Alla scoperta del Castello di Licodia, tra tunnel sotterranei e antiche necropoli

Sotto la fortezza del borgo del Catanese, c’è un intricato reticolo di gallerie ancora poco studiato, forse antichi acquedotti usati successivamente per scopi diversi

di Ruggero Altavilla

Il suo nome deriva dall’arabo e significa “aspra rupe”. Questo la dice lunga sulle origini antiche di Licodia Eubea, piccolo borgo del Catanese, terrazza sui monti Iblei. Un centro dominato da ciò che rimane del leggendario castello dei Santapau, sotto cui sono sepolti millenni di storia. Scavi archeologici hanno rivelato, infatti, che questo luogo era già vissuto all’età del bronzo, ben 4000 anni fa. Il cuore antico del centro abitato, il borgo, con le sue vicoli, i suoi cortili e le chiese, si stringe attorno questa rupe.

Uno scorcio di Licodia col castello Santapau sullo sfondo

L’altura su cui sono le rovine del castello, distrutto dal devastante sisma del 1693 che colpì il Val di Noto, venne identificata dall’archeologo Paolo Orsi come l’acropoli di una fiorente borgata sicula in seguito ellenizzata. “La montagna carenata sul cui fianco si stende la moderna Licodia – scriveva l’archeologo – è chiusa alle due estremità nord-est e sud-ovest da due elevazioni arrotondate e forti, il Castello a mezzodì, il Calvario a settentrione; quello copre coi suoi ruderi uno più antico normanno e come posizione per natura munitissima deve esser stata l’acropoli dell’abitato che si stendeva davanti ai suoi piedi”.

Ruderi del castello Santapau

L’archeologo nel 1898, sul versante occidentale della collina, individuò diversi sepolcreti cristiani. Tra il 1903 e il 1904, nell’area dell’attuale via Roma vennero scoperti alcuni ipogei paleocristiani ed altre tombe cristiano-bizantine in prossimità della chiesa madre. Un’intricata rete di cunicoli che insieme formano una grande area sotterranea, probabilmente la più estesa della Sicilia, utilizzata nei secoli per scopi diversi. “La collina non è mai stata indagata in modo sistematico e, al di sotto degli strati di crollo, il castello risulta ancora intatto. Si tratta di un luogo di inestimabile valore, che ci permette di percorrere, senza soluzione di continuità, quasi quattro millenni di storia”, spiegano dall’Archeoclub d’Italia di Licodia, che sta portando avanti un progetto di valorizzazione del sito.

Torrione del castello

“Tra gli anni ’90 del Novecento e gli inizi del 2000 – racconta Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub Licodia Eubea – il Centro speleologico etneo ha indagato lungo 1400 metri gallerie, ipogei che sembrerebbero essere antichi acquedotti usati nei secoli successivi, durante il periodo paleocristiano, come catacombe e sepolcreti. Si racconta che i signori del castello, quando venivano assediati, invitavano gli invasori offrendogli pesce fresco. Questo per dimostrare che, grazie a queste gallerie, avevano la possibilità di uscire dalle mura del castello, acquistare quello che serviva e rientrare senza nessuna difficoltà”.

Il campanile della Chiesa Madre di Licodia

Sebbene le origini dell’area fortificata a scopo difensivo siano riconducibili al periodo bizantino, è solo nel 1274 che il castello compare nei documenti ufficiali dello Statuto Angioino. Diverse sono le nobili famiglie che lo abitarono, tra cui quella dei Santapau che, circa un secolo dopo, dà il nome al maniero e al feudo. Ciò che rimane del castello, dopo il terremoto del 1693, è davvero molto poco rispetto a quello che doveva essere il complesso originario, ma i ruderi lasciano comunque immaginare quanto maestosa dovesse essere questa fortificazione. Oltre alla torre, infatti, rimangono della fortezza alcune possenti mura perimetrali e i misteriosi sotterranei. Un luogo certamente da riscoprire anche per il panorama mozzafiato che si gode dalla sommità del colle: la vista spazia dalla vallata del Dirillo alla piana di Gela e arriva a scorgere il mare africano.

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