato il primo festival dedicato alla settima arte, una vetrina tra le più prestigiose al mondo. Questo film è un atto di fede, ironico e paradossale, sulle capacità del cinema di investigare la realtà e di trascenderla. Si è sempre sostenuto che l’immaginazione, anche la più potente e visionaria, paghi il prezzo di una impotenza a priori: l’impossibilità di provocare effetti reali. Il mio film, in modo giocoso e, mi auguro divertente, mostra il contrario”. La prossima edizione della mostra del Cinema di Venezia si terrà dal 29 agosto all’8 settembre.

L’ultimo film del regista palermitano si occupa del misterioso furto del Caravaggio. Sarà presentato “Fuori concorso ” alla Mostra internazionale del cinema 

di Redazione

“Una storia senza nome”, il nuovo film del regista Roberto Andò incentrato sul misterioso furto della “Natività” di Caravaggio, trafugata all’oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969, verrà presentato nella selezione ufficiale “Fuori Concorso” alla 75° Mostra Internazionale del cinema di Venezia. L’opera, che ha visto vari set in Sicilia, uscirà in sala il 20 settembre per la 01 Distribution, e ha come interpreti, tra gli altri, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann, Laura Morante e Renato Carpentieri. “Una storia senza nome è un film sul cinema, e mi sembra particolarmente bene augurante e festoso che il suo battesimo avvenga a Venezia – ha detto il regista – nel luogo in cui è nato il primo festival dedicato alla settima arte, una vetrina tra le più prestigiose al mondo. Questo film è un atto di fede, ironico e paradossale, sulle capacità del cinema di investigare la realtà e di trascenderla. Si è sempre sostenuto che l’immaginazione, anche la più potente e visionaria, paghi il prezzo di una impotenza a priori: l’impossibilità di provocare effetti reali. Il mio film, in modo giocoso e, mi auguro divertente, mostra il contrario”. La prossima edizione della mostra del Cinema di Venezia si terrà dal 29 agosto all’8 settembre.

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