Porta Nuova, 1908

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stereo-Travel & Co.

Palermo, Porta Nuova vista da piazza Indipendenza, 1908. Stampa stereoscopica alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Pansini)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stereo-Travel & Co.

Palermo, Porta Nuova vista da piazza Indipendenza, 1908. Stampa stereoscopica alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Pansini)

Quattro Canti, 1935

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti

Palermo, Quattro Canti di Città, 1935. Lastra alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Bronzetti)

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Eugenio Bronzetti

Palermo, Quattro Canti di Città, 1935. Lastra alla gelatina bromuro d’argento. (Fondo Bronzetti)

Una fisarmonica  “targata” Vietnam

Nguyen è arrivata a Palermo con una borsa di studio, qui ha incontrato lo strumento ed è stato amore a prima vista. Adesso è tempo di concerti: questa sera a Roccapalumba

di Redazione

Se dici fisarmonica pensi alla musica popolare romagnola o siciliana, magari a qualche baglio in cui attorno a questo antico strumento si riunisce una comunità contadina a festeggiare. Difficile pensare a una ragazza di 28 anni nata dall’altra parte del mondo, in Vietnam. E invece è proprio quello che dovete immaginare. Lei si chiama Nguyen Tue Quyen è nata ad Hanoi, 28 anni fa. E’ arrivata in Sicilia come vincitrice di  una borsa di studio all’università di Palermo. Qualche anno dopo un amico gli regala una fisarmonica e fin dal primo momento nasce un feeling incredibile tra lei e lo strumento. Inizia a prendere lezioni private, seguire corsi ed esibirsi. Suona soprattutto musica folk principalmente mazurke. 

Adesso è giunto il momento di un concerto tutto suo. Lo farà nell’ambito della manifestazione “Le Notti di BCsicilia”. Questa sera alle 21,30 è il momento di “Una piazza, una fisarmonica: la musica di Quyen Nguyen Tue”. L’appuntamento è  in piazza Regina Elena a Roccapalumba. La manifestazione è promossa da BCsicilia,  per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, in collaborazione con il Comune di Roccapalumba e con il patrocinio dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali.

Nguyen è arrivata a Palermo con una borsa di studio, qui ha incontrato lo strumento ed è stato amore a prima vista. Adesso è tempo di concerti: questa sera a Roccapalumba

di Redazione

Se dici fisarmonica pensi alla musica popolare romagnola o siciliana, magari a qualche baglio in cui attorno a questo antico strumento si riunisce una comunità contadina a festeggiare. Difficile pensare a una ragazza di 28 anni nata dall’altra parte del mondo, in Vietnam. E invece è proprio quello che dovete immaginare. Lei si chiama Nguyen Tue Quyen è nata ad Hanoi, 28 anni fa. E’ arrivata in Sicilia come vincitrice di  una borsa di studio all’università di Palermo. Qualche anno dopo un amico gli regala una fisarmonica e fin dal primo momento nasce un feeling incredibile tra lei e lo strumento. Inizia a prendere lezioni private, seguire corsi ed esibirsi. Suona soprattutto musica folk principalmente mazurke. 

Adesso è giunto il momento di un concerto tutto suo. Lo farà nell’ambito della manifestazione “Le Notti di BCsicilia”. Questa sera alle 21,30 è il momento di “Una piazza, una fisarmonica: la musica di Quyen Nguyen Tue”. L’appuntamento è  in piazza Regina Elena a Roccapalumba. La manifestazione è promossa da BCsicilia,  per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, in collaborazione con il Comune di Roccapalumba e con il patrocinio dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali.

Il mare si mette in mostra, ecco il Museo dell’acciuga

Nella frazione di Bagheria, il funambolico Michelangelo Balistreri raccoglie, conserva e restaura pezzi di storia siciliana, legata ai piccoli pesci argentei che popolano i mari dell’Isola

di Giuseppe Messina

C’è un borgo marinaro alle porte di Palermo, Aspra, una frazione amministrativa di Bagheria, il grosso centro meta delle nobiltà palermitana del ‘700 che là volle edificare ville stupende per il loro sollazzo estivo tra i giardini di agrumi che coprivano gran parte del territorio. E se tra i giardini in primavera ci si inebriava con il profumo della zagara, nel borgo marinaro a qualche chilometro del paese si respirava un altro profumo, quello della brezza marina. E qui i pescatori, lontani dalle magnificenze nobiliari, lavoravano le acciughe, da anni, da secoli, da millenni.

Dell’acciuga sotto sale il funambolico Michelangelo Balistreri, ne ha fatto un museo. Lui, factotum del museo ma anche poeta, dice che i piccoli pesci argentei che popolano i nostri mari meridionali, non sono altro che stelle del firmamento cadute nei profondi abissi mediterranei perché gli umili pescatori potessero riempire le proprie reti e potessero così soddisfare le loro semplici esigenze di vita e  mitigare la loro fame e quella dei loro figli. E l’argento dei pesci diventa quindi anche argento, ricchezza, motivo e fine delle loro esistenze.

Nasce prima dell’arrivo di Cristo sulla terra la pratica della conservazione delle acciughe sotto sale. Pesce e sale, due poveri prodotti del mare che si unirono quasi per caso e che nel corso dei millenni hanno sancito un’unione che il progresso tecnologico non è mai riuscito a scalfire. Cibo povero, ma anche cibo per ricchi. Perché le acciughe venivano servite in vari modi nelle tavole dei patrizi della Roma antica. Il succo estratto dalla spremitura del prodotto salato, condiva pietanze di pesce e di carne, rendeva morbide e più commestibili le gallette distribuite ai rematori dei galeoni del tempo. E la pratica delle conservazione delle acciughe sotto sale, pressoché inalterata si è protratta nel tempo. Le coste della Sicilia e parte del meridione italiano ne sono la patria indiscussa.

Erano tanti un tempo gli stabilimenti, grandi e piccoli, disseminati lungo le coste, che si occupavano della lunga e difficile arte della salagione. Sì, proprio un’arte, perché nessuno ha mai potuto codificare scientificamente il giusto periodo di salagione per ottenere il prodotto di pregio. Dipende da tanti fattori, dice Michelangelo quali la temperatura, l’umidità, il legno dei tini che dovrà accogliere i piccoli pesci nella prima fase della lavorazione, il sale naturalmente marino. Balistreri ha voluto conservare la memoria di tutto questo e nel suo museo sono in mostra le vecchie attrezzature per la salagione, le lastre litografiche per la stampa del nome dei produttori nei “lannuni” che contenevano le acciughe, una vecchia macchina “aggraffatrice” che un nerboruto operaio azionava a mano facendo in modo che il coperchio di lucente latta aderisse al contenitore del pesce salato.

E poi foto, ex voto, pezzi di vecchie barche in disuso e barche già recuperate. Ci sono le vecchie panche dove operaie vecchie e giovani, rimanevano sedute per ore, intente a deliscare le piccole e tenere acciughe per riporle nei contenitori con l’olio d’oliva. Un tipo di lavoro che ancora oggi non può essere sostituito da macchine. Quanti di noi lo abbiamo pensato quando mangiamo una tartina imburrata attraversata dall’acciuga durante le nostra sontuose apericene?

Michelangelo raccoglie, conserva, restaura pezzi di storia siciliana e nel museo si ritrova la Sicilia di un tempo, ma anche la Sicilia del riscatto che Michelangelo canta e recita per i tanti giovani e non che visitano questo singolare museo. Lui di volta in volta si trasforma in storico, in cantastorie, in poeta, in musicista, in inventore, in pittore.

Durante la visita le immagini si susseguono in una apparente confusione, ma ti trasmettono anche le atmosfere che il quel luogo si susseguivano durante cicli di lavorazione. Si immaginano gli uomini con le mani dalla pelle solcata dal sale, che si muovono indaffarati e senza un apparente ordine  tra le sale dello stabilimento ora trasformate in luogo storico e di apprendimento.

Nella frazione di Bagheria, il funambolico Michelangelo Balistreri raccoglie, conserva e restaura pezzi di storia siciliana, legata ai piccoli pesci argentei che popolano i mari dell’Isola

di Giuseppe Messina

C’è un borgo marinaro alle porte di Palermo, Aspra, una frazione amministrativa di Bagheria, il grosso centro meta delle nobiltà palermitana del ‘700 che là volle edificare ville stupende per il loro sollazzo estivo tra i giardini di agrumi che coprivano gran parte del territorio. E se tra i giardini in primavera ci si inebriava con il profumo della zagara, nel borgo marinaro a qualche chilometro del paese si respirava un altro profumo, quello della brezza marina. E qui i pescatori, lontani dalle magnificenze nobiliari, lavoravano le acciughe, da anni, da secoli, da millenni.

Dell’acciuga sotto sale il funambolico Michelangelo Balistreri, ne ha fatto un museo. Lui, factotum del museo ma anche poeta, dice che i piccoli pesci argentei che popolano i nostri mari meridionali, non sono altro che stelle del firmamento cadute nei profondi abissi mediterranei perché gli umili pescatori potessero riempire le proprie reti e potessero così soddisfare le loro semplici esigenze di vita e  mitigare la loro fame e quella dei loro figli. E l’argento dei pesci diventa quindi anche argento, ricchezza, motivo e fine delle loro esistenze.

Nasce prima dell’arrivo di Cristo sulla terra la pratica della conservazione delle acciughe sotto sale. Pesce e sale, due poveri prodotti del mare che si unirono quasi per caso e che nel corso dei millenni hanno sancito un’unione che il progresso tecnologico non è mai riuscito a scalfire. Cibo povero, ma anche cibo per ricchi. Perché le acciughe venivano servite in vari modi nelle tavole dei patrizi della Roma antica. Il succo estratto dalla spremitura del prodotto salato, condiva pietanze di pesce e di carne, rendeva morbide e più commestibili le gallette distribuite ai rematori dei galeoni del tempo. E la pratica delle conservazione delle acciughe sotto sale, pressoché inalterata si è protratta nel tempo. Le coste della Sicilia e parte del meridione italiano ne sono la patria indiscussa.

Erano tanti un tempo gli stabilimenti, grandi e piccoli, disseminati lungo le coste, che si occupavano della lunga e difficile arte della salagione. Sì, proprio un’arte, perché nessuno ha mai potuto codificare scientificamente il giusto periodo di salagione per ottenere il prodotto di pregio. Dipende da tanti fattori, dice Michelangelo quali la temperatura, l’umidità, il legno dei tini che dovrà accogliere i piccoli pesci nella prima fase della lavorazione, il sale naturalmente marino. Balistreri ha voluto conservare la memoria di tutto questo e nel suo museo sono in mostra le vecchie attrezzature per la salagione, le lastre litografiche per la stampa del nome dei produttori nei “lannuni” che contenevano le acciughe, una vecchia macchina “aggraffatrice” che un nerboruto operaio azionava a mano facendo in modo che il coperchio di lucente latta aderisse al contenitore del pesce salato.

E poi foto, ex voto, pezzi di vecchie barche in disuso e barche già recuperate. Ci sono le vecchie panche dove operaie vecchie e giovani, rimanevano sedute per ore, intente a deliscare le piccole e tenere acciughe per riporle nei contenitori con l’olio d’oliva. Un tipo di lavoro che ancora oggi non può essere sostituito da macchine. Quanti di noi lo abbiamo pensato quando mangiamo una tartina imburrata attraversata dall’acciuga durante le nostra sontuose apericene?

Michelangelo raccoglie, conserva, restaura pezzi di storia siciliana e nel museo si ritrova la Sicilia di un tempo, ma anche la Sicilia del riscatto che Michelangelo canta e recita per i tanti giovani e non che visitano questo singolare museo. Lui di volta in volta si trasforma in storico, in cantastorie, in poeta, in musicista, in inventore, in pittore.

Durante la visita le immagini si susseguono in una apparente confusione, ma ti trasmettono anche le atmosfere che il quel luogo si susseguivano durante cicli di lavorazione. Si immaginano gli uomini con le mani dalla pelle solcata dal sale, che si muovono indaffarati e senza un apparente ordine  tra le sale dello stabilimento ora trasformate in luogo storico e di apprendimento.

A lezione di argilla e archeologia

Al museo archeologico di Marianopoli un laboratorio manipolativo dell’argilla per sperimentare le tecniche usate dall’uomo dalla preistoria fino all’età contemporanea

di Redazione

Un laboratorio per lavorare l’argilla e sperimentare le tecniche decorative e pittoriche usate dall’uomo dalla preistoria fino all’età contemporanea. È l’iniziativa organizzata dall’associazione Bc Sicilia a Marianopoli (Cl) domani 3 agosto, dalle 10 all’interno del museo archeologico nell’ambito della sesta edizione della Giornata della cultura programmata dall’amministrazione comunale.

I partecipanti potranno osservare i reperti esposti con particolare attenzione alle decorazioni incise e alle decorazioni pittoriche ornamentali a motivi geometrici, floreali e zoomorfi.

Successivamente, nel cortile esterno del museo, si lavorerà l’argilla per sperimentare le tecniche preistoriche e si decoreranno manufatti in terracotta per riprodurre quelle moderne.

Al museo archeologico di Marianopoli un laboratorio manipolativo dell’argilla per sperimentare le tecniche usate dall’uomo dalla preistoria fino all’età contemporanea

di Redazione

Un laboratorio per lavorare l’argilla e sperimentare le tecniche decorative e pittoriche usate dall’uomo dalla preistoria fino all’età contemporanea. È l’iniziativa organizzata dall’associazione Bc Sicilia a Marianopoli (Cl) domani 3 agosto, a partire dalle 10 all’interno del museo archeologico nell’ambito della sesta edizione della Giornata della cultura programmata dall’amministrazione comunale.

I partecipanti potranno osservare i reperti esposti con particolare attenzione alle decorazioni incise e alle decorazioni pittoriche ornamentali a motivi geometrici, floreali e zoomorfi.

Successivamente, nel cortile esterno del museo, si lavorerà l’argilla per sperimentare le tecniche preistoriche e si decoreranno manufatti in terracotta per riprodurre quelle moderne.

Albe e tramonti nei luoghi del mito

Esperti, archeologi, dei ed eroi dell’Olimpo animeranno le visite nella Valle dei Templi offrendo un percorso onirico dall’alba al tramonto. E per gli amanti dell’archeologia nell’Agrigentino ci sono altri due siti da scoprire

di Redazione

Scoprire i luoghi del mito accompagnati da esperti e divinità dell’Olimpo, protagonisti di spettacoli all’alba o di racconti lungo un percorso dal tramonto alla sera. Sono alcune delle esperienze possibili al parco archeologico della Valle dei Templi e in altri siti dell’Agrigentino. A organizzarle è Coopculture, dopo il lancio in via sperimentale avviato lo scorso anno. “Abbiamo ricevuto tante richieste, per cui abbiamo scelto di istituzionalizzare le visite serali alla Valle che proseguiranno fino al 15 settembre”, spiega Leonardo Guarnieri di Coopculture.

Fino al 15 settembre tutti i giorni, a partire dalle 21, i visitatori, accompagnati da una guida, andranno dal Tempio di Giunone a quello della Concordia con al collo delle lucine che consentiranno di illuminare un percorso lungo il quale storia del mito e archeologia si intrecciano. Un’esperienza che all’alba, nel sito della Valle dei Templi, si amplificherà nelle “visite teatralizzate” (in programma le domeniche di agosto: 5,12 e 26) a partire dalle 5.30. I visitatori saranno accompagnati da un archeologo e da esperti del sito “insieme a dei ed eroi che sbucheranno con i loro abiti bianchi, come figure evanescenti, dando vita a un percorso quasi onirico, sospeso tra sogno e realtà – aggiunge Guarnieri – alla fine della visita il pubblico sarà accompagnato verso il Cardo Primo e gli scavi del teatro ellenistico, aperto di recente, fino al museo archeologico regionale Pietro Griffo. Sia l’alba che le passeggiate serali prevedono una degustazione finale”.

Ma per gli amanti dell’archeologia ci sono altre due tappe da mettere in agenda: una è al sito di Eraclea Minoa, in prossimità della notte più stellata dell’anno, San Lorenzo, e sarà il 12 agosto alle 21. L’altra, invece, si terrà alle catacombe di Agrigento, dove ai visitatori verrà chiesto di indossare un casco con lampada per calarsi alla scoperta degli ipogei della Valle dei Templi. Le antiche cisterne risalgono al V secolo a.c. e sono state trasformate in luoghi di sepoltura dai primi cristiani, rendendo le catacombe di Agrigento tra i siti più antichi del genere.

Esperti, archeologi, dei ed eroi dell’Olimpo animeranno le visite nella Valle dei Templi offrendo un percorso onirico dall’alba al tramonto. E per gli amanti dell’archeologia nell’Agrigentino ci sono altri due siti da scoprire

di Redazione

Scoprire i luoghi del mito accompagnati da esperti e divinità dell’Olimpo, protagonisti di spettacoli all’alba o di racconti lungo un percorso dal tramonto alla sera. Sono alcune delle esperienze possibili al parco archeologico della Valle dei Templi e in altri siti dell’Agrigentino. A organizzarle è Coopculture, dopo il lancio in via sperimentale avviato lo scorso anno. “Abbiamo ricevuto tante richieste, per cui abbiamo scelto di istituzionalizzare le visite serali alla Valle che proseguiranno fino al 15 settembre”, spiega Leonardo Guarnieri di Coopculture.

Fino al 15 settembre, tutti i giorni, a partire dalle 21, i visitatori, accompagnati da una guida, andranno dal Tempio di Giunone a quello della Concordia con al collo delle lucine che consentiranno di illuminare un percorso lungo il quale storia del mito e archeologia si intrecciano. Un’esperienza che all’alba, nel sito della Valle dei Templi, si amplificherà nelle “visite teatralizzate” (in programma le domeniche di agosto: 5,12 e 26) a partire dalle 5.30. I visitatori saranno accompagnati da un archeologo e da esperti del sito “insieme a dei ed eroi che sbucheranno con i loro abiti bianchi, come figure evanescenti, dando vita a un percorso quasi onirico, sospeso tra sogno e realtà – aggiunge Guarnieri – alla fine della visita il pubblico sarà accompagnato verso il Cardo Primo e gli scavi del teatro ellenistico, aperto di recente, fino al museo archeologico regionale Pietro Griffo. Sia l’alba che le passeggiate serali prevedono una degustazione finale”.

Ma per gli amanti dell’archeologia ci sono altre due tappe da mettere in agenda: una è al sito di Eraclea Minoa, in prossimità della notte più stellata dell’anno, San Lorenzo, e sarà il 12 agosto alle 21. L’altra, invece, si terrà alle catacombe di Agrigento, dove ai visitatori verrà chiesto di indossare un casco con lampada per calarsi alla scoperta degli ipogei della Valle dei Templi. Le antiche cisterne risalgono al V secolo a.c. e sono state trasformate in luoghi di sepoltura dai primi cristiani, rendendo le catacombe di Agrigento tra i siti più antichi del genere.

I set del “Gattopardo” ieri e oggi

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Confrontare un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale èelemento di grande suggestione. Lungo questo itinerario vorrei proporvi alcune di queste interessanti “sovrapposizioni”, occupandoci sempre del film “Il Gattopardo”. Nella prima “puntata” abbiamo visto come era stata del tutto reinventata la piazza principale di Ciminna, adesso confronteremo alcuni altri luoghi

Come già ricordato la volta scorsa, queste immagini tratte dal film “Il Gattopardo” non sono, in effetti, dei singoli frames, bensì giunzioni di più fotogrammi.Quando una scena è ripresa con cinepresa installata su cavalletto (che ruota, quindi, su un asse fisso), i singoli frames possono venir facilmente fusi con il medesimo software usato oggi per ottenere “foto panoramiche”. Ottenendo così un’immagine finale con un ampio angolo di campo. Ovviamente un’operazione del genere non è possibile laddove l’operatore abbia ripreso la sequenza a mano libera, ovvero abbia zoomato o carrellato. L’immagine-collage di Piana degli Albanesi ha delle parti bianche in quanto Visconti, evidentemente, non ruotò la cinepresa lungo un asse perfettamente orizzontale (in bolla) ma si spostò, anche, verso l’alto.

Ecco, dunque tre proposte di confronto fra situazioni del film e stato attuale di quello

Palermo, Piazza S. Giovanni Decollato

Palermo, Angolo piazzetta delle Vittime / via del Fondaco

Piana degli Albanesi

Signore e signori, arriva il Teatro del Fuoco

Da Palermo a Gibellina, una settimana “ad alte temperature”, tra accese coreografie, giochi di luce ed intarsi di fiamme

di Redazione

Una settimana di “fuoco”, da Palermo a Gibellina. Inizia l’International Firedancing Festival, giunto quest’anno all’undicesima edizione. Tra accese coreografie, giochi di luce ed intarsi di fiamme, è il momento degli spettacoli del Teatro del Fuoco.

Si comincia sotto il cielo dello Spasimo di Palermo, dove alle note del concerto degli Agricantus si mescolano i movimenti sinuosi dei danzatori della compagnia. Poi un “viaggio nel tempo” con lo spettacolo “Future” a Villa Filippina, con le spettacolari evoluzioni degli artisti internazionali che trascinano gli spettatori in un ideale viaggio verso pianeti lontani e paralleli, attraverso vorticosi colori e abbaglianti azioni sceniche.

Nel corso della settimana, si va, inoltre, alla scoperta di miti e leggende seguendo la simbologia del fuoco magico tra sacro e profano, con gli storytelling tour “I Misteri del Fuoco”, partendo da piazza Vigliena, ovvero i Quattro Canti di Palermo, si visitano vicoli e strade nascoste, accompagnati da aneddoti e storie mai raccontati sui personaggi e le tradizioni della città.

Il festival si conclude con “Future” al Baglio Di Stefano, a Gibellina, un momento di rigenerazione a 50 anni dal terremoto del Belice. Lo spettacolo, inserito nel programma del Festival delle Orestiadi, è un momento per guardare con speranza verso un futuro di nuovi progetti e prospettive.

Il Teatro del Fuoco è un marchio italiano nato nel 2008 dall’idea della giornalista Amelia Bucalo Triglia, con l’obiettivo di valorizzare nel mondo i siti mediterranei Patrimonio Unesco attraverso l’arte e lo spettacolo e fare rete sul territorio favorendo la valorizzazione del circuito turistico-culturale. È stato premiato per due volte dal presidente della Repubblica Italiana (nel 2009 e nel 2017) in quanto “espressione di marketing turistico culturale innovativo” .

Da Palermo a Gibellina, una settimana “ad alte temperature”, tra accese coreografie, giochi di luce ed intarsi di fiamme

di Redazione

Una settimana di “fuoco”, da Palermo a Gibellina. Inizia l’International Firedancing Festival, giunto quest’anno all’undicesima edizione. Tra accese coreografie, giochi di luce ed intarsi di fiamme, è il momento degli spettacoli del Teatro del Fuoco.

Si comincia sotto il cielo dello Spasimo di Palermo, dove alle note del concerto degli Agricantus si mescolano i movimenti sinuosi dei danzatori della compagnia. Poi un “viaggio nel tempo” con lo spettacolo “Future” a Villa Filippina, con le spettacolari evoluzioni degli artisti internazionali che trascinano gli spettatori in un ideale viaggio verso pianeti lontani e paralleli, attraverso vorticosi colori e abbaglianti azioni sceniche.

Nel corso della settimana, si va, inoltre, alla scoperta di miti e leggende seguendo la simbologia del fuoco magico tra sacro e profano, con gli storytelling tour “I Misteri del Fuoco”, partendo da piazza Vigliena, ovvero i Quattro Canti di Palermo, si visitano vicoli e strade nascoste, accompagnati da aneddoti e storie mai raccontati sui personaggi e le tradizioni della città.

Il festival si conclude con “Future” al Baglio Di Stefano, a Gibellina, un momento di rigenerazione a 50 anni dal terremoto del Belice. Lo spettacolo, inserito nel programma del Festival delle Orestiadi, è un momento per guardare con speranza verso un futuro di nuovi progetti e prospettive.

Il Teatro del Fuoco è un marchio italiano nato nel 2008 dall’idea della giornalista Amelia Bucalo Triglia, con l’obiettivo di valorizzare nel mondo i siti mediterranei Patrimonio Unesco attraverso l’arte e lo spettacolo e fare rete sul territorio favorendo la valorizzazione del circuito turistico-culturale. È stato premiato per due volte dal presidente della Repubblica Italiana (nel 2009 e nel 2017) in quanto “espressione di marketing turistico culturale innovativo” .

La doppia vita dello “Schifazzo”

Il termine pittoresco descrive un’imbarcazione oggi praticamente estinta. In Sicilia un esemplare superstite sta per solcare di nuovo le onde. Diventando ambasciatore delle bellezze del Trapanese

di Federica Certa

Schifazzo. Ovvero “grande barca”, “grande schifo”. Termine pittoresco, decisamente poco alato – variante siciliana discendente dal germanico “schiff” – molto usato per indicare battelli di servizio di navi maggiori e poi unità autonome, 13 metri in tutto di lunghezza ma molto versatili, a vela latina triangolare e scafo arrotondato. Schifazzo che sa di antico, che evoca viaggi lenti, che si declina nelle varianti lessicali spagnola, francese, turca, egiziana, marocchina. Lo schifazzo come una benevola epifania “panmediterranea”, ma caratteristica delle acque trapanesi, oggi praticamente estinta se non per due esemplari superstiti, di cui solo uno è rimasto in Sicilia.

E poi c’è lo schifazzeddu “Gesù, Giuseppe e Maria”, lungo 8 metri, costruito verso la fine degli anni ’20, forse dal cantiere Stabile, per una commessa che prevedeva la realizzazione di due imbarcazioni, impiegato fino alla metà degli anni ’60 per portare la posta dalla terraferma a Favignana e poi a Levanzo, fino all’avvento, nel ’65, di “Pinturicchio”, il primo aliscafo della Rodriguez.

Oggi la barca temeraria che più di cinquant’anni fa sfidava le onde per raggiungere gli avamposti dell’arcipelago delle Egadi – ma che ancora prima serviva a trasportare merce e operai, come imbarcazione di servizio per i proprietari delle saline – è ormeggiata nella darsena di Trapani, unico esemplare di schifazzeddu rimasto. In attesa di iniziare una nuova vita. La terza. Il progetto di restauro è della lega navale di Trapani, attuale proprietaria della barca, donata due anni fa dall’associazione “Amici dello schifazzo” dopo un valzer di passaggi e alterne vicende che aveva scaraventato il piccolo battello in un angolo di campagna, prima che un appassionato lo salvasse dall’oblio e lo restituisse al mare.

“Adesso – spiega Roberto Perricone, consigliere della lega responsabile per le attività sportive – il primo passo è trovare uno sponsor privato, che ci aiuti a portare avanti il recupero. Ci vogliono circa 30mila euro e sei mesi di lavoro per rimetterlo in sesto. Per questo lanciamo un appello a tutti gli amanti del mare. E per l’inizio dell’anno prossimo speriamo di completare gli interventi”.

Così una discreta ma instancabile presenza della storia minuta della navigazione siciliana si prepara a mettere la livrea e diventare simbolo dei commerci di una volta, in tempi di navi gigantesche e traversate super veloci.

“Una volta riportata la barca ai piani di coperta originali, togliendo la voluminosa struttura cubica costruita per esigenze diportistiche – aggiunge Perricone – l’idea è quella di utilizzarla come imbarcazione istituzionale, per visite e occasioni speciali ma anche per regate storiche”. E non solo. “Lo schifazzeddu verrà impiegato anche come ambasciatore delle bellezze del Trapanese, per mostrare a turisti e appassionati, con una breve navigazione costiera, i monumenti e i luoghi più suggestivi della città, come Colombaia, Torre Ligny, Porta Ossuna. Da una visuale privilegiata, il mare”.

Il termine pittoresco descrive un’imbarcazione oggi praticamente estinta. In Sicilia un esemplare superstite sta per solcare di nuovo le onde. Diventando ambasciatore delle bellezze del Trapanese

di Federica Certa

Schifazzo. Ovvero “grande barca”, “grande schifo”. Termine pittoresco, decisamente poco alato – variante siciliana discendente dal germanico “schiff” – molto usato per indicare battelli di servizio di navi maggiori e poi unità autonome, 13 metri in tutto di lunghezza ma molto versatili, a vela latina triangolare e scafo arrotondato. Schifazzo che sa di antico, che evoca viaggi lenti, che si declina nelle varianti lessicali spagnola, francese, turca, egiziana, marocchina. Lo schifazzo come una benevola epifania “panmediterranea”, ma caratteristica delle acque trapanesi, oggi praticamente estinta se non per due esemplari superstiti, di cui solo uno è rimasto in Sicilia.

E poi c’è lo schifazzeddu “Gesù, Giuseppe e Maria”, lungo 8 metri, costruito verso la fine degli anni ’20, forse dal cantiere Stabile, per una commessa che prevedeva la realizzazione di due imbarcazioni, impiegato fino alla metà degli anni ’60 per portare la posta dalla terraferma a Favignana e poi a Levanzo, fino all’avvento, nel ’65, di “Pinturicchio”, il primo aliscafo della Rodriguez.

Oggi la barca temeraria che più di cinquant’anni fa sfidava le onde per raggiungere gli avamposti dell’arcipelago delle Egadi – ma che ancora prima serviva a trasportare merce e operai, come imbarcazione di servizio per i proprietari delle saline – è ormeggiata nella darsena di Trapani, unico esemplare di schifazzeddu rimasto. In attesa di iniziare una nuova vita. La terza. Il progetto di restauro è della lega navale di Trapani, attuale proprietaria della barca, donata due anni fa dall’associazione “Amici dello schifazzo” dopo un valzer di passaggi e alterne vicende che aveva scaraventato il piccolo battello in un angolo di campagna, prima che un appassionato lo salvasse dall’oblio e lo restituisse al mare.

“Adesso – spiega Roberto Perricone, consigliere della lega responsabile per le attività sportive – il primo passo è trovare uno sponsor privato, che ci aiuti a portare avanti il recupero. Ci vogliono circa 30mila euro e sei mesi di lavoro per rimetterlo in sesto. Per questo lanciamo un appello a tutti gli amanti del mare. E per l’inizio dell’anno prossimo speriamo di completare gli interventi”.

Così una discreta ma instancabile presenza della storia minuta della navigazione siciliana si prepara a mettere la livrea e diventare simbolo dei commerci di una volta, in tempi di navi gigantesche e traversate super veloci.

“Una volta riportata la barca ai piani di coperta originali, togliendo la voluminosa struttura cubica costruita per esigenze diportistiche – aggiunge Perricone – l’idea è quella di utilizzarla come imbarcazione istituzionale, per visite e occasioni speciali ma anche per regate storiche”. E non solo. “Lo schifazzeddu verrà impiegato anche come ambasciatore delle bellezze del Trapanese, per mostrare a turisti e appassionati, con una breve navigazione costiera, i monumenti e i luoghi più suggestivi della città, come Colombaia, Torre Ligny, Porta Ossuna. Da una visuale privilegiata, il mare”.

L’arte contro il degrado di Ballarò

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio di Piazza

di Redazione

C’è l’icona della “santuzza” di Palermo, Rosalia, il viso stralunato dell’attore Franco Franchi, la folla colorata, un turbine di pesci della città “Tuttaporto”. Con pennelli e vernici (donate da un colorificio) hanno messo a disposizione il loro talento artistico per riqualificare il quartiere di Ballarò – Albergheria a Palermo, dove ora 5 murales colorati campeggiano su altrettanti edifici. Ogni opera è stata pensata per dialogare con il tessuto urbano e la comunità di residenti. Tutti insieme,infatti, artisti e abitanti del quartiere hanno collaborato per salvare dal degrado piazze e palazzi che pure avrebbero grandi potenzialità.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio Di Piazza. Proprio i residenti del quartiere hanno fatto da supporto in tutte le fasi dell’iter realizzativo che li ha impegnati nella settimana dal 21 al 27 luglio.

Sostenuto da Elenk’art, il progetto sarà ora al centro di un documentario di Salvo Cuccia che, insieme ad Antonio Bellia, racconterà l’intera operazione. Le cinque pitture urbane si snodano da Vicolo Gallo (in fondo a via Mongitore), dove si trova il ritratto di Franco Franchi opera dell’artista CRAZYoNE, fino al piazzale dell’ex Arena Tukory (in corso Tukory 205) dove si trova il muro dipinto da Alessandro Bazan.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio di Piazza

di Redazione

C’è l’icona della “santuzza” di Palermo, Rosalia, il viso stralunato dell’attore Franco Franchi, la folla colorata, un turbine di pesci della città “Tuttaporto”. Con pennelli e vernici (donate da un colorificio) hanno messo a disposizione il loro talento artistico per riqualificare il quartiere di Ballarò – Albergheria a Palermo, dove ora 5 murales colorati campeggiano su altrettanti edifici. Ogni opera è stata pensata per dialogare con il tessuto urbano e la comunità di residenti. Tutti insieme,infatti, artisti e abitanti del quartiere hanno collaborato per salvare dal degrado piazze e palazzi che pure avrebbero grandi potenzialità.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio Di Piazza. Proprio i residenti del quartiere hanno fatto da supporto in tutte le fasi dell’iter realizzativo che li ha impegnati nella settimana dal 21 al 27 luglio.

Sostenuto da Elenk’art, il progetto sarà ora al centro di un documentario di Salvo Cuccia che, insieme ad Antonio Bellia, racconterà l’intera operazione. Le cinque pitture urbane si snodano da Vicolo Gallo (in fondo a via Mongitore), dove si trova il ritratto di Franco Franchi opera dell’artista CRAZYoNE, fino al piazzale dell’ex Arena Tukory (in corso Tukory 205) dove si trova il muro dipinto da Alessandro Bazan.

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