Le mille vite di “Nessun dorma”

La romanza di Turandot, tra le più celebri del repertorio operistico, è diventata anche icona musicale pop, inselvatichita da numerosi arrangiamenti

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Palco all’opera
di Giovanni Mazzara

Giovanni Mazzara

“Nessun dorma”, romanza di Turandot tra le più celebri del repertorio operistico, è diventata anche icona musicale pop, inselvatichita da numerosi arrangiamenti e colonna sonora di eventi sportivi e politici di ogni tipo. Non volendo scomodare i grandi interpreti che l’hanno eseguita nel tempo: da Jussi Bjorling a Miguel Fleta, da Franco Corelli a Luciano Pavarotti, mi piace proporvi le interpretazioni di due donne grandi interpreti della musica pop.

La prima è Aretha Franklin accompagnata da grande orchestra e coro. L’arrangiamento è al limite del buon gusto, le lingue cantate sono tre: italiano, inglese e quella inventata dalla stessa Franklin. La presenza del bambino alla fine del brano è molto kitsch. Ma la voce e la presenza scenica della Franklin meritano l’ascolto (qui il brano).

Un’altra interprete femminile ci presenta la sua versione di “Nessun dorma”: Mina. Qui l’arrangiamento è decisamente pop (ascolta) e la differenza la fa l’interpretazione della grande cantante che in questo brano inciso nel 2009, alla soglia dei 70 anni, ci incanta con la sua voce ancora fresca porgendo le parole con una intensità pari alla struggente dolcezza del suo canto.

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Palermo in tutte le lingue

Torna l’edizione dedicata alla multiculturalità con un fitto cartello di associazioni e incontri su strada

di Marco Russo

È la multiculturalità il tratto distintivo di Ballarò, “ventre” di Palermo, e per questo fino al 30 settembre incontri e appuntamenti su strada arricchiscono l’iniziativa ‘Palermo in tutte le lingue’. Dalla presentazione dell’associazione Italia nostra, in programma il 24 settembre a Villa Lauria, a Mondello alle 18.30, al seminario sulla didattica delle lingue previsto il 26 allo Steri, a partire dalle 15.

Tutte le attività sono elencate sul sito di ‘Ballarò significa Palermo’, il programma nel quale rientra la manifestazione ‘Ballarò’ d’autunno’ che per il quarto anno consecutivo torna in città.

Associazioni culturali, scuole e operatori turistici si schierano tutte insieme per valorizzare il quartiere Ballarò, cuore di Palermo, da anni al centro di progetto di inclusione sociale, insieme al Comune che organizza la manifestazione. Fitto il cartello di organizzazioni che ha aderito al progetto e che saranno presenti con varie attività su strada.

L’evento è dedicato a Giusi Macaluso, giovane insegnante di francese prematuramente scomparsa e molto amata dai suoi alunni.

Torna l’edizione dedicata alla multiculturalità con un fitto cartello di associazioni e incontri su strada

di Marco Russo

È la multiculturalità il tratto distintivo di Ballarò, “ventre” di Palermo, e per questo fino al 30 settembre incontri e appuntamenti su strada arricchiscono l’iniziativa ‘Palermo in tutte le lingue’. Dalla presentazione dell’associazione Italia nostra, in programma il 24 settembre a Villa Lauria, a Mondello alle 18.30, al seminario sulla didattica delle lingue previsto il 26 allo Steri, a partire dalle 15.

Tutte le attività sono elencate sul sito di ‘Ballarò significa Palermo’, il programma nel quale rientra la manifestazione ‘Ballarò’ d’autunno’ che per il quarto anno consecutivo torna in città.

Associazioni culturali, scuole e operatori turistici si schierano tutte insieme per valorizzare il quartiere Ballarò, cuore di Palermo, da anni al centro di progetto di inclusione sociale, insieme al Comune che organizza la manifestazione. Fitto il cartello di organizzazioni che ha aderito al progetto e che saranno presenti con varie attività su strada.

L’evento è dedicato a Giusi Macaluso, giovane insegnante di francese prematuramente scomparsa e molto amata dai suoi alunni.

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Le Vie dei Tesori debuttano a Trapani

Comune, diocesi e associazioni insieme per il bene comune: si potranno così visitare 19 siti nei tre week end che vanno dal 15 al 30 settembre. “Coltiviamo stupore e bellezza”

di Redazione

Dai segreti dell‘antico quartiere ebraico ai palazzi, dalle biblioteche segrete alle 13 chiese con l’impronta dello stile dell’architetto Giovanni Biagio Amico: Trapani si svela per il festival de Le Vie dei Tesori e apre 19 siti con l’aiuto della Diocesi, e l’organizzazione logistica dell’associazione Agorà, formata da giovani trapanesi che hanno voluto impegnarsi per il bene della loro città. Tutti i siti saranno accessibili a 1 euro. Un debutto, quello di Trapani, che sarà una vera immersione nella storia della città, dalle origini al Medioevo, passando per il Barocco e arrivando fino ai giorni nostri.

Sarà così possibile scoprire l’antica Vicaria, oggi museo d’arte moderna e contemporanea la Salerniana e il museo di San Rocco, alle falde di Erice; o passare sotto gli archi barocchi di palazzo Riccio di San Gioacchino e giungere tra gli arredi liberty di palazzo Adragna; e chiudere con le tre torri a guardia della città: dalla trecentesca Giudecca alla Colombaia recuperata da Carlo V, e Ligny, dalla cui terrazza si scorgono le Egadi. Il festival farà tappa a Trapani nei tre weekend tra il 14 e il 30 settembre.

Alla Salerniana e al museo di San Rocco sarà possibile partecipare, con un contributo, a visite guidate con degustazione di vini Planeta. E poi le chiese: conchiglie e frutti sorgono tra gli stucchi della Cappella della Mortificazione, marmi mischi e stucchi sia al Collegio dei Gesuiti che alla Badia Nuova, candidi capitelli, intrecci, fiori e foglie all’Immacolata Concezione che nasconde uno splendido abside scenografico. Persino i crocifissi nascondono delle leggende: si narra che quello di Santa Maria dell’Itria, rivestito in guscio di tartaruga. sia rimasto al suo posto proprio per volere del Cristo in croce; e al crocifisso di San Domenico sono stati attribuiti diversi miracoli. San Pietro, invece, fa storia a sé: è l’unica chiesa a cinque navate che custodisce l’organo più complesso d’Europa, costruito nella prima metà dell’ ‘800.

“Le Vie dei Tesori anticipano un percorso e una strategia che come Comune e come comprensorio stiamo cercando di avviare per far crescere la città”, ha detto il sindaco Giacomo Tranchida durante la conferenza stampa di presentazione oggi. A parlare in rappresentanza della diocesi è monsignor Gaspare Gruppuso: “È importante che ci si riappropri delle radici, della città e della sua bellezza”.

Su prenotazione poi, sarà possibile partecipare, con un contributo, a una passeggiata alla scoperta dei misteri e delle leggende di Trapani, guidati da Luigi Biondo, architetto e direttore del polo museale, partendo dalla Torre di Ligny per finire a Palazzo Ciambra. Proprio Biondo ha  sottolineato come “Sia bello suscitare stupore nei giovani che vengono a scoprire la bellezza della loro città. Questo stupore dobbiamo coltivarlo”.

Comune, diocesi e associazioni insieme per il bene comune: si potranno così visitare 19 siti nei tre week end che vanno dal 15 al 30 settembre. “Coltiviamo stupore e bellezza”

di Redazione

Dai segreti dell‘antico quartiere ebraico ai palazzi, dalle biblioteche segrete alle 13 chiese con l’impronta dello stile dell’architetto Giovanni Biagio Amico: Trapani si svela per il festival de Le Vie dei Tesori e apre 19 siti con l’aiuto della Diocesi, e l’organizzazione logistica dell’associazione Agorà, formata da giovani trapanesi che hanno voluto impegnarsi per il bene della loro città. Tutti i siti saranno accessibili a 1 euro. Un debutto, quello di Trapani, che sarà una vera immersione nella storia della città, dalle origini al Medioevo, passando per il Barocco e arrivando fino ai giorni nostri.

Sarà così possibile scoprire l’antica Vicaria, oggi museo d’arte moderna e contemporanea la Salerniana e il museo di San Rocco, alle falde di Erice; o passare sotto gli archi barocchi di palazzo Riccio di San Gioacchino e giungere tra gli arredi liberty di palazzo Adragna; e chiudere con le tre torri a guardia della città: dalla trecentesca Giudecca alla Colombaia recuperata da Carlo V, e Ligny, dalla cui terrazza si scorgono le Egadi. Il festival farà tappa a Trapani nei tre weekend tra il 14 e il 30 settembre.

Alla Salerniana e al museo di San Rocco sarà possibile partecipare, con un contributo, a visite guidate con degustazione di vini Planeta. E poi le chiese: conchiglie e frutti sorgono tra gli stucchi della Cappella della Mortificazione, marmi mischi e stucchi sia al Collegio dei Gesuiti che alla Badia Nuova, candidi capitelli, intrecci, fiori e foglie all’Immacolata Concezione che nasconde uno splendido abside scenografico. Persino i crocifissi nascondono delle leggende: si narra che quello di Santa Maria dell’Itria, rivestito in guscio di tartaruga. sia rimasto al suo posto proprio per volere del Cristo in croce; e al crocifisso di San Domenico sono stati attribuiti diversi miracoli. San Pietro, invece, fa storia a sé: è l’unica chiesa a cinque navate che custodisce l’organo più complesso d’Europa, costruito nella prima metà dell’ ‘800.

“Le Vie dei Tesori anticipano un percorso e una strategia che come Comune e come comprensorio stiamo cercando di avviare per far crescere la città”, ha detto il sindaco Giacomo Tranchida durante la conferenza stampa di presentazione oggi. A parlare in rappresentanza della diocesi è monsignor Gaspare Gruppuso: “È importante che ci si riappropri delle radici, della città e della sua bellezza”.

Su prenotazione poi, sarà possibile partecipare, con un contributo, a una passeggiata alla scoperta dei misteri e delle leggende di Trapani, guidati da Luigi Biondo, architetto e direttore del polo museale, partendo dalla Torre di Ligny per finire a Palazzo Ciambra. Proprio Biondo ha  sottolineato come “Sia bello suscitare stupore nei giovani che vengono a scoprire la bellezza della loro città. Questo stupore dobbiamo coltivarlo”.

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I 4 Canti, la conca dove sgorgano tutte le acque

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

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Club Alpino Siciliano, i suoi primi 126 anni

E per celebrarli, ci sarà una giornata di festa al Castellaccio di Monreale con la rassegna “AlturEstival”: una mostra fotografica con gli archivi storici e  la presentazione della rivista “Sicula”

 

di Marco Russo

Compie 126 anni il Club Alpino Siciliano e per festeggiare inaugura una mostra con le foto storiche che lo hanno attraversato, dall’anno della sua costituzione, nel 1892, fino ai giorni nostri. L’esposizione si terrà l’8 settembre alle 17.30 al Castellaccio di Monreale, nell’ambito di “AlturEstival“, la manifestazione dedicata alla natura, le arti e le culture tra i monti della Sicilia. Dopo la mostra sarà poi presentata la digitalizzazione della rivista “Sicula” a cura della Fondazione Ignazio Buttitta, documento storico contenente articoli, reportage e racconti firmati da alcuni dei più rappresentativi studiosi e naturalisti che hanno fatto la storia del Club Alpino Siciliano, come Minà Palumbo, l’etnologo Giuseppe Pitrè, il filosofo Francesco Orestano, Michele Lo Jacono Poiero, Alessio Di Giovanni.

Il club alpino in Sicilia nasce il 9 settembre 1892, a Palermo, grazie a cinque studenti liceali con la passione dell’alpinismo: Fausto e Francesco Orestano, Beniamino Lo Forte, Alfredo Perdichizzi e Giuseppe Noera. Erano gli anni dei Florio, dei Basile, dell’Esposizione internazionale. della Triplice alleanza e delle avventure coloniali. Parallelamente, nel 1896, nasce la rivista del Club, ‘Sicula’.

È al 1897 che risale l’acquisto da parte degli alpini siciliani del Castello di San Benedetto, conosciuto come ‘Castellaccio’, monumento normanno del XII secolo. Nel 1915 il comune di Isnello assegna al Club il terreno di Piano Zucchi, ma i lavori, subito avviati, sono costretti a fermarsi per scoppio della prima guerra mondiale. Finalmente, nel 1922, viene inaugurato a Piano Zucchi il primo rifugio alpino siciliano, intitolato poi negli anni ’50 a Luigi Orestano.

È con gli anni Sessanta che il Club Alpino Siciliano conosce la sua maggiore espansione, con la presidenza di Giuseppe Crispi dal 1963 al 2006. Con lui furono costruiti: il rifugio Monte Cervi (1600 metri sul livello del mare, nel 1968), nel 1970-73 il rifugio Crispi di Piano Sempria (1300 m.l.m.), nel 1970 il rifugio M. Morici al Pizzo Luminario (1450m.l.m.); nel 1970 il rifugio Carbonara (il più alto tra questi, a 1903 metri), nel 1970 il rifugio Bosco del Vicaretto (1100 metri) e infine, nel 1973, il rifugio-ostello della gioventù (a 1600 metri) vicino Piano Battaglia.

E per celebrarli, ci sarà una giornata di festa al Castellaccio di Monreale con la rassegna “AlturEstival”: una mostra fotografica con gli archivi storici e  la presentazione della rivista “Sicula”

di Marco Russo

Compie 126 anni il Club Alpino Siciliano e per festeggiare inaugura una mostra con le foto storiche che lo hanno attraversato, dall’anno della sua costituzione, nel 1892, fino ai giorni nostri. L’esposizione si terrà l’8 settembre alle 17.30 al Castellaccio di Monreale, nell’ambito di “AlturEstival“, la manifestazione dedicata alla natura, le arti e le culture tra i monti della Sicilia. Dopo la mostra sarà poi presentata la digitalizzazione della rivista “Sicula” a cura della Fondazione Ignazio Buttitta, documento storico contenente articoli, reportage e racconti firmati da alcuni dei più rappresentativi studiosi e naturalisti che hanno fatto la storia del Club Alpino Siciliano, come Minà Palumbo, l’etnologo Giuseppe Pitrè, il filosofo Francesco Orestano, Michele Lo Jacono Poiero, Alessio Di Giovanni.

Il club alpino in Sicilia nasce il 9 settembre 1892, a Palermo, grazie a cinque studenti liceali con la passione dell’alpinismo: Fausto e Francesco Orestano, Beniamino Lo Forte, Alfredo Perdichizzi e Giuseppe Noera. Erano gli anni dei Florio, dei Basile, dell’Esposizione internazionale. della Triplice alleanza e delle avventure coloniali. Parallelamente, nel 1896, nasce la rivista del Club, ‘Sicula’.

È al 1897 che risale l’acquisto da parte degli alpini siciliani del Castello di San Benedetto, conosciuto come ‘Castellaccio’, monumento normanno del XII secolo. Nel 1915 il comune di Isnello assegna al Club il terreno di Piano Zucchi, ma i lavori, subito avviati, sono costretti a fermarsi per scoppio della prima guerra mondiale. Finalmente, nel 1922, viene inaugurato a Piano Zucchi il primo rifugio alpino siciliano, intitolato poi negli anni ’50 a Luigi Orestano.

È con gli anni Sessanta che il Club Alpino Siciliano conosce la sua maggiore espansione, con la presidenza di Giuseppe Crispi dal 1963 al 2006. Con lui furono costruiti: il rifugio Monte Cervi (1600 metri sul livello del mare, nel 1968), nel 1970-73 il rifugio Crispi di Piano Sempria (1300 m.l.m.), nel 1970 il rifugio M. Morici al Pizzo Luminario (1450m.l.m.); nel 1970 il rifugio Carbonara (il più alto tra questi, a 1903 metri), nel 1970 il rifugio Bosco del Vicaretto (1100 metri) e infine, nel 1973, il rifugio-ostello della gioventù (a 1600 metri) vicino Piano Battaglia.

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La Cattedrale di Messina, 1900

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giacomo Brogi

La Cattedrale di Messina con la Fontana del Montorsoli, 1900 circa, platinotipia. Fondo Prestipino, Fototeca Cricd

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Giacomo Brogi

La Cattedrale di Messina con la Fontana del Montorsoli, 1900 circa, platinotipia. Fondo Prestipino, Fototeca Cricd

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Messina e il suo Stretto, 1908

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stereo-Travel & CO.

Città e stretto di Messina e la costa italiana, 1908, stampa stereoscopica alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Pansini, Fototeca Cricd

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stereo-Travel & CO.

Città e stretto di Messina e la costa italiana, 1908, stampa stereoscopica alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Pansini, Fototeca Cricd

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Il chiostro del Duomo di Cefalù, 1900

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Edizione Enrico Melendez

Il chiostro della Cattedrale di Cefalù, 1900 circa, stampa alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Prestipino, Fototeca del Cricd

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Edizione Enrico Melendez

Il chiostro della cattedrale di Cefalù, 1900 circa, stampa alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Prestipino, Fototeca del Cricd

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Particolare del Duomo di Cefalù, 1930

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stabilimento Domenico Anderson

Duomo di Cefalù, particolare del prospetto, 1930, stampa alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Prestipino, Fototeca Cricd

Sezione realizzata in collaborazione con il CRICD – Centro Regionale per l’inventariazione, la catalogazione e la documentazione

Stabilimento Domenico Anderson

Duomo di Cefalù, particolare del prospetto, 1930, stampa alla gelatina bromuro d’argento. Fondo Prestipino, Fototeca Cricd

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Palermo, la città del sole

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Palermo senza sole è come un fiore senza profumo. Bisogna goderla appunto allorché il grand’astro la inonda dei suoi raggi tiepidi e biondi, ed essa distende voluttuosamente le sue gigantesche membra di pietra, sotto l’azzurra campana del suo cielo cristallino e terso. Il sole è il primo e più vitale nutrimento dei palermitani; e mi affretto ad aggiungere, che il buon Dio, nella sua infinita misericordia gliel’accorda quasi tutti i giorni”.

Continuando a sfogliare la Guida pratica di Palermo, pubblicata nel 1882 da Enrico Onufrio in occasione del VI centenario del Vespro Siciliano, vi ho proposto l’inizio che coglie uno degli aspetti peculiari della città e dei Palermitani. Il sole. Descritto come “il primo e più vitale nutrimento dei palermitani” e non a caso una delle piazze più importanti della città, i quattro canti di città, è altresì chiamata il Teatro del Sole. Se avrete la compiacenza di seguirmi nelle prossime rubriche approfondiremo il tema.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Palermo senza sole è come un fiore senza profumo. Bisogna goderla appunto allorché il grand’astro la inonda dei suoi raggi tiepidi e biondi, ed essa distende voluttuosamente le sue gigantesche membra di pietra, sotto l’azzurra campana del suo cielo cristallino e terso. Il sole è il primo e più vitale nutrimento dei palermitani; e mi affretto ad aggiungere, che il buon Dio, nella sua infinita misericordia gliel’accorda quasi tutti i giorni”.

Continuando a sfogliare la Guida pratica di Palermo, pubblicata nel 1882 da Enrico Onufrio in occasione del VI centenario del Vespro Siciliano, vi ho proposto l’inizio che coglie uno degli aspetti peculiari della città e dei Palermitani. Il sole. Descritto come “il primo e più vitale nutrimento dei palermitani” e non a caso una delle piazze più importanti della città, i quattro canti di città, è altresì chiamata il Teatro del Sole. Se avrete la compiacenza di seguirmi nelle prossime rubriche approfondiremo il tema.

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