“Ninna nanna” palermitana vince il Premio Lauzi

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista siciliana, Giulia Mei, che ha “stregato” la giuria con una canzone scritta in dialetto

di Redazione

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista Giulia Mei, che con il suo brano “A picciridda mia”, cantata in dialetto palermitano, ha vinto il Premio Lauzi per la miglior musica ed il Premio Cora per la migliore interpretazione.

La musicista siciliana, superando lo “scoglio” del dialetto, ha “stregato” la giuria composta, tra gli altri, da Giordano Sangiorgi, Alberto Zeppieri, Andrea Vianello e Rosita Marchese. Ospiti della serata, che si è svota nei giorni scorsi ad Anacapri, in Campania, il giornalista Andrea Scanzi e il cantante Enrico Ruggeri.

“È una ninna nanna d’amore universale – dice Giulia Mei –  che può essere cantata da un genitore a un figlio, da un amante a un altro amante o a se stessi. Un invito a non soffrire più. È la canzone d’amore che si dedica a chi amiamo e vogliamo salvare dal dolore, consapevoli che non possiamo farlo. A questo punto possiamo solo invitare a vivere la sofferenza, passando avanti su ciò che opprime, lasciando andare le cose come devono andare e ‘levandoci manu’, dato che non è possibile controllare tutti i fatti della vita”.

Inoltre, prodotto da Edoardo De Angelis, nei prossimi mesi uscirà il primo album della musicista, che, prima dei recenti riconoscimenti, aveva vinto il Premio Cesa nel 2017 ed era stata finalista a Musicultura e al Premio De Andrè.

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista siciliana, Giulia Mei, che ha “stregato” la giuria con una canzone scritta in dialetto

di Redazione

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista Giulia Mei, che con il suo brano “A picciridda mia”, cantata in dialetto palermitano, ha vinto il Premio Lauzi per la miglior musica ed il Premio Cora per la migliore interpretazione.

La musicista siciliana, superando lo “scoglio” del dialetto, ha “stregato” la giuria composta, tra gli altri, da Giordano Sangiorgi, Alberto Zeppieri, Andrea Vianello e Rosita Marchese. Ospiti della serata, che si è svota nei giorni scorsi ad Anacapri, in Campania, il giornalista Andrea Scanzi e il cantante Enrico Ruggeri.

“È una ninna nanna d’amore universale – dice Giulia Mei –  che può essere cantata da un genitore a un figlio, da un amante a un altro amante o a se stessi. Un invito a non soffrire più. È la canzone d’amore che si dedica a chi amiamo e vogliamo salvare dal dolore, consapevoli che non possiamo farlo. A questo punto possiamo solo invitare a vivere la sofferenza, passando avanti su ciò che opprime, lasciando andare le cose come devono andare e ‘levandoci manu’, dato che non è possibile controllare tutti i fatti della vita”.

Inoltre, prodotto da Edoardo De Angelis, nei prossimi mesi uscirà il primo album della musicista, che, prima dei recenti riconoscimenti, aveva vinto il Premio Cesa nel 2017 ed era stata finalista a Musicultura e al Premio De Andrè.

Perdersi in una città

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. (…) Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni”.

Questo il folgorante incipit degli scritti di Walter Benjamin dedicati a Berlino, raccolti sotto il titolo appunto di Infanzia Berlinese. Ho letto questo libro a vent’anni. Sono certo che l’incontro con questo scrittore/filosofo/umanista d’altri tempi e raffinatissimo flâneur  ha fortemente segnato la mia vita intellettuale.

È forse per questo che provo un grande piacere nell’esplorare, in qualsiasi città io mi trovi, quartieri, strade, stradine, vie e vicoletti a me sconosciuti.

Pur avendo un discreto senso dell’orientamento ed amando le guide e le rappresentazioni cartografiche delle città, grande è la voluttà che provo nel perdere il senso dell’orientamento e nel passeggiare lentamente scoprendo nuovi luoghi.

A Palermo invece mi sposto su traiettorie amiche e conosciute, approfittando della consuetudine, affronto passeggiate urbane ad orari spesso improponibili traendone grande piacere fisico ed intellettuale. E non manca la sorpresa della scoperta.  Pochi giorni fa perdendomi tra le vie del mercato del Capo ho scoperto, e lo dico con un po’ di rossore, piazza sant’Anna al Capo.

Una piazza – terrazza che, affacciandosi sulla cattedrale, ne offre la visione da una prospettiva inaspettata.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. (…) Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni”.

Questo il folgorante incipit degli scritti di Walter Benjamin dedicati a Berlino, raccolti sotto il titolo appunto di Infanzia Berlinese. Ho letto questo libro a vent’anni. Sono certo che l’incontro con questo scrittore/filosofo/umanista d’altri tempi e raffinatissimo flâneur  ha fortemente segnato la mia vita intellettuale.

È forse per questo che provo un grande piacere nell’esplorare, in qualsiasi città io mi trovi, quartieri, strade, stradine, vie e vicoletti a me sconosciuti.

Pur avendo un discreto senso dell’orientamento ed amando le guide e le rappresentazioni cartografiche delle città, grande è la voluttà che provo nel perdere il senso dell’orientamento e nel passeggiare lentamente scoprendo nuovi luoghi.

A Palermo invece mi sposto su traiettorie amiche e conosciute, approfittando della consuetudine, affronto passeggiate urbane ad orari spesso improponibili traendone grande piacere fisico ed intellettuale. E non manca la sorpresa della scoperta.  Pochi giorni fa perdendomi tra le vie del mercato del Capo ho scoperto, e lo dico con un po’ di rossore, piazza sant’Anna al Capo.

Una piazza – terrazza che, affacciandosi sulla cattedrale, ne offre la visione da una prospettiva inaspettata.

Cuticchio fa 70 anni e festeggia a Roncisvalle

Si è concluso sotto la lapide che, sulla piana di Ibaneta, sui Pireni, ricorda la disfatta di Orlando e dei Paladini, il lungo viggio degli artisti italiani che hanno seguito Mimmo Cuticchio tra Francia e Spagna. Quattro giorni, un percorso che si è snodato tra paesini medievali, foreste, abbazie, collegiate: ovunque il gruppo di artisti, intellettuali, narratori – oltre settanta partecipanti, un gruppo che si è ingrossato via via con la partecipazione degli spettatori locali e dei numerosi pellegrini che stavano affrontando il Cammino di Santiago che parte proprio da questi luoghi – ha proposto piccoli spettacoli, racconti, testimonianze.

Particolarmente emozionante l’ultimo tratto, immerso in una fitta nebbia, al suono dell’antico olifante: dalla Collegiata di Roncisvalles, un sentiero tortuoso dentro la foresta ha portato alla piana dove, leggenda vuole e Ariosto racconta, avvenne la battaglia tra saraceni e paladini, traditi da Gano di Magonza. Qui Mimmo Cuticchio ha riproposto il cunto antico della morte di Orlando, che dalle labbra del puparo si è trasformato in un lungo messaggio di esortazione alla pace. Tra tutti i popoli, al di là delle differenze di pelle, religione, razza.

Si è concluso sotto la lapide che, sulla piana di Ibaneta, sui Pireni, ricorda la disfatta di Orlando e dei Paladini, il lungo viggio degli artisti italiani che hanno seguito Mimmo Cuticchio tra Francia e Spagna. Quattro giorni, un percorso che si è snodato tra paesini medievali, foreste, abbazie, collegiate: ovunque il gruppo di artisti, intellettuali, narratori – oltre settanta partecipanti, un gruppo che si è ingrossato via via con la partecipazione degli spettatori locali e dei numerosi pellegrini che stavano affrontando il Cammino di Santiago che parte proprio da questi luoghi – ha proposto piccoli spettacoli, racconti, testimonianze.

Particolarmente emozionante l’ultimo tratto, immerso in una fitta nebbia, al suono dell’antico olifante: dalla Collegiata di Roncisvalles, un sentiero tortuoso dentro la foresta ha portato alla piana dove, leggenda vuole e Ariosto racconta, avvenne la battaglia tra saraceni e paladini, traditi da Gano di Magonza. Qui Mimmo Cuticchio ha riproposto il cunto antico della morte di Orlando, che dalle labbra del puparo si è trasformato in un lungo messaggio di esortazione alla pace. Tra tutti i popoli, al di là delle differenze di pelle, religione, razza.

Il liutaio di Palermo

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Cuticchio, i pupi e un grido di pace a Roncisvalle

Una trasferta nei luoghi epici in cui si combatté la battaglia che portò alla morte del più celebre dei paladini: Orlando. Un luogo dell’anima in cui provare a trovare un senso al modo moderno

di Giulia De Agostino

I pellegrini e i pupi. In un luogo che praticamente non esiste come Roncisvalle o Roncesvalles, come è indicato in Navarra. Perché è un luogo dell’anima, una Collegiata, una chiesa romanica, due taverne. E il passaggio dei pellegrini: bastone in mano, conchiglia al collo, zaini, pronti ad affrontare il Cammino di Santiago di Compostela, che da qui prende le mosse. 

Si fermano, i pellegrini, per ascoltare la trombetta di Pulcinella, il narratore o il cunto antico di Mimmo Cuticchio. Che parla di pace, perché è questo il messaggio che gli artisti italiani – tanti, una compagnia nata qui, con arrivi da tutta la Penisola, dalla Sicilia, da Napoli, dal Nord – stanno portando verso il luogo in cui avvenne la battaglia tra paladini e saraceni, cantata dall’Ariosto. Una disfatta per i cristiani, una vittoria per i musulmani: caddero settanta paladini e con loro il prode Orlando che fino all’ultimo suonò il suo corno. Lo racconterà Mimmo Cuticchio, davanti alla lapide che – sempre in un luogo dell’anima, una piana brulla a cui gli artisti giungeranno oggi, domenica, in carovana, fermandosi per proporre narrazioni, piccoli morceaux di spettacolo – ricorda la morte di Orlando, più o meno 1240 anni fa. 

Il pellegrinaggio dell’arte e del teatro per dire no a tutte le guerre, la scena e i costumi per urlare “non voglio” a chi ti dice di scendere in battaglia contro qualcuno che, come te, ha due braccia, due gambe, due occhi. Roncisvalle aiuta: qui l’aria è rarefatta, il cielo limpido, tutto attorno è verde. Gli artisti camminano nella foresta e arrivano sul piano: c’è chi cerca il famoso Vallo, la gola dell’agguato cantata dall’Ariosto. Non c’è, in compenso vedi avanzare i pellegrini, con il loro bastone. Mimmo Cuticchio si è invece costruito una spada, con rami ed arbusti trovati per via: la brandirà per il cunto, dinanzi a pupo Orlando che, partito da Palermo nudo e crudo, si è “vestito” per strada, ad ogni tappa. Da Saint-Jean-Pied-de-Port – dove gli artisti hanno “assediato” la cittadina medievale, con spettacoli in ogni vicolo – verso Ibañeta, nella piana sui Pirenei, al confine tra Francia e Spagna: con una sosta alla Vergine di Biankorri, poi su, fino al Monastero Itzandegia per raggiungere poi il Puerto de Ibañeta in spagnolo o Col de Roncevaux in francese. Con il pubblico che segue in silenzio, e poi scoppia in un applauso: finora agli artisti si sono sommati i racconti dei  Pari, intellettuali che hanno accompagnato il cammino, ciascuno a  proprio modo.   Sono: Lara Albanese (astrofisica), Giuseppe Barbera (agronomo), Giuseppe Bucaro (sacerdote),  Corrado Bologna (filologo), Caterina Greco (archeologa), Valeria Patrizia Li Vigni (antropologa), Beatrice Monroy (scrittrice), Giuliano Scabia (poeta), Marino Sinibaldi (giornalista) e Sebastiano Tusa (archeologo del mare). 

“Qui avvenne la leggendaria battaglia di Roncisvalle, la cui realtà storica è stata trasfigurata in Occidente dalle Chansons des geste e trasmessa dalla tradizione orale – dice Mimmo Cuticchio che ha voluto questo ‘pellegrinaggio’ nell’anno in cui ha compiuto settant’anni – . Il nobile gesto del paladino Orlando, devoto al suo imperatore Carlo Magno, che decide di sacrificare la propria vita in una battaglia che non può vincere, ma che va combattuta comunque per senso del dovere: tutto questo rappresenta per noi l’ideale della “Straziante meravigliosa bellezza del creato”, sottotitolo preso in prestito da Pasolini per La Macchina dei Sogni, il festival di teatro di figura. Il senso profondo di questa esperienza, racchiuso nella fede di un ideale, coincide con la bellezza della natura, con il mistero dell’universo, della vita stessa e rifugge dai motivi che alimentano le guerre e da tutte le etichette, anche religiose, che limitano il benessere e la crescita spirituale degli uomini”. La Macchina dei Sogni è inserita nel cartellone di Palermo Capitale Italiana della Cultura. 

Una trasferta nei luoghi epici in cui si combatté la battaglia che portò alla morte del più celebre dei paladini: Orlando. Un luogo dell’anima in cui provare a trovare un senso al modo moderno

di Giulia De Agostino

http://magazine.leviedeitesori.com/wp-content/uploads/sites/4/2018/07/Mimmo-Cuticchio-a-Roncisvalle.jpg

I pellegrini e i pupi. In un luogo che praticamente non esiste come Roncisvalle o Roncesvalles, come è indicato in Navarra. Perché è un luogo dell’anima, una Collegiata, una chiesa romanica, due taverne. E il passaggio dei pellegrini: bastone in mano, conchiglia al collo, zaini, pronti ad affrontare il Cammino di Santiago di Compostela, che da qui prende le mosse.

Si fermano, i pellegrini, per ascoltare la trombetta di Pulcinella, il narratore o il cunto antico di Mimmo Cuticchio. Che parla di pace, perché è questo il messaggio che gli artisti italiani – tanti, una compagnia nata qui, con arrivi da tutta la Penisola, dalla Sicilia, da Napoli, dal Nord – stanno portando verso il luogo in cui avvenne la battaglia tra paladini e saraceni, cantata dall’Ariosto. Una disfatta per i cristiani, una vittoria per i musulmani: caddero settanta paladini e con loro il prode Orlando che fino all’ultimo suonò il suo corno. Lo racconterà Mimmo Cuticchio, davanti alla lapide che – sempre in un luogo dell’anima, una piana brulla a cui gli artisti giungeranno oggi, domenica, in carovana, fermandosi per proporre narrazioni, piccoli morceaux di spettacolo – ricorda la morte di Orlando, più o meno 1240 anni fa.

Il pellegrinaggio dell’arte e del teatro per dire no a tutte le guerre, la scena e i costumi per urlare “non voglio” a chi ti dice di scendere in battaglia contro qualcuno che, come te, ha due braccia, due gambe, due occhi. Roncisvalle aiuta: qui l’aria è rarefatta, il cielo limpido, tutto attorno è verde. Gli artisti camminano nella foresta e arrivano sul piano: c’è chi cerca il famoso Vallo, la gola dell’agguato cantata dall’Ariosto. Non c’è, in compenso vedi avanzare i pellegrini, con il loro bastone. Mimmo Cuticchio si è invece costruito una spada, con rami ed arbusti trovati per via: la brandirà per il cunto, dinanzi a pupo Orlando che, partito da Palermo nudo e crudo, si è “vestito” per strada, ad ogni tappa. Da Saint-Jean-Pied-de-Port – dove gli artisti hanno “assediato” la cittadina medievale, con spettacoli in ogni vicolo – verso Ibañeta, nella piana sui Pirenei, al confine tra Francia e Spagna: con una sosta alla Vergine di Biankorri, poi su, fino al Monastero Itzandegia per raggiungere poi il Puerto de Ibañeta in spagnolo o Col de Roncevaux in francese. Con il pubblico che segue in silenzio, e poi scoppia in un applauso: finora agli artisti si sono sommati i racconti dei  Pari, intellettuali che hanno accompagnato il cammino, ciascuno a  proprio modo.   Sono: Lara Albanese (astrofisica), Giuseppe Barbera (agronomo), Giuseppe Bucaro (sacerdote),  Corrado Bologna (filologo), Caterina Greco (archeologa), Valeria Patrizia Li Vigni (antropologa), Beatrice Monroy (scrittrice), Giuliano Scabia (poeta), Marino Sinibaldi (giornalista) e Sebastiano Tusa (archeologo del mare).

“Qui avvenne la leggendaria battaglia di Roncisvalle, la cui realtà storica è stata trasfigurata in Occidente dalle Chansons des geste e trasmessa dalla tradizione orale – dice Mimmo Cuticchio che ha voluto questo ‘pellegrinaggio’ nell’anno in cui ha compiuto settant’anni – . Il nobile gesto del paladino Orlando, devoto al suo imperatore Carlo Magno, che decide di sacrificare la propria vita in una battaglia che non può vincere, ma che va combattuta comunque per senso del dovere: tutto questo rappresenta per noi l’ideale della “Straziante meravigliosa bellezza del creato”, sottotitolo preso in prestito da Pasolini per La Macchina dei Sogni, il festival di teatro di figura. Il senso profondo di questa esperienza, racchiuso nella fede di un ideale, coincide con la bellezza della natura, con il mistero dell’universo, della vita stessa e rifugge dai motivi che alimentano le guerre e da tutte le etichette, anche religiose, che limitano il benessere e la crescita spirituale degli uomini”. La Macchina dei Sogni è inserita nel cartellone di Palermo Capitale Italiana della Cultura.

Modica, un premio al padre del cioccolato

Al via la prima edizione del premio “Mani di questa terra” dedicato al padre del cioccolato di Modica, Franco Ruta

di Redazione

Lo hanno definito il padre del cioccolato artigianale di Modica, l’ambasciatore del cioccolato modicano nel mondo. Franco Ruta (1943-2016), patron della storica “Dolceria Bonajuto”, ha recuperato, agli inizi degli anni Novanta, un prodotto tradizionale oramai quasi dimenticato e ne ha fatto una golosità famosa in tutto il mondo che costituisce tuttora uno straordinario volano di sviluppo e di economia per la città della contea. Ma Franco Ruta, oltre che imprenditore nel settore dolciario, è stato anche un antesignano nel campo dell’informatica, della certificazione alimentare, editore di libri, fotoreporter e molto altro. A lui è dedicato l’incontro “Le mani di Franco” che si terrà martedì dalle ore 20 a Palazzo Grimaldi, nell’ambito della mostra “Mani di questa terra” del fotografo e regista Giovani Caccamo.

L’evento è associato alla prima edizione del premio “Mani di questa Terra”, che annovererà tra gli altri nomi anche quello di Franco Ruta (premio alla memoria), cui sarà dedicata la prima parte della serata. Parlerà fra gli altri Giovanni Criscione, storico e giornalista, autore del volume “La dolceria Bonajuto. Storia della cioccolateria più antica di Sicilia”. Nella seconda parte della serata si terrà la cerimonia di consegna dei premi.

Al via la prima edizione del premio “Mani di questa terra” dedicato al padre del cioccolato di Modica, Franco Ruta

di Redazione

Lo hanno definito il padre del cioccolato artigianale di Modica, l’ambasciatore del cioccolato modicano nel mondo. Franco Ruta (1943-2016), patron della storica “Dolceria Bonajuto”, ha recuperato, agli inizi degli anni Novanta, un prodotto tradizionale oramai quasi dimenticato e ne ha fatto una golosità famosa in tutto il mondo che costituisce tuttora uno straordinario volano di sviluppo e di economia per la città della contea. Ma Franco Ruta, oltre che imprenditore nel settore dolciario, è stato anche un antesignano nel campo dell’informatica, della certificazione alimentare, editore di libri, fotoreporter e molto altro. A lui è dedicato l’incontro “Le mani di Franco” che si terrà martedì dalle ore 20 a Palazzo Grimaldi, nell’ambito della mostra “Mani di questa terra” del fotografo e regista Giovani Caccamo.

L’evento è associato alla prima edizione del premio “Mani di questa Terra”, che annovererà tra gli altri nomi anche quello di Franco Ruta (premio alla memoria), cui sarà dedicata la prima parte della serata. Parlerà fra gli altri Giovanni Criscione, storico e giornalista, autore del volume “La dolceria Bonajuto. Storia della cioccolateria più antica di Sicilia”. Nella seconda parte della serata si terrà la cerimonia di consegna dei premi.

Turismo culturale accordo Gam-Gesap

Ai passeggeri e turisti in arrivo nello scalo palermitano verranno fornite informazioni sul museo, grazie a una nuova iniziativa

di Redazione

La Galleria d’Arte Moderna e la Gesap, società di gestione dell’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo, hanno avviato un’ attività di promozione di turismo culturale. In alcuni giorni della settimana, da un apposito desk, saranno fornite ai passeggeri in arrivo tutte le informazioni sul museo e sulle sue attività. Nell’anno in cui Palermo è Capitale italiana della cultura e ospita una importante iniziativa come Manifesta 12, lo scalo palermitano e la Galleria d’Arte Moderna diventano così per turisti e viaggiatori che arrivano in città la vetrina della ricca offerta culturale di un’ istituzione museale, da tempo inserita nei circuiti nazionali e internazionali.

“Un nuovo tassello del progetto di città accogliente, che ‘coccola’ i tanti turisti e visitatori”, spiega il sindaco Leoluca Orlando. Infine, su impulso della direttrice della Galleria d’Arte Moderna Antonella Purpura, che ha fortemente voluto questa collaborazione, al pubblico che si fermerà al desk verrà donato un volume proveniente dal fondo storico del museo e un coupon per un ingresso ridotto.

Ai passeggeri e turisti in arrivo nello scalo palermitano verranno fornite informazioni sul museo, grazie a una nuova iniziativa

di Redazione

La Galleria d’Arte Moderna e la Gesap, società di gestione dell’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo, hanno avviato un’ attività di promozione di turismo culturale. In alcuni giorni della settimana, da un apposito desk, saranno fornite ai passeggeri in arrivo tutte le informazioni sul museo e sulle sue attività. Nell’anno in cui Palermo è Capitale italiana della cultura e ospita una importante iniziativa come Manifesta 12, lo scalo palermitano e la Galleria d’Arte Moderna diventano così per turisti e viaggiatori che arrivano in città la vetrina della ricca offerta culturale di un’ istituzione museale, da tempo inserita nei circuiti nazionali e internazionali.

“Un nuovo tassello del progetto di città accogliente, che ‘coccola’ i tanti turisti e visitatori”, spiega il sindaco Leoluca Orlando. Infine, su impulso della direttrice della Galleria d’Arte Moderna Antonella Purpura, che ha fortemente voluto questa collaborazione, al pubblico che si fermerà al desk verrà donato un volume proveniente dal fondo storico del museo e un coupon per un ingresso ridotto.

Quell’affresco di Guttuso nella chiesa di Aspra

Il pittore, giovane e ancora lontano dal diventare l’artista conosciuto nel mondo, realizzò la sua opera che però non piacque e venne “cancellata”. È stata ritrovata dopo un restauro

di Giuseppe Messina

C’erano volute riunioni infinite, interventi a livelli diversi, processioni, preghiere, novene, un’attività lunga tra il sacro ed il profano, un’attenzione continua lunga quattro anni dal 1921, perché il sacerdote Giuseppe Cipolla riuscisse a riunire nello studio di un notaio i cinque proprietari di una cappella dove aveva per anni celebrato riti e messe ed ottenesse così la stipula di un contratto con il quale il religioso faceva acquisire al patrimonio della Chiesa aree e terreni limitrofi alla cappella, così da potere allargare la cappella stessa e dotare quindi Aspra di una vera chiesa parrocchiale aperta al culto dei fedeli. Eravamo nel 1926 e da qual momento il sacerdote mai domo ricorse a collette, spettacoli cinematografici all’aperto, recite di commedie, lotterie così da mettere insieme un bel gruzzolo per i lavori.

Finalmente il 23 gennaio del 1930, il cardinale Lavitrano conferì a Cipolla il possesso canonico della chiesa parrocchiale e il sacerdote divenne così il primo e mai dimenticato parroco nella borgata marinara bagherese. La nuova parrocchia venne dedicata alla Beata Vergine Maria Addolorata considerata la salvatrice di tre pescatori che a lei si erano rivolti quando la loro barca si era capovolta durante una furiosa tempesta. Il prete poté così concelebrare la funzione per l’erezione canonica della parrocchia.

Ma le pareti della chiesa erano vuote, a meno di un pregevole quadro dell’Immacolata del ‘700, che oggi sembra confinato in un angolo della chiesa fuori dallo sguardo dei frettolosi fedeli e turisti. Per abbellire la struttura Don Cipolla pensò subito di sfruttare le qualità artistiche, di cui si cominciava a parlare, di un giovane pittore di Bagheria di nome Renato Guttuso. Il giovane Guttuso non aveva “passione” per le cose di Chiesa ma un buon rapporto di amicizia col sacerdote e un gran bisogno di una certa, seppur limitata, quantità di denaro che gli permettesse di raggiungere Assisi, dove aveva vinto un concorso per il restauro di un dipinto di Giotto. Don Cipolla incaricò quindi Guttuso di affrescare il tetto sopra l’altare, i due lati al fianco dell’altare maggiore e la volta antistante l’abside.

Commise un errore, però, perché non sottopose i bozzetti all’approvazione e al parere della “Commissione dell’arte sacra”. Così gli affreschi ebbero vita breve, perché il cardinale Lavitrano, chiese a Cipolla di fare “imbiancare” i dipinti “opera di un ateo comunista” e quindi non adatti a un luogo di culto.

Oggi gli affreschi, dopo un lungo restauro, sono di nuovo visibili per merito dell’intervento, nel 1991, di don Raffaele Mangano, ma i lavori non furono portati a termine. Dieci anni dopo uno stanziamento milionario avrebbe dovuto recuperare integralmente i dipinti, ma difficoltà non fecero procedere i lavori. I dipinti attendono tempi migliori, ma anche così come sono adesso rappresentano un gioiello dell’arte del grande pittore bagherese e un pezzo della storia del borgo marinaro. La chiesa di Aspra merita senz’altro un’attenta visita.

Il pittore, giovane e ancora lontano dal diventare l’artista conosciuto nel mondo, realizzò la sua opera che però non piacque e venne “cancellata”. È stata ritrovata dopo un restauro

di Giuseppe Messina

C’erano volute riunioni infinite, interventi a livelli diversi, processioni, preghiere, novene, un’attività lunga tra il sacro ed il profano, un’attenzione continua lunga quattro anni dal 1921, perché il sacerdote Giuseppe Cipolla riuscisse a riunire nello studio di un notaio i cinque proprietari di una cappella dove aveva per anni celebrato riti e messe ed ottenesse così la stipula di un contratto con il quale il religioso faceva acquisire al patrimonio della Chiesa aree e terreni limitrofi alla cappella, così da potere allargare la cappella stessa e dotare quindi Aspra di una vera chiesa parrocchiale aperta al culto dei fedeli. Eravamo nel 1926 e da qual momento il sacerdote mai domo ricorse a collette, spettacoli cinematografici all’aperto, recite di commedie, lotterie così da mettere insieme un bel gruzzolo per i lavori.

Finalmente il 23 gennaio del 1930, il cardinale Lavitrano conferì a Cipolla il possesso canonico della chiesa parrocchiale e il sacerdote divenne così il primo e mai dimenticato parroco nella borgata marinara bagherese. La nuova parrocchia venne dedicata alla Beata Vergine Maria Addolorata considerata la salvatrice di tre pescatori che a lei si erano rivolti quando la loro barca si era capovolta durante una furiosa tempesta. Il prete poté così concelebrare la funzione per l’erezione canonica della parrocchia.

Ma le pareti della chiesa erano vuote, a meno di un pregevole quadro dell’Immacolata del ‘700, che oggi sembra confinato in un angolo della chiesa fuori dallo sguardo dei frettolosi fedeli e turisti. Per abbellire la struttura Don Cipolla pensò subito di sfruttare le qualità artistiche, di cui si cominciava a parlare, di un giovane pittore di Bagheria di nome Renato Guttuso. Il giovane Guttuso non aveva “passione” per le cose di Chiesa ma un buon rapporto di amicizia col sacerdote e un gran bisogno di una certa, seppur limitata, quantità di denaro che gli permettesse di raggiungere Assisi, dove aveva vinto un concorso per il restauro di un dipinto di Giotto. Don Cipolla incaricò quindi Guttuso di affrescare il tetto sopra l’altare, i due lati al fianco dell’altare maggiore e la volta antistante l’abside.

Commise un errore, però, perché non sottopose i bozzetti all’approvazione e al parere della “Commissione dell’arte sacra”. Così gli affreschi ebbero vita breve, perché il cardinale Lavitrano, chiese a Cipolla di fare “imbiancare” i dipinti “opera di un ateo comunista” e quindi non adatti a un luogo di culto.

Oggi gli affreschi, dopo un lungo restauro, sono di nuovo visibili per merito dell’intervento, nel 1991, di don Raffaele Mangano, ma i lavori non furono portati a termine. Dieci anni dopo uno stanziamento milionario avrebbe dovuto recuperare integralmente i dipinti, ma difficoltà non fecero procedere i lavori. I dipinti attendono tempi migliori, ma anche così come sono adesso rappresentano un gioiello dell’arte del grande pittore bagherese e un pezzo della storia del borgo marinaro. La chiesa di Aspra merita senz’altro un’attenta visita.

I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

Villa Giulia, 1935

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti.

Palermo-Villa Giulia, 1935, lastra alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Bronzetti)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti. Palermo-Villa Giulia, 1935, lastra alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Bronzetti)

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