L’Istituto Florio-Salamone, scrigno d’arte e accoglienza

È una sorpresa e una scoperta con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto in via d’Angiò: sarà tra le visite guidate di questa edizione de Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

Alcune informazioni di servizio su come acquistare i coupon, dove effettuare le prenotazioni e come scegliere le visite ai siti con Le Vie dei Tesori a Palermo

di Redazione

Una questione sociale. Che incrociava le istanze progressiste di una città in costante fermento, dove una famiglia illuminata come i Florio imprimeva il suo sigillo di imprenditori e mecenati alla vita economica, industriale e culturale. Che intercettava le ultime volontà di una filantropa devota e generosa come Francesca Salamone, prozia dello storico ed etnologo Pasquale Salamone Marino. Che trasformava un bisogno in occasione, grazie all’impegno di uomini pragmatici e appassionati come Antonino Morvillo, avvocato, già assessore del Comune alla Pubblica Istruzione, sodale in affari, amico e braccio destro di Ignazio Florio, o Giovanni Carollo, maestro delle scuole elementari serali, ideatore e promotore della prima scuola gratuita per ciechi, nei locali attigui alla chiesa S. Nicolò da Tolentino. L’Istituto “Florio-Salamone” di via Carlo D’Angiò, alle falde di Monte Pellegrino, dal 1893 luogo di accoglienza ed educazione per i non vedenti palermitani che versano in condizioni di disagio e indigenza, è stato testimone di una stagione irripetibile della vita pubblica palermitana.

Le vicissitudini della struttura fondata nel giugno del 1891 su disposizione di Ignazio Florio, che l’aveva acquistata vent’anni prima – divenuta subito dopo convitto, grazie alla monumentale eredità da 1 milione di euro lasciata dalle sorelle Salamone (circa 150 milioni degli attuali euro) – sono state a tratti difficili. Ma oggi, grazie ad un piano di riqualificazione e di sviluppo delle attività e dei servizi, voluto dal presidente del consiglio di amministrazione, Antonio Giannettino, già commissario straordinario, con il numero degli assistiti lievitato da poco più di una decina ad oltre 90 ospiti in regime semi-residenziale, l’istituto vuole aprirsi alla città.

Prima tappa di questo percorso di rinascita, che passa per la creazione di corsi di musicoterapia e arteterapia e di una pet-factory con pony e animali di piccola taglia, sono le visite guidate organizzate per l’edizione 2018 de Le Vie dei Tesori. Il venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.15, il pubblico verrà accompagnato a visitare le sale della presidenza, con le collezioni di antiche fotografie dei Florio e dei Salamone e la grande libreria con i testi in braille, la chiesa tardo-ottocentesca, la sala concerti. A fare da ciceroni, oltre ai volontari e agli studenti che partecipano come operatori al festival, ci saranno anche un gruppo di ospiti dell’istituto, che accoglieranno i visitatori nella villa. 
“Questa struttura – spiega Giannettino – è un patrimonio della città, che vogliamo valorizzare con l’apporto di idee e contributi esterni. Pensiamo a eventi culturali, sfilate di moda, convegni, mostre, che potranno sfruttare gli spazi interni e il bellissimo parco, più grande di un campo da calcio. Vogliamo aprire questo luogo anche al mondo dell’associazionismo, che a Palermo spesso soffre di una cronica mancanza di spazi. In questa prospettiva, abbiamo avviato anche il progetto ‘Sport e benessere’, per la promozione delle pari opportunità, in collaborazione con Daniele Giliberti”.

Sintesi perfetta del milieu sociale e produttivo cittadino della seconda metà dell’Ottocento, è la storia dell’edificio: fino agli ’40, sede di una piccola ma moderna industria chimica, avviata dal francese Agostino Porry con gli industriali Benjamin Ingham e Vincenzo Florio; poi, fabbrica di candele. Infine, dopo il passaggio di proprietà alla titanica famiglia di armatori palermitani, filanda e tessoria, dove, da una parte, trovavano lavoro decine di operai, soprattutto donne, con l’impiego pioneristico di servizi assistenziali come l’asilo nido per i figli, dall’altra, covavano le rivendicazioni sindacali di parte della stampa e dei dipendenti.

È una sorpresa e una scoperta, l’istituto di via d’Angiò, con il suo complesso di tre piani, l’orto e l’ampia corte all’aperto. Scrigno di tesori d’arte, preziosi ma poco noti, è la chiesa costruita nel 1893: l’affresco sull’altare, dipinto da Paolo Vetri e dedicato a Santa Lucia, protettrice della vista; l’imponente lampadario di vetro di Murano donato dal Municipio; il magnifico organo, collocato nella parte superiore, al di sopra della cantoria, realizzato da Pacifico Inzoli, maestro cremasco, e da Laudani-Giudice, artigiani palermitani. L’organo risuona nella sala concerti, con il bel soffitto in legno a cassettoni, decorato con pittura a tempera. Il pavimento, in graniglia di marmo, fu realizzato da Vincenzo Patricolo con la tecnica del seminato alla veneziana: ancora ben visibile è la firma dell’artigiano.

Infine, subito fuori dalla sala, ecco l’antico lavatoio, dove le suore lavavano e strizzavano lenzuola e indumenti usati dagli ospiti dell’Istituto; in questo ambiente si trovava anche un forno, che rimaneva acceso per asciugare i tessuti. Tra stanze, corridoi e spazi aperti annegati nel silenzio, la visita all’istituto è una passeggiata indietro nel tempo, in un’atmosfera di quiete rarefatta, sospesa in una dimensione di umana speranza che non si vede, ma si tocca, si annusa, si sente.
Umide di retorica ma iconiche, le parole del poeta cieco Guido Andrea Pintacuda, che nel giorno della solenne inaugurazione, il 27 maggio 1893, tra un pubblico di ospiti selezionatissimi, aveva auspicato nei suoi versi la vocazione e il viatico dell’istituto, “fatto non per pomposa vanità cittadina”, ma per riabilitare e innalzare i ciechi e “gli invalidi mendichi” al grado di uomini, “quanto più volete infelici, ma pur sempre uomini”.

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