Altarello e la chiesetta che ricorda i borghi del nord

Il quartiere sulle pendici dei monti di Palermo ha origini antiche. Sorto nel Cinquecento, era ricco di botteghe artigiane, cappelle e mulini. Nell’Ottocento vi andava spesso Ferdinando III

di Emanuele Drago*

Fin dalle origini la contrada Altarello di Palermo era ricca di bagli, trappeti, taverne, fondaci, mulini e cappelle devozionali, che cadevano sotto la sfera d’influenza del Casale di Baida. In seguito, però, venne concessa da Guglielmo il Buono all’arcivescovo di Palermo, tant’è che da allora prese il nome di “Contrada dei Mulini dell’Arcivescovo”. I mulini venivano alimentati dalle sorgenti del Gabriele, oppure dalle paludi che nascevano dal ristagno delle acque (non è un caso che questa parte della città viene anche conosciuta come Margifaraci, dall’arabo Marg ossia palude).

Chiesa di Santa Maria del Soccorso

Fin da allora le acque scendevano dalle montagne e dopo essere intrappolate dentro le rocce porose della calcarenite, venivano – tramite degli appositi canali sotterranei chiamati saie – convogliate a valle. Questi sistemi di canalizzazione, chiamati qanat, vennero utilizzati anche dopo il periodo della dominazione araba, ovvero durante il florido periodo della coltivazione delle cannamele, pianta da cui si estraeva la canna da zucchero.

Ma Altarello era anche conosciuta, come tutta l’area pedemontana, per la ricchezza degli insediamenti archeologici risalenti al Neolitico superiore. E d’altronde, in diverse circostanze, vennero ritrovate tombe risalenti a un antico villaggio. Nel Settecento la zona venne devastata dalle truppe spagnole, in quanto, durante la guerra contro le truppe austriache, ne avevano fatto il proprio accampamento militare. Tuttavia, nei primi anni dell’Ottocento, questa parte della città subì una riorganizzazione, soprattutto quando entrò a far parte della Riserva Reale creata nel 1799 da Francesco il Borbone. Fu infatti in quel periodo che venne anche unificata in un unico Comune con Baida e Boccadifalco. E questo per rispondere ad esigenze daziarie, visto che era stata creata una strada che attraversava i vari mulini agricoli. Non passò neanche un secolo e l’autonomia della zona cessò, così Altarello tornò ad essere a tutti gli effetti una borgata e uno dei futuri venticinque quartieri di Palermo.

Ingresso della chiesa

Sembra che il borgo fosse nato nel Cinquecento, lungo lo stradone che porta a Baida. In origine si trattava di un piccolo agglomerato agricolo di case dislocate tra via Casuzze e Micciulla. Un borgo che ricordava quelli nordici, soprattutto per quanto concerne la chiesa, un piccolo gioiellino con torretta ed orologio, attorno al quale si erano sviluppate una serie di attività artigianali: dai fabbri, ai maniscalchi e finanche i maestri ferrai, i quali si prendevano cura dei viandanti che da lì transitavano per raggiungere le località di San Martino delle Scale e Baida, soprattutto durante la festa di San Giovanni Battista. In tal senso va ricordata l’allusione che la nostra lingua siciliana spesso fa alla cosiddetta “Calata di Baida”, detto con cui si suole ricordare un’antica usanza; ovvero, una scanzonata e libertina discesa a cui molti giovani, col pretesto del pellegrinaggio, si lasciavano andare.

Villa Savagnone

Ma come spiegare il toponimo Altarello? A quanto pare, sembra che esso sia legato alla presenza di un altare (altre fonti parlano anche di diversi altarini in legno dislocati lungo la salita per Baida) il quale era stato posto esattamente nel luogo in cui oggi sorse la chiesa della Madonna del Soccorso. Dunque, fu proprio attorno a quella antica cappella con altare, del quale rimane ancora un arco quattrocentesco, che il borgo si sviluppò. Fonti recenti ci ricordano che nel XIX secolo, durante i primi anni del loro esilio in Sicilia, la chiesetta fosse costantemente visitata da Ferdinando III e dalla moglie Maria Carolina. Ma la zona, oltre che per la chiesa, è ricordata anche per la malmessa Villa Savagnone, dentro il cui esteso giardino si trova ancora una delle più grandi camere dello scirocco presenti nelle campagne palermitane. La camera, che ricorda un’altra camera un tempo presente a Brancaccio (il Bagno della Regina Costanza) ha forma circolare ed è parecchio profonda. Inoltre, il suo sistema di refrigerazione è ancora in parte alimentato dalle sorgenti che scendendo dalle montagne vicine irrigavano i campi.

*Docente e scrittore

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