Passione, intrighi e luoghi inediti a Palermo

In questo week end del festival vi portiamo alla scoperta di vicende oscure contenute nell’itinerario contemporaneo, ma anche nei siti meno conosciuti ma preziosi della città

di Marco Russo

Una matrigna scandalosa, gli altari barocchi dell’istituto Gonzaga, un luogo inedito come l’ Istituto Florio Salamone, l’amore tra l’ammiraglio Nelson e la giovane lady Hamilton, le storie custodite dal Kemonia: sono solo alcuni dei percorsi possibili, questo fine settimana, a Palermo, con Le Vie dei Tesori, il festival che trasforma le città in musei diffusi, da Nord a Sud Italia. Ma andiamo alle storie che i visitatori troveranno a Palermo, partendo da quella tormentata che sarà ricostruita oggi, alle 18.30, all’interno dell’Itinerario contemporaneo curato da Paola Nicita: nella Palermo del ‘500 sangue e passione non risparmiano nessuno: qui il viceré Marcantonio Colonna si innamorò perdutamente di donna Eufrosina Siragusa Valdaura, baronessa del Miserendino. E se la nobile società dei tempi mormora sui due amanti – che avevano un’alcova a Porta Nuova – ma approva, Colonna taglia corto e fa uccidere sia il suocero che il marito della bellissima amante, a cui dona persino una fontana a forma di sirena con le sue fattezze, andata perduta durante i moti rivoluzionari; fino a quando il viceré non viene pugnalato durante un viaggio verso la Spagna.

Donna Eufrosina cerca riparo dalla vedova del viceré che le fa sposare in quattro e quattr’otto il nobile romano Lelio Massimo. Ma i figli di primo letto di lui non accettano la matrigna scandalosa e la uccidono a colpi di archibugio la seconda notte di nozze. Lelio Massimo, innamorato da sempre di Eufrosina, morirà di crepacuore poco dopo. A distanza di oltre mezzo millennio, un pro pro nipote del nobile romano, l’artista italolondinese Cesare Massimo, espone in quella che fu la casa paterna di Eufrosina – palazzo Siragusa Valdaura, oggi Oneto di Sperlinga – un’opera che rappresenta una figura femminile di grande potenza e drammaticità, in ricordo della nobile baronessa di Miserendino, definita da Sciascia “farfalla di morte”.

L’inaugurazione dell’opera “Multititled” – piccolo light box, poggiato a terra, che diffonde una gradazione di luci e ombre e ospita un disegno che fonde elementi iconografici classici della cultura indù a richiami contemporanei – sarà oggi alle 18.30, all’interno dell’ itinerario contemporaneo. Grazie a Roberto Bilotti e a Cesira Palmeri palazzo Oneto di Sperlinga è stato sottoposto ad un impegnativo restauro ed è diventato uno dei luoghi dell’arte contemporanea della città. 

All’interno dell’Itinerario, i lavori degli studenti dell’Accademia di Belle Arti, e degli ospiti della Casa Terapeutica assistita (CTA) Karol che si occupa di pazienti psichiatrici. Nello stesso circuito – aperto dalle 18 alle 22 nei weekend del festival e visitabile con i coupon – anche la collettiva di Minimum Studio su saggi e romanzi sull’amore, a cura di Magali Avezou e archipelago project; il progetto di Isabella Ducrot ai Magazzini di tessuti Parlato, Casa Spazio che accoglie le proposte dei colleghi marchigiani di Casa Sponge e Le Mosche che continua nelle sue “indagini” sul corpo.

Ma Palermo è anche quella delle tracce dei Florio, in un percorso tutto da scoprire, come quello lasciato nel 1891 in un luogo da visitare con il festival: è il periodo in cui Ignazio Florio veste i panni del mecenate e dona 200 mila lire – somma ingente per i tempi – e un fabbricato di sua proprietà alle falde di Montepellegrino alla Scuola Municipale per Ciechi, nata dalle ceneri dell’ex Confraternita dei Ciechi dell’immacolata Concezione, fondata dal gesuita padre Francesco Drago alla fine del 1600. I nobili, lo dice la storia, promettono e spesso non mantengono: non fu così per Ignazio Florio che tre anni dopo, donò Villa del Pigno – prima industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele, poi filanda e tessoria, come si scopre dagli antichi lavatoi – alla Scuola, a cui si aggiunse una monumentale eredità dalla mecenate (cieca) donna Francesca Salamone da Mistretta, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Nasceva così l’Istituto per Ciechi Florio-Salamone, che poteva contare su un’ampia villa con diversi fabbricati attorno, e un giardino di 15 mila metri quadrati.

All’interno, una sala concerti con foyer e palco reale, una cappella e dei saloni eleganti; particolarmente interessante, è l’organo che, da come è sistemato, permette la diffusione della musica in due sale contemporaneamente. Le visite alla scoperta delle foto sbiadite dei Florio, della biblioteca con i libri in Braille e i locali, è condotta anche da un gruppo di ospiti dell’Istituto.

Sempre fuori dal centro cittadino, e poco lontano dall’Istituto, riapre i battenti questo fine settimana Villa De Gregorio a due passi dall’Arsenale: in questi salotti fiorì l’amore tra l’ammiraglio Nelson e la giovane lady Hamilton, ma passarono anche a personaggi come il maestro di cappella Benedetto Baldi e il compositore Richard Wagner, quando non era rinchiuso in una delle stanze dell’Hotel des Palmes. È aperto solo sabato dalle 10 alle 17.20. Questo weekend riapre anche il giardino di Villa Tasca ( visitabile solo su prenotazione).

Ma da scoprire sono anche gli altari barocchi all’interno dell’Istituto Gonzaga; qui saranno gli stessi studenti a raccontare ai visitatori de Le Vie dei Tesori come mai la Cappella San Giuseppe, costruita dal 1921, per volere del superiore dei Gesuiti padre Pasquale Borrello, abbia accolto tre altari barocchi in marmo policromo della chiesa di Santa Maria della Grotta, parte del Collegio Massimo dei Gesuiti in via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) che, a causa delle leggi anticlericali borboniche (1767) e sabaude (1866), venne prima confiscata alla Compagnia e poi gradualmente smantellata per diventare l’accesso all’ attuale Biblioteca regionale. Per fortuna gli altari barocchi si salvarono dalla demolizione: sono visitabili con lo straordinario Fondo Antico di 24 mila volumi della Compagnia di Gesù, composto da preziosi incunaboli, antifonari/manoscritti, itinerarium Rosaliae.

Restano chiusi, rispetto al programma, la cappella dei Falegnami (per un problema di infiltrazioni d’acqua), la chiesa degli Agonizzanti, l’Oratorio di Santa Maria La Savona tra i luoghi di Itinerario contemporaneo. Riapre il Miqveh ebraico ma solo su prenotazione; riaprono anche le sorgenti del Gabriele e, la domenica, Villa Whitaker. A Palazzo Sant’Elia è in corso la mostra sui cento capolavori dalle residenze imperiali russe: chi entra con i coupon de le Vie dei Tesori, otterrà un biglietto ridotto per l’esposizione.

Senza dimenticare le cene con degustazione, e, nelle piazze Castelnuovo, Marina, Bellini e Verdi, i 4 gazebo dove bambini e ragazzi potranno partecipare a laboratori su Teatro dei Pupi, palazzi del ‘700, la scuola dei Serpotta e le maioliche.

Infine, largo alle passeggiate alla scoperta dell’’antico fiume della città, quel Kemonia che una storia tutta da raccontare; poi si camminerà lungo il Cassaro per scoprire i “Cappidduzzi” o le “Marunnuzze”, le minuscole edicole votive curate dagli abitanti dei quartieri; sabato sera, alle 21, si verrà invece a sapere che Palermo spagnola aveva un sacco di porte… quella del carbone, quella dei pesci, quella del legno … Le passeggiate si svolgono tutte sabato e domenica, da prenotare qui.

In questo week end del festival vi portiamo alla scoperta di vicende oscure contenute nell’itinerario contemporaneo, ma anche nei siti meno conosciuti ma preziosi della città

di Marco Russo

Una matrigna scandalosa, gli altari barocchi dell’istituto Gonzaga, un luogo inedito come l’ Istituto Florio Salamone, l’amore tra l’ammiraglio Nelson e la giovane lady Hamilton, le storie custodite dal Kemonia: sono solo alcuni dei percorsi possibili, questo fine settimana, a Palermo, con Le Vie dei Tesori, il festival che trasforma le città in musei diffusi, da Nord a Sud Italia. Ma andiamo alle storie che i visitatori troveranno a Palermo, partendo da quella tormentata che sarà ricostruita oggi, alle 18.30, all’interno dell’Itinerario contemporaneo curato da Paola Nicita: nella Palermo del ‘500 sangue e passione non risparmiano nessuno: qui il viceré Marcantonio Colonna si innamorò perdutamente di donna Eufrosina Siragusa Valdaura, baronessa del Miserendino. E se la nobile società dei tempi mormora sui due amanti – che avevano un’alcova a Porta Nuova – ma approva, Colonna taglia corto e fa uccidere sia il suocero che il marito della bellissima amante, a cui dona persino una fontana a forma di sirena con le sue fattezze, andata perduta durante i moti rivoluzionari; fino a quando il viceré non viene pugnalato durante un viaggio verso la Spagna.

Donna Eufrosina cerca riparo dalla vedova del viceré che le fa sposare in quattro e quattr’otto il nobile romano Lelio Massimo. Ma i figli di primo letto di lui non accettano la matrigna scandalosa e la uccidono a colpi di archibugio la seconda notte di nozze. Lelio Massimo, innamorato da sempre di Eufrosina, morirà di crepacuore poco dopo. A distanza di oltre mezzo millennio, un pro pro nipote del nobile romano, l’artista italolondinese Cesare Massimo, espone in quella che fu la casa paterna di Eufrosina – palazzo Siragusa Valdaura, oggi Oneto di Sperlinga – un’opera che rappresenta una figura femminile di grande potenza e drammaticità, in ricordo della nobile baronessa di Miserendino, definita da Sciascia “farfalla di morte”.

L’inaugurazione dell’opera “Multititled” – piccolo light box, poggiato a terra, che diffonde una gradazione di luci e ombre e ospita un disegno che fonde elementi iconografici classici della cultura indù a richiami contemporanei – sarà oggi alle 18.30, all’interno dell’ itinerario contemporaneo. Grazie a Roberto Bilotti e a Cesira Palmeri palazzo Oneto di Sperlinga è stato sottoposto ad un impegnativo restauro ed è diventato uno dei luoghi dell’arte contemporanea della città. 

All’interno dell’Itinerario, i lavori degli studenti dell’Accademia di Belle Arti, e degli ospiti della Casa Terapeutica assistita (CTA) Karol che si occupa di pazienti psichiatrici. Nello stesso circuito – aperto dalle 18 alle 22 nei weekend del festival e visitabile con i coupon – anche la collettiva di Minimum Studio su saggi e romanzi sull’amore, a cura di Magali Avezou e archipelago project; il progetto di Isabella Ducrot ai Magazzini di tessuti Parlato, Casa Spazio che accoglie le proposte dei colleghi marchigiani di Casa Sponge e Le Mosche che continua nelle sue “indagini” sul corpo.

Ma Palermo è anche quella delle tracce dei Florio, in un percorso tutto da scoprire, come quello lasciato nel 1891 in un luogo da visitare con il festival: è il periodo in cui Ignazio Florio veste i panni del mecenate e dona 200 mila lire – somma ingente per i tempi – e un fabbricato di sua proprietà alle falde di Montepellegrino alla Scuola Municipale per Ciechi, nata dalle ceneri dell’ex Confraternita dei Ciechi dell’immacolata Concezione, fondata dal gesuita padre Francesco Drago alla fine del 1600. I nobili, lo dice la storia, promettono e spesso non mantengono: non fu così per Ignazio Florio che tre anni dopo, donò Villa del Pigno – prima industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele, poi filanda e tessoria, come si scopre dagli antichi lavatoi – alla Scuola, a cui si aggiunse una monumentale eredità dalla mecenate (cieca) donna Francesca Salamone da Mistretta, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Nasceva così l’Istituto per Ciechi Florio-Salamone, che poteva contare su un’ampia villa con diversi fabbricati attorno, e un giardino di 15 mila metri quadrati.

All’interno, una sala concerti con foyer e palco reale, una cappella e dei saloni eleganti; particolarmente interessante, è l’organo che, da come è sistemato, permette la diffusione della musica in due sale contemporaneamente. Le visite alla scoperta delle foto sbiadite dei Florio, della biblioteca con i libri in Braille e i locali, è condotta anche da un gruppo di ospiti dell’Istituto.

Sempre fuori dal centro cittadino, e poco lontano dall’Istituto, riapre i battenti questo fine settimana Villa De Gregorio a due passi dall’Arsenale: in questi salotti fiorì l’amore tra l’ammiraglio Nelson e la giovane lady Hamilton, ma passarono anche a personaggi come il maestro di cappella Benedetto Baldi e il compositore Richard Wagner, quando non era rinchiuso in una delle stanze dell’Hotel des Palmes. È aperto solo sabato dalle 10 alle 17.20. Questo weekend riapre anche il giardino di Villa Tasca ( visitabile solo su prenotazione).

Ma da scoprire sono anche gli altari barocchi all’interno dell’Istituto Gonzaga; qui saranno gli stessi studenti a raccontare ai visitatori de Le Vie dei Tesori come mai la Cappella San Giuseppe, costruita dal 1921, per volere del superiore dei Gesuiti padre Pasquale Borrello, abbia accolto tre altari barocchi in marmo policromo della chiesa di Santa Maria della Grotta, parte del Collegio Massimo dei Gesuiti in via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) che, a causa delle leggi anticlericali borboniche (1767) e sabaude (1866), venne prima confiscata alla Compagnia e poi gradualmente smantellata per diventare l’accesso all’ attuale Biblioteca regionale. Per fortuna gli altari barocchi si salvarono dalla demolizione: sono visitabili con lo straordinario Fondo Antico di 24 mila volumi della Compagnia di Gesù, composto da preziosi incunaboli, antifonari/manoscritti, itinerarium Rosaliae.

Restano chiusi, rispetto al programma, la cappella dei Falegnami (per un problema di infiltrazioni d’acqua), la chiesa degli Agonizzanti, l’Oratorio di Santa Maria La Savona tra i luoghi di Itinerario contemporaneo. Riapre il Miqveh ebraico ma solo su prenotazione; riaprono anche le sorgenti del Gabriele e, la domenica, Villa Whitaker. A Palazzo Sant’Elia è in corso la mostra sui cento capolavori dalle residenze imperiali russe: chi entra con i coupon de le Vie dei Tesori, otterrà un biglietto ridotto per l’esposizione.

Senza dimenticare le cene con degustazione, e, nelle piazze Castelnuovo, Marina, Bellini e Verdi, i 4 gazebo dove bambini e ragazzi potranno partecipare a laboratori su Teatro dei Pupi, palazzi del ‘700, la scuola dei Serpotta e le maioliche.

Infine, largo alle passeggiate alla scoperta dell’’antico fiume della città, quel Kemonia che una storia tutta da raccontare; poi si camminerà lungo il Cassaro per scoprire i “Cappidduzzi” o le “Marunnuzze”, le minuscole edicole votive curate dagli abitanti dei quartieri; sabato sera, alle 21, si verrà invece a sapere che Palermo spagnola aveva un sacco di porte… quella del carbone, quella dei pesci, quella del legno … Le passeggiate si svolgono tutte sabato e domenica, da prenotare qui.

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L’Istituto Florio-Salamone, scrigno d’arte e accoglienza

È una sorpresa e una scoperta con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto in via d’Angiò: sarà tra le visite guidate di questa edizione de Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

Alcune informazioni di servizio su come acquistare i coupon, dove effettuare le prenotazioni e come scegliere le visite ai siti con Le Vie dei Tesori a Palermo

di Redazione

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

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