Scene da un naufragio, Danisinni diventa teatro

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

Un momento del laboratorio teatrale

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

Prova aperta del laboratorio sociale condotto da Gigi Borruso. È la storia del naufragio del 25 dicembre 1996, in cui morirono centinaia di migranti

di Alessia Franco

Anpalagan Ganeshu. È un nome difficile da tenere a mente, per quella serie di sillabe che si succedono senza che si riesca a dare loro un senso compiuto. Una filastrocca senza senso, ecco quello che sembra: non il nome di un giovane di 17 anni. A ricordarlo è stato il mare, che ha restituito a distanza di anni la sua carta d’identità e ha trattenuto il suo corpo, annegato in un naufragio a lungo negato.

Prove dello spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”

Da questa storia – insieme di ricerca della verità e di caparbietà – prende le mosse lo spettacolo “F174 – Nel mare di nessuno”, con la drammaturgia di Gigi Borruso, in scena questo pomeriggio alle 17.30 (anche domenica, allo stesso orario), all’interno dello Chapiteau di piazza Danisinni, a Palermo. Più che uno spettacolo, chiarisce Gigi Borruso, si tratta di una prova aperta del neonato DanisinniLab, laboratorio di teatro diretto dal regista palermitano con la collaborazione di Stefania Blandeburgo e nato da un’idea del museo sociale Danisinni e del Teatro Biondo, con la collaborazione del Comune di Palermo.

“Avevo incrociato questa storia diversi anni fa – spiega il regista – e non sono nuovo a lavori sull’emigrazione. Ho proposto al gruppo varie ipotesi di lavoro per la nostra prima uscita all’esterno. Tutti si sono innamorati di questa storia a lungo nascosta. La funzione del teatro è proprio questa: aprirsi all’altro, incontrarlo, venire a contatto con realtà spesso molto distanti da noi. In questo senso posso dire di lavorare con un gruppo molto valido, che accetta le sfide”.

Un momento del laboratorio

Quello di DanisinniLab è un progetto di inclusione sociale che ha dato vita a un gruppo di venti persone abbastanza variegato: ci sono i disoccupati, ma anche chi si occupa di volontariato e gli studenti. Scene e costumi sono stati curati da Giulia Costumati e Alessandra Guagliardito, studentesse del corso di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, guidate da Valentina Console. I disegni usati per la grafica e per le proiezioni sono stati realizzati da Enzo Patti, pittore asemico tra i fondatori del museo sociale Danisinni.

La storia portata in scena racconta del naufragio, la notte del 25 dicembre 1996, della nave Yohan, che nel mare in burrasca trasbordò sul barcone maltese F174 più di trecento migranti di varie nazionalità: naufragarono pochi minuti dopo, a circa 20 miglia da Portopalo di Capo Passero (Siracusa). “Un dramma – dice Borruso – negato ripetutamente negli anni, nonostante il racconto di superstiti e di pescatori, che continuavano a tirare su con le reti brandelli di corpi e di cose e che non denunciavano per paura del sequestro delle loro imbarcazioni. Finché nel 2001, grazie all’impegno del giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, e al coraggio di un pescatore, Salvatore Lupo, la vicenda venne finalmente alla luce”.

Il giornalista riuscì a noleggiare un sottomarino e trovò il relitto, a 108 metri di profondità: l’F174, con il suo carico di quasi trecento annegati. In mezzo a loro, di certo, i resti di quel giovane di 17 anni. Solo il mare, anni prima, aveva avuto la pietà di conservarne la memoria.

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