Archeologi a caccia di colori tra i reperti: il museo Salinas pioniere in Sicilia

Nuove ricerche sulla Menade Farnese rivelano pigmenti colorati che decoravano la scultura. È la prima scoperta in questa tipologia di statue antiche

di Giulio Giallombardo

Sopra il bianco un tripudio di colori. Dalle vesti decorate agli incarnati dei volti, che le statue dell’antichità greca e romana non fossero solo splendidi marmi a tinta unica è cosa nota. Le ricerche archeologiche sulla policromia negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante, ma adesso un progetto nato a Napoli, ma che coinvolge anche Palermo, promette di scrivere nuove pagine sull’argomento.

Microscopia ottica su Amazzone Morente al Mann di Napoli (foto Andrea Rossi)

Tutto parte dal Mann, il Museo archeologico nazionale di Napoli, dove è in corso “Mann in Colours”, una ricerca che indaga le collezioni statuarie del museo dal punto di vista della policromia antica, con un’attenzione particolare sulla Collezione Farnese, la più celebre tra le raccolte romane di antichità. Dal momento che parte della farnesiana proviene dalle Terme di Caracalla di Roma, il Mann sta realizzando un progetto di ricostruzione virtuale del complesso monumentale romano sia per la parte architettonica, che per quella decorativa e dei colori.

 

Modellazione 3D della Menade Farnese (foto Flyover Zone)

È qui che entra in gioco il museo archeologico Salinas di Palermo, che tra i suoi gioielli custodisce la Menade Farnese. È una statua in marmo di età imperiale, recuperata nel Cinquecento nelle Terme di Carcalla, durante gli scavi promossi da Papa Paolo III, Alessandro Farnese, poi ereditata dal re di Napoli, Ferdinando IV di Borbone, e arrivata a Palermo nell’Ottocento durante il regno di Francesco I per abbellire la Favorita.

Menade Farnese al Museo Salinas

Per studiare meglio la Menade, su invito della direttrice del Salinas, Caterina Greco, è arrivata a Palermo nei mesi scorsi Cristiana Barandoni, studiosa di policromia antica, responsabile scientifico dei progetti “Mann in Colours”, di cui fa parte “Caracalla Baths Reborn”, la ricostruzione virtuale delle terme imperiali, sviluppata dalla società Flyover Zone. L’archeologa, che lavora anche agli Uffizi di Firenze e collabora con l’Indiana University, ha condotto un primo saggio sulla Menade Farnese scoprendo che anche questa statua in passato era colorata. “I primissimi dati sull’analisi dei campioni prelevati – spiega la studiosa – mostrano calcite e gesso imputabili al degrado del marmo, ma anche alla preparazione per la stesura del colore. Il pigmento è composto da un nero a base carboniosa, nero carbone, ed ematite, ovvero ocra gialla. In molti punti i campioni evidenziano una fluorescenza data da un legante o protettivo. Ma è necessario fare diverse ulteriori analisi per avere una risposta definitiva sulla tipologia del pigmento”.

Menade Farnese, particolare dei viraggi di colore in superficie (foto Cristiana Barandoni, Andrea Rossi)

Ma la vera novità è che per la prima volta è stata accertata la presenza di pigmenti colorati su marmi acrolitici, ovvero quel tipo di statue con il corpo ricavato blocchi di marmo già colorati, e le parti nude, come braccia e testa, in marmo bianco. “Finora, si è sempre pensato che questa tipologia di statue non fosse dipinta, dal momento che i marmi erano già colorati – sottolinea Barandoni – . La letteratura scientifica sostiene che non avrebbe avuto senso decorare le sculture, spendendo maggiori risorse su marmi già molto costosi. Invece, i primissimi saggi sulla Menade Farnese di Palermo dimostrano il contrario e questo adesso crea un precedente importante che inevitabilmente costringerà a una rilettura di tutte queste statue antiche”.

Museo Salinas, sala con le piccole metope

Ma la ricerca sul colore è destinata a coinvolgere anche altri reperti del Salinas, che di fatto è entrato nel progetto “Caracalla Baths Reborn” e sarà ufficialmente partner di “Mann in Colours”. A partire dalle piccole metope di uno dei templi di Selinunte, su cui Cristiana Barandoni ha già iniziato a lavorare, scoprendo tracce di colore anche su questi reperti. “Il Salinas – aggiunge l’archeologa – ha davvero un patrimonio enorme di reperti colorati su cui ancora non sono stati fatti approfondimenti. Credo si possa partire da qui per ampliare gli studi, coinvolgendo anche altri musei e siti archeologici siciliani, facendo un’indagine più completa sulla policromia, finora limitata a esperienze isolate. Un lavoro che potrebbe portare anche a una futura rete del colore in Sicilia”.

Venere Marina del Museo Mann, particolare del mantello e del chitone illuminati da luce UV (foto Andrea Rossi)

Lo sa bene Caterina Greco, archeologa esperta, che ha coinvolto la collega a indagare sul mondo sommerso del colore tra i reperti del museo, utilizzando innovativi strumenti tecnologici e mininvasivi. “È una ricerca molto promettente che sta già dando risultati sorprendenti – afferma la direttrice del Salinas – . È la dimostrazione che la ricerca non finisce mai, anche sui reperti più noti e su cui si credeva di sapere tutto. La vera essenza del museo è questa, non solo un contenitore gradevole da visitare, ma anche un cantiere aperto, un motore per la ricerca, capace di far comprendere gli aspetti più tecnici e specialistici anche ai non addetti ai lavori”.

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