Le mille vite del carcere Malaspina, scrigno di tesori

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

Era l’antica residenza dei duchi Oneto di Sperlinga, poi diventata fabbrica di terracotta, ricovero per giovani indigenti e infine istituto penale per minorenni

di Emanuele Drago*

È impensabile immaginare Palermo, facendo esclusivamente ricorso ai quattro mandamenti della città storica. Infatti, dopo l’abbattimento delle mura cinquecentesche si svilupparono a raggiera una serie di rioni, di cui molto spesso ancora oggi chi vi risiede ne disconosce le origini e la storia. Uno di questi quartieri, sviluppatosi nella direttrice nord ovest, è rione Malaspina Palagonia.

Corte interna del carcere Malaspina

Uno dei primi documenti in cui si fa riferimento alla contrada Malaspina è contenuto tra le pergamene del tabulario di San Bartolomeo e risale alla seconda metà del XIV secolo. Se il nome sia riconducibile ad uno dei primi proprietari fondiari che iniziò a edificarvi case, o sia invece piuttosto legato al cronista Saba Malaspina, che al tempo di re Martino scrisse un’opera – Rerum Sicularum Historia – dedicata alla Sicilia, ancora oggi non è dato saperlo con certezza. Da una attenta analisi topografica si evince chiaramente che la contrada, dopo aver avuto inizio da piazza San Francesco, ed essersi dipanata per una stretta e tortuosa viuzza denominata appunto vicolo Malaspina, giungesse in piazza Ottavio Ziino, che era l’ultimo tratto del primo tronco.

Il secondo tronco della via Malaspina, corrispondeva all’attuale via Principe di Palagonia, rientrava in quelli che erano i fondi agricoli degli Oneto duchi di Sperlinga e Palagonia, adiacenti a loro volta ai terreni che possedeva la famiglia Whitaker accanto al canale del torrente Rigano. In origini il quartiere annoverava alcune importanti ville, in primis la villa Valguarnera, in prossimità di piazza Tosti, ma anche le ville Cupane e Lima Mancuso. Tutte quante le ville, nonostante il piano regolatore redatto da Felice Giarrusso lo vietasse, intorno agli anni Cinquanta vennero vendute, espropriate ed abbattute, per far posto a grossi palazzi multipiano che nacquero subito dopo il dopoguerra, molti dei quali divennero sede di assessorati regionali.

Stemma degli Oneto

Per fortuna da quella smania distruttiva e speculativa si salvarono solo la villa Isnello, ubicata in via Monteverdi, e anche il palazzo che è un po’ il simbolo del quartiere Malaspina Palagonia, ovvero la dimora degli Oneto duchi di Sperlinga. Spesso identificato esclusivamente come sede del carcere minorile – citato tra l’altro nel film “Mery per sempre” di Marco Risi col termine “Rosaspina” – la villa meriterebbe una maggiore attenzione sia da un punto di artistico, sia da un punto di vista architettonico. Si tratta di un’amplissima struttura costituita da due corti collegate tra loro tramite un vestibolo, che a sua volta è sormontato da una guardiola che serviva fin dal Settecento a vigilare sulle vie d’accesso.

Ancora oggi sopra la guardiola è possibile ammirare l’orologio che venne collocato nell’Ottocento e sopra il quale v’è scritto “Il tempo fugge e non ritorna”. L’interno della residenza invece presenta, oltre ad un ampio scalone a due rampe, coperto da volte a botte e cupola, una serie di sale collocate nel primo piano e che si affacciano sul terrazzo balaustrato. Tra le principali sale merita una particolare attenzione il salone Baviera, oggi sede di rappresentanza ma in origine cappella privata della villa. Il salone fu decorato da Vito D’Anna, Gaspare Fumagalli e Francesco Manno, e inoltre possiede un delizioso piccolo portico i cui pilastri facevano parte di un teatrino collocato al Foro Italico.

Sala Baviera e portico

Però, solo per i primi sessant’anni la struttura ebbe una funzione esclusivamente residenziale, in quanto, tra il 1761 e il 1780, per volontà del quinto duca di Sperlinga Francesco Oneto e Monreale, venne in parte trasformata in fabbrica di terracotta e ceramica. A quanto pare, la passione per la ceramica smaltata il duca l’aveva maturata durante gli anni in cui aveva vissuto a Napoli, dopo aver a lungo ammirato la fabbrica impiantata da Carlo III nella reggia di Capodimonte. Nel 1780, esattamente dopo vent’anni, il figlio del quinto duca, Saverio Oneto Gravina, decise di chiudere la fabbrica di famiglia. Così nel 1835, per un breve periodo il palazzo venne ceduto al governo borbonico che lo utilizzò come ricovero per i giovani mendicanti.

E questo fin quando nel 1839 la villa non venne acquistata dal Senato palermitano per ospitare una succursale dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. Di questa nuova destinazione d’uso si fece promotore Francesco Paolo Gravina, ottavo principe di Palagonia, e sindaco filantropo della città. Poi nel 1933 la villa passò allo Stato e al Ministero di Grazia e Giustizia che decise di destinarlo a sede del Centro per la Giustizia minorile. L’auspicio è che, nonostante la delicata e ammirevole funzione che la villa attualmente svolge, in futuro possa essere resa fruibili alla cittadinanza, magari grazie anche a progetti educativi che prevedano l’inclusione e sensibilizzazione culturale degli stessi giovani minorenni che vi sono detenuti.

*Docente e scrittore

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Nuovo restauro in vista al Chiostro di Monreale

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Duomo e chiostro di Monreale

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

Dopo un primo intervento sulle colonne, la Soprintendenza si prepara a completare i lavori con una revisione più radicale che mancava da tempo

di Giulio Giallombardo

È nella top ten dei siti più visitati in Sicilia. Con le sue 228 colonnine intarsiate da mosaici, i capitelli istoriati con scene bibliche, il maestoso rigore dello spazio, scandito da un susseguirsi di archi ogivali, il Chiostro dei Benedettini di Monreale si prepara adesso a un nuovo intervento di restauro per preservare tutta la sua bellezza. La Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo sta ultimando la gara d’appalto per l’affidamento dei lavori, che ammontano a 175mila euro, finanziati dal Dipartimento regionale del Beni culturali. L’anno scorso si era già concluso un primo intervento per la messa in sicurezza dei capitelli, cercando allo stesso tempo di fermare il processo di deterioramento del marmo e della pietra calcarea. Ma questa volta la Soprintendenza vuole avviare un restauro più radicale, che coinvolga tutto il chiostro, individuando anche le non poche criticità nascoste, che possono rivelarsi più insidiose.

Le colonne del chiostro

“Siamo davanti a un monumento di vitale importanza che non può essere trascurato – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – . La situazione generale del chiostro non è buona, ci sono archi puntellati da molti anni, con pontelli in legno, incavallature sul tetto, macchie di umidità che avevamo già constatato, per cui tutto il chiostro doveva essere revisionato. C’è un problema di carattere generale di verifica e revisione delle coperture, interverremo in modo da poter creare delle strutture che siano adeguate da un punto di vista antisismico e soprattutto per rimuovere questi puntellamenti lungo le corsie. Non si può intervenire di volta in volta solo tamponando una situazione con urgenza, un lavoro più generale non si fa da alcuni decenni, quindi è necessaria adesso una revisione per individuare problemi che possono essere nascosti in ogni punto”.

Duomo e chiostro di Monreale

I lavori prevedono, dunque, controlli al manto di copertura del chiostro per migliorare la struttura architettonica, rimuovendo in alcuni casi le incavallature metalliche non belle a vedersi e apportando adeguamenti antisismici. Ma, assicurano dalla Soprintendenza, durante i lavori, il chiostro non chiuderà: “Si procederà a tratti, per campate, mantenendo la possibilità di fruire del monumento – aggiunge Lina Bellanca – , ma nello stesso tempo potremo fare un controllo di carattere generale dello stato di conservazione, migliorando le condizioni statiche della struttura”.

Il Chiostro annesso all’abbazia benedettina di Santa Maria la Nuova, adiacente al Duomo, fa parte del complesso monumentale che dal 2015 è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’umanità. Realizzato alla fine del XII secolo, è un vero e proprio capolavoro dell’arte normanna e sembra evocare i cortili porticati delle dimore signorili islamiche, più vicino all’Alhambra di Granada, che a un chiostro benedettino. È uno dei monumenti più visitati in Sicilia, con numeri in crescita anno dopo anno, e adesso si prepara a una nuova primavera.

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Palazzo Butera, viaggio nella “reggia” che diverrà museo

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, “Theatre of the Sun”

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

Costruito nel 1692, da semplice casina fu progressivamente trasformato in uno degli edifici monumentali più importanti della città

di Emanuele Drago*

Se c’è a Palermo un palazzo che meglio rappresenta la temperie della città settecentesca, questo è certamente Palazzo Butera. Edificato nel 1692 su un’area in cui si sorgevano una serie di edifici, da semplice casina fu progressivamente trasformato in una sorta di “reggia” cittadina, la cui facciata monumentale si stagliava – fatto assolutamente inedito per la città – sul fronte a mare. Commissionata dal duca Branciforti Girolamo Martini al grande architetto del Barocco palermitano, Giacomo Amato, nel corso degli anni subì varie trasformazioni, complice anche un un drammatico incendio.

Soffitto affrescato

Il momento di massimo splendore del palazzo fu raggiunto nell’ultimo trentennio del Settecento, con il figlio del principe di Butera, quell’Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, principe di Pietraperzia, che fu protagonista della vita politica e culturale del tempo. Tra le tante iniziative culturali promosse dal buon Ercole, si ricorda la partenza nel 1784 di una mongolfiera dalle terrazze del Palazzo, esattamente un anno dopo il primo volo pubblico che i fratelli Montgolfier fecero compiere al loro aerostato ad Annonay. In quegli anni Ercole Branciforte, oltre ad ereditare il titolo di principe di Butera, accolse nel suo palazzo uomini di cultura e viaggiatori quali Dominique-Vivant Denon, Jean-Pierre Houel e Friedrich Münter. Grazie ad ulteriori imparentamenti, prima con i Lanza e poi con i Florio, il prestigio di questa antica casata di origine normanna si accrebbe ulteriormente, tant’è che non vi fu sovrano o illustre personalità in visita a Palermo che non facesse visita al palazzo e non si affacciasse dalla sontuosa terrazza che dava sul mare.

Gli anni passarono e dopo alterne vicende, esattamente nel 1982, gli ultimi proprietari ripresero in gestione il palazzo, che venne utilizzato come sede di fiere d’antiquariato, convegni, concerti e ricevimenti. E questo fino al 2016, ovvero fino al giorno in cui la piccola “reggia” di Palermo è entrata a far parte delle mire dell’imprenditore e collezionista lombardo Massimo Valsecchi, il quale, insieme alla moglie Francesca, l’ha acquistato per dodici milioni di euro (si disse con proventi ricavati dalla vendita di un solo Richter) col preciso scopo di trasformarlo in polo museale dentro cui verrà esposta la sua importante collezione d’arte.

Sala neogotica

Eppure, prima ancora di farsi abbagliare da questo progetto, Valsecchi sembra avrebbe voluto donare parte della sua collezione al Getty Museum di Los Angeles. Poi però vi fu l’incontro con Palermo e il palazzo Butera, e nacque così l’idea di realizzarvi un grande polo museale dove esporre la propria personale raccolta. La collezione avrà come obiettivo quello di mettere insieme, in una specie di esperimento inedito, i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture. Si tratterà di una collezione di grande livello – non a caso una prestigiosa rivista internazionale, prima che fosse destinata a Palermo, la definì come la grande collezione privata che Londra avrebbe dovuto conoscere – in cui, in mezzo a notevoli artisti come Annibale Carracci, Andy Warhol, Gerhard Richter e Gilbert & George, si aggiungeranno anche numerosi reperti di arte antica e maioliche.

Ora, in attesa di poterla finalmente apprezzare dal vivo, non resta che godere del magnifico palazzo. Si tratta di ben settemila metri quadrati affacciati sul Foro Italico e i cui luoghi sono così distinti: un piano dedicato alle mostre, un piano dedicato alla collezione e un piano dedicato alle residenze. Tra le stanze che lasciano senza fiato vi è indubbiamente la sala neogotica, primo chiaro esempio dell’integrazione che all’interno del palazzo è stata realizzata tra antico e contemporaneo. Per la stanza due artisti francesi contemporanei, Anne e Patrick Poirier, hanno disegnato un tappeto realizzato in Nepal e una serie di specchi colorati, eseguiti sul modello delle vetrate delle cattedrali francesi. Le iscrizioni, in greco e in latino, rimandavano alle varie stratificazione culturali che stanno alla base del Dna del capoluogo siciliano.

Fallen Fruit, Theatre of the Sun

Ma il palazzo ha lasciato dei significativi ricordi anche quando, in pieno cantiere aperto, ha ospitato, durante la Biennale di Arte contemporanea, Manifesta 12, delle suggestive istallazioni. Tra le diverse sarà difficile dimenticare la bellissima installazione all’interno del progetto “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza” e realizzata dall’artista Fallen Fruit: una suggestiva carta da parati in cui dei grovigli psichedelici di rami e foglie si muovevano su una tinta sfumata invadendo ogni parete. Davvero un angolo suggestivo.

Usciti nel grande terrazzo da cui passarono i più importanti sovrani d’Europa, si ci può sporgere oltre l’inferriata, in quella che è ricordata come l’antica passeggiata delle Cattive. Infine, un’altra scoperta è possibile fare visitando i magazzini del piano terra; qui infatti, fin dagli anni Cinquanta, prima che venisse trasferita nel vano dello scalone del Palazzo dei Normanni, si trovava la carrozza d’oro. Un reperto di storia materiale che venne utilizzato dal registra francese Jean Renoir nell’omonimo film, appunto la “Carrozza d’oro”, in cui tra l’altro recitò la straordinaria Anna Magnani. A dimostrazione, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che le storie di Palermo non sono solo fortemente stratificate, ma anche fortemente correlate.

*Docente e scrittore

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Torna al Teatro Biondo la magia di “Slava’s Snowshow”

In scena il clown russo che ha saputo rinnovare la tradizione circense, arricchendola con invenzioni teatrali inedite

di Redazione

Torna al Teatro Biondo di Palermo, dal 20 al 31 marzo, uno degli spettacoli più amati dal pubblico di tutte le età: “Slava’s Snowshow”, considerato considerato – secondo il “Times” –  “un classico del teatro del XX secolo”, visto in decine di paesi, centinaia di città, migliaia di volte da milioni di spettatori. Il suo geniale inventore, Slava Polunin, è considerato “il miglior clown del mondo”, un clown che ha saputo rinnovare la tradizione arricchendola con invenzioni teatrali sorprendenti.

Ispirandosi alla raffinata filosofia della pantomima di Marcel Marceau e all’umana e comica amarezza dei grandi film di Charlie Chaplin, Slava ha creato il suo personale clown, meditabondo, gentile e poetico. “Slava’s Snowshow” è uno spettacolo emozionante, poetico, coinvolgente, che riesce a incantare gli spettatori di qualsiasi età: dai bambini (consigliato a partire dagli 8 anni) ai genitori, che ritornano anch’essi un po’ bambini lasciandosi trasportare dalla magia dei colori, delle musiche e delle invenzioni sceniche, fino all’attesissimo finale che diventa una grande festa per tutti, con i palloni variopinti che rimbalzano tra il palcoscenico e la platea, in un gioco che coinvolge i clown e il pubblico.

Lo stesso Slava definisce il suo show “un teatro rituale magico e festoso costruito sulla base delle immagini e dei movimenti, sui giochi e sulle fantasie, che sono le creazioni comuni al pubblico e alla gente di teatro; un teatro che nasce dai sogni e dalle fiabe, che crea un’unione epica e intimistica tra tragedia e commedia, assurdità e spontaneità, crudeltà e tenerezza; un teatro che sfugge a qualsiasi definizione, all’interpretazione univoca delle sue azioni e da qualsiasi tentativo di limitazione della sua libertà”.

In scena il clown russo che ha saputo rinnovare la tradizione circense, arricchendola con invenzioni teatrali inedite

di Redazione

Torna al Teatro Biondo di Palermo, dal 20 al 31 marzo, uno degli spettacoli più amati dal pubblico di tutte le età: “Slava’s Snowshow”, considerato considerato – secondo il “Times” –  “un classico del teatro del XX secolo”, visto in decine di paesi, centinaia di città, migliaia di volte da milioni di spettatori. Il suo geniale inventore, Slava Polunin, è considerato “il miglior clown del mondo”, un clown che ha saputo rinnovare la tradizione arricchendola con invenzioni teatrali sorprendenti.

Ispirandosi alla raffinata filosofia della pantomima di Marcel Marceau e all’umana e comica amarezza dei grandi film di Charlie Chaplin, Slava ha creato il suo personale clown, meditabondo, gentile e poetico. “Slava’s Snowshow” è uno spettacolo emozionante, poetico, coinvolgente, che riesce a incantare gli spettatori di qualsiasi età: dai bambini (consigliato a partire dagli 8 anni) ai genitori, che ritornano anch’essi un po’ bambini lasciandosi trasportare dalla magia dei colori, delle musiche e delle invenzioni sceniche, fino all’attesissimo finale che diventa una grande festa per tutti, con i palloni variopinti che rimbalzano tra il palcoscenico e la platea, in un gioco che coinvolge i clown e il pubblico.

Lo stesso Slava definisce il suo show “un teatro rituale magico e festoso costruito sulla base delle immagini e dei movimenti, sui giochi e sulle fantasie, che sono le creazioni comuni al pubblico e alla gente di teatro; un teatro che nasce dai sogni e dalle fiabe, che crea un’unione epica e intimistica tra tragedia e commedia, assurdità e spontaneità, crudeltà e tenerezza; un teatro che sfugge a qualsiasi definizione, all’interpretazione univoca delle sue azioni e da qualsiasi tentativo di limitazione della sua libertà”.

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Un’opera di Berta per la rassegna “Sacrosanctum”

Prosegue la rassegna d’arte contemporanea, a cura di Adalberto Abbate e Maria Luisa Montaperto, all’Oratorio di San Mercurio di Palermo

di Redazione

Prosegue la rassegna d’arte contemporanea Sacrosanctum all’Oratorio di San Mercurio di Palermo. L’opera numero 14 della manifestazione sarà creata da Filippo Berta e presentata al pubblico, venerdì 15 marzo alle 19, a San Mercurio, dove resterà visibile al pubblico fino al 22 aprile.

Protagonista dell’opera di Berta per Sacrosanctum.14 è una pecora priva del proprio manto. Spogliata del suo vello questa piccola unità di un gregge può mostrare ora ogni sua piccola specificità, allontanandosi da un’immagine collettiva tipizzata e uniformante. Ma la pecora possiede anche un importante valore simbolico. L’Agnus dei, la vittima sacrificale, ci parla di redenzione e di patimento, di sofferenza e di accettazione. Così Isaia descrive Cristo che si avvia al martirio: “Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Isaia 53,7). Filippo Berta ce ne offre una versione vivida e contemporanea.

La ricerca di Berta, focalizzata sul rapporto individuo-società, analizza le tensioni che intercorrono tra necessità di una ricerca identitaria e adesione a modelli condivisi, smascherando il falso potere generato dall’aderenza a schemi esistenziali codificati e standardizzati. Queste disarmonie sociali, generate dal rapporto fra perfezione e imperfezione, unicità e uniformità, idoli e idolatria, trovano la loro messa in forma in installazioni e performance dal sapore destabilizzante; atti performativi calati in scenari di estremo rigore visivo che si aprono spesso all’errore e alla rottura di uno stato imposto.

Giunta alla seconda edizione e al suo quinto anno di vita, Sacrosanctum è una rassegna d’arte contemporanea a cura di Adalberto Abbate e Maria Luisa Montaperto, sostenuta e organizzata dall’associazione Amici dei Musei Siciliani. Grazie al fondamentale apporto degli artisti è stato possibile valorizzare un patrimonio culturale unico, promuovendo all’interno di siti monumentali interventi di manutenzione e restauro.

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 18. Per informazioni telefonare allo 0916118168.

Prosegue la rassegna d’arte contemporanea, a cura di Adalberto Abbate e Maria Luisa Montaperto, all’Oratorio di San Mercurio di Palermo

di Redazione

Prosegue la rassegna d’arte contemporanea Sacrosanctum all’Oratorio di San Mercurio di Palermo. L’opera numero 14 della manifestazione sarà creata da Filippo Berta e presentata al pubblico, venerdì 15 marzo alle 19, a San Mercurio, dove resterà visibile al pubblico fino al 22 aprile.

Protagonista dell’opera di Berta per Sacrosanctum.14 è una pecora priva del proprio manto. Spogliata del suo vello questa piccola unità di un gregge può mostrare ora ogni sua piccola specificità, allontanandosi da un’immagine collettiva tipizzata e uniformante. Ma la pecora possiede anche un importante valore simbolico. L’Agnus dei, la vittima sacrificale, ci parla di redenzione e di patimento, di sofferenza e di accettazione. Così Isaia descrive Cristo che si avvia al martirio: “Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Isaia 53,7). Filippo Berta ce ne offre una versione vivida e contemporanea.

La ricerca di Berta, focalizzata sul rapporto individuo-società, analizza le tensioni che intercorrono tra necessità di una ricerca identitaria e adesione a modelli condivisi, smascherando il falso potere generato dall’aderenza a schemi esistenziali codificati e standardizzati. Queste disarmonie sociali, generate dal rapporto fra perfezione e imperfezione, unicità e uniformità, idoli e idolatria, trovano la loro messa in forma in installazioni e performance dal sapore destabilizzante; atti performativi calati in scenari di estremo rigore visivo che si aprono spesso all’errore e alla rottura di uno stato imposto.

Giunta alla seconda edizione e al suo quinto anno di vita, Sacrosanctum è una rassegna d’arte contemporanea a cura di Adalberto Abbate e Maria Luisa Montaperto, sostenuta e organizzata dall’associazione Amici dei Musei Siciliani. Grazie al fondamentale apporto degli artisti è stato possibile valorizzare un patrimonio culturale unico, promuovendo all’interno di siti monumentali interventi di manutenzione e restauro.

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 18. Per informazioni telefonare allo 0916118168.

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Il ballo in maschera “new pop” di Giuseppe Veneziano

Si inaugura “Fantasy”, la mostra curata da Aurelio Pes che riunisce quaranta opere del pittore siciliano in un colorato allestimento al Museo Riso

di Giulio Giallombardo

Un colorato carnevale “iconoclasta”, dove le maschere si divertono a capovolgere i ruoli, tirando brutti scherzi a chi partecipa alla festa. Figure che da lontano appaiono familiari e rassicuranti, ma viste più da vicino, sparigliano le carte, mostrandosi stridenti, sardoniche e vagamente minacciose. Sono i protagonisti di “Fantasy”, la personale di Giuseppe Veneziano, curata da Aurelio Pes, che si inaugura oggi a Palermo, nelle sale al primo piano di Palazzo Riso e che sarà visitabile fino al 5 maggio.

Giuseppe Veneziano, La terza settimana

Quaranta opere provenienti da collezioni private, per la prima volta raccolte insieme ed esposte nelle sale di un museo pubblico, inserite da Pes in un allestimento cromatico, dove il tempo è scandito dal lento variare dei sette colori dell’arcobaleno e dalle musiche che Leopold Stokowski scrisse per il film di Walt Disney che dà il nome alla mostra. È proprio l’ombra di quello che è stato definito “il principe nero di Hollywood” che incombe sulle opere di Veneziano, considerato tra i maggiori esponenti della “new pop” italiana, abile nel mescolare citazioni stratificate che strizzano l’occhio a capolavori di artisti come Michelangelo, Raffaello, Velasquez e Leonardo, fuse con la lezione moderna di Millet, Van Gogh, Magritte e Dalì, con quella pop di Warhol e Basquiat.

Così, l’Annunciata di Antonello da Messina, può permettersi di mangiare un cannolo con le bacchette, come la sorridente modella cinese nel discusso spot di Dolce&Gabbana; Biancaneve si trasforma in una glaciale assassina, sterminando i sette nani; la “Ragazza col turbante” di Vermeer si fa un selfie nuda allo specchio con un cellulare, come gli apostoli nell’Ultima cena leonardesca, pronti a immortalare l’irripetibile convivio. Poi, c’è anche il Cristo “gay” in croce che indossa slip griffati, opera che ha sollevato un polverone a Massa, dove è stata esposta a Palazzo Ducale. Mentre lo stesso Gesù, in un’altra tela, è ritratto mentre ascende in cielo trainato da palloncini colorati. E ancora, nel popolato universo di Veneziano, trovano spazio anche Spiderman e Batman sorpresi a baciarsi, un divertito Papa sullo skate, fino all’autoritratto dell’artista che si immagina come un’improbabile Gioconda.

Da sinistra, Miliza Rodic, Aurelio Pes, Valeria Patrizia Li Vigni e Giuseppe Veneziano

Presenti questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della mostra, oltre all’artista e al curatore, il direttore del Museo Riso, Valeria Patrizia Li Vigni; Miliza Rodic, che ha curato la produzione, e in rappresentanza del sindaco di Palermo, il consigliere comunale Sandro Terrani. “Sono convinto che l’arte non debba creare barriere – spiega Veneziano a Le Vie dei Tesori News – per questo prediligo un linguaggio con più livelli di lettura, da cui però non deve mai mancare il primo, quello più diretto, così anche chi non ha competenze artistiche può leggere qualcosa in ciò che vede”.

“Il mondo di Veneziano – secondo Aurelio Pes, che torna a curare una mostra dell’artista dopo 25 anni da ‘Segnali di fumo’ – è quello di chi ha saputo andare, come Alice, oltre lo specchio per affermare, ebbro di libertà: ‘Che importa mai dove potrà trovarsi il mio corpo? La mia mente seguita a lavorare lo stesso. Anzi più mi trovo a testa in giù più invento cose inusitate’. Arruffando il tempo trascorso, riesce a Veneziano l’impresa memorabile di trasformare ogni singolo evento in un bal masqué, dove figure appaiono e si dissolvono, come in certi quadri del Giorgione, dove liuto canto flauto formano una vera trinità, nella quale la voce, divenuta poesia, è il legame più saldo e veritiero fra il mondo umano e il cosmo, uniti in un accordo di bellezza che è anche l’espressione figurata del loro costituirsi”.

Opere in mostra

“Il Museo Riso – dichiara Valeria Patrizia Li Vigni – sempre attento ai linguaggi del contemporaneo, presenta un artista siciliano di grande tempra, che ci regala una mostra innovativa dove arte, musica e spettacolo si fondono, per fornire un messaggio inequivocabile che rientra pienamente negli obiettivi del Polo, ovvero di ospitare e promuovere nuovi artisti”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso tranne i festivi. La biglietteria chiude trenta minuti prima.

Si inaugura “Fantasy”, la mostra curata da Aurelio Pes che riunisce quaranta opere del pittore siciliano in un colorato allestimento al Museo Riso

di Giulio Giallombardo

Un colorato carnevale “iconoclasta”, dove le maschere si divertono a capovolgere i ruoli, tirando brutti scherzi a chi partecipa alla festa. Figure che da lontano appaiono familiari e rassicuranti, ma viste più da vicino, sparigliano le carte, mostrandosi stridenti, sardoniche e vagamente minacciose. Sono i protagonisti di “Fantasy”, la personale di Giuseppe Veneziano, curata da Aurelio Pes, che si inaugura oggi a Palermo, nelle sale al primo piano di Palazzo Riso e che sarà visitabile fino al 5 maggio.

La terza settimana

Quaranta opere provenienti da collezioni private, per la prima volta raccolte insieme ed esposte nelle sale di un museo pubblico, inserite da Pes in un allestimento cromatico, dove il tempo è scandito dal lento variare dei sette colori dell’arcobaleno e dalle musiche che Leopold Stokowski scrisse per il film di Walt Disney che dà il nome alla mostra. È proprio l’ombra di quello che è stato definito “il principe nero di Hollywood” che incombe sulle opere di Veneziano, considerato tra i maggiori esponenti della “new pop” italiana, abile nel mescolare citazioni stratificate che strizzano l’occhio a capolavori di artisti come Michelangelo, Raffaello, Velasquez e Leonardo, fuse con la lezione moderna di Millet, Van Gogh, Magritte e Dalì, con quella pop di Warhol e Basquiat.

Opere in mostra

Così, l’Annunciata di Antonello da Messina, può permettersi di mangiare un cannolo con le bacchette, come la sorridente modella cinese nel discusso spot di Dolce&Gabbana; Biancaneve si trasforma in una glaciale assassina, sterminando i sette nani; la “Ragazza col turbante” di Vermeer si fa un selfie nuda allo specchio con un cellulare, come gli apostoli nell’Ultima cena leonardesca, pronti a immortalare l’irripetibile convivio. Poi, c’è anche il Cristo “gay” in croce che indossa slip griffati, opera che ha sollevato un polverone a Massa, dove è stata esposta a Palazzo Ducale. Mentre lo stesso Gesù, in un’altra tela, è ritratto mentre ascende in cielo trainato da palloncini colorati. E ancora, nel popolato universo di Veneziano, trovano spazio anche Spiderman e Batman sorpresi a baciarsi, un divertito Papa sullo skate, fino all’autoritratto dell’artista che si immagina come un’improbabile Gioconda.

Da sinistra, Miliza Rodic, Aurelio Pes, Valeria Patrizia Li Vigni e Giuseppe Veneziano

Presenti questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della mostra, oltre all’artista e al curatore, il direttore del Museo Riso, Valeria Patrizia Li Vigni; Miliza Rodic, che ha curato la produzione, e in rappresentanza del sindaco di Palermo, il consigliere comunale Sandro Terrani. “Sono convinto che l’arte non debba creare barriere – spiega Veneziano a Le Vie dei Tesori News – per questo prediligo un linguaggio con più livelli di lettura, da cui però non deve mai mancare il primo, quello più diretto, così anche chi non ha competenze artistiche può leggere qualcosa in ciò che vede”.

“Il mondo di Veneziano – secondo Aurelio Pes, che torna a curare una mostra dell’artista dopo 25 anni da ‘Segnali di fumo’ – è quello di chi ha saputo andare, come Alice, oltre lo specchio per affermare, ebbro di libertà: ‘Che importa mai dove potrà trovarsi il mio corpo? La mia mente seguita a lavorare lo stesso. Anzi più mi trovo a testa in giù più invento cose inusitate’. Arruffando il tempo trascorso, riesce a Veneziano l’impresa memorabile di trasformare ogni singolo evento in un bal masqué, dove figure appaiono e si dissolvono, come in certi quadri del Giorgione, dove liuto canto flauto formano una vera trinità, nella quale la voce, divenuta poesia, è il legame più saldo e veritiero fra il mondo umano e il cosmo, uniti in un accordo di bellezza che è anche l’espressione figurata del loro costituirsi”.

“Il Museo Riso – dichiara Valeria Patrizia Li Vigni – sempre attento ai linguaggi del contemporaneo, presenta un artista siciliano di grande tempra, che ci regala una mostra innovativa dove arte, musica e spettacolo si fondono, per fornire un messaggio inequivocabile che rientra pienamente negli obiettivi del Polo, ovvero di ospitare e promuovere nuovi artisti”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso tranne i festivi. La biglietteria chiude trenta minuti prima.

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Il ricordo di Joe Petrosino a 110 anni dalla morte

In occasione della cerimonia per celebrare il sacrificio del poliziotto italo-americano, sarà scoperta un’opera donata da Pippo Madè e dedicata alla memoria

di Redazione

Sono passati 110 anni dall’omicidio del poliziotto italo-americano Joe Petrosino, ucciso in un agguato in piazza Marina, a Palermo. La città celebra il suo ricordo con una manifestazione, in programma martedì 12 marzo, a partire dalle 10, nella Sala Petrosino dell’Ersu, nell’ex Hotel de France, dove Petrosino alloggiò fino al giorno del delitto. Saranno presenti le associazioni Joe Petrosino di Padula, New York e Sicilia, con rappresentanti del Dipartimento di Polizia di New York.

All’incontro, che sarà moderato dal giornalista Alberto Samonà, saranno presenti il vicepresidente della Regione Siciliana, Gaetano Armao, in rappresentanza del presidente Nello Musumeci; il senatore Stefano Candiani, sottosegretario al Ministero dell’Interno, in rappresentanza del governo nazionale; il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè; il sindaco di Palermo Leoluca Orlando; l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione professionale Roberto Lagalla; il commissario straordinario dell’Ersu Giuseppe Amodei; la presidente dell’associazione Joe Petrosino Sicilia, Anna Maria Corradini; il presidente dell’associazione internazionale Joe Petrosino Padula, Vincenzo La Manna; il presidente dell’associazione Joe Petrosino New York Bob Fonti.

Nel corso dell’incontro, la professoressa Rita Cedrini presenterà la seconda edizione del Premio Associazione Joe Petrosino Sicilia, conferito all’artista Pippo Madè. Saranno, inoltre, presenti studenti di alcune scuole di Palermo e Bagheria. Partecipano Giuseppe Puleo e Francesco Quattrocchi, dirigenti sindacali del sindacato di polizia Siulp, nonché Raffaele Palma, presidente dell’Associazione nazionale Polizia di Stato di Palermo.

A seguire, alle 12, in piazza Marina, alla presenza delle autorità civili e militari, si terrà la cerimonia commemorativa del 110ecimo anniversario dell’omicidio di Joe Petrosino, con deposizione di una corona sul luogo dove fu ucciso il poliziotto. Sarà, inoltre, scoperta l’opera, donata dal maestro Pippo Madè e dedicata alla memoria di Petrosino.

In occasione della cerimonia per celebrare il sacrificio del poliziotto italo-americano, sarà scoperta un’opera donata da Pippo Madè e dedicata alla memoria

di Redazione

Sono passati 110 anni dall’omicidio del poliziotto italo-americano Joe Petrosino, ucciso in un agguato in piazza Marina, a Palermo. La città celebra il suo ricordo con una manifestazione, in programma martedì 12 marzo, a partire dalle 10, nella Sala Petrosino dell’Ersu, nell’ex Hotel de France, dove Petrosino alloggiò fino al giorno del delitto. Saranno presenti le associazioni Joe Petrosino di Padula, New York e Sicilia, con rappresentanti del Dipartimento di Polizia di New York.

All’incontro, che sarà moderato dal giornalista Alberto Samonà, saranno presenti il vicepresidente della Regione Siciliana, Gaetano Armao, in rappresentanza del presidente Nello Musumeci; il senatore Stefano Candiani, sottosegretario al Ministero dell’Interno, in rappresentanza del governo nazionale; il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè; il sindaco di Palermo Leoluca Orlando; l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione professionale Roberto Lagalla; il commissario straordinario dell’Ersu Giuseppe Amodei; la presidente dell’associazione Joe Petrosino Sicilia, Anna Maria Corradini; il presidente dell’associazione internazionale Joe Petrosino Padula, Vincenzo La Manna; il presidente dell’associazione Joe Petrosino New York Bob Fonti.

Nel corso dell’incontro, la professoressa Rita Cedrini presenterà la seconda edizione del Premio Associazione Joe Petrosino Sicilia, conferito all’artista Pippo Madè. Saranno, inoltre, presenti studenti di alcune scuole di Palermo e Bagheria. Partecipano Giuseppe Puleo e Francesco Quattrocchi, dirigenti sindacali del sindacato di polizia Siulp, nonché Raffaele Palma, presidente dell’Associazione nazionale Polizia di Stato di Palermo.

A seguire, alle 12, in piazza Marina, alla presenza delle autorità civili e militari, si terrà la cerimonia commemorativa del 110ecimo anniversario dell’omicidio di Joe Petrosino, con deposizione di una corona sul luogo dove fu ucciso il poliziotto. Sarà, inoltre, scoperta l’opera, donata dal maestro Pippo Madè e dedicata alla memoria di Petrosino.

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Arriva una nuova primavera per lo Stand Florio

Dopo un restauro durato quasi due anni, lo storico padiglione progettato da Ernesto Basile, è pronto ad essere aperto alla città

di Emanuele Drago *

La speculazione edilizia dell’Italia post-bellica ha prodotto diversi scempi, sottraendo alla comunità intera dei veri e propri gioielli architettonici. Uno di questi era una villa che si trovava a Roma e che era stata progettata dal grande Ernesto Basile. Stiamo parlando di Villa Villegas Tapazzi, ubicata fino agli anni Cinquanta in via Parioli, nel quartiere Pincio.

Villa Villegas Tapazzi

Quando a Palermo nei primi giorni di dicembre del ’59 venne smontata in piazza Crispi, Villa Deleilla, i palermitani rimasero a braccia conserte. Fu solo qualche tempo dopo, quando il danno era ormai compiuto, che compresero la gravità di quella demolizione. Tant’è che la scomparsa villa da quel momento in poi, divenne il simbolo del grande sacco edilizio che fu perpetrato a danno della città un tempo “felicissima”.

Eppure, se solo avessero voluto, le istituzioni e la cittadinanza avrebbero potuto in parte risarcire l’illustre architetto, non solo di molti scempi che erano stati attuati a Palermo, ma anche dello scempio romano di Villa Villagas. E infatti quale edificio se non lo Stand Florio avrebbe meglio ricordato la villa un tempo ubicata ai Parioli e che nel 1887 era stata realizzata per volontà del pittore sivigliano Josè Villaga y Cordero?

Stand Florio

Proprio lo Stand Florio, l’edificio stilisticamente più affine alla basiliana Villa Villegas, ma anche al complesso neomoresco che venne realizzato, per poi essere smontato, vicino a piazza Castelnuovo, come ingresso della grande esposizione del 1998. Eppure, quando l’esposizione terminò e Villa Villegas scomparve sotto l’azione demolitrice delle ruspe, lo stand era ancora lì, con il suo particolarissimo stile a pianta ottagonale, con la cupola rossa, con gli originali abbellimenti in ferro, col suo il chiostro moresco che richiama l’architettura araba, ma anche gli edifici andalusi, in primis alcuni particolari dell’Alhambra cordovana.

Ma l’insensibilità culturale, unita alla rovinosa china a cui venne abbandonata la costa sud di Palermo, fecero sì che lo stand fosse preda dell’incuria e dell’abbandono. C’era però ancora una schiera di malinconici nostalgici che non riusciva a dimenticare le serate danzanti a cui, dentro il rinomato Kursaal, accanto alla borghesia più in vista della città, un tempo aveva partecipato. Utilizzato a lungo per gare di tiro al piccione – tant’è che veniva anche denominata la Tavernetta del Tiro – oltre che di sport acquatici, durante la guerra svolse anche la funzione di magazzino per le truppe, al termine della quale venne acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla per farne un solarium. Poi, dopo un parziale restauro avvenuto nel 1985, un nuovo abbandono.

Lo Stand Florio sul lato mare

Ma quando tutto sembrava perduto, ecco riaffiorare una nuova luce in fondo al tunnel. E non solo per la nuova temperie culturale che negli ultimi anni sembra aver ridestato la città, ma grazie anche al coraggio ed alla lungimiranza dell’architetto Giuseppe Vajana e del fratello Fabio Vajana, amministratore della Servizitalia. Quest’ultima società si è aggiudicata, mediante bando pubblico – dopo aver presentato un progetto alla Soprintendenza – per i prossimi 50 anni la gestione e la valorizzazione di una area di 4mila metri quadrati, che è stata sistemata con fondi interamente privati. Oggi lo spazio e la struttura, dopo un restauro durato quasi due anni, sono pronti a rifiorire e il prossimo 21 marzo verrà finalmente inaugurata e resa fruibile all’intera cittadinanza. Anche la data scelta per l’inaugurazione non è affatto casuale. Il messaggio è chiaro: che sia l’inizio di una nuova e definitiva primavera per la splendida, ma martoriata costa sud di Palermo.

*Docente e scrittore

Dopo un restauro durato quasi due anni, lo storico padiglione progettato da Ernesto Basile, è pronto ad essere aperto alla città

di Emanuele Drago *

La speculazione edilizia dell’Italia post-bellica ha prodotto diversi scempi, sottraendo alla comunità intera dei veri e propri gioielli architettonici. Uno di questi era una villa che si trovava a Roma e che era stata progettata dal grande Ernesto Basile. Stiamo parlando di Villa Villegas Tapazzi, ubicata fino agli anni Cinquanta in via Parioli, nel quartiere Pincio.

Quando a Palermo nei primi giorni di dicembre del ’59 venne smontata in piazza Crispi, Villa Deleilla, i palermitani rimasero a braccia conserte. Fu solo qualche tempo dopo, quando il danno era ormai compiuto, che compresero la gravità di quella demolizione. Tant’è che la scomparsa villa da quel momento in poi, divenne il simbolo del grande sacco edilizio che fu perpetrato a danno della città un tempo “felicissima”.

Eppure, se solo avessero voluto, le istituzioni e la cittadinanza avrebbero potuto in parte risarcire l’illustre architetto, non solo di molti scempi che erano stati attuati a Palermo, ma anche dello scempio romano di Villa Villagas. E infatti quale edificio se non lo Stand Florio avrebbe meglio ricordato la villa un tempo ubicata ai Parioli e che nel 1887 era stata realizzata per volontà del pittore sivigliano Josè Villaga y Cordero?

Stand Florio

Proprio lo Stand Florio, l’edificio stilisticamente più affine alla basiliana Villa Villegas, ma anche al complesso neomoresco che venne realizzato, per poi essere smontato, vicino a piazza Castelnuovo, come ingresso della grande esposizione del 1998. Eppure, quando l’esposizione terminò e Villa Villegas scomparve sotto l’azione demolitrice delle ruspe, lo stand era ancora lì, con il suo particolarissimo stile a pianta ottagonale, con la cupola rossa, con gli originali abbellimenti in ferro, col suo il chiostro moresco che richiama l’architettura araba, ma anche gli edifici andalusi, in primis alcuni particolari dell’Alhambra cordovana.

Ma l’insensibilità culturale, unita alla rovinosa china a cui venne abbandonata la costa sud di Palermo, fecero sì che lo stand fosse preda dell’incuria e dell’abbandono. C’era però ancora una schiera di malinconici nostalgici che non riusciva a dimenticare le serate danzanti a cui, dentro il rinomato Kursaal, accanto alla borghesia più in vista della città, un tempo aveva partecipato. Utilizzato a lungo per gare di tiro al piccione – tant’è che veniva anche denominata la Tavernetta del Tiro – oltre che di sport acquatici, durante la guerra svolse anche la funzione di magazzino per le truppe, al termine della quale venne acquisito dal vicino ospedale Buccheri La Ferla per farne un solarium. Poi, dopo un parziale restauro avvenuto nel 1985, un nuovo abbandono.

Lo Stand Florio sul lato mare

Ma quando tutto sembrava perduto, ecco riaffiorare una nuova luce in fondo al tunnel. E non solo per la nuova temperie culturale che negli ultimi anni sembra aver ridestato la città, ma grazie anche al coraggio ed alla lungimiranza dell’architetto Giuseppe Vajana e del fratello Fabio Vajana, amministratore della Servizitalia. Quest’ultima società si è aggiudicata, mediante bando pubblico – dopo aver presentato un progetto alla Soprintendenza – per i prossimi 50 anni la gestione e la valorizzazione di una area di 4mila metri quadrati, che è stata sistemata con fondi interamente privati. Oggi lo spazio e la struttura, dopo un restauro durato quasi due anni, sono pronti a rifiorire e il prossimo 21 marzo verrà finalmente inaugurata e resa fruibile all’intera cittadinanza. Anche la data scelta per l’inaugurazione non è affatto casuale. Il messaggio è chiaro: che sia l’inizio di una nuova e definitiva primavera per la splendida, ma martoriata costa sud di Palermo.

*Docente e scrittore

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“Fantasy”, arriva l’arte dissacrante di Veneziano

All’interno di Palazzo Riso, quaranta lavori, fra opere pittoriche e scultoree, ed anche un’opera inedita dedicata a Palermo

di Redazione

Un dialogo dissacrante tra classicità e pop art, cosparso di simboli e citazioni. Si inaugura venerdì 8 marzo alle 18, la mostra “Fantasy” di Giuseppe Veneziano, una personale curata da Aurelio Pes, che sarà allestita all’interno del piano nobile di Palazzo Riso fino al 5 maggio. Un nuovo appuntamento per Veneziano, dopo il successo delle mostre di Massa al Palazzo Ducale e di Seravezza a Palazzo Mediceo.

Per l’occasione, l’artista di Mazzarino presenterà al pubblico quaranta lavori, fra opere pittoriche e scultoree e realizzerà un’opera inedita, dedicata a Palermo. Veneziano, utilizza la pittura, evitando una denuncia ormai usurata, a vantaggio di un’analisi e una riflessione sul vivere sociale. I suoi personaggi entrano a far parte di una composizione pittorica e scultorea, dove classicità e pop art si fondono in un dialogo continuo. Le opere si presentano al pubblico come un libro da leggere, da interpretare, da capire, il messaggio è complesso ed è presente ovunque nella minuziosa rappresentazione dei dettagli. Gesti e personaggi appartenenti alla sfera della memoria collettiva vengono dall’artista reinterpretati cercando di eludere qualsiasi banalità.

Saranno presenti all’inaugurazione, oltre all’artista, l’assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa; il direttore generale Sergio Alessandro; la direttrice del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, e il curatore Aurelio Pes.

All’interno di Palazzo Riso, quaranta lavori, fra opere pittoriche e scultoree, ed anche un’opera inedita dedicata a Palermo

di Redazione

Un dialogo dissacrante tra classicità e pop art, cosparso di simboli e citazioni. Si inaugura venerdì 8 marzo alle 18, la mostra “Fantasy” di Giuseppe Veneziano, una personale curata da Aurelio Pes, che sarà allestita all’interno del piano nobile di Palazzo Riso fino al 5 maggio. Un nuovo appuntamento per Veneziano, dopo il successo delle mostre di Massa al Palazzo Ducale e di Seravezza a Palazzo Mediceo.

Per l’occasione, l’artista di Mazzarino presenterà al pubblico quaranta lavori, fra opere pittoriche e scultoree e realizzerà un’opera inedita, dedicata a Palermo. Veneziano, utilizza la pittura, evitando una denuncia ormai usurata, a vantaggio di un’analisi e una riflessione sul vivere sociale. I suoi personaggi entrano a far parte di una composizione pittorica e scultorea, dove classicità e pop art si fondono in un dialogo continuo. Le opere si presentano al pubblico come un libro da leggere, da interpretare, da capire, il messaggio è complesso ed è presente ovunque nella minuziosa rappresentazione dei dettagli. Gesti e personaggi appartenenti alla sfera della memoria collettiva vengono dall’artista reinterpretati cercando di eludere qualsiasi banalità.

Saranno presenti all’inaugurazione, oltre all’artista, l’assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa; il direttore generale Sergio Alessandro; la direttrice del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Valeria Patrizia Li Vigni, e il curatore Aurelio Pes.

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La nuova vita della Casina dei nobili al Foro Italico

Inglobato nelle Mura delle Cattive, l’edificio era dedicato allo svago degli aristocratici palermitani. Dopo anni di abbandono, sarà presto completato il restauro

di Giulio Giallombardo

Era uno dei luoghi della “movida” aristocratica dell’Ottocento palermitano. Un piccolo padiglione dedicato allo svago, dove conversare e giocare a carte. Da anni il Comune vuole recuperarlo e oggi il completamento del restauro sembra più vicino. È la Casina dei nobili, che si affaccia sul Foro Italico, inglobata nella parte meridionale delle Mura delle Cattive, davanti al palchetto della musica. Dopo un lungo periodo d’abbandono, nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’edificio è stato oggetto di interventi di recupero rimasti però incompleti. Adesso, l’ufficio Gare del Comune ha aggiudicato l’appalto per terminare i lavori, che prevedono una spesa complessiva di circa 140mila euro. L’intenzione dell’amministrazione è quella di farne sede di uffici di servizio pubblico.

La scalinata sud di accesso alla passeggiata

La nascita della Casina dei nobili rientrò nel progetto di riqualificazione della passeggiata sulle Mura delle Cattive, avviata nella prima metà dell’800 dal marchese Antonio Lucchesi Palli, luogotenente del governo borbonico. Venne creato un camminamento sopraelevato di circa cinque metri rispetto al piano delle carrozze, ornato da panche, e che offriva una maggiore riservatezza rispetto alla passeggiata su strada, con una vista aperta sul mare. Le “cattive” a cui fa riferimento il nome delle mura, erano le vedove, che lì potevano passeggiare portando il loro lutto lontano dalla folla, “prigioniere” del proprio dolore (“cattive” deriva infatti dal latino captivae che significa, appunto, prigioniere).

Una delle finestre della casina

Nello spessore delle mura vennero realizzati dei padiglioni di svago, usati dai nobili e aristocratici del tempo, come luoghi di divertimento, conversazione e gioco. Successivamente, agli inizi del ‘900, le casine si trasformarono in locali ad uso commerciale, come si evince anche da alcune foto d’epoca. Le mura furono, in seguito, danneggiate dai bombardamenti del 1943. Molti edifici furono colpiti, tra cui la scalinata e proprio il padiglione meridionale ad angolo con via Alloro, oggi Salita Mura delle Cattive. Dopo la guerra, un lungo oblio sia della cortina muraria che dei padiglioni, fino a quando tutto il complesso venne inserito in un progetto di restauro e ricostruzione curato dall’amministrazione comunale.

“Al piano terra, l’ingresso schermato da porta a vetri, introdurrà in una saletta presidiata da una postazione di lavoro e destinata alla eventuale prima accoglienza – si legge nel progetto esecutivo firmato da Giovanni Crivello, dell’Ufficio Città storica del Comune – . Un disimpegno consentirà l’accesso a due servizi igienici, di cui uno per disabili, al locale di servizio con ventilazione forzata munito di attrezzatura sanitaria per lo smaltimento di acque chiare. Una scala rivestita in legno condurrà all’ambiente unico di primo piano (ufficio) dove sono previste altre quattro postazioni di lavoro”.

Inglobato nelle Mura delle Cattive, l’edificio era dedicato allo svago degli aristocratici palermitani. Dopo anni di abbandono, sarà presto completato il restauro

di Giulio Giallombardo

Era uno dei luoghi della “movida” aristocratica dell’Ottocento palermitano. Un piccolo padiglione dedicato allo svago, dove conversare e giocare a carte. Da anni il Comune vuole recuperarlo e oggi il completamento del restauro sembra più vicino. È la Casina dei nobili, che si affaccia sul Foro Italico, inglobata nella parte meridionale delle Mura delle Cattive, davanti al palchetto della musica. Dopo un lungo periodo d’abbandono, nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’edificio è stato oggetto di interventi di recupero rimasti però incompleti. Adesso, l’ufficio Gare del Comune ha aggiudicato l’appalto per terminare i lavori, che prevedono una spesa complessiva di circa 140mila euro. L’intenzione dell’amministrazione è quella di farne sede di uffici di servizio pubblico.

La scalinata sud di accesso alla passeggiata

La nascita della Casina dei nobili rientrò nel progetto di riqualificazione della passeggiata sulle Mura delle Cattive, avviata nella prima metà dell’800 dal marchese Antonio Lucchesi Palli, luogotenente del governo borbonico. Venne creato un camminamento sopraelevato di circa cinque metri rispetto al piano delle carrozze, ornato da panche, e che offriva una maggiore riservatezza rispetto alla passeggiata su strada, con una vista aperta sul mare. Le “cattive” a cui fa riferimento il nome delle mura, erano le vedove, che lì potevano passeggiare portando il loro lutto lontano dalla folla, “prigioniere” del proprio dolore (“cattive” deriva infatti dal latino captivae che significa, appunto, prigioniere).

Una delle finestre della casina

Nello spessore delle mura vennero realizzati dei padiglioni di svago, usati dai nobili e aristocratici del tempo, come luoghi di divertimento, conversazione e gioco. Successivamente, agli inizi del ‘900, le casine si trasformarono in locali ad uso commerciale, come si evince anche da alcune foto d’epoca. Le mura furono, in seguito, danneggiate dai bombardamenti del 1943. Molti edifici furono colpiti, tra cui la scalinata e proprio il padiglione meridionale ad angolo con via Alloro, oggi Salita Mura delle Cattive. Dopo la guerra, un lungo oblio sia della cortina muraria che dei padiglioni, fino a quando tutto il complesso venne inserito in un progetto di restauro e ricostruzione curato dall’amministrazione comunale.

“Al piano terra, l’ingresso schermato da porta a vetri, introdurrà in una saletta presidiata da una postazione di lavoro e destinata alla eventuale prima accoglienza – si legge nel progetto esecutivo firmato da Giovanni Crivello, dell’Ufficio Città storica del Comune – . Un disimpegno consentirà l’accesso a due servizi igienici, di cui uno per disabili, al locale di servizio con ventilazione forzata munito di attrezzatura sanitaria per lo smaltimento di acque chiare. Una scala rivestita in legno condurrà all’ambiente unico di primo piano (ufficio) dove sono previste altre quattro postazioni di lavoro”.

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