La grande bellezza di Palermo, oltre la moda

Dopo Dolce e Gabbana, ora è stata la Maison Yves Saint Laurent a scegliere la città per la sua campagna. Abbiamo chiesto una riflessione sulla sfida da raccogliere a quattro esperti: Marrone, Crimi, Enia, Salmeri

di Antonella Lombardi

Secondo lo stilista Giorgio Armani “L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare” e forse la sfida che attende Palermo è proprio questa, superando le mode. Infatti, dopo il jet set internazionale arrivato nel capoluogo per le sfilate degli stilisti Dolce e Gabbana, ora è la Maison Yves Saint Laurent a scegliere la città per la sua nuova campagna, con uno slogan inequivocabile: “Palermo summer night”, di cui vi abbiamo dato ieri la notizia in anteprima.
Ora che l’Haute Couture torna di scena è la visione della città – al di là della propria rappresentazione – a richiedere una riflessione, che abbiamo girato a scrittori, esperti, stilisti e designer.

“Operazioni come la costruzione della città come set a scena aperta da parte di Dolce &Gabbana o la biennale d’arte contemporanea Manifesta incidono in modo più sottile e profondo sul tessuto urbano – osserva lo scrittore Davide Enia – perché contribuiscono a ricostruire un immaginario che fino a ieri vedeva la Sicilia esclusivamente come un campo di battaglia di stragi mafiose animato da coppole, lupare e compari Turiddu. In questo senso è interessante come, pur restando sulla superficie delle cose, Dolce &Gabbana abbiano ribaltato il senso del lutto, del nero, dello stereotipo meridionale lanciandolo in un gioco seduttivo che diventa canone di bellezza che piace all’estero. La forza frivola del glamour riesce a sgretolare tutto questo spostando l’immaginario verso un altrove. Non lo esaurisce, ma ne mostra l’appetibilità restituendo una cifra per la meraviglia che è poi la cifra del contemporaneo. Palermo ha delle consonanze con città altamente suggestive come Roma, Napoli, Venezia: sono pochi i luoghi in Italia e nel mondo ad avere questa forza evocativa, ma uno dei principi che dovrebbe passare è che a rendere fondativa la nostra ricchezza è la nostra intrinseca diversità”.

Un impedimento ancora presente e legato, secondo lo scrittore, anche allo sguardo di chi abita la Sicilia: “C’è una difficoltà di base dovuta al suo essere Isola che rende difficile la logica del viaggio, motore necessario per comprendere la diversità – spiega Enia – questo fa sì che la Sicilia in fondo non sia mai stata vista dai siciliani, perché vedere lo stesso luogo vuol dire non vederlo mai. Per una sorta di diffidenza o mancanza di ricerca a volte ci si limita alla cornice del quadro senza comprendere la tecnica di pittura o cosa sta dietro la tela. Per far questo c’è bisogno, ora più che mai, di studiare e viaggiare. Ben vengano operazioni così se contribuiscono a un cambiamento di visione. In fondo Palermo è una città dalla carica simbolica così forte da divorare le proprie opere”.

Una suggestione sentita da chi la moda la fa ogni giorno, come la designer Alice Salmeri: “La città è bellissima e credo sia una cosa positiva per Palermo, gli studenti dei miei corsi hanno imparato moltissimo lavorando a contatto per Dolce &Gabbana – dice – il punto è che coviamo sempre il desiderio che qualcuno da fuori ci salvi, ma non può essere così. Dovremmo iniziare ad apprezzare maggiormente la cultura artigianale, che ha fatto la nostra storia e che oggi viene venduta per lo più a turisti e stranieri”.

Sulla stessa linea lo stilista Mauro Crimi, che da Parigi coglie la sfida: “la scuola sartoriale maschile siciliana è più conosciuta qui all’estero che da noi – racconta – quando l’Alta moda sceglie la nostra città da palermitano mi sento orgoglioso, perché le grandi griffe sono spesso lontane dalla Sicilia e le condizioni della nostra economia sono al di sotto degli standard internazionali. Noi da anni viaggiamo e trattiamo con i mercati stranieri e ci rendiamo conto che la città ha anche perso delle occasioni. Per questo trovo che il titolo esclusivo di ‘capitale dello street food’ sia troppo limitante per la nostra città perché non rende giustizia alla nostra complessità, cultura e saper fare. La Sicilia potrebbe essere un terreno interessante per mercati di nicchia e talent scout, la sfida è essere orgogliosi delle nostre tradizioni, profondamente locali, e avere allo stesso tempo la presunzione e l’ambizione di essere globali”.

Solo così, d’altronde, si può evitare il rischio paventato dal semiologo Gianfranco Marrone: “diventare uno stereotipo dell’esotismo come in fondo la cultura europea ha sempre fatto, con quel suo vizio di considerare così il Sud, un luogo meramente esotico, come ha dimostrato Edward Said nel suo saggio ‘Orientalism’ – spiega lo studioso – il punto è imparare a gestire la forza di questo immaginario collettivo per creare cultura e investimenti per il turismo. In fondo, rispetto a Dolce & Gabbana, YvesSaintLaurent con questa campagna sembra svicolare dall’immagine forte e concreta della città andando verso un concetto più astratto, il che rende la visione della città più complessa e interessante, come se non ci fosse più bisogno dell’icona consolidata, andando oltre lo stereotipo. Il resto tocca a noi. Altrimenti il rischio è che prima di elaborare una strategia mediatica tutto evapori, come la moda, e che tutti vadano via”. Farsi ricordare, insomma, come ha insegnato Armani.

Dopo il jet set internazionale arrivato nel capoluogo per le sfilate degli stilisti Dolce e Gabbana, ora è la Maison Yves Saint Laurent a scegliere la città per la sua nuova campagna. Abbiamo chiesto una riflessione sulla sfida da raccogliere a quattro esperti: Marrone, Crimi, Enia, Salmeri

di Antonella Lombardi

Secondo lo stilista Giorgio Armani “L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare” e forse la sfida che attende Palermo è proprio questa, superando le mode. Infatti, dopo il jet set internazionale arrivato nel capoluogo per le sfilate degli stilisti Dolce e Gabbana, ora è la Maison Yves Saint Laurent a scegliere la città per la sua nuova campagna, con uno slogan inequivocabile: “Palermo summer night”, di cui vi abbiamo dato ieri la notizia in anteprimaOra che l’Haute Couture torna di scena è la visione della città – al di là della propria rappresentazione – a richiedere una riflessione, che abbiamo girato a scrittori, esperti, stilisti e designer.

“Operazioni come la costruzione della città come set a scena aperta da parte di Dolce &Gabbana o la biennale d’arte contemporanea Manifesta incidono in modo più sottile e profondo sul tessuto urbano – osserva lo scrittore Davide Enia – perché contribuiscono a ricostruire un immaginario che fino a ieri vedeva la Sicilia esclusivamente come un campo di battaglia di stragi mafiose animato da coppole, lupare e compari Turiddu. In questo senso è interessante come, pur restando sulla superficie delle cose, Dolce &Gabbana abbiano ribaltato il senso del lutto, del nero, dello stereotipo meridionale lanciandolo in un gioco seduttivo che diventa canone di bellezza che piace all’estero. La forza frivola del glamour riesce a sgretolare tutto questo spostando l’immaginario verso un altrove. Non lo esaurisce, ma ne mostra l’appetibilità restituendo una cifra per la meraviglia che è poi la cifra del contemporaneo. Palermo ha delle consonanze con città altamente suggestive come Roma, Napoli, Venezia: sono pochi i luoghi in Italia e nel mondo ad avere questa forza evocativa, ma uno dei principi che dovrebbe passare è che a rendere fondativa la nostra ricchezza è la nostra intrinseca diversità”.

Un impedimento ancora presente e legato, secondo lo scrittore, anche allo sguardo di chi abita la Sicilia: “C’è una difficoltà di base dovuta al suo essere Isola che rende difficile la logica del viaggio, motore necessario per comprendere la diversità – spiega Enia – questo fa sì che la Sicilia in fondo non sia mai stata vista dai siciliani, perché vedere lo stesso luogo vuol dire non vederlo mai. Per una sorta di diffidenza o mancanza di ricerca a volte ci si limita alla cornice del quadro senza comprendere la tecnica di pittura o cosa sta dietro la tela. Per far questo c’è bisogno, ora più che mai, di studiare e viaggiare. Ben vengano operazioni così se contribuiscono a un cambiamento di visione. In fondo Palermo è una città dalla carica simbolica così forte da divorare le proprie opere”.

Una suggestione sentita da chi la moda la fa ogni giorno, come la designer Alice Salmeri: “La città è bellissima e credo sia una cosa positiva per Palermo, gli studenti dei miei corsi hanno imparato moltissimo lavorando a contatto per Dolce &Gabbana – dice – il punto è che coviamo sempre il desiderio che qualcuno da fuori ci salvi, ma non può essere così. Dovremmo iniziare ad apprezzare maggiormente la cultura artigianale, che ha fatto la nostra storia e che oggi viene venduta per lo più a turisti e stranieri”.

Sulla stessa linea lo stilista Mauro Crimi, che da Parigi coglie la sfida: “la scuola sartoriale maschile siciliana è più conosciuta qui all’estero che da noi – racconta – quando l’Alta moda sceglie la nostra città da palermitano mi sento orgoglioso, perché le grandi griffe sono spesso lontane dalla Sicilia e le condizioni della nostra economia sono al di sotto degli standard internazionali. Noi da anni viaggiamo e trattiamo con i mercati stranieri e ci rendiamo conto che la città ha anche perso delle occasioni. Per questo trovo che il titolo esclusivo di ‘capitale dello street food’ sia troppo limitante per la nostra città perché non rende giustizia alla nostra complessità, cultura e saper fare. La Sicilia potrebbe essere un terreno interessante per mercati di nicchia e talent scout, la sfida è essere orgogliosi delle nostre tradizioni, profondamente locali, e avere allo stesso tempo la presunzione e l’ambizione di essere globali”.

Solo così, d’altronde, si può evitare il rischio paventato dal semiologo Gianfranco Marrone: “diventare uno stereotipo dell’esotismo come in fondo la cultura europea ha sempre fatto, con quel suo vizio di considerare così il Sud, un luogo meramente esotico, come ha dimostrato Edward Said nel suo saggio ‘Orientalism’ – spiega lo studioso – il punto è imparare a gestire la forza di questo immaginario collettivo per creare cultura e investimenti per il turismo. In fondo, rispetto a Dolce & Gabbana, YvesSaintLaurent con questa campagna sembra svicolare dall’immagine forte e concreta della città andando verso un concetto più astratto, il che rende la visione della città più complessa e interessante, come se non ci fosse più bisogno dell’icona consolidata, andando oltre lo stereotipo. Il resto tocca a noi. Altrimenti il rischio è che prima di elaborare una strategia mediatica tutto evapori, come la moda, e che tutti vadano via”. Farsi ricordare, insomma, come ha insegnato Armani.

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